<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Comunismo e Comunità &#187; Nicola Zitara</title>
	<atom:link href="https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;tag=nicola-zitara" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.comunismoecomunita.org</link>
	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
	<lastBuildDate>Tue, 30 Jun 2026 15:21:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.1</generator>
		<item>
		<title>A PROPOSITO DEL PROLETARIATO ESTERNO (MERITI E LIMITI DEL PENSIERO DI ZITARA)</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=8886</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=8886#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 17:44:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandri Visalli]]></category>
		<category><![CDATA[Calemme]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Zitara]]></category>
		<category><![CDATA[Problema Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[proletariato]]></category>
		<category><![CDATA[Unità D'Italia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=8886</guid>
		<description><![CDATA[&#160; &#160; A PROPOSITO DEL PROLETARIATO ESTERNO (MERITI E LIMITI DEL PENSIERO DI ZITARA)  CARLO FORMENTI &#160; Nei miei lavori ho più volte citato le idee “eretiche” del  marxista calabrese Nicola Zitara  (1), pur senza approfondire nei dettagli il suo contributo teorico e limitandomi ad evidenziarne le convergenze con gli autori della scuola della dipendenza, come Samir [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<div><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgoLIid_FtZcP54ndkYr2BI9FCYkFvEZDyz0QL_wCCmpNyGMMQbCni9RDG75yXfDXIhOzgY28qs6eROOIZjLIPVWplbFR7h5h2mcomFRHzty6P82J4wo6U-d2efZMOPacbOmrrw3TzTzMS9TcDMwxxPimJsiIXb-uRFWT-q6GikRwqpaf9JB-3bHgDaQq8/s400/copertina%20Calemme.jpeg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgoLIid_FtZcP54ndkYr2BI9FCYkFvEZDyz0QL_wCCmpNyGMMQbCni9RDG75yXfDXIhOzgY28qs6eROOIZjLIPVWplbFR7h5h2mcomFRHzty6P82J4wo6U-d2efZMOPacbOmrrw3TzTzMS9TcDMwxxPimJsiIXb-uRFWT-q6GikRwqpaf9JB-3bHgDaQq8/s320/copertina%20Calemme.jpeg" alt="" width="240" height="320" border="0" data-original-height="400" data-original-width="300" /></a></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>A PROPOSITO DEL PROLETARIATO ESTERNO</h1>
<p><strong>(MERITI E LIMITI DEL PENSIERO DI ZITARA)</strong></p>
<p><strong> CARLO FORMENTI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nei miei lavori ho più volte citato le idee “eretiche” del  marxista calabrese Nicola Zitara  (1), pur senza approfondire nei dettagli il suo contributo teorico e limitandomi ad evidenziarne le convergenze con gli autori della scuola della dipendenza, come Samir Amin e gli altri membri di quella che Alessandro Visalli definisce “la banda dei quattro&#8221; (2). La lettura di un recente libro di Angelo Calemme (<em>La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato, </em>Guida editori), mi stimola a riprendere la riflessione sul pensiero di Zitara (3) per discutere le sfide teoriche che questo autore ci ha lasciato in eredità e che ora Calemme rilancia, da un lato mettendone in luce i meriti, dall’altro esasperandone, a mio avviso, i limiti. Nelle pagine che seguono seguirò un percorso in quattro tappe: nella prima esaminerò gli argomenti con cui Zitara e Calemme difendono la tesi secondo cui il Regno delle Due Sicilie era, al momento dell’unificazione nazionale, più avanzato di tutti gli altri stati preunitari sulla strada della modernizzazione economica; nella seconda analizzerò il loro punto di vista sull’unificazione come processo di asservimento coloniale del Meridione da parte della monarchia sabauda; nella terza riprenderò  le loro analisi sulla composizione di classe della società meridionale; nell’ultima discuterò la proposta di una  rivoluzione nazional popolare finalizzata alla autonomizzazione del Meridione e alla sua conversione in una formazione socialista di mercato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ripartendo dalla tesi di Zitara, il quale, confrontando i dati economici relativi ai vari staterelli italiani preunitari, ne estrae l’evidenza di un indiscutibile primato del Regno borbonico, Calemme mette tale primato in relazione con l’influenza politico culturale esercitata dai maggiori esponenti della scuola illuminista napoletana (Galiani, Intieri e Genovesi su tutti). Costoro, argomenta, non si limitarono a nutrire un profondo interesse per i temi della produzione, accumulazione e circolazione della ricchezza, ma associarono la sensibilità nei confronti di un’agricoltura in grado di garantire la sussistenza della popolazione all’attenzione nei confronti della manifattura, delle infrastrutture e dei servizi, prospettando il decollo di un moderno sviluppo industriale come effetto del miglioramento produttivo delle attività agricole piuttosto che dell&#8217;indebitamento pubblico, e attribuendo allo Stato il ruolo di sovrintendente pubblico degli interessi privati. Questi fermenti vennero fatti propri, scrive Calemme, dai governi del Regno, dando vita a un “riformismo dall’alto” che cercò di promuovere la nascita di una borghesia industriale e di un’ala riformatrice dell’aristocrazia rurale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjkM8MfdhRU5UvClrvxKQnM_Etn4sGRu27X1itTrGaGbmLJrsnR9Ge0Gb70WK-l7EjI02DLOsP0i6aphEuY2O7V1qXDMZ-kFZWWCSsdCPYy5BtxIU0FhAkAGjlFYKe80lsAaV_9WVJm1NP0M2hkGUE5KKGP5Tb1f6rnjbDwPf-vt8WfDNZ_dEVuepJJXQ4/s783/antonio%20genovesi.jpeg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjkM8MfdhRU5UvClrvxKQnM_Etn4sGRu27X1itTrGaGbmLJrsnR9Ge0Gb70WK-l7EjI02DLOsP0i6aphEuY2O7V1qXDMZ-kFZWWCSsdCPYy5BtxIU0FhAkAGjlFYKe80lsAaV_9WVJm1NP0M2hkGUE5KKGP5Tb1f6rnjbDwPf-vt8WfDNZ_dEVuepJJXQ4/s320/antonio%20genovesi.jpeg" alt="" width="320" height="160" border="0" data-original-height="391" data-original-width="783" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Antonio Genovesi</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sugli effetti concreti di questo attivismo illuminato delle élite regnanti mi pare che Calemme sia più ottimista dello stesso Zitara. Costui ribadisce, citando fra gli altri Nitti, che “nel Mezzogiorno era più grande ricchezza che in quasi tutte le parti del Nord”, parla di un protoindustrialismo basato soprattutto sulla produzione domiciliare, e mette in luce come le alte tariffe doganali fossero riuscite a difendere il Regno dalla penetrazione delle merci inglesi e francesi, concludendo che nel Sud esistevano le condizioni minime per un’evoluzione autonoma verso l’economia mercantile e l’industrializzazione (il che avrebbe salvato l’area dal sottosviluppo e dalla subordinazione coloniale). Quanto a Calemme ritiene che gli insediamenti industriali nel settore della siderurgia e della metalmeccanica fossero qualcosa di più di “efflorescenze prive di consistenza”, rappresentando piuttosto i primi esempi di transizione dalla manifattura all’industria moderna, transizione cui lo stato borbonico contribuì promuovendo lo sviluppo della marina mercantile, delle ferrovie e della telegrafia, svecchiando gli ordinamenti giuridici, sostenendo la formazione tecnica e professionale e incoraggiando gli investitori stranieri (cui talvolta veniva offerta la naturalizzazione). Fermenti cui contribuirono la Banca del Regno delle Due Sicilie e la Borsa di Napoli (tanto che Rothschild e altri grandi finanzieri stranieri aprirono le loro filiali nella capitale del Regno). In conclusione: secondo Calemme i Borboni erano riusciti ad avviare la trasformazione in senso capitalistico del Sud con vent’anni di anticipo sugli altri stati italiani dell’epoca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dalla lettura di Zitara non emergono però analoghe tendenze modernizzanti nel settore agricolo: “la pressione demografica, scrive, ostacolava ogni progresso, alimentando la frantumazione fondiaria e vincolando grandi estensioni di terra alla cerealicoltura, poco confacente a clima e suoli”. Ciò detto, il fatto che l’economia fosse scarsamente monetizzata e orientata all’autoconsumo faceva comunque sì che la condizione contadina fosse migliore di quella post unitaria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEikI_jsGIFJEnIwsaQpa96l1Ow1pTk_WJbZVxyfHvGiCdeIyOZMHcnvE-LBUNd-2YjtNcALIpWXKmcoXuRCbe-TJB7eMVd6dm9OWRv1UWzHLUSq3JZgk0byT8wUrRV-sx2yNcsxHjBLCV4KTUamIMgc-Fj1cDX-GnNy3bCLsaLUuq_17OAGBnBfRMbmB2Y/s635/Zitara.jpeg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEikI_jsGIFJEnIwsaQpa96l1Ow1pTk_WJbZVxyfHvGiCdeIyOZMHcnvE-LBUNd-2YjtNcALIpWXKmcoXuRCbe-TJB7eMVd6dm9OWRv1UWzHLUSq3JZgk0byT8wUrRV-sx2yNcsxHjBLCV4KTUamIMgc-Fj1cDX-GnNy3bCLsaLUuq_17OAGBnBfRMbmB2Y/s320/Zitara.jpeg" alt="" width="320" height="243" border="0" data-original-height="483" data-original-width="635" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Nicola Zitara</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II.</p>
<p>La retorica risorgimentale che celebra l’Unità nazionale raggiunta nel 1861, argomentano Zitara e Calemme, serve a mascherare il cinico interesse di un Regno di Sardegna che la crisi del 1857/58 e le spericolate scelte economiche cavouriane avevano trascinato sull’orlo del fallimento. Al punto che Nitti commentava che il default si sarebbe potuto evitare solo confondendo le disastrare finanze piemontesi con quelle di uno stato più ricco, qual era a quei tempi il Regno delle Due Sicilie. Serve inoltre a nascondere il ruolo decisivo giocato dagli interessi geopolitici inglesi. Le politiche  protezioniste dei Borboni penalizzavano infatti le merci inglesi (e anche quelle francesi), ma soprattutto l’imminente apertura del Canale di Suez faceva del Meridione (in particolare della Sicilia) un nodo strategico delle rivitalizzate rotte mediterranee. Di qui il fattivo appoggio offerto alla conquista sabauda (frutto della spregiudicata politica di alleanze del manovriero Cavour, vedi il successivo appoggio della Francia alle guerre contro l’Austria).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La spoliazione del Meridione inizia subito dopo l’unificazione: viene prelevato dal Sud il 65% di tutta la moneta circolante del nuovo Regno, e contemporaneamente inizia lo strangolamento delle industrie sviluppatesi all’ombra del riformismo borbonico. Naturalmente  le ruberie non basterebbero di per sé a giustificare il ricorso alla categoria del colonialismo.  Il colonialismo, argomenta Zitara, non è un problema di redditi ma di strutture economico sociali: a partire da quel sottosviluppo (4) che, nel caso del Sud Italia, è il prodotto dell’inclusione del Sud nel mercato nazionale e nel contemporaneo blocco della spinta alla nascita di una produzione industriale autonoma. In particolare, sono l’estensione a tutti gli ex stati pre unitari del sistema fiscale e doganale piemontese e l’abolizione dei dazi interni a colpire duramente. Di fronte all’aumento della pressione fiscale, i proprietari terrieri reagiscono imponendo la conversione monetaria dei canoni di affitto dei fondi, che prima venivano regolati in natura, per cui il contadino è costretto a convertire in prodotti per il mercato i prodotti per il consumo domestico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhZ5riqM417rUs6_8QE1FqZOjhoV5fvG7aNiCCnIhQ1aXBh-qiO1Ejrt8YGUaKZhdy_TNiZyfb4ttnwsb13Qg1NuTGcK61GVeBT4yEklI0fIkJpYWBSsgvkid9F5v1PYawtpV6V9UAkfmS1A67DsvC7bQl67k7qb9aveC4HedEiB8FHOyrwGbzV3UN5DMA/s2456/camillo-benso.jpg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhZ5riqM417rUs6_8QE1FqZOjhoV5fvG7aNiCCnIhQ1aXBh-qiO1Ejrt8YGUaKZhdy_TNiZyfb4ttnwsb13Qg1NuTGcK61GVeBT4yEklI0fIkJpYWBSsgvkid9F5v1PYawtpV6V9UAkfmS1A67DsvC7bQl67k7qb9aveC4HedEiB8FHOyrwGbzV3UN5DMA/s320/camillo-benso.jpg" alt="" width="320" height="201" border="0" data-original-height="1539" data-original-width="2456" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Camillo Benso conte di Cavour</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il sistema si articola su due livelli: da un lato, la pressione finanziaria del Nord colpisce tutti i settori economici meridionali, dall’altro la classe padronale si rifà sulla classe contadina che subisce un rapido processo di immiserimento, dovuto anche al fatto che lo sviluppo di un’agricoltura estensiva specializzata (agrumi, olio e vino) per l’esportazione (favorita dalla politica inizialmente liberista del nuovo governo nazionale) scaccia i coloni e i pastori dalla terra. Nei “normali” processi di proletarizzazione associati all’accumulazione primitiva il lavoro contadino “liberato” dalla terra viene reimpiegato nelle industrie, ma la mancanza e/o la scarsità di queste ultime fa sì che il solo sbocco possibile per i contadini meridionali divenga l’emigrazione di massa: di qui il famoso detto “briganti o migranti” (5).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il punto di non ritorno che segnò l’inesorabile declino del Sud, scrive Calemme, fu la svolta protezionista adottata dal governo Depretis nel 1887. La precedente politica liberista aveva apportato benefici alle esportazioni delle monocolture agricole di cui sopra, dopodiché il passaggio al protezionismo (che serve a favorire la nascente industria settentrionale) chiude gli sbocchi di mercato e consolida la morsa del sottosviluppo. Nitti, annota ancora Calemme, pensava che il “sacrificio” del Sud in favore del resto d’Italia fosse inevitabile per consentire l’ingresso del Paese nel concerto delle nazioni industriali, ma pensava anche che il sacrificio sarebbe stato temporaneo e che la reindustrializzazione del Sud avrebbe seguito l&#8217;industrializzazione del Nord. Il che non è evidentemente avvenuto. E’ invece avvenuto che le tradizionali aspirazioni contadine di possedere la terra sono progressivamente venute meno, sostituite dal miraggio di una industrializzazione mai arrivata, mentre nel secondo dopoguerra è arrivato il consumismo neocapitalista in un Meridione relativamente spopolato dalle reiterate ondate migratorie e trasformato da area a vocazione agricola ad area di consumo scarsamente produttiva e quindi in costante disavanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>III.</p>
<p>Sia in Zitara che in Calemme l’analisi della composizione di classe del Sud Italia si intreccia con le critiche alle sinistre italiane, imputate di persistenti errori di comprensione della realtà sociale e delle aspirazioni popolari, se non di veri e propri tradimenti nei confronti degli interessi delle masse meridionali. Le accuse risalgono indietro nel tempo fino a coinvolgere lo stesso Gramsci, di cui entrambi gli autori si professano pure allievi, riconoscendolo come l’unico teorico marxista che abbia compiuto un serio sforzo di comprensione della Questione Meridionale. Zitara gli rimprovera tuttavia di non avere capito che, dopo decenni di disintegrazione sociale causata dalla condizione coloniale, il proletariato meridionale era solo in minima parte composto di forza lavoro agricola, mentre la maggioranza era ridotta alla condizione di forza lavoro di riserva per le industrie settentrionali e/o straniere. In ragione di tale equivoco, comunisti e socialisti non hanno mai smesso di “ricacciare l’opposizione meridionale nel circolo vizioso delle arcaiche lotte per la terra” (6). In buona sostanza, rincara Calemme, Gramsci ragionava nei termini classici di un’alleanza fra operai e contadini, presupponendo una sostanziale uniformità di interessi fra i due strati proletari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’equivoco si reitera e rafforza nel secondo dopoguerra, allorché si dà per scontata la sostanziale convergenza delle due Italie sul terreno della resistenza democratica e antifascista, laddove il proletariato meridionale è insensibile nei confronti di una democrazia che lo ha sempre ignorato e tradito, per cui percepisce la legittimazione resistenziale come una nuova forma di legittimismo colonialista (7). La rottura fra proletariato meridionale e PCI si aggrava quando Togliatti, fra il 47 e il 50, egemonizza ma al tempo stesso frena le lotte per la socializzazione della terra, limitandone la ridistribuzione ai soli campi incolti (per inciso: vengono redistribuite quote insufficienti per sostenere l’autosufficienza economica degli assegnatari, per cui le terre torneranno rapidamente nelle mani dei nuovi baroni). Insomma: da un lato si insiste sullo schema della terra ai contadini, continuando a pensare alla Questione Meridionale come una questione eminentemente agraria, dall’altro lato non si agisce coerentemente e radicalmente nemmeno su tale terreno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è che in campo marxista, argomenta Zitara (8) mancasse la consapevolezza dell’unificazione come processo di colonizzazione e dei livelli di supersfruttamento che ciò implica, eppure sul piano politico si è sempre negata pervicacemente l’esistenza di due italie, nel timore che eventuali spinte autonomistiche venissero egemonizzate dalle destre. Timore ingigantito dalla rivolta di Reggio Calabria cappeggiata dai fascisti, che piuttosto avrebbe dovuto ispirare riflessioni autocritiche sulla mancata rappresentazione del proletariato meridionale, condannando le masse dei disoccupati all’afasia  politica e alla disponibilità nei confronti delle sirene di destra (9).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vediamo ora l’analisi di classe in base alla quale Zitara, e Calemme con lui, sostiene la tesi secondo cui, nel nostro Paese, esistono due proletariati che, non solo non condividono gli stessi interessi e obiettivi, ma sono oggettivamente in conflitto reciproco. Il primo argomento teorico di Zitara trascende lo scenario italiano e si aggancia direttamente alla tradizione della scuola della dipendenza, come enunciato in apertura di questo articolo. Si tratta di una questione cruciale che rovescia il dogma marxista in base al quale la transizione al socialismo è possibile solo nei punti alti dello sviluppo capitalistico, a partire da una constatazione di fatto che anche chi scrive (10) ha in più occasioni evidenziato: la classe operaia occidentale non ha portato vittoriosamente a termine una sola rivoluzione e, se più di un terzo dell’umanità vive oggi in sistemi socialisti (malgrado il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi satelliti!) ciò si deve esclusivamente a rivoluzioni condotte dalle larghe masse delle periferie del mondo (in ampia maggioranza contadine).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I marxisti ortodossi, nota Zitara, cercano di aggirare la questione sostenendo che si è trattato di eventi diretti da partiti che erano espressione di minoranze operaie, ma l’obiezione cade ove si consideri che sia in Russia che in Cina l’egemonia della classe operaia ha realmente potuto affermarsi a rivoluzione avvenuta, sull’onda dei successivi processi di industrializzazione. Quanto appena osservato si spiega solo riannodando il filo rosso che si dipana dalle riflessioni di Marx sulla necessità dell’emancipazione del popolo irlandese quale condizione imprescindibile del risveglio della classe operaia inglese, anestetizzata dalle briciole del saccheggio imperialista; all’analisi di Lenin sull’imperialismo e sull’intreccio fra rivoluzione sociale e rivoluzione nazionale;  alle tesi di Baran e Sweezy che hanno inaugurato le riflessioni postbelliche su colonialismo sottosviluppo e dipendenza (11); alle riflessioni di marxisti sudamericani come Mariategui e Linera sul ruolo rivoluzionario delle comunità originarie andine (12); per finire con il concetto di “proletariato esterno” &#8211; coniato da Braudel e ripreso da Samir Amin (13) – che è il nodo centrale del pensiero di Zitara.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A sostanziare il nodo in questione è la constatazione che, nel tardo capitalismo, i maggiori livelli di sfruttamento e le contraddizioni più radicali si collocano alla periferia del sistema mondiale, in quelle regioni in cui la penetrazione del denaro e delle merci ha distrutto le forme di vita e i sistemi produttivi e riproduttivi tradizionali senza integrare le persone in rapporti sociali assimilabili a quelli dei centri metropolitani, per cui i livelli occidentali di benessere si associano alla miseria e al supersfruttamento delle masse periferiche. Dunque le classi subalterne non sono divise da diversi gradi di maturazione politica, come sostengono la maggior parte dei marxisti occidentali, bensì da interessi diversi, di fatto contrastanti. Occorre quindi distinguere fra proletari interni ai processi produttivi che il capitale gestisce direttamente, e proletari esterni,  anch’essi coinvolti nell’economia capitalistica ma in modo indiretto, tramite la mediazione di forme sociali ibride che il capitalismo tiene in vita anche attraverso la forma limite della disoccupazione (esercito di riserva globale) (14).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In tale contesto, argomenta Zitara, perdono senso le categorie classiche di sottoproletariato e aristocrazie operaie, rimpiazzate appunto da quelle di proletariato esterno ed interno, il primo è la base ideale delle politiche rivoluzionarie il secondo è la base ideale del riformismo: un conflitto che si delinea fin dallo scontro fra Seconda e Terza Internazionale e caratterizza l’intera storia moderna del lavoro subalterno e delle sue espressioni politiche (la socialdemocrazia, annota Zitara, non è frutto di una deviazione ideologica, bensì il prodotto storico di interessi reali). Questo schema interpretativo viene applicato alla storia d’Italia: “Fu subito chiaro, scrive Zitara, che le masse settentrionali ferme su una logica rivendicazionista non avrebbero favorito il movimento contadino, che poteva sfociare solo nel rovesciamento del sistema.” (15). Dopodiché aggiunge che che questi due soggetti sociali possono sì, come voleva Gramsci, avere lo stesso obiettivo strategico  ma, al contrario di quanto ipotizzato dallo stesso Gramsci, per realizzarlo dovranno percorrere strade diverse e autonome, perché autonomi e contrastanti sono i rispettivi interessi. Ovviamente il proletariato esterno meridionale non è fatto solo di contadini e disoccupati: è un insieme complesso e disomogeneo di strati sociali accomunati da condizioni di precarietà, un soggetto che può essere descritto, in analogia con le masse periferiche del Terzo Mondo, come una nuova classe di lavoratori coinvolti nella produzione capitalistica ma esclusi dai suoi vantaggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’analisi di classe di Zitara, riproposta da Calemme, prende in considerazione altri due soggetti fondamentali. Il primo è una borghesia, a sua volta stratificata e disomogenea, che non trova precisa e stabile collocazione nello scacchiere politico nazionale, in quanto priva di effettiva forza contrattuale, per cui svolge di fatto un ruolo analogo alle borghesie ”compradore” (16), svolge cioè il ruolo di cinghia di trasmissione, di mediatore dell’egemonia economica, politica e culturale delle élite settentrionali. Zitara parla di “tre mediazioni concatenate”: dai gruppi egemonici settentrionali allo Stato, dallo Stato agli intellettuali meridionali, da questi alle classi subalterne. Gli intellettuali, anello intermedio della catena in questione, sono il secondo dei due soggetti fondamentali di cui sopra. La storia di questo strato, secondo Zitara, viene da lontano, nel senso che fin dall’inizio le professioni liberali e le magistrature hanno svolto ruoli analoghi, se non identici, a quelli dell’abito talare e del cavalierato destinati ai cadetti dei signori feudali. Gli intellettuali sono  una classe di puri consumatori i cui ranghi sono venuti ingrossandosi a mano a mano che il sistema si impoveriva offrendo sempre meno alternative (17) e, dal momento che i ceti impiegatizi inseriti nella Pubblica Amministrazione e le professioni liberali godono di redditi equiparabili a quelli dei loro omologhi settentrionali, costoro sono il principale alleato del dominio coloniale. Ecco perché, ironizza Zitara, “ancora oggi gli unici veri italiani del Sud sono gli intellettuali” (18).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>IV.</p>
<p>Le idee fin qui analizzate rappresentano un mix di formidabili intuizioni – in particolare sul piano della contro analisi storica del processo di unificazione nazionale e della denuncia delle responsabilità delle sinistre – e di elementi di debolezza &#8211; analogie suggestive ma talvolta non del tutto fondate fra Meridione e Paesi del Terzo Mondo, insufficienti aggiornamenti sulle trasformazioni  socioeconomiche e antropologiche che il nostro Sud ha subito degli ultimi decenni. Prima di tracciare un bilancio critico occorre però completare la nostra analisi descrivendo il progetto politico di Zitara e il rovesciamento di paradigma – rispetto a Marx – su cui tale progetto si fonda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il compito prioritario, argomenta Zitara, è dare un volto politico alle forze popolari del Sud, condizione imprescindibile per consentire la partecipazione del proletariato esterno alla lotta di classe, il che è possibile a due condizioni: far sì che esso elabori in forma autonoma i propri obiettivi e la strategia per realizzarli, a partire dalla presa di coscienza di essere oggetto di sfruttamento e oppressione coloniale. Una volta ottenuta tale consapevolezza, la lotta per la liberazione dovrà procedere su due binari: quello della emancipazione nazionale e quello sociale della lotta contro le borghesie locali che mediano l’egemonia del Nord. Parliamo insomma di una  rivoluzione nazional popolare, di una “via subnazionale al socialismo”che permetta in primo luogo di realizzare una piena e buona occupazione e di ottenere un minimo di vita dignitosa per le masse. Questo obiettivo, alternativo a quelli della lotta politico sociale della sinistra nazionale, dovrà necessariamente incarnarsi nella creazione di una nuova entità nazionale nella misura in cui (e qui le idee di Zitara evocano il concetto di <em>delinking</em> (19) di Samir Amin) solo erigendo nuove frontiere sarà possibile combattere la disoccupazione attraverso la valorizzazione delle risorse locali e l’adozione di forme di protezionismo mirate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma di che socialismo parliamo? Per liberare il Sud, scrive Zitara, non basta uscire dallo Stato italiano e dall’Europa: “bisogna uscire da una cultura che viene dall’utilitarismo inglese e americano” (20) incompatibile con l’antica civiltà mediterranea. Tuttavia quest’ultima affermazione appare in stridente contraddizione con l’invito a ribaltare la concezione marxiana che associa il socialismo all’abolizione della proprietà privata: “Marx vuole abolire la proprietà invece l’assunto va capovolto: ciascuno sia proprietario del proprio prodotto mentre nessuno deve poter possedere il prodotto altrui”. L’idea di libertà, scrive infatti Zitara esprimendo un’opinione che Marx avrebbe liquidato come una robinsonata, è sempre quella classica, associata al pieno diritto di vendere e comprare, definizione che, ahimè, è una delle colonne ideologiche su cui si basa quel liberalismo anglosassone che Zitara dice di voler liquidare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjZGAFYMeziz_kkOhu8q20sPy1Ia_h01VDiVljLsaoVjCpjLUmZ9I_V0Xba7W4R7jQTTiaJAzmioQeGhMXXjvjaaOHzJ8QU48nIA34cRQJk6pJOo-hZ6-R9_ReMpOIvbaAG5WNpP2o09BqExEH9XRw9urwhhXGvNE4KZs1XJawxjXixdG0qNegkF3Mbenw/s728/negare.jpeg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjZGAFYMeziz_kkOhu8q20sPy1Ia_h01VDiVljLsaoVjCpjLUmZ9I_V0Xba7W4R7jQTTiaJAzmioQeGhMXXjvjaaOHzJ8QU48nIA34cRQJk6pJOo-hZ6-R9_ReMpOIvbaAG5WNpP2o09BqExEH9XRw9urwhhXGvNE4KZs1XJawxjXixdG0qNegkF3Mbenw/s320/negare.jpeg" alt="" width="236" height="320" border="0" data-original-height="728" data-original-width="536" /></a></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In poche parole, siamo all’interno di una cornice concettuale che rievoca i classici del socialismo utopistico ottocentesco – Owen ma soprattutto Proudhon – , come esplicitamente confermato da Calemme, il quale mi pare (anche se posso sbagliarmi, non avendo letto tutti gli scritti del suo maestro e ispiratore) che radicalizzi il pensiero di Zitara, spingendolo ulteriormente nella direzione appena descritta. Dopo aver reiterato la necessità di rovesciare l’assunto marxiano dell’abolizione della proprietà privata, Calemme scrive infatti che quella di Zitara è “una versione neo giusnaturalista e neo contrattualista” del socialismo scientifico (sic) marxista nella misura in cui egli ritiene che libertà e proprietà individuali siano diritti naturali inalienabili preesistenti al contratto sociale, già sanciti dalla mercatura medievale, ribaditi dai diritti dell’uomo e del cittadino dell’89 e da Proudhon e altri esponenti del socialismo utopistico. Posto che non si capisce come si possano mettere insieme categorie come giusnaturalismo, contrattualismo, diritti naturali (individuali) inalienabili, nonché l’affermazione che “l’individuo umano libero e autonomo è frutto del soggetto economico e del suo diritto di compravendita” con l’invito a “battersi contro ogni orientamento liberale” (?), non sorprende che questi salmi finiscano in gloria, cioè con la condanna della pianificazione socialista e della distribuzione del prodotto sociale controllata dallo stato, laddove il socialismo liberale del costituendo soggetto nazionale dell’Italia del Sud dovrà limitare il compito dello Stato alla sovrintendenza pubblica degli interessi privati a garanzia dello sviluppo equilibrato di una società fatta di liberi produttori, “ognuno con il proprio capitale preso in prestito da una banca di denaro pubblico”. A questo punto disponiamo di tutti gli elementi per tracciare un bilancio critico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * *</p>
<p>Premetto che non dispongo delle competenze storiche per giudicare se, nel 1861, il Regno delle Due Sicilie fosse effettivamente il più avanzato sul piano dello sviluppo economico in senso capitalista rispetto agli altri stati preunitari, anche se mi pare che sia Zitara che Calemme offrano argomenti convincenti a sostegno di tale tesi. Ritengo invece del tutto condivisibile la tesi del saccheggio coloniale da parte degli occupatori sabaudi e della relazione strutturale fra decollo industriale del Nord e “sviluppo del sottosviluppo” (21) del Meridione, un processo che potremmo anche definire, con David Harvey,  accumulazione per espropriazione (22). In particolare, mi pare meritoria la demistificazione delle retorica risorgimentale (tanto cara anche a certa sinistra) che mette in luce come il successo dell’impresa dei Mille non sarebbe stato possibile senza l’appoggio sabaudo, motivato dalla necessità di mettere le mani sul “tesoro” dei Borboni per salvare dal fallimento il Regno di Sardegna, e senza l’appoggio inglese motivato dall’esigenza geopolitica di rimuovere gli ostacoli al controllo imperiale su Mediterraneo. Senza dimenticare l’ambiguità garibaldina dei confronti delle aspirazioni delle masse contadine, ferocemente represse da Nino Bixio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgq6j7rew5ceV1tPYGamMF62EMmh4S0he_qWbaBnXDrQwDnBWywgX_weuM6BLup59bVEYxl_jfDrsGUiG_w_DuCEp3BZUf2t3pjc2eLDQHxHwjyfZ7_nXv1GU5tfSX_3-kUcd5ER1iv8YMycqhogvXqMrGwEqcfy3ZOh46hYN2N_cRjAOJwYzah6OiuWsM/s1024/Opera_senza_titolo-5.jpg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgq6j7rew5ceV1tPYGamMF62EMmh4S0he_qWbaBnXDrQwDnBWywgX_weuM6BLup59bVEYxl_jfDrsGUiG_w_DuCEp3BZUf2t3pjc2eLDQHxHwjyfZ7_nXv1GU5tfSX_3-kUcd5ER1iv8YMycqhogvXqMrGwEqcfy3ZOh46hYN2N_cRjAOJwYzah6OiuWsM/s320/Opera_senza_titolo-5.jpg" alt="" width="320" height="213" border="0" data-original-height="680" data-original-width="1024" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>L&#8217;eccidio di Bronte</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Resta il fatto che, proprio in ragione di quelle aspirazioni, ampi settori delle masse meridionali aderirono entusiasticamente alla mobilitazione contro i Borbone. Il che conferma che il riformismo dall’alto di questi ultimi, nei confronti del quale il giudizio positivo di Calemme mi pare assuma a volte toni eccessivi, era “monco”, non aveva cioè affiancato gli sforzi per sostenere il processo di sviluppo industriale ad altrettanti sforzi per promuovere la modernizzazione dei rapporti sociali nelle campagne. E’ quindi probabile che, ove lasciato proseguire autonomamente la propria evoluzione, il Regno borbonico sarebbe evoluto verso un modello “prussiano”, cioè verso l’integrazione fra nascente borghesia industriale e aristocrazia “junker”, un regime moderno ma con spiccate caratteristiche autoritarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Passo alle critiche alla sinistra. Premetto che le critiche a Gramsci, cui viene rimproverato di non avere realizzato che la questione meridionale, dopo decenni di disintegrazione sociale delle campagne, non era più riducibile alla questione agraria, e che il progetto rivoluzionario non poteva essere proposto nei termini classici di alleanza operai-contadini, mi paiono francamente ingenerose, nel senso che si fondano su una retrodatazione di condizioni che sarebbero giunte a completa maturazione solo nel secondo dopoguerra. Ciò detto condivido la denuncia degli errori che, dopo la riforma agraria “dimezzata” voluta da Togliatti nell’immediato dopoguerra, si sono fatti sempre più evidenti con il sistematico disconoscimento degli interessi del proletariato esterno meridionale, fino alla mancata autocritica dopo la rivolta di Reggio Calabria, per avere consegnato l’egemonia della rabbia popolare ai fascisti. L’ossessione che ha inchiodato le sinistre italiane a ragionare sul Sud esclusivamente nei termini di ridistribuzione delle terre (obiettivo che ormai i contadini proletarizzati avevano rimpiazzato con le aspettative di occupazione industriale) somiglia a quella dei partiti comunisti sudamericani, i quali hanno continuato a perseguire lo stesso obiettivo senza riconoscere il potenziale anticapitalista delle comunità originarie e delle masse proletarie esterne ai centri di sviluppo industriale (23).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Credo che Zitara abbia perfettamente ragione nel puntare il dito contro la secolare diffidenza (che risale alle sferzanti battute del Marx del <em>Manifesto </em>contro l’ottusità dei contadini), non di rado venata di disprezzo, nei confronti del mondo contadino. E naturalmente condivido, come ho ampiamente argomentato altrove (24), la necessità di prendere atto che le sole rivoluzioni socialiste riuscite sono avvenute in Paesi economicamente “arretrati” ed hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine piuttosto che la classe operaia. Così come sono a mia volta convinto che gli interessi del proletariato esterno e di quello interno siano conflittuali. Ma se questo vale tuttora sul piano dello scontro geopolitico &#8211; oggi alle soglie della Terza guerra mondiale – fra imperialismo occidentale e fronte delle nazioni nate dalle rivoluzioni di liberazione nazionale seguite al Secondo conflitto mondiale, mi sembra opinabile se riferito al conflitto fra centri e periferie <em>interni</em> al blocco occidentale. Per quanto riguarda, in particolare, il conflitto fra le due italie, mi pare che lo schema bipolare su base geografica sia stato progressivamente eroso dai processi di immiserimento e precarizzazione che decenni di neoliberismo hanno innescato a danno del proletariato interno settentrionale. Oggi l’opposizione centro periferia tende ad assumere una configurazione a pelle di leopardo, per cui i sud (al plurale) europei (a partire dal nostro, ma vedi anche la colonizzazione della Germania Est da parte della Germania Ovest) non sta più solo al Sud, ma anche nei sobborghi delle metropoli gentrificate, nelle province tagliate fuori dai flussi del capitale globale, ecc. (25). Se ciò è vero, torna di attualità la questione dell’unità proletaria a livello delle singole nazioni più che a livello subnazionale. Unità che non si pone in termini di alleanze, bensì come progetto di ricostruzione politica di una classe lavoratrice disarticolata e dispersa tanto sul piano sociale che sul piano territoriale dai decenni lotta di classe dall’alto che il capitale ha condotto, con la complicità delle sinistre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è poi un fattore culturale e antropologico che rende a mio avviso improbabile il progetto di mobilitare le masse meridionali in vista di una secessione rivoluzionaria. Chi scrive ha vissuto per quindici anni in Salento, insegnando all’Università di Lecce dove ha avuto occasione di frequentare quotidianamente centinaia di studenti appartenenti a ogni strato sociale (non solo medio alto: ai primi del duemila ancora molte famiglie della provincia povera mandavano i figli a frequentare i corsi della triennale, nell’illusione che ciò garantisse più opportunità di lavoro). Ciò mi ha permesso di misurare l’impatto della penetrazione della cultura consumistica (non solo attraverso i media, ma anche grazie all’interazione con i massicci flussi turistici che invadono il territorio per buona parte dell’anno). Ebbene: in questi ragazzi non ho trovato tracce di odio e risentimento per i “colonizzatori” (26) , ho trovato invece un pressoché totale allineamento con i gusti, i valori, i desideri e le aspirazioni “americanizzate” dei loro coetanei settentrionali e/o di altri Paesi occidentali. Quelli che non emigrano al Nord o all’estero, sono impegnati a praticare vari generi di auto-imprenditoria terziaria nei settori del turismo, del commercio, dei nuovi media, della comunicazione pubblicitaria, ecc. Rieducare politicamente questi strati di proletariato esterno “postmodernizzato” non sarà impresa meno ardua di quella di restituire coscienza dei propri interessi di classe al proletariato interno immiserito e precarizzato dalle “cure” delle élite di Bruxelles.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgMXR7iZ_xIB38pOZL430gTxnqgfxZ_YygpZuX3pK6RancpfUdrzestjbs4Drc9PbHwbhConjjs4bGAXaxE1haxuEiy3LosCDdqiRS3hx9ZRyH803w_mH0sB4VxxYqRa20SKkUQDttpJCpIpQCMt-j-7Dwl7P07WStGdG-hOuuK2y2TiS0d5H61C5ZnjN8/s609/proudhon.jpeg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgMXR7iZ_xIB38pOZL430gTxnqgfxZ_YygpZuX3pK6RancpfUdrzestjbs4Drc9PbHwbhConjjs4bGAXaxE1haxuEiy3LosCDdqiRS3hx9ZRyH803w_mH0sB4VxxYqRa20SKkUQDttpJCpIpQCMt-j-7Dwl7P07WStGdG-hOuuK2y2TiS0d5H61C5ZnjN8/s320/proudhon.jpeg" alt="" width="264" height="320" border="0" data-original-height="609" data-original-width="503" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Proudhon</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma veniamo a quello che considero il limite maggiore dei discorsi sin qui presi in esame, vale a dire il tentativo di resuscitare un socialismo utopistico alla Proudhon.  Ammesso e non concesso che oggi sia, non dico realizzabile, ma anche solo concepibile “una società di liberi produttori” (Owen e Proudhon potevano ancora nutrire un simile sogno perché vivevano nella fase aurorale del capitalismo industriale, ma nemmeno loro avrebbero potuto farlo se fossero vissuti nell’era del tardo capitale monopolistico) non vedo come si possa non capire che tale società, in seguito alle differenze di capacità, talento, aggressività, ambizione, ecc. di questi produttori sarebbe destinata a subire un rapido processo di concentrazione dei capitali nella mani di una minoranza a scapito della maggioranza. Peggio mi sento di fronte alla schizofrenia teorica che, da un lato esclude ogni forma di liberismo economico e critica la filosofia utilitarista, dall’altro indica nella proprietà privata e nella piena libertà di vendere e comprare il fondamento dei “diritti naturali” dell’individuo, per tacere della rivendicazione dei principi giusnaturalisti e contrattualisti che, come insegna Andrea Zhok nella sua fondamentale<em> Critica della ragione liberale</em> (27) sono, proprio assieme all’utilitarismo, il fondamento stesso del moderno liberalismo borghese (e quindi anche della sua attuale, spietata versione neoliberista e dell’ordoliberalismo che governa la costituzione materiale della UE).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualcuno potrebbe a questo punto obiettare che chi scrive, sulle tracce di autori come Vladimiro Giacché e Giovanni Arrighi (28) ha ripetutamente messo in discussione il modello classico di socialismo formulato da Marx ed Engels, i quali prevedevano l’abolizione integrale del mercato. Vero, solo che io mi riferivo ai socialismi del secolo XXI che crescono in Asia, Africa e America Latina, e in particolare a quel socialismo in stile cinese, che, avendo imparato la lezione del fallimento sovietico, ha restituito ai contadini la libertà di vendere il proprio plus prodotto (ma non la proprietà della terra, che resta saldamente nelle mani dello stato), ha consentito (entro certi limiti e sempre sotto controllo statale) l’accumulazione privata, impedendo però alla borghesia nazionale di tradurre in potere politico il potere economico, e mantenendo il controllo pubblico sui settori produttivi strategici, sulle banche, sulla ricerca scientifica e sui servizi essenziali. Per inciso, le riforme postmaoiste hanno realizzato proprio gli obiettivi prioritari indicati sia da Zitara che da Calemme: piena occupazione, una vita dignitosa per centinaia di milioni di cittadini strappati alla miseria, piena sovranità nazionale dopo più di un secolo di umiliazioni coloniali, per tacere della capacità di competere alla pari sul piano economico, scientifico e tecnologico con l’imperialismo americano che, non a caso, si prepara ad aggredire militarmente questo scomodo competitor, che lo inquieta sul piano ideologico-politico ancora più che su quello economico. In conclusione: niente rivoluzione senza partito rivoluzionario e niente sviluppo socialista senza stato socialista. Per parafrasare il duo Zitara Calemme: per emancipare il proletariato esterno non basta uscire dalla UE, bisogna rompere con il blocco capitalista occidentale e la sua ideologia (e quindi anche con la sua idea di libertà economica!). Quanto all’Italia, il nodo non è più geografico, nel senso che non si tratta più di liberare il Sud, bensì di liberare <em>i sud</em> (minuscolo plurale) estendendo la rivoluzione nazional popolare all’intero territorio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(1) Le citazioni si trovano in <em>Utopie letali </em>(Jaka Book, Milano 2013), <em>Il socialismo è morto. Viva il socialismo </em>(Meltemi, Milano 2019) e <em>Guerra e rivoluzione</em> (2 voll. Meltemi, Milano 2023).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(2) Gli altri membri della “banda” sono Gunder Frank, Giovanni Arrighi ed Immanuel Wallerstein. Cfr. A. Visalli,<em> Dipendenza, </em>Meltemi Milano 2020.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(3) I testi di Zitara cui farò riferimento in questo articolo sono:<em> Il proletariato esterno</em> (Jaka Book, Milano 1972),<em> L’unità d’Italia. Nascita di una colonia</em> (Jaka Book, Milano 1971, ristampa 2010),<em> L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria </em>(Jaka Book, Milano 2010) e<em> Negare la negazione. Introduzione al separatismo rivoluzionario, </em>Città del Sole, Reggio Calabria 2001.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(4) Cfr. fra gli altri, G. Myrdal,<em> Teoria economica e paesi sottosviluppati,</em> Feltrinelli, Milano 1957; P. Baran,<em> Il surplus economico,</em> Feltrinelli, Milano 1962; P. Baran, P. Sweezy,<em> Il capitale monopolistico</em>, Einaudi, Torino 1968, oltre al già citato<em> Dipendenza</em> di A. Visalli.</p>
<p>(5) Nelle analisi di Zitara e Calemme il fenomeno del brigantaggio ha il valore di una prima manifestazione della resistenza del proletariato esterno meridionale all’’occupazione coloniale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(6) In <em>Negare la Negazione</em>, cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(7) Anche questo giudizio sull’uso strumentale della retorica resistenziale come legittimismo colonialista si trova in <em>Negare la negazione</em>, cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(8) Zitara denuncia questa schizofrenia dell’atteggiamento dei partiti italiani di ispirazione marxista ne <em>L’unità d’Italia, </em>cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(9) Ne <em>Il proletariato esterno</em> cit. Zitara scrive che la esibita “purezza morale” fascista che punta il dito contro corruttela, clientelismo e le baronie politiche che la democrazia italiana ha imposto al Sud affascina le masse meridionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(10) Cfr. <em>Guerra e rivoluzione, </em>vol. I (<em>Le macerie dell’Impero), </em>cap. I (“La cassetta degli attrezzi).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(11) Vedi nota 4.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(12) Ne <em>Il proletariato esterno, </em>cit<em>. </em>Zitara nota come la produzione per l&#8217;autoconsumo e l’economia di villaggio abbiano svolto  per la classe contadina un ruolo di autodifesa contro lo sfruttamento. Il ruolo di resistenza anticapitalista dei residui di forme sociali precapitalistiche è un tema centrale di molti marxisti latinoamericani. Vedi, in particolare, J. C. Mariategui,<em> Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti,</em> Einaudi, Torino 1972 e A. G. Linera,<em> Forma valor y forma comunidad,</em> Traficantes de Suenos, Quito 2015. In particolare Linera estende il concetto di classe rivoluzionaria alle comunità originarie andine, in polemica con i marxisti ortodossi che le considerano forme comunistiche primitive che devono essere “sciolte” nei moderni rapporti di produzione capitalistici prima di poter essere integrate nel fronte della lotta di classe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(13) Accenno a questo rapporto fra Samir Amin e Zitara in <em>Guerra e rivoluzione</em>, cit., vol. II, pp. 148 e segg.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(14) Di questa capacità del capitale metropolitano di mettere al lavoro forme economiche ibride in cui il mercato capitalistico convive con rapporti sociali di tipo tradizionale, discute A. G. Linera nel libro citato alla nota 12.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(15) Ne<em> Il proletariato esterno,</em> cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(16) Calemme usa il termine di lumpenborghesia per denotare questa nuova borghesia dominante che rafforza i rapporti di subalternità economica dei Paesi ex coloniali</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(17) Sempre ne <em>Il proletariato esterno,</em> Zitara sostiene che a mano a mano che i figli vengono avviati agli studi ciò genera un nuovo fattore sociale che alimenta la disoccupazione intellettuale, foriera di tensioni particolarmente esplosive.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(18) Ne<em> L’unità d’Italia</em>, cit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(19) Sul concetto di <em>delinking</em> cfr. S. Amin, <em>La déconnextion. Pour sortir du système mondial</em>, La Découvert, Paris 1986 e <em>Classe et nation, </em>Nouvelles Editions Numériques Africaines, Dakar 2015. Vedi anche H. Jaffe, <em>Via dall&#8217;azienda mondo,</em>Jaka Book, Milano 1995.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(20) In<em> Negare la negazione, </em>cit<em>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(21) Cfr. P. Baran e G. Myrdal opp. citt.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(22) Cfr. D. Harvey,<em> The Anti-capitalist Chronicles,</em> Pluto Press, London 2020.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(23) vedi nota 12.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(24) Vedi <em>Guerra e rivoluzione, </em>cit<em>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(25) Su questa nuova dimensione del conflitto centri periferie, cfr. C. Guilluy,<em> La France périphérique,</em> Flammarion, Paris 2014.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(26) Il tema dell’odio meridionale contro i colonizzatori ricorre di frequente nel libro di Calemme (la pulsione violenta della masse meridionali, scrive, “non è esecrabile ma è l’ultimo vestigio della loro umanità, della loro dignità”). Calemme traccia un filo che si dipana dai Fasci siciliani, agli eventi di Avola e Battipaglia, alla rivolta di Reggio, fino ad appellarsi al fenomeno mafioso come “il tentativo storico della classe subalterna meridionale eterna allo sviluppo storico di avviare con la violenza un nuovo processo di accumulazione originaria”, discorso che, mentre può avere un qualche senso alle origini del fenomeno, mi pare non più sostenibile nella sua attuale versione globalizzata e finanziarizzata, totalmente integrata nei vertici del sistema capitalista mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(27) A. Zhok, <em>Critica della ragione liberale, </em>Meltemi, Milano 2020.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(28) Vedi fra i molti scritti che Giacché dedica al tema, il suo (a cura di) <em>Economia della rivoluzione, </em>il Saggiatore, Milano 2017, quanto ad Arrighi vedi, in particolare, <em>Adam Smith a Pechino, F</em>eltrinelli, Milano 2007.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=8886</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sulla composizione di classe</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=7751</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=7751#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 25 Jan 2022 19:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Visalli]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Zitara]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=7751</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Sulla composizione di classe Con questo intervento di Carlo Formenti si apre il dibattito sul tema della composizione di classe lanciato dall&#8217;articolo di Alessandro Testa, della redazione di &#8220;Cumpanis&#8221;, nel numero scorso del nostro giornale Carlo Formenti Dicembre 2021 Provo a rilanciare gli  stimoli che ci ha offerto Alessandro Testa con il suo articolo sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<header>
<h1><a style="font-size: 13px;" href="https://www.cumpanis.net/wp-content/uploads/2021/12/IMMAGINE-PRIMO-PEZZO-SEZIONE-SCUOLA-QUADRI-FORMENTI.jpg" data-caption=""><img title="IMMAGINE PRIMO PEZZO SEZIONE SCUOLA QUADRI FORMENTI" src="https://www.cumpanis.net/wp-content/uploads/2021/12/IMMAGINE-PRIMO-PEZZO-SEZIONE-SCUOLA-QUADRI-FORMENTI.jpg" alt="" width="252" height="200" /></a></h1>
</header>
</div>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<header>
<h1>Sulla composizione di classe</h1>
<div><strong>Con questo intervento di Carlo Formenti si apre il dibattito sul tema della composizione di classe lanciato dall&#8217;articolo di Alessandro Testa, della redazione di &#8220;Cumpanis&#8221;, nel numero scorso del nostro giornale</strong></div>
<div></div>
<div><strong>Carlo Formenti Dicembre 2021</strong></div>
<div>
<div></div>
<div></div>
</div>
</header>
</div>
<div>
<div id="td_social_sharing_article_top">Provo a rilanciare gli  stimoli che ci ha offerto Alessandro Testa con il suo articolo sul tema  della composizione di classe.  In questo intervento mi concentrerò su alcune questioni di metodo che considero  decisive per dire qualcosa di sensato in merito. Testa parte da un dato di fatto: le mutazioni del modo di produzione capitalistico dai tempi di Marx a oggi sono tali e tante che il modello “classico”, fondato sull’opposizione bipolare capitale-lavoro, non è più una chiave interpretativa sufficiente: il secondo fattore del binomio è talmente cambiato (il che vale anche per il primo, ma indentificare le classi dominanti è relativamente più facile) che solo un’accurata indagine scientifica può aiutarci a darne un’adeguata rappresentazione “oggettiva” (il significato delle virgolette si capirà più avanti). Dopodiché aggiunge che, a rendere ulteriormente difficile l’impresa, contribuisce il fatto che la comunità scientifica che potrebbe realizzarla – fondi, ricercatori, istituti universitari, ecc. – è totalmente controllato da élite economiche, politiche e accademiche che non hanno alcun interesse a promuoverla (anzi hanno interesse a impedire che ciò avvenga, o a indirizzare la ricerca verso falsi obiettivi). Posto che l’osservazione è corretta, mi viene da osservare che, per quanto utile, il contributo di analisi empirica che ci potrebbe arrivare dalla ricerca accademica, qualora potessimo disporne, potrebbe integrare ma non rimpiazzare l’analisi teorica di un partito rivoluzionario.</div>
</div>
<p>Sono convinto che uno degli errori più gravi del marxismo dogmatico e accademico sia stato attribuire alle scienze sociali borghesi pari dignità rispetto alle scienze naturali, e ciò in particolare in campo economico, al punto che molti intellettuali marxisti – o sedicenti tali – hanno finito per convertirsi in altrettanti esperti di economia politica, dimenticando che l’intento di Marx non era fondare una nuova economia politica, bensì gettare le fondamenta di una <em>critica</em> dell’economia politica, scoprire, cioè, non le leggi dell’economia capitalistica, bensì le “leggi” della lotta di classe. Le virgolette sono d’obbligo per i motivi chiaritici dal più grande filosofo marxista del Novecento, Gyorgy Lukács: per Marx, scrive Lukács, l’unica vera scienza sociale è la storia, le cui “leggi” non possono essere descritte in astratto, a priori, ma solo post festum, ricostruendo – attraverso un’analisi concreta della situazione concreta – le catene causali che hanno indirizzato uno specifico processo storico. Ecco perché penso che il vero ostacolo che oggi rende difficile condurre un’analisi soddisfacente della composizione di classe non è tanto lo stato in cui versano le scienze sociali accademiche, quanto l’assenza di un partito di classe forte, numeroso e sufficientemente ramificato in tutte le parti della società per poter condurre in prima persona le indispensabili inchieste sul campo.</p>
<p>Quanto appena affermato non impedisce di abbozzare alcune riflessioni di metodo da cui partire per dissodare il terreno in vista di successivi approfondimenti. È quanto ha fatto Alessandro Testa attraverso un percorso che parte dalla doppia affermazione di principio secondo cui appartiene alla classe proletaria: 1) chi vive esclusivamente della vendita della propria forza lavoro, 2) chi, oltre a vivere della vendita della propria forza lavoro, non è in grado di determinarne il prezzo (le star dello sport e dello spettacolo, per esempio, vendono la loro forza lavoro ma sono in grado – chi più chi meno – di determinarne il prezzo). Vediamo le stazioni principali di questo percorso.</p>
<p>In primo luogo, Testa si chiede come classificare quei soggetti che, oltre a percepire un reddito da lavoro più o meno corrispondente al costo della propria riproduzione, godono di una piccola rendita aggiuntiva (come l’affitto di un appartamento ereditato o acquistato con i propri risparmi, o un certo numero di buoni del tesoro). La sua risposta è che ciò non è sufficiente per negare a tali soggetti lo status di proletari. Sono d’accordo, ma con una precisazione. Thomas Piketty, nelle sue analisi che dividono la popolazione per percentili di reddito, ci dice che negli Stati Uniti e in Europa, a parte l’esigua minoranza di super ricchi che concentrano nelle proprie mani gran parte delle risorse, esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che riescono a intercettare rendite sufficienti a garantire un livello di vita medio alto, nettamente superiore a quello che potrebbero permettersi con il solo reddito da lavoro. Di per sé questo dato non inficia la tesi di Testa: ci dice semplicemente che i rentier appartenenti alle classi medio alte sono – almeno qui in Occidente – altrettanto se non  più numerosi dei proletari che usufruiscono di piccole rendite. Ma la questione non è meramente quantitativa: occorre tenere conto anche del peso psico-antropologico che anche minime quote di proprietà immobiliare e mobiliare giocano nell’inibire l’autopercezione di sé come appartenenti alla classe proletaria (più volte si è sottolineato il ruolo che l’alta percentuale di italiani che vivono in un’abitazione di proprietà gioca nello smussare il potenziale combattivo delle classi subalterne del nostro Paese). Cominciamo così a intuire perché ho messo quelle virgolette sull’appartenenza al proletariato come dato “oggettivo”. Ma andiamo avanti.</p>
<p>Sul secondo criterio introdotto da Testa non mi dilungo perché mi pare incontestabile: la proprietà o meno dei propri mezzi di produzione vale come elemento discriminante solo ove si parli di mezzi di produzione di massa. Nessuno può pensare che lo status sociale del rider è definito dal fatto che la bici o il motorino con cui va in giro sono suoi. Analoghe considerazioni valgono per altre due questioni affrontate da Testa: il lavoro autonomo non è di per sé un criterio significativo, dal momento che la quota di lavoro fintamente autonomo (vedi gli autisti di Uber e quasi tutte le attività classificabili nell’ambito della cosiddetta gig economy) è in costante crescita in quanto consente alle imprese di sfruttare forza lavoro a cui non deve versare contributi, retribuire i giorni di malattia e ferie, pagare liquidazioni ecc. Idem per quei piccoli (o piccolissimi, come gli ambulanti) esercenti che, in molti casi, intraprendono queste attività rifugio dopo essere stati espulsi dal mercato del lavoro dipendente.</p>
<p>Più intrigante la questione dei quadri intermedi d’impresa, in quanto si tratta di un altro caso in cui identità di classe “oggettiva” e percezione soggettiva della stessa tendono a divergere. Di questo ho discusso in vari lavori nei quali ho polemizzato con le tesi post operaiste in merito al presunto ruolo di avanguardia dei cosiddetti “lavoratori della conoscenza”. Com’è noto, gli autori in questione, sostengono che la rivoluzione digitale ha creato un nuovo strato di lavoratori che presentano una elevata propensione alla cooperazione reciproca e all’autonomia nei confronti del comando capitalistico. Questa “classe hacker” disporrebbe di un habitus mentale, oltre che delle competenze e delle capacità necessarie ad assumere il controllo diretto della produzione sociale, appropriandosi del <em>general intellect</em> ed emancipandosi dal potere del capitale. Se questi sogni hanno avuto una qualche giustificazione nella fase arrembante delle startup californiane (negli anni Novanta), la crisi dei primi anni Duemila e il rapido processo di concentrazione monopolistica delle Internet Company li hanno spazzati via. Oggi la stragrande maggioranza dei lavoratori di tale settore (programmatori, sviluppatori, web designer, ecc.) sia che operino come autonomi (in catene di subfornitura caratterizzate da alti tassi di sfruttamento e feroce competizione fra poveri) sia come dipendenti dei colossi high tech, sono a tutti gli effetti operai come gli altri (cioè non dotati di alti livelli di comprensione del processo produttivo totale in cui operano come piccoli ingranaggi individuali). Viceversa le minoranze di quadri inseriti in grandi imprese monopolistiche – come Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft – sono a tutti gli effetti funzionari del capitale il cui ruolo consiste – similmente a quello degli ingegneri analisti dei sistemi nell’era taylorista – nello sviluppare modelli di governo, controllo e comando non solo sugli altri dipendenti d’impresa, ma anche sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma (vedi gli algoritmi che controllano il lavoro dei rider), dei consumatori e più in generale dell’insieme dei rapporti sociali. Oggettivamente sono proletari, soggettivamente no.</p>
<p>Testa inserisce poi un ulteriore elemento di riflessione che consiste nel mettere l’appartenenza di classe in relazione alla posizione occupata all’interno del processo di creazione di plusvalore. Tema che implica altre questioni, come le distinzioni fra lavoro produttivo e improduttivo, manuale e intellettuale, materiale e immateriale, servizi e produzione, creazione e realizzazione del valore, ecc. Questioni intricatissime già ai tempi di Marx (basti pensare al Capitolo VI inedito e al Secondo e Terzo libro del Capitale) ma che appaiono oggi ancora più complicate dall’elevatissimo livello di integrazione raggiunto fra i vari spezzoni delle catene del valore (ricerca e sviluppo, progettazione, produzione materiale e immateriale, distribuzione e commercializzazione, logistica ecc.) reso possibile dalle nuove tecnologie, per tacere dell’impatto dei processi di finanziarizzazione su tutto ciò. Non avendo le competenze per addentrarmi in una discussione in merito alla possibilità di attualizzare la legge del valore lavoro nell’attuale contesto socioeconomico, mi limito ad offrire alcuni spunti.</p>
<p>Parto dal binomio lavoro produttivo-improduttivo. Come notavo già decenni fa , in campo marxista la questione è inquinata da alcune rozze impostazioni (che Marx avrebbe definito materialismo volgare) fondate su una sorta di pregiudizio “morale”, in ragione del quale viene considerato produttivo esclusivamente il lavoro manuale. Nel Capitolo VI inedito Marx sgombra il campo da simili idee: è produttivo il lavoro che genera plusvalore per il capitalista che lo sfrutta, senza alcuna distinzione relativa al tipo di attività svolta. Di più: a mano a mano che la produzione diviene sempre più complessa e integrata, che cresce il livello di cooperazione fra tutte le operazioni di una fabbrica sempre più socializzata, l’attributo di lavoro produttivo va riconosciuto al lavoratore collettivo che la mette in funzione. Fra le altre cose, ciò rende difficile tracciare un netto confine tra produzione e servizi, come nota Testa: “progettare un prodotto, progettare un processo, mettere fisicamente a disposizione un prodotto attraverso una rete logistica globale e fortemente automatizzata sono ormai divenuti elementi strutturali della creazione di valore, elementi senza i quali produrre un telefonino o persino un bullone diviene totalmente inutile ed insensato”.</p>
<p>Attenzione: quanto appena detto non impedisce che, in una società socialista, il criterio possa mutare, nella misura in cui la produttività del lavoro è qui commisurata alla sua utilità sociale, per cui attività come il marketing, la pubblicità, ecc. che per il capitalista sono produttive, divengono improduttive in un mondo socialista. Anche fra lavoratori dei settori pubblici e privati è difficile tracciare nette distinzioni: mentre è interesse dell’ideologia neo liberale accusare in blocco di improduttività il lavoro del settore pubblico (per giustificare i tagli alla spesa e ridurre lo spazio di intervento dello Stato in economia), è chiaro che molti lavori pubblici (non solo nel settore delle infrastrutture) sono indispensabili per il funzionamento della macchina economica, e che anche i criteri di queste distinzioni varieranno nella transizione dal capitalismo al socialismo. Sorvolo invece sul tentativo di certi teorici post operaisti di invertire la gerarchia fra lavoro materiale e immateriale, rovesciando specularmente il punto di vista materialista volgare cui accennavo poco fa – tentativo che ho criticato in precedenti lavori ai quali rinvio.</p>
<p>Per tirare le fila di questa prima parte di ragionamento, richiamo brevemente un altro aspetto di cui mi sono occupato negli ultimi anni. Marx aveva intuito già ai suoi tempi che il capitale è in grado di sfruttare vari tipi di “lavoro del consumatore”. Questo fattore si è oggi dilatato a dismisura: basti pensare al fatto che tutti noi, per il solo fatto di connetterci ai social media, produciamo sistematicamente una enorme massa di dati e informazioni (non solo sotto forma di testi, immagini ecc. ma anche e soprattutto di dati sensibili sui nostri comportamenti, fedi politiche e religiose, tendenze sessuali, ecc.) che sono la materia prima, o meglio i semilavorati, del modello di business delle Internet Company che estraggono valore da questo materiale di cui si appropriano gratuitamente. Mi è stato obiettato che queste attività in quanto “libere” volontarie, non finalizzate a generare un reddito e fonte di gratificazione per coloro che le compiono non possono essere classificate come economiche. In un libro ironicamente intitolato “Felici e sfruttati” ho replicato che questo loro carattere “ludico” non inficia l’esistenza di una relazione di appropriazione gratuita di risorse che generano valore economico per chi le sfrutta (per inciso: la quantità di lavoro che non solo le piattaforme digitali, ma anche banche, compagnie aeree, portali commericiali ecc. delegano ai propri utenti è in continua crescita, consentendo alle aziende di alleggerirsi di numerose operazioni che, altrimenti, dovrebbero essere svolte da forza lavoro retribuita). Naturalmente ciò non basta per definire come appartenenti al proletariato tutti coloro che in questo modo contribuiscono ad alimentare la catena del valore.</p>
<p>Non resta dunque che attenersi al criterio generalissimo evocato in apertura: appartiene alla classe proletaria chi vive della vendita della propria forza lavoro e non è in grado di determinarne il prezzo? Sì, ma avendo ben presente che, non appena si scende al di sotto di questo livello di astrazione e ci si addentra nei meandri del mondo della produzione tipico dell’attuale fase di sviluppo capitalistico, definire chi appartiene “oggettivamente” alla classe si fa progressivamente più complicato. Ma il vero punto è un altro: definire l’insieme di coloro che appartengono a quella che Marx definisce “classe in sé”, non equivale a definire l’insieme di coloro che costituiscono la “classe per sé”, cioè l’insieme dei soggetti che una forza politica rivoluzionaria dovrebbe di volta in volta assumere come interlocutori privilegiati. Questo compito, come cercherò di argomentare nella seconda parte di questo intervento, attiene a un’analisi di tipo sociopolitico piuttosto che socioeconomico, cioè a un’analisi che antepone il punto di vista storico, l’analisi concreta della situazione concreta – il metodo di Gramsci, Lenin e Mao – alla contemplazione del cielo dell’astrazione.</p>
<p>Un primo passo da fare, in questio senso, consiste nell’introdurre nel nostro ragionamento la dimensione spaziale, geografica e geopolitica del conflitto di classe. Già dopo la rivoluzione del 1917 non era più possibile essere marxisti senza essere leninisti, oggi ciò è ancora più evidente. È grazie all’analisi leninista dell’imperialismo che l’elemento geopolitico ha fatto il suo ingresso nella teoria marxista. Marx ed Engels avevano assunto a modello il capitalismo ottocentesco inglese, e pensavano che tale modello si sarebbe gradualmente esteso al resto dell’Europa e, se non fosse stato rovesciato da una rivoluzione proletaria, al mondo intero. Tipico, in tal senso, il giudizio sul ruolo progressivo dell’imperialismo britannico in India – giudizio giustificato dal fatto che, ad onta dei suoi mostruosi costi umani, la colonizzazione avrebbe accelerato la trasformazione dell’India da nazione semifeudale a moderna nazione borghese, ingrossando le fila del proletariato mondiale. Viceversa Lenin, avendo potuto osservare la transizione del capitalismo alla sua fase monopolistica, e il ruolo strategico che il colonialismo aveva assunto nel processo di riproduzione allargata del capitale monopolistico metropolitano, fu in grado di cogliere la contraddizione per cui l’espansione metropolitana non solo non avrebbe innescato lo sviluppo capitalistico delle periferie, ma le avrebbe mantenute in uno stato di arretratezza economica, sociale e culturale, funzionale al dominio del centro. Di qui la sua intuizione in merito alla natura rivoluzionaria della lotta di liberazione nazionale dei popoli coloniali, e alla necessità di concepirla come parte integrante della lotta di classe contro il capitalismo.</p>
<p>Questa consapevolezza è divenuta patrimonio teorico-politico del regime sovietico – inspirandone la politica internazionale – perlomeno fino agli anni Cinquanta del Novecento. Un patrimonio che è stato arricchito da quella generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, hanno dato vita alla cosiddetta “scuola della dipendenza”. Viceversa, dopo il completamento del processo di decolonizzazione negli anni Settanta, la quasi totalità del movimento marxista occidentale – come denunciato da Domenico Losurdo nei suoi lavori – ha dato per scontato che ormai la questione nazionale avesse perso la caratteristica di parte integrante della lotta di classe a livello mondiale per cui, distolta l’attenzione dallo scontro fra Paesi del Nord e del Sud del mondo, si è regrediti su una posizione che vedeva come unico scenario della lotta di classe lo scontro fra borghesia e proletariato all’interno di ogni singolo Paese (oltre ad alimentare una fideistica aspettativa in una rivoluzione mondiale fondata su un modello che contrappone un ipotetico proletariato mondiale a una, forse meno ipotetica ma non meno astratta, borghesia mondiale).</p>
<p>Gli effetti della rimozione della dimensione spaziale, geografica, geopolitica della lotta di classe sono stati devastanti: liquidazione di ogni istanza patriottica come di ogni rivendicazione di sovranità popolare-nazionale in quanto espressione di ideologie “di destra” (con buona pace dello slogan patria o muerte, lanciato dai rivoluzionari latinoamericani); allineamento con le politiche imperialiste di Stati Uniti ed Europa che violano il principio di non interferenza negli affari interni di altri Paesi, in nome dell’esportazione della democrazia occidentale e della tutela di presunti “diritti universali dell’uomo” (basti pensare a come Antonio Negri, in <em>Impero</em> , arrivi a negare l’esistenza stessa di una politica imperiale americana, dando per acquisita l’unificazione politica del mondo e  declassando a “operazioni di polizia” i conflitti Nord-Sud); limitazione della opposizione alle politiche ordoliberiste della Unione Europea a trazione tedesca a un blando europeismo critico, che ignora le conseguenze della deindustrializzazione dell’Italia e della sua integrazione in posizione subordinata in filiere controllate dall’estero, per tacere dello smantellamento delle industrie pubbliche, dei tagli alla spesa sociale, ai salari e alle pensioni, ecc..</p>
<p>Credo infine che l’effetto più grave di questa chiusura dell’orizzonte politico-culturale delle sinistre occidentali nel cerchio di un ottuso e autoreferenziale eurocentrismo consista nell’incapacità di rispondere al seguente interrogativo: perché le uniche rivoluzioni socialiste riuscite non sono avvenute in Paesi industrialmente avanzati (cioè nei punti più alti di sviluppo delle forze produttive secondo la dogmatica kautskyana della II Internazionale), bensì in Paesi economicamente “arretrati” (negli anelli più deboli della catena, secondo la formula “eretica” di Lenin)? E ancora (e a mio avviso è questo l’interrogativo più importante ai fini della nostra discussione): perché ne sono state protagoniste le larghe masse contadine, assieme ad esigui nuclei di classe operaia in formazione e a sezioni della piccola borghesia urbana? Per rispondere, dobbiamo tornare alle questioni di metodo discusse in precedenza.</p>
<p>Nell’ultimo decennio di vita, Marx assunse posizioni che appaiono oggi quanto meno scomode per i suoi esegeti dogmatici e dottrinari. In primo luogo, commentando la recensione che il traduttore russo del <em>Capitale </em>aveva dedicato alla sua opera fondamentale, scrisse ironicamente che costui gli aveva fatto allo stesso tempo troppo onore e troppo torto, scambiando il suo lavoro per un tentativo di descrivere le leggi universali di sviluppo della storia. Questo perché, dal suo punto di vista, non esiste alcuna necessità immanente che governi come una ferrea legge di sviluppo il cammino della storia, bensì un avanzare complesso e contraddittorio della stessa, che può essere compreso solo attraverso l’analisi dei  contesti concreti – spesso contingenti – che di volta in volta ne determinano l’esito. Ciò significa, fra le altre cose, che Marx non ha mai teorizzato l’esistenza di una successione necessaria di fasi (schiavismo, feudalesimo, capitalismo) che tutte le società dovrebbero necessariamente attraversare. Tanto è vero che, nella famosa lettera a Vera Zasulic , arrivò ad ammettere che, in determinate circostanze nazionali e internazionali, la comunità contadina originaria russa, l’obščina, avrebbe potuto funzionare come nucleo di un balzo diretto al socialismo, senza passare sotto le forche caudine di una fase borghese-capitalistica.</p>
<p>Questa straordinaria elasticità mentale ha inspirato quei teorici marxisti latinoamericani  che hanno criticato la tesi comune a molti partiti comunisti del subcontinente, secondo cui le masse contadine di origine india, organizzate in forme comunitarie di comunismo primitivo, avrebbero potuto divenire parte attiva in un fronte rivoluzionario anticapitalista solo dopo essere passati attraverso la fase della piccola proprietà di tipo borghese. Una visione miope, incapace di cogliere la differenza fra il feudalesimo europeo e il comunitarismo contadino latinoamericano, e quindi di sfruttare il potenziale rivoluzionario di quest’ultimo. Ragionando sulla rivoluzione boliviana, e sul ruolo strategico svoltovi dalle comunità campesindie, l’ex vicepresidente boliviano Alvaro G. Linera ha dato un  contributo importante all’allargamento del concetto di classe antagonista, estendendolo a quelle forme comunitarie che, ove costrette a lottare contro i meccanismi dell’accumulazione capitalistica, possono acquisire una visione del mondo che implica un comunitarismo più ampio e universalizzante di quello originario (il modello del socialismo del secolo XXI emerso dalle rivoluzioni bolivariane è non a caso una proiezione del <em>buen vivir</em>, cioè del modello socialista originario delle comunità andine).  Questa “etnicizzazione” dello scontro di classe ha fra l’altro fatto sì che gli organismi di democrazia diretta e partecipativa, tipiche delle comunità andine tradizionali, abbiano svolto un ruolo centrale nell’aggregazione del blocco sociale rivoluzionario.</p>
<p>Ancora più densa di insegnamenti si presenta la rivoluzione cinese, della quale le masse contadine sono state di gran lunga il protagonista principale, laddove la classe operaia cinese – numericamente inferiore all’1% della popolazione all’inizio del processo rivoluzionario – appare tutt’oggi minoritaria, malgrado i giganteschi processi di industrializzazione e di inurbazione che il Paese ha vissuto negli ultimi decenni (basti dire che gli operai sono poco più del 13% degli attuali iscritti al PCC, superati da tecnici, lavoratori del terziario e dei servizi, mentre i contadini, pur ridimensionati,  sono ancora maggioranza relativa). Ciò significa che dobbiamo rimpiazzare il proletariato in quanto soggetto privilegiato di un processo di trasformazione socialista? Evidentemente no, ma significa: 1) che dobbiamo ridefinirne e estenderne i confini (vedi gli spunti contenuti nella prima parte); 2) che dobbiamo immaginare la costruzione di un blocco sociale rivoluzionario non nei termini di una rete di alleanze tattiche, strumentali, bensì come integrazione di una serie di soggetti sociali in un popolo unito da un comune progetto politico anticapitalista, un blocco in cui non necessariamente la classe operaia deve sempre rappresentare, in ogni e qualsiasi concreta contingenza storica, l’avanguardia; 3) che occorre riproporre in tutta la sua pregnanza la distinzione marxiana fra classe in sé e classe per sé, nonché la concezione leninista del partito quale unica organizzazione politica in grado di incarnare gli interessi generali (e non meramente corporativi) della classe per sé, al di là della composizione statistica del partito stesso e del corpo sociale in cui esso si trova di volta in volta a operare.</p>
<p>Che altro aggiungere? Sull’atteggiamento delle sinistre occidentali che, di fronte alle rivoluzioni “eretiche” avvenute al di fuori del loro universo storico, geografico e culturale, reagiscono negandone il carattere socialista e parlando di capitalismo di stato e autoritarismo, ho già scritto altrove né intendo qui ritornare sul tema. Chiudo perciò riassumendo le osservazioni di metodo fin qui svolte e aggiungendo quali obiettivi dovrebbero a mio avviso  suggerire a una forza rivoluzionaria. Credo che tutto quanto ho sostenuto possa essere sintetizzato in due tesi di fondo. La prima consiste nell’affermare che la ridefinizione-aggiornamento del concetto di classe in sé alla luce dell’evoluzione del modo di produzione capitalistico, mentre è decisiva ai fini della comprensione delle nuove modalità di sfruttamento della forza lavoro, non offre indicazioni immediate sull’identità della classe per sé. Detto altrimenti: composizione di classe socioeconomica e sociopolitica non coincidono necessariamente, e i soggetti in grado di elevarsi dalla lotta economica alla lotta politica sono riconoscibili solo analizzando, di volta in volta, la composizione sociopolitica. La seconda tesi rinvia alla necessità di inquadrare il conflitto di classe nel contesto mondiale, declinandolo come conflitto fra nazioni dominanti e nazioni dominate, il che implica rilanciare e aggiornare le teorie leniniste sull’imperialismo.</p>
<p>Queste tesi si integrano e influenzano reciprocamente, come l’esperienza delle rivoluzioni socialiste avvenute nei Paesi periferici e semiperiferici ampiamente dimostra. Queste esperienze si sono infatti avvalse di due poderose leve storiche: la volontà di riscatto nazionale dei popoli asserviti, oppressi e sfruttati dalle potenze imperialiste occidentali, e la volontà di resistenza alla penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici da parte di larghe masse contadine che, perlopiù, non erano passate attraverso una fase feudale di tipo occidentale, per cui conservavano consistenti memorie di culture comunitarie e relazioni economiche di natura precapitalistica. Queste due leve hanno assunto il carattere di lotta anticapitalista laddove il processo rivoluzionario ha potuto contare su partiti comunisti radicati in minoranze sociali di operai e intellettuali. Partiti che hanno conquistato l’egemonia convincendo le larghe masse popolari che solo il socialismo poteva realizzarne le speranze di indipendenza nazionale e di libertà dallo sfruttamento imperialistico.</p>
<p>Le due tesi sopra enunciate valgono anche nei Paesi che appartengono ai centri capitalisti metropolitani? Sì, ma con gli opportuni adeguamenti. Partiamo dalla prima: nel contesto occidentale, la disarticolazione del proletariato in frammenti separati da confini generazionali, di genere, regionali, di status economico e contrattuale, ecc. dovuta a decenni di ristrutturazione tecnologica, finanziarizzazione, decentramento produttivo, nonché di progressiva perdita di rappresentanza sindacale e politica, ha raggiunto livelli tali per cui il compito prioritario di un partito comunista consiste nel ri-costruire l’unità di classe. In un certo senso si potrebbe dire che, data l’attuale debolezza del movimento comunista, ricostruire il partito di classe e ricostruire la classe sono parte di un unico processo. Da quanto sostenuto in precedenza deriva che l’analisi della composizione socioeconomica, della classe in sé è, sotto tale aspetto, meno rilevante dell’analisi della composizione sociopolitica, il che, detto in parole povere, significa che l’attenzione e le energie vanno indirizzate in primo luogo nell’individuazione degli “anelli deboli” di questa nuova nebulosa del lavoro (cioè quei settori sociali che, per cause non definibili a priori, manifestano maggiore spirito combattivo), nell’organizzarli e nel convertirli in avanguardia rivoluzionaria. Anche il compito di allargare l’egemonia di tale avanguardia su un più ampio blocco sociale assume carattere inedito: oggi non si tratta tanto – almeno in una prima fase – di costruire alleanze con altre classi sociali, ma di proseguire e rafforzare il processo di ri-costruzione della classe proletaria. Da questo punto di vista, esiste una qualche analogia con quanto sostenuto dal filosofo argentino Ernesto Laclau, laddove costui parla di “costruzione di un popolo”, riferendosi alla capacità di saldare una serie di rivendicazioni eterogenee in un’unica “catena equivalenziale”. Con la differenza che, per chi vuole mantenere un punto di vista classista, i confini del popolo in questione non possono essere estesi indefinitamente (vedi il discorso sull’integrazione nel blocco dominante di un ampio strato di quadri e rentier, accennato nella prima parte).</p>
<p>Quanto alla seconda tesi, relativa al conflitto geopolitico come conflitto di classe, è chiaro che da noi pesa meno di quanto abbia pesato nelle rivoluzioni dei Paesi ex coloniali, ma la sua importanza è tutt’altro che irrilevante. Basti pensare alle contraddizioni che l’integrazione dell’Italia nella Ue ha generato per il nostro Paese: smantellamento dell’industria di Stato, tagli drammatici al welfare e alla spesa pubblica, de industrializzazione, aumento della disoccupazione, annullamento dei diritti del lavoro, crescenti disuguaglianze e aggravamento delle differenze fra Nord e Sud, fra regioni ricche e regioni povere. Insomma: il conflitto di classe si inscrive potentemente nello spazio, sia all’interno che verso l’esterno dei confini nazionali. All’interno lo vediamo, fra le altre cose, con i processi di gentrificazione dei centri delle grandi città, e con la conseguente espulsione delle classi lavoratrici verso le periferie, e ancor più lo vediamo con la desertificazione produttiva, sociale e culturale del Meridione che va ad accrescere le fila di quello che Nicola Zitara chiamava “proletariato esterno”. Nei rapporti con l’esterno lo vediamo con la rabbia popolare generata dalle politiche economiche imposte dai principi ordoliberali dell’Europa a trazione tedesca. Una rabbia che si estende a settori di piccola e media imprenditoria e gonfia le vele dei populismi di destra, il che dovrebbe farci capire – con buona pace delle sinistre cosmopolite – come il tema della sovranità nazionale e popolare non sia appannaggio esclusivo delle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana ma possa giocare un ruolo strategico anche in Paesi come il nostro.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=7751</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>RILEGGERE MARX CON GLI OCCHI DI LUKACS</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=7737</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=7737#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 18:44:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Bloch]]></category>
		<category><![CDATA[György Lukàcs]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Zitara]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=7737</guid>
		<description><![CDATA[&#160; &#160; RILEGGERE MARX CON GLI OCCHI DI LUKACS CARLO FORMENTI &#160; “Ombre rosse”, che sarà a giorni in libreria per i tipi di Meltemi, è un saggio atipico rispetto ai miei libri precedenti, nella misura in cui prende di petto alcuni nodi teorico-filosofici che altrove erano appena abbozzati, o rimanevano sullo sfondo rispetto all’analisi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<div><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjDJ1R5nmp8VmbHJJlK3nq70NgJgluZq_VYoTfZwv82wXe2L8UxqSOGlCCh6JJAB8Z12mHqkMpmCCwxOz3mlzEErVuPkmjsBZ2IVnl7bTJG5btyXdDu-zn3pvOuoWfxgGGa9AeNBRST4Y79nGeK8HfGfX9mg30tPuSfqxcRKZCJJHSforw4HkaQ5n-y=s1298"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEjDJ1R5nmp8VmbHJJlK3nq70NgJgluZq_VYoTfZwv82wXe2L8UxqSOGlCCh6JJAB8Z12mHqkMpmCCwxOz3mlzEErVuPkmjsBZ2IVnl7bTJG5btyXdDu-zn3pvOuoWfxgGGa9AeNBRST4Y79nGeK8HfGfX9mg30tPuSfqxcRKZCJJHSforw4HkaQ5n-y=s320" alt="" width="207" height="320" border="0" data-original-height="1298" data-original-width="840" /></a></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 2em;">RILEGGERE MARX CON GLI OCCHI DI LUKACS</span></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em><em><strong>CARLO FORMENTI</strong></em></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Ombre rosse”, che sarà a giorni in libreria per i tipi di Meltemi, è un saggio atipico rispetto ai miei libri precedenti, nella misura in cui prende di petto alcuni nodi teorico-filosofici che altrove erano appena abbozzati, o rimanevano sullo sfondo rispetto all’analisi sociologico-politica. L’esigenza di imbarcarmi in questa impresa è nata un paio d’anni fa, subito dopo l’uscita di un volumetto (1) che conteneva la registrazione di una lunga conversazione fra chi scrive e Onofrio Romano, nel corso della quale tentavamo di capire di quali limiti la teoria marxista dovrebbe sbarazzarsi per riacquistare tutto il suo potenziale rivoluzionario. L’intento non era, come troppo spesso capita, riscoprire l’</em>autentico<em> pensiero di Marx per contrapporlo alle falsificazioni degli epigoni. “Il punto di vista adottato dagli autori di questo libro, scrivevamo, è diverso: partendo dal presupposto che l’originario corpus teorico marxiano &#8211; accanto a straordinari elementi di attualità sia sul piano teorico che su quello politico &#8211; contiene tesi datate, incomplete e contraddittorie, assume che non lo si possa contrapporre né separare dai tentativi storici di calarlo nella realtà. Pensiamo che sia più utile cercare di capire quali concetti &#8211; presenti tanto in Marx quanto nelle varie tradizioni marxiste, anche se con diverse sfumature – vadano aggiornati o addirittura archiviati, in quanto non servono più alla trasformazione rivoluzionaria dell’esistente</em><em>,</em><em> se non rischiano di contribuire alla sua conservazione.”  </em></p>
<p><em>Nella nostra conversazione venivano indicati una serie di punti di criticità: in particolare, affermavamo la necessità: 1) di problematizzare la visione ottimista secondo cui, una volta superata l’estraneità del lavoratore al prodotto del proprio lavoro attraverso il processo di ri-appropriazione dei mezzi di produzione, si passerà automaticamente dal regno della necessità al regno della libertà; 2) di criticare l’ideologia progressista che accomuna certe parti delle opere di Marx al culto liberale della missione “civilizzatrice” della società capitalista; 3) di superare la concezione economicista che associa la fine del capitalismo a presunte ”leggi” immanenti al modo di produzione, ribadendo che, in assenza di un consapevole progetto rivoluzionario, il capitalismo, come qualcuno ha scritto ironicamente, “ha i secoli contati”; 4) di prendere distanza dall’idea che la scienza e la tecnica in quanto tali – a prescindere dal loro ruolo nella determinazione dei rapporti di forza fra le classi sociali &#8211; siano fattori necessariamente progressivi, nonché dall’idea che lo sviluppo delle forze produttive sia fattore necessario e sufficiente per la transizione al socialismo; 5) di abbandonare sia la visione evoluzionista del processo storico, sia le sue rappresentazioni provvidenziali, escatologiche; 6) di superare la  mistica del Soggetto rivoluzionario come entità sostanziale, predefinita, da rimpiazzare con la consapevolezza della necessità di costruire politicamente tale soggetto.</em></p>
<p><em>La ricezione di quella provocazione è stata meno vivace del previsto. Forse perché molti amici</em><em>,</em><em> avendo già ragionato su questi argomenti, condividevano le nostre riflessioni. Più probabilmente, temo, perché l’interesse nei confronti della teoria marxista è oggi – almeno qui in Occidente – ai minimi storici</em><em>.</em><em> O, peggio ancora</em><em>,</em><em> perché la critica del marxismo viene data oggi per scontata ed è inspirata da intenti liquidatori, più che dalla volontà di rivitalizzarlo. Ecco perché ho avvertito la necessità di tornare sulle questioni sopra elencate ingaggiando un corpo a corpo con due mostri sacri del marxismo come Ernst Bloch e György Lukács. Un capitolo, il secondo, è dedicato al </em>Principio speranza<em> di Bloch (2)</em>, <em>un’opera in cui ho rintracciato molti dei miti che io e Onofrio Romano criticavamo nel dialogo sopra citato, il terzo discute il capolavoro di Lukács </em>L’ontologia dell’essere sociale<em> (3) che, a mio avviso, contiene la formulazione più completa e convincente della direzione da seguire per</em> <em>proiettare il marxismo oltre i suoi limiti storici</em>. <em>Il primo capitolo si occupa invece di un autore italiano tanto controverso quanto geniale, Costanzo Preve, che è stato oggetto di una rimozione radicale, se non di un vero e proprio linciaggio, per le sue critiche a una sinistra in via di autodissoluzione, formulate in tempi in cui ciò era ancora considerato intollerabile (e forse anche perché la scomunica di cui fu vittima contribuì ad esacerbarne il carattere, innescandone certi atteggiamenti provocatori che gli costarono un isolamento totale)</em><em>. </em><em>Qui di seguito anticipo le ultime pagine del capitolo conclusivo.</em></p>
<p>Se e in che misura quanto sin qui discusso può tradursi in un progetto all’altezza dell’attuale realtà storica? Rispondere è compito che trascende l’obiettivo di questo lavoro, per cui mi limito a buttar giù alcuni appunti preliminari. Mi pare evidente che, dalle analisi degli autori esaminati in queste pagine, l’intero impianto del marxismo occidentale ne esce a pezzi. In particolare ne esce a pezzi l’idea – palesemente eurocentrica – secondo cui all’estensione del dominio imperiale delle metropoli capitalistiche sul resto del mondo andrebbe riconosciuto il “merito” di avere creato i presupposti per la transizione al socialismo. Questa idiozia è frutto di un concentrato di tutte le categorie che sono state qui messe sotto accusa: economicismo, evoluzionismo, progressismo, presunte necessità storiche, feticismo della tecnica e  delle forze produttive, ecc. Un’idiozia che, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, è divenuta una sorta di pensiero unico delle sinistre “radicali”, a mano a mano che le analisi dei teorici della dipendenza (4) venivano liquidate come “terzomondismo”, lasciando il campo alla certezza che solo la sussunzione del mondo intero sotto il rapporto di capitale può creare le condizioni per una rivoluzione mondiale. A smentire questa visione non sono state tanto le disastrose sconfitte subite dalle classi subalterne occidentali (accompagnate dalla conversione delle sinistre al liberal-liberismo), quanto il fatto che, nel resto del mondo, la penetrazione del mercato non solo non si è automaticamente tradotta in omologazione ai valori, ai principi e ai rapporti sociali e politici di tipo capitalistico, ma ha accompagnato l’emergenza di un’alternativa socialista globale di cui la Cina rappresenta la punta più avanzata. Sul futuro del capitalismo tornano ad addensarsi ombre rosse che vengono dall’Est e dal Sud del mondo.</p>
<p>Il fatto che le sole rivoluzioni socialiste riuscite non siano avvenute in Paesi ad elevato sviluppo economico, ma in regioni del mondo “arretrate”, e che ne siano state protagoniste classi operaie in formazione e larghe masse contadine, alleate con strati di piccola borghesia urbana e guidate da partiti rivoluzionari di impostazione marxista-leninista, è stato finora oggetto di semplici prese d’atto empiriche, mentre è mancato il coraggio di riconoscere che <em>le cose non avrebbero potuto andare altrimenti</em>. In effetti: più la classe operaia è sviluppata, organizzata, capace di contrattare migliori condizioni di vita e di lavoro con i capitalisti, più essa si riduce a capitale variabile, a motore interno del modo di produzione e in fattore di accelerazione del suo sviluppo (come già Marx ed Engels avevano intuito osservando l’evoluzione della Socialdemocrazia tedesca). Al contrario le masse popolari periferiche e semiperiferiche, soggette all’oppressione coloniale e neocoloniale, oltre che a forme di supersfruttamento, si percepiscono e si considerano come <em>esterne</em> al rapporto di capitale (5), anche in ragione delle radicali differenze culturali (tradizioni storiche, religiose, principi e valori morali, ecc.) nei confronti dei Paesi del centro. È in questo contesto che la storia ha generato inedite possibilità trasformative, così come è in questo contesto che partiti rivoluzionari originariamente formatisi alla scuola del marxismo occidentale hanno saputo afferrare tali possibilità ma, per farlo, hanno dovuto adattare la teoria alla concreta realtà storica e sociale in cui operavano (i comunisti cinesi la chiamano sinizzazione del marxismo).</p>
<p>Più di mezzo secolo prima delle riforme cinesi degli anni Settanta, questo rovesciamento dei dogmi marxisti era già avvenuto con la Rivoluzione russa del 1917. L’eresia leninista non è consistita solo nell’avere sostituito la tesi dell’attacco all’anello più debole della catena a quella dell’attacco al livello più elevato di sviluppo del capitale: è consistita ancor più, come osserva Rita di Leo (6), nell’aver liquidato, nei suoi ultimi anni di vita, le visioni estremiste che pretendevano di applicare immediatamente il modello “classico” di transizione alla costruzione del socialismo in Russia; nell’avere compreso che, per superare l’arretratezza dell’economia sovietica e garantire un livello di vita decente alle masse, occorreva reintrodurre robuste dosi di capitalismo nel sistema; occorreva capire che il capitalismo di stato (7),  finché fosse rimasto saldamente sotto il controllo dello stato/partito, non avrebbe significato automaticamente la restaurazione del capitalismo; nell’avere infine compreso che, per intraprendere la lunga, faticosa marcia di avvicinamento al socialismo, non si poteva delegare il controllo della produzione a un’autogestione operaia soggetta all’inevitabile influenza di interessi corporativi, ma bisognava concentrare tutto il potere nelle mani del partito (8).</p>
<p>Non abbiamo qui modo di analizzare l’evoluzione del regime sovietico dopo la morte di Lenin, né tantomeno di discutere le cause del suo recente crollo. Resta il fatto che la svolta post maoista in Cina presenta chiare analogie con quella della NEP. Dopo il fallimento del Grande Balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, in una situazione che vedeva ottocento milioni di cittadini sotto la soglia di povertà, si è capito che, per avanzare verso il regno della libertà, ci si sarebbe prima dovuti sbarazzare dei vincoli della necessità. Le riforme economiche del 78 e dei successivi decenni, con l’apertura agli investimenti stranieri nelle zone speciali, e la reintroduzione di criteri manageriali nella gestione delle imprese di stato, hanno permesso al Paese di ottenere gli straordinari successi che sono oggi sotto i nostri occhi. Basta il fatto che il processo sia sempre rimasto sotto il rigido controllo politico dello stato/partito, e che il sistema abbia conservato robusti elementi di socialismo, a respingere l’accusa di avere restaurato il capitalismo in Cina? Per il vivace dibattito che agita il campo marxista in merito a tale interrogativo, rinvio a quanto ho scritto altrove (9) , qui mi limito a citare l’opinione (che condivido pienamente) espressa in merito da Giovanni Arrighi: si possono aggiungere a volontà elementi di mercato a un sistema sociale, ma se e finché il mercato resta <em>embedded</em> in un sistema di relazioni politiche, sociali e culturali non capitaliste che ne subordinano il ruolo ad altre finalità, non è possibile parlare di capitalismo.</p>
<p>Certo, le ombre rosse che arrivano da Oriente non annunciano l’avvento del paradiso in terra profetizzato da Bloch. E lo stesso vale per quelle che arrivano da Sud, dai Paesi dell’America Latina impegnati a definire il progetto di un socialismo del secolo XXI.  Delineano però le condizioni di un <em>socialismo possibile</em><em>,</em> di una lunga transizione dall’esito aperto e imprevedibile, caratterizzata dalla convivenza fra economia pubblica ed economia di mercato e dal persistere della lotta di classe. Quanto a noi occidentali: la disarticolazione delle nostre classi operaie ci condanna a un futuro senza speranza di cambiamento? Certamente la ripartenza, dopo la catastrofica sconfitta che abbiamo subito dal regime liberista, si presenta tutt’altro che facile; né – se rifiutiamo le scorciatoie dell’economicismo – possiamo attenderci granché dalla profonda crisi capitalistica in corso, aggravata dalla pandemia. Paradossalmente, la necessità di ripartire da una classe operaia divisa, immiserita, precarizzata, priva di efficaci strumenti organizzativi e di lotta, potrebbe rivelarsi, almeno da un certo punto di vista, un vantaggio: il proletariato forte, numeroso, omogeneo, organizzato del ciclo fordista non è mai uscito, né poteva/voleva farlo, dallo stato di capitale variabile, né si è mai posto – né avrebbe potuto/voluto farlo – obiettivi antisistema. Questo proletariato, che oggi non esiste in quanto soggetto consapevole e unitario, questo proletariato che appare assai più “estraneo” alle dinamiche sociali e politiche rispetto al suo aristocratico predecessore, potrà tornare ad esistere solo come prodotto di un processo di costruzione politica, potrà rinascere solo assieme al partito che riuscirà a guidare tale processo.</p>
<p>Note</p>
<p>1. C. Formenti, O. Romano, <em>Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare</em>, DeriveApprodi, Roma 2019.</p>
<p>2. E. Bloch, <em>Il principio speranza, </em>3 voll., Mimesis, Milano-Udine 2019.</p>
<p>3. G. Lukács, <em>Ontologia dell’essere sociale</em>, 4 voll., Pgreco, Milano 2012.</p>
<p>4. Cfr. A. Visalli, <em>Dipendenza</em>, Meltemi, Milano 2020.</p>
<p>5. Cfr. N. Zitara, <em>Il proletariato esterno, </em>Jaka Book, Milano 1972. Zitara applica questo concetto al proletariato meridionale italiano, mentre Samir Amin lo estende a livello mondiale.</p>
<p>6.Per una versione aggiornata delle riflessioni della di Leo sul tema in questione cfr. la trilogia: <em>L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa</em>, Ediesse 2012; <em>Cento anni dopo: 1917-2017. Da Lenin a Zuckerberg, </em>Ediesse 2017 e <em>L’età della moneta. I suoi uomini, il suo spazio, il suo tempo</em>, il Mulino 2018.</p>
<p>7. Ai critici della NEP, Lenin replicava con queste parole: “il capitalismo di stato discusso in tutti i libri di economia è quello che esiste sotto il sistema capitalista, laddove lo stato mette sotto il proprio controllo alcune imprese capitaliste. Ma il nostro è uno stato proletario che dà al proletariato tutti i privilegi e che attraverso il proletariato attrae a sé gli strati inferiori della classe contadina. Ecco perché molti vengono sviati dal termine capitalismo di stato. Il capitalismo di stato che abbiamo introdotto nel nostro paese è di un tipo speciale…Noi deteniamo tutte le posizioni chiave. Possediamo il paese, che appartiene allo stato.  Ciò è molto importante anche se i nostri oppositori lo negano.“</p>
<p>8. Rita di Leo, nei libri citati in nota (6), sostiene che Stalin, contrariamente alle tesi dei sovietologi “ufficiali”, non avrebbe represso la classe operaia russa; al contrario, avrebbe abbandonato la linea leninista, lasciando ampia autonomia gestionale agli operai di fabbrica. Inoltre la durezza con cui ha perseguitato, oltre ai vecchi intellettuali e tecnici zaristi e ai contadini ricchi, anche i vecchi dirigenti bolscevichi (a loro volta intellettuali di estrazione medio borghese, laddove Stalin faceva eccezione, date le sue origini popolari) sarebbe nata dalla volontà di rimpiazzare l’intera classe dirigente ereditata dal passato con quadri di estrazione proletaria. Effetto di tali scelte sarebbe stato, fra gli altri, quello di creare un rapporto di complicità fra dirigenti di fabbrica di estrazione popolare e forza lavoro, per cui gli operai potevano lavorare a ritmi assai bassi, praticare l’assenteismo, opporsi alle innovazione tecnologiche, ecc. E’ nata così quella divaricazione fra obiettivi ufficiali del piano e realtà produttiva che verrà progressivamente aggravandosi dopo la morte di Stalin, tanto da rendere possibile la nascita di una economia informale emersa dopo il crollo dell’89.</p>
<p>9. Cfr. <em>Il socialismo è morto. Viva il socialismo, </em>Meltemi, Milano 2019; vedi anche <em>Il capitale vede rosso</em>, Meltemi, Milano 2020.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=7737</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LA RABBIA AMERICANA E LA PAZIENZA CINESE</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=7733</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=7733#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 16 Jan 2022 17:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Amazon]]></category>
		<category><![CDATA[Apple]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Zitara]]></category>
		<category><![CDATA[PCC]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=7733</guid>
		<description><![CDATA[LA RABBIA AMERICANA E LA PAZIENZA CINESE &#160; &#160; Per chi voglia approfondire i motivi che hanno innescato la Guerra Fredda fra Stati Uniti e Cina, un recente saggio di Giacomo Gabellini (Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense, Editore Mimesis) è una lettura a dir poco preziosa. Si tratta di un lavoro corposo, corredato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/01/copertina.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7734" title="copertina" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/01/copertina-196x300.jpeg" alt="" width="196" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: left;">
<div>
<div>
<div>
<div>
<div id="post-body-2061578867253306007">
<h1>LA RABBIA AMERICANA E LA PAZIENZA CINESE</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per chi voglia approfondire i motivi che hanno innescato la Guerra Fredda fra Stati Uniti e Cina, un recente saggio di Giacomo Gabellini (<em>Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense</em>, Editore Mimesis)<em> </em>è una lettura a dir poco preziosa. Si tratta di un lavoro corposo, corredato da un’ampia mole di analisi, informazioni e notizie di carattere storico, economico e geopolitico che attraversa un secolo abbondante di storia – dalla seconda metà del secolo XIX a oggi – per descrivere ascesa, consolidamento e crisi dell’egemonia americana. Ricostruirne tutti i contenuti sarebbe impossibile senza scrivere decine di pagine, per cui mi accontento qui di illustrarne alcuni passaggi. Il testo che segue è organizzato in due sezioni: la prima dedicata al percorso evolutivo  dell’imperialismo Usa, la seconda alla sfida lanciatagli dall’emergere della Cina come potenza globale. Le due sezioni non rispecchiano il peso reciproco che l’autore attribuisce agli argomenti in questione, nel senso che al secondo ho dedicato più spazio rispetto a quello concessogli dall’autore:  la metà della recensione a fronte di un’ottantina di pagine sulle 400 del libro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I. Storia di un  ciclo egemonico </strong></p>
<p>Il paradigma teorico che inspira il saggio di Gabellini è quello tracciato dallo storico Fernand Braudel (e arricchito dall’economista Giovanni Arrighi). Braudel, ricorda Gabellini, riteneva che le fasi di espansione finanziaria siano il sintomo che preannuncia la fine di un ciclo egemonico e la conseguente riconfigurazione del quadro geopolitico mondiale. A innescare la crisi è l’intensificazione della concorrenza inter capitalistica che determina il declino dei tassi di profitto. In tali condizioni l’investimento produttivo diventa rischioso, per cui le imprese del centro dominante tendono a mantenere i propri ricavi in forma liquida, con effetti devastanti su occupazione, produttività, disuguaglianza sociale, gettito fiscale e crescita economica. A questo punto il ciclo può continuare solo autoalimentandosi artificiosamente (guadagnando tempo, per dirla con Wolfgang Streeck), cioè sfruttando la finanza come strumento di stabilizzazione. Ma sul lungo periodo il calo degli investimenti produttivi compromette l’innovazione tecnologica, favorendo il deflusso della liquidità accumulata dal centro verso le nazioni emergenti che assicurano rendimenti più elevati. Come vedremo più avanti, questa “fase terminale” inizia già fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta del XX secolo, ma prima di arrivarci vediamo le tappe precedenti.</p>
<p>Nella seconda metà del secolo XIX maturano le condizioni che di lì a qualche decennio faranno perdere il ruolo di centro egemonico alla Gran Bretagna. A mano a mano che il saccheggio delle colonie (in primis dell’India) accentua i connotati commerciali e finanziari del capitalismo britannico, disincentivando gli investimenti in innovazione tecnologica, l’Inghilterra perde l’autobus della II Rivoluzione industriale, sul quale viaggiano spediti Germania e Stati Uniti. A decidere quale dei due aspiranti assumerà il ruolo di nuova nazione egemone sarà la Prima guerra mondiale. La Germania sembra in vantaggio, ma dal momento che la sua crescente potenza economica e militare minaccia l’egemonia navale di Stati Uniti e Gran Bretagna e quella tellurica di Francia e Russia, si trova a dover fronteggiare contemporaneamente tutte queste quattro potenze, uscendone con le ossa rotte.</p>
<p>Viceversa gli Stati Uniti escono da trionfatori dal conflitto, sia perché hanno accumulato enormi crediti nei confronti degli alleati, sia perché la guerra ha dato un forte impulso al suo già poderoso apparato industriale. L’utopia “pacifista” del presidente Woodward Wilson, che ambisce ad attribuire al proprio Paese il ruolo di grande mediatore/coordinatore di un nuovo ordine economico mondiale, fallisce per l’opposizione del Congresso, il quale non intende rinunciare ai crediti di guerra (e a maggior ragione non vi rinunciano gli alleati europei, che scaricano tutto il peso sulla Germania, ignorando i moniti di Keynes). Il modello economico della potenza emergente si basa su giganteschi trust verticali a gestione burocratica, quei <em>robber barons</em> che, avendo ereditato la vocazione speculativa delle imprese che nell’800 avevano costruito la rete ferroviaria fra i due oceani, finiranno per creare le condizioni della Grande Crisi del 29. La svolta statalista e welfarista del New Deal, inspirata dal terrore che l’immiserimento delle masse alimenti la tentazione di imitare la Rivoluzione russa del 1917, tampona la crisi ma senza riuscire a risolverla, per cui parte la corsa agli armamenti: nel 39 gli Stati Uniti producono più mezzi di trasporto, acciaio, alluminio e petrolio di tutte le altre potenze messe assieme, per cui diventano i fornitori dei belligeranti prima ancora di scendere direttamente in campo (Arrighi sostiene che gli anni dal 1914 al 1945 sono da considerare come un’unica grande guerra, associata a un’ininterrotta crisi economica che si risolve appunto solo grazie alla Seconda guerra mondiale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiCbozx1mYDJJPgcnUbkfXbpQ18x27mDMFeViN2HnjgdDmGHUiLoOH5y44m_ferayILBBhHYzSLwBF98hSbEjlP5LfSnzOktLd21X57IQ7A4amlXshNyDQbcnY_2n1CLJv8TQHBQCwO-Q-RF799lgCiRQDUyhoNltd1-Kun9hwbtG2XY0NLr5hTkZ-d=s1024"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiCbozx1mYDJJPgcnUbkfXbpQ18x27mDMFeViN2HnjgdDmGHUiLoOH5y44m_ferayILBBhHYzSLwBF98hSbEjlP5LfSnzOktLd21X57IQ7A4amlXshNyDQbcnY_2n1CLJv8TQHBQCwO-Q-RF799lgCiRQDUyhoNltd1-Kun9hwbtG2XY0NLr5hTkZ-d=s320" alt="" width="320" height="240" border="0" data-original-height="768" data-original-width="1024" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Woodrow Wilson</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A dare la misura del passaggio di consegne fra la Gran Bretagna (stremata dal conflitto, come le altre nazioni europee) e gli Stati Uniti (che viceversa hanno riassorbito i dieci milioni di disoccupati generati dalla Grande Depressione e distribuito consistenti aumenti salariali, ricompattando la società come testimoniano i massicci acquisti di titoli di stato per finanziare la guerra) è il contenuto degli accordi di Bretton Woods. Mentre Keynes propone di introdurre il <em>bancor</em>, una moneta internazionale che avrebbe dovuto assolvere le funzioni di unità di conto e di mezzo di pagamento ma non di riserva di valore, gli Usa impongono un regime che àncora il dollaro all’oro (35 dollari l’oncia) e lega la valuta americana alle altre secondo tassi di cambio fissi. Nel contempo gli accordi Gatt creano le condizioni per un nuovo mercato mondiale privo di protezioni doganali e tariffarie, che offre alle imprese  americane l’opportunità di incrementare il proprio export e importare materie prime a basso costo dal Terzo Mondo (in fase di rapida de-colonizzazione su pressione degli Stati Uniti che si preparano a “smontare” l’Impero britannico per integrarlo nella propria sfera d’influenza). Infine, sotto le presidenze Truman e Eisenhower, parte la Guerra Fredda contro l’ex alleato sovietico, ora presentato come il male assoluto e del quale si esagerano artatamente la potenza militare e le intenzioni aggressive (una storia che si ripete oggi sotto i nostri occhi), un contesto che agisce da brodo di coltura per la costruzione di quel poderoso complesso militare industriale (con generali, manager e uomini politici che si scambiano vorticosamente i ruoli in un giuoco di “porte girevoli”) che tuttora occupa il vertice della cupola del <em>big government</em>. Intanto il sistema degli “aiuti” ai Paesi europei e a quelli del Terzo Mondo (gestiti rispettivamente tramite il Piano Marshall e l’ FMI) crea i presupposti di quella “economia del debito” che servirà da arma strategica per conservare l’egemonia assoluta su amici e alleati.</p>
<p>È la  Guerra del Vietnam a dare inizio alla fase in cui le contraddizioni del modello di accumulazione centrato sull’egemonia americana si fanno stringenti, ed è non a caso su tale fase che si concentra la “pancia” del libro Gabellini: duecento pagine infarcite di analisi dettagliate delle varie diramazioni in cui si articola la crisi. Di qui in avanti, dato lo spazio limitato di una sia pur lunga recensione,  sarò perciò costretto a trascurare molti temi e a concentrarmi solo su alcuni nodi.  La peggiore conseguenza del disastroso esito della guerra è, accanto alla perdita di prestigio politico-militare, l’aumento vertiginoso del deficit pubblico e dello squilibrio della  bilancia dei pagamenti che innescano un massiccio deflusso di oro verso Europa e Giappone. L’amministrazione Nixon reagisce alla prima sfida sfruttando il conflitto fra Cina e Russia, cioè riconoscendo Pechino per intensificare le manovre di assedio/accerchiamento nei confronti di Mosca (che culmineranno dieci anni dopo con l’appoggio ai mujaheddin contro il governo afgano filosovietico); affronta invece la seconda scaricando su Giappone ed Europa i costi della guerra. Ma soprattutto – per scongiurare il rischio che il crescente squilibrio della bilancia dei pagamenti induca alcune Banche Centrali a esigere da Washington la conversione in oro delle riserve di valuta pregiata – gioca d’anticipo, ripudiando unilateralmente gli accordi Bretton Woods. La fine del Gold Standard consentirà agli Usa di fare investimenti esteri illimitati senza pagarne il prezzo. Gli Usa acquisiscono infatti la facoltà di stampare dollari in misura illimitata nella misura in cui possono trasformare il debito nazionale in riserve valutarie di altri Paesi, dribblando la necessità di accumulare risparmi al proprio interno. Al tempo stesso, il nuovo sistema monetario internazionale crea le condizioni per un’orgia speculativa di proporzioni  colossali, per l’invenzione di nuovi strumenti finanziari ad alto rischio e per l’indebolimento della capacità di controllo degli stati capitalistici sulla regolamentazione del denaro mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEh4HtG9J_76dDfS44bZOVspPMoZ35TIFiiLZTmcFENf27DZr7mkCSc-za3PNqae-aN4NStVDGf4DNMwXRWOeMhTiQp2QdiGT0I6hmEDSRZv5iZDbT3EIALCrB-Au2pQPg8ZlB-ISwifcPJHqyo-XS5VNCBjqYYTdoKIU0gC70vTt52vR1jcBbcAUPIk=s656"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEh4HtG9J_76dDfS44bZOVspPMoZ35TIFiiLZTmcFENf27DZr7mkCSc-za3PNqae-aN4NStVDGf4DNMwXRWOeMhTiQp2QdiGT0I6hmEDSRZv5iZDbT3EIALCrB-Au2pQPg8ZlB-ISwifcPJHqyo-XS5VNCBjqYYTdoKIU0gC70vTt52vR1jcBbcAUPIk=s320" alt="" width="320" height="240" border="0" data-original-height="492" data-original-width="656" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>La conferenza di Bretton Woods</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il secondo atto di questa marcia di avvicinamento a una compiuta finanziarizzazione dell’economia coincide con il modo in cui gli Usa gestiscono lo shock petrolifero degli anni Settanta. La montagna di petrodollari incassata dai Paesi produttori viene canalizzata verso i Paesi in disavanzo attraverso le banche di Wall Street, mentre le imprese petrolifere nordamericane racimolano profitti sufficienti per sviluppare nuove tecniche di perforazione.</p>
<p>Siamo così giunti alle soglie della controrivoluzione neoliberale che parte nei primi anni Ottanta sull’onda lunga degli shock petroliferi. Sono gli anni della svolta monetarista che mira a garantire la stabilità dei prezzi e a contenere i salari grazie a elevati tassi di disoccupazione. Viene accantonato il principio dell’equilibrio dei conti con l’estero e vengono revocate le politiche espansive, per tacere dell’abbassamento delle imposte su redditi elevati e imprese. Avanzano deregulation, terziarizzazione e trasferimento delle produzioni verso il Terzo Mondo: le imprese Usa concentrano l’attenzione sul <em>core business</em> e subappaltano tutto il resto. Ne consegue un rapido processo di deindustrializzazione che va ad accrescere la <em>rust belt</em> degli Stati centrali e genera desertificazione urbana e aumento della criminalità e della tossicodipendenza. Sono, anche, gli anni in cui la Trilaterale pubblica il suo rapporto sui limiti della democrazia, riconoscendo piena legittimità al progetto oligarchico che il guru del neoliberismo von Hayek prospettava già ai tempi della I Guerra mondiale. Nel frattempo i cittadini americani vengono incoraggiati a indebitarsi per comprare case, automobili, elettrodomestici e altri beni di consumo.</p>
<p>Gabellini analizza anche l’impatto del crollo sovietico su questa globalizzazione in salsa americana, anche se qui mi limito a ricordare un aspetto specifico di questa fase iniziale della transizione a un mondo unipolare (destinata, in barba agli auspici di Fukuyama, a durare poco): vale a dire il superamento della logica bipolare della Guerra Fredda, che fa sì che gli alleati politici e militari degli Usa divengano ora i loro rivali economici. Gli americani reagiscono infatti alla penetrazione di europei e giapponesi sui loro mercati (agevolata dal processo di deindustrializzazione)  a suon di attacchi speculativi. Il primo a farne le spese è il Giappone: quando la Banca Centrale giapponese vara una stretta creditizia per evitare il surriscaldamento dell’economia, Wall Street lancia un attacco speculativo che spinge il Paese asiatico in una spirale deflattiva che provocherà una stagnazione decennale. Poi tocca all’Europa: l’offensiva contro lo Sme sceglie come bersaglio principale l’anello debole italiano, per mettere in chiaro che non saranno tollerate le velleità di rimpiazzare il dollaro con l’euro nel ruolo di moneta regina.</p>
<p>Sorvolo sull’analisi che Gabellini dedica agli effetti del nuovo shock petrolifero associato alla seconda Guerra del Golfo per venire alla terza – e decisiva – tappa del processo, caratterizzata dalla rivoluzione digitale e dall’utopia della New Economy. Le nuove tecnologie hanno l’effetto di un poderoso moltiplicatore su tutti i processi sin qui esposti. Le reti informatiche integrano i mercati finanziari del mondo intero e portano a livelli incredibili la velocità delle transazioni, mentre l’intelligenza artificiale automatizza scelte e decisioni ed elabora modelli di valutazione del rischio che alimentano illusioni di onnipotenza (oltre a distribuire immeritati Nobel per l’economia). I miti della Silicon Valley promettono ricchezza illimitata per tutti (promessa che si avvera solo per un pugno di manager del settore), e garantiscono il trionfo del capitale su tutti i limiti spazio temporali. Così le multinazionali (non solo informatiche) rinnegano la logica territoriale alla quale era a lungo rimasta ancorata la potenza della nazione americana e disseminano in tutto il mondo le loro filiere alla ricerca di migliori vantaggi comparati, migrando verso l’Asia ma soprattutto verso la Cina, che diventa in pochi anni la ”fabbrica del mondo”, mentre gli Stati Uniti completano la loro trasformazione in un’economia deindustrializzata e fondata sull’accumulazione finanziaria.</p>
<p>Mentre le sinistre postoperaiste si lasciano abbagliare dalla “smaterializzazione” del lavoro e sognano le magnifiche sorti e progressive dei <em>knowledge workers </em>(tema per il quale rinvio ad alcuni miei lavori), la realtà è quella dell’impoverimento di larghe masse di cittadini, del depauperamento dell’apparato produttivo del Paese, sempre più dipendente da fornitori stranieri (anche per componenti cruciali dal punto di vista militare) e del vertiginoso aumento delle disuguaglianze (il rapporto fra stipendi dei dirigenti quelli degli operai nel 98 è di 419:1). Il prezzo della deindustrializzazione associata alla scommessa sull’intreccio fra finanza e rivoluzione digitale viene a galla quando, dopo avere raggiunto il picco dell’euforia nel 1999, il NASDAQ crolla rovinosamente ai primi del Duemila. Ma per veder sgonfiare la bolla finanziaria occorrerà attendere il 2007/2008, allorché scoppia il bubbone immobiliare alimentato dal debito privato associato ai titoli <em>subprime. </em>Nessuno dei responsabili pagherà perché, nel frattempo, la deregulation ha favorito un imponente processo di concentrazione bancaria dando vita a conglomerati “troppo grandi per fallire”, sui quali il governo farà scendere una pioggia di migliaia di miliardi per consentire a un modello di accumulazione decotto di tirare avanti.</p>
<p>Per decenni, scrive Gabanelli tirando le somme della sua ricostruzione, il meccanismo ha funzionato grazie al ripetersi di “cicli del dollaro”, alternando cioè fasi prolungate di debolezza valutaria a intervalli più brevi di rafforzamento della moneta, una strategia che ha permesso agli Usa di regolare a piacimento i conti con l’estero, inondando e deprivando i Paesi stranieri di capitali tramite la manipolazione del tasso di interesse.  A tutto ciò si sono accompagnati il costante allargamento del bilancio del Pentagono, il proliferare delle “operazioni di polizia” internazionali ed altre esibizioni muscolari per costringere i Paesi in via di sviluppo e le altre nazioni industrializzate a stivare riserve di dollari e investire nei circuiti di Wall Street e in titoli del Tesoro Usa (un meccanismo tipicamente mafioso, in ragione del quale, ironizza Gabellini, “chi offre la protezione è lo stesso autore della minaccia, il quale esige il pagamento del pizzo per perpetuare la propria funzione parassitaria”). Ma il dispositivo si inceppa nel momento in cui le turbolenze generate da una struttura gravata da ipertrofia finanziaria rendono ingestibile questo strumento di distruzione delle economie rivali. Così gli Stati Uniti si ritrovano trasformati in una sorta di “moderna struttura feudale”, al centro  d’un processo di polarizzazione fra una plutocrazia di super ricchi ed una plebe impoverita e incanaglita che manifesta la sua rabbia prima con il voto a Trump, poi con l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEj3EMjz3igai-f__2tkwwU6rK-jN6sqcskjjlNT8VXPlbAORn2Sbrf0Uc3_TVi2H1x9-4Lf2hR_-uYCfVjCN4n2CtsYdLqGjTSEt6dIA9tSSTSsnDaalxYhCZWwm5uwYIzji6TIqB_WoOZRXx2h0LaHhYOV3R4yYiiXnrDtAfFFJxa_zXFM_WNuW8ua=s855"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEj3EMjz3igai-f__2tkwwU6rK-jN6sqcskjjlNT8VXPlbAORn2Sbrf0Uc3_TVi2H1x9-4Lf2hR_-uYCfVjCN4n2CtsYdLqGjTSEt6dIA9tSSTSsnDaalxYhCZWwm5uwYIzji6TIqB_WoOZRXx2h0LaHhYOV3R4yYiiXnrDtAfFFJxa_zXFM_WNuW8ua=s320" alt="" width="320" height="230" border="0" data-original-height="615" data-original-width="855" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>La marcia di Capitol Hill</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ora il pericolo è che, per perpetuare la propria egemonia, a Washington resti solo la via di scatenare una guerra contro un nemico esterno per riconquistare la coesione interna. Quale miglior candidato di una Cina che, mentre Washington perdeva sempre più colpi, accumulava una potenza economica, politica, tecnologica e militare tale da candidarla al ruolo di nuova nazione egemone?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II. La via cinese. Ovvero: come vincere la guerra senza combattere</strong></p>
<p>In che modo la Cina è riuscita a trasformarsi in tempi record da Paese povero, appena uscito da decenni di occupazione straniera e di guerra civile, in grande potenza mondiale? La risposta di Gabellini si potrebbe sintetizzare con questa metafora: ce l’ha fatta applicando i principi delle arti marziali orientali, che sfruttano la forza dell’avversario per rivolgergliela contro. Le stesse logiche della globalizzazione, sulle quali gli Stati Uniti hanno costruito la propria schiacciante egemonia sul resto del mondo, sono state sfruttate dalla Cina sia per creare milioni di posti di lavoro a spese della brama occidentale di appropriarsi di quell’immenso mercato in formazione, sia per impadronirsi delle tecnologie e dei <em>know how </em>altrui e accumulare sottotraccia  un’immensa potenza economica. Perché gli Usa non hanno saputo prevedere, né tantomeno prevenire, questa evoluzione? Sia perché non avevano capito la capacità cinese di sganciare la logica del potere politico da quella del potere economico, sia perché i cinesi sono riusciti a impedire all’avversario di elaborare efficaci strategie di contrasto.</p>
<p>Nel momento in cui favorivano l’integrazione della Cina nel WTO, e nel momento i cui le loro   imprese multinazionali realizzavano colossali investimenti nelle zone speciali nate dalle riforme successive alla morte di Mao, gli americani erano convinti di avere creato i presupposti per la nascita di una potente borghesia cinese che, in tempi relativamente brevi, avrebbe scalzato il Partito Comunista dalla guida del Paese e dato vita a un governo democratico di tipo occidentale. Non si tratta di stupidità, bensì dell’assoluta incapacità di concepire logiche capaci di sottrarsi all’influenza delle idee, dei principi e dei valori occidentali una volta che si sia accettata la logica del mercato. Detto altrimenti: o comandano la politica e lo Stato, o comanda il mercato, tertium non datur.</p>
<p>A questo punto di vista, smaccatamente eurocentrico, manca qualsiasi consapevolezza di una millenaria tradizione politico-culturale che ha fatto sì che la Cina, nemmeno quando, perlomeno fino al secolo XVIII, era più ricca e avanzata dell’Occidente, si sia mai trasformata in un Paese capitalista. Scrive Gabellini in proposito, citando Braudel: ”lo Stato cinese (…) è sempre stato tenacemente ostile alla proliferazione del capitalismo. Ogni volta che il capitalismo tende a espandersi, sotto l’impulso di circostanze favorevoli, alla fine viene sempre riportato sotto controllo da uno Stato che possiamo definire – privando il termine del significato peggiorativo che ha oggi – tendenzialmente totalitario”. Occorrerebbe aggiungere che non solo la cultura liberale, ma anche quella marxista fatica a capire la realtà cinese, ingabbiata com’è nel dogma secondo cui la penetrazione del mercato in economie “arretrate” è fatalmente destinata a trasformare queste ultime in economie capitaliste. Solo Giovanni Arrighi, seguendo la lezione di Polanyi piuttosto che quella di Marx, sembra avere capito che le logiche di politica e mercato possono – date certe condizioni storico-culturali – divergere. Tanto è vero che, intervenendo nel dibattito sulla natura del regime cinese che divideva i teorici marxisti, ebbe a scrivere che “si possono aggiungere capitalisti a volontà a un’economia di mercato, ma se lo Stato non è subordinato al loro interesse di classe quell’economia di mercato rimane non capitalistica”.</p>
<p>Sta di fatto che Pechino, pur integrando una parte significativa della propria economia nei circuiti del capitalismo globalizzato, si è sempre rifiutata di allineare la propria politica economica ai canoni del <em>Washington Consensus</em> (le fazioni interne al regime che ci hanno provato sono state sistematicamente emarginate). Infatti ha mantenuto il controllo sui movimenti di capitale, ha fatto sì che la presenza dello Stato nell’economia – soprattutto nei settori strategici – non sia mai scesa al di sotto di una soglia critica, ma soprattutto l’apertura ai capitali stranieri non è mai stata incondizionata: le imprese che investono in Cina sono tenute a istituire società compartecipate con quelle locali  e a trasferire <em>know how</em> scientifici e tecnologici a queste ultime. Inoltre le barriere protettive non sono mai state abbassate del tutto, ma hanno continuato a funzionare come membrane semipermeabili. Così, per esempio, quando gli Stati Uniti hanno scatenato la guerra finanziaria contro le tigri asiatiche, l‘ondata speculativa si è infranta contro lo yuan che, in ragione della sua non convertibilità  sui mercati internazionali, ha agito da scudo protettivo.  Senza dimenticare che  la Cina, mentre si assicurava i vantaggi di un processo di industrializzazione trainato dall’export, proteggeva la propria struttura economica dietro barriere informali come la lingua e le usanze locali, che impongono agli stranieri di ricorrere a intermediari cinesi per interagire. Infine, ora che l’amministrazione Usa cerca di correre ai ripari adottando strategie di “disaccoppiamento” fra i due sistemi economici, si scontra con la resistenza di Wall Street che non rinuncia al sogno di accedere all’immenso bacino del risparmio cinese. Mosse di judo: ovvero dirottare l’energia del nemico in modo da renderla funzionale alla realizzazione dei propri obiettivi.</p>
<p>Questo “mood” culturale, che i comunisti del Dragone definiscono con termini come socialismo in stile cinese o sinizzazione del marxismo, non è di difficile decifrazione solo per la cultura liberal democratica, ma anche per i marxisti “ortodossi” (ammesso e non concesso ne esistano ancora), che spesso reagiscono appioppandogli la anacronistica etichetta di revisionismo. Né i primi né i secondi capiscono in che misura l’attuale versione cinese del marxismo sia debitrice del recupero di tradizioni millenarie come il confucianesimo e il taoismo (e forse lo è sempre stata: sebbene Mao abbia spesso alluso alla necessità di liquidare questo retaggio, basta leggerne gli scritti di strategia e tattica militare, per rendersi conto di quanto ne fosse lui stesso intriso). Come nota Gabellini, solo il radicamento dell’etica confuciana è in grado si spiegare la straordinaria capacità di lavoro e il grande senso di disciplina degli operai e dei contadini cinesi, per tacere di quel sentimento comunitario che agisce come una “grande muraglia capace di impedire che la modernizzazione tecnico scientifica possa sfociare nell’importazione dei principi dell’individualismo e del soggettivismo occidentali”. Sempre al confucianesimo (e al taoismo) è ascrivibile la filosofia che consiglia di non perseguire i propri obiettivi in modo brutalmente diretto, tentando di modificare con la forza l’ambiente in cui si opera (come gli Usa che tentano di rovesciare i regimi che considerano in contrasto con i propri interessi), bensì di evitare di forzare le situazioni senza al contempo subirle passivamente, aiutandole invece ad evolvere nella direzione che tendono ad assumere spontaneamente.</p>
<p>La parola d’ordine è vincere senza (se possibile) combattere. Un understatement tutt’altro che privo di risultati concreti, come si può evincere dai formidabili risultati ottenuti e dai nuovi ambiziosi obiettivi che vengono fissati. In pochi decenni la Cina ha liberato dalla miseria centinaia di milioni (fra i 600 e gli 800 secondo le stime) di persone; ha costruito un apparato di formazione e ricerca universitarie che sforna ogni anno una messe di lauree in materie scientifiche tre volte maggiore rispetto agli Stati Uniti, rispetto ai quali deposita anche il doppio dei brevetti, a conferma del fatto che ormai non è più la fabbrica del mondo che produce semilavorati  e merci “fordiste” di bassa qualità, ma un colossale hub di <em>know how</em> avanzati in grado di gareggiare con la Silicon Valley e la NASA (La quota di valore aggiunto su scala globale del settore <em>high</em> <em>tech</em> cinese è cresciuta dal 7 al 27% tra il 2003 e il 2014, a fronte di una diminuzione dal 36 al 29% registrata dagli Usa). Per tacere del ritmo di sviluppo impressionante di un’industria militare che sforna aerei e missili di ultima generazione e potenzia a ritmo accelerato la marina da guerra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhZGgCk3EHStmZXlQTqXQj3MwUVpQzDSsSbUHB1vPNxAlVVaaYaXUYYAIYvGVVg2HIL59Lu25qWwmmCNfQzDmaYICge-zpa0nHuBOaOvKjkY8an8b_G453qzQ8h-XWuHaLJcjFCbdK93PMzrG8P9LLAsx_jgUGeR6klr236VBcUQkz4LszsOfxlmLXw=s263"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEhZGgCk3EHStmZXlQTqXQj3MwUVpQzDSsSbUHB1vPNxAlVVaaYaXUYYAIYvGVVg2HIL59Lu25qWwmmCNfQzDmaYICge-zpa0nHuBOaOvKjkY8an8b_G453qzQ8h-XWuHaLJcjFCbdK93PMzrG8P9LLAsx_jgUGeR6klr236VBcUQkz4LszsOfxlmLXw" alt="" width="263" height="191" border="0" data-original-height="191" data-original-width="263" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Deng Xiaoping con Zhou Enlai</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quali le radici del ”miracolo”? Posto che non andrebbe dimenticato che i suoi presupposti erano già stati gettati nel corso dell’era maoista, durante la quale, al netto degli errori commessi nel corso del Grande Balzo in avanti e della Rivoluzione Culturale, erano stati radicalmente migliorati la salute e i livelli di educazione delle masse, oltre a costruire l‘apparato industriale di base e a sviluppare molte infrastrutture strategiche, è fuori di dubbio che, morto Mao, Deng e Zhou abbiano spostato l’asse strategico dalla centralità della lotta di classe alla crescita economica e all’armonia fra classi e aree regionali, elaborando la teoria delle “tre rappresentanze”: non solo quelle degli interessi di operai e contadini ma anche quella dell’intera nazione. Il mandato di Jiang Zemin si è poi concentrato sull’obiettivo di irrobustire il sistema bancario, evitando di sacrificare le aziende pubbliche improduttive sull’altare dell’efficienza (scelta che avrebbe generato decine di milioni di disoccupati), ma spingendole a imboccare la via della riorganizzazione. Dopodiché il suo successore, Hu Jintao, ha spostato l’attenzione sulle carenze del sistema sociale, mandando i dirigenti del partito a studiare i sistemi di welfare scandinavi. Infine Xi Jinping, che un’amministrazione americana sempre più preoccupata della mancata transizione della Cina al capitalismo accusa di neomaoismo e “populismo”, è oggi il protagonista di una complessa svolta strategica dalle molteplici sfaccettature. Sul piano finanziario: vengono disciplinati i mercati azionari, tentando di contenere la propensione all’indebitamento e di prevenire il rischio di una bolla immobiliare; per affrontare gli effetti della crisi del 2008 viene varato un colossale piano di investimenti pubblici da 4000 miliardi di yuan per potenziare la rete infrastrutturale con ferrovie ad alta velocità, autostrade, porti  e aeroporti; si procede alla riduzione degli investimenti in titoli di stato Usa (la quota complessiva del debito americano posseduta da Pechino scende dal 14% al 4% tra il 2011 e il 2020). Sul piano delle politiche sociali: si marcia verso la universalizzazione della sanità pubblica, si tenta di contrastare gli effetti demografici della politica del figlio unico, che aveva causato un pericoloso invecchiamento della popolazione. Sul piano del conflitto di classe: per rintuzzare gli sforzi dei capitalisti che tentano di convertire la loro ricchezza in potere politico (anche attraverso la corruzione dei quadri amministrativi e di partito, soprattutto locali) si colpiscono figure simboliche come Jack Ma, il magnate fondatore di Alibaba, la Amazon cinese, si piazzando commissari politici nelle aziende, si intensificano controlli ambientali e fiscali, si lanciano dure campagne contro la corruzione. In sintesi: gli obiettivi dello Stato/partito si sono spostati dalla crescita a ritmo accelerato a finalità più complesse come la ridistribuzione della ricchezza, la sicurezza sociale e la tutela ambientale.</p>
<p>A rendere minacciosa e intollerabile per gli Stati Uniti l‘ascesa della Cina, tuttavia,  non sono solo e tanto gli aspetti sin qui evidenziati: è la crescente capacità di proiezione del modello cinese nei confronti degli altri Paesi appartenenti a quello che anni fa si definiva il Terzo Mondo. L’incubo di Bandung (la vecchia Conferenza dei Paesi non allineati) si ripresenta: quel progetto è fallito sostanzialmente perché, non avendo gambe economiche, è stato liquidato dalle strategie neocoloniali dell’Occidente, viceversa la nuova Bandung, erede del disegno strategico di Deng e Zhou, i quali sognavano di trasformare la Cina nel polo di attrazione di una coalizione di campagne in grado di accerchiare le metropoli mondiali, rischia di rappresentare una minaccia ben più agguerrita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEgnIUU4Muev8UQqHccMOutfUu7sbJY4HlAXD55yycCo7s18OFlVDFOT0G5lM8hkEIXESqww6dP_BKqo8Xvvu1q8LS0_TubjltW0Zp3e0WE7uc7w_2Bnz4Ax-KSBWl5JaFpyGVCEK-LUr_rdBw7SxkZuV5JtJJX_MpWtJkftTZreixkIwLf6J8S3VFVG=s660"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEgnIUU4Muev8UQqHccMOutfUu7sbJY4HlAXD55yycCo7s18OFlVDFOT0G5lM8hkEIXESqww6dP_BKqo8Xvvu1q8LS0_TubjltW0Zp3e0WE7uc7w_2Bnz4Ax-KSBWl5JaFpyGVCEK-LUr_rdBw7SxkZuV5JtJJX_MpWtJkftTZreixkIwLf6J8S3VFVG=s320" alt="" width="320" height="185" border="0" data-original-height="381" data-original-width="660" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>La conferenza di Badung</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La decolonizzazione parte dalla Cina stessa che, dopo avere accumulato risorse enormi svolgendo per anni il ruolo di fabbrica del mondo, le sta ora impiegando per creare una classe media interna che le consente di affrancarsi sempre più dall’Occidente, ignorandone le minacce di sganciamento dal mercato cinese (secondo alcune proiezioni nel 2030 il ceto medio cinese conterà 1,2 miliardi di persone, pari al 25% della classe media globale, con un potere di acquisto di 14.500 miliardi di dollari, pari a quello europeo e nordamericano combinati). Ma poi si proietta nel mondo attraverso colossali progetti di investimenti diretti all’estero. In Africa, dove la Cina ha acquisito importanti concessioni per l’esplorazione petrolifera e autorizzazioni per costruire infrastrutture destinate a dare un impulso straordinario allo sviluppo locale (in Occidente si accusa la Cina di incastrare i Paesi africani nella trappola del debito, ma la verità è che gli aiuti cinesi – a tassi agevolati e non vincolati a scelte di tipo economico e politico – consistono soprattutto nella realizzazione di reti ferroviarie e stradali, porti e aeroporti e altre infrastrutture in grado di interconnettere regioni che non avevano mai potuto scambiare autonomamente le rispettive merci, condizione indispensabile per innescare il decollo dello sviluppo continentale). In America Latina,  dove la Cina ha investito 50 miliardi di dollari per la costruzione di un canale alternativo a quello di Panama (controllato dagli Usa) in Nicaragua, e progettato una ferrovia che andrà dall’Atlantico al Pacifico all’altezza del Brasile. In Asia, dove l’Asia Infrastructure Investments Bank, un istituto che ambisce a entrare in concorrenza diretta con Fmi e Banca Mondiale, si  prefigge di realizzare infrastrutture nella regione asiatico-pacifica e dove la BRI (sigla che connota la cosiddetta Nuova Via della Seta) già protende le sue reti ferroviarie e stradali nei Paesi confinanti ma mira a prolungarle fino all’Europa.</p>
<p>Ovunque nel mondo Pechino promuove nuove forme di sviluppo ancorate ai vari contesti territoriali e culturali, alternative a quelle innescate dai processi di finanziarizzazione promossi dalla controrivoluzione neoliberale, rendendone evidente il fallimento. La paranoia americana è dunque giustificata? Siamo di fronte a un imminente cambio della guardia fra potenze egemoni, sul tipo di quello che ha visto gli Usa spodestare la Gran Bretagna nel secolo scorso? In verità, come evidenzia Gabellini riprendendo analoghe considerazioni che Giovanni Arrighi aveva fatto anni fa, la Cina non sembra perseguire un simile obiettivo: il suo fine dichiarato è piuttosto quello di costruire un nuovo ordine globale “che permetta a tutte le nazioni  grandi o piccole, povere o ricche di ritagliarsi il proprio spazio e coltivare in propri interessi su un piano paritario”. Astuta diversione tattica che nasconde la brama di potere del Dragone? Questa è la tesi delle amministrazioni americane – poco importa se democratiche o repubblicane &#8211; e delle loro “teste d’uovo”. Con rare eccezioni, una delle quali ci viene segnalata da Gabellini laddove cita le seguenti parole di Kissinger: “per tutto il corso della loro storia, gli Stati Uniti sono stati spesso animati dalla convinzione che i loro ideali avessero un’importanza universale e che fosse necessario diffonderli, la Cina ha invece agito sulla base della propria singolarità: si è espansa per osmosi culturale non per zelo missionario”.</p>
<p>È una conferma dell’intelligenza della vecchia volpe che ha passato la vita intera ad architettare tutti i modi possibili per incastrare gli avversari del dominus di Washington. Ma la sua lucida comprensione del fatto che lo spirito profondo della cultura cinese è tale per cui Pechino, così come evita di importare modelli stranieri, non ambisce a esportare il proprio, non mette in questione il carattere antagonistico della relazione fra i due giganti: in primo luogo, perché per gli Stati Uniti, nella misura in cui vedono sempre più indebolito il proprio ruolo egemonico, è la mera esistenza di una realtà come quella cinese a rappresentare una sfida mortale; inoltre perché i cinesi, benché non vogliano “rimpiazzare” gli Usa, bensì costruire un nuovo ordine internazionale fondato sull’assenza di un centro egemonico propriamente detto, questo significa, dal loro punto di vista, restaurare l’antica grandezza dell’Impero di Mezzo, aduso a governare sul resto del mondo “per osmosi culturale”, per usare l’immagine di Kissinger, invece che attraverso la forza (Gramsci l’avrebbe definita egemonia senza dominio).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiWQsWEDpDUEvSgBuizFYfksSE8jeTfNIMHAnDDgcGyOn5OrkFjLdlx4QtjLu5JMMRZRYxIh7RNu-BVW0YKbc7LjIEJrAem2TKMOqqZAmJ2yyYrN5gY5mzgkxdPhjosY_NUPSScZlgRPRTlkl7MlC1ks-uk0pgT84z5q3OCludfy3aDyGrSmtFo-73c=s567"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEiWQsWEDpDUEvSgBuizFYfksSE8jeTfNIMHAnDDgcGyOn5OrkFjLdlx4QtjLu5JMMRZRYxIh7RNu-BVW0YKbc7LjIEJrAem2TKMOqqZAmJ2yyYrN5gY5mzgkxdPhjosY_NUPSScZlgRPRTlkl7MlC1ks-uk0pgT84z5q3OCludfy3aDyGrSmtFo-73c=s320" alt="" width="320" height="320" border="0" data-original-height="567" data-original-width="567" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Confucio</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong></p>
<p></strong>&nbsp;</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Brevi considerazioni conclusive</strong></p>
<p>La recensione che avete appena finito di leggere non rende giustizia al lavoro di Gabellini. Sia perché, come ho già ripetutamente confessato, ho omesso di discuterne alcuni passaggi importanti: dall’analisi del conflitto Usa-Urss e degli effetti della caduta del blocco socialista sull’evoluzione delle politiche imperiali americane, alla dettagliata descrizione che l‘autore fa dei conflitti fra le diverse fazioni interne al blocco di potere statunitense e del modo in cui si sono riflessi nel succedersi delle varie amministrazioni repubblicane e democratiche. Ma anche perché mi sono permesso di interpolare il riassunto dei contenuti del libro con una serie di considerazioni sia del sottoscritto che di altri autori, anche se spero di averlo fatto rispettando lo spirito dell’opera. Salvo eccezioni (vedi i riferimenti a Braudel, Arrighi, Polanyi e Streeck) non ho esplicitato questi debiti, né ho inserito note, anche per non appesantire la lettura di un testo fin troppo lungo per gli standard di una recensione online.</p>
<p>Non ritengo di dover aggiungere molto a quanto scritto nella prima sezione, anche perché, mentre Gabellini ha compiuto un colossale e meritorio lavoro di raccolta di dati e informazioni storiche (leggendo questo libro ho imparato un sacco di cose che ignoravo), dal punto di vista teorico la sua analisi non aggiunge novità sostanziali a quanto ci hanno già insegnato Braudel, Arrighi, Gallino e altri sul tema della finanziarizzazione dell’economia. Diverso il discorso sulla parte dedicata all’ascesa della Cina. Qui il contributo di Gabellini è decisamente importante perché aiuta a capire due cose fondamentali: 1) il fatto che il modello socialista cinese sovverte molti dogmi della tradizione marxista “classica”, a partire dalla convinzione che mercato e capitalismo siano un’endiadi inscindibile (che è poi la stessa convinzione della cultura neoliberale, la quale sperava che le riforme del 78 avrebbe automaticamente distrutto il socialismo in Cina) , laddove l’esperienza della rivoluzione cinese &#8211; ma anche quelle della rivoluzione vietnamita e di alcuni Paesi latinoamericani &#8211; ci dicono che, date certe condizioni storiche, il potere politico è in grado di mantenere il controllo sulle dinamiche dell’economia di mercato e di finalizzarle al benessere delle masse invece che allo sfruttamento delle classi lavoratrici. Del resto, non è un caso se anche il governo cubano comincia a guardare al modello cinese per avviare riforme che lo aiutino a superare la crisi (vedi quanto ho scritto in proposito sull’ultimo articolo pubblicato su questo blog); 2) il fatto che non è possibile afferrare la logica del “miracolo” cinese senza capire il ruolo svolto dallo stretto intreccio fra cultura marxista ed etica confuciana che inspira le scelte del Partito Comunista Cinese. Il che, fra le altre cose, mette in crisi un altro dogma del marxismo “volgare” (cioè incapace di evolvere in funzione delle lezioni della storia), vale a dire l’idea secondo cui esisterebbe un processo necessario, una “legge”, in ragione del quale il mondo converge verso forme sociali che ripercorrono il processo evolutivo del capitalismo occidentale. Un punto di vista che non è solo ciecamente eurocentrico – e quindi al fondo razzista – ma anche inspirato a una sorta di meccanicismo economico che ignora il ruolo delle specificità culturali nel determinare il percorso evolutivo dei singoli popoli. Ed è nella specificità cinese, di cui fa parte anche la vocazione a evitare – nei limiti del possibile &#8211; di risolvere il conflitto con le armi, che dobbiamo sperare per evitare che il declino americano si traduca in una nuova, catastrofica guerra mondiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div></div>
</div>
<div>
<div>a <a title="permanent link" href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2022/01/la-rabbia-americana-e-la-pazienza.html" rel="bookmark"><abbr title="2022-01-15T06:13:00-08:00">gennaio 15, 2022</abbr></a> <a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2022/01/la-rabbia-americana-e-la-pazienza.html#comment-form">Nessun commento: </a></p>
<div><a title="Invia tramite email" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=2061578867253306007&amp;target=email" target="_blank">Invia tramite email</a><a title="Postalo sul blog" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=2061578867253306007&amp;target=blog" target="_blank">Postalo sul blog</a><a title="Condividi su Twitter" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=2061578867253306007&amp;target=twitter" target="_blank">Condividi su Twitter</a><a title="Condividi su Facebook" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=2061578867253306007&amp;target=facebook" target="_blank">Condividi su Facebook</a><a title="Condividi su Pinterest" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=2061578867253306007&amp;target=pinterest" target="_blank">Condividi su Pinterest</a></div>
</div>
<div></div>
<div></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<div>
<h2>venerdì 7 gennaio 2022</h2>
<div>
<div>
<div><a name="5086894944282894108"></a></p>
<div></div>
<div id="post-body-5086894944282894108">
<p>&nbsp;</p>
<h1>CUBA AL BIVIO</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un libro a più voci sulla crisi cubana</strong></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Cuba 11J. Protestas, respuestas, desafíos</em>, curato da Julio Carranza Valdés, Manuel Monereo Pérez e Francisco Lopez Segrera ed editato dalla ELAG (Escuela de Estudios Latinoamericanos y Globales) e dalla rivista argentina Pagina 12 è un libro (uscito nel dicembre scorso) che prende spunto dalle manifestazioni di protesta che si sono svolte in alcuni quartieri dell’Avana e in altre città cubane l’estate scorsa, per analizzare le difficoltà che il Paese socialista caraibico si trova a fronteggiare a causa della crisi pandemica e del concomitante inasprimento del bloqueo imposto dall’amministrazione degli Stati Uniti (voluto da Donald Trump e confermato dal neopresidente democratico Joe Biden). Il libro si articola in 16 capitoletti firmati da altrettanti autori (economisti, sociologi, politologi ed esponenti di altre discipline) ed è dedicato ad uno di essi, il sociologo e storico della Rivoluzione cubana Juan Valdés Paz, venuto a mancare lo scorso ottobre. In appendice il testo di un discorso tenuto dal Presidente Miguel Diaz Canel il 18 luglio 2021 e alcune interviste a intellettuali ed artisti, nonché a giovani studenti che hanno partecipato alle proteste.</p>
<p>I punti di vista espressi dagli autori nei sedici testi raccolti nel volume sono articolati e differenziati, per cui è praticamente impossibile riassumere il contenuto del libro. Ho quindi deciso di non stendere un banale elenco delle varie posizioni, bensì di concentrare l’attenzione sui sei contributi che mi sono parsi più stimolanti, raggruppando i temi che vi sono trattati in tre aree: (1) ricostruzione degli adempimenti del regime nei primi trent’anni di vita e delle cause che, a partire dagli anni Novanta, rischiano di metterli a rischio; e valutazione di quali riforme economiche (2) e  politiche (3) potrebbero consentire di superare la crisi.</p>
<p>In diversi interventi (vedi, in particolare, Valdés Paz e Carlos Eduardo Martins) si sottolineano gli eccezionali risultati ottenuti da un piccolo Paese dotato di risorse limitate e sottoposto a uno spietato assedio politico ed economico, che dura ormai da più di mezzo secolo, da parte della superpotenza Usa (i motivi di tanto accanimento sono ben spiegati da Manolo Monereo: in primo luogo, Cuba è un pessimo esempio, la cui mera esistenza testimonia la possibilità di una ribellione vittoriosa all’egemonia nordamericana, e lo spostamento a sinistra di molti governi del subcontinente, che oggi conosce un ulteriore rilancio malgrado i tentativi di reprimerlo, rende tale esempio ancora più intollerabile; inoltre agli Stati Uniti serve urgentemente una vittoria politica che esorcizzi gli inequivocabili segnali del suo lento ma inesorabile declino).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEi7ifG-yhXiVb2wDgGjn2f7AWbsGKBZ8i5M1b1NO0bqjDaFlvCULY68RjM9tveqajz1vaqapWQgmBn358jarxHAu5sn4C8N6Gp5blRmWNr99h-KCRPFwh8pCmsPaByECJIlTKnvOAJeNLls_HC9IDNz6RTUBqaTEAPvig6dwLu_Yc6i6kpz9GbHZcEF=s670"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEi7ifG-yhXiVb2wDgGjn2f7AWbsGKBZ8i5M1b1NO0bqjDaFlvCULY68RjM9tveqajz1vaqapWQgmBn358jarxHAu5sn4C8N6Gp5blRmWNr99h-KCRPFwh8pCmsPaByECJIlTKnvOAJeNLls_HC9IDNz6RTUBqaTEAPvig6dwLu_Yc6i6kpz9GbHZcEF=s320" alt="" width="320" height="200" border="0" data-original-height="419" data-original-width="670" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Due manifestanti contro il governo</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tornando all’elenco dei successi: lo stato cubano, ricorda Valdés Paz, è riuscito ad esaudire gran parte delle domande sociali e delle necessità basiche della grande maggioranza della popolazione. Le sue realizzazioni nei campi sanitario, educativo e della sicurezza sociale, rincara Eduardo Martins, non  hanno eguali in nessuno degli altri Paesi del subcontinente. A rendere possibile questo miracolo ha contribuito in larga misura l’interscambio con l’Unione Sovietica e gli altri Paesi del campo socialista, che ha garantito il mantenimento di un certo livello di sviluppo nei primi decenni di vita del regime, benché il flusso migratorio verso gli Stati Uniti di numerosi appartenenti alle classi medie – fra cui molti tecnici qualificati – abbia depauperato la nazione di buona parte del suo capitale di conoscenze. La caduta del blocco socialista dell’Est Europa ha avuto un impatto devastante sul sistema economico cubano, che nei primi anni Novanta ha visto crollare della metà il Pil. Dopo le proteste del 1994, il governo ha reagito varando il Periodo Speciale, consistente in una serie di riforme, fra le quali una limitata apertura all’ingresso di capitale straniero, la creazione di imprese miste e cooperative, la possibilità di attivare forme di autoimpiego (associate in particolare al settore turistico e all’attivazione del regime della doppia moneta). Proprio il boom turistico, unitamente alla esportazione di personale sanitario in vari Paesi in via di sviluppo (resa possibile dei grandi investimenti effettuati nel settore), e agli aiuti del governo venezuelano dopo l’ascesa al potere di Hugo Chavez, avevano consentito di recuperare, benché parzialmente, il terreno perso per il venir meno dell’interscambio con i Paesi dell’Est Europa.</p>
<p>Quali le cause dell’inversione di questa lenta ripresa? Quasi tutti gli interventi concordano nell’indicare tre fattori: l’inasprimento del bloqueo economico e finanziario americano deciso da Trump e ratificato da Biden (che prevede, fra le altre cose, il blocco delle rimesse da parte degli emigrati), l’impatto della pandemia (devastante soprattutto per il crollo del flusso turistico che, come appena ricordato, era stato uno dei motori più importanti della ripresa), infine i ritardi governativi nell’implementazione delle riforme economiche. Tuttavia gli autori si differenziano rispetto al diverso peso attribuito a ciascuno di tali fattori.</p>
<p>Alcuni pongono l’accento soprattutto sull’aggressione esterna, come Luis Pérez Jr., il quale mette in luce come la declassificazione di documenti secretati dall’amministrazione americana abbia ampiamente confermato l’enorme, sistematico e continuativo impegno profuso da quest’ultima per promuovere un cambio di regime a Cuba. Non mancano tuttavia le critiche – anche dure &#8211; nei confronti del regime per avere sottovalutato lo scontento di ampi strati popolari e l’urgenza di affrontarlo accelerando le riforme  (Julio Carranza attribuisce questi errori di valutazione e questi ritardi anche al venire meno della leadership storica e all’avvento di una nuova generazione di dirigenti dotati di minori capacità, ma soprattutto di minore autorevolezza).</p>
<p>In alcuni casi le critiche si spingono ad accusare ingenerosamente il governo di utilizzare l’argomento del bloqueo come una “scusa” per giustificare le proprie manchevolezze. In generale, tuttavia, ci si limita a mettere in luce come il deterioramento della situazione sociale nei barrios più poveri sia tale da giustificare le proteste: crescente difficoltà di ottenere alimenti e medicinali essenziali, frequenti interruzioni nell’erogazione di luce e acqua; diffusa percezione di una certa inefficienza nella gestione della pandemia (che alcuni addebitano a strategie comunicative sbagliate, più che a reali errori gestionali). Juan Valdés Paz aggiunge che questo scollamento fra stato/partito e società civile è in larga misura addebitabile ai radicali mutamenti che la società cubana ha subito a partire dagli anni Ottanta. La composizione di classe è cambiata a causa dell’ascesa di alcuni strati del settore contadino e di borghesia mercantile urbana, oltre che alla nascita di un settore di lavoro autonomo (cuentapropistas). Processi che hanno alimentato la crescita delle disuguaglianze a danno dei settori poveri e marginali e l’emergenza di una nuova classe media “riflessiva”. Valdés Paz mette inoltre l’accento sul conflitto generazionale: a Cuba convivono oggi sette generazioni, di cui le ultime tre non hanno vissuto la fase epica ed espansiva del processo rivoluzionario, ma solo l’esperienza di una successione di crisi economiche. A proposito di questo fattore generazionale, praticamente tutti insistono sul ruolo dei social network: nel 2019 il 63% della popolazione aveva già la possibilità di accedere a Internet, il che – assieme ai contatti con  i milioni di turisti occidentali &#8211; ha favorito la penetrazione di idee, modelli culturali e stili di comportamento dall’estero (in primo luogo dagli Stati Uniti). Il tutto con un impatto a dir poco ambivalente perché, se da un lato ciò ha ampliato lo spazio potenziale di partecipazione democratica, dall’altro ha operato come canale di una propaganda sovversiva finanziata dall’esterno del Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg2BopLJ2gOAllMytZDXQrR4L8Zbh4Wb37et4TGS19M_d46MADzhzRGwIM47OAqLP3GiJq1sbFYPaQdrWNmOvyq9EzBmC1ZUTYi5fGh4k7kEYja9jQ0UZMKVUkyvov_gwwLnMak-_fTRHl9r_Rz13d5rJtT_w1Yjn85PY711zjBaLhG9T-A1tDV96Cd=s864"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEg2BopLJ2gOAllMytZDXQrR4L8Zbh4Wb37et4TGS19M_d46MADzhzRGwIM47OAqLP3GiJq1sbFYPaQdrWNmOvyq9EzBmC1ZUTYi5fGh4k7kEYja9jQ0UZMKVUkyvov_gwwLnMak-_fTRHl9r_Rz13d5rJtT_w1Yjn85PY711zjBaLhG9T-A1tDV96Cd=s320" alt="" width="320" height="180" border="0" data-original-height="486" data-original-width="864" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>Il Presidente Miguel Diaz Canel con Raoul Castro</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sulle questioni della composizione di classe e dei conflitti generazionali ritornerò in sede di commento conclusivo. Prima è il caso di descrivere quali sono le riforme economiche e politiche che, secondo la maggioranza degli autori, il governo cubano dovrebbe realizzare per salvare la sovranità e l’indipendenza del Paese mantenendo, nel contempo, il carattere socialista del sistema. Julio Carranza affronta di petto il dilemma che Cuba si trova a dover affrontare: da un lato è evidente che, nel momento in cui si imbocca la via della privatizzazione di una parte dell’economia, occorre essere consapevoli del fatto che il fine dell’impresa privata, a prescindere dal suo tasso di “responsabilità sociale”, è e resta il profitto, e che solo perseguendo tale finalità essa può promuovere la crescita e l’occupazione, il che comporta inevitabilmente l’aumento e la concentrazione della proprietà e della ricchezza, in contraddizione con la natura socialista del sistema; dall’altro lato questa crescita, che può essere ottenuta solo diversificando le forme di proprietà e le regole di gestione delle imprese pubbliche, può convivere con il socialismo solo garantendo un’equa distribuzione della ricchezza così creata. Per realizzare la quadratura del cerchio Carranza, al pari di quasi tutti gli altri autori, si inspira esplicitamente al modello cinese e vietnamita, due esperienze che hanno dimostrato nei fatti come ciò che definisce una società socialista non è l’eliminazione del mercato, né l’eliminazione totale della proprietà privata sui mezzi di produzione (via a lungo perseguita dal regime cubano sulle tracce dell’esperienza sovietica) bensì il mantenimento del controllo e dell’egemonia politici sul capitale. Come imboccare questa strada? Promuovendo nuove forme di investimento condivise fra stato e settore privato e cooperativo, limitando gli investimenti privati – soprattutto se esteri &#8211; nei settori considerati strategici, offrendo maggiore autonomia alle imprese di stato in un contesto di mercato regolato (adottando cioè forme di pianificazione più flessibili e mantenendo elevati livelli di centralizzazione solo nei settori prioritari), risolvendo infine i problemi di equilibrio finanziario legati alla recente decisione di liquidare il doppio regime monetario. Il tutto dovrebbe consentire di generare e ridistribuire più risorse e aumentare i salari garantendo i livelli più elevati <em>possibili</em> di uguaglianza (quel “possibili” è una chiara allusione all’aumento delle disuguaglianze generato dalle riforme cinesi, sia pure in un contesto di eliminazione della povertà per centinaia di milioni di persone). Ovviamente si ribadisce che va mantenuto l’accesso universale gratuito  a salute, educazione e sicurezza sociale e, sempre se possibile, ampliato il welfare attraverso nuove politiche sociali più focalizzate.</p>
<p>Non ho qui lo spazio, né conosco abbastanza la realtà cubana, per giudicare in che misura queste riforme possano essere realizzate. Mi limito ad osservare che il modello sino-vietnamita si riferisce a due Paesi che dispongono di estensioni geografiche e popolazioni immensamente superiori a quelle cubane (oltre che di risorse naturali non meno superiori) né devono fare i conti con il bloqueo da parte di un nemico poderoso e incombente come quello nordamericano. Del resto penso che anche chi le propone non ignori queste differenze, visto che in quasi tutti gli interventi si insite sulla necessità di riconfigurare la collocazione di Cuba nell’attuale contesto geopolitico mondiale, il che – tenuto conto del venir meno dell’aiuto da parte di un governo venezuelano che si dibatte in difficoltà non meno gravi – non può significare altro che auspicare un massiccio apporto finanziario, tecnologico e scientifico da parte della Cina. Al tempo stesso, mi viene da pensare che i ritardi rimproverati alla nuova dirigenza dello stato/partito nel mettere in pratica le riforme approvate negli ultimi anni, che andavano già nelle direzioni appena descritte, possano essere dovuti alle difficoltà obiettive generate dalla situazione nazionale e internazionale più che, o almeno non solo, all’incapacità della classe dirigente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="center">
<tbody>
<tr>
<td><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEj9P_f9XteyRGkLwEwLUUf9gpJ7aBFx9TCGqYhSrTeL36KQMSQ31zu6RvWixZ6ilCGTWLKVuGwA_7C5pQbVQzMrbf2buZTtdeSuXuuQBcUnJLFtbXmnx2mB7RYZfNVJyzDjhtlSOlLHWqkNjSlw0wkM0k7dYa_cP0wDQm3T61nZTwimATKRbAQgXCwL=s594"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/a/AVvXsEj9P_f9XteyRGkLwEwLUUf9gpJ7aBFx9TCGqYhSrTeL36KQMSQ31zu6RvWixZ6ilCGTWLKVuGwA_7C5pQbVQzMrbf2buZTtdeSuXuuQBcUnJLFtbXmnx2mB7RYZfNVJyzDjhtlSOlLHWqkNjSlw0wkM0k7dYa_cP0wDQm3T61nZTwimATKRbAQgXCwL=s320" alt="" width="320" height="213" border="0" data-original-height="395" data-original-width="594" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td>La contromanifestazione organizzata dal governo</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con quest’ultima considerazione ho introdotto il tema delle riforme politiche, che vengono invocate con non minore veemenza di quelle economiche e che, a mio avviso, appaiono spesso in contraddizione con l’intento di preservare il carattere socialista del sistema. Qui scatta infatti un coro di richieste di libertà di espressione per le opposizioni, di rispetto dei diritti umani e di ampliamento dei diritti individuali, di critiche all’ideologia “statalista” e di superamento della “dittatura del proletariato” (termine che, per chi conosca la realtà politica cubana, suona francamente eccessivo) aprendo a forme di democrazia partecipativa e rappresentativa. Stento a credere che chi avanza tali proposte, <em>assieme</em> a quelle di riforme in salsa cinese, ignori che gli straordinari successi cinesi in campo economico, scientifico e tecnologico siano stati realizzati <em>non malgrado bensì in ragione</em> del mantenimento di un ferreo controllo politico dello stato/partito sull’economia e sulla società. Se il Partito Comunista Cinese, dopo avere promosso le riforme del 1978, che avevano enormemente ampliato il campo dell’iniziativa privata (anche da parte dei capitali stranieri), favorendo la crescita di una potente neoborghesia e di nuovi strati di classe media ad essa collegati, avesse anche consentito che il potere economico accumulato da tali forze si traducesse in potere politico, se non ne avesse stroncato sul nascere le ambizioni politiche (fomentate e alimentate dall’esterno) come si è fatto negli anni Ottanta e più recentemente a Hong Kong, oggi in Cina il socialismo non  esisterebbe più. Affermare, come Carranza, “che il socialismo del futuro sarà democratico o non sarà” significa di fatto affermare, ne sia egli o no consapevole, che non sarà, soprattutto se questa filosofia dovesse imporsi in un sistema debole e assediato come quello cubano. Soprattutto perché questa tesi si fonda, come sembra di poter evincere da alcuni passaggi, sul fatto che il peso egemonico dei dogmi occidentali su democrazia, diritti umani e libertà individuali è ormai irresistibile e si è imposto nelle nuove generazioni che se ne abbeverano attraverso i social.</p>
<p>Una lucida confutazione di questo atteggiamento l’ho purtroppo trovata quasi solo nell’articolo di Manolo Monereo il quale, dopo avere ammesso l’esistenza di fattori di crisi reali, che alimentano un  discorso politico diffuso negli strati giovanili e veicolato dai social, scrive: tutti vorrebbero avere una democrazia con diritti sociali sul modello nordeuropeo, ma dovrebbero domandarsi quale democrazia, quali diritti, quale libertà per la maggioranza verrebbero loro consentite, una volta ricaduti sotto il dominio statunitense. Nessun discorso su democrazia e diritti umani può oggi prescindere dal fatto che si tratta in primo luogo di un’arma di guerra propagandistica contro Cina e Russia, finalizzata a conseguire un allineamento totale dell’Occidente (e dei Paesi sotto la sua sfera d’influenza) nella nuova guerra fredda. Accettare che <em>questa</em> democrazia è <em>la </em>democrazia sans phrase è una posizione “che si paga con sconfitte politiche e snaturalizzazioni strategiche e programmatiche”. È pur vero, aggiunge, che convertire in strumento di guerra democrazia e diritti umani è oggi meno facile che in passato, dal momento che la degradazione delle democrazie “reali” è sotto gli occhi di tutti. Per riuscirci, occorre stabilire un controllo totale sugli strumenti di informazione e comunicazione, a partire da quella rete che è decisiva per manipolare gli strati giovanili, ecco perché gli intellettuali sono molto importanti, ed ecco perché la scuola e le università, oltre ai media, sono al centro di questa battaglia politico culturale per l’egemonia.</p>
<p>Parto da quest’ultimo spunto per formulare alcune considerazioni conclusive. Una delle cose che mi ha colpito di più nel libro è il fatto che, mentre si insiste sul fatto che il prezzo più alto della crisi viene pagato dagli strati sociali più poveri, il punto di vista di questi strati è del tutto assente: a essere intervistati nell’appendice, per esempio, sono membri delle élite cubane, intellettuali e studenti delle classi medie, presumibilmente esponenti  di quei nuovi strati emergenti di cui parla Valdés Paz. Dagli interventi emergono chiaramente le ragioni di insoddisfazione del “popolo minuto”, ma non è chiaro in che misura quest’ultimo abbia partecipato alle manifestazioni di protesta o alle successive contromanifestazioni organizzate dal governo (che alcuni autori criticano per avere contribuito a “polarizzare” il conflitto). Tornando agli eventi di Piazza Tienanmen, è noto che in quel momento esistevano forti motivi di scontento anche nella classe operaia cinese, la quale tuttavia non si è per nulla accodata alle richieste di fuoriuscita dal socialismo di studenti e intellettuali “dissidenti” (esprimendo semmai nostalgia per l’egualitarismo maoista). Lo stato/partito comunista ha potuto riassorbire quello scontento e riconquistare il consenso delle larghe masse, solo dopo avere stroncato le ambizioni di egemonia politica degli strati neoborghesi, i quali volevano assumere il controllo delle riforme, indirizzandole in senso esplicitamente neoliberista. Non mi azzardo ad affermare che possa essere fatto un discorso analogo per la situazione cubana, tuttavia mi pare il caso di tenere conto dell’esperienza di altri Paesi latinoamericani – penso in particolare a Venezuela, Ecuador e Bolivia – dove l’opposizione ai governi postneoliberisti – che ne ha messo a rischio la tenuta &#8211; è venuta appunto dalle classi medie urbane e ha visto la saldatura fra forze esplicitamente antisocialiste e minoranze antistataliste “di sinistra”. Ciò non significa affatto ignorare gli errori, le inefficienze, i ritardi che possono essere stati commessi dal regime cubano, che trovano giustificazione parziale, anche se non assolutoria, nelle difficoltà obiettive che ha dovuto e deve affrontare. Ed è vero, come scrive Manolo Monereo, che le rivoluzioni sono eventi eccezionali che non possono durare in eterno, ma devono mantenersi nel tempo con riforme capaci di generare cambiamenti sostanziali generando un nuovo consenso politico e culturale; ma è altrettanto vero che nell’attuale fase di feroce scontro globale fra imperialismo occidentale e Paesi che cercano di sottrarsi al suo dominio, la capacità di imboccare la via delle riforme senza cedere sui principi ideologici fondamentali è determinante: basta poco per gettare il via il bambino con l’acqua sporca, come hanno dovuto imparare a loro spese i popoli dell’ex Unione Sovietica. Concludo dicendo che, a mio avviso, quanto più una situazione di crisi è grave, tanto più è regola salutare dubitare sulle prese di posizione degli intellettuali, e questo perché, come ricorda Monereo, è in primo luogo fra le loro fila, nelle redazioni e nelle università, che il nemico di classe cerca i canali per diffondere i suoi ideali e il suo immaginario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div></div>
</div>
<div>
<div>a <a title="permanent link" href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2022/01/cuba-al-bivio-un-libro-piu-voci-sulla.html" rel="bookmark"><abbr title="2022-01-07T04:04:00-08:00">gennaio 07, 2022</abbr></a> <a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2022/01/cuba-al-bivio-un-libro-piu-voci-sulla.html#comment-form">Nessun commento: </a></p>
<div><a title="Invia tramite email" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=5086894944282894108&amp;target=email" target="_blank">Invia tramite email</a><a title="Postalo sul blog" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=5086894944282894108&amp;target=blog" target="_blank">Postalo sul blog</a><a title="Condividi su Twitter" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=5086894944282894108&amp;target=twitter" target="_blank">Condividi su Twitter</a><a title="Condividi su Facebook" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=5086894944282894108&amp;target=facebook" target="_blank">Condividi su Facebook</a><a title="Condividi su Pinterest" href="https://www.blogger.com/share-post.g?blogID=1635023313562187934&amp;postID=5086894944282894108&amp;target=pinterest" target="_blank">Condividi su Pinterest</a></div>
</div>
<div></div>
<div></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<div>
<h2>sabato 25 dicembre 2021</h2>
<div>
<div>
<div><a name="5369182142668940102"></a></p>
<div></div>
<div id="post-body-5369182142668940102">
<h2>COMPOSIZIONE SOCIOECONOMICA E COMPOSIZIONE SOCIOPOLITICA<br />
QUESTIONI DI METODO</h2>
<div>di Carlo Formenti</div>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Rilancio su queste pagine l&#8217;articolo che ho scritto per gli amici della rivista &#8220;Cumpanis&#8221;, con il quale ho inaugurato la discussione lanciata sulla stessa testata da Alessandro Testa con un intervento <a href="https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/21760-alessandro-testa-l-essenza-per-le-fondamenta.html">https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/21760-alessandro-testa-l-essenza-per-le-fondamenta.html</a>   sul tema della composizione di classe nel tardocapitalismo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Provo a rilanciare gli  stimoli che ci ha offerto Alessandro Testa con il suo articolo sul tema  della composizione di classe.  In questo intervento mi concentrerò soprattutto su alcune questioni di metodo che, a mio avviso, sono  imprescindibili per dire qualcosa di sensato sull’argomento in questione. Testa parte dalla constatazione di un dato di fatto: l’evoluzione del modo di produzione capitalistico dai tempi di Marx a oggi è stata tale che il modello “classico”, fondato sull’opposizione bipolare capitale-lavoro non è più una chiave interpretativa sufficiente: il secondo fattore del binomio ha subito tali e tante trasformazioni (il che vale anche per il primo fattore, ma identificare le classi dominanti resta relativamente più facile) che solo un’accurata indagine scientifica può aiutarci a darne un’adeguata rappresentazione “oggettiva” (il significato delle virgolette si capirà più avanti). Dopodiché aggiunge che, a rendere ulteriormente difficile l’impresa, contribuisce il fatto che l’apparato scientifico che potrebbe realizzarla – fondi, ricercatori, istituti universitari, ecc. – è totalmente controllato da élite economiche, politiche e accademiche che non hanno alcun interesse a promuoverla (anzi hanno interesse a impedire che ciò avvenga, o a indirizzare la ricerca verso falsi obiettivi). Posto che l’osservazione è corretta, mi viene da osservare che, per quanto utile, il contributo di analisi empirica che ci potrebbe arrivare dalla ricerca accademica, qualora potessimo disporne, potrebbe integrare ma non rimpiazzare l’analisi teorica di una forza politica anticapitalista di orientamento marxista-leninista.</p>
<p>Sono convinto che uno degli errori più gravi del marxismo dogmatico e accademico sia stato quello di attribuire alle scienze sociali borghesi pari dignità rispetto alle scienze naturali, e ciò in particolare in campo economico, al punto che molti intellettuali marxisti – o sedicenti tali – hanno finito per convertirsi in altrettanti esperti di economia politica, dimenticando che l’intento di Marx non era fondare una nuova economia politica, bensì gettare le fondamenta di una <em>critica</em> dell’economia politica, scoprire, cioè, non le leggi dell’economia capitalistica, bensì le “leggi” della lotta di classe. Le virgolette sono d’obbligo per i motivi chiaritici dal più grande filosofo marxista del Novecento, Gyorgy Lukács: per Marx, scrive Lukács, l’unica vera scienza (s’intende sociale) è la storia, le cui “leggi” non possono essere indagate in astratto, a priori, ma solo post festum, a posteriori, ricostruendo &#8211; attraverso un’analisi concreta della situazione concreta &#8211; le catene causali che hanno indirizzato un determinato processo storico. Ecco perché penso che il vero ostacolo che oggi rende arduo realizzare un’analisi soddisfacente della composizione di classe non è tanto lo stato in cui versano le scienze sociali accademiche, quanto l’assenza di un partito di classe forte, numeroso e sufficientemente ramificato in tutte le parti della società per poter condurre in prima persona le indispensabili inchieste sul campo.</p>
<p>Quanto appena affermato non può né deve impedire di abbozzare alcune prime riflessioni di metodo da cui partire per dissodare il terreno in vista di successivi approfondimenti. È quanto ha fatto Alessandro Testa attraverso una sorta di percorso circolare che parte dalla &#8211; e ritorna alla &#8211; affermazione di principio secondo cui appartiene alla classe proletaria: 1) chi vive esclusivamente della vendita della propria forza lavoro, 2) chi, oltre a vivere della vendita della propria forza lavoro, non è in grado di determinarne il prezzo (le star dello sport e dello spettacolo, per esempio, vendono la loro forza lavoro ma sono in grado – chi più chi meno &#8211; di determinarne il prezzo). Vediamo le stazioni attraversate dal percorso circolare di cui sopra.</p>
<p>In primo luogo, Testa si chiede come classificare quei soggetti che, oltre a percepire un reddito da lavoro più o meno corrispondente al costo della propria riproduzione, godono di una piccola rendita aggiuntiva (come l’affitto di un appartamento ereditato o acquistato con i propri risparmi, o un certo numero di buoni del tesoro). La sua risposta è che ciò non è sufficiente (ovviamente a condizione che la rendita in questione non superi una certa dimensione) per negare a tali soggetti lo status di proletari. Sono d’accordo, ma con una precisazione. Thomas Piketty, nelle sue analisi che dividono la popolazione per percentili di reddito e non per classi sociali, ci dice che negli Stati Uniti e in Europa, a parte l’esigua minoranza di super ricchi che concentrano nelle proprie mani gran parte delle risorse, esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che riescono a intercettare rendite sufficienti a garantire un livello di vita medio alto, decisamente superiore a quello che potrebbero permettersi con il solo reddito da lavoro. Di per sé questo dato non inficia la tesi di Testa: ci dice semplicemente che i rentier che possiamo definire come appartenenti alle classi medio alte sono – almeno qui in Occidente &#8211; di numero pari, se non superiore, a quello dei proletari che usufruiscono di piccole rendite. Ma la questione non è meramente quantitativa: infatti occorre tenere conto anche del peso psico-antropologico che anche minime quote di proprietà immobiliare e mobiliare giocano nell’inibire l’autopercezione di sé come appartenenti alla classe proletaria (più volte è stata richiamata l’attenzione sul ruolo che l’alta percentuale di italiani che vivono in un’abitazione di proprietà ha giocato nello smussare il potenziale combattivo delle classi subalterne del nostro Paese). Cominciamo così a capire perché ho messo quelle virgolette sull’appartenenza al proletariato come dato “oggettivo”. Ma andiamo avanti.</p>
<p>Sul secondo criterio introdotto da Testa non mi dilungo perché mi pare incontestabile: la proprietà o meno dei propri mezzi di produzione vale come elemento discriminante solo ove si parli di mezzi di produzione di massa. Nessuno può pensare che lo status sociale del rider è definito dal fatto che la bici o il motorino con cui va in giro sono suoi (quando lo sono, perché non sempre è così). Analoghe considerazioni valgono per altre due questioni affrontate da Testa: il lavoro autonomo non è di per sé un criterio significativo, dal momento che la quota di lavoro fintamente autonomo (vedi gli autisti di Uber e quasi tutte le attività classificabili nell’ambito della cosiddetta gig economy) è in costante crescita in quanto consente alle imprese di sfruttare forza lavoro a cui non deve versare contributi, retribuire i giorni di malattia e ferie, pagare liquidazioni ecc. Idem per quei piccoli o piccolissimi (come gli ambulanti) esercenti che, in molti casi, hanno avviato tali attività dopo essere stati espulsi dal mercato del lavoro dipendente.</p>
<p>Più intrigante la questione dei quadri intermedi d’impresa, in quanto si tratta di un altro caso in cui identità di classe “oggettiva” e percezione soggettiva della stessa possono divergere (e nella maggioranza dei casi è così). Di questo ho discusso in vari lavori nei quali ho polemizzato con le tesi post operaiste in merito al presunto ruolo di avanguardia dei cosiddetti “lavoratori della conoscenza”. Com’è noto, gli autori in questione, sostengono che la rivoluzione digitale ha creato un nuovo strato di lavoratori che presentano una elevata propensione alla cooperazione reciproca e all’autonomia nei confronti del comando capitalistico. Questa “classe hacker” disporrebbe di un habitus mentale, oltre che delle competenze e delle capacità necessarie ad assumere il controllo diretto della produzione sociale, appropriandosi del <em>general intellect</em> ed emancipandosi in tal modo dal potere del capitale. Se questi sogni hanno avuto una qualche giustificazione nella fase arrembante delle startup californiane (cioè negli anni Novanta), la crisi dei primi anni Duemila e il conseguente rapido processo di concentrazione monopolistica delle Internet Company li hanno impietosamente spazzati via. Oggi la stragrande maggioranza dei lavoratori di tale settore (programmatori, sviluppatori, web designer, ecc.) sia che operino come autonomi (dispersi in catene di subfornitura caratterizzate da alti tassi di sfruttamento e di feroce competizione fra poveri) sia come dipendenti dei colossi del settore high tech, sono a tutti gli effetti operai come gli altri (cioè non dotati di alti livelli di comprensione del processo produttivo totale in cui operano come piccoli ingranaggi individuali). Viceversa le minoranze di quadri inseriti in grandi imprese come Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft ecc. sono a tutti gli effetti funzionari del capitale il cui ruolo fondamentale consiste – similmente a quello degli ingegneri analisti dei sistemi nell’era taylorista – nello sviluppare modelli di governo, controllo e comando non solo sugli altri dipendenti d’impresa, ma anche sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma (vedi gli algoritmi che controllano il lavoro dei rider), dei consumatori e più in generale dell’insieme dei rapporti sociali. Oggettivamente sono proletari, soggettivamente no.</p>
<p>Testa inserisce poi un altro elemento di riflessione che consiste nel mettere l’appartenenza di classe in relazione alla posizione occupata all’interno del processo di creazione di plusvalore. Tema che implica altre questioni, come le distinzioni fra lavoro produttivo e improduttivo, manuale e intellettuale, materiale e immateriale, servizi e produzione, creazione e realizzazione del valore, ecc. Questioni intricatissime già ai tempi di Marx (basti pensare al Capitolo VI inedito e al Secondo e Terzo libro del Capitale) ma che appaiono oggi ancora più complicate dall’elevatissimo livello di integrazione raggiunto fra i vari spezzoni delle catene del valore (ricerca e sviluppo, progettazione, produzione materiale e immateriale, distribuzione e commercializzazione, logistica ecc.) reso possibile dalle nuove tecnologie, per tacere dell’impatto dei processi di finanziarizzazione su tutto ciò. Non avendo le competenze per addentrarmi in una discussione in merito alla possibilità di attualizzare la legge del valore lavoro nell’attuale contesto socioeconomico, mi limito ad offrire alcuni spunti.</p>
<p>Parto dal binomio lavoro produttivo-improduttivo. Come notavo già decenni fa , in campo marxista la questione è inquinata da alcune rozze impostazioni (che Marx avrebbe definito materialismo volgare) fondate su una sorta di pregiudizio “morale”, in ragione del quale viene considerato produttivo esclusivamente il lavoro manuale. Nel Capitolo VI inedito Marx sgombra il campo da queste idee: è produttivo il lavoro che genera plusvalore per il capitalista che lo sfrutta, senza alcuna distinzione relativa al tipo di attività svolta. Di più: a mano a mano che la produzione diviene sempre più complessa e integrata, che cresce il livello di cooperazione fra tutte le operazioni di una fabbrica sempre più socializzata, l’attributo di lavoro produttivo va riconosciuto al lavoratore collettivo che la mette in funzione. Fra le altre cose, ciò rende difficile tracciare un netto confine tra produzione e servizi, come nota Testa: “progettare un prodotto, progettare un processo, mettere fisicamente a disposizione un prodotto attraverso una rete logistica globale e fortemente automatizzata sono ormai divenuti elementi strutturali della creazione di valore, elementi senza i quali produrre un telefonino o persino un bullone diviene totalmente inutile ed insensato”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Attenzione: quanto appena detto non impedisce che, in una società socialista, il criterio possa mutare radicalmente, nella misura in cui la produttività del lavoro è qui commisurata alla sua utilità sociale, per cui attività come il marketing, la pubblicità, ecc. che per il capitalista sono produttive, divengono improduttive in un mondo socialista. Anche fra lavoratori dei settori pubblici e privati è difficile tracciare nette distinzioni: mentre è interesse dell’ideologia neo liberale accusare in blocco di improduttività il lavoro del settore pubblico (per giustificare i tagli alla spesa e ridurre lo spazio di intervento dello Stato in economia), è chiaro che molti lavori pubblici (non solo nel settore delle infrastrutture) sono indispensabili per il funzionamento della macchina economica, e che anche i criteri di queste distinzioni varieranno nella transizione dal capitalismo al socialismo. Sorvolo invece sul demenziale tentativo di certi teorici post operaisti di invertire la gerarchia fra lavoro materiale e immateriale, rovesciando specularmente il punto di vista materialista volgare cui accennavo poco fa – tentativo che ho criticato in precedenti lavori ai quali rinvio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per tirare le fila di questa prima parte di ragionamento, richiamo brevemente un altro aspetto di cui mi sono occupato negli ultimi anni. Marx aveva intuito già ai suoi tempi che il capitale è in grado di sfruttare vari tipi di “lavoro del consumatore”. Questo fattore si è oggi dilatato a dismisura: basti pensare al fatto che tutti noi, per il solo fatto di connetterci ai social media, produciamo sistematicamente una enorme massa di dati e informazioni (non solo sotto forma di testi, immagini ecc. ma anche e soprattutto di dati sensibili sui nostri comportamenti, fedi politiche e religiose, tendenze sessuali, ecc.) che sono la materia prima, o meglio i semilavorati, del modello di business delle Internet Company che estraggono valore da questo materiale di cui si appropriano gratuitamente. Mi è stato obiettato che queste attività in quanto “libere” volontarie, non finalizzate a generare un reddito e fonte di gratificazione per coloro che le compiono non possono essere classificate come economiche. In un libro ironicamente intitolato “Felici e sfruttati” ho replicato a tale osservazione scrivendo che questo loro carattere “ludico” non inficia l’esistenza di una relazione di appropriazione gratuita di risorse che generano valore economico per chi le sfrutta (per inciso: la quantità di lavoro che non solo le piattaforme digitali, ma anche banche, compagnie aeree, portali commerciali ecc. delegano ai propri utenti è in continua crescita, consentendo alle aziende di alleggerirsi di numerose operazioni che, altrimenti, dovrebbero essere svolte da forza lavoro retribuita). È tuttavia chiaro che ciò non basta per definire come appartenenti al proletariato tutti quelli che in questo modo contribuiscono ad alimentare la catena del valore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non resta dunque che attenersi al criterio generalissimo evocato in apertura: appartiene alla classe proletaria chi vive della vendita della propria forza lavoro e non è in grado di determinarne il prezzo? Sì, ma avendo ben presente che, non appena si scende al di sotto di questo livello di astrazione e ci si addentra nei meandri del mondo della produzione tipico dell’attuale fase di sviluppo capitalistico, l’impresa di definire chi appartiene “oggettivamente” alla classe si fa progressivamente più complicato. Ma soprattutto: definire l’insieme di coloro che appartengono a quella che Marx definisce “classe in sé”, non equivale a definire l’insieme di coloro che costituiscono la “classe per sé”, cioè l’insieme dei soggetti che una forza politica rivoluzionaria dovrebbe di volta in volta assumere come propri interlocutori privilegiati. Questo compito, come cercherò di argomentare nella seconda parte di questo intervento, attiene a un’analisi di tipo sociopolitico piuttosto che socioeconomico, cioè a un’analisi che antepone il punto di vista storico, l’analisi concreta della situazione concreta – il metodo di Gramsci, Lenin e Mao – alla contemplazione del cielo dell’astrazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un primo passo da fare, per imboccare la via appena indicata, consiste nell’introdurre nel nostro ragionamento la dimensione spaziale, geografica e geopolitica del conflitto di classe. Già dopo la rivoluzione del 1917 non era più possibile essere marxisti senza essere leninisti, oggi ciò è ancora più evidente. È grazie all’analisi leninista dell’imperialismo che l’elemento geopolitico ha fatto il suo prepotente ingresso nella teoria marxista. Marx ed Engels avevano assunto a modello il capitalismo ottocentesco inglese, e pensavano che tale modello si sarebbe gradualmente esteso al resto dell’Europa e, se non fosse stato rovesciato da una rivoluzione proletaria, al mondo intero. Tipico, in tal senso, il giudizio sul ruolo progressivo dell’imperialismo britannico in India &#8211; giudizio giustificato dal fatto che, ad onta dei suoi mostruosi costi umani, la colonizzazione avrebbe accelerato la trasformazione dell’India da nazione semifeudale a moderna nazione borghese, ingrossando le fila del proletariato mondiale. Viceversa Lenin, avendo potuto osservare la transizione del capitalismo alla sua fase monopolistica, e il ruolo strategico che il colonialismo veniva assumendo nel processo di riproduzione allargata del capitale monopolistico metropolitano, fu in grado di cogliere la contraddizione per cui l’espansione metropolitana non solo non avrebbe innescato lo sviluppo capitalistico delle periferie, ma le avrebbe mantenute in uno stato di arretratezza economica, sociale e culturale, funzionale al dominio del centro. Di qui la geniale intuizione in merito alla natura rivoluzionaria della lotta di liberazione nazionale dei popoli coloniali, e alla necessità di concepirla come parte integrante della lotta di classe contro il capitalismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa consapevolezza è divenuta patrimonio teorico-politico del regime sovietico &#8211; inspirandone la politica internazionale &#8211; perlomeno fino agli anni Cinquanta del Novecento. Un patrimonio che è stato ulteriormente arricchito da quella generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, hanno dato vita alla cosiddetta “scuola della dipendenza”. Viceversa, dopo il completamento del processo di decolonizzazione negli anni Settanta, la quasi totalità del movimento marxista occidentale &#8211; come denunciato da Domenico Losurdo nei suoi lavori &#8211; ha dato per scontato che ormai la questione nazionale avesse perso la caratteristica di parte integrante della lotta di classe a livello mondiale per cui, distolta l’attenzione dallo scontro fra Paesi del Nord e del Sud del mondo, si è regrediti su una posizione che vedeva come unico scenario della lotta di classe lo scontro fra borghesia e proletariato all’interno di ogni singolo Paese (oltre a predicare una fideistica aspettativa in una rivoluzione mondiale fondata su un modello che contrappone un ipotetico proletariato mondiale a una, forse meno ipotetica ma non meno astratta, borghesia mondiale).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli effetti di questa rimozione della dimensione spaziale, geografica, geopolitica della lotta di classe sono stati devastanti: liquidazione di ogni istanza patriottica come di ogni rivendicazione di sovranità popolare-nazionale in quanto espressione di ideologie “di destra” (con buona pace dello slogan patria o muerte, lanciato da quasi tutte le rivoluzioni latinoamericane); allineamento con le politiche imperialiste di Stati Uniti ed Europa che violano il principio di non interferenza negli affari interni di altri Paesi in nome dell’esportazione della democrazia occidentale e della tutela di presunti “diritti universali dell’uomo” (basti pensare a come Antonio Negri, in <em>Impero</em> , arrivi a negare l’esistenza stessa di una politica imperiale americana, dando per acquisita l’unificazione politica del mondo e  declassando a “operazioni di polizia” i conflitti Nord-Sud); limitazione della opposizione alle politiche ordoliberiste della Unione Europea a trazione tedesca a un blando europeismo critico, che ignora le conseguenze della deindustrializzazione dell’Italia e della sua integrazione in posizione subordinata in filiere controllate dall’estero (per tacere dello smantellamento delle industrie pubbliche, dei tagli alla spesa sociale, ai salari e alle pensioni, ecc.) sulle condizioni di vita e di lavoro del proletariato italiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Credo infine che l’effetto più grave di questa chiusura dell’orizzonte politico-culturale delle sinistre occidentali nel cerchio di un ottuso e autoreferenziale eurocentrismo consista nell’incapacità di porsi il seguente interrogativo: perché le uniche rivoluzioni socialiste riuscite non sono avvenute in Paesi industrialmente avanzati (laddove, secondo la dogmatica kautskyana della II Internazionale, sarebbero dovute avvenire nei punti più alti di sviluppo delle forze produttive), bensì in Paesi economicamente “arretrati” (negli anelli più deboli della catena, secondo la formula “eretica” di Lenin)? E ancora (ed a mio avviso è questo l’interrogativo più importante ai fini della nostra discussione su composizione di classe e lotta per il socialismo): perché ne sono state protagoniste le larghe masse contadine, assieme ad esigui nuclei di classe operaia in formazione e a sezioni della piccola borghesia urbana? Per dare una risposta, dobbiamo tornare alle questioni di metodo introdotte in precedenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’ultimo decennio di vita, Marx assunse posizioni che appaiono oggi quanto meno scomode per i suoi esegeti dogmatici e dottrinari. In primo luogo, commentando la recensione che il traduttore russo del <em>Capitale </em>aveva dedicato alla sua opera fondamentale, scrisse ironicamente che costui gli aveva fatto allo stesso tempo troppo onore e troppo torto, scambiando il suo lavoro per un tentativo di descrivere le leggi universali di sviluppo della storia. Questo perché, dal suo punto di vista, non esiste alcuna necessità immanente che governi come una ferrea legge di sviluppo il cammino della storia, bensì un avanzare complesso e contraddittorio della stessa, che può essere compreso solo attraverso l’analisi dei  contesti concreti &#8211; spesso contingenti – che di volta in volta ne determinano l’esito. Ciò significa, fra le altre cose, che Marx non ha mai teorizzato l’esistenza di una successione necessaria di fasi (schiavismo, feudalesimo, capitalismo) che tutte le società dovrebbero necessariamente attraversare. Tanto è vero che, nella famosa lettera a Vera Zasulic , arrivò ad ammettere che, in determinate circostanze nazionali e internazionali, la comunità contadina originaria russa, l’ obščina, avrebbe potuto funzionare come il nucleo di un balzo diretto al socialismo, senza passare sotto le forche caudine di una fase borghese-capitalistica.</p>
<p>Questa straordinaria elasticità mentale ha inspirato quei teorici marxisti latinoamericani  che hanno criticato la tesi comune a molti partiti comunisti del subcontinente, secondo cui le masse contadine di origine india, organizzate in comunità definibili come forme di comunismo primitivo, avrebbero potuto divenire parte attiva in un fronte rivoluzionario anticapitalista solo dopo essere passati attraverso la fase della piccola proprietà di tipo borghese. Una visione miope, incapace di cogliere la profonda differenza fra il feudalesimo europeo e il comunitarismo contadino latinoamericano, e quindi di sfruttare il potenziale rivoluzionario di quest’ultimo. Ragionando sulla rivoluzione boliviana, e sul ruolo strategico svoltovi dalle comunità campesindie l’ex vicepresidente boliviano Alvaro G. Linera ha dato un  contributo importante all’allargamento del concetto di classe antagonista, estendendolo a quelle forme comunitarie che, ove costrette a lottare contro i meccanismi dell’accumulazione capitalistica, possono acquisire una visione del mondo che implica un comunitarismo più ampio e universalizzante di quello originario (il modello del socialismo del secolo XXI emerso dalle rivoluzioni bolivariane è non a caso una proiezione del <em>buen vivir</em>, cioè del modello socialista originario delle comunità andine).  Questa “etnicizzazione” dello scontro di classe ha fra l’altro fatto sì che gli organismi di democrazia diretta e partecipativa, tipiche delle comunità andine tradizionali, abbiano svolto un ruolo centrale nell’aggregazione del blocco sociale rivoluzionario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ancora più densa di insegnamenti, sotto questo aspetto, si presenta la rivoluzione cinese, della quale le masse contadine sono state di gran lunga il protagonista principale, laddove la classe operaia cinese &#8211; numericamente inferiore all’1% della popolazione all’inizio del processo rivoluzionario – appare tutt’oggi  minoritaria, malgrado i giganteschi processi di industrializzazione e di inurbazione che il Paese ha vissuto negli ultimi decenni (basti dire che gli operai sono poco più del 13% degli attuali iscritti al PCC, superati da tecnici, lavoratori del terziario e dei servizi, mentre i contadini, pur ridimensionati,  sono ancora maggioranza relativa). Ciò significa che dobbiamo rimpiazzare il proletariato in quanto soggetto privilegiato di un processo di trasformazione socialista? Evidentemente no, ma certamente significa: 1) che dobbiamo ridefinirne e estenderne i confini (vedi gli spunti contenuti nella prima parte); 2) che dobbiamo immaginare la costruzione di un blocco sociale rivoluzionario non nei termini di una rete di alleanze tattiche, strumentali, bensì come integrazione di una serie di soggetti sociali in un popolo unito da un comune progetto politico anticapitalista, un blocco in cui non necessariamente la classe operaia deve rappresentare, in ogni e qualsiasi concreta contingenza storica, l’avanguardia; 3) che occorre riproporre in tutta la sua pregnanza la distinzione marxiana fra classe in sé e classe per sé, nonché la concezione leninista del partito quale unica organizzazione politica in grado di incarnare gli interessi generali (e non meramente corporativi) della classe per sé, al di là della composizione statistica del partito stesso e del corpo sociale in cui esso si trova di volta in volta a operare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che altro aggiungere? Sull’atteggiamento delle sinistre occidentali che, di fronte alle rivoluzioni “eretiche” avvenute al di fuori del loro universo storico, geografico e culturale, reagiscono negandone il carattere socialista e parlando di capitalismo di stato e autoritarismo, ho già scritto altrove e non intendo qui ritornare sul tema. Chiudo perciò riassumendo le osservazioni di metodo fin qui svolte e aggiungendo quali obiettivi dovrebbero a mio avviso  suggerire a una forza rivoluzionaria. Credo che tutto quanto ho sostenuto possa essere sintetizzato in due tesi di fondo. La prima consiste nell’affermare che la ridefinizione-aggiornamento del concetto di classe in sé alla luce dell’evoluzione del modo di produzione capitalistico, mentre è decisiva ai fini della comprensione delle nuove modalità di sfruttamento della forza lavoro, non offre indicazioni immediate sull’identità della classe per sé. Detto altrimenti: composizione di classe socioeconomica e sociopolitica non coincidono necessariamente, e i soggetti in grado di elevarsi dalla lotta economica alla lotta politica sono riconoscibili solo analizzando, di volta in volta, la composizione sociopolitica. La seconda tesi rinvia alla necessità di inquadrare il conflitto di classe nel contesto mondiale, declinandolo come conflitto fra nazioni dominanti e nazioni dominate, il che implica rilanciare e aggiornare le teorie leniniste sull’imperialismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste tesi si integrano e influenzano reciprocamente, come l’esperienza delle rivoluzioni socialiste avvenute nei Paesi periferici e semiperiferici ampiamente dimostra. Queste esperienze si sono infatti avvalse di due poderose leve storiche: la volontà di riscatto nazionale dei popoli asserviti, oppressi e sfruttati dalle potenze imperialiste occidentali, e la volontà di resistenza alla penetrazione dei rapporti di produzione capitalistici da parte di larghe masse contadine che, perlopiù, non erano passate attraverso una fase feudale di tipo occidentale, per cui conservavano consistenti memorie di culture comunitarie e relazioni economiche di natura precapitalistica. Queste due leve hanno assunto il carattere di lotta anticapitalista laddove il processo rivoluzionario ha potuto contare su partiti marxisti-leninisti radicati in minoranze sociali di operai e intellettuali piccolo borghesi. Partiti che hanno conquistato l’egemonia convincendo le larghe masse popolari che solo il socialismo poteva realizzarne le speranze di indipendenza nazionale e di libertà dallo sfruttamento imperialistico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le due tesi sopra enunciate valgono anche nei Paesi che appartengono ai centri capitalisti metropolitani? Sì, ma con gli opportuni adeguamenti. Partiamo dalla prima: nel contesto occidentale, la disarticolazione del proletariato in frammenti separati da confini generazionali, di genere, regionali, di status economico e contrattuale, ecc. dovuta a decenni di ristrutturazione tecnologica, finanziarizzazione, decentramento produttivo, nonché di progressiva perdita di rappresentanza sindacale e politica, ha raggiunto livelli tali per cui il compito prioritario di un partito comunista consiste nel ri-costruire l’unità di classe. In un certo senso si potrebbe dire che, data l’attuale debolezza del movimento comunista, ricostruire il partito di classe e ricostruire la classe sono parte di un unico processo. Da quanto sostenuto in precedenza deriva che l’analisi della composizione socioeconomica, della classe in sé è, sotto tale aspetto, meno rilevante dell’analisi della composizione sociopolitica, il che, detto in parole povere, significa che l’attenzione e le energie vanno indirizzate in primo luogo nell’individuazione degli “anelli deboli” di questa nuova nebulosa del lavoro (cioè quei settori sociali che, per cause non definibili a priori, manifestano maggiore spirito combattivo), nell’organizzarli e nel convertirli in avanguardia rivoluzionaria. Anche il compito di allargare l’egemonia di tale avanguardia su un più ampio blocco sociale assume carattere inedito: non si tratta tanto – almeno in una prima fase &#8211; di costruire alleanze con altre classi sociali, ma di proseguire e rafforzare il processo di ri-costruzione della classe proletaria. Da questo punto di vista, esiste una qualche analogia con quanto sostenuto dal filosofo argentino Ernesto Laclau, laddove parla di “costruzione di un popolo”, riferendosi alla capacità di saldare una serie di rivendicazioni eterogenee in un’unica “catena equivalenziale”. Con la differenza che, per chi vuole mantenere un punto di vista classista, i confini del popolo in questione non possono essere estesi indefinitamente (vedi il discorso sull’integrazione nel blocco dominante di un ampio strato di quadri e rentier, accennato nella prima parte).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quanto alla seconda tesi, relativa al conflitto geopolitico come conflitto di classe, è chiaro che da noi pesa meno di quanto abbia pesato nelle rivoluzioni dei Paesi ex coloniali, ma la sua importanza è tutt’altro che irrilevante. Basti pensare alle contraddizioni che l’integrazione dell’Italia nella Ue ha generato per il nostro Paese: smantellamento dell’industria di Stato, tagli drammatici al welfare e alla spesa pubblica, de industrializzazione, aumento della disoccupazione, annullamento dei diritti del lavoro, crescenti disuguaglianze e aggravamento delle differenze fra Nord e Sud, fra regioni ricche e regioni povere. Insomma: il conflitto di classe si inscrive potentemente nello spazio, sia all’interno che verso l’esterno dei confini nazionali. All’interno lo vediamo, fra le altre cose, con i processi di gentrificazione dei centri delle grandi città, e con la conseguente espulsione delle classi lavoratrici verso le periferie, e ancor più lo vediamo con la desertificazione produttiva, sociale e culturale del Meridione che va ad accrescere le fila di quello che Nicola Zitara chiamava “proletariato esterno”. Nei rapporti con l’esterno lo vediamo con la rabbia popolare generata dalle politiche economiche imposte dai principi ordoliberali dell’Europa a trazione tedesca. Una rabbia che si estende a settori di piccola e media imprenditoria e gonfia le vele dei populismi di destra, il che dovrebbe farci capire – con buona pace delle sinistre cosmopolite – come il tema della sovranità nazionale e popolare non sia appannaggio esclusivo delle rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana ma possa giocare un ruolo strategico anche in Paesi come il nostro.</p>
<p><em><strong> Carlo Formenti</strong></em></p>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</blockquote>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=7733</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>DOMINIO SENZA EGEMONIA.</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=7082</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=7082#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2021 17:36:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Contropiano]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Zitara]]></category>
		<category><![CDATA[PCI]]></category>
		<category><![CDATA[psi]]></category>
		<category><![CDATA[Rete dei Comunisti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=7082</guid>
		<description><![CDATA[DOMINIO SENZA EGEMONIA. APPUNTI PER UNA STORIA DELLE CLASSI DIRIGENTI ITALIANE CARLO FORMENTI  Pubblico qui di seguito il testo integrale dell&#8217;intervento di cui ho letto un estratto nel corso del convegno &#8220;Malattia nazionale. Distorsioni di un capitalismo piccolo piccolo&#8221; che è appena stato trasmesso sui canali della Rete dei Comunisti e di Contropiano La borghesia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/02/ffc9a76e4f88b66c863df72bab4ef694_XL2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7084" title="ffc9a76e4f88b66c863df72bab4ef694_xl" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/02/ffc9a76e4f88b66c863df72bab4ef694_XL2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<h2>DOMINIO SENZA EGEMONIA. APPUNTI PER UNA STORIA DELLE CLASSI DIRIGENTI ITALIANE</h2>
<p><strong>CARLO FORMENTI </strong></p>
<div>P<em>ubblico qui di seguito il testo integrale dell&#8217;intervento di cui ho letto un estratto nel corso del convegno &#8220;Malattia nazionale. Distorsioni di un capitalismo piccolo piccolo&#8221; che è appena stato trasmesso sui canali della Rete dei Comunisti e di Contropiano</em></div>
<div></div>
<div></div>
<div></div>
<div>La borghesia italiana non è mai riuscita a costruire uno Stato decente né ad aggregare un blocco sociale in grado di esercitare una reale egemonia (in senso gramsciano). Di conseguenza per conservare il potere, da un lato ha spesso dovuto ricorrere al dominio, schiacciando con la forza la resistenza delle classi subalterne quando si sono ribellate (senza riuscire a loro volta a produrre una concreta alternativa sistemica), dall’altro lato ha altrettanto spesso dovuto ricorrere all’appoggio esterno di potenze straniere.</div>
<div>Ciò vale fin dalla nostra costituzione come nazione indipendente. Il cosiddetto Risorgimento è stato l’esito, più che di una rivoluzione popolare (di cui si sono avuti solo accenni con episodi isolati come le Cinque Giornate di Milano e la Repubblica Romana), di guerre di conquista del Regno di Savoia a spese di altri staterelli, guerre che sono state vinte grazie all’appoggio francese prima e prussiano poi (senza dimenticare la benevola neutralità inglese: vedi lo sbarco di Garibaldi in Sicilia). In particolare, l’annessione del Regno delle Due Sicilie è stata una vera e propria colonizzazione interna, associata all’espropriazione delle risorse del Meridione, che sono servite a finanziare l’accumulazione primitiva del capitalismo settentrionale, (vedi le analisi di Nicola Zitara) e dalla repressione selvaggia delle masse contadine cui non è stato concesso nulla perché occorreva assicurarsi il consenso dei latifondisti.</div>
<div></div>
<div>Il trasformismo e il giolittismo che hanno gestito il Paese unificato nei decenni successivi hanno offerto una ulteriore conferma della cronica incapacità di dare vita a robuste istituzioni statali e a una classe dirigente degna di tale nome. Si è tenuta in piedi la baracca attraverso alleanze a geometria variabile fra le diverse élite e i loro interessi corporativi e sfruttando il sottogoverno gestito da reti di solidarietà familistica. Un compito facilitato dal ritardo con cui venivano sviluppandosi la grande industria e la classe operaia, e dal prevalere di una componente contadina arretrata e segmentata secondo le regioni di appartenenza. Una massa contadina che ha fornito la materia prima del carnaio della Grande Guerra, nella quale il Paese si è avventurato accodandosi alla coalizione vincente in cambio di qualche guadagno territoriale (vedi la retorica della “quarta guerra d’indipendenza” sbandierata dai manuali scolatici di storia fino al secondo dopoguerra).</div>
<div></div>
<div>La prima vera grande sfida che le classi dominanti hanno dovuto affrontare è stata, dopo la Grande Guerra, quella lanciatagli dalla classe operaia che era venuta crescendo in numero e coscienza politica e sindacale nel triangolo industriale, il cui decollo era stato accelerato dallo sforzo bellico. Una classe che guardava con simpatia alla Rivoluzione bolscevica del 17 e si riconosceva nel Partito Socialista e nel Partito Comunista nato a Livorno nel 1921.</p>
<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-NO2r4jm3U8E/YCf7475rFPI/AAAAAAAAAOU/OZrfZ6yuBSoVc8tHXguiGaOsHtL8PeDQACLcBGAsYHQ/s1024/Antonio_Gramsci.jpg"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-NO2r4jm3U8E/YCf7475rFPI/AAAAAAAAAOU/OZrfZ6yuBSoVc8tHXguiGaOsHtL8PeDQACLcBGAsYHQ/s320/Antonio_Gramsci.jpg" alt="" width="320" border="0" data-original-height="768" data-original-width="1024" /></a></div>
<p>Ancora una volta, la sfida non è stata vinta grazie alle capacità egemoniche delle classi dominanti bensì attraverso la repressione violenta. Al fascismo, espressione dell’ideologia e degli interessi della piccola borghesia urbana e rurale e del blocco agrario, i capitalisti industriali e finanziari hanno delegato il lavoro sporco, dimostrandosi disposti a rinunciare a mantenere il controllo sul governo e sull’apparato statale (in realtà contavano sul fatto che lo avrebbero potuto riprendere non appena sconfitto il nemico di classe, ma l’autonomia del politico li ha fregati, costringendoli ad accettare il ventennio mussoliniano).</p></div>
<div></div>
<div>Con la sconfitta subita nella disastrosa avventura della Seconda guerra mondiale, e con l’avvento della Repubblica e la conseguente approvazione della Costituzione del 48, si apre l’unico periodo in cui si può parlare di egemonia delle classi dirigenti emerse dalle macerie belliche. Si tratta di un’egemonia sui generis che rispecchia, sia il compromesso imposto dal contributo decisivo che socialisti e comunisti avevano dato alla vittoriosa guerra di Resistenza, sia la collocazione “frontaliera” dell’Italia fra l’Europa controllata dagli Alleati occidentali e il blocco sovietico che, grazie alla vittoria sul nazismo, si era esteso fin nel cuore del Vecchio Continente. L’incombente presenza sovietica, pur avendo l’Urss accettato l’appartenenza della nostra penisola al blocco atlantico, esercitava un’influenza potente sul proletariato italiano, nel frattempo cresciuto notevolmente di peso numerico, culturale e politico e sconsigliava una liquidazione violenta delle sue organizzazioni (sul tipo di quella attuata in Grecia) che avrebbe provocato un bagno di sangue.</div>
<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-Pja2wqYljdU/YCf8B7LqfxI/AAAAAAAAAOY/CTNfOUhBAaUyub-wbP-VkhpoEQukt8I_QCLcBGAsYHQ/s2048/45_Costituzione.jpg"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-Pja2wqYljdU/YCf8B7LqfxI/AAAAAAAAAOY/CTNfOUhBAaUyub-wbP-VkhpoEQukt8I_QCLcBGAsYHQ/s320/45_Costituzione.jpg" alt="" height="320" border="0" data-original-height="2048" data-original-width="1477" /></a></div>
<p>&nbsp;</p>
<div></div>
<div>Malgrado le dure repressioni degli anni Cinquanta nelle grandi fabbriche del Nord, in particolare alla Fiat, quella che è venuta progressivamente instaurandosi è stata una sorta di convivenza conflittuale fra le forze della conservazione (la DC e i suoi alleati) e le forze progressiste (PCI e PSI). All’ombra di questo compromesso politico è potuto crescere il compromesso sociale fra capitale e lavoro. Con caratteristiche peculiari rispetto ad altre versioni del modello fordista: mentre altrove – in particolare negli Stati Uniti e in Inghilterra &#8211; tale modello era il frutto della crescita di gigantesche imprese monopolistiche private e della necessità di concedere salari relativamente elevati per sostenere la domanda di beni di consumo durevole, da noi le condizioni strutturali di questo circolo virtuoso non si sarebbero sviluppate (l’esistenza della Fiat e di poche altre grandi fabbriche settentrionali non sarebbe bastata), in assenza di un massiccio intervento diretto dello Stato in economia. E’ stata l’economia mista cresciuta fra la fine dei Cinquanta e la prima metà dei Sessanta a dare l’impulso decisivo per il boom italiano, con il suo contorno di riforme, modernizzazione culturale e con la sua dialettica politica, conflittuale ma non antagonista, fra blocco conservatore e blocco progressista. Come detto in precedenza, questo è forse l’unico periodo della nostra storia in cui si può parlare di una classe dirigente capace di esercitare egemonia e non semplicemente dominio sulle classi subalterne, cooptandole parzialmente nel sistema di gestione del potere.</div>
<div></div>
<div>A rompere quell’equilibrio non concorsero solo fattori “esterni” come crisi petrolifera, caduta del saggio di profitto, stagflazione e rottura degli accordi di Bretton Woods ma anche una sorta di nemesi delle secolari sofferenze del proletariato meridionale. Mi riferisco al ruolo degli immigrati meridionali impiegati come operai comuni nell’alzare il tiro della conflittualità di classe. Per nulla sensibili alla cultura della trattativa e della cogestione degli operai professionalizzati inquadrati nei partiti e nei sindacati tradizionali, costoro lottarono con energia dirompente per ottenere forti aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione e allentamento della disciplina aziendale, contribuendo ulteriormente alla riduzione dei margini di profitto. Ritengo viceversa che il peso esercitato dall’alleanza fra gli operai, il movimento studentesco e le formazioni politiche nate dal progressivo sfaldamento di quest’ultimo sia stato sopravalutato (sopravvalutazione dovuta in larga misura alla retorica sulla narrazione degli “anni di piombo”), nel senso che quelle sinistre radicali persero ben preso la loro spinta propulsiva, dando origine all’onda lunga dei nuovi movimenti e alla loro prevalente concentrazione sui diritti civili e individuali.</div>
<div></div>
<div>Ben altro impatto ebbe il modo in cui il PCI reagì ai sintomi sempre più evidenti della tentazione delle classi dominanti e dei loro apparati repressivi di passare dall’egemonia al dominio e alla repressione violenta (stragi di stato). Una preoccupazione aggravata dalla ferocia con cui gli Stati Uniti avevano stroncato l’esperimento socialista cileno. Il compromesso storico, la celebrazione dell’austerità e la dichiarazione di fedeltà all’Alleanza Atlantica furono di fatto una candidatura a garantire un esercizio pacifico dell’egemonia sulle classi popolari per conto delle classi padronali, frenando una spinta operaia che già veniva esaurendosi spontaneamente sotto i colpi delle ristrutturazione capitalistica (decentramento produttivo, tagli di organico, ristrutturazione tecnologica, ecc.). Eppure nemmeno quella macelleria sociale, che dopo la marcia dei quarantamila quadri della Fiat del 1980 incontrò sempre meno resistenza, fu sufficiente a chiudere la partita.</p>
<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-RdcjXriuABA/YCf8hWB_HmI/AAAAAAAAAOk/jkvF6XEHCA4zXDE3lbtu4ErSqHC5ohi6gCLcBGAsYHQ/s600/marcia.png"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-RdcjXriuABA/YCf8hWB_HmI/AAAAAAAAAOk/jkvF6XEHCA4zXDE3lbtu4ErSqHC5ohi6gCLcBGAsYHQ/s320/marcia.png" alt="" width="320" border="0" data-original-height="340" data-original-width="600" /></a></div>
<p>Era infatti necessario destrutturare l’economia mista che aveva fatto maturare le condizioni per il ciclo di lotte operaie. A occuparsene furono i vari Carli, Draghi, Ciampi, Andreatta, Amato e Prodi che imposero prima l’autonomizzazione della Banca d’Italia dal potere politico, poi l’adesione al trattato di Maastricht e l’ingresso nell’area euro &#8211; tutti passaggi avvenuti con la benedizione di un PCI già avviato a concludere la trasformazione in partito liberale, definitivamente sancita dopo la caduta dell’URSS. A quel punto, il vincolo esterno (lo vuole l’Europa) aveva preso il posto delle minacce di repressione violenta in quanto otteneva gli stessi risultati senza innescare reazioni simmetriche.</p></div>
<div></div>
<div>Lo smantellamento dell’industria di Stato e la sconfitta delle classi lavoratrici non hanno tuttavia creato le condizioni per l’ascesa di grandi imprese private capaci di competere sul mercato internazionale, proprio perché la borghesia italiana aveva scelto di accettare un ruolo subalterno sul piano internazionale pur di mantenere il proprio dominio sulle classi lavoratrici.  Quella scelta ha inferto ferite mortali a un sistema Paese già penalizzato dalla cronica debolezza delle strutture statali (con la riforma dell’articolo V e il decentramento regionale quella debolezza diverrà vero e proprio sfascio, come certificato dall’attuale incapacità di gestire l’emergenza pandemica). Gli esiti sono noti: nanismo delle imprese (che si cercherà di far passare per un fattore positivo con le narrazioni sui distretti e con la retorica del “piccolo è bello”), terziarizzazione del lavoro (con prevalenza dei settori del turismo, del ristoro e dell’intrattenimento – a basso valore aggiunto e caratterizzati da lavoro precario e sottopagato &#8211; rispetto al terziario avanzato e innovativo), aggravamento dello squilibrio Nord/Sud; sfascio dei servizi pubblici (sanità, scuola, università, trasporti), degrado ambientale e territoriale, disoccupazione e sottooccupazione cronica (con la proliferazione di lavori precari, temporanei, finto autonomi, sottopagati, ecc.).</div>
<div></div>
<div>Questi processi in atto da quattro decenni hanno determinato radicali trasformazioni nella composizione di classe e nelle forme della rappresentanza politica. Per quanto riguarda il primo aspetto abbiamo avuto l’indebolimento numerico di una classe operaia sempre più frammentata, individualizzata e dispersa, a fronte dell’aumento ipertrofico di una classe media impegnata in una galassia di attività rifugio in assenza di concrete opportunità di occupazione e carriera (piccolo commercio, artigianato, microimprese per gli strati a bassa scolarizzazione; partite iva, consulenze, professioni “creative”, ecc. per gli strati più acculturati). Per quanto riguarda le seconde, Tangentopoli ha avviato una crisi irreversibile dei partiti tradizionali, travolti dalla corruzione ma che soprattutto si erano scavati la fossa favorendo l’indebolimento delle loro stesse basi sociali, dopodiché Berlusconi ha inaugurato la stagione dei partiti personali fondati sulla mobilitazione di una massa composita di individui sensibili alla comunicazione mediatica più che ai programmi politici. I movimenti spontanei di rivolta hanno a loro volta scontato gli effetti di questo marasma sociale, culturale e politico, dando vita a esperienze interessanti ma territorialmente circoscritte, come le lotte in Val di Susa, al “cittadinismo” dei vari girotondi, indignati ecc. con base nella piccola e media borghesia urbana e privi di qualsiasi velleità antisistema (via ai corrotti, potere agli onesti), e a esplosioni episodiche di furia plebea come il movimento dei forconi. Finché non è apparso sulla scena politica l’M5S.</div>
<div></div>
<div>Il secondo decennio del Duemila ha visto l’Italia assumere per la seconda volta – dopo gli anni Novanta e il partito azienda di Berlusconi – il ruolo di laboratorio sperimentale di nuove forme di aggregazione politica nell’era del tramonto della democrazia liberale. Fra il governo Monti e l’appena insediato governo Draghi &#8211; due momenti in cui l’alta finanza ha assunto in prima persona il governo del Paese, commissariandone il sistema politico e sospendendo ogni finzione di democrazia &#8211; abbiamo assistito alla rapida ascesa, culminata con le elezioni del 2018, e alla ancora più rapida caduta di un populismo bicefalo. Da un lato la Lega di Matteo Salvini, il leader che è riuscito a dare dimensione nazionale a un partito nato per rappresentare gli interessi della piccola e media impresa settentrionale e più in generale dei settori di borghesia più penalizzati dal processo di globalizzazione; un partito “sovranista” a parole ma privo di qualsiasi reale volontà di sganciare l’Italia da Bruxelles (anche perché la sua base sociale è legata a doppio filo alle catene di subfornitura delle grandi imprese tedesche). Dall’altra quello strano ircocervo che è il Movimento 5Stelle. Un fenomeno nato come “contenitore dell’ira” popolare che si è coagulata attorno alla leadership del comico Beppe Grillo, il quale è riuscito “dare voce” alla frustrazione di un’ampia gamma di strati sociali inferociti dagli effetti di decenni di “guerra di classe dall’alto”, ma che, nella sua breve vita, ha attraversato una tumultuosa serie di mutazioni. Alla fase pionieristica dei Meetup (egemonizzata dagli esponenti delle nuove professioni emergenti – soprattutto nel settore delle nuove tecnologie e caratterizzata dall’esaltazione della democrazia digitale e dal rifiuto intransigente del professionismo politico) si è rapidamente passati alla fase governista, allorché il movimento, incoraggiato dai successi ottenuti nelle elezioni amministrative di alcune grandi città, ha dato l’assalto al cielo del governo nazionale. Nel frattempo è venuto raccogliendo un consenso assai più ampio e trasversale: operai , impiegati, nuove forme di lavoro precario e finto autonomo, membri delle classi medie “riflessive”, artigiani e piccoli imprenditori con provenienze sia dall’elettorato di sinistra che di destra, ma con netta prevalenza del primo.</div>
<div></div>
<div>Nessuno di questi esperimenti è tuttavia riuscito a risolvere l’annoso problema della costruzione di una élite politica capace di esercitare una reale funzione egemonica. La Lega perché, malgrado la sua riconversione a partito nazionale, è sempre rimasta espressione delle componenti più deboli di una classe imprenditoriale già di per sé affetta da pesanti carenze strutturali e culturali. Quanto all’M5S si è trattato di un’incarnazione quasi da manuale delle teorie del filosofo franco-argentino Ernesto Laclau: un aggregatore di domande eterogenee provenienti da settori sociali altrettanto eterogenei nei confronti di un sistema incapace di dare risposte, una forza che è riuscita a costruire una sgangherata “catena equivalenziale”, sempre per usare il linguaggio di Laclau, alla quale è però mancata la capacità di selezionare le domande egemoniche attorno a cui coagulare un vero progetto politico, tenuta insieme  solo dal collante della critica alla “casta” e da un “programma” che si riduce all’idea di rimpiazzare una classe dirigente inetta e corrotta con figure oneste e selezionate attraverso i meccanismi della democrazia digitale. Nessuna velleità antagonista nei confronti del sistema, nessuna indicazione concreta su obiettivi e mezzi in materia di lotta alla disuguaglianza, miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne, riequilibrio fra Nord e Sud, riforme dello Stato, se non discorsi generici e velleitari e qualche provvedimento assistenziale ad hoc. Con queste premesse era chiaro che la conquista del potere si sarebbe trasformata in una nemesi per un soggetto politico incapace di gestirlo.</div>
<div>Già la caduta del primo governo Conte e il successivo abbraccio con il PD lasciava intuire la rapidità con cui il movimento sarebbe andato incontro alla normalizzazione. Ma la crisi pandemica non gli ha permesso di realizzare l’obiettivo di sostituirsi alle vecchie élite incarnate dai partiti tradizionali. La tragicomica successione di compromessi e contorsioni finalizzate a scongiurare le elezioni e il “licenziamento” di gran parte dei suoi parlamentari non ha potuto evitare la catastrofe finale. Sarebbe tuttavia sbagliato leggerne il fallimento come una “rivincita” della politica tradizionale per la quale Renzi avrebbe agito da braccio armato. Ancora una volta le vicende italiane possono essere interpretate solo in ragione dell’incapacità egemonica delle classi dominanti – a prescindere dalle forze politiche chiamate di volta in volta a rappresentarne gli interessi – e dalla conseguente necessità di evocare un intervento esterno chiamato al tempo stesso a salvarle e a ribadirne la subalternità a livello economico e geopolitico. Il commissariamento del Paese da parte di Mario Draghi, che assume i connotati di un vero e proprio golpe bianco con la messa in mora dei partiti e dello stesso Parlamento e la sospensione di fatto della democrazia rappresentativa, non è frutto solo dello stato di eccezione provocato dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica (per inciso, nell’occasione trova ennesima conferma la definizione schmittiana secondo cui “sovrano è chi decide dello stato di eccezione”), può essere compresa solo a partire dal sintomatico e ossessivo richiamo da parte del presidente del consiglio incaricato alla collocazione atlantista ed europeista dell’Italia dove l’accento cade sul primo dei due aggettivi.</div>
<div></div>
<div>La precipitazione della crisi italiana è infatti coincisa significativamente con la sconfitta elettorale di Trump e con il ritorno al potere del blocco sociale incarnato da Biden e dalla lobby neocons di cui costui è espressione, Tanto la vittoria di Trump di quattro anni fa quanto la sua recente sconfitta sono un sintomo della crisi di egemonia degli Stati Uniti. È evidente che gli Stati Uniti restano di gran lunga la prima potenza mondiale sul piano politico-militare, e anche – sia pure di stretta misura nei confronti della Cina – sul piano economico (in senso finanziario assai più che industriale); ma è chiaro che faticano sempre più a conservare un controllo assoluto sul resto del mondo (ne sia prova l’incapacità di mantenere ordine nel “cortile di casa” latinoamericano, dove non sono ancora riusciti a indurre un regime change in Venezuela e dove la piccola Bolivia ha rimesso al potere il governo socialista pochi mesi dopo il golpe militare). Tale difficoltà ha a che fare con l’esaurimento della spinta propulsiva del processo di globalizzazione, il quale, assai più che di presunte “leggi” economiche, è stato il frutto della volontà americana di dominio imperiale sul pianeta unificato dal crollo dell’URSS. Un progetto che ha finito per ritorcersi contro chi l’aveva messo in moto, nella misura in cui ha generato le condizioni per la crescita di nuovi competitor economici, politici e militari (Cina e Russia su tutti). I contraccolpi economico-sociali di questa eterogenesi dei fini sono stati devastanti, come l’impoverimento di larghe masse proletarie e di classe media che hanno votato per Trump in odio alle metropoli gentrificate e alla sinistra clintoniana che ne rappresenta gli interessi.</div>
<div></div>
<div>Il progetto di Trump (disimpegno da vari teatri di guerra, rientro dei capitali investiti in Asia e altrove dalle multinazionali per rilanciare l’occupazione interna, freno all’immigrazione per ridurre la concorrenza nei confronti dei working poor autoctoni, ecc.) è fallito anche perché frenato dal potere interdizione del deep power degli apparati statali. Ma a dargli il colpo di grazia è stata la crisi pandemica e la folle linea negazionista dell’amministrazione, pagata con centinaia di migliaia di vittime e con il tragico peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. Così il blocco sociale che lo aveva premiato quattro anni fa si è sfaldato: una parte – soprattutto le classi lavoratrici – è rientrata nell’ovile democratico, lasciandosi convincere, con più validi argomenti della volta precedente, dalla sinistra di Sanders, mentre gli è rimasta la base socialmente più eterogenea e ideologizzata a destra che ha mostrato la sua faccia tanto violenta quanto folcloristica nell’assalto a Capitol Hill.</div>
<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-z3njNcrhdN0/YCf-Z1ZxLzI/AAAAAAAAAO4/6PPaZ7DuDG0GY23oCkv0Z-1wy2I5lsSaACLcBGAsYHQ/s1200/040212160-07c19524-d004-45ac-a046-6a3a3cabc553.jpg"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-z3njNcrhdN0/YCf-Z1ZxLzI/AAAAAAAAAO4/6PPaZ7DuDG0GY23oCkv0Z-1wy2I5lsSaACLcBGAsYHQ/s320/040212160-07c19524-d004-45ac-a046-6a3a3cabc553.jpg" alt="" width="320" border="0" data-original-height="675" data-original-width="1200" /></a></div>
<p>&nbsp;</p>
<div></div>
<div>Quanto alla neopresidenza Biden, ha già chiaramente mostrato le proprie intenzioni: liquidate le velleità della sinistra interna (la scelta della squadra di governo è una vetrina politically correct di donne e appartenenti  alle minoranze etniche e sessuali ma non prevede alcun esponente delle sinistre) verrà riaffermato il primato dei settori finanziari e high tech (che hanno festeggiato silenziando i profili del presidente uscente) sugli altri settori del capitale nazionale; verrà riannodato il filo rosso delle politiche economiche condotte dai vari Clinton e Obama; ma soprattutto verrà perseguito con feroce determinazione l’obiettivo di mobilitare l’opinione pubblica contro il nemico esterno: la guerra fredda contro Cina, Russia e “stati canaglia” (Corea del Nord, Cuba, Venezuela, ecc.) è già partita in grande stile e verrà condotta sotto la bandiera dei diritti civili da esportare, ove necessario, con la forza delle armi.</div>
<div></div>
<div>Questo disegno non è attuabile se gli Stati Uniti non ottengono il pieno appoggio dei loro tradizionali alleati, a partire dalla Ue. Ma l’Europa ha subito effetti non meno devastanti a causa del coronavirus, aggravati da decenni di austerità, privatizzazioni e tagli alla spesa e ai servizi pubblici, al punto che, per fronteggiare l’emergenza, si è compiuta una brusca inversione di rotta, allentando i vincoli di bilancio ed erogando enormi quantità di denaro pubblico per riaffidare allo Stato il ruolo di garante in ultima istanza della sicurezza generale. È vero che l’emergenza pandemica ha consentito all’establishment europeo di ridimensionare la sfida populista, ma il consolidamento dei tradizionali equilibri istituzionali non risolve le contraddizioni scatenate dalla crisi, per cui l’Europa non può permettersi, pena un drastico ridimensionamento del suo spazio e ruolo geopolitici, di accettare supinamente un rilancio della leadership statunitense, soprattutto se le viene richiesta una partecipazione attiva alla guerra fredda antirussa e anticinese che implica pesanti conseguenze in termini di scambi commerciali e investimenti. Sintomi di queste contraddizioni interimperialistiche fra le due sponde dell’Atlantico: l’accordo con la Cina raggiunto in barba alla contrarietà americana, la scarsa propensione ad accettare il veto Usa sull’adozione del 5G targato Huawei, le velleità di ridimensionare la leadership del dollaro sui mercati finanziari globali, la reticenza della Germania nell’appoggiare le crociate antirusse. In questo contesto globale fluido, contraddittorio e turbolento andava garantita la tenuta dell’anello più debole della catena, per cui il prolungarsi dell’instabilità politica italiana diveniva intollerabile, al pari di certe “licenze” dei due governi Conte, come l’accordo stipulato con la Cina d’un paio d’anni fa. Mario Draghi è il proconsole imperiale incaricato di riportare l’ordine in questa provincia mal gestita da una borghesia cronicamente incapace di autogovernarsi e di governare i propri sudditi,  con il doppio incarico di garantire l’esecuzione tanto delle direttive europee che di quelle americane (forse più delle seconde che delle prime).</div>
<div></div>
<div><em>https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/</em></div>
<div></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=7082</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>1970. LA RIVOLTA DI REGGIO CALABRIA CONTRO LO STATO STRANIERO</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=6005</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=6005#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 17 Jul 2019 17:54:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti storici]]></category>
		<category><![CDATA[Avanguardia Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Ciccio Franco]]></category>
		<category><![CDATA[Fascisti]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Scarpino]]></category>
		<category><![CDATA[Gianna Marini]]></category>
		<category><![CDATA[Lotta Continua]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Zitara]]></category>
		<category><![CDATA[Questione Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[Rivolta Reggio Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Sindacati]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=6005</guid>
		<description><![CDATA[Nicola Zitara &#160; Prima che vedessi con i miei stessi occhi, avevo immaginato la Rivolta di Reggio come uno di quei fatti insignificanti che la stampa afferra e gonfia, per attrarre lettori e inserzionisti pubblicitari. Il Sud era morto a ogni forma di risentimento. Le offese che la patria italiana ci aveva inferto e ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Image-118-540x304-300x1681.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6012" title="image-118-540x304-300x168" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Image-118-540x304-300x1681.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p><em style="font-size: 1.5em;">Nicola Zitara</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima che vedessi con i miei stessi occhi, avevo immaginato la Rivolta di Reggio come uno di quei fatti insignificanti che la stampa afferra e gonfia, per attrarre lettori e inserzionisti pubblicitari. Il Sud era morto a ogni forma di risentimento. Le offese che la patria italiana ci aveva inferto e ci infliggeva colavano lungo le nostre facce di bronzo lasciandole completamente impassibili. Sempre servili, sempre attenti a non deludere l’Italia, potevamo piegarci a qualunque soperchieria.</p>
<p>Chiusa la caotica parentesi postbellica, che ci aveva permesso qualche larghezza, ad esempio le lotte contadine per la terra, una ribellione sudica contro il venerato stato unitario era assolutamente inimmaginabile. Certo, a quel tempo la contestazione giovanile attraversava tutto l’Occidente, scatenando dovunque -oltre al resto- consistenti forme di iconoclastia statuale. Ma che in Calabria, dove anche i mafiosi più spavaldi cercavano l’amicizia dei reali carabinieri, qualcuno alzasse la mano contro lo stato, era una cosa che stravolgeva ogni coordinata sociologica.</p>
<p>Dopo l’annessione sabauda, il paese napoletano e la Sicilia erano scomparsi progressivamente come realtà, degradando, prima, a Questione meridionale -qualcosa che stava tra lo storiografico e l’antropologico- approdando, poi, a mera espressione geografica: territori popolati da uomini che assumevano rilevanza demografica se e quando utili alla patria italiana. Caso eclatante, la guerra all’Impero austriaco, che i fanti padani e le brigate alpine non se l’erano sentita d’affrontare da soli. In tale circostanza i contadini meridionali erano stati proclamati italiani a tutti gli effetti militari e invocati a difesa della lontana, sconosciuta e oppressiva Valle Padana. Casi meno eclatanti, ma non meno importanti: il ripianamento della bilancia estera italiana con lo spudorato uso delle rimesse dei terroni emigranti, e l’impiego della corrispondente valuta per convertire l’immane debito pubblico (padano) e per dotare di impianti moderni la nascente industria (sempre gloriosamente padana); ciò nello stesso momento in cui il Sud invocava spasmodicamente lavoro (in sostanza nuovi investimenti).</p>
<p>In verità, l’opera di assoggettamento del Sud era stata condotta con spregiudicata eleganza; quasi senza lasciare tracce. Intonando patriottici inni, facendo squillare vibranti ottoni, sventolando tricolori, labari, gagliardetti e medaglieri, producendo una legislazione apparentemente appoggiata su una sola gamba, ma in effetti articolata su due, come la gru di Chichibio, l’Italia aveva piegato il Sud alle sue necessità di aspirante potenza militare ed economica. Ovviamente la soggezione presupponeva la negazione dell’identità storica meridionale. Ma la cosa funzionava soltanto con le classi istruite, che sin dalla prima elementare -anzi sin dall’asilo- potevano essere rieducate al disprezzo della propria terra e all’esaltazione dell’ethos venale e del verbiloquente epos guerresco dei toscopadani. Non aveva invece senso presso i contadini e il proletariato urbano. Volendo riparare, italianamente e pretescamente si escogitò un darwinismo terronico, contemplante l’inferiorità razziale dell’homo sudico, non sempre erectus, meno che mai sapiens, immancabilmente deficitario di scatola cranica e di materia grigia, di pubblica e privata moralità (su detta linea c’è ancora tanti, per esempio l’americano Putnam e persino il sudico Arlacchi, presidente, o quasi, dell’ONU).</p>
<p>Arretratezza storica, malgoverno borbonico, crocianesimo, lombrosismo contribuirono a comporre l’alibi vincente con cui la nazione una poté ribaltare le responsabilità del colonialismo interno addossandole tutte sugli stessi meridionali, quelli vivi e quelli morti.</p>
<p>Certo, anche il Sud era Italia, una parte della patria, ma solo come Questione meridionale. Per il suo bene supremo, era necessario che si emendasse, che si riscattasse dalle sue storiche ed etnografiche colpe, ovviamente, servilmente imitando l’Italia restante. Commossi, straziati, i meridionalisti avevano condotto defatiganti inchieste, le quali avevano stabilito che tutto il Sud era uno sfasciume pendulo fra due mari. Senza, però, ricordare né a sé né agli altri che lo sfasciato sfasciume manteneva il paese e pagava, con le sue esportazioni agricole, il debito estero padano.</p>
<p>Pur assolvendo a tale nazionale e patriottico ruolo, i contadini sudici rimanevano poveri. Essendo poveri erano anche denutriti. Bisognava quindi che italianamente mangiassero qualche pagnotta di più. Per farlo, erano necessari dei soldi. Ma i soldi non c’erano. A qualcuno venne anche in testa che i soldi non c’erano, perché se li pappava lo stato, cioè il Nord. Ma evidentemente non era una cosa seria, degna dell’Italia una (neanche Arlacchi l’avrebbe ben giudicata). Inoltre i contadini erano analfabeti. Lo erano perché non andavano a scuola. Ma non andavano a scuola perché le scuole non c’erano. E se le scuole non c’erano, la colpa era tutta dei borboni, che non avevano provveduto ad elevare il popolo.                                                                                                      Dopo tanto ben architettato trattamento, alla data del 1970, il Sud era ridotto a meno di un morto che parla. In effetti non parlava. Era ammutolito, esterrefatto, inebetito, non possedeva più le idee e le risorse per comunicare umanamente con il mondo. Di esso si sapeva soltanto quel che raccontava Amleto: che c’era del marcio in Danimarca. Un cratere che vomitava clientelismo, malaffare politico e malavita organizzata.</p>
<p>La discriminazione nazionale era stata introiettata e aveva messo radici. Il Sud era alla vergogna di sé, alla prostrazione economica e politica. Svisato del passato e del presente, negato a se stesso, aveva sopportato tutto: offese, spoliazioni, sopraffazioni d’ogni genere. Sempre applaudendo i proconsoli di turno; ieri Ferdinando Nunziante e Giovanni Nicotera, all’atto, il colto Misasi e l’intraprendente Mancini. Ciò spiega la sorpresa dell’opinione pubblica nazionale per la Rivolta di Reggio -benché preceduta dal moto di Battipaglia- e contemporaneamente la finta indignazione dei giornali.                                                                                                                                            Battipaglia e Reggio sono due casi esemplari di città che fino agli anni Cinquanta avevano in qualche modo resistito all’oltraggio italiano e al regresso meridionale, giungendo alla resa dei conti con il colonialismo interno e l’ilotismo nazionale solo dopo il miracolo economico italiano.</p>
<p>Della Rivolta di Reggio la stampa neosabauda e la televisione governativa furono forse la causa scatenante, comunque delle protagoniste facinorose. Infatti, alla rivendicazione sicuramente legittima del capoluogo regionale, che alla città reggina veniva scippato attraverso una delle congiure di cui è costellata, in Italia, la vicenda politica postbellica, con la faziosità in alto richiesta, esse appiccicarono l’etichetta della gretta rivendicazione municipalistica, il pennacchio.</p>
<p>Sarebbe stato divertente leggere cosa avrebbero scritto codesti liberi operatori della penna se Modena avesse rapito la secchia di prima città emiliana, e Bologna fosse insorta. Transeat. Il giornalismo farcito al gusto di anticamera di Palazzo romano è consentito solo quando è di scena il Sud.</p>
<p>La politica cosiddetta di corridoio -in effetti le congiure di palazzo- sono state (e sono ancora) un tratto tipico, caratteriale, dei cosiddetti partiti costituzionali. Si autodefinirono in tal modo gli ex Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), poiché toccò ai loro massimi leader dettare, in sede d’Assemblea Costituente, la legge primaria; una costituzione indubbiamente moderna e civile, ma altrettanto sicuramente velleitaria e impotente di fronte alla realtà sociale italiana, organizzata e diretta da un sistema capitalistico parassitario, intrallazzista e geograficamente minoritario. Ovviamente al Sud fu consentito di partecipare solo di nome -e mai di fatto- alla riorganizzazione postbellica, sia a quella costituzionale sia a quella materiale. I suoi interessi non erano in linea -insignificanti, stranieri, retrivi, qualunquisti, anzi beduini- con gli interessi emergenti, con le progressive sorti del capitalismo padano e gli allori della Confindustria.</p>
<p>Pur non costituendo niente, il Sud ebbe egualmente i suoi partiti costituzionali, anzi le loro filiali suburbane e sudiche: in pratica gli stessi comitati massonici e papalini dell’epoca notabiliare prefascista, che, l’8 settembre 1943, gli angloamericani avevano restaurati in trono. I quali, forti del vuoto politico creato dalla fellonia del re Savoia -e dovendo essi avvolgerla di nuovi allori e legittimare lo stato quale patria istituzione- ebbero mano libera per reimpiantare nel paese meridionale il malaffare con cui il sistema padano teneva aggiogato il paese sudico durante l’età giolittiana e le precedenti, sicuramente non meno gloriose e meritevoli. Dovettero, però, prima legittimare se stessi, e per far questo si impancarono a CLN (il quale era composto dai partiti democristiano, socialista, comunista, liberale, d’azione, del lavoro), praticamente a governo del paese meridionale. Ovviamente la lotta di liberazione, i loro leader, se l’erano fatta a casa, o magari al mare, e ciò per il semplice motivo che i fascisti erano stati tolti di mezzo dagli angloamericani, i quali ci avevano liberati prima che ci dessimo da fare per liberarci da noi.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/rivolta-di-reggio-commemorazione-23.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6008" title="rivolta-di-reggio-commemorazione-23" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/rivolta-di-reggio-commemorazione-23-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p>Eccezion fatta relativamente a singole persone e determinati luoghi, sin dal principio il legame tra i partiti del CLN e le popolazioni meridionali ebbe un carattere deteriore: sostanzialmente clientelare, nei casi migliori paternalistico. In prosieguo, capito che il vento spirava dal Nord, i suddetti impararono il vangelo resistenziale e lo predicarono ai paesani, continuando ad operare impunemente da ladroni pubblici, come al glorioso tempo del glorioso Giolitti.</p>
<p>Solo il PCI ebbe un’origine popolare (e naturale), quale espressione delle masse contadine scese in campo contro i proprietari. Ma il legame ebbe presto una poco gloriosa fine. Infatti avendo anch’esso optato per la Ricostruzione solo del Nord, non ebbe altro modo per beccarsi i voti dei cafoni che continuare a vaneggiare di spartizione di latifondi e di continuare a maneggiare, con un ardore degno di miglior causa, l’archeologia economica. Ma ai contadini non ci volle molto per capire l’antifona. A quel punto preferirono la nuova America e presero i treni che Valletta spediva da Torino. Ovviamente pagandosi il biglietto di tasca loro. Resta solo il dubbio se il PCI non abbia saputo o non abbia voluto -poco marxisticamente- capire che il generale processo di modernizzazione in Europa aveva archiviato per sempre Caio e Tiberio Gracco, nonché la millenaria lotta per la proprietà contadina, ponendo in primo piano la lotta contro il sottosviluppo.</p>
<p>La Rivolta scoppiò in questo clima di generale estraneazione nordista, con una borghesia che si sentiva nazionale se e quando riceveva i resti dell’italico banchetto e con il proletariato che s’era fatto finalmente nazionale dormendo nelle soffitte di Torino e ungendo di sudore e d’amare lacrime le catene produttive del trionfante Valletta. Alla popolazione di Reggio, che si poneva apertamente contro l’assetto nazionale, i giornali e la TV, dominati funzionalmente e idealmente dai partiti ex CLN, dedicarono malcelati giudizi di primitività, di faziosità, di becerismo.</p>
<p>Sull’evento esiste un consistente numero di libri (da ultimo, Francesco Scarpino, La rivolta di Reggio Calabria tra cronaca e mass-media). Non ho argomenti per aggiungerne un altro. Vorrei solo notare qualcosa che mi pare generalmente sfuggita: per la prima volta, in tutti gli ottant’anni della sua storia, la sinistra italiana si pose a fianco della repressione governativa e poliziesca e contro il popolo. Ove occorresse, si tratta di un’ulteriore riprova che, dopo venticinque anni di democrazia, il proletariato meridionale stava nel cuore della sinistra nazionale soltanto per i voti che poteva dare. Il sentimento (o meglio, la sua mancanza) venne in luce proprio in tale circostanza e ad opera delle frange (non storiche) della stessa sinistra italiana.</p>
<p>Nel 1970 si era ben lontani dal tetro conformismo attuale, dal plumbeo panorama ideale che esclude ogni forma di critica al sistema imperante, attruppa le idee nella tomistica del capitale, dio e taumaturgo, e piega gli intellettuali a inchinarsi al trono (anche se di cartapesta), chiunque vi sieda: Berlusconi, Agnelli, Veltroni. Fuori del Sud, la contestazione traboccava persino dentro i compatti, impermeabili territori della sinistra comunista e sindacale.</p>
<p>Quando gli inviati della stampa di ultrasinistra raggiunsero la provincia marginalizzata del profondo Sud (era questa l’ultima invenzione linguistica che ci toccava subire dagli italiani civili) per cercare di capire come mai il proletariato reggino si facesse strumentalizzare dai boia chi molla, non trovarono sul campo altra spiegazione, se non quella delle cause remote: i moventi di ordine occupazionale di cui parlavano i Quaderni calabresi, una pubblicazione fuori del giro della dorata intellighenzia capitolina, ambrosiana e taurina; i quali Quaderni appartenevano, però, più all’extraitalianità che all’extraparlamentarità. Infatti contestavano proprio alla sinistra nazionale, quella parlamentare e quella non, d’avere un DNA nordista; d’essere appiattita e ligia alla più volgare ipocrisia votocratica; di arrogarsi il diritto di parlare in nome del popolo meridionale per confonderlo e sfigurare la rappresentazione dei suoi veri interessi (di classe).</p>
<p>In un’epoca in cui Gramsci era ancora in auge e il proletariato era inteso come classe nazionale, i Quaderni calabresi non si erano peritati d’affermare che nell’ambito della classe nazionale si dava -oggi come al tempo di Gramsci- peso zero ai proletari meridionali e si usava la forza che essi esprimevano sulla bilancia dei rapporti sociali nell’Italia restante. La stessa visione gramsciana di un Sud prettamente contadino era viziata da una debole conoscenza del paese meridionale e costituiva un regalo ideologico al capitalismo padano. In termini non metaforici dicevano che, sul tema della strutturale inoccupazione meridionale, i partiti di sinistra e i sindacati ipocritamente facevano solo parole, e le facevano per acchiappare voti. Aggiungevano che un popolo costretto a non produrre (dalla dominazione coloniale padana) non doveva rassegnarsi a essere guidato dall’esterno, da forze sostanzialmente nordiste.</p>
<p>In verità i Quaderni non erano stati i primi a sostenere che la disoccupazione meridionale era a tutti gli effetti popolazione in più, sovrappopolazione; né erano gli unici ad affermare che l’acclamato e reclamizzato miracolo economico italiano era tutt’altro che un fatto nazionale, ma solo regionale, circoscritto a poche regioni, al Triangolo industriale Genova-Torino-Milano; né erano i soli a dire che tutto quel che aveva innalzato il Triangolo in cent’anni, e stava ancora innalzandolo sulle altre regioni, veniva pagato in contanti dal Sud. Però si ritrovavano isolati e malvisti quando ponevano un’alternativa: o (uno) l’uscita della sinistra nazionale dal terreno sindacale e retributivo, per portare lo scontro su un terreno veramente meridionalista, per la classe l’unico veramente nazionale e internazionalista; o (due) la permanenza sul terreno riformista anche del proletariato meridionale, ma con un proprio partito politico.</p>
<p>La polemica salveminiana di sessant’anni prima contro il riformismo di Turati e dei socialisti padani, sulla quale erano attestate (peraltro solo a parole) le formazioni storiche di sinistra, risultava sottodimensionata rispetto alla consistenza reale del rapporto Sud/Nord. Questo non andava visto come il prodotto dell’imperialismo straccione italiano, ma come un caso inedito di accumulazione primitiva che si prolungava da oltre un secolo ricevendo la benedizione della sinistra, tanto prima del fascismo, quando era diretta dal riformista Turati, quanto dopo, sotto la direzione del stalinista Togliatti. Bisognava risalire necessariamente alla formazione dello stato nazionale italiano per trovare non solo l’origine del sottosviluppo meridionale, ma anche la causa che lo riproduceva a ogni passaggio della storia. Difatti la questione meridionale si spiegava soltanto con il modo singolare con cui l’Italia s’era avviata al capitalismo.</p>
<p>Al momento dell’annessione al Nord, gli esponenti politici e militari del Sud, corrotti con il danaro e le promesse, resi ciechi -i residenti- dalla paura dei contadini, i fuoriusciti dalla voglia di rivalsa, cedettero il paese con le mani legate all’ingordigia e all’arroganza di Cavour, che raddoppiavano a ogni fortunato regalo della storia. Forte di tanti gratuiti e insperati successi, il mellifluo/tracotante Ministro ottenne il diritto-potere di lucrare sullo stato a favore di alcuni suoi compari di briscola. Si trattava di un gruppetto di concussori e malversatori di estrazione genovese, ai quali le circostanze dettero il destro di mettere le mani nel piatto. Però il carattere parlamentare del governo sabaudo (possiamo dire) li costrinse ad allargare la base dei loro intrallazzi. Dalle successive relazioni malavitose scaturì (o se più vi piace, fiorì) il gruppo affaristico che, nonostante gli eventi secolari e la mobilità degli individui, tuttora dirige l’Italia. Questi eupatridi, che fiutavano la preda come un levriero dal pedigree perfetto, s’accorsero subito (o forse lo sapevano da prima) che in seguito all’annessione delle Due Sicilie, la vera greppia era l’uso spregiudicato (potremmo anche dire il saccheggio, senza travisare niente) dei napoletani, dei siciliani e dei territori su cui erano insediati storicamente.</p>
<p>Arma dell’azione: il fisco. Anzi l’erario, che contempla oltre alle entrate, anche le uscite. Difatti, il punto in questione sono proprio queste. Se tutta la borghesia italiana avesse potuto approfittare della generosità statale -come sempre accade negli stati a carattere borghese- il profitto non sarebbe stato grande, in quanto le sostanze statali erano alquanto scarse. Così (con buona pace per Tommasi di Lampedusa e per il suo Gattopardo), gli eupatridi decisero di escludere i borghesi napoletani e i borghesi siculi dal bottino. Cosa che, avendo essi la sciabola in mano, non fu difficile.</p>
<p>Da allora la guida effettiva dello stato (i vari Crispi, Moro, Colombo, sono solo dei direttori generali che eseguono decisioni d’un superiore consiglio d’amministrazione e non possono firmare assegni se le cifre sono grosse) appartenne esclusivamente alla borghesia tosco-padana. La quale usò e usa spregiudicatamente il potere, in funzione dei suoi profitti. Alla borghesia meridionale furono assegnati i resti del banchetto -quelli che di solito vanno alla gatta di casa- e il ruolo ascaro e servile di mediatore con il popolo sudico degli interessi nordisti; in sostanza una posizione ancillare. Nei fatti essa poté esplicarsi come classe promotrice della produzione capitalistica soltanto in quei settori che non toccavano gli interessi della consorella settentrionale.</p>
<p>È superfluo aggiungere che in un paese a economia e legislazione capitalistica, se la borghesia è limitata, anzi impotente, si arriva presto all’improduzione, al sottosviluppo, alla disoccupazione generale, alla sovrappopolazione. Proprio all’avvio degli anni Settanta, Paolo Cinanni (Emigrazione e imperialismo) spiegava, sulla scia di Marx, che le masse disoccupate meridionali si configuravano come un esercito industriale di riserva a favore di altre realtà sociali; una cosa peraltro storicamente sperimentata tra il 1880 e il 1914, quando i cafoni erano andati a stendere rotaie sul continente americano, e replicatasi nel corso del ventennio postbellico, con i lavoratori del Sud chiamati a fare da rincalzo dell’esercito operaio, nelle catene di montaggio tedesche e del Triangolo industriale italiano.                                                                                                                                                    Se la borghesia sudica era stata una serva fedele, arrivato finalmente, grazie al miracolo economico (dei salari più bassi, fra i paesi industriali europei), l’arrosto sulla tavola nazione una, anche la morale più gretta avrebbe voluto che i commensali lasciassero alla gatta un po’ di carne sull’osso. Invece, la borghesia settentrionale restò sorda a ogni forma di civismo, di gratitudine, e orba della lungimiranza che qualunque collettività normale avrebbe avuto in simili condizioni. Tra Sud e Nord non ci doveva essere uno spazio comune. Sempre tutto al Nord, secondo il migliore stile del redditiere.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/rivolta-di-reggio-commemorazione-1.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6009" title="rivolta-di-reggio-commemorazione-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/rivolta-di-reggio-commemorazione-1-300x242.jpeg" alt="" width="300" height="242" /></a></p>
<p>Come abbiamo già notato, il carattere parassitario della borghesia padana sta scritto a lettere cubitali nelle procedure intrallazzistiche che contrassegnarono la sua assurzione a capitalismo nazionale. Un qualunque sistema capitalistico non nasce con i soldi dell’industria (che ancora non c’è) ma con quelli di altri settori. Marx chiamò questa fase accumulazione primitiva (originaria). Quella compiuta dal capitalismo italiano appartiene a una tipologia unica nella storia mondiale. Non è venuta dal capitale agrario, e neppure da quello marittimo, o commerciale, o manifatturiero; è nata invece da quell’intrallazzo statale e fiscale di cui si è accennato. Infatti la spregiudicatezza di Cavour in materia di danaro pubblico divenne una specie di patrimonio immorale, che passò quale bene ereditario prima alla Destra e poi alla Sinistra, entrambe storiche (tali sicuramente in materia di malaffare). Demani svenduti; concessioni di monopoli statali, in cui lo stato dava la concessione e anche il capitale, pagando per sovrappiù gli interessi sul mutuo che esso aveva concesso; ferrovie private pagate con i soldi dei contribuenti, le stesse in appresso nazionalizzate e pagate ai privati, poi ri-regalate ai privati e alla fine ri-nazionalizzate e pagate nuovamente; baroni che fondevano acciaio con rottami di ferro ricchi solo di impurità; corazzate e incrociatori costati sedici volte il loro effettivo valore; cartelle del Debito Pubblico acquistate da istituti di credito inclini a falsificare i biglietti di banca e da finti risparmiatori al prezzo di svendita di lire 23,00, e alla scadenza ripagate dal Tesoro 100,00 lire-oro: queste cose -e purtroppo non solo queste, ma anche la vergogna di una quadreria di generali e ammiragli non s’è mai ben capito se più incompetenti che arroganti, o viceversa- fecero da humus alla fioritura della nuova borghesia nazionale, quella che dette e dà i quadri dell’industria e formò e forma gli indirizzi di governo.                                                               A questo disastro morale originario e risorgimentale si aggiunse trenta anni dopo il parassitismo industriale.                                                                                                                                              L’industria nazionale si avviò intorno al 1895, per mano di quelle famiglie della nuova borghesia parassitaria che Cavour e i suoi epigoni avevano tenuto a battesimo con l’acqua santa della corruttela e il sale sapientiae della speculazione sul debito pubblico. Era gente che non somigliava in nulla al capitano d’industria ambizioso di vincere costruendo, come lo immaginiamo leggendo i romanzi inglesi, francesi e tedeschi. I nostri -piaccia o non piaccia, è storia patria- avviavano industrie non per affermarsi nella competizione produttiva, ma per prolungare la precedente speculazione erariale. E in verità ci riuscirono ampiamente. Naturalmente il risultato produttivo fu così incongruo, meschinello, inefficiente, rachitico, che le loro imprese private costarono ai contribuenti e ai consumatori nazionali cifre iperboliche, perfino difficili da immaginare (Emilio Sereni, Capitalismo e mercato nazionale; un’opera fondamentale sull’accumulazione primitiva in Italia, dotata anche di un apparato bibliografico importante perché i riferimenti più scottanti sono di regola ignorati dagli storiografi accademici). Di certo c’è solo che il prezzo di tale immane e invereconda inefficienza fu messo in conto all’agricoltura, specialmente a quella meridionale.           Al tempo dei cosiddetti fatti di Reggio, la tematica dell’industria parassitaria era tutt’altro che nuova in Italia. Un filone del meridionalismo pre e post fascista -non amato a destra e trangugiato malvolentieri a sinistra, tanto che gli illustri compilatori di antologie meridionaliste, di regola, hanno preferito ignorarlo- l’aveva avviata già prima della guerra del 1914-18 e l’aveva ripresa dopo la caduta del fascismo. I pescicani, i padroni del vapore erano stati infatti oggetto dell’informata denunzia di Ernesto Rossi, seguito da qualche meno dignitoso e retto discepolo, che ha preferito farsi foraggiare dal nemico e sterzare la mira sulla sola industria di Stato.                                           La nostrana tipologia di accumulazione primitiva -l’accumulazione parassitaria- non compare nella vivace esemplificazione di Marx sul famoso XXIV capitolo del primo libro de Il capitale, né in quella ancor più efficace che costituisce la parte descrittiva del Manifesto del partito comunista. Senza offendere il padre dell’analisi classista, che non avendo potuto conoscere i padri del capitalismo italiano, pare avesse qualche apprezzamento per i pionieri dell’industria, potremmo definirla accumulazione parassitaria secolare; che poi rappresenta la più solida delle istituzioni nazionali.</p>
<p>Nonostante gli alti profitti provenienti dal doppio stadio di intrallazzo realizzato (uno) mettendo le mani direttamente nel cassetto e (due) imponendo per oltre mezzo secolo una politica protezionistica controproducente ai fini della stessa crescita industriale ma grandemente profittevole per i padroni, il capitalismo nazionale italiano non era penetrato tuttavia in alcune situazioni produttive. Mi riferisco all’agricoltura di piantagione e alle produzioni mediterranee. Un settore in cui la borghesia attiva del Sud mostrò d’essere ben più moderna della consorella padana; così moderna ed efficiente da competere sul libero mercato internazionale, senza la copertura di dazi e benefici; da risultare, anzi, vincente nonostante l’inimicizia del suo stesso stato nazionale; e così capace di sorgere e risorgere, che allo stato nemico ci vollero ben cent’anni per abbatterla definitivamente. È questo il punto dove il castello di bugie rivolto a sorreggere l’alibi padano, il falso storico dei mali antichi di cui il Sud sarebbe afflitto, mostra la sua faccia sporca.                   Come il volpino Cavour aveva intuito fin da giovane, l’abbassamento delle tariffe doganali e la liberalizzazione degli scambi internazionali che, nel 1860, a Italia non ancora ufficialmente nata, egli, divenuto primo ministro nazionale, volle imporre, fece esplodere il potenziale di cui erano gravide le produzioni del Sud: l’olio, il vino, gli agrumi.</p>
<p>Solo poche cifre. Secondo la stima di Correnti e Maestri, autori di una celebre ricerca statistica che fu non solo la prima che si faceva in Italia, ma anche l’ultima ispirata a onestà intellettuale, nel Regno borbonico venivano prodotti circa 900mila quintali di olio, il 60% dell’intera produzione italiana. L’esportazione annuale toccava mediamente i 450mila q.li, cioè la metà del prodotto. In realtà il Sud italiano, parecchio più che la Spagna, ebbe per l’intero secolo XIX un quasi-monopolio per la produzione di olio, che esportava in Francia, Inghilterra, Germania, Austria, Russia, America del Nord e del Sud, nonché nell’Italia restante. Oltre che un alimento, l’olio veniva impiegato nelle lucerne, per l’illuminazione, come lubrificante industriale e nella lavorazione dei filati di cotone.   Sotto la spinta della domanda internazionale e nazionale, nel 1909 la produzione olearia meridionale aveva superato i due milioni di quintali. Con ben 588mila q.li, la produzione calabrese aveva fatto un tal balzo in avanti da porsi al secondo posto, subito dietro la Puglia, regione madre della produzione olearia mondiale, che ne produceva 617mila q.li (Chino Valenti, L’agricoltura dal 1861 al 1911, in cinquant’anni di storia italiana). Diversamente da quello che la gente immagina, l’ulivo non cresce e l’olio non si produce per grazia divina. Certo la natura ama l’albero sacro a Minerva, e forse anche Dio lo ama, però bisogna investirci dentro lavoro e danari. Dove gli uliveti assumono il carattere della piantagione a filari squadrati, come nella Piana di Gioia e su tutta la collina jonica e tirrenica, sicuramente molti soldi.</p>
<p>Quanti? Gli impianti calabresi che coprivano 84mila ettari, nel 1880, erano passati a 151mila ettari nel 1951 (dati Istat, riportati da Ferdinando Milone, L’Italia nell’economia delle sue regioni): 67mila ettari in settant’anni, quasi 1.000 ettari di nuove piantagioni l’anno.</p>
<p>Nei nostri uliveti ci sono risparmi di notevolissima consistenza, nonché la fatica di dieci e più generazioni; c’è, soprattutto, uno stringere la cinghia per decenni, perché una pianta d’ulivo impiega quindici o vent’anni per arrivare a pieno frutto.</p>
<p>L’ulivo non dava molta occupazione ai contadini d’un tempo. Soltanto la raccolta era l’occasione per un corale coinvolgimento di donne e di uomini, che durava qualche mese ogni due anni.</p>
<p>Prima che arrivassero i moderni mezzi di aratura e di raccolta, la scadenza dava lavoro a circa mezzo milione di persone, per un totale di un milione/un milione e mezzo di giornate lavorative, nel biennio. Ed è completamente sbagliato considerare un progresso il sopravvenire di macchine, perché si tratta di lavoro nostro che si sposta in altre regioni, senza che ci sia -come sarebbe naturale- un aumento della domanda in altro settore della produzione.</p>
<p>A ottenere cospicue entrate era invece il padronato, i cui maggiori esponenti, in questa parte ultima della Calabria, vivevano signorilmente a Reggio.</p>
<p>Il Corso Garibaldi e il Lungomare, che nel 1939 erano considerati fra le più belle e lussuose vie d’Italia, potevano dare l’idea di quanto quelle entrate fossero consistenti. I palazzi che li fronteggiavano erano ricchi e belli. Non solo, ma ricostruiti già una volta dopo il terremoto del 1783, il padronato reggino li aveva dovuti ri-ricostruire per ben due volte, una dopo il terremoto del 1908 e una seconda dopo i bombardamenti americani. I soldi per edificare e riedificare tre volte la città in appena centocinquant’anni non arrivarono da Napoli o da Roma, e neppure da Milano, ma vennero dall’olio e dagli agrumi.</p>
<p>Veniva dall’agricoltura anche la spesa vistosa della gente che trascorreva oziose mattinate e indolenti pomeriggi dinanzi al Comunale, indossando fresche camicie di lino e cravatte di seta pura. Perché l’agricoltura di Reggio, per la sua produttività, era quasi un’industria. Anzi nel caso del bergamotto era persino più produttiva dell’industria. Bisogna aggiungere che se, attraverso il fisco e il drenaggio bancario, la quota più consistente del surplus viaggiava verso i padani, la parte che i ricchi consumavano andava per una quota consistente ai lavoratori della città (abbiamo qui una buona esemplificazione del Tableau économique di Quesnay): ai muratori, ai fabbri, ai falegnami, ai camerieri, agli addetti al commercio, a quell’esercito di persone civili e dignitose nonostante la povertà, qual era il popolo di Reggio intorno al 1936. Certo, a tutti i cronisti meridionali piacerebbe poter scrivere che i signori elegantemente accomodati nella sala più riservata del Caffè Pontorieri erano degli intraprendenti cavalieri d’industria, invece che dei redditieri. Ma, a parte il fatto che nel bergamotto e nel gelsomino costoro, come già annotato, erano dei veri industriali, l’organizzazione dello Stato, scaturita dal processo risorgimentale, aveva tolto i capitali necessari e lo spazio tecnico per scalare l’erta parete dell’industria.</p>
<p>Gli storici della destra sabauda e della sinistra sedicente gramsciana fanno finta di non sapere che il fatto che ciascuno di loro fosse sufficientemente ricco per costruirsi (o ricostruirsi) un lussuoso palazzo significava poco ai fini imprenditoriali. Infatti non il ricco privato ma solo la volontà bancaria trasforma il capitale in investimento (Joseph A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica). Ho fatto l’inciso perché la pigrizia spagnolesca della borghesia meridionale è soltanto una favola. In effetti, la modernizzazione produttiva era stata avviata in Calabria con piede più sicuro e più europeità che negli altri ex-Stati regionali (basti pensare al setificio di Villa San Giovanni); un passaggio che gli storici dell’economia identificano con la fase della pre-industrializzazione, come dire la manifattura senza ancora il motore e i combustibili fossili, cioè la prima fase del capitalismo, allorché gran parte degli artigiani lavorava (non più su commissione nella propria bottega, ma) in un opificio dove si produceva direttamente per il mercato.</p>
<p>Dico di più. Al tempo di Ferdinando II, la Calabria Ultra era la parte più industrializzata (nel senso di cui sopra) del Regno, dopo Napoli. La quale Napoli, poi, era sicuramente l’area d’Italia dove la preindustrializzazione era più avanzata e più integrata che altrove. E a detta del gruppo di urbanisti giapponesi che ultimamente l’hanno studiata con serietà, come è costume di quel popolo, l’area meglio preparata a un successivo passo avanti in tutto il Mediterraneo, non esclusa Marsiglia.</p>
<p>Patriotticamente, italianamente, l’arretratezza sudica corrisponde a uno scippo delle sue manifatture. La borghesia attiva del Sud era una cosa ben diversa dalle classi baronali che Cavour prima, Giolitti in appresso, legarono a sé per dividere e dominare il paese napoletano e la Sicilia. Cosicché i massacri e parecchi fra gli stessi baroni non accettarono l’annichilimento italiano e reagirono come poterono concentrando i loro interessi sull’agricoltura di piantagione. La storia economica e sociale della Campania, Puglia, Sicilia, Calabria, nell’infelice prima fase del saccheggio padano, ha del miracoloso. Gli agricoltori fecero qualcosa di più che produrre. “Le esportazioni meridionali salvarono l’Italia” (oggi diremmo hanno salvato l’Italia), sottinteso dalla bancarotta internazionale, si esclamò in Senato al tempo del (finto) pareggio del bilancio, nel 1876 (si badi, siamo al secondo salvataggio in soli dodici anni).</p>
<p>I libri di storia patria non amano il Sud, meno che mai ammettono che la questione meridionale l’hanno inventata proprio gli storici di parte sabauda, come alibi dell’assassinio di un popolo che la stessa Italia proclamava italiano. E non amano parlare della rivoluzione agricola che salvò l’Italia. Eppure l’imponenza dello sforzo produttivo e la consistenza dei suoi risultati non sono un’opinione generica, ma fatti. Al tempo dell’inchiesta agraria Jacini, che si svolse a partire dal 1880, gli ettari destinati ad agrumeto erano nelle tre province calabresi non più di 4mila. Nel 1970, il professor De Nardo rilevava ben 24.800 ettari. La progressione, nel settantennio, è di 354 ettari l’anno, che potrebbero sembrare persino pochi, ma trasformare una brughiera, un arido pascolo, adatto solo alle capre, in un lussureggiante giardino di bergamotti o di aranci costa parecchio. La spesa principale è l’irrigazione. Si tratta d’un investimento capitalistico nel significato più completo. Le canalizzazioni spesso sono lunghe chilometri. Captate a monte le acque di una fiumara, esse le derivano verso i fondi posti a valle, non sempre vicini. Altre volte l’acqua si ottiene mediante lo sbarramento delle falde subalvee, in tal caso le opere murarie sono ancor più consistenti; in pratica debbono essere sufficientemente profonde e sufficientemente alte da sollevare l’acqua di una decina di metri, in modo che possa scivolare per caduta verso i quadri a valle. Ancora maggiori sono i costi quando, in mancanza di opere consortili, è il singolo proprietario che scava un pozzo. Difficilmente l’acqua che esso dà è sufficiente a più di un fondo. In questo caso i costi crescono perché è necessario addurre la corrente elettrica; garbatamente la SME caricava l’intera spesa sul portafoglio del produttore privato, anche se poi si appropriava della condotta elettrica, in base alla legge della giungla.</p>
<p>Non minore era il costo delle opere di piantagione. Infatti un agrumeto non si pianta col tempo e in tutta comodità, diluendo la spesa negli anni. Esso è come una fabbrica: deve dare un prodotto commerciabile, una merce uniforme per varietà e momento di maturazione. E ciò si ottiene soltanto con un impianto coevo.</p>
<p>Ferdinando Milone, un grande e corretto maestro di geografia economica, scrive: “Anche qui le piante di agrumi appaiono un po’ dovunque, nei campi coltivati; risalgono le pendici e i terrazzi dell’Aspromonte; si insinuano nelle valli più apriche; proseguono lungo la costa jonica, dove la loro coltivazione si fa di nuovo più intensa… tra Sant’Ilario e Caulonia… L’agrumicoltura, e specie la coltivazione del bergamotto, ha trasformato il deserto in lussureggianti giardini… (cosicché) dobbiamo pur riconoscere il grande sforzo compiuto da questa gente e sfatare, se possibile, le accuse che a essa si facevano, scambiando per infingardaggine l’inattività che, il più delle volte, derivava dalla mancanza di capitali per l’adatto sfruttamento di una terra dal clima dolcissimo, ma quanto mai avara. Alla rilevata trasformazione, infatti, hanno contribuito in massima parte i capitali derivanti dall’emigrazione e il lavoro assiduo”.</p>
<p>Ora, chi investe danaro in proprio, o magari accende un mutuo al fine d’investire, lo fa se e quando si rappresenta la prospettiva di un profitto. È facile concludere, quindi, che, se a Reggio si era arrivati ad alti livelli di spesa in impianti fissi, i profitti sicuramente non mancavano, anche se poi le patrie statistiche ci dicono poco su tale argomento. C’è stato (e c’è tuttora) uno strano atteggiamento intorno all’olio e agli agrumi: valevano moltissimo quando si trattava di classificare i terreni a fini fiscali; era come se non esistessero quando si trattava di glorificare la patria agricoltura. Negli scritti ufficiali -principalmente le statistiche agrarie, ma anche gli scritti di storici accademici, come quelli del tanto lodato (sarò pure fazioso, ma credo lodato solo per i suoi ammanigliamenti bancari) Gino Luzzatto- si ricava il sospetto che affermare, o appena ricordare, che per oltre quarant’anni il valore delle produzioni meridionali fu di gran lunga superiore a quello dell’agricoltura settentrionale sembra un delitto di lesa maestà. Il citato Luzzatto, in un libro che fa testo in materia di storia economica dell’Italia unita, si sofferma sull’esportazione d’olio una sola volta, dedicando alla cosa un solo rigo, mentre la parte dedicata alla seta padana deborda da tutte le parti, zampilla a ogni parola. Peraltro l’Illustre non perde il suo tempo per informare che dopo la caduta del prezzo da 10 lire a 2,50 (a causa dell’arrivo in Europa della seta giapponese) il settore era ormai finito; che la gloria economica del Piemonte e del Lombardo-Veneto non contribuiva granché alla bilancia commerciale, sicuramente non nella misura intravista dall’occhio avido dell’indebitato Cavour.    L’avversione a ricordare le esportazioni meridionali ha portato alla pratica scomparsa delle statistiche sull’olio. Oggi possiamo facilmente sapere, per esempio, quanti asini circolavano in Calabria nell’anno 1876 e quanti chili di seta si filavano a Como nel luglio del 1877. Ma a trovare una serie storica sull’olio, il vino e gli agrumi, ci vuole uno Sherlock Holmes in servizio attivo.</p>
<p>Fra tante glorie nordiste e tante omissioni sudiche, sappiamo comunque che tra il 1905 e il 1958, le superfici irrigue, in Calabria, passarono da 48mila ettari a 91.247 ettari. In cinquantatré anni sono stati riportati a coltura irrigua 43mila ettari, per una spesa che si può calcolare intorno ai quattro/cinquemila miliardi. Logicamente sborsati dai calabresi.                                                           Più espliciti sono gli agronomi, e non solo quelli che avevano cattedra all’università di Portici. In effetti, l’idea di un’agricoltura calabrese sconfitta e impotente non apparteneva a chi giudicava da competente, ma soltanto al giornalismo prezzolato dagli industriali milanesi e in appresso al cinema fintamente realistico. Basti ricordare l’informato saggio di De Marco posto in appendice al volume su Calabria e Lucania dell’Inchiesta Jacini (volume fortemente sgradito al riscrittore, prof. Nicola Caracciolo, non so se piemontese di nascita, sicuramente sabaudo per atti di pensiero). De Marco attribuisce agli aranceti e ai limoneti un valore della produzione di quasi 900 lire (del 1880) l’ettaro e al bergamotto un valore di 1.800 l’ettaro, tre volte le 600 lire della granicoltura lombarda. Credo il valore più alto in Europa.</p>
<p>Forse anche nei bergamotti c’era la mano di Dio, ma i bergamotteti li piantano comunque gli uomini, che nel caso non erano lombardi e non erano andati a scuola dal professor Luzzatto.</p>
<p>I libri degli agronomi suggeriscono l’idea di un’agricoltura reggina meno povera di quel che ci vogliono far credere, e tuttavia pur sempre un’economia subalterna, in cui la spinta e la controspinta produzione-investimento funzionava nell’ambito di un solo settore. Che, comunque, almeno Reggio fosse meno povera di quel che si ama sostenere a proposito del Sud lo dimostra una precisa circostanza. Negli anni Trenta, allorché il bergamotto e le arance tiravano a tutto vapore -e gli agrumi rappresentavano la prima posta della bilancia commerciale italiana con l’estero- su sette banche nazionali presenti in Calabria, sette avevano la loro filiale a Reggio e due soltanto avevano aperto un’agenzia fuori Reggio. A quel tempo non era un mistero che detti istituti erano scesi da Milano e da Roma -inseguendosi l’un l’altro e gareggiavano fra loro onde accaparrarsi una buona posizione sul Corso Garibaldi- per incettare i cospicui incassi degli agricoltori, che in parte rimettevano al Nord e in parte lavoravano sulla stessa piazza di Reggio.</p>
<p>La funzione negativa di una banca forestiera operante su una nostra piazza non sta tanto nel fatto che funziona da pompa per drenare altrove il nostro risparmio, quanto nell’altro che non compie operazioni rischiose, quali sono quelle industriali. In pratica finanzia il commercio. Ed è proprio attraverso il commercio che passa e si rafforza la subalternità coloniale, in quanto il commercio (oggi detto distribuzione: gli alimentari, i tessuti, l’edilizia, il legno, ecc.) si approvvigiona presso gli industriali. In sostanza, con il risparmio locale le banche hanno sempre prefinanziato lo sbocco meridionale dell’industria padana.</p>
<p>Solo il Banco di Napoli, che nei decenni precedenti il fascismo aveva convogliato quasi tutto il risparmio in valuta degli emigrati italiani (prima della guerra del 1915-18 la cifra ufficiale era di 25 miliardi dell’epoca, pari a 123mila miliardi in lire attuali), effettuava, attraverso la sezione speciale del credito agrario, operazioni a lungo termine. L’importanza e la proficuità (per l’istituto napoletano; il costo, se si guarda da parte di chi pagava pesanti interessi e subiva troppo facili esecuzioni immobiliari) di tale attività è comprovata dal palazzo che sorge all’angolo tra la Prefettura e la Provincia, al centro del centro di Reggio; un edificio imponente per essere solo la filiale di una banca, e che gareggia in grandezza con la sede barese e con la stessa direzione centrale, a Napoli.</p>
<p>Prima della guerra, dunque, Reggio non era povera quanto Catanzaro o Campobasso. Anche se non prosperava, almeno campava. La sua agricoltura era fra le più moderne d’Italia, e la danarosità della classe padronale teneva in vita un consistente artigianato urbano di servizio al palazzo. Certo il settore industriale era poca cosa. Se la memoria non mi tradisce, esso non andava oltre il molino Costantino; praticamente zero, se consideriamo i bisogni occupazionali di una città che contava 200mila abitanti. Anche i servizi culturali, che la benevolenza sabauda le riservava, erano bloccati a livello delle scuole medie superiori, mentre quello stesso Stato -al Sud tanto micragnoso- faceva lo scjalone tra l’Emilia e la Toscana, dove aveva insediato ben sette università -cinque più del necessario e dell’equo (Siena, Pisa, Modena, Ferrara e Parma, oltre a Bologna e Firenze), in quanto rivolte al servizio di cittadine di modesta popolazione. Ciascuna di esse, infatti, non arriva a un quarto della popolazione reggina e tutte assieme ne facevano appena il totale.</p>
<p>La crisi reggina va connessa con la crescita demografica che si verifica negli anni a cavallo tra guerra e dopoguerra. Le nuove generazioni non trovano una sistemazione, in quanto proprio nel dopoguerra il Sud perde la battaglia che passa sotto il nome di Ricostruzione Nazionale, ma che tale nome non merita (e neppure le lettere maiuscole) trattandosi della ferma scelta da parte del CLN -quasi una congiura- di concentrare tutte le risorse nazionali e l’apporto degli aiuti americani sullo sviluppo del solito Triangolo padano, come chiedevano Valletta (FIAT) e altri ceffi di pari statura. A contrappeso e come palliativo si procede all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Si proclama che il Sud ha bisogno di infrastrutture (parola allora nuova per dire le strade e gli acquedotti, quelli che né la Destra Storica, né Sinistra egualmente Storica, né il Ministro della malavita, Giovanni Giolitti, e neppure Benito Mussolini, Duce vittorioso e Fondatore dell’Impero, s’erano degnati di fare, né sono venute dopo, nonostante la Cassa, ancorché Bossi e compagnoni padani piangano calde lacrime su una fattura che non è stata mai pagata dai soli paludosi (padani). Il nuovo ente è sotto il comando strategico di politici dotati di grande talento geografico, i quali s’impegnano a ridisegnare l’aspetto del paese meridionale secondo le misure del loro sarto di famiglia. Tanto per fare un esempio Napoli, la vecchia capitale del Regno meridionale, italianamente degradata a capoluogo di provincia, si comincia a trasferirla ad Avellino. Così anche Reggio. La quale è città fastidiosa in quanto elegge un senatore e un deputato fascisti. Non avendo provveduto un terremoto, la briga di accorciarla se la prendono i nostri. In effetti il municipalismo cosentino incide in modo tutt’altro che lieve sulla geografia economica, sociale e umana della vecchia Calabria. La consistenza urbana e il peso politico di Cosenza crescono visibilmente, sospinti dalla mano adunca del notabilato politico clientelista e dall’abile unilateralità politica della Cassa di Risparmio di Calabria (il figlio del capo era asceso a deputato con i voti cosentini e a sottosegretario italiano di stato con la benedizione di frate Colombo). Sebbene strategata dal meno che mediocre Ernesto Pucci, Catanzaro riesce ad arraffare il peculio che di solito va a chi regge il sacco. Reggio paga il fio d’essere incostituzionale, di dare voti ai fascisti, anzi di non darli agli ex CLN, e lentamente decàde. Il diffondersi della coltura e dell’industria del gelsomino, i successi del Caffè Mauro non riescono a nascondere l’involuzione.</p>
<p>Decàde, ma non protesta. Il ceto politico che la dirige è perdente a livello romano e cosentino. Il senatore Barbaro poteva ben essere un galantuomo, e anche devoto alla sua città, ma non aveva entrature a Roma, tanto sulla destra quanto sulla sinistra del Tevere.</p>
<p>Al tempo della Rivolta operavano in Calabria 37 istituti di credito, con 215 sportelli, i quali totalizzavano una raccolta di risparmio vicina ai 500 miliardi. Reggio, benché alla guida della provincia con il minor numero di comuni e di abitanti, era ancora in testa, sia sul lato dei depositi sia sul lato degli impieghi (cfr. Unione Regionale delle Camere di Commercio I.A.A., Relazione sulla situazione economica della Calabria nel 1970, a cura di Vincenzo De Nardo). Ma si trattava, evidentemente, dell’ultima resistenza. Alcuni successi imprenditoriali, del tipo armatore Matacena, allignavano nel vuoto.</p>
<p>Come è ampiamente noto, a partire dai primi anni Cinquanta e poi per tutto il ventennio successivo, l’assetto sociale europeo viene squassato da un sommovimento di portata epocale. L’innesco è di carattere tecnologico e produttivo. L’Italia (dizione generica ed equivoca) segue lo slancio dei tre forti paesi che la precedono: Inghilterra, Francia e Germania. Al contrario il Sud, mancando uno stato suo, si avvia in caduta libera verso il precipizio. La sua precedente posizione di periferia del Settentrione si converte in estraneazione. Il blocco cavourrista e padano del suo sviluppo diventa in tale passaggio sottosviluppo; un fenomeno non economico ma politico, superabile soltanto per via politica (forse è più onesto e corretto dire: militare).</p>
<p>A monte della nuova situazione stanno due fenomeni contrapposti e simmetrici: la caduta dei prezzi relativi per le produzioni mediterranee e l’aumento dei salari agricoli. Non v’è dubbio che il dissesto dell’agricoltura meridionale sia stato consapevolmente accettato quale offa nazionale della crescita industriale nordista. L’operazione viene condotta dai governi nazionali con un’aggressività barbarica a tutti evidente. Il Sud viene trattato come un nemico da annientare. La buffonata dell’uguaglianza legale, istituzionale ed elettorale non può e non deve ingannare nessuno.</p>
<p>Nonostante sia ferma ogni forma d’investimento e l’occupazione agricola e manifatturiera cada, il livello dei salari sale. La diaspora della manodopera contadina e artigianale verso l’industria padana spopola le campagne e appiattisce la domanda di lavoro. Contemporaneamente (o forse anticipatamente, come sostengono Ferrari-Bravo e Serafini, Stato e sottosviluppo) i cantieri aperti dalla Cassa incettano i non molti rimasti. A partire da questa svolta, i contadini superstiti non sono più costretti a scappellarsi profondamente per ottenere un’affittanza. Anche l’iniqua gara fra braccianti per una giornata di zappa finisce per sempre. In una situazione di libertà economica ciò dovrebbe essere segnato come un grande progresso sociale. Ma, in effetti, il progresso non c’è. A trarne vantaggio sono soltanto gli industriali e i padroni di casa padani. Infatti i primi si trovano di fronte a una curva salariale che non cresce in misura diretta con la loro domanda di manodopera, i secondi decuplicano la rendita di posizione. Invece gli agrumi -l’ultima ricchezza residua- diventano una bolla d’aria. Buona parte delle province siciliane e la provincia reggina vedono andare in malora l’unico loro capitale, i dimenticati slanci (ovviamente in rapporto alle sue forze) della borghesia sudica per crearsi basi nuove di profitto attraverso la piccola -o è più esatto dire, l’atomistica- impresa industriale. Ciò era già avvenuto negli anni dell’immediato dopoguerra, sotto la spinta dei buoni affari realizzati con il mercato nero. Si ripete tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, adesso sull’eco del successo padano. Ma, se la crescita della ricchezza nazionale ha elevato le possibilità di spesa dei consumatori, il mercato meridionale è già da tempo una colonia dell’industria padana. Senza una disciplina politica del mercato -come a quel tempo auspica, solitario, il reggino Demetrio Di Stefano (Il Risorgimento e la questione meridionale) nella cui parabola politica e umana è descritta la sofferenza del vero rivoluzionario meridionale- la spinta in avanti si risolve in un cimitero d’industrie. E il riferimento funebre non va alla Liquichimica di Saline e a tutto l’intrallazzo nordista degli anni Sessanta; va invece alle croci piantate su piccole iniziative locali, fallite al primo incontro con il mercato nazionale. Patrimoni e speranze private vengono distrutti -cosa che è il meno- ma quei facili fallimenti ingenerano un clima diffuso di scoraggiamento che, sommandosi all’annientamento agricolo, fanno tabula rasa d’ogni spirito d’impresa.</p>
<p>Uno stato che non fosse il nostro storico nemico avrebbe tentato almeno d’impedire tanta distruzione. Nello stesso tempo, la schiavitù degli agricoltori verso il monopolio chimico (concimi Montecatini) e verso il monopolio elettrico (Bastogi) si estende alla FIAT. Ancora una volta mediano le uguali leggi statali. Altro che rottamazione delle auto. Il ministero dell’agricoltura assume dipendenti e li dissemina per le campagne perché spieghino agli agricoltori che la meccanizzazione dell’agricoltura può tamponare la crescita dei salari. Intanto, o lo stesso ministero o quello degli esteri manovra e briga a Bruxelles per non estendere il protezionismo agricolo comunitario alle produzioni mediterranee. Agnelli deve ben vendere le sue macchine in Spagna. Gli agricoltori vengono presi al laccio con l’esca delle comode rate, spavaldamente fornita dai Consorzi agrari. Ovviamente si trattava di una spesa governativa a esclusivo favore delle industrie meccaniche produttrici di attrezzature e macchine agricole, che abilmente viene fatta passare per un aiuto all’agricoltura meridionale. In tal modo il monopolio ottiene ciò che gli serve e il capitale finanziario nascosto nei Consorzi (padani) può confiscare con largo anticipo le future, presunte entrate degli ex padroni dei terroni emigrati.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/reggio1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6010" title="reggio1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/reggio1.jpg" alt="" width="600" height="442" /></a></p>
<p>Ovviamente, trattori e motocoltivatori vennero pagati non certo con le rendite, ma o stringendo la cinghia o vendendo un pezzo di terra.</p>
<p>I cambiamenti correlati alla grande trasformazione del Nord italiano coinvolgono il Sud, in quanto oggetto della storia padana sin dal 1860, imponendogli un ulteriore regresso, ma questa volta relativo. È bene chiarire in cosa consista questo concetto, e non perché esso sia ambiguo, ma perché ambivalenti sono i fatti. Fra questi, i più rilevanti sono:</p>
<p>Uno. Come è a tutti noto, la concentrazione geografica (la centralizzazione capitalistica) della tecnologia -al tempo della Rivolta- abbatteva immancabilmente il lavoro nelle aree sottosviluppate che venivano raggiunte dalle nuove merci (oggi la politica capitalistica del labour saving danneggia anche le aree elevate a centro).</p>
<p>Tra il 1953 e il 1970, oltre agli emigrati, il Sud perde più di tre milioni di occupazioni.</p>
<p>Due. Con l’aumento della ricchezza nazionale, la quota incassata e ridistribuita dallo stato cresce in termini assoluti e anche in rapporto alla porzione che rimane ai privati. Ciò permette che i pubblici servizi possano essere dilatati. Il Sud ottiene un primo vantaggio dal fatto che il numero degli impiegati cresce in assoluto in percentuale. La remunerazione che questa quota di popolazione ottiene è a un livello italiano, cioè più alto rispetto a quello che la produttività media del paese meridionale consentirebbe.</p>
<p>Il Sud ricava un secondo vantaggio dal fatto che ottiene servizi in precedenza riservati solo al Centronord (le università, la sanità pubblica, ecc.).</p>
<p>Tre. Lo sviluppo industriale porta con sé una crescita del livello medio delle aziende. Ciò danneggia il quadro concorrenziale, ma fa salire il livello medio dei profitti industriali; consente così alle industrie di cedere alla distribuzione -quindi anche alla sua frazione meridionale- una parte più larga del plusvalore estorto.</p>
<p>Quanto sub Due e Tre permette al Sud di non perdere la posizione che aveva nelle statistiche nazionali in termini di reddito medio pro-capite, storicamente oscillante intorno al 65%. C’è però una significativa novità: detto percento, un tempo, era legato alla produttività complessiva del paese meridionale, mentre adesso viene insufflato dall’esterno. Tutte cose che, se arricchiscono il Sud, ne scombussolano, però, l’armonia sociale.</p>
<p>Per essere passabilmente chiaro, esemplifico. Un insegnante meridionale lavorerebbe per metà dello stipendio vigente. L’aggiunta è un regalo italiano. Così un medico, un giudice, un poliziotto, un bancario, l’operaio di un’azienda nazionale tipo ENEL, Telecom, ecc. Anche un commerciante-distributore meridionale lavorerebbe per un ricarico pari alla metà di quel che ottiene. Pure in questo caso l’aggiunta è collegata a una nazionalizzazione, precisamente a quella burocratica vigente nelle grandi aziende, in forza della quale vengono sottoposti a disciplina coattiva fenomeni che di per sé sarebbero economici e di mercato.</p>
<p>Ovviamente, il vantaggio che arriva nelle tasche di una parte dei meridionali è pagato dagli stessi meridionali, che sono costretti a dare di più allo stato e di più ai monopolisti padani. C’è, tuttavia, subito da osservare che, se gli stipendi e i ricarichi fossero dimezzati, al Sud non verrebbe alcun vantaggio contabile. Infatti la differenza in più non sarebbe risparmiata dai contribuenti e dai consumatori, ma andrebbe ai professori, ai medici, ecc. settentrionali sotto forma di un maggiore stipendio e alle aziende industriali sotto forma di più lauti profitti (Bossi è meno scemo di quel che sembra).</p>
<p>Ma come sopra segnalato, nel quadro economico meridionale i vantaggi non pagati costano carissimi. Infatti nel Sud, mancante di un suo Stato e di economie esterne tali da consentire una migliore produttività del lavoro, la nazionalizzazione del livello dei salari e degli stipendi ha come contropartita il tragico declino, la caduta, senza possibilità alcuna di ritorno, dell’agricoltura, non essendo questa protetta da sbarramenti comunitari.</p>
<p>Aggiornando il tema alla data attuale, si può aggiungere che la caduta ha toccato ogni produzione lecita a carattere arretrato e ha portato alla crescita di quella illecita, alla fioritura del lavoro in nero, tanto fra i cittadini italiani quanto fra gli extracomunitari, nonché alla dilatazione della sovrappopolazione, che adesso potrebbe essere considerata non più un esercito industriale di riserva, ma umanità superflua, come nel Terzo Mondo, e da qui a non molto soltanto zoologia antropica.</p>
<p>I partiti stanno tornando sui propri passi. Ma si tratta di un ripensamento vano e contraddittorio se non accompagnato da un forte vincolo valutario (o se più vi piace, bancario) a finanziare con risparmio sudico l’importazione di merci forestiere. Infatti i sindacati, consapevoli dell’inefficacia di una unilaterale decurtazione dei salari, sono fermamente decisi a combattere le gabbie salariali senza la contropartita di un investimento che bilanci la sottrazione di valuta.</p>
<p>Naturalmente neanche questo basta, ma anche i sindacati sono italiani.</p>
<p>L’approdo alla disarmonia sopra accennata precede la Rivolta, ma, a quel momento, la gente -che pure ne soffre il disagio- non ne ha ancora concettualizzato le cause. Avvertite sono invece le ripercussioni di carattere sociologico della trasformazione italiana.</p>
<p>Quando il morso della fame durava da un anno all’altro, e segnava, uno dopo l’altro, tutti i giorni della vita, la comune povertà legava il proletariato. Nella nuova fase, la fame vera è scomparsa, ma il modo di produrre (il lavoro) si riorganizza a raggi, il cui sole è spesso lontano. Ciò frantuma la dimensione umana della città, il senso del vicolo e del rione. Chi lavora diventa la macchina di un dio cieco, chi non lavora è la vittima di un demone irraggiungibile. L’umanesimo antico evapora, un nuovo umanesimo (un sindacato, un partito aderente ai problemi periferici) non spunta.</p>
<p>Per usare il linguaggio del sindacalista, la grande trasformazione si allarga al Sud senza ammortizzatori sociali. La durezza della transizione (per esempio, il riverbero locale dell’emigrazione) lascia insensibili i politici e i sindacalisti. In effetti ciò che non cambia, o cambia in peggio, è l’organizzazione clientelare delle filiali sudiche di tutti i partiti costituzionali. L’Italia ricca è scesa al Sud con altre sue merci, e per i fortunati anche con i suoi stipendi e salari, ma senza farsi accompagnare dalle regole di una libera democrazia. Perché? Credo si debba dare una risposta veritiera anche a rischio d’apparire faziosi: perché, al Sud, il primo atto di vera democrazia sarebbe la liberazione. Una cosa che va oltre le manette e arriva ai carri armati.</p>
<p>I maggiori benefici dell’allargamento al Sud delle condizioni sociali raggiunte nell’Italia restante, li ricavano i ceti medi scolarizzati. Legioni di redditieri ormai senza più rendita, e perciò promessi alla misurazione dei marciapiedi cittadini, hanno trovato facilmente un posto. Altri posti si lasciano sperare e si sperano. Legioni di figli del proletariato, in salita sociale per via degli studi, s’infilano anche loro da qualche parte. Ragionieri, medici, ingegneri, avvocati si sistemano in un modo o nell’altro. Altri s’infileranno, almeno si spera. Alla fine del mese lo stato paga.</p>
<p>Sarebbe inopportuno mettersi a fare della sociologia senza possederne gli strumenti, ma una cosa è chiara a chiunque: questa nuova quadreria che, attraverso la politica e l’invasione politica della società civile, diventa la parte sub-dirigente del Sud, manca di virtù. In fondo non è che l’erede statuale di quella borghesia padronale e redditiera che si concesse a Cavour per mancanza di decoro, d’onore e d’amor di patria. D’altra parte non è una classe, e neppure una classe in formazione. Manca il punto di riferimento sociale e quello autenticamente politico. Certo, un punto di riferimento non manca, ed è il civismo rovesciato in disvalore. Esso aggrega le persone, ma non può essere dichiarato all’esterno. Soltanto ristagna nel sottobosco familiare e municipale come necessaria arte del campare.</p>
<p>A questo punto, se sommiamo la crisi produttiva, il non possedere altro che braccia per pagare le merci forestiere, e ancora il sommovimento sociale, lo scardinamento dei vecchi valori classisti, la disperazione occupazionale, abbiamo il Sud degli anni Sessanta. Un Sud impoverito che dovrebbe solamente e puramente liberarsi d’ogni torchiatura esterna e farsi (al suo interno) finalmente quei conti sociali che i bersaglieri piemontesi impedirono, facendo colare sulla sollevazione contadina un fiume di sangue.</p>
<p>Comunque, la Rivolta reggina non ebbe tale idealità, né prima né poi. La rabbia contro lo stato straniero, o quantomeno estraneo, fu scioccamente vanificata da un personale politico che non seppe far altro che prendere il tram elettorale.</p>
<p>Allora cosa fu questa Rivolta? Perché Reggio?</p>
<p>Intanto l’occasione. Poi la singolarità va cercata nella sua splendida agricoltura. Quella stessa classe di redditieri fondiari che aveva invocato i bersaglieri piemontesi e che s’era pappato con poca spesa il demanio ecclesiastico e gratis quello statale e comunale, s’era lentamente ricostruita moralmente. Sicuramente spremendo sangue dalle ossa dei coloni, aveva piantato milioni di ulivi e decine di milioni di aranci, limoni, bergamotti. Li aveva lavorati, commerciati, imposti sui mercati stranieri (il Nord era ancora troppo povero per presentare una domanda effettiva). Spesso s’era indebitata fino alle mutande, in attesa che arrivasse il momento della fruttificazione. Anni, decenni di attesa, durante i quali il Banco di Napoli li aveva vessati con i suoi avvocati e gli ufficiali giudiziari. Poi un limitato benessere privato e anche un surplus provinciale consistente.</p>
<p>Allo scadere del luglio 1970, l’agraria reggina non era del tutto appassita; era ancora detentrice di qualche quattrino e s’era fatta un certo orgoglio di classe. Una cosa che nei tempi prosperi appariva solo sussiego, ma che oggi dobbiamo storicamente rivalutare, poiché era in effetti frutto della fiducia in sé, la stessa che mostrava il cavaliere d’industria. O forse -e più giustamente- quella di Esiodo, di Virgilio, di Plinio, di Columella, del cremonese Stefano Jacini: l’agricoltura come esplicazione del sapere umano, del vichiano conoscere la storia, in quanto produttori delle cose e di sé. Insomma Reggio era stata una città effettivamente capace di partecipare alla produzione nazionale in una posizione d’avanguardia; una città autentica.</p>
<p>Nei decenni precedenti, l’insolita identità reggina si era espressa mediante l’uso di un partito non costituzionale come podio, come palco per la rappresentazione scenica: il MSI. Ma senza per questo essere fascista. C’era solo una circostanza casuale a determinarla. Il podio era preso a prestito, quel che contava era l’uomo, forse il simbolo della sua rifiutata decadenza. Il senatore Francesco Barbaro è descritto come un aristocratico d’altri tempi, democraticamente alla mano; come un vir dotato di severo spirito di servizio.</p>
<p>Barbaro morì qualche anno prima della Rivolta, ma l’idea che la gente di Reggio ne aveva, faceva del suo ricordo un punto di riferimento, e non solo per l’agraria in decomposizione, ma per tutte le famiglie oneste: per quelle dei lavoratori, gli antichi e i nuovi, per quelle della nuova burocrazia, dove crescevano giovani destinati alla nuova guerra dell’uomo contro l’uomo, per quelle dei bottegai e prestatori di servizi, per cui la decadenza decisa per decreto rappresentava un atto ostile, persino per operatori economici di respiro nazionale come Mauro e Matacena, nonché per una larga parte dei colti, ai quali la conoscenza del passato dava conto della misura del declino.</p>
<p>Volendo concludere, l’input impresso dalle idee di Cavour al quadro sociopolitico italiano ha diviso un paese che aveva avuto parecchi stati, ma strutture produttive di uguale livello. Al Centronord l’intrallazzo finanziario e il parassitismo industriale alimentarono la formazione di un esercito del lavoro agricolo e industriale di tipo metropolitano, che è stato ed è rappresentato da formazioni politiche e sindacati coerenti con la sua condizione; al Sud, il saccheggio del capitale storico, dei surplus normali e dei surplus popolari da astinenza, la centralizzazione padana del capitale bancario di rischio, la mancanza di un proprio stato organizzatore, l’espropriazione del credito internazionale derivante dal massiccio afflusso della valuta rimessa dagli emigrati, non lasciarono altro spazio alla crescita capitalistica che una modesta nicchia in agricoltura; una situazione ben lontana dalla richiesta popolare di dar lavoro alle masse che la penetrazione di merci capitalistiche forestiere proletarizzava.</p>
<p>Le forze politiche e i sindacati italiani, coerenti con l’assetto occupazionale settentrionale, forse avrebbero voluto, ma oggettivamente non potevano e storicamente non poterono rappresentare gli interessi di un proletariato in larghissima parte esterno ai rapporti capitalistici di produzione. Quando questa versione del proletariato contemporaneo recepisce la lezione marxista, nega la negazione imperialistica e si afferma come il protagonista storico della liberazione nazionale dal sottosviluppo produttivo.</p>
<p>Insomma la Rivolta, per la partecipazione popolare che ebbe, poteva ben essere il principio della rivoluzione meridionale, se il proletariato non fosse stato da sempre solo. Invece, rimasta in mano al nazionalismo dannunziano di Ciccio Franco, si tramutò nel parto di una vecchia, in un aborto politico, nella contorta contrimmagine dell’impresa fiumana.</p>
<h2><em> </em></h2>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=6005</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
