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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Pil</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La tragedia (o meglio la farsa) della tassa minima sui profitti</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2021 17:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Fumagalli]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Bersani]]></category>
		<category><![CDATA[Multinazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Pil]]></category>
		<category><![CDATA[Web]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; La tragedia (o meglio la farsa) della tassa minima sui profitti di Marco Bersani e Andrea Fumagalli &#160; Atto I. Il potere delle multinazionali Secondo il rapporto 2020 “Top 200. La crescita del potere delle multinazionali”, elaborato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, le imprese multinazionali sono 320.000 e occupano 130 milioni di dipendenti, pari al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><strong><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories11/Globaltax.jpg" alt="Globaltax" width="300" height="213" /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La tragedia (o meglio la farsa) della tassa minima sui profitti</h1>
<h3>di Marco Bersani e Andrea Fumagalli</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Atto I. Il potere delle multinazionali</strong></p>
<p>Secondo il rapporto 2020 <em>“</em><a href="http://www.cnms.it/attachments/article/196/top200_2020.pdf">Top 200. La crescita del potere delle multinazionali”</a><em>, </em>elaborato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, le imprese multinazionali sono 320.000 e occupano 130 milioni di dipendenti, pari al 4% degli occupati mondiali. Il loro fatturato è pari a 132mila miliardi di dollari, con profitti netti pari a 7.200 miliardi di dollari. Il 14% di questo fatturato è coperto dalle prime 200 imprese multinazionali.</p>
<p>Molte multinazionali hanno un fatturato superiore al Prodotto Interno Lordo degli Stati: nella comparazione, nei primi 100 posti compaiono 42 multinazionali (con la prima al 25esimo posto). Ma se il confronto viene effettuato tenendo conto delle entrate degli Stati e dei fatturati, le multinazionali presenti nei primi cento posti diventano 69 (con la prima al 13esimo posto).</p>
<p>Sempre secondo tale rapporto, le società quotate in Borsa sono circa 41.000, con un capitale complessivo di 84mila miliardi di dollari, pari al Pil dell’intero pianeta.</p>
<p>Tra gli azionisti delle prime 10.000 di queste società figurano per il 41% investitori istituzionali (assicurazioni, fondi di investimento, fondi pensione), per il 27% azionariato diffuso, per il 14% investitori pubblici, per l’11% imprese private e per il 7% investitori individuali.</p>
<p>I primi dieci fra gli investitori istituzionali gestiscono da soli il 57% della ricchezza totale finanziaria, mentre fra gli investitori pubblici, è il capitale pubblico cinese a fare la parte del leone (57%).</p>
<p><em>Come evidenziano i dati, siamo in presenza di una ricchezza enorme, sempre più concentrata in poche mani. Ma quanto di questa ricchezza ritorna alla collettività attraverso le tasse?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Atto II. Il ruolo dell’elusione fiscale</strong></p>
<p>Per ridurre il carico fiscale, le multinazionali utilizzano diverse tecniche. Quella più semplice consiste nella creazione di una società controllata con sede in un paradiso fiscale, in cui spostare gli utili conseguiti dalle altre società del gruppo.</p>
<p>Un’altra tecnica è quella del <em>transfer pricing</em>, che consiste nell’effettuare transazioni (prestiti, cessioni di marchi e brevetti o servizi) tra società che fanno capo a una controllante che ha sede in un paradiso fiscale.</p>
<p>Nessun paese europeo rientra nella cosiddetta “lista nera” dei paradisi fiscali adottata dal Consiglio d’Europa. Eppure, non c’è alcun dubbio che alcuni Stati membri della UE svolgano un ruolo centrale nel trasferimento di capitali verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata.</p>
<p>Uno degli indizi dell’importanza di alcuni centri finanziari europei nel sistema internazionale dell’elusione fiscale, è dato dagli enormi flussi di investimenti diretti esteri che vi si dirigono.</p>
<p>Lo conferma la <a href="http://effimera.org/la-tragedia-o-meglio-la-farsa-della-tassa-minima-sui-profitti-di-marco-bersani-e-andrea-fumagalli/Parlamento%20Europeo,%20Relazione%20sui%20reati%20finanziari,%20l%E2%80%99evasione%20fiscale%20e%20l%E2%80%99elusione%20fiscale,%20P8_TA(2019)0240.">“Relazione sui reati fiscali e l’evasione”</a><a name="_ftnref3"></a> del Parlamento Europeo, che evidenzia come l’elevato livello di investimenti esteri rispetto al Pil in Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Olanda sia solo in parte spiegato da attività economiche effettive.</p>
<p>Parte degli investimenti esteri è destinato, infatti, a sussidiarie o “società a destinazione specifica”. Si tratta di società “buca-lettere”, cioè entità giuridiche senza consistenza fisica e che non svolgono alcuna attività economica reale, costituite per minimizzare il carico effettivo globale delle multinazionali.</p>
<p>Esempi eclatanti sono l’Olanda e il Lussemburgo (e in terz’ordine l’Irlanda). Nonostante si tratti di due nazioni piccole per dimensioni economiche e demografiche, Lussemburgo e Olanda attraggono <a href="fonte:%20OECD,%20FDI%20in%20Figures,%20April%202020">più investimenti diretti</a> esteri della Cina.</p>
<p>Nel complesso, i livelli degli investimenti esteri nei due paesi europei sono di poco inferiori a quelli degli Stati Uniti, la più grande economia al mondo.</p>
<p>Per avere un’idea, si consideri che, nel 2019, il livello di investimenti esteri in ingresso in Olanda era di 4.445.969 milioni di dollari, in Lussemburgo di 3.422.838 milioni. Ovvero, rappresentava il 4.928% del Pil del Lussemburgo e il 490% di quello dell’Olanda. Valori stratosferici che, però, scendono al 185% e al 193% del Pil quando si escludono gli investimenti verso le società a destinazione specifica.</p>
<p>In altri termini, ben il 96% dello stock di investimenti esteri in entrata in Lussemburgo, il 60,6% di quelli in Olanda, è riconducibile a società a destinazione specifica o “buca-lettere”.</p>
<p>Grazie ai meccanismi sopra illustrati, circa il 40% degli utili delle multinazionali imbocca la strada dell’elusione fiscale: <em>si tratta, secondo la stessa Ocse, di quasi 800 miliardi di dollari che provocano una perdita fiscale agli Stati pari a 240 miliardi.</em></p>
<p>Per dare un solo esempio concreto, leggendo il bilancio 2020 di Amazon, si evince che la sede europea del colosso dell’e-commerce, ha toccato i 44 miliardi di fatturato, con un balzo di 12 miliardi rispetto all’anno precedente, grazie al crollo della vendita al dettaglio determinata dal lockdown della pandemia. Alla “costola” europea di Amazon fanno capo tutte le vendite realizzate in Italia, Francia, Spagna, Germania, Olanda, Svezia e Polonia, ma la sede fiscale si trova in Lussemburgo, dove Amazon ha presentato una chiusura dei conti con una perdita di 1,2 miliardi (giustificati con le spese per gli investimenti), che, stante la legislazione fiscale del Granducato, garantisce alla multinazionale 56 milioni di crediti d’imposta, oltre ad una serie di ulteriori agevolazioni fiscali. Risultato finale: nel 2020, Amazon europea con un fatturato di 44 miliardi non ha versato un euro al fisco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Atto III. Focus sulle piattaforme soft web</strong></p>
<p>Negli Stati Uniti in data 22 dicembre 2017 è stata varata, dall’Amministrazione Trump, la riforma fiscale <a href="https://home.treasury.gov/TaxCutCutCut">“Tax Cuts and Jobs Act”</a>. Relativamente alla tassazione delle corporate americane, i punti centrali di tale riforma sono i seguenti:</p>
<ul>
<li>Riduzione permanente dell’aliquota fiscale societaria dal 35% al 21%, a partire dall’1 gennaio 2018</li>
<li>Introduzione di un nuovo sistema di tassazione territoriale<a name="_ftnref1" href="http://effimera.org/la-tragedia-o-meglio-la-farsa-della-tassa-minima-sui-profitti-di-marco-bersani-e-andrea-fumagalli/#_ftn1"></a>[1] e di un’imposta una tantum (c.d. «<em>one-time transition tax</em>» o «<em>repatriation tax</em>») sul rimpatrio di utili generati e accumulati all’estero prima del 2018 da società americane (aliquota del 15,5% sulla liquidità e dell’8% sugli asset non liquidi). Obiettivo è quello di favorire il rimpatrio di capitali «parcheggiati» all’estero</li>
<li>Deducibilità immediata delle spese di investimento limitatamente ai prossimi cinque anni (entro fine 2022) per spingere le imprese ad accelerare le loro decisioni in materia.</li>
</ul>
<p>Tale riforma è quella attualmente in vigore. La nuova amministrazione Biden ha dichiarato di volerla modificare portando l’aliquota sui profitti al 27% per quanto riguarda le imprese Usa. La proposta di introdurre un’aliquota minima al 15%, come proposto dal G7, rischia di favorire un dumping fiscale verso il basso. È un po’ come il gioco delle tre tavolette. Da un lato, a parole, si dichiara che è scandaloso che le grandi multinazionali paghino così poche tasse, dall’altro di opera, con la scusa di ridurre l’elusione fiscale, in direzione opposta.</p>
<p>Secondo il report Mediobanca “<a href="https://www.mbres.it/sites/default/files/resources/rs_WebSoft2019_presentazione.pdf">I giganti del websoft software&amp;web companies (2014-2019)”</a>, nel 2018 gli effetti di tale riforma per le multinazionali WebSoft si riflettono in €1 mld di imposte in meno (rispetto ai € 18 mld di imposte in più del 2017), in gran parte come conseguenza dei benefici fiscali relativi alle rettifiche nelle stime del calcolo della <em>one-time transition tax</em></p>
<p>Occorre inoltre considerare che nel 2018 circa la metà dell’utile ante imposte delle multinazionali WebSoft è tassato in Paesi a fiscalità agevolata: ciò ha permesso un risparmio fiscale cumulata nel 2014-18 di quasi €49 mld (Tab. 3).</p>
<p>La tassazione in Paesi a fiscalità agevolata combinata alla riforma fiscale statunitense, pienamente recepita dagli <em>annual report 2018</em>, e ai crediti d’imposta sulle spese in ricerca ha fatto sì che nel 2018 l’aliquota media delle multinazionali WebSoft risultasse del 14,1%, di gran lunga inferiore a quella ufficiale del 22,5% (di cui: 21% USA, 25% Cina, 29% Germania e 31% Giappone) e più di 20 punti percentuale inferiore a quella del 2017 (Tab. 1).</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td colspan="6"><strong>Tab. 1: Il carico fiscale del 2017-18 a livello aggregato</strong></td>
<td></td>
<td></td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td><strong>Aliquota</strong></td>
<td><strong>Impatto dell’imposta estera</strong></td>
<td><strong>Impatto dell’impo-sta Usa</strong></td>
<td><strong>Benefici fiscali grazie alla riforma</strong></td>
<td><strong>R&amp;S e altre agevolazio-ni crediti-zie</strong></td>
<td><strong>Altro</strong></td>
<td><strong>Aliquota fiscale effettiva</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>2018</strong></td>
<td><strong>22,5%</strong></td>
<td><strong>-4,0%</strong></td>
<td><strong>-1,0%</strong></td>
<td><strong>-2,1%</strong></td>
<td><strong>-5,0%</strong></td>
<td><strong>3,7%</strong></td>
<td><strong>14,1%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>2018 v.a.</strong></td>
<td>28,1 mld</td>
<td>.- 5,0 mld</td>
<td>.-1,3 mld</td>
<td>.-2,7 mld</td>
<td>.-6,2 mld</td>
<td>4,7 mld</td>
<td>17,6 mld</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>2017</strong></td>
<td><strong>31,00%</strong></td>
<td><strong>-8,90%</strong></td>
<td><strong>17,80%</strong></td>
<td><strong>-3,30%</strong></td>
<td><strong>-4,30%</strong></td>
<td><strong>2,90%</strong></td>
<td><strong>35,20%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>2017 v.a.</strong></td>
<td>32,7 mld</td>
<td>.-9,4 mld</td>
<td>18,8 mld</td>
<td>.-3,5 mld</td>
<td>.-4,6 mld</td>
<td>3,1 mld</td>
<td>37,1 mld</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><em>Fonte: Mediobanca: “I giganti del websoft software&amp;web companies (2014-2019)”</em></p>
<p>Se analizziamo i dati, disaggregando per le principali piattaforme attive, la tab. 2 ci mostra il tasso effettivo di imposizione sui profitti rispetto a quello ufficiale. Con l’esclusione della SAP, che opera in Germania (ed è quindi sottoposta al sistema fiscale di quel paese), tutte le altre, siano esse statunitensi, cinesi o giapponesi, mostrano una riduzione del carico fiscale che va dai 2/3 nel caso di Oracle a meno del 10% nel caso di Booking.</p>
<p>Tale riduzione è analizzata più in dettaglio nella Tab. 3. Nel periodo 2014-2018 circa la metà dell’utile ante imposte delle piattaforme digitali è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di quasi €49 mld.</p>
<p>Si distinguono Microsoft, Alphabet e Facebook per aver risparmiato rispettivamente €16,5 mld, €11,6 mld e €6,3 mld nel 2014-2018</p>
<p>Nel periodo 2014-2018 la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato per Apple un risparmio fiscale cumulato che sfiora i €25 mld</p>
<p>L’impatto della tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato un tax rate effettivo del 14,1% che altrimenti si sarebbe attestato al 18,1%</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td colspan="6"><strong>Tab. 2: Il carico fiscale del 2018 per le principali corporations</strong></td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td><strong>Aliquota fiscale</strong></td>
<td><strong>Impatto dell’imposta estera</strong></td>
<td><strong>Impatto dell’imposta Usa</strong></td>
<td><strong>Altro</strong></td>
<td><strong>Aliquoyta fiscale effettiva</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>eBay (US)</strong></td>
<td>21%</td>
<td>-1%</td>
<td>-13%</td>
<td>0%</td>
<td><strong>7%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Oracle (US)</strong></td>
<td>21%</td>
<td>-6%</td>
<td>-3%</td>
<td>-2%</td>
<td><strong>10%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Amazon (US)</strong></td>
<td>21%</td>
<td>1%</td>
<td>-1%</td>
<td>-10%</td>
<td><strong>11%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Alphabet (US)</strong></td>
<td>21%</td>
<td>-5%</td>
<td>-1%</td>
<td>-3%</td>
<td><strong>12%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Facebook (US)</strong></td>
<td>21%</td>
<td>-6%</td>
<td>0%</td>
<td>-2%</td>
<td><strong>13%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>PayPal (US)</strong></td>
<td>21%</td>
<td>-3%</td>
<td>1%</td>
<td>-6%</td>
<td><strong>13%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Rakuten (JP)</strong></td>
<td>31%</td>
<td>-2%</td>
<td>0%</td>
<td>-15%</td>
<td><strong>14%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Tencent (CN)</strong></td>
<td>25%</td>
<td>-16%</td>
<td>0%</td>
<td>6%</td>
<td><strong>15%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Booking (US)</strong></td>
<td>21%</td>
<td>4%</td>
<td>0%</td>
<td>-8%</td>
<td><strong>17%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>SAP (DE)</strong></td>
<td>26%</td>
<td>-2%</td>
<td>0%</td>
<td>3%</td>
<td><strong>27%</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Microsoft (US)</strong></td>
<td>21%</td>
<td>-8%</td>
<td>-1%</td>
<td>-2%</td>
<td><strong>10%</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><em>Fonte: Mediobanca: “I giganti del websoft software&amp;web companies (2014-2019)”</em></p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td colspan="3"><strong>Tab. 3: Effetti della tassazione in paese a fiscalità agevolata</strong></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Multinazionale WebSoft</strong></td>
<td><strong>Paese estero a fiscalità agevolata*</strong></td>
<td><strong>Beneficio fiscale**</strong><strong>2014-18 (€ mld)</strong></td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
<td></td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Microsoft (US)</strong></td>
<td>Irlanda, Singapore, Porto Rico</td>
<td>16,5</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Alphabet (US)</strong></td>
<td>Irlanda</td>
<td>11,6</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Facebook (US)</strong></td>
<td>Irlanda, Singapore</td>
<td>6,3</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Oracle (US)</strong></td>
<td>Irlanda,</td>
<td>5,7</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Tencent (CN)</strong></td>
<td>Hong Kong, Cayman, Vergini</td>
<td>5,0</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>eBay (US)</strong></td>
<td>Svizzera</td>
<td>1,5</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>PayPal (US)</strong></td>
<td>Lussemburgo, Singapore</td>
<td>1,2</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Booking Holdings (US)</strong></td>
<td>Paesi Bassi, Singapore</td>
<td>1,1</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Totale</strong></td>
<td></td>
<td><strong>48,9</strong></td>
</tr>
<tr>
<td colspan="3">* Paese estero dove la pressione tributaria è inferiore a quella del Paese della capogruppo**<em>Impact of foreign taxation</em>: si tratta del beneficio fiscale ottenuto dall’inferiore aliquota in alcuni Paesi esteri</p>
<p><em>Fonte: Mediobanca: “I giganti del websoft software&amp;web companies (2014-2019)”</em></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Con riferimento al caso specifico dell’Italia il report di Mediobanca analizza le principali piattaforme che hanno sede in Italia con delle filiali nazionali<a name="_ftnref2" href="http://effimera.org/la-tragedia-o-meglio-la-farsa-della-tassa-minima-sui-profitti-di-marco-bersani-e-andrea-fumagalli/#_ftn2"></a>[2]. Nel corso del 2018, il report evidenzia come in Italia rimane solo il 14,0% della liquidità totale, mentre attraverso il sistema di <em>cash pooling</em> l’84,7% va a confluire in paesi a fiscalità agevolata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Atto IV. Conclusioni</strong></p>
<p>Ora abbiamo qualche strumento in più per comprendere la natura di questa proposta. Se da un lato di principio, l’obiettivo può essere condivisibile (pensare una politica fiscale comune che elimini il dumping fiscale, obiettivo che finora ha trovato d’accoro i G7 finanziario ma che difficilmente potrà essere accettato già solo a livello di G20), dall’altro la sua messa in pratica non corrisponde ad un aumento dellea tassazione complessiva sulle multinazionali. E infatti il provvedimento del G7 finanziario è stato accolto con un plauso da Google, Amazon e Facebook, ovvero da tre delle principali multinazionali che dovrebbero <em>subire</em> la svolta<em> imposta </em>dai Governi in direzione della giustizia fiscale.</p>
<p>E ne è chiara la ragione: l’aliquota del 15% è solo leggermente superiore a quella che oggi pagano le multinazionali in paesi a fiscalità agevolata, come l’Irlanda (12,5%), ma ovviamente molto inferiore a quella che le multinazionali pagano in tutti gli altri Paesi (con una media impositiva del 26%).</p>
<p>Ecco allora il vero elemento storico dell’intesa raggiunta al G7: vanificare l’elusione fiscale, trasformando l’intero pianeta in un paradiso fiscale per le multinazionali.</p>
<p>È come eliminare la precarietà, rendendo tutti ugualmente precari.</p>
<p>In Italia oggi una persona con reddito fino a 15.000 euro paga il 23%; con reddito fino a 28.000 euro paga 3.450 euro più il 27% della parte eccedente i 15.000 euro; con reddito fino a 55.000 euro paga 6.960 euro più il 38% della parte eccedente i 28.000 euro.</p>
<p>Fra qualche anno – perché l’intesa del G7 dovrà essere sottoposta al G20 e successivamente all’Ocse – imprese multinazionali che fatturano 523.964 miliardi di dollari (Walmart), 280.522 miliardi (Amazon), 260.174 miliardi (Apple) pagheranno sugli utili il 15%.</p>
<hr />
<h5>Note:</h5>
<h5><a name="_ftn1" href="http://effimera.org/la-tragedia-o-meglio-la-farsa-della-tassa-minima-sui-profitti-di-marco-bersani-e-andrea-fumagalli/#_ftnref1"></a>[1] * “Transition from a worldwide tax system to a territorial tax system”, ovvero passaggio da un sistema fiscale su base mondiale a uno su base nazionale con utili tassati dove vengono generati. Il cambio di metodo di tassazione fa venire meno la convenienza a non rimpatriare utili</h5>
<h5><a name="_ftn2" href="http://effimera.org/la-tragedia-o-meglio-la-farsa-della-tassa-minima-sui-profitti-di-marco-bersani-e-andrea-fumagalli/#_ftnref2"></a>[2] La lista è la seguente: Amazon City Logistica s.r.l, Amazon Italia Customer Services s.r.l, Amazon Italia Logistica s.r.l., Amazon Italia Services s.r.l, Amazon Italia Transport s.r.l, Amazon Data Services Italy s.r.l, Amazon Online Italy s.r.l, SAP Italia S.p.A, Microsoft s.r.l, Oracle Italia, Bonprix s.r.l. QVC Italia s.r.l, Google Italy s.r.l, Expedia Italy s.r.l, ADP Employer Services Italia S.p.A., Slesforce.com Italy s.r.l, Booking.com (Italia) s.r.l, Facebook Italy s.r.l, Uber Italy s.r.l. Alibaba Italy s.r.l.</h5>
<p><em>http://effimera.org/</em></p>
]]></content:encoded>
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		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Inflazione o deflazione?</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=6671</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=6671#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2020 09:10:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Marazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Deflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Pil]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; DI CHRISTIAN MARAZZI Nell’ “economia del 90%”, come l’Economist chiama le economie afflitte  dalla crisi pandemica in cui la duplice contrazione della produzione e del consumo di beni e servizi sta riducendo il Pil di (almeno) il 10%, prevedere l’evoluzione dei prezzi non è del tutto scontato. Alcuni  settori stanno conoscendo riduzioni nette delle loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/09/mark-516277_1280-608x400.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6672" title="mark-516277_1280-608x400" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/09/mark-516277_1280-608x400-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>DI CHRISTIAN MARAZZI</strong></h4>
<p>Nell’ “economia del 90%”, come l’Economist chiama le economie afflitte  dalla crisi pandemica in cui la duplice contrazione della produzione e del consumo di beni e servizi sta riducendo il Pil di (almeno) il 10%, prevedere l’evoluzione dei prezzi non è del tutto scontato.</p>
<p>Alcuni  settori stanno conoscendo riduzioni nette delle loro attività, da quello dei trasporti, alla ristorazione, al settore alberghiero. Altri, ad esempio i settori della comunicazione digitale, della distribuzione o della farmaceutica, stanno conoscendo aumenti d’attività molto elevati.</p>
<p>Il tutto a fronte di un impoverimento diffuso, della riduzione della mobilità, del terrore di una seconda ondata di covid-19 e di fallimenti finanziari che stanno cambiando le abitudini dei consumatori. Tant’è  vero che, ovunque, gli Uffici nazionali di statistica stanno (faticosamente) cercando di aggiornare il paniere di beni e servizi sulla base del quale (ri)costruire un indice dei prezzi al consumo in grado di misurare il reale potere d’acquisto delle famiglie, in grado, inoltre, di fornire indicazioni verosimili alle Banche centrali relative all’andamento del livello generale dei prezzi.</p>
<p>Sì, perché mentre le Banche centrali stanno iniettando liquidità in quantità senza precedenti  per stimolare l’economia, alcuni economisti criticano tali misure sostenendo che ci stanno portando diritti all’inflazione, mentre altri economisti vedono il rischio esattamente opposto, ossia quello di cadere (di nuovo, d’altronde) in una “trappola deflazionistica” che non farebbe altro che appesantire i debiti pubblici che in questi mesi stanno aumentando a dismisura. Ha quindi ragione Gianfranco Fabi quando, in un suo recente intervento, ci mette in guardia dall’utilizzare “la tradizionale teoria economica secondo cui il prezzo di un bene o di un servizio viene fissato dall’incontro tra la domanda e l’offerta” [<strong>1]</strong> .</p>
<p>Il fatto di risparmiare per l’impossibilità di andare al ristorante, ad esempio, non significa che la gente andrà a comprare una nuova auto con i soldi risparmiati. Ha senso, invece, spendere meno oggi in attesa di<br />
migliori condizioni in un domani, peraltro incerto. Secondo l’economista Nouriel Roubini [<strong>2</strong>] , il rischio è piuttosto quello di una deflazione indotta dalla recessione e dal surplus massiccio di macchinari e capacità inutilizzate e di manodopera, come pure da un crollo dei prezzi delle materie prime.</p>
<p>L’accelerazione della digitalizzazione per ridurre i costi operativi e aumentare la produttività non farà altro che aggravare la situazione occupazionale. D’altra parte, il fatto che l’offerta di moneta delle Banche centrali stia aumentando enormemente non vuol dire affatto, come sostengono gli economisti monetaristi, che<br />
essa ingeneri un aumento dei prezzi (secondo il detto “troppi soldi a caccia di troppo pochi beni”). Il collasso del consumo e delle spese d’investimento, semmai, riducono la domanda di credito bancario, ed è questo che conta per la determinazione della quantità di moneta in circolazione. Proprio per questa ragione è più che mai necessario sostenere la domanda di beni e servizi con misure di redistribuzione del reddito assai più coraggiose di quelle messe in campo in questi mesi.</p>
<p><em><strong>Note</strong></em><br />
1 <a href="https://www.rsi.ch/retedue/programmi/cultura/plusvalore/Paura-di-volare-12901406.html">Fabi, Gianfranco. “Paura di volare.” Plusvalore, 1 Maggio 2020.</a></p>
<p>2 <a href="https://www.project-syndicate.org/commentary/greater-depression-covid19-headwinds-by-nouriel-roubini2020-04">Roubini, Nouriel. “The Coming Greater Depression of the 2020s.” </a>Project Syndacate, 28 Aprile 2020.</p>
<p><em>https://tysm.org/  </em></p>
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		<title>Il Capitale del XXI secolo di Thomas Piketty</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Oct 2019 14:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Modi di prodizione capitalista]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Il Capitale del XXI secolo di Thomas Piketty di Paolo Massucci La concorrenza perfetta invocata da economisti e governi non intacca i meccanismi che accrescono le disuguaglianze economiche. Al riguardo ecco la proposta di Piketty. La proposta di una imposta annuale sul capitale fortemente progressiva e mondialmente estesa appartiene al filone del socialismo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories6/451601e2c2a2c10e47fcc6138e9e1f31_XL.jpg" alt="451601e2c2a2c10e47fcc6138e9e1f31 XL" width="300" height="235" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il Capitale del XXI secolo di Thomas Piketty</strong></p>
<h3><em>di Paolo Massucci</em></h3>
<p><em><strong>La concorrenza perfetta invocata da economisti e governi non intacca i meccanismi che accrescono le disuguaglianze economiche. Al riguardo ecco la proposta di Piketty. La proposta di una imposta annuale sul capitale fortemente progressiva e mondialmente estesa appartiene al filone del socialismo utopista, intrinsecamente irrealizzabile</strong></em></p>
<p>In questa corposa opera scientifica di quasi mille pagine (Il Capitale nel XXI secolo) Piketty &#8211; sulla base dei dati disponibili &#8211; presenta in maniera dettagliata, talvolta persino ridondante, lo stato attuale delle nostre conoscenze storiche sulla dinamica della distribuzione dei redditi e dei patrimoni a partire dal XVIII secolo, traendone, in ultimo, insegnamenti per il secolo in corso. La lezione principale &#8211; che conferma peraltro molti altri studi nonché la comune esperienza &#8211; è che <strong>il sistema capitalistico, se abbandonato a se stesso, continua a produrre progressiva divergenza economica all’interno della società</strong>, mettendo persino in discussione quello stato sociale faticosamente conquistato dai cittadini europei.</p>
<p>Il testo, non certo sintetico, costituisce uno studio serio che ha il merito di chiarire, su basi oggettive, la distribuzione della ricchezza mondiale, la sua dinamica storica e la direzione futura prevedibile, nonché quello di formulare una possibile soluzione chiara dei gravi problemi, della quale espone anche gli attuali ostacoli da rimuovere per la sua effettiva realizzazione.</p>
<p><strong>La proposta formulata consiste in un processo di redistribuzione della ricchezza, mediante una elevata imposta mondiale fortemente progressiva da applicarsi sul capitale individuale</strong>, per invertire l’attuale andamento, altrimenti inarrestabile, di concentrazione della stessa ricchezza prodotta (con formazione di un’oligarchia internazionale). Secondo l’Autore, tale riforma si dovrebbe comunque realizzare per vie democratiche all’interno dell’attuale sistema capitalistico e sarebbe l’unico modo per impedire una situazione insostenibile di sempre più <a href="https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/non-stiamo-tutti-sulla-stessa-barca" rel="noopener" target="_blank">estrema disuguaglianza economica</a>, tale da poter <a href="https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/le-diseguaglianze-crescono-in-europa-l-italia-va-anche-peggio" rel="noopener" target="_blank">inficiare gli stessi meccanismi del funzionamento economico</a> e da generare inevitabilmente disastri umanitari e sociali al punto da ipotizzare la fine della civiltà così come oggi la conosciamo.</p>
<p>Analizzando i dati statistici mostrati nel testo si evince che con il crescere delle disuguaglianze nella proprietà di capitali, la cosiddetta “classe media” tende a sparire e si proletarizza, determinandosi una separazione sempre più netta tra i nullatenenti e la classe possidente. Si evince anche che la “classe media”, che costituisce ancora una sorta di cuscinetto tra il proletariato vero e proprio e la borghesia e che ha costituito il perno dello sviluppo delle cosiddette “democrazie occidentali”, non è sempre esistita storicamente (e geograficamente), ma si è formata prevalentemente nei primi decenni del secondo dopoguerra, a seguito di peculiari fattori storici occorsi nei Paesi sviluppati. La classe media piccolo-proprietaria è stata una grande creazione del XX secolo, dovuta alla redistribuzione di una importante quota di ricchezza proveniente dai centili superiori, nonché -ma questo punto non sembrerebbe essere citato nel testo- dall’esproprio sistematico della ricchezza prodotta dai paesi colonizzati da parte dell’imperialismo occidentale. E oggi sempre più in crisi…</p>
<p>Il punto è che i decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, i <em>Trente Glorieuses</em>, come ci illustra Piketty, sono stati l’unico periodo nella storia del capitalismo in cui si sono verificate le seguenti condizioni, in particolare nei Paesi del cosiddetto “Primo Mondo”:</p>
<ul>
<li>Crescita molto elevata del Prodotto Interno lordo (PIL). In nessun altro periodo storico, né antecedente o né successivo, si è mai avuta una tale continuativa crescita economica.</li>
<li>Minime disuguaglianze patrimoniali di partenza. Ciò è stata la conseguenza dei disastri di trent’anni delle due guerre mondiali e della Grande Crisi economico-finanziaria che hanno quasi azzerato i valori dei capitali mobiliari ed immobiliari.</li>
<li>Contenute (seppur crescenti) disuguaglianze dei redditi da lavoro.</li>
<li>Politiche economiche pro-lavoro e socialmente più egualitarie (ad esempio la creazione dell’imposta progressiva sul reddito).</li>
</ul>
<p>In tale congiuntura storica l’accumulo di ricchezza è provenuta prevalentemente dai redditi di lavoro anziché dal capitale ereditato o accumulato nel passato e ciò ha determinato una maggiore mobilità sociale ed una effettiva, sebbene parziale, emancipazione sociale.</p>
<p>L’Autore mette opportunamente in rilievo come questa fase storica si sia andata esaurendo intorno agli anni settanta e come, conseguentemente, la sua fenomenologia sociale in termini di distribuzione della ricchezza (minore disuguaglianza economica, espansione di una classe media, sviluppo dello stato sociale), a partire da quel periodo, pur con un ritardo inerziale, si stia ritrasformando in senso regressivo. Si è trattato infatti di una fase peculiare e temporanea, non del naturale sviluppo capitalistico.</p>
<p>Ci stiamo ormai avviando, in tutti i Paesi Sviluppati e in buona parte del mondo, verso una diseguaglianza economica in termini patrimoniali simile a quella vissuta dall’Europa nel XIX secolo -con l’1% di <em>rentiers</em> che possedeva il 50-60% dei patrimonio nazionale, il 10% che ne possedeva il 90% e il resto della popolazione che viveva di stenti- e tendenzialmente potremo persino superarla se non si interverrà. Ancora più drammatica è la crescente disuguaglianza dei redditi da lavoro: a partire dagli anni settanta-ottanta assistiamo, soprattutto e ad iniziare dagli Stati Uniti, ad una esplosione senza precedenti delle disuguaglianze di reddito, con una crescita impressionante del reddito da lavoro essenzialmente a beneficio esclusivo dell’1% più benestante. Ciò è dovuto in particolare ad una classe di <em>supermanager</em> delle multinazionali con stipendi annui di diversi milioni di dollari (o di euro) e persino di centinaia di milioni per le posizioni di vertice: nessuno può prevedere fino a quale livello ci si potrà spingere da oggi in avanti. La polarizzazione dei redditi da lavoro sta facendo sì che le famiglie ad alto reddito &#8211; oltre il novantesimo o i novantacinquesimo percentile -, impiegando appena una piccola parte del loro reddito, possano sempre più impiegare come domestici una buona parte della popolazione a minor reddito. Si sta ricreando il lavoro servile ?</p>
<p>La crescita estrema della disuguaglianza, con l’attuale andamento, potrà raggiungere un livello tale da essere considerata intollerabile e dar luogo a lotte violente a cui si opporrebbero da una parte un più forte apparato repressivo dall’altra un’operazione di vitale legittimazione ideologica della posizione dei vincitori, operazione che naturalmente è già pienamente in atto. Quest’ultima si propone sia di giustificare la ricchezza e gli alti redditi con il merito sul lavoro (capacità e sacrificio) sia con la loro necessità sociale, nel senso che la eventuale riduzione degli alti redditi nuocerebbe al resto della popolazione.</p>
<p>L’Autore fa notare che tutti i dati disponibili suggeriscono che, a dispetto dei luoghi comuni ideologici, la mobilità sociale nell’America del XX secolo e all’inizio del XXI (nazione che presenta la maggiore disparità dei redditi da lavoro), sia molto bassa ed inferiore a quella dell’Europa. Ciò viene messo in relazione con l’elevato costo degli studi universitari, proibitivo per le classi popolari e medie, ed in particolare di quelli più prestigiosi (ad Harvard, che non è nemmeno l’università più cara, le quote di iscrizione ammontavano a 54.000 dollari nel 2013). Certamente l’accesso esclusivo agli studi più qualificati e prestigiosi impedisce qualsiasi vera mobilità sociale, accelerando ed aggravando piuttosto il processo di riproduzione intergenerazionale (altro che opposizione tra generazioni o divisione della ricchezza sulla base dell’età, come pure viene affermato ideologicamente!). Ma c’è di più: gli economisti ad esempio, soprattutto i più quotati, provengono proprio dalle classi più privilegiate e svolgono un ruolo tecnico per i decisori politici, oltre a quello di insegnamento e divulgazione. La loro appartenenza di classe comporta pertanto anch’essa, indirettamente, un’azione di autorigenerazione delle stesse disuguaglianze. A tal proposito Piketty sostiene che teorie e metodologie nella scienza economica risentano profondamente di tali interessi e cita l’utilizzo diffuso di indicatori astratti di disuguaglianza, quali il <em>Coefficiente di Gini</em> o il P<em>rincipio di Pareto</em> o i rapporti interdecili, i quali si propongono di edulcorare le stesse disuguaglianze, presentandole come naturali, ovvie, eterne. Nel testo viene smentito anche il mito, riduttivo e infondato, dell’accumulazione come “ciclo di vita”, suggerito dall’economista italiano Modigliani, apologeta del liberismo economico, secondo cui il capitale sarebbe accumulato nel corso della vita lavorativa mediante il risparmio, per essere utilizzato interamente, dopo il pensionamento, per mantenere il tenore di vita, anziché essere destinato a trasmettersi con l’eredità.</p>
<p>Le grandi ricchezze generano ovviamente potere e capacità di lobbying e ciò è certamente una delle spiegazioni della tendenza alla riduzione della progressività delle imposte che a sua volta aumenta di fatto il reddito netto della classe più benestante (si pensi, passando all’attualità, alla drastica riduzione delle imposte alla imprese americane stabilita dal <em>tycoon</em> Trump, o, nel piccolo, alla assurda proposta di una <em>flat tax</em>, nella campagna elettorale italiana in corso, da parte del magnate Silvio Berlusconi). Un altro fattore di divergenza deriva dal fatto che i capitali maggiori rendono di più di quelli piccoli o minimi (immaginiamo i tassi di interesse irrisori, spese a parte, di un conto corrente bancario o postale), grazie alla maggiore economia di scala nei costi della gestione finanziaria come pure al migliore accesso di informazioni sui mercati finanziari, riservate e non. In più al crescere della dimensione dei capitali aumenta la capacità di evasione fiscale, legale ed illegale (si pensi ai cosiddetti <em>paradisi fiscali</em>, maanche alla costituzione di fondazioni private e di <em>trust funds</em> o allo spostamento delle sedi fiscali delle società o della residenza personale dove conveniente, ecc.). Tutto ciò comporta, in un circolo vizioso, una crescita esponenziale dei patrimoni più grandi.</p>
<p>Piketty sostiene, a ragione, contro Pareto, che non esiste un limite “naturale” al livello di disuguaglianza della distribuzione di redditi e ricchezze, non esistono fattori automatici di regolazione che lo stabilizzino, ma sono i fattori esogeni che giocano. D’altra parte non ritiene verosimile la teoria del futuro crollo automatico del capitalismo come conseguenza della marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto. Tale andamento infatti può essere attenuato o persino temporaneamente bloccato o invertito da una serie di controtendenze tra cui lo sviluppo tecnologico o le politiche neoliberiste pro capitale.</p>
<p>La soluzione preferibile formulata da Piketty sarebbe, in sostanza, una imposta annuale individuale sul capitale fortemente progressiva, a tassi quasi confiscatori per le maggiori ricchezze ed estesa a livello mondiale. Per rendere ciò attuabile, sottolinea l’Autore, occorre però creare strumenti nuovi, fondati teoricamente su un sistema altamente trasparente di scambi automatici di informazioni bancarie, affidabili e globali, sulla distribuzione dei patrimoni, in mano al potere pubblico e che svolga interessi generali. Questo secondo l’Autore sarebbe l’unico modo, non certo semplice da attuarsi, che consentirebbe alla democrazia di riprendere il controllo del capitalismo finanziario globale, salvaguardando allo stesso tempo il dinamismo imprenditoriale. E sarebbe pertanto una soluzione più “pacifica” di quella, peraltro definita fallimentare, attuata dall’Unione Sovietica nel XX secolo. L’Autore suggerisce anche che la soluzione illustrata consentirebbe di rimborsare tutto o in parte l’astronomico debito pubblico, accumulato da molti Paesi del sud Europa tra cui l’Italia. In maniera condivisibile questi afferma che il debito pubblico costituisce una ricchezza privata che grava sulla povertà pubblica e va incontro agli interessi di chi dispone di mezzi finanziari per prestare soldi allo Stato, a cui sarebbe stato invece meglio far pagare le imposte.</p>
<p>Tuttavia non è chiaro come possa essere imposta una tale soluzione, che non è certo tecnica ma politica, la quale in pratica significherebbe la perdita del controllo del potere da parte del capitalista e la sua, pur graduale, espropriazione. Tant’è vero che oggi, in effetti, prevale un senso di impotenza da parte delle classi popolari e delle classi medie, e, all’opposto di quanto auspicato, persino a livello europeo gli Stati entrano in concorrenza, divisi dall’esigenza, penalizzante, di attrarre capitali, come lo stesso testo ci espone.</p>
<p>Assistiamo infatti ormai ad una gara continua per ridurre le imposte sui redditi delle imprese e per detassare i redditi finanziari, al punto che già oggi il prelievo fiscale sui vertici della gerarchia sociale di fatto ha già perso ogni progressività. Il modo di produzione capitalistico si è sviluppato e si regge, possiamo dire, non perché sia più efficiente di altri modi di produzione, ma perché esso fornisce ai capitalisti il più grande profitto e il più grande potere. Consentiranno mai i capitalisti di attuare la soluzione proposta da Thomas Piketty che, pur mantenendo il capitalismo, eliminerebbe i più grandi privilegi alla classe detentrice del potere, cioè a loro stessi?</p>
<p>Infine, il titolo del testo non può non richiamare la maggiore opera filosofica di Marx, ma naturalmente la distanza tra di esse, a parte qualche minore analogia (quali diversi richiami alla letteratura francese ottocentesca) e minimi riferimenti allo stesso Marx, rimane siderale: l’indagine di Piketty, pur attenta alle dinamiche del processo storico, si svolge da una prospettiva strettamente socio-economica e quantitativa ed è lontana da qualsiasi profondità valutativa filosofica. Chiarito ciò, il testo dell’autore francese può essere indubbiamente uno strumento molto utile come punto di partenza per una discussione politica, in considerazione dei drammatici dati oggettivi e del loro andamento generati dal sistema capitalistico ed opportunamente qui mostratici.</p>
<p>Per concludere, si potrebbe dire che le soluzioni individuate da Piketty, posto che risolverebbero il problema della ingiusta distribuzione della ricchezza nel sistema capitalistico e della connessa perdita della democrazia, siano l’ultima possibilità di dimostrare l’eventuale riformabilità del capitalismo. Ad oggi, a quasi cinque anni dalla pubblicazione dell’opera, che pure ha venduto nel mondo oltre un milione di copie, passi avanti anche minimi verso l’applicazione delle ricette qui proposte non risulta siano state fatti, e questo deve far riflettere.</p>
<p><a href="https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/il-capitale-del-xxi-secolo-di-thomas-piketty-prima-parte">https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/il-capitale-del-xxi-secolo-di-thomas-piketty-prima-parte</a></p>
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		<title>L’AUTUNNO OCCIDENTALE. (Punto di vista: macro).</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2019 11:02:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/Sarà_vero_10_terrapiatta_medioevo.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5962" title="sara_vero_10_terrapiatta_medioevo" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/Sarà_vero_10_terrapiatta_medioevo-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Pierluigi Fagan</strong></em></p>
<p><strong>L’AUTUNNO OCCIDENTALE. (Punto di vista: macro).</strong></p>
<p>L’era moderna inizia lentamente in dissolvenza incrociata con il Medioevo, tra XVI e XVII secolo. Giunge al suo picco nel XIX secolo, quando i britannici portano a compimento una estensione planetaria che inaugura l’era globale. Lì non termina la modernità ma inizia il suo trapasso come era avvenuto con il Medioevo a lungo perdurante quando già il Moderno faceva primi passi.</p>
<p>Una data per l’intensificazione del trapasso, può esser rivenuta da qualche parte all’inizio della seconda metà del secolo scorso. Culturalmente, il post-moderno ed altri fenomeni secondari come il &#8220;relativismo&#8221;, assomigliano molto ad analoghi fenomeni del XVI secolo quando un’ondata di “pirronismo” stese un velo di profonda perplessità sull’immagine di mondo allora in uso, aprendo la strada alla costruzione di una nuova. Noi siamo qui, al culmine dell’inizio della fine di un’epoca storica, ma non lo sappiamo e sul piano culturale siamo in piena “stagione arida” del pensiero. Ma di che tipo di passaggio si tratta? Verso cosa stiamo andando?</p>
<p>Si potrebbe e dovrebbe inquadrare il fenomeno in molti modi. Noi qui però ne scegliamo uno per fare il punto su un certo tipo di situazione. Il Pil mondiale cresceva del 6.6% nel 1964. Da allora e fino al crollo del 2009 (-1.7%), ma anche dopo, l’andamento è stato altalenante comunque mai superando il limite del +4.3% negli ultimi venti anni. Si potrebbe dire che l’economia mondiale si stia assestando verso una crescita moderata, tant’è che dal 2011 ha oscillato intorno al 3%, 3,3% previsto 2019 da IMF (-0.3% su 2018). Ma questo dato aggregato è solo la sintesi statistica di un gran rivolgimento interno all’economia-mondo. Dal 1950 ad oggi, infatti, si sono aggiunti 5 miliardi di individui, 130 nuovi stati, l’accesso alle forme dell’economia moderna di produzione e scambio con supporto banco-finanziario, tecnica e scienza, da parte di interi continenti (Asia) che prima ne erano fuori. La crescita mondiale quindi, è la risultante media di due dinamiche incrociate: l’ascesa del “the Rest” e la discesa del “the West”. Perché “the West” non cresce più come una volta?</p>
<p>A grana fine si potrebbe aggiungere che la crescita degli ultimi decenni nell’area occidentale è stata in effetti drogata dalla svolta finanziaria, senza quell’ipertrofico valore fittizio sarebbe stata ancor minore. Si potrebbe convocare in giudizio il neo-liberismo che ha depresso le domande interne ed oltretutto favorito l’espatrio economico di molte produzioni e capitali o l’austerity europea che ha congelato alcuni economie nazionali prima brillanti, elementi tutti senz’altro incidenti. Sta di fatto che negli ultimi venti anni, i Paesi OCSE-OECD, viaggiano su una stentata media di +1.85% anno. Si pensa che una riviviscenza di keynesismo, piuttosto che la re-industrializzazione, oppure anche la rivoluzione digitale, piuttosto che la generale riconversione green (magari la conversione green con la reindustrializzazione pone qualche problema logico, ma tanto chi pensa le cose tutte assieme?), potrebbero migliorare le cose. Ma di quanto e quanto a lungo?</p>
<p>C’è un dato macroscopico qualitativo da tener presente. Se le economie non OCSE-OECD sono all’inizio del loro ciclo espansivo, noi forse siamo alla sua fine? L’economia moderna ha inventato e fatto un sacco di cose che prima non c’erano. Ma poi c’erano e lo spazio per farne di nuove s’è ristretto. Già negli anni ’60, abbiamo assistito alla programmazione della morte dei prodotti per tenere in piedi il ciclo di produzione ed in più una enorme spinta al consumo nevrotico, ben oltre la normale “utilità”. S’è abbassata l’età del consumo e si sono importate le donne che prima erano ai margini, di produzione e consumo. S’è venduto a credito che è poi debito. S’è esportato ai terzi ma poi i terzi hanno cominciato a produrre da par loro e sono finiti ad esportare loro e noi ad importare. L’esplosione dei servizi ha dato una mano ai limiti ormai raggiunti dell’industria. Ma il tasso di innovazione reale, quello del tipo Rivoluzione industriale, chimica, elettrica, atomica, meccanica, più invenzioni che semplici innovazioni, non ha avuto seguito nel digitale o nel biotecnologico. E se fossimo alla fine di un ciclo?</p>
<p>L’economia moderna può esser vista in due modi. Come sistema eterno o storico. In natura, non s’è mai visto alcun sistema eterno, difficile immaginare che un sistema economico formato dalle interazioni tra uomini e natura che sono domini termodinamici, abbia in sé le potenzialità dell’eternità. L’economia moderna, in primis, è servita a fare cose, ma le cose da poter fare non sono infinite, questo è quello che sembra aggiungendo la storia qualitativa dei fatti ai dati quantitativi statistici. The West è entrato da decenni nella fase discendente della curva a campana che connota praticamente ogni fenomeno di crescita.</p>
<p>Questo è punto che cambia una epoca. Va benissimo pensare a riconvocare Keynes, le tecnologie disruptive, la green economy e quant’altro vi pare, le epoche non cambiano come cambiamo un abito. Un soft landing è senz’altro meglio di un hard landing. Ma toccherebbe anche cominciare a pensare a quale altra forma di organizzazione della vita associata, potremmo passare. Una forma al cui interno c’è ovviamente l’economia moderna ma non come asse centrale intorno a cui tutto ruota, semplicemente perché quell’asse è destinato a non dare più ordine ma se tenuto ancora centrale, disordine. Dal conflitto geopolitico a quello ambientale, passando per il sociale che sta in mezzo.</p>
<p>Nessuna forma di civiltà fino ad oggi ha mostrato la capacità di sopravvivere al cambio del suo paradigma fondante. Ci sono molte teorie sulle varie fine delle varie civiltà. Alcune sono crollate, altre si sono spente con un lungo vagito. Ma la costante è che nessuna è riuscita a cambiare per tempo l’immagine di mondo che promanava dalla forma del proprio sistema adattivo che ad un certo punto, non era più adattivo. A vedere la qualità della nostra auto-comprensione culturale dei tempi, dei sistemi e dei fenomeni, e parlo dell’Occidente nel suo complesso, non sembrerebbe si sia noi i destinati a questa epocale svolta cognitiva. Dispiace.</p>
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		<title>E venne il giorno in cui il Financial Times vide lo sfruttamento, ma non se ne accorse</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2019 12:51:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[Disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Financial Times]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; «I lavoratori europei sono esclusi dalla distribuzione della ricchezza. Neanche la recente crescita occupazionale ha permesso di interrompere la straordinaria redistribuzione del reddito dai salari ai profitti che è in atto da diversi decenni. Per questo, è necessario favorire la dinamica dei salari reali». Sembrerà strano, ma queste non sono le parole del leader [...]]]></description>
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<p><strong><em>«I lavoratori europei sono esclusi dalla distribuzione della ricchezza. Neanche la recente crescita occupazionale ha permesso di interrompere la straordinaria redistribuzione del reddito dai salari ai profitti che è in atto da diversi decenni. Per questo, è necessario favorire la dinamica dei salari reali</em><em>».</em></strong></p>
<p>Sembrerà strano, ma queste non sono le parole del leader di un temutissimo sindacato estremista. Si tratta invece del contenuto di un articolo apparso qualche giorno fa sul <a href="https://www.ft.com/content/0a245c28-6cc3-11e9-80c7-60ee53e6681d">Financial Times</a>. Direttamente dalla City di Londra, il quotidiano della finanza internazionale sciorina una serie di dati e riflessioni che mostrano, inequivocabilmente, in quali condizioni di disuguaglianza e precarietà versi il mercato del lavoro europeo.</p>
<p>Guardando in maniera neutra i dati, ci viene detto nell’articolo, salta agli occhi un presunto paradosso. Nel nostro continente, il tasso di occupazione avrebbe ormai superato i livelli pre-crisi. Ciò, tuttavia, non è stato accompagnato da una crescita dei salari, la cui dinamica rimane avviluppata in una stagnazione che dura ormai da decenni.</p>
<p>Andando nel dettaglio, viene sottolineato come, a fronte di 15 milioni di nuovi occupati nei 28 Paesi dell’Unione Europea, i salari nominali tra il 2010 e il 2017 siano cresciuti in media ad un tasso annuo del 1,7%, decisamente inferiore al 2,5% che aveva caratterizzato il periodo 2000-2007.</p>
<p><img src="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/05/figura-1.png?w=700" alt="figura 1" data-attachment-id="1063" data-permalink="https://coniarerivolta.org/?attachment_id=1063" data-orig-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/05/figura-1.png" data-orig-size="594,396" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="figura 1" data-image-description="" data-medium-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/05/figura-1.png?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/05/figura-1.png?w=594" /></p>
<p>Questo fenomeno viene confermato anche dall’andamento della quota salari sul PIL, che rappresenta la parte del reddito nazionale che è attribuito ai lavoratori. Infatti, sostiene a ragione l’articolo mostrando i dati della Commissione Europea, i profitti si sono impossessati di una quota sempre maggiore del reddito, a scapito dei salari. Questa tendenza è generalizzata e continua dalla prima metà degli anni Settanta ad oggi. Tuttavia, il paese che più degli altri spicca per l’entità di questa redistribuzione dal lavoro al capitale è proprio il nostro. La quota salari italiana, pari a più del 65% nel 1975, è oggi di poco superiore al 55% e le proiezioni per il 2020 riportate nell’articolo la danno ancora in diminuzione.</p>
<p><img src="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/05/figura-2.png?w=700" alt="figura 2" data-attachment-id="1065" data-permalink="https://coniarerivolta.org/?attachment_id=1065" data-orig-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/05/figura-2.png" data-orig-size="595,396" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="figura 2" data-image-description="" data-medium-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/05/figura-2.png?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/05/figura-2.png?w=595" /></p>
<p>Per rendere il quadro ancora più fosco, l’articolo ci ricorda anche che l’aumento del tasso di occupazione, di per sé, non è sufficiente a descrivere accuratamente la situazione occupazionale del continente. Esiste infatti, in Europa, un enorme problema di sotto-occupazione. Per sotto-occupato si intende quel lavoratore che sarebbe disposto a lavorare a tempo pieno ma, per carenza di domanda di lavoro, è costretto a lavorare ad orario ridotto. In Europa almeno un lavoratore part-time su quattro lo è suo malgrado. In paesi come l’Italia e la Spagna la situazione è ancora peggiore, poiché addirittura il 60% dei lavoratori part-time desidererebbe lavorare (e guadagnare) di più. Spesso, come lo stesso articolo sottolinea citando l’OCSE, questi part-time assumono la forma di contratti a chiamata “<em>zero hours contracts</em>”, vale a dire contratti di lavoro in virtù dei quali si è ufficialmente occupati, ma che ciononostante non implicano la certezza di lavorare neanche un’ora settimanale, dando vita al paradosso per il quale un lavoratore potrebbe essere considerato dalle statistiche ufficiali ‘occupato’ e al contempo ricevere una retribuzione di 0 euro.</p>
<p>Questa condizione di precarietà e povertà, conclude l’articolo, è spesso aggravata da difficoltà in termini di accesso al welfare, ai sussidi di disoccupazione e alle pensioni. Difficoltà che, apparentemente, avrebbero una natura impersonale, astratta e sarebbero il frutto di qualche sfortunata coincidenza.</p>
<p>Passando a noi e parafrasando il noto cantautore, potremmo chiosare con un “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=K3QlCGrZ5wk">se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato</a>”. Il quadro tracciato è drammatico, descrive bene la fragilità che affligge i mercati del lavoro europei ed è, per altro, ciò che più e più volte abbiamo sottolineato. Lo spaccato offerto dall’articolo del Financial Times, però, è anche parziale e ipocrita.</p>
<p>Come dicevamo, l’apertura del pezzo è dedicata all’analisi dei trend occupazionali in Europa. Quello che viene omesso, però, è che la dinamica così fortemente positiva, in termini di riduzione della disoccupazione, che ha caratterizzato gli ultimi anni è pressoché del tutto imputabile ai Paesi dell’Est Europa. In Estonia, ad esempio, il tasso di occupazione è cresciuto dal 2010 al 2018 del 22%; in Lituania del 26%, in Polonia del 14,4%. In altri Paesi, invece, la situazione è ben meno rosea: in Francia è cresciuto del 2%; in Italia del 3%; del 6% in Spagna. Si tratta naturalmente di situazioni e strutture economiche ben diverse, ma ciò che ci preme sottolineare qui è che questi dati verosimilmente celano in sé il frutto avvelenato delle delocalizzazioni verso economie ad uno stadio di sviluppo capitalistico meno avanzato, in cui condizioni lavorative e salari sono decisamente peggiori. La libera circolazione dei capitali, architrave su cui si regge l’Unione Europea, mette i lavoratori gli uni contro gli altri su scala continentale ed esercita una formidabile pressione al ribasso sui salari, evidentemente all’insaputa del Financial Times che non coglie in questo processo una delle spiegazioni per l’apparente paradosso su cui si interroga.</p>
<p>Ma ciò che, ancora di più, risulta indigeribile dell’articolo, è lo stupore con cui sia la giornalista sia il più volte citato Stefano Scarpetta dell’OCSE guardano alla fotografia che essi stessi hanno scattato.</p>
<p>La drammatica situazione in cui versano milioni di lavoratori europei, infatti, non è un risultato casuale e imprevedibile di fantasmagoriche leggi economiche. Esso è, al contrario, il risultato deliberato di una precisa stagione di politiche economiche e delle cosiddette riforme strutturali che sono state imposte, a più tornate, dalle Istituzioni internazionali alla classe lavoratrice dei Paesi europei. L’obiettivo di queste cosiddette riforme era quello di rimuovere le ‘rigidità’ dal mercato del lavoro, sulla base dei dettami della teoria economica dominante per la quale, nonostante <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2206526">numerose smentite</a><a href="http://www.elgaronline.com/view/journals/ejeep/11-2/ejeep.2014.02.05.xml">empiriche e teoriche</a>, la flessibilità del lavoro è la panacea per risolvere tutti i mali di un’economia. Da un lato, infatti, la flessibilità favorirebbe la competitività delle merci prodotte nel paese, rendendole più appetibili sui mercati internazionali e stimolando quindi le esportazioni. Dall’altro, incentiverebbe gli imprenditori ad aumentare le assunzioni. Il meccanismo magico che dovrebbe garantire questi risultati è, se si vuole usare uno degli eufemismi tanto cari a liberisti di varia estrazione, il contenimento del costo del lavoro. Guardando alla realtà, stiamo parlando esattamente della violenta compressione salariale che turba oggi i sogni del Financial Times.</p>
<p>La stessa Banca Centrale Europea, che <a href="https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2017/html/sp170406.en.html">ultimamente ha lamentato la stagnazione dei salari</a>, non più tardi di <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/bollettino-eco-bce/2015/bol-eco-8-2015/bolleco-bce-08-15.pdf">qualche anno</a> fa auspicava un maggiore sforzo nel perseguire quelle riforme volte a ridurre ulteriormente i livelli salariali e il potere contrattuale della classe lavoratrice. Tradotto in termini concreti, ciò di cui la BCE si faceva e si fa promotrice, è lo sforzo imposto ai lavoratori di dover accettare sacrifici su sacrifici, in nome di un benessere futuro che, in maniera non sorprendente, non si è ancora manifestato e mai si manifesterà.</p>
<p>Le politiche di deflazione salariale, che hanno contribuito in maniera decisiva alla riduzione della quota salari, sono state dunque una chiara e precisa scelta e indicazione delle Istituzioni europee e internazionali. È forse inutile aggiungere che questa indicazione è stata solertemente accettata dai governi dei Paesi europei, da ormai venti anni. Le riforme del mercato del lavoro si sono abbattute ovunque come una clava, si pensi alla Spagna (1994, 2006, 2010, 2012) o alle riforme Hartz in Germania (2002-2005), senza dimenticare il ventennale e mai pago ciclo di flessibilizzazione in Italia.</p>
<p>Oltre a facilitare l’accesso a forme contrattuali più precarie e ai contratti atipici a tempo indeterminato, una parte importante di queste riforme ha riguardato anche i sussidi di disoccupazione e i modelli di welfare. In particolare, con la scusa di allargare la platea dei beneficiari – nella falsa logica dei lavoratori privilegiati a cui si deve la disoccupazione dei lavoratori non tutelati – si sono di fatto ridotte, sia nei trasferimenti che nella durata, le prestazioni di cui i disoccupati beneficiavano. L’intento è sempre lo stesso: smorzare la conflittualità dei lavoratori, renderli ricattabili e costringerli ad accettare una riduzione dei salari. Il metodico lavoro di erosione del potere contrattuale dei lavoratori, operato a colpi di ‘raccomandazioni’ delle Istituzioni europee e felicemente eseguito da governi nazionali al servizio del capitale, ha lasciato un campo di macerie, fatto di salari da fame e condizioni lavorative sempre più precarie. Ecco quindi che quello che pareva un inspiegabile paradosso, almeno per ilCity Londra, Salari, , si mostra per quello che realmente è: il risultato deliberato di una lotta di classe esercitata dai privilegiati contro l’enorme maggioranza della popolazione. Un risultato talmente sbilanciato a favore del capitale che quest’ultimo può adesso raccoglierne a piene mani i frutti, fatti di una produzione che torna ad aumentare e che garantisce enormi margini di profitto, grazie ai miserabili salari pagati.</p>
<p><em><strong>coniarerivolta</strong></em></p>
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		<title>Contro i terroristi del debito pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Apr 2019 09:52:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Banca centrale europea]]></category>
		<category><![CDATA[Coniarerivolta]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Pil]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Rho]]></category>

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<p>Le stagioni si alternano, è arrivata la primavera, ma c’è una specie che non va mai in letargo: sono i terroristi del debito pubblico, quelli che ci ripetono ogni giorno – come un mantra – che stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità, che dobbiamo stringere la cinghia, fare sacrifici, perché c’è il debito pubblico che incombe sul futuro di ognuno di noi. Il 26 marzo scorso è stata la volta di Roberto Rho che, dalle colonne di Repubblica, grida l’allarme: “Tagli a cantieri, scuola e sanità, ecco il conto per gli italiani”.</p>
<p>Secondo l’articolo, uno dei danni principali dell’elevato debito pubblico è la spesa per interessi che l’accumulazione di quel debito impone. Proviamo ad analizzare l’argomento usato da Repubblica. Indebitarsi costa, e più cresce il debito, più cresce la spesa per interessi: fin qui, siamo tutti d’accordo. Dove sta il problema? Ci dice Rho che la spesa per interessi sottrae risorse ad altri, più nobili, impieghi: servizi ai cittadini, investimenti pubblici, sanità, istruzione e così via. In sostanza, ogni euro speso per pagare gli interessi sul debito sarebbe sottratto a “cantieri, scuola e sanità”. Verissimo, ma l’autorevole quotidiano liberista dimentica di spiegare perché questo avviene: tale vincolo è effettivamente operativo nell’Unione Europea in virtù dei Trattati che impongono precisi limiti alla spesa pubblica in deficit. Dati i vincoli europei, che determinano rigorosamente i limiti alla spesa pubblica, ogni euro di spesa pubblica per interessi non può che sottrarre risorse agli altri impieghi. Ma si tratta di un vincolo tutto politico, derivante dalla struttura istituzionale entro cui il debito pubblico è accumulato, e non è dunque un problema connesso all’accumulazione di debito pubblico in sé: fuori dalla gabbia europea, un elevato debito provocherebbe una più alta spesa per interessi senza precludere una più alta spesa sociale, perché non vi sarebbe il tetto al deficit pubblico che sta soffocando le economie europee. Per finanziare una spesa in deficit sempre crescente, fuori da questo contesto, ci si potrebbe liberamente rivolgere ad una banca centrale capace di finanziare il debito pubblico con creazione di moneta. Al contrario, la Banca Centrale Europea <a href="https://coniarerivolta.org/2019/03/22/lo-strano-caso-della-bce-liquidita-per-la-finanza-austerita-per-i-popoli/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">ha sempre subordinato il finanziamento del debito pubblico dei paesi europei alla rigida esecuzione delle politiche di austerità</a>: è il ricatto del debito che ha messo in ginocchio la Grecia e tutta la periferia europea. Il trucco dei terroristi del debito  sta dunque in quello che non ci dicono: se la spesa per interessi grava sui bilanci degli Stati dell’Eurozona, Italia compresa, è perché <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/04/spread-mutui-e-crisi-come-funziona-la-gabbia-delleuropa/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">la gabbia nella quale ci troviamo è costruita apposta</a> per limitare il più possibile l’intervento dello Stato nell’economia. Non ci dicono che il debito pubblico serve proprio a finanziarli, “cantieri, scuola e sanità”, e che i soldi sottratti alla spesa sociale ce li nega l’Europa con i suoi Trattati.</p>
<p>Vediamo poi che l’articolista si dimostra preoccupato per la lunga sequela di anni anche recenti nei quali l’Italia ha visto crescere il rapporto tra debito pubblico e Pil, al 2019 oltre il 130%, lasciando intendere che continuiamo a vivere al di sopra delle nostre possibilità alimentando il mostro del debito.</p>
<p>Anche qui troviamo un ribaltamento della realtà. L’Italia è da 25 anni ingabbiata in una serie ininterrotta di avanzi primari – cioè entrate che superano le uscite al netto degli interessi – avanzi che sono tra i maggiori responsabili della <a href="https://coniarerivolta.org/2018/09/22/la-crisi-economica-e-un-problema-politico-e-si-risolve-con-la-lotta/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">estremamente flebile dinamica della domanda aggregata</a>. Con politiche fiscali restrittive sottraiamo risorse all’economia, ed è proprio per questo che il fatidico rapporto debito/Pil continua a salire. Il ragionamento convenzionale è il seguente: se mediante l’austerità limito la crescita del numeratore di quel rapporto, il debito, e il Pil nel frattempo cresce (aumenta cioè il denominatore) perché i mercati riprendono fiducia ed investono, questo farà scendere il rapporto tra debito pubblico e Pil. Se però ci rendiamo conto che la spesa pubblica è fonte di crescita, capiamo allora come il taglio di quest’ultima non possa lasciare invariato il Pil. Esso infatti risente fortemente dello stimolo pubblico, e se quest’ultimo viene a mancare la caduta del deficit imposta dall’austerità fa cadere con sé il prodotto stesso. Ed ecco che, inevitabilmente, il rapporto debito/Pil sale invece di scendere, e la realtà che stiamo vivendo acquisisce tutt’altro significato. La presenza di un rapporto debito/Pil al 130% non è più, come ci raccontano, quel dramma ineluttabile che opprime l’economia <em>malgrado</em> le politiche di austerità – non è più, insomma, un male che per essere curato richiede dosi maggiori di austerità. Al contrario, l’elevato rapporto tra debito pubblico e Pil è il più logico risultato della scelta politica dell’austerità.</p>
<p>Nell’articolo di Rho emerge poi un altro punto rilevante, quello che in gergo economico viene definito ‘effetto spiazzamento’. Ci viene suggerito che lo Stato entra in competizione con i privati per le risorse disponibili, limitando così l’attività economica privata, la quale soffre la pressione derivante dal Moloch rappresentato dall’apparato pubblico. E’ il mito della scarsità delle risorse: ci raccontano che la torta è data, e lo Stato vorace ne vuole mangiare sempre di più a scapito dei privati. Eppure, a questo proposito, persino l’insospettabile Fondo Monetario Internazionale ha dovuto constatare che <a href="https://www.ft.com/content/47ddbb14-34f6-354f-a907-8bacae72a5e6" rel="noopener noreferrer" target="_blank">l’intervento pubblico non ‘mangia’ risorse, ma al contrario le crea</a>. La spesa pubblica, stimolando la domanda aggregata in un’economia ben lontana dal pieno impiego del lavoro, accresce la torta disponibile per tutti.</p>
<p>Dopo aver decostruito lo spauracchio del debito pubblico, occorre prestare attenzione all’aspetto politico del problema. Potrebbe infatti sembrare che, dimostrata l’inconsistenza teorica del paradigma dominante alla base dei vincoli europei, sia sufficiente il semplice buon senso per superare questo schema con una modifica delle regole europee a favore di crescita economica e benessere per tutti. In realtà sappiamo che la morsa dell’austerità e la sistematica denigrazione del ruolo del pubblico sono armi affilatissime per <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/13/la-piena-occupazione-spaventa-il-profitto-perche-lottare-contro-i-vincoli-europei/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">aumentare la disoccupazione</a> e, per questa via, <a href="https://coniarerivolta.org/2018/08/08/ricattabili-isolati-e-precari/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">tenere sotto scacco i lavoratori</a> che in un contesto di disoccupazione e crisi perdono drasticamente potere contrattuale. L’austerità non è un errore tecnico o il delirio di qualche fanatico, ma un disegno politico  di cui <a href="https://coniarerivolta.org/2018/09/16/disoccupazione-male-necessario-o-arma-dei-padroni/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">i capitalisti si avvantaggiano nel conflitto per la distribuzione sociale del reddito</a> a discapito dei lavoratori.</p>
<p>Il ricatto del debito è dunque l’arma usata, ogni giorno, contro i lavoratori per promuovere il disegno politico dell’austerità. Potrebbe però sembrare che per opporsi a questo disegno basti modificare i trattati europei. Ma la cosiddetta Europa, non in quanto area geografica e insieme di paesi ma in quanto Unione Europea, non è altro che un insieme di trattati costituiti per disciplinare il lavoro e favorire i profitti: l’Unione Europea, lungi dal dover essere aggiustata, sta funzionando alla perfezione per svolgere il compito per il quale è stata costruita. Non si tratta di un’entità modificabile come può esserlo uno Stato tramite una dialettica politica e conflittuale interna, ma di una rigida gabbia al servizio del profitto: qualsiasi ribaltamento dei rapporti di forza a favore delle classi sociali svantaggiate, quindi, non può che passare per la rottura di questo dispositivo disciplinante che sta strangolando le nostre economie e favorendo un gigantesco processo di redistribuzione del reddito a favore di una ristretta oligarchia.</p>
<p><em><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a> </em></p>
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		<title>Crisi sistemica e strategia “a pietre miliari” ai tempi di Obama e del settimo miliardo.</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 09:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Pagliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Piero Pagliani In varie occasioni la crisi sistemica attuale è stata collegata in modo diretto a problemi di sovrappopolazione e, per contro, di progressiva scarsità di risorse. Chi, come me, al contrario legge sia i termini demografici sia quelli fisico-naturali attraverso categorie di carattere sociale viene a volte visto come un “fissato” dei “rapporti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/indien-main.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2660" title="indien-main" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/08/indien-main-300x166.jpg" alt="" width="300" height="166" /></a></p>
<p>di Piero Pagliani</p>
<p>In varie occasioni la crisi sistemica attuale è stata collegata in modo diretto a problemi di sovrappopolazione e, per contro, di progressiva scarsità di risorse. Chi, come me, al contrario legge sia i termini demografici sia quelli fisico-naturali attraverso categorie di carattere sociale viene a volte visto come un “fissato” dei “rapporti di produzione” che non terrebbe conto dei contesti fisici nei quali tali rapporti si dispiegano.   E’ un dibattito, che al di là delle etichette filosofiche o di scuola che può assumere, tocca punti nevralgici che hanno riflesso sul modo di prevedere quanto succederà e di conseguenza sul modo di intendere le lotte politiche da condurre da qui in avanti.</p>
<p>1. Come si genera l’«esubero»</p>
<p>Personalmente non ho una visione totemica dei “rapporti di produzione” e meno che mai li ho disinseriti dai loro vari limes fisici e territoriali. La mia storia politica e polemica si è sempre basata, al contrario, su uno stretto intreccio degli aspetti economici, finanziari, politici, culturali e infine fisico-spaziali. Cionondimeno non ritengo che abbia senso negare la fondatività di detta categoria, ovviamente se la si sottrae ad ogni lettura di tipo economicistico.</p>
<p>Cosa si intende infatti con “rapporto di produzione”? Se si intende semplicemente il rapporto capitale-lavoro come è stato inteso dalla tradizione tardo-marxista, allora penso che si sia sulla strada errata, perché tale rapporto non può mai essere considerato isolatamente né in termini di specificità analitica esclusiva né, tanto meno, di specificità politica risolutiva.</p>
<p>Se si intende invece, in modo più ampio, il rapporto sociale rovesciato (cioè “reificato”) per cui tutta la società è funzionalizzata all’accumulazione infinita di capitale, allora sì: questa è proprio la dimensione su cui baso la mia analisi. Ma questa è la dimensione delle catastrofi economiche, sociali e di quelle ecologiche.</p>
<p>E ovviamente anche di quelle “demografiche”, che esistono solo relativamente a questa dimensione: il prefisso “sovra” nel termine “sovrappopolazione” si riferisce sempre, solo ed esclusivamente ad un modo sociale di utilizzare le risorse del pianeta. E’ quindi ovvio che un sistema sociale che si basa sulla accumulazione-polarizzazione infinita di ricchezze è in grado di rendere sovrabbondante (cioè “in esubero”) qualsiasi quantità.</p>
<p>2. L’esempio dell’India</p>
<p>Sino alla seconda metà del Settecento l’India era una delle maggiori potenze economiche mondiali: incideva per il 22,6% sul PIL mondiale e per il 32% sul prodotto manifatturiero mondiale. Voltaire e gli altri intellettuali europei la descrivevano come la terra delle ricchezze, della raffinatezza e del benessere.</p>
<p>Dopo una settantina d’anni di dominio britannico era diventata la terra della miseria; e la miseria fu subito imputata alla sovrappopolazione. Furono mobilitati gli storici e i demografi dell’Orientalismo imperiale per sostenere questa tesi. Eppure la popolazione dell’India Miserevole non era drammaticamente aumentata rispetto a quella della vecchia India Miracolo Universale. Ciò che invece le rendeva differenti era la rapina imperiale.</p>
<p>Vediamo delle cifre “demografiche”, relative ai morti per carestia, ricavate dallo studio di W. S. Lilley “India and Its Problems” e relative ad un periodo in cui la popolazione indiana rimase di fatto costante (255.000 nel 1800, 271.306 nel 1900) benché con un paio di picchi di fluttuazione:<br />
Periodo 	Morti per carestia<br />
1800-1825 	1.000.000<br />
1825-1850 	400.000<br />
1850-1875 	5.000.000<br />
1875-1900 	15.000.000</p>
<p>A queste cifre si aggiungono quelle delle carestie della prima metà del Novecento, come quella del Bengala del 1943.</p>
<p>E mentre il paese moriva letteralmente di fame, le esportazioni (anche di granaglie, legumi e semi oleosi!) vivevano un periodo d’oro, incrementando nel modo seguente:<br />
Anno 	Valore esport. (Ml  sterline)<br />
1834 	8<br />
1855 	23<br />
1870 	53<br />
1900 	69</p>
<p>per aumentare ancora a dismisura nella prima metà del Novecento: 137 milioni nel 1910, 250 milioni nel 1928.</p>
<p>I motivi di questa logica perversa li ho analizzati nel libro “Naxalbari-India. La rivoluzione nella futura terza potenza mondiale” (Mimesis, 2007). E sono motivi unicamente dovuti al sistema di liberismo rapinoso e a senso unico imposto dal Raj britannico, non ad una “logica invertita” dei contadini indiani che invece erano costretti, per via dei meccanismi di mercato e di tassazione basati sul denaro che erano stati imposti dai britannici, a mandare “al mercato le riserve di cereali che per tradizione si conservavano per gli anni di carestia” (Daniel Thorner, “Economic Development – India before 1947”. The Encyclopaedia Americana, New York, XV, 12-14, 1960).</p>
<p>E tanto meno sono motivi malthusiani: già nel 1878 il “Journal of the Statistical Society” rivelava che durante i precedenti 120 anni di governo britannico in India si erano riscontrate 31 carestie gravi contro le 17 dei due millenni precedenti.</p>
<p>La tesi della sovrappopolazione indiana ci è stata tramandata, assieme ad altre sciocchezze, fino ai giorni odierni.</p>
<p>Adesso le cause dei cambiamenti climatici sono additate nello sviluppo “irresponsabile” dei popolosissimi Paesi emergenti, che avrebbero la colpa di voler copiare quello occidentale, oggi fallimentare ma che tanto benessere ha portato a noi privilegiati negli ultimi 200 anni.</p>
<p>Per certi versi si avvolge una completa bugia in una mezza verità. E’ pur vero che da alcuni decenni i Paesi emergenti sono quelli che hanno garantito lo sviluppo capitalistico materiale del Pianeta (che è lo sviluppo che inquina), mentre i Paesi a capitalismo maturo, da decenni in recessione o in stagnazione materiale, si sono dedicati alla finanziarizzazione, che non inquina ma prepara terremoti sociali e geopolitici attraverso i quali sarà filtrato, depotenziato o viceversa moltiplicato ogni inquinamento della sfera ecologica. Ma è anche vero che noi siamo sempre i maggiori consumatori mondiali (USA in testa) e che (sempre USA in testa) abbiamo tuttora la possibilità di dettare i termini negoziali dell’accumulazione capitalistica mondiale, spingendo su leve finanziarie, diplomatiche, politiche, culturali e &#8211; last but not least &#8211; militari.</p>
<p>3. Gli USA e la destabilizzazione di Mediterraneo e Medio Oriente</p>
<p>Ciò che sta accadendo oggi lo dimostra. Dopo che gli USA e le forze/interessi europei ad essi afferenti hanno destabilizzato l’intero bacino del Mediterraneo, dalla Tunisia alla Siria, e da lì tutti i Paesi che si spingono nel cuore dell&#8217;Asia fino al Pakistan (punto nevralgico delle geostrategie mondiali), Afghanistan, Iraq e, finora con scarso successo, Iran, ora hanno sottoposto l’Europa a un attacco finanziario che solo economicisti senza speranza possono vedere collegato al debito pubblico, ma che è la forma specifica di destabilizzazione politica finalizzata a ribadire la supremazia degli USA e dei loro viceré sullo scacchiere occidentale e il divieto di concepire e men che meno praticare più o meno ardite politiche nazionali e Ostpolitik, che giocoforza devono passare per i Paesi produttori di petrolio e il loro environment arabo-musulmano ormai totalmente sconvolto.</p>
<p>Si capisce allora perché Osama Bin Laden sia dovuto uscire ufficialmente di scena: tutto sommato una conseguenza del famoso discorso di “riconciliazione col mondo musulmano” di Obama al Cairo.</p>
<p>E oggi si capisce anche a cosa è servito l’attacco dello scorso anno alla Mavi Marmara: un severo richiamo alla Turchia di non farsi trascinare troppo sul serio dal sogno panturanico che Recep Tayyip Erdoğan ha ereditato dal passato governo filoccidentale e ha riletto in forma moderatamente islamica ed equidistante. Non vorrei che gli attacchi dell’improvvisamente redivivo PKK servano a ricordare ad Erdoğan che alla fine i governi turchi sono pur sempre sotto la tutela dell’Esercito e della Magistratura kemalisti (un richiamo che sta andando a buon fine, visto il dietro-front della Turchia rispetto alla Siria e l’ormai lontanissimo ricordo della fiera indignazione di Erdoğan contro Israele dopo l’attacco a freddo alla nave turca della Freedom Flotilla).</p>
<p>Ovviamente in queste poche righe sto cercando di mettere assieme pezzi di una strategia che prosegue non attraverso linee chiaramente prefissate. In una crisi sempre più nevrastenica e dinamica, nemmeno gli USA possono progettare “grand strategies”.</p>
<p>Si procede invece per accumulo di elementi che vengono approntati a volte in modo estemporaneo, vuoi aggiustando il tiro in una determinata situazione, vuoi sfruttando un’occasione (la cosiddetta “primavera araba”, in parte subita come in Tunisia, in parte prevista e finora sfruttata, come in Egitto, e in gran parte artificialmente suscitata, come in Libia e in Siria), vuoi scatenando “inferni finanziari” (che ovviamente poi, una volta avuta la stura, seguono “leggi” parzialmente autonome, relative cioè ai giochi strategici della loro sfera specifica).</p>
<p>In altre parole, si cerca di tirare pragmaticamente al proprio mulino le conseguenze di eventi che solo in parte sono stati preventivati, previsti o governati, senza seguire una strategia top-down, bensì una strategia “bidirezionale a pietre miliari” (per usare una terminologia mutuata dall’Intelligenza Artificiale): dall’alto e dal basso, dagli obiettivi e dai dati disponibili, contemporaneamente, badando però che le linee si incrocino in determinati punti (le “pietre miliari”) considerati imprescindibili (ad esempio il controllo sulle fonti energetiche o l’isolamento della Russia &#8211; ovviamente quella di Putin, non quella di Medvedev).</p>
<p>George “Dubia” Bush e i neocons avevano invece in testa una maschia strategia top-down: bisogna conquistare questo, quello e quell&#8217;altro, secondo una tabella di marcia prestabilita. Ma già con l’ultimo anno della seconda amministrazione Bush, ci si accorse definitivamente che le cose non andavano per il loro verso.</p>
<p>Il feroce Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, fu sostituito col pragmatico Robert Gates, che l’ancor più pragmatico Barack Obama ha tenuto in carica fino ad aprile, con buona pace di chi vedeva nel “presidente nero” un redentore.</p>
<p>In realtà Obama è l’uomo giusto al momento giusto, che ha proseguito la transizione di strategia iniziata dall’ultimissimo Bush, passando dall’aperta conquista in nome della Lotta contro il Male, ad un ragionevole “leading from behind”, versione dello “speak softly and carry a big stick; you will go far” (“parla piano ma gira col bastone; andrai lontano”) attribuito a Theodore Roosevelt.</p>
<p>Il fine è sempre lo stesso: la supremazia planetaria degli USA, l’unica condizione che possa permettere al Paese più indebitato del mondo di ergersi come virtuoso sacerdote dell’ordine mondiale e non finire invece in una situazione di guerra civile, una volta che si è scoperto che il re è nudo.</p>
<p>Ma anche, se gli equilibri mondiali non cambiano radicalmente, l’unica condizione per evitare una situazione di caos mondiale. Questo è il secondo punto di forza statunitense. Se impediranno che gli altri Paesi organizzino una governance mondiale, nella quale gli USA sarebbero solo inter pares e nemmeno primi, il ricatto può continuare a funzionare.</p>
<p>Una sfida politica giocata con elementi militari, culturali, diplomatici e finanziari (e, sia detto per inciso, uno dei motivi principali per attaccare selvaggiamente Gheddafi e i suoi progetti di moneta unica africana).</p>
<p>4. I limiti e i conflitti da ora in poi</p>
<p>Questo quadro è un omaggio al concetto di “rapporto di produzione”? Forse sì, forse no. Basta intendersi.</p>
<p>In questo quadro sette miliardi di esseri umani sono un fattore assoluto? Ne dubito. Nel senso che questi sette miliardi, come le risorse disponibili (che tra l’altro sono sia “risorse” sia “disponibili” solo in relazione ad un rapporto sociale) sono pur sempre suddivisi in Paesi ricchi, poveri, centrali, periferici, emersi, emergenti, dominanti, subdominanti, dominati, vincenti e sconfitti. Sono cioè separati da quegli elementi che caratterizzeranno i conflitti che plasmeranno la nostra era, da qui in poi.</p>
<p>Potremmo parlare analiticamente di “popolazione mondiale” e di “risorse mondiali” in termini assoluti solo se questi vari limes spaziali, politici, sociali e geopolitici continuamente messi in discussione, ribaditi o rimossi, non ci fossero definitivamente più (così come, sia detto tra parentesi, solo in quel caso acquisterebbe un senso il concetto di “moltitudine”).</p>
<p>Ma dato che ciò non è, ben altri saranno i problemi che affliggeranno popolazione e risorse mondiali ben prima della rilevanza delle loro quantità assolute. In termini concreti, lungi dal negare l’esistenza di limiti fisici assoluti, affermo che le conseguenze di detti limiti potrebbero essere persino anticipate da quelle dinamiche.</p>
<p>In modo un po’ paradossale, ciò che è assoluto potrebbe essere anticipato da ciò che è relativo.</p>
<p>Ne potremo, e ne dobbiamo, quindi parlare politicamente per contrastare un’uscita dalla crisi sistemica mondiale attraverso i meccanismi finora obbligatoriamente utilizzati dal capitalismo: conflitti internazionali e mobilitazione a scala ancora più estesa di risorse naturali e sociali che essendo finalizzate all’accumulazione senza fine, inevitabilmente sarebbero bruciate in un lasso di tempo ancora minore, facendoci avvicinare ulteriormente ad una situazione di collasso, ovvero di caos mercantilistico, politico, sociale ed ecologico.</p>
<p>Ma non possiamo farlo contrapponendo una supposta “sovrappopolazione” ad un supposto “modello di sviluppo”. Abbiamo visto che quel “modello di sviluppo” ha potuto dichiarare in esubero, decretandone la morte, milioni di abitanti di una nazione che il secolo successivo, col doppio di abitanti ma col controllo sulle proprie risorse, è risuscita negli anni Settanta a giungere all’autosufficienza alimentare.</p>
<p>Ora quell’autosufficienza è stata persa. Per via dell’ulteriore incremento di popolazione? Nemmeno per sogno: per via della New Agricoltural Policy, impostata dai governi progressisti del Congresso con l’appoggio dei Comunisti, proseguita da quelli reazionari nazionalisti indù, e continuata dall’attuale governo del Congresso, con l’obiettivo pubblicizzato di far diventare l’India il più grande esportatore di prodotti agricoli del mondo.</p>
<p>Un esempio lampante della relazione tra risorse, popolazione e rapporti sociali.</p>
<p>Prince-PhilipL’ecologia esiste solo in rapporto al genere umano, cioè al genere dell’animale politico, sociale e dotato di logos. A me dell’ecologia senza genere umano non interessa un bel nulla perché è solo un nonsense (che piace al Principe Filippo, cofondatore del WWF &#8211; incidentalmente assieme al Principe Bernardo d’Olanda, primo presidente del Gruppo Bilderberg &#8211; che vorrebbe reincarnarsi in un “virus letale per eliminare la sovrappopolazione”: che Dio, quindi, lo preservi a lungo).</p>
<p>Infine, come ultimo esempio, se a milioni e milioni le persone hanno accettato/subito ed ancora accettano/subiscono di porre termine al proprio orizzonte ecologico ed essere mandate in guerra per ammazzare e farsi ammazzare, vuol dire che in qualche modo prima della sfera ecologica c’è la sfera sociale.</p>
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		<title>Rendita e conflitto</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 14:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Eugenio Orso Guerra di Libia con tutti i rischi annessi e connessi, credit crunch bancario, indici capitalistici che languono (a partire dal PIL), aumenti continui dei prezzi e delle tariffe, impoverimento generale del paese e vistosa incapacità della politica di intervenire positivamente non sono questioni separate che affliggono l’Italia, e non soltanto l’Italia, l’una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/denaro1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2333" title="denaro" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/denaro1-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" /></a>di Eugenio Orso</p>
<p>Guerra di Libia con tutti i rischi annessi e connessi, credit crunch bancario, indici capitalistici che languono (a partire dal PIL), aumenti continui dei prezzi e delle tariffe, impoverimento generale del paese e vistosa incapacità della politica di intervenire positivamente non sono questioni separate che affliggono l’Italia, e non soltanto l’Italia, l’una indipendente dall’altra.</p>
<p>Non si tratta di eventi negativi che si sono concentrati tutti in questi ultimi anni per avversa sorte, per un puro caso che non ci ha di certo favoriti potendo la storia prendere una direzione completamente diversa, e meno distruttiva, ma si tratta, viste le premesse e l’affermazione del neoliberismo globalista “mutante”, di effetti inevitabili e trasformativi dovuti alla prevalenza ed alla diffusione di un nuovo modo di produzione sociale: il Nuovo Capitalismo del terzo millennio.</p>
<p>Lo stesso attacco occidentale alla Libia, che mette in pericolo l’Italia non soltanto dal punto di vista della continuazione della partnership con Tripoli e degli indispensabili rifornimenti energetici, e la nube tossica giapponese arrivata anche sulle nostre teste, sono i frutti avvelenati del dispiegarsi delle logiche del capitalismo contemporaneo.</p>
<p>E’ in queste logiche che si inserisce, a pieno titolo, il discorso della Rendita elitistica, di cui beneficia la nuova classe dominante globale, parallelamente al discorso del conflitto fra l’ampia base della piramide sociale che subisce il potere ed un vertice numericamente inconsistente, che lo esprime.</p>
<p>Sappiamo che è un discorso antico, potendo dispiegarsi storicamente dalla rendita feudale alla rendita capitalistica di Marx ed oltre, ma è oggi che la questione ridiventa cruciale, e si complica, perché il modo di produzione che si sta affermando comporta, per certi versi, il ritorno in grande stile della rendita, od anche il ritorno della rendita al potere.</p>
<p>In generale ed in sintesi, si possono individuare tre forme, o tre “figure” specifiche, che la rendita capitalistico-elitista assume nel nostro presente:</p>
<p>1)     Rendita Fondiaria.</p>
<p>Il suolo e gli ecosistemi, le risorse non rinnovabili, fra le quali quelle energetiche, e la stessa acqua sono oggetto della rendita fondiaria, espressione della “grande proprietà privata” che si sta spartendo il pianeta in reciproca rivalità, dal sottosuolo ai cinque strati dell’atmosfera terrestre.</p>
<p>Lo stesso Marx ha dedicato molte pagine alla rendita nel Libro Terzo de Il Capitale, trattando della rendita fondiaria, capitalistica e non feudale, della quale ha riconosciuto l’importanza, nella tripartizione del reddito fra il profitto, il salario e, appunto, la rendita.</p>
<p>Ma la vecchia rendita fondiario-capitalistica dei tempi di Marx, derivata dall’esproprio delle terre comuni, delle piccole proprietà ed in parte minore delle proprietà feudali nell’epoca dell’accumulazione originaria, è qualitativamente diversa dalla rendita di cui si tratta in questa sede, almeno quanto il capitalismo dell’epoca è profondamente diverso da questo.</p>
<p>Monopolio e scarsità della terra non sono oggi i soli effetti dell’imposizione della rendita capitalistico-fondiaria, poiché l’intero pianeta e pressoché tutti gli ecosistemi, gli elementi fondamentali per lo sviluppo della vita tendono ad essere coinvolti nella sua produzione.</p>
<p>Volendo esemplificare senza troppo approfondire, per ragioni di spazio, rendita fondiaria è quella degli Al Saud che controllano il suolo, nella penisola arabica, per controllare i preziosi giacimenti di greggio, e rendita fondiaria è quella che si assicurano i cinesi attraverso la “compra” in Africa – Madagascar, e probabile distruzione del suo originale ecosistema, Sudan, eccetera – interessati ad espropriare il suolo poiché interessati a materie prime ed acqua.</p>
<p>Dal canto loro le elite globaliste cinesi, pur avendo mandato al macero il maoismo ed obliato in fretta ogni velleità socialistico-comunista, hanno mantenuto la proprietà pubblica del suolo per mettersi al riparo, nei loro stessi feudi di origine, da sgradite sorprese.</p>
<p>La rendita fondiaria del capitalismo contemporaneo sfrutta in modo diretto Gaia, in ogni suo aspetto, ed assume il significato di esproprio capitalistico integrale dell’ambiente e degli stessi elementi fondamentali per la vita, umana e non umana, sulla terra, ben oltre i limiti della “vecchia” rendita di Marx, di Ricardo, di Smith.</p>
<p>Oltre al petrolio e al gas naturale, che alimentano le produzioni di tutto il sistema, acquistano centralità il cibo e l’acqua, appropriati con il duplice scopo di alimentare la rendita e di controllare le popolazioni.</p>
<p>La particolare gravità di questi aspetti non può sfuggire, poiché sono cruciali per le nostre stesse possibilità di sopravvivenza in quanto specie, ed infatti la cosa non è sfuggita a Serge Latouche, il quale nella recente opera Pour sortir de la società de consummation scrive della “catastrofe produttivista”, sostenendo che se si assume il criterio geometrico si nota come il modo di vita dell’uomo – indotto dal capitalismo, è bene aggiungere – comporta il degrado del suo stesso ecosistema secondo curve esponenziali, una cosa ovvia e provata dall’estendersi dell’effetto serra, dalla progressiva scomparsa delle fonti di energia fossili, dagli avvelenamenti ambientali e dalla scomparsa quotidiana di decine di specie viventi.</p>
<p>Se le battaglie per l’acqua pubblica, o comunque non controllata e mercificata dai “privati”, sono già in corso nel mondo, anche la stessa aria, dove ancora è pulita e respirabile, potrà rientrare negli appetiti elitistici ed essere fonte di rendita.</p>
<p>La rendita fondiaria così intesa non è certo estranea all’intervento militare occidentale nella crisi libica – al di là delle conclamate ragioni umanitarie e di tutte le giustificazioni ufficiali – in una regione dell’Africa, quella mediterranea e settentrionale, non ancora investita dagli interessi e dal colonialismo cinese, ma contesa fra gli occidentali, con la Francia interventista e protettrice degli insorti che sogna di espellere le aziende italiane dalla Libia, sostituendo gli italiani nella stipula di contratti, mettendo le mani sulle risorse energetiche del paese e guidando il business della ricostruzione/ modernizzazione, dalle ferrovie alle raffinerie.</p>
<p>Nell’attuale “clima” di dismisura capitalistica [secondo un’espressione dal vago sapore latoucheano], in cui la globalizzazione neoliberista ha fatto saltare tutti i freni inibitori che in passato ancora agivano, l’ambiente naturale diventa una semplice risorsa a disposizione senza limitazioni di sorta, esattamente come il “capitale umano”, salvo poi scoprire la sostanziale ingestibilità dell’atomo, com’è accaduto in Giappone con la centrale di Fukushima, o gli effetti concreti della progressiva scomparsa delle foreste e del degrado del suolo.</p>
<p>La nuova rendita fondiaria drammatizza innanzitutto la questione ecologico-ambientale.</p>
<p>2) Rendita Finanziaria.</p>
<p>Finanziarizzazione, autonomizzazione e prevalenza della sfera finanziaria su quella produttiva sono indubbiamente caratteristiche del Nuovo Capitalismo del terzo millennio.</p>
<p>La finanza nasce come astrazione esterna alla produzione ed è un’autentica “arma” nelle mani dei nuovi dominanti per intercettare ed appropriare il prodotto sociale.</p>
<p>In tal senso, pur non condividendo la visione biopolitico-moltitudinaria negriana, si deve ammettere che Toni Negri focalizzi abbastanza correttamente [anche se non del tutto] questo specifico punto in Comune, l’ultimo libro della trilogia dedicata ad impero e moltitudini.</p>
<p>Se la rendita finanziaria, a differenza del profitto, non nasce all’interno dei processi produttivi ma rappresenta un modo esterno di estrarre ricchezza ed è frutto di un’astrazione, non si può però affermare che le strategie finanziarie non hanno alcun riflesso diretto sulle reti produttive, sovrastandole e intercettando la ricchezza prodotta esclusivamente in uscita, come afferma Negri, perché le ragioni sovrane della rendita finanziaria e della sua moltiplicazione incidono sugli stessi processi di produzione, frammentano, ristrutturano e delocalizzano le unità produttive, incidono sulle decisioni manageriali imponendo alti tassi dei profitti nel breve, e quindi orientano la produzione e le strategie produttive di beni e servizi.</p>
<p>Si ristruttura, si frammenta, si delocalizza o si rilocalizza per rendere fin dall’inizio “appetibile”, da un punto di vista della creazione del valore finanziario, gli stabilimenti, potendoli vendere nel breve, dopo la ristrutturazione, incrementando così le quotazioni di borsa, ottenendo dividendi ma soprattutto capital gains, e giocando con le molte possibilità offerte da una finanza derivata fin troppo “creativa”.</p>
<p>Marchionne non è un manager industriale al vertice di un grande gruppo automobilistico, che si occupa unicamente della produzione concreta di automobili, della commercializzazione del prodotto, dei rapporti conflittuali con le maestranze italiane o di altri paesi, ma è un emissario della classe globale al servizio dei percettori della rendita finanziaria, ed è proprio in base alle sue capacità di contribuire alla produzione [non di automobili ma] di questa rendita che rimane dove si trova ed è principescamente remunerato.</p>
<p>I “top manager” come Marchionne, nella realtà, hanno poco a che vedere con i vecchi capitani d’industria e i vecchi manager, con gli Henry Ford, i Beneduce ed i Valletta, essendo partner a tutti gli effetti dei percettori della rendita finanziaria ed impostando, in relazione all’industria, fin dall’inizio strategie e tattiche che hanno diretti riflessi nel mondo della finanza e della borsa, in quanto il suo vero target è finanziario e non produttivo.</p>
<p>Cosa ancor più grave, questo discorso non riguarda soltanto la produzione di macchine, o di apparecchiature elettroniche, ma direttamente la produzione di cibo e quella di energia.</p>
<p>Che in tale caso può valere il motto “intercettare in uscita per espropriare” la ricchezza è fuor di dubbio, ma l’invasività della rendita finanziaria, così come si può osservare oggi, è tale da incidere direttamente su processi, prodotti, stabilimenti, ubicazione degli impianti, tecnologie applicate, decisioni manageriali, spremendo come limoni in uno spremiagrumi, per creare valore finanziario, azionario e borsistico, le fabbriche e tutti coloro che ci lavorano.</p>
<p>Chi beneficia della rendita finanziaria non si comporta come il signore medioevale, o l’ecclesiastico, che generalmente non entravano nel merito delle produzioni agricole, affidandole interamente alle comunità di villaggio, ai servi, ai semiliberi ed ai subordinati, ma purtroppo entra nel merito della produzione, della sua organizzazione, delle stesse dimensioni dell’occupazione, perché è da lì che parte che parte la creazione finanziaria del valore.</p>
<p>Warren Buffet, globalista spietato, ma abbastanza loquace e qualche volta senza peli sulla lingua, ha definito i prodotti finanziari derivati, per la centralità che hanno acquisito nell’alimentare la nuova rendita finanziaria capitalistica, armi di distruzione di massa.</p>
<p>Non è un caso se è proprio l’uso “spregiudicato” di questi prodotti che ha dato una grossa mano nell’innesco della recente crisi globale, nelle previsioni più sensate destinata a durare, con fasi alterne, almeno una decina d’anni.</p>
<p>Queste armi finanziare di distruzione di massa, o di “annientamento di area”, come sta accadendo in vaste aree del mondo non esclusa parte dell’Europa, hanno raggiunto una dimensione quantitativa pre-crisi pari a circa dieci o dodici volte la produzione, misurata dal PIL mondiale, ed alla prova dei fatti sono state giudicate più efficaci e “paganti”, dal punto di vista elitistico-globalista, del tradizionale strumento bellico, che non per questo è stato, però, archiviato, come dimostrano i casi dell’Afghanistan e dell’Iraq.</p>
<p>L’espressione “paganti” è virgolettata nel testo, non semplicemente per fare un po’ d’ironia, ma perché le masse di derivati – giustamente definite tossiche, da alcuni analisti e giornalisti – hanno consentito di incamerare nel breve e nel brevissimo laute commissioni, di moltiplicare i guadagni esponenzialmente scaricando il rischio su altri, ma anche di vincere le resistenze all’esproprio capitalistico che avviene attraverso la finanza, al di là della pura accumulazione di ricchezza.</p>
<p>L’aspetto della rendita finanziaria è sembrato a molti determinante, se non l’unico, in seguito alla prima crisi globale del [2007/]2008, ma nella realtà e al di là delle contingenze si tratta di una via importante, cruciale per la riproducibilità capitalistica, non però l’unica strada praticata per consentire ai dominanti di mettere le mani sul prodotto del lavoro sociale.</p>
<p>La creazione del valore finanziaria, azionaria e borsistica subordina la stessa estorsione marxiana del plusvalore, inglobandola nelle sue logiche, e costituisce un pilastro strutturale del Nuovo Capitalismo.</p>
<p>Si drammatizza , per questa via, la questione sociale e del lavoro.</p>
<p>3) Rendita monetaria.</p>
<p>Ultima in ordine di elencazione, ma non ultima per importanza è la rendita monetaria, che si collega ai controversi temi del signoraggio monetario, praticato dalle élite attraverso le banche centrali d’emissione private, e del signoraggio bancario, o secondario, che prevede la creazione di moneta contabile da parte del sistema bancario.</p>
<p>Volgendo lo sguardo al passato, nel Libro Terzo de Il Capitale riguardante il processo produttivo capitalistico, Marx ha indagato l’epoca precapitalistica ed ha concluso che accanto al capitale commerciale esistesse in tutte le formazioni sociali pregresse il capitale usurario, cioè produttivo di interessi, la cui presenza non richiede se non che la trasformazione dei beni in merci sia avvenuta almeno parzialmente e che si siano sviluppate le funzioni del denaro.</p>
<p>Sia il capitale usurario di Marx sia il fenomeno del signoraggio, nel suo duplice aspetto monetario e bancario, implicano l’esistenza e la diffusione del denaro, nonché quella del credito, e di conseguenza dell’indebitamento diffuso, oltre l’originaria dimensione degli scambi rappresentata dal baratto.</p>
<p>Per quanto riguarda il fenomeno del signoraggio in tutte le sue sfaccettature, l’opera italiana più completa è Euroschiavi di Marco Della Luna e Antonio Miclavez, in cui gli autori sostengono che attraverso la vendita di moneta avente corso legale agli stati, e attraverso la moneta creata “dal nulla” dal sistema bancario, i Nuovi Signori ottengono un doppio risultato: sostengono costi bassissimi e nel contempo intascano lucrosi interessi, alimentando il debito pubblico, moltiplicando il credito concesso rispetto ai depositi incamerati e creando nuovo valore per se stessi.</p>
<p>Emettendo cartamoneta, la banca centrale d’emissione, riceve in cambio dallo titoli di stato che producono interesse e costiuiscono, per l’istituto di emissione, una posta dell’attivo patrimoniale, mentre, nella realtà, la moneta emessa non costituisce una vera posta del passivo di bilancio, anche se in questo formalmente appare, poiché non vi è più l’obbligo di convertire in oro, su richiesta del portatore, le banconote.</p>
<p>L’escamotage della vendita di denaro allo stato, da parte di una banca centrale privata, la conseguente sottrazione di sovranità monetaria, gli accorgimenti contabili adottati, nascondono un grande esproprio di risorse, a danno dei popoli e delle nazioni, destinato a finire in mani elitiste, nella sapiente triangolazione fra i bilanci falsi per legge [secondo Della Luna e Miclavez], la compensazione finanziaria ed interbancaria consentita dal sistema di clearing e l’intangibilità dei “paradisi fiscali” esistenti nel mondo.</p>
<p>L’unico costo che sostiene la banca emittente, per altro limitato, è quello relativo alla stampa di cartamoneta, mentre incamera gli interessi e beneficia dei titoli di stato, che potrà cedere a terzi o dei quali potrà attendere il rimborso del valore capitale.</p>
<p>Essendo gli istituti d’emissione occidentali delle entità private legate ad un sistema bancario anche lui privato, a partire dal gruppo della Federal Riserve americana fino ad arrivare alla Banca Centrale Europea, partecipata dalle banche centrali private dei paesi membri, è chiaro chi beneficia dell’operazione di emissione della moneta.</p>
<p>Per quanto riguarda il signoraggio secondario, non legato all’emissione della moneta avente corso legale, ma espresso dall’intero sistema bancario, è bene precisare che si fonda non sulla moneta ma sul credito, poiché le banche sono in grado di concedere crediti, e di incassare i relativi interessi, nella misura di circa cinquanta contro uno rispetto ai depositi incamerati [50 unità monetarie di crediti contro ciascuna unità di deposito], tenendo conto che la riserva frazionaria è una percentuale molto piccola dei depositi.</p>
<p>Questa forma di signoraggio, che passa attraverso gli sportelli e le scritture contabili di tutte le banche del sistema, genera i nove decimi dei mezzi di pagamento in circolazione.</p>
<p>Lo scenario, già di per sé preoccupante, diventa ancora più cupo con la diffusione del denaro in forma elettronica, in sostituzione del denaro “vero”, rappresentato da banconote e monete.</p>
<p>La diffusione del denaro elettronico, voluta dai decisori, rimpiazzando progressivamente i contanti nelle transazioni quotidiane e prevalendo, quindi, sul denaro “vero”, ha la funzione di consentire un più capillare controllo del credito ed un controllo politico-sociale sulla popolazione, fino ad arrivare al monitoraggio delle abitudini di spesa e di consumo, degli spostamenti fisici e delle stesse preferenze politiche del singolo.</p>
<p>Il principale merito di Della Luna e Miclavez sta nell’aver analizzato, spiegato e cercato di denunciare questa grande truffa, che oggi sta avendo effetti drammatici fin nel quotidiano di ciascuno di noi.</p>
<p>L’effetto moltiplicatore insito nell’imposizione e nell’estensione della rendita monetaria e del signoraggio, monetario e bancario, che provoca l’estensione del debito degli stati e dei privati, rendendoli ricattabili e ponendoli in posizione di subordinazione, dovrebbe essere ormai evidente per chiunque, ed in Europa lo è sicuramente dopo l’esperienza del caso greco, alla cui base ci sono proprio il debito pubblico e l’euro.</p>
<p>La moneta – quale che sia la forma che può assumere: metallica, cartacea o elettronica – deve perciò essere vista, per coglierne la vera funzione e l’importanza, quale strumento irrinunciabile di dominazione capitalistica e di esproprio dei subordinati.</p>
<p>Volendo essere estremi, ma non troppo, si tratta di una riproposizione su vasta scala, in forme sofisticate e “non visibili”, della schiavitù per debiti che ha caratterizzato il mondo antico e la sua economia a base schiavista.</p>
<p>Nel nostro caso, schiavi diventano gli stati, i popoli e le nazioni, senza neppure accorgersene.</p>
<p>E’ certo che la questione del signoraggio nasce prima dello stesso capitalismo, ma è nella nostra epoca che assume un peso rilevante, e diventa insopportabile per le comunità umane.</p>
<p>Si pone con forza la questione della sovranità popolare, politica e monetaria, e del ruolo dello stato.</p>
<p>Spesso si critica chi cerca di analizzare e di “dividere”, perché si afferma che ciò farebbe il gioco del potere, e favorirebbe il nascondimento dei dominanti, non consentendo di cogliere l’insieme, ossia la totalità sistemica.</p>
<p>Non è questo il caso, perché chi scrive è perfettamente cosciente che le tre forme assunte dalla rendita corrispondono ad altrettanti espropri che procedono parallelamente, assicurando maggiori risorse e maggior potere ai dominanti.</p>
<p>Questi espropri riguardano l’ambiente, il suolo, l’atmosfera e gli elementi fondali della vita [aspetto “fondiario”], la ricchezza socialmente prodotta [aspetto “finanziario”], l’autonomia e la sovranità degli stati [aspetto “monetario”], e devono essere visti in modo unitario, poiché sono il frutto dell’azione in qualche misura coordinata di un unico Nemico Principale, che può permettersi di “osservare dall’alto”, senza essere visto, sia l’ambiente, sia gli uomini, sia gli stati.</p>
<p>E’ bene iniziare a classificare ed analizzare gli espropri capitalistici in atto, in quanto gli ambienti accademici ufficiali tacciono, in proposito, mentre quelli mediatico-giornalistici utilizzano espressioni come Autorità Monetarie, Mercati, Investitori – nella diffusione capillare e istupidente di un’efficace neolingua sistemica – come se rappresentassero un nuovo “mistero della fede” postmedioevale e postmetafisico, e quindi qualcosa di intangibile e incontrollabile, evitando accuratamente di spiegare che cosa nella realtà si nasconde dietro queste parole.</p>
<p>Per questa via, al timore di Dio si sostituisce il timore nei confronti delle suddette entità, alle quali possiamo aggiungere tutti gli organi sopranazionali della mondializzazione economica, che sono altrettanti strumenti nelle mani dei veri decisori.</p>
<p>Evitare accuratamente le analisi utili alla comprensione della realtà politica, sociale ed ambientale, diffondere la neolingua e consentire il nascondimento del nemico principale non sono che altrettanti compiti prioritari, assegnati dalla classe globale del nostro tempo, agli accademici ed ai giornalisti.</p>
<p>Le tre rendite elitistiche fondamentali che interessano il nostro presente, nella forma fondiaria, in quella finanziaria e in quella monetaria, rappresentano non soltanto le fonti principali della ricchezza e del potere, ma altrettante “armi” utilizzate con spregiudicatezza dalla classe dominante globale, nel conflitto reciproco e nello stesso conflitto verticale con i subordinati, per espropriare il resto delle società umane riducendole in una condizione di assoluta impotenza e subalternità.</p>
<p>Controllare la moneta per controllare lo stato, neutralizzando il controllo di popolo e le forme autentiche di democrazia, controllare il capitale finanziario per intercettare il prodotto, influendo direttamente sulla sua stessa qualità e sulle sue dimensioni, controllare l’ambiente per controllare la stessa vita, in tutta la varietà delle sue forme, equivale a marciare separati per colpire uniti.</p>
<p>E quelli da colpire siamo tutti noi.</p>
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		<title>Rendita e conflitto</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Mar 2011 14:25:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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		<description><![CDATA[di Eugenio Orso Guerra di Libia con tutti i rischi annessi e connessi, credit crunch bancario, indici capitalistici che languono, a partire dal PIL, aumenti continui dei prezzi e delle tariffe, impoverimento generale del paese e vistosa incapacità della politica di intervenire positivamente non sono questioni separate che affliggono l’Italia, e non soltanto l’Italia, l’una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/denaro.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2329" title="denaro" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/denaro-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" /></a>di Eugenio Orso</p>
<p>Guerra di Libia con tutti i rischi annessi e connessi, credit crunch bancario, indici capitalistici che languono, a partire dal PIL, aumenti continui dei prezzi e delle tariffe, impoverimento generale del paese e vistosa incapacità della politica di intervenire positivamente non sono questioni separate che affliggono l’Italia, e non soltanto l’Italia, l’una indipendente dall’altra.</p>
<p>Non si tratta di eventi negativi che si sono concentrati tutti in questi ultimi anni per avversa sorte, per un puro caso che non ci ha di certo favoriti potendo la storia prendere una direzione completamente diversa, e meno distruttiva, ma si tratta, viste le premesse e l’affermazione del neoliberismo globalista “mutante”, di effetti inevitabili e trasformativi dovuti alla prevalenza ed alla diffusione di un nuovo modo di produzione sociale: il Nuovo Capitalismo del terzo millennio.</p>
<p>Lo stesso attacco occidentale alla Libia, che mette in pericolo l’Italia non soltanto dal punto di vista della continuazione della partnership con Tripoli e degli indispensabili rifornimenti energetici, e la nube tossica giapponese arrivata anche sulle nostre teste, sono i frutti avvelenati del dispiegarsi delle logiche del capitalismo contemporaneo.</p>
<p>E’ in queste logiche che si inserisce, a pieno titolo, il discorso della Rendita elitistica, di cui beneficia la nuova classe dominante globale, parallelamente al discorso del conflitto fra l’ampia base della piramide sociale che subisce il potere ed un vertice numericamente inconsistente, che lo esprime.</p>
<p>Sappiamo che è un discorso antico, potendo dispiegarsi storicamente dalla rendita feudale alla rendita capitalistica di Marx ed oltre, ma è oggi che la questione ridiventa cruciale, e si complica, perché il modo di produzione che si sta affermando comporta, per certi versi, il ritorno in grande stile della rendita, od anche il ritorno della rendita al potere.</p>
<p>In generale ed in sintesi, si possono individuare tre forme, o tre “figure” specifiche, che la rendita capitalistico-elitista assume nel nostro presente:</p>
<p>1)     Rendita Fondiaria.</p>
<p>Il suolo e gli ecosistemi, le risorse non rinnovabili, fra le quali quelle energetiche, e la stessa acqua sono oggetto della rendita fondiaria, espressione della “grande proprietà privata” che si sta spartendo il pianeta in reciproca rivalità, dal sottosuolo ai cinque strati dell’atmosfera terrestre.</p>
<p>Lo stesso Marx ha dedicato molte pagine alla rendita nel Libro Terzo de Il Capitale, trattando della rendita fondiaria, capitalistica e non feudale, della quale ha riconosciuto l’importanza, nella tripartizione del reddito fra il profitto, il salario e, appunto, la rendita.</p>
<p>Ma la vecchia rendita fondiario-capitalistica dei tempi di Marx, derivata dall’esproprio delle terre comuni, delle piccole proprietà ed in parte minore delle proprietà feudali nell’epoca dell’accumulazione originaria, è qualitativamente diversa dalla rendita di cui si tratta in questa sede, almeno quanto il capitalismo dell’epoca è profondamente diverso da questo.</p>
<p>Monopolio e scarsità della terra non sono oggi i soli effetti dell’imposizione della rendita capitalistico-fondiaria, poiché l’intero pianeta e pressoché tutti gli ecosistemi, gli elementi fondamentali per lo sviluppo della vita tendono ad essere coinvolti nella sua produzione.</p>
<p>Volendo esemplificare senza troppo approfondire, per ragioni di spazio, rendita fondiaria è quella degli Al Saud che controllano il suolo, nella penisola arabica, per controllare i preziosi giacimenti di greggio, e rendita fondiaria è quella che si assicurano i cinesi attraverso la &#8220;compra&#8221; in Africa – Madagascar, e probabile distruzione del suo originale ecosistema, Sudan, eccetera – interessati ad espropriare il suolo poiché interessati a materie prime ed acqua.</p>
<p>Dal canto loro le elite globaliste cinesi, pur avendo mandato al macero il maoismo ed obliato in fretta ogni velleità socialistico-comunista, hanno mantenuto la proprietà pubblica del suolo per mettersi al riparo, nei loro stessi feudi di origine, da sgradite sorprese.</p>
<p>La rendita fondiaria del capitalismo contemporaneo sfrutta in modo diretto Gaia, in ogni suo aspetto, ed assume il significato di esproprio capitalistico integrale dell&#8217;ambiente e degli stessi elementi fondamentali per la vita, umana e non umana, sulla terra, ben oltre i limiti della “vecchia” rendita di Marx, di Ricardo, di Smith.</p>
<p>Oltre al petrolio e al gas naturale, che alimentano le produzioni di tutto il sistema, acquistano centralità il cibo e l’acqua, appropriati con il duplice scopo di alimentare la rendita e di controllare le popolazioni.</p>
<p>La particolare gravità di questi aspetti non può sfuggire, poiché sono cruciali per le nostre stesse possibilità di sopravvivenza in quanto specie, ed infatti la cosa non è sfuggita a Serge Latouche, il quale nella recente opera Pour sortir de la società de consummation scrive della “catastrofe produttivista”, sostenendo che se si assume il criterio geometrico si nota come il modo di vita dell’uomo – indotto dal capitalismo, è bene aggiungere – comporta il degrado del suo stesso ecosistema secondo curve esponenziali, una cosa ovvia e provata dall’estendersi dell’effetto serra, dalla progressiva scomparsa delle fonti di energia fossili, dagli avvelenamenti ambientali e dalla scomparsa quotidiana di decine di specie viventi.</p>
<p>Se le battaglie per l’acqua pubblica, o comunque non controllata e mercificata dai “privati”, sono già in corso nel mondo, anche la stessa aria, dove ancora è pulita e respirabile, potrà rientrare negli appetiti elitistici ed essere fonte di rendita.</p>
<p>La rendita fondiaria così intesa non è certo estranea all’intervento militare occidentale nella crisi libica – al di là delle conclamate ragioni umanitarie e di tutte le giustificazioni ufficiali – in una regione dell’Africa, quella mediterranea e settentrionale, non ancora investita dagli interessi e dal colonialismo cinese, ma contesa fra gli occidentali, con la Francia interventista e protettrice degli insorti che sogna di espellere le aziende italiane dalla Libia, sostituendo gli italiani nella stipula di contratti, mettendo le mani sulle risorse energetiche del paese e guidando il business della ricostruzione/ modernizzazione, dalle ferrovie alle raffinerie.</p>
<p>Nell’attuale “clima” di dismisura capitalistica [secondo un’espressione dal vago sapore latoucheano], in cui la globalizzazione neoliberista ha fatto saltare tutti i freni inibitori che in passato ancora agivano, l’ambiente naturale diventa una semplice risorsa a disposizione senza limitazioni di sorta, esattamente come il “capitale umano”, salvo poi scoprire la sostanziale ingestibilità dell’atomo, com’è accaduto in Giappone con la centrale di Fukushima, o gli effetti concreti della progressiva scomparsa delle foreste e del degrado del suolo.</p>
<p>La nuova rendita fondiaria drammatizza innanzitutto la questione ecologico-ambientale.</p>
<p>2) Rendita Finanziaria.</p>
<p>Finanziarizzazione, autonomizzazione e prevalenza della sfera finanziaria su quella produttiva sono indubbiamente caratteristiche del Nuovo Capitalismo del terzo millennio.</p>
<p>La finanza nasce come astrazione esterna alla produzione ed è un&#8217;autentica &#8220;arma&#8221; nelle mani dei nuovi dominanti per intercettare ed appropriare il prodotto sociale.</p>
<p>In tal senso, pur non condividendo la visione biopolitico-moltitudinaria negriana, si deve ammettere che Toni Negri focalizzi abbastanza correttamente [anche se non del tutto] questo specifico punto in Comune, l’ultimo libro della trilogia dedicata ad impero e moltitudini.</p>
<p>Se la rendita finanziaria, a differenza del profitto, non nasce all’interno dei processi produttivi ma rappresenta un modo esterno di estrarre ricchezza ed è frutto di un’astrazione, non si può però affermare che le strategie finanziarie non hanno alcun riflesso diretto sulle reti produttive, sovrastandole e intercettando la ricchezza prodotta esclusivamente in uscita, come afferma Negri, perché le ragioni sovrane della rendita finanziaria e della sua moltiplicazione incidono sugli stessi processi di produzione, frammentano, ristrutturano e delocalizzano le unità produttive, incidono sulle decisioni manageriali imponendo alti tassi dei profitti nel breve, e quindi orientano la produzione e le strategie produttive di beni e servizi.</p>
<p>Si ristruttura, si frammenta, si delocalizza o si rilocalizza per rendere fin dall’inizio “appetibile”, da un punto di vista della creazione del valore finanziario, gli stabilimenti, potendoli vendere nel breve, dopo la ristrutturazione, incrementando così le quotazioni di borsa, ottenendo dividendi ma soprattutto capital gains, e giocando con le molte possibilità offerte da una finanza derivata fin troppo “creativa”.</p>
<p>Marchionne non è un manager industriale al vertice di un grande gruppo automobilistico, che si occupa unicamente della produzione concreta di automobili, della commercializzazione del prodotto, dei rapporti conflittuali con le maestranze italiane o di altri paesi, ma è un emissario della classe globale al servizio dei percettori della rendita finanziaria, ed è proprio in base alle sue capacità di contribuire alla produzione [non di automobili ma] di questa rendita che rimane dove si trova ed è principescamente remunerato.</p>
<p>I “top manager” come Marchionne, nella realtà, hanno poco a che vedere con i vecchi capitani d’industria e i vecchi manager, con gli Henry Ford, i Beneduce ed i Valletta, essendo partner a tutti gli effetti dei percettori della rendita finanziaria ed impostando, in relazione all’industria, fin dall’inizio strategie e tattiche che hanno diretti riflessi nel mondo della finanza e della borsa, in quanto il suo vero target è finanziario e non produttivo.</p>
<p>Cosa ancor più grave, questo discorso non riguarda soltanto la produzione di macchine, o di apparecchiature elettroniche, ma direttamente la produzione di cibo e quella di energia.</p>
<p>Che in tale caso può valere il motto “intercettare in uscita per espropriare” la ricchezza è fuor di dubbio, ma l’invasività della rendita finanziaria, così come si può osservare oggi, è tale da incidere direttamente su processi, prodotti, stabilimenti, ubicazione degli impianti, tecnologie applicate, decisioni manageriali, spremendo come limoni in uno spremiagrumi, per creare valore finanziario, azionario e borsistico, le fabbriche e tutti coloro che ci lavorano.</p>
<p>Chi beneficia della rendita finanziaria non si comporta come il signore medioevale, o l’ecclesiastico, che generalmente non entravano nel merito delle produzioni agricole, affidandole interamente alle comunità di villaggio, ai servi, ai semiliberi ed ai subordinati, ma purtroppo entra nel merito della produzione, della sua organizzazione, delle stesse dimensioni dell’occupazione, perché è da lì che parte che parte la creazione finanziaria del valore.</p>
<p>Warren Buffet, globalista spietato, ma abbastanza loquace e qualche volta senza peli sulla lingua, ha definito i prodotti finanziari derivati, per la centralità che hanno acquisito nell’alimentare la nuova rendita finanziaria capitalistica, armi di distruzione di massa.</p>
<p>Non è un caso se è proprio l’uso “spregiudicato” di questi prodotti che ha dato una grossa mano nell’innesco della recente crisi globale, nelle previsioni più sensate destinata a durare, con fasi alterne, almeno una decina d’anni.</p>
<p>Queste armi finanziare di distruzione di massa, o di “annientamento di area”, come sta accadendo in vaste aree del mondo non esclusa parte dell’Europa, hanno raggiunto una dimensione quantitativa pre-crisi pari a circa dieci o dodici volte la produzione, misurata dal PIL mondiale, ed alla prova dei fatti sono state giudicate più efficaci e “paganti”, dal punto di vista elitistico-globalista, del tradizionale strumento bellico, che non per questo è stato, però, archiviato, come dimostrano i casi dell’Afghanistan e dell’Iraq.</p>
<p>L’espressione “paganti” è virgolettata nel testo, non semplicemente per fare un po’ d’ironia, ma perché le masse di derivati – giustamente definite tossiche, da alcuni analisti e giornalisti – hanno consentito di incamerare nel breve e nel brevissimo laute commissioni, di moltiplicare i guadagni esponenzialmente scaricando il rischio su altri, ma anche di vincere le resistenze all’esproprio capitalistico che avviene attraverso la finanza, al di là della pura accumulazione di ricchezza.</p>
<p>L’aspetto della rendita finanziaria è sembrato a molti determinante, se non l’unico, in seguito alla prima crisi globale del [2007/]2008, ma nella realtà e al di là delle contingenze si tratta di una via importante, cruciale per la riproducibilità capitalistica, non però l’unica strada praticata per consentire ai dominanti di mettere le mani sul prodotto del lavoro sociale.</p>
<p>La creazione del valore finanziaria, azionaria e borsistica subordina la stessa estorsione marxiana del plusvalore, inglobandola nelle sue logiche, e costituisce un pilastro strutturale del Nuovo Capitalismo.</p>
<p>Si drammatizza , per questa via, la questione sociale e del lavoro.</p>
<p>3) Rendita monetaria.</p>
<p>Ultima in ordine di elencazione, ma non ultima per importanza è la rendita monetaria, che si collega ai controversi temi del signoraggio monetario, praticato dalle élite attraverso le banche centrali d’emissione private, e del signoraggio bancario, o secondario, che prevede la creazione di moneta contabile da parte del sistema bancario.</p>
<p>Volgendo lo sguardo al passato, nel Libro Terzo de Il Capitale riguardante il processo produttivo capitalistico, Marx ha indagato l’epoca precapitalistica ed ha concluso che accanto al capitale commerciale esistesse in tutte le formazioni sociali pregresse il capitale usurario, cioè produttivo di interessi, la cui presenza non richiede se non che la trasformazione dei beni in merci sia avvenuta almeno parzialmente e che si siano sviluppate le funzioni del denaro.</p>
<p>Sia il capitale usurario di Marx sia il fenomeno del signoraggio, nel suo duplice aspetto monetario e bancario, implicano l’esistenza e la diffusione del denaro, nonché quella del credito, e di conseguenza dell’indebitamento diffuso, oltre l’originaria dimensione degli scambi rappresentata dal baratto.</p>
<p>Per quanto riguarda il fenomeno del signoraggio in tutte le sue sfaccettature, l’opera italiana più completa è Euroschiavi di Marco Della Luna e Antonio Miclavez, in cui gli autori sostengono che attraverso la vendita di moneta avente corso legale agli stati, e attraverso la moneta creata “dal nulla” dal sistema bancario, i Nuovi Signori ottengono un doppio risultato: sostengono costi bassissimi e nel contempo intascano lucrosi interessi, alimentando il debito pubblico, moltiplicando il credito concesso rispetto ai depositi incamerati e creando nuovo valore per se stessi.</p>
<p>Emettendo cartamoneta, la banca centrale d’emissione, riceve in cambio dallo titoli di stato che producono interesse e costiuiscono, per l’istituto di emissione, una posta dell’attivo patrimoniale, mentre, nella realtà, la moneta emessa non costituisce una vera posta del passivo di bilancio, anche se in questo formalmente appare, poiché non vi è più l’obbligo di convertire in oro, su richiesta del portatore, le banconote.</p>
<p>L’escamotage della vendita di denaro allo stato, da parte di una banca centrale privata, la conseguente sottrazione di sovranità monetaria, gli accorgimenti contabili adottati, nascondono un grande esproprio di risorse, a danno dei popoli e delle nazioni, destinato a finire in mani elitiste, nella sapiente triangolazione fra i bilanci falsi per legge [secondo Della Luna e Miclavez], la compensazione finanziaria ed interbancaria consentita dal sistema di clearing e l’intangibilità dei “paradisi fiscali” esistenti nel mondo.</p>
<p>L’unico costo che sostiene la banca emittente, per altro limitato, è quello relativo alla stampa di cartamoneta, mentre incamera gli interessi e beneficia dei titoli di stato, che potrà cedere a terzi o dei quali potrà attendere il rimborso del valore capitale.</p>
<p>Essendo gli istituti d’emissione occidentali delle entità private legate ad un sistema bancario anche lui privato, a partire dal gruppo della Federal Riserve americana fino ad arrivare alla Banca Centrale Europea, partecipata dalle banche centrali private dei paesi membri, è chiaro chi beneficia dell’operazione di emissione della moneta.</p>
<p>Per quanto riguarda il signoraggio secondario, non legato all’emissione della moneta avente corso legale, ma espresso dall’intero sistema bancario, è bene precisare che si fonda non sulla moneta ma sul credito, poiché le banche sono in grado di concedere crediti, e di incassare i relativi interessi, nella misura di circa cinquanta contro uno rispetto ai depositi incamerati [50 unità monetarie di crediti contro ciascuna unità di deposito], tenendo conto che la riserva frazionaria è una percentuale molto piccola dei depositi.</p>
<p>Questa forma di signoraggio, che passa attraverso gli sportelli e le scritture contabili di tutte le banche del sistema, genera i nove decimi dei mezzi di pagamento in circolazione.</p>
<p>Lo scenario, già di per sé preoccupante, diventa ancora più cupo con la diffusione del denaro in forma elettronica, in sostituzione del denaro “vero”, rappresentato da banconote e monete.</p>
<p>La diffusione del denaro elettronico, voluta dai decisori, rimpiazzando progressivamente i contanti nelle transazioni quotidiane e prevalendo, quindi, sul denaro “vero”, ha la funzione di consentire un più capillare controllo del credito ed un controllo politico-sociale sulla popolazione, fino ad arrivare al monitoraggio delle abitudini di spesa e di consumo, degli spostamenti fisici e delle stesse preferenze politiche del singolo.</p>
<p>Il principale merito di Della Luna e Miclavez sta nell’aver analizzato, spiegato e cercato di denunciare questa grande truffa, che oggi sta avendo effetti drammatici fin nel quotidiano di ciascuno di noi.</p>
<p>L’effetto moltiplicatore insito nell’imposizione e nell’estensione della rendita monetaria e del signoraggio, monetario e bancario, che provoca l’estensione del debito degli stati e dei privati, rendendoli ricattabili e ponendoli in posizione di subordinazione, dovrebbe essere ormai evidente per chiunque, ed in Europa lo è sicuramente dopo l’esperienza del caso greco, alla cui base ci sono proprio il debito pubblico e l’euro.</p>
<p>La moneta – quale che sia la forma che può assumere: metallica, cartacea o elettronica – deve perciò essere vista, per coglierne la vera funzione e l’importanza, quale strumento irrinunciabile di dominazione capitalistica e di esproprio dei subordinati.</p>
<p>Volendo essere estremi, ma non troppo, si tratta di una riproposizione su vasta scala, in forme sofisticate e “non visibili”, della schiavitù per debiti che ha caratterizzato il mondo antico e la sua economia a base schiavista.</p>
<p>Nel nostro caso, schiavi diventano gli stati, i popoli e le nazioni, senza neppure accorgersene.</p>
<p>E’ certo che la questione del signoraggio nasce prima dello stesso capitalismo, ma è nella nostra epoca che assume un peso rilevante, e diventa insopportabile per le comunità umane.</p>
<p>Si pone con forza la questione della sovranità popolare, politica e monetaria, e del ruolo dello stato.</p>
<p>Spesso si critica chi cerca di analizzare e di “dividere”, perché si afferma che ciò farebbe il gioco del potere, e favorirebbe il nascondimento dei dominanti, non consentendo di cogliere l’insieme, ossia la totalità sistemica.</p>
<p>Non è questo il caso, perché chi scrive è perfettamente cosciente che le tre forme assunte dalla rendita corrispondono ad altrettanti espropri che procedono parallelamente, assicurando maggiori risorse e maggior potere ai dominanti.</p>
<p>Questi espropri riguardano l’ambiente, il suolo, l’atmosfera e gli elementi fondali della vita [aspetto “fondiario”], la ricchezza socialmente prodotta [aspetto “finanziario”], l’autonomia e la sovranità degli stati [aspetto “monetario”], e devono essere visti in modo unitario, poiché sono il frutto dell’azione in qualche misura coordinata di un unico Nemico Principale, che può permettersi di “osservare dall’alto”, senza essere visto, sia l’ambiente, sia gli uomini, sia gli stati.</p>
<p>E’ bene iniziare a classificare ed analizzare gli espropri capitalistici in atto, in quanto gli ambienti accademici ufficiali tacciono, in proposito, mentre quelli mediatico-giornalistici utilizzano espressioni come Autorità Monetarie, Mercati, Investitori – nella diffusione capillare e istupidente di un’efficace neolingua sistemica – come se rappresentassero un nuovo “mistero della fede” postmedioevale e postmetafisico, e quindi qualcosa di intangibile e incontrollabile, evitando accuratamente di spiegare che cosa nella realtà si nasconde dietro queste parole.</p>
<p>Per questa via, al timore di Dio si sostituisce il timore nei confronti delle suddette entità, alle quali possiamo aggiungere tutti gli organi sopranazionali della mondializzazione economica, che sono altrettanti strumenti nelle mani dei veri decisori.</p>
<p>Evitare accuratamente le analisi utili alla comprensione della realtà politica, sociale ed ambientale, diffondere la neolingua e consentire il nascondimento del nemico principale non sono che altrettanti compiti prioritari, assegnati dalla classe globale del nostro tempo, agli accademici ed ai giornalisti.</p>
<p>Le tre rendite elitistiche fondamentali che interessano il nostro presente, nella forma fondiaria, in quella finanziaria e in quella monetaria, rappresentano non soltanto le fonti principali della ricchezza e del potere, ma altrettante &#8220;armi&#8221; utilizzate con spregiudicatezza dalla classe dominante globale, nel conflitto reciproco e nello stesso conflitto verticale con i subordinati, per espropriare il resto delle società umane riducendole in una condizione di assoluta impotenza e subalternità.</p>
<p>Controllare la moneta per controllare lo stato, neutralizzando il controllo di popolo e le forme autentiche di democrazia, controllare il capitale finanziario per intercettare il prodotto, influendo direttamente sulla sua stessa qualità e sulle sue dimensioni, controllare l’ambiente per controllare la stessa vita, in tutta la varietà delle sue forme, equivale a marciare separati per colpire uniti.</p>
<p>E quelli da colpire siamo tutti noi.</p>
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