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	<title>Comunismo e Comunità &#187; razzismo</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Capitalismo e repressione: un binomio di lunga durata</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2019 17:25:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/54432384_2222499547793748_6213830698122346496_n.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5599" title="54432384_2222499547793748_6213830698122346496_n" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/54432384_2222499547793748_6213830698122346496_n-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></h1>
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<p>Si sente spesso ripetere, da parte di illuminati opinionisti liberali, che la lotta di classe non è altro che un residuato radioattivo del XX secolo, e che è ormai giunto il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare insieme, imprenditori e lavoratori fianco a fianco, per accrescere la produttività delle imprese italiane e attirare (perché no?) investitori internazionali. Questo comportamento cooperativo garantirebbe, sostengono costoro, il benessere di tutti, operai e datori di lavoro.</p>
<p>Peccato che siano gli stessi imprenditori a smentire tale visione idilliaca ed edulcorata dei rapporti produttivi, ricorrendo a ogni mezzo, lecito e illecito, pur di ristabilire la propria preponderanza. È ben noto, infatti, che i coraggiosi capitani d’industria, quando si trovano di fronte a una classe lavoratrice restia a sottomettersi, non esitano a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di schiacciare le rivendicazioni degli operai e ricondurli a miti consigli. Come <a href="https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_marzo_07/roma-facchini-sciopero-aggrediti-taser-bastoni-castel-giubileo-68b4f3d4-404e-11e9-bb83-aca868a1eb53.shtml" rel="noopener noreferrer" target="_blank">racconta il Corriere della Sera</a>,</p>
<blockquote><p>«Ci hanno aggredito con bastoni e pistole elettriche. Erano una quindicina, tutti di una società che si occupa di sicurezza nei locali notturni». Così la testimonianza di un gruppo di lavoratori di tre cooperative di facchinaggio che forniscono i loro servizi a una società del Gruppo Faro collegata a Zara, brand spagnolo del patron Amancio Ortega, sesto fra i più ricchi del mondo con un patrimonio di 62,7 miliardi di dollari, secondo Forbes. Dall’inizio di marzo in tutta Italia sono cominciati stati di agitazione e scioperi nel settore del facchinaggio, gestito da altre società. A Roma, mercoledì mattina, momenti di tensione si sono registrati in un magazzino di merce in lunga sosta nella zona di Castel Giubileo. I lavoratori hanno denunciato un’aggressione da parte dei buttafuori fatti intervenire dal proprietario per allontanarli. Sul posto alcune pattuglie della polizia e le ambulanze del 118. «Quattro lavoratori sono finiti in ospedale, fra loro uno con un’abrasione a un braccio e un altro con la frattura di una mano», spiegano i sindacalisti della Cgil che poi nel pomeriggio hanno incontrato i rappresentanti dell’azienda nei loro uffici all’Esquilino. «Anche qui si sono portati dietro i buttafuori. Una situazione surreale», raccontano. Intanto la polizia indaga per ricostruire i fatti accaduti qualche ora prima. Alcune persone sono state identificate dagli agenti.</p></blockquote>
<p>Questa notizia testimonia, <a href="http://www.romatoday.it/cronaca/eutelia-vigilantes-forzano-occupazione-ed-aggrediscono-lavoratori.html" rel="noopener noreferrer" target="_blank">laddove ve ne fosse ancora bisogno</a>, che siamo davanti a un fenomeno molto pericoloso: un vero e proprio salto di qualità nell’atteggiamento dei padroni verso le rivendicazioni dei lavoratori. Essi si sono sentiti in diritto di impartire a delle guardie private l’ordine di utilizzare armi vietate allo scopo di difendere i propri profitti messi a repentaglio da uno sciopero per condizioni di lavoro più degne. Siamo su una china sulla quale il concetto di <em>ordine pubblico</em> tende a diventare molto labile, in favore di un pericoloso concetto di <em>ordine e disciplina</em> che ricorda, molto da vicino, il fascismo.</p>
<p>Prova di questo cambiamento di rotta e di una sostanziale acquiescenza del Governo nei confronti di tali episodi è il disegno di legge di riforma della legittima difesa, che tra pochi giorni sarà, con tutta probabilità, legge dello Stato e che potrebbe portare questa tendenza verso episodi di repressione ancora più pesanti. La <a href="https://www.quotidiano.net/politica/legge-legittima-difesa-1.4319219" rel="noopener noreferrer" target="_blank">riforma</a> in questione, infatti, tende a legittimare sempre più l’uso della violenza per la difesa della proprietà privata. Pubblicamente si parla di difesa contro furti e rapine, ma è facile immaginare che questo approccio fai da te alla giustizia possa essere esteso anche a picchetti, scioperi e occupazioni.</p>
<p>Si badi bene: non si tratta di allarmismo, ma della naturale conseguenza di quella che è stata l’evoluzione delle norme sulla legittima difesa. L’attuale formulazione, infatti, sulla quale la riforma dei giorni nostri va a incidere rendendo più larghe le maglie della presunzione di legittima difesa (e, al contempo, rendendo più difficile l’applicabilità delle norme sull’<em>eccesso colposo</em> di legittima difesa), è figlia di un processo che era già iniziato negli anni scorsi, per la precisione nel 2006, ai tempi del terzo governo Berlusconi. All’epoca, attraverso le <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2006/03/02/006G0062/sg" rel="noopener noreferrer" target="_blank">legge 59/2006</a>, fu aggiunto, tra le altre cose, un comma (il terzo) <a href="https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-primo/titolo-iii/capo-i/art52.html" rel="noopener noreferrer" target="_blank">all’articolo 52 del codice penale</a> per fare in modo che le norme che consentono ai soggetti di esercitare la legittima difesa in caso di violazione del proprio domicilio valgano anche “all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale”. Come una fabbrica, un centro commerciale o, per l’appunto, un magazzino merci.</p>
<p>Sebbene la riforma attuale non vada a incidere sulla possibilità, già prevista, da parte degli imprenditori, di utilizzare armi a difesa dei mezzi di produzione, essa testimonia l’affermarsi, complici le <a href="http://www.ilgiornale.it/news/politica/salvini-rapinare-mestiere-pericoloso-legittima-difesa-1651038.html" rel="noopener noreferrer" target="_blank">roboanti dichiarazioni</a> di Salvini, di una temperie culturale che valuta il diritto alla difesa della proprietà privata allo stesso livello (se non a un livello più elevato) del diritto all’incolumità dei lavoratori e della lotta per i diritti sociali ed economici.</p>
<p>L’<a href="https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_marzo_07/roma-facchini-sciopero-aggrediti-taser-bastoni-castel-giubileo-68b4f3d4-404e-11e9-bb83-aca868a1eb53.shtml" rel="noopener noreferrer" target="_blank">episodio di Castel Giubileo</a> sembra purtroppo andare proprio in questa direzione. Gli autori dell’aggressione (o, più probabilmente, i loro mandanti) dovevano infatti essere convinti di avere una qualche legittimità nelle loro azioni. L’uso del <em>taser </em>(un’arma <a href="http://contropiano.org/altro/2018/09/21/il-taser-puo-essere-letale-e-scritto-nel-manuale-duso-0107748" rel="noopener noreferrer" target="_blank">potenzialmente letale</a>) dopo pochi mesi dalla recente approvazione dell’utilizzo di tale arma, in via sperimentale, <a href="http://contropiano.org/news/malapolizia-news/2018/07/05/il-taser-alla-polizia-italiana-unarma-letale-descritta-come-un-giocattolo-0105588" rel="noopener noreferrer" target="_blank">presso le forze dell’ordine</a>, non può non aver risentito della campagna mediatica sull’argomento, evidentemente considerata come un “via libera” alle azioni, anche violente, a difesa della proprietà e dei privilegi delle classi dominanti.</p>
<p>Questa <em>escalation</em> repressiva pone in maniera preoccupante l’attualità del fascismo, inteso come sistema di repressione e controllo di ogni forma organizzata di dissenso da parte delle classi subalterne nel capitalismo. Bisogna, infatti, fare una riflessione sul fascismo inteso non solo come razzismo o violenza di strada, ma sulla vera molla storica del fascismo come progettualità repressiva, cioè la reazione violenta e spaventata della classe padronale in conseguenza delle mobilitazioni dei lavoratori. Per reprimere scioperi e sovversivi, negli anni ‘20 furono usate le camicie nere per portare la repressione dove le forze dell’ordine non riuscivano ad arrivare, utilizzando modalità e livelli di violenza che le forze dell’ordine non potevano apertamente applicare. Il fascismo storico fu l’apice di questa tendenza in un periodo di estreme tensioni sociali e di concreto pericolo di un’evoluzione rivoluzionaria in alcuni paesi europei, tra cui l’Italia. Il neofascismo stragista, nell’epoca delle tensioni sociali esplose dopo l’autunno caldo del 1969, fu ancora lo strumento di repressione usato dal capitale per sedare il conflitto sociale.</p>
<p>Il fascismo, è bene ricordarlo, è il cane da guardia rognoso e idrofobo della borghesia. Normalmente questa lo tiene in gabbia, dandogli magari in pasto qualche avanzo da rosicchiare, ma, non appena sente il bisogno di stroncare sul nascere le rivendicazioni dei lavoratori, scioglie il guinzaglio.</p>
<p>Al di là delle metafore è importante tenere a mente quanto fascismo e capitale siano legati. Al di là dei proclami bellicosi e del culto della violenza fine a sé stessa, la vera natura del fascismo è intrinsecamente legata alla difesa reazionaria dei privilegi dei ricchi, contro ogni cambiamento o progresso sociale, e alla violenza mirata contro i lavoratori. Ai nostri giorni, l’aspetto più immediato spesso espresso dalle varie sfaccettature del neofascismo è rappresentato dall’odio e dalle spedizioni punitive contro tutti coloro che sono considerati deboli o emarginabili, come immigrati o omosessuali. Oggi si parla spesso di questo tipo di aggressioni, sulle quali c’è un minimo livello di sensibilità nella società. La questione è, tuttavia, più ampia e l’azione di fanatici estremisti che se la prendono con i diversi o i diseredati della terra ha un aspetto complementare nel ruolo che i fascisti giocano a difesa degli interessi economici dei padroni.</p>
<p>Non si può prescindere infatti dall’aspetto reazionario più generale del fascismo sia come fenomeno storico sia come rigurgito effettivo o potenziale espresso, in forme nuove, nel contesto della società contemporanea. Combattere il fascismo nelle sue diverse espressioni implica in primo luogo comprenderne la natura più profonda e gli scopi. I fascisti non sono semplicisticamente il nemico di alcuni emarginati. I fascisti, in quanto manovalanza repressiva agitata dal capitale al bisogno, sono nemici di tutti i lavoratori e di tutti coloro che vorrebbero migliorare il mondo in cui viviamo. Antifascismo non significa indignarsi leggendo sul giornale le bravate di alcuni “ragazzi di destra”; non significa celebrare, a scadenze predefinite e in maniera ipocrita, le tappe storiche della Liberazione. Antifascismo significa lottare attivamente contro le azioni fasciste, l’oppressione e l’emarginazione; significa solidarietà tra lavoratori e tra lavoratori e studenti. Criticare una sola faccia del fascismo, dimenticandone l’altra, è inutile, se non deleterio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></p>
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		<title>La guerra fra poveri</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Nov 2014 12:17:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho letto questo interessante articolo del nostro amico e collaboratore, Riccardo Achilli. Dico subito che mentre sono in totale sintonia con l’analisi da lui sviluppata, che costituisce il cuore della sua riflessione, sono invece decisamente in disaccordo con le sue conclusioni che mi sembrano una virata un po’ troppo politicamente corretta e in contraddizione rispetto ai contenuti espressi nell’articolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>di Fabrizio Marchi</strong></em></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/11/pasolini-roma-scontro-poveri.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-4842" title="pasolini-roma-scontro-poveri" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/11/pasolini-roma-scontro-poveri-257x300.png" alt="" width="257" height="300" /></a>Ho letto questo interessante articolo del nostro amico e collaboratore, <a href="http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2014/11/tor-sapienza-e-lintera-italia-di_15.html#more" target="_blank"><strong>Riccardo Achilli</strong></a>.</p>
<p>Dico subito che mentre sono in totale sintonia con l’analisi da lui sviluppata, che costituisce il cuore della sua riflessione, sono invece decisamente in disaccordo con le sue conclusioni che mi sembrano una virata un po’ troppo politicamente corretta e in contraddizione rispetto ai contenuti espressi nell’articolo.</p>
<p>Intanto Marino non è una “brava persona”, lo è molto probabilmente dal punto di vista umano e personale, sia chiaro, ma non lo è sotto l’aspetto politico, che è quello che conta e che ci interessa nella fattispecie.</p>
<p>Marino rappresenta la continuazione di quelle giunte dell’”arredo urbano”, cioè del “nulla”, come uso definirle, di “centrosinistra” (niente a che vedere, ovviamente, con le giunte di sinistra guidate da Petroselli, Vetere e Argan) che hanno continuato e consolidato quelle politiche di occupazione del suolo e del verde pubblico che ha portato alla cementificazione selvaggia (che a Roma è un fenomeno che dura ininterrottamente dal dopoguerra e che ha conosciuto uno stop solo durante le amministrazioni di sinistra negli anni ‘70) e alla proliferazione dei mega centri commerciali, a scapito, come lo stesso Riccardo ricordava,  del welfare, dei servizi sociali, , dei trasporti, delle infrastrutture, dell’edilizia pubblica e popolare, della riqualificazione delle periferie. Aggiungo che le vecchie giunte democristiane e pentapartitiche (ricordo quello che andava sotto il nome di patto Dell’Unto-Sbardella, per la spartizione della città, durato circa un decennio) era roba da “pasta e facioli”, come si dice a Roma,  rispetto alla sistematicità e alla “scientificità” con cui quelle politiche di occupazione e spartizione della cosa pubblica sono state perpetrate durante la seconda fase delle giunte di centrosinistra, quelle a guida Rutelli e Veltroni (si scrive Rutelli ma si deve leggere Bettini, cioè il vero uomo forte, il deus ex machina del serpentone metamorfico in salsa romana PCI-PDS-DS-PD, “ di fatto il proprietario” di quel partito per un ventennio almeno e forse più).</p>
<p>La candidatura di Marino è stata concepita dagli stessi in perfetto stile “maquillage”, o “make up”, come si suol dire, né più e né meno di come fu concepita (dagli stessi uomini e gruppi politici) quella di Rutelli. Per la serie, ci mettiamo una faccia “nuova” e “pulita” e poi a tirare le fila sono sempre i soliti noti. E chi sono i soliti noti? Le nomenclature dei partiti politici da sempre  (con la doverosa eccezione di quelle giunte di centrosinistra di cui sopra, le uniche a marcare una discontinuità, le cui politiche urbanistiche venivano concepite e seguite da personaggi del calibro di Antonio Cederna, padre spirituale e politico del Parco dell’Appia Antica) in accordo con i sempiterni “palazzinari” romani, proprietari delle banche e di tutta o quasi la stampa e i media capitolini.</p>
<p>Le giunte Rutelli e Veltroni (e ora Marino, e prima di lui Alemanno) non hanno fatto altro che proseguire e irrobustire quel patto. Marino è un incompetente, ma non ha l’anello al naso. Queste cose lui le sa, e ha scelto consapevolmente di stare al gioco, perché fare il sindaco di una città come Roma non fa schifo a nessuno, neanche a lui.</p>
<p>Ciò detto, mi sembra ancor più contraddittorio, dopo un’analisi così lucida su quella “guerra fra poveri” alimentata ad arte dai padroni del vapore e così lucidamente da lui stesso focalizzata, concludere con una sorta di invocazione ad una soluzione “securitaria” seppur a sfondo politicamente corretto, del tutto speculare, a parti invertite, alle soluzioni “securitarie” della destra.</p>
<p>La verità, amarissima, è che quei “borgatari”, quel “popolo” di Tor Sapienza, protagonista di una “ribellione reazionaria”, non è neanche in grado di distinguere tra un immigrato e un rifugiato politico, oppure tra un rom e un extracomunitario, tanto è abbrutito, tenuto in condizioni di degrado sociale, ambientale e culturale che si sono aggravate pesantemente negli ultimi vent’anni. Un popolo che a causa delle suddette condizioni di abbrutimento culturale e sociale in cui si trova, non è neanche in grado di individuare la vera controparte, i veri responsabili della sua condizione. Per queste ragioni, privo di qualsiasi riferimento  culturale, ideale e politico (con l’eccezione della vecchia e soprattutto nuova destra che guarda caso, dalle lande padane sta cominciando ad attraversare il Rubicone e a sbarcare al centro sud), si ribella a casaccio, e se la prende con tutti quelli che gli capitano a tiro, a cominciare naturalmente da quelli con cui convive e condivide la stessa condizione, cioè gli immigrati e i rom i quali, loro malgrado, vanno ad aggiungere, da un certo punto di vista e calandoci nel contesto,  disagio al disagio.</p>
<p>“Perché tutta questa gente non la mandate ai Parioli o a Villa Glori o al quartiere Coppetè? Perché ce la dobbiamo tenere sempre e soltanto noi nei nostri quartieri già disastrati, dove sporcano, rubano, si ubriacano ecc.(che sia vero o non vero è del tutto ininfluente, ovviamente, ai fini di ciò che vogliamo significare, al di là del fatto che tutti sporcano, si ubriacano o agiscono n modo violento, come ben sappiamo, immigrati e autoctoni…)? Proprio noi che già abbiamo tanti problemi di nostro dobbiamo sopportare il peso di questa situazione?”.</p>
<p>Questo più o meno il “lamento” che sale da quella gente e che prende corpo fino a esplodere in modo violento e con cadenza sempre più frequente. Naturalmente in questa situazione già di per sé esplosiva vengono diffuse ad arte varie leggende metropolitane, alimentate da una certa destra, in base alle quali gli immigrati sarebbero addirittura privilegiati dalle amministrazioni locali e dallo stato relativamente all’accesso ai servizi, all’assegnazione di case popolari, posti negli asili nido ecc.  Menzogne, ovviamente, che però contribuiscono a gettare benzina sul fuoco.</p>
<p>E’ evidente che questa gente  non è in grado di capire, perché gliene mancano gli strumenti, che l’immigrazione massiccia e la presenza nei “loro” territori degli stranieri è il risultato del processo di globalizzazione capitalistica, cioè del domino capitalistico su scala planetaria, che crea una massa di lavoratori ultraprecarizzati, migranti, sradicati dalle loro terre, che vanno ad ingigantire quello che una volta veniva chiamato “esercito industriale di riserva”, cioè la massa dei disoccupati che venivano utilizzati come strumento di ricatto nei confronti dei lavorator occupati. Per la serie:”Lavoratore occupato, o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra, dal momento che se non ti stanno bene le condizioni di lavoro che ti propongo e di fatto ti impongo, ne trovo altri quattrocento d disperati disposti a prendere il tuo posto”.</p>
<p>Oggi la vecchia dicotomia occupati-disoccupati è stata sostituita con quella occupati (sempre più precarizzati) e immigrati, cioè gente disperata, disposta a lavorare in qualsiasi condizione e a qualsiasi salario, pur di sopravvivere. La storia è sempre la stessa, muta la composizione di classe,  le condizioni sociali, ma la sostanza è sempre quella: divide et impera. E in tanti ci cascano, e più sono culturalmente e politicamente fragili, privi di coscienza sociale e politica, e più ci cascano. E naturalmente tutto ciò è manna dal cielo per la destra, che da sempre sguazza e trae alimento dalle “contraddizioni in seno al popolo”, naturalmente approfittando dell’inesistenza di una sinistra degna di questo nome che, se esistesse, saprebbe come governare tali contraddizioni. Perché saprebbe parlare al “suo” popolo (oggi colpevolmente abbandonato e consegnato alla destra), e sarebbe in grado di spiegargli cosa sta accadendo, quali sono i veri responsabili della sua condizione, ma sarebbe capace di parlare al contempo anche agli immigrati, spiegando a tutti che la soluzione non è appunto la guerra fra poveri autoctoni e poveri extracomunitari ma una grande alleanza di tutti ceti sociali popolari e subordinati che possa portare ad un programma politico e ad una politica economica in grado di contenere lo strapotere del grande capitale trans e multinazionale che governa il mondo, schiaccia popoli e culture e li mette artificiosamente gli uni contro gli altri.</p>
<p>In questa situazione, le forze politiche della cosiddetta “sinistra”, “liberal” o “radical” (chic), che hanno sposato a tutto tondo  le ragioni del neoliberismo e ne rappresentano la falsa coscienza, invocano i diritti e si scandalizzano per quanto sta accadendo.</p>
<p>Ipocriti e falsi, non c’è altro modo per definirli. Portano sulle loro spalle la responsabilità di aver dissipato un patrimonio, quello della vecchia Sinistra storica, con tutte le sue contraddizioni e i suoi (grandi) limiti, figlia del Movimento Operaio. Quella Sinistra che sarebbe stata capace, come è stata capace a suo tempo, di fornire al suo popolo gli strumenti cognitivi e culturali per comprendere le contraddizioni della società capitalistica.</p>
<p>Non ricordo di aver visto manifestazioni di operai milanesi, torinesi o genovesi contro gli immigrati meridionali che durante gli anni ’50,  ’60 e ’70 “invasero” i grandi centri industriali delle metropoli del nord. Eppure i problemi che quella immigrazione massiccia determinò erano esattamente gli stessi che viviamo oggi con gli immigrati extracomunitari. La differenza è solo data dal fatto che il sistema capitalistico, quaranta o cinquanta anni fa non era espanso come oggi.</p>
<p>L’appello ai diritti, alla tolleranza, all’antirazzismo, di per se sacrosanto da un punto di vista concettuale e generale,  da parte di questo ceto politico-mediatico, suona dunque ipocrita e puzza di politicamente corretto lontano un miglio.</p>
<p>Questa “sinistra” è speculare e funzionale alla destra, quella vera e senza virgolette, oggi incarnata dalla “nuova destra” che si sta coagulando intorno alla “nuova” Lega Nord di Matteo Salvini, una formazione di ispirazione fondamentalmente neofascista (anche se non dichiaratamente) che ha saputo però rinnovarsi, anche ideologicamente, e che sa parlare al “suo” popolo, una gran parte del quale, è opportuno ricordarlo, in condizioni diverse, sarebbe parte del popolo della Sinistra, a tutto tondo.</p>
<p>Combattere la destra oggi significa svelare la menzogna di cui è portatrice, il ruolo e la funzione effettiva che svolge coperta dietro ad un apparente e finto anticapitalismo e antimondialismo. Balle, che servono a gettare nero seppia in faccia a tanta gente che, giustamente, non ne può più di una “sinistra” altrettanto ipocrita e altrettanto funzionale, sia pur in modo diverso, agli interessi del grande capitale che governa il mondo e ovviamente anche il nostro paese.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.linterferenza.info/attpol/la-guerra-fra-poveri/" target="_blank"><em>L&#8217;Interferenza </em></a></p>
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		<title>Albe dorate, albe tragiche e altri albori</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2014 23:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;   Eugenio Orso   Premessa I liberaldemocratici tutti, i sinceri democratici politicamente corretti, i progressisti e i riformisti, le sinistre ormai quasi completamente asservite a neocapitalismo, finanza internazionalizzata ed Eurotower, da tempo agitano lo spettro di un rigurgito nazifascista in Europa, spingendosi con piglio propagandistico ben oltre il pericolo della diffusione di un semplice [...]]]></description>
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<h1 class="entry-title">  <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/simboloalbadorata.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4127" title="simboloalbadorata" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/simboloalbadorata-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></h1>
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<h1 class="entry-title">Eugenio Orso</h1>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em>Premessa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I liberaldemocratici tutti, i sinceri democratici politicamente corretti, i progressisti e i riformisti, le sinistre ormai quasi completamente asservite a neocapitalismo, finanza internazionalizzata ed Eurotower, da tempo agitano lo spettro di un rigurgito nazifascista in Europa, spingendosi con piglio propagandistico ben oltre il pericolo della diffusione di un semplice ”euroscetticismo” e lo spauracchio populista che minaccia, in situazioni di de-emancipazione e d’impoverimento di massa, questa splendida democrazia dell’euro, del mercato, della finanza sovrana e dello strangolamento sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pericolo più insidioso che si sbandiera in Europa, in questa tragica alba d’inizio millennio, è quello del moltiplicarsi e del prevalere delle “albe dorate”. Dopo la Grecia tocca all’Ungheria, con qualche presenza anche in Italia. Un fenomeno raccontato esclusivamente come rigurgito del nazismo, in piena eurozona e nell’unione non monetaria, minacciando, per spaventare le masse, ritorni al demonizzato novecento delle dittature, delle guerre e degli orrori. Si manipola il passato, ci si nasconde dietro riscritture storiche artefatte, si agitano mediaticamente e opportunisticamente gli spettri dell’antisemitismo, dell’omofobia, della violazione dei (falsi) diritti liberaldemocratici e neocapitalistici, per esorcizzare il pericolo di “derive” di massa nel vecchio continente, sotto i morsi della crisi strutturale perenne. Il messaggio è chiaro. T.I.N.A. e Alternativlos, ossia senza alternative praticabili allo status quo ultraliberista, come dissero rispettivamente Thatcher e Merkel, perché l’insorgente pericolo neonazista – quanto e più di quello sovranista, nazionalista e populista – deve essere scongiurato. Soprattutto non c’è alcuna alternativa possibile agli “stati uniti d’Europa”, all’euro, ai mercati, al dominio sopranazionale della global class e alle dinamiche finanziarie. La sinistra neoliberista ha abbandonato definitivamente il terreno della lotta per la giustizia sociale e del confronto di classe, abiurando comunismo, socialismo, laburismo e persino la socialdemocrazia meno spinta. Oggi è in prima fila nel gridare “al lupo, al lupo”, a starnazzare per l’affacciarsi della minaccia neonazista nell’Europa sottomessa all’euro e al mercato sovrano, mentre le condizioni di vita delle masse precipitano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono, ovviamente, più “pacati euroscettici” che in alcun modo si possono definire neonazisti, al più nazionalisti e sovranisti, come ad esempio il Partito indipendentista del Regno Unito di Nigel Farage (United Kingdom Indipendence Party) e il Partito del popolo danese di Pia Kjærsgaard (Dansk Folkeparti). E c’è il temuto Fronte Nazionale di Marine Le Pen (Front National, nato nel lontano 1972 da Ordre Nouveau e ispirato dal vecchio MSI italiano), ben strutturato e organizzato in un paese come la Francia, fondamentale per la tenuta di quel doppio maligno dell’Europa che è l’unione. In relazione al Front National, data la crucialità della Francia nello “scacchiere” europeo e l’importanza che conserva a livello internazionale, sarebbe opportuno fare un discorso mirato, in separata sede. Tanto più che stiamo parlando di una potenza nucleare. Ma la diffusione delle “albe dorate”, per quanto limitata in termini di consensi e di paesi interessati, porge ottimamente il destro e consente di suonare le grancasse della propaganda europoide, neoliberale e neocapitalistica. Soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovo dell’ europarlamento di Bruxelles e Strasburgo, che si terranno nel 2014. Le elezioni europidi sono principalmente un rito elettoralistico, in buona parte una simulazione di partecipazione popolare all’interno dell’eurolager e fumo negli occhi per i popoli detenuti. Il parlamento che ne scaturisce non decide strategicamente i destini del vecchio continente, non essendo la commissione, la bce, gli opachi potentati finanziari internazionali e i centri di potere tedeschi. Questa volta, però, le elezioni europee potranno avere una certa importanza come “termometro” della febbre anti-europoide e anti-unionista a livello popolare. Se le forze sovraniste, nazionaliste e populiste conseguiranno risultati clamorosi – in particolare in un paese fondamentale per la persistenza unionista come la Francia – Lor Signori non potranno più sentirsi tanto al sicuro e dovranno correre ai ripari, per evitare che il loro impianto di potere collassi. Lo faranno seguendo una delle due seguenti strade: 1) Scatenando criminalizzazioni delle “forze ribelli” e repressioni all’interno dei singoli paesi, servendosi dell’ampio spettro di collaborazionisti locali su cui possono contare (politici, giornalisti, accademici, burocrati, giudici, polizie e gendarmerie mercenarie). Questa è la soluzione che mi pare più probabile. 2) Modificando nella sostanza le politiche imposte agli stati succubi e applicate dai collaborazionisti politici. Soluzione che mi pare molto meno probabile, perché il modo storico di produzione che globalizza il mercato, trasforma l’uomo e i rapporti sociali e crea valore finanziario non può che funzionare così. Il nuovo capitalismo del terzo millennio non è emendabile, come lo era il capitalismo del secolo scorso, che ha conosciuto una riforma della portata di quella keynesiana. In tali contesti, e con tali prospettive future, si deve inquadrare il fenomeno “Alba Dorata” e lo spauracchio neonazista agitato dai pubblicisti del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo di fare un po’ di chiarezza in proposito, andando oltre i luoghi comuni della propaganda sistemica e gli allarmi diffusi da giornalisti, politici e intellettuali ascari, in molti casi, se non in tutti, democraticissimi euroservi “di sinistra” senza etica e senza vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/metaxas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4129" title="metaxas" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/metaxas-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong><em>Chrysí</em><em>̱</em><em> Av</em><em>̱</em><em>g</em><em>í</em><em>̱ (Aurora Dorata): nazionalismo e metaxismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Alba dorata originaria – Chrysí̱ Av̱gí̱ – è greca che più greca non si può ed esiste in vita non da una manciata d’anni, ma come partito dal 1993, cioè da un ventennio. Anzi, la rivista Chrysí̱ Av̱gí̱ è comparsa nei primi ottanta e il movimento è nato nel 1985, per opera del fondatore Nikólaos Michaloliákos, un ex delle forze speciali dell’esercito greco, attivo in politica fin da giovane. Il suo simbolo è il Meandro, cioè la greca, di color nero in campo rosso, che secondo alcuni assomiglia pericolosamente alla svastica. Echi nazionalisti, sovranisti e metaxisti caratterizzano questa formazione politica. E’ bene, volendo analizzare correttamente il fenomeno delle “albe dorate”, fare riferimento all’originale – il partito greco di  Michaloliákos e Christos Pappas – e considerare due aspetti rilevanti che lo connotano, oltre al supposto neonazismo, peraltro contestato da Alba dorata: il <em>nazionalismo greco</em>, indissolubilmente legato alla storia di quella nazione nel novecento e nell’ottocento, e il <em>metaxismo</em>, che non ha riscontro alcuno in altri paesi europei (né in Ungheria né in Italia). Partiamo dal secondo aspetto, per poi trattare il primo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong><em>metaxismo</em></strong>, sbrigativamente liquidato come “fascismo greco”, fa riferimento alla figura storica di Ioannis Metaxas, generale e uomo politico della Grecia nella prima metà del novecento. Classe 1871, nato nella mitica Itaca di Ulisse, Metaxas ha combattuto contro il tradizionale nemico turco e partecipato con alto grado alle guerre balcaniche del 1912-1913. Contrario all’entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, fiero oppositore di Venizelos, fedele al re Costantino I (di origini germaniche) che fu deposto dallo stesso Venizelos nel 1917, il generale Metaxas arrivò al potere grazie a Giorgio di Grecia, figlio di Costantino I, che nel 1935 si riprese il trono. Il suo governo, definito dittatoriale e fascista dai più, promosse misure a vantaggio dei lavoratori e del popolo, come la giornata lavorativa di otto ore e l’istituzione di forme di stato (e assistenzialismo) sociale, per acquisire il favore popolare e contrastare la crescente influenza comunista sulle masse. Una politica filo-popolare, non ostile al mondo del lavoro, e un atteggiamento filo-albionico in politica estera caratterizzarono il governo sicuramente autoritario di Metaxas. Questo personaggio, che non voleva la partecipazione greca al secondo conflitto mondiale, seppe respingere la dissennata invasione italiana della Grecia della fine dell’ottobre 1940, costringendo le truppe italiane a ripiegare in Albania. Criticato, ma anche amato dal popolo per la sua dedizione alla patria e le sue politiche socialmente equilibrate, il generale Metaxas morì alla fine di gennaio del 1941, con la seconda guerra mondiale in pieno corso. Un uomo di governo accusato di essere un dittatore, che aveva preso il potere in una situazione interna difficile, e non avendo molte alternative nel 1936 ha sospeso il parlamento e abrogato norme costituzionali. Un generale accusato di filo-fascismo che ha efficacemente difeso il suo paese dall’invasore italiano e fascista. Di lui possiamo dire, pur non essendo specialisti in storia della Grecia moderna, che fu contrario alla partecipazione ai due conflitti mondiali novecenteschi, che fu fedele al suo paese (e al re), che applicò politiche economiche e sociali favorevoli ai lavoratori, ai contadini, al popolo, alle classi dominate. Un duro militare, un ottimo comandante in grado di respingere l’attacco di Mussolini, sicuramente autoritario, ma non certo un mostro, un massacratore sociale ed effettivo, o un traditore del suo paese al servizio dei poteri esterni come lo sono stati, in questi anni, George Papandreou (l’”americano” da parte di madre, terza generazione di una celebre dinastia politica, dimissionato come Berlusconi), Lucas Papademos (il non eletto, ex vice presidente bce voluto dalla troika, simile al Monti commissario europide) e l’ultimo in ordine di apparizione, Antonis Samaras (il gestore del disastro finale, quello delle “larghe intese” con i resti del Pasok e con il Dimar moderatamente sinistrorso, uno che per noi italiani può corrispondere benissimo a Enrico Letta). Persino scontato il fatto che si possano apprezzare le politiche economiche e sociali di Metaxas – soprattutto in rapporto a quelle imposte alla Grecia di oggi dal fmi e dall’unione europoide, con la complicità dei collaborazionisti locali – e il suo secco no, Okhi, all’ultimatum di Mussolini del 1940.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio un’ora di libertà che un quarantennio di schiavitù e prigionia. I versi di Rigas Velenstinlis ben riassumono la lotta per l’indipendenza dal giogo ottomano e lo spirito del <strong><em>nazionalismo greco</em></strong>. Una lotta iniziata nel diciottesimo secolo, con la rivolta della Morea, e conclusasi formalmente il secolo successivo, nel 1832. Il patriottismo e il nazionalismo greci si sono diffusi, a partire dal mille e settecento secolo dei lumi e di grandi cambiamenti culturali, fra i fuoriusciti e gli esuli in Europa, gettando le basi per la lotta contro l’oppressore ottomano, al potere fin dal 1453, e per un vero e proprio “risorgimento greco”. A questo proposito, si ricorda il ruolo e il peso di una società segreta come la Filikí Etería, costituita a Odessa nel 1814, dal 1820 guidata da un protagonista della riscossa patriottica greca come <a title="Alessandro Ypsilánti" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Ypsil%C3%A1nti"><span style="color: #000000;">Alessandro Ypsilánti</span></a>. Questa società di amici, che adottò come simbolo un anello, fu preceduta da una società di mutuo soccorso costituita a Parigi. Fra i fondatori di Filikí Etería, si ricordano Athanásios Tsákalov ed Emmanuel Xánthos, che si impegnarono per l’indipendenza e la solidarietà fra i greci. In questo fiorire di associazioni patriottiche e culturali – la citata Filikí Etería non fu certo l’unica e la sola – ci fu anche lo “zampino” della massoneria, ma è proprio dagli ambienti degli esuli e degli emigrati nel resto d’Europa, che è arrivata una spinta decisiva per la guerra d’indipendenza contro l’impero ottomano. Altrettanto importanti furono le influenze esterne, come quella della Rivoluzione francese. La guerra d’indipendenza vera e propria iniziò nel 1821, dalla Patrasso dell’arcivescovo ortodosso Germanos all’Epiro, per opera di Alì Pascià. I turchi riuscirono a venire a capo della situazione con le armi, e molta impressione fece, nel resto d’Europa, il massacro della popolazione a Chio, nel 1822., tanto che giunsero volontari, più o meno illustri, a combattere dalla parte dei greci, come il poeta Lord Byron dall’Inghilterra e l’italiano Santorre di Santarosa. La causa greca ebbe molto sostegno all’estero e suscitò simpatia all’interno delle potenze europee di allora, e furono proprio la Russia, la Francia e la Gran Bretagna a risolvere – avendo, però, sempre presenti i loro interessi geostrategici di potenze imperiali – sconfiggendo la flotta ottomana a Navarino e occupando l’insanguinata Morea. In seguito, ci furono il trattato di Adrianopoli del 1829, che poneva la Grecia sotto il protettorato delle potenze vincitrici, e l’indipendenza successivamente sancita a Londra nel 1830. L’indipendenza non riguardò tutta la Grecia, perché alcune parti europee rimasero in mani ottomane, e sicuramente non i greci stanziati in Asia minore, ma si costituì con grande tributo di sangue un vero e proprio stato greco, che esiste ancor oggi. Le potenze vincitrici in qualche modo imposero ai greci la monarchia e affidarono il trono a un tedesco, nel 1832, Ottone, principe ereditario di Baviera. E’ chiaro che secoli di dominazione ottomana, sanguinosa e umiliante, nonché una lunga guerra per l’indipendenza, con grande tributo di sangue da parte della popolazione, restano nella “memoria storica” di un intero popolo – non solo delle sue “classi dirigenti” – continuando a influenzarlo nei decenni. Così è nel caso dell’”epopea” del popolo greco, alle origini della Grecia moderna. Lo spirito nazionale – troppo spesso confuso con un becero e interessato nazionalismo o con una vera e propria ideologia nazionalista – non è un fatto negativo, tanto più che lo spirito nazionale, nel novecento, animò non soltanto le destre, ma anche i comunisti greci, nelle loro lotte per il socialismo contro regimi oppressivi e contro gli assetti capitalistici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chrysí</em><em>̱</em><em> Av</em><em>̱</em><em>g</em><em>í</em><em>̱ (Aurora Dorata): razzismo, omofobia, antisemitismo e neonazismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il breve résumée storico che precede, articolato su due punti, lascia intendere che se veramente fossero soltanto il metaxismo e il nazionalismo greco a ispirare la politica e i comportamenti di Alba Dorata, non si potrebbe in alcun modo parlare di neonazismo, nonché di razzismo (biologico), omofobia e antisemitismo. Nella realtà, la Lega Popolare–Alba Dorata di Michaloliákos, attiva come movimento fin dagli anni ottanta e come partito dai novanta, presenta lineamenti e comportamenti ambigui, tali da porgere il destro ai pubblicisti della liberaldemocrazia, del libero mercato e dell’”Europa” monetaria e finanziaria che demonizzano chiunque osi porsi con un piede (o con tutti e due) fuori dal sistema. <em>L’ostilità nei confronti degli immigrati</em> di qualsiasi provenienza è valsa l’accusa di razzismo, <em>il duro comportamento nei confronti degli omosessuali</em> vale l’accusa di omofobia, <em>l’ostilità nei confronti degli ebrei</em> suscita l’accusa infamante di antisemitismo, <em>i riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo delle origini</em> alimentano i sospetti di neonazismo. Sono tutte cose vere, che poco hanno a che vedere con lo spirito nazionale greco e il metaxismo, ma che si possono convenientemente spiegare all’interno delle logiche manipolative e di dominio neocapitalistiche, nonché alla luce della costruzione unionista europoide, nella gabbia dell’eurozona.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’ostilità nei confronti degli immigrati</em></strong> non riguarda soltanto formazioni come Alba Dorata, non è limitata a quella che si definisce “estrema destra”, spesso aggiungendo xenofoba, ma è più in generale un riflesso del neocapitalismo, che fomenta la competizione, o vere e proprie guerre fra poveri (cioè fra neoplebi) per dominare incontrastato. Del resto, quella che possiamo chiamare a pieno titolo “società aperta di mercato” richiede la distruzione degli aspetti culturali tradizionali e specifici, una fraintesa multietnicità e soprattutto flussi di nuova manodopera a costo sempre più basso. Consideriamo, ad esempio, il caso danese, paese ancora ricco, non in situazioni di crisi (e subalternità all’unione europoide e alla bce) come l’Europa mediterranea. Anche in Danimarca, a causa delle dinamiche neocapitalistiche e globaliste, la questione dell’immigrazione è da anni molto sentita, creando allarme fra gli autoctoni. Il DF, Partito del popolo danese che ha fatto della lotta all’immigrazione la sua bandiera politica, appoggiando dall’esterno esecutivi di coalizione fra liberali e conservatori (esempio non italico di “larghe intese”), è riuscito a far passare misure restrittive a riguardo dell’immigrazione e degli immigrati. Il successo del DF (Dansk Folkeparti) è in buona parte ascrivibile alla lotta contro l’immigrazione e all’attenzione per l’identità culturale del popolo danese, ma non solo, perché questo partito, oltre che islamofobo, è “euroscettico”, favorevole al mantenimento dello stato sociale e … filo-israeliano. La fobia nei confronti degli immigrati non è prerogativa di formazioni violente e più o meno esplicitamente neonaziste, ma riguarda, oltre al citato DF danese, anche la Lega Nord in Italia, per anni partito di governo del tutto interno al sistema, con tanto di ministri e sottosegretari. Si tratta di una reazione generale dei popoli europei – per quanto scomposta, a volte violenta e ingiusta nei confronti degli immigrati – contro l’imposizione di una fraintesa multietnicità e della società aperta che fa il paio con il neocapitalismo finanziarizzato. E nello stesso tempo si connota sempre più spesso come una guerra fra poveri, messi in competizione da un modo storico di produzione – il nuovo capitalismo finanziarizzato – che ri-plebeizza le popolazioni europee attraverso lo strumento di dominazione unionista dell’euro e sfrutta forza-lavoro di altra provenienza, con poche pretese e a basso costo, suscitando e alimentando i flussi migratori, non di rado gestiti da organizzazioni schiaviste e criminali. Da un lato, ci si procura forza lavoro che non chiede particolari tutele, disposta a lavorare in condizioni inaccettabili per gli autoctoni, dall’altro si agisce sul potere d’acquisto e sulle paghe nominali degli europei, riducendole. E’ chiaro che la situazione può diventare esplosiva in presenza di tassi di disoccupazione alti o altissimi. Le paghe, in Grecia, si sono dimezzate dall’inizio della crisi suscitata dalla troika, dai mercati finanziari e dalla germania (volutamente in minuscolo), e il potere d’acquisto di salari e stipendi è in discesa, da anni, anche in Italia, mentre la disoccupazione è oltre il 25% in Spagna, dove le paghe si sono notevolmente abbassate, nonostante le menzogne dell’euroservo politico locale Mariano Rajoy e la finta ripresa. Persino in Germania c’è stata perdita di potere d’acquisto e riduzione delle paghe con i mini-job. L’ostilità nei confronti degli immigrati e il razzismo non sono prerogative di Alba Dorata e di formazioni simili nel resto d’Europa, ma sono altrettanti effetti della dominazione finanziaria e neocapitalistica, dentro e fuori dell’eurozona. Anche a questo servono la costruzione unionista europoide e l’euro. E’ certo, però, che devastare le misere bancarelle degli immigrati nei pressi del sagrato di una chiesa (per commercio illegale!), come hanno fatto esponenti di Alba Dorata nel 2012, non è un’azione coraggiosa, non ha niente a che vedere con una difesa efficace dei diritti del popolo greco e della sovranità nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il duro comportamento nei confronti degli omosessuali</em></strong> non è prerogativa di Alba Dorata e dei presunti neonazisti. Ci sono governi che si oppongo esplicitamente ai cosiddetti “diritti delle minoranze”, sponsorizzati al nuovo capitalismo e dal suo doppio politico, cioè la democrazia liberale di matrice anglo-americana. Pensiamo al governo russo e a Putin, che tentano un’estrema difesa delle specificità culturali dei russi e della famiglia tradizionale. Persino in Francia c’è stata una robusta e diffusa protesta popolare contro l’introduzione delle nozze gay da parte del governo socialista ed euroservo dello screditatissimo Hollande. Per dovere di chiarezza, preciso che personalmente non nutro sentimenti di netta ostilità nei confronti dei “sessualmente diversi”, ma non posso nascondere un po’ di insopprimibile fastidio “omofobico”. Tuttavia, non me la sento di condannare senza appello il governo russo e Putin, o i manifestanti francesi contrari a questo “diritto della minoranza”, poiché, secondo le mie personali chiavi di lettura della realtà sociale e politica, la questione omosessuale è sfruttata propagandisticamente dai pubblicisti del capitalismo finanziarizzato e della democrazia liberale per conseguire, a danno dei popoli e delle classi dominate, due risultati rilevanti. La distrazione di massa dai problemi economici che attanagliano tutti, eterosessuali e omosessuali, e la progressiva distruzione della famiglia tradizionale, che costituisce un ostacolo per una società completamente “aperta al mercato”, individualizzata all’estremo e immemore delle tradizioni. Il modello di “società aperta di mercato”, che si sposa con il modo di produzione sociale neocapitalistico, per affermarsi richiede la dissoluzione dei precedenti vincoli di classe, di comunità e anche il ridimensionamento del ruolo della famiglia costituita da un uomo, una donna e dai figli. Infatti, la famiglia è l’unità essenziale delle società umane, ma rappresenta un ostacolo sulla via della piena individualizzazione neocapitalistica e neoliberale dell’uomo. La grottesca caricatura di famiglia proposta dai “difensori dei diritti delle minoranze”, con riferimento ai cosiddetti matrimoni gay e alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali, contribuisce quantomeno a ridimensionare il ruolo della famiglia tradizionale, a beneficio della trasformazione della struttura sociale nel senso voluto dalle élite finanziarie dominanti. Ciò vale in linea di massima sia in Europa, dall’eurozona alla Federazione Russa, sia altrove nel mondo. Le associazioni di gay e lesbiche, inoltre, apparentemente favorite dall’imposizione di norme che esaltano i diritti delle minoranze a scapito della maggioranza, non di rado “ci marciano”, rivelando una certa dose di cinismo e di opportunismo. E trasformando i cosiddetti gay pride in manifestazioni pagliaccesche, carnevalesche quando non oscene, e persino provocatorie. E’ chiaro che in una situazione sociale tesa, di generale immiserimento e de-emancipazione di massa, che tende pericolosamente a precipitare da un momento all’altro, gli omosessuali – quanto gli immigrati – possono diventare l’obbiettivo di vigorose reazioni di segno contrario, come quella rappresentata da Alba Dorata. E questo indipendentemente dalla maggior o minor crudezza delle azioni “omofobiche”, anche nel caso in cui la cosiddetta omofobia si limita alla distribuzione di volantini contro il gay pride, come ha fatto la formazione politica greca in occasione del gay pride di Atene del 2005. Per quanto mi riguarda, è proprio la strumentalizzazione della questione omosessuale, operata dai pubblicisti del mercato, dai diffusori del “politicamente corretto” e dai servitori politici del nuovo capitalismo, a generare in qualche misura reazioni, anche violente, di segno contrario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’ostilità nei confronti degli ebrei</em></strong>, non sempre limitata a una critica al movimento sionista e alle politiche dei governi israeliani in Palestina, è storia vecchia. Spesso è un’eco del passato, perché in vaste aree d’Europa la presenza ebraica è ormai del tutto marginale e, quindi, si tratta di un antisemitismo senza ebrei. Ancor oggi, nella difesa dell’integrità territoriale, culturale e nazionale – argomento al quale sono molto sensibili i gruppi detti di destra o di estrema destra – si individuano come nemici principali le “lobby sioniste” e “l’onnipotenza ebraica”. Ciò accade anche in Grecia, naturalmente, e la questione investe, oltre che formazioni politiche come Alba Dorata, addirittura alcuni membri del clero ortodosso, che dal pulpito attaccano ebrei e sionismo. Tuttavia c’è da credere che nel caso di Alba Dorata l’antisemitismo e il negazionismo siano marginali e strumentali, utili, in campagna elettorale, a far parlare del partito, dentro e fuori il paese, e ad attrarre qualche voto in più. Per quanto mi riguarda, l’olocausto ebraico per mano dei nazisti tedeschi (e dei tedeschi in generale, complici come popolo) è diventato una vera e propria “religione olocaustica” – esattamente come ha scritto Costanzo Preve in Elementi di Politicamente Corretto – usato strumentalmente per eternare i sensi di colpa e la subalternità europea nei confronti dell’oltre oceano, e destinato, in quanto religione, addirittura a sostituire il cristianesimo e lo stesso ebraismo. Antisemita diventa, perciò, anche chi si permette semplicemente di criticare le politiche adottate dai governi d’Israele nei confronti dei palestinesi, o le azioni e gli scopi del movimento sionista, senza che gli passi neppure per la mente di inneggiare all’espulsione o allo sterminio degli ebrei in quanto tali, o di negare la veridicità storica dell’olocausto. Una corrente antisemita, in Grecia, si sviluppò fra le due guerre mondiali, sia pur in forme meno violente ed estreme rispetto a ciò che accadde in Germania, in Ungheria e in Romania. Persino a Salonicco – che per molto tempo, dal mille e cinquecento ai primi del novecento, fu città europea sotto dominazione ottomana a maggioranza ebraico-sefardita e poi, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, al 40% – non vi furono gli eccessi antisemiti che funestarono l’Europa centrale (pogrom del 1931 con incendio di un quartiere ebraico a parte). Tanto più che l’ascesa al potere di Metaxas, nel ’36, interruppe le violenze antisemite. Alcuni ebrei greci e di Salonicco, scampati ai campi di sterminio tedesco-nazisti, combatterono con i partigiani comunisti dell’Elas e poi parteciparono alla guerra civile greca (1946-1949) dalla parte dei comunisti, mentre altri combatterono nella guerra civile fra le file dei governativi. In conclusione, l’antisemitismo non è propriamente greco. In Grecia ha rappresentato un fenomeno meno vistoso e meno drammatico rispetto ad altri paesi europei, e lo sterminio degli ebrei greci nei primi anni quaranta è notoriamente opera dei tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/images.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4130" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/images.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a><strong><em>I riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo</em></strong>, secondo alcuni, sono riflessi dallo stesso simbolo del partito, un pezzo di antico Meandro greco, scelto opportunamente, a imitazione della svastica, e rappresentato in campo rosso. L’uso della croce celtica, che ha connotato nel dopoguerra vari movimenti di estrema destra in Europa è anche cosa vera. A questo si aggiungono le cose scritte sulla rivista alle origini del movimento (e poi del partito) Chrysí̱ Av̱gí̱ e le dichiarazioni recenti e passate di esponenti della formazione, a partire dal “socio” fondatore Nikólaos Michaloliákos. A ciò si aggiungono, inoltre, l’atteggiamento negazionista in relazione all’olocausto ebraico e la difesa dei collaborazionisti greci, al servizio dell’asse nella seconda guerra mondiale, gli Euzoni di Ioannis Rallis. In un’intervista alla rivista geopolitica Limes del dicembre dello scorso anno, il giornalista greco Dimitri Deliolanes, che ha scritto addirittura un libro sulla presunta minaccia della “Grecia nazista” nei confronti dell’Europa, sostiene che Alba Dorata è il partito dei seguaci di Hitler, parla di adesione totale al nazismo, poiché <em>“non c’è aspetto che venga tralasciato: l’antisemitismo, le teorie razziali, l’elemento esoterico riportato addirittura nel nome, che richiama Golden Down</em>.” Sostiene Deliolanes, in tal caso giustamente, che il nazionalismo greco non ha nulla a che vedere con la teoria del sangue e della razza alla quale sembra aver aderito Alba Dorata, prevalendo gli aspetti culturali. Delionanes, nonostante l’evidente sopravvalutazione del fenomeno Alba Dorata, giunta finora ad un picco nazionale di appena il 7% dei voti, risponde in modo abbastanza sensato all’intervistatore, quando afferma quanto segue: <em>“</em><em>L’Ue ha applicato in Grecia </em><span style="color: #000000;"><a href="http://temi.repubblica.it/limes/contro-larroganza-della-germania/38345" target="_blank"><span style="color: #000000;">una politica fallimentare</span></a></span><em>, mentre la classe dirigente nazionale pur di nascondere le proprie responsabilità nella crisi non ha fatto altro che accettare passivamente le ricette di Bruxelles. Il risultato è stato che agli occhi dell’opinione pubblica greca sia l’Unione Europea sia la classe politica nazionale sono apparsi totalmente delegittimati e le istanze di critica della democrazia provenienti da formazioni di estrema destra come Alba Dorata [Ad] hanno guadagnato consensi.”</em> Non dice, però, che trattandosi dell’insorgenza di una questione sociale gravissima, addirittura epocale, si può addirittura apprezzare uno come Hitler (al quale Michaloliákos fa l’occhiolino) per le sue politiche economiche e sociali, a fronte di politiche euroglobaliste e finanziarie di rapina, particolarmente distruttive per i paesi e i popoli soggetti. Politiche dei poteri esterni supportate e applicate da classi dirigenti collaborazioniste della troika, in condizioni di cessione integrale della sovranità dello stato. A dire il vero, secondo alcuni è stato proprio un folle e sanguinario dittatore come Adolf Hitler il più grande keynesiano della storia. Con altre parole, uno che ha concretamente applicato nel suo paese, sia pur per la sola “razza ariana” e nell’imminenza di una guerra di conquista dell’Europa, misure economiche rivolte a massimizzare l’occupazione, gli investimenti e a espandere la domanda aggregata, con l’intervento di uno stato sovrano in grado di imbrigliare il mercato. Questo è il punto. Per chi è soggetto alla strage sociale neoliberista ed europoide, per chi concretamente rischia fame, disperazione e morte, data la situazione di emergenza in cui si trova, anche un neonazismo dalle forti connotazioni sociali, stataliste e dirigiste – che promette di assicurare pane, stabilità nel lavoro e reddito – può essere migliore di questo capitalismo, democratico, politicamente corretto, (euro)globale, inevitabilmente e volutamente stragista, per le sue dinamiche finanziario-elitiste di sfruttamento integrale. L’unione europoide promette soltanto riduzione forzata del debito, stabilità insensata dei conti pubblici, difesa strenua della moneta unica in mani private e delle entità bancarie, altrettanto private. Sovranità nazionale politica e monetaria, diritto al lavoro e attenzione per la socialità sono antitetici rispetto al “progetto europeo” in atto, di matrice squisitamente neocapitalistica e neoliberale. Un progetto pensato, elaborato e applicato contro i popoli europei, che ha avuto come primo banco di prova e come prima cavia proprio la Grecia. Nessuno stupore, quindi, in una situazione emergenziale come quella greca – creata dalla dominazione neocapitalistica e dall’unionismo europide, che è una sua struttura sopranazionale di potere – se nelle elezioni politiche del giugno 2012 Chrysí̱ Av̱gí̱ è arrivata a un (comunque modesto) 7% dei voti, con 18 seggi in parlamento. Nonostante i forti sospetti di neonazismo e i media avversi. Quando ti mettono le tasse sulla casa nella bolletta dell’energia elettrica, così se non le paghi, perché non hai più reddito sufficiente, ti tagliano anche la luce, com’è accaduto in Grecia, capisci che è l’impianto europide e neoliberista di potere, supportato dai collaborazionisti locali (pasok, nuova democrazia, persino l’ inutilissima syriza che trattiene la vera protesta), il tuo vero nemico, la vera minaccia per la tua stessa sopravvivenza. Parimenti, quando sei costretto a portare cibo e medicinali a un parente ricoverato, per la sottrazione di risorse alla sanità pubblica, cominci a riflettere seriamente e, messo con le spalle al muro, puoi giungere a quelle conclusioni. Persino un dissennato tentativo di riedizione del nazismo, montando la disperazione sociale, può rappresentare un’alternativa migliore, una via di fuga praticabile. Se il nazismo, quello originale e tedesco, ha significato storicamente violenza e guerra, il neocapitalismo finanziario, democratico, liberale e da noi europide, significa, già oggi, ma soprattutto in prospettiva futura, ancor più violenza e ancor più guerra, sociale e tradizionale. Un male in prospettiva peggiore del vecchio “male assoluto” europeo, incarnato dal nazismo storicamente esistito. In conclusione, mi sento di fare una semplice considerazione sul neonazismo, che non vale esclusivamente in Grecia, ma per tutta l’Europa sotto il giogo unionista. Si tratta principalmente di un effetto della situazione sociale e politica innescata nell’eurozona dai trattati, delle prassi mercatiste antipopolari e della moneta unionista. Più precipita la situazione e più il fenomeno neonazista trova terreno fertile. Il rigetto, da parte delle popolazioni vessate, del “progetto europeo”, del capitalismo rigorista finanziario, che sfrutta il ricatto del debito e della moneta, ed anche della stessa democrazia liberale, ancella politica neocapitalista (meglio sarebbe scrivere prostituta), può assumere forme discutibili in assenza di vere alternative politiche, integrali, chiare e strutturate. Ma nella sostanza il rigetto della falsa Europa unionista e della sua democrazia, qualunque direzione si segua, è perfettamente spiegabile, condivisibile e addirittura “fisiologico”. Astraendo dalla disgustosa propaganda sistemica, europoide e neoliberale, che lo strumentalizza per i suoi scopi, osserviamo che il neonazismo è parte del nuovo male assoluto neocapitalistico e non può rappresentare una vera cura, ma semplicemente un effetto del grande male dell’epoca. Ciò che vale per Chrysí̱ Av̱gí̱ accusata di neonazismo vale, più in generale, per le tutte le “albe dorate” e i partiti o i movimenti con caratteristiche simili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Albe dorate e altri albori nell’alba tragica europea</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’allarme intorno al ricomparire di partiti e movimenti che si ispirano al nazismo mobilita tutte le forze “politicamente corrette” e più o meno esplicitamente europoidi. Benché formazioni politiche con questa ispirazione esistono da decenni, oggi, in situazioni di crescente tensione sociale e di possibile rivolta all’interno dei paesi oppressi, danno particolarmente fastidio “al manovratore” sopranazionale. Il motivo è semplice da comprendere e poco ha a che vedere con fantomatici principi democratici e di libertà, sbandierati propagandisticamente. Latitando forze cosiddette di sinistra che tentano una difesa degli interessi delle classi dominate contro la tirannia unionista – tutte “comprate” e ascare, quando non neutralizzate o estinte – sovranisti, nazionalisti, “euroscettici”, populisti e persino i cosiddetti neonazisti possono sperare di raccogliere a piene mani il consenso popolare, dando voce al disagio profondo nella società, colmando il deficit di rappresentanza politica  e aumentando la loro forza e la loro influenza. L’avvio di una fase che io definisco protorivoluzionaria (per distinguerla dalla vera Rivoluzione) potrebbe essere vicino, nel vecchio continente. Piuttosto che morire di euro, mercati globalizzati e debito pubblico (e di democrazia, prostituta neocapitalistica) i popoli potrebbero decidere di “lavorare con la legna che c’è in cantiere”, appoggiando queste forze politiche emergenti. Fra queste, non andando troppo per il sottile, anche le “albe dorate”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo l’attivista e libertario Yorgo Mitralias, Alba Dorata (da lui definita “peste nera”) non è solo un fenomeno greco, perché <em>“L’esplosione della destra neofascista in Grecia, somiglia a quelle degli anni Trenta, durante una crisi economica e sociale simile a quella attuale.”</em> C’è ovviamente una parte di verità in queste parole e come specifica lo stesso Mitralias la crisi e le tragedie sociali che la accompagnano non sono specificamente greche. Quelli “di sinistra”, però, demonizzano e creano il mostro lasciando volutamente in ombra i due punti essenziali della questione: 1) Il fenomeno in questione è un effetto, politico e sociale, di questo capitalismo globalizzato, che fra i suoi strumenti di dominio e di esproprio di diritti e risorse annovera le “istituzioni europee” unioniste, la bce, la commissione e la moneta unica. Si tende, ipocritamente, a scambiare la causa con l’effetto, oppure a far apparire il fenomeno in questione originario, o comunque peggiore del male che l’ha generato (cioè il neocapitalismo finanziarizzato). 2) Le gravi responsabilità e le colpe della sinistra europea, totalmente subalterna al neocapitalismo, fagocitata negli impianti di dominio e potere della democrazia liberale e collaborazionista delle eurocrazie che hanno creato l’eurolager. Disposta a sostenere governi di tecnocrati non eletti che applicano i programmi della bce, della commissione e del fmi (Papademos e Monti). Ciò vale per il ridimensionato pasok greco come per il vergognoso pd italiano. Si scrive, per esorcizzare Alba Dorata e forse per mondarsi l’anima, un Manifesto Antifascista Europeo e si manifestano intenzioni “movimentiste” per combattere il piccolo mostro neonazista, prima ancora delle eurocrazie assassine che ci tengono in pugno. C’è la paura, nei “sinistri” che fanno da ruota di scorta al progetto europoide contribuendo alle sofferenze sociali, di essere addirittura “scavalcati a sinistra”, in termini di credibilità e consensi, da forze che interpretano, seppur in modo insufficiente, parziale e talora distorto, i reali bisogni dei popoli europei. Non obbedendo, come fanno i “sinistri” più o meno scopertamente, alla voce del padrone europoide e globalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per demonizzare, screditare ed esorcizzare le predette forze, agitando gli spettri del fascismo e del nazismo novecenteschi, si scrivono libri “di analisi” come il recente Estrema destra del “sinistro” Guido Caldiron, a colloquio sul tema con Giacomo Russo Spena per la rivista italiana radical-chic e politicamente corretta (anche online) MicroMega. Rispondendo a Russo Spena, in merito ai contenuti del suo libro presentato come attenta mappatura dei nuovi fascisti in occidente, Caldiron afferma quanto segue: <em>“Nel corso dell’ultimo decennio – data simbolo di partenza è l’11 settembre – si è assistito allo sviluppo di potenti movimenti populisti di destra che prendendo completamente le distanze dal repertorio neofascista o neonazista hanno saputo costruire un vocabolario politico dell’intolleranza e del pregiudizio che è stato accettato dalla società: il nuovo razzismo, che si traveste da difesa della democrazia dalla “minaccia” islamica, da protezione del welfare per gli autoctoni contro “i costi” dell’immigrazione o, come si è visto di recente in Francia, da baluardo della famiglia tradizionale contro i diritti di gay e lesbiche, ha imposto così nei fatti una vera e propria normalizzazione di idee che in realtà si basano sull’odio e il disprezzo dell’”altro”. All’ombra di questo fenomeno di massa, rispuntano poi anche i gruppi apertamente neofascisti o neonazisti.”</em> La protezione del welfare e la difesa della famiglia tradizionale si baserebbero, inevitabilmente, sull’odio e sul disprezzo dell’”altro”. Non costituirebbero in primo luogo emergenze sentite dalle popolazioni e suscitate dal neocapitalismo delle eurocrazie. Secondo Caldiron, chi difende lo stato sociale (e l’equità sociale), nonché le identità culturali e la famiglia o è un tristo “populista di destra”, oppure fa parte di gruppi apertamente neofascisti o neonazisti. Le accuse a questi partiti e movimenti (nelle varie realtà nazionali abbastanza eterogenei) nascondono abilmente l’avallo a politiche neoliberiste – come quelle europoidi – che vanno oggettivamente contro lo stato sociale, le tradizioni dei popoli e la famiglia. Infatti, le sinistre presenti nei parlamenti liberaldemocratici d’Europa si guardano bene dal difendere strenuamente il welfare, con moti di piazza, se necessario, e di contraddire apertamente la cosiddetta troika. In Italia il pd, che ha in mano il governo e le istituzioni per conto dei poteri esterni, si erge da tempo a “diga” contro il populismo (leggasi contro i concreti interessi popolari), si presenta come difensore della democrazia e lavora propagandisticamente per i “diritti delle minoranze”, da contrapporre subdolamente a quelli della maggioranza che si sostanziano in pane e lavoro. Lo stesso fa il truffaldino e “sinistro” sel, ricompensato dopo le ultime elezioni per il rinnovo del parlamento con la presidenza della camera. La linea politica è sempre quella, unica e senza alternative. Dettata dallo stesso padrone sopranazionale che semina disoccupazione, deindustrializzazione e miseria nel paese. Il “progetto europeo”, davanti al quale le sinistre oggettivamente si prostrano, prevede la trasformazione delle società in “società aperta di mercato”, con tutte le implicazioni culturali, sociali ed economiche del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla questione della diffusione delle “albe dorate” in Europa, si può citare ancora una volta l’”attivista” Yorgo Mitralias, che ha scritto: <em>“Non soltanto Alba Dorata viene emulata in particolar modo in Europa Centrale e dell’Est (Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia, Russia…), ma si assiste anche alla banalizzazione galoppante del razzismo più violento, dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’odio pogromista contro gli immigrati, i diversi.”</em> Nonostante questo, notiamo che mentre la crisi strutturale neocapitalistica, che si accanisce sull’Europa, continua a mietere vittime, a falciare posti di lavoro, a ridurre i redditi popolari, la diffusione del modello Alba Dorata sembra ancora piuttosto modesta. Nell’Ungheria di Viktor Orban e della Fidesz che rifiuta la troika e la superiorità della germania, fuori dall’eurozona, ma dentro l’unione, da una costola dello Jobbik alla fine del 2013 è nata Magyar Hajnal, formazione politica che ha qualche similitudine con quella greca, ma senza legami diretti con i greci. Il capo è un ex dello Jobbik, tale Andras Kisgergely, che contesta con forza il moderatismo del partito che l’ha espulso. Il programma della nuova formazione ungherese è decisamente nazionalista, anti-zingaro (gli zingari sono piuttosto numerosi da quelle parti), anti-unionista e volto a chiedere la revisione del trattato di Trianon, che dopo la prima guerra mondiale tolse molti territori alla sconfitta Ungheria. A dimostrazione che non si può parlare di un “blocco nero” coeso, i rapporti fra lo Jobbik e il nuovo raggruppamento Magyar Hajnal sembrano piuttosto tesi, tanto che per lo Jobbik questo partito è guidato da “persone disturbate”. Le fortune di Magyar Hajnal, in termini di consensi fra gli ungheresi, sono ancora tutte da verificare. Anche da noi c’è Alba Dorata Italia, pur minuscola. Anzi, sembra che ce ne sia più di una, perché esiste Alba Dorata Europa, che ha nel suo programma la sanità pubblica gratuita per tutti gli italiani e pensioni non inferiori ai mille euro mensili, accanto all’eliminazione servizio pubblico negli stadi(!) e all’inviolabilità delle cosiddette forze dell’ordine(!!). Poca cosa, in effetti, tanto che Alba Dorata Italia ai primi di gennaio, nella persona del segretario nazionale Bruno Berardi ha dichiarato di voler sciogliersi ed entrare in Fiamma Tricolore, in vita da un ventennio quale tentativo (fallito) di “rifondazione” del vecchio MSI. Come si nota, non è molto, anche se la propaganda filo-europoide e filo-globalista ci ricama sopra. Un buon pretesto e un ottimo spauracchio, quello del neonazismo, per oscurare ancor di più la questione sociale e le responsabilità politiche che ne stanno alla base.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Eugenio Orso, saggio scritto fra il 10 e il 19 gennaio 2014</em></strong></p>
</div>
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		<title>IL CAPITALE, L&#8217;IMMIGRAZIONE E IL SUICIDIO A SINISTRA</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Oct 2013 16:02:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Emiliano Brancaccio]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Passarella]]></category>
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		<description><![CDATA[ di Emiliano Brancaccio Fonte: emilianobrancaccio.it 11 ottobre. Contestare il reato di immigrazione clandestina senza aprire una contesa più generale per il controllo dei movimenti di capitale e per un’alternativa di politica economica, costituisce un suicidio politico. Spunti di riflessione per una “sinistra” allo sbando, da tempo incapace di dare coerenza logica alle fondamentali battaglie contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 class="post-title entry-title" style="text-align: right;"> di Emiliano Brancaccio</h3>
<p style="text-align: right;">Fonte: <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2013/10/10/liberare-i-migranti-senza-arrestare-i-capitali-un-suicidio-politico/" target="_blank">emilianobrancaccio.it</a></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"></div>
<p><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><em><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/10/immigrazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3914" title="immigrazione" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/10/immigrazione-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>11 ottobre.</em> Contestare il reato di immigrazione clandestina senza aprire una contesa più generale per il controllo dei movimenti di capitale e per un’alternativa di politica economica, costituisce un suicidio politico. Spunti di riflessione per una “sinistra” allo sbando, da tempo incapace di dare coerenza logica alle fondamentali battaglie contro l’avanzata dei movimenti xenofobi e razzisti.</span></span></p>
<p>Pubblicato sul <em>Financial Times</em> il 23 settembre scorso, il <a href="http://www.theeconomistswarning.com/">“monito degli economisti”</a> denuncia la mancata volontà delle classi dirigenti europee di concepire una svolta negli indirizzi di politica economica, e individua in tale mancanza una causa delle “ondate di irrazionalismo che stanno investendo l’Europa” e dei relativi “sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo”. La recente tragedia di Lampedusa costituisce un esempio terrificante delle conseguenze di questa palese ignavia politica. Il riferimento non è solo al raccapricciante tentativo del Presidente della Commissione europea Barroso di mettere un velo su questa vicenda ricorrendo a una elemosina. Il problema sta pure nel modo in cui le forze di sinistra si sono lanciate in una battaglia per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina previsto dalla legge Bossi-Fini.</p>
<p>Naturalmente, nessuno qui nega che sia giusto cercare di intercettare il moto di sdegno che ha attraversato il paese, di fronte alla notizia che i superstiti del disastro di Lampedusa subiranno anche la beffa di essere imputati per il reato di clandestinità. Ma bisogna rendersi conto che oggi più che mai la politica non può esser fatta solo di sdegno o di mani passate sulla coscienza. Soprattutto in tempo di crisi, la politica è alimentata in primo luogo dalla volontà dei singoli e dei gruppi di difendere i propri interessi, di dar voce alle proprie istanze. Le forze di sinistra dovrebbero ricordare che siamo nel mezzo di una catastrofe occupazionale che dall’inizio della crisi ha visto crescere i disoccupati di 7 milioni di unità in Europa e di un milione e mezzo soltanto in Italia. Per le forze politiche avverse agli immigrati si tratta di una manna, di un terreno elettorale fertilissimo. Se non si vuole che la lotta contro il reato di immigrazione clandestina si trasformi in un boomerang dal punto di vista dei consensi, occorre allora collocare quella lotta in una più generale analisi della crisi e in uno sforzo di individuazione delle risposte politiche realmente in grado di fronteggiarla.</p>
<p>A questo scopo, bisognerebbe iniziare a fare i conti con il nuovo “liberismo pragmatico” di questi ultimi tempi, che da un lato difende a spada tratta la deregolamentazione finanziaria e la relativa, completa libertà di movimento internazionale dei capitali, e dall’altro lato asseconda aperture alternate a repressioni sul versante delle migrazioni di lavoratori. Il problema è che fino a quando i capitali potranno liberamente spostarsi da un luogo all’altro del mondo, la quota del prodotto sociale attribuita ai profitti e alle rendite resterà indipendente e quindi prioritaria rispetto alla quota destinata al lavoro. Prima che arrivino a intaccare seriamente i profitti, le eventuali pressioni salariali e fiscali verrebbero infatti inibite dalla minaccia di una fuga dei capitali all’estero. Per i lavoratori residenti, dunque, sotto queste condizioni non ci saranno molte possibilità di influire sulla distribuzione del prodotto sociale. Essi saranno costretti a ripartire con gli immigrati una parte residuale della produzione. Questa ripartizione del residuo evidentemente rischia di scatenare la più classica guerra tra poveri, specialmente in una fase in cui la produzione cade o ristagna. Scopo dei reati di clandestinità e dei controlli repressivi alle frontiere può allora consistere nel tenere questa guerra a un livello di bassa intensità. Queste misure assumono cioè il ruolo di “cuscinetto” tra nativi e stranieri, che può essere sgonfiato o meno a seconda delle circostanze, e che permette di gestire lo scontro tra lavoratori interni ed esterni secondo i fini prioritari della riproduzione del capitale.</p>
<p>Qualcuno avrà forse notato che nel ragionamento suddetto non vi è spazio per alcuni tipici luoghi comuni della politica corrente, come quelli secondo cui «l’immigrazione è indispensabile alla nostra economia» oppure «gli immigrati, in quanto giovani, sono gli unici in grado di evitare il collasso del nostro sistema previdenziale». Queste affermazioni trovano il loro appiglio nei teoremi della economia neoclassica dominante, dai quali scaturisce il fantasioso convincimento secondo il quale la disoccupazione non esiste, e quindi l’immigrato contribuisce automaticamente alla crescita del prodotto sociale. Per quanto costituisca tuttora uno degli alibi preferiti da parte dei <em>policymakers </em>europei, questa tesi è priva di fondamento, è smentita dai dati empirici e dai fatti storici. Né vale la tesi della teoria <em>mainstream</em> più recente, secondo cui i mercati del lavoro sarebbero segmentati, per cui il lavoro svolto dagli immigrati sarebbe complementare e non si sostituirebbe mai a quello dei nativi. La verità è che in condizioni di libera circolazione dei capitali – e di relativo smantellamento della produzione pubblica – non è certo la volontà dei singoli ma è il meccanismo di riproduzione capitalistica, con la sua instabilità e le sue crisi, che decide della distribuzione, della composizione e del livello della produzione e dell’occupazione. In un simile contesto l’immigrato non costituisce di per sé un fattore di crescita della ricchezza. Piuttosto, è la dinamica capitalistica a determinare il suo destino, ossia il suo impiego in aggiunta oppure in sostituzione – e quindi in competizione – con i lavoratori nativi. Bisognerebbe insomma guardare in faccia la realtà, e abbandonare sia gli alibi della teoria dominante sia le fantasiose rappresentazioni del conflitto suggerite dagli ultimi epigoni del <em>negrismo</em>. Il migrante, infatti, non rappresenta necessariamente né una “forza produttiva” né una “forza complementare” né tantomeno una “forza sovversiva”, ma può al contrario rivelarsi, suo malgrado, uno strumento di repressione delle rivendicazioni sociali.</p>
<p>Alla luce di quanto detto, dovrebbe esser chiara un’esigenza: alle giuste mobilitazioni contro il reato di immigrazione clandestina bisognerebbe affiancare, in primo luogo, il rilancio delle proposte finalizzate al controllo politico dei movimenti di capitale. Dove per controllo dovrebbe intendersi il ridimensionamento dei mercati finanziari e il riassorbimento, nell’ambito della dialettica politica, della questione cruciale del riequilibrio dei conti esteri. Il ripristino di una rete di controlli sui capitali è una delle condizioni necessarie per impedire che lo scontro distributivo e occupazionale continui ad esprimersi solo tra i lavoratori, in particolare tra nativi e migranti. Potremmo affermare, insomma, che se l’intenzione fosse davvero quella di “liberare” i migranti allora bisognerebbe iniziare ad “arrestare” i capitali, ad imbrigliarli cioè in un sistema di controlli simile a quello che sussisteva fino agli anni ’70 del secolo scorso [1]. Se non sussisteranno le condizioni per collocare la partita per una più civile legislazione sull’immigrazione in una contesa più generale sulla politica economica, la predizione del “monito degli economisti” sarà confermata: una sempre più vasta prateria di consensi verrà lasciata all’onda nera dei movimenti xenofobi.<br />
<span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="color: #073763;"><span style="font-family: 'Trebuchet MS',sans-serif;"><br />
NOTE</span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="color: #073763;"><span style="font-family: 'Trebuchet MS',sans-serif;">[1] Per approfondimenti, si rinvia al capitolo “Contro il liberoscambismo di sinistra”, in Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/04/lausterita-e-di-destra-2/">“L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa”</a>, Il Saggiatore, Milano 2012.</span></span></span></span></span></p>
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		<title>Ramona e i suoi bambini in prigione a cielo aperto</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Aug 2010 14:18:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Onori</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[ramona]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Onori Questa storia non è italiana, proviene dalla vicina Svizzera. Ho conosciuto la storia, o meglio, l’incubo di Ramona qualche anno fa. Ed ora, i problemi non sono finiti. Più passa il tempo e più sembrano aumentare. La storia di Ramona e dei suoi bambini è lunghissima ed è tutta basata sulla speranza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: left;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/08/vignette-razzismo-svizzera.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1510" title="vignette-razzismo-svizzera" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/08/vignette-razzismo-svizzera-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>di Andrea Onori</div>
<div style="text-align: left;"></div>
<div style="text-align: justify;">Questa storia non è italiana, proviene dalla vicina <strong>Svizzera</strong>. Ho conosciuto la storia, o meglio, l’incubo di <strong>Ramona </strong>qualche anno fa. Ed ora, i problemi non sono finiti. Più passa il tempo e più sembrano aumentare. La storia di Ramona e dei suoi bambini è lunghissima ed è tutta basata sulla speranza di trovare una sicurezza e una felicità mai avuta.</div>
<p style="text-align: justify;">Tutto quanto ha inizio un pomeriggio in un parco giochi dove Ramona portava sua figlia a giocare.<br />
“Eravamo come sempre un gruppo di amiche – racconta Ramona – ma quella volta si aggiunse anche un uomo”. Tutto inizia da lì, quando conobbe un ragazzo di origine marocchina. Il 16 agosto del 1999, si sposarono davanti al municipio di <strong>Bellinzona </strong>“visto che a <strong>Lugano </strong>avevano rifiutato di compiere il matrimonio fra una cittadina svizzera e un cittadino marocchino”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il loro matrimonio non è stato rosa e fiori, anzi, i problemi coniugali iniziarono sin da subito. Poi, la mancanza di soldi aggravava sempre di più la situazione familiare. Due giorni prima del matrimonio, Ramona, però scopre di essere <strong>incinta</strong>. Sembra ristabilita la calma, ma tutto ora diventa più difficile. Il 5 febbraio 2004 scoprì di essere di nuovo incinta “Ho nascosto la gravidanza. Successivamente scoprì che la bimba era malata e che sarebbe stato opportuno abortire”. La mattina dell’intervento Ramona si è recata da sola in ospedale “e senza il sostegno di lui, che mi avrebbe dato forza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso la fine di agosto, il marito di Ramona sparì senza dire nulla. “Per 10 giorni – racconta Ramona &#8211; ho pianto ininterrottamente, non sapevo che cosa le fosse successo. Pensavo a qualcosa di male, anche perchè non avevamo litigato”. Poi, la polizia è riuscì a trovarlo e da lì è iniziato tutto un percorso infernale per Ramona“. Avevo perso molti chili ma alla fine mi ero arresa e non potevo più riaverlo”. All’inizio era solo un periodo di incredulità, poi, dopo un po’ di tempo sono apparsi i primi segnali di difficoltà, “non riuscivo a credere che lui era scomparso nel nulla senza nessun apparente motivo”. Ramona contatta la psicologa, la Dr ssa F.Bianchi, per aiutare la sua piccola.</p>
<p style="text-align: justify;">La bambina si trovava bene a scuola, la <strong>Bertaccio</strong>, “era una scuola stupenda, con dei maestri stupendi. La maestra di mia figlia, la Sig.ra D.Scopazzini, era stupenda e meravigliosa”. Dopo che ha avuto a scuola la sua bambina, scopre che sarebbe stata la maestra anche del suo bambino. Purtroppo arrivò la notizia che nella scuola, una classe, doveva chiudere per mancanza di iscrizioni. “La maestra fu spostata in un’altra scuola e alla scuola dei miei bambini venne un’altra”. La classe di mio figlio non era così facile da gestire, ma la Scopazzini ci riusciva meglio di nessun altro, “Io credo che alla fine con mobbing e cattiveria sono riusciti a strappare la maestra dalla nostra classe”.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo momento è “l’inizio della fine, per mio figlio e per me”. Il piccolo bambino, dopo che il papà era scappato, ha iniziato a manifestare i primi segni di debolezza e di difficoltà a scuola. Per questo motivo, “ho portato anche lui dalla Psicologa, la Dr.ssa Blasera”.</p>
<p style="text-align: justify;">A scuola, con la nuova maestra, i bimbi iniziavano ad essere più irrequieti e “si mettevano tutti contro tutti. Non la accettavano”. In classe succedeva di tutto e non era facile trattare bambini irrequieti. “<strong>Mio figlio per mesi, mesi e mesi ha ricevuto insulti dalla peggior sorte</strong> da parte di altri bambini”. Poi, un giorno, stufo degli atti di razzismo perpetrati dai bambini, che ovviamente imparavano dai “grandi” e in famiglia, il bimbo di Ramona  rispose alle provocazioni e alle botte “che tuttavia ancora oggi riceve”. Da allora il suo bambino è stato giudicato dai grandi come cattivo e violento. Il bambino di Ramona dopo aver subito ancora una volta, prende una scopa e la lancia addosso ad un suo compagno di scuola. Le conseguenze di questo gesto sono “ terribili e ancora non sono finite”. Dopo quello che era successo, prima delle vacanze estive del 2009, Ramona viene invitata a parlare con il direttore della scuola, A.Foglia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sono stata attaccata e aggredita. Mi viene detto che io praticamente sarei una mamma debole e incapace”. <strong>Il figlio di Ramona viene etichettato, come spesso si fa oggi, come un piccolo bullo da isolare</strong>. “Se sarebbe successo ancora qualcosa, sarebbe stato buttato fuori”. All’inizio dell’anno scolastico 2009 –2010, i bimbi riprendono l’attività scolastica e succede che il figlio di Ramona litiga con un suo compagno si scuola. “Il direttore di conseguenza, e senza che io fossi stata avvisata, ha chiamato le autorità”. Il pretore, dopo necessarie analisi e colloqui, ha ordinato una perizia genitoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ramona frequenta uno psicoterapeuta, incaricato della perizia. Nel secondo appuntamento “sono stata aggredita verbalmente e per poco non mi metteva le mani addosso. Il risultato della perizia mostrò che “ io dovevo essere la cattiva, e il papà che si ripresenta dopo 5 anni era il buono”. Ovviamente, ciò voleva dire che il bambino doveva essere tirato via dalla mamma, ma “alla fine sono riuscita a convincerli”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso pretore decise che “<strong>mio figlio doveva essere esternato</strong>. In poche parole, durante il giorno, non doveva stare in casa, ma rientrava solo per dormire.” A questo compito doveva occuparsi una collaboratrice del servizio sociale. “ con lei stiamo cercando di far cambiar scuola al bambino”.  A quanto pare però, non è così facile. Molte scuole lo rifiutano. “ <strong>Non ce la faccio più, stanno sfinendo me e il mio bambino</strong>” dice Ramona. E’ un anno che questa storia tira ad andare avanti, secondo la donna, a suo figlio, “ non gli permettono di fare niente: ne religione, ne ginnastica. Nella settimana verde, non è stato portato con la classe e ha pianto tantissimo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ramona è disperata e non sa più cosa fare e a chi rivolgersi. “ Ho paura di perdere mio figlio per colpa del direttore della scuola”. Ramona ha provato a parlare con i direttori di altre scuole, ma “la possibilità che mio figlio possa cambiare sono poche.” L’unica cosa possibile, dice Ramona, “sono le scuole private, ma non ho soldi per permettermele”. Lei è convinta che questa situazione si è creata perché “<strong>mio figlio è di origine marocchina e io sono della svizzera tedesca</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 25 luglio Ramona torna con i suoi figli da una <strong>vacanza in Marocco</strong>. Appena messo piede in Svizzera, “ mi sono ritrovata in un mare di guai. Peggio di cosi non mi può andare”. Ramona è partita con i suoi bambini “senza sapere che non dovevo partire e adesso vogliono darmi la colpa. <strong>Devo giustificare sempre tutto nella mia vita</strong>”. Ramona sembra reclusa, ogni suo movimento deve essere controllato, “anche se io, in fine dei conti, non ho fatto nulla di male”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ramona è partita portando in vacanza i suoi figli, per cercare di fargli cambiare quell’aria viziata che continuamente respirano. Cerca di proteggerli e di staccare da quel clima insopportabile. “Abbiamo fatto 5 settimane in mezzo al popolo marocchino, ho visto di tutto e di più, ma la vita semplice è bella. Se era per me non tornavo nemmeno qui. Non mi sento più a casa in Svizzera”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo quella splendida esperienza Ramona, torna di nuovo nella vita difficile della ricca Svizzera ed è di nuovo nei guai. “La sera prima di partire per la vacanza, ho ricevuto una lettera dal pretore e diceva che non dovevo partire. Non era una raccomandata, ma una semplice lettera. Io, nel casino per fare le valigie, non sono andata a vedere la posta di sabato”. Così la lettera è rimasta per giorni nella cassetta della posta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ramona è ormai esausta e non riesce a capire neanche più il suo avvocato “mi dice che <strong>devo pure consegnare i passaporti di tutti noi</strong>. Ma dove siamo? <strong>Mi sento imprigionata nel mio paese</strong> e non ho fatto niente. I passaporti non li consegno”. Il pretore è ormai convinto di ritirare il passaporto di Ramona, “io ho negato la consegna dicendo che ho bisogno di girare un po’ con loro ora che ci sono le vacanze e i bimbi si vogliono divertire. Io non ne posso più.Sono stufa di questo Paese”. Ramona continua a chiedersi “<strong>se la causa di tutto ciò sono le origini marocchine di mio figlio e io che non sono ticinese</strong>”.</p>
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		<title>Lettere intimidatorie condite di razzismo</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 13:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Onori</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Onori La famiglia Spinelli mi ha ospitato il 4 ottobre del 2010 a Roseto degli Abruzzi per la presentazione del mio libro “Madre Terra Fratello Clandestino”. Nella cittadina abruzzese hanno un circolo culturale e del commercio equo solidale chiamato Chaikhana. Martedì mattina ( 14 luglio 2010) la famiglia ha ricevuto una lettera intimidatoria. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Andrea Onori</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" style="margin: 5px; border: 2px solid black;" title="http://4.bp.blogspot.com/_YuNAj_ijqE4/TD4Kc9Vo60I/AAAAAAAAADc/S37vzQ-vso8/s400/spinelli1.jpg" src="http://4.bp.blogspot.com/_YuNAj_ijqE4/TD4Kc9Vo60I/AAAAAAAAADc/S37vzQ-vso8/s400/spinelli1.jpg" alt="" width="400" height="323" />La <strong>famiglia Spinelli</strong> mi ha ospitato il 4 ottobre del 2010 a Roseto degli Abruzzi per la presentazione del mio libro “Madre Terra Fratello Clandestino”. Nella cittadina abruzzese hanno un circolo culturale e del commercio equo solidale chiamato <strong>Chaikhana</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Martedì mattina ( 14 luglio 2010) la famiglia ha ricevuto una lettera intimidatoria. Il cognome Spinelli è noto come cognomi di “zingari” noti nella provincia di Pescara. Appena ricevuta la lettera razzista, la famiglia si è recata direttamente ai carabinieri per denunciare il fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Come su può notare la lettera è firmata <strong>MAZ</strong> (Movimento anti Zingari) <strong>LEGA NORD</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante la famiglia non è di origine Rom o Sinta, il fatto preoccupante è che queste lettere possano girare per l’abruzzo e creare scompiglio e paura anche nella società “zingara”. E’ bastato vedere il cognome per inviare la lettera e invitare la famiglia Spinelli ad andare via. ”Ora penso – dice Evila, moglie di Corrado Spinelli - che può <img class="alignleft" style="margin: 5px; border: 2px solid black;" title="http://1.bp.blogspot.com/_YuNAj_ijqE4/TD4KXOMgbGI/AAAAAAAAADU/EOZRLvuzU7k/s200/spinelli+2.jpg" src="http://1.bp.blogspot.com/_YuNAj_ijqE4/TD4KXOMgbGI/AAAAAAAAADU/EOZRLvuzU7k/s200/spinelli+2.jpg" alt="" width="200" height="118" />essere pericoloso chiamarsi Spinelli. Ho pensato prima a uno scherzo, ma la stessa lettera è arrivata poi anche al fratello di mio marito”.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Lega e appartenenza</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 21:30:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Redazione In seguito al risultato elettorale si è parlato molto di Lega e del suo successo politico (anche se pure lei ha visto calare i suoi voti). Da più parti si evidenzia il suo carattere di insediamento nel “territorio” (parolina magica), la sua internità ai problemi della popolazione, la sua capacità di essere presente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/mappa1024.jpg"><img class="size-medium wp-image-870  alignleft" style="margin: 5px;" title="mappa1024" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/mappa1024-300x205.jpg" alt="mappa1024" width="218" height="148" /></a>di Redazione</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito al risultato elettorale si è parlato molto di Lega e del suo successo politico (anche se pure lei ha visto calare i suoi voti). Da più parti si evidenzia il suo carattere di insediamento nel “territorio” (parolina magica), la sua internità ai problemi della popolazione, la sua capacità di essere presente nella risoluzione di vertenze locali in merito a servizi, lavoro, sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/Lega-redazionale.pdf" target="_blank">Continua qui</a></p>
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		<title>Morto d&#8217;indifferenza: di chi?</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 09:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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		<category><![CDATA[indifferenza]]></category>
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		<description><![CDATA[Su queste pagine abbiamo più volte affrontato il problema del razzismo e dell&#8217;intolleranza montante ai più vari livelli. In questo articolo vorremmo però affrontare la questione da un punto di vista diverso. La domenica di San Valentino un giovanissimo maghrebino, Sahid Belamel, è morto assiderato a Ferrara senza che nessun &#8220;onesto&#8221; cittadino abbia avuto la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Su queste pagine abbiamo più volte affrontato il problema del razzismo e dell&#8217;intolleranza montante ai più vari livelli. In questo articolo vorremmo però affrontare la questione da un punto di vista diverso. La domenica di San Valentino un giovanissimo maghrebino, Sahid Belamel, è morto assiderato a Ferrara senza che nessun &#8220;onesto&#8221; cittadino abbia avuto la coscienza di fermarsi per aiutarlo.  Una storia purtroppo che in questo paese di brava gente è ormai all&#8217;ordine del giorno. La cosa nuova è però che il 20 febbraio il quotidiano <a title="La Nuova Ferrara" href="http://lanuovaferrara.gelocal.it/" target="_blank"><em>La Nuova Ferrara</em></a> ha pubblicato un necrologio provocatorio, titolando: &#8220;<em>Perchè nessuno l&#8217;ha aiutato?</em>&#8220;.<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/02/IMG_09.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-400" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="IMG_09" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/02/IMG_09.jpg" alt="IMG_09" width="295" height="400" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo questa provocazione numerosi sono stati i servizi su giornali e telegiornali, come quello su <a href="http://www.video.mediaset.it/video/studioaperto/edizione_servizio/156146/25-anni-muore-di-freddo-non-ce-uno-che-laiuti.html#tc-s1-c1-o1-p2" target="_blank">Studio Aperto</a>. Guardatelo con attenzione. Non c&#8217;è nulla da ridire. Servizio corretto, informazioni precise, giuste accuse nei confronti dell&#8217;indifferenza. Cosa c&#8217;è allora che non va? Non va che la causa di questo ed altri episodi che quotidianamente si succedono sul territorio italiano non è certamente un improvviso razzismo nato in seno al popolo italiano né, tantomeno, come sostiene l&#8217;estrema sinistra, conseguenza esclusiva dell&#8217;azione del Governo Berlusconi e della Lega Nord in materia d&#8217;immigrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cause vanno molto al di là e sono essenzialmente di natura culturale, i cui attori principali sono proprio i <em>mass media</em> e i mezzi di comunicazione.  Strumenti che oggi sono più forti di quanto si possa immaginare e che hanno trasformato il sentire comune attraverso campagne per la sicurezza contro l&#8217;immigrato clandestino riuscendo ad equiparare nell&#8217;immaginario collettivo l&#8217;immigrato al delinquente (basta vedere le facce dei nostri concittadini quando appare un immigrato per rendersi conto di ciò). Ebbene, ora cosa fanno questi mezzi di comunicazione? S&#8217;indigano, gridano allo scandalo perchè si è lasciato morire al freddo un povero ragazzo immigrato che aveva la sola colpa di essere uno straniero? L&#8217;indignazione dovrebbe essere piuttosto la nostra nei loro confronti. Nei confronti di chi per sviare i problemi che il capitalismo pone ha preferito trovare un semplice e facile capro espiatorio nei confronti del quale far riversare la rabbia dei dominati e che è stata utilizzata da padroni e padroncini per maggiormente sfruttare i lavoratori immigrati e italiani (il capitalismo da questo punto di vista non si fa certo nessun problema di &#8220;<em>razza</em>&#8220;).</p>
<p style="text-align: justify;">Un grande lavoro dunque ci attende: riuscire a far comprendere come il razzismo messo in moto da questi anni dalla stampa (e che, come abbiamo visto in quest&#8217;occasione, viene poi strumentalmente attaccato) non è nient&#8217;altro che il mezzo con cui creare una guerra tra poveri a loro funzionale perchè tanto più i diritti dei lavoratori saranno negati, tanto più lo saranno anche quelli degli italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">
<blockquote style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><em>Prima di tutto vennero a prendere gli zingari</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e fui contento, perchè rubacchiavano.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Poi vennero a prendere gli ebrei</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e stetti zitto, perchè mi stavano antipatici.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Poi vennero a prendere gli omosessuali,</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e fui sollevato, perchè mi erano fastidiosi.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Poi vennero a prendere i comunisti,</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e io non dissi niente, perchè non ero comunista.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Un giorno vennero a prendere me,</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>e non c&#8217;era rimasto nessuno a protestare.</em></p>
<p style="text-align: center;">(Bertold Brecht)</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Il popolo web e di Fb è xenofobo e razzista: lo dice una ricerca</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 00:25:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Studio Swg: ben quattrocento pagine «dedicate» al razzismo anti «terroni» e anti napoletani NAPOLI – Web e social network nuove frontiere anche per il razzismo. Sono oltre un migliaio i gruppi su Facebook che dichiarano o si manifestano razzisti e xenofobi. È quanto emerge dalla ricerca «Io e gli altri. I giovani nel vortice dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: right">Studio Swg: ben quattrocento pagine «dedicate»<br />
al razzismo anti  «terroni» e anti napoletani</h2>
<p style="text-align: center"><img style="vertical-align: middle" src="http://www.piazzagrande.info/images/img-a/Facebook.bmp" alt="" width="550" height="257" /></p>
<p>NAPOLI – Web e social network nuove frontiere anche per il  razzismo. Sono oltre un migliaio i gruppi su Facebook che dichiarano o  si manifestano razzisti e xenofobi. È quanto emerge dalla ricerca «<em>Io e  gli altri. I giovani nel vortice dei cambiamenti</em>», promossa dalla  Conferenza dei presidenti dei consigli regionali, presentata oggi alla  Camera e realizzata da Swg. Pur se l’indagine realizzata tra l’ottobre e  il novembre scorso non può essere considerata un censimento vero e  proprio perché quella di internet è una realtà che varia continuamente  ha tuttavia «<em>un valore indicativo</em>», dice Enzo Risso della società che ha  realizzato l’analisi.</p>
<p><span style="font-weight: bold">LE CIFRE</span> – Un centinaio di  gruppi si dichiarano anti musulmani, 350 anti immigrati, alcuni dei  quali raggiungono anche punte di settemila iscritti, stesse cifre che si  raggiungono anche tra i 300 anti zingari e, potevano non esserci, anche  400 pagine «<em>dedicate</em>» al razzismo anti «<em>terroni</em>» e anti napoletani.</p>
<p><span style="font-weight: bold">LO STUDIO </span>– Tra tutti i gruppi  pur se diversi per tipologie razzistiche, quasi la metà dichiara verso  gli stranieri atteggiamenti di chiusura, che per un 20 per cento sfocia  addirittura in vera e propria xenofobia, mentre è solo il 40 per cento  di questi gruppi che manifestano apertura verso altre etnie. Di cui  quella Romeno-rom-albanese è il bersaglio principale soprattutto da  parte delle donne. Nell’area tendenzialmente fobica c’è poi spazio anche  gli xenofobi «<em>per elezione</em>», che rappresentano una fetta del 20 per  cento, che non esprime forme di odio violente, quel che conta per queste  persone è che le alte etnie se ne stiano lontane, possibilmente fuori  dall’Italia. Sempre nello stesso gruppo un 10 per cento invece riunisce  soggetti con comportamenti improntati al razzismo, mentre al centro, lo  studio posiziona i «<em>mixofobici</em>», giovani che non sono del tutto  proiettati verso la chiusura, ma neppure verso il suo opposto e che  vivono un sentimento di fastidio verso ciò che li allontana dalla loro  identità.</p>
<p><span style="font-weight: bold">IL PROFILO </span>– Ostenta superiorità  e persistente bisogno di potenza il giovane razzista che emerge  dall’analisi sul web. Ha atteggiamenti omofobici, spinte antisemitiche  con la convinzione dell’inferiorità delle donne, e non accetta nessuna  razza o etnia diversa dalla propria. Un profilo, questo, che rappresenta  la punta più estrema del razzismo, e che seppur riguarda solo il 10, 7  per cento dei giovani, risulta, non di meno, estremamente preoccupante.  L’indagine definisce questi soggetti come un «<em>clan</em>» che sviluppa un  forte senso di appartenenza e che ha trovato nella rete il proprio  ambito di espressione e riconoscimento, oltre che, il proprio megafono.</p>
<p><em>Fonte: corrieredelmezzogiorno.corriere.it</em></p>
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