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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Nietzche</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Losurdo ci aiuta a leggere Nietzsche</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2022 16:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Losurdo ci aiuta a leggere Nietzsche dopo il suo uso fascista e dopo il suo uso postmoderno. Se ne sentiva il bisogno. Nietzsche: il ribelle aristocratico Un bilancio critico del pensiero del filosofo tedesco nell&#8217;ultima opera di Domenico Losurdo di Costanzo Preve Voglio qui segnalare il recente libro di Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/01/nietzsche-il-ribelle-aristocratico.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-7727" title="nietzsche-il-ribelle-aristocratico" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/01/nietzsche-il-ribelle-aristocratico.jpg" alt="" width="220" height="250" /></a><br />
<strong><em>Losurdo ci aiuta a leggere Nietzsche dopo il suo uso fascista e dopo il suo uso postmoderno. Se ne sentiva il bisogno.</em></strong></p>
<p><strong><em>Nietzsche: il ribelle aristocratico<br />
Un bilancio critico del pensiero del filosofo tedesco nell&#8217;ultima opera di Domenico Losurdo</em></strong></p>
<p><strong>di Costanzo Preve </strong></p>
<p>Voglio qui segnalare il recente libro di Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio cri tico, Bol lat i Boringhieri, Torino 2002. Si tratta di una segnalazione, e non di una vera e propria recensione, perché una recensione minimamente articolata avrebbe richiesto almeno il quadruplo dello spazio. Il libro di Losurdo è di altissimo livello, ed è una contributo importante della critica nicciana in Italia. Ho espresso qui una valutazione molto impegnativa, che è bene in qualche modo motivare. Farò precedere questa motivazione da quattro considerazioni introduttive, utili al lettore per “situare” culturalmente il libro di Losurdo. Svolte queste quattro considerazioni, segnalerò alcuni punti del libro di Losurdo meritevoli di particolari riflessioni. 2. Il chiacchiericcio filosofico-mondano della comunità politicamente corretta degli intellettuali italiani, cui per sua fortuna Losurdo non appartiene, gira intorno ad alcuni fondamenti dogmatici che non devono essere posti in discussione pena la denuncia ed il dileggio. In breve Hegel è morto, ed è noto che la storia non ha alcun senso; il pensiero deve essere debole, perché in questo modo l’economia, che non ha bisogno del pensiero, sia più forte; Marx non è del tutto morto, perché anche se è caduta per sempre l’utopia comunista totalitaria può continuare ad aiutarci a denunciare l’eccessivo scandalo della miseria; Dio è morto, ma le plebi avranno sempre bisogno di Padre Pio, purché non lo impongano nella scuola laica; Heidegger ci dimostra che l’essere si è consumato nella tecnica, e dunque che non c’è più; Nietzsche ci insegna che tutto è interpretazione, e dunque non rompeteci più le scatole con le grandi narrazioni prescrittive, eccetera. Losurdo a modo suo infrange le regole di questo chiacchiericcio filosofico- mondano, ed è dunque normale che l’O s s e rv a t o re Romano d i questo chiacchiericcio, il giornale La Repubblica, abbia subito aperto un fuoco di sbarramento (01/10/- 02 e 27/12/02). Lo considero un buon segno. Il pretesto per questo chiacchiericcio è stato un punto a mio avviso del tutto marginale ed irrilevante, e cioè una valutazione del tutto secondaria di Losurdo sull’edizione Colli -Montinari di Nietzsche. È come valutare l’opera di Marx sulla base del fatto che Marx ha avuto una scappatella con la sua “collaboratrice domestica” Helene Demuth. Questo è il livello del chiacchiericcio filosofico-mondano di La Repubblica . Ma dietro ci sta ben altro, e cioè una vera valutazione stroncatoria dell ‘intero lavoro di Losurdo. Nella fattispecie (27/12/02),”..certe ricostruzioni vagamente poliziesche, staremmo per dire lucacciane, sono tutt’altro che minoritarie”. 3. Il libro di Losurdo non è lucacciano, per una ragione semplicissima. Con il termine “lucacciano”, quando si parla di Nietzsche, si allude generalmente alla notevole opera storiografica di György Lukács La distruzione della ragione , Einaudi, Torino 1959. Bene, l’approccio di Losurdo non ha nulla a che vedere con quello di Lukács, e so quello che dico, perché sono stato a suo tempo uno specialista del pensiero di Lukács. Losurdo fa una rigorosa, documentata ed analitica biografia intellettuale, in cui non ci sono solo le citazioni, ma ci sono anche le letture di Nietzsche ed il contesto del dibattito culturale del tempo. Lukács fa invece una ipotesi generale di storiografia filosofica, per cui Hegel è il punto più alto del pensiero borghese progressista (ad un tempo illuministico e romantico), e dopo Hegel inizia una sorta di “distruzione della ragione”, cioè del razionali smo dialettico, in cui Nietzsche è solo una tappa, insieme con altre (ultimo Schelling, Scho-penhauer, Kiergegard, eccetera). Come si vede, l’accusa di “lucaccismo” è solo un fuoco di sbarramento politicamente corretto, e non c’entra assolutamente niente con l’approccio scelto da Losurdo. 4. Da circa venticinque anni regna in Italia con totalitaria unanimità una lettura di Nietzsche ispirata al cosiddetto “pensiero debole” (Gianni Vattimo, eccetera). Secondo questa lettura il modello antropologico nicciano di Übermensch non deve essere interpretato “a destra” come Superuomo prepotente, gerarchico, razzista e protonazista, e neppure come esteta paradannunziano, ma deve essere letto “a sinistra” come o l t re u o m o, e cioè come nuova figura antropologica al di là delle illusioni metafisiche sia trascendenti (religioni monoteistiche rivelate), sia immanenti (la grande narrazione marxista del comunismo). Nietzsche ci insegna a “danzare” la vita. Nietzsche è un decostruttore impareggiabile di ogni metafisica. Bravo Nietzsche! 5. Sebbene l’autocitazione sia sempre antipatica (cfr. C. Preve, I secoli difficili , Editrice CRT, Pistoia 1999), il lettore ha diritto di sapere da quale punto di vista io mi metta in “prospettiva” verso Nietzsche. In estrema sintesi, toccherò due punti. In primo luogo, io ritengo, in posizione assolutamente minoritaria, che paradossalmente Nietzsche sia il filosofo più “democratico” che esista, se per democrazia non si intende marxianamente il potere popolare organizzato in istituzioni stabili ma la si intende tocquevillianamente come la tendenza capitalistica al livellamento egualizzante come presupposto del consumo indifferenziato. Nietzsche teorizza che la verità è solo interpretazione, e quindi opinione, e che il criterio per valutare le opinioni è la potenza energetica che esse possono mettere in azione. Questo effettivamente non è il quadro delle azioni hitleriane (che era il darwinismo sociale, l’antisemitismo ed il germanesimo razzista), ma delle macchine desideranti delle moltitudini negriane del comunismo del consumo. Negando il problema della verità, Nietzsche è il teorico ideale di un sistema che non si legittima più con il richiamo alla verità stessa (religiosa e/o illuministico-razionalistica), ma all’opinione, che è appunto il modo in cui si legittima il mercato (audience, pubblicità, eccetera). In secondo luogo, l’interpretazione di “sinistra” di Nietzsche (Vattimo, eccetera) non deve essere valutata a mio avviso a livello filosofico e filologico, ma solo ideologico. A livello filosofico e filologico non tiene e non resiste ad una analisi spassionata, e basta registrare le migliaia di opinioni terribili di Nietzsche sul mondo, che farebbero vergognare Rauti, Freda ed Evola. A livello ideologico, invece, questa interpretazione è rilevantissima, perché ha accompagnato passo passo la trasformazione del PCI prima in PDS e poi in DS, e cioè il passaggio da una forma di storicismo progressistico di tipo grande-narrativo ad una sorta di “smaterializzazione del mondo” ridotto ad un insieme di opinioni ad un tempo nichilistiche e moderate del nuovo movimento dei girotondi, il cui lato decisionista è D’Alema e quello più insipiente è Moretti. La riduzione del mondo a gioco delle interpretazioni fa appunto di questo Nietzsche il nuovo Gramsci del PDS-DS. Solo la “carità di patria” di sinistra, che ha sempre individuato l’avversario ideologico in Tarchi e De Benoist, senza accorgersi che invece ce l’aveva in casa, ha impedito fino ad oggi la comprensione di una simile evidente verità. 6. Un niccianesimo s o f t è oggi il Prozac degli intellettuali delusi ed inebetiti dalla caduta delle speranze del progressismo storicistico, che in modo assurdo e regressivo continua però ad essere riproposto come ideologia identitaria della ricostruzione di un nuovo movimento comunista (che, lo dico solennemente, su queste basi non potrà mai essere ricostruito). Questi intellettuali, che oggi intasano praticamente tutte le strutture di comunicazione culturale e di chiacchiericcio pseudofilosofico, devono ridurre il lavoro di Losurdo a “ricostruzione vagamente poliziesca”. Benissimo, la lingua batte dove il dente duole. Ed a proposito di Nietzsche il dente duole in tre punti, che il lavoro di Losurdo diagnostica esattamente. In primo luogo, il dente duole perché Losurdo documenta con centinaia di citazioni contestualizzate che il progetto centrale di Nietzsche, quello che profetizzava appassionatamente, era fondato su di un asservimento di tipo schiavistico della casta inferiore dei lavoratori, assimilati a malriusciti mossi dall’invidia e dal risentimento. I cantori del Nietzsche oltreuomo liberal di centro sinistra, nuovo Gramsci degli ulivisti e dei girotondari, devono mettere sotto silenzio tutta questa parte filologicamente centrale di Nietzsche, e degradarla ad inutile verbale di polizia inquisitorio. Ma le bugie hanno le gambe corte. In secondo luogo, il dente duole perché Losurdo documenta in modo inoppugnabile che gran parte del lato oscuro e terribile di Nietzsche (cioè la legittimazione d e l l ’ asservimento e della schiavizzazione) derivava in modo più o meno diretto da filosofie di origine liberale (Locke, Tocqueville, eccetera) che erano sempre molto “politicamente corrette” sul piano costituzionale, ma si scatenavano poi quando dovevano giustificare il colonialismo, il razzismo ed il dominio di classe. Ma Losurdo si accorge di questo non certo perché fa parte della “tiepida vita accademica”(sic!, La Repubblica , 27/12/02), ma perché mette al centro della sua ottica lo sguardo sull’imperialismo. È uno dei pochissimi intellettuali italiani a farlo (e colgo l’occasione per mettermici anch’io), in un mondo in cui sembra che ci sia soltanto il fordismo e le ruberie dei cortigiani del Berlusca. In terzo luogo, il dente duole perché Losurdo non nasconde il fatto che Nietzsche, pur all’interno del suo progetto di rilegittimazione di un dominio integrale sugli invidiosi ed i malriusciti, distrugge lui stesso tutte le ipocrite motivazioni ideologiche di tipo cristiano, eurocentrico, occidentalistico, eccetera, con cui veniva giustificato allora l ’ i n t e rventismo colonialistico e viene giustificato oggi il bombardamento umanitario e la punizione dei cosiddetti “stati canaglia” (il cui torto è quello di non sottomettersi alle canaglie più forti e più armate che vogliono controllare l’intera economia mondiale). Ci sono dunque almeno tre ragioni per spiegare la reazione nervosa dei nuovi nicciani soft. Essi vorrebbero un “Nietzsche tranquillizzante”, un Nietzsche postmoderno e possibilmente anglofono, un Nietzsche compatibile con l’educata chiacchiera del ceto accademico globalizzato e degli studenti adoranti che ne ascoltano le batracomiomachie sofisticate. Losurdo gli rompe effettivamente le uova nel paniere, ricostruendo in modo filologicamente impeccabile un Nietzsche incompatibile con i riti di esorcizzazione cui sonno abituati. 7. Losurdo non intende affatto, ovviamente, “chiudere” il problema Nietzsche, perché tutti sanno che questo problema fra un secolo sarà ancora del tutto aperto. Solo chi confonde i manuali staliniani di storia della filosofia, in cui Platone era indicato come “portavoce ideologico delle classi reazionarie schiavistiche” ed Hegel era fatto passare per “reazione aristocratica alla rivoluzione francese” (e trascuro per ragioni di spazio altre infami perle del genere), può pensare che un problema filosofico venga “chiuso”. Ogni generazione è chiamata a fare i conti con la philosophia perennis, che si fa gioco degli ideologi e delle loro strumentalizzazioni. Ma Losurdo ci aiuta almeno a leggere Nietzsche dopo il suo uso fascista e dopo il suo uso postmoderno. Se ne sentiva il bisogno. Per ricominciare a leggere Nietzsche dopo il Superuomo nazi-estetizzante e l’Oltreuomo pidiessino post moderno ci voleva prima un bagno rinfrescante nelle cose che Nietzsche aveva “veramente detto”, contestualizzate con le fonti culturali, politiche e giornalistiche del tempo. Nietzsche appare così un vero “scriba del caos” (secondo l’insuperabile formulazione di Ferruccio Masini), ma anche uno scriba che tenta di “organizzare il caos” secondo un progetto di ribellismo aristocratico, comunque incompatibile con le tre varianti del comunismo rivoluzionario marxiano, del fascismo mussoliniano ed hitleriano e del buonismo (peraltro “cattivista” nel legittimare i bombardamenti imperiali) postmoderno e nichilista soft.</p>
<p><strong><em>L&#8217;Ernesto Gennaio-Febbraio 2003</em></strong></p>
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		<title>Fernanda Mazzoli su &#8220;L&#8217;albero filosofico del Ténéré&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jul 2019 12:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Fernanda-Mazzoli04-860x280.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6090" title="fernanda-mazzoli04-860x280" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Fernanda-Mazzoli04-860x280-300x97.jpg" alt="" width="300" height="97" /></a></p>
<p>Dai muri della città dove abito, i manifesti pubblicitari di una delle maggiori catene della grande distribuzione (che si richiama, peraltro, a valori solidaristici) ammoniscono i passanti che «<em>Siamo quello che scegliamo</em>». A chiarimento della scelta in questione, campeggiano i primi piani di persone di diversa età che covano con sguardo fra l’affettuoso e l’orgoglioso chi un vasetto di marmellata (naturalmente biologica), chi uno spazzolino da denti, chi una confezione di caffé macinato. Così, la straordinaria stratificazione architettonica, paesaggistica, storica e culturale di questa piccola e bellissima città si appiattisce improvvisamente nel piano liscio dove a scorrere sono solo le merci, prodigiosamente inesauribili, tutte diverse nella loro sollecitazione alla scelta, tutte interscambiabili nell’indistinto della bulimia dei consumi. Questo piano liscio nutre una <em>nuova antropologia</em>, in cui l’uomo è dato dalla sua relazione con le merci e la libertà – quella libertà senza la quale l’esistenza perde senso e valore – diventa libertà di scegliere il prodotto più confacente alle proprie esigenze.</p>
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<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/323-ISBN.jpg" alt="" width="263" height="371" /></figure>
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<h5>Salvatore A. Bravo</h5>
<h4><em>L’albero filosofico del Ténéré.</em></h4>
<p><em>Esodo dal nichilismo ed emancipazione in Costanzo Preve</em></p>
<p><em>Dalla metafora del deserto (Nietzsche-Arendt)</em><br />
<em>al fondamento veritativo in Costanzo Preve</em></p>
<h5><em> <strong>Fernanda Mazzoli</strong></em></h5>
<p>L’uomo – questo essere su cui la natura e la storia hanno inciso segni tanto profondi quanto quelli che da lui hanno ricevuto – si risolve in un <em>consumatore</em>, responsabile e soddisfatto della nuova leggerezza acquisita: il necessario fardello del suo rapporto con se stesso e con il mondo ha ridotto le sue dimensioni a quelle di un carrello del supermercato.</p>
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<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/uomo-merce.jpg" alt="" width="106" height="146" /></figure>
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<p>La <em>centralità della merce</em> è religione che non ammette devoti tiepidi: avendo da tempo travalicato gli argini della sfera economica, ha finito per modellare comportamenti sociali e condotte individuali, per riorientare la percezione che si ha di sè e del mondo, per plasmare menti e corpi, pensieri e sentimenti.</p>
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<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/13995.jpg" alt="" width="232" height="203" /></figure>
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<p>La campagna pubblicitaria sopracitata è un caso da manuale di quelle «identità costruite dal e per il <em>marketing</em>»<em>, </em>destinate a naufragare «nei desideri del mercato», che si aggirano nel <em>deserto</em> su cui si appunta lo sguardo lucido di <strong>Salvatore A. Bravo</strong> nel suo ultimo libro, pubblicato da Petite Plaisance, <em>L’albero filosofico del Ténéré. Esodo dal nichilismo ed emancipazione in Costanzo Preve. Dalla metafora del deserto (in Nietzche-Arendt) al fondamento veritativo in Costanzo Preve.</em> La traversata del deserto è impresa ambiziosa, urgente e rischiosa e richiede il coraggio intellettuale di un riorientamento radicale, capace di guardare negli occhi il nichilismo penetrato nella profondità del corpo sociale e di tagliare il nodo gordiano di appartenenze ideologiche che, incapaci di prendere atto delle nuove realtà storiche e di mettere in discussione schemi interpretativi e filosofici accettati fideisticamente, finiscono per legittimare e rafforzare il nichilismo dominante, con il quale condividono l’economicismo di fondo.</p>
<p>Per potere tentare la traversata, occorre innanzitutto sapere riconoscere l’aridità e la piattezza del deserto sotto le linee frastagliate e seducenti del paesaggio nel quale siamo immersi, occorre lacerare il velo delle illusioni – la promessa della felicità nella soddisfazione illimitata dei desideri e nella disponibilità di beni sempre nuovi – che coprono le sabbie mobili del ciclo produzione-consumo, assurto ad orizzonte esclusivo dell’esistenza. Occorre strappare l’esistenza dal <em>hic</em> <em>et nunc</em> di un presente senza storia, da cui l’universo delle merci trae motivo di legittimità, proclamando la propria naturalità e la propria intrascendibilità. Si disegna, così, una situazione paradossale che vede da un lato l’individuo sollecitato dall’ampio ventaglio della scelta e dall’altro, ridotto ad uno stato di impotenza sociale e di asservimento non dichiarato, in quanto la cornice entro la quale si muove vanta la pretesa totalizzante di essere la sola possibile.</p>
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<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/insPhoto_13919069555012.jpg" alt="" width="155" height="226" /></figure>
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<p><em>Onnipotenza astratta</em> e <em>concreta impotenza, </em>secondo la felice espressione di Lukàcs, sono le pareti della <em>gabbia d’acciaio</em> che delimita il perimetro entro il quale il soggetto può muoversi. Ecco allora imporsi la legge del <em>nulla</em>, all’insegna di una omologazione dove la speranza – tensione verso il possibile – <em>piange disfatta </em>e l’angoscia regna, come nel celebre sonetto di Baudelaire.<a href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn1">[1]</a> Il processo di naturalizzazione è andato così avanti, che è presumibile che la speranza non riconosca nemmeno la propria sconfitta, in quanto è scomparsa dall’orizzonte e, nel migliore dei casi, ride sguaiatamente, compiacendosi con spavalderia fintamente trasgressiva nel e del <em>nulla</em>.</p>
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<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/nulla01.jpg" alt="" width="129" height="146" /></figure>
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<p>L’immagine del deserto come metafora del nichilismo è stata coltivata da filosofi di grande notorietà – e con seguito accademico – come Nietzche e la Arendt che hanno lucidamente individuato una serie di <em>dispositivi</em> – termine che rinvia ad una presunta neutralità della tecnica – che hanno schiavizzato gli uomini, annullato l’individuo come lusso inutile, a vantaggio della massificazione burocratica ed economica, finendo per aprire la strada ad una nuova umanità privata della <em>corrente calda</em> della vita. Essi hanno denunciato efficacemente la desertificazione del pensiero, minacciato da macchinismo e totalitarismo e invocato la necessità dell’oasi. La Arendt la cerca in quegli ambiti della vita che esistono, in parte o in tutto, indipendentemente dalle condizioni politiche: l’isolamento dell’artista, la solitudine del filosofo, le relazioni affettive. La loro analisi, pur capace di cogliere aspetti importanti dell’alienazione che minaccia la condizione umana, resta <em>interna</em> al nichilismo, perché – osserva Salvatore Bravo – rinuncia al «fondamento veritativo della Filosofia».<a href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn2">[2]</a></p>
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<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/Lalbero-del-Te%CC%81ne%CC%81re%CC%81-1-copia.jpg" alt="" width="197" height="148" /></figure>
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<p>Né è superfluo ricordare, a tal proposito, che Nietzche teorizza l’esperienza elitaria del nichilismo attivo. L’oasi della Arendt assume nel testo di Salvatore A. Bravo la forma dell’<em>Albero del Ténéré</em>, un’acacia che, unica pianta per centinaia di chilometri tutt’intorno, in questa regione desertica del Sahara, a nordovest del Niger, costituiva per le carovane di cammelli il punto di riferimento obbligato. Guida per orientarsi e simbolo di vita – quasi miracolosa nella sua unicità – nella gran distesa uniforme di sabbia, l’<em>Albero del Ténéré </em>consentiva quella pausa necessaria per riprendere respiro e raccogliersi prima di continuare il cammino. Il sollievo momentaneo dell’oasi, infatti, non basta a Salvatore Bravo: è alla traversata, all’esodo dal deserto che egli ci invita. Impresa pericolosa, si diceva, tale da richiedere bussola e sguardo lungo e consapevolezza della fatica che attende il viaggiatore.</p>
<p>La bussola è offerta dal discorso filosofico di Costanzo Preve, uno dei pochi filosofi contemporanei che abbia avuto il coraggio di rilegittimare il valore veritativo della Filosofia e di rifiutarne la riduzione a semplice dossografia, elenco di opinioni e dottrine. Ha pagato questa scelta controcorrente con l’esclusione dai<em> salotti buoni </em>della filosofia, per i quali la ricerca del fondamento veritativo o è eluso, o si ritrova addirittura ad essere derubricato alla voce “totalitarismo”. E invece, l’approccio filosofico di Preve risponde proprio alla necessità di indagare la natura dei totalitarismi che l’opera di Arendt e Nietzche occultano più che rendere palese, afferrandone le manifestazioni epidermiche più che l’intima natura. La rimozione degli aspetti totalitari presenti massicciamente nel modo di produzione capitalistico rende innocua la loro critica che, non poggiando su un rigoroso fondamento, non può nemmeno offrire gli strumenti per osare la traversata.<br />
Costanzo Preve – e Salvatore Bravo che, con la sua riflessione filosofica, intende continuare il percorso da lui aperto – fa dell’intrinseco rapporto fra capitalismo e nichilismo la chiave di lettura del fenomeno. La <em>quantificazione</em> della vita, la quale ha subíto una decisa accelerazione nella globalizzazione liberista che ha sancito l’affermarsi del capitalismo assoluto – sciolto da qualsiasi limite –, ha ridotto i vissuti a cose e spezzato i vincoli comunitari, fino a fare di ogni individuo un <em>atomo Robinson </em>ritirato dal mondo e ripiegato su se stesso e dell’alienazione la normalità. Se il deserto è rinuncia al pensiero, riduzione dell’umanità al dato biologico e alla corsa verso l’accumulazione di beni, spetta alla Filosofia il compito di restituire il soggetto alla storia e alla propria umanità. Un compito arduo che la Filosofia può assolvere, solamente ponendosi come «<em>scienza del fondamento</em>, portatrice di verità condivise attraverso il dialogo».<a href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn3">[3]</a></p>
<p>Solo il <em>fondamento</em> può ricondurre il molteplice all’unità, superare le scissioni per ritrovare la totalità, ristabilire gerarchie di valore e suscitare un giudizio responsabile: si crea così il presupposto per potere comprendere il nostro presente. Nel disordine e nell’omologazione si installano nichilismo e relativismo, il deserto si estende, le piste che conducono verso l’uscita vengono cancellate dai mulinelli di sabbia e le carovane sono sviate da rutilanti miraggi che mostrano un’oasi dove c’è solo un’altra duna, uguale alle precedenti. I punti di riferimento da rielaborare per definire tale <em>fondamento</em>, ovvero la verità oggettiva dell’essere umano mediata dall’esperienza storica, sono rappresentati per Preve dal mondo greco, da Marx, Hegel e Sorel. Nel dialogo creativo con questi autori, prende forma la connotazione della natura umana come razionale-comunitaria e generica. È razionale e valutativa, perché capace di determinare le giuste proporzioni per salvaguardare se stessa e la comunità; è generica, perché aperta sulla possibilità di determinare storicamente la propria natura. Può, dunque, perdersi nell’alienazione, qualora non riesca ad opporsi alle pressioni ed ai condizionamenti del potere, così come può affermare le proprie potenzialità. Perché ciò avvenga, è necessario un intreccio con la comunità, con la parola comunitaria. In questa individuazione della natura umana intervengono tre concetti fondamentali, strettamente legati: <em>logos, limite, misura.<br />
</em>Costanzo Preve recupera il significato originario della parola <em>logos</em> come <em>calcolo del limite, </em>di ciò che è necessario, contro la dispersione e l’estraniazione causate dall’eccesso, dalla <em>crematistica</em> (dal greco <em>chrèmata</em>, ricchezze) che indeboliscono il soggetto. La coscienza deve, con il <em>logos</em>, calcolare il <em>limite</em>, calcolo reso necessario dalla natura limitata dell’essere umano, destinato a morire e bisognoso di una comunità per sopravvivere.<br />
La parola <em>métron</em> (misura) non ha in Preve la connotazione datale poi dalla rivoluzione scientifica, ma, piuttosto, una declinazione <em>sociale</em>, è equilibrio dell’assetto sociale , calcolato dal <em>logos. </em>Non sfugga la portata di un approccio teoretico impostato sulla centralità della natura umana per la costruzione di una fondata e coerente prassi anticapitalistica. I nuovi riduzionismi, che nelle neuroscienze trovano un modello trionfante, apportatore di utili suggerimenti utilizzabili anche dal <em>marketing,</em> rappresentano l’uomo come un essere plasticamente determinabile, riconducibile ad un meccanismo stimolo-risposta, alimentando l’idea che la natura umana sia infinitamente manipolabile.</p>
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<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/possibilita-concept-e1anna-1024x503.jpg" alt="" width="409" height="201" /></figure>
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<p>La <em>possibilità,</em> categoria di primaria importanza nella caratterizzazione data da Preve, si trova ad essere esclusa e, con essa, qualsiasi alterità rispetto al sistema dei rapporti sociali dominanti. Né è da trascurare, a giudizio dello scrivente, l’impatto devastante che prossimamente potrebbe avere un’ideologia come il <em>transumanesimo</em> che fa del superamento degli stessi limiti biologici dell’essere umano<em>, </em>“potenziato” dalle macchine con cui entra in simbiosi fisica, la propria cifra, ultimo approdo di una <em>hybris</em> i cui tratti distintivi di negazione del limite e di infinita flesibilità e adattabilità dell’essere umano, nell’ottica dell’efficienza e della performatività, rispondono appieno al <em>cattivo infinito </em>sotteso alla logica del capitale, per il quale l’uomo deve essere <em>tabula rasa </em>su cui scrivere in assoluta libertà, realtà sensoriale da soddisfare, innanzitutto attraverso il baratto. Il capitalismo ha vinto – per ora – la partita, puntando tutto sulla quantità infinitamente in espansione, sull’illimitato di desideri potenzialmente inesauribili da soddisfare, ma ha eluso e mortificato la <em>domanda di senso</em> che è costitutiva dell’uomo.<br />
La ricerca di Costanzo Preve ha avuto il grande merito di porre al centro della riflessione filosofica questa domanda e di fornire gli strumenti teoretici per risposte non semplici e non subordinate al paradigma dominante, all’altezza della sfida posta dalla condizione umana nell’epoca del capitalismo assoluto. L’esodo dal deserto ha bisogno di <em>durevole passione filosofica</em>, di caparbia intelligenza critica, capaci di squarciare il velo delle illusioni e di pensare un «<em>cambio di prospettiva</em>»<em>. </em>Un cambio di prospettiva che si intreccia strettamente con il concetto di “comunità”, articolazione fondamentale nel pensiero di Preve e al quale l’autore del saggio dedica pagine illuminanti. Da Aristotele, come già si è detto, Preve mutua il concetto di “essere umano” come “<em>zoon logon echon”, </em>animale razionale. Il <em>logos</em> (di cui <em>logon </em>è l’accusativo) è nodo di straordinaria densità concettuale: rinvia sia al «linguaggio come strumento di convincimento razionale comunitario», sia alla «ragione universalmente diffusa in tutti gli uomini», sia «al calcolo geometrico applicato alla giusta distribuzione del potere e delle ricchezze»,<a name="_ftnref4" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn4"></a>[4] unico argine al dilagare della prepotenza del singolo e del caos. La <em>democrazia comunitaria</em>, in cui il dialogo (<em>dia-logos</em>) garantisce la comunicazione e vigila sul mantenimento del limite, consente agli esseri umani di ritrovare la loro natura e di porla a sostanza della comunità stessa.<a name="_ftnref5" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn5"></a>[5]</p>
<p>È a partire da questo ideale regolativo che Preve ripensa il comunismo: la comunità vive nel trascendimento delle divisioni sociali, ma anche per evitare il tragico fallimento del comunismo novecentesco realizzato (cui il filosofo riconosce, comunque, numerosi meriti nella lotta all’imperialismo e nell’impulso dato ai diritti sociali) deve mantenere la <em>tensione</em> tra individuo e comunità, e sottrarsi alla tentazione della <em>fusione </em>i cui esiti non possono che essere distopici. Salvatore Bravo sottolinea come il comunitarismo previano recuperi la radicalità della libertà nel pensiero di Marx, in cui la Storia diventa l’incontro tra le scelte degli uomini e le circostanze storiche. Lo sguardo lucido e privo di compiacimento che Preve getta sulle esperienze rivoluzionarie del Novecento, viziate dall’economicismo e sfociate in dominio burocratico che ha costretto gli uomini nella stessa passività e solitudine del capitalismo,<a name="_ftnref6" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn6"></a>[6] non inficia la grandezza e la necessità – oggi più che mai – di una lotta per una comunità senza oppressione, condizione <em>sine qua non</em> perché fioriscano le potenzialità di ciascuno. Dunque, il pensiero di Preve orienta verso l’esodo dal deserto, rimettendo in azione il motore della storia di cui molti avevano decretato il funerale, a tutto vantaggio di un intrascendibile presente, e lo fa radicandosi in una lunga tradizione filosofica che egli rilegge liberamente, all’insegna della pratica comunitaria della filosofia inaugurata da Socrate.<br />
La Filosofia è, infatti, dialogo, è <em>logos </em>che diventa comunitario. Il saggio di Salvatore Bravo evidenzia come l’esperienza culturale, nonché la vita di Preve, siano la dimostrazione che l’incontro tra l’<em>io </em>e il <em>noi</em> costituisce la condizione imprescindibile per l’esistenza stessa della Filosofia<em>, </em>e di una filosofia che, attraverso la <em>catena dei perché,</em> divenga <em>atto emancipativo</em> dalla falsa coscienza, dall’ideologia che piega le coscienze all’ obbedienza e all’adattamento. Essa fonda l’<em>universalismo umanistico</em>, dimostrando il fondamento ontologico comune dell’umanità e, a partire da esso, fonda la resistenza ai processi di alienazione e la possibilità di una prassi coerente con il contesto storico. Il testo di Bravo è una sorta di commento “esemplare” – costruito con passione dialogante e rigore argomentativo – della concezione dello studioso di filosofia antica Pierre Hadot, secondo la quale si tratta di dimostrare «che il discorso filosofico fa parte del modo di vivere» e «che la scelta di vita del filosofo ne determina il discorso».<a name="_ftnref7" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn7"></a>[7]</p>
<p>È, questo, un libro non per “esperti” della disciplina filosofica, (che, comunque, vi troverebbero non pochi fondamentali elementi di riflessione e confronto) ma, innanzitutto, per chiunque avverta la necessità di aprirsi una strada fra le brume del presente e voglia farlo con onestà e coraggio intellettuali e morali. È di un pensiero forte che necessitiamo, laddove tutte le posizioni sembrano occupate dai poteri forti dell’economia e dalle costellazioni ideologiche che intorno ad essi ruotano.</p>
<p><strong>Fernanda Mazzoli</strong></p>
<p>***<br />
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p><a name="_ftn1" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref1"></a>[1] Charles Baudelaire, <em>Les fleurs du mal, Spleen.</em></p>
<pre>«Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;
Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l'Espérance, comme une chauve-souris,
S'en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;
Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D'une vaste prison imite les barreaux,
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,
Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

- Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l'Espoir,
Vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir».




«Quando, come un coperchio, il cielo basso e greve
schiaccia l'anima che geme nel suo tedio infinito, 
e in un unico cerchio stringendo l'orizzonte
fa del giorno una tristezza più nera della notte;

quando la terra si muta in umida cella segreta
dove, timido pipistrello, la Speranza
sbatte le ali contro i muri e batte con la testa 
nel soffitto marcito;

quando le strisce immense della pioggia
sembrano le inferriate d'una vasta prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni
dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,

furiose a un tratto esplodono campane
e un urlo tremendo lanciano verso il cielo, 
così simile al gemere ostinato
di anime senza pace, né dimora.


- Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero».</pre>
<p><a name="_ftn2" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref2"></a>[2] S. Bravo, <em>op. cit., </em>p. 14.</p>
<p><a name="_ftn3" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref3"></a>[3] Ivi, p. 123.</p>
<p><a name="_ftn4" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref4"></a>[4] Ivi, pp. 114-115.</p>
<p><a name="_ftn5" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref5"></a>[5] Si pone in antitesi, pertanto, alla democrazia <em>formale,</em> le cui procedure sono finalizzate alla riproduzione del potere. Il rito di una democrazia non autentica si consuma stancamente, si rivela essere un’ «a<em>tomistica delle solitudini</em>», espressione, fra le altre, di disgregazione nichilistica.</p>
<p><a name="_ftn6" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref6"></a>[6] Preve rifiuta categoricamente la lettura liberale del comunismo novecentesco come semplice totalitarismo.</p>
<p><a name="_ftn7" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref7"></a>[7] Per la citazione completa di P. Hadot, cfr. Ivi, p. 106.</p>
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