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	<title>Comunismo e Comunità &#187; privatizzazioni</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2026 17:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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<p><img src="https://tse4.mm.bing.net/th/id/OIP.qrPlUehd1gMBuIBb90Tc8AHaEN?rs=1&amp;pid=ImgDetMain&amp;o=7&amp;rm=3" alt="美国供给侧经济学也来了，巧合还是历史选择？|界面新闻" />RFI,</p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>La fine delle infrastrutture pubbliche: il caso RFI</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi mesi si è spesso parlato della possibile privatizzazione della rete ferroviaria italiana. Si tratta di un tema che, come è facile intuire, è estremamente rilevante. Da un lato, infatti, si parla di un processo che avrà conseguenze su un servizio, quello ferrovPrivatizzazione, CDP, Mario Draghi, Snam, Snamiario, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro di milioni di cittadini. Dall’altro, si tratta di asset che costituiscono un ghiotto boccone per il capitale. Se è vero, infatti, che già oggi il <em>servizio </em>ferroviario è stato liberalizzato (con l’ingresso di operatori privati), fino a poco tempo fa la cessione <em>della rete</em> da parte dello Stato sembrava un argomento tabù, anche per gli economisti più sfegatatamente liberisti. Ma, quando si tratta degli insaziabili appetiti dei grandi gruppi capitalistici, tutto è possibile.</p>
<p>In questo post, dopo aver ricostruito, in breve, il processo di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico, vedremo nel dettaglio le ipotesi riguardanti la rete ferroviaria italiana e quali conseguenze potrebbe avere la sua privatizzazione.</p>
<p><strong>Breve storia delle privatizzazioni in Italia</strong></p>
<p>La privatizzazione delle imprese pubbliche avvenuta nel contesto italiano ed europeo nel corso degli ultimi 35 anni e tutt’ora in svolgimento nella sua fase matura ha profondamente mutato la natura del capitalismo contribuendo alla sua trasformazione da sistema misto (con forti elementi di pianificazione dell’economia e redistribuzione delle risorse) a sistema neoliberista, dunque ostile al compromesso tra Stato e mercato e insensibile alla mediazione tra bisogni sociali e profitto.</p>
<p>La lunga stagione delle privatizzazioni in Italia ebbe inizio nei “ruggenti” anni ’90 e fu la punta di diamante del nuovo corso neoliberista fondato sul protagonismo del mercato contro lo Stato e del privato contro il pubblico. Nel giro di soli 11 anni (1992-2002) venne ceduta ai capitali privati la stragrande maggioranza delle imprese pubbliche già nazionalizzate e delle partecipazioni statali.</p>
<p>L’intervento pubblico di indirizzo del sistema produttivo (politiche industriali) nel trentennio post-bellico si articolava lungo due direttrici fondamentali: lo Stato provvedeva da un lato ad interagire con il sistema economico in modo diretto come attore protagonista proprietario, in altri come regolatore discrezionale dell’economia privata.</p>
<p>L’intervento diretto, a sua volta, si manifestava tramite due modalità: l’impresa pubblica nazionalizzata (o, se di livello locale, municipalizzata) e le partecipazioni statali. In alcuni dei settori più strategici o a forte rilevanza sociale e universale (come energia elettrica, trasporti, telecomunicazioni e i cardini dello Stato sociale) prevalse la nazionalizzazione completa con la presenza di imprese pubbliche monopoliste o semi-monopoliste; in un’altra amplissima gamma di settori caratterizzati comunque da forte rilevanza economica per lo sviluppo del paese prevalse invece il sistema delle partecipazioni statali in cui lo Stato possedeva, tramite enti pubblici, quote di imprese private sufficientemente rilevanti da consentire la definizione degli indirizzi strategici e delle scelte produttive e occupazionali.</p>
<p>Il processo di privatizzazione avviato in forma massiccia nel 1992 investì entrambe le forme di proprietà pubblica con la progressiva vendita a capitali privati di quasi tutte le imprese pubbliche esistenti, dal settore bancario-finanziario a quello siderurgico, dal chimico all’ alimentare, editoriale, aerospaziale, energetico, delle telecomunicazioni, elettronico, della cantieristica navale, dei trasporti, etc.</p>
<p>Anche l’ambito delle infrastrutture a rete fondamentali (elettricità, telecomunicazioni, gas e petrolio, del trasporto stradale e ferroviaria, infrastruttura idrica) è stato segnato profondamente dal processo di privatizzazione che ha portato a massicce operazioni di svendita, dove non soltanto la gestione dei servizi di pubblica utilità è finita in gran parte in pasto al capitale privato ma anche le stessi reti, per definizione monopoli naturali non replicabili, sono state prese d’assalto da investitori di varia natura per lo più legati al mondo in rapida espansione, dagli anni ’90-’00, dei colossali fondi di investimento finanziari.</p>
<p>In questi settori, nel corso degli anni, dopo aver smembrato i vecchi monopoli pubblici verticalmente integrati (dove rete e servizio facevano capo ad un’unica società) in società separate, si è proceduto allo spezzatino della separazione-liberalizzazione e privatizzazione. Mentre la gestione dei servizi si è trasformata in oligopoli privati con un mercato spartito da un numero esiguo di enormi società che praticano agili strategie collusive, le reti sono diventate vere e proprie vacche da mungere per estrarre rendite laute e certe a rischio zero da parte dei nuovi proprietari monopolisti.</p>
<p>Terna, Tim, Snam, Autostrade sono state per anni e sono tutt’ora il simbolo evidente di questa clamorosa estrazione parassitaria di profitto ai danni della collettività.</p>
<p>A seguito del gigantesco processo di privatizzazione degli ultimi 35 anni, di imprese pubbliche nel sistema produttivo italiano, di dimensione nazionale (escludendo cioè i servizi pubblici locali municipalizzati, anch’essi, peraltro, diffusamente oggetto di strategie di privatizzazione) resta ben poco. Le partecipazioni pubbliche sono in parte di proprietà diretta del Ministero dell’Economia e in parte possedute da Cassa Depositi e Prestiti. Le più importanti e note ad oggi sono ENAV, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane, Monte dei Paschi, cui si aggiungono le società che gestiscono le reti (Snam, Terna, Autostrade) ed altre società di interesse strategico come Fincantieri e Italgas. Di partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia resta ad oggi un’unica azienda: Ferrovie dello Stato.</p>
<p><strong>Le ipotesi sulla privatizzazione della rete ferroviaria</strong></p>
<p>È in questo contesto storico segnato dalla cessione totale o parziale degli asset strategici e delle reti infrastrutturali che si inserisce il dibattito di questi mesi sul destino dell’industria ferroviaria italiana e in particolare dell’infrastruttura di RFI.</p>
<p>Ad oggi, il gruppo Ferrovie dello Stato Italiane possiede al 100% sia Trenitalia (che gestisce il trasporto dei passeggeri) sia RFI (Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce l’infrastruttura). Mentre, la rete è, al momento, in mano al monopolista pubblico, il servizio è in concorrenza con altri operatori. Ma come si è arrivati a questo punto?</p>
<p>Il sistema ferroviario, primo in Italia ad essere nazionalizzato nel lontano 1905, come tutti i servizi pubblici infrastrutturali, è stato già oggetto di un vasto processo di liberalizzazione, privatizzazione societaria e mercificazione a partire dal principio degli anni ’90.</p>
<p>Nel 1992, avvenne la separazione interna all’azienda tra area rete e area trasporto (di fatto un anticipo della successiva separazione contabile) e successivamente nel 2000 la separazione societaria tra rete e servizio con la divisione tra RFI e Trenitalia.</p>
<p>Nel 2003, infine, venne approvata la normativa di recepimento del primo pacchetto ferroviario europeo del 2001 che diede inizio al processo di liberalizzazione che vedrà dopo poco l’ingresso di nuovi operatori nel settore merci e, successivamente, anche nel settore passeggeri.</p>
<p>La gestione dagli anni 2000 verrà integralmente improntata al taglio dei servizi ridefiniti come rami secchi (linee a bassa o media frequentazione), riduzione graduale del costo del lavoro e potenziamento dei segmenti ad elevata profittabilità attesa come l’Alta velocità (caratterizzata da elevata domanda ad alta capacità di reddito).</p>
<p>L’entrata di nuovi concorrenti sul mercato ferroviario andrà a rafforzare in modo intenso questo processo di mercificazione.</p>
<p>Nel 2012, Nuovo Trasporto Viaggiatori (Italo) entrò nel ricco mercato dell’Alta velocità, erodendo una parte degli utili che nell’ambito dell’impresa pubblica ex-monopolistica costituivano e costituiscono la base per praticare sussidi incrociati finanziando quelle tratte in perdita non finanziate dal contratto di servizio universale coperto dalla fiscalità generale.</p>
<p>Di fatto la famigerata concorrenza, dipinta come salvifica dagli epigoni del libero mercato, si eserciterà essenzialmente sulla leva più immediata che definisce il costo di produzione: il costo del lavoro. Basti pensare che il costo medio di un ferroviere della compagnia Italo al momento dell’ingresso del nuovo operatore nel 2012 ammontava a solo il 60% del costo di un ferroviere di Ferrovie dello Stato. E ciò è possibile perché Italo applica soltanto in parte il contratto collettivo nazionale di settore, in quanto un’ampia parte delle condizioni di lavoro è dettata da un contratto collettivo aziendale.</p>
<p>Fino ad oggi l’industria ferroviaria ha continuato ad esistere entro un modello ibrido: un operatore pubblico proprietario di rete e servizio vocato ad un’ottica di massimizzazione del profitto, ma con evidenti funzioni di garanzia del servizio universale e di redistribuzione interna delle risorse e degli utili per fini sociali, una concorrenza di operatori privati sul trasporto merci e sul segmento profittevole del trasporto passeggeri.</p>
<p>Gli appetiti degli investitori privati però non si sono mai sopiti e le ferrovie da diversi anni sono oggetto privilegiato di interesse in vista di un processo di privatizzazione sostanziale parziale o completa alternativamente dell’intera società holding FSI o del servizio (Trenitalia) o della stessa rete (RFI).</p>
<p>Già nel 2015 il governo Renzi commissionò vari studi di praticabilità dell’operazione di vendita di FSI con l’intenzione di cedere alla Borsa il 40% delle quote di capitale dell’intera holding. L’operazione non andò in porto per resistenze interne allo stesso gruppo dirigente di Ferrovie. Nel settembre 2023 nel documento strategico NADEF, il governo Meloni riapre il dossier privatizzazione di Ferrovie prevedendo di raccogliere fino a 6,7 miliardi dalla vendita del 49% dell’azienda ai privati.</p>
<p>A seguire, alcuni mesi dopo, si inizia a discutere di una diversa opzione: la privatizzazione parziale della rete ferroviaria.</p>
<p>Nell’autunno 2024 si diffonde l’ipotesi di costituzione di una nuova compagnia controllata da RFI che gestisca la sola infrastruttura AV tramite lo scorporo della rete più profittevole dal resto del sistema infrastrutturale. Infine nei mesi più recenti (estate-autunno 2025) l’Amministratore delegato Donnarumma dichiara che la privatizzazione è ormai dietro l’angolo e che “dal 2026, l’ingresso di fondi privati potrebbe diventare realtà” specificando che “non si tratta di una privatizzazione in senso stretto, ma di una partecipazione di minoranza da parte di investitori istituzionali, italiani e internazionali, attratti dalla solidità e dalla redditività della rete AV con l’obiettivo di reperire capitali privati per finanziare opere strategiche, liberando risorse pubbliche per altri usi”. Si inizia a discutere di modello RAB (regulated asset base) da applicare alle ferrovie sulla falsariga di quanto già avviene in società di rete come Terna. Si tratta di un modello di finanziamento degli investimenti che garantisce all’investitore un margine di profitto crescente al crescere del rischio riducendo drasticamente il rischio di perdita per quegli investimenti, spesso massicci e complessi, tipici delle infrastrutture, che per loro natura sono soggetti ad una forte variabilità di rendimento nel lungo periodo. Nei modelli RAB in generale la definizione di rischio può variare e includere diversi livelli: dal rischio industriale legato ad aspetti relativi all’applicabilità pratica di alcune tecnologie, a rischi “di sistema” legati ad eventuali shock esterni (aumento del costo delle materie prime o instabilità geopolitica) fino al più elementare rischio di mercato ordinario legato alle oscillazioni fisiologiche della domanda.</p>
<p>Nel corso del 2024 due documenti europei uno <a href="https://coniarerivolta.org/www.consilium.europa.eu/media/ny3j24sm/much-more-than-a-market-report-by-enrico-letta.pdf">a firma di Enrico Letta</a> sul futuro del mercato unico europeo e l’altro <a href="https://coniarerivolta.org/www.eunews.it/wp-content/uploads/2024/10/00_Rapporto-Draghi-parte-A.pdf">a cura di Mario Draghi</a> sul futuro delle competitività europea rimarcavano entrambi la necessità di avviare percorsi di finanziamento delle grandi infrastrutture (compresa quella ferroviaria) tramite modelli di regolazione basati su una riduzione al minimo dei rischi (de-risking) per gli investitori privati spianando la strada ad un’interpretazione molto ampia del concetto di rischio che finirebbe per garantire ai privati una generosa rendita monopolistica sostanzialmente a rischio zero.</p>
<p>Sembra proprio questo il modello di privatizzazione immaginato per le ferrovie italiane.</p>
<p>Nel corso dell’autunno scorso l’ipotesi di scorporo della rete AV dalla rete RFI si è fatta sempre più insistente e sebbene al momento non vi sia un calendario chiaro e definito sembra ormai probabile che nel 2026 questa operazione possa essere concretamente realizzata. Del resto, gli appetiti degli investitori privati non si sono fatti attendere nel manifestarsi.</p>
<p>Già un anno fa si sono svolte <a href="https://www.affaritaliani.it/economia/meloni-vende-l-italia-a-blackrock-ora-il-fondo-americano-punta-a-prendersi-ferrovie-dello-stato-938704.html#google_vignette">alcune riunioni</a> tra la stessa presidente del Consiglio e il plurimiliardario amministratore del fondo nord-americano Black Rock Larry Fink indirizzate a valutare l’interessamento del suddetto fondo per l’acquisto di quote di floride aziende italiane quali Leonardo e Ferrovie. Più di recente sembra si sia palesato un interessamento da parte dei fondi sovrani arabi quali PIF (saudita) e ADIa e QIA (Emirati) già da molti anni attivi nel settore infrastrutture.</p>
<p><strong>La privatizzazione della rete: un disastro sociale, strategico e di sicurezza</strong></p>
<p>Come già accennato prima, tutte le argomentazioni liberiste, che hanno segnato il dibattito sulle privatizzazioni negli ultimi decenni, a favore del mercato e del privato incentrate sul pungolo delle forze competitive, sembrano sciogliersi come neve al sole di fronte al caso clamoroso delle reti infrastrutturali. In questo caso parliamo di monopoli naturali non replicabili dove non è possibile esercitare alcuna forma di concorrenza nemmeno di tipo potenziale. La privatizzazione delle reti pertanto ha il drammatico pregio di spostare il dibattito dalle favole sulle virtù di una fantasmagorica concorrenza capitalistica (che nella realtà si manifesta come potere oligopolistico di pochi colossi) alla cruda e semplice realtà della cessione di asset strategici ai grandi monopoli che drenano rendite parassitarie senza alcuna contropartita nemmeno teorica.</p>
<p>La questione evidentemente non è soltanto di tipo distributivo, ma anche strategico e di controllo del sistema produttivo.</p>
<p>Dal punto di vista distributivo è chiaro che l’ingresso dei privati sulle reti infrastrutturali drena risorse un tempo a disposizione dell’operatore pubblico per effettuare investimenti. Il privato investe al minor costo possibile per ottenere il massimo profitto possibile e non avendo vincoli di reinvestimento dei profitti punta alla mera distribuzione di facili e lauti utili agli azionisti.</p>
<p>Nel caso di RFI questo meccanismo verrebbe esasperato dallo sciagurato piano di spezzettare la rete in parte profittevole (l’Alta velocità) su cui andrebbero ad investire i privati e tutto il resto della rete (assai meno redditizia o in perdita) che resterebbe a totale gestione pubblica depotenziando quel meccanismo oggi in essere, per cui con gli utili delle tratte profittevoli si finanzia anche la manutenzione della rete in perdita. Si tratta, però, di quella parte della rete su cui si svolge il servizio ferroviario ordinario, che interessa milioni di pendolari e che, dunque, risponde in maniera più evidente alla nozione di servizio pubblico.</p>
<p>Vediamo meglio come funziona il mercato ferroviario per comprendere quali potrebbero essere le conseguenze distributive dell’ingresso dei privati nell’infrastruttura più redditizia</p>
<p>I profitti di RFI derivano dai pedaggi che vengono pagati dalle società dei servizi ferroviari merci e passeggeri versati sia dall’operatore pubblico Trenitalia (società separata da RFI ma interna alla stessa holding) sia dagli operatori privati.</p>
<p>L’eventuale ingresso di investitori privati sulla rete naturalmente spingerebbe con forza verso un aumento dei pedaggi. <a href="https://www.huffingtonpost.it/economia/2025/10/23/news/chi_compra_le_nostre_ferrovie_storia_rischi_e_opportunita_di_una_privatizzazione-20333253/">Secondo alcune indiscrezioni</a> (<a href="https://www.terramiagiornale.it/la-privatizzazione-della-rete-ferroviaria-il-progetto-attuale-ed-i-precedenti-in-italia-ed-in-europa/">qui</a> l’articolo integrale), l’applicazione di un modello RAB alla rete AV attrattivo per gli investitori richiederebbe la fissazione di un canone pari almeno a 12euro a treno/km ben più alto dei valori attuali (pari a circa 9-10euro a treno-km).</p>
<p>In un mercato ormai liberalizzato dove già operano compagnie private come Italo è piuttosto inverosimile immaginare un aumento dei pedaggi di tale misura senza pregiudicare i profitti degli operatori privati dei servizi. Basti pensare che all’indomani della liberalizzazione che consentì l’ingresso di NTV Italo sul ricco mercato AV l’autorità dei trasporti addirittura abbassò i pedaggi da 14 euro a 8 euro a treno/km proprio per favorire l’investimento del nuovo operatore privato a discapito degli introiti pubblici di RFI.</p>
<p>Oggi si porrebbe un problema simile ed opposto. Come garantire profitti agli investitori privati sulla rete senza pregiudicare troppo i profitti degli operatori dei servizi? La coperta è corta e le soluzioni, tutte a danno della collettività, possono essere solo due. La prima è che i pedaggi aumentino con due possibili esiti: l’aumento dei prezzi dei biglietti (soluzione più probabile) o politiche di sussidi degli operatori a carico della collettività. Della prima ipotesi <a href="https://energiaoltre.it/fs-il-ceo-donarumma-investiti-18-miliardi-in-un-anno-e-co-sviluppo-per-tagliare-la-bolletta/">ha già implicitamente parlato</a> l’AD di ferrovie nella presentazione del piano industriale.</p>
<p>La seconda soluzione è che i pedaggi non aumentino e lo Stato versi invece sussidi a RFI a beneficio anche degli operatori privati di nuovo ingresso.</p>
<p>In ogni caso un danno per la collettività o in quanto utenza dei treni o in quanto cittadini contribuenti.</p>
<p>La classica e consolidata prassi di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.</p>
<p>Infine, vi è un tema molto serio di sicurezza e di controllo di asset strategici e vitali per lo sviluppo di un paese. Le reti infrastrutturali (telefonica, elettrica, di trasporto) rappresentano sistemi complessi che permettono l’esistenza stessa delle altre attività economiche e il funzionamento dell’intero sistema produttivo. Sono inoltre fortemente connotate da elementi di sicurezza sia in termini fisici (incolumità dei passeggeri per i trasporti e dei lavoratori del settore negli interventi di manutenzione) sia in termini di gestione e uso di dati (rete telefonica e internet) e di sicurezza delle attività economiche e domestiche (rete elettrica).</p>
<p>Cedere, anche solo in parte, a colossi capitalistici privati la gestione di queste reti non soltanto rappresenta uno scandalo in sé per l’accaparramento privato di risorse pubbliche costruite in decenni di storia con denaro pubblico, ma comporta anche un gravissimo rischio in termini di sicurezza e di capacità di indirizzo strategico e controllo delle attività produttive nel loro insieme.</p>
<p>La lotta per la difesa della proprietà pubblica nei settori strategici e socialmente sensibili e nello specifico nelle reti infrastrutturali è quindi insieme una lotta per frenare le ulteriori spinte redistributive in senso regressivo e per difendere la capacità dello Stato di orientare il sistema economico al benessere comune.</p>
<p><em><strong>CONIARE RIVOLTA</strong></em></p>
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		<title>Privatizzazioni – Parte I: l’eterno ritorno di una ricetta disastrosa</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Nov 2013 14:16:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[economia capitalistica]]></category>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Tratto dal blog &#8220;coniare rivolta&#8220; Negli ultimi giorni, dopo un paio di mesi di apparente silenzio sul tema, si è tornati a parlare di privatizzazioni. Il Ministro dell’Economia, alla fine della scorsa settimana, ha dichiarato che entro dicembre verrà annunciato un piano di dismissione del patrimonio pubblico immobiliare e di parte delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Lorenzo Dorato</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong>Tratto dal blog &#8220;<a href="http://coniarerivolta.wordpress.com/2013/10/28/privatizzazioni-parte-i-leterno-ritorno-di-una-ricetta-disastrosa/" target="_blank"><strong>coniare rivolta</strong></a>&#8220;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/privatizzazioni-cover.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3969" title="privatizzazioni-cover" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/11/privatizzazioni-cover-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Negli ultimi giorni, dopo un paio di mesi di apparente silenzio sul tema, si è tornati a parlare di privatizzazioni. Il Ministro dell’Economia, alla fine della scorsa settimana, ha dichiarato che entro dicembre verrà annunciato un piano di dismissione del patrimonio pubblico immobiliare e di parte delle partecipazioni azionarie (integrali e non) detenute in alcune imprese (Eni, Enel, Finmeccanica, Rai, Ferrovie, Poste ed altre aziende minori).</p>
<p>Il tono utilizzato nel dibattito corrente è lo stesso di venti anni fa, epoca in cui ebbe inizio la stagione delle gigantesche dismissioni di patrimonio pubblico messa in atto dapprima dai governi tecnici del tempo e poi dalle coalizioni di centro-sinistra e centro-destra che si sono alternate al governo dell’Italia.</p>
<p>Ciò che stupisce oggi, è proprio la persistenza del medesimo, identico tono usato in quel periodo nel dibattito corrente su un tema così rilevante come quello delle privatizzazioni. Come se venti anni di dismissioni non fossero meritevoli di qualche riflessione sul perché siano state realizzate, chi ne abbia beneficiato e quali siano stati i risultati economici di tali politiche.</p>
<p>Con lo stesso “spirito liberista” entusiastico dei “ruggenti” anni ’90, quando privatizzare era diventata una parola d’ordine di gran moda, si ripropongono oggi le stesse identiche argomentazioni di allora: 1- occorre privatizzare per fare cassa e abbattere il debito pubblico; 2- occorre privatizzare perché la proprietà pubblica è per definizione inefficiente ed elefantiaca; 3- occorre privatizzare perché così poi è possibile liberalizzare e senza concorrenza non può esserci efficienza.</p>
<p><strong>La teoria economica dominante ci impone tre narrazioni</strong> mai dimostrate che renderebbero la privatizzazione di un’impresa pubblica una ricetta scontata.</p>
<p>La prima narrazione ci racconta che la presenza di un elevato (elevato rispetto a quale parametro non è dato saperlo) debito pubblico è di per sé un problema, che va risolto con la sua riduzione. Pertanto, le privatizzazioni concorrerebbero a fare cassa per ridurre il livello di indebitamento dello Stato. Il Ministro dell’Economia lo ha dichiarato espressamente affermando che: “i proventi delle privatizzazioni non saranno utilizzati per fare spesa, ma per ridurre il debito”. Ebbene non vi è alcuna ragione teorica né tanto meno evidenza empirica che suggerisca l’idea che un particolare livello di debito pubblico possa essere definito astrattamente insostenibile (tema che avremo modo di approfondire prossimamente); pertanto ogni argomentazione sulla necessità di fare cassa utilizzando i metodi più efficaci e veloci (tra cui, oltre alle manovre recessive di taglio della spesa ed aumento della tassazione, figurano in primo piano anche le privatizzazioni) cade automaticamente assieme al suo presupposto.</p>
<p>La seconda narrazione ci racconta che l’impresa pubblica è per definizione inefficiente, poiché senza massimizzazione del profitto come obiettivo preminente mancherebbero gli incentivi per assumere comportamenti efficiente. Questa argomentazione è estremamente debole sul piano teorico poiché non tiene conto dei numerosissimi incentivi che potenzialmente possono agire ed agiscono sul comportamento umano oltre alla massimizzazione del profitto; ed è debolissima sul piano empirico poiché non esiste alcuna verifica effettiva che abbia storicamente dimostrato l’inferiorità (sul piano dell’efficienza, intesa come minimizzazione dei costi a parità di prodotto) di un’impresa pubblica rispetto a una privata. Inoltre la suddetta argomentazione spesso non tiene conto dei fini propri dell’impresa pubblica, considerando come voci di costo elementi che fanno riferimento invece a finalità sociali specifiche che l’impresa persegue (come ad esempio la garanzia di qualità su determinati prodotti) o a norme sociali rispondenti ad equilibri distributivi di certo non catalogabili come costi impropri (come la presenza di vincoli normativi più rigidi sul mercato del lavoro).</p>
<p>La terza narrazione ci dice che senza concorrenza non può esservi efficienza. Qui, si trascurano completamente, in primo luogo, i numerosi vantaggi (verificati peraltro dalla stessa teoria egemone) che il monopolio ha in numerosi contesti frequentissimi nel mercato reale (economie di scala) e in termini di efficienza dinamica (cioè a dire capacità innovativa e di sviluppo di lungo periodo). Inoltre, si attribuisce meccanicamente al solo stimolo competitivo l’esclusività degli incentivi, dimenticando, anche in questo caso, la vastissima gamma di incentivi possibili di carattere non competitivo che hanno sorretto la florida attività produttiva di monopoli pubblici nel corso della storia dello stesso capitalismo (valgano da esempi, su tutti, in Italia, le eccellenti prestazioni economiche delle imprese pubbliche attive nel settore energetico, Eni ed Enel nei decenni del dopoguerra fino agli anni ’80).</p>
<p>Eppure, malgrado le tre narrazioni che “impacchettano” la ricetta delle privatizzazioni presentino evidenti contraddizioni e palesi forzature, <strong>si continua a voler presentare tali politiche come panacea di tutti i mali</strong> senza tener conto non soltanto delle numerose obiezioni teoriche, ma soprattutto delle esperienze storiche concretamente verificabili. La stagione delle privatizzazioni, in Italia, così come in tutti i paesi dove sono state attuate nell’ultimo trentennio, ha prodotto un fallimento economico-sociale di immense proporzioni e dalle disastrose conseguenze sul piano distributivo, sul piano dell’accessibilità universale ai servizi pubblici e sul piano della sovranità industriale del paese ai fini delle scelte strategiche di politica economica.</p>
<p>Decine e decine di imprese pubbliche sono state vendute (o meglio svendute visti i prezzi particolarmente favorevoli accordati agli acquirenti) a capitalisti privati in fuga dalla manifattura (sempre meno redditizia a causa della crescente concorrenza internazionale) e in cerca di facilissimi profitti garantiti (a rischio zero) in settori spesso di prima necessità o comunque di larghissimo consumo (dove è bassissima l’elasticità della domanda al prezzo e il prodotto è quasi sempre non sostituibile): è il caso dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti, dei servizi creditizi (banche) e finanziari (assicurazioni), ma anche di pezzi importanti di industria pesante (acciaio, alluminio, meccanica) e alimentare (catene distributive).</p>
<p>Il risultato è stato il seguente: laddove le imprese pubbliche realizzavano profitti riutilizzabili a fini sociali, si è avuta una drastica perdita di gettito rappresentato da quelli che erano utili reinvestibili in Stato sociale o in piani di sviluppo industriale del Paese. Imprese sane e profittevoli come l’Eni e l’Enel o diverse banche pubbliche sono state in tutto o in parte privatizzate causando la <strong>perdita di risorse che venivano dirottate a fini sociali</strong>. In cambio, il denaro ottenuto dalla loro vendita è stato utilizzato per tentare inutilmente di ridurre il debito pubblico (che nel frattempo, ironia della sorte, è continuato comunque ad aumentare per tutti gli anni ’90); laddove, invece, le imprese pubbliche producevano servizi universali sotto costo o con la sola copertura del costo (senza profitto) si è avuta una progressiva mercificazione del servizio prodotto a scapito delle fasce di popolazione economicamente più deboli ed a vantaggio dei profitti dei nuovi proprietari dei servizi pubblici privatizzati.</p>
<p>Infine, in tutti i casi, è stata pesantemente <strong>erosa la capacità di controllo da parte dello Stato sui settori strategici del sistema produttivo</strong>, rinunciando così ad una leva fondamentale per la stabilizzazione del livello della domanda e per l’orientamento delle scelte produttive in chiave di sviluppo industriale e sociale.</p>
<p>Il tutto senza avere mediamente come contropartita alcun aumento verificabile dell’efficienza interna alle imprese, evidenza ammessa dagli stessi fautori del processo di privatizzazione dell’economia pubblica su larga scala (come testimonia il rapporto di Andrea Goldstein sulle privatizzazioni italiane del 2003).</p>
<p>Nonostante questo <strong>quadro desolante</strong>, la ricetta magica viene oggi riproposta con le stesse argomentazioni insostenibili di un tempo. Del resto, nel lasso di tempo intercorso da allora, l’egemonia della teoria economica dominante e di posizioni politiche sempre più orientate alla pura e semplice difesa dell’interesse di un’esigua minoranza di popolazione ricca – e conseguentemente sempre più ostili alla presenza di elementi di economia pubblica all’interno del capitalismo – è andata via via crescendo. Non c’è quindi da stupirsi se il governo attuale, in continuità con le scelte dei precedenti governi, segua il fulgido cammino della privatizzazione come soluzione privilegiata dei mali dell’economia.</p>
<p>Peraltro, nel contesto dell’attuale profonda crisi economica del capitalismo occidentale trainata e alimentata dalle politiche di austerità di matrice europea, nuove privatizzazioni, oltre a causare i danni già prodotti dal lungo ciclo attuato dal 1992 al 2003, non farebbero altro che aggravare la crisi impattando negativamente sulla domanda pubblica e, indirettamente, sui consumi delle famiglie a seguito dei prevedibili aumenti del livello di prezzi e tariffe.</p>
<p>A fronte di questo, occorre una strategia seria di difesa delle imprese pubbliche e della produzione pubblica. Una strategia che rivendichi il ruolo e rilanci le vere finalità proprie delle imprese che ad oggi permangono in alcuni casi solo formalmente pubbliche, e contestualmente rilanci l’idea di una progressiva rinazionalizzazione di ciò che è stato privatizzato per gli interessi di pochi a danno della stragrande maggioranza della popolazione.</p>
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		<title>La privatizzazione della vita sociale</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Mar 2011 15:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costanzo Preve</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img title="Scuola di Atene" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/Scuola-di-Atene-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" /></p>
<p>Intervista con il <em>Prof. Costanzo Preve </em>a cura di Luigi Tedeschi</p>
<p><strong><em>1. Il referendum dei lavoratori della Fiat, conclusosi con la vittoria dei SI alla strategia di ristrutturazione aziendale voluta da Marchionne, prelude a mutamenti sistemici dell’economia italiana in senso liberista. E’ dunque giunto al suo “naturale” compimento un processo di destrutturazione del modello di economia mista enunciato dalla carta costituzionale, che prevedeva il controllo, l’indirizzo e lo stesso intervento diretto dello Stato nell’economia nazionale. Alle privatizzazioni delle aziende pubbliche, hanno fatto seguito le riforme strutturali della legislazione del lavoro, con l’introduzione di forme diversificate di lavoro precario, le riforme pensionistiche con l’allungamento della vita lavorativa, le limitazioni della tutela sindacale. La nuova strategia industriale inaugurata da Marchionne, rappresenta di per se il delinearsi di un nuovo modello di sviluppo, suscettibile di applicazione a tutti i settori della produzione. La svolta “Marchionne” sarebbe dovuta all’esigenza prioritaria di adeguare l’economia italiana alla competitività dei mercati internazionali: pertanto essa comporta l’aggancio dei salari alla produttività, la compressione dei diritti sindacali e l’esclusione dalle trattative aziendali di quei sindacati che non accettino i contratti di lavoro proposti dagli imprenditori, oltre alla abrogazione, nei fatti, del contratto collettivo di lavoro. Il nuovo modello di sviluppo è quindi fondato sulla unilateralità del modo di produzione imposto dalla grande industria e dalle banche in relazione alle condizioni, in termini di produttività e competitività poste dal mercato globale. In realtà, quali che siano le prospettive di sviluppo della Fiat &#8211; Chrysler, certo è che l’economia italiana ed europea non potrà mai essere competitiva con quella cinese e/o asiatica, data la minima incidenza del costo del lavoro dei paesi emergenti rispetto ai lavoratori europei. Si è comunque determinata una svolta epocale nei rapporti di produzione: è scomparsa la funzione di mediazione dello Stato nei rapporti tra le parti sociali (il governo ha peraltro sostenuto la strategia di Marchionne), si è svuotato di contenuto il ruolo dei sindacati, quale controparte rappresentativa dei lavoratori nelle trattative con l’imprenditore, che a sua volta (nel caso di Marchionne), si dissocia dalla propria associazione sindacale (Federmeccanica), per imporre il proprio contratto di lavoro. I costi sociali di tale trasformazione del modello economico, in termini di salario, tutela sindacale, occupazione, qualità della vita, sono devastanti. Ma, soprattutto, occorre evidenziare come la ristrutturazione industriale imposta da Marchionne si realizzi nel contesto di una fase storica in cui si verifica nella società italiana una trasformazione sociale e culturale che potremmo definire “privatizzazione della vita sociale”. Infatti, nell’ambito della giustizia civile l’orientamento riformatore è quello di sviluppare la pattuizione privata, la conciliazione, un tipo di contrattualistica in cui le leggi derogano alla trattativa tra le parti. Nel campo penale, la depenalizzazione di molte fattispecie di reato, il massiccio ricorso al patteggiamento, sono fenomeni di analoga ispirazione. Nello stesso diritto del lavoro tutta la legislazione sul lavoro precario e flessibile, è, nei fatti, sostitutiva dei principi della contrattazione collettiva, e della stessa contrattazione aziendale, già diffusa in altri settori (vedi il tessile), prima del “modello” Marchionne si sostituirà nel tempo la contrattazione privata individuale. Sta emergendo un processo riformatore in cui gli organi legislativi e giurisdizionali dello Stato vengono estraniati dalle loro funzioni istituzionali: il legislatore abroga se stesso, eliminando l’intervento dello Stato come fonte normativa primaria e devolvendo alla sfera privatistica la regolazione dei rapporti tra le parti sociali, il giudice è destinato asvolgere una funzione giurisdizionale limitata alla legittimità, estraniandosi cioè dal merito delle controversie tra i cittadini.</em></strong></p>
<p>Penso che la formula da te impiegata “privatizzazione della vita sociale” sia estremamente felice, e possa servire da bussola concettuale per una corretta ricostruzione storica e culturale di ciò che ha preceduto la situazione attuale. Ciò che correttamente il sindacato FIOM-CGIL chiama il “ricatto Marchionne” è in realtà il “modello globalizzato Marchionne”, e senza capirne la logica diventa impossibile opporvisi se non in modo puramente lamentoso e testimoniale. Benché preti, politici, giornalisti e clero universitario parlino di “responsabilità sociale dell’impresa” ad ogni piè sospinto, in realtà l’impresa è responsabile soltanto verso i profitti dei propri azionisti, ed il resto è secondario. Cerchiamo allora nella storia degli ultimi secoli un filo conduttore che ci permetta di andare un poco più in profondità.</p>
<p>In tutte le società precapitalistiche la privatizzazione integrale della vita sociale era non solo impossibile, ma anche concettualmente inconcepibile. Questo non significa affatto che esse fossero moralmente “migliori”, ed ogni nostalgismo di questo tipo ci porta fuori strada. E’ interessante che lo stesso termine latino <em>privatus </em>non alludesse ad una situazione originaria di libertà ‘“naturale”, ma indicasse al contrario l’operazione di “priva- zione” dal godimento della proprietà comunitaria dell’<em>ager publicus</em>, che in realtà “pubblico” in senso moderno non lo era per niente, ma si riferiva ad una comunità tribale fortemente gerarchica ed inegualitaria. Il fatto che essere “privato” volesse dire essere forzosamente privato di qualche cosa (il godimento comunitario dei beni), mentre il “pubblico” alludesse ad un particolarismo tribale gerarchico (le <em>gentes</em>) non è solo una curiosità etimologica, ma è uno stimolo per uno spaesamento concettuale necessario per farci relativizzare i significati attuali dei termini, che sono storici e non “naturali”.</p>
<p>Il modello politico e sociale della <em>polis </em>greca classica era fondato su di un modo di produzione sociale di piccoli produttori indipendenti, e non era affatto correlato ad un modo di produzione schiavistico sviluppato, secondo una tradizionale confusione cui sono caduti pensatori diversi ed incompatibili come Nietzsche, Hannah Arendt, Stalin ed il marxismo classico. Ed è questa la ragione per cui Marx fece sempre riferimento alla <em>polis </em>greca classica, vedendo in essa un esempio certo di sfruttamento, ma non di alienazione vera e propria. La separazione dei concetti di sfruttamento (<em>Ausbeutung</em>) e di alienazione (<em>Entfremdung</em>) è concettualmente necessaria, perchè il modo di produzione capitalistico è il <em>primo </em>ed il <em>solo </em>in cui si verifica la piena fusione di entrambi. Solo la norma dell’accumulazione illimitata di valore, infatti, permette di incorporare integralmente i processi di sfruttamento (che caratterizzano tutte indistintamente le formazioni sociali classiste) all’interno del processo di alienazione, cioè di espropriazione integrale dello stesso processo lavorativo sociale, al di là della precedente distribuzione ineguale del plusprodotto.</p>
<p>Questo &#8211; val la pena ripeterlo senza stancarsi &#8211; non comporta assolutamente conclusioni ‘’nostalgiche” nei confronti delle società caratterizzate dal dispotismo orientale oppure, in Europa, dal feudalesimo e dal dominio nobiliare. Il problema non sta qui, ma sta nella corretta individuazione della <em>genesi </em>storica della società caratterizzata dalla privatizzazione della vita sociale. Anche se solo oggi questa privatizzazione della vita sociale è diventata scandalosamente visibile (e lo è diventata perché si è globalizzata), è bene ricordare che già fra Settecento ed Ottocento sono già riscontrabili sintomi di questa visibilità, soprattutto nell’interpretazione idealistica della natura del precedente illuminismo (<em>Aufklärurng</em>). Ciò che cercherò di sviluppare in questa mia prima risposta è appunto una tesi, per cui progressivamente il punto di vista integralmente individualistico e privatistico dell’empirismo inglese ha sostituito il punto di vista certamente ancora classistico, ma anche comunitario, dell’idealismo tedesco cui Marx non è che l’ultimo coerente esponente.</p>
<p>Ma indaghiamo prima il modello dell’idealismo tedesco, e soltanto dopo, quello dell’empirismo inglese, in modo che la “contrastività” del secondo rispetto al primo appaia maggiormente visibile. Il carattere “dialettico”, e quindi contraddittorio, degli esiti della critica illuministica appare già chiaro al primo grande idealista, il prussiano Fichte, figlio di servi della gleba. A differenza di Voltaire e dei suoi successori odierni (ricordo qui solo il giornalista con pretese culturali Eugenio Scalfari), Fichte considera l’illuminismo in termini dialettici, che ritengo nell’essenziale validi ancora oggi. Da un lato, la distruzione illuministica delle pretese metafisiche di legittimazione feudale e signorile (e quindi assolutistica) è interamente giustificata e legittimata, e non c’è traccia di quel “nostalgismo” che invece caratterizzerà i pensatori della successiva Restaurazione (1815-1830). Il vecchio mondo meritava di morire, perchè aveva perduto quella eticità sostanziale che pure era stata in grado di produrre le grandi cattedrali, romaniche e gotiche. Dall’altro lato, però, la distruzione di tutte le precedenti certezze comunitarie, pur necessaria, aveva comportato uno stato di anomia individualistica, di scetticismo e di relativismo nichilistico integrale che Fichte definì in termini di “epoca della compiuta peccaminosità” e più tardi Hegel definì come “risoluzione dell’ascetismo della morale in regno animale dello spirito”. Qui non c’è lo spazio, e neppure la necessità di interpretare analiticamente i due concetti critici di Fichte e di Hegel, ma è sufficiente sottolineare che la diagnosi di potenziale “privatizzazione della vita sociale” era <em>già stata fatta</em>, ed era stata fatta in termini chiari ed addirittura cristallini. Non siamo all’anno zero della critica, se sappiamo restaurare affreschi coperti dai graffiti liberali e postmoderni.</p>
<p>Ci sono molti modi alternativi di esporre e di riassumere il pensiero di Hegel, ma ce n’è forse uno comparativamente e contrastivamente migliore degli altri: Hegel è il pensatore moderno che ha esposto nel mondo migliore la distinzione e nello stesso tempo la complementarietà convergente del Privato e del Pubblico, ognuno sovrano nei rispettivi ambiti. Se questo è vero &#8211; come può essere agevolmente dimostrato &#8211; partendo da Hegel <em>non </em>si potrà arrivare mai alla privatizzazione della vita sociale. E’ utile ripercorrere sommariamente il suo processo di pensiero, fondato sulla distinzione fra la Moralità (o sfera del Privato) ed Eticità (o sfera del Pubblico), in cui entrambi i momenti sono riconosciuti interamente legittimi.</p>
<p>Hegel inizia concettualmente da una critica, talvolta addirittura eccessiva ed un po’ ingenerosa, nei confronti del diritto naturale (o giusnaturalismo) e del contratto sociale (o contrattualismo). Se pensiamo che il giusnaturalismo ed il contrattualismo ai suoi tempi costituivano il novanta per cento del pensiero politico, ci rendiamo conto della sua rivoluzionarietà e del suo coraggio innovativo. Ma sono le motivazioni che lo spingono a suscitare la nostra postuma ammirazione.</p>
<p>Hegel respinge il diritto naturale, pur riconoscendone il valore storico negli ultimi secoli perchè non accetta che ci sia un presupposto non-storico della storia posto all’origine della storia stessa, e nello stesso tempo sottratto alla storicità costituente. Oggi si direbbe che si contrappone ai miti dell’Origine, che sono inevitabilmente anche dei miti della Fine della Storia (ove la storia è vista in termini di perdita e di successiva ricomposizione di un Intero Perduto). Se ci fosse qui lo spazio per approfondire analiticamente la questione, apparirebbe chiaro che questa posizione è incompatibile con l’interpretazione di Hegel come neoplatonico moderno che vuole ricomporre una totalità organica originaria decaduta (Lucio Colletti), oppure come teorico della fine della storia (Alexandre Kojève). Ma in questa sede ci interessa sottolineare che sia il Privato che il Pubblico sono entrambi prodotti dello sviluppo storico, e non sono presupposizioni giusnaturalistiche astoriche. Hegel critica la teoria del contratto sociale per le stesse ragioni per cui aveva criticato la teoria del diritto naturale. Non c’è e non c’è mai stato un contratto originario, ma all’origine la società si è costituita sulla base di rapporti di forza (nascita del dominio, rapporto fra</p>
<p>servo e signore, eccetera). Il moderno rapporto di Privato e di Pubblico è un <em>risultato storico </em>di un processo di incivilimento dialettico progressivo, non la restaurazione di una caduta originaria, bene esemplificata dal mito biblico del peccato originale, radice unica di tutte le successive secolarizzazioni escatologiche. Chi interpreta Marx in termini di secolarizzatore utopico della escatologia giudaico-cristiana (ad esempio Löwith, ed oggi la stragrande maggioranza della filologia universitaria sia moderna che postmoderna, da Habermas a Lyotard) deve dimenticare e far dimenticare che Marx nell’essenziale accetta la critica di Hegel al diritto naturale ed al contratto sociale, la metabolizza e la fa sua, e quindi non è corretto inserirlo nella sequenza (sia pur rispettabile) dei pensatori dell’Origine presupposta e del conseguente Fine prefissato.</p>
<p>Il rapporto fra sfera pubblica e sfera privata è posto da Hegel in modo rigorosamente filosofico, e più esattamente filosofico-comunitario, e non più nel vecchio modo religioso precedente. Per essere chiari, il pubblico interviene sul privato quando c’è un reato non quando c’è un peccato. Il pubblico interviene nel privato quando c’è pedofilia, non certo quando c’è omosessualità. Nello stesso tempo, anche alla famiglia viene conferito un carattere pubblico, nella misura in cui l’educazione dei figli non può che avere un carattere pubblico. La stessa società civile fa parte di una sfera pubblica, perchè il riconoscimento della professionalità e l’assistenza pubblica non possono essere ridotte all’arbitrio di un eventuale “capitalismo compassionevole”.</p>
<p>Non vi è qui lo spazio per esaminare le varie forme di hegelismo posteriore, di destra (Gentile) o di sinistra (hegelo-marxismo). Esse hanno sempre avuto come minimo comun denominatore il rifiuto concettuale di una qualsivoglia privatizzazione della vita sociale, ed ad esse bisognerà tornare per “raddrizzare” l’attuale andazzo privatizzatore. E’ invece utile esaminare la corrente dell’ empirismo individualistico anglosassone, perchè è essa a fare da portatrice ed amplificatrice di questo fenomeno.</p>
<p>Mentre la tradizione dell’idealismo tedesco (nell’essenziale ereditata da Marx nella forma del superamento-conservazione, <em>Aufhebung</em>) permette di salvare l’autonomia specifica sia del Pubblico che del Privato, la tradizione dell’empirismo anglosassone fin dall’inizio è dominata da una tendenza di privatizzazione individualistica integrale del pubblico). L’origine sta forse in una particolare secolarizzazione del calvinismo, una forma di religione che tende a mettere in rapporto diretto e senza mediazioni l’individuo e la divinità, oltre a fare l’apologia dell’arricchimento privato come segnale della elezione divina. Ma già in Hobbes, che pure è completamente ateo e diffida degli estremisti religiosi puritani, è centrale la polemica contro l’antropologia filosofica di Aristotele. Rifiutando la teoria aristotelica per cui l’uomo è un animale politico, sociale e comunitario (<em>politikòn zoon</em>) si rifiuta soprattutto la conseguenza pratico-politica di questa teoria, per cui l’uomo è un animale comunitario capace di calcolo sociale per la divisione giusta ed armonica del potere e delle ricchezze (<em>zoon logon echon</em>). In Locke la proprietà privata è un diritto naturale derivato dal lavoro diretto del primo coltivatore, e non l’effetto di un processo storico di progressiva privatizzazione di una precedente comunitaria (si tratta della concezione che Marx chiamò poi “robinsonismo” riferendosi al personaggio di Robinson Crusoè). La stessa critica di Locke alla categoria metafisica di “sostanza”, lungi dall’essere una innocua operazione gnoseologica, è una metafora politica per la negazione di una sostanza comunitaria che “sta sotto” agli scambi privati fra individui. Ma il punto archimedico di questa privatizzazione filosofica della vita sociale sta in David Hume, e nel suo particolare modo di respingere il contratto sociale che nelle concezioni del tempo era considerato l’elemento che “istituiva” la società. Mentre Hegel (e poi Marx) respingeva la fondazione contrattualistica della convivenza umana perchè considerava il contratto una istituzione puramente privatistica, non adatta a fondare concettualmente la società umana (rifiutando così la concezione della società umana come rete contrattuale di individui privati originari e sottratti alla storicità ed alla socialità costituenti), Hume considera il</p>
<p>contratto sociale inutile, dal momento che la società si istituisce spontaneamente senza contratto sulla base delle attese di scambio reciproche fra venditore e compratore (e Smith, accetterà integralmente questa autofondazione dell’economia su se stessa, con inevitabile posteriore trasformazione del primato dell’economia in dittatura totalitaria della crematistica). Soltanto i manuali di storia della filosofia, capolavori di stupidità istituzionalizzata, possono sostenere che la critica di Hume alla categoria di causalità non nasconde nulla di “sociale”, ma è soltanto un geniale accorgimento gnoseologico. In questo modo, la privatizzazione della vita sociale era cosa fatta, con l’inevitabile primato del modello neoliberale di economia su tutti gli altri ambiti della vita sociale (l’azienda Italia, il giudizio dei mercati, eccetera).</p>
<p>E’ interessante che nell’ultima opera di Toni Negri, questo giocoliere che ricava il suo comunismo anarchico dallo stesso sviluppo della globalizzazione capitalistica, ci sia un’insistita polemica contro la dicotomia di Pubblico e di Privato, in nome di un fantomatico “comune” attinto direttamente da individui onnipotenti animati da una nicciana volontà di potenza intesa come autovalorizzazione energetica individuale. Ma si tratta solo di un sintomo secondario, nel mondo dissociato dei cosiddetti “intellettuali di sinistra”, della provvisoria vittoria del modello dell’empirismo anglosassone sul modello dell’idealismo tedesco. La storia delle idee ha infatti un andamento più ciclico che lineare, dipendendo strettamente non tanto da una logica conoscitiva e veritativa, che resta sempre e solo “ideale” (donde appunto l’idealismo), quanto da una più modesta sociologia degli intellet- tuali accademici, editoriali ed universitari. Oggi il padrone é a Washington, e nel giorno stesso in cui sto scrivendo queste righe (sabato 12 febbraio 2011) i giornali commentano la cacciata dei Mubarak, sostengono che non si tratta di una vittoria del popolo egiziano, pagata con un grande tributo di sangue, ma di una vittoria di Obama e del modello neoliberale dì gestione “democratica” del capitalismo. I rapporti di forza in cui viviamo ci costringono a sopportare impotenti questa dittatura della manipolazione, ma speriamo che si tratti soltanto di una congiuntura temporanea.</p>
<p><strong><em>2. Dalle precedenti considerazioni, deriva necessariamente l’affermarsi di una nuova struttura della società, caratterizzata dalla frammentazione dei rapporti sociali, tramutatisi in rapporti privati e dal venir meno dei corpi intermedi rappresentativi della categorie produttive, della classi sociali, degli interessi legittimi della collettività. I rapporti privatistica, sono per loro natura avulsi dai fondamenti etici, da principi cioè generati dalla interdipendenza delle idee e delle condizioni sociali tra gli individui, che costituiscono il legame obiettivo ed interpersonale alla base di qualsivoglia rapporto comunitario tra i singoli. Il rapporto privato è necessariamente estraneo alla dinamica dei rapporti sociali e pertanto trae la sua origine da interessi individuali: è per sua natura un rapporto che si realizza su basi economiche. E’ facile quindi comprendere come tali rapporti siano improntati al prevalere della forza economico &#8211; contrattuale di una delle parti e come una società fondata sull’individualismo privatistica, non possa che produrre squilibri sociali e disuguaglianze endemiche. Gli attuali mutamenti dei rapporti economici in Italia non potranno che incidere profondamente sull’assetto politico &#8211; istituzionale. Invero, è ormai la prassi, intesa come insieme di forze trasformatrici nell’ambito economico e sociale ad imporre cambiamenti sistemici nella società. In via di principio, tale processo di rinnovamento è congenito allo sviluppo di nuove forme di equilibri sociali che scaturiscono dal venir meno del rapporto di reciproca interazione e rappresentatività tra istituzioni politiche e società civile. Pertanto, all’esaurimento di una fase storica, farà seguito l’inizio di nuovi processi di sviluppo, creati da nuove classi dirigenti legittimate da nuovi equilibri politico &#8211; sociali. Ad un vecchio ordine, si dovrebbe contrapporre l’emergenza di nuove forze sociali che si impongono nella</em></strong></p>
<p><strong><em>società civile. Ma il presente processo di trasformazione che si impone nella società civile, è estraneo all’ordinamento istituzionale. Esso non si rivolge contro lo Stato, ma si afferma al di fuori e al di là dello Stato. Quello attuale è un modello di sviluppo che riforma la società estraniandosi dallo Stato (cioè dalla sfera politica e culturale). Siamo dinanzi all’avvento di riforme strutturali in completa assenza dello Stato. In realtà il rinnovamento della società è imposto non dal concorso delle forze sociali e produttive presenti nella società, ma dalla invasività di forze economiche che si impongono nel mercato globale. L’unilateralità e l’autoreferenzialità del capitalismo attuale non si identifica quindi con una prassi emergente dai rapporti politico &#8211; sociali presenti nella società, ma con una prassi di dominio economico del mercato che si impone alla società civile, che a sua volta si tramuta quindi in “società di mercato”.</em></strong></p>
<p>Ha scritto recentemente Alain de Benoist (cfr. Elements, n.138, gennaio-marzo 2011): “Oggi il denaro raccoglie l’unanimità. Da tempo, la destra se ne è fatta schiava. La sinistra istituzionale, con la copertura del “realismo”, si è rumorosamente allineata all’economia di mercato, cioè alla gestione liberale del capitale. Il linguaggio dell’economia è diventato onnipresente”.</p>
<p>Ho cercato di dimostrare nella mia prima risposta che quella che tu correttamente chiami “privatizzazione della vita sociale”, oggi minimo comun denominatore di tutte le destre e di tutte le sinistre istituzionali (ma anche culturali, editoriali, giornalistiche ed universitarie), trova la sua radice ultima nella prevalenza progressiva del modello dell’empirismo inglese sul modello dell’idealismo tedesco, e che fino a quando questa prevalenza non sarà rovesciata saremo condannati a muoverci in un mondo di simulazioni e di chiacchiere secondarie, infarcito di moralisti, giornalisti, magistrati e soprattutto puttane e travestiti.</p>
<p>In questa seconda risposta, dopo aver dedicato la prima agli aspetti storici principali, mi limiterò ad esaminare il “lato sinistro” di questa convergenza al modello liberale dalla riproduzione sociale. Il discorso sarebbe lunghissimo, ma lo limiterò a discutere le tesi di quattro soli studiosi, e cioè Amadeo Bordiga, fondatore nel 1921 del comunismo italiano, Augusto Del Noce, grande filosofo cattolico italiano, ed infine la tesi dei due sociologi francesi Luc Boltanski ed Eve Chiapello.</p>
<p>Non è certamente questa la sede per un bilancio storico e teorico dell’attività di Amadeo Bordiga (1889-1970), che resta una delle figure più interessanti dell’intero novecento italiano se non altro perchè visse all’insegna della solitudine dell’incomprensione delle maggioranze conformiste che si credono informate ed intelligenti. Qui segnalerò un unico aspetto del suo pensiero, il rifiuto di incorporare la critica al capitalismo, all’interno dell’antifascismo, e soprattutto la piena comprensione del fatto che di per sé l’antifascismo (particolarmente quando diventa una “religione civile” cerimoniale di legittimazione in conclamata assenza di fascismo propriamente detto) è sempre e soltanto una forma di liberalismo, sia pure di “sinistra”, ed è pertanto impossibile fondare sull’antifascismo il socialismo ed il comunismo. Quanto dico non ha ovviamente nulla a che fare con la legittima valutazione storica e storiografica sia dei fascismi (al plurale) sia degli antifascismi (al plurale), ma deve essere ferreamente limitato al solo contenuto della tesi bordighiana, per cui l’antifascismo è sempre e soltanto una variante ideologica del liberalismo, ed in esso deve inevitabilmente cadere prima o poi in modo gravitazionale. Per capire la tesi di Bordiga è necessario, soprattutto in Italia, un doloroso riorientamento gestaltico globale, in quanto in superficie le cose sembrano proprio essere rovesciate, dal momento che dopo il 1945 l’antifascismo è stato praticato soprattutto come copertura e mascheramento ideologico di legittimazione del comunismo italiano, consapevole della ristrettezza della sua base di consenso in base a cose come la dittatura del proletariato o il sociologismo operaista. Ma questa, appunto, è la superficie e non la profondità. In realtà</p>
<p>l’insistenza sul minimo comun denominatore antifascista del patto costituzionale degli ita- liani non portava che superficialmente ad una legittimazione dei comunisti, visti come parte integrante e maggioritaria del partigianato resistenziale antifascista, in quanto agiva in profondità (e gli ultimi decenni lo hanno dimostrato senza ombra di dubbio) come critica di tutte le “dittature” e come apologia del solo sistema liberale. La logica dell’antifascismo non portava dunque verso Lenin e neppure verso Gramsci, ma portava inevitabilmente verso la teoria delle regole del gioco di Norberto Bobbio o verso la critica del totalitarismo di Hannah Arendt. Soltanto il lungo periodo nella storia permette di giudicare veramente la preveggenza strategica delle grandi ipotesi teoriche, e oggi (2011) possiamo dire che il rifiuto dell’antifascismo di Bordiga era appunto preveggente, perchè intuiva precocemente il nesso organico fra antifascismo e liberalismo, al di là delle congiunturali strategie di legittimazione del PCI fino al 1991.</p>
<p>A proposito di Augusto Del Noce, non c’è figura tanto diversa ed incompatibile con quella di Amadeo Bordiga. Eppure Del Noce è stato uno dei pochissimi pensatori italiani che abbiano saputo andare al di là della superficie polemica a rapidissima obsolescenza, e che abbiano individuato la natura profondamente nichilistica dello storicismo assoluto italiano, che il comunismo in Italia assunse in una forma solo superficialmente riverniciata a “sinistra”. Giovanni Gentile e Benedetto Croce avevano infatti radicalizzato l’impostazione storicista di Hegel, togliendole quegli aspetti logici ed ontologici che ad esempio aveva saputo conservare il Lukàcs dell’<em>Ontologia dell’Essere Sociale</em>, per cui lo scorrimento progressistico in avanti del tempo storico diventava il solo fondamento di legittimazione della causa del superamento del capitalismo. Si aveva così, sempre nel linguaggio di Lukàcs, una “storia spogliata della sua forma storica”, in cui la vittoria e la sconfitta empiriche di una causa politica diventavano il solo criterio per un corretto orientamento storico. Il comunismo, quindi, diventava legittimo solo in quanto vinceva. Se avesse cominciato a perdere, sarebbe stato legittimo e doveroso abbandonarlo, rinnegarlo e cambiare di campo. A fianco del carattere nichilistico e relativistico dello storicismo, Del Noce rilevava con profetica intelligenza che il progressismo storicistico sarebbe inevitabilmente sfociato nella confluenza in una società dei consumi individualistica, per cui l’esito neoliberale era diagnosticato in modo certo molto diverso da quello di Bordiga, ma in definitiva l’approdo era lo stesso.</p>
<p>I sociologi francesi Luc Boltanski ed Eve Chiapello hanno proposto una convincente periodizzazione del capitalismo, che non potrò però tuttavia esaminare in questa sede per ragioni di spazio. Il solo aspetto della loro trattazione che esaminerò qui è la loro teoria della genesi, sviluppo ed esito della cosiddetta “sinistra”. Essi rilevano che nel periodo storico che va grosso modo dal 1871 al 1968 la “sinistra” si era costituita sulla base di una alleanza fra una critica economico-sociale alle ingiustizie distributive del capitalismo, di cui erano titolari le classi popolari, operaie, salariate e proletarie, ed una critica artistico- culturale all’ipocrisia della morale della borghesia, di cui erano invece titolari appunto gli intellettuali di “avanguardia”. Questa alleanza durò fino al Sessantotto (da non confondere con gli empirici eventi dell’anno 1968), in cui il capitalismo cominciò a sviluppare una logica riproduttiva post-borghese (e quindi inevitabilmente anche post-proletaria, dal momento che borghesia e proletariato sono opposti dialettici in correlazione unitaria essenziale, e non c’è l’uno senza l’altra), liberalizzando integralmente il costume e le forme di vita vetero-borghesi. Il liberalismo vinse così direttamente all’interno del ceto degli intellettuali, sempre più “creativi” e “postmoderni”, mentre la vittoria sul proletariato venne realizzata con l’indebolimento della sovranità monetaria dello stato nazionale, la globalizzazione, l’economia del debito, eccetera.</p>
<p>In questa sede, non mi interessa “coerentizzare” le rispettive tesi di Bordiga, Del Noce e Boltanski-Chiapello. Sarebbe certamente possibile farlo, ed in questo modo si mostrerebbe alla luce del giorno che i processi di integrazione subalterna neoliberale della</p>
<p>“sinistra” non sono affatto casuali o semplice frutto di un “tradimento” o di semplice corruzione monetaria dei suoi dirigenti ed intellettuali (anche se anche gli alti redditi certa- mente “aiutano”), ma sono il risultato di processi storici maestosi di lunga durata, uniti ad una stupidità ed ingenuità ideologiche sbalorditive, che risultano però visibili soltanto al “crepuscolo”, quando cioè si leva la hegeliana nottola di Minerva della consapevolezza storica.</p>
<p>I rilievi che tu fai a proposito di un processo di trasformazione che non si rivolge tanto contro lo Stato quanto al di fuori ed al di là dello Stato sono quindi assolutamente corretti e pertinenti, e trovano la loro logica di spiegazione soprattutto nella dinamica della privatizzazione della vita sociale da me (e da te) esaminata nella prima risposta. La “sinistra” vi aderisce non solo per la sua tradizionale subalternità politica e culturale, esito della storica inferiorità dei dominati rispetto ai dominanti, ma perchè in essa la componente anarchica anti-statuale si è alla fine affermata contro la componente che tendeva ad una “egemonia” alternativa a quella dei dominanti stessi. Non si tratta più però dell’anarchismo storico dei braccianti andalusi o degli artigiani svizzeri, ma del nuovo anarchismo postmoderno dei ceti intellettuali parassitari, che è sempre e soltanto una variante spocchiosa e <em>snob </em>dell’individualismo liberale. E’ questa la ragione per cui è diventa storicamente obsoleta la pur generosa difesa di Bobbio dell’identità differenziale della Sinistra rispetto alla Destra in base all’idealtipo pratico dell’eguaglianza. Per essere praticata e non restare un’ipocrita parola vuota, l’eguaglianza ha appunto bisogno della sovranità politica di forze sociali che si coagulano necessariamente anche intorno ad una statualità decisionale. Il libero gioco sovrano delle forze economiche produce soltanto incremento della diseguaglianza. Noi ci troviamo oggi in questa situazione, e l’approdo ideologico neoliberale della “sinistra” è un fattore aggiuntivo del blocco di fronte a cui ci troviamo. Lo stesso esito giudiziario della sinistra anti-berlusconiana in Italia, ridotta a spiare dal buco della serratura della villa di Arcore, rivela la natura privatistica cui è ridotto il conflitto politico oggi. Non ne verremo fuori presto, purtroppo.</p>
<p><strong><em>3. Il nuovo modello di sviluppo, in realtà nuovo non lo è affatto, il suo avvento in Italia e in Europa è dovuto alla esportazione di esso dagli USA. L’estensione del modello economico globalizzato all’Italia e progressivamente all’Europa dilaniata dalla crisi del debito, rappresenta semmai l’omologazione ad un americanismo, concepito come sistema globale non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e culturale. E’ ormai scontato affermare che la stessa economia di mercato conduce necessariamente alla società di mercato, nel senso che tutte le relazioni umane si conformano alla prassi economica della concorrenza e del libero mercato. La globalizzazione conduce quindi alla totalità globale del sistema economico, in quanto quest’ultimo coinvolge nella sua logica estensiva tutta l’esistenza umana. Non resterebbe dunque altro orizzonte esistenziale per l’uomo che quello costituire una risorsa umana idonea a creare valore nel sistema produttivo, pena l’impossibilità di sopravvivenza. Il sistema economico liberista globale abbisogna di continue innovazioni, ristrutturazioni industriali, mobilità estrema delle risorse produttive, allo scopo di adeguarsi continuamente agli standard di produttività e competitività emergenti dal mercato. Pertanto, il lavoratore è soggetto ad una instabilità permanente, a vivere come uno stato quotidiano di normalità quelle condizioni di emergenza e di precarietà che in passato erano proprie di periodi temporanei (anche se prorogati nel tempo) di gravi crisi economiche, o di eccezionalità dovute a calamità naturali, guerre, carestie straordinarie generalizzate. Tali condizioni sono rilevabili nella storia in concomitanza dei periodi post &#8211; bellici o post &#8211; rivoluzionari, ma le situazioni di emergenza erano però percepite come fasi necessariamente propedeutiche a future prospettive di sviluppo e/o alla edificazione</em></strong></p>
<p><strong><em>di una nuova società, alla realizzazione cioè di società ideali incardinate su valori umani immanenti alla storia. Di immanente nella società globalizzata c’è invece solo la precarietà e l’incubo del futuro prossimo. La precarietà è infatti una condizione che coinvolge la totalità sociale e quindi, oltre che i lavoratori subordinati, anche il menagement, che, allo scopo di rendere l’impresa flessibile alle esigenze della competitività del mercato globale, assume una struttura dinamica e flessibile, nelle tecniche di produzione, nella delocalizzazione degli impianti, nell’impiego delle risorse. La vecchie grandi concentrazioni industriali, hanno da tempo ceduto il passo alla frammentazione in una miriade di newco delocalizzate, ognuna legata ad un progetto di sviluppo a breve termine. In tale contesto, sia il manager che l’operaio sono accomunati da un destino precario permanente, quali risorse umane fungibili, impiegabili in un progetto a breve termine. La concorrenza selvaggia del nuovo capitalismo non genera l’eccellenza delle tecniche di produzione, né nuovi investimenti, la cui ricaduta sociale produrrebbe miglioramenti del tenore di vita dei lavoratori, ma solo tecniche di sopravvivenza di tutti i propri componenti, la cui esistenza è direttamente dipendente dai progetti industriali a breve termine. Allo stesso modo, se la concorrenza del vecchio capitalismo industriale doveva, almeno in teoria, generare, attraverso una selezione darwiniana, l’eccellenza delle capacità imprenditoriali e delle conoscenze innovative in campo tecnico e scientifico, il nuovo capitalismo ha sostituito il mito prometeico della conquista di sempre nuovi orizzonti del progresso e della civilizzazione umana, con la capacità di sopravvivere alla emergenza connaturata alle condizioni di precarietà permanente. La “strategia di sopravvivenza”, come definita da Lasch, produce individualità deboli, ma perfettamente omologabili ai mutamenti ciclici dei mercati e comunque integrabili in un modo di produzione che non richiede stabilità e finalità umane ulteriori alla logica della sopravvivenza, cui è legato l’intero sistema. Il senso dell’essere è sostituito dalla “strategia di sopravvivenza”.</em></strong></p>
<p>Le tue considerazioni sulla centralità della precarietà del lavoro oggi, e sul fatto che da categoria puramente economica attinente il mercato del lavoro (l’economia di mercato) essa sia diventata una categoria antropologica generale attinente la riproduzione sociale complessiva (la società di mercato) sono convergenti con quelle di un recente saggio di Eugenio Orso (cfr. <em>Alienazioni e Uomo Precario</em>, prefazione di Costanzo Preve, editrice Petite Plaisance, Pistoia 2011). Dal momento che ritengo che Orso abbia individuato il centro del problema, assai meglio di quanto fino ad ora fatto dalla sociologia universitaria italiana, non farò considerazioni ulteriori, inevitabilmente pleonastiche, ma mi concentrerò su di un solo punto, che d’altronde tu indichi con chiarezza, e cioè il rapporto stretto fra modello della precarietà generalizzata ed americanizzazione di tutti i rapporti sociali.</p>
<p>Così come oggi noi la conosciamo, la globalizzazione è inseparabile dal dominio geopolitico, finanziario e militare dell’impero USA. Certo, in teoria una diversa globalizzazione interamente policentrica sarebbe concepibile, ma in pratica il modello attuale di globalizzazione sotto dominio militare e finanziario americano è l’unico concretamente esistente, ed è impossibile parlare di Italia e di Europa senza partire dal fatto che l’Italia e l’Europa sono militarmente occupate da basi militari USA dotate di armi atomiche, essendo da tempo venuto meno il pretesto della loro permanenza (e cioè il contenimento del comunismo sovietico). Per questa ragione un approccio puramente economico, dei problemi (il “ricatto Marchionne”, eccetera) è del tutto insufficiente, e rischia anche di diventare un alibi per evitare la presa in considerazione lucida del problema.</p>
<p>Da qualche tempo, l’ex-marxista (ed ora apertamente post-marxista) Gianfranco La Grassa ha cambiato di nome il suo <em>blog</em>, passando da “Ripensare Marx” a “Conflitti e</p>
<p>Strategie”. Tre parole dicono tutto, perchè il quasi cinquantennale viaggio di La Grassa dentro il pensiero di Marx (modello di serietà rispetto alla retorica vuota di personaggi come Ingrao, Rossanda, Bertinotti, Vendola, eccetera) è sfociato nella considerazione esclusiva dei conflitti e delle strategie geopolitiche. Qui certamente ha giocato un ruolo anche il rifiuto althusseriano della categoria di alienazione, messa invece al centro del discorso dal saggio Orso, ma ritengo personalmente errato e fuorviante insolentire La Grassa per aver preferito il vecchio porco puttaniere Berlusconi (considerato geopoliticamente il “male minore” in quanto legato all’ENI, a Putin ed a Gheddafi) alla “sinistra”, che si è data come direzione strategica il gruppo editoriale Scalfari-De Benedetti, e che ha abolito il popolo, accusato surrealmente di “populismo”, sostituendolo con un’Armata Brancaleone di Santoro, Saviano, popolo viola e cortei di femministe indignate. Al di là di pittoresche polemiche, inevitabilmente sopra le righe, ci sta qui un problema teorico serio: fino a che punto l’esclusiva considerazione geopolitica dei fatti economici, politici e sociali può di fatto “cancellare” la concreta esistenza di sfruttati e di sfruttatori, e del fatto che per il punto di vista degli sfruttati bisogna perlomeno conservare un “occhio di riguardo”?</p>
<p>E’ impossibile dare una ricetta generale ed evitare il giudizio tattico caso per caso. Ma cercando di impostare il problema in modo teoricamente dignitoso, direi che la deriva di La Grassa può essere evitata soltanto riconoscendone parzialmente il nucleo razionale che l’ha causata e cioè il fatto che talvolta nella storia la semplice contrapposizione polare Lavoro Salariato-Capitale non ci permette di fare luce sulla concreta congiuntura storica in cui ci troviamo, se questa congiuntura storica è caratterizzata da una particolare “sovradeterminazione” geopolitica. Personalmente, non penso affatto che i capitalismi brasiliano, cinese o indiano siano moralmente migliori e preferibili a quello americano (di cui l’Europa è oggi solo una miserabile appendice priva di sovranità militare e soprattutto mediatica e culturale). Penso però (e qui concordo con la rivista “Eurasia”, con La Grassa e soprattutto con Alain de Benoist, oltre che con la stragrande maggioranza dei rivoluzionari detti “terzomondisti”, arabi in primo luogo) che il sistema del precariato generalizzato, fondato sull’economia del debito e del ricatto (un ricatto molto maggiore del cosiddetto “ricatto Marchionne”), sia per ora coordinato a livello internazionale dall’impero militare USA, che è per questa ragione il nemico principale. Non possiamo ignorare che esiste una “catena dei perchè” e che bisogna risalire sempre all’anello principale della catena, che tiene tutti gli altri. Non è obbligatorio essere contro l’alienazione ed il lavoro precario. Esiste sempre la filatelia, la pesca con la lenza e la pedofilia telematica. Ma se invece si decide di battersi contro la prima, allora gli USA restano il nemico principale, ed anche da La Grassa è possibile imparare qualcosa, pur non seguendolo nelle sue allucinazioni scientistiche ed anti-umanistiche.</p>
<p><strong><em>4. La estrema mobilità virtuale del mondo dell’economia globalizzata, cela in se una sostanziale immobilità di fondo. Esso riproduce eternamente se stesso, è immutabile nelle sue leggi economiche, nei suoi parametri di analisi delle situazioni storiche e geopolitiche dei popoli, nelle sue soluzioni alle crisi ricorrenti: esso sana i suoi mali con le terapie che hanno provocato la patologia stessa. Il mondo globalizzato non è aperto alla innovazione e alla diversità, ma al contrario si presenta chiuso ad ogni possibilità di mutamento dei propri orizzonti, non integra le specificità e le identità diverse da se stesso, ma, al contrario ha la funzione di soppiantare popoli e culture. Nel contesto di una visione storico &#8211; filosofica distaccata dall’immediatezza dell’attualità del presente, il capitalismo odierno è un mondo, inteso in senso hegeliano, come “unità dinamica di una totalità di elementi”. Il mondo del capitalismo è infatti costituito da una serie di elementi storicamente contingenti, ma che vengono resi coerenti da un sistema concettuale unitario, in cui</em></strong></p>
<p><strong><em>la storia e il divenire dell’uomo risultano inglobati in una logica che necessariamente conduce alla realizzazione compiuta del “mondo” capitalista. Esso è autoriflessivo nei propri postulati sistemici, in quanto non può esistere storia passata o futura che non venga integrata nella logica del proprio sviluppo. Esso non concepisce trasformazioni storico &#8211; politiche estranee a se stesso, in quanto qualsivoglia fenomeno viene ricondotto ad una diversità interna e coerente con i presupposti del suo sistema. Esso riproduce eternamente se stesso nel tempo storico e nello spazio geopolitico globale, in quanto ogni alternativa ad esso viene ridotta a momento contingente del proprio sviluppo intrinsecamente unitario. Da una obiettiva analisi del “mondo” capitalista, non può che scaturire una visione del capitalismo stesso, come un mondo chiuso, un fenomeno compiuto e storicamente ormai esaurito, incapace di rapportarsi dialetticamente ad elementi ad esso estranei e/o contrapposti con cui confrontarsi, e, la sua stessa capacità di autoriproduzione è oggi fortemente messa in dubbio dalla crisi sistemica dell’economia del 2008, dinanzi alla quale non sa proporre altre soluzioni che vadano oltre la riproposizione di quella economia finanziaria che ha determinato il suo temporaneo collasso. Dinanzi ad una mondo che ha ormai concluso il suo percorso storico, della cui crisi irreversibile occorre prendere atto, è necessario non farsi coinvolgere nei limiti ristretti della condizione umana del nostro tempo. Occorre semmai riscoprire i presupposti della condizione storica in cui ci è dato di vivere, poiché un mondo chiuso nella riproduzione di se stesso non può più produrre storia. Bisogna concepire il proprio pensiero come un termine dialettico di confronto e di opposizione ad un sistema &#8211; mondo unitario, non perché universale, ma solo unilaterale ed autoreferente. L’imperativo morale del presente è dunque “vivere oltre le condizioni del nostro tempo”. Occorre allora elaborare soluzioni che concepiscano orizzonti al di là ed al di fuori del mondo del capitalismo. Vivere oltre il proprio tempo non significa tuttavia estraniarsi dal presente storico. La realtà obiettiva del mondo capitalista deve semmai costituire il necessario termine di riferimento dialettico con cui confrontarsi e valutare criticamente la compatibilità del proprio pensiero e delle prospettive di superamento della condizione coattiva del presente, sempre in relazione alla realtà storica contingente del nostro tempo.</em></strong></p>
<p>La tesi da te esposta in questa tua quarta domanda coincide nell’essenziale con la tesi recentemente sviluppata in modo analitico da un saggio di Diego Fusaro (cfr. <em>Essere senza Tempo</em>, Bompiani, Milano 2010) e questo non é un caso, perchè segnala che comincia ad esserci una percezione diffusa del fenomeno storico-politico cui fate entrambi riferimento. Dal momento che la condivido interamente, specialmente nella chiara forma sintetica con cui tu la riassumi, ritengo inutile parafrasarla in vari modi, mentre è più utile riprendere brevemente il metodo storico da me già sviluppato nella mia prima risposta, in cui cercavo le radici storiche alternative per spiegare il fenomeno da te indicato come “privatizzazione della vita sociale”, che è effettivamente il cuore della questione storica e politica che si tratta di contrastare, sia pure con le nostre debolissime e per ora quasi invisibili forze.</p>
<p>Risalendo al settecento, secolo decisivo per la formazione dell’immagine del mondo contemporaneo, ci accorgiamo che la legittimazione ideologica dei nuovi rapporti di produzione capitalistici (con la classe borghese come portatore storico ed economico, nel linguaggio di Marx <em>Träger</em>) viene argomentata in due modi diversi, in base al progresso storico (e quindi al parametro della temporalità storica come fondamento di legittimazione in ultima e decisiva istanza) ed in base alla mera naturalità sociale da restaurare contro un presunto “artificialismo” feudale e signorile. Le due strategie di legittimazione, se vogliamo usare una metafora militare, “marciano separate e colpiscono unite”, ma oggi ci rendiamo</p>
<p>conto che nella complessa dialettica storica ed ideologica la seconda sta prevalendo sulla prima, e bisogna allora capire bene il perchè. La legittimazione della nuova società borghese-capitalistica attraverso il concetto di progresso resta ovviamente la principale, ed in ogni caso la più “visibile”. Il progresso (si veda in particolare Condorcet) viene visto come aumento del dominio tecnico e scientifico dell’uomo sulla natura (il che comporta fisiologicamente come suo opposto complementare anche una riscoperta della “natura” in quanto tale), unito ad un incivilimento dei costumi individuali e sociali, laddove questo secondo processo di incivilimento è pensato nella forma dell’ideale regolativo illimitato che non può però mai asintoticamente raggiungere un fine ultimo (Kant). In forte contrasto con la saggezza greca, basata sul concetto di “limite” (<em>peras</em>), qui si è invece di fronte alla centralità fondativa dell’illimitato, e niente mi toglierà mai dalla testa che questa fondazione filosofica del progresso illimitato come idea regolativa non sia che il raddoppiamento nel cielo delle idee del carattere potenzialmente illimitato della produzione capitalistica, al di là della “falsa coscienza necessaria” dei teorici che la stavano elaborando. Qui è decisivo il carattere contrastivo con la precedente legittimazione ideologica signorile e feudale, basata invece sul carattere sacrale e divino (e quindi non “progressistico”) del potere e sulla riproduzione ciclica di una economia fondata sull’agricoltura e sulla estorsione regolata dalla rendita fondiaria.</p>
<p>Se esiste un sintomo decisivo per comprendere il carattere penosamente subalterno del marxismo storico, che rimanda ovviamente al carattere subalterno delle sue classi di riferimento popolari, proletarie, operaie e salariate, esso sta appunto nel fatto che esse recepiscono quasi integralmente la teoria borghese-capitalistica del progresso storico, senza vederne in alcun modo il suo carattere intimamente borghese. Il fatto che alcuni intellettuali di orientamento marxista e socialista (cito qui soltanto Georges Sorel e Walter Benjamin) abbiano cercato invano di trovare un fondamento alternativo a quello del progresso per legittimare una concezione anticapitalistica del mondo, e che questi tentativi siano sempre stati regolarmente respinti, spesso diffondendo il sospetto che si trattasse dì astute strategie di “infiltrazione” della cultura antiprogressista della “destra” eterna, ci segnala come il mantenimento della dicotomia rigida Destra/Sinistra non sia affatto stata innocua e marginale, ma abbia funzionato da ostacolo “ostativo” al chiarimento della questione.</p>
<p>E tuttavia, a fianco della legittimazione “progressistica” dominante, è sempre esistita una legittimazione “naturalistica” della produzione capitalistica in base al ritorno alle vere leggi della natura. Su questo punto la scuola francese dei fisiocratici e la scuola inglese dell’economia politica (Hume e Smith soprattutto) hanno sempre avuto posizioni comuni, al di là dell’importanza differenziata data rispettivamente all’agricoltura oppure all’industria. Mentre nella concezione progressistica la temporalità veniva investita di un significato migliorativo ed ascendente, nella concezione naturalistica la temporalità era fortemente ridimensionata rispetto all’obbedienza alle (presunte, ed in realtà inesistenti) leggi della natura. Il successivo positivismo ottocentesco (cui il marxismo storico realmente esistito fu sempre e soltanto una variante ideologizzata di “sinistra”) cercò di unire insieme il concetto di progresso con il concetto di decisività della “legge”, estesa ed estrapolata dalla natura alla società. Ma ci sta qui una contraddizione logica, perchè se una “legge” è veramente tale (ad esempio, la presunta legge della domanda e dell’offerta come fondamento della riproduzione sociale e comunitaria), essa lo è in modo assoluto, e non relativo allo scorrimento della temporalità storica, progressistica o decadentistica che la si voglia. Gran parte della filosofia novecentesca deve essere interpretata come segnale, sia pure incerto e contraddittorio (dovuto all’ipocrisia degli apparati ideologici, universitari, sempre e comunque “clero” secolarizzato del potere), del fatto che è assolutamente incompatibile sostenere <em>contemporaneamente </em>che il capitalismo è un vettore del progresso storico e</p>
<p>sociale e che è invece ferreamente dipendente dalle leggi naturali di riproduzione del sistema economico. L’immobilità di fondo che segnalate sia tu che Fusaro deve quindi essere interpretata non tanto come una vittoria finale della tesi naturalistica su quella progressistica (anche se questo aspetto è il più visibile in superficie nel chiacchiericcio mediatico di giornalisti ed economisti), ma come il riflesso ideologico sovrastrutturale dell’approdo della produzione capitalistica globalizzata ad una fase “speculativa”, che si lascia alle spalle le precedenti fasi astratta e dialettica (non ripeto qui per ragioni di spazio la mia tesi periodizzante del capitalismo, già ampiamente esposta altrove), in quanto questa fase speculativa implica un grado, altissimo di destoricizzazione e di desocializzazione, quella appunto che tu hai brillantemente definito la privatizzazione della vita sociale. E’ anche legittimo ipotizzare, come del resto tu fai (ma sono d’accordo anch’io) che il capitalismo si mostra così logicamente un mondo chiuso ed un fenomeno compiuto e ormai esaurito, e questo paradossalmente perché non sono più i rivoluzionari o i marxisti a dirlo, ma lo dichiarano apertamente i suoi stessi apologeti. Dopo avere per un secolo battuto il tamburo sul marxismo come teoria escatologico-messianica della fine della storia (e per di più con alcuni argomenti assolutamente pertinenti, vedi Weber, Croce e Lowith), adesso sono essi stessi diventati i banditori di questa fine “naturalistica” della storia, implosa ormai in una fatalità crematistica intrasformabìle.</p>
<p>Che dire? Vergogna a tutti coloro che si fanno portatori di questa fine della storia, ed onore a tutti coloro che vi si oppongono!</p>
<p><em>Pubblicato anche sul sito www.centroitalicum.it</em></p>
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		<title>La manovra governativa. I casi Fiat e ferrovia.</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 17:40:25 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: center;">&#8212;</p>
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		<title>Politiche di liberalizzazione e privatizzazione del trasporto ferroviario in Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 14:20:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[RILANCIO O SMANTELLAMENTO DI UN SETTORE STRATEGICO ? Giovedì 29 Aprile, a Firenze, presso la facoltà di scienze politiche del polo universitario di Novoli, si è tenuto un convegno sul destino delle ferrovie in Italia dal titolo “Politiche di liberalizzazione e privatizzazione del trasporto ferroviario in Italia: rilancio o smantellamento di un settore strategico?”. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: center;">RILANCIO O SMANTELLAMENTO DI UN SETTORE STRATEGICO ?</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/05/ferrovie-bianco-e-nero.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1015" style="margin: 5px;" title="ferrovie bianco e nero" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/05/ferrovie-bianco-e-nero-300x200.jpg" alt="ferrovie bianco e nero" width="300" height="200" /></a>Giovedì 29 Aprile, a Firenze, presso la facoltà di scienze politiche del polo universitario di Novoli, si è tenuto un convegno sul destino delle ferrovie in Italia dal titolo “Politiche di liberalizzazione e privatizzazione del trasporto ferroviario in Italia: rilancio o smantellamento di un settore strategico?”.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Il convegno è stato organizzato dal sindacato ORSA e dalla rivista “ancora in MARCIA” con l’obiettivo di dare risalto e visibilità alle vicende politiche ruotanti attorno al futuro delle ferrovie in Italia, al loro assetto proprietario, alla loro funzione di servizio in via di mercificazione e ai progetti di liberalizzazione del settore.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/05/ferrovie-dello-stato.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1020" style="margin: 5px;" title="ferroviedellostato" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/05/ferrovie-dello-stato-300x224.jpg" alt="ferroviedellostato" width="300" height="224" /></a>Diversi relatori hanno dato il loro contributo intervenendo su i diversi aspetti che connotano la vicenda nel suo complesso. Pur essendo emersi punti di vista e posizioni politiche divergenti, si è in ogni caso ottenuto l’importante risultato di fare luce su un tema di forte impatto politico-economico e sociale dando spazio a voci critiche nei confronti di quella che è ormai una tendenza consolidata da più di un ventennio: lo smantellamento dell’economia pubblica e dei settori strategici nazionali in nome della parola d’ordine di liberalizzare e privatizzare.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Qui di seguito riportiamo per esteso due degli interventi che hanno avuto luogo durante il convegno.</p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">L’autore del primo intervento è Pasquale Felice, RSU del sindacato Orsa.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">L’autore del secondo intervento è Lorenzo Dorato, dottorando in economia politica all’università Roma3 e membro della redazione di “Comunismo e Comunità”</p>
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<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Leggi tutto qui: <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/05/liberal.pdf">liberal</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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