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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Pierluigi Fagan</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>IL CAPITALISMO DELLA FRAMMENTAZIONE</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Feb 2025 17:42:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL CAPITALISMO DELLA FRAMMENTAZIONE RECENSIONE AL LIBRO DI QUINN SLOBODIAN PIERLUIGI FAGAN  Slobodian è uno storico canadese, già autore dell’ottimo Globalist. La fine dell’impero e la nascita del neoliberismo (Meltemi 2021), qui in indagine sull’evoluzione del sistema ideologico di certo capitalismo anglosassone ovvero l’anarco-capitalismo. Titolo originale dell’opera: Crack-Up Capitalism: Market Radicals and the Dream of a World Without [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/9788806251765_0_0_536_0_75-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9053" title="9788806251765_0_0_536_0_75-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2025/02/9788806251765_0_0_536_0_75-1-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a></h2>
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<h2><a href="https://pierluigifagan.com/2025/02/23/il-capitalismo-della-frammentazione-recensione-al-libro-di-quinn-slobodian-einaudi-2023/" rel="bookmark">IL CAPITALISMO DELLA FRAMMENTAZIONE</a></h2>
<h2>RECENSIONE AL LIBRO DI QUINN SLOBODIAN</h2>
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<div><strong>PIERLUIGI FAGAN </strong></div>
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<p>Slobodian è uno storico canadese, già autore dell’ottimo <em>Globalist. La fine dell’impero e la nascita del neoliberismo</em> (Meltemi 2021), qui in indagine sull’evoluzione del sistema ideologico di certo capitalismo anglosassone ovvero l’anarco-capitalismo. Titolo originale dell’opera: <em>Crack-Up Capitalism: Market Radicals and the Dream of a World Without Democracy</em> che ha il merito di chiarire subito il punto centrale della questione: un mondo dominato dal mercato e il capitale, libero da ogni residua forma di  democrazia.</p>
<p>La forma economica capitalistica sappiamo essere presente in vari modi e intensità nell’intera storia umana incluso il tardo medioevo italiano che creò e raffinò gran parte degli elementi di questa forma economica. Ma solo quando si impossessò dello stato con la Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89, cominciò a diventare sia la forma completa che conosciamo, sia l’unica forma di economia ammessa. Dopo quasi due secoli e mezzo, Il Regno Unito arrivò ad accettare il pieno suffragio universale della forma di rappresentanza parlamentare che diciamo impropriamente “democrazia”. Dopo guerra e dopoguerra, inizia il fastidio delle élite per questa pur imperfetta forma di “democrazia”, precisamente dagli anni ’70 e le prime teorizzazioni dei think tank americani, dalla Trilaterale di Samuel Huntington in giù. A seguire, la versione con sempre meno politica ovvero democratica e sempre più dittatura prima della mano invisibile, poi del capitale finanziario detta “neo-liberismo”. L’anarco-capitalismo è la radicalizzazione ulteriore che, come da titolo originale del libro di Slobodian, sogna un mondo totalmente libero dai vincoli sociali e politici ovvero una monarchia o aristocrazia del capitale.</p>
<p>Tale ideologia anarco-capitalista non va presa come un canone ferreo ma come una costellazione di concetti, ispirazioni e tendenze. Può darsi che, a parte i teorici deputati a disegnare mondi di perfezione logica poco realistici che hanno il fascino dell’ideale, alcuni elementi possano essere usati per applicazioni parzialmente diverse ma concrete come sta facendo e sempre più farà Donald Trump. Vale dunque la pena di vedere cosa dice l’indagine di Slobodian.</p>
<p>Se il nemico per l’anarco-capitalismo è la democrazia, presupposto della democrazia è l’esistenza di uno stato per cui lo stato va smantellato. Si parte proprio dalla revisione della storia, cancellare il portato dell’ultimo secolo di pur discutibili “democrazie” liberali, ma i teorici più estremi vorrebbero in realtà cancellare gli ultimi mille anni e tornare al frazionismo localistico del medioevo europeo barbarico e poi del Sacro Romano Impero. Il tutto creando una collezione variegata di: città-Stato, paradisi fiscali, porti franchi, giurisdizioni private, parchi high-tech, distretti extradoganali, hub per l’innovazione, <em>gated community</em>, isole ed ex piattaforme off-shore, grandi navi in perenne crociera, “zone” speciali in cui non ci sono leggi limitative il libero spirito d’impresa. Zone (esistono -pare- ottantadue tipi diversi di zone) governate con logica d’impresa con amministratori eletti da assemblee di azionisti secondo logica per la quale una azione-un voto e non già una testa-un voto, nazioni start-up. Comunità di “individui sovrani” in cu si eccelle per merito e dove il merito è dato dall’accumulare la maggior quantità di ricchezza possibile, in ogni modo. Mano d’opera servile potrà sempre entrare momentaneamente ma senza diritti (né di cittadinanza, né sociali) e riconoscimenti formali, giusto il tempo che serve per la prestazione, fisica o di concetto, accontentandosi del prezzo pagato che sarà sempre meglio che morire di fame.</p>
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<p>Prive di sindacati, di welfare state, con polizia ma anche magistratura (e leggi o contratti) private, da cui si può uscire o chiedere di entrare vantando gradi di omogeneità ideologica ed etnica che l’amministrazione vaglierà. Tali “zone”, al momento della scrittura del libro erano 5400, mille solo nell’ultimo decennio, seguendo il credo del capo della Pay-Pal mafia, Peter Thiel “<em>Se vogliamo incrementare la libertà, dobbiamo incrementare il numero degli stati</em>”. Ecco in che senso gli adepti di questo complesso ideologico si dicono “libertarians” che si traduce non già con “libertari” (che vanno dagli anarchici ai liberali), ma libertariani. Una enclave ideologica tipicamente anglo-sassone che sogna di liberarsi da tutto ciò che si frappone alla logica del mercato e dell’accumulazione del capitale.</p>
<p>Il tutto “piano-piano” con piccole secessioni morbide, recinzioni altrimenti motivate, rovesciamenti subdoli, piccole diserzioni dalla comunità, passo dopo passo, senza fretta, con paziente strategia pluridecennale per creare piccoli mondi di clienti e non già cittadini, in libera competizione tra loro per attrarre capitali, investimenti, talenti. Il tutto ha dato vita ad una vera e propria “transitologia”, la scienza di come cambiare sistemi complessi alla faccia di quelli che ancora si baloccano con la “rivoluzione”. Raggiunta la doverosa massa critica di piccole nazioni-start up, gli stati falliranno uno appresso all’altro per soffocamento ovvero mancanza di ricchezza, capitali e capitalisti secessionisti, quindi raccolta fiscale.</p>
<p>Il pantheon teorico di questi anarco-capitalisti risale alla scuola austriaca, Mises ancor più di Hayek e Milton Friedman, più figlio David e nipote Peter, l’immancabile Ayn Rand, nessuno di loro apertamente così estremi ma fondando i presupposti da cui poi altri teorici hanno sviluppato il discorso. Murray Rothbard, economista e il suo fido scudiero più politico che economico Hans-Hermann Hoppe, celebre per il suo “Democrazia, il Dio che ha fallito” (Liberilibri 2005) sono i riferimenti centrali.</p>
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<p>Ma il libro poi sciorina le idee di altri meno noti che però fanno capire come funziona la macchina ideologica fatta di think tank (Cato Institute, Heritage Foundation, Mont Pelerin Society, Von Mises Institute, Rockford Institute, Property and Freedom Society, Hoover Institution e molti, molti altri) con accanto i capitali di Charles Koch (e non solo, ogni magnate da una quota delle sue “donazioni” qui e là, non si sa mai) e il recente entusiasmo della coppia Thiel-Musk, talvolta Ron Paul, articoli su riviste, cattedre universitarie, allettanti convegni e seminari “tropicali”, visibilità pubblica sponsorizzata per la quale, chiunque abbia un minimo di cervello, per convinzione sincera o sinceramente voluta prostituzione intellettuale, fa carriera il che porta denaro e status sociale.</p>
<p>Praticamente la stessa macchina-sistema usata per il neoliberismo a partire dalla Conferenza Lippmann di Parigi del 1938.  Basta riferirsi al canone centrale e apporvi qualche altra ragione, idea, proposta non importa quanto bizzarra e irrealistica nel pieno cliché dell’utopismo che infatti è tradizione inglese da Thomas Moore in poi con buona pace di Popper che infatti faceva l’inglese ma non lo era. Le idee poi non guidano pedissequamente le azioni, ma le ispirano. Tanto alla fine il punto concreto di convergenza è molto semplice, lo stesso da cui originò la rivolta baronale della Magna Charta Libertatum nel 1215: pagare minori tasse possibili -o meglio- per niente o al limite, concessione moderna e momentanea, bassa flat tax per tutti.</p>
<p>Case histories delle fantasie anarco-capitaliste è fatta da la Compagnia britannica delle Indie orientali, Hong Kong ancora sotto il mandato britannico, le ZES cinesi, la Canary Warf della City di Londra, la duty-free dell’aeroporto Shannon in Irlanda, Singapore, Cayman e Bermuda, Dubai, varie <em>gated community</em> più piccole incluse piattaforme petrolifere pirata, San Marino, Liechtenstein, Lussemburgo, Principato di Monaco, Andorra, la secessione catalana o scozzese o tamil o fiamminga o il Québec canadese, vari casi statunitensi tra cui noti paradisi fiscali come il Delaware per anni base elettorale di Biden, le varie finte nazioni sud africane inventate per difendersi dalle accuse di razzismo segregazionista in cui si distingue il surreale caso del Ciskei (casi che hanno ispirato da Musk in giù ovvero il piccolo gruppo degli ex sudafricani che da sempre hanno mal digerito la perdita del proprio privilegio bianco coloniale che in America dialoga con le mai sopite frange razziste suprematiste e l’Alt-Right), la Brexit quindi l’Ukip. Somaliland e Puntland, Aruba, varie isolette del Pacifico, Abu Dhabi e gli Emirati in genere, la nuova Neom saudita e molti altri casi minori, teorizzati, tentati, abortiti. O casi ancora più bizzarri come l’idea di far amministrare uno stato (come l’Honduras) o una città ad una o più multinazionali o microstati “liberati”. Fino al creare nazioni cloud nel Metaverso, le <em>clound country</em> da portare poi nell’universo concreto con i Bitcoin come moneta denazionalizzata, in quantità fissa che non permetta inflazione. Infine, la nuova terra promessa ovvero Marte per Musk&amp;Co, in cui riiniziare tutto d’accapo senza tradizioni ingombranti e abborrite ideologie politiche. L’agognata tabula rasa su cui rifondare la libertà assoluta dei liberi innovatori coraggiosi.</p>
<p>Del resto, se un libro di Theodor Herzl del 1826, Lo Stato ebraico, ispirò la nascita di uno stato reale (Israele), perché non ricreare i presupposti tramite comunità di persone omogenee per razza, classe, ideologia assimilate dagli algoritmi e riflesse nelle banche dati sempre più vaste e complesse? E cosa meglio di Internet e i social per partire?</p>
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<figure><a href="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg"><img src="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg?w=304" alt="" width="304" height="522" data-attachment-id="7201" data-permalink="https://pierluigifagan.com/2025/02/23/il-capitalismo-della-frammentazione-recensione-al-libro-di-quinn-slobodian-einaudi-2023/61lxjt-b92l-_sy522_/" data-orig-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg" data-orig-size="304,522" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="61LxJt-b92L._SY522_" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg?w=175" data-large-file="https://pierluigifagan.com/wp-content/uploads/2025/02/61lxjt-b92l._sy522_.jpg?w=304" /></a></figure>
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<p>Visto che abbiamo citato Israele e Trump come non pensare che la sparata sulla conversione di Gaza in Riviera (una Beirut dei bei tempi andati), non discenda dall’idea di farne una zona economico-finanziaria speciale con grattacieli, casinò, campi da golf e schiavi di servizio, giuridicamente chiusa in se stessa? Diventerebbe l’enclave di tutta l’imprenditoria e finanza invitata a costruire la Via de Cotone che collegherebbe l’India all’Europa e avrebbe terminale proprio sulla costa israeliana. Libera cioè esentasse, opaca ad ogni giurisdizione, totalmente depoliticizzata, amministrata come un fondo sovrano. Del resto, lo statuto giuridico di Gaza è assai incerto, una matassa inestricabile di antico possesso dell’Impero ottomano poi di quello Britannico a cui è seguita gestione egiziana, israeliana, risoluzioni Onu, pretese dell’Autorità palestinese essa stessa di statuto giuridico assai incerto. Certo, tocca sfollare due milioni di palestinesi, raderla definitivamente al suolo (lo è al circa 70% secondo l’ONU), sgombrarla e poi ricostruirla tutta daccapo, e non è questo che si sta facendo dal 7 ottobre del 2023 e che Trump ha annunciato di voler fare?</p>
<p>Qualcuno balbetta che non si può, che gli arabi stessi non sono d’accordo, ma quando la motrice trumpiana minaccerà dazi e ostracismi con una mano e dollari sonanti con l’altra, allaccio o slaccio da Starlink previ strano sabotaggi dei cavi di telecomunicazioni oceanici, sicuri che qualcuno seriamente si opporrà? Chi? Hamas ridotto a ricordo o Hezbollah crivellato a morte o l’Iran nel frattempo bombardato da Israele con missili che partono da aerei talmente lontani da non apparire neanche nei radar? Inoltre, una bella Zona Speciale franca sul Mediterraneo servirebbe anche a disciplinare i vari staterelli europei che ancora si ostinano a tassare e provare a normare la foga libertariana del capitale e dello sciame di capitalisti che potrebbero spostare lì la residenza e domicilio fiscale, propria e delle proprie aziende, altro che Olanda! Insomma, già si immagina una bella Trump Tower svettante nella New Gaza ora diventata un vero e proprio paradiso…fiscale, libertariano.</p>
<p>Donald Trump ha vinto le sue elezioni per soli due milioni di voti su 150 milioni (77 a 75 milioni contro la pur sbiadita Harris) di votanti, due terzi degli aventi diritto. Tutto quello che ha fatto e facciamo fatica a commentare data un solo mese dall’effettiva presa in carica. Già si parla di revisione costituzionale per superare il limite dei due mandati salvo scontro alla dinamite nelle prossime mid-term. Per altro, la risicata maggioranza statisticamente e non elettoralmente fondata e l’impeto assai inusuale degli atti politici di questo primo mese di presidenza, al momento si riflettono in giudizi tutt’altro che positivi nei vari sondaggi di opinione (ad esempio Gallup). La rivoluzione anarco-capitalista è appena iniziata anche se è presto per dire se e come continuerà. Che paradossalmente sia portata avanti da un presidente dello stato -ancora oggi- più potente del mondo non è contraddizione.</p>
<p>Per i pragmatisti le idee servono o non servono, producono effetti o meno, stanno mica lì a controllare coerenze e specifiche come quei marxisti ancora oggi alle prese con qualche rinnovata edizione critica de Il Capitale, manco fosse il Corano. I pragmatisti l’XIa Tesi su Feuerbach l’hanno capita meglio dei marxisti e lasciano volentieri a questi l’interpretazione del mondo, mentre loro lo cambiano.</p>
<p>(Le premesse strategiche del progetto GAZA e pace in Medio Oriente, illustrate in questo studio pubblicato un anno fa: <a href="https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/27783-pierluigi-fagan-trittico-mediorientale.html">https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/27783-pierluigi-fagan-trittico-mediorientale.html</a>)</p>
</div>
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		<title>DEMOCRAZIA O BARBARIE: PERCHE’ UNA PROSPETTIVA DI DEMOCRAZIA RADICALE È INDISPENSABILE (3/3).</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 16:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia Radicale]]></category>
		<category><![CDATA[Erotodo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; DEMOCRAZIA O BARBARIE: PERCHE’ UNA PROSPETTIVA DI DEMOCRAZIA RADICALE È INDISPENSABILE (3/3). Pubblicato il 30 aprile 2024 da pierluigi fagan Tutti gli uomini sono intellettuali, si potrebbe dire perciò; ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione degli intellettuali. A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Quaderno 12 (XXIX) § (1) Noi esseri umani viviamo su un pianeta. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<h2><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/pericles-funeral-oration-e1447983565646-1038x567.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8910" title="pericles-funeral-oration-e1447983565646-1038x567" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/pericles-funeral-oration-e1447983565646-1038x567-300x163.jpg" alt="" width="300" height="163" /></a></h2>
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<h2><a href="https://pierluigifagan.com/2024/04/30/democrazia-o-barbarie-perche-una-prospettiva-di-democrazia-radicale-e-indispensabile-3-3/" rel="bookmark">DEMOCRAZIA O BARBARIE: PERCHE’ UNA PROSPETTIVA DI DEMOCRAZIA RADICALE È INDISPENSABILE (3/3).</a></h2>
<div>Pubblicato il <a title="12:05 am" href="https://pierluigifagan.com/2024/04/30/democrazia-o-barbarie-perche-una-prospettiva-di-democrazia-radicale-e-indispensabile-3-3/" rel="bookmark">30 aprile 2024</a> da <a title="Leggi tutti gli articoli di pierluigi fagan" href="https://pierluigifagan.com/author/pierluigifagan/">pierluigi fagan</a></div>
<div>
<p><strong>Tutti gli uomini sono intellettuali, si potrebbe dire perciò;</strong></p>
<p><strong>ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione degli intellettuali.</strong></p>
<p><strong>A. Gramsci, <em>Quaderni dal carcere</em>, Quaderno 12 (XXIX) § (1)</strong></p>
<p>Noi esseri umani viviamo su un pianeta. Negli ultimi settanta anni, ci siamo triplicati e lo abbiamo fatto partendo già dalla ragguardevole cifra di 2,5 miliardi di persone. Un evento del genere non è mai avvenuto nella storia umana, per dimensione e velocità del fenomeno. Nel 2050 ci saremo quadruplicati e quindi il fenomeno sarà ancora più denso e veloce, un solo secolo per quadruplicarci.</p>
<p>Dentro la definizione collettiva di umanità, ci sono le civiltà. La nostra, la civiltà occidentale ed europea in particolare, è passata dal pesare circa un terzo dell’umanità di inizio XX secolo, ad un sesto. Ha cambiato in suoi pesi interni visto che gli europei si sono maggiormente contratti in favore dell’area anglosassone. È precipitosamente invecchiata. Oggi il quarto quarto dei duecento stati nei quali è ripartito il mondo in sistemi giuridico-politici statali, mostra indici di riproduzione men che dimezzati, sono tutti paesi sviluppati e ipersviluppati, c’è dentro tutta l’Europa, inclusa la parte orientale che mostra tali indici per ragioni diverse dall’ipersviluppo sebbene di pari intensità negativa.</p>
<p>La nostra metafisica influente si è molto concentrata sull’essere e gli enti, ma ogni ente è ontologicamente fatto e dedito a relazioni o -a due vie- interrelazioni. Ci è tornato utile semplificare e bloccare l’essere e gli enti come in uno scatto fotografico. Se avessimo considerato, come avremmo dovuto fare, l’essere in sé e l’essere in relazione, la questione si sarebbe di molto complicata. Oggi, realisticamente, non possiamo più fare a meno di non considerarlo.</p>
<p>Il nostro immaginario è talmente colonizzato dal sistema di pensiero liberale che usiamo “atomo” o “atomizzati” come sinonimo di monade, di entità irrelata ed isolata. Ma gli atomi sono invero gli oggetti più sociali che esistano, tutti gli atomi tranne un piccolo gruppo di gas detti “nobili”, tende irresistibilmente ad unirsi con altri per fare molecole secondo mirabili “affinità elettive”. Come enti ontologicamente dediti all’interrelazione siamo diventati metafora dell’isolamento dice della potenza della manipolazione dell’immaginario. E’ evidente che proviamo imbarazzo per il concetto di relazione.</p>
<p>Così, dobbiamo notare che la grande inflazione varietale di individui e stati (triplicati anche esse in settanta anni), si è accompagnata ad una enorme arborizzazione del groviglio delle interrelazioni umane: individuali e sociali, intellettuali, interstatali, economiche, finanziarie, valutarie, ecologiche, tecnologiche, dei trasporti, culturali. Tante varietà, tante interrelazioni, in poco tempo storico, un inedito clamoroso, “epocale”.</p>
<p>Varietà in interrelazioni è la definizione di sistema alla base della cultura della complessità. Nella realtà sono e siamo tutti sistemi. Quark fanno protoni e neutroni che con elettroni fanno atomi che fanno molecole. Nel mondo fisico sono tutte molecole, organiche ed inorganiche. Le inorganiche fanno pianeti, asteroidi, stelle e sistemi orbitanti intorno a queste, orbitanti in galassie, orbitanti in ammassi di galassie. Le organiche fanno natura, vegetale, animale, umana.</p>
<p>Ma anche l’universo immateriale è fatto tutto di sistemi. Grafemi, fonemi, alfabeti o repertori di segni sono le varietà con cui componiamo discorsi, scritti, idee, concetti, immagini di mondo, lingue, narrazioni, credenze, ideologie.</p>
<p>Il sistema è proprio di una ontologia complessa. La complessità è data in vario grado dal tipo di composizione e comportamento di un sistema. Ogni sistema può essere -in genere- scomposto in sottosistemi ed ogni sistema è -in genere- dedito ad interrelazione con altri sistemi. Tutto ciò che è la grana dell’Essere si trova in un contesto. Il contesto ha dei bordi, i limiti, entro questi limiti si svolge la danza dell’essere complesso. Il contesto è influito ed influisce sulla danza e su ogni sistema. Quando osserviamo tutto ciò, noi tagliamo il tempo in un preciso modo per quanto arbitrario. È importante, per uno sguardo complesso, avere coscienza del tratto di tempo che si sceglie per l’inquadratura, Se ci piace o ci è utile inquadrarlo come evento o durata o lunga durata o quanto lunga.</p>
<p>Siamo così impercettibilmente passati dalla definizione di una ontologia sistemica ad una gnoseologia complessa. La complessità è quindi cifra della realtà e dovrebbe corrispondere a pari cifra dei nostri apparati cognitivi. Quanto detto degli ultimi settanta anni, dice della inflazione di complessità del mondo, ma proprio la sua brevità e l’inerzia che connota i sistemi culturali, dice anche dello spaventoso ritardo di allineamento tra “<em>rei et intellectus</em>” noterebbe Tommaso d’Aquino. Il nostro intelletto ha ancora le forme del moderno, soprattutto quello del XIX secolo o della sua sfilacciata fine che abbiamo definito post-moderna, ma consiglio di non esagerare l’attenzione e questa coda recente che nei libri di storia meriterà forse una nota a piè di pagina.</p>
<p>Tra mondo naturale ed umano e mondo umano mentale c’è il mondo sociale. Stati, sovrastati, modi economici, società, habitus, culture, ogni altro aspetto componente i nostri giochi di convivenza, che sono ancora quelli moderni e sono riflessi nell’immagine di mondo ovvero la nostra onto-gnosoelogia che abbiamo detto ancora attardata a tempi terminati o terminanti.</p>
<p>Ciò configura il primo e più importante rischio esistenziale per qualità e consistenza stessa della nostra vita: il disadattamento. Il centro del nostro problema oggi non è la sesta estinzione di massa, è il disadattamento ad un mondo cambiato e che continua a cambiare profondamente e velocemente. Due sistemi si dicono reciprocamente adatti quando convivono in una qualche forma ordinata dinamica di compossibilità lungo il tempo, sono disadatti quando questo condizioni di compossibilità sono minime o nulle. Qui, allora, l’ordine va a disordine e da disordine a caos. C’è un preciso limite nella scala del caos, entro il quale si può esistere oltre il quale non si può esistere.</p>
<p>Noi umani, individualmente e socialmente siamo enti intenzionali, la natura non lo è. A noi, quindi, attiene l’espressione “ti devi adattare”. La natura ha altra logica, è sempre adattata anche se produce catastrofi a noi le catastrofi piacciono meno visto l’imperativo ontologico che recita: <em>vivi il più a lungo e la meglio possibile</em>. Ma attenzione, come nel mito greco del Letto di Procuste, adatto si dice in due modi. Noi dobbiamo adattarci alla realtà ma abbiamo anche facoltà di manipolare la realtà per rendercela più adatta. Il primo modo è passivo, il secondo attivo, in tre milioni di anni di ominazione abbiamo fatto tanto dell’uno che dell’altro. Ancora oggi siamo convinti di non dover cambiare se riusciamo con le tecnologie e manipolare il contesto turbolento che ci chiederebbe un cambiamento profondo di alcuni nostri modi di stare al mondo. La nostra intenzionalità tecnologica tende ad avere funzione omeostatica, ma non è detto che ciò sia sempre possibile, dipende dall’entità della discontinuità storica di ciò che è successo nel contesto.</p>
<p>Ecco allora che tornando al nostro rischio di disadattamento per via della corposa, improvvisa e rapida inflazione di complessità reale e il ritardo delle forme cognitive e sociali attardate alla tradizione ancora solo moderna, “dovremo adattarci” significa sia capire bene cos’è la realtà oggi e nell’immediato domani a cui dovremo adattarci, sia capire bene cosa dovremmo fare agendo su immagine di mondo e forme sociali per renderle adatte al nuovo contesto. Ciò presuppone il cambiamento, ma un cambiamento intenzionale, una rarità o unicità anche questa dello sviluppo storico della specie. Di solito cambiamenti e storia li abbiamo subiti e solo dopo, compresi.</p>
<p>Ogni società è una polis e l’attività con la quale la organizziamo e viviamo è la politica. La possiamo così intendere il nostro “veicolo adattivo”. Ci rifugiamo nel sistema sociale-politico-giuridico come faremo in un sottomarino per scendere alle profondità oceaniche, ambiente per il quale non siamo naturalmente adatti. Ci domandiamo allora quale sia la forma politica migliore per adattarci alla nuova era complessa, quale favorisce di più il cambiamento adattivo necessario, quale protegge di più, quale mostra facoltà di migliore intermediazione tra i nostri bisogni di ordine e l’esigenza di avere a che fare con fenomeni e contesti altamente disordinati dall’inflazione di complessità.</p>
<p>Riteniamo, sulla scorta delle esperienze e casi pratici studiati multi-inter-trans-disciplinariamente dentro la cultura della complessità (una onto-gnoseologia dedicata a studiare questo tipo di fenomeni) che i sistemi migliori o forse gli unici utili siano i sistemi adattativi. I sistemi adattativi sono in equilibrio dinamico tra l’essere ed il divenire, sono flessibili, resilienti, autopoietici, autorganizzati. Secondo la disciplina economica moderna, il “mercato” è uno di questi sistemi. Il corrispettivo politico della logica del sistema-mercato è la democrazia. Stante la differenza fondamentale per la quale mentre il mercato è fatto di cose ed atti inintezionali, un sistema politico e sociale umano è pieno di intenzionalità individuale e collettiva. Né il sistema dell’Uno, né quello dei Pochi, mostrano facoltà adattative per tutto il sistema, le mostrano solo per la propria parte. L’unico sistema politico che almeno in potenza le mostra è il sistema democratico, il sistema dei Molti. L’unico sistema che promette di promuovere l’interesse generale di sistema e non quello particolare di parti del sistema.</p>
<p>Ma <a href="https://pierluigifagan.com/2024/04/21/democrazia-o-barbarie-1-critica-della-democrazia-pervertita/">qui </a>e <a href="https://pierluigifagan.com/2024/04/25/democazia-o-barbarie-2-3-la-democrazia-radicale/">qui</a>, abbiamo capito che con “democrazia reale” s’intende qualcosa di ben diverso da ciò a cui di solito riserviamo l’uso del concetto. Ecco perché abbiamo sviluppato l’analisi pregressa, per cercare di capire che tipo di sistema ci servirebbe per darci le migliori chance di adattamento alla grande inflazione di complessità.</p>
<p>Tale sistema, in primis, prevede che l’ordinatore sociale (ciò che ordina e dà gli ordini) sia politico e non economico com’è oggi nella natura capitalistico-neoliberale delle nostre società. La nostra società è ordinata a mercato non dalla democrazia, dall’economico non dal politico. Ciò si configura come massimo pericolo, sia perché l’ordine economico in genere, capitalistico e neoliberale occidentale nello specifico peggiorativo, subirà gravi disordini figli di pronunciato disadattamento (si pensi il problema dei limiti ambientali e di risorse, alle diseguaglianze, ai feedback di conflitto geopolitico, il “fine ciclo” storico del sistema moderno), sia perché natura della polis è la politica ed esser natura significa esser adattati in via genetica e genealogica cioè storica.</p>
<p>Dentro un ordinatore politico, abbiamo detto mostra facoltà maggiormente adattive nel governo dei Molti anziché dell’Uno o dei Pochi, ma abbiamo anche detto che tale governo per esser pienamente democratico dovrà non avere intermediari tra la società umana e le scelte adattive, i cambiamenti da apportare. Questo perché è tutto il sistema che deve sapere con cosa ha davvero a che fare, realisticamente, ed è tutto il sistema che deve intenzionalmente decidere il suo interesse generale ovvero le forme che deve darsi per esser davvero adattativo. Tutto il sistema, la società e gli individui componenti, deve essere a contatto diretto col problema dell’ordine e del disordine, della relazione col contesto, con i feedback, con i prezzi delle decisioni per potersi dire pienamente adattativo. Deve cioè darsi consapevolezza per animare la sua intenzionalità.</p>
<p>L’elenco dei problemi cui andiamo incontro non si fa fatica a dire spaventoso: <em>fine del ciclo storico occidentale</em>, <em>divergenza obiettiva delle traiettorie tra Stati Uniti d’Ameria e stati disuniti europei</em>, <em>ripensamento obbligato della stessa consistenza dello Stato-nazione di taglia europeo</em> che proviene del XV-XVI secolo, da cui il necessario <em>ripensamento dello stesso concetto di sovranità</em>, dello Stato, del ruolo delle burocrazie e funzionari di sistema. Dalla t<em>rentina di conflitti permanenti su cui si articolerà la transizione Cina-USA </em>al sempre possibile anche se forse non probabile rischio atomico. La stessa evoluzione del fatto militare sia in tecnica e progetto che in acquisizione, anche solo “difensiva”. Un fine ciclo storico che significa anche <em>fine ciclo del sistema capitalistico occidentale,</em> da decenni su rotta <a href="https://pierluigifagan.com/2024/04/18/perche-si-e-arrivati-al-neoliberismo/">“guadagnare tempo”</a> che altro non è stata in grado di fare che distruggere la stratificata varietà sociale tornando alla più semplificata e odiosa delle partizioni Pochi vs Molti. Il senso proprio dell’accoppiata <em>salario-lavoro</em> come gioco principale sociale ed esistenziale, visto che il lavoro umano andrà sempre più a contrarsi per sostituzione macchina o elettronica digitale. Nonché per obbligate cautele ambientali e climatiche o improvvisi divieti di flusso di scambi per ragioni geopolitiche oltreché fine del soddisfacimento dei bisogni individuali mentre si continuano ad ignorare quelli sociali. L’immenso ed inquietante campo dello <em>sviluppo tecnologico</em> in cui andranno fatte ed imposte scelte per contenerne l’impeto potenzialmente distopico. Coì per l’intero, estremamente complesso <em>campo ecologico-ambientale-climatico</em> in sé. <em>Migrazioni disordinanti </em>figlie anche di demografie differenti e differenti geografie. <em>Convivenza di civiltà spinte in modalità condominio</em> dopo l’esser a lungo state stese in spazi molto più ampi e meno obbligatoriamente connessi. <em>Visioni, piani e aspettative sul futuro diverse,</em> perché diversa è la provenienza di ciclo storico. Cosa sanno le nostre popolazioni soggette a questa Grande Transizione di tutto ciò? Come faranno a delegare qualcuno a gestirle sempre esista quel qualcuno quando élite, funzionari, popolo sono ormai tutti su uno standard medio sotto-determinato rispetto alla fase storica? Come altrimenti pensare di modificare il mondo, la forma sociale, le nostre culture per favorirci un adattamento? E che senso avrebbe anche solo adattarsi passivamente a tutto questo che non è un nuovo ordine, ma il caos totale?</p>
<p>Per questo quando diciamo qui democratico, intendiamo democratico radicale ovvero basato su estrazione dei principi della forma antica che diede il concetto di democrazia alla radice. La finta alternativa della democrazia intermediata non è democrazia, ma regime oligarchico sebben temperato. Non è per purismo definitorio che rifiutiamo la versione temperata o per piglio ideale ma per ragioni strettamente funzionali, o il sistema è capace di libera autopoiesi ed autorganizzazione o non sarà pienamente adattativo. In questa fase storica, si consiglia ritornare a pesanti dosi di realismo.</p>
<p>A dire che solo l’esposizione realistica e diretta delle persone alle problematiche di compatibilità tra mondo complesso e forme sociali, darà loro piena facoltà di trovare le soluzioni adattive. Ciò stante la promozione dei principi estratti nelle pregresse analisi. Questa consapevolezza realista, ancorché potenziata da <em>nuovi principi di formazione, informazione, distribuzione e dibattito, previa liberazione di tempo da lavoro travasato in tempo di vita e di cui parte andrà riservata all’attività politica civile,</em> è il cuore della facoltà autopoietica ed autorganizzativa di una reale democrazia. Far fare questo lavoro ad un tiranno per il nostro bene o alle varie oligarchie è condannarsi a vari tipi di esiti barbarici, irrigidimenti, follie egoiste, guerre, sciame di conflitti, acuirsi delle diseguaglianze fino al non improbabile ritorno di forme di guerra civile dentro catastrofi ambientali o climatiche. Proprio quella “stasi” che portò gli ateniesi a reinventare la democrazia come regolazione dinamica del disordine con tendenze caotiche.</p>
<p>Gli Ateniesi non “inventarono” la democrazia, la democrazia aveva lontanissime origini pre-civili ed anche lungo l’emersione mesopotamica della civiltà, probabilmente nelle città-Stato. Sbaglia chi la ritiene una invenzione tarda, un frutto ideale ed utopico del pensiero speranzoso. Forme di democrazia sono l’esito naturale dell’associazione umana nei piccoli gruppi, tanto quanto oligarchia o le élite lo sono dei grandi. Da cui il punto cardinale di ogni teoria politica tra piccoli e grandi gruppi in contesti a loro volta diversi già nota dal XVIII secolo (dal ginevrino Rousseau in poi). Gli Ateniesi furono semmai gli “ultimi democratici”, coloro che provarono ad estendere il formato fino alle massime dimensioni già ragguardevoli di più di 100.00o persone, tagliando diritti (donne), escludendo identità (non ateniesi di generazione), poggiandosi sul lavoro terzo (schiavile), dando al sistema una prospezione coloniale ed indubbiamente commettendo anche un discreta sfilza di errori.</p>
<p>Per questo abbiamo inquadrato il problema come una scelta senza terze vie tra democrazia e barbarie, stante un significato radicale, alla radice, della stessa democrazia. Stante che la soluzione al problema delle dimensioni non può essere quella di B. Constant di mettere uno strato oligarchico tra massa e realtà.</p>
<p>= 0 =</p>
<p>Si propone quindi una convergenza politica delle tante anime del disagio anti-capitalista e anti-oligarchico. Prima di promuovere la propria visione del mondo (socialista, riformista, comunista, femminista, ecologista, tecnicista, decrescista etc.), abbiamo bisogno di un gioco comune in cui disputarcele con finalità attuative e non solo ideali. È appena ricorso l’anniversario della morte di Antonio Gramsci. Gramsci per primo e fino ad oggi unico, capi che c’è un’altra via, un altro campo del politico, la battaglia culturale. Agire su ciò che la gente pensa è forse via anche più breve e fattiva di agire su ciò che la gente fa, poiché l’uomo fa spesso ciò che prima pensa. Quel Gramsci ordinovista già a suo tempo accusato di “culturalismo”, come se le società umane non fossero in primis niente di meno e niente di più che propriamente “culture”. Un millennio e mezzo di chiesa cristiana mostra un potere di dar forma alla società ed alla mentalità ben maggiore di quanto ha espresso spesso l’agone propriamente politico per non parlare di quello economico. Siamo culture fatte da animali che fanno “faber” e pensano “sapiens” prima di fare, se fare, cosa fare, perché fare.</p>
<p>Nel prossimo intervento, il quarto, che esula da questo trittico teorico, inviteremo chi vuole e può a pensare come si possa costituire non l’ennesimo partito o movimento, ma una forma di intellettuale collettivo che la di là delle nostre differenze ideali e ideologiche, trovi un possibile terreno comune nel promuovere gradi progressivi di democrazia reale, invece che sprofondare nella barbarie. Guardando un filmato della Fondazione Gramsci sulla biblioteca del sardo, c’era la costa di quel “Il tradimento dei chierici” di Julian Benda che denunciava come proprio ai tempi della IWW, gli intellettuali che sono la versione laica dei chierici, lasciarono il presidio della propria funzione culturale trasformandosi in volgari politici. Pensiamoci, traiamo insegnamenti dalla storia, cerchiamo di essere all’altezza del nostro uso pubblico e privato dell’intelligenza. Non abbiamo più una classe sociale di riferimento, non abbiamo più il moderno Principe del partito, va bene, ma siamo sicuri di non poter comunque mettere in campo un soggetto “intellettuale collettivo” col quale promuovere una nuova egemonia di democrazia reale? Come fare? Cosa fare? Da dove iniziare se non discutendone assieme?</p>
<p>Possiamo cercare noi intelletti di cimentarci nella risposta al fatidico “che fare?”, chi altro sennò? Prima di cambiare il mondo, possiamo condividere una idea comune del come farlo, con quale processo prima ancora che con quale finalità? Chi vuol venire ad alimentare l’ennesima onda che si infrangerà contro lo scoglio? prima o poi lo scoglio si sgretolerà, è la sua natura perdere consistenza contro l’acqua testarda. Ma l’acqua testarda ha bisogno di massa ed impeto ondulatorio, ogni sua molecola deve venire a farsi onda.</p>
<p>Superando la trita dicotomia tra rivoluzione e riformismo socio-liberale, invitiamo a puntare sia l’idea che il suo perseguimento pratico verso una forma di democrazia radicale che possa dare casa comune a tutte le molecole di acqua testarda. Che possa darci un veicolo adattivo alla nuova Era complessa. Altrimenti, alle nostre società oggi “come navi in tempesta”, rimarrà come orizzonte, per l’ennesima volta, solo lo scoglio.</p>
</div>
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		<title>DEMOCAZIA O BARBARIE (2/3): LA DEMOCRAZIA RADICALE.</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 16:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia diretta]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia Radicale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; DEMOCAZIA O BARBARIE (2/3): LA DEMOCRAZIA RADICALE. Pubblicato il 25 aprile 2024 da pierluigi fagan Ma cosa significa autonomia? Autos, sé stesso¸nomos, legge. È   autonomo chi dà a sé stesso le proprie leggi. C. Castoriadis, La rivoluzione democratica, Eleuthera, 2022 In Occidente, da tempo vige un sistema politico-giuridico detto “democrazia”. Riconosciuto ormai in crisi nel senso comune non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/Democrazia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8904" title="democrazia" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/Democrazia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><a href="https://pierluigifagan.com/2024/04/25/democazia-o-barbarie-2-3-la-democrazia-radicale/" rel="bookmark">DEMOCAZIA O BARBARIE (2/3): LA DEMOCRAZIA RADICALE.</a></h2>
<div>Pubblicato il <a title="12:55 am" href="https://pierluigifagan.com/2024/04/25/democazia-o-barbarie-2-3-la-democrazia-radicale/" rel="bookmark">25 aprile 2024</a> da <a title="Leggi tutti gli articoli di pierluigi fagan" href="https://pierluigifagan.com/author/pierluigifagan/">pierluigi fagan</a></div>
<div>
<p><strong>Ma cosa significa autonomia?</strong></p>
<p><strong><em>Autos</em>, sé stesso¸<em>nomos</em>, legge.</strong></p>
<p><strong>È   autonomo chi dà a sé stesso le proprie leggi.</strong></p>
<p><strong>C. Castoriadis, <em>La rivoluzione democratica</em>, Eleuthera, 2022</strong></p>
<p>In Occidente, da tempo vige un sistema politico-giuridico detto “democrazia”. Riconosciuto ormai in crisi nel senso comune non meno che in quello esperto, terminale o meno non si sa, si presume esso abbia invece avuto una fondazione corretta e giusta rispetto al concetto. In Italia, ci si appella a spirito e lettera della Costituzione, ad esempio e se ne rimpiange la vigenza ormai corrotta.</p>
<p>Un democratico radicale, purtroppo, non riconosce neanche a quel tempo e forma piena di buona intenzione il crisma di “democrazia”, si trattava di repubblicanesimo e tra le due forme c’è differenza. Ecco allora che il democratico è radicale, semplicemente nel senso che intende la democrazia come significato alla radice “Essere radicale significa cogliere la cosa alla radice (Marx, <em>Per la critica della filosofia del diritto di Hegel</em>. Introduzione)”. Si tratta quindi di un problema di nome e cosa dove la cosa è la radice che dà crisma al nome. Qual è allora quella radice?</p>
<p>Semplicemente il sistema che in atto storico aveva quel nome anzi quel nome ha battezzato. Si tratta della democrazia dell’Antica Atene. Cornelius Castoriadis, più di ogni altro<a id="_ednref1" href="https://pierluigifagan.com/#_edn1">[i]</a>, può dirsi teorico della democrazia radicale ed ha più volte specificato che -ovviamente- nessuno si sogna di intendere quella esperienza politica come un “modello” da copia-incollare senza riguardo ai diversi contesti e tempi assai diversi. Tra i duemila e cinquecento anni di distanza ed i trentacinquemila maschi adulti con schiavi come unici detentori di diritto di cittadinanza, quindi politici, ed oggi, c’è ovviamente un abisso non colmabile. Si tratta invece di operare una “estrazione di principi”, principi poi da rielaborare e declinare nei nostri contesti e tempi ben diversi.</p>
<p>È quello che a modo sua fece il liberale Benjamin Constant quando si pose il problema della continuità e trasformazione della “libertà degli antichi e dei moderni” (Discorso del 1819 pubblicato e circolante poi nei successivi decenni). A modo suo ovvero oligarchico liberale. Constant, più di ogni altro, è tra coloro che hanno pervertito una antica tradizione luminosa e splendente che retro fondava lo stesso senso di orgoglio storico occidentale, orgoglio culturale storico e politico prendendo la parola e mettendoci sotto una variante in aperta contraddizione.</p>
<p>Democrazia radicale nasce nel 462 con la riforma di Efialte, poi ucciso, fino al 404, dentro un più ampio periodo democratico durato dal 508/7 (riforma Clistene) al 322/1 (abolizione da parte macedone). Venne interrotta da due riprese violente degli oligarchi, la sua seconda fase è detta <em>politeia</em> ed ha caratteri meno tumultuosi e costituzionali, ma a tratti demagogici. Tale periodo, complessivamente, sfiora i due secoli o li supera a seconda di quanto si vuole includere l’opera fondativa di Solone. La democrazia radicale ha gradi parentela con l’anarchia ma poiché è votata ad amministrare uno stato vi differisce in realtà alla radice.</p>
<p>Siamo quindi in riflessione per l’ambito storico-culturale europeo occidentale, non certo per altre dimensioni mondo. Ora qui non siamo in un trattato di “scienza” politica; quindi, non possiamo entrare troppo nel merito. Nel voler tentare però la consigliata “estrazione dei principi” un primo elenco dovrebbe essere:</p>
<ol>
<li>Il sistema elettivo è ritenuto da tutti gli studiosi di storia e teoria politica proprio dell’ambiente aristocratico, non democratico. Ciò poi non vuol dire che ne è escluso l’utilizzo in via di principio, anche ad Atene c’erano cariche elette. Comunque, il sistema della delega non può -in prospettiva- essere il portante e senz’altro non l’unico.</li>
<li>Il sistema democratico dovrebbe prevedere l’estrazione a sorte. Limitato da una serie di fattori poco noti ma già applicati ad Atene ovvero l’esame di idoneità del candidato nei demi, la sua effettiva preparazione e probità, il suo offrirsi spontaneamente ma conscio degli impegni di rendicontazione finale della sua carica e pena per gli errori più gravi eventualmente commessi, la limitazione del mandato, la sua revocabilità, la sua non ripetizione, il suo essere di servizio civile e non di carriera. L’estrazione era quindi su liste limitate, qualificate, di consapevoli dell’impegno. Solo uno stolto si priverebbe di tecnici, esperti, studiosi. Basta consultarli attivamente senza che qualche matto decida che debbano esser loro a governare per conto della loro oligarchia di riferimento. Un sistema di esperienze cumulate si può mantenere negli ambiti di governo come consiglieri senza poteri.</li>
<li>Il sistema democratico dovrebbe essere una forma politica attiva e decisionale a vari livelli che va dal locale al nazionale secondo logiche, flussi e riporti molto più densi e complessi di quelli che ci sono nei nostri paesi. Per fare incursione nei tempi e luoghi nostri forse dovevamo abolire le regioni più che le province. Forse si sottovaluta il fatto che il “demos”, prima che la generica “cittadinanza” o “popolo”, era una precisa unità territoriale di tipo circoscrizionale. Furono le riforme di Clistene nel senso di queste unità comunitarie piccole a dare inizio alla democrazia classica ateniese (Dieci tribù, trenta trittie, 139 demi scompaginando logiche famigliari, di classe e territorio di residenza). Là si sviluppò la essenziale forma del “vis à vis” ovvero il collante sociale interpersonale, la reputazione, la fiducia, l’intesa, il rispetto anche di chi non ci assomiglia poi così tanto e tuttavia, ci piaccia o meno, è concittadino.</li>
<li>C’è poi una questione essenziale di tipo culturale che è tanto affascinante quanto qui intrattabile. Una democrazia politica esiste se immersa in un soffice bagno morbido e pervasivo di cultura politica, cultura generale, informazione, conoscenza qualificata e diffusa, dibattito e partecipazione continuata, appassionata, eticamente doverosa. L’ambiente culturale democratico era in sincronia con la più straordinaria infiorescenza di filosofia mai registrata nei consessi umani occidentali. Teatro, lessicografia, retorica, logica, poesia, scuole dell’espressione e del ragionamento. Purtroppo, qui da noi, anche quando s’è fatta riflessione critica e dibattito su come deve essere una democrazia, lo si è fatto in logica giuridica, importante certo, ma troppo meccanica per generare effettiva democrazia in atto. Nei fatti, isonomia e filosofia nascono intrecciate. Tutto ciò era a forma diretta ed indipendente il sistema che oggi governa la rete dell’informazione alla cittadinanza, ovviamente di proprietà di capitale o di variabile maggioranza di governo.</li>
<li>L’espressione diretta degli interessati alle decisioni politiche va ricercata in più modi ed è decisiva. Questo è una parte dell’aspetto detto “diretto” ma l’assemblearismo non spiega tutta la democrazia, nelle nostre società poi sarebbe assai difficile da perseguire come fondazione unica. I 6000 votanti medi a scrutinio segreto nell’Assemblea generale, erano un quinto gli aventi diritto, ma si esprimevano almeno quaranta volte l’anno non una ogni quattro anni. Era per altro in sistema binario col Consiglio dei Cinquecento che ne aiutava la razionalizzazione. Vasta e molto complessa però era sia la macchina delle istituzioni statali, sia il sistema politico che si esprimeva nei demi. Sulle questioni attinenti i criteri di decisione, quando unanimi, quando a maggioranza, c’è da scendere in dettaglio. Ogni partecipazione politica aveva un minimo di remunerazione per quanto poco più che simbolica. Una cosa era certa, fare politica ed amministrare la cosa pubblica era rischioso e senza profitto economico diretto o indiretto.</li>
<li>Pur non vietando i partiti, una vera democrazia dovrebbe puntare -nel tempo- a non averne bisogno (Simon Weil). Mentre si dovrebbero fare più libere associazioni tra gente che più o meno la pensa allo stesso modo ma anche no, l’importante è tornare a discutere, approfondire, condividere. Questi gruppi omogenei relativamente c’erano anche in Atene, ma si forza la definizione a definirli propriamente partiti.</li>
<li>Valori decisivi e fondanti sono ovviamente l’isonomia, l’isegoria, l’isocrazia (-iso, lo stesso, l’uguaglianza) la parresia. Non gli spieghiamo qui ma chi vuole se ne potrà facilmente fare una idea con una piccola ricerca. Segnalo con paressia, l’ultimo corso tenuto da Micheal Foucault al College de France, un tema di nuovo radicale, ma produttivo e concreto, sforzarci di dirci e sopportare la verità nel senso di quella che ci sembra tale.</li>
<li>In una democrazia, la lotta di classe, la lotta ideologica, financo la sperabilmente poco probabile –stasi– (guerra civile), ogni conflitto si dovrà operare internamente, tramite i meccanismi politici e giuridici, appunto, democratici. Si fece una legge antica, prima della democrazia, che obbligava a partecipare alla guerra civile, si veniva puniti perché non si faceva la guerra civile e non per aver fatto la guerra civile! Perché non si prendeva parte, massimo insulto ai principi di comune convivenza.</li>
<li>In pratica, democrazia è solo il regolamento della dinamica politica in un sistema sociale ordinato del politico e non dall’economico. Tutte le ideologie e le posizioni di principio, le preferenze etiche e le immagini di mondo sono invitate ad alimentarla. Discutendole e pervenendo a sintesi o anche senza sintesi, tanto alla fine si dovrà pur decidere qualcosa di determinato. Governare ed esser governati a turno, migliora dell’uno e dell’altro per via dell’immedesimazione e la doppia esperienza acquisita, bilanciando gli eccessi.</li>
<li>Il sistema democratico ha come obbligo il cercare di ridurre costantemente le distanze tra fasce di popolazione (economiche, culturali etc.), è una società corta che oscilla intorno un “giusto mezzo” che però è equilibrio che non si raggiunge mai, pena la morte del sistema. In termini di geometria politica, se la forma del potere dell’Uno e dei Pochi è triangolare e piramidale, la democrazia è circolare e sferica.</li>
<li>La democrazia deve avere una produzione giuridica costante, è un regime auto-istituente e deve cambiare o ritoccare o evolvere sé stessa di continuo, democraticamente. Questo stesso catalogo è solo uno dei possibili. L’unica forma legittima di democrazia sarà quella che la democrazia in atto si darà.</li>
<li>Una piena democrazia non si raggiunge mai, è un tendere a… Essa è stesa nel tempo progressivo, si costruirà col tempo necessario. Abbiamo visto più e più volte, soprattutto con le “rivoluzioni” come comprimere il tempo del cambiamento di cose complesse porti a varie catastrofi. Non ci si può far niente con la realtà complessa, il suo tempo naturale prescinde dai nostri desideri di immediatezza semplificata.</li>
<li>L’ostracismo ovvero l’espulsione dalla convenzione civile di chi non gioca il gioco correttamente, è forse la più antica delle pratiche punitive dei gruppi umani. Lì dove cacciare il reprobo dal gruppo, nel lungo Paleolitico, significava dargli morte certa per prevalenza della Natura. Nelle città-Stato democratiche, era la confisca dei diritti civili, fiscali, politici, giuridici, a volte la fisica cacciata fuori le mura. È la massima sanzione della comunità ed ha un alto valore simbolico.</li>
</ol>
<p>Ciò comporta almeno altri due punti strategici rilevanti.</p>
<p>Il primo è la sostituzione netta e totale delle funzioni ordinative della società dall’economia alla politica. Economia, finanza, sistemi proprietari, collocazione e regolamento di mercato, altre forme economiche non di capitale verranno evoluti e decisi per prova ed errore, ma considerando che non si capisce perché li consideriamo uno alla volta e reciprocamente alternativi. Una follia per normare attività umana sociale così complessa e determinata da variabili contesti. Le forme economiche dovranno pluralizzarsi. Ma soprattutto perdere progressivamente il ruolo ordinativo, che dà ordini, che fornisce l’ordine.</p>
<p>La seconda è che democrazia consuma molto tempo (autoformazione continuata, acquisizione conoscenza, bagno informativo, ridistribuzione quanto più egalitaria possibile di tali acquisizioni e caratteristiche valide per ogni cittadino, capacità e facoltà di discussione e dibattito, pubblico e privato etc.) quindi i cittadini debbono averne più di quanto la formula astratta 8-8-8 neanche in vigore oggi, consenta. Del resto, oggi andiamo senza averne neanche contezza, verso una riduzione della necessità di lavoro umano, per varie altre ragioni, se ne dovrebbe fare di necessità virtù.</p>
<p>Ne consegue che la prima e fondamentale battaglia delle idee dovrebbe avere ad obiettivo la riduzione dell’orario di lavoro, ovviamente salvo il reddito e la facoltà di ridistribuzione dello stesso. Non importa se l’obiettivo è praticabile in concreto, va posto come battaglia culturale per infrangere la depressione acquisita dal “There is no alternative”. Ci si deve liberare dell’introiezione dei limiti di compatibilità del sistema se si vuole combattere il sistema. E si deve sfidare lo stesso sistema prevedendo ed anticipando la certa riduzione di lavoro umano quale prevedibile per lo sviluppo delle nuove tecnologie info-digitali. Così si recupera anche leadership culturale, autonomia di analisi, capacità di parlare di realtà da tutti condivisa.</p>
<p>Una cosa è certa o dedicate tempo a produrre e consumare o a fare politica per trasformare le società e le sue forme ordinative.</p>
<p>Quanto alla funzione fondamentale di dialogo e dibattito la democrazia ha a che fare con la doxa non con l’episteme. Avrebbe anche a fare con gli endoxa di Aristotele, ma non è questo il luogo per parlarne.</p>
<p>Se questo è il modo di intendere il termine-concetto “democrazia” restaurato per riavvio e ripristino, si capirà perché non si riconosce all’attuale forma diritto di uso della sua espressione. La cosa detta democrazia al tempo in cui il concetto è nato, non corrisponde neanche un po’ a quella attuale. Altresì quella con quei principi era democrazia per quanto agli inizi, contradditoria, elementare per molti versi, imperfetta certo. Strano atteggiamento però abbiamo verso quella forma antica eppur gloriosa, una delle cose che fa grande la nostra civiltà, la giudichiamo su un tempo-vita di scarsi due secoli, mentre alle forme del monarca e del tiranno, dell’aristocrazia e dell’oligarchia diamo la storia di cinquemila anni di varianza e varia applicazione.</p>
<p>[<em>La maggior parte delle informazioni riportate su la democrazia ateniese sono tratte da Mogens Herman Hansen, La democrazia ateniese del IV secolo a.C., LED Milano 2003. Con la Costituzione degli ateniesi di scuola aristotelica, universalmente ritenuti i testi più documentati</em>).</p>
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<p>La democrazia reale ha forma, dinamica e ruolo che ha il mercato in economia, un sistema auto-organizzato, l’unica forma conosciuta di sistema adattativo in complessità. Solo che l’analogia è imprecisa. Un mercato è fatto di procedure impersonali, una democrazia è fatta di essere umani intenzionali.</p>
<p>Essa, quindi, risulta la miglior forma per fasi storiche come queste in cui il cambiamento è radicale, continuo, profondo, inedito (non se ne ha esperienza pregressa). Dovendo rincorrere adattivamente tale mondo che corre chissà dove, l’ente auto-organizzato è l’unico che può farcela, anni di studi sulla complessità in più campi questo dicono.</p>
<p>Certo sappiamo quanto tempi di decisione ricattino le procedure democratiche, di contro però una democrazia reale trasmette informazione reale in diretta alle sue componenti che così aumentano coscienza di processo, accettandone meglio incertezze, contraddizioni, ritardi, non esponendosi al malcontento da delusione che ha sempre offerte di esser sanata da qualche malintenzionato politico.</p>
<p>Purtroppo, forme mentali ereditate dalla storia e filosofia politica del XIX secolo, arrivano fino a sognare nuove forme economiche opposte alle vigenti capitalistiche. Ma qualcuno s’è poi posto il problema di come perseguirle? Non so, c’è davvero gente che crede che col sistema repubblicano liberale, arriveranno a costruire una massa critica politica in grado di costruire quel tipo di società? Quel sistema è strutturalmente fatto per riprodurre oligarchie. Che da un macchinario oligarchico spunti fuori un sistema socialista è pensiero magico.</p>
<p>Il primo nostro dovere oggi dovrebbe essere ripoliticizzare la società ed il dibattito pubblico. Venendo da anni ed anni di desertificazione e degrado del politico, tocca alzare la voce ed imporre al dibattito pubblico un riorientamento, un risveglio e richiamo dalla fuga nell’impotenza. Noi non decidiamo davvero più nulla della nostra forma di vita associata, siamo soci passivi. Di contro, sembra che qualcuno pensi che da cinquemila anni di oligarchie, oplà, usando il “metodo x” dimagrisci dieci chili in una settimana, in un mese impari il mandarino, in tre sei verso il Sol dell’avvenir. Se l’alternativa è certa sempre possibile, meglio dirci in sincerità che non è dietro l’angolo. Per questo parliamo di teoria perché senza non c’è azione efficace.</p>
<p>I democratici radicali hanno sempre due fronti. Quello delle oligarchie imperanti e i democratici degenerati, i demagoghi. I demagoghi si travestono da democratici per benefici personali, essere leader adorati, essere eletti a qualche funzione che dà reddito e prestigio, fingersi dalla parte del popolo per poi usare il popolo per diventare oligarchi 2.0 o piccoli tiranni. Occorre evitare che inquinino le posizioni sinceramente democratiche con la loro sciatteria interessata.. Per non parlare di quelli che si limitano a sfruttare disagio psichico e povertà culturale altrui, agitando mondi di oscuri padroni del mondo per spaventare e raccogliere il riconoscimento per aver detto finalmente la tremebonda Verità. Elite, salotti, gruppi di interesse e conventicole certo esistono, si pensi solo ai massoni che le nostre democrazie accettano senza fare una piega ed anzi, qualcosa più che “accettano”. Ma si fallisce diagnosi del mondo a ridurre le sue dinamiche alle intenzioni degli ottimati, oltretutto è fargli troppo onore.</p>
<p>I democratici radicali non debbono ricorrere alla scusa del potere troppo forte per avere ascolto e condiscendenza delle loro richieste, le richieste non si richiedono, si pesano e per pesarle, il democratico radicale dovrà sempre rivolgersi in primis al proprio simile, costruendo massa. Oggi, in politica, abbiamo il riflesso a rivolgerci sempre in alto, ma dovremmo prima rivolgerci a chi ci sta accanto. Le masse poi sono destinate al conflitto, altro che “richieste”.</p>
<p>Alla fine, il problema della democrazia è tremendamente semplice. Una tendenziale eguaglianza a livello di conoscenza ed informazioni su natura e possibilità realistiche della propria società, farebbe dell’intero sociale l’unica realtà naturale che possa gestire sé stessa. Il problema è che questa semina redistributiva molto non la vogliono fare, usano conoscenza ed informazione come proprio “piccolo potere”, magari mentre si proclamano dalla parte del popolo. I tempi tra semina e raccolto vanno spesso anche oltre la singola estensione di vita personale, toccherebbe avere una narrazione che esalti l’eredità che lasciamo come in antichità c’era quella su quella su ciò che ricevevamo dagli antenati. Ci sono da superare i meccanismi di “servitù volontaria” e c’è ovviamente la strenua resistenza delle élite con mezzi straordinari. Infine, son sempre d’intralcio, le piccolezze umane.</p>
<p>Tuttavia, abbiamo modelli a cui riferirci, la chiesa cristiana ad esempio. Non v’è dubbio che l’unico grande teorico della politica culturale strategicamente attiva, Antonio Gramsci, trasse ispirazione diretta dall’osservazione ed analisi del complesso storico della chiesa cristiana che in Italia aveva la sua patria storica. Dalle prime predicazioni alla formazione dei primi piccoli gruppi, agli ordini mendicanti (francescani e domenicani) obbligati ad andare tra la gente ed ottenere riconoscimento, salvando così i destini della chiesa stessa ai tempi in crisi di credibilità e fiducia. A seguire le proprie scuole, l’egemonia dell’immaginario, la vicinanza pratica agli svantaggiati che catturò la fiducia, menti, cuori e braccia. Avviene anche nel mondo arabo e sudamericano. Certo, occorre accettare la dilatazione del tempo, lavorare anche non in vista del proprio tornaconto. Ma è perché pochi iniziarono a loro tempo, che ci troviamo sempre a dover riiniziare daccapo.</p>
<p>= 0 =</p>
<p>Quella della democrazia radicale, non può che essere una prospettiva lunga nel tempo, da costruire per tentativi ed errori, autocorreggere, sperimentare pronti a decelerare. Ma costruire un percorso significa comunque approcciarlo, farvi primi passi, esplorarlo da subito. Il concetto di “tendere a…” dice che si deve porre sull’orizzonte che si muoverà con noi rendendosi irraggiungibile, deve essere una sorta di “desiderio irresistibile” che ci spinge a rincorrerlo e sebben mai raggiungerlo, muoversi nella sua direzione. Nel cammino però, costruiremo le sue stesse condizioni di possibilità future e le prime forme valide nel presente.</p>
<p>Chi scrive non immagina o sogna un partito, né un movimento politico da accendere chissà come e con chi. Si rivolge ai democratici reali, agli intellettuali più di altri, i costruttori di pensiero. C’è bisogno di azione, altro che di pensiero! Tuonano subito i pragmatici. Peccato che, come genere, ci siamo evoluti per tre milioni di anni, pensando prima di fare o non fare o anche fare e tentare ma poi pensare. C’è bisogno di pensiero ed una volta tanto, costruttivo, positivo, di esercizi di stie critico sono piene le biblioteche. Il capitalismo non lo supereremo mai per rosicchiamento critico-critico. C’è bisogno che l’intelletto torni –en meson-, in mezzo alla piazza lì dove c’è anche il mercato, lì dove c’è la gente. Alzare il livello dell’intelletto generale una priorità per tutti noi. Ognuno faccia il suo, la Via del cambiamento non ha monopoli, stiamo talmente a pezzi che vale tentarle tutte e del resto il modo “prova ed errore” tante volte ha dato dimostrazione di portare benefici. Ai poveretti amanti della matitina rossa e blu, forse converrebbe pensare alle responsabilità che hanno sul dibattito pubblico invece che fare da ammazza idee in piena sindrome nichilista, giustificatoria della propria insipienza.</p>
<p>Parlando assieme anche di come porre il periodo della necessaria “lunga traversata” a tutto ciò lontano nei tempi, a servizio di un’azione immediata almeno del ripristino dei livelli minimi di democrazia, nell’informazione, nella conoscenza, nella cultura, nell’educazione civica, nel rispetto reciproco, nel ritorno della politica con idee ed aspirazioni, del dialogo. Per ripristinare la vigenza ordinativa del politico ed usare il politico per la trasformazione sociale, non abbiamo altro modo che costruirci una sistema sempre più democratico, nel reale senso del concetto.</p>
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<p>Nei prossimi tre decenni, le società occidentali ma in specie quelle europee, saranno chiamate a profonde trasformazioni adattative ad un contesto mondo del tutto inedito. Questo dà maggiormente il senso di questa nostra perorazione verso una democrazia reale. Ci sono infatti non sottovalutati motivi ideali di fondo, tuttavia l’urgenza è un’altra: solo un sistema autorganizzato mostra facoltà adattive veloci e complessive quali il ritmo del cambiamento imporrà. Porre come esito alternativo la barbarie, non è concessione romantica o catastrofista, è muoversi lungo l’asse ordine o disordine. Una democrazia reale è in grado di gestire un disordine moderato adattandosi ed adattandolo, altrimenti, oltre certi livelli di oscillazione, le richieste imperative di Ordine! a qualsiasi costo, ci faranno ripiombare un qualche tragedia storica quale qui in Europa abbiamo collezionato in abbondanza di casi.</p>
<p>Per liberarci da questa vera e propria coazione a ripetere e sbloccare la nostra evoluzione, abbiamo bisogno di ripristinare il dominio del politico ordinato da un modo democratico che porti i Molti a diretto contatto con la realtà a cui dovremo adattarci modificando le nostre forme sociali, le mentalità, il nostro essere soci naturali di una società di cui dobbiamo definire il comune interesse generale senza tutori, in maniera finalmente adulta, uscendo da servitù volontaria e infantile minorità passiva.</p>
<p>Invitiamo quindi i più che è possibile a considerare la trincea di DEMOCRAZIA o BARBARIE come luogo comune in cui attestarci, lo impone la fase storica come gramscianamente s’imponeva realisticamente la guerra di posizione rispetto a quella di movimento.</p>
<hr />
<p><a id="_edn1" href="https://pierluigifagan.com/#_ednref1">[i]</a> FONDAZIONI TEORICHE DI DEMOCRAZIA RADICALE: Esistono almeno due ambiti teorici che muovono da e per questo concetto. Il primo è centrato sul pensiero del filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis. Il secondo è una costellazione di filosofi e pensatori di politica che comprende a vario titolo Laclau-Mouffe, con intorno Zizek, Ranciere, Badiou, Negri, Hardt, Deleuze, Lacou Labarthe, Nancy, Abensour, Agamben in parte Foucault e con riferimenti al lavoro di Lacan e Deridda. La posizione di Roberto Esposito ci sembra più mediana tra le due. La nostra iniziativa di politica culturale è orientata dal primo. Il senso quindi di “democrazia radicale” nel nostro caso è semplicemente dovuto alla questione delle radici di significato. Radicale quindi poiché va alla radice in senso genealogico, poiché dovrebbe esser bene comune, non si capisce chi la immagina radicale in un senso estremo della sensibilità politica. Disputarci il senso prima di averla è il miglior modo per non averla, mai. Confesso un certo disagio teorico verso quella costellazione populista, post-moderna, idealista e talvolta platonica, psico-linguistica, a tratti confusa e astrattamente ribellista franco-italiana. Cercando radici, mi tengo il greco.</p>
<p>C. Castoriadis, è stato un filosofo, critico sociale, economista, psicoanalista greco-francese , autore di <em>L’istituzione immaginaria della società</em> (Mimesis edizioni, Milano, 2022) e co-fondatore del gruppo Socialismo o barbarie. Si segnala che, come “economista”, il greco è stato per svariati anni il capo economista (dirigendo e coordinando una squadra di 130 tra economisti, econometristi, statistici ed informatici) dell’OCSE-OECD per la Divisione degli Studi sulla Crescita. Il gruppo “Socialismo o barbarie” agì tra 1948 e 1967, con la collaborazione, tra gli altri, di Claude Lefort e Edgar Morin. Volendo continuare il suo sforzo intellettuale, pur con le nostre inadeguate ed insufficienti forze, riteniamo che oggi la trincea vada posta non sul socialismo ma sulla democrazia nel suo senso ripristinato. Per questo, fa cornice della nostra riflessione l’idea del bivio fondamentale dato da DEMOCRAZIA o BARBARIE.</p>
</div>
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		<title>DEMOCRAZIA O BARBARIE (1/3): CRITICA DELLA DEMOCRAZIA PERVERTITA.</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 16:24:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[DEMOCRAZIA O BARBARIE (1/3): CRITICA DELLA DEMOCRAZIA PERVERTITA. Pubblicato il 21 aprile 2024 da pierluigi fagan Le correnti democratiche nella storia sono come il battito continuo delle onde: si infrangono sempre contro uno scoglio, ma vengono incessantemente sostituite da altre. R. Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, 1912 Il punto centrale della comparazione tra democrazia antica e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<h2><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/OIP.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8900" title="oip" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/OIP-300x191.jpg" alt="" width="300" height="191" /></a></h2>
<h2><a href="https://pierluigifagan.com/2024/04/21/democrazia-o-barbarie-1-critica-della-democrazia-pervertita/" rel="bookmark">DEMOCRAZIA O BARBARIE (1/3): CRITICA DELLA DEMOCRAZIA PERVERTITA.</a></h2>
<div>Pubblicato il <a title="1:21 am" href="https://pierluigifagan.com/2024/04/21/democrazia-o-barbarie-1-critica-della-democrazia-pervertita/" rel="bookmark">21 aprile 2024</a> da <a title="Leggi tutti gli articoli di pierluigi fagan" href="https://pierluigifagan.com/author/pierluigifagan/">pierluigi fagan</a></div>
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<p><strong>Le correnti democratiche nella storia</strong></p>
<p><strong>sono come il battito continuo delle onde:</strong></p>
<p><strong>si infrangono sempre contro uno scoglio,</strong></p>
<p><strong>ma vengono incessantemente sostituite da altre.</strong></p>
<p><strong>R. Michels, <em>La sociologia del partito politico nella democrazia moderna</em>, 1912</strong></p>
<p>Il punto centrale della comparazione tra democrazia antica e moderna è nello spirito del tempo, solo dopo nelle forme giuridiche e procedurali. Semplicemente, ciò che diede il nome alla cosa democratica ateniese e greca era lo spirito forte di un tempo che voleva portare i cittadini a governarsi da sé, senza intermediari o strati superiori. Quella moderna invece, pone una funzione intermedia tra cittadini e potere. Essa ha due caratteristiche principali, richiede una delega basata su riconoscimenti di competenza nel portare avanti le istanze delegate; quindi, punta a limitare la partecipazione politica ad un singolo atto di voto ogni quattro anni del delegante. Se la originaria democrazia attraeva la gente, la seconda la respinge. Questa seconda è di natura spettatoriale (ed infatti ormai è un cardine della società dello spettacolo), la prima mobilita scopo, intento e fine, motivazione, coinvolgimento, azione, partecipazione. Tutte cose che si vogliono evitare dal fronte oligarchico.</p>
<p>La prima forma, la unica ed originaria, oggi la diciamo “diretta” solo perché dopo abbiamo inventato la delegata, ma dire che la delegata merita comunque il nome di democrazia è nostro arbitrio. Cioè se si toglie l’essenza ad una cosa, quella cosa cambia sostanza o si può continuare a trattarla della stessa sostanza nonostante la si sia devitalizzata? Non importa se ci sono o meno effettive cause di forza maggiore nel doverlo fare, in sé per sé la cosa senza essenza cambia di fatto sostanza. Una democrazia delegata è una variante light della forma oligarchica, non una variante light di democrazia propriamente detta. Salta ad altra categoria come bruco a farfalla, ghiaccio ad acqua a gas.</p>
<p>Al fondo di questa questione, c’è una contraddizione fondamentale. Dalla prima forma scritta di ragionamento politico in quel delle Storia di Erodoto – Dialogo dei persiani- in cui troviamo l’orazione del sostenitore del sistema oligarchico Megabizo, al contemporaneo sostenitore dell’epistocrazia Jason Brennan (Contro la democrazia, LUISS, Roma), via Anonimo oligarca, Platone e schiere indefesse di antidemocratici, l’obiezione è sempre la stessa: il popolo non sa, non è in grado di sapere, di dirigere processi complessi in vista di fini politici adeguati.</p>
<p>Credo questa obiezione sia corretta (sebbene l’argomento andrebbe precisato e discusso a fondo), ma noto due/tre cose. La prima è che nessuno si pone allora il problema di adeguare questo popolo incapace ad emanciparsi dalle catene della sua ignoranza, la seconda è che non si capisce se è così incapace a tenere redini politiche in salde mani, come può esserlo nel delegare con consapevolezza e ragione un terzo che ne rappresenti le istanze men che primitive. Infine, in tale modalità delegata su basi primitive, il corpo politico si troverà una disparata panoplia di istanze particolari e nessuna che converge verso l’interesse generale.</p>
<p>In gioco si sono due ordinatori sociali. Diciamo “ordinatori” i paradigmi di governo del sistema sociale sia quello dei valori immateriali, sia quello delle funzioni materiali. La democrazia campeggia al centro di una idea di società ordinata dal politico, quella che abbiamo che è un sistema repubblicano a governo misto (Uno-Pochi-Molti), è ordinata dall’economico. Tant’è che c’è chi non prova vergogna a chiamarla anche “democrazia di mercato”, alla festa dell’ossimoro. In gioco c’è il tempo individuale e sociale. Grandi porzioni di tempo da dedicare alla politica, in democrazia, altrettanto grandi porzioni di tempo dedicate a produrre, comprare e consumare nel caso di quella di mercato, poiché è proprio il mercato che distribuisce le carte, il gioco è quello, l’egemonia temporale sull’esistenza personale.</p>
<p>La delega dà la richiesta legittimità, con essa approvate le forme della vostra servitù volontaria. La date “dal basso” ad un “alto” che scegliete come? Qui torniamo alle basi di competenza. I cittadini sanno davvero quali sono i problemi o meglio le cause, come andrebbero risolti nell’interesse generale? Perché se non lo sanno (e date le penose condizioni dei sistemi formativi, informativi e ridistributivi di conoscenza attuali si può più che dubitare), non si capisce allora il quale mai sarà il contenuto delle delega stessa. Alla fine, diamo una delega vaga e non imperativa, non la controlliamo più di tanto, non possiamo revocarla, dura quattro anni.</p>
<p>I deleganti, nel tempo, non acquisiscono alcuna conoscenza della trama complessa dell’arte di governo e del come questa si applica alla rugosa realtà. Non ricevono informazioni da chi si dovrebbe applicare ad una qualche trasformazione del mondo, così rimangono in uno stato di vago istupidimento idealista. Lì si forma una biforcazione che porta il delegato ad un livello di ingaggio con la realtà molto complessa, il delegante invece rimane fuori della realtà politica.</p>
<p>Questa massa di delegati va a formare l’oligarchia che governa le leggi, il fisco, i fatti militari e polizieschi. Alcuni dovrebbero aver avuto mandato critico o di opposizione o alternativo. Nel tempo però, loro stessi, anche quelli in buonafede, si rendono conto degli errati presupposti di delega e debbono autonomamente decidere come riformularla o reinterpretarla. Tanto sembrerà sempre un tradimento. Sempre che non scelgano per interesse personale, di fregarsene dello spirito del mandato e confluire di fatto nei modi della gestione oligarchica dominante svoltando la propria vita personale con occasioni che capitano una volta sola nella vita e per i più mai.</p>
<p>Diventano così anche loro “classe politica” che in base a supposte competenze, si riserva un universo chiuso che tende ad automantenersi al potere. Il tradimento della delega offre in campo politico, l’arrivo di altri delegati che vendicheranno la “truffa” precedente in una coazione a ripetere di aspettative tradite, sì che il delegante, alla fine, nutrirà una sfiducia totale in questa forma di fare politico. Altresì, se i delegati che si supponevano democratici hanno tradito, c’è sempre la possibilità si offrano i delegati demagogici, finto democratici ed in realtà aspiranti oligarchici che vanno di scorciatoia.</p>
<p>La democrazia di mercato o liberale è una forma precisa dell’antico “regime misto” (Uno-Pochi-Molti) che sfocia nel repubblicanesimo che però cambia nome e si presenta come versione moderna e adattata della antica democrazia lì dove parola e cosa sono legati in radice piantata nella storia. Avvenne tra Stati Uniti ed Europa più o meno nello spirito culturale e politico di metà XIX secolo. Ma ci vorrà la messa in Costituzione dei sovietici del suffragio universale nel 1918 per procedere almeno a questa estensione del diritto di delega universale. Tuttavia, solo nel 1945-6 si compirà il processo anche in Francia ed Italia ed addirittura solo nel 1965 nella ex-più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti. Neanche un secolo.</p>
<p>La messa in Costituzione della democrazia liberale o di mercato e comunque “rappresentativa” era un compromesso di co-paternità delle nostre nuove società uscite dalla tempesta bellica e ideologica della prima metà del Novecento. La parte liberale, conservatrice, cristiana, popolo ma anche sue élite, mediava con la parte socialista e comunista popolare. Tuttavia, va segnalato che la tradizione socialista e comunista non sapeva nulla di democrazia, ritenuta forma ambigua di potere comunque “borghese”, a cui in genere si preferiva la speranza rivoluzionaria. Socialisti e comunisti, purtroppo, avevano deficit di conoscenza sia in politica che in economia, essendo radicalmente alternativi era anche ovvio fosse così. Alla fine, li parve pacificatore almeno accettare in qualche modo la forma repubblicana ed accettarono anche loro di chiamarla democrazia, del tutto ignari della non corrispondenza tra parola e cosa. Da allora siamo tutti obbligati a mostrare questa reverenza sacra verso il dettato costituzionale, una intera classe di giuristi la presiede con riti e simboli di alta cultura, etica e segni di garanzia di cosa ottima, fondativa, giusta. Eraclito diceva che bisognava le leggi come le mura della città e nulla è sentito più patriottico che difendere la Costituzione.</p>
<p>Sta il fatto che non c’è scienziato storico politico che non potrà che confermarvi che l’elezione di delegati politici è di tradizione feudale ed aristocratica. La Magna Charta (1215) racconta di queste prime assemblee baronali che si vollero mettere in dialettica col potere dell’Uno monarchico. Dopo 443 anni, sempre in quel di Inghilterra, l’assemblea dei delegati dei ceti alti sempre più attratti dal gioco economico e finanziario, fece un colpo di stato (Gloriosa rivoluzione 1688-89) contro le prerogative del monarca ed ottenne finalmente il potere primo, quello ordinativo. Da lì inizia quello che chiamiamo capitalismo moderno che equivochiamo come forma puramente economica quando è sociopolitica e culturale, via ordinatore economico che s’impossessa di uno Stato e relativa potenza (fiscale, giuridica, militare).</p>
<p>L’atto di delega politica avviene una volta ogni quattro anni circa, l’unico atto politico attivo richiesto da questa versione pervertita della democrazia è saltuario e dilatato molto nel tempo. Nessuno mai dai romani ai liberali ha mai rivendicato discendenza con Atene, tutti o con Sparta o più spesso con Roma. Dall’Arco di trionfo a Parigi e Capitol Hill a Washington, i simboli parlano.</p>
<p>Alla nuova forma con le oligarchie in mezzo al potere spesso presidenziale e con sotto il popolo delegante, corrispose la forma politica di partito. Nessun partito però è mai stato democratico, anzi, da Robert Michels con la sua “ferrea legge dell’oligarchia” a Simone Weil si mostra con chiarezza come siano stati perfetti riflessi delle forme degli apparati di governo costituzionali. In teoria, in democrazia reale, non si capisce perché un cittadino dotato di intelligenza politica in proprio debba ficcarsi in questi poco agili vagoni di consenso semi-militare in cui i capi rendono nota la “linea” politica per l’intero gruppo. Un insulto all’esercizio dell’intelligenza in proprio.</p>
<p>Sebbene, come abbiamo accennato, i guardiani del concetto siano ritenuti i giuristi, il concetto di democrazia reale risponde invero ad un assente gruppo di “culturalisti”, non saprei come altro chiamarli. Questo perché si ha democrazia, almeno le sue condizioni di possibilità, osservando almeno cinque fattori di sistema che nulla hanno a che fare con le leggi.</p>
<p>In breve, si tratta di informazione, conoscenza, dibattito, ridistribuzione e tempo. Sia che vogliate partecipare attivamente alla gestione politica della comunità nella forma di reale democrazia, sia anche per dare deleghe, è necessario avere molta informazione corretta e plurale in punto di vista, su oggetti e fenomeni su cui apporre giudizio. Questo strato sempre aggiornato di informazioni va processato da impianti di conoscenze adeguati. Gli impianti di conoscenza fanno la differenza. Il dibattito tra cittadini e non quello che cittadini passivi instupiditi dalla stanchezza lavorativa guardano fare da “esperti” tali autodefiniti o definiti dal sistema dominante, servirebbe anche a condividere, omogeneizzare e diffondere in medietà un corpo comune di informazioni e conoscenza di modo da riuscire ad esprimere l’interesse e non già quello particolare che potrete sommare quanto vi pare, senza da ciò arrivare mai a comporre il generale. Dibattere serve anche ad articolare il pensiero rendendosi conto se è logico, razionale, difendibile e non una collezione di pregiudizi, presunzioni, esagerate induzioni, emozioni. Ma per ridistribuire conoscenza, deve esserci un impegno altro alla tendenziale eguaglianza culturale, eguaglianza tendenziale certo e almeno delle possibilità. Tutta la storia dello sviluppo della scolarità di massa aveva questo intento sebbene oggi meglio sappiamo che non è solo questione di scuole. Tutto però ha una super-condizione a priori: il tempo. Se avete tempo per tutto ciò vuol dire che o non lavorate o lavorate poco, altrimenti con poco tempo rimasto dall’attività lavorativa, ognuno di questi punti sarà sotto-determinato. La quantità di tempo dice di quale ordinatore governa la società, se è politico o economico. I greci usavano la schiavitù per riservarsi il tempo per tutto ciò e quindi fare politica in proprio invece che accumulare denaro e simboli di denaro</p>
<p>Alcuni pongono di necessità una maggiore o tendenziale eguaglianza economica, ma è una falsa precondizione poiché se messi in condizioni di agire pienamente nel senso politico democratico provvederanno come prima cosa perseguire questa loro comprensibile necessità. E comunque una democrazia deve essere compresa tra due severi limiti di diseguaglianza economica e culturale contenuti e continuamente abbassati.</p>
<p>Si noti come oggi, nella democrazia liberale di mercato, di informazione e conoscenza siano monopolio delle oligarchie mentre il dibattito vis-à-vis non esiste anche perché siamo sia spoliticizzati, che de-socializzati e individualizzati. Nessuno si cura più della ridistribuzione anche perché servono fasce ignoranti per svolgere i lavori di più basso livello mentre la ritenuta “alta formazione” è costosa e il capitale culturale ha peso -a volte- anche più di quello economico e finanziario. Per altro anche l’alta formazione è solo legata alle pratiche professionali o econocratiche e comunque ha soglie di accesso.</p>
<p>Quanto al tempo, è dalla convenzione ILO del 1919 che è settato sulla formula 8-8-8, fatto salvo il recupero del sabato mattino qualche decennio fa. Ma di recente, la mitologia del 7/24 sta spingendo ad investire sempre più tempo nella disponibilità professionali anche grazie alle catene info-digitali. Ci nacque il movimento operaio sulla riduzione dell’orario di lavoro e sebbene andiamo incontro a spaventose e repentine scomparse di necessità di produrre direttamente come esseri umani, visto l’impeto della diffusione quali-quantitativa delle macchine elettro-digitali, nonché date le considerazioni culturaliste fatte, risulta enigmatico il fatto che nessuna intelligenza critica abbia pensato di portare il tema i dibattito o direttamente in politica. Viepiù risalendo a Marx che più e più volte nei suoi testi, indica la riduzione dell’orario di lavoro come unica ed effettiva precondizione per l’avvento del “regno della vera libertà”. Avendo potuto far quella fortunata scelta sul piano personale, non posso che confermare.</p>
<p>Ormai l’introiezione del quietismo politico è totale, siamo in effetti sempre più incarcerati in forma totalitarie, spoliticizzate, semi oligarchiche (anche senza “semi-“), semi autoritarie e del tutto postdemocratiche secondo giudizio comune ed esperto. Un futuro infrastrutturato sempre più dall’info-digitale, bio-psico-comportamentale promette ulteriori chiusure, controllo, manipolazione. La forma neoliberista che è una estremizzazione della tradizione liberale spinge con forza oltre ogni limite che supera di slancio i minimi ed ultimi residui di principio politico.</p>
<p>= 0 =</p>
<p>Per atterrare alla storia recente, la più recente svolta anti-“democratica” avvenne a partire da complessi fatti, azioni e ragionamenti, prodotti dalle ansiose e preoccupate élite soprattutto  a partire dalla prima metà degli anni Settanta, ovviamente a partire da Washington. Il punto era presentare il primato necessario del politico come “governabilità” diciamo implicitamente, governabilità della sempre maggiore complessità economica, finanziaria, demografica, politica, sociale. Il potere politico andava aspirato in alto, in mani sicure ed esperte (lì si comincia col refrain dell’espertocrazia), la politica doveva diventare un brutto ricordo di eccessi, doveva rendersi irreperibile ed infrequentabile. Del resto, negli Ottanta, si offrirono invece a piene mani le promesse dell’edonismo individualizzato, narcisista, egoico.</p>
<p>Siamo alla fine del processo di de-democratizzazione, ma dispiace sottolinearlo, la biforcazione tra democrazia reale e pervertita risale alle illusioni costituzionali, al secolo che portò dal repubblicanesimo elitista al rinominarsi democratici per forme con niente sostanza. Noi, non siamo mai stati davvero democratici.</p>
<p>Platone, Aristotele, Polibio, Machiavelli, Bodin, Hobbes, Locke, Montesquieu, Burke, Fichte, Kant, Hegel, Stuart Mill il gotha del pensiero politico occidentale, quando non sono silenti sulla democrazia sono contrari o ferocemente contrari. Filosofi per cui il loro pensiero politico è poi intrecciato a quello più generale, dando un tono strutturale al rifiuto dell’autonomia popolare. VI ci sono accordati anche gli economisti da Pareto a Schumpeter a Hayek. Tra Spinoza e Rousseau rimane poco e talvolta confuso com’è nella tradizione comunista marxista-leninista poi definitivamente troncata da Stalin.</p>
<p>Per ragioni ignote, c’è lo sterminio totale delle fonti democratiche dei tempi ateniesi, una frase di Protagora, qualche discorso di Demostene, l’orazione di Pericle sempre che Tucidide (con simpatie oligarchiche) l’abbia riportata a dovere. Non ci è stato invece risparmiato l’Anonimo oligarca, Senofonte, tutto Platone ed in parte Aristotele. Nulla ci è arrivato dalle tante altre poleis democratiche greche, siciliane, delle Magna Grecia.</p>
<p>Hanno portato alcuni anche a scattare nel riflesso critico che constatando comunque gli errori politici della tormentata stagione della democrazia ateniese, dicono che ci sono ben evidenti ragioni per rifiutarla. Non si capisce però gli “evidenti errori”, tragedie, catastrofi, drammi, collassi riempienti la grande e sinistra piscina di sangue umano di cinquemila anni di oligarchie dove vadano conteggiati.</p>
<p>Queste menti semplici, ti parlano di schiavi, stranieri, donne, talassocrazia e del monarca di fatto per quanto elettivo Pericle di duemilaquattrocento anni fa come se avessero davanti uno stupido che ragiona di politica stupidamente, come loro, a “modelli”.</p>
<p>Da quanto abbiamo detto si tratta di riconoscere lo statuto di democrazia a quella antica esperienza storico-politica, andare ad estrarne i principi, rielaborali, provare a ripiantarli adattandoli ai nostri ben diversi paesaggi socio-storico-culturali revocando l’utilizzo del termine al repubblicanesimo delle oligarchie.</p>
<p>Che è poi quello che andremo a fare nel prossimo articolo dove affronteremo in positivo l’ipotesi di una democrazia radicale, alla luce della dicotomia “<a href="https://www.sinistrainrete.info/politica/27901-pierluigi-fagan-democrazia-o-barbarie.html">democrazia o barbarie</a>” che vi fa premessa.</p>
</div>
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		<title>La questione dell&#8217;egemonia nel XXI secolo.</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2024 17:46:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Gramsci]]></category>
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<p>&nbsp;</p>
<h1>La questione dell&#8217;egemonia nel XXI secolo.</h1>
<h2>Politica e cultura ai tempi del mondo disperso</h2>
<h3>di Pierluigi Fagan</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Egemonia è antico concetto greco che si pose il problema di come una parte minore eserciti potere anche indiretto e spesso guida più che comando, su una parte maggiore. Era di origine militare. Poi Gramsci lo trasferì nell’agone culturale.</p>
<p>Lì, nonostante le obiettive contraddizioni sociali che avrebbero fatto pensare a un rapido sviluppo del discorso e sviluppo politico comunista e socialista primo Novecento, la presenza di una forte egemonia delle classi dominanti, impediva il contagio delle idee e la loro trasformazione in azione politica collettiva. Gramsci ragionava a griglia di classi, aveva una ideologia, sostenne l’idea del “soggetto collettivo” fatto di partito operante culturalmente, socialmente, politicamente in riferimento alla classe sociale di riferimento, potenziato dagli intellettuali. Ma lo invitò a dar battaglia per l’egemonia prima di realizzare i suoi progetti concreti, proprio per creare le condizioni di possibilità per ottenere quel fine. Il campo delle idee e del loro pubblico discorso, discussione e condivisione, andava emancipato dal meccanicismo sotto-sovrastrutturale, roba da meccanica newtoniana tipo rivoluzione industriale.</p>
<p>Non so quanti di voi sanno dell‘estremo successo che questo concetto ha da decenni nella cultura politica e intellettuale americana. Da W. Lippman e la nascita delle Relazioni Pubbliche, prima addirittura col nipote di Freud Bernays, fino a J.Nye e il suo soft power ora smart power, il coro pubblicitario, serie e televisione, il controllo dell’immaginario, fino il porno, Marvel, Hollywood, la musica e molto, molto altro. L’intera costellazione dei think tank, fondazioni, Council, Fondazioni, giornali e riviste, convegni e dibattiti, libri, accademici, vi si basa, da Washinton al mondo, quantomeno occidentale.</p>
<p>Tutta la costellazione dei servizi di sicurezza e informazione americana ne è formata. Si studia nelle università, l’hanno sezionato da Ellul a Chomsky. Ne pariamo tutti i giorni riferendoci al coordinamento stalinista del mainstream. L’intero Internet ne è l’infrastruttura, i social ne sono i nodi. L’universo media in cui siamo immersi come girini nello stagno, ne è il contenitore ultimo.</p>
<p>A questa egemonia invincibile, l’area critica cosa oppone?</p>
<p>In genere, il rimpianto delle scomparse condizioni di possibilità esistenti dopo Gramsci. Un intero partito, il Partito Comunista Italiano, ne conseguì la lezione. Giornali, riviste, associazioni, presenza nella scuola, nel teatro, nel cinema, nell’editoria, naturalmente partito (nazionale e territoriale diffuso) e sindacato. Il PCI arriverà addirittura a un 34,4% dei suffragi nel 1976, un inedito nella sfera occidentale. Ma nella sfera del discorso e della cultura, stante che la cultura era struttura importante della vita pubblica, il peso ad alone era anche maggiore. Lo capì Berlusconi, il quale, provenendo empiricamente da una stessa sensibilità quasi animale per il discorso, la persuasione, la fascinazione (ce l’hanno tutti i venditori di qualcosa), attaccò frontalmente con cosce, risate, disimpegno, liberazione dalla pesantezza catto-comunista, liberazione degli istinti, dei vizi privati che farebbero una inedita pubblica virtù: aumentare il benessere e la ricchezza. Divertendosi pure.</p>
<p>La plumbea e triste cappa di autoconsapevolezza del realismo contrito che portava la coscienza politica anni ’70 e relativa frizione sociale, veniva squarciata da “”Vamos alla playa!” con uno sfondo di promessa d’accoppiamento e successo sociale da esibire.</p>
<p>Altresì, i figli della stagione precedente, caduti ormai in un buco nero di sconforto ideologico per crollo della realtà sotto forma di Muro e poi Stato sovietico, per quanto non certo questo un reale riferimento politico concreto, hanno da lì in poi rimpianto le certezze del sistema classe+parito=soggetto. Niente soggetto, niente azione politica, quanto alla “classe”, vattelapesca oggi come è oggi la partizione sociale dove la psicografia soverchia la logica sociodemografica.</p>
<p>Si possono portare avanti progetti di egemonia o sfida e anche solo minimo contrasto, senza i dispostivi classe+partito? Cosa darsi a riferimento se non si ha la possibilità di varare prima un soggetto? Come definire altrimenti un soggetto se non ve ne è uno sociale tagliato precisamente da concrete condizioni? Cosa comporta il fatto che oggi il concetto di “classe” non può far conto su una precisa faglia di popolazione con caratteristiche omogenee?</p>
<p>Nella teoria dei sistemi c’è molto catalogo di forme. Un sistema è formato da una ricetta semplice. Prendete parti, le interrelate tra loro, si saldano naturalmente e fanno una roba maggiore delle sole parti, perché hanno le interrelazioni. Due umani di sesso diverso fanno famiglia, ad esempio, ora alcuni pensano di poterla fare anche se non di sesso diverso. Tali sistemi vivono in un ambiente di sistemi e se sono grandi, essi stessi son fatti di sottosistemi. Ne viene fuori un ambaradan complesso, anche perché non è detto che le interrelazioni siano lineari. Lineare è io ti do uno schiaffo e tu me lo restituisci. Non lineare è se mi spari o mi chiedi di fare pace. Si possono formare complesse catene di interrelazioni non lineari nella catena sistemica. Il tutto si svolge in un contesto con cui i sistemi hanno relazioni da e per. Il concetto che presiede questo stato di compatibilità è il reciproco adattamento. Infine, l’intera questione è una storia, un fenomeno che sta nel tempo, ha una origine, svolgimento, fine o trapasso ad altro.</p>
<p>Provate a immaginarvi questo cubo pieno di cose (una sfera, quello che vi pare) che sono sistemi con sottosistemi al loro interno e con interrelazioni tra quelli maggiori che si agitano in un ambiente delimitato da una cornice che fa da contesto in un dato tempo e per un dato tempo. Questo inquadramento può ospitare il mondo intero, quello materiale e quello immateriale. Dai quanti agli ammassi di galassie, dai fonemi e alfabeti all’intera storia culturale umana, inclusa la religione. Questo impianto descrive il mondo, è in grado di leggerlo a una certa grana. Non lo interpreta lo offre all’interpretazione, non lo pre-giudica lo offre al giudizio, è solo utile. Non esiste in natura nulla che sia un Uno completamente irrelato, non esiste nulla che sia assoluto. Assoluto viene da -ab solutus-, sciolto da legami. Nulla è sciolto da legami nel grande intreccio del mondo, incluso tu e io. Tutto è fatto di cose che hanno legami tra loro.</p>
<p>Tale descrizione vale per qualsiasi macchina creata dall’uomo, per l’uomo stesso, per l’intero cosmo, per l’universo delle idee, dei concetti, dei discorsi e delle teorie. Certo, il sistema meccanico ha sua logica, quello biologico anche, quello mentale figurati, quello sociale di più, quello economico-politico anche, quello fisico dipende dai componenti, quello metafisico anche. Ma c’è uno strato del reale studiato da una disciplina negletta, la chimica, che è proprio lì dove si cucinano i totali maggiori della somma delle loro parti. Dalla chimica poi diparte tutto il mondo organico e inorganico, financo il mentale quando nell’organico s’accende il sistema nervoso. Lo sguardo chimico indaga nella sezione del reale tra il fisico e il biologico, il minerale, l’aeriforme, il liquido.</p>
<p>Il bello epistemico della chimica è che propriamente non ha “leggi” come la fisica (a parte le leggi ponderali che gli sono base per gli aspetti quantitativi delle masse), ha regole, leggi di valenza parziale e fino a caso contrario (che spesso abbondano). Questo perché la chimica risente sempre del contesto in cui opera, non è tutta in sé per sé. Spesso, il nostro pensiero teorico è fortemente influito dal meccanicismo newtoniano poi positivista, tutta roba del XIX secolo, roba che non va più bene, quantomeno nella sua presunzione paradigmatica. Come si possano dire “leggi” in economia o storia o filosofia o psicologia o sociologia è sintomo di quanto male pensiamo. Leggi ci sono in fisica e giurisprudenza, punto. In pieno delirio di potenza potete aggiungere che la vostra individuata legge, ad esempio in economia o politica, è di ferro, di bronzo, d’acciaio, ma state solo facendo dell’immaginaria metallurgia della certezza dato che inconsciamente sapete che non potete star altro che in uno stato reale di incertezza.</p>
<p>La chimica è la scienza dei legami, roba da orticaria per un liberale. Poiché invece tutto il reale è fatto di legami tra cose, varrebbe la pena di studiarli un po’ di più. A me ha sempre fatto impazzire la “regola dell’ottetto”. Pare che gli atomi tendano a formare molecole che poi sono stabili se hanno otto, non meno e non più, elettroni nell’ultima orbita esterna (i chimico-fisici perdoneranno da qui in poi le semplificazioni, spero). H2O è un caso tipico. C’è quindi una logica di equilibrio interno nelle unioni. Ci sono poi le “affinità elettive” avrebbe detto Goethe, le tendenze a maggiori o minori interrelazioni che formano legami. Poi ci sono i catalitici, oggetti che fanno da base per appiccicare atomi o molecole tra loro, partecipano prestandosi come base, poi se tornano a fare gli affari propri. Solone fece una cosa del genere creando i presupposti della successiva stagione democratica ateniese. Chissà perché lo fanno. Non sono i federatori, soggetti guida dei processi di formazione sistemica, poi leader in genere, non hanno interesse al potere se non quello di aiutare a creare maggiori da minori ordinati sebbene dinamici. Vi sono poi processi auto-catalitici, forme di ordine spontaneo di incredibile precisione, dinamica e splendore, vedi acustica e termodinamica. Gli oggetti molecolari poi gradano tra meno di 0, tra 0 e x, oltre x passando dal cristallo al fluido all’aeriforme, sempre con loro logiche di legame. La mano invisibile è un concetto di questa famiglia, un po’ semplificato e idealizzato nella scarsa paginetta della Inquiry smithiana; tuttavia, vi appartiene e tenuto conto dei tempi, alla faccia dell’intuizione, Smith in fondo era solo un professore di filosofia morale scozzese, era la seconda metà del XVIII secolo. Certo era scozzese e non inglese, gli inglesi erano molto più rozzi ed essendo rozzi ne hanno reso rozza l’applicazione. La democrazia in senso radicale è la versione politica della mano invisibile, stessa logica ma con contenuto del tutto diverso. Si chiama “autorganizzazione in stati lontani dall’equilibrio” quelli della vita e porta con se il problema degli adattamenti reciproci. Ne vene spesso fuori ordine dal disordine, mica male, tipo da nubi di supernove il nostro sistema solare, casa. Va poi però anche ricordato che a livello precedente, quello fisico, nel macro, agisce anche la gravità, condizione che spinge le cose tra loro ed aiuta la formazione del concreto e l’ordine della sua dinamica. E c’è anche la termodinamica da considerare. Tuttavia, ammassi galattici che hanno la stessa forma del mio e vostro cervello, invero non sono così precisamente cablati, tuttavia lo sembrano funzionalmente.</p>
<p>Tutto l’argomento, in termini di genealogia dei concetti, sta (vagamente) per certi versi in Aristotele, ma soprattutto non sta nella maniera più assoluta in Platone. Quella mano posta a metà tra cielo e terra quando Aristotele passeggia chiacchierando con Platone con l’indice puntato in cielo (come fanno quelli dell’ISIS per dire che c’è un “solo” Dio, nella famosa Scuola di Atene di Raffaello, indica il regno di mezzo dove le cose si formano per interrelazione, impasto, amalgama. L’ontologia ne risente. In questa impostazione si danno i “possibili” ontologicamente reali (res potentia) e la “realtà” con gli ontologicamente reali (res extensa), Il mondo dei possibili è il mondo che poi alimenta il cambiamento, ma debbono esser possibili almeno “in potenza” per poi diventare “in atto”. A questo stato ci riferiamo quando diciamo di dover essere realistici. Non appiattiti sul reale, ma condizionati dalle più strette condizioni di ciò che può esserlo anche se ora non lo è ancora. Da cui anche l’utilizzo processuale del tempo. Le cose hanno e cambiano nel tempo.</p>
<p>Naturalmente, la trappola della falsa analogia è sempre in agguato. Mondo delle idee, dei discorsi pubblici, della chimica soprattutto biologica, della fisica, sono regni eterogenei o hanno similarità che possono trasferire inferenze? È da vedere caso per caso.</p>
<p>Siamo in epoca liquida si dice, siamo privi di soggetto sociale da autocoscienzare per poi affidarci alla sua leadership di liberazione (ma siamo sicuri di questa idea? Era corretta a livello teorico in generale?), siamo senza partito pur essendo di parte. Non c’è niente da fare? Non possiamo dire e tentare di costruire uno straccio di contro-egemonia oggi ai tempi della dittatura liberal-disperante perché non abbiamo un luogo dove condividere mente e intenzioni e poi voce e azione? E poi, quale teoria di mondo potenzialmente collettiva e comune abbiamo a cui riferirci?</p>
<p>I concetti di intelligenza collettiva o quello junghiano addirittura di inconscio collettivo, sono consistenti? O presupporre funzioni individuate come l’intelligenza e l’inconscio mentale nel non individuale è solo analogia vaga? Com’è allora che funziona quando effettivamente si vede un aggregato o un sistema che ha coerenza senza essere Uno? Che legami deboli e tuttavia operativi agiscono?</p>
<p>Si può provare a costruire una area di egemonia relativa nel discorso pubblico senza avere un soggetto fisico e un sistema ben temperato a guida di leader saggi (i leader saggi penso appartengano al nostro infantile immaginario, nostalgia del genitore, di Dio), per autorganizzazione e convergenza parziale e nebulosa e tuttavia operativa, incidente, risuonante?</p>
<p>Chissà, c’è da studiare penso, al solito…</p>
<p>Io mi occupo da anni, tra le altre cose, delle immagini di mondo. L’immagine di mondo altro non è che l’intera mentalità che io e voi abbiamo in testa, consapevoli o meno. Essa è fatta di contenuti e di metodo, di logica, di categorie, di procedure del pensiero. Spesso ci diciamo i nostri diversi contenuti e non ci capiamo o litighiamo. Per forza, partiamo da forme diverse di comporre il pensiero, dovemmo discutere quelle non i risultati, pensare che partendo dai risultati (idee, opinioni) si possa cambiare il retrostante è senza senso o con possibilità davvero deboli. Bene. Tuttavia, in certi momenti sociostorici, si sono formate immagini di mondo abbastanza omogenee e condivise, Atene, Rinascimento, Zeitgeist, decine di altri casi da Montmartre alla swinging London, passando per la NY anni ’60, il movimento alterglobalista. Entità eterogenee e autonome che condividono almeno parti o gestalt anche vaghe di immagine di modo (più nel metodo che nei contenuti), sono in grado di dialogare, costruire pensiero collettivo e coordinarsi spontaneamente almeno a certi livelli. Presupposto però, è che i portatori di immagini di mondo dialoghino tra loro, abbiano interrelazione, puntino a formare un quadro di maggiore omogeneità relativa.</p>
<p>Noi non dialoghiamo più tra noi. Ognuno di noi intellettuali critici, parla fuori del noi, si rivolge da solo al mondo, fa Hyde Park corner, ha introiettato l’individualismo esistenziale e mentale. Magari ci leggiamo reciprocamente o leggiamo cose simili, ma se non lo discutiamo in comune, la tela non si tesse, il sistema non si forma, l’immagine rimane caleidoscopica. Sta tutta in un tubo, ma non ha forma sua.</p>
<p>Un tentativo di porsi il problema della per quanto limitata contro-egemonia da poter costruire nel tempo (sono cose che si fanno con questa materia prima: il tempo), forse dovrebbe porsi questo problema. Non avremmo i mezzi e il soggetto, ma potremmo comunque lavorare a formare una meno eterogenea immagine di mondo di riferimento comune, senza per questo immaginare una truppa ordinata allineata e coperta.</p>
<p>Certo l’impostazione critica di cui qui pur rileviamo problemi, è solo negativa, è condivisione del negativo e il riferimento che critichiamo dà comunque un po’ di ordine. Se dovessimo passare alla fase costruens, la fase positiva, la varietà esploderebbe. Già oggi tra demagoghi populisti, quasi conservatori, destra non conformista, progressisti non traviati, mille sfumature della fu sinistra, ostinati marxisti, vaghe stelle dell’orsa, abbiamo un indice di biodiversità (e confusione) altissimo. Ma tanto abbiamo da occuparci del problema più semplice, per il momento. A coloro che storceranno la bocca per l’estrema eterogeneità dell’elenco pensando subito con ribrezzo il vedersi accumunato a impostazioni del tutto non condivise, segnalo che democrazia radicale prevede la lotta delle idee al suo interno -così come la lotta di classe o addirittura la stasis-, per poi trovare spinta per la lotta esterna che il fine ultimo. Ci sono infatti problemi di egemonia nel sistema per dare poi al sistema la possibilità di lottare contro altri sistemi. L’avversario dominante ha tratti totalitari, si devono opporre masse per quanto poco unificate. Si tratta di idee e discorsi, non ancora di azione politica concreta, di azione culturale. Siamo tutti ateniesi, non siamo spartani, condividiamo la stessa polis, ci piaccia o meno.</p>
<p>Dialogo, logos in comune tra due, discorso non impianto e suoi risultati, semplice discorso, relazione, relazione che forma sistemi tramite legami, anche deboli. Tele, reti, pattern, gestalt, cose di tutti, per tutti e di nessuno, cosa da mettere in mezzo a noi (en mèson), in comune.</p>
<p>Chissà che comunitarismo, bene comune, senso comune, comunismo, sistemi non abbiano questa stessa radice, radice e radicale che si dice: “Essere radicale significa cogliere la cosa alla radice (Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione)”. Radici, rizomi, tuberi, bulbi. Datemi retta, nei vostri modi di pensiero, abbandonate la meccanica e avventuratevi in biologia, siamo tutti Bios, perché ragioniamo come macchine?</p>
<p>Capitalismo è macchina, democrazia è Bios.</p>
<p>Sul mondo letto con lenti Bios, segnalo un autore della cultura della complessità americano: Stuart Kauffman, del Santa Fé Institute.</p>
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		<title>Comunisti e stato</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 18:23:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lenin]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Pierluigi Fagan]]></category>

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		<description><![CDATA[Comunisti e stato di Pierluigi Fagan (Qualcuno si domanderà dell&#8217;attualità e senso di questo post rispetto ai discorsi che qui sviluppiamo da tempo. Va letto, purtroppo, per scoprirlo) Il rapporto teorico e pratico tra comunisti e Stato è assai problematico. La concezione dello Stato nello sviluppo del lavoro teorico di Marx ed Engels è di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/03/OIP1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8862" title="oip" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/03/OIP1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a></p>
<h1>Comunisti e stato</h1>
<h3>di Pierluigi Fagan</h3>
<p>(Qualcuno si domanderà dell&#8217;attualità e senso di questo post rispetto ai discorsi che qui sviluppiamo da tempo. Va letto, purtroppo, per scoprirlo)</p>
<p><strong>Il rapporto teorico e pratico tra comunisti e Stato è assai problematico.</strong></p>
<p>La concezione dello Stato nello sviluppo del lavoro teorico di Marx ed Engels è di lenta e mai ultimata precisazione. Ma la linea principale vedeva l’idea di impossessarsi dello Stato con la forza per poi far deperire lo Stato per lenta autodemolizione nella fase della “dittatura del proletariato”, in favore di un modello finale che Marx idealizza nella Comune di Parigi (1871).</p>
<p>Ma la Comune durò scarsi due mesi, era una città non uno Stato come dimensioni e complessità di funzioni. Lenin rimarrà strettamente ortodosso nel perseguimento della strategia marxiana, ma la prematura morte portò poi a Stalin dove si realizza l’esatto contrario, la creazione di uno Stato totalitario, burocratico e poliziesco.</p>
<p>E tuttavia, va osservato, Marx idealizzava su una comunità di 1,8 milioni di parigini neanche alle prese con responsabilità di governo di un ente nazionale esteso, invisi certo ai poteri di mezza Europa, che per due mesi fecero baldoria producendo mito e speranza, ma Stalin guidava una nazione assediata non solo dagli europei (tra cui poi i nazifascisti) ma dagli anglosassoni con americani sempre più rilevanti, ma anche famelici giapponesi, per più di trenta anni, con una estensione territoriale immensa e con tra 150 e 200 milioni di abitanti.</p>
<p>Ora, in pura linea teorica, il pensiero marxiano dialettico, prevede un circolo ricorsivo tra teoria e prassi per il quale l’azione è premessa in teoria ma questa è poi modificata dall’azione o meglio dalla presa in atto dei suoi effetti. Su questo argomento dello Stato però, la parte teorica è della seconda metà dell’Ottocento, basata su standard europei e nelle sole menti di Marx ed Engels con giusto lo spunto concreto, limitato, della Comune. Marx dice chiaramente che l’intento ultimo è il superamento dello Stato, non meno di quanto non lo teorizzavano anche gli anarchici, solo, sul piano della prassi politica, era necessaria una fase di transizione in cui bisognava impossessarsi dello Stato per poi farlo deperire lentamente dal di dentro, preparando e guidando il suo “superamento”. Allora, si sarebbe poi potuto passare alla radiosa seconda fase di una società senza classi con una attesa e data per certa, esplosione di libero sviluppo delle forze produttive. Promessa o attesa basata su cosa non si sa, per quanto addirittura vantata come “scientifica”, in pieno delirio positivista.</p>
<p>La parte pratica fu solo per poco nelle mani guida di Lenin fedele all’impianto marxiano e presto passata nelle mani di Stalin che però doveva gestire una situazione concreta innegabilmente incongruente rispetto alla teoria e sue aspettative astratte. Per esser chiari, s’immagini di prendere a modello i due mesi della comune di Parigi e si pensi a come farlo diventare il modello della nazione sovietica sotto attacchi molteplici, nella complessità socio-storica di un secolo dopo, con 150 milioni di abitanti con altrettante etnie su un territorio non sempre facile e immenso, in marcia verso il comunismo.</p>
<p>Si sarebbe allora dovuto realizzare la chiusura del circolo dialettico e riformulare in qualche modo la teoria sulla base delle prassi e del realismo, ma ciò non fu mai fatto. Lo Stato staliniano divenne un fatto duro e ben chiaro nella forma che nulla aveva a che fare con le premesse teoriche di un secolo prima, anzi ne era la specchiata inversione. Per esser di nuovo chiari: che cosa altro avrebbe potuto o dovuto fare Stalin anche ammesso non fosse lo Stalin che poi conosciamo?</p>
<p>Il ruolo di Lenin in questo processo fu quello di aver preparato la forma che doveva gestire la transizione della prima fase del processo di sviluppo verso il comunismo, centralizzando, dando al partito sempre più e sempre meno ai soviet, ma in vista del deperimento dello Stato conformemente la teoria di M/E. Quando morì, Stalin ereditò una forma che però usò in modo del tutto opposto, assumendola come forma migliore senza traguardi di superamento dello Stato, come unica forma possibile. Quanto ciò corrispondesse a sua preferenza ideologica o quanto fosse invece semplicemente realistico data la situazione socio-storica, è questione che qui non ci interessa. Sta di fatto che la storia teorico-pratica del rapporto tra pensiero e prassi politica comunista e Stato, è spezzettata teoricamente e invertita nei fatti, dimostrandosi una non teoria.</p>
<p>Si realizza così il paradosso su cui già Marx aveva avvertito: ogni rivoluzione finisce poi con il perfezionare la macchina dello Stato che pure doveva spezzare negli intenti.</p>
<p>Se allora la teoria comunista non ha invero una vera teoria dello Stato e anzi a presupposto ne ha vagheggiato l’estinzione programmata senza prender atto che cinquemila anni di storia di civiltà umana mostra la totale dominanza strutturale, universale per tempo e spazio, di una qualche forma di Stato (responsabilità teorica di Marx), allora la teoria comunista non ha senso politico usabile.</p>
<p>In più, non considerare la differenza strutturale tra modelli micro (Parigi) e macro (URSS) e voler comprimere per pura volontà il tempo storico necessario a ogni transizione, tempo tanto più lungo, contraddittorio e complesso, quanto più è complessa la struttura stessa di ciò che va in transizione, comprimendo anzi a forza tale complessità nei meccanicismi ciechi della confusa e inebriante furia rivoluzionaria, aggrava la non usabilità di questa ipotesi teorica senza fondamenti realistici. La teoria è ingombra, spesso, di tardivi slanci indealistico-romantici che dovrebbero andare a verifica ora che son passati un secolo e mezzo di anni.</p>
<p>Infine, con la mancanza di lettura di come strutturalmente ogni fatto politico socio-storico di un determinato popolo o Paese, debba fare i conti con le pressioni di diverso contesto geo-storico, la cultura comunista si è condannata a una cecità del reale fatale.</p>
<p>Da ultimo, c’è un grave problema nell’ambiente teorico marxista per il quale l’impostazione marxiana (IIa ed XI Tesi su Feuerbach) dell’anello ricorsivo teoria1-prassi-teoria2, secondo poi Gramsci l’essenza che sorreggeva questa visione politica del mondo e della trasformazione sociale, non è mai stata applicata. Quando nel 1991 crolla l’URSS, l’ambiente teorico marxista, ebbe l’occasione di riservarsi uno spazio libero per operare questa revisione proprio sulla base di ciò che era stata l’URSS, fuori ormai dal conflitto Novecentesco avendo nei fatti perso tutto. Ma non lo fece. Così rimane lì morta questa linea teorica che pure qualcuno ritiene ancora semi-viva o rivitalizzabile o solo da rimpiangere in un esteso e malinconico “sarebbe stato bello se…”.</p>
<p>Peccato, l’idea di Marx del circolo teoria-prassi è ottima e senza alternative, peccato sia stata solo enunciata e mai praticata. Se praticata, anche tardivamente dopo il 1991, oggi avremmo un qualche straccio di alternativa teorica alle forme politiche in cui viviamo. Forse i comunisti si sarebbero dati una calmata osservando un po’ più la complessità di tali auspicate trasformazioni comportano, forse avrebbero capito come utilizzare la democrazia (non quella che noi chiamiamo democrazia ovvio). Forse oggi invece che continuare a scrivere inutili libri sulle forme economiche, questo pur rilevante serbatoio di spesso acuti pensatori, si sarebbe dedicato allo sviluppo di nuova teoria politica.</p>
<p>Imparare dagli errori, anche tardivamente, sarebbe comunque onorare finalmente l’intuizione pragmatica di Marx, ma pare che ancora a pochi sia venuta in mente l’idea di intraprendere questa revisione lasciata lì abbandonata e senza seguito. Peccato che tanti di quell’ambiente teorico, preferiscano rimanere nella Scolastica della difesa dei dogmi del Libro (o più che “un” libro” una collezione di citazioni estrapolate qui e là), festeggino attualità e vivezza del pensiero del grande Maestro (che vedono spesso solo loro e qualche volta il the Economist uso farci ogni tanto delle belle copertine pop), trovino magie da Marx ecologista, ambientalista, femminista e quant’altro di anacronistico di possa inventare e continuino, ostinati oltre ogni ragione, a fondare e rifondare inutili partitini surreali come le mosche della bottiglia di Wittgenstein.</p>
<p>Se l’azione ovvero la realtà verificata, non torna al pensiero modificandolo, non si va da nessuna parte. Vale per gli individui, le società, i gruppi, gli intenti politici di ogni ordine e tempo.</p>
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		<title>IL NEO-NAZIONALISMO MORALE OCCIDENTALE. Pubblicato il 15 ottobre 2023 da pierluigi fagan</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Oct 2023 17:58:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Idee e proposte]]></category>
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		<description><![CDATA[IL NEO-NAZIONALISMO MORALE OCCIDENTALE. Pubblicato il 15 ottobre 2023 da pierluigi fagan L’argomento è complicato e si debbono usare termini carichi di stratificazioni storiche e ideologiche, termini spesso imprecisi che coltivano fraintendimenti, lo spazio è breve e le mie capacità limitate, tuttavia sento l’esigenza forte di trattarlo ugualmente. Partiamo dalla presentazione della tesi: in Occidente, si va formando un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><img src="https://sinistrainrete.info/images/storie13/www.nelfuturo.jpeg.webp" alt="www.nelfuturo.jpeg" /></h2>
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<h2><a href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/" rel="bookmark">IL NEO-NAZIONALISMO MORALE OCCIDENTALE.</a></h2>
<div>Pubblicato il <a title="7:20 am" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/" rel="bookmark">15 ottobre 2023</a> da <a title="Leggi tutti gli articoli di pierluigi fagan" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/author/pierluigifagan/">pierluigi fagan</a></div>
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<p>L’argomento è complicato e si debbono usare termini carichi di stratificazioni storiche e ideologiche, termini spesso imprecisi che coltivano fraintendimenti, lo spazio è breve e le mie capacità limitate, tuttavia sento l’esigenza forte di trattarlo ugualmente. Partiamo dalla presentazione della tesi: in Occidente, si va formando un sentimento identitario di appartenenza meta-nazionale, basato sulla superiorità morale. Trattiamo qui Occidente come una macro-nazione coincidente nei bordi con la sua definizione di civiltà. Civiltà, tuttavia, è una definizione storico-analitica, nessuno ha mai provato sentimenti per l’appartenenza ad una civiltà, ad una “nazione” sì.</p>
<p>Il concetto di nazione (o il precedente “popolo”) ha dato storicamente vita a due sentimenti, uno debole come auto-identificazione di appartenenza, l’altro forte come ideologia che dal difensivo (noi siamo diversi da loro) passa facilmente all’offensivo (noi siamo superiori a loro ed abbiamo diritti su di loro in base a tale superiorità). Da coloro che partono dal “sangue comune” fino a chi pensa che il concetto di nazione sia una pura tradizione inventata, c’è un ampio dispiegarsi di posizioni. Mondato il concetto di ogni sentimento e ideologia, di per sé, si possono rinvenire gruppi umani che hanno una certa coerenza interna più di quanto il loro stare assieme abbia con l’esterno. Se li analizzate stando al loro interno e rivolgendovi a questo, sembreranno anche troppo vari e disomogenei per ritenere il concetto sostenibile. Se però li analizzate dall’esterno in contesti più ampi dove ci sono altri gruppi di diversa storia e tradizione, effettivamente l’appartenenza ad una certa nazionalità è congruente, distinguente, “emerge” dalla comparazione. Dire se per cultura o natura è ereditare una falsa dicotomia, insostenibile in biologia e storia.</p>
<p>Ci sono “nazioni” senza stati e stati con più nazioni dentro. La “nazione occidentale” è un inedito in quanto si presuppone una comune appartenenza a genti di più stati che hanno già una loro identità nazionale. Ma le identità multiple (K. Crenshaw) non sono da tempo un problema, ci sono testaccini, che poi sono romani, che poi sono italiani, che poi sono europei, c’è spazio anche per occidentali e sempre che si voglia rimanere dentro la sola definizione geostorica. Alcuni, ad esempio E. Morin<a id="_ednref1" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn1">[i]</a>, sono andati con lo sguardo avanti promuovendo un sentimento di comune appartenenza all’umanità terrestre, in chiave ecologica anche Latour<a id="_ednref2" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn2">[ii]</a>, il che va benissimo. Tuttavia, condizioni per l’evolversi di tale sentimento oggi non esistono ed anzi ne esistono di contrarie. Poiché ogni cosa ha gradini da salire per compiersi, già evolvere un sentimento razionale che cerchi il difficile incastro per una pacifica convivenza planetaria coi differenti sarebbe utile.</p>
<p>Se torniamo alla prima specifica, la nazione aggruppa genti che hanno in comune parecchie cose se comparate con altre genti di diversa storia e tradizione. Poiché non ci siamo mai trovati in un mondo di otto miliardi di individui in duecento stati e varie civiltà, fortemente intrecciati da pratiche e problemi comuni, in competizione più che in cooperazione, ecco che si tenta di formare un sentimento di “nazione” in quella che prima era una più fredda “civiltà”. È l’attrito con le altre civiltà a far scaturire il sentimento di appartenenza che porta poi alla nuova macro-nazione. In sé, ma molto più in come viene raccontata al fine di costruirla.</p>
<p>Alcuni studiosi (Hobsbawm<a id="_ednref3" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn3">[iii]</a>, Anderson<a id="_ednref4" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn4">[iv]</a> etc<a id="_ednref5" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn5">[v]</a>.) hanno sostenuto l’inesistenza reale di qualcosa come una nazione che sarebbe una tradizione inventata da élite che hanno avuto interesse a riquadrare un popolo sottostante per manovrarlo a propri scopi. C’è del vero storico in questa tesi, ma essa soffre anche dello schematismo originario per cui nasce per togliere legittimità ad ogni nazionalismo (per gli studiosi marxisti ci sono solo “classi”). Sarebbe forse più congruo dire che c’è qualcosa che unisce coloro che appartengono ad un dato popolo e tuttavia da solo, questo “qualcosa” non avrebbe mai generato sentimenti forti o addirittura ideologie quindi, in effetti, c’è chi manipola questo “qualcosa” che c’è, ma è debole o solo in potenza. Per avere un sentimento di nazione ci deve essere un sottostante potenziale, non s’inventa di sana pianta e tuttavia questo sottostante non basta a giustificare la sua deriva ideologica.</p>
<p>Il sentimento “noi occidentali” è oggi una precisa ideologia promossa dalle élite occidentali ovvero quel gruppo con signorie locali che fanno capo ad un principe, statunitense. Il principe statunitense ha lanciato l’operazione “noi occidentali” in Ucraina poiché una delle ragioni del come si sta gestendo quel conflitto in ottica multipolare è stata la piena cattura egemonica dell’Europa, l’annessione dell’altrimenti vociante, incoerente e disparata Europa sotto la protezione del principe di oltreatlantico. La polarizzazione degli occidentali europei è stata ottenuta con sorprendente velocità ed allineamento poiché gli europei vagavano in un limbo idealistico ed irresponsabile di negazione della realtà mentre gli statunitensi, sulla realtà, avevano progetti. Ma la dura struttura non basta, ci vuole un riflesso sovrastrutturale per sentirsi uniti. Ormai usiamo categorie di pensiero, mode del pensiero, slogan americani, software-mail-browser statunitensi, siamo culturalmente euro-americani su fino al come sono impostate molte discipline, la loro epistemologia, il metodo. Tutta questa è la nostra immagine di mondo occidentale dominante. C’è quindi una evidente egemonia che prima che nei concetti e nelle idee è proprio nelle forme del pensare. In Ucraina, a Taiwan, nel Sahel, in Israele e non mancheranno nuove aree di crisi economica-migratoria-ecoclimatica con effetti sociali, la perturbazione unifica e la torsione multipolare del mondo ne promette a ripetizione, il polo occidentale si costituisce perché l’unione fa la forza e sotto attacco c’è bisogno di unirsi.</p>
<p>Gli statunitensi stanno tentando l’istituzione di un nazionalismo occidentale in un frame che resuscita lo “scontro di civiltà”, intuizione di Samuel Huntington anni ’90<a id="_ednref6" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn6">[vi]</a>. Abbiamo citato Huntington in un precedente articolo<a id="_ednref7" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn7">[vii]</a> sulla progressiva corrosione dello standard democratico uscito dal dopoguerra. L’indebolimento della democrazia è propedeutico al principato ed all’unificazione della nuova nazione sotto attacco. Quindi, sul piano concreto ormai l’Europa è messa al corrente delle strategie sul mondo che fanno gli statunitensi, sul piano ideologico consegue il sentirsi parte della nazione occidentale di cui condividiamo una cultura relativamente omogenea, il cui principe sa cosa e come si deve fare in un clima di perenne emergenza. Questo piano politico-ideologico ha bisogno di un sentimento.</p>
<div></div>
<p>La natura di questo nuovo sentimento del popolo occidentale, che, come ogni popolo che finisce con l’esuberare il proprio nazionalismo da identità distinguente a ragione di superiorità ha bisogno di ragioni “alte”, è la superiorità morale.</p>
<p>Noi siamo superiori moralmente: diritti individuali (i sociali non esistono perché non esiste una cosa chiamata “società”), parità dei sessi, tolleriamo i diversamente sessuali, siamo democratici, scientifici quindi razionalmente oggettivi, siamo liberi e liberali, siamo inclusivi, non ammazziamo i bambini ed i civili altrui -a almeno così ce la raccontiamo-, quando non si può fare a meno di difendere qualcuno bullizzato da non civiltà o civiltà degenerate magari usciamo le armi ma è il nostro destino di polizia morale del mondo che ce lo impone, vogliamo “solo” commerciare, competere con regole per la ricchezza e la posizione sociale. Si badi, si può anche credere a tutto ciò ma non c’è nulla in questa credenza che implichi il fatto che “migliore” deve portare allo scontro contro il “peggiore”. Addirittura, si potrebbe argomentare al contrario, proprio perché sei migliore dovresti saper gestire le differenze evitando il conflitto.</p>
<p>Certo se ti sembra normale andare a fare un rave party a poca distanza da un concentrato di due milioni e passa di persone, per lo più altrettanto giovani, che tu hai segregato da recinzioni e oggetto di privazioni e restrizioni che le pongono in condizioni subumane, lo ritieni un “diritto” e non un problema, allora stai ancora a Maria Antonietta per la quale la fame del popolo si doveva curare dandogli i croissant (storiella falsa ma cucita apposta per far capire le contraddizioni a gente che dopo la quinta parola di un enunciato crolla nella nebbia mentale) ovvero hai una totale ignoranza del contesto. Non mi riferisco alla concreta cosa in sé, mi riferisco al piano simbolico, è simbolo dei tempi avvicinare a meno di cinque chilometri giovani che vivono due mondi ed immagini di mondo così diverse e contrastanti, ma correlate sul piano concreto e causativo e non ritenerlo un sintomo problematico in termini di cultura di convivenza<a id="_ednref8" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn8">[viii]</a>.</p>
<p>Non curare le più vistose contraddizioni porta a reazione. Ne consegue ogni bruttura poiché l’azione reattiva non è notoriamente razionale e nell’irrazionale torniamo animali quali in buona parte siamo ancora pur meravigliandoci del fatto, invece di meravigliarci del fatto che ci meravigliamo di una ovvietà. Ribadisco, non c’è problema se ti piacciono i rave party e ti senti superiore moralmente, l’etnocentrismo è lo schema culturale più diffuso al mondo secondo quanto disse -a ragione- Levy Strauss. Solo, dovresti preoccuparti anche solo per buonsenso funzionale, del fatto che hai coltivato una bomba emotiva di rabbia e ci vai ignaro davanti a fare una festa sesso-droga-rock ’n’ roll. Così ti vengono a sparare ed allora tu hai diritto di andare a massacrarli perché loro ti hanno massacrato perché tu li avevi massacrati in passato e così lungo la catena dei misfatti di settanta anni. Sarai anche “migliore” ma non si capisce in cosa visto che sei ancora alle faide tribali.</p>
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<p>Quando il ministro israeliano definisce i palestinesi di Gaza “animali umani” non pensa che se tratti qualcuno da animale umano poi quello si comporta da animale umano? Ah, ma così giustifichi Hamas! Ma il problema della “giustificazione” è tutto interno ad una mentalità morale, io non ce l’ho quella mentalità, ho quella realista azione-reazione e mi pare ovvio che se tratti qualcuno da animale poi lui si comporta di conseguenza, non c’è giusto o sbagliato, è ovvio e conseguente, ti piaccia o meno, è un fatto non un giudizio.</p>
<p>I costruttori della nuova supremazia morale stanno in questi giorni piantando nel discorso pubblico il discrimine dell’antisemitismo. Ecco trasformata una complessa questione storico-culturale che ha settanta e passa anni, in una crociata morale. La crociata morale pesca nelle emozioni come il nazionalismo aggressivo, è prepolitica, è dicotomica ovvero taglia ogni mezzatinta, esclude tu possa rifiutare la dicotomia imposta puoi solo scegliere da che parti trovarti anche se il contenuto morale auto-evidente fa sì che tu in realtà non puoi scegliere nulla, non vorrai mica parteggiare per il “nemico della tua civiltà”? Saresti un traditore che è un nemico interno che va trattato come quello esterno, magari un po’ meglio visto che è dei nostri come nazione e quindi merita un occhio di riguardo per non farci scivolare nella barbarie che stiamo combattendo.</p>
<p>Ma è un meglio relativo, come con il meccanismo “aggredito-aggressore” basta l’ostracismo antica pratica di autoprotezione dei gruppi umani. Questi meccanismi sono pensati da qualcuno, compaiono subito e diventano presto condivisi, quello attuale è l’assimilazione di Hamas all’ISIS, quindi jihad e scontro di civiltà a seguire. I nostri media sono presidiati dalla nuova “polizia morale” che ha la stessa funzione che ha in Iran, presidiare la norma. Anzi prima c’è la squadra che taglia la rappresentazione delle realtà e la ripetizione di informazioni in un certo modo, prepara il terreno, poi arriva la polizia morale e punisce in pubblico l’ospite chiamato a sostenere l’insostenibile per testimoniare del nostro liberalismo tollerante. La punizione in pubblico è socio-pedagogicamente proficua per presidiare la norma e mostrare che fine si fa ad esser divergenti.</p>
<p>Molti che contro-argomentano che la nostra civiltà è piena di falsa coscienza, ipocrita, sottilmente altrettanto violenta a mio avviso perdono tempo, accettano la partizione del discorso con gente che ha cento volte la potenza di fuoco dell’immagine di mondo pubblica, una immagine emotiva visto che debbono pompare un sentimento morale. A questo discorso tutto morale va opposto il piano per il quale ci sono solo due modi di ordinare l’intero pianeta umano, contrattando o imponendo, il piano del reale. Il senso di superiorità morale aggressiva non contratta e visto che in teoria dovremmo essere qualcosa di simile ad una democrazia, non si capisce neanche chi l’ha deciso viste anche le conseguenze che comporta. Togliere il fregio di “democrazia” alla nostra civiltà degenerante aiuterebbe a minarne il presupposto di superiorità.</p>
<p>La nota è motivata dall’idea che dobbiamo fare attenzione a certe strutture culturali sociali, preoccuparci sul serio. Non è che perché siamo ormai in gran parte atei o agnostici o deboli di Spirito (in tanti sensi) che la “religione” è morta. La struttura socioculturale del fenomeno religioso (Durkheim per intenderci) spunta fuori anche se non si sta parlando di dio o dei santi o delle preghiere o delle chiese. Non è nata a quel fine, le preesiste nella nostra storia del tempo profondo, molto prima della civiltà.</p>
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<p>Così la pulizia etnica o religiosa altro non è che l’antico principio della necessaria omogeneità richiesta per manovrare una nazione senza irriducibili resistenze interne, capita venga usato anche da chi, in altri luoghi e tempi ne è stato vittima se da minoranza si trova poi ad esser nazione.</p>
<p>La struttura socioculturale del nazionalismo aggressivo di antica origine clanico-tribale, spunta fuori anche se con forme quali certo non aveva ai primi Novecento, patria, sangue, destino.</p>
<p>Queste strutture possono esser vestite in vario modo. Ora hanno riscoperto il “profeta” Kagan (2018)<a id="_ednref9" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn9">[ix]</a>: “L’ordine mondiale liberale (occidentale) è fragile e impermanente. Come un giardino, è sempre sotto assedio da parte delle forze naturali della storia, la giungla le cui viti ed erbacce minacciano costantemente di sopraffarlo”. Come si possa dar per ovvio che l’idea di ordine mondiale di una parte che pesa il 17% del mondo, debba inderogabilmente valere per il 100%, non si sa. Ma al superiore morale la realtà è indifferente, c’è solo la cieca volontà di avere il diritto di estendere il suo locale ad universale perché non riesce a cambiare adattandosi ai mutati contesti. Non riesce a venire a patti con gli altri perché troppo profonde sarebbero le modificazioni cui dovrebbe assoggettarsi. Rifiuta la realtà ed abbraccia la definizione minima di nevrosi: <em>scarsa capacità di adattamento al proprio ambiente, incapacità di cambiare i propri schemi di vita e incapacità di sviluppare una personalità più ricca, più complessa e più soddisfacente.</em> La superiorità morale serve anche a giustificare la nevrosi.</p>
<p>Sappiamo chi pompa questi sentimenti e perché lo fa, sappiamo come va a finire. Pensarci prima è meglio che piangerne dopo. Non è morale, è razionale.</p>
<p>Io sono occidentale e mi vergogno di dover condividere la categoria con certa gente. Dovremmo alzare la voce e contrastare questo tentativo di definire dall’alto la nostra stessa identità, imporre il dibattito su quale tipo di civiltà vogliamo essere nell’era complessa<a id="_ednref10" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_edn10">[x]</a>. Porre il discrimine pragmatico tra imporre o contrattare. Nell’era complessa, se la nostra civiltà andrà in guerra, morirà, è una guerra che semplicemente non può vincere.</p>
<p>= = = =</p>
<hr />
<p><a id="_edn1" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref1">[i]</a> E. Morin, Terra-Patria, Cortina editore, 1994</p>
<p><a id="_edn2" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref2">[ii]</a> B. Latour, La sfida di Gaia, Meltemi, 2020</p>
<p><a id="_edn3" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref3">[iii]</a> E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, Einaudi, 1991-2002</p>
<div></div>
<p><a id="_edn4" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref4">[iv]</a> B. Anderson, Comunità immaginate, Laterza, 1983-2016</p>
<p><a id="_edn5" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref5">[v]</a> Ad esempio: P. Grilli di Cortona, Stati, nazioni e nazionalismi in Europa, il Mulino, 2003</p>
<p><a id="_edn6" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref6">[vi]</a> S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà, Garzanti, 1997</p>
<p><a id="_edn7" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref7">[vii]</a> <a href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/09/29/giu-la-testa/">https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/09/29/giu-la-testa/</a></p>
<p><a id="_edn8" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref8">[viii]</a> I. Buruma, A. Margalit, Occidentalismo, Einaudi, 2004</p>
<p><a id="_edn9" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref9">[ix]</a> R. Kagan, The Jungle Grows Back, Knopf Doubleday Publishing Group, 2019</p>
<p><a id="_edn10" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/15/il-neo-nazionalismo-morale-occidentale/#_ednref10">[x]</a> AA.VV. Genealogie dell’Occidente, Bollati Boringhieri, 2015</p>
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		<title>NUOVA DEMOCRAZIA.</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Oct 2023 14:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Pierluigi Fagan]]></category>
		<category><![CDATA[Populismo]]></category>
		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

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		<description><![CDATA[NUOVA DEMOCRAZIA. Approvata la scorsa settimana in Grecia, antica patria del concetto di democrazia, una nuova legge sul lavoro. Settimana di lavoro estesa al sabato, si potranno sommare due lavori fino a 13 ore al giorno, si potrà andare in pensione fino a 74 anni, licenziamenti senza preavviso entro il primo anno, periodo di prova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/10/71r6TWPyHqL._SL1500_.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8657" title="71r6twpyhql-_sl1500_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/10/71r6TWPyHqL._SL1500_-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a></h2>
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<h2><a href="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/02/nuova-democrazia/" rel="bookmark">NUOVA DEMOCRAZIA.</a></h2>
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<p>Approvata la scorsa settimana in Grecia, antica patria del concetto di democrazia, una nuova legge sul lavoro.</p>
<p>Settimana di lavoro estesa al sabato, si potranno sommare due lavori fino a 13 ore al giorno, si potrà andare in pensione fino a 74 anni, licenziamenti senza preavviso entro il primo anno, periodo di prova fino a sei mesi per gli impiegati, drastiche limitazioni al diritto di sciopero. Chi ostacolerà il lavoro dei colleghi, per esempio con il picchettaggio, sarà punito con una pena detentiva di 6 mesi e una multa di almeno 5mila euro.</p>
<p>Va be’, si dirà, se la sono voluta visto che quelli che hanno approvato questa mostruosità qualcuno li avrà pure eletti, no? Questi sono gli effetti della svalutazione del Politico e della democrazia di cui parlavamo nel post precedente, valido anche per capire come siamo finiti qua.</p>
<p>In nome della “governabilità” si sono approvati una legge ultra-maggioritaria. Avendo il controllo dell’opinione pubblica hanno accompagnato le recenti elezioni di giugno a modo loro. Così, sono andati a votare solo il 50% degli aventi diritto. Nea Dimokratia -ovvero il partito dell’oligarchia- ha preso il 40%, ha potuto fare un monocolore ed approvare la legge mostruosa. Quindi un partito votato dal 20% degli aventi diritto oggi comanda come gli pare e piace, formalmente eletto. “Democrazia” è nel nome del partito che ha compiuto il misfatto e del sistema elettoral-politico che glielo ha permesso, è questa davvero una “democrazia”?</p>
<p>Quel 20% di greci, sono più o meno quanto i sociologi stimano essere la parte alta della piramide sociale nei nostri tipi di società occidentali. Gli americani a cui piacciono le semplificazioni e gli slogan pubblicitari, hanno sintetizzato il concetto dell’1% a dire quanta sproporzione c’è tra i super ricchi ed i normali.</p>
<p>I populisti, gente che ha materia grigia sì e no per giocare al fantacalcio, ripetono il mantra, secondo loro questa è l’ingiustizia, popolo vs élite ristrettissima. Ma le cose non funzionano così. Intorno quell’1% c’è un primo 5% e poi un ulteriore 10-15% di persone che supportano il sistema perché ne traggono, proporzionatamente, grandi benefici.</p>
<p>Sono poi quelli che fanno l’opinione, quelli che manifestano il consenso delle persone per bene ed informate. Loro sì motivatissimi ad andare a votare, consapevoli della splendida opportunità di poter mandare al governo gente che poi fa quelle leggi che permettono loro più ricchezza e più potere. Non sono miliardari, magari hanno solo un ristorante vista mare o disegnano ville per quelli più ricchi. Questo quinto delle nostre società, a volte un quarto, è mimetico, silenzioso, inoffensivo. Magari al bar si unisce agli altri a criticare il governo ed il quanto male va il mondo.</p>
<p>Non vorrei scomodare l’antiquaria concettuale ovvero la lotta di classe; tuttavia, coloro che sbraitano contro le élite dell’1% dovrebbero capire che c’è un ampio gruppo sociale a supporto e sostegno di quella risibile percentuale, sono tra noi, magari amici, gioviali, simpatici sono uno su un quinto, a volte uno su un quarto. Mentre maledici quelli potenti che sono imprendibili ed inarrivabili, questi ce li hai accanto a te.</p>
<p>Questa è la dittatura della minoranza della democrazia liberale, una minoranza eletta da una minoranza elettrice.</p>
<p>Così è stato il sistema elettivo inglese sin dal 1688-89. Almeno fino al dopoguerra era così per legge. Poi hanno dovuto concedere il diritto formale di voto a tutti con pari valore (forse non è noto che in Gran Bretagna alcuni possidenti potevano votare in più circoscrizioni fino al ’48, in realtà fino al ’69 per le locali, ancora oggi nella City). Il voto plurimo per la piramide sociale è dentro il cuore della teoria politica liberale, è in John Stuart Mill.</p>
<p>Da quaranta anni hanno a tal punto svalutato politica e rappresentanza che ormai hanno riottenuto la condizione originaria liberale per cui si votano tra loro e poi ti governano a piacimento. Si fanno le leggi elettorali su misura, ridisegnano i collegi, ti bombardano di stupidaggini a cui abbocchi invariabilmente per dire la tua e sentirti “libero”. Ma al momento giusto, fanno leggi, adesso anche in nome e per conto tuo che non li hai votati, per silenzio-assenso, costituzionalmente, democraticamente.</p>
<p>E cosa decidono? Che devi lavorare più ore, più anni, a meno, a chiamata e senza fiatare.</p>
<p>Comprendo amici e colleghi impegnati nell’analisi e nel lavoro critico contro lo stato di cose. Capisco che qualcuno si possa appassionare a questo o quell’aspetto del sistema complesso dominante e senta la ragione e la spinta a concentrarsi su quello. Tuttavia se, come credo, i loro intenti intellettuali e politici sono onesti, dovrebbero riflettere su questo scandalo che si sta allargando a macchia d’olio.</p>
<p>Negli USA che sono una macchina del tempo in cui possiamo vedere il nostro futuro, dopo l’annessione egemonica dell’Europa susseguente la guerra in Ucraina ormai in forma a trazione integrale, con trasferimento di idee e soluzioni a breve tempo, stanno già un passo avanti.</p>
<p>Già nel 2023, sette progetti di legge per indebolire la tutela del lavoro minorile sono stati introdotti in sei stati del Midwest (Iowa, Minnesota, Missouri, Nebraska, Ohio e South Dakota) e in Arkansas, dove è stato adottato un disegno di legge che abroga le restrizioni sul lavoro per i ragazzi di 14 e 15 anni. anni è ora diventato legge. Un disegno di legge introdotto in Minnesota consentirebbe ai ragazzi di 16 e 17 anni di lavorare nei cantieri edili. Dieci stati hanno introdotto, preso in considerazione o approvato leggi che riducono le tutele per i giovani lavoratori solo negli ultimi due anni.</p>
<p>La sistematica distruzione della scuola pubblica ha decenni di pratica. Visto quindi che i figli dei meno inseriti e capienti non studiano e magari si drogano di fentanyl, “che vadano a lavorare” diventa invocazione comune. Così funziona l’accorta manipolazione della società, portarla a pensare e dire cose assurde, ma con piena convinzione, ragione, evidenza.</p>
<p>In attesa sorga il sol dell’avvenire, crolli il capitalismo sotto il peso delle sue contraddizioni, si dissolva per magia la temperie neoliberista, la Russia e la Cina vincano la battaglia per un mondo più giusto (sicuri ???), arrivi un leader-padre-monarca benevolo, le masse popolari insorgano prendendo il palazzo di mezza stagione (peccato non ci siano più le mezze stagioni…), non dovremmo pensare di far qualcosa di più concreto, come difendere i criteri minimi di democrazia?</p>
<p>Vale ancora l’antica credenza di lasciar fare la talpa della storia per cui tanto peggio-tanto meglio, alla fine ci sarà la ribellione delle masse e noi lì pronti a dar la linea (avercela ed avercene “una” poi). Sono secoli che quella talpa scava ma senza venirne a capo, magari qualcuno che ci vede meglio delle talpe che notoriamente non vedono poi così bene, potrebbe far qualcosa?</p>
<figure><a href="https://pierluigifagan.files.wordpress.com/2023/10/102243_1.jpg"><img src="https://pierluigifagan.files.wordpress.com/2023/10/102243_1.jpg?w=697" alt="" width="697" height="112" data-attachment-id="6365" data-permalink="https://pierluigifagan.wordpress.com/2023/10/02/nuova-democrazia/102243_1/" data-orig-file="https://pierluigifagan.files.wordpress.com/2023/10/102243_1.jpg" data-orig-size="697,112" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="102243_1" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://pierluigifagan.files.wordpress.com/2023/10/102243_1.jpg?w=300" data-large-file="https://pierluigifagan.files.wordpress.com/2023/10/102243_1.jpg?w=640" /></a></figure>
<p>Oltre a brandire con impeto morale la matitina rossa e blu con cui segniamo gli errori del potere di turno, domandarci quali responsabilità abbiamo noi, non è il caso? Abbinare alla coazione critica anche un po’ di autocritica, visto come siamo messi, non è il caso? A monte il problema è sempre assai complesso, ma a valle si arriva al semplice punto: come facciamo a non far precipitare la società nell’annunciato buco nero del futuro senza uno straccio di minima democrazia? Se non vi mobilita almeno la difesa del minimo livello del Politico perché vi piace “volare alto”, come pensate di arrivare, più poi che prima, al vostro sogno di una società sovrana, socialista, comunista, decrescista, più tradizionalista o più progressista, onesta, comunitaria, equilibrata, ecologista, pacifica, più giusta, non patriarcale o oligarchica, di piena occupazione o una o l’altra o più d’una opzione al contempo, senza uno straccio di democrazia reale?</p>
<p>Forse non è il momento di fondare partitini dell’1% che partecipino al gioco truccato che chiamano democrazia, oltretutto legittimandolo ed al contempo contribuendo con fallimenti su fallimenti a cumulare frustrazione. Forse è “solo” il momento di creare un movimento di idee ed azioni in semplice difesa dei requisiti minimi di cosa è e cosa non è una “democrazia”. Riduzione dell’orario di lavoro, processi di formazione e distribuzione della conoscenza, accesso pluralistico all’informazione, occasioni di dibattito in cui trasferirsi idee e conoscenze. Il mondo è sempre più complesso, la mentalità collettiva lo è sempre meno, tocca colmare questa divergenza. Senza modi per creare masse critiche, se il gioco è truccato, inutile pensar di giocare partite. Prima il regolamento, poi il gioco, altrimenti con queste regole si sa già chi vince prima ancora di scendere in campo.</p>
<p>Forse i nostri teorici, dovrebbero concentrarsi un po’ di più a riflettere su cosa è una democrazia, dove poter agire, cosa poter pretendere, quali concetti trasformare in parole d’ordine, quali obiettivi minimi darsi e su questo aggregare i tanti punti di vista critici che vogliono vincere il Giro d’Italia prima ancora di avere una bicicletta. Ci saranno modi e tempi per disputarci le diverse visioni del mondo quando avremo le concrete possibilità di realizzarle, almeno in potenza. Per ora, di radicale, abbiamo solo l’impotenza.</p>
<p>Diceva Eraclito (fr. 44 Diels-Kranz): “<em>bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura</em>”. La democrazia nacque come legge di regolazione non solo del giuridico, ma del politico che doveva ordinarlo, questo fecero Clistene (508 a.C.) a cui seguì Efialte (462 a.C.) ben prima di Pericle. Forse è il momento di ristabilire la legge, il regolamento di minima democrazia. O c’è ancora qualche romantico attardato che vagheggia il cambiamento del mondo via “rivoluzioni” o pensa di far il partitino anti-neoliberista come se ci fosse veramente la possibilità di portarlo al governo e poi saper davvero governare una società complessa in un mondo sempre più complesso?</p>
<p>Attenzione a concentravi solo sulle cose lontane, vicino ci sono muri molto spessi che si stringono intorno a noi sempre di più.</p>
<p><em><strong><a title="Leggi tutti gli articoli di pierluigi fagan" href="https://pierluigifagan.wordpress.com/author/pierluigifagan/">pierluigi fagan</a></strong></em></p>
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		<title>Il viaggio di Xi in Arabia Saudita e i dilemmi multipolari</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2022 14:38:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il viaggio di Xi in Arabia Saudita e i dilemmi multipolari di Pierluigi Fagan DILEMMI MULTIPOLARI. Inizia oggi la tre giorni di Xi Jinping in Arabia Saudita. Raro Xi prenda l’aereo e vada fuori il suo Paese. La visita si articolerà in tre giorni e tre riunioni: bilaterale, Cina e Paesi del Golfo, Cina a [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/12/720x410c50.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8204" title="720x410c50" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/12/720x410c50-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" /></a></h1>
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<h1>Il viaggio di Xi in Arabia Saudita e i dilemmi multipolari</h1>
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<p><em>di Pierluigi Fagan</em></p>
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<div dir="auto">DILEMMI MULTIPOLARI. Inizia oggi la tre giorni di Xi Jinping in Arabia Saudita. Raro Xi prenda l’aereo e vada fuori il suo Paese. La visita si articolerà in tre giorni e tre riunioni: bilaterale, Cina e Paesi del Golfo, Cina a Paesi arabi. la composizione di quest’ultimo non è al momento chiara. Vediamo in breve il significato.<center><ins></ins><ins></ins></center></p>
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<div dir="auto">Il primo e più importante è il venirsi a formare di due modelli di relazioni internazionali. Da una parte quello centrato sugli USA che di recente sembra propendere per una astiosa contrapposizione contro tutti coloro che non uniformano alle forme del modello lib-dem e dall’altra tutti gli altri. Questi altri procedono condividendo relazioni economiche e finanziarie di mercato, in modalità “doux commerce” à la Montesquieu. La formula delle relazioni bilaterali tra questi Paesi è “il rispetto per la sovranità, l&#8217;indipendenza e l&#8217;integrità territoriale e la non interferenza negli affari interni reciproci” che è il focus di IR cinese ma che già lo fu alla fondazione settanta anni fa del forum dei paesi non allineati, una configurazione terza rispetto alla contesa tra i due blocchi della guerra fredda che i più si dimenticano di considerare nelle analisi su gli ultimi settanta anni di storia.</div>
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<div dir="auto">
Questo punto è assai rilevante. La Cina si presenta non come modello ma come partner, una posizione basata sul principio di reciprocità. Il mondo è pieno di diversità, ma tutti vogliamo star meglio. Star meglio significa sostanzialmente pace e sviluppo economico da riversare in consenso sociale e politico. Questo sul piano formale, su quello sostanziale, la Cina è oggi il principale soggetto statale dotato di capacità di investimento. Ognuno poi a casa sua fa come crede ma ci si incontra poi al crocevia degli scambi, al mercato potremmo dire, antichissima istituzione umana che risale alla notte dei tempi e su cui arabi e cinesi sono storicamente maestri.</div>
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Per la Cina, il “mondo arabo” è triplicemente importante: in sé per sé, per sottrarlo all’egemonia occidental-americana, come cerniera verso l’Africa. Quanto all’in sé per sé si declina in questioni energetiche sulle quali gli USA sono ormai autonomi mentre la Cina ha interesse a diversificare i fornitori e non legarsi in maniera troppo esclusiva alla Russia. Ma intorno a questo nucleo ci sono altri tre aspetti. Il primo è il reciproco sviluppo. Il giovane bin Salman, ma è questione che riguarda anche tutte le altre monarchie del Golfo, sa che in prospettiva la rendita energetica diminuirà ed è ora che bisogna avviare ipotetici progetti di diverso sviluppo economico il che, per paesi mono-risorsa e con ben poco di dotazione naturale e tradizione culturale economica moderna, non è facile.</div>
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Il secondo è la nascente convinzione che anni e decenni di conflitto armato da quelle parti non hanno portato alcun vantaggio. Dalla fine del conflitto siriano, in generale, da quelle parti soffiano venti di pace sostanziale. Si va dalla riappacificazione tra Qatar e sauditi, ai viaggi israeliani di qui e di là, ai colloqui riservati che vanno avanti da tempo tra sauditi ed iraniani, iraniani e turchi e così via. Fatti apparentemente banali di semplice soft power come i mondiali di calcio in corso, la stessa vittoria ieri del Marocco che è diventato il simbolo della rinascenza arabo-musulmana, forse anche i crescenti dubbi iraniani sulla c.d. “polizia morale”, sembrano dire che da quelle parti si sta formando una idea di comunità internazionale a modo suo simile a quella storicamente intesa dagli stessi occidentali, ma senza gli occidentali dentro. Sauditi ed affini sono da un po&#8217; i maggiori acquirenti di armi, ma prima o poi si presenterà il dilemma tra spesa in armi e spesa in sviluppo.</div>
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<div dir="auto">
Il terzo è molto rilevante e poco conosciuto. Noi stessi abbiamo a lungo scritto anni fa di come dietro al Qaida e soprattutto ISIS ci fossero chiari segni di presenza saudita-emiratina. Questo nucleo salafita-wahhabita era poi collegato a quello di diversa origine ma sostanziale similarità pakistano. Questa interpretazione integralista e ultra-tradizionalista dell’islam arrivava a turbare vaste porzioni del mondo musulmano non solo arabo o africano ma anche asiatico, i quattro “-stan” e ovviamente il Xinjiang cinese. Sappiamo che molta manovalanza ISIS nel conflitto siriano proveniva da quelle parti via Turchia. Forse poco noto a noi autocentrati sui destini occidentali ma più del 90% delle vittime di attentati di queste galassie di organizzazioni armate islamiche negli ultimi anni, erano nei paesi musulmani. La stessa penetrazione cinese in Africa deve farci i conti di convivenza. Sembra ora che in accordo anche con gli altri due punti, la strategia geopolitica di questa parte del mondo stia cambiando, la leva ideologico-religiosa sembra diventare meno importante, la cooperazione è in ascesa.</div>
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<div dir="auto">
Quanto alla relativizzazione occidental-americana la faccenda è complicata e forse anche non così come l&#8217;abbiamo espressa sbrigativamente. Di fatto, l&#8217;Europa si sta sottraendo o tentennando ai legami progettuali sul progetto Vie della Seta, nel frattempo però i cinesi puntano all&#8217;Asia minore e l&#8217;Africa. Le strategie giocano su tempi medio-lunghi e nei fatti, l&#8217;Europa potrebbe trovarsi accerchiata dalla rete cinese-multipolare.</div>
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<div dir="auto">Ad un osservatore terzo, tutto ciò non potrà che esser giudicato come sostanzialmente positivo. Che questi Paesi cerchino la loro Via, commercino, si allaccino in reti di reciproco investimento, si scambino culture, è il modo penso auspicato da tutti di trovare un modo di convivenza planetaria in un mondo complesso. Ma forse, “l’osservatore terzo” è una astrazione, siamo tutti geo-storicamente e geo-politicamente collocati.</div>
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<div dir="auto">
E veniamo appunto ai “dilemmi”. Qualche giorno fa, le cancellerie tedesco Scholz, ha rilasciato un lungo articolo sulla testata principe delle IR occidentali cioè americane: Foreign Affairs. Scholz ha introdotto un nuovo concetto: lo Zeitenwende, lo “spostamento tettonico epocale”, unitamente al riconoscimento ormai stabilito che la cifra della fase storica è il mondo multipolare, suoi ordini, assetti, problemi ed opportunità.</p>
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<div dir="auto">Lo Zeitenwende è tutta colpa di Putin, la rottura dei principi di convivenza stabiliti dalla carta dell’ONU e per altro anche dal semplice buonsenso. Non una parola sulla responsabilità europee o sulle comprensibili paturnie russe in fatto di sicurezza come fatto di recente da Macron, anzi, è colpa di Mosca se non si sono implementati gli Accordi di Minsk che erano l’unica strada perseguibile in Ucraina.</div>
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<div dir="auto">
Da leggere la lunga requisitoria di Scholz contro Putin, un saggio di argomentazioni accusatorie perfettamente in linea con la posizione americo-anglosassone ed anche sintoniche con le idee dell’est Europa su cui Berlino ha rischiato di perdere la storica egemonia con i tentennamenti iniziali. Il pezzo di Scholz vale la pena di esser letto anche perché disegna una strategia del riarmo tedesco e la sua chiara volontà di porsi come futura forza armata di riferimento per l’intera Europa, fatto di non secondaria importanza a cui è legato anche un certo tipo di sviluppo di ricerca tecnologica e produzione industriale. Forse è questa prospettiva imposta nei primi giorni dagli americani che ha portato i tedeschi a cambiare atteggiamento da un giorno all&#8217;altro, quasi un anno fa. Ipotizzo che a Macron la lettura dell&#8217;articolo non piacerà, ma non è delle questioni interne la nostra area che qui volevamo parlare.</div>
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Se Scholz si mostra allineato e coperto nella strategia antirussa degli USA con portati energetici importanti ed altrettanto in termini NATO-Europa centro-nord/orientale, si smarca con decisione dall’idea di accettare il format democrazie-vs-autocrazie americano, quindi di iscriversi alla guerra fredda 2.0 voluta da Washington per mettere ordine al -per loro- “disordine” del mondo complesso. Per Berlino quindi, Europa dentro, Russia sotto ma NON Cina fuori. Infatti, l’ha visitata da poco con codazzo di industriali e banche a ribadire gli storici legami. Tutta l’industrializzazione cinese anni ’80-’90 quella a capitale 51% cinese e 49% partner nelle zone industriali speciali e poi in tutto il paese, era coi tedeschi. Insomma, il mercantilismo tedesco non ha alcuna intenzione di uscire dai circuiti finanziario-commerciali globali.</div>
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Le cronache del mondo nuovo multipolare e complesso ci impegneranno molto nei prossimi anni. Un vero peccato che la cultura politica media del nostro Paese ne sia completamente estranea nel pensiero quando ne è e sempre più ne sarà, dipendente nella sostanza.</div>
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&gt; Visita Xi per i sauditi: <a tabindex="0" href="https://www.arabnews.com/node/2211881/saudi-arabia?fbclid=IwAR2MPqpC4036k0JcTHdAftRBvJ43ZH4O4DXiDlfHsPfEwcCIR_lY7KMmJYE" rel="nofollow noopener" target="_blank">https://www.arabnews.com/node/2211881/saudi-arabia</a></div>
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<div dir="auto">&gt; Visita Xi per i cinesi: <a tabindex="0" href="https://www.globaltimes.cn/page/202212/1281285.shtml?fbclid=IwAR2LN17UgrsCg11sq47HShALEdfisxsyEKGaCFbjcMnxACJ6AF8UyjRQBSA" rel="nofollow noopener" target="_blank">https://www.globaltimes.cn/page/202212/1281285.shtml</a></div>
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<div dir="auto">&gt; Scholz su FA (interessante): <a tabindex="0" href="https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.foreignaffairs.com%2Fgermany%2Folaf-scholz-global-zeitenwende-how-avoid-new-cold-war%3Ffbclid%3DIwAR2kJzUxgs4Q79rmcQEnqeyTLCSxrSF9IoXoaYKAYf5kvR-UF_3bdsx_WZQ&amp;h=AT21JqMv1WGAbjwyzW2rLoLFSP1tABbxUHcpHaTQRrn7RA2I96bEUwqijx2S0cUI2YAqJqQMCyF-pvjbcyykMAfs0Pv7IVvrh7MGtioAr_aAy6nFoMszV6K3jgc7O1qvyc6t&amp;__tn__=-UK-R&amp;c[0]=AT1oZKF9jo85vDywrHVsrlPwrg67BLE9a3N14LfOL65gKbNS1VqVmfxz3JWdOLhyqX45MZoMpNtcOydKMrRW-c726DPKFLzlcEJPR_a66ak4Vta-vNSICyYE1IuOBkOOLwcH-PZzJhtYRtDPhQKtZsdOeY9xEgR08fiySqm_zB-P01zJzd_STPxbog" rel="nofollow noopener" target="_blank">https://www.foreignaffairs.com/&#8230;/olaf-scholz-global&#8230;</a></div>
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		<title>IL GRANDE CONFLITTO PER IL REGOLAMENTO DEL MONDO (ASIA)</title>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2022 10:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL GRANDE CONFLITTO PER IL REGOLAMENTO DEL MONDO (ASIA) &#160; di Pierluigi Fagan* &#160; Le forme associate di vita umana che possiamo chiamare “società” se lette al loro interno, “stati” se dal lato esterno, hanno sempre avuto scambi tra loro a tre raggi: breve, medio, lungo. Sebbene la retorica della globalizzazione abbia dato una superficiale [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/05/720x410c50.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7944" title="720x410c50" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/05/720x410c50-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
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<h1>IL GRANDE CONFLITTO PER IL REGOLAMENTO DEL MONDO (ASIA)</h1>
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<p><strong><em>di Pierluigi Fagan*</em></strong></p>
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<div dir="auto">Le forme associate di vita umana che possiamo chiamare “società” se lette al loro interno, “stati” se dal lato esterno, hanno sempre avuto scambi tra loro a tre raggi: breve, medio, lungo. Sebbene la retorica della globalizzazione abbia dato una superficiale impressione che le distanze e quindi la geografia, non contassero più, la realtà misurata (che a volte o spesso è diversa da quella percepita se non si approfondisce l’analisi e si prendono acriticamente per buone le “narrazioni”) dice diversamente.<center><ins></ins><ins></ins></center></div>
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<div dir="auto">Tranne pochissime eccezioni, ogni stato dei poco meno di 200 che abitano il mondo, in termini di classifica dei primi tre partner per export o import, segnano quasi sempre stati partner vicini, confinanti. Non c’è solo una “ragione della distanza” di mera geografia, ci sono anche ragioni storico-culturali che tuttavia ribadiscono che la diversità tra simili è minore che con i dissimili e poiché lo scambio è tra umani, tale ragione conta.</div>
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<div dir="auto">Come vedo e con piacere, molti stanno comprendendo che l’attuale conflitto russo-ucraino con partecipazione sponsorizzante USA che ha trascinato il sistema NATO nella tenzone, è un di cui di un conflitto più ampio. Tale conflitto più ampio non ha ancora preso forma di “guerra”, ma potrebbe prenderla. Se da una lettura già più ampia ma non debitamente informata strategicamente, può sembrare che la catena causativa vada dall’Ucraina vs Russia al coinvolgimento per interesse di USA che trascina l’Europa e tenta di dividere il mondo nel rassicurante formato “democrazie vs autocrazie” per ri-bipolarizzare il confitto sistemico secondo le vecchie regole sperimentate nella guerra fredda, la lettura credo strategicamente più corretta è quella inversa. Il primo shareholders del mondo, gli USA che detengono il 25% del Pil mondiale col solo 4,5% della loro popolazione, parte proprio dal problema mondo per poi conseguirne la necessità di difendere la condizioni di possibilità che permettono la loro posizione dominante. In questa più ampia inquadratura, il competitor degli americani è la Cina.</div>
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<div dir="auto">Ma la Cina fa parte al contempo di due fronti: quello asiatico dove risiede il 60% della popolazione mondiale, quello multipolare che somma oltra a potenze di vario grado asiatiche, altre arabe, africane, sudamericane. Di questo secondo fronte di portatori di interesse (stakeholders), la Russia è l’unica ad esser relativamente competitiva con gli USA, in termini di forza militare (dato l&#8217;ultimo livello che è quello atomico). Ne conseguono le dichiarazioni fatte dagli stessi americani già a fine febbraio, pochi giorni dagli inizi dei recenti “eventi”, sulla necessità di dare ai russi, in Ucraina, il loro Vietnam. O come ha ribadito il capo del Pentagono Lloyd Austin il 25 aprile: vogliamo indebolire la Russia per evitare altre guerre. Il che andrebbe strategicamente tradotto in “vogliamo indebolire la Russia per vincere prima di iniziarle, nuove guerre”. Che il Grande Confitto per i nuovi Regolamenti del Mondo preveda nuove guerre, a questo punto, è certo.</div>
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<div dir="auto">Gli USA sono stati coinvolti in vari tipi di conflitto armato per 227 anni dei 245 della loro breve storia con circa 124 scontri armati. È una questione antropologica della loro forma di vita associata. È la società più competitiva al mondo per le interrelazioni interne (tra individui, etnie, classi sociali, aziende, politici, saperi etc.), da cui consegue l’attitudine ad esserlo anche all’esterno. Viepiù ottengono dall’esterno, viepiù riescono a moderare il conflitto interno altrimenti dilaniante. Per gli USA, quel 25% di Pil mondiale che tenderanno ad avere sempre meno secondo l’unanimità delle analisi, è da ritenersi “vitale”. Viepiù dovesse diminuire in breve tempo e poiché invece minaccia di diminuire in breve tempo, anche perché in termini sistemici c’è un “effetto soglia” che ad un certo punto non produce una contrazione lineare ma a “salto” (per una serie di ragioni che qui non possiamo approfondire), ne consegue la “necessità” di prevedere nuove guerre e quindi di indebolire l’unico vero competitor militare.</div>
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<div dir="auto">Così il fronte multipolare deve esser privato della sua punta armata più problematica, la Russia. Motivo per il quale il “resto del mondo”, come abbiamo analizzato nei due pronunciamenti ONU recenti, non ha partecipato al coro di condanna dell’atto russo. Viepiù in termini di sanzioni. Non certo perché questo non sia obiettivamente problematico per tutti i conviventi planetari, ma perché giocoforza condividono con la Russia un interesse di livello strategico superiore.</div>
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<div dir="auto">E veniamo al motivo del post. Il post serviva solo a fotografare una situazione, la situazione asiatica che per gli USA è la strategicamente più problematica poiché lì, oltre concentrarsi la gran parte dell’umanità, si va a concentrare e sempre più di andrà a concentrare la sfida del gioco di potenza economica che è il principale. Le guerre e la forza armata servono per conquistare e difendere condizioni di possibilità (i regolamenti) eminentemente economiche, sebbene ci sia chi legge il mondo con metafisiche imperiali o di antropo-civiltà o altre cose che, pur importanti, non dettano la prima logica delle intenzioni degli attori di potenza contemporanei.</div>
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<div dir="auto">Eccovi, quindi, la situazione asiatica fotografata per i semplici due assi del “a quale posto della classifica di partnership”, la Cina è per i principali stati Asia-Pacifico, per legami di import ed export, da chi sono obbligati/interessati a comprare e vendere per alimentare la propria ricchezza della nazione. Ci limiteremo all’Asia maggiore.</div>
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<div dir="auto">La Cina è il primo partner per l’import necessario alle economie di: Vietnam, Thailandia, Taiwan, Singapore, Pakistan, Nuova Zelanda, Malesia, Indonesia, India, Giappone, Filippine, Corea del Sud, Bangladesh, Australia. Più tutti quelli più piccoli o meno importanti dove il risultato, invariabilmente, non cambia. In molti casi, la percentuale di importazioni dalla Cina ha un peso intorno al 20% ed il secondo partner è molto distanziato in termini di peso. La Cina sembra un “fornitore indispensabile ed insostituibile” e lo è invariabilmente anche per paesi non altrimenti definibili “amici” come l’India o il Giappone, per non parlare dei due anglosassoni.</div>
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<div dir="auto">Tolte le Filippine in cui la Cina è quarta, l’India in cui è terza, Pakistan e Vietnam in cui è seconda, la Cina è anche prima come partner per l’esportazione degli stessi paesi-economie.</div>
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<div dir="auto">Come gli USA pensino di far fronte a questa inestricabilità del sistema asiatico che è il sistema maggiore di cui la Cina è solo in sistema minore, non si sa.</div>
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<div dir="auto">Gli analisti geopolitici tendono a volte a sottovalutare la ragione economica per quanto siano in genere “realisti”. Quelli di Relazioni Internazionali, incorrono meno nella sottovalutazione ma purtroppo sono molto più ideologici dei primi, il che offusca la vista. La Yellen (FED) nella sua recente conferenza all’Atlantic Council, ha lanciato l’idea del friend-shoring ovvero “invitare” le aziende ed i capitali del sistema occidentale oggi ricompattato proprio nella guerra in Ucraina, a smantellare le “catene del valore” che hanno passaggi in Cina, trasferendole in paesi amici sempre asiatici (per via del necessario contenimento del costo del lavoro). Operazione assai problematica e non si capisce bene in vista di cosa.</div>
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<div dir="auto">A dire che non solo molti osservatori non stanno capendo come gli USA potranno perseguire la strategia di attrito verso la Cina, ma non capiscono neanche come ciò sarà eventualmente possibile. Isolare o tendere ad isolare la Cina dal sistema asiatico pare francamente impossibile. Che molti paesi asiatici, proprio perché ne dipendono strutturalmente sul piano economico, pensino di bilanciarsi con gli USA per “protezione” militare ci sta. Che però, ciò sia la premessa per una strategia americana vincente per gli USA rispetto al problema strategico più generale, non consegue.</div>
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<div dir="auto">Dovremmo quindi tornare in analisi sull’argomento per capire meglio se c’è una vera e propria strategia (che sicuramente c’è), quale sia (e qui le cose si complicano), che affetti avrà (e qui ci sono molti dubbi). Le conversioni logiche tra dominio economico e dominio geopolitico non sono facili anche perché ormai sono anni se non decenni che intere generazioni di analisti si sono specializzati nell’un campo o nell’altro e quindi non sono in grado di far ragionamenti bi-logici. Vale per chi le strategie le legge, ma anche per chi le fa. E vale anche per i gruppi di interesse che dovrebbero convergere in quelle strategie.</div>
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<div dir="auto"><em>[Dati the Economist - Pocket World in Figures 2021]</em></div>
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