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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Petite Plaisance</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Ideare il futuro comunitario per viverne l’essenza nel presente</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Nov 2019 10:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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		<description><![CDATA[Antonio Fiocco Ideare il futuro comunitario per viverne l’essenza nel presente Petite Plaisance, 2019, pp. 80 Il problema in discussione, la quistione, consiste se concepire una progettualità in quanto tale. Sembra non ci siano problemi nell’accettarla in linea di principio, ma permane l’idea che occorra indirizzare le forze su obbiettivi pratici immediati. Questo punto di vista, in apparenza ragionevole, vanifica [...]]]></description>
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<h5><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/11/333-ISBN.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6224" title="333-isbn" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/11/333-ISBN-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a></h5>
<h5>Antonio Fiocco</h5>
<h3>Ideare il futuro comunitario per viverne l’essenza nel presente</h3>
<p>Petite Plaisance, 2019, pp. 80</p>
<hr />
<hr />
<p>Il problema in discussione, la <em>quistione</em>, consiste <em>se </em>concepire una <em>progettualità </em>in quanto tale. Sembra non ci siano problemi nell’accettarla in linea di principio, ma permane l’idea che occorra indirizzare le forze su obbiettivi pratici immediati. Questo punto di vista, in apparenza ragionevole, vanifica lo scopo principale di migliorare realmente il mondo in cui viviamo e, invece di una reale <em>progettualità comunitaria</em>, si preferisce l’immediatezza della contingenza. Dunque, a quel <em>se</em>, di fatto, si oppone un <em>no</em>. La post-modernità (cioè la fase flessibile a tutti i livelli della modernità) per l’Autore non elabora spontaneamente una sua idea di comunismo, perciò si rende imprescindibile la <em>progettualità</em>. Per essere scoperte, utilizzate e verificate, le <em>possibilità </em>devono essere prima di tutto inventate. In questo senso, <em>ogni uomo è progetto</em>, creatore, poiché inventa ciò che è già a partire da ciò che non è ancora.</p>
<hr />
<hr />
<h4>Indice</h4>
<p><em>Incipit </em>contingente-empirico</p>
<p>Gesù di Nazareth</p>
<p>Paolo di Tarso e la figura teologica del Cristo risorto</p>
<p>Giovanni l’evangelista e la nascita del Cristo-Dio</p>
<p>L’<em>anti-pensiero </em>di Max Weber</p>
<p>Hegel: il legame fra elaborazione del pensiero e prassi materiale</p>
<p>Lettori di Hege</p>
<p>Lenin non era un vero hegeliano</p>
<p>Pensando a Lenin, in cammino con György Lukàcs</p>
<p>Sartre e la sua svalutazione dell’essenza</p>
<p>L’uomo è essenzialmente progetto</p>
<hr />
<p><strong>Antonio Fiocco</strong>, nella più profonda indignazione per le ingiustizie e le falsità geo-politiche che devastano il mondo, e di cui sono piene le cronache e la storia del Novecento, con spirito dialogico-socratico si è impegnato fin dagli anni giovanili in studi filosofici e politici. Ma, proprio per non fare dello studio della filosofia una normale, ordinaria e rituale professione, a suo tempo si risolse a scegliere una facoltà scientifica. L’amore per le scienze dello spirito ha continuato ad animare la sua ricerca accre­scendo l’interesse anche per le discipline estetiche, la musica, la letteratura (le sue passioni: Shakespeare e Proust) e l’arte figurativa.</p>
<hr />
<hr />
<h3><em>I</em><em>nc</em>i<em>p</em>i<em>t </em>contingente-empirico</h3>
<p>Il problema in discussione, la <em>quistione</em>, consiste <em>se </em>concepire una <em>progettualità </em>in quanto tale. Sembra non ci siano problemi nell’accettarla in linea di principio, ma permane l’idea che occorra indirizzare le forze su obbiettivi pratici immediati. Ci si sforzerà di indicare che questo punto di vista, in apparenza ragionevole, vanifica lo scopo principale di migliorare realmente il mondo in cui viviamo e a quel <em>se</em>, di fatto oppone un <em>no</em>, sia chiamando in aiuto esempi materiali che ricorrendo alle elaborazioni di alcuni grandi pensatori che hanno fatto la storia della religione e della filosofia. Impiegando concetti hegeliani, ci si propone di operare una contrapposizione fra <em>sapere immediato </em>e <em>ragione filosofica</em>.</p>
<p>In sintesi, indipendentemente dalle condizioni <em>strutturali</em>, una elaborazione teorica carente o incompleta porta comunque a risultati materiali insufficienti o controproducenti. Certo si tratta di una tesi non nuova,1 ma che è sempre utile corroborare. Si sono scelti alcuni nomi e argomenti, ma l’intendimento qui svolto è estensibile all’intera storia della filosofia, e con la convinzione che occorre non essere innovativi (chi ha cercato di esserlo in epoca recente, secondo chi scrive, ha fallito), bensì sia necessario cercare di ben interpretare quanto in essa filosofia è stato già elaborato.</p>
<p>Cominciamo da esempi concreti. Il giornalista e scrittore Giulietto Chiesa da una parte chiede il rispetto della Costituzione del 1948, ma poi propone improbabili soluzioni economiche compatibili con il sistema, senza porsi la questione del capitalismo e vorrebbe <em>non </em>uscire dall’Europa dell’euro, ma “cambiarne le regole”, ignorando che <em>questa </em>“Europa” è nata proprio per la volontà di imporre le sue regole iugulatorie. In altre parole, si vuole conciliare l’inconciliabile: indipendenza e subordinazione al tempo stesso. Per inciso ciò è plasticamente e schizofrenicamente espresso nella moneta da 2 euro coniata per commemorare la nostra Costituzione, che ne è la negazione assoluta! Comunque, non c’è niente da negoziare, niente da ridiscutere e non deve importare nulla di competere “capitalisticamente” con Cina o Giappone, quando il problema è <em>il capitalismo in quanto tale</em>. Anche se le proposte di Chiesa venissero praticate, si perpetuerebbero l’estrazione di plus-valore e il “sovrasensibile” balletto fra le merci nel mentre si usano gli esseri umani come strumenti per il loro spettrale dialogo. Qui comincia già a lampeggiare una carenza filosofica di fondo, una trascuratezza degli scomodi principi comunitari di Platone, Aristotele, Hegel. Del resto, è sufficiente leggere i libri di autori come Roberto Flamigni, Stefania Limiti, Paolo Cucchiarelli, e altri, per rendersi conto che l’infernale governo-ombra di “questi” U.S.A., con tutte le sue ragnatele mondiali, se si rimane all’interno dell’attuale sistema geo-strategico, non permetterà mai alcuna reale politica contraria ai propri interessi di preteso centro dominante e coordinatore del capitalismo globale. Nobili personalità che hanno cercato di fare gli interessi della nazione ne abbiamo avute, da Enrico Mattei ad Aldo Moro, e sappiamo quale destino sia stato loro riservato. Non è un paradosso pensare sia meno utopica una rottura radicale con l’intero attuale modo di produzione. Illusione? Ma qui ci viene in aiuto il precedente storico incancellabile della Rivoluzione d’<em>Ottobre</em>, ovviamente e sapientemente vittima di una <em>damnatio memoriae</em>.</p>
<p>Abbiamo un pullulare di movimenti, associazioni, piccoli partiti (dal destino “ultra-minoritario”, direbbe Costanzo Preve), che si prefiggono l’uscita dal sistema-euro e il ripristino delle prerogative dello stato nazionale, nonché, concetto inespresso, ma sottinteso, il ritorno, dunque, a un capitalismo “regolato”, con le zanne limate. Ma questa fase economica, con il welfare, ecc., è storicamente esaurita, come spiega Massimo Bontempelli nei suoi testi,2 e questi minimalisti anti-euro ricordano quanti, in altra epoca, all’alba tragica della “dittatura della borghesia”, ebbero nostalgia del vecchio ordine feudale, certamente meno disumano. Atteggiamento che Karl Marx si guardò bene dal con­dividere, poiché egli guardava avanti, alle prospettive future di socializzazione aperte dal nuovo modo di produzione, per quanto non iscritte necessariamente nella storia. Per cui, forzando l’estensione di una categoria <em>temporale </em>heideggeriana dalla analitica dell’esserci agli eventi storici, non sono da considerare “ad-venienti” le leggi e gli ordinamenti sociali, pur venerabili e mai abbastanza rimpianti, dei “trent’anni gloriosi 1945-1975”, bensì, più in profondo, il senso della comunità, ora estinto, che, sia pure in forme parziali, organicistiche, spesso coercitive, caratterizzò le epoche trascorse, prima del trionfo del modo di produzione capitalistico. Finalmente un senso comunitario da realizzare integralmente, secondo l’indicazione hegeliana, come frutto di libera scelta della libera individualità.</p>
<p>D’altra parte, quei movimenti e associazioni di cui sopra, anche quando non sono in aperto contrasto fra di loro, sembra non riescano comunque a coagularsi in una forza unica, tale da riunire le scarse disponibilità. Ciò ricorda irresistibilmente la frammentazione rivaleggiante dei gruppi extra-parlamentari di sinistra figli del <em>Sessantotto</em>, che pure, in linea di principio, sembravano tutti rifarsi agli stessi intendimenti generali. A questo proposito Costanzo Preve ci ricorda come questo fenomeno fosse dovuto (oltre che al narcisismo già individualistico-capitalistico di capi e capetti) alla debolezza della teoria di fondo, cioè il “marxismo” comune sia a ortodossi che a eretici, il quale, oltre alla inconsistenza degenerativa della fondazione kautskyano-engelsiana, pativa, ancora più a monte, anche una mancata elaborazione filosofica esplicita nel pensiero di Karl Marx. Per inciso, come ben sanno i lettori del compianto Costanzo Preve, egli ha evidenziato in Marx una matrice idealistica implicita, con argomenti difficilmente contestabili e che va ben oltre il semplice impiego del cosidetto metodo dialettico da parte dell’estensore del <em>Capitale</em>.</p>
<p>Ma permettiamoci una digressione. Martin Heidegger, nelle lezioni universitarie del 1925-1926,3 studiando Aristotele, dice (enigmaticamente?): “Il mettere insieme che fa vedere quel che è sempre separato deve allora necessariamente coprire; esso fa vedere qualcosa […] che non può mai essere in quel modo. Qui la simulazione è fondata necessariamente […] nel senso dell’impossibilità della composizione di quel che è sempre separato”. A cosa potremmo tranquillamente riferire questo criptico concetto, apparentemente banale? Per es., nella pubblicità abbiamo l’accostamento stridente (e offensivo per l’intelligenza) fra Amore, Amicizia, Libertà, Tradizione, Natura, Rivoluzione e … la <em>forma merce</em>. Ma, per rimanere nel nostro tema, abbiamo dei rimedi riformistici da sempre e per sempre <em>separati </em>dalla vera soluzione. Basterebbe questo per comprendere come la filosofia sia negletta e disprezzata, in quanto, se presa sul serio costituisce un tribunale inesorabile per il mondo capitalista e la debordiana <em>società della spettacolo</em>. Un altro esempio di cose che non possono stare insieme è costituito da una parte dalla dichiarata intenzione di <em>pensare altrimenti </em>e dall’altra dalla <em>esposizione alla pubblicità </em>mediatica e pseudo-politica, benevolmente e astutamente consentita dal sistema.</p>
<p>La televisione abbonda infatti di <em>spot </em>pubblicitari che invitano a finanziare la lotta contro le malattie rare, a contribuire economicamente a favore dei figli dei poveri e dei disoccupati, o per combattere la povertà in Africa, ecc., colpevolizzando l’uomo della strada e deresponsabilizzando le potenze sociali autrici dei mali in questione, facendone così un problema di beneficenza e generosità in­dividuale e proponendo iniziative “aventi le apparenze della pietà, ma prive di quanto ne forma l’essenza”.4 Oltretutto c’è il fondato sospetto che il Capitale osservi l’entità di queste contribuzioni, al fine di studiare l’eventualità di ulteriori riduzioni al salario globale della classe lavoratrice. E questo si può considerare anche un interessante esempio di quel “dono omeopatico”, a piccolissime dosi, emerso in una bella trasmissione radiofonica,5 quale antidoto del capitalismo per esorcizzare l’autentico <em>Dono Gratuito</em>, il quale, se appunto generalizzato, distruggerebbe l’intero sistema. In particolare, per quanto riguarda la disoccupazione – a parte la questione primaria, strutturale, dell’esercito industriale di riserva, necessario per concetto al modo di produzione capitalistico –, basti pensare alla partecipazione italiana alle sanzioni economiche contro la Russia per via della crisi ucraina, la quale, per chi voglia davvero informarsi, risulta di totale responsabilità occidentale. Queste sanzioni, imposte dagli U.S.A. ai <em>Quisling </em>nostrani, hanno comportato un danno enorme all’economia italiana con proporzionale perdita di posti di lavoro. Ma, e rientro nel tema, c’è la certez­za che qualunque forma di capitalismo, anche se “sovrano” e “indipendente”, porti a queste storture e sia inemendabile rimanendo al suo interno.</p>
<p>Scorrendo le immagini de <em>Il trionfo della volontà </em>– film documentario della grande cineasta tedesca Leni Riefenstahl sul congresso del partito nazista a Norimberga del settembre 1934 –, si osserva che ormai tali immagini hanno fortunatamente perso la loro immediata attualità. Infatti il nazismo storico si estingue nel 1945 (per quanto ne pensino in contrario i ragazzi dei centri sociali e altri meno ingenui, ma interessati a una legittimazione ideologica per la linea e l’esistenza stessa di partiti e sindacati che ormai hanno perso il loro originario ruolo storico), e non solo perché sconfitto militarmente, bensì perché non sussistono più le condizioni che lo fecero sorgere e prosperare. Ebbene …, la televisione italiana (più precisamente RAI 4), domenica 30 luglio 2017 manda in onda tale <em>Tomorrowland </em>(e già l’uso di un termine inglese la dice lunga), trasmissione diretta di un <em>concerto </em>rock di molte ore, con folla oceanica di giovani dall’entusiasmo fanatico simile a quello dei giovani in uniforme di Norimber­ga, con l’immagine di migliaia di volti stereotipati in una ininterrotta estasi, sublimata nell’adorazione di una personificazione-individuazione <em>musicale </em>della forma-merce, con annessa ideologia consumistica nell’illusorio individualismo di massa. Nel 1934 la Germania era reduce dalla faida interna al partito nazista della <em>Notte dei lunghi coltelli </em>e nel campo di Dachau erano imprigionati migliaia di comunisti dopo l’incendio del Reichstag: l’uniformità di massa era conseguente a una coercizione diretta. Invece il conformismo del <em>falso anticonformismo </em>“rock” è frutto di <em>catene interiori </em>e dunque infinitamente più efficace e pericoloso: è l’immagine-simbolo di un nuovo nazismo che non si lascia sconfiggere militarmente. In questo contesto, come la <em>guerra di posizione </em>politico-culturale dei decenni scorsi è paragonata da Costanzo Preve alla <em>linea Maginot </em>crollata in pochi giorni, non resta che pensare, quale principio gramsciano sempre valido, l’ottimismo della volontà, sebbene non abbia nulla di <em>teorico</em>. Ma se si pensa che la bruttezza e pericolosità sociale della <em>musica rock </em>siano qui esagerate, vale la pena riportare qualche parola del grande G. Anders a proposito della musica jazz, ma estensibile perfettamente al rock, anche se si dovrebbe leggere l’intero capitolo: “L’estasi è genuina, i ballerini, invece di essere se stessi, sono realmente ‘fuori di sé’, ma non già per sentirsi tutt’uno con le potenze ctonie, bensì con il dio della macchina: <em>culto del Dioniso industriale </em>[…] <em>ciò che il ballerino balla è una pantomima entusiasta della propria totale sconfitta </em>[…] che questo rito abbia l’effetto di ‘liquidare ‘realmente i ballerini e di far loro smarrire del tutto il loro ‘io’ è documentato da un fenomeno impressionante: cioè dal fatto che durante l’orgia <em>perdono la loro faccia </em>[…] già più o meno stereotipa […] e non ci sarebbe nemmeno da meravigliarsi se durante l’orgia nascesse una nuova varietà di vergogna: <em>la vergogna della faccia, la vergogna </em>del ballerino <em>di possedere una faccia in sé e per sé: </em>di essere ancora sempre condannato a portare in giro con sé questo stigma della egoità quale dotazione coatta (corsivi di Anders)”.6</p>
<p>In queste tristi condizioni, lo scopo minimo immediato è l’assumere un ruolo storico simile a quello degli antichi conventi benedettini, quali isole di preziosa e futuribile civiltà in un contesto di circostante barbarie e tenendo presente, parafrasando Hegel, che nella situazione attuale la pianticella della filosofia (a dettare la prassi) si può innestare solo su singoli individui. A scanso di fraintendimenti, Domenico Losurdo ci ricorda che “l’atteggiamento del filosofo (Hegel) non si può certo dire elitario; è costante la sua tendenza a misurare la validità delle idee, non sulla base della loro astratta eccellenza interna, ma sulla base della loro capacità di informare di sé il reale, quindi anche di penetrare nella massa del popolo; ciò caratterizza Hegel in tutto l’arco della sua evoluzione”.7 Per inciso, ciò funge da risposta anche a quanti pensano che il grande filosofo abbia sostituito un mondo immaginario alla <em>realtà</em>, in linea con la <em>distruzione della ragione </em>idealistica imperversante dopo la morte di Hegel.</p>
<p>Conclusa questa parte introduttiva di critica “contingente-empirica” si inizia a corroborare la tesi centrale di queste pagine. Ogni evoluzione o frattura nella storia è stata preceduta o accompagnata da una giustificazione teorica. Ogni progetto di pensiero non cade dal cielo, ma è necessariamente calato nella realtà. Del resto, è facile trovare immediatamente un elemento d’aiuto per questa tesi nella imponente bibliografia del grande storico delle idee Domenico Losurdo, recentemente scomparso. Ci si propone di indicare alcuni esempi di questa apparente ovvietà, che tuttavia, a quanto pare, non è tenuta nel debito conto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Antonio Fiocco</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1 Basti pensare a C. Preve, <em>Il convitato di pietra</em>, Vangelista, 1991.</p>
<p>2 M. Badiale – M. Bontempelli, <em>Il mistero della sinistra</em>, Graphos, 2005; M. Badiale – M. Bontempelli, <em>La sinistra rivelata</em>, Massari, 2007; M. Bontempelli – F. Bentivoglio, <em>Capitalismo globalizzato e scuola</em>, ed. Labonia-Indipendenza, 2016.</p>
<p>3 M. Heidegger, <em>Logica, il problema della verità</em>, Mursia, 2015, p. 124.</p>
<p>4 <em>II</em><em>a </em><em>Lettera a Timoteo</em>.</p>
<p>5 <em>Oikonomia. Meditazioni sul capitalismo e il sacro, uomini e profeti</em>, di Luigino Bruni, 17 marzo 2019.</p>
<p>6 G. Anders, <em>L’uomo è antiquato</em>, Bollati Boringhieri, 2006, pp. 84-86.</p>
<p>7 D. Losurdo, <em>Hegel e la Germania</em>, Guerini e Associati, 1997, pp. 365-366.</p>
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		<title>La «buona utopia»</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2016 11:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Carmine Fiorillo – La «buona utopia» oggi è necessaria per l’indispensabile pianificazione comunitaria. Finché la proprietà privata dei mezzi della produzione sociale continuerà ad avere un ruolo centrale, la parte migliore della umanità rimarrà schiacciata. La «buona utopia» si oppone sempre ad un determinato sistema ed alla sua ideologia, e pertanto agisce appunto come forza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><span style="color: #ff0000;">Carmine Fiorillo</span> – La «buona utopia» oggi è necessaria per l’indispensabile pianificazione comunitaria. Finché la proprietà privata dei mezzi della produzione sociale continuerà ad avere un ruolo centrale, la parte migliore della umanità rimarrà schiacciata. La «buona utopia» si oppone sempre ad un determinato sistema ed alla sua ideologia, e pertanto agisce appunto come forza dialettica all’interno del processo storico</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2016/04/buona-utopia-860x280.jpg" alt="buona utopia" width="860" height="280" /></p>
<p>La modernità (da intendersi qui come contemporaneità) è l’epoca della scienza e della tecnica, non della filosofia, che pure, occupandosi dell’intero, ne costituisce la base. La scienza e la tecnica, le quali si occupano delle parti, senza una consapevolezza filosofica sono però cieche rispetto al fine di cui sono strumenti. Tale fine, da almeno un paio di secoli, è purtroppo dettato dal modo di produzione capitalistico, e consiste dunque nella massima valorizzazione del capitale, il quale non ha nessuna cura per l’uomo e nessun rispetto per la natura.<br />
In merito alla effettuale priorità moderna della scienza e della tecnica sulla filosofia, concordano sia la maggioritaria componente liberale della modernità, sia la minoritaria componente marxista. Per ambedue queste componenti, il pensiero filosofico-politico classico è infatti secondario in quanto “non scientifico”. Ciò, per il pensiero liberale, lo rende “pericoloso”, in quanto esso – non richiesto – effettua analisi ed emette giudizi sulla totalità sociale; ciò, per il pensiero marxista, lo rende invece “inefficace”, in quanto il pensiero filosofico-politico classico si illude soltanto di effettuare analisi ed emettere giudizi sulla totalità sociale. In sostanza, ciò che il pensiero moderno critica più duramente del pensiero filosofico-politico classico è la sua pretesa di fondazione onto-assiologica, ritenuta arbitraria, e la sua conseguente – e pertanto ancor più arbitraria – “utopia progettuale”.<br />
Del concetto di “utopia” si sono date almeno due interpretazioni. La prima, liberale, sostiene che ogni “utopia” è espressione di un pensiero totalitario e violento (un sostenitore di questa tesi fu ad esempio Karl Popper). La seconda, marxista, sostiene che ogni “utopia” è espressione di un pensiero astratto ed illusorio (sostenitori di questa tesi furono anche, almeno in parte, Karl Marx e Friedrich Engels).<br />
L’etimologia greca del termine «utopia», coniato da Tommaso Moro, in qualunque modo venga ricavata, se in alcun caso può autorizzare la interpretazione liberale, può invece autorizzare la interpretazione marxista, che considera in sostanza l’utopia come la descrizione non di un «cattivo luogo», bensì come la descrizione di un «non luogo», ovvero di qualcosa di irrealizzabile nella storia. Tuttavia, come lo stesso Moro fa ben comprendere nel suo celebre testo, l’etimologia greca più verosimile del termine, ma soprattutto la più auspicabile, è quella per cui l’utopia descrive un «buon luogo» ideale in cui vivere, un modo di produzione sociale ideale conforme alla natura umana. È questa del resto, come poi mostreremo, la migliore definizione possibile di “comunismo”: quella di un modo di produzione sociale in cui gli uomini possono vivere in modo armonico realizzando la propria natura razionale e morale, dunque realizzando se stessi in modo compiuto.<br />
Contro ogni interpretazione “utopica” del comunismo (ossia contro ogni “progettazione di un buon luogo ideale in cui vivere”) si è, come accennato, schierato pressoché tutto il pensiero marxista, a cominciare da quello originario di Marx ed Engels. Mostreremo nelle pagine successive il motivo per cui questo approccio – la cui genesi è da ricavare nel clima scientistico-positivistico in cui si formò il pensiero marxiano e marxista – deve essere radicalmente rivisto, in quanto costituisce un regresso anche rispetto alla antica tradizione platonica. Ci soffermeremo invece ora, sebbene sinteticamente, sul pensiero utopico di poco antecedente la nascita della modernità, strettamente derivato dal pensiero antico.<br />
I nomi dei due principali utopisti premoderni di epoca rinascimentale sono noti a tutti: Tommaso Moro e Tommaso Campanella. Il primo si ispirò fortemente a Platone, il secondo si ispirò fortemente al primo (oltre che al pensiero cristiano), a riprova di come il pensiero filosofico-politico classico sia stato il principale ispiratore del comunismo premoderno, ossia premarxiano. Nonostante tale rapporto diretto – o forse anche a causa dello stesso – Marx ed il marxismo ritennero in linea generale il tentativo utopico-progettuale del pensiero filosofico classico, così come quelli di Moro, Campanella e degli altri socialisti di epoche successive, “utopici” nel senso di “astratti, illusori, irrealizzabili”. Marx ed il marxismo ritennero tali questi tentativi in quanto non basati, a loro avviso, sulla analisi delle condizioni storico-sociali presenti, ma solo sul concetto classico – per loro assai discutibile – di “natura umana”.<br />
L’utopia progettuale pre-moderna fu insomma, per Marx ed il marxismo, nonostante alcuni meriti della medesima, quasi inservibile sia sul piano pratico (in quanto si basava sulla politica anziché sulla storia), sia sul piano teorico (in quanto si basava sulla filosofia anziché sulla scienza).<br />
Questa tesi è, a nostro avviso, da ritenere errata. Siamo da tempo infatti consapevoli – basti consultare le molteplici pubblicazioni edite in proposito da Petite Plaisance negli ultimi quindici anni – del valore filosofico e scientifico del materialismo storico, e dunque della importanza della analisi storico-sociale. Riteniamo però che, senza mai giungere ad una consapevole comprensione filosofica, l’analisi storico-sociale, per quanto “scientifica”, non conduca a nulla. Molte premesse marx-engelsiane che si volevano “scientifiche” si sono peraltro rivelate errate in quanto, verosimilmente, inserite all’interno di un quadro di riferimento di tipo “scientistico-fideistico” – che ne richiedeva la “certezza” ma che come tale non era in grado di garantirla –, e non all’interno di un quadro filosofico classico, in cui invece avrebbero potuto essere valutate entro un più corretto orizzonte di “potenzialità” onto-assiologica.</p>
<p>Torniamo in ogni caso, per un momento, a Platone, solo per rilevare che, ispirandosi al suo pensiero, anche Moro e buona parte degli utopisti partirono dalla analisi critica e dalla valutazione negativa del proprio contesto storico-sociale, per delineare un modo di produzione sociale ideale storicamente realizzabile. Può essere interessante, per comprendere – in continuità col precedente pensiero greco e cristiano, ed in anticipazione del successivo pensiero moderno di Spinoza, Fichte, Hegel e Marx – il contenuto umanistico ed anticrematistico del pensiero utopico rinascimentale, riportare alcuni brani tratti proprio dall’<em>Utopia</em> di Moro che, se si escludono alcuni pensatori stoici, fu colui che per primo recuperò la grande progettualità ideale platonica.<br />
Moro, che scrisse <em>Utopia</em> nel 1516, analizzò in maniera lucida la realtà del proprio tempo, ed individuò sin da allora nella proprietà privata dei mezzi della produzione sociale, e nella conseguente centralità della merce e del denaro, la radice principale dei maggiori mali sociali. Contrariamente, infatti, a tutti coloro che considerano Moro e gli utopisti come pensatori astratti e fantasiosi, la lettura di qualche brano dell’<em>Utopia</em> potrà confermare che Moro aveva idee molto concrete e chiare. A suo avviso, in effetti, è letteralmente impossibile ben governare e far fiorire una buona comunità laddove tutto si misuri sulla ricchezza privata.<br />
Moro fu d’accordo con Platone su questo punto, e dunque ritenne che il solo modo per perseguire il benessere della comunità consiste nell’applicare in ogni campo il principio di uguaglianza; ma tale principio, sia per Platone che per Moro, non può essere rispettato nel momento in cui si tollera la proprietà privata. Secondo Moro, finché la proprietà privata dei mezzi della produzione sociale continuerà ad avere un ruolo centrale, la parte migliore della umanità rimarrà schiacciata dall’inevitabile fardello della povertà e della miseria.<br />
Egli peraltro non si limitò alla ricerca delle cause della disarmonia sociale ma, coerentemente, propose anche delle soluzioni che, a suo avviso, avrebbero dovuto essere accettate dai governanti per ricostituire un minimo di giustizia e di armonia sociale. In maniera analoga a Marx ed Engels – ma anche, ancora una volta, a Solone e Platone – Moro propose infatti di porre un limite ai terreni che ognuno può possedere, e al denaro che ciascuno può accumulare. Egli fu però consapevole che, senza la realizzazione di un modo di produzione compiutamente comunitario, con simili riforme potevano solo essere mitigati i mali cui accennava, un po’ come assidue e continue cure possono solo lenire le sofferenze di un corpo prossimo alla morte. Di curarlo a fondo non se ne parla nemmeno, finché esiste la proprietà privata.<br />
Non fosse che per queste parole, Moro risulta essere assai più radicale di molti “intellettuali di sinistra” che pure oggi vanno per la maggiore, i quali o si rifiutano di fare proposte, o fanno proposte “riformistiche” spacciandole per rivoluzionarie, o ipotizzano inverosimili “salti in avanti”. Moro invece, consapevole che «dove tutto si misura col denaro, si devono necessariamente esercitar molte arti del tutto senza senso, a servizio soltanto del lusso e del capriccio», riteneva che fossero completamente da rivoluzionare le finalità e le modalità della produzione, ma che ciò non potesse essere fatto senza un preliminare rivoluzionamento delle forme della proprietà. Se infatti la proprietà dei mezzi della produzione fosse comune, anche il lavoro potrebbe essere comune e pertanto l’attività da svolgere potrebbe essere distribuita nelle occupazioni necessarie al soddisfacimento dei bisogni primari, occupando un tempo assai minore, ma sufficiente per produrre tutto ciò che serve per vivere felici. In effetti, per Moro, tutto il tempo che non è strettamente necessario per i bisogni primari dovrebbe essere meglio impiegato dai cittadini, dedicandosi alle attività dello spirito e della cultura. In rapporto alle scarne affermazioni di Marx su come dovrebbe essere il comunismo, Moro – che pure non utilizza mai questo termine – sembra avere le idee molto più chiare, sottolineando innanzitutto la necessità di una pianificazione della produzione e della distribuzione: i prodotti del lavoro devono essere portati in determinati edifici, per essere divisi a seconda del genere; da questi magazzini si deve prendere solo ciò di cui si  ha bisogno, senza dare in cambio denaro né prestazioni particolari. E, d’altronde, perché si dovrebbe prendere più di quanto risulti bastante, sapendo che non verrà mai a mancare nulla? In questo modo, scrive Moro, l’intero paese sarà come un’unica famiglia, in cui i comportamenti non comunitari saranno socialmente condannati.<br />
Per Moro, gli abitanti dell’isola di Utopia, ossia i futuri uomini di una società comunista, saranno felici in quanto non subiranno più il dominio della economia, ma lasceranno primeggiare la politica o, meglio ancora, la filosofia. «La questione fondamentale che costoro si pongono è in che cosa consiste la felicità dell’uomo», ed essa consiste nel «vivere secondo natura». La natura, a sua volta, «invita a vivere gioiosamente sostenendosi a vicenda». Privarsi di qualcosa per darla ad un altro è segno di umanità e gentilezza, ed è soprattutto motivo di arricchimento spirituale. Questa la struttura comunitaria che fu propria, in seguito, di varie utopie. Tutte o quasi queste utopie, da Moro in avanti (almeno fino al XIX secolo), hanno in effetti non solo stigmatizzato la proprietà privata ed il mercato, ma anche lo sfruttamento, la alienazione ed i lunghi orari di lavoro.<br />
Chiunque ritenga ogni fondato modello di totalità sociale come un qualcosa che si connoterebbe soltanto come statico ed astratto, non comprende a nostro avviso il carattere insieme dinamico e concreto delle utopie. Tale carattere è stato in effetti messo in evidenza da pochi studiosi, fra cui sicuramente Luigi Firpo, secondo cui l’utopia si oppone sempre ad un determinato sistema ed alla sua ideologia, e pertanto agisce appunto come forza dialettica all’interno del processo storico. Un altro autore che si è espresso in tal senso – esperto, non a caso, di utopie antiche – è stato Lucio Bertelli, per il quale «il rapporto fra utopia e realtà è dialettico, nel senso che lo stesso insegnamento delle condizioni date e rifiutate si presenta come un’operazione di rettifica globale, che affonda le sue radici in una analisi radicale della realtà stessa».<br />
Mostreremo nel prossimo capitolo quanto da un lato il liberalismo, e dall’altro il marxismo, abbiano attaccato il concetto di utopia (pur diversamente inteso). Tuttavia, come evidenzieremo in queste pagine, l’utopia intesa come «buon luogo» ideale, come «paradigma in cielo» (lo scriveva Platone nella <em>Repubblica</em>, 592 B), rimane un elemento insostituibile per il pensiero umano, poiché per favorire la realizzazione di una totalità sociale migliore non vi è modo più appropriato che pensarla prima nelle sue strutture essenziali, valutando teoreticamente appunto prima se essa possa reggere alla prova dei fatti ed essere desiderabile, così da porsi poi come modello realizzabile. Nonostante, infatti, le due discutibili concezioni dell’utopia prodotte dal liberalismo e dal marxismo, cui abbiamo poc’anzi fatto cenno, essa rimane sostanzialmente un progetto al contempo di critica radicale del proprio contesto storico-sociale, e di costruzione teorica di un modo di produzione sociale alternativo.<br />
In un contesto come l’attuale, in cui regnano ingiustizia, sofferenza, povertà, alienazione, sfruttamento, l’unico motivo che spinge le persone a non voler abbandonare il capitalismo è l’incertezza nei confronti del mondo che potrà esserci, una volta che quello presente sia stato sostituito. Ebbene: nei limiti del possibile, ossia nei limiti della contingenza storica che necessariamente accompagnerà l’eventuale realizzazione di questo progetto, la «buona utopia» vuole proprio ridurre questa incertezza, ritenendo di poterlo fare non descrivendo le presunte leggi scientifiche della storia che dovrebbero portare al superamento del capitalismo, bensì delineando i princípi filosofici tramite cui questo progetto di superamento può e deve essere realizzato. La filosofia infatti, assai più della storia, costituisce la principale modalità culturale che può produrre una risposta politica di ampio respiro, la quale abbia come Soggetto l’intero genere umano trascendentalmente inteso. L’armonia, la comunità, la felicità o sono di tutti o di nessuno, poiché non si può essere realmente felici (ossia vivere in modo armonico e comunitario) quando una così gran parte dell’umanità soffre per cause evitabili. Poiché le cause di sofferenza umana (su vari piani) determinate dalle modalità sociali capitalistiche sono evitabili, è necessario pensare ad una nuova progettualità comunista, semplicemente per coerenza verso ciò che l’umanità richiede per realizzare compiutamente se stessa. Facciamo però un passo alla volta.<br />
Circa la tesi della possibilità di delineare in anticipo i tratti generali di un modo di produzione sociale alternativo, va detto che anche i critici del capitalismo più vicini alla filosofia tendono a diffidarne. Costoro ritengono in effetti che, così come si possono conoscere – data la limitatezza della condizione umana – solo poche facce di quel prisma poliedrico che è la storia dell’uomo, allo stesso modo si possono conoscere solo poche facce di quel prisma poliedrico che è l’uomo. L’uomo insomma, essendo – come molti filosofi nel corso del tempo hanno scritto – un ente troppo complesso per poter essere definito, sarebbe a loro avviso un ente che non possiede una natura stabile, bensì una natura mutevole nei diversi contesti storico-sociali. Per questo motivo non sarebbe pensabile alcuno stabile progetto di modo di produzione sociale ideale alternativo.<br />
Non dobbiamo stupirci della forza di questa tesi, che anche Marx, come ricordato, ha sostenuto in ampi passaggi della sua opera. Non dobbiamo stupircene poiché sostenere che una natura umana esiste, che può essere definita e che la sua struttura è razionale e morale (ossia che essa, per realizzarsi e rendere l’umanità felice, deve operare per la verità e per il bene), vincola, impegna, impone di realizzare nella vita, in ogni momento, i comportamenti migliori, quelli umanamente più rispettosi e fraterni, che certamente sono inizialmente i più difficili da porre in essere nell’attuale contesto storico-sociale. Non si tratta, sostenendo la tesi della esistenza e della definibilità della natura umana, di essere vittime del mito della “trasparenza totale” dell’uomo, che ci farebbe ritenere capaci di conoscere ogni lato di quel famoso prisma cui si accennava in precedenza. Si tratta solo di comprendere che l’uomo, come ogni ente facente parte dell’essere, possiede necessariamente una essenza, una sostanza, un contenuto stabile al di là delle sue empiriche molteplici determinazioni (anche il prisma, del resto, pur avendo molteplici facce, rimane pur sempre sostanzialmente un prisma), e che tale contenuto può dall’Uomo essere compreso.<br />
La «buona utopia» oggi è necessaria poiché, nella attuale devastazione materiale e spirituale della vita posta in essere dal modo di produzione capitalistico, non ci si può affidare alla sola dimensione della “speranza” (una dimensione che Albert Camus comprese essere equivalente alla rassegnazione) per rapportarsi al futuro, bensì ci si deve affidare alla dimensione del “progetto”, ossia ad una visione d’insieme di ciò che gli uomini sono e di ciò che devono essere per realizzare una umanità felice.<br />
Il tema dell’utopia come “buon progetto”, come necessità di delineare una alternativa fondata, possibile e desiderabile rispetto all’attuale modo di produzione sociale, costituisce dunque il tema principale del nostro scritto. Poiché tale tema è stato fortemente criticato dal <em>Manifesto del partito comunista</em> di Marx ed Engels, si renderà ora necessario valutare proprio il loro approccio al tema del comunismo.</p>
<p>Carmine Fiorillo e Luca Grecchi,<br />
<em><strong><a href="http://www.petiteplaisance.it/libri/151-200/198/int198.html" target="_blank">Il necessario fondamento umanistico del “comunismo</a></strong></em>.</p>
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		<title>Costanzo Preve “Una nuova storia della filosofia”</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Nov 2013 19:27:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Oscar Oddi &#160; Costanzo Preve, Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia, 2013, Petite Plaisance. &#160; La quarantennale, prolifica, produzione saggistica (per lo più ignorata e silenziata, quando non diffamata, dal circuito culturale-accademico mainstream, specie da quello egemonizzato dalla “sinistra”, compresa quella sedicente “radicale”e/o “antagonista” che dir si voglia, in tutte le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"> di <em><strong>Oscar Oddi </strong></em></p>
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<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Costanzo Preve, <em>Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia</em>, 2013, Petite Plaisance.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/preve.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3938" title="preve" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/preve.jpg" alt="" width="165" height="240" /></a>La quarantennale, prolifica, produzione saggistica (per lo più ignorata e silenziata, quando non diffamata, dal circuito culturale-accademico mainstream, specie da quello egemonizzato dalla “sinistra”, compresa quella sedicente “radicale”e/o “antagonista” che dir si voglia, in tutte le sue più disparate e residuali diramazioni) di Costanzo Preve trova una sorta di sistematizzazione nella sua ultima fatica <em>Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico–sociale della filosofia</em>, Petite Plaisance, Pistoia, 2013, pp. 538, € 30,00. Opera vasta e profonda, rappresenta  la “summa” (parziale e provvisoria, poiché la riflessione filosofica non conosce una “fine”) di decenni di incessante attività di studio che, attraverso un percorso accidentato, controverso e contradditorio (come sono tutti i percorsi che cercano di aprire nuovi sentieri), ha portato al risultato che il lettore ha ora davanti. Non si è di fronte all’ennesimo manuale di storia della filosofia, nemmeno di una sua versione “critica”, ma ad una rilettura radicale del pensiero filosofico occidentale attraverso il metodo dell’ontologia dell’essere sociale. Tale termine non è solo il titolo dell’ultima opera di Georgy Lukács (recentemente ripubblicata, meritoriamente, in quattro volumi, compresi i <em>Prolegomeni</em>, dalle edizioni PGreco di Milano), la cui lezione rimane un punto di partenza e fonte di ispirazione critica, ma definisce una precisa «<em>scelta filosofica e metodologica generale</em>». Per comprendere quindi l’essenza del discorso di Preve, allievo critico di Hegel e di Marx, come da sua autodefinizione, è necessario preliminarmente capire il significato e la collocazione che egli dà di questa categoria. Ontologia indica l’unità delle categorie del pensiero e dell’essere, unità che Preve ritiene essere il presupposto fondante integrale del pensiero greco classico. Dopo la “rottura” kantiana di questa unità (di cui più oltre si analizzeranno le ragioni), essa verrà ristabilita attraverso Fichte, Hegel e Marx. Il significato di essere sociale è ricavato per contrasto, nel senso che gli aspetti ritenuti fondamentali che lo caratterizzano vengono fatti emergere attraverso la contrapposizione di questa categoria a tre visioni: la prima è quella storicistica e sociologistica, considerata nichilistica e relativistica, poiché ignora che il presupposto ontologico dell’essere sociale è l’essere naturale dell’uomo, cioè l’uomo come ente naturale generico (<em>Gattungswesen</em>), profilo storico-antropologico che lo rapporta con il genere in quanto tale (<em>Gattung</em>) in base a una relazione definibile come “conformità al genere” (<em>Gattungsmässigkeit</em>). Solo il punto di vista dell’ontologia dell’essere sociale è dunque ritenuto all’altezza di fronteggiare le due su citate patologie complementari dello storicismo (che riduce integralmente la natura umana alla storia, con conseguente eliminazione del concetto stesso di natura umana) e del sociologismo (forma “applicata” di storicismo che aspetta la salvezza dall’azione di un soggetto definito in modo esclusivamente sociologico), entrambe impotenti di fronte alle smentite della storia, e questo perché l’ontologia dell’essere sociale non nega affatto la crucialità decisiva della storia, e neppure nega l’indispensabile ruolo dei soggetti sociali organizzati, ma innesta questi due fattori “materiali” dentro una “forma” in assenza della quale tali due fattori non trovano alcun fondamento. Questa forma essenziale è appunto il “genere”, che ha come specificazione antropologica e storica l’ente naturale generico nel suo rapporto contradditorio con la propria conformità o meno al genere stesso. La seconda è quella del “materialismo dialettico” (<em>Diamat</em>), che negava la specificità ontologica dell’essere sociale mediante la sacralizzazione di presunte, e inesistenti, leggi dialettiche unificate della natura e della storia. La terza è l’autorappresentazione apologetica che il pensiero borghese fa della propria nascita storica. Si è dunque dinanzi a un tentativo di ricostruzione dialettica e ontologico-sociale  di tutta la storia del pensiero occidentale (dai presocratici fino a Lukács), che, chiarisce Preve, vuol dire ricostruzione storico–genetica, perché non basta aprioristicamente enunciare l‘unità ontologica delle categorie del pensiero e dell’essere se non si riesce poi a fornire la genesi storica e sociale di questa unità. Solo il metodo dialettico della genesi sociale delle categorie dà plausibilità alla teoria dell’unità ontologica delle categorie dell’essere e del pensiero, che Preve ritiene l‘unica alternativa alla mera elencazione dossografica con cui sono redatti i manuali di storia della filosofia (quella che, ci rammenta, Hegel definiva “la dossografia della filastrocca di opinioni casuali”).  Chiarito, in linea generale, il “metodo” del discorso di Preve, si cercherà di illuminarlo meglio nella sua applicazione al corpus del pensiero occidentale. Nell’impossibilità di dar conto di tutta l’opera (sarebbe, nell’inevitabile approssimazione e riduzione schematica, fargli un torto, data la sua imponenza e ricchezza, mai come in questo caso è così appropriato il rimandare il lettore al testo) si tenterà di esplicitarne il senso più profondo rintracciandone alcuni snodi fondamentali, concentrando l’attenzione su determinate questioni riguardanti alcuni filosofi, arrivando fino all’analisi svolta su Marx. Aristotele è certo il primo di questi, vista l’importanza crescente che ha assunto nella riflessione di Preve. Infatti, lo Stagirita è visto come colui che per primo espone una formulazione sistematica e soddisfacente dell’ontologia dell’essere sociale, che è tale solo se fondata senza mediazioni o priva  di «trasfigurazioni metaforiche indirette sull’<em>essere sociale stesso</em>». Ciò non succede ancora nei presocratici (classificazione che Preve contesta alla radice ritenendo il pensiero greco che va da Talete ad Aristotele stesso, il primo periodo unitario di esso, sorto dall’esigenza sociale di porre un freno all’illimitatezza delle ricchezze che provoca la crisi delle forme di convivenza precedenti) e nemmeno in Platone, che è sì quello che più vi si avvicina ma che deve necessariamente pensare con modalità idealistico–bimondano (lo sdoppiamento dei mondi) la sua critica radicale della società mercantile di Atene, dove il denaro vale più del merito, inteso come virtù. La posizione di Platone rappresenta la «<em>premessa logica necessaria</em> dell’ontologia dell’essere sociale», ma ancora non lo è, poiché essa deve presupporre la critica aristotelica a Platone stesso. Solo questa critica, contestando il «raddoppiamento bimondano della monomondanità sociale e politica dell’uomo (quindi anche metafisico–ontologica)  può dar luogo ad una vera e propria <em>ontologia dell’essere sociale</em>». L’autonomia piena del mondo umano caratterizza l’intera filosofia di Aristotele, che ha come base della sua ontologia dell’essere sociale la natura umana in quanto «categoria <em>normativa</em> dell’ordine sociale». Preve mostra come a questo principio Aristotele arrivi più che con la critica al platonico sdoppiamento dei mondi, con il rifiuto della realtà dei Principi di Platone, cioè la <em>Diade</em> come processo necessario di rottura dell’<em>Uno</em>, con conseguente passaggio della qualità alla quantità, e dunque al valore della misurabilità, tanto che Platone stesso afferma che con la <em>Diade</em> sorge anche il contrasto tra il grande e il piccolo. Dalla quantità, prodotta dalla <em>Diade</em>, nasce per Platone l’illimitato. Aristotele respinge tale teoria conflittuale, potenzialmente distruttiva e votata al disordine, e ripristina l’ordine, appunto con la sua teoria della natura umana, che «<em>non</em> è un fondamento dialetticamente contraddittorio e conflittuale, ma è il principio di ordine (<em>taxis</em>) del mondo (<em>cosmos</em>)». Preve critica tre interpretazioni rispetto a quella aristotelica che ritiene la corretta interpretazione ontologica della natura umana: quella dello storicismo marxista, che nega l’attinenza ontologico-sociale della categoria di natura umana (in compagnia di altre scuole marxiste, come il materialismo sovietico di Stalin, le correnti anti hegeliane di Galvano Della Volpe e del suo allievo Colletti in Italia, Louis Althusser in Francia, su cui Preve di recente ha pubblicato un bilancio critico nel libro <em>Lettera sull’Umanesimo</em>, Petite Plaisance, Pistoia, 2012, pp. 264); quella post–moderna (Gianni Vattimo etc.), che teme la normatività della natura umana sfoci nell’ideologia della messa a norma dei comportamenti umani che si allontanerebbero dalla sola norma accettata socialmente (pericolo che Preve non nega essere avvenuto e dunque che possa riemergere, ma solo nel caso di confusione tra livello ideologico e livello filosofico-veritativo del pensiero); infine quella cristiana, che accetta la teoria aristotelica della natura umana, aggiornata storicamente alla luce delle attuali conoscenze biologiche ed etologiche, ma la “sviluppa” innestandola sulla «<em>philosophia perennis</em> del cristianesimo». Pur con tutti i suoi limiti storici, Preve ritiene quella di Aristotele già una vera e propria ontologia dell’essere sociale, che gli consente di concepire un umanesimo fondato sulla natura umana come rinuncia all’illimitatezza dell’arricchimento crematistico (Preve considera Aristotele il fondatore della “filosofia dell’economia”), e dunque un precursore di Hegel e di Marx. Prima però di vedere come, alla luce di tale visione, questi ultimi vegano interpretati è necessario passare per Spinoza e per Kant. Il filosofo olandese, appartenente alla piccola borghesia commerciale ebraica, permette a Preve di precisare che il metodo della deduzione storico-sociale delle categorie del pensiero, pur essendo il migliore per orientarsi, non è applicabile per tutti i pensatori della storia della filosofia. Spinoza ne è la dimostrazione, viene infatti definito «un dono che la filosofia ha fatto ai mortali». Il suo pensare non è né organico né omogeneo alla riproduzione del capitalismo olandese in cui si trovò a vivere. Egli, ci dice Preve, rappresenta «il <em>vero principio essenziale di ogni filosofare moderno</em>» (principio dell’immanenza assoluta e della separazione della religione dal potere politico cui si aggiunge il principio della democrazia diretta dei produttori sul loro prodotto), poiché restaura il principio ellenico dell’identità ontologica tra le categorie dell’essere e del pensiero, utilizzando, inevitabilmente, la terminologia filosofica imperante nel suo tempo, quella cartesiana. Se così è non può che rappresentare anche il principio essenziale della successiva filosofia politica di Marx. Almeno su questo Preve concorda con Toni Negri, da cui però si allontana immediatamente visto che quest’ultimo espelle Hegel e la dialettica. Piuttosto sul punto è il Lukács dell’<em>Ontologia dell’essere sociale</em> che per Preve centra il nocciolo della modernità spinoziana, laddove afferma come Spinoza apporti una correzione all’antropologia filosofica greca, non essendo più il dominio dell’uomo sui propri affetti quello della ragione sugli istinti (che può essere ancora reificato in un fatto trascendente, come farà il cristianesimo), ma quello degli affetti più forti su quelli più deboli, che Lukács definisce «il compimento della autocostituzione processuale, terreno–immanente, dell’uomo». Partendo da tale acquisizione, e unendo tra loro Hegel, Marx e Spinoza, Preve espone il suo punto di vista, ovvero che Spinoza è così importante nella filosofia moderna che o si è spinoziani o non si è affatto filosofi, ma che, partendo da lui, è legittimo pensare come soggetto (una costituzione processuale della soggettività, quindi non una autoposizione destoricizzata, desocializzata e formalistica come in Cartesio) quel che Spinoza ha pensato come sostanza (identità ontologica tra Dio e Natura), in questo modo si ha «il concetto per pensare il compimento della autocostituzione processuale, terreno–immanente, dell’uomo; ed è questo il tratto caratteristico della filosofia di Marx, che non è uno strutturalismo epistemologico, un materialismo dialettico o uno storicismo assoluto, ma è un umanesimo rivoluzionario a base dialettica». Così come Spinoza rappresenta il caso che consiglia moderazione nell’applicazione del metodo della deduzione storico–sociale delle categorie del pensiero, Kant probabilmente ne è l’esempio più importante della sua correttezza. Il criticismo kantiano, infatti, permetteva alla borghesia di chiarire, innanzi tutto a sé stessa, che la propria “scienza” (<em>Wissenschaft</em>), interpretata come autoconsapevolezza del proprio ruolo “noumenico” nel mondo fisico dei “fenomeni”, non era più dipendente da un fattore esterno (la metafisica della religione) ma era fondato su sé stesso, ovvero sulla propria immanente autoriflessione intellettuale. Kant fu quindi contemporaneamente un grande filosofo indipendente e “gratuito” (le grandi opere filosofiche, sottolinea Preve, si scrivono gratuitamente), e un ideologo organico alla prospettiva borghese del mondo, che non può essere una ontologia dell’essere sociale ma una metafisica a base gnoseologica. Kant effettua una separazione ontologica e gnoseologica delle categorie dell’essere e del pensiero (operazione storicamente epocale) e può farla perché dal punto di vista storico era arrivato il momento in cui era possibile apertamente delegittimare, non tanto la pretesa della metafisica di presentarsi come scienza, quanto quella della religione di dettare come norme i propri valori etico e politici alla nuova società civile borghese–capitalistica. Così le categorie dell’essere sono definite non conoscibili, e quelle del pensiero, le sole conoscibili per il soggetto, si identificano pienamente e simbolicamente con le categorie del nuovo “essere”, che non è più Dio ma, appunto, la società borghese–capitalistica. Tutto il neokantismo odierno (che non a caso  domina nei dipartimenti di filosofia delle università occidentali) ha il compito sociale di impedire la critica alla metafisica realizzata nella prossimità della produzione capitalistica (basata per Preve dall’inscindibile nesso di alienazione e sfruttamento) proprio argomentando che la sola critica sensata alla metafisica è quella effettuata all’ormai irrilevante aldilà trascendente. Certo, chiosa Preve, è molto più semplice sparare sul Papa, i mullah etc. che non «criticare il capitale finanziario, le transnazionali e le forze armate dell’impero americano». Si giunge così  alle pagine, quanto mai determinanti, dedicate a Hegel e Marx, non prima però di un “passaggio” decisivo per Fichte (Preve li definisce i tre grandi dell’idealismo tedesco). La sua definizione della realtà è per Preve effettuata in termini di sviluppo dialettico tra i due opposti in essenziale correlazione dell’<em>Io</em> e del <em>Non– Io</em>, sicché la stessa dialettica può definirsi come l’unificazione sintetica dell’opposizione che si crea mediante la determinazione reciproca risultante dal processo stesso. Questo dimostra, per Preve, come sia del tutto inutile parlare di dialettica “idealista” o “materialista”, essendo essa sempre e solo una; è l’operazione teorica che rappresenta il tessuto della scienza filosofica, che, diversamente dalla logica formale, si fonda sulla connessione organica tra forma e contenuto e tra soggetto e oggetto. In Marx l’<em>Io</em> sarà ridefinito come soggetto rivoluzionario anti– capitalistico, e il <em>Non–Io</em> come l’unità di alienazione e sfruttamento nella produzione capitalistica, ma, dice Preve, la «grammatica teorica resta a tutti gli effetti quella di Fichte». In lui Preve vede riaffiorare la radice comunitaria propria di ogni vera filosofia, facendogli assurgere così il ruolo di primo teorico moderno del comunitarismo. Ora si può aprire il discorso su Hegel, dove Preve sottolinea immediatamente che le ragioni dell’avversione cui è stato, ed è, oggetto rappresentano dei fatti sociali e non un argomento di chiarimento da seminario universitario. Hegel esprime l’esigenza di una sovranità della scienza filosofica della verità,  nei confronti sia delle certezze ed esattezze della scienza della natura (Galileo e Newton), sia rispetto alla tradizione religiosa, sia, sopra ogni altra cosa, rispetto al mercato capitalistico con i suoi automatismi economici (non si può pretendere, ci avverte Preve, di rinvenire in Hegel una teoria dei modi di produzione o una critica dell’economia politica; per quelle ci vuole Marx, pur con tutti i problemi e antinomie che il suo pensiero presenta, ma di certo non è nemmeno un apologeta indiretto del primato della norma della riproduzione economica su tutti gli altri ambiti del legame sociale comunitario. Definendo l’economia politica come “sapere dell’intelletto” e non della ragione, Hegel si riallaccia ad Aristotele ed alla sua critica alla assolutizzazione della crematistica). E’ questo per Preve il nocciolo del “problema” Hegel. Il filosofo di Stoccarda si situa dentro il passaggio fichtiano dall’epoca della compiuta peccaminosità (del regno animale dello spirito, per usare il suo linguaggio) all’epoca del ristabilimento della scienza filosofica della verità come unico fondamento possibile per una nuova comunità politico–sociale (questa impostazione è proposta da Preve nella consapevolezza del fatto che Hegel preferisse Schelling a Fichte, preferenza che Preve critica fortemente esprimendo un giudizio molto severo sulla filosofia, ed anche sulla persona, di Schelling). Sono queste le ragioni da cui derivano i “fraintendimenti” di Hegel, su cui Preve si sofferma analiticamente mostrandone tutti i risvolti e le specifiche motivazioni. Per Preve il punto di vista storico di Hegel coincide con l’assoluta rivendicazione del pensiero di giudicare le scissioni in cui si vive, per cui non esistono forze esterne che possano espropriare il diritto assoluto dell’uomo ad esprimere una valutazione concettuale del mondo visto come totalità espressiva. Per questo Hegel è il filosofo moderno della libertà assoluta incondizionata (da non confondere con l’arbitrio incondizionato delle opinioni a ruota libera). Con tale retroterra teorico alle spalle si introduce il tema Marx. Preve illustra come da un punto di vista storico–genetico il pensiero del Moro di Treviri deriva da un episodio tardoromantico di coscienza infelice dell’impossibile universalismo della borghesia tedesca. Da un punto di vista ontologico–sociale bisogna invece guardare l’autonomo processo di richiesta di riconoscimento (nel significato emerso nella figura servo–padrone della <em>Fenomenologia dello Spirito</em> di Hegel) delle nuove classi salariate emerse dallo sviluppo capitalistico. Non però nella forma “relativa” del riconoscimento all’interno del modo di produzione capitalistico (che politicamente può assumere varie forme, dal tradeunionismo sindacale inglese alla socialdemocrazia tedesca, dal socialismo francese al comunismo italiano 1945–1991) ma in quello “Assoluto” (che Marx ricava da una interpretazione per l’appunto “assoluta” della sopracitata figura hegeliana servo–signore). La filosofia di Marx è stata, per Preve, una filosofia dell’Assoluto, che implica la scomparsa di tutti e due i lati del processo di riconoscimento, poiché sia il lato “borghese” che quello “proletario” spariscono dentro una nuova entità socio–storica, cioè l’intera umanità emancipata divenuta pienamente “autocosciente”. Si tratta quindi di una scienza filosofica nel significato dato nella <em>Fenomenologia dello Spirito</em> e nella <em>Scienza della Logica</em> di Hegel (Preve rivendica, e non è il solo, i rapporti metodologici tra la <em>Scienza della Logica</em>, in particolare la dottrina dell’essenza, e il <em>Capitale</em> di Marx). Ciò vuol dire sapere assoluto che unisce l’elemento della concettualizzazione di un oggetto di conoscenza (per Marx il modo di produzione capitalistico) con l’elemento della sua valutazione etico-morale (alienazione, sfruttamento etc.). Marx pensava “necessario” che il capitale, nello sviluppo dialettico delle sue determinazioni, si rovesciasse ad un certo punto in comunismo. Preve, al di là del problema filologico (che comunque ha presente e di cui discorre) di quanto “necessitarismo” teleologico determinista sia presente in Marx, respinge la categoria di necessità assumendo quella di possibilità interpretata in modo aristotelico come <em>essente-in-possibilità</em> (<em>dynameion</em>). Preve quindi problematizza la scienza filosofica di Marx senza distruggerla dalle fondamenta gettando il bambino con l’acqua sporca del “necessitarismo”. In questo modo il comunismo è visto “solo” come una possibilità ontologica dell’umanità. Marx credette opportuno affiancare alla sua scienza filosofica del concetto di capitale una scienza dichiaratamente non filosofica, il cosidetto materialismo storico. La categoria scientifica di modo di produzione contraddistingue il materialismo storico di Marx (dal 1845 al 1883, anno della sua morte). Improprio per Preve sarebbe il chiamarlo concetto (<em>Begriff</em>), perché il concetto proprio della scienza filosofica «è un’unità indivisa di conoscenza e di valutazione etica, mentre la categoria scientifica di modo di produzione è pensata come categoria fondativa di una scienza non-filosofica». Preve la ritiene una categoria scientifica ancora insuperata, permettendo sul piano conoscitivo una storicizzazione determinata, e sul piano storico-politico una polemica ideologica (visto che i teorici della “naturalità” della produzione in generale, impediscono la conoscenza della storia passata, proponendo il processo di sfruttamento classista come la modalità “razionale” della generale riproduzione sociale). Consente, dunque, di pensare la storicità del capitalismo e l’illegittimità della sua pretesa, arrogante, di pensarsi come fine della storia (concetto che va espunto anche dalla teoria marxista che ne è stata pesantemente affetta, si veda la famigerata teoria dei “cinque stadi”, mentre Marx, pur oscillando, ha lasciato tracce di una visione multilineare e non necessitata della storia universale, come mostrano i quaderni antropologici ed etnologici e gli interessi verso le società impropriamente definite primitive). Detto questo, per Preve sorgono determinati, e determinanti, problemi, discutendo i quali chiarisce definitivamente la sua personale lettura di Marx, che si possono sinteticamente riassumere in questo modo: la struttura del modo di produzione è costituita dal rapporto dialettico della contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive sociali e la natura classista dei rapporti sociali di produzione, ma questo modello non garantisce la deduzione “scientifica” della transizione del passaggio “necessario” al comunismo che rimane solo una potenzialità ontologica possibile; Marx pensava che la classe operaia (ma poi, nei <em>Grundrisse</em>, il lavoratore operativo collettivo associato, dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale, alleato con le potenze mentali emanate dalla produzione capitalistica, chiamato <em>general intellect</em>, da cui sorge l’”epopea” (post) operaista, a dimostrare le oscillazioni di Marx sul punto) fosse il soggetto storico rivoluzionario, ma così non è e  questa constatazione, unita alla sofferta riflessione marxiana sul punto, fa intravedere a Preve  la parte “tragica” di Marx dove a fronte di una lettura del capitalismo come unità di alienazione e di valore, inesauribile fonte di ricchezze infinite, sfruttamento del lavoro vivo, degradazione sociale e antropologica della comunità umana, distruzione dell’equilibrio ecologico del pianeta, non è poi così certa l’esistenza di soggetti in grado di superarlo, perché la potenzialità ontologica può non approdare mai all’atto; il concetto di materialismo storico in Marx non ha, per Preve, nulla a che vedere con il concetto scientifico di “materia”, comunque la si definisca, ma è indice di “strutturalismo storico”, in cui la struttura occupa il posto della “materia” e la sovrastruttura quello della “forma”; che in una scienza filosofica della totalità espressiva (che esprime il concetto di negatività del capitalismo) vi è solo lo spazio logico per le determinazioni dialettiche della stessa totalità nel suo svolgersi logico, dunque non trova posto uno “spazio” per la sovrastruttura e la struttura, che invece è necessario in una scienza non-filosofica; la sovrastruttura però è solo l’insieme delle ideologie, forme di coscienza che è impossibile non possedere, mentre l’arte, la religione e la filosofia, non essendo ideologie, non fanno parte per Preve della sovrastruttura ma, sono «<em>forme permanenti e trans-storiche</em> dell’attività umana eterna di riproduzione ed interpretazione individuali e collettive del mondo, e quindi la migliore definizione possibile è stata data da Hegel in termini di “spirito assoluto”». Hanno infatti certo una storia (tanto che Hegel fornì tre modelli di storia dell’arte, della religione e della filosofia) ma non si riducono integralmente a storia, come invece fa, per sua natura, l’ideologia. Si è così cercato, attraverso un sentiero inevitabilmente parziale, di far emergere una sorta di filo rosso che si snoda dentro questa poderosa opera, scegliendo quegli autori e quei nodi teorici che si ritiene abbiano più influenzato la formazione del pensiero di Preve al fine di comprenderla al meglio. Come già detto all’inizio di queste note, non si è di fronte a un testo riassumibile in toto e si è scelta questa strada nella speranza di essere riusciti a darne il senso (ma al lettore si vuole infine ancora segnalare, tra le innumerevoli riflessioni e spunti di cui non è stato possibile nemmeno accennare, le interpretazioni di Nietzsche e Heidegger, fortemente originali sia rispetto a quelle più tradizionali che a quelle più eterodosse, il confronto con il marxismo successivo a Marx, compreso quello indipendente, la critica al post-moderno così come l’omaggio, per niente formale, a Lukács, presente nell’ultimo capitolo, in cui si instaura il corretto rapporto che si deve avere con i Maestri quando sono stati davvero all’altezza della maiuscola). L’obiettivo, ambizioso ma necessario, di Preve è l’invito a lavorare, tutti,  per un “riorientamento gestaltico” dell’intero pensiero filosofico occidentale, fuori da ortodossie (ed eresie) ormai defunte, unica possibilità per rimettere in campo (sulla base del lascito, rimeditato radicalmente, di Spinoza, Hegel e Marx) una teoria anticapitalista all’altezza dei nostri tempi, scevra delle criticità e incongruenze del passato, sostenuti da quella “passione durevole” (per citare ancora Lukács) che bisogna possedere per tentare di non soccombere all’odierno capitalismo totalitario.</p>
<p><strong>Fonte: <a href="http://www.consecutio.org/2013/10/costanzo-preve-una-nuova-storia-della-filosofia/" target="_blank"><em>Consecutio.org </em></a></strong></p>
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