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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Raffaele Giammetti</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Note critiche sulla guerra, la competizione, la centralizzazione, e il nuovo conflitto imperialista</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2023 19:43:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Emiliano Brancaccio]]></category>
		<category><![CDATA[Lucarelli]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaele Giammetti]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/519poNngmdL._SX327_BO1204203200_.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8306" title="519ponngmdl-_sx327_bo1204203200_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/01/519poNngmdL._SX327_BO1204203200_-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alberto Gabriele</p>
<p>1 Il libro di Brancaccio<a href="https://www.mondadoristore.it/libri/Raffaele-Giammetti/aut04841934/"> Giammetti</a> e <a href="https://www.mondadoristore.it/libri/Stefano-Lucarelli/aut00457024/">Lucarelli</a>…<em> La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista </em>(Brancaccio et al. 2022 e’ probabilmente il lavoro di ispirazione marxista più diffuso e apprezzato oggi in Italia ( vedi Cremaschi 2022, Schettino 2023, Zolea 2023, Ciccarelli 2023; per una valutazione più critica, vedi Bargigli 2023). Il fatto stesso che uno studio come questo abbia raggiunto un certo grado di popolarità e di diffusione e’ certamente un fatto positivo. Queste brevi note, dando quasi per scontata la correttezza della principale tesi di fondo che gli autori corroborano con nuovi risultati statistici ed econometrici di grande valore, si focalizzano su quella che io ritengo essere una debolezza di fondo della loro analisi, che può purtroppo indurre i lettori a una grande confusione su un punto cruciale: <em>which side are you on</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote1sym">1</a>? (da che parte stai?).</p>
<p>2 Brancaccio et al. criticano giustamente la timidezza degli scienziati sociali <em>“</em><em>gli studiosi contemporanei appaiono in larghissima parte timorati dinanzi a qualsiasi tentativo di generalizzazione del corso degli eventi storici. </em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote2sym">2</a><em> Al punto che la negazione di ogni “legge” generale di tendenza potrebbe esser considerata la base metodologica comune dell’economia, della sociologia, della storiografia, e di tutto il complesso delle scienze sociali del nostro tempo. ”</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote3sym">3</a> (p.8). Al contrario, gli autori rivendicano la legittimità e la necessità di identificare, analizzare e dimostrare empiricamente le leggi di movimento del capitalismo. Una tra le più importanti e’ la <em>legge della centralizzazione</em> (LC), che afferma che <em>in regime capitalista</em> la proprietà e il controllo del capitale- già di per sé diseguale, per definizione, in questo modo di produzione – tendono a concentrarsi sempre di più in poche mani.<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote4sym">4</a></p>
<p>3 Gli autori osservano che la LC fu chiaramente identificata e analizzata da Marx<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote5sym">5</a>, e successivamente da studiosi e rivoluzionari del calibro di Hilferding, Lenin e molti altri, anche non marxisti, fino ai giorni nostri (si pensi ad esempio, a due fenomeni ben diversi ma in realtà tra loro collegati, come al movimento Occupy del 2011-2012 con il suo slogan a <em>We are the 99%,</em> e al successo planetario del contributo di Piketty<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote6sym">6</a>), ma i tentativi di dimostrare scientificamente la sua validità empirica sono sorprendentemente pochi.</p>
<p>Gli autori applicano un approccio metodologico realistico adeguato a individuare chiaramente chi controlla di fatto una azienda o una corporation. Come spiegano bene nel libro, l’agente che controlla l’azienda, data la grande dispersione della proprieta’ azionaria, in molti casi possiede formalmente una frazione relativamente piccola del capitale, molto inferiore al 50%. Utilizzando tecniche statistiche e econometriche molto avanzate, e lavorando su basi di dati molto ampie, gli autori dimostrano che <em>“a</em><em> livello mondiale oltre l’ottanta per cento del capitale azionario è oggi sotto il controllo di meno del due per cento degli azionisti, e questa piccola percentuale di grandi capitalisti si riduce ulteriormente a cavallo delle crisi economiche”</em> ( p. 10).</p>
<p>I risultati riportati nel libro rappresentano un grande passo avanti nello sforzo per dare rigore e concretezza scientifica a qualcosa che tutti intuiscono e sperimentano quotidianamente sulla propria pelle nel mondo capitalistico: i ricchi diventano sempre più ricchi e comandano sempre di più, e ci sono sempre meno ricchi e più poveri ma quei pochi ricchi sono sempre più potenti e arroganti. Il fatto di dimostrare scientificamente qualcosa di così ovvio può sembrare banale, ma invece ha grande importanza non solo per fare avanzare la conoscenza in sé, ma anche per appoggiare la lotta ideologica sia nell’ambito accademico che in quello più generale del conflitto tra le classi per influenzare ed egemonizzare il <em>senso comune </em>del popolo.</p>
<p>4 Vi e’ però una altra dimensione del <em>discorso </em>diBrancaccio et al. che lascia molto perplessi e preoccupati. Gli autori sembrano parlare di un mondo antico, dove tutto e’ capitalismo e non c’e’ ancora stata ne’ la Rivoluzione d’Ottobre – che ha portato per la prima volta sulla scena mondiale una potenza socialista – ne’ quella cinese, ne’ quella vietnamita, ne’ quella cubana etc. L’esistenza stessa della URSS modificò radicalmente i rapporti di forza mondiali, e contribuì direttamente e indirettamente alla decolonizzazione e all’emergere di una sorta di <em>compromesso storico</em> tra le classi nei paesi capitalistici avanzati, risultando in un grande miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori in questa parte del mondo.<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote7sym">7</a></p>
<p>Tuttavia, l’antagonismo della guerra fredda, l’isolamento della URSS e dei suoi alleati, e lo specifico modello di sviluppo socialista che vi si era consolidato mantennero i paesi socialisti quasi totalmente separati dal mercato mondiale capitalistico, influenzando quindi in misura minima le fondamentali <em>leggi di movimento</em> della maggior parte della economia globale, durante i primi tre decenni dopo la seconda Guerra mondiale.</p>
<p>A questo proposito, come ho affermato precedentemente, concordo con l’approccio metodologico auspicato da Brancaccio et al. Lo sforzo volto alla identificazione e analisi delle leggi di movimento proprie delle diverse categorie di formazioni socioeconomiche nelle quali l’uno o l’altro modo di produzione possa essere identificato come dominante e’ un compito necessario e ineludibile degli scienziati sociali. Con una semplificazione quasi <em>eroica</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote8sym">8</a> necessaria dato il livello di astrazione e generalizzazione e la distanza dei diversi piani epistemici, e’ possibile chiamare leggi di movimento del socialismo quelle che governano lo sviluppo delle formazioni socioeconomiche in cui il socialismo può identificato come dominante<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote9sym">9</a>.</p>
<p>A mio parere, il quadro complessivo e’ cominciato a cambiare alla fine degli anni ’70. Il mondo moderno e’ diverso da quello antico, ed e’ fortemente condizionato dall’emergere della RPC, del Vietnam e di altri paesi che perseguono più o meno coerentemente un modello di sviluppo fondato sul moderno socialismo di mercato.<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote10sym">10</a> Al contrario della URSS e del COMECON, le economie di Cina e Vietnam sono fortemente integrate nel mercato mondiale<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote11sym">11</a>, rappresentano ormai una parte molto importante dell’ economia planetaria, ed esercitano un ruolo ancora più rilevante della loro percentuale del PIL globale in molti ambiti, tra cui spicca il loro posizionamento cruciale nelle catene internazionali del valore. La Cina, in particolare, oltre ad esercitare un ruolo diplomatico e geopolitico di grande importanza, ha sviluppato un sistema nazionale di ricerca e sviluppo ed innovazione estremamente avanzato e dinamico, ed svolge una funzione di straordinaria rilevanza strategica per lo sviluppo del Sud globale in quanto prestatore e finanziatore di ultima istanza.</p>
<p>Le <em>leggi basiche di movimento del socialismo – </em>contrariamente alla vulgata occidentale – sono state solo apparentemente arrestate o invertite dal crollo del primo tentativo di costruire una economia socialista della storia, la cui debolezza di fondo può essere individuata nel non avere saputo – o potuto – comprendere e interiorizzare adeguatamente la natura dialettica della contraddizione tra stato e mercato.<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote12sym">12</a></p>
<h5>5 Dovrebbe essere ovvio riconoscere che questi sviluppi epocali hanno cambiato e continuano a cambiare completamente le regole della lotta ideologica e di classe su scala mondiale, e hanno dimostrato <em>ad abundantiam</em> che una strategia di sviluppo orientata al socialismo non solo può funzionare, ma e’ strutturalmente ed intrinsecamente superiore rispetto ai tradizionali modelli capitalistici. Ma Brancaccio et al non sembrano vedere l’elefante nella stanza, e liquidano l’esperienza cinese con una semplice nota a piè di pagina, allineandosi sostanzialmente alla posizione di due autori ultra-conservatori particolarmente filistei e ignoranti, quali Coase e Wang (vedi Coase e Wang 2012, How China Became Capitalist, Springer) <a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote13sym">13</a>.<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote14sym">14</a></h5>
<p>Secondo Coase e Wang, la Cina contemporanea non e’ affatto socialista, e anzi la sua grande crescita economica si deve esclusivamente alla saggia decisione di abbandonare completamente il socialismo e rientrare senza sé e senza ma nei ranghi dell’ortodossia capitalistica<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote15sym">15</a>.</p>
<p>Eppure, non tutti gli analisti anticomunisti anglosassoni o <em>Chinese- American</em> sono così beceri. Più seriamente, alcuni di loro sanno che i loro padroni hanno ottime ragioni per temere la RPC, e propongono una interpretazione realistica e pragmatica della differenza “ontologica” tra la Cina e il mondo capitalista, sottolineando in particolare il ruolo dominante (quantitativo e qualitativo) dello Stato nell’economia – che peraltro si attardano a etichettare con il termine inconsistente e fuorviante di <em>“capitalismo di stato”</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote16sym">16</a><em>.</em> Vedi ad esempio Szamosszegi and Kyle (2011) Scissors, 2012, 2016).</p>
<p>A un livello intellettuale e accademico ben più alto non si può ignorare in particolare il valore dei contributi di Naughton, il maggiore esperto occidentale non marxista di economia cinese (vedi Naughton 1995, 2017a, 2017b, 2018; Naughton, B., &amp; Segal, A. 2003). Molto interessante, in particolare, e in gran parte condivisibile, la valutazione di Naughton su quanto avanzata sia la Cina sulla strada del socialismo:</p>
<p>“<em>Oggi la domanda “la Cina e’ socialista?”può ragionevolmente essere posta e lasciata aperta… la Cina di oggi soddisfa chiaramente i nostri primi due criteri</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote17sym">17</a><em>:il governo ha le capacità e l’intenzione di determinare i risultati economici. Sul terzo e quarto criterio –redistribuzione e ricettività – la Cina ha punti più bassi che sui primi due.</em></p>
<p><em>L’obbiettivo dell’intervento dello Stato cinese e’ chiaramente cambiato, dalla crescita a ogni costo a una gamma più complessa di meteche include la redistribuzione e la sicurezza economica e sociale. La Cina sotto il suo attuale presidente( e segretario generale del partito) Xi Jinpingsi si sta muovendo verso una piu’ esplicita adozione </em>(internalizzazione, prioritizzazione<em>)del socialismo e un impegno più forte per realizzare le mete del socialismo, come e’ esemplificato dall’ambizioso obbiettivo del piano quinquennale di eliminare la povertà assoluta entro il 2020</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote18sym">18</a><em>. Dunque, sembra essere in sostanza corretto considerare che la Cina sta muovendosi verso una versione di “socialismo”, sia pure una sorta di socialismo che e’ autoritario e verticistico, ma von una economia di mercato basta soprattutto sulla proprieta’ privata…</em></p>
<p>…<em>A mio pare, la Cina non puo’ essere considerata un paese socialista finché non fa molto piu’ progresso nel realizzare i suo stessi obbiettivi dichiarati di politica economica di sicurezza sociale universale, modesta ridistribuzione del reddito, e miglioramento dei problemi ambientali. A sua volta, raggiungere questi obbiettivi richiederà quasi certamente programmi molto piu’ robusti di riforme economiche (</em>Naughton<em> 2017, pp.21-22).</em></p>
<p>6 Brancaccio et al., quindi, rispetto al fenomeno più importante della realtà sociale, economica e geopolitica del secolo XXI, finiscono con l’aderire alla propaganda anticomunista dei sicofanti neoclassici più rozzi, che proclamano incessantemente : “<em>Il socialismo non può funzionare mai e da nessuna parte, e se per caso qualche volta funziona non e’ socialismo!</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote19sym">19</a><em> Proletari di tutto il mondo, rassegnatevi alla vostra sorte e continuate eternamente a farvi sfruttare e umiliare dai vostri padroni, secondo la legge naturale, universale e immutabile dell’esistenza!”</em></p>
<p>Un cedimento ideologico e analitico di questa portata non può che portare danni seri. Ed e’ così che il libro, malgrado il valore dei suoi risultati statistici e la correttezza della principale tesi di fondo (l’esistenza di una legge di movimento del capitalismo che porta a una crescente centralizzazione), finisce con il proporne una interpretazione meccanicistica e campata per aria, anche se infarcita di una sorta di gergo marxista che ricorda i fasti della Terza Internazionale – o della Quarta). Secondo gli autori, la legge ferrea della centralizzazione non e’ scevra di contraddizioni, e come risultato il mondo sarebbe alla mercé della lotta apocalittica tra due forme di capitalismo imperialista combattuta da due fazioni uguali e contrarie, quella dei “debitori”, guidati dagli USA, e quella dei “creditori”, capitanati proprio dalla Cina<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote20sym">20</a>. Inutile dire che di fronte a questo scontro megagalattico i lavoratori e gli intellettuali progressisti non possono fare praticamente nulla … a meno che forse ci si attenda messianicamente una rivolta spontanea delle moltitudini informi, alla Negri e Hardt<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote21sym">21</a>.</p>
<p>Piuttosto deprimente.</p>
<p>7 A mio parere, invece, nel mondo contemporaneo esistono molti elementi di socialismo, in continuo sviluppo dialettico e a volte contraddittorio, e questo fatto fondamentale deve indurci a una visione d’insieme assai diversa, e per certi versi opposta, a quella proposta da Brancaccio et al. Ne riporto alcuni tratti essenziali, ripresi da un mio recente intervento:<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote22sym">22</a>.</p>
<p><em>Nella sinistra occidentale, e perfino tra le sue componenti più radicali e anticapitalistiche, tende a prevalere l’idea che il </em><em>comunismo/socialismo</em><em> (uso questo termine orribile per sottolineare come sia comune la confusione tra due categorie che dovrebbero invece essere tenute ben distinte) sarebbe una gran bella cosa, ma purtroppo non c’è da nessuna parte, probabilmente non c’è stato mai da nessuna parte, e tantomeno ci si sta avvicinando da nessuna parte. A mio parere, questa convinzione pecca di semplicismo e di essenzialismo, e ha anche un impatto fortemente demoralizzante.</em></p>
<p><em>Per capire la natura e il significato del socialismo contemporaneo è necessario comprendere e sviluppare creativamente le categorie fondamentali del marxismo. In termini estremamente semplificati … si deve partire da una parziale reinterpretazione delle categorie di Modo di Produzione (MP), Formazione Economico-Sociale (FES) e di Legge del Valore (LV).</em></p>
<p><em>Il MP  va visto come </em><em>“</em><em>una struttura logica pura e astratta, piuttosto che – come nel caso delle FES del mondo reale – una manifestazione storica concreta. In quanto tale, ad un alto livello di astrazione, si può in qualche modo affermare paradossalmente che l’essenza centrale di ogni MP è data e immutabile</em>.”<em> (Gabriele e Jabbour 2022, capitolo 29, trad. mia).</em></p>
<p><em>I</em><em>n ogni FES coesistono nella pratica due o più MP, che presentano gradi diversi di forza e potenziale di sviluppo (anche se in alcuni di essi il predominio nazionale di un MP è schiacciante, al punto da oscurare la presenza di altri MP).  L’interrelazione tra i diversi MP evolve in uno stato di flusso perenne, in cui lunghi periodi di relativa calma e stabilità si alternano ad altri più turbolenti e instabili. Durante i primi, le caratteristiche distintive della </em><em>longue durée</em><em> e della stabilità consentono di identificare in ogni paese una FES dotata di caratteristiche specifiche e ben definite. Durante i periodo di instabilità, invece spesso è difficile prevedere quale MP alla fine prevarrà a livello nazionale.</em></p>
<p><em>Tuttavia, solo alcune configurazioni di MP possono verificarsi sia a livello nazionale che internazionale, per l’esistenza di un insieme di vincoli strutturali immanenti e universali legati alla vigenza della LV anche nelle FES che possono considerarsi più avanzate in senso socialista</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#_edn3"><em>[iii]</em></a><em>. Questi vincoli limitano i gradi di libertà di tutti i tentativi nazionali di perseguire una strategia di sviluppo coerente con i principi base di ogni specifico MP (compreso il socialismo), anche nei periodi in cui un nuovo MP sta diventando progressivamente egemonico su scala globale, segnalando così il passaggio a un nuovo MP globalmente dominante a livello mondiale. Di norma, un MP tende ad essere globalmente dominante, ma ci sono periodi storici in cui si verifica una transizione da un MP globalmente dominante a un’altro. Evidentemente, è ancora più difficile prevedere quale MP è destinato a prevalere a livello mondiale nel lunghissimo periodo, anche se è possibile identificare e analizzare alcune tendenze chiave </em>(Gabriele 2022).</p>
<p>8   Tra le varie forme  più o meno autentiche e più o meno imperfette di socialismo che si sono manifestate in vari paesi dal 1917 a oggi, la più avanzata è il <em>socialismo di mercato</em> contemporaneo<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote23sym">23</a>, che si è venuta sviluppando in modo indipendente ma con caratteristiche strutturali straordinariamente simili in Cina e in Vietnam a partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso (vedi Gabriele e Jabbour  2022).</p>
<p>A questo punto molti obietteranno: ma la Cina e il Vietnam) sono formazioni economico-sociali veramente socialiste, o rappresentano una variante particolarmente efficace di capitalismo (magari <em>“di stato”</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote24sym">24</a>)?  A questa domanda non si può rispondere in modo manicheo e dicotomico, come se si trattasse di distinguere il bianco dal nero. Sarebbe come dire, ad esempio, che la Francia del XVIII secolo era completamente feudale, al 100%, mentre quella del XIX non lo era più per niente – o che l’Inghilterra del 1790 non era affatto capitalistica, ma quella del 1820 lo era al 100%. Detto questo, la mia opinione è che il sistema socio-economico della  Cina contemporanea:</p>
<ol type="i">
<li>presenta caratteristiche strutturali così diverse da quelli dei paesi capitalisti da non potere essere considerato anch’esso capitalista;</li>
<li>malgrado le sue numerose imperfezioni e contraddizioni, è anche parecchio <em>socialistico</em><a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote25sym">25</a>, come dimostrano alcuni dati, stime e fatti stilizzati a cui faccio rifermento nel prossimo paragrafo in modo telegrafico.</li>
</ol>
<p>In ultima analisi, il socialismo di mercato contemporaneo è superiore ad altre forme più o meno realizzate di “socialismo” che esistono o sono esistite precedentemente in Cina, in Vietnam e in atri paesi, perché interiorizza ed endogenizza una lezione fondamentale, che deriva direttamente dalla interpretazione corretta di una delle  più importanti categorie marxiane: la necessità di tenere conto dei vincoli imposti dalla LV nel quadro della pianificazione socialista. Gli straordinari successi di Cina e Vietnam nello sviluppare le forze produttive, combattere la povertà e promuovere lo sviluppo umano sono noti e non avrebbero bisogno di essere ulteriormente dimostrati, essendo stati riconosciuti da varie agenzie delle Nazioni Unite e da quasi tutti gli osservatori seri occidentali. Tuttavia, nei paragrafi seguenti mostro alcuni dati basici:</p>
<p>Crescita economica</p>
<p><em>“ Nel periodo 1971-2020, grazie allo straordinario ritmo di crescita dell’economia cinese, il PIL della RPC è passato dal rappresentare appena un 5% del PIL degli Stati Uniti  a costituirne il 76%. Se agli inizi degli anni ’70 l’economia cinese era di dimensioni quasi pari a quella indiana, adesso il PIL della RPC è quasi sei volte più grande di quello dell’India.” </em>(Gabriele 2022)</p>
<p>Eliminazione della povertà</p>
<p><em>«Nel 1990 c’erano più di 750 milioni persone in Cina che vivevano sotto la linea internazionale di povertà assoluta – circa due terzi della popolazione. Nel 2012, il loro numero era sceso a meno di 90 milioni» </em>(Goodman 2021). Nel febbraio 2021 la RPC ha dichiarato di avere completamente eliminato la povertà assoluta (Zhuoran Li 2021, Huaxia 2021a,b , The State Council Information Office of the People’s Republic of China 2021, ibid.)</p>
<p>Aspettativa di vita</p>
<p><em>Tra tutti gli indicatori di sviluppo umano, l’aspettativa di vita – che dipende da molti fattori tra loro interconnessi, tra cui il reddito, la sicurezza alimentare e l’educazione (soprattutto femminile) – è per ragioni evidenti quello più importante e significativo. L’aspettativa di vita in Cina è cresciuta da 43,5 anni nel 1950 a 77.1 anni nel 2020, aumentando a un tasso elevato soprattutto durante il periodo maoista. Secondo stime preliminari, l’aspettativa di vita in Cina ha superato recentemente quella degli USA, devastati dal COVID, dove questo indicatore è sceso a 77 anni nel 2020 (1,8 anni in meno che nel 2019). Nel 2022, si stima che l’aspettativa di vita in Cina sia arrivata a 77,3 anni</em><em> </em><em>(vedi Knoema 2022, Macrotrends 2022, Santhanam 2021) </em></p>
<p>Difesa dell’ambiente</p>
<p>A differenza dei casi precedenti, non si può certo affermare che la Cina (come tutti gli altri paesi<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote26sym">26</a>) abbia sostanzialmente risolto il gravissimo problema epocale della contraddizione tra sviluppo umano e limiti ambientali. Tuttavia, almeno dall’inizio del secolo, il governo cinese ha accordato una priorità altissima e sempre crescente alla difesa dell’ambiente e alla lotta all’inquinamento, sviluppando una serie di iniziative e di programmi ambientali (tra cui la riforestazione di gran parte del territorio) su una scala di molto superiore a quella delle potenze industriali capitalistiche ( vedi EU Parliament 2022, World Bank 2022, OECD 2022).</p>
<p>Il XIV piano quinquennale attualmente in vigore (2021-2025) fissa obiettivi ecologici molto ambiziosi, tra cui una riduzione del 18% della intensità di CO2 e il 13.5% dell’intensità’ energetica, e fa riferimento ad obiettivi più avanzati da raggiungere entro il 2025 (Carbonbrief 2021),</p>
<p>Inoltre, la Cina e’ ormai all’avanguardia nello sviluppo delle più moderne ( e pur sempre insufficienti) tecnologie industriali <em>eco-friendly</em> , tra cui l’energia solare e le automobili elettriche (Yeung 2022, McKerracher 2022)</p>
<p>9. In conclusione, la guerra attualmente in corso in Ucraina non può essere interpretata essenzialmente come uno scontro tra opposti imperialismi capitalistici uguali e contrari, applicando meccanicisticamente e deterministicamente categorie teoriche discutibili, anche se certamente di derivazione marxista, che avrebbero avuto certo più senso all’epoca di Lenin<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote27sym">27</a> – quando il lungo , tormentato e contraddittorio processo di sviluppo del socialismo mondiale era in fasce – che non nel secolo XXI. A mio parere, questa specifica guerra ha soprattutto motivazioni di natura geopolitica e di sicurezza nazionale<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote28sym">28</a>, ma in una ottica globale si inserisce in un quadro generale caratterizzato soprattutto dalla lotta tra le potenze capitalistiche centrali e il Sud del mondo, che vede le prime lottare per mantenere il loro predominio imperialistico, coloniale e neocoloniale iniziato agli albori dell’era moderna<a href="https://www.marx21.it/cultura/note-critiche-sulla-guerra-la-competizione-la-centralizzazione-e-il-nuovo-conflitto-imperialista/#sdfootnote29sym">29</a>. A sua volta, questa lotta va vista come un aspetto importante, ma non certo l’unico, del secolare contrasto tra capitalismo e socialismo, destinato a durare molto a lungo.</p>
<h3>RIFERIMENTI</h3>
<h5>Brancaccio E., <a href="https://www.mondadoristore.it/libri/Raffaele-Giammetti/aut04841934/"> Giammetti</a> R., <a href="https://www.mondadoristore.it/libri/Stefano-Lucarelli/aut00457024/"> Lucarelli</a> S., 2022, <em><a href="https://www.mondadoristore.it/guerra-capitalista-Emiliano-Brancaccio-Raffaele-Giammetti-Stefano-Lucarelli/eai978885759233/">La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista</a></em>,  <a href="https://www.mondadoristore.it/libri/Mimesis/edt698">Mimesis</a></h5>
<p>Camilli E . 2014, <em>Sicurezza nazionale: tra concetto e strategia,</em> in <a href="https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2014/03/Sicurezza-nazionale-tra-concetto-e-strategia-Edoardo-Camilli.pdf">https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2014/03/Sicurezza-nazionale-tra-concetto-e-strategia-Edoardo-Camilli.pdf</a></p>
<p>Campbell D. and Klaes M. 2005, <em>The principle of institutional direction: Coase’s regulatory critique of intervention</em> Cambridge Journal of Economics, <a href="https://www.jstor.org/stable/i23600340">Vol. 29, No. 2 (March 2005)</a>, pp. 263-288 (26 pages), abstract).</p>
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		<title>Centralizzazione della proprietà e capitalismo contemporaneo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2022 18:37:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Centralizzazione della proprietà e capitalismo contemporaneo A proposito di “La guerra capitalista” di Andrea Fumagalli &#160; &#160; A distanza di 10 mesi dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russia sono usciti alcuni interessanti saggi che analizzano la nuova situazione geo-politica e riflettono sulle possibili tendenze internazionali[1]. Tra loro merita sicuramente un posto in prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/copertina_La-guerra-capitalista.jpg" alt="copertina La guerra capitalista" width="300" height="211" data-src="/images/stories/stories4/copertina_La-guerra-capitalista.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Centralizzazione della proprietà e capitalismo contemporaneo</h1>
<h2>A proposito di “La guerra capitalista”</h2>
<h3>di Andrea Fumagalli</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A distanza di 10 mesi dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russia sono usciti alcuni interessanti saggi che analizzano la nuova situazione geo-politica e riflettono sulle possibili tendenze internazionali<a name="_ftnref1" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftn1"></a>[1]. Tra loro merita sicuramente un posto in prima fila il recente contributo di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, <em>La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista</em>, Mimesis, Milano, 2022, uscito in libreria lo scorso 25 novembre.</p>
<p>Il libro è suddiviso in tre parti, con l’aggiunta di tre appendici finali e una postfazione di Roberto Scazzieri. La prima parte inizia con la “sconcertante presa d’atto di un Marx ‘rapito dal nemico’: tanto dimenticato dai sedicenti tribuni degli oppressi del nostro tempo quanto studiato e rivalutato dagli agenti del capitale” (p. 10). Tale punto di partenza è particolarmente utile per soffermarsi sulla marxiana “legge di centralizzazione”, il nodo teorico che ha più affascinato la riscoperta mainstream di Marx all’indomani della crisi finanziaria globale del 2007. Nel testo, infatti, gli autori propongono “una nuova teoria della riproduzione e della tendenza verso la centralizzazione capitalistica, un approccio che si contrappone al paradigma teorico mainstream ma solleva obiezioni anche ai filoni di pensiero critico che hanno ridotto il marxismo a un intoccabile reliquiario anti-scientifico, o che da lungo tempo tacciono sul grande tema delle “leggi” generali”. (p. 10).</p>
<p>A partire da queste premesse, la seconda parte approfondisce l’evidenza empirica della tendenza della <em>centralizzazione capitalistica</em>, che viene definita “un inedito della letteratura scientifica in materia” (p. 10).</p>
<p>Tale evidenza parte dall’utilizzo di moderne tecniche dei “network” proprietari, con riferimento alla proprietà azionaria. Poiché tale fenomeno interessa soprattutto gli Stati Uniti e i paesi anglosassoni oltre che Cina e Russia, l’analisi condotta mette giustamente in luce come parlare di <em>oligarchia</em> facendo esclusivamente riferimento alla Russia non solo è improprio ma anche fuorviante, poiché la struttura oligarchica è di gran lunga prevalente negli Stati Uniti e nei paesi Occidentali.</p>
<p>La terza parte del libro contiene stralci riveduti e aggiornati di interviste e articoli del solo Emiliano Brancaccio ispirati dalla guerra in Ucraina, ma centrati sulla questione più generale del rapporto tra centralizzazione del capitale e conflitto militare e sui due più importanti blocchi imperiali che emergono: da un lato, il consolidato imperialismo dei paesi debitori (Usa e Uk in testa), con al traino l’Europa, dall’altro il nascente imperialismo dei paesi creditori, a partire da Cina e India.</p>
<p>La tesi del libro è molto semplice e chiara. Secondo gli autori, nel capitalismo contemporaneo è ravvisabile, dati alla mano, una “legge” di tendenza verso la centralizzazione del capitale, che inevitabilmente porta alla distruzione della democrazia e fomenta la guerra.</p>
<p>Tale lettura non è quindi allineata con le interpretazioni giornalistiche dominanti relative alla guerra in corso, che sottolineano esclusivamente l’aggressione di Putin ai danni dell’indipendenza di un stato e della sua sovranità e con ciò giustificano l’invio di armi da parte dei paesi cosiddetti “amici della democrazia” al fine di sostenere la resistenza ucraina e la sua battaglia di civiltà a favore della libertà dei popoli. Il contesto politico in cui nasce la guerra ha origini ben più profonde e complesse.</p>
<p>L’attenzione viene perciò rivolta al concetto di <em>centralizzazione</em>, un concetto coniato da Marx. Gli autori riconoscono che “il termine ‘centralizzazione’ viene spesso sostituito dall’espressione ‘concentrazione’. Gli stessi Marx e Hilferding, in alcune circostanze, adoperano questi termini alla stregua di sinonimi” (p. 38) […] “ma si allude anche alla possibilità che i gruppi di controllo delle società governino una massa di capitale più grande di quella che formalmente possiedono” (p. 39). Tuttavia, per Marx i due concetti sono diversi: la <em>centralizzazione</em> è l’esito di una incessante lotta tra capitali in competizione tra loro per la conquista dei mercati, mentre il termine <em>concentrazione</em> corrisponde “alla creazione di nuovi mezzi di produzione e alla crescita conseguente della loro massa complessiva, sia in termini assoluti sia in rapporto alla forza lavoro disponibile” (p. 39).</p>
<p>Che cosa si intende con il termine “conquista dei mercati”? Marx intende probabilmente quella che definisce “l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista”, ovvero la conquista non tanto di quote di mercato ma della proprietà. Si tratta di un processo di selezione delle imprese, esito della concorrenza tra imprese singole. La concentrazione, invece, indica un processo di gerarchizzazione del mercato verso forme oligopolistiche, a prescindere dai cambiamenti degli assetti proprietari. Possiamo aggiungere, tuttavia, che il processo di centralizzazione induce alla concentrazione di mercato. Si tratta di qualcosa di diverso della creazione di nuovi mezzi di produzione, ovvero dell’effetto schumpeteriano dell’innovazione tecnologica.</p>
<p>Non a caso Hilferding, a partire dal testo seminale del 1910 <em>Il capitale finanziario</em><a name="_ftnref2" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftn2"></a>[2], seguendo Marx, individua due modalità principali che favoriscono il processo di centralizzazione della proprietà e quello della concentrazione produttiva: il fallimento delle imprese più deboli che non riescono a sottostare alle gerarchie di mercato e le strategie di acquisizioni e fusione che “predano” le imprese più piccole e più innovative che diventano invitanti per l’ingordigia delle grandi.</p>
<p>Le analisi di Marx e poi di Hilferding fanno riferimento al sistema “factory”, ovvero allo sviluppo della grande industria, magistralmente descritto da Marx nel cap. XIII del Libro I de <em>Il Capitale</em>. In tale contesto, la riorganizzazione della produzione consente lo sfruttamento del lavoro, l’attivazione di economie di scala positive che portano a rendimenti crescenti di scala e favoriscono, in tal modo, sia un processo di concentrazione produttiva che la centralizzazione della proprietà con il diffondersi della forma manageriale di impresa.</p>
<p>Tale processo arriverà a pieno compimento con il pieno affermarsi del paradigma taylorista-fordista del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, ampiamente preconizzato dall’analisi di Marx. Il processo di valorizzazione del capitale tramite la produzione tangibile di merce (D-M-D’) raggiunge qui il suo apice.</p>
<p>Siamo in presenza di un modello di produzione per stock, dove la proprietà dei mezzi di produzione è centrale per definire il comando del capitale del lavoro. La tendenza alla centralizzazione si manifesta con la proprietà diretta degli asset azionari delle grandi imprese. La proprietà fa rima con controllo, anche se questi elementi necessitano di due attori differenziati e spesso, negli anni del fordismo, potenzialmente conflittuali: azionisti di maggioranza, da un lato, e management, dall’altro. La potenza del capitale e le sue lotte intestine si traducono in un aumento della concentrazione della produzione e nell’aumento delle dimensioni di impresa<a name="_ftnref3" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftn3"></a>[3].</p>
<p>Con la crisi del paradigma taylorista-fordista nei primi anni Settanta, lo scenario cambia. La diffusione del nuovo paradigma tecnologico linguistico-comunicativo apre a nuove modalità di produzione e di organizzazione di mercato. Il prevalere negli anni Novanta del modello della subfornitura internazionalizzata, basata sulla gestione per flussi dei nodi produttivi, porta alla centralità della leva finanziaria e della leva tecnologica come i due fattori principali in grado di ridefinire le gerarchie di mercato e gli assetti geo-economici internazionali. Assistiamo al più poderoso processo di concentrazione finanziaria e tecnologica che la storia del capitalismo ricordi, da far impallidire il periodo della formazione dei grandi trust nell’economia americana a cavallo tra XIX e XX secolo.</p>
<p>Tale processo è analizzato con esempi nella seconda parte del libro, dove la tesi della centralizzazione viene messa alla prova dei fatti. L’analisi fa riferimento a studi precedenti condotti dallo stesso Brancaccio e altri, in cui viene introdotto il concetto di “net control” come misura della concentrazione della proprietà azionaria. Tale termine può creare qualche equivoco, dal momento che nella parte empirica del libro non viene poi tracciata in modo chiaro una netta distinzione tra proprietà e controllo, nonostante un intero capitolo venga dedicato al managerialismo e alle sue teorie (da Marx, a Weber sino a oggi). In questo caso il termine “controllo” fa riferimento al controllo delle azioni.</p>
<p>I risultati a cui giungono gli autori non sorprendono. La crescente concentrazione dei mercati che abbiamo visto nelle ultime decadi, all’indomani del periodo di maggior concorrenza che ha accompagnato i tardi anni Settanta nell’avvio del processo di internazionalizzazione, si è accompagnata a una fortissima centralizzazione dei capitali in poche mani.</p>
<p>Con riferimento ai due anni considerati, 2007 e 2017, si ottengono</p>
<p><em>“due panoramiche delle reti della proprietà azionaria. In entrambi gli anni, le società finanziarie occupano una posizione cruciale nei nodi centrali. In particolare, i primi tre detentori del controllo (azionario, ndr.) nel 2007 sono Fidelity Management &amp; Research Company, Capital Research &amp; Management Company e BlackRock Institutional Trust Company, NA. Nel 2016, la classifica dei primi tre detentori del controllo è simile: </em><em>Vanguard Group, Inc., BlackRock Institutional Trust Company, NA, Fidelity Management &amp; Research Company. È interessante notare che, dopo la crisi, mentre il numero di mani che tirano i fili del capitale globale diminuisce cospicuamente, il nucleo di giganti della finanza situati al comando della rete mondiale del capitale non muta granché” (p. 118-119).</em></p>
<p>Il primato dei mercati finanziari non stupisce. Nel capitalismo contemporaneo (quello bio-cognitivo e finanziarizzato, dell’egemonia della produzione intangibile, della vita messa direttamente a valore tramite le piattaforme), i mercati finanziari sono diventati il centro dell’accumulazione e della valorizzazione capitalistica. In un <a href="https://sinistrainrete.info/politica-economica/1727-andrea-fumagalliprove-conclamate-di-dittatura-finanziaria.html">articolo</a> pubblicato più di 10 anni fa, poco dopo la crisi finanziaria globale del 2007-08, scrivevo:</p>
<p><em>“Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 trilioni di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 trilioni di dollari, le borse di tutto il mondo 50, i derivati 466 (otto volte di più della ricchezza reale). Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione. Nel mercato bancario, dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500 (dati Federal Reserve). Al I° trimestre 2011, cinque società d’affari (J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (dati </em>OCC, Office of Comptroller of the Currency<em>). Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate”.</em></p>
<p>Negli ultimi 10 anni gli attori sono cambiati ma la musica è rimasta la stessa. Negli Usa, i dati dell’<em>Office of Comptroller of the Currency </em>(organo indipendente di vigilanza che afferisce al Dipartimento del Tesoro americano) ci dicono che nel secondo quadrimestre del 2022 sul mercato statunitense sono stati scambiati un totale di 193.731.717 milioni di dollari di derivati. Il 95,35% è stato gestito da sole cinque banche d’affari: Jp Morgan Chase Bank per il 29,01%, Goldman Sachs Bank il 25,54%, Citibank National 23,47%, Bank of America, l’11,42%, Wells Fargo Bank, il 5,92%.</p>
<p>A differenza del controllo azionario, occorre ricordare che tali titoli non sono di proprietà delle banche ma sono gestiti per conto degli effettivi proprietari. In questo caso il processo di centralizzazione assume forme nuove. Al “net control” si aggiunge un’altra forma di controllo: quello che non presuppone esclusivamente la “nuda” proprietà, ma la gestione di proprietà altrui. Ciò, tuttavia, non è in contrasto con la tendenza verso una concentrazione proprietaria nel campo azionario, anzi.</p>
<p>Con il ruolo sempre più egemone e pervasivo dei mercati finanziari il processo di centralizzazione /concentrazione dunque si modifica. Non si manifesta più solo nella proprietà azionaria ma nella capacità di indirizzare e organizzare le convenzioni speculative grazie alla messa in moto di aspettative in grado di autorealizzarsi se accompagnate da un adeguato volume di investimenti che solo le grandi multinazionali della finanza sono in grado di fare. Siamo cioè in presenza di un circuito virtuoso per il capitale. La centralizzazione finanziaria della proprietà azionaria favorisce la concentrazione nella gestione dei portafogli finanziari con il duplice effetto di lucrare elevate plusvalenze grazie anche alle tecniche del “<em>payback</em>” e dello “<em>shareback</em>”, ovvero lo scambio reciproco di azioni tra le stesse società finanziarie con lo scopo di far lievitare sia le plusvalenze che il livello di proprietà delle azioni.</p>
<p>Il fenomeno della centralizzazione assume così oggi aspetti inediti rispetto al passato. È questo un aspetto che, a mio parere, non è stato sufficientemente indagato. È anche il risultato di una tendenziale ridefinizione degli assetti geo economici mondiali, che tende a mettere in discussione l’egemonia americana e spinge verso una tendenza multipolare.</p>
<p>Relativamente a questo aspetto, è opportuno parlare di forme diverse di centralizzazione. Al caso Usa, magistralmente descritto nella seconda parte del libro, occorre infatti aggiungere che un simile processo si sta sviluppando in Cina ma con caratteristiche assai diverse. L’acronimo BATX (Baidoo, Alibaba, Tencent e Xiaomi) diventa sempre più l’alter ego dei giganti della Silicon Valley e sempre più si diffondono fondi di investimento collegati a questi grandi imprese cinesi, in parte di proprietà statale: ad esempio, il Fidelity Funds – China Consumer Fund A.</p>
<p>Il crescente ruolo della Cina anche nel campo della finanza è oggi uno degli aspetti più rilevanti anche per spiegare le crescenti tensioni sul piano geo-economico mondiale e sulla tenuta del dollaro come valuta di riserva internazionale dollaro e della borsa americana come luogo simbolo dell’oligarchia finanziaria. Una tendenza, quest’ultima, già in parte preconizzata da Giovanni Arrighi nel suo <em>Adam Smith a Pechino</em>, recentemente ripubblicato ma stranamente ignorato in questo libro.</p>
<p>* * * * *</p>
<p>La complessità e eterogeneità della situazione attuale ci impone, infine, una riflessione di natura metodologica. Il libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli ritiene che il sistema capitalistico e la sua evoluzione possano essere descritti da leggi che, a prescindere dai tempi e dai contesti spaziali, siano in grado di definire “scientificamente” (quindi in modo rigoroso e inoppugnabile) le principali linee di tendenza in atto.</p>
<p>La legge più nota e più discussa nell’ambito del dibattito marxista è sicuramene la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. La legge della centralizzazione del capitale è meno nota ma altrettanto importante ed è rilevante per comprendere l’analisi marxiana. È possibile infatti individuare un nesso tra queste due leggi, che non è il caso di discutere in questa sede. Rimane tuttavia aperta la questione se questi leggi sono universalmente valide nel tempo e nello spazio capitalistico. Al riguardo il testo di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli è molto chiaro: l’analisi di Marx si rivela scientificamente corretta alla prova della storia, almeno per quanto riguarda la legge della centralizzazione del capitale. I dati ne confermano la validità anche ai nostri giorni. Ogni interpretazione del pensiero di Marx che non coglie l’oggettività di questa grande legge di tendenza sono in contraddizione con la corretta interpretazione del pensiero di Marx. La critica è chiaramente rivolta a quelle correnti eretiche marxiste che hanno preso origine principalmente (ma non solo) dal pensiero operaista degli anni Sessanta e le sue declinazioni nell’attuale pensiero neo-operaista e che vengono definite “non scientifiche” (p. 10).</p>
<p>Una teoria è scientifica solo se è in grado di suggerire quali esperimenti e osservazioni potrebbero dimostrarla falsa. È il noto principio della falsificabilità della scienza di Karl Popper. Nel nostro caso (la centralizzazione della proprietà), la confutazione della teoria sta nell’applicarla in un contesto non capitalistico di produzione e, di conseguenza, in un contesto capitalistico viene confermata se gli esperimenti e le osservazioni la invalidano.</p>
<p>Ma nel campo delle scienze umane (a differenza di quelle naturali), l’ambito in cui si cerca di mostrare la validità di una teoria è storicamente contestualizzato e le modalità con le quali un dato fenomeno si manifesta sono in continua metamorfosi. Una metamorfosi che il più delle volte è attivata dall’azione umana (oltre che da accadimenti naturali), azione di per sé stessa soggettiva e non misurabile, nonostante i vari tentativi intrapresi in tal senso, soprattutto per quanto riguarda lo studio dell’economia politica.</p>
<p>Le leggi di tendenza di Marx sono valide solo se si definisce il preciso periodo storico di riferimento anche all’interno del periodo capitalistico stesso. La dinamica del capitalismo non è infatti lineare ma ciclica e segnata da rotture; è caratterizzata dalla successione di paradigmi di natura tecnologica (Kondratieff), sociale e politica, che ridefiniscono ogni volta i due perni che definiscono lo stesso sistema capitalistico: la proprietà privata e il rapporto capitale – lavoro come fattori-base da cui estrarre valore di scambio. Ma il loro ruolo non è immutabile nel corso dell’evoluzione del capitalismo. Di conseguenza, le leggi di tendenza che ne scaturiscono (non a caso relative a questi due aspetti: la centralizzazione per quanto riguarda la forma della proprietà e la caduta tendenziale del profitto per quanto riguarda l’estrazione di valore) non possono ripetersi all’infinito allo stesso modo, ma mutano al variare del paradigma socio-economico in quel momento dominante.</p>
<p>NOTE</p>
<p><a name="_ftn1" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftnref1"></a>[1] Si vedano, ad esempio, <a href="https://www.asterios.it/catalogo/stati-uniti-e-cina-allo-scontro-globale">Raffaele Sciortino</a>, <em>Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenza</em>, Asterios, Trieste, 2022; Marco Ottaviani, <em>La riglobalizzazione. Dall’interdipendenza tra Paesi a nuove coalizioni economiche</em>, Egea, Milano, 2022; <a href="https://drive.google.com/file/d/1RRewazmjPVyWIXpRzCDxkhJ7rOGhI2av/view">Giulio Palermo</a>, <em>Il conflitto russo-ucraino. L’imperialismo americano alla conquista dell’Europa</em>, L.A.D. Gruppo Editoriale, Roma, novembre 2022.</p>
<p><a name="_ftn2" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftnref2"></a>[2] Di cui l’ultima edizione è pubblicata da Mimesis con un’introduzione dello stesso Emiliano Brancaccio, 2012.</p>
<p><a name="_ftn3" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftnref3"></a>[3] Si veda il seminale testo di Paul Baran e Paul Sweezy, <em>Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana</em>, Einaudi, Torino, 1968 (ed. orig. 1966).</p>
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