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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Renato Pallavidini</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Alle radici del fascioleghismo  Gli anni ’80: dalle leghe alla Lega</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2015 14:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Borghezio]]></category>
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		<category><![CDATA[Orion Rivista]]></category>
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		<category><![CDATA[Salvini Matteo]]></category>

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		<description><![CDATA[  di Matteo Luca Andriola Sembra che la stampa italiana abbia scoperto da poco prima delle elezioni europee del giugno 2014 il fenomeno del fascioleghismo, cioè l’interazione politica fra piccole realtà palesemente neofasciste come CasaPound Italia e la Lega Nord diretta da Matteo Salvini, erede di Umberto Bossi, capace di proiettare un fenomeno caratterizzatosi fin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/10/81FmK3cYVVL.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5212" title="81FmK3cYVVL" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/10/81FmK3cYVVL-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a></strong></p>
<p align="center">
<p align="center"><em><strong>di Matteo Luca Andriola</strong></em></p>
<p>Sembra che la stampa italiana abbia scoperto da poco prima delle elezioni europee del giugno 2014 il fenomeno del <em>fascioleghismo</em>, cioè l’interazione politica fra piccole realtà palesemente neofasciste come CasaPound Italia e la Lega Nord diretta da Matteo Salvini, erede di Umberto Bossi, capace di proiettare un fenomeno caratterizzatosi fin da subito per la peculiarità del localismo in ambito nazionale, un ambizioso progetto atto a creare il “Fronte Nazionale” italiano. Il grosso della stampa però, dimentica che il Carroccio intrattenne apertamente rapporti con certi settori della destra radicale negli anni ’90, nel periodo del suo massimo isolamento politico, dopo aver rotto col centrodestra. Ma questo è quello che ufficialmente viene detto da analisti, politologi e reporter avvezzi e accorti, che non si limitano ad analizzare l’attualità, ma scavano nelle emeroteche, negli archivi online dei quotidiani e scovano certe similitudini. Cambiano i nomi, e ieri era Flavio Tosi, leghista doc e animatore di una Verona <em>nera</em>, aperta alle più radicali anime della destra nazionale e degli skinheads, a essere additato come l’uomo della l’ala dura ma presentabile di via Bellerio, mentre oggi la stampa lo dipinge come moderato, leader della lista <em>Fare!</em>, progetto bocciato alle regionali e alternativa al “radicale” Salvini, amico dei fascisti del III millennio. Ma le radici del <em>flirt </em>coi leghisti<em> </em>non nascono né oggi, né negli anni ’90, ma agli albori del fenomeno leghista. Affronteremo il tutto – anche se più volte ne abbiamo parlato sulle pagine di questa pubblicazione, ponendo l’attenzione al caso europeo, alla <em>Nouvelle droite</em> di Alain de Benoist e la sua attenzione per l’etnonazionalismo e il populismo identitario, fra cui la Lega Nord – in una serie di approfondimenti storico-politologici, che analizzeranno pezzo per pezzo, decennio per decennio, la fascinazione leghista per il neofascismo e il radicalismo di destra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Orion</em></strong><strong> e il flirt coi leghisti: una rivolta contro il mondialismo moderno </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le primissime leghe regionali, “formazioni politiche emerse nel corso degli anni ottanta nei contesti regionali a statuto ordinario nel Nord [che] esprimono rivendicazioni ispirate all’autonomia territoriale e all’antagonismo verso il sistema politico tradizionale”,<a title="" href="#_ftn1">[1]</a> hanno una carica antisistemica che ben si coniuga con temi cari e congeniali alla destra radicale come l’identitarismo, il rifiuto dell’immigrazione, la derivante omologazione etnoculturale, la messa in discussione dell’unità d’Italia (soggetto ‘massonico’) e della partitocrazia liberale.</p>
<p>Una delle più interessanti iniziative politico-culturali in seno al radicalismo di destra nel nostro paese è stato il mensile <em>Orion</em>, nato nel 1984 come un bollettino di informazioni bibliografiche, edito dalla Società Editrice Barbarossa di Maurizio Murelli,<a title="" href="#_ftn2">[2]</a> vicino alle posizioni di Franco Freda. Attivo nella polemica contro il “mondialismo” – come a destra viene definita la globalizzazione neoliberista –,<a title="" href="#_ftn3">[3]</a> a <em>Orion</em> – proprio perché la rivista si poneva come una cassa di risonanza dei temi discussi nell’area, rifiutando qualsiasi percorso politico-organizzativo – collaborarono quasi tutti i più significativi esponenti del radicalismo di destra italiano, <em>Orion</em> fu tra i primi periodici a dare spazio alle tematiche negazioniste, creando una rubrica apposita sull’argomento, affidata a Carlo Mattogno. Ancora negli ultimi anni ha pubblicato articoli di Robert Faurisson, esponente più rappresentativo del negazionismo europeo. Su quasi ogni numero non mancano, infine, articoli antisionisti, percepito sia come “potere occulto” che come forza di occupazione in Palestina.</p>
<p>Dopo avere appoggiato il regime islamico di Teheran, le attenzioni dei redattori si spostarono verso i circoli e le riviste “nazionalcomuniste” russe, la cosiddetta area rosso-bruna, comprendente i veterostalinisti del Pcfr e i vari nazionalisti neozaristi – fra cui il teorico eurasiatista Aleksandr Dugin. Negli anni ’90 il mensile è diventato espressione italiana del gruppo di Synergies européennes (Sinergie europee), un’aggregazione di natura culturale che ha visto la confluenza di esponenti del radicalismo di destra e quelli più radicali della <em>Nouvelle droite, </em>fra i quali il fiammingo Robert Steuckers.</p>
<p>Sul modello del Grece di de Benoist, <em>Orion</em> e Synergies européennes organizzavano annualmente le Università d’estate per simpatizzanti, una scelta critica verso l’approdo sincretico <em>et-et</em>, e nell’edizione del 2000, tenutasi a Gavirate (Va), vennero poste le basi per CasaPound. Pochi, però, sanno che <em>Orion</em>, fra la fase ‘nazionalista rivoluzionaria’ e quella rosso-bruna, ha un <em>flirt</em> con le prime leghe, divenendo uno dei principali laboratori di tale avvicinamento.</p>
<p>Infatti prima della nascita della rivista, Murelli, attorno alla Società Editrice Barbarossa, nel 1979 da vita al Centro culturale Barbarossa di Saluzzo (Cn), dove l’editore era in semilibertà vigilata, un sodalizio originalmente legato a Freda e alle Edizioni di Ar, formato da ex ordinovisti e personalità provenienti dal gruppo torinese di Europa civiltà, altro gruppo di estrema destra. <em>Orion</em> diviene il “laboratorio politico” privilegiato per tale fenomeno.</p>
<p>In Piemonte infatti, fra i primi partiti localisti spicca il Moviment d’arnàssita piemontéisa, detta ‘Lista Piemont’, guidato da Roberto Gremmo, che nelle prime tornate – che corrispondono al primo periodo di vita del Centro culturale Barbarossa – prenderà risultati piuttosto deludenti, cioè lo 0,80% alla regionali del 1980, lo 0,58% alle politiche del 1983 e lo 0,39% alle europee del 1984 (solo 0,75% alla lista sardista e l’Union Valdotaine). L’esplosione del “piemontesismo” avviene nel 1987, quando ‘Piemont’ (Gremmo) raccoglie l’1,85% (7.000 voti), mentre un’altra lista scissionista, Piemont autonomista di Gipo Farassino – affiancato dall’avv. Mario Borghezio, ex direttore di <em>Orion-finanza</em> – inserto del mensile murelliano – ex militante dell’organizzazione nazionalcomunitarista Jeune Europe e frequentatore del Centro culturale Barbarossa – ottiene il primo dato significativo, cioè il 3,41% (13.000 voti), superando in provincia partiti storici quali il Psdi, il Msi e altre formazioni “nuove”, come i radicali e i verdi.</p>
<p>La scissione di Piemont autonomista – che in teoria avrebbe dovuto indebolire il <em>piemontesismo</em> – è dovuta alla strategia “isolazionista” di Gremmo, critico verso una strategia unitaria a favore della federazione delle varie leghe nel Nord Italia. L’affermazione avviene in contemporanea al crollo della Łiga veneta, che non andrà oltre lo 0,73%, mentre si registrerà l’affermazione della Lega lombarda, che prende l’1,8% ed elegge un senatore, Umberto Bossi, e un deputato, Giuseppe Leoni.<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> Da notare che ben “prima del riassetto del panorama politico realizzatosi nel 1994, nella Lega Nord confluirono risorse umane e soprattutto organizzative provenienti dall’ala destra della vecchia Dc e soprattutto dal Msi”,<a title="" href="#_ftn5">[5]</a> senza contare la destra radicale. Piemont autonomista, si caratterizza per la ricerca di interlocutori settentrionali senza abbandonare i temi etnocentrici, com’è evidente dal convegno tenutosi a Torino lo stesso anno, in cui viene stabilito che “l’identità etnico-culturale piemontese è uguale a tutela e salvaguardia della lingua, della cultura, dei modi di essere e dei valori; è senso civile della convivenza, della legalità, dello Stato di diritto, per la difesa dei diritti naturali delle etnie”. Il concetto di <em>etnia</em> è simile a quello di <em>razza</em>: “I diritti naturali delle etnie affondano le loro radici nel tempo dell’evoluzione storica. […] L’etnia va intesa come un momento evolutivo-bilogico-socio-culturale unitario. […] Queste realtà biologiche e queste realtà etno-culturali non sono mai state percepite dalle ideologie tradizionali”.<a title="" href="#_ftn6">[6]</a> La regione, infatti, “è concretamente quel che la nazione non sempre è, il contesto entro cui si affermano le culture minoritarie. Il regionalismo, l’etnismo, sono nomi moderni dell’eterna rinascita delle patrie carnali”.<a title="" href="#_ftn7">[7]</a> La destra radicale infatti, all’astrazione della sinistra contrappone idee-forza reali, concrete, come la Nazione, la Razza, il Sangue, il Suolo e l’<em>Heimat</em>, che non necessitano di spiegazioni razionali, che possono invece essere agitati ed evocati giacché le parole “alla fine si rivelano più limitative che rappresentative delle idee”.<a title="" href="#_ftn8">[8]</a></p>
<p>Il minimo comun denominatore con <em>Orion</em> fa sì che dal 1987 si assiste sul mensile ad un maggiore interesse per il regionalismo e il leghismo, e si concretizza quando Murelli pubblica nel numero di novembre  il <em>Manifesto dell’Etnocrazia</em>, in cui si dichiara che solamente il radicamento etnoidentitario che parte dal basso, cioè dai quartieri, dai municipi, dalle città e dalle regioni, è l’unico mezzo per smuovere le acque stagnanti dell&#8217;impasse di un&#8217;Italia uscita duramente e con grandi difficoltà dagli anni di piombo.<a title="" href="#_ftn9">[9]</a> Seguirà quella che potrebbe apparire una penetrazione che ha fra le sue figure chiave Alberto Sciandra, studente universitario e poi dirigente leghista piemontese (cofondatore della sezione di Cuneo nel 1989 e quella di Saluzzo, candidato alle comunali di Cuneo nel 1990, poi consigliere comunale e segretario provinciale nel 1992-1998), il futuro on. Guido Rossi (teorico dell’alleanza antimondialista con l’Islam, «che la destra radicale ha scoperto vent’anni prima della sinistra») e Francesco Littera, anche se a fondare nell’89 la prima sezione leghista a Cuneo – la prima in provincia, guarda caso, è a Saluzzo – contribuiranno personalità provenenti da diversi ambienti politici, ex del Psi, ex liberali, ex dc e addirittura ex comunisti.</p>
<p>La figura di Mario Borghezio – che “a parte la sua militanza con Giovane Europa assieme a Claudio Mutti (tra gli altri) è poi stato contiguo a On in modo particolare legatissimo a Salvatore Francia […] Ferratissimo in Mondialismo e Trilateral […] Fu lui – spiega Murelli – a fornirmi la prima lista dei componenti quando le liste erano segrete”,<a title="" href="#_ftn10">[10]</a> apparve su <em>Orion-finanza</em> nel n. 3, giugno 1985 – era un po’ diversa da quella di oggi: filoislamico e ferocemente antigiudaico all’epoca, l’interesse di questi per l’Islam, protrattasi durante il primo governo Berlusconi, quando l’esponente leghista, all’epoca sottosegretario alla Giustizia, si batte per un concordato fra Stato italiano e l’Unione delle comunità islamiche italiane, è archiviato con gli attentati dell’11 settembre 2001 al World Trade Center,<a title="" href="#_ftn11">[11]</a> sposando le tesi <em>fallacciane</em> della maggioranza, forti anche negli ambienti della destra cattolica, una lobby forte nel Carroccio.<a title="" href="#_ftn12">[12]</a> Il leghista Scianda non nasconde le sue posizioni, “un po’ le suggestioni della <em>Nuovelle droite</em> francese, un po’ il tradizionalismo alla Julius Evola”, e approda alla destra radicale – frequentando a Saluzzo il Centro culturale Barbarossa – nonostante il background familiare, padre partigiano ferito in combattimento – come reazione al <em>sinistrismo</em> dei coetanei. È grazie alla lettura di Evola che Sciandra “fa discendere la sua scelta di scegliere la <em>via del guerriero</em> in contrapposizione alla <em>via del sacerdote</em>” [due vie dell’uomo previste da Evola, <em>nda</em>] “la scelta, cioè, di fare politica”,<a title="" href="#_ftn13">[13]</a> frequentando il circolo di Saluzzo con l’amico Rossi dopo aver frequentato il gruppo <em>Piero Micca</em>, una società di rievocazione storica composto da figuranti con divise dell’esercito piemontese del 1705–1706, che ricostruivano l’assedio di Torino: la conoscenza della storia locale, l’esaltazione di episodi passati carichi dell’inequivocabile emotività potevano essere usati come <em>miti</em> aggregativi e spesi nell’arena politica e, spiega Marco Tarchi, politologo e ideologo della <em>Nuova destra</em>, sottolineando l’urgenza di “saper creare <em>miti fondatori</em>, quindi di aver <em>capacità mitopoietica</em>, e di saper esprimere una <em>liturgia</em>, una sorta di <em>rito comunitario</em>”.<a title="" href="#_ftn14">[14]</a></p>
<p>Le leghe regionaliste vengono viste dal sodalizio attorno a <em>Orion</em> come un mezzo per scardinare il sistema liberale, retto dalla partitocrazia. Murelli, spiegando ai lettori l’avanzata della Lega lombarda in alcuni comuni della provincia di Varese e di Bergamo a scapito della Dc e del Pentapartito, parla di “Etnocrazia alla riscossa”. Il direttore sosteneva che “è pur vero che il discorso politico-culturale che va sfiorando [la Lega] è di estremo interesse e di estrema sintonia con le posizioni già espresse in <em>Orion</em>, almeno potenzialmente. Per questa ragione invitiamo i nostri lettori lombardi ad avvicinarsi alla Lega apportando il loro contributo per una visione più profonda della concezione etnocentrica”.<a title="" href="#_ftn15">[15]</a> Fra l’87 e l’89 <em>Orion</em> pubblicizzerà eventi culturali patrocinati dalle varie leghe regionali, ma pure dall’Union valdotaine, schierata a sinistra, e alle elezioni europee del 1989, la rivista dedicherà un’intera pagina pubblicando il seguente appello: “Alle consultazioni per l’elezione del Parlamento europeo si presenteranno alcune liste autonomiste. La nostra indicazione è quella di votare per esse. Non è certamente attraverso queste votazioni che riusciremo a riscattare il destino europeo, ma un piccolissimo contributo lo si può dare utilizzando il voto a favore delle leghe autonomiste siano esse lombarde o sarde. Quantomeno si provocherà profonda irritazione nel sistema partitocratico nazionale e, in caso di successo, oltre a scompaginare i disegni partitocratici, si getteranno le promesse per un tipo di politica radicata al suolo, agli usi e costumi delle diverse popolazioni. Noi ci batteremo per un’Eurasia delle mille bandiere, un’Eurasia senza più nazioni colonizzatrici, confini territoriali imposti a tavolino dal Mondialismo. Contribuiamo tutti alla distruzione dei partiti! Votiamo per le leghe autonomiste tanto al nord quanto al sud! Contribuiamo a scardinare la logica mondialista!”<a title="" href="#_ftn16">[16]</a></p>
<p>Quella di <em>Orion</em> è quindi una fase <em>padanista</em>, neocelticista che innalza <em>tutte</em> le regioni etniche a baluardo contro l’omologazione mondialista, arrivando a pubblicizzare <em>Etnie</em>, periodico nato nei primi anni ’80 che si batteva per la difesa dei dialetti e delle tradizioni locali di tutto il globo – il cui direttore parteciperà ad parteciperà ad un numero di <em>Diorama letterario</em>, organo della <em>Nuova destra</em> italiana –,<a title="" href="#_ftn17">[17]</a> di comunicati della Lega lombarda e di recensioni di libri di collaboratori che si avvicineranno in seguito al leghismo.<a title="" href="#_ftn18">[18]</a></p>
<p>Ma l’attrazione per il soggetto animato da Umberto Bossi, che con Tangentopoli inizia la sua ascesa, inizia a scemare quando la Lega diventa un fenomeno di massa. La redazione si era accorta che con la caduta del Muro di Berlino il capitalismo, la struttura, per sopravvivere necessitava di cambiamenti radicali in ambito sovrastrutturale, archiviando lo Stato-nazione, l’interventismo statale e puntando tutto su una struttura liquida, federale, funzionale al libero mercato. Il primo ad accorgersi di tutto è il collaboratore Renato Pallavidini, ex esponente del Pci cossuttiano (vicino negli anni ’80 a Interstampa e all’Associazione culturale marxista) passato al fascismo rosso e poi al nazionalcomunismo, il cui background marxista gli permette di spiegare che la Lega Nord è funzionale al disegno mondialista.</p>
<p>I motivi che spingevano Bossi a fare politica erano tutt’altro che solidaristi e sociali: “… da un lato un vergognoso sentimento antimeridionale […], dall&#8217;altro la volontà egoistica e godereccia di poter usufruire senza problemi, e per intero, di questa ricchezza; una volontà, questa, che è lo specchio fedele di un modello di società individualistica, e frantumata in una miriade di interessi corporativi e reciprocamente contrapposti”.<a title="" href="#_ftn19">[19]</a> Il Carroccio è espressione degli umori di vasti settori di ceti medi e di piccola borghesia, e “può diventare uno strumento delle trame politiche del capitale finanziario italiano e delle forze imperialiste e mondialiste”. Le istanze autonomiste erano funzionali alla logica capitalista come quelle che aveva condotto il grande capitale ad appoggiare il fascismo per poi “sovvertirlo” definitivamente, trasformandolo in un movimento antiproletario – Pallavidini, vicino al socialismo nazionale e alla Cisnal, in quota rautiana, elogia il fascismo-movimento e non il fascismo-regime. La Lega, caratterizzata dalla presenza delle classi medie e da un carattere filo-capitalista e neoliberista seguirebbe la stessa identica logica: “Nel &#8217;22 dalla protesta dei ceti medi nacque il Fascismo-regime, oggi sono sorti la Lega Nord e il vento separatista, ma nella sostanza si riproduce, entro forme politiche, programmi, valori diversi, un medesimo ribellismo piccolo-borghese che, privo di una guida cosciente, orientato spontaneamente su un falso obiettivo strategico, rappresentato dalla sola classe politica, può diventare uno strumento del potere economico”.<a title="" href="#_ftn20">[20]</a> Non solo: le manovre economiche dei primi anni ’90 in senso neoliberale – svalutazione della lira, privatizzazioni in vista del trattato di Maastricht ecc. – servono a “rafforzare i grandi gruppi capitalistici nazionali e transnazionali: modifica la struttura del pubblico impiego, del sistema sanitario, di quello pensionistico, liberando risorse per gli investimenti privati e sottraendole a stipendi e pensioni”. La Lega Nord, col suo liberismo, continua ad esistere perché non fa paura ai poteri forti: “Sino ad oggi lo hanno lascito crescere (Bossi), e in parte la Lega serviva a distruggere, al Nord, il consenso sociale ed elettorale dei vecchi partiti, sulle ceneri si vogliono costruire quelle riforme e quel nuovo su cui ci siamo dilungati”,<a title="" href="#_ftn21">[21]</a> un nuovo che predica il libero mercato a destra quanto a sinistra. <em>Orion </em>abbandonerà in parte il filoleghismo quando si renderà conto che le tesi di Pallavidini erano tutt’altro che infondate, e che la Lega Nord, avvicinandosi sempre di più alla stanza dei bottoni, avrebbe abbandonato ben presto il discorso etnocratico per sposare temi poujadisti, antifiscalisti e apertamente neoliberisti.</p>
<p>Lo dimostrano le dichiarazioni di alcuni esponenti del Carroccio, come Franco Castellazzi che dichiarerà: “Noi siamo per il liberismo della piccola e media impresa, a fianco del <em>siur</em> Brambilla, per dire, e non per quello di Gardini. Perché è nel modo di produrre della piccola e media impresa che noi ci riconosciamo, in cui troviamo i valori di vita, le tradizioni, la cura dell’ambiente che ci appartengono” (<em>Il Giorno</em>, 1º marzo 1991) o con Umberto Bossi, che affermava: “Noi siamo ostili ai grandi gruppi, ma vogliamo che il liberalismo conviva con la società. Non abbiamo nulla contro il capitale multinazionale, vogliamo salvare altri valori” (<em>Corriere della Sera</em>, 7 novembre 1990) concetti ribaditi espressamente nel primo Congresso della Lega, dove la piccola e media impresa è assunta a “base sociale e civile contro l’inciviltà dei partiti”, come “la spina dorsale dell’economia italiana”, senza alcun riferimento ai lavoratori salariati.<a title="" href="#_ftn22">[22]</a> Senza contare quanto scritto dalla stampa straniera, come il <em>Wall Street Journal</em> (4 ottobre 1991) che definì il partito bossiano “il più influente agente di cambiamento della scena politica italiana”. Il settimanale britannico <em>The Economist</em>, il 28 febbraio 1992, “si spinse addirittura oltre, invitando gli elettori italiani a dare il loro voto proprio alla formazione di Bossi oppure al Pri di La Malfa, considerati entrambi come gli unici fautori di rinnovamento all’interno del decadente panorama politico italiano”.<a title="" href="#_ftn23">[23]</a> Tutte posizioni che sembrano cozzare col solidarismo di <em>Orion</em>.</p>
<p>Il flirt coi leghisti sembra aver termine, nonostante nel 1993, per le amministrative a Milano, <em>Orion</em> appoggi la lista civica Federalismo (2.247 voti, corrispondenti allo 0,3%), sostenendo la candidatura di Piero Bassetti, mentre Carlo Terracciano – orionista proveniente dalla nuova destra, introduttore della geopolitica e dell’eurasiatismo sulle pagine del mensile – è in lista a Firenze per il Movimento autonomista toscano. Ma col partito di Bossi, però, le cose cambiano.</p>
<p>Di fronte a una Lega Nord che cerca di presentarsi come forza antisistemica fondandosi sul neoliberismo – contro il centralismo e l’assistenzialismo di <em>Roma ladrona</em> ai danni del nord produttivo –, il gruppo, disilluso da ogni progetto politico parlamentare, decise di sperimentare <em>nuove sintesi</em> molto più radicali rispetto a quelle precedentemente viste: all’Est infatti, nella Russia postcomunista di Boris El’cin, sarà possibile concretizzare l’idea di nuova sintesi, unendo al tutto le suggestioni geopolitiche introdotte sul mensile da Terracciano nel 1986-1987. <em>Orion</em> da quel momento diventerà il laboratorio per un’eresia <em>politicamente scorretta</em>, il nazionalcomunismo, divenendo “Mensile di opposizione globale” (dal n. 99, dicembre 1992, archiviando così la precedente dicitura di “Organo di Stampa del Fronte Antimondialista”) e trasformandosi, come recitato sulla copertina del n. 100, del gennaio 1993, in “Un punto rosso nella galassia nera, un punto nero nella galassia rossa”. Nasce così il nazionalcomunismo”; attorno ad <em>Orion</em> si coagulerà definitivamente il grosso della galassia rosso-bruna italiana, costituendo la più importante rivista dell’area.</p>
<p>Ciò, però, non pone fine al flirt di tutta la destra radicale o di certi suoi settori più intellettualmente colti al fenomeno leghista. Chiusa la parentesi di <em>Orion</em>, altri soggetti, come la Nuova destra di Marco Tarchi, si interesseranno al Carroccio, movimento ancora federalista e localista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">[continua…]</p>
<p align="right">
<p align="left">Fonte: <em>Paginauno</em>, a. IX, n. 44, ottobre-novembre 2015, pp. 39-49.</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> I. Diamanti, <em>La Lega. Geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico</em>, Roma, Donzelli, 1993, p. 4.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Maurizio Murelli (Milano, 12 ottobre 1954), militante della destra radicale meneghina, ricordato soprattutto come uno dei protagonisti del giovedì nero di Milano, era iscritto al Msi dal 1969. Nel settembre 1972 iniziò a frequentare gli ambienti dei neofascisti milanesi che si davano ritrovo in P.zza San Babila. Il 12 aprile 1973 partecipò agli scontri tra neofascisti e forze dell&#8217;ordine, nel cosiddetto giovedì nero di Milano, che culminarono con la morte dell&#8217;agente di polizia Antonio Marino, colpito in petto da una bomba a mano lanciata da Vittorio Loi, altro militante di P.zza San Babila. Murelli fu arrestato assieme a Loi, incriminato per aver gettato le bombe, anche se non fu lui il responsabile della morte di Marino. Fu infine condannato a diciotto anni di reclusione. Durante la prigionia collaborò al bollettino clandestino <em>Quex</em>, promossa da detenuti neofascisti, promotore dello “spontaneismo armato”, prima di animare il mensile <em>Orion</em>. Cfr. <cite>M. Griner, </cite><cite>Anime nere</cite><cite>, Sperling &amp; Kupfer, 2014. </cite></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Cfr. M. Fraquelli, <em>A destra di Porto Alegre. Perché la Destra è più noglobal della Sinistra</em>, Rubbettino, 2005. Il mondialismo è “un’ideologia, un progetto, una tendenza […] parte integrante di progetti variamente formulati da diverse organizzazioni tra di loro alleate e concorrenti al tempo stesso; che il Governo Mondiale è un progetto perseguito e non realizzato; che comunque queste organizzazioni hanno un potere enorme e controllano diversi paesi attraverso mezzadri insediati nei governi, attraverso l’Alta Finanza, il sistema bancario, il sistema creditizio, l’infiltrazione in organismi come l’ONU, il GATT, l’UNICEF etc.; esse controllano inoltre la totalità dei mezzi di informazione e cercano di agire in modo discreto per plasmare menti e condizionare caratteri; lavora per lo sfruttamento intensivo del Terzo Mondo; lavora attraverso il controllo geopolitico, geofinanziario, geoenergetico; lavora per distruggere culture e popoli, per omologare, omogeneizzare, appiattire, uniformare”. M. Murelli, <em>Fisionomia ed essenza del mondialismo</em>, in <em>Orion</em>, n. 74, novembre 1990, p. 1. filtrazione in organismi come l’ONU, il GATT, l’UNICEF etc.; esse controllano inoltre la totalità dei mezzi di informazione e cercano di agire in modo discreto per plasmare menti e condizionare caratteri; lavora per lo sfruttamento intensivo del Terzo Mondo; lavora attraverso il controllo geopolitico, geofinanziario, geoenergetico; lavora per distruggere culture e popoli, per omologare, omogeneizzare, appiattire, uniformare». (M. Murelli, &#8216;Fisionomia ed essenza del mondialismo&#8217;, in «Orion», n. 74, novembre 1990, p. 1).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Cfr. <em>la Repubblica</em>, 17 giugno 1987, e i vari commenti sui quotidiani nazionali. Cfr. G. Galli, <em>I partiti politici italiani (1943-2004)</em>, Milano, BUR, 2004, p. 309.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> A. Trabucco, <em>Il sistema politico a Cuneo – Dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia</em>, tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, a. a. 2002-2003. <em> </em></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> <em>Convegno sulle autonomie a Palazzo Lescaris / Autonomie perché?,</em> in <em>Piemont Autonomista</em>, n. 1, gennaio 1988.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> A. de Benoist, <em>Le idee a posto</em>, Napoli, Akropolis, 1983, p. 145.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> F. G. Freda, <em>Il cattiverio e le beatitudini</em>, in Gruppo di Ar,<em>Totalità sociale e comunità organica</em>, Padova, Edizioni di Ar, 1982, p. 53.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> Cfr. <em>Manifesto dell’Etnocrazia</em>, in <em>Orion</em>, novembre 1987. Il flirt coi leghisti viene accennato da U. M. Tassinari, nel suo <em>Fascisteria. Storia, mitografia e personaggi della destra radicale in Italia</em>, Milano, Sperling &amp; Kupfer, 2008, p. 332</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> M. Murelli, dichiarazione rilasciata a U. M. Tassinari, in <a href="http://www.ugomariatassinari.it/">www.ugomariatassinari.it</a>, blog, 27 maggio 2014.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> Il “voltafaccia” è denunciato dallo stesso Murelli, che scriverà: “Un personaggio stomachevole che riempie sempre più spesso il video è l’onorevole padano Mario Borghezio, che oggi fa della guerra al terrorismo e all’Islam la sua bandiera di lotta. Un altro che ha fatto presto a cambiare cavallo. Il lettore deve sapere che tra il 1985 e il 1990 l’onorevole Borghezio era ospite a casa mia praticamente tutte le settimane. Fu l’ideatore di <em>Orion-finanza</em>, supplemento a <em>Orion</em>. Anch’io passavo per terrorista e più di me passava per terrorista Claudio Mutti che amorevolmente Borghezio soprannominava ‘Muttim’ e della cui amicizia, fin dai tempi di “Giovane Europa”, menava vanto. Dunque, oltre a frequentare amabilmente me, Salvatore Francia (più volte accusato di essere il terrorista numero uno di ‘Ordine Nuovo’), Adriana Pontecorvo (sempre di ‘Ordine Nuovo’) e Oggero di Carmagnola (che stampava una rivista intitolata, ma guarda caso, <em>Jihad</em>); oltre ad accompagnarsi a sedicenti “colonnelli” del fantomatico Stato del Sahara Occidentale Spagnolo; oltre ad essere accusato lui stesso di atti terroristici (e, mi pare di ricordare, processato) per una lettera anonima della “Falange armata” inviata all’allora giudice di Torino Violante; ebbene, a parte queste “pericolose” ed “equivoche” frequentazioni ciò che lo contraddistingueva era la sua ideologia ferocemente antiamericana e antigiudaica. Oggi, e cito lui perché è il più insopportabile nei suoi atteggiamenti provocatori e mistificatori di &#8220;bassa lega&#8221;, è diventato come molti altri campione dell’intransigenza anti-islamica». M. Murelli, <em>Occidente fronte infame</em>, in <em>Orion</em>, ottobre 2001. Al quotidiano dei Ds dirà: «Io, in semilibertà, mi ero stabilito a Saluzzo. Là avevo fondato “Orion”, punto di ritrovo di tante persone di destra. […] Borghezio era un giovane avvocato con origini di estrema destra, aveva il pallino del complotto giudaico-massonico. […] Poi, purtroppo, sono stato io a consigliargli di entrare in Lega. Quel movimento era agli albori. Qualcuno di noi lo considerava una pagliacciata. Altri no. Io ho detto a Mario: prova ad entrare, mi pare che in Lega si stia concentrando il discorso delle tradizioni, dell’identità… È entrato, fine anni Ottanta. Dopo un po’ l’ho perso di vista. E me lo ritrovo capovolto. […] Non avrei mai pensato che arrivasse a quest’odio per l’Islam, a questa difesa delle radici cristiane. È inspiegabile, è un non-senso. […] Perché le radici che consideravamo, allora, erano semmai pagane. […] E comunque l’islamismo è rispettatissimo”. M. Murelli, dichiarazione rilasciata a M. Sartori, <em>Borghezio: Fascio, Lega e Bastone. Ora è il campione della lotta all’Islam ma un tempo gridava al complotto giudaico-massonico</em>, in <em>l’Unità</em>, 23 ottobre 2002.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> Cfr. M. L. Andriola, <em>Chiesa e Lega: una storia di amore e odio</em>, in Lettera43, 12 agosto 2015.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> A. Sciandra, dichiarazione rilasciata a F. Dalmasso, Cuneo, 18 gennaio 2006, in<em> </em>S. Dalmasso, <em>Le Leghe</em>, , da <em>C.I.P.E.C – Quaderno n. 17 – Appunti sui partiti politici in provincia di Cuneo (1976 – 1992)</em>, <a href="http://www.cipec-cuneo.org/quaderni/cipec34.htm">http://www.cipec-cuneo.org/quaderni/cipec34.htm</a>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> M. Tarchi, <em>Dalla politica al “politico”: il problema di una nuova antropologia</em>, in Apiù mani, <em>Al di là della destra e della sinistra</em>, LEdE, 1982,<em> </em>p. 22.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> M. Murelli, <em>Etnocrazia alla riscossa</em>, in «Orion», a. IV, n. 3, marzo 1988.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> <em>Elezioni europee</em>,<em> </em>n. f., in<em> </em><em>Orion</em>, aprile 1989.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> G. Fiocchi, <em>Lumbard, parlemm lumbard</em>, in <em>Etnie</em>, n. 13, gennaio 1987 e, per un’analisi più completa, R. Biorcio, <em>La Padania promessa</em>, Milano, Il Saggiatore, 1997.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> Mi riferisco a <em>Noi, celti e longobardi</em> di Gualtiero Ciola, in arte Walto Hari, esponente del Movimento odinista che, oltre a collaborare ad <em>Orion</em>, parteciperà all’esperienza dei <em>Quaderni Padani</em> dell’ex neodestrista Gilberto Oneto e a <em>La Padania</em>, occupandosi di etnografia e storia locale, o pubblicando reportage sui movimenti indipendentisti d’Europa, come quello nordirlandese. <em>Orion</em> darà voce a Gerry Adams, lo storico leader dell’Ira (cfr. G. Adams, <em>Bobby Sands, repubblicanesimo e lotta per la libertà</em>, in <em>Orion</em>, febbraio 1987, ed. orig. in <em>Iris</em>, luglio 1985), occupandosi dei fiamminghi, i bretoni o movimenti affini al gruppo di <em>Orion</em>, o pubblicizzando le relative feste etniche che si svolgevano in Europa, come il Festival Interceltico che si teneva a Lorient, in Bretagna, che dava voce al movimento bretone, o alla kermesse fiamminga Diksmuide. Nel 1988 Marco Battarra – socio di Murelli e all’epoca proprietario della <em>Bottega del fantastico</em>, libreria di area e “nuova redazione” di <em>Orion</em> dopo il trasferimento del suo fondatore da Saluzzo a Cusano Milanino –, riguardo a Diksmuide, in un monografico dedicato al <em>Movimento Fiammingo</em> (in copertina compariva la torre d’Yser, il vessillo fiammingo e il motto “<em>Combatti con noi per costruire l’Europa dei popoli, lotta con noi per costruire l’Europa Etnica</em>”), la descrive come “… una favolosa festa [...] [a cui] abbiamo fraternamente partecipato: noi – i soli italiani presenti, assieme ad un rappresentante della Lega lombarda – è numerosi rappresentanti di altri gruppi, europei, sudafricani, avvolti dalla sempre calorosa accoglienza dei camerati fiamminghi, nostri fratelli di lotta. Qui la birra scorre a fiotti, le fanciulle sono bionde e belle, i giovani sfilano con le bandiere al suono di trombe e tamburi. Diksmuide è il crogiolo della futura Europa dei popoli, l’Europa nella quale andremo a testa alta e capelli al vento”. M. B. [M. Battarra], <em>Diksmuide 1988</em>, in Orion, ottobre 1988, p. 13.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> R. Pallavidini, <em>Lega Nord e dintorni</em>, in <em>Orion</em>, dicembre 1991.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> R. Pallavidini, <em>Elezioni &#8217;92: un&#8217;analisi</em>, in <em>Orion</em>, nuova serie, aprile 1992, p. 11.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> R. Pallavidini, <em>Italia novembre 1992</em>, in «Orion», nuova serie, novembre 1992, pp. 15, 16.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> Cfr. V. Moioli, <em>Il tarlo delle Leghe</em>, a cura della Associazione Culturale A. Gramsci, ed. Comedit 2000, Trezzo sull’Adda, 1991 e P. Griseri, <em>Nel Paradiso del senatur</em>, in <em>il manifesto</em>, 8 novembre 1992.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> L. Costantini, <em>Dentro la Lega</em>, Roma, Euripes/Koinè, 1994, p. 79.</p>
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		<title>Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2015 13:55:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[R. Pallavidini, Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile (Noctua, Bari 2012) Oggi che il comunismo è soggetto alla stessa condanna che ha colpito il fascismo alla fine del secondo conflitto mondiale, non è, forse, difficile spiegarsi il fastidio provato nei confronti di Hegel da una parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/index1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5028" title="index" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/index1.jpg" alt="" width="112" height="164" /></a><em><strong>R. Pallavidini, Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile (Noctua, Bari 2012)</strong></em></p>
<p><strong>Oggi che il comunismo è soggetto alla stessa condanna che ha colpito il fascismo alla fine del secondo conflitto mondiale, non è, forse, difficile spiegarsi il fastidio provato nei confronti di Hegel da una parte non piccola di “addetti ai lavori”; come filosofia della prassi, infondo, interpretava il materialismo storico Lenin e come filosofia della prassi interpretò, da subito, il fascismo una cospicua parte dell’intellettualità filosofica che vi aderì. La comune radice filosofica dei due modelli politici in Italia permette di comprendere nella loro intima drammaticità (oltre che nel loro eventuale opportunismo) una serie di passaggi al comunismo al momento della caduta del fascismo, sui quali si sofferma poco benevolmente Pallavidini; passaggi che, se menzionati, fino a una trentina di anni fa, provocavano imbarazzo, oggi scatenano l’accusa nei confronti di chi li ha compiuti, di aver posseduto una mentalità comunque “totalitaria” (come dimostrerebbe il passaggio dal fascismo al comunismo). Nell’èra il cui indice filosofico è il razionalismo critico di Popper, non c’è da stupire che la filosofia della prassi sia poco popolare; anche perché essa evoca immagini di controllo pubblico delle dinamiche economiche invise all’opinione pubblica più <em>à la page</em>, un’opinione pubblica che, per citare il teologo torinese Umberto Casale, non crede più al <em>dio uno e trino</em>, ma crede incondizionatamente nel <em>dio quattrino</em>.</strong></p>
<p><strong>dalla Prefazione</strong></p>
<p><strong>di Francesco Ingravalle</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Davide Ragnolini</strong></em></p>
<p>Registrando un vero e proprio rinnovamento degli studi dedicati al filosofo di Stoccarda negli ultimi anni, lo scorso dicembre Luca Illetterati segnalava su “Alias”, ad un pubblico non specialistico, una serie di nuove pubblicazioni in lingua italiana di alcuni esponenti della rinascita degli studi hegeliani nella filosofia americana contemporanea. Gli ultimi lavori di Robert Pippin, Terry Pinkard, John McDowell e Robert Brandom hanno segnato tale rinascita nell’alveo però, come riconosce lo stesso Illetterati, di una tradizione notoriamente rappresentante «un’attitudine speculativa che pare, per molti aspetti, del tutto estranea alle questioni e ai problemi che innervano invece la filosofia di Hegel».<a title="" href="#_ftn1">[1]</a> Tuttavia, il giudizio espresso dal recensore, seppur condivisibile da un punto di vista storico, riesce appena a mitigare la presenza di un vero e proprio orientamento filosofico manifestamente anti-continentale nella storia della filosofia anglo-americana.</p>
<p>Tra gli studi italiani risultano menzionati solo la meritoria ripubblicazione in una versione ampliata di <em>Sistema ed epoca in Hegel</em> di Remo Bodei che, apparso per la prima volta nel 1975, contribuì non poco a “svecchiare” l’approccio ermeneutico nella storia italiana degli studi su Hegel, ed il volume di Luca Corti sulla ricezione americana della filosofia hegeliana.</p>
<p>La costruzione del mito storiografico di un Hegel metafisico, sistematico ed apologeta dell’ordinamento prussiano culminata nelle <em>Grundlinien der Philosophie des Rechts</em> (1821), e la complessiva ricezione in senso anti-liberale e “totalitario” del pensiero hegeliano sono stati non tanto il risultato di una volgarizzazione ad opera della “Sinistra hegeliana”, quanto piuttosto tra i più noti e longevi stereotipi della storiografia filosofica anglo-americana. Nel 1943 John Halford Mackinder, riferendosi alla conferenza tenuta in Marocco dagli alleati agli inizi dello stesso anno, immediatamente successivo alla vittoria riportata nella campagna del Nordafrica, lamentava che da Casablanca «venne tardivamente l’esigenza di distruggere il dominio della filosofia tedesca»: ciò, infatti, poteva realizzarsi solo «irrigando la mente tedesca con l’acqua pulita di una filosofia rivale».<a title="" href="#_ftn2">[2]</a> Ma alla scomunica della filosofia continentale, e segnatamente di uno dei massimi rappresentanti della filosofia classica tedesca presente nel dibattito novecentesco, prima dello scienziato geopolitico aveva già provveduto un filosofo politico inglese destinato ad avere grande fortuna. Già sul finire del 1942 Karl Popper terminava in Nuova Zelanda il manoscritto di <em>The Open Society and its Enemies</em>, in cui faceva polemicamente assurgere Hegel a massimo rappresentate moderno dei “falsi profeti” filosofici nel quadro di una storia filosofica liberale da Platone alla filosofia marxista del XX secolo: «la farsa hegeliana è durata anche troppo. Noi dobbiamo por fine ad essa. Noi dobbiamo parlare – anche a costo di sporcarci maneggiando questa cosa scandalosa che, sfortunatamente invano, fu denunciata con tanta chiarezza un centinaio di anni fa».<a title="" href="#_ftn3">[3]</a> Nonostante la cristallizzazione di una simile rappresentazione del pensiero hegeliano nella tradizione anglo-americana e non solo, la figura di Hegel ha tuttavia resistito tanto a caricaturali demonizzazioni filosofiche e politiche, quanto alle più disparate forzature ideologiche, come testimonia la sua grande <em>Wirkungsgeschichte</em>, così ampia e ricca da costringere i suoi lettori a periodici orientamenti nella letteratura critica. Tra i numerosi contributi pubblicati nel nostro Paese, il recente studio di Renato Pallavidini può rispondere positivamente a tale esigenza di orientamento condensando la trattazione di alcuni grandi interpreti italiani del filosofo tedesco nel suo saggio <em>Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile </em>(Noctua, Bari 2012).</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5029" title="Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /></a>La scelta della periodizzazione esaminata dall’autore, da Cusani (1815-1846) a Gentile (1875-1944), è motivata con l’intento di ripercorrere la prima divulgazione italiana delle opere hegeliane a partire dagli anni 40’ del XIX secolo, e la successiva accumulazione di quei “anacronismi ermeneutici”<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> in seno alla storia della filosofia italiana che hanno per lungo tempo irretito l’interpretazione del filosofo tedesco. In sede di storia delle idee, la necessità di revisione critica della figura dell’Hegel “romantico e mistico” fissata nel datato saggio di Galvano Della Volpe (1929), era stata avvertita dal filosofo alessandrino anche nel suo articolo <em>Il problema della libertà alle origini del pensiero di Hegel</em> (“Filosofia. Rivista Quadrimestrale”, Anno LI, Fasc. III, settembre-dicembre 2000, pp. 401-426).<a title="" href="#_ftn5">[5]</a> Servendosi della più recente critica di Christoph Jamme e Franco Chiereghin, Pallavidini decostruisce la vulgata italiana sul frammento hegeliano giovanile <em>Die Liebe</em> (1798-99), in cui si voleva vedere nella categoria di “amore” una forma mistificata del modello organicistico di <em>Aufhebung</em> degli opposti ed un’anticipazione di quel famigerato momento sintetico in cui doveva culminare il procedimento dialettico posteriore. Una discussione del pensiero filosofico-politico del giovane Hegel era stata offerta dall’autore nel 1991, con il saggio <em>Hegel critico dell’autoritarismo</em> (con prefazione di R. Bodei, Arnaud, Firenze 2012), precedente di un anno rispetto all’altro importante saggio di Domenico Losurdo su <em>Hegel e la libertà dei moderni</em> (Roma, Editori Riuniti, 1992), che meriterebbero di essere accostate per un confronto sulla concezione hegeliana della libertà. Nel saggio di Pallavidini il rifiuto da parte del giovane Hegel dell’opzione giacobina alla rivoluzione non è interpretato, sulla scorta della vulgata marxista, come mero riflesso di una condizione storico-sociale arretrata, bensì come espressione dell’esigenza intellettuale e pratica di rinvenire una “terza via” tra due forme di autoritarismo: quella atomistico-liberale e capitalista da un lato e quella organicistico-rousseauiana dall’altro<a title="" href="#_ftn6"><sup><sup>[6]</sup></sup></a> che culminerà poi nella dottrina dello stato commerciale chiuso fichtiano (1800). Tra i risultati della ricerca dell’autore si segnala la messa a fuoco dell’incidenza avuta dal secondo discorso di Rousseau nella riflessione del giovane Hegel, e della storicizzazione del modello di polis antica che prevaleva nell’ideologia rivoluzionaria giacobina, storicizzazione mediante la quale Hegel prenderà congedo dalle diverse forme di organicismo politico dedotte in modo affatto antistorico dalla “libertà degli antichi”. Nel quadro dello studio di Pallavidini, sarebbe stato interessante l’enucleazione della critica hegeliana alla teoria politica contrattualistica, quale verrà formulata in particolare nel ricco § 258 dei <em>Grundlinien</em>, che si pone come modello teorico comune tanto del liberalismo quanto dell’organicismo rousseauiano.</p>
<p>Al di là dell’“anacronismo ermeneutico” relativo alla fase francofortese del pensiero giovanile hegeliano (1797-1800), nel suo saggio del 2012 Pallavidini imposta l’esigenza più generale di una revisione dell’interpretazione hegeliana e del ricco periodo in cui si colloca la sua opera, per la quale ha dedicato una <em>Introduzione alla filosofia classica tedesca</em> (Noctua, Bari 2004) che si fregia di una prefazione di Costanzo Preve. Ma la storia della confusa lettura italiana del filosofo di Stoccarda, a detta di Pallavidini, si può rinvenire proprio nella ricezione di Cusani, «un sincretismo fra Schlegel, lo Schelling del primo periodo e Hegel, fra Romanticismo ed Idealismo hegeliano».<a title="" href="#_ftn7">[7]</a> Fondamentale per i lettori italiani è la proposta di leggere la storia dell’hegelismo nel nostro Paese secondo due linee di sviluppo: da un lato una linea di tipo logico-formale sulla quale sono collocati Augusto Vera, Bertrando Spaventa e, si potrebbe aggiungere, Arturo Moni; dall’altra la linea di sviluppo contenutistica, cioè incentrata sui temi estetici e storici «ai margini del sistema»,<a title="" href="#_ftn8">[8]</a> che interesserà, sebbene con molte riserve, Francesco De Sanctis e successivamente Benedetto Croce. La terza ed ultima parte del saggio è dedicata alla lettura gentiliana della filosofia di Hegel, alla sua declinazione fichtiana, ed all’ideale completamento filosofico dell’hegelismo nell’idealismo attuale o attualismo. Del pensiero di Gentile ne è brevemente ricostruito lo sviluppo: dalla ricezione dell’hegelismo, più basato sulla mediazione del suo maestro Donato Jaja, che su di un’attenta interpretazione storico-genetica del pensiero hegeliano,<a title="" href="#_ftn9">[9]</a> all’interpretazione della filosofia della prassi marxiana e al suo recupero in chiave idealistica,<a title="" href="#_ftn10">[10]</a> fino al più tardo sviluppo della dottrina dello stato etico e del corporativismo fascista.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/GiovanniGentile.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5030" title="GiovanniGentile" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/02/GiovanniGentile-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a>Il saggio di Pallavidini segnala in una prospettiva di storia delle idee, a tratti molto severamente, “ciò che è morto in Hegel”, o meglio in parte dell’hegelismo italiano, quello deformato da prismi “esistenzialistici”, liberali e da pregiudiziali letture “romantiche” del filosofo di Stoccarda che ha finito col sedimentarsi nei testi di divulgazione liceale. Con tale segnalazione, l’autore suggerisce al contempo una nuova rilettura di percorsi teoretici che hanno preso le mosse dal periodo aureo della filosofia continentale in senso lato: quello della filosofia classica tedesca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> L. ILLETTERATI, <em>Back to Hegel</em>, 7 dicembre 2014, articolo reperibile per intero al sito: http://www.hegelpd.it/hegel/back-to-hegel-un-articolo-di-luca-illetterati/.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> H.J. MACKINDER, <em>The round world and the winning of the peace</em>, in ID.,<em> Democratic ideals and reality: a study in the politics of reconstruction</em>, National Defense University Press, Washington, 1996, p. 201.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> K. POPPER, <em>La società aperta e i suoi nemici</em>, vol II., Armando, Roma 2003, p. 93.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> R. PALLAVIDINI, <em>Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile</em>, Noctua, Bari 2012, p. 60.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> R. PALLAVIDINI, ivi, p. 402.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> R. PALLAVIDINI, <em>Hegel critico dell’autoritarismo. Il confronto critico con la Rivoluzione francese alle origini dei modelli teorici del giovane Hegel</em>, cit., p. 44.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> R. PALLAVIDINI, <em>Problemi di critica hegeliana in Italia. Le loro origini da Stefano Cusani a Giovanni Gentile</em>, cit., p. 60.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Ivi, p. 59.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> Ivi, p. 107.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Ivi, p. 98.</p>
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		<title>JEAN-JACQUES ROUSSEAU E LA FILOSOFIA CLASSICA TEDESCA : UN PROBLEMA CRITICO APERTO.</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2015 14:53:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel corso di una delle sue brillanti lezioni su Fichte –nel 1977-, Francesco Moiso, che mi fu indimenticato Maestro di studi hegeliani all’Università di Torino, ebbe ad affermare che i concetti di libertà e perfettibilità, con cui Rousseau spiegava la fuoriuscita dell’uomo dall’ipotetico stato di natura, stavano all’origine del concetto di Geist in Hegel e nella filosofia classica tedesca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/rousseau.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-4912" title="rousseau" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/rousseau-300x184.gif" alt="Rousseau filosofia classica" width="300" height="184" /></a></strong>di<em> <strong>Renato Pallavidini</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel corso di una delle sue brillanti lezioni su Fichte –nel 1977-, Francesco Moiso, che mi fu indimenticato Maestro di studi hegeliani all’Università di Torino, ebbe ad affermare che i concetti di libertà e perfettibilità, con cui Rousseau spiegava la fuoriuscita dell’uomo dall’ipotetico stato di natura, stavano all’origine del concetto di Geist in Hegel e nella filosofia classica tedesca.</p>
<p>Ancora imbevuto di schemi critici kroneriani e dellavolpiani –desunti dalla consueta preparazione liceale-, con la mente ancora irrigidita sull’ Io legislatore e finito di Kant che, con le mediazioni di Reinholdt, Schulze e Maimonide, diventa  l’Io assoluto e creatore di Fichte, per essere poi rielaborato e perfezionato da Schelling e da Hegel, ebbi alcuni momenti di sconcerto. Ma ciò sollecitò comunque  la mia curiosità e, negl’anni successivi, non dimenticai mai queste sue sollecitazioni critiche. Mi abituai sempre più visibilmente ad attribuire a Rousseau un ruolo primario, nella genesi della  filosofia classica tedesca e di una più profonda linea di pensiero umanistico e critico della modernità capitalista, che si dipana dalla classicità tedesca sino al marxismo e al neoidealismo del XX secolo.</p>
<p>Ne scaturirono numerosi studi, svolti per lo più nel corso degli anni ’90, la cui pubblicazione fu possibile grazie al continuo interessamento, alla disponibilità, alla grande apertura di orizzonti culturali del Prof. Marzio Pinottini –a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti.</p>
<p>Va però detto, a premessa delle considerazioni che qui intendiamo sviluppare, che il quadro della recezione di Rousseau in Germania, fra il 1751 e gl’anni ’90 del secolo, non consente di trovare testimonianze oggettive e prove chiare del paradigma critico che intendiamo proporre e che valorizza, in funzione dello sviluppo della Filosofia Classsica Tedesca, il <em>Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza,</em> largamente trascurato e sottostimato dall’ambiente intellettuale tedesco di quegl’anni<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>Infatti il Rousseau che ha suscitato gli apprezzamenti maggiori è quello delle opere letterarie –fra cui spicca la <em>Nuova Eloisa</em>-, della <em>Lettera a D’Alambert</em>, dell’<em>Emilio</em>, degli scritti tardi ed autobiografici. E’ un Rousseau che sembra molto diverso, rispetto alla condanna del processo di civilizzazione dell’uomo, all’antitesi apparentemente rigida fra natura e cultura, uomo naturale e uomo sociale civilizzato, al rigetto dell’ideale illuministico del progresso continuo dell’uomo e della ragione, che Gottsched e molti esponenti della generazione di Lessing avevano colto nei due <em>Discorsi</em> e che ne avevano motivato una visione tendenzialmente negativa. Le tematiche ora in evidenza sono quelle della virtù morale e dei suoi fondamenti religiosi –centrali proprio nella <em>Nuova Eloisa</em>, in molte parti dell’<em>Emilio</em> e nelle <em>Passeggiate del pensatore solitario</em>-, più consone all’ambiente intellettuale tedesco dell’epoca. Tematiche che contribuiscono a generare il mito della personalità di Rousseau, quale modello vivente di moralità perseguitata, in antitesi alla corruzione della società del tempo e ai cedimenti dei Lumi francesi suoi contemporanei.</p>
<p>Nello specifico dei <em>Discorsi</em>, va innanzitutto detto che a suscitare le maggiori prese di posizione e il dibattito più vivace è il <em>Discorso sulle scienze e le arti</em>, che urta in modo diretto, improvviso e imprevisto, i miti illuministici contemporanei. Il secondo <em>Discorso</em>, seppur tradotto prontamente da Mendelsohn, ha un impatto immediato molto più debole. Ciò è dovuto all’opinione dominante che esso segua gli schemi di pensiero del primo e che, in entrambi i casi, ci si trovi di fronte ad un sofista, ad uno spirito animato da paradossi e da contraddizioni.</p>
<p>Nella sostanza, con l’importante eccezione di Lessing che, recensendo analiticamente il primo Discorso, coglie e valorizza la questione dell’alienazione sociale, che già vi spicca<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>, il pubblico intellettuale tedesco degli anni ’50 condivide in gran parte la sprezzante e superficiale critica di Voltaire: con Rousseau ci si trova di fronte ad un personaggio stravagante, che propone come ideale l’uomo ignorante e barbaro delle foreste! Comunque sia, spicca negativamente il rifiuto dell’idea dello sviluppo continuo dell’uomo e della sua ragione e l’antitesi natura/cultura, natura/civiltà.</p>
<p>Sino alla metà degli anni ’90 non troviamo traccia di una lettura più approfondita e meno condizionata dai pregiudizi volteriani. Tuttavia, proprio in questi anni cruciali, secondo Jamme, se ne ha una valorizzazione prima in Hölderlin, che vi legge una visione triadica dello sviluppo storico e culturale dell’umanità, secondo lo schema perdita/riconquista dell’armonicità originaria, e successivamente in Hegel, agli inizi del periodo francofortese, che, come noto, recepisce questo schema, facendone il fondamento logico della sua dialettica<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p>Il fatto, accertato e asserito da uno studioso della statura di Ch. Jamme, che sia Hölderlin che Hegel approfondiscano in questa direzione la lettura di Rousseau fuga ogni dubbio sull’alto valore critico della ricordata affermazione verbale di Francesco Moiso e toglie ogni margine di arbitrarietà alle analisi che ci accingiamo a condurre.</p>
<p>Dunque perché i concetti rousseauiani di libertà e di perfettibilità potrebbero essere all’origine del concetto hegeliano di Geist, come di quello fichtiano di Ich, che gli è affine, in sintonia con un intero quadro culturale –quello della Goethe Zeit- che fa perno sull’idea dell’uomo quale soggettività creativa del proprio mondo in un contesto sociale? Perché Rousseau potrebbe essere un riferimento primario dell’intera filosofia classica tedesca?</p>
<p>Proprio Francesco Moiso spiegava che libertà e perfettibilità sollevavano l’uomo al di sopra di una condizione naturale, animalesca, di dipendenza meccanica dalla presenza materiale dell’oggetto e dall’istinto corporeo legato all’autoconservazione, di sottomissione alle leggi naturali date, e gli consentivano di esprimere la cultura, la Bildung: l’insieme degli oggetti, delle produzioni materiali e spirituali, delle relazioni che formano una civiltà storicamente determinata. L’uomo entra nella storia universale, che è una sua creazione sociale e collettiva e che procede secondo un modello olistico, antitetico a quello meccanico, pensato alla base della natura dalla filosofia del seicento e dallo stesso Rousseau. Con ciò l’uomo cambia anche l’insieme dei suoi comportamenti e delle sue abitudini di vita. Sorge l’idea che egli sia una soggettività attiva, libera e creativa, in grado di determinare se stesso, creando nel contempo, in una dimensione sociale e socialmente condizionata, un livello di oggettività non dato in natura, che da lui dipende e che costituisce il suo mondo, il suo habitat di vita, la sua cultura nel senso più ampio del termine: la società, le istituzioni, la storia.</p>
<p>Un’idea che nasce nel Rinascimento, ma che si generalizza proprio nella filosofia tedesca e che Moiso, giustamente, poneva in stretta relazione con i concetti di Ich in Fichte, e di Geist in Hegel, di cui non mancava di ricordare il radicamento nel lavoro umano. E’ facile intuire che, su questa linea di pensiero, si arrivi al materialismo storico di Marx. Superfluo citare i noti passi dei <em>Manoscritti</em> e dell’ <em>Ideologia</em> <em>tedesca</em>!</p>
<p>L’uomo, con la libertà, può porre uno spazio di riflessione razionale fra l’affezione dell&#8217; istinto e la  reazione ad esso; l’imput che si riceve dall’istintività fisico-corporea è sospeso ed è possibile decidere razionalmente, scegliere con atto di volontà cosciente se assecondarlo o reprimerlo, e come modulare la risposta. Se l’animale, con necessità meccanica, grida quando ha sensazioni di dolore, si getta sul cibo quando ha fame, aggredisce quando è offeso, l’uomo può sospendere questi imput che vengono dall’impulso, differire, studiare, definire coscientemente la risposta ad esso, anche con il semplice atto di trattenere l’urlo del dolore, o di cuocere il cibo.  Ciò si accompagna ad un perfezionamento dell’insieme delle sue abilità e facoltà fisiche e intellettuali, sconosciuto al resto del mondo animale, che ci consente di cercare intelligentemente il cibo, poi di produrlo, per passare a cuocerlo, a conservarlo, ecc.</p>
<p>Con questi comportamenti, come argomenta il <em>Discorso</em> <em>sull’origine</em> <em>della</em> <em>disuguaglianza</em>, gli uomini entrano in stabili rapporti sociali le cui strutture e norme diventano sempre più condizionanti per chi nasce, si forma e vive al loro interno, prefigurando ruoli, caratteri e modelli, come nel caso della famiglia per l’uomo e per la donna. L’uomo si instrada a diventare soggetto creatore di se stesso e del proprio mondo, emancipato rispetto a condizionamenti e leggi naturali, nel quadro della società e della storia universale che, come accennato, si fondano sul modello olistico-totalizzante.  Infatti proprio il modello teorico olistico-totalizzante, come modello strutturante le società umane e la storia, è alla base delle filosofie dell’idealismo tedesco, del pensiero marxista, come del neoidealismo del secolo testé concluso.</p>
<p>E’ possibile raccogliere e radicare queste riflessioni in un unico nodo teorico, per vederne lo sviluppo fra Fichte, Hegel, Marx e oltre, ponendo Rousseau all’origine della linea di pensiero dialettica prefigurata e in antitesi alle filosofie giusnaturalistiche e razionalistiche dominanti nel sei-settecento?</p>
<p>Noi crediamo fermamente di sì! Questo nodo teorico nasce dal rifiuto della nozione meccanicistica e materialisticamente intesa della libertà, nata con Hobbes, e riproposta dall’Illuminismo settecentesco, per identificarla in un atto interamente spontaneo del volere, inteso quale facoltà dell’anima, con cui l’uomo diventa il soggetto spirituale, creatore di sé  e del proprio mondo oggettivo socialmente e storicamente condizionato. Una nozione spiritualistica, antimeccanicistica di libertà, dalla quale nasce l’Ich di Fichte, il Geist di Hegel, la Lebenstätigkeit umana di Marx, in netta antitesi con l’Illuminismo.</p>
<p>Questo nodo teorico per altro è già stato messo in luce in un recente studio di R. Wokler, che traccia una rapida ma originale sintesi dell’intero pensiero rousseauiano.  In esso si legge che, a differenza degli animali, “sempre schiavi dei propri appetiti”, “gli uomini sono dotati di libero arbitrio o, per lo meno, hanno la naturale prospettiva di essere loro i responsabili di come vivono”. Un’idea legata alla tradizione metafisica e spiritualista dell’ Europa antica e medioevale, pagana e cristiana, che venne rifiutata radicalmente da Hobbes, a favore di un’antropologia materialistica e meccanicistica già funzionale a giustificare il nascente uomo borghese, ripiegato sull’interesse egoistico, sulle materialità di vita, sulle attività economiche. Scrive R. Wokler:</p>
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<p>“Già Hobbes aveva respinto questa antica concezione della libertà, che Rousseau resuscitava distinguendo l’azione coattiva da quella deliberata. Secondo Hobbes, gli animali non sono schiavi dei loro appetiti, perché questi sono per loro motivazioni, non costrizioni, in quanto costituiscono la causa che li spinge ad agire, e non freni che li ostacolano; l’idea di una libertà del volere sarebbe assurda, perché soltanto i corpi possono essere liberi o ostacolati nei loro movimenti, ma la volontà, non essendo soggetta al movimento, non può avere alcun impedimento esterno che la arresti”. (Leviatano, cap. 21).</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/albero31.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4915" title="albero3" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/albero31-267x300.jpg" alt="" width="267" height="300" /></a>Rousseau, che su questo punto è debitore di una tradizione della filosofia classica che Hobbes aveva posto in discussione, è convinto invece che la natura eserciti una costrizione interna sul comportamento animale, e che i nostri antenati, potendo sempre soddisfare i propri impulsi naturali in modi diversi, non siano stati vincolati dagli istinti che spingono e danno ordini a tutte le altre creature. (Scritti politici, p. 299).</p>
<p>Ogni membro della specie umana che non sia infermo di mente, secondo Rousseau, è capace di governare se stesso”.<a title="" href="#_ftn4">[4]</a></p>
<p>Come abbiamo cercato di argomentare in un saggio sull’ antropologia dei diritti naturali dell’uomo, pubblicato in due diverse edizioni da Noctua, Hobbes pone alla base del comportamento umano la stessa meccanica degli istinti che muove gli animali, che a sua volta richiama i principi della meccanica di Newton.<a title="" href="#_ftn5">[5]</a></p>
<p>Cosa può significare, infatti, che “soltanto i corpi possono essere liberi o ostacolati”? Nient’altro che concepire e spiegare l’intera vita naturale, uomo compreso, secondo il principio del moto rettilineo uniforme: può dirsi libero un corpo in grado di mantenere il proprio originario stato meccanico (di quiete o di moto rettilineo uniformemente accelerato) senza che un altro corpo lo urti o lo ostacoli. L’uomo è un ente fisico, un corpo fra i corpi, sostanzialmente pensato, come pone in luce anche Macperson, sul modello di una macchina semovente, mossa da stimoli esterni costituiti dagli istinti ed impulsi della sensibilità corporea, fondata sull’istinto autoconservativo, a perpetuare il proprio movimento, come nell’esempio meccanico appena citato.</p>
<p>In modo più preciso, gli istinti, per Hobbes, sono un insieme di desideri e di avversioni che proiettano con necessità meccanica –la stessa necessità della spinta impressa esteriormente ad un qualsiasi corpo inerte- l’uomo, o l’animale al possesso di un oggetto dato, materialmente presente di fronte a noi e ai nostri sensi, rappresentato empiricamente e percepito emozionalmente come utile, o, all’allontanamento da esso, quando, al contrario, è sentito come dannoso. La presenza materiale dell’oggetto, l’interazione fra essa, la sua rappresentazione sensoriale, il riferimento di essa all’istinto autoconservativo, che la carica di emotività positiva o negativa, sono fattori meccanici che sospingono esteriormente il soggetto umano –o, per meglio dire, in questo caso, l’ ente oggettivo uomo- verso determinati comportamenti.</p>
<p>A questi condizionamenti meccanici l’animale non può certamente sfuggire e, in modo sostanziale, neppure l’uomo. Infatti -come abbiamo spiegato analiticamente ne <em>Il Busto di Giano-  </em>Hobbes riduce l’atto della volontà cosciente alla deliberazione di un appetito -desiderio o  avversione-, da assecondare, dopo che la mente, in cui sono impresse e in cui scorrono come i fotogrammi di un film al rallentatore tutte le rappresentazioni empiriche con relative emozioni associate, comparandolo con gli altri appetiti, ne ha valutato importanza e realizzabilità. Scrive Hobbes, nel <em>De</em> <em>Homine</em>, che “la volontà stessa è un appetito”, più precisamente l’ultimo appetito che si presenta nel corso della deliberazione; quello “che produce immediatamente l’azione o l’ omissione”.</p>
<p>“Nel corso di questa deliberazione (&#8230;) si manifesta e si rifugge     alternativamente, finché (&#8230;) l’ultimo appetito, sia di fare sia di tralasciare, che produce immediatamente l’azione o l’omissione, vien detto volontà”<a title="" href="#_ftn6">[6]</a></p>
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<p>Questa capacità di calcolo e di discernimento sulle emozioni, sullo stimolo meccanico dell’ impulso –capacità che compete alla materialità del cervello funzionante e che, dunque, non è, nella maniera più assoluta, espressione di alcun principio spirituale-  è l’unica forma di libertà riconosciuta all’ uomo, e che lo differenzia –per altro solo quantitativamente- dall’ animale. Ciò significa che l’antropologia materialistica, che proprio a partire da Hobbes sta alla base delle dottrine giusnaturalistiche, comprese quelle che si orienteranno in senso liberale e si travaseranno nell’ambiente illuminista,  pensa la libertà dell’uomo unicamente nel contesto della meccanica degli istinti, come forma di relativa autonomia dai loro condizionamenti più pressanti. L’ uomo rimane sostanzialmente vincolato al determinismo meccanico della natura.</p>
<p>In Rousseau la volontà ridiventa una componente dell’ anima, infusa dal Creatore nel corpo umano, entro un dualismo antropologico, che ha la sua origine più diretta in Condillac, ed un orientamento coerentemente spiritualistico che sospinge il Ginevrino ad un rifiuto non solo politico ma anche religioso della società del “bourgeois”.  Ne sono una chiara dimostrazione  il pensiero e la politica di Robespierre e del gruppo dirigente giacobino dell’ anno II che attorno a lui converge più coerentemente, sino alla tragedia del 9 e del 10 Termidoro, ispirandosi proprio a JJ. Rousseau.<a title="" href="#_ftn7">[7]</a></p>
<p>L’ atto assolutamente libero del volere, quale facoltà spirituale, può sottrarre interamente l’ uomo alla necessità espressa dalla meccanica degli istinti, consentendogli i processi di perfezionamento di sé e di socializzazione citati e, nel loro contesto, la creazione di un mondo artificiale, quello della cultura e della storia. Superamento della necessità meccanica dell’ istinto, socialità –che significa anche intersoggettività- e creazione dell’ oggettività delle istituzioni e della storia universale, strutturate secondo il modello olistico-totalizzante,  sono anche, in un quadro categoriale molto più sofisticato, gli elementi concettuali entro cui si collocano lo Ich di Fichte e il Geist di Hegel: la libertà deve emancipare l’ uomo dalla necessità naturale e meccanica, che opera in lui attraverso gli istinti; non solo consentirne un determinato grado di controllabilità.</p>
<p>La questione è etica nel senso più hegeliano e tradizionale del termine: non solo relativa al comportamento individuale, ma anche a quello collettivo, sociale e pubblico. E’ questione morale –se mi si consente un uso molto elastico e molto poco dialettico del termine- e nel contempo questione politica.  L’ uomo che si emancipa dalla necessità meccanica dell’ istinto è uomo che rompe con le chiusure egoistiche del “bourgeois”, che si apre alla dimensione comunitaria e fraternalistica del “citoyen” che anima l’intera componente umanistica della Goethe-Zeit, entro la  quale –continuando ad ispirarci a Lukàcs- noi collochiamo la fase jenese di Ficthe e la filosofia di Hegel.</p>
<p>E’ necessario, a questo punto, entrare maggiormente nel dettaglio delle categorie concettuali fichtiane e hegeliane citate, soprattutto per quanto riguarda Fichte, sulla cui filosofia non ci siamo mai soffermati organicamente nei nostri saggi. Mentre, per quanto concerne il pensiero di Hegel e i suoi rapporti con Rousseau, ci siamo già abbondantemente dilungati, a partire dal nostro Hegel critico dell’ autoritarismo.</p>
<p>Come noto l’ idealismo trascendentale della prima fase fichtiana nasce come filosofia della libertà in rapporto ad una pluralità di istanze, sul cui grado di importanza si può discutere all’ infinito. Tuttavia, soprattutto se si prendono in considerazione gli scritti politici del 1792-1793, nessuno può negare che determinante sia l’ interazione con gli eventi rivoluzionari francesi e l’esigenza di definire una linea di pensiero che legittimi i processi politici in corso, che vedono una soggettività collettiva emanciparsi da una tradizione data, per procedere liberamente e coscientemente a ricreare se stessa e le istituzioni del paese, a forgiare faustianamente il mondo a propria immagine e somiglianza. Una filosofia idealistica deve giustificare questa libertà, che sta nascendo in Francia con l’Assemblea Costituente e con la Convenzione Nazionale.</p>
<p>Su simili basi l’idealismo avrà il compito di procedere ad una costruzione trascendentale della coscienza quale soggettività  libera, rimanendo sempre nei limiti della sua determinatezza finita e proponendo questi limiti come condizione irrinunciabile della sua libertà. Scriveva Pareyson che l’ idealismo trascendentale “spiega il sapere umano all’ uomo”; è “spiegazione del sapere finito, dal punto di vista del finito e col sapere finito, a noi esseri finiti” <a title="" href="#_ftn8">[8]</a>. Con ciò la libertà della coscienza non pretende l’ assolutezza demiurgica stürmeriana e romantica, né si fonda sulla deduzione dell’oggetto da una soggettività assoluta; è una libertà che si esprime nella subordinazione dell’ oggetto o Non-Io alle leggi pratiche dell’Io, per consentirgli una continua emancipazione rispetto all’ oggettività data che lo determina e una continua rideterminazione, secondo finalità coscienti, dell’ agire individuale, sul piano morale, dell’agire collettivo, su quello politico.</p>
<p>Una filosofia idealistica di questo tipo, come scrive chiaramente Fichte nella <em>Dottrina</em> <em>della</em> <em>scienza</em> del 1794, potrebbe anche essere definito un realismo critico, in quanto esso non deve tanto ricavare teoricamente il Non Io dall’ Io –questione  presentata per altro come indimostrabile entro i limiti della razionalità teoretica, analitica, ereditata da Kant e dall’ Illuminismo- ma semplicemente connettere il primo al secondo in modo che gli sia subalterno e che funga da condizione di libertà in quanto limite superabile e rideterminabile dalla coscienza.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/600px-Salon_de_Madame_Geoffrin.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4916" title="600px-Salon_de_Madame_Geoffrin" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/600px-Salon_de_Madame_Geoffrin-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a>Da un lato la coscienza deve confrontarsi con un Non-Io esteriore e indipendente –vale a dire con un’oggettività- che la limita e la finitizza, facendone un agire determinato e ben visibile, quello dell’uomo che non si perde in una tormentata e irrealizzabile Sehnsucht all’assolutezza demiurgica; e la sensibilità –come meglio vedremo- è veicolo di questa determinazione meccanica dell’oggetto sull’ interiorità del soggetto. Dall’altro lato la coscienza deve, come indicato, sottometterlo a sé, farne la condizione visibile della sua libertà ed operatività ricostruendo l’oggettività che la determina, conferendole nuove forme, come nella vita morale kantiana, come nella vita politica della Francia rivoluzionaria.</p>
<p>Non si tratta dunque di ricavare l’oggetto dal soggetto assoluto, come intende fare l’idealismo dogmatico, né di postularne l’indipendenza originaria, secondo il punto di vista del realismo dogmatico. Nella prospettiva dell’idealismo trascendentale della fase jenese idealismo e realismo si fondano in un “ideal-realismo” che è una spiegazione trascendentale della libertà e della superiorità della coscienza rispetto ad una realtà esterna che la delimita –una delimitazione di cui per altro essa ha necessità per essere la coscienza di un uomo concreto che agisce concretamente nella realtà concreta- e che deve essere funzionale al proprio agire: condizione kantiana di possibilità di esso. Il nuovo idealismo, che si erige a filosofia della libertà e a giustificazione teorica della Rivoluzione giacobina, deve semplicemente riconoscere che la realtà indipendente delle cose –qualunque sia la sua origine- sta per la coscienza e in funzione del suo libero agire: essa può dunque emanciparsi completamente dalla natura meccanica  per creare, in un’intersoggettività, l’oggettività dialettica –che definiamo come tale, in quanto obbedisce al modello olistico totalizzante- della cultura, delle istituzioni e della storia universale e muoversi in essa.</p>
<p>Scrive Fichte, quasi a conclusione della <em>Dottrina</em> <em>della</em> <em>scienza</em> del 1794:</p>
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<p>“La dottrina della scienza è perciò realistica. Essa mostra che la coscienza delle nature finite non si può affatto spiegare se non si ammette una forza presente indipendentemente da quelle, a esse interamente opposta e da cui quelle, secondo la loro esistenza empirica, sono dipendenti. Ma essa non afferma anche nient’altro se non una tale forza opposta, che dagli esseri finiti è solamente sentita, ma non conosciuta&#8230;.</p>
<p>Nonostante il suo realismo, questa scienza non è però trascendente, ma rimane trascendentale nelle sue più intime profondità. Essa spiega assolutamente ogni coscienza in base ad un qualcosa presente indipendentemente da ogni coscienza; ma non si dimentica che anch’essa, in questa spiegazione, si conforma alle sue proprie leggi e appena riflette su ciò quel qualcosa di indipendente diviene ancora una volta un prodotto della sua propria forza di pensare, perciò qualcosa di dipendente dall’Io, in quanto deve esistere per l’Io (nel suo concetto). Ma per la possibilità di questa nuova spiegazione di quella prima spiegazione è già presupposta la coscienza reale e per la possibilità di questa ancora quel qualcosa da cui l’Io dipende: e se ora proprio quello che prima è stato posto come un che di indipendente è divenuto dipendente dal pensare dell’Io, allora non per questo è soppresso l’indipendente, ma solo posto più in là, e così si potrebbe procedere illimitatamente senza che quello venga soppresso. Tutto, secondo la sua idealità, è dipendente dall’Io, ma dal punto di vista della realtà l’Io stesso è dipendente; tuttavia non c’è niente di reale per l’Io senza che sia anche ideale; pertanto in esso il fondamento ideale e quello reale sono una e la stessa cosa e quell’azione reciproca tra l’Io e il Non-Io è insieme un’azione reciproca dell’Io con se stesso. Esso non può porsi come limitato dal Non-Io in quanto non riflette sul fatto che è esso stesso a porre quel Non-Io limitante; può porsi  come limitante esso stesso il Non-Io in quanto riflette su ciò.</p>
<p>Questo fatto, che lo spirito finito deve porsi necessariamente qualcosa di assoluto fuori di sé (una cosa in sé) e tuttavia dall’altro lato deve riconoscere che quello stesso esiste solo per lui (che è un noumeno necessario), è quel circolo che esso amplia all’infinito, ma da cui non può mai uscire&#8230;.</p>
<p>La dottrina della scienza tiene precisamente il mezzo tra i due sistemi ed è un idealismo critico che si può chiamare anche real-idealismo o ideal-realismo&#8230;Solo in quanto qualcosa viene riferito alla facoltà pratica dell’Io  ha realtà indipendente, in quanto viene riferito a quella teoretica, è compreso nell’Io, contenuto della sua sfera, sottomesso alle sue leggi di rappresentazione&#8230;Questo è il circolo da cui lo spirito finito non può uscire, né può volerlo senza rinnegare la ragione e richiederne l’annientamento”.<a title="" href="#_ftn9">[9]</a></p>
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<p>Da un precedente passo si comprende ancor più chiaramente che, per consapevole intendimento fichtiano  –e non per un errore tecnico, come penserà Hegel, accostandosi tardivamente alla <em>Dottrina</em> <em>della scienza</em>, condizionato da Schelling- non ci troviamo di fronte ad una teoria dell&#8217; assoluto, fondamento reale originario comune dell’ Io e del Non-Io, della coscienza e della realtà naturale, sul modello di <em>Urtheil</em> <em>und</em> <em>Sein</em> di Hoelderlin e del <em>Sistema</em> <em>dell’</em> <em>idealismo</em> <em>trascendentale</em> di Schelling.</p>
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<p>“E così l’idealismo critico, che domina nella nostra teoria, è esposto in modo determinato. Esso è dogmatico contro l’idealismo dogmatico e il realismo, in quanto dimostra che né la mera attività dell’Io è il fondamento della realtà del Non-Io, né la mera attività del Non-Io è il fondamento della passività nell’Io; ma in riferimento alla questione su quale sia allora il fondamento della reciprocità posta fra i due, rispondere a cui è obbligato, esso si accontenta della sua ignoranza e mostra che la ricerca a questo proposito si situa oltre i limiti della teoria. Nella sua spiegazione della rappresentazione esso non parte da un’assoluta attività né dell’Io né del Non-Io, ma da un essere determinato che è insieme un determinare, poiché nella coscienza non è contenuto immediatamente null’altro, né può essere contenuto”<a title="" href="#_ftn10">[10]</a></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/anticapitalismo-tra-individuo-e-comunita-T-TeYV_o.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4917" title="anticapitalismo-tra-individuo-e-comunita-T-TeYV_o" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/anticapitalismo-tra-individuo-e-comunita-T-TeYV_o-300x202.jpeg" alt="" width="300" height="202" /></a>Siamo dunque in presenza di una dottrina trascendentale della coscienza finita che, proprio come insisteva Francesco Moiso, deve spiegarne e spronarla ad una libertà umanamente intesa, come indipendenza razionale rispetto al condizionamento meccanico della natura attraverso i sensi, con la quale l’uomo entra necessariamente in una intersoggettività che rimuove e riplasma l’oggettività data.  Come l’Io (Fichte parla di “spirito finito” e dunque ci si potrebbe qui riferire all’Io finito, salvo essere smentiti da altri passi, nei quali si afferma che è l’Io puro a opporre all’Io finito il Non-Io, ma per il momento lasciamo stare!) possa opporre a sé una realtà oggettiva indipendente, che lo affetti attraverso la meccanica degli istinti della sensibilità fisico-corporea, e poi riconoscere che essa esiste solo per lui e per consentirgli di essere concretamente libero e attivo nel superarne le forme immediatamente date, trasformandole e, come tale, ricreando coscientemente questa stessa realtà, è una problematica dichiarata esplicitamente al di fuori dei limiti e della possibilità della razionalità analitica.</p>
<p>Una problematica che tuttavia, nel quadro della nostra argomentazione, dobbiamo toccare, in quanto la coscienza e la sua libertà sono fondate trascendentalmente su una complessa dialettica di illimitato-limitazione-limite, che va studiata intersecando tutte tre le parti dell’opera del 1794 e quest’ultima con il testo del 1798 e che inevitabilmente sospinge lo studioso a tentare una qualche forma di chiarimento sulla genesi del Non-Io a partire dall’Io.</p>
<p>Punto di partenza è l’agire assoluto dell’Io puro. Le sue caratteristiche sono precisate non tanto nella formulazione del primo principio –dove il discorso rimane sempre schematico con contorni vaghi- , ma all’interno della parte pratica della Dottrina della scienza del 1794. L’agire assoluto  è  un’attività reale di autoposizione che procede all’infinito: un moto di espansione creativa infinito e illimitato, che è centripeto e vorticoso e, nel contempo, centrifugo e lineare.  Due direzioni in sé inscindibili, che possono essere scisse e poste in contraddizione solo dalla riflessione analitica dell’intelletto, che si è già visto inadeguata a comprendere le strutture dialettiche della coscienza e del suo mondo. Due direzioni che sono, nell’Io puro, il fondamento delle due attività finite su cui verrà costruita la coscienza reale: l’attività reale, che ne costituisce il moto espansivo, vitale, creativo verso l’esterno –l’Entselbsten- e l’attività ideale, che ne rappresenta invece i moti interiori, teoretici e pratici –il Verselbsten<a title="" href="#_ftn11">[11]</a>-, vale a dire la riflessione intellettuale e i sentimenti.</p>
<p>La prima direzione dell’agire assoluto è raffigurabile empiricamente come una vorticosità; metafora sulla quale insisteva molto pareynsonianamente il prof. Moiso a lezione. Essa è rappresentabile come un’attività talmente identica a sé, che riporta immediatamente e continuamente a sé le sue determinatezze, annullandole altrettanto continuamente in  sé, come se producesse continuamente le luci per diradare la “notte nera in cui tutte le vacche sono nere” e porre in evidenza il mondo e immediatamente le spegnesse, tornando a oscurarlo, per non spezzare l’assolutezza e la perfetta identità del suo buio pesto. E’ dunque un’attività che, in sé, secondo il suo principio e la sua struttura, ritorna continuamente su di sé, costituendo un vortice che centrifuga a tale livello tutto ciò che contiene da non far trasparire nulla: c’è tutto ma non si vede nulla! Di fatto non si presenta e non esiste niente, né la coscienza né la natura! C’è solo il divino, il luminoso, l’oscuro abisso nella sua assolutezza che non consente a nulla di distinguersi e di fuoriuscirne: tutto vi è creato, trattenuto, annientato, ri-creato per essere ri-trattenuto e ri-annientato, ecc., continuamente e all’infinito.  Spietatamente!</p>
<p>Questa attività centripeda e vorticosa è anche centrifuga e lineare, assumendo l’aspetto –sul quale successivamente insisterà Schelling, già nella Naturphilosophie- di un’espansione vitale illimitata che non lascia mai taccia concreta. L’agire assoluto si espande illimitatamente e infinitamente, ad una velocità illimitata e infinita che strutturalmente –in quanto non si ferma mai, non ha mai un momento di “quiete”- non lascia traccia; non può mai produrre nulla, come una macchina che produce a tale velocità, con tali ritmi, da non consentire alle sue produzioni di uscirne, ma distruggendole sempre in se stessa senza però mai imballarsi. L&#8217;espansione dell’ agire assoluto è talmente assoluta e priva di ogni momento di riduzione d’intensità, da continuare a non produrre nulla di concreto, come non lo produce il vortice in precedenza descritto.</p>
<p>In entrambi i casi l’agire assoluto –ovvero, il primo principio-  non è in grado di produrre alcunché: essa è la radice dell’agire razionale, autocreativo e creativo, della coscienza, che non riesce però concretamente a far germogliare. Se l’uomo, paradossalmente, si attenesse ad essa nella sua vita ed attività, cercasse, nella sua hybris, l’identità demiurgica con essa, si disperderebbe nevroticamente nei suoi interessi e nelle sue variegate azioni, senza soffermarsi analiticamente su nulla, senza creare nulla in tutti i campi dell’agire umano, senza essere nulla –né umanista, né scienziato, né fisico, né chimico, ecc.-, come pone in luce Hegel nei passi della logica dedicate ai lati della logicità.</p>
<p>Fichte pone ben in evidenza che non è contraddittorio rappresentare l’attività reale come un vortice e come un’espansione illimitata e infinita. Le due direzioni si connettono come la forza interiore al corpo che essa anima e in funzione del quale essa pulsa. La direzione centripeda è principio di vita e di coscienza, per la vita e la coscienza che, nella loro assolutezza, costituiscono un’attività “centrifuga all’ infinito”; un “quanto infinito”; l’interiorità profonda di una cosa e la sua espressione esteriore. La vorticosità è l’in sé, il principio che assume l’aspetto esterno e concreto di un’espansione che non lascia traccia, che potrebbe avere il suo riscontro ancor più concreto in una coscienza umana che volesse essere tutto, disperdendosi in una pluralità di interessi e di  attività necessariamente superficiali, in cui costruisce alcunché, rimanendo vuota e superficiale.</p>
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<p>“Pertanto la direzione centripeda e centrifuga dell’attività sono entrambe fondate allo stesso modo nell’essenza dell’Io; sono entrambe una e la stessa cosa e sono distinte solo in quanto si riflette si di esse come distinte”<a title="" href="#_ftn12">[12]</a></p>
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<p>In conclusione, nell’agire assoluto dell’Io tutto dovrebbe prodursi ma nulla nasce concretamente. Tutte le determinatezze create sono riafferrate e annichilite  nel vortice, in un’energia in continua, massima, esasperata espansione che non lascia alcuna traccia. Affinché nascano le determinatezze della coscienza e del mondo il vortice deve essere spezzato; l’attività infinita deve essere bloccata. Da qui la necessità di un urto assoluto che l’arresti, che la necessiti a rimbalzare molto meccanicamente all’indietro, riflettendo/ritornando su di sé e, con ciò, sopprimendo momentaneamente, con la prospettiva di frenarlo in continuazione, il suo moto espansivo.</p>
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<p>“Ora però l’attività dell’Io che procede all’infinito deve essere urtata in un qualche punto e deve essere spinta all’indietro in se stessa e l’Io non deve perciò riempire l’infinità. Che ciò accada, come fatto, non può assolutamente dedursi dall’Io, come più volte abbiamo ricordato, ma si può certamente mostrare che deve accadere, se una coscienza reale deve essere possibile”<a title="" href="#_ftn13">[13]</a></p>
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<p>Dunque l’agire assoluto dell’Io puro deve ricevere una limitazione-qui presentata come un vero e proprio urto meccanico-, affinché possa produrre, o meglio diventare una coscienza reale, dotata dell’ impulso, della possibilità e della capacità di sottrarsi continuamente al determinismo meccanico, autodeterminandosi coscientemente e codeterminando il proprio mondo. Per tentare di capire questa dialettica –che poi altro non è che la concretezza del movimento di passaggio al secondo principio in funzione del terzo, con il quale il filosofo costruisce per sé, in una estrema sintesi logico-trascendentale, proprio la coscienza reale e concreta dell’uomo- occorre intersecare le pagine, da cui sono tratte le ultime citazioni, con passi della parte teoretica.</p>
<p>Nella categorie di causalità l’urto assume l’aspetto di una cessazione dell’ attività dell’Io, o quanto meno di una riduzione della sua intensità, paragonabile a quella con la quale la luce lascia spazio ad una zona di oscurità.</p>
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<p>“Se nello spazio continuo A ponete nel punto m la luce e nel punto n l’oscurità, allora, dal momento che lo spazio è continuo e che tra m e n non c’è nessun iato, tra i due punti deve necessariamente esserci un qualche punto o che è allo stesso tempo luce e oscurità, il che è contraddittorio. Ponete fra i due un termine medio, il crepuscolo. Se esso va da p. a q, allora il crepuscolo confinerà in p con la luce e in q con l’oscurità.  Ma con ciò avete guadagnato solo una proroga; la contraddizione invece non è stata risolta in modo soddisfacente. Il crepuscolo è la mescolanza della luce con l’oscurità. Ora in p la chiara luce può confinare col crepuscolo solo per il fatto che il punto p è insieme luce e crepuscolo; infatti il crepuscolo è distinto dalla luce solo perché esso è anche oscurità, perché è insieme luce e oscurità. Proprio così anche nel punto q. Di conseguenza la contraddizione non è altrimenti risolta che con ciò: luce e oscurità non sono in generale opposti, ma solo da distinguere in base ai gradi.  L’oscurità è semplicemente una piccolissima quantità di luce. Esattamente così stanno le cose fra l’Io e il Non-Io”.<a title="" href="#_ftn14">[14]</a></p>
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<p>Questo “minore quanto di attività” rappresenta la sua passività, che viene quasi automaticamente riferita ad una realtà esterna indipendente –il Non-Io-, cui l’Io stesso, con questa sua vera e propria autolimitazione, comunica attività. Con questo arresto dell’Io –che può dirsi un suo atto con cui si apre ad una determinazione esteriore- nasce, mediante la sua passività, un opposto a sé riferito, che l’affetta meccanicamente attraverso i sensi, frenandone costantemente la tendenziale corsa all’infinito e, con ciò, consentendogli di scorrere a velocità rallentata –come scriverà Schelling nel 1799, a proposito della produttività assoluta della natura.</p>
<p>L’urto necessario all’agire assoluto potrebbe essere dunque un suo atto di autolimitazione nella forma di un arresto brusco della propria corsa a velocità infinita, ovunque riferito immediatamente ad una realtà esteriore destinata ad affettare la coscienza. Comunque sia, con un simile urto/autonomo arresto, l’attività dell’Io è costretta a flettere e a ripiegare su di sé. Si tratta di una riflessione permanente che Fichte chiama attività ideale, che non costituisce altro che la tendenza introspettiva della coscienza, la quale riflette costantemente su di sé, per sentirsi e per sentire l’esteriorità del mondo in rapporto a se stessa, per meditare sui propri passi e calcolarli.</p>
<p>L’attività ideale/riflessione/ripiegamento introspettivo e meditativo dell’agire dell’Io su di sé è, nell’Io, strutturale e permanente come la sua tendenza all’espansione creativa al di fuori di sé. Si desume con ciò che l’attività ideale freni costantemente l’attività reale –sempre però facendo riferimento alla realtà esterna e limitante del Non-Io- consentendole quella operatività concreta, cosciente e meditata in cui si esplicano la libertà e la creatività dell’uomo. Siamo allo snodo centrale dell’idealismo trascendentale: l’agire assoluto del primo principio, attraverso l’urto espresso dal secondo principio, si scinde in un’attività reale e in un’attività ideale dalla cui dialettica sorge l’Io reale e finito, rappresentato dal terzo principio.</p>
<p>Questa dialettica -come si evince certamente dal linguaggio utilizzato per esplicarla- non può prescindere dal riferimento dell’Io al Non-Io e, dunque, dallo scottante problema della sua origine a partire dall’Io che deve essere determinante su di esso.</p>
<p>Fichte afferma che il Non-Io è opposto a sé dall’Io mediante l’attività ideale, quando essa a sua volta riflette, cioè ritorna verso l’urto da cui è sorta, verso quella che potremmo definire la misteriosa zona di confine della coscienza finita, ove nasce la sua interazione con il Non-Io. Meglio sarebbe dire però che l’attività ideale pone il solo riferimento necessario dell’Io al Non-Io, la percezione –sul piano teoretico e su quello pratico- di un limite esterno, cui l’Io e l’urto che lo scinde devono far riferimento, per poter scendere nella concretezza empirica entro cui vive la coscienza.  L’ambiguità di linguaggio è qui una necessità a fronte della complessità del problema, che del resto Fichte stesso, ad un dato momento -come visto-, dichiara incomprensibile per la ragione. Infatti, a nostro giudizio, nei testi del 1794 e del 1798, di esso sono chiari solo due aspetti. Il primo è l’esigenza idealistica che il Non-Io nasca dall’Io, affinché ne possa essere determinato e dominato. Il secondo è il movimento in base al quale l’Io, mediante la sua attività ideale, produce la semplice percezione della realtà esterna indipendente.</p>
<p>Questo secondo punto diviene ancor più chiaro se si fa riferimento alla dialettica di attività e passività, argomentata nella deduzione delle categorie: l’Io sopprime da sé la sua stessa attività e ne sorge di conseguenza una passività che viene semplicemente riferita alla realtà esterna e indipendente del Non-Io. Difficile dire di più, cioè aggiungere la seguente esplicita frase: dall’autosoppressione dell’attività dell’Io nasce il Non-Io.</p>
<p>La percezione di una realtà esterna limitante sorge, nelle facoltà teoretiche, dall’immaginazione produttiva che genera  immagini di ancora vaghi e indefinibili ostacoli esteriori al suo slancio, nelle facoltà pratiche, dal sentimento che sente sopravvenire dall’esterno un impedimento all’ impulso egotico all’espansione continua.</p>
<p>Sul piano teoretico, Fichte deduce dall’immaginazione produttiva l’attività dell’intelletto, con cui sorge il concetto di un oggetto determinato che solidifica la sua quasi incerta e precedente immagine, che consentiva ancora alla facoltà immaginativa di fluttuare troppo liberamente oltre gli ostacoli oggettivi che essa incontra. L’intelletto fissa nel concetto il prodotto dell’immaginazione produttiva che, con ciò, diviene reale. Nel senso che il concetto produce demiurgicamente il suo oggetto?</p>
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<p>“L’immaginazione produce realtà, ma in essa non c’è alcuna realtà; solo mediante la comprensione e il cogli mento dell’intelletto il suo prodotto qualcosa di reale. Noi non attribuiamo realtà a ciò di cui siamo coscienti come di un prodotto dell’immaginazione, l’attribuiamo invece a ciò che troviamo contenuto nell’intelletto, al quale non attribuiamo nessuna facoltà di produzione ma semplicemente di conservazione”<a title="" href="#_ftn15">[15]</a></p>
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<p>Il concetto non produce l’oggetto; attribuisce chiara e distinta realtà alle produzioni inconsce dell’immaginazione che sembrano però essere semplici fantasie! Come sia possibile passare concretamente dalla coscienza alla realtà, senza ricadere nel realismo dogmatico e senza porsi sul piano dell’idealismo assoluto o dogmatico, continua essere un problema insoluto per la ragion teoretica.</p>
<p>Sul piano pratico, a fondamento dell’Io, è posto un impulso alla continua e illimitata attività  di autoposizione; uno slancio creativo radicato nell’agire assoluto. Dato che esso, per diventare agire determinato di una coscienza concreta, esige sempre un urto che lo spezzi e istituisca l’equilibrio dialettico di attività reale e attività ideale, di Entselbsten e di Verselbsten, di cui si è parlato, l’ impulso può tradursi in un’attività umana solo se viene impedito, se viene trattenuto nella sua tendenza ad un’assolutezza che abbiamo visto essere la “notte nera” hegeliana. Questo impulso trattenuto si accompagna sempre e necessariamente al sentimento interiore di una coazione esteriore, riferita ad una realtà indipendente che affetta e limita l’Io. Si tratta del sentimento di ogni essere passivo e agito dall’esterno, che sta a fondamento di tutti i moti affettivi che condizionano meccanicamente la coscienza in rapporto alla presenza di oggetti e di situazioni esteriori.</p>
<p>Anche in questo caso, essendo il sentimento uno stato soggettivo della coscienza, dall’ urto sembra procedere la semplice percezione soggettiva del limite esterno, non il limite nella sua materialità e concretezza empirica. In moltissimi passi si ricava l’impressione che Fichte si ponga su di un piano realistico e consideri il Non-Io una realtà originaria rispetto all’Io finito, una posizione assoluta dello stesso livello dell’Io puro, che la dialettica illimitato/limitazione/limite deve, a partire dall’Io puro, rapportare in modo subordinato all’Io finito stesso.</p>
<p>Proprio in apertura della parte pratica, il discorso viene riaperto in un tentativo estremo di chiarimento, che forse chiarisce solo la contraddittorietà e la provvisorietà del pensiero fichtiano di questa fase.</p>
<p>Il Non-Io nasce dall’autolimitazione dell’Io Puro, con il cui atto esso, contemporaneamente, si realizza concretamente ed empiricamente in qualità di Io finito con un agire limitato e determinato. Con questo solo atto, dall’Io puro procedono sia il Non-Io che l’Io finito. Non a caso, proprio Francesco Moiso poneva sempre in luce la funzionalità del secondo principio al terzo, con cui appare, nella costruzione logico-trascendentale fichtiana -.ma a questo punto, è solo logico-trascendentale?-, la realtà della coscienza. L’Io puro o assoluto causa il Non-Io per poter causare mediatamente, cioè tramite il Non-Io stesso, l’Io finito e limitato.</p>
<p>Questi dubbi si potrebbero chiarire facendo riferimento alla versione del 1798, che presenta una più chiara teoria dell’immaginazione produttiva e un carattere metafisico immanentistico, in ombra nella costruzione volutamente logico-trascendentale del 1794; un carattere metafisico che, secondo Radrizzani, avrebbe potuto portare Fichte verso un idealismo assoluto di tipo hegeliano.<a title="" href="#_ftn16">[16]</a></p>
<p>L’opera, come noto, si articola in due serie: la prima è una deduzione delle condizioni trascendentali della coscienza reale, che ne costituiscono altresì la struttura metafisica; la seconda è una costruzione della coscienza reale stessa, in base ad esse, con cui si passa dal piano intelligibile a quello empirico.</p>
<p>Il concetto di Io –vale a dire la coscienza reale- è sempre costruita teoricamente in base alla dialettica illimitato/limitazione/limite enucleata, che ne pone a fondamento un volere puro che, arrestandosi, produce un oggetto mediante l’immaginazione produttiva e procede necessariamente a collocarlo nello spazio, attraverso una forza fisica. La coscienza, per sua struttura intelligibile, esige una dimensione fisico corporea, che non solo la limiti, ma che costituisca anche l’ambito e, nel contempo, lo strumento della sua azione reale. Essa può dunque agire solo entro la natura e attraverso un corpo, manovrato dalla volontà. L’oggettività reale nasce dalla sua utilizzazione, a partire dal lavoro –che Fichte, ne <em>Lo stato commerciale chiuso</em>, considera un fondamentale diritto e dovere sociale, che lo stato deve garantire al cittadino.</p>
<p>Nel passaggio al piano empirico, il volere puro si autocontrae, si scinde e si determina in una pluralità di uomini concreti, che vivono e operano in un contesto sociale, in una intersoggettività –in ombra nella <em>Dottrina</em> <em>della</em> <em>scienza</em> del 1794, dedotta chiaramente nella versione del 1798 e nella <em>Dottrina</em> <em>del</em> <em>diritto</em> che la precede. E’ sempre entro questa dimensione concreta e limitata che l’agire assoluto, che qui assume la forma di un volere puro proteso ad autosvolgersi molto hegelianamente, produce l’oggetto; ma ciò è possibile non per atto demiurgico originario, ma indirettamente, attraverso i limiti dell’ Io finito e del sua azione determinata e materiale, che si manifesta attraverso la forza corporea opportunamente manovrata, nel parlare come nel plasmare manualmente una materia prima. Sul piano empirico e concreto, che è l’unico piano in cui si realizza l’intelligibile, è l’Io finito a produrre Non-Io altrettanto finito, attraverso la sua componente naturale, dunque non egotica, animata e controllata dal principio assoluto che pulsa in lui.</p>
<p>In questo contesto diviene anche più chiara e concreta la funzione dell’immaginazione produttiva che immagina l’intelligibile –il volere puro e la sua dialetticità- nel tempo Essa spazia sull’intero campo delle sua possibilità di azioni, proiettandolo sulla forma temporale, frantumandolo, sensibilizzandolo, concretandolo in una pluralità di oggetti, di forze fisiche, di corpi in attività: nell’universo empirico organizzato. L’immaginazione produttiva è la facoltà con esso  si costituisce in base alle strutture dell’intelligibile, che già però prevedevano che la volontà di accompagnasse ad una forza fisica, collocata in un corpo manovrabile, con il quale produrre un oggetto nello spazio. Tutto questo si concreta definitivamente in un complesso di coscienze umane operanti in una natura, ma che, unite in una intersoggettività, se ne emancipano per vivere in base a finalità coscienti e per creare un altro mondo, quello della cultura e della storia.</p>
<p>La coscienza umana e la sua libertà si fondano dunque su un’interazione dialettica fra l’oggettività della natura meccanica che l’affetta, mediante la sensibilità, e l’azione razionale che la protende costantemente ad emanciparsene. Quest’azione razionale nasce dalla sensibilità stessa, che assume un ruolo dialettico essenziale nella costruzione trascendentale della coscienza concreta. Infatti, la sensibilità è fondata sul sentimento di un impedimento esteriore all’attività reale di autoposizione dell’Io; impedimento pensato come condizione trascendentale del suo concretarsi in termini finitamente umani. Essa è dunque una fonte di condizionamento meccanico e di limitazione dell&#8217;Io, sorta unicamente per consentirne l’emancipazione razionale. Il sentimento e la sensibilità consentono di fatto all’ impulso -fichtianamente inteso, proprio quale tensione ad autoprodursi quale coscienza finita e determinata; “forza interiore che determina se stesso alla causalità”- di manifestarsi nell’azione pratica dell’Io, dal livello più elementare dell’Io bisognoso a quello più elevato dell’imperativo categorico. L’attività dell’Io, infatti, “può essere posta come ristabilita solo in quanto lo è come arrestata”; e noi sappiamo che dall’arresto procede il sentimento e la sua materializzazione in un oggetto naturale, attraverso l’immaginazione produttiva. La sensibilità stimola quindi la coscienza ad emanciparsi, a gradi crescenti, rispetto ai condizionamenti meccanici dell’ambiente oggettivo di vita.</p>
<p>Ciò è evidente sin dal desiderio, che protende l’Io, che ne è affetto e sente dolore, verso un qualcos’altro, “opposto a quanto è presente”, cioè alla situazione reale di mancanza che causa il bisogno. L’Io bisognoso, a questo punto, immagina un oggetto ideale che manca ed esce fuori di sé per crearlo realmente, soddisfacendo il bisogno. Una dialettica simile a quella del lavoro, presentata da Hegel nella teleologia finita, ma che non confina mai la coscienza umana in una pura dimensione economica, e meno che mai utilitaristica. Essa costituisce il punto di partenza di uno slancio verso l’imperativo categorico, che prescrive, razionalmente e coscientemente, all’uomo una vita di impegno razionale e cosciente ad emanciparsi costantemente da ogni condizionamento meccanico, per estendere costantemente le proprie capacità teoretiche e pratiche.</p>
<p>In conclusione la naturalità meccanica è il punto di partenza necessario e ineliminabile dell’esistenza umana, ma entro una costruzione trascendentale della stessa che le conferisce la possibilità di fuoriuscirne costantemente: da questa fuoriuscita nasce una nuova realtà oggettiva –quella della storia- nella quale noi uomini possiamo esercitare la nostra indipendenza razionale, di giudizio e di comportamento, rispetto ai riflessi meccanici che ci detta l’istinto –seguendo con ciò la legge morale kantiana-, e siamo chiamati a vivere in un contesto sociale totalizzante che, proprio in quanto tale –per coerenza fra la sua struttura e il nostro stile di vita-, esigerebbe comportamenti comunitari e solidaristici antitetici alla civiltà del “bourgeois”.</p>
<p>Questa dialettica dell’Io, a nostro giudizio, si inscrive nel nodo teorico illustrato, che ha il suo punto di partenza nel pensiero di J.J. Rousseau, nella sua nozione di libertà come emancipazione dal determinismo meccanico della natura.  Per molti aspetti ne è la prima formulazione in termini rigorosamente categoriali e ne fa già emergere, con necessità, un’essenziale corollario politico, che diviene ancor più chiaro, se guardiamo, all’intero quadro della Goethe-Zeit: muoversi in società secondo principi di assoluta indipendenza individuale, che sono una permanenza del mondo meccanico della natura nel mondo olistico-totalizzante della cultura e della storia, crea le contraddizioni laceranti del mondo sociale del “bourgeois”; la sua realtà illiberale, alienata e alienante, che lo proporne come una “seconda natura” del tutto incontrollata dai soggetti collettivi umani, storicamente condizionati, che l’hanno generata.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/un-ricordo-per-costanzo-preve-L-_4l5JU-175x1301.png"><img class="alignleft size-full wp-image-4919" title="un-ricordo-per-costanzo-preve-L-_4l5JU-175x130" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/un-ricordo-per-costanzo-preve-L-_4l5JU-175x1301.png" alt="" width="175" height="130" /></a>L’unico critico che ha visto, in modo chiaro, questa relazione fra Rousseau e l’Io di Fichte, è stato M. Rang che nota nella sua antropologia una dualismo corpo e spirito, passività e attività, sensibilità e razionalità, che le consente di passare da un originaria ispirazione cartesiana ad un soggettivismo di tipo fichtiano.<a title="" href="#_ftn17">[17]</a></p>
<p>Ultima e fondamentale conseguenza è la tendenza quasi unanime –ereditata dalle migliori culture politiche del novecento- a proporre l’autenticità della libertà dell’uomo, nel quadro di mentalità, di comportamenti, di rapporti sociali comunitari e solidaristici, tesi sempre a valorizzare gli interessi e i momenti collettivi della vita umana e quel “qualcosa di più” dell’uomo –un  “qualcosa di più” variamente inteso, perché in questa linea di pensiero vogliamo far rientrare anche Marx e il marxismo di impronta cominternista: ben altra cosa rispetto a quello gaudente alla Danton dei Centri Sociali e dello spinello libero!- che lo differenzia radicalmente dall’animale e che gli impedisce di soddisfare se stesso nelle banche, nei ludi vacanzieri di ferragosto e nello sperpero delle tredicesime natalizie!</p>
<p>Un’autentica libertà dell’uomo, proprio a partire da Rousseau e dal secondo <em>Discorso</em>, è pensabile e proponibile entro un modello sociale e politico armonicistico, a tratti organicistico, che segue i principi del modello teorico olistico-totalizzante, fondante sin dall’inizio le forme di socialità  e la storia universale, che nascono dalla libertà dell’uomo. Per essere ancor più chiari, riproponiamo e riformuliamo, in questo nuovo contesto, le riflessioni sul problema, già presentate nel nostro <em>Hegel</em> <em>critico</em> <em>dell’autoritarismo</em>.<a title="" href="#_ftn18">[18]</a></p>
<p>Il filosofo ginevrino, nel <em>Discorso sull’origine della diseguaglianza</em>, delinea un percorso, storico fenomenologico, con cui l’uomo esce dall’ipotetico stato di natura ed entra in una stabile condizione di vita sociale, fondata su principi individualistici. L’analisi rousseauiana fa emergere nitidamente il carattere alienante e liberticida di questo modello sociale individualistico, che è la sostanza dei processi di modernizzazione capitalistici e liberali, già in atto in Nord America e in Europa: in esso l&#8217; &#8220;essere” della persona umana è ridotto ad “apparenza” e sorgono, ad ogni livello, rapporti autoritari, che negano dal profondo ogni tipo di autentica libertà dell’uomo.  Questa società è in sé contraddittoria: infatti, da un lato, essa nasce dalla libertà dell’uomo e dalla sua emancipazione rispetto ai condizionamenti meccanici della natura, dall’altro lato, essa degenera in un corpo estraneo, dispotico, profondamente illiberale. Essa si erge a nuova e “seconda natura” determinante, in modo quasi totalitario, mentalità, comportamenti e relazioni degli uomini associati, che l’hanno generata ma ne hanno perso completamente il controllo.</p>
<p>Una società individualistica –per essere più precisi, la società del “bourgeois”- è innanzitutto conflittuale: dato del resto che emergeva nitidamente dall’intero individualismo possessivo del secolo precedente, da Mandeville e dall’Illuminismo liberale.</p>
<p>Le pagine del secondo <em>Discorso </em>sulla conflittualità sociale sono troppo note, perché ci si soffermi qui in modo analitico. Più opportuno, a venti anni di distanza dalla pubblicazione del nostro <em>Hegel critico dell’autoritarismo</em>, è tornare a porre in rilievo il nesso che vi compare fra individualismo sociale/alienazione/autoritarismo politico, che riconferma l’idea del carattere dispotico di una società individualistica e alienante: dispotica sul piano culturale, economico-sociale e politico.</p>
<p>Lo stato sociale individualistico si forma quando più complessi si fanno i bisogni degli uomini e il relativo lavoro sociale necessario a soddisfarli, con beni non più offerti spontaneamente dalla natura. Sorge la divisione del lavoro e si formano i primi nuclei famigliari. L’uomo che entra in una simile condizione sociale è mosso dall’ “amor proprio interessato”: il suo solo “movente” è l’ “amore del benessere”. Nel solco della tradizione individualistico-possessiva, il rapporto sociale ha un carattere puramente strumentale: è il mezzo cui l’uomo deve ricorrere per soddisfare i propri bisogni, nel quadro di una vita economica che diviene sempre più complessa.</p>
<p>La società che si forma, con un simile processo di fuoriuscita dallo stato di natura, si fonda sui principi dell’individualismo possessivo di Locke, riproposti in chiave organicamente sociale da Mandeville: l’individuo si socializza per meglio appagare se stesso e i propri istinti utilitaristici; il contesto sociale deve garantirlo nella sua attività economica mercantile. La proprietà privata diviene naturalmente il pilastro delle istituzioni sociali, inscindibilmente connessa alla libertà individuale.</p>
<p>Un simile processo di socializzazione genera una crescente spersonalizzazione/alienazione della persona umana, funzionale alla ricerca della ricchezza economica e del potere.</p>
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<p>“Ecco dunque tutte le nostre facoltà sviluppate, la memoria e l’immaginazione all’opera, l’amor proprio interessato, la ragione resa attiva. Ecco messe in atto tute le qualità naturali, e il rango e la sorte di ciascuno stabiliti &#8230; anche in base all’intelligenza, alla bellezza, alla forza o alla destrezza, al merito o alle capacità; e poiché queste sono le uniche in grado di procurare stime, ben presto bisogna averle o simularle. Per il proprio tornaconto, fu necessario mostrarsi diversi da come effettivamente si era. Essere ed apparire divennero due cose del tutto diverse; e da questa distinzione scaturiscono il fasto che abbaglia, l’astuzia che inganna, e tutti i vizi che ne formano il seguito”.<a title="" href="#_ftn19">[19]</a></p>
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<p>Una società, sorta su presupposti individualistici e utilitaristici, esige che l’uomo entri nella considerazione altrui come dotato di tutte quelle qualità ritenute necessarie ad assicurargli successo e benessere economico. Se non le ha deve fingere di averle, con un processo di profonda spersonalizzazione, che significa automaticamente omologazione agli stereotipi dominanti, in linea con la contemporanea società dello spettacolo. Nasce la grande tematica dell’alienazione sociale! Ma cos’è questa omologazione se non il totalitarismo subdolo e nascosto della società capitalistica e liberale sin dalle sue origini? Una società che, per far funzionare a ritmi sempre più spasmodici i meccanismi di accumulazione privata, precostituisce mode e bisogni, inventandone di totalmente artificiali, se non innaturali, come, a pochi anni di distanza dalla pubblicazione delle opere di Rousseau, segnalerà con chiarezza la Rechtsphilosophie hegeliana.<a title="" href="#_ftn20">[20]</a> Anche il “bourgeois” più opulento, che crede di essere libero nel suo benessere ostentato, conduce una vita di continue, nascoste imposizioni sociali.</p>
<p>L’analisi di Rousseau si sviluppa successivamente sul piano economico-sociale, ponendo in evidenza come lo stato sociale individualistico si rovesci in un sistema di dipendenze reciproche, in cui il povero dipende dai servigi del ricco e il ricco dai servigi del povero. Altro che libertà individuale nella ricerca dell’utile materiale! Ogni singolo individuo dipende dal meccanismo economico-sociale complessivo e ne è subordinato. Le relazioni economiche stesse sono coattive e illiberali, contraddittorie rispetto ai loro postulati di partenza, che volevano l’individuo libero di badare a se stesso con le proprie forze e la propria attività lavorativa. L’indipendenza si rovescia in una completa dipendenza reciproca.</p>
<p>Il discorso rousseauiano prosegue con il patto sociale iniquo, imposto dai ricchi, con il quale nascono le istituzioni politiche da loro egemonizzate e finalizzate a tutelarne le ricchezze. Si giunge ad un terzo livello di coazione: quella politica, rappresentata dal potere di istituzioni statali controllate dalle classi possidenti, contro chiunque voglia ridiscuterne il potere sociale.</p>
<p>Rousseau ci dice che “tutte le magistrature all’inizio erano elettive”, ma nel corso della storia esse tesero a diventare ereditarie, e a configurarsi come un patrimonio privato dei ceti più abbienti, con il consenso dell’intero corpo sociale. Per spiegare i motivi di questa deriva oligarchica ed autoritaria dei rapporti politici, Rousseau riprende il modello storiografico di Polibio, ponendovi alla base le crescenti disparità di ricchezze e la cultura del “bourgeois”, che affetta ricchi e poveri, come il consumismo più becero dei giorni nostri. Il “bourgeois” di ogni condizione sociale è talmente ripiegato sulla propria sfera materiale e privata di vita da considerare, come nella Roma repubblicana opulenta del II, I secolo a.C., la partecipazione alla gestione politica dello stato una pura perdita di tempo.</p>
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<p>“&#8230;il popolo, già abituato alla subordinazione, al riposo e alle comodità di vita, e ormai non più in grado di spezzare le proprie catene, acconsentì, pur di assicurarsi la tranquillità, a lasciar aggravare la propria servitù; ed è così che i capi, diventati ereditari, s’abituarono a considerare la magistratura come un bene di famiglia, a considerare se stessi come i proprietari dello Stato, di cui all’inizio erano soltanto i funzionari.”<a title="" href="#_ftn21">[21]</a></p>
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<p>Il modello sociale individualistico nega ad ogni suo livello i presupposti di libertà, da cui parte la condizione umana per emanciparsi dalla natura ed entrare nella storia universale.  L’uomo può sottrarsi ad una simile condizione contraddittoria, solo se accetta di socializzarsi completamento, per diventare il “citoyen” del <em>Contratto</em> <em>sociale</em> e per vivere secondo valori e strutture solidaristiche e comunitarie. Ne nascerebbe un modello sociale armonicistico, i cui principi di priorità del tutto rispetto alla parte, sarebbero in sintonia con le strutture generali olistico-totalizzanti della vita sociale in sé e della storia. Si porrebbe con ciò fine alle laceranti contraddizioni di una società che, da un lato, non  vorrebbe riconoscere la realtà e la validità di simili strutture, liberando l’individualismo più spettacolare e appariscente, e, dall’altro lato, le fa operare in modo immediato, incontrollato e subdolamente totalitario. La via di un’autentica libertà dell’uomo, nella sfera politica, è la costruzione di armonie sociali, ispirate di fatto al mondo classico greco, in alternativa alla società lacerata e conflittuale della borghesia liberale. La libertà esige il superamento della lacerazione sociale!</p>
<p>Su questa linea, l’influsso di Rousseau e, nello specifico, del secondo <em>Discorso</em>, sull’intera classicità tedesca è diretto e decisivo; ne sono testimonianza un frammento hegeliano del 1795 e la VI lettera sull’educazione estetica di Schiller.  Hegel, ad esempio, vi descrive il processo di decadenza della polis con uno schema concettuale polibiano, del tutto simile a quello utilizzato dal Ginevrino. Non ci soffermiamo sullo scritto in questione, perché da noi ampiamente trattato altrove. Torniamo solo a metterne in luce le conclusioni convergenti con quelle rousseauiane. L’individualismo sociale si accompagna alla lacerazione, alla conflittualità e ad una crescente apatia politica che agevola la trasformazione in senso oligarchico e autoritario dello stato: L’autoritarismo politico è dunque consequenziale ai meccanismi profondi di una società lacerata e alienante e della sua cultura individualistica e utilitaristica. Nel contesto di una società individualistica non trova mai spazio la libertà autentica dell’uomo, quale emancipazione dal condizionamento meccanico dello habitat oggettivo di vita.</p>
<p>Schiller riprende la problematica, connettendo con organicità lo stato di lacerazione interiore della soggettività umano, alla lacerazione di un corpo sociale, frantumato atomisticamente: lacerazione soggettiva e lacerazione sociale.</p>
<p>Facendo riferimento alle <em>Lettere</em> <em>sull’educazione</em> <em>estetica</em> <em>dell’uomo</em>, nello specifico alla VI lettera, la lacerazione soggettiva appare come il principio culturale dominante della società moderna; il presupposto logico e storico di un processo di disgregazione che la trasforma in un puro e semplice aggregato meccanico, all’interno del quale individualità e gruppi sociali, sono animati da finalità particolari e conflittuali.  Scrive Schiller:</p>
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<p>“Infatti noi vediamo non solo singoli soggetti, ma intere classi di uomini, sviluppare solo una parte delle loro attitudini, mentre le altre, come nelle piante deformi, sono appena accennate con deboli tracce.”<a title="" href="#_ftn22">[22]</a></p>
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<p>Su simili basi si giunge al modello sociale individualistico che, con un necessario movimento logico e storico, si trasforma nel citato meccanismo oggettivo estraneo e coattivo. Le conseguenze politiche sono le stesse poste in evidenza da Rousseau e da Hegel: nasce uno stato dominato da una ristretta oligarchia, che governa in modo autoritario, senza più legami con l’interesse pubblico.</p>
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<p>“E così poco a poco viene distrutta la singola vita concreta, affinché il tutto astratto possa conservare una vita insufficiente, e lo stato rimane sempre estraneo ai suoi cittadini, perché il sentimento non riesce mai a trovarlo…la classe governante finisce col perdere di vista l’umanità stessa, confondendola con un semplice prodotto dell’intelletto; e il governato non può che ricevere con freddezza le leggi, così poco direttamente rivolte a lui…la società positiva si dissolve moralmente in uno stato di natura…nel quale il potere pubblico è soltanto un partito di più, odiato e ingannato da colui che lo rende necessario, e rispettato soltanto da chi potrebbe farne a meno.”<a title="" href="#_ftn23">[23]</a></p>
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<p>Prima e fondamentale lacerazione, che si apre storicamente nel processo di passaggio dalla civiltà greca alla civiltà moderna, è quella fra ragione e sensibilità, cui segue la divisione fra le varie facoltà e “attitudini” umane. Nasce la divisione del lavoro e si giunge ad uno sviluppo culturale e materiale fondato sulla specializzazione delle competenze e dei ruoli. Si passa da una società armonica e libera, come quella della polis greco-classica, ad una società individualistica, disgregata atomisticamente e illiberale.</p>
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<p>“Quella natura di polipo propria degli stati greci, in cui ogni individuo godeva di una vita indipendente e, se necessario, poteva diventare un tutto, fece posto ad un artificioso congegno, in cui dall’accozzamento di particelle infinite ma inanimate, si forma nel tutto una vita meccanica…Eternamente legato solo ad un piccolo frammento del tutto, l’uomo stesso si forma solo come frammento…anche la scarsa relazione che unisce ancora i singoli membri al tutto non dipende da forme che essi si diano liberamente (poiché come si potrebbe affidare alla loro libertà un meccanismo tanto artificioso e pauroso della luce?), bensì viene loro prescritto con scrupoloso rigore da un formulario, in cui si tiene legata la loro libera intelligenza.”<a title="" href="#_ftn24">[24]</a></p>
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<p>In modo più specifico, tre sono i nessi logici, con cui si passa dalla lacerazione soggettiva a quella sociale:</p>
<p>1)      la divisione fra le facoltà e le attitudini del soggetto determina uno sviluppo sociale fondato sulla specializzazione, con la conseguenza di irrigidire progressivamente individualità e gruppi sociali entro interessi e competenze particolari, allentandone i legami reciproci e distruggendo il sentimento di appartenenza comunitaria;</p>
<p>2)      in base a questa cultura della specializzazione, che si esaspera nella modernità capitalistica, anche la ragione si sviluppa astrattamente rispetto alla sensibilità, con la quale originariamente era in perfetta sintonia; ne nasce una razionalità astratta e analitica, incapace di sintetizzare la vita individuale e collettiva e, quindi, di proiettare l’uomo verso le armonie comunitarie;</p>
<p>3)      la scissione, qui delineata, fra razionalità e sensibilità ha l’estrema conseguenza di abbandonare quest’ultima esclusivamente agli istinti materiali ed egoistici della sua dimensione fisico-corporea; con ciò la razionalità astratta e analitica e la cultura della specializzazione si connettono sempre più strettamente alla cultura egoistica del “bourgeois”.</p>
<p>Un simile contesto sociale e culturale ha necessariamente delle conseguenze politiche autoritarie: come, nella soggettività scissa kantiana, la legge morale deve essere imposta alla sensibilità, così, in una società composta da individualità-atomo, che tendono a sfuggire al dovere civico, la legge deve essere applicata con la forza di polizia e lo stato diviene –come nel liberalismo di Locke- un meccanismo autoritario. La lacerazione soggettiva, che parte dalla scissione fra ragione e sensibilità –tematica per altro presente, anche nell’opera di Rousseau, in particolare nella <em>Nuova</em> <em>Eloisa</em>-, si lega organicamente alla lacerazione individualistica del corpo sociale, costituendone di fatto, nell’analisi schilleriana, il fondamento logico e storico.</p>
<p>A questo punto, la ricerca di uno stato sociale, che sia condizione oggettiva e stimolo di libertà autentica dell’uomo, deve porsi al di fuori dell’individualismo sociale del “bourgeois” e caratterizzarsi in senso armonicistico. Solo una comunità armonica e sinfonica, come la musica della nona sinfonia di Beethoven –che culmina non casualmente nell’ “Inno alla gioia” di Schiller- può consentire all’uomo di muoversi in autonomia rispetto ai condizionamenti meccanici dell’ambiente e dell’istinto e di ricostruire le armonie della sua stessa soggettività: argomento, quest’ultimo, tipicamente schilleriano, ma che trova anch’esso radici profonde nel pensiero di J.J.Rousseau.</p>
<p>In questo contesto, come accennato, è lo stesso concetto hegeliano di Geist –quale “più alta definizione dell’assoluto”- a rivelarsi in sintonia con la nozione di libertà rousseauiana.</p>
<p>Questa la definizione, che si trova nell’ <em>Enciclopedia</em> <em>delle</em> <em>scienze</em> <em>filosofiche</em> <em>in</em> <em>compendio</em>:</p>
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<p>“L’essenza dello spirito è pertanto, sotto il profilo formale, la libertà, l’assoluta negatività del concetto come identità con sé. Secondo questa determinazione formale, esso può astrarre da ogni cosa esterna e dalla propria esteriorità, dal proprio essere determinato; esso può sopportare la negazione della propria immediatezza  individuale, il dolore infinito, vale a dire, esso può, in questa negatività, conservarsi in maniera affermativa ed essere identico per sé. Questa possibilità è la sua universalità entro sé, astratta e per sé essente.”<a title="" href="#_ftn25">[25]</a></p>
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<p>Sostanza dello spirito è la libertà, che richiama la struttura del “concetto” logico, in quanto unità negativa a sé, vale a dire negazione della negazione: un principio dinamico di autosvolgimento, inteso nella sua piena effettualità e concretezza. Questa effettualità viene anche indicata con il termine “dasein”, tradotto nell’edizione UTET della <em>Grande</em> <em>Enciclopedia</em> con “essere determinato”.</p>
<p>Per comprendere pienamente queste affermazioni, è inevitabile far riferimento all’apparato categoriale, che sta a fondamento della definizione dell’assoluto e della <em>Scienza</em> <em>della</em> <em>logica</em>. La negazione della negazione è principio di autosvolgimento controllato, in base al quale ogni aspetto particolare della realtà spirituale –uomo, istituzioni, storia universale, cultura- riflette sulla propria immediatezza, la nega e passa ad altro e, nel contempo, riflette sul proprio riflettere, nega il proprio negarsi e ritrova la propria identità nell’altro in cui si è posto. E’ quel “movimento del porre se stesso”, della “mediazione del divenire-altro-da-sé con se stesso”, con il quale Hegel definisce sinteticamente la struttura dell’assoluto nella “Vorrede” alla <em>Fenomenologia</em> <em>dello</em> <em>spirito</em>.</p>
<p>Ogni determinatezza, in cui si articola il mondo dello spirito –uomini, popoli, civiltà, sistemi concettuali- in sé e per sé stessa tende a mutare radicalmente il proprio aspetto, ad evolversi bruscamente, con il rischio di non riconoscersi più nelle forme assunte, ma anche con l’essenziale capacità di controllare questi mutamenti e di ritrovarvi la propria identità. Il modello di riferimento potrebbe essere un popolo che progredisce, esprime rapporti economici, sociali, politici, ecc. completamente diversi, rispetto a quelli originari, senza però stravolgere la propria identità culturale e i propri valori, mantenendo  nell’individualismo moderno il tradizionale sentimento di appartenenza comunitaria.</p>
<p>Prendiamo la crescita della persona umana, che è investita, soprattutto nel passaggio dall’infanzia alla maturità, da convulsi cambiamenti, che rischiano spesso di lacerarne la soggettività, di porre in crisi l’insieme delle relazioni famigliari ed amicali dei primi anni di vita. Si tratta di una negazione della propria immediatezza infantile, cui deve seguire logicamente il negare la negazione e il ritrovamento di sé nelle nuove vesti di adulto e nelle altrettanto nuove relazioni affettive e sociale, che l’individuo in crescita ha espresso: il controllo dei cambiamenti, la continuità del suo carattere, la riconferma, su di un piano di maggiore maturità, degli affetti familiari, ecc.  Se questo non succede, il processo di crescita diviene una crisi lacerante, che rischia di creare drammi personali e familiari di cui sono piene le cronache contemporanee.</p>
<p>Precisato questo, mettiamo in rilievo due altri aspetti del concetto di Geist: il suo rendersi effettuale nel Dasein e la definizione della libertà, che ne costituisce la sostanza come “il non dipendere da altro” –“das Nichtabhängigsein von einem Anderen”-, “il rapportarsi  a se stesso” –“das Sichaufsichselbstbeziehen”.  Lo spirito è principio di autosvolgimento dialettico, potenzialmente controllabile, che vive in un Dasein, in un esser determinato, che deve giungere ad una condizione di libertà che è un non dipendere da un’alterità, un rapportarsi sempre a sé nella propria esistenza senza alcun condizionamento decisivo che sopravvenga meccanicamente dall’esterno. Si tratta di una condizione di autodeterminazione, che deve caratterizzare ogni manifestazione particolare dello spirito, dalle individualità umane ai popoli, che si emancipa dal meccanismo imperante in natura, e che si concreta sempre in un sistema complesso e totalizzante di relazioni: la società per gli individui, la storia universale per i popoli.</p>
<p>La dialettica del Geist è qui da leggersi in base a due movimenti dialettici intrecciati, che stanno proprio alla base della categoria logica di “Dasein”, come di quella di “concetto”: il movimento del particolare autosvolgentesi e il movimento del ritorno di questo particolare autosvolgentesi all’universale.  In modo più concreto, abbiamo sempre una determinatezza particolare che si deve autosvolgere e autodeterminarsi, in condizioni di libertà e di autocontrollo, in un sistema complesso e totalizzante, entro il quale deve consolidare dialetticamente –in linea con la categoria di Aufhebung- la propria autonomia e la propria originalità individuale.</p>
<p>Diviene a questo punto indispensabile una breve digressione sulla logica, nello specifico sulle prime quattro categorie della logica dell’essere: “essere”, “nulla”, “divenire” ed “essere determinato”. Ivi i movimenti dialettici che s’intrecciano sono tre: il primo è la dialettica universale/particolare, con cui si passa dall’ “essere” all’ “esser determinato”, e i due movimenti dialettici già citati, la dialettica del particolare autosvolgentesi e la dialettica particolare/universale, con cui esso ritorna all’universale e in esso si muove organicamente; questi ultimi due movimenti riguardano proprio l’ “essere determinato”, o “Dasein”, e, da questo momento logico in avanti, la struttura stessa dell’assoluto  e della realtà effettuale che dall’assoluto procede.</p>
<p>L’ “essere”, inteso come puro essere, è l’assolutamente indeterminato, privo di qualsiasi contenuto: In questa sua assoluta assenza di determinazioni trapassa nel “nulla”, seconda categoria della logica, inteso non come il non esistente, ma come quella stessa indeterminatezza che costituisce il vuoto “essere”. Su queste basi, “essere” e “nulla” trapassano immediatamente e continuamente l’uno nell’altro; e questo loro movimento del trapassare –il “divenire”, terza categoria- costituisce la verità di entrambi. Il “divenire” è unità di “essere” e “nulla”: entrambi si tolgono nella loro reciproca indipendenza e si pongono come momenti di una relazione assolutamente e immediatamente dinamica, che li accomuna. In quanto essi, in questo loro  “divenire” dileguano altrettanto immediatamente l’uno nell’altro, dilegua anche il “divenire” stesso, che ne costituisce la citata relazione unitaria. Nella <em>Grande</em> <em>Enciclopedia</em>, il “divenire” è paragonato ad un fuoco che brucia gli elementi che lo alimentano, sino ad estinguersi. Da esso risorge l’unità quieta, nelle vesti di un “esser determinato”: il “Dasein”.</p>
<p>N.Hartmann, proprio ponendo in luce come dal “divenire” scaturisca ogni determinatezza particolare, afferma che esso sta a fondamento di ogni realtà.</p>
<p>Con la dialettica di queste prime categorie, si è passati dall’universale al particolare: l’unità immediata originaria, per sua intrinseca necessità si è lacerata in una molteplicità di particolarità, che altrettanto necessariamente si pongono in un sistema complesso di relazioni, non foss’altro che per il fatto l’una è un limite per lo sviluppo di tutte le altre.</p>
<p>All’inizio della logica, Hegel stabilisce l’articolazione dell’assoluto, e dunque della realtà che ne è l’autosvolgimento effettuale, in una molteplicità di singoli caratteri particolari entro una totalità relazionale; cioè a partire dai singoli uomini, chiamati ad esprimersi, con vocazioni, interessi differenti, ecc., entro i rapporti sociali e politici delle comunità nazionali di appartenenza .</p>
<p>Dunque, non ritornando più il “Dasein” all’unità immediata e originaria dell’ “essere”, l’universo, per sua struttura razionale ontologica, è una pluralità organizzata e interdipendente di determinatezze, esistenze particolari, in sé dinamiche; e non possono più essere pensate e tollerate strutture totalizzanti che esigano la completa omogeneità, sul modello della categoria dell’ “essere”, che sta ormai, irreversibilmente alla spalle del movimento di autosvolgimento dell’assoluto.</p>
<p>Riteniamo che, per sua intrinseca necessità, il “Dasein” potrebbe già innescare gli altri due movimenti dialettici, e proporsi in veste di individualità particolare che si autosvolge e si autodetermina, in modo controllato, entro un sistema totalizzante sempre più complesso e avvolgente, che essa stessa contribuisce a creare, interagendo con ogni altra individualità.</p>
<p>Il “Dasein” è infatti definito in termini di unità di affermazione e di negazione. Come negazione, esso riflette sulla propria immediatezza e la nega, assumendo altri caratteri, esattamente come il bambino nella sua crescita, come un popolo che progredisce nella storia. Come identità è in grado di riflettere sul suo riflettere, di negare il suo negarsi, ritrovando la propria identità qualitativa nell’alterità cui è passato e, dunque, controllando il proprio processo di cambiamento., come il bambino e il popolo, progredendo, possono mantenere inalterati i caratteri essenziali, il loro “DNA” specifico.</p>
<p>Abbiamo succintamente descritto un autosvolgimento dialettico controllato del particolare, che è in grado di erigerlo a soggetto individuale e personale libero, nel contesto totalizzante in cui si radica, interagendo con tutti gli altri processi di crescita individuali o di gruppo. Il sistema di appartenenza condiziona certamente le determinatezze che ne fanno parte –gli  uomini associati; i popoli nella storia universale, ecc.-; ma un soggetto libero, individuale e collettivo, è in grado di rielaborarli criticamente, facendone uno stimolo autonomo e coscientemente elaborato al proprio sviluppo.</p>
<p>Il “Dasein”, in questa prima fase della logica, ha solo potenzialmente in sé le due citate dialettiche, che partono dal particolare, nella sua intrinseca negatività riferita a sé. Per il resto, inscrivendosi nella logica dell’essere, ove è dominante l’identità affermativa ed immediata con sé, rimane fissato su se stesso dall’elemento logico intellettuale, esposto a condizionamenti esteriori. Nel corso del movimento logico dell’assoluto, altre categorie porteranno lentamente a maturazione le due dialettiche, dal “vero finito” alla “Wirklichkeit”, sino a proporre nel concetto un principio soggettivo, di autonomo autosvolgimento nel quadro di un sistema crescentemente complesso di relazioni, definito da Hegel stesso come “Io”.  La sua effettualità si trova proprio nel Geist, la cui “universalità è anche il suo esser determinato”.  Hegel non usa mai i termini a caso, per cui siamo legittimati a pensare che si riferisse al “Dasein”, che, scaturendo direttamente dall’originaria lacerazione dell’unità immediata in una molteplicità dinamica e interagente, pone le strutture razionali e dialettiche fondamentali della realtà: determinatezze particolari che sono soggetti individuali liberi e creativi, entro sistemi totalizzanti, a partire dalla coscienza umana, chiamata fichtianamente alla libera autodeterminazione razionale e a creare, in uno sforzo collettivo potenzialmente e doverosamente armonioso, il proprio habitat di vita; la società, le istituzioni, la storia, la cultura.<a title="" href="#_ftn26">[26]</a></p>
<p>Il testo introduttivo alla filosofia dello spirito lo conferma analiticamente in molti punti; ne citiamo uno, in particolare, da cui si evince la dimensione concreta, corporea e finita, entro cui si manifesta lo spirito, sul modello dell’Io di Fichte.</p>
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<p>“Lo spirito non è qualcosa di quieto, all’opposto è l’assolutamente inquieto, la pura attività, la negazione o l’idealità di tutte le fisse determinazioni intellettuali: non astrattamente semplice, ma, nella sua semplicità, al tempo stesso un differenziarsi da sé. Non un qualcosa di già compiuto prima del proprio manifestarsi, che se ne stia nascosto dietro la montagna dei fenomeni; al contrario, esso è veramente ed effettivamente reale solo mediante le forme determinate del proprio necessario manifestarsi; non è &#8230; un’anima-cosa in rapporto solamente esterno coi corpi, ma è legata intimamente con il corpo mediante l’unità del concetto.”<a title="" href="#_ftn27">[27]</a></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/dm8tenac01.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4920" title="dm8tenac01" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2015/01/dm8tenac01-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a>Di importante, nella citazione, per il discorso sin qui condotto, è la presa di distanza rispetto alla tradizionale psicologia metafisica: lo spirito non è un’anima separabile dalla corporeità in cui opera, né è la negatività immanente che nel corpo, nei limiti finiti, spazio-temporali, che esso determina, trova il suo unico luogo di residenza e di realtà, in consonanza con una teoria dell’assoluto coerentemente immanentistica, come ben evidenziato da Düsing e da Taylor<a title="" href="#_ftn28">[28]</a>, e in continuità  con l’idealismo jenese di Fichte.</p>
<p>Rousseau si può dunque collocare alla base di un’articolata e possente corrente di pensiero, che va ben oltre l’illuminismo e che, per lo più, è critica nei suoi confronti, come Rousseau fu critico degli enciclopedisti.</p>
<p>Vi è un altro aspetto della filosofia rousseauiana, che ne conferma l’antitecità rispetto al razionalismo illuminista, a dispetto di Derathé<a title="" href="#_ftn29">[29]</a> e dei suoi ancora numerosissimi seguaci, e che lo colloca all’origine della filosofia classica tedesca: l’estetica, come teoria del sentimento, e la connessa estetizzazione della politica. Ne facciamo un rapido cenno, avendola già trattata ampiamente in altri nostri saggi, cui facciamo riferimento in nota.</p>
<p>La fuoriuscita dell’uomo dallo stato di natura, descritta dal secondo <em>Discorso</em>, è un processo di socializzazione e di crescita culturale distorto, che muta l’originaria natura umana e che sfocia nella società alienata e illiberale del “bourgeois”.  Questo processo acquista i caratteri citati, perché l’uomo perde l’istinto alla “pietà”, con il quale l’aveva creato Dio: un istinto di carattere superiore a quello materiale e radicato nell’anima umana, con il quale egli poteva comportarsi spontaneamente in modo altruistico e buono.</p>
<p>Una problematica in linea –come abbiamo cercato di dimostrare- con la linea metafisica dell’ estetica britannica del “sentimento”, espressa dalla filosofia di Shaftesbury; autore, cui prima Cassirer, poi Derathé, negano a torto dirette influenze sul pensiero rousseauiano, legandolo piuttosto a Diderot, che ne tradusse, all’epoca, l’opera in francese.</p>
<p>Rousseau ne ripropone l’estetica, storicizzandone il problema e traendone le conseguenze politiche: l’uomo l’ha persa la dimensione istintiva dell’anima in un dato processo storicamente determinato che ha condotto ad una condizione sociale, culturale e politica, da lui considerata negativamente.  Dunque l’alternativa alla società del “bourgeois” –vale a dire la società del “citoyen”- si deve fondare sulla ricostruzione di questa istintività spirituale, simpatetico-altruistica. La questione sta al centro <em>dell’Emilio</em>.</p>
<p>Non si può, a nostro giudizio, non vederne l’affinità con la problematica estetica schilleriana, che ha già in sé –come pone anche in luce la Siefert<a title="" href="#_ftn30">[30]</a> &#8211; un aspetto politico, poi esaltato da Hegel; aspetto politico che certamente non si poteva trovare nel pensiero di Shaftesbury.</p>
<p>Ancora una volta Rousseau si rivela un punto di riferimento prioritario, ineludibile per la filosofia classica tedesca, sottovalutato da chi si ostina a collocarlo in coda all’Illumismo, riservandogli alcuni magri paragrafi dei manuali scolastici.</p>
<p>Il ruolo specifico di Rousseau  non è solo da valorizzare al massimo livello, in rapporto alla filosofia tedesca, ma anche  nel più ampio contesto della storia della cultura europea, e non solo relativamente al sette-ottocento.  Fra sei e settecento, in stretta interdipendenza con l’avanzata delle forze produttive e dei rapporti sociali di produzione capitalisti, diventano egemoni linee di pensiero e valori utilitaristici e individualistici, che entrano in profonda contraddizione con una tradizione a carattere etico e comunitario, che costituisce il sostanziale metastorico dell’Europa; una tradizione  che dalla classicità greco-romana, al cattolicesimo medioevale, sino all’umanesimo del quattrocento, ha sempre pensato l’uomo radicato nella comunità politica di appartenenza, proiettato verso l’universale, orientato nell’esistenza verso valori sovramondani.  Rousseau, in uno dei momenti storici di più alta tensione di questa contraddizione ha ripensato l’uomo moderno e i suoi rapporti politici sulla base di questa tradizione, e con ciò ha dato precise indicazioni su come ripensare i processi di modernizzazione, in atto in Occidente, su basi dialettiche, in conformità con i valori profondi della nostra storia.</p>
<p>In questo senso Rousseau costituisce un vero e proprio heideggeriano Ereignis, che getta luce sulle radici più autentiche di una civiltà, erigendosi a faro per chi vuole conservarle, muoversi e progredire in base ad esse, senza quegli strappi devastanti che stanno alla base di paesi senza storia, forti materialmente ma deboli spiritualmente, come gli Stati Uniti d’America. Su simili basi, nell’immediato, è nata la corrente giacobina della modernità, caratterizzata da una profonda anima etico-comunitaria e spiritualista, in base alla quale è entrata in contraddizione ideologica e strategica con l’alta borghesia illuminista della Rivoluzione francese, sino a bloccarne , nell’autunno del 1793, –come porrà in luce indispettito lo storico liberale Michelet- l’opera di distruzione del cattolicesimo in Francia<a title="" href="#_ftn31">[31]</a>. Più in generale, nasce un’intera linea di pensiero che si dipana da Fiche a Hegel, da Marx a Gentile, orientata a criticare dialetticamente la modernità liberale e illuminista e a ripensarla in forme conformi e adeguate alla tradizione europea<a title="" href="#_ftn32">[32]</a>.</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Per una ricostruzione della fortuna di Rousseau in Germania, nell’età considerata, si veda soprattutto R.Trousson, J.J.Rousseau et son ouvre dans la presse periodique allemande de 1750 a 1800, in “Dix-huitième siècle” 1 (1969), pp. 289-310 (I) e 2 (1970), pp. 227-264 (II). Una riflessione cricita più analitica e aggiornata dei rapporti fra la sua filosofia e la cultura tedesca, con riferimenti specifici alle interazioni con Lessing e Wieland, si trovano nel volume collettivo Rousseau in Deutschland. Neue Beitraege zur Erforschung seiner Rezeption, a cura di Herbert Jaumann, Walter de Gruyten, Berlin-New York, 1995.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> in “Das Neueste aus dem Reiche des Witzes”, aprile 1751.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Ch.Jamme, Ein “ungelehrtes Buch”. Die philosophiesche Gemeinschaft zwischen Hoelderlin und Hegel in Frankfurt 1797-1800, &#8220;Hegel-Studien” Beiheft 23, Bonn 1983.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> R.Wokler, <em>Rousseau</em>, Il Mulino, Bologna 2001 (I edizione Oxford-New York 1995)</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Sull’antropologia materialistico-meccanica di Hobbes, si veda F. Ingravalle-R. Pallavidini,<em> Il Busto di Giano</em>, Noctua, Torino, 2001 p. 63 e seg.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> T.Hobbes, <em>Opera latina</em>, Scientia Verlag. Adlen Germany 1966 (I edizione London 1939), vol. II, pp. 95-96.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Sul rapporto Rousseau-Robespierre, rimandiamo ancora a <em>Il Busto di Giano</em>, cit., pp. 105-106.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> L. Pareyson, <em>Fichte. Il sistema della libertà</em>, Mursia, Milano 1950, p. 127</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> J.G.Fichte, <em>Sämtliche Werke,</em> cit., vol. I, p. 274.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> J.G.Fichte, op. cit., p. 240</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> Espressioni queste –Entselbsten e Verselbsten-, utilizzate da R. Bodei, nel suo saggio <em>Scomposizioni</em>, Einaudi, Torino 1987.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> J.G. Fichte, <em>Sämtliche Werke</em>, cit., vol. I, p. 274.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> J.G.Fichte, op. cit., p. 279.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> J.G. Fichte, op. cit., pp. 144-145.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> J.G.Fichte, op.cit., pp. 233-234.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> I.Raddrizzani, <em>Vers la fondation de l’intersubjectivité chez Fichte</em>, Libraire philosophique J.Vrin, Paris 1993</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> M. Rang, <em>J.J. Rousseaus Lehre vom Menschen, </em>Göttingen, 1959</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> R.Pallavidini, <em>Hegel critico dell’autoritarismo. Il confronto critico con la Rivoluzione francese alle origini dei modelli teorici del giovane Hegel</em>, Arnaud, Firenze 1993.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> J.J. Rousseau, <em>Ouvres complètes,</em> Galimard, Paris 1967, vol. III, p. 232.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> Si veda, ad esempio, il modo in cui Hegel inquadra dialetticamente il problema delle mode e dell’artificialità dei bisogni, indotti dall’industria capitalista, per  esigenze di continua espansione della produzione, che compare già negli scritti di Jena e successivamente nelle <em>Rechtsphilosophien </em>berlinesi: S. Avineri, <em>La teoria hegeliana dello stato</em>, Laterza, Bari 1973 (I edizione, Cambridge 1972); R. Pallavidini, <em>Hegel critico dell’autoritarismo</em>, cit.; F.Ingravalle-R.Pallavidini,<em> Il Busto di Giano,</em> cit.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> J.J.Rouseeau, <em>Ouvres complètes</em>, cit., vol. III, p. 241.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> F. Schiller, <em>Über</em> <em>Kunst und Wirklichkeit</em>, Leipzig 1975, p. 271</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> F.Schiller, op. cit., p. 278.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> F.Schiller, op. cit., pp. 276-277.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> G.W.F.Hegel, <em>Werke</em>, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, vol. 10, pp. 25-26.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> Su queste tematiche logiche, si vedano R.Pallavidini, <em>Hegel critico dell’autoritarismo</em>, cit. e <em>Introduzione alla Filosofia Classica Tedesca</em>, Noctua, Torino 1999.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> G.W.F. Hegel, <em>Werke</em>, cit., pp. 11-12.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> K.Düsing, <em>Das Problem der Subjektivität in Hegels Logyk</em>, Hegel-Studien, Beiheft 15, 1976 e Ch.Taylor,<em> Hegel e la società moderna</em>, Il Mulino, Bologna 1984 (I edizione Cambridge 1979).</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> R.Derathé, <em>Le rationalisme de J.J.Rousseau</em>, Presses universitaires de France, Paris 1948 e <em>J.J.Rousseau et la science politique de son temps</em>, Libraire philosophique J.Vrin, Paris 1950 (traduzione italiana a cura di Nicola Matteucci, Bologna, Il Mulino 1994).</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref30">[30]</a> A.G.Siefert, Hegel-Studien, Beiheft 25 1984.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref31">[31]</a> Il giudizio di Michelet e la componente religiosa della personalità e dell’opera di Robespierre –componente scolorita da Mathiez e dalla storiografia marxista, in un generico deismo razionalista- sono stati  riproposti da H.Guillemin, <em>Robespierre politico e mistico</em>, Garzanti, Milano 1989 (I edizione, Edition du Seuil 1987).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref32">[32]</a> Chiudiamo questo saggio con un’osservazione in nota che fuoriesce dal suo argomento specifico. Raccontava Moiso  che Pareyson scrisse il suo fondamentale saggio su Fichte, quando egli prestava servizio al Liceo classico di Cuneo. Nell’ambito del liceo gentiliano un insegnante era considerato e voluto come uomo di grande cultura, impegnato a costruire autonomamente cultura, non didattica con cui divulgare, a sempre più infimo livello, idee altrui, acquisite in corsi di aggiornamento e tramite manuali sempre più semplificati, come succede oggi nella scuola berlingueriana. Il suo tempo lavoro era stato sapientemente costruito, da quel grande pedagogo, che rispondeva al nome di Giovanni Gentile, per consentirgli un lavoro di costante approfondimento dei classici della filosofia, della storiografia, ecc. In questo quadro, Luigi Pareyson ebbe tutto il tempo e tutti gli stimoli, che egli necessitava per studiare Fichte e scrivere un testo critico, che è stato una pietra miliare nella storia della critica fichtiana. Ma che cosa sarebbe successo, se gli fossero state imposte le 80 ore, i corsi di aggiornamento, i pagellini per le famiglie, e tutte le altre idiozie pietistico-burocratiche, che hanno declassato la classe docente italiana e rovinato la nostra scuola di ogni ordine e grado?</p>
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		<title>Invece della Catastrofe</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2014 17:29:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Perché costruire un’alternativa è ormai indispensabile. di Giulietto Chiesa  EDIZIONI PIEMME MILANO 2013 di Renato Pallavidini    Il testo di Giulietto Chiesa svela il carattere globale e drammatico della crisi in atto, che non è solo finanziaria ed economica. Chiesa puntualizza che le linee di crisi in atto erano già state previste dal Club di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>Perché costruire un’alternativa è ormai indispensabile. </strong></h2>
<h3 style="text-align: center;"><strong>di Giulietto Chiesa </strong></h3>
<p style="text-align: center;"><strong></strong><strong>EDIZIONI PIEMME MILANO 2013</strong></p>
<p>di<em> Renato Pallavidini    </em></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/12/catastrofe-chiesa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4878" title="Invece della catastrofe" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/12/catastrofe-chiesa-186x300.jpg" alt="Invece della catastrofe di Giulietto Chiesa" width="186" height="300" /></a>Il testo di Giulietto Chiesa svela il carattere globale e drammatico della crisi in atto, che non è solo finanziaria ed economica. Chiesa puntualizza che le linee di crisi in atto erano già state previste dal Club di Roma di Aurelio Peccei, che lanciò un manifesto dal titolo significativo, <em>I limiti dello sviluppo</em>.</p>
<p>L’allarme lanciato dagli illustri esperti venne immediatamente sottaciuto, e poi posto nel limbo della storia, da un sistema mediatico comunicativo controllato dalla ristretta oligarchia che, coscientemente, sta portando l’umanità sull’orlo della catastrofe, e composto da marionette etero dirette, prive di ogni dignità professionale e umana: loro compito è disinformarci. <strong>La contraddizione fondamentale che sta alla base di questa crisi è quella di volere a tutti costi “una crescita infinita in un sistema finito di risorse”.</strong></p>
<p><strong> </strong>La crescita infinita –o meglio indefinitamente progredente- è tipica del sistema capitalista; e ormai si esprime a due livelli, che rappresentano due diverse forme di capitalismo, a tratti alternative, ma comunque compresenti e contraddistinte dalla spinta alla crescita indefinitamente progredente, a fronte di risorse non solo finite ma in rapido esaurimento. Il tradizionale <strong>capitalismo industriale e produttivo</strong>, ben espresso dalla formula marxiana <strong>D→M→D’</strong>, trainato in buona parte dalla crescita dei consumi al di là del necessario, del naturale e del lecito; inventandosi una quantità incredibile di beni di plastica, gomma, ecc. del tutto inutili, che non si sa più come e ove smaltire. Il <strong>capitalismo del tutto finanziario e speculativo</strong> degli ultimi 30/35 anni, che ha modificato la citata formula marxiana in un <strong>D→D’→D’’, “</strong>smaterializzandosi”, come ebbero ad affermare i <em>reaganomics</em>, fautori di questo tipo di economia già all’inizio degli anni ’80 in America e in Inghilterra. Si tratta di un capitalismo puramente bancario, basato sulla continua, irrazionale produzione di denaro, in forma di crediti, titoli finanziari messi in circolazione da banche, istituzioni finanziarie di incerta origine, tutti quotati in borsa. Una massa di titoli, pezzi di carta, bit di computer enormemente superiore alla ricchezza reale di tutti i ceti sociali, che sono dunque altrettanti crediti  inesegibili.</p>
<p>L’esperienza di questi ultimi 10 anni, del crollo dei subprime americani nel 2007 –crediti facili per l’acquisto di case, concessi a chi non poteva pagarli, con il duplice criminale obiettivo di incamerare alcune rate e poi confiscare e rivendere le case- hanno dimostrato che se questa massa di titoli “spazzatura” non gira a velocità vorticosa da una banca all’altra, nell’illusione collettiva che siano coperti da denaro reale, l’intera baracca si ferma e crolla come un castello di carte, trascinandovi gli Stati sovrani e i loro cittadini. Infatti, fra 2008 e 2009, le banche centrali dei paesi occidentali, USA, UK, UE hanno ripianato i debiti delle banche private, ormai in bancarotta, stampando per loro denaro fresco. Di conseguenza i debiti delle banche sono diventati debiti pubblici, ripianati a spese di lavoratori, pensionati, ceti medi produttivi e anche della tradizionale alta borghesia, con tutto l’apparato mass mediatico a spiegarci, che le responsabilità del debito pubblico erano da addebitarsi alla spesa sanitaria, alla spesa pensionistica, al pubblico impiego, massimo ai “privilegi della politica”, fra cui i prezzi troppo bassi tenuti dal Buffet di Montecitorio –per altro con un ritornello già sentito dal 1992, anno delle svolte neoliberiste, delle privatizzazioni, di Maastricht, dell’inizio dell’era della globalizzazione.</p>
<p>Giulietto Chiesa, in un’intervista postata sul suo sito (<a href="http://www.giuliettochiesa.it/">www.giuliettochiesa.it</a>), tempo fa, ebbe a dire che l’intero sistema, or ora descritto, era diretto da circa 35 “mascalzoni” –aggettivo suo!- equamente ripartiti fra Wall Streat e la City londinese. Forse il numero è un po’ esiguo e potrebbe far riferimento solo al vertice della piramide dei “mascalzoni”, che si nascondono in tutto il mondo come topi nel formaggio. Sì! topi ben nascosti, perché nella maggior parte dei casi, non sono i volti noti dei grandi magnati internazionali, gli Agnelli, i Rockfeller, i Berlusconi, ecc. Sono volti anonimi alla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, nomi ai più non dicono nulla, come Wim Duisenberg (G.Chiesa, <em>cit.</em> p. 177), ex primo banchiere centrale europeo nel 2004, membro di una decina di diversi consigli di amministrazione.</p>
<p>Uomini simili, finanzieri anonimi o quasi, come Duisenberg, Soros, Draghi, Greenspan, costituiscono, secondo Chiesa, la classe dei proprietari universali, che stanno guidando il mondo verso la catastrofe annunciata, in una crisi finale del capitalismo che rischia di assumere i contorni di un drastico regresso di civiltà, per un’umanità moderna abituata “alla vita comoda”, all’auto, agli Hi Fi, alle merendine, a sventrare l’ambiente.</p>
<p>La classe dei proprietari universali sarebbe composta da non più di un milione di unità, lo 0,000007% della popolazione mondiale, cui fa da contorno un “alone” di 70-80.000 milioni di ricchi, che rosicchiano i miliardi eccedenti, cui appartengono i volti conosciuti al pubblico, i Berlusconi, i Monti, i Marchionne, spesso maledetti perché identificati tout court con il sistema e responsabilizzati per le sue contraddizioni. Questo “alone” funge da parafulmine del nocciolo duro del sistema di dominio della finanza globale: si prende gli accidenti e, talvolta, i pomodori marci delle persone normali, disinformate e colpite traumaticamente da una crisi di cui non comprendono la reale origine, né l’estensione e la gravità. Esempio per tutti, le stupide scene di giubilo a Roma,  quando cadde il Governo Berlusconi, per essere sostituito da Monti, un vero gendarme della Banca Centrale Europea!</p>
<p>Tuttavia questi gravissimi problemi economici e sociali non esauriscono l’intero spettro della crisi in atto, che è crisi di un intero modello di civilizzazione, basato sullo spreco delle risorse e sulla sistematica violazione delle leggi naturali, sulla modificazione selvaggia dell’ambiente, di cui sono esempio emblematico, sempre in Italia, le costruzioni abusive su spiagge, spezzoni di rocce sporgenti sul mare, montagne e colline. <strong>Si stanno rapidamente esaurendo le risorse su cui si è fondato lo sviluppo moderno e l’espansione dei consumi, prime fra tutte quelle energetiche</strong>. Si sta raschiando ovunque il fondo del barile! E’ di questi ultimi mesi la notizia che le potenze occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna, persino la Norvegia hanno studiato un sistema per estrarre gas dalla frantumazione del materiale roccioso profondo. A parte il chiaro significato che i grandi gruppi capitalistici non sanno più dove “sbattere la testa” per trovare fonti energetiche non rinnovabili, il nuovo sistema rischia di rendere sempre più instabile la placca terrestre, generando movimenti tellurici imprevedibili.</p>
<p>Ancor più grave è che questi e altri dati ci indicano chiaramente che la tendenza in tutti i paesi sviluppati, o di nuovi sviluppo, o in via di sviluppo, è quella a persistere nell’uso di energie non rinnovabili e altamente inquinanti, nell’industria come nell’uso domestico. Non emerge, a nessuna latitudine, uno sforzo serio a rinnovare le tecnologie per l’uso di energie alternative, inesauribili, non inquinanti, come il vento e sole! Se non si corregge questo crinale –e non c’è nessun segno che qualcuno voglia correggerlo, né a Est, né a Ovest, né a Nord, né a Sud- entro 15 anni, sarà inevitabile, a metà secolo un aumento della temperatura terrestre di 2°, con conseguenze disastrose, oggi difficilmente immaginabili, almeno in Europa –a Holliwood ci riescono meglio!  Già ora, nell’andamento climatico, ci sono anomalie gravissime che toccano persino gli Stati Uniti –e che dovrebbero in teoria, unitamente all’esperienza di Katrina far riflettere la locale classe dominante! Il sud del Texas è alle prese con una persistente siccità, che rende ormai impossibile le coltivazioni di mais e l’allevamento di bestiame; di fatto si sta espandendo a Nord il deserto messicano. Situazione simile in California, ove il fiume Sacramento è in secca da mesi. Questo mentre su tutta la costa atlantica, dalla Florida sino a New York imperversano spaventose bufere di neve!</p>
<p>L’incipiente crollo dell’ecosistema planetario, degli andamenti climatici sono aggravati dal problema dello smaltimento dei rifiuti, sia quelli normali –come la plastica- sia quelli decisamente tossici. Ormai la terra e il mare ne sono pieni! Senza rendercene conto viviamo ormai in una grande pattumiera, i cui effetti negativi sulla biosfera si aggiungono a quelli dell’inquinamento. E non è solo la questione di Napoli, degli inceneritori, della Somalia –uno dei tanti paesi/pattumiera del Sud del mondo- la questione si estende ben più gravemente ai mari. Si contano ormai quattro zone fra l’Oceano atlantico e l’Oceano pacifico in cui si accumula l’intera spazzatura terrestre. Sono veri e propri nuovi continenti di plastica e polistirolo, pericolosi anche per la salute umana, visto che i pesci tendono sempre più a nutrirsene.</p>
<p>Potremmo andare avanti quasi all’infinito con queste citazione, ma è evidente che i punti essenziali di tutte queste questione sono due: <strong><span style="text-decoration: underline;">1)</span> l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, fondato non solo sulla speculazione</strong> <strong>finanziaria, ma anche sull’uso di energie non rinnovabili e altamente inquinanti e sulla moltiplicazione insensata dei consumi; <span style="text-decoration: underline;">2)</span> la mancanza di una volontà politica di cambiamento dei fattori strutturali di un simile modello di civilizzazione</strong>, cambiamento troppo costoso per le classi dominanti, troppo difficile da comprendere per le rimanenti forze di “opposizione sociale”, dai sindacati ai centri sociali. Ce lo immaginiamo dunque cosa succederebbe, se contemporaneamente, tutti i capi politici dell’Est e dell’Ovest, USA, Cina, Russi, ecc., comparissero alla TV, spiegando ai loro cittadini allibiti la situazione e concludendo che d’ora in poi dovranno lasciare la macchina per tornare alla bicicletta!?</p>
<p>Del resto Holliwood, sita al centro dell’Impero, ha sempre anticipato il futuro della società capitalistica. Gli esempi sono innumerevoli da <em>I Guerrieri della notte</em>, a <em>1999 fuga da New York</em>, sino a <em>Blud Runner</em>. Si poteva cogliere un tessuto sociale lacerato e violento, ove si combinavano individualismo estremo, rapporti di solidarietà interni a bande teppistiche rivali, strutture di potere oligarchiche e onnipresenti a controllare quanto rimaneva di un’umanità ricondotta allo stato ferino.</p>
<p>Nel caso che ci riguarda è denso di significato il film <em>Anno 2022</em>, con Charlton Heston, girato proprio su sollecitazione delle previsioni e delle polemiche suscitate dal manifesto del Club di Roma. Vale la pena sintetizzarne rapidamente la trama. Siamo nell’anno  2022 –data molto vicina a quella recentemente indicata da un pool di scienziati ONU, come limite per poter evitare il peggio della catastrofe-: la Terra è devastata dall&#8217;inquinamento e dalla <a title="Sovrappopolazione" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sovrappopolazione">sovrappopolazione</a>. La <a title="Natura" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Natura">natura</a> incontaminata non esiste praticamente più e il <a title="Clima" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Clima">clima</a> è stravolto in senso <a title="Zona torrida" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zona_torrida">torrido</a>. Le stagioni si sono ridotte ad una perenne <a title="Estate" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Estate">estate</a> che dura tutto l&#8217;<a title="Anno" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Anno">anno</a>, con 32º di <a title="Temperatura" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Temperatura">temperatura</a>. <a title="New York City" href="http://it.wikipedia.org/wiki/New_York_City">New York City</a>, dove si svolge la storia, è un <a title="Formicidae" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Formicidae#Nidificazione">formicaio</a> di 40 milioni di abitanti pressati in fatiscenti condomini, il dominio <a title="Tecnologia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tecnologia">tecnologico</a> e il <a title="Consumismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Consumismo">consumismo</a> sono tramontati perché gli oggetti che hanno prodotto stanno cadendo a pezzi, per mancanza di ricambi; manca pure la <a title="Corrente elettrica" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corrente_elettrica">corrente elettrica</a>, per la <a title="Crisi energetica (1973)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_energetica_%281973%29">crisi energetica</a> causata dalla mancanza di <a title="Petrolio" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Petrolio">petrolio</a>; il <a title="Cibo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cibo">cibo</a> e l&#8217;<a title="Acqua" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Acqua">acqua</a> sono razionati.</p>
<p>La gente più povera vive dentro automobili nei parcheggi e chi non ha neppure l&#8217;auto, dorme sulle scale dei palazzi, un gradino ognuno.  In determinati quartieri, definiti “Ricchezza”, dimora la classe dominante in veri e propri bunker di benessere: <a title="Condizionatore d'aria" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Condizionatore_d%27aria">aria condizionata</a>, <a title="Videogioco" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Videogioco">videogiochi</a> in salotto, <a title="Acqua corrente" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Acqua_corrente">acqua corrente</a>, addirittura calda, impianto della <a title="Televisione a circuito chiuso" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Televisione_a_circuito_chiuso">televisione a circuito chiuso</a>, un maggiordomo di palazzo. Le donne più giovani e fortunate sono un oggetto in dotazione personale o fanno parte della dotazione dell&#8217;appartamento delle persone facoltose. Solo i benestanti, possono permettersi una spesa di cibo normale come un gambo di <a title="Sedano" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sedano">sedano</a>, qualche <a title="Mela" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mela">mela</a>, un <a title="Pomodoro" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pomodoro">pomodoro</a> e la <a title="Carne" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carne">carne</a>, più unica che rara, è venduta a prezzi inaccessibili per la maggior parte delle persone.</p>
<p>Proprio il cibo è il problema maggiore dell&#8217;umanità. Gli alimenti tradizionali sono senza sapore e senza odore e quasi completamente scomparsi. L&#8217;unica risorsa rimasta è il Soylent, <a title="Galletta" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Galletta">gallette</a> nutritive di vari colori secondo la composizione: rosso <a title="Soia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Soia">soia</a>, giallo <a title="Mais" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mais">mais</a>, ecc. La pubblicità dice che il <a title="Plancton" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Plancton">plancton</a> è la <a title="Materie prime" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Materie_prime">materia prima</a> del Soylent verde, l&#8217;ultimo prodotto della ditta Soylent, destinato a diventare il principale alimento della popolazione con l&#8217;inaridirsi della terra. Si scoprirà che è tratto dai cadaveri! Il grosso dell’umanità è regredito allo stato ferino, le classi ricche si sono in qualche modo salvate; anzi hanno consolidato il loro strapotere.</p>
<p>La via verso questa catastrofe annunciata potrebbe non essere così diretta e lineare come l’abbiamo descritta. Seconda Chiesa, nel medio periodo –il ché significa negl’anni che stiamo vivendo-, l’imperialismo atlantico potrebbe trascinarci in una vera e propria guerra guerreggiata con la Russia e con la Cina. Del resto la crisi ucraina è sotto agl’occhi di tutti e chiunque ne porti le responsabilità –mi si perdoni l’eccesso di imparzialità!- siamo di fronte ad un duro e diretto confronto fra le due maggiori potenze nucleari del pianeta, esattamente come nel 1962, in occasione della questione dei missili a Cuba. La differenza è che all’epoca i media informavano, anche se con eccessi verbali da Guerra Fredda, e l’opinione pubblica era allertata, oggi sta passando tutto nel disinteresse e nell’ignoranza generale, in un clima disincantato che ricorda quello dell’estate 1914!</p>
<p>Perché la crisi dell’attuale modello di sviluppo si sta capovolgendo in un pericolo di guerra totale, che rischia di accelerare la catastrofe annunciata o quanto meno di aggiungere ad essa ulteriori fattori negativi –esempio emblematico l’inquinamento da radiazioni nucleare, problema già presente da quasi vent’anni in Adriatico, Kossovo ed Irak, visto il largo uso fatto dalla Nato di munizioni ad uranio impoverito, nelle guerre del 1991, 1999, 2002? A parte l’esperienza storica, che ci indica che quasi sempre le crisi economiche più gravi generano la guerra, c’è da rilevare che la spinta aggressiva americana degli ultimi 15 anni, in pratica dall’aggressione alla Serbia del 1999, ha come primo e fondamentale motivo il monopolio di quanto resta delle materie prime planetarie.</p>
<p>Alla Casa Bianca sanno da tempo quali sono i problemi reali, che abbiamo cercato di enucleare, e sono dunque ben coscienti che, se vogliono garantire un certo livello di benessere alla popolazione occidentale, in attesa che maturino gli eventi, devono negare consumi e accesso alle materie prime alle altre aree del pianete, soprattutto ai paesi emergenti del BRICS, Russia e Cina in testa. Solo imbrigliando l’emergente potenza cinese, con un ridispiegamento delle forze americane nell’Oceano pacifico –il <em>Pivot to Asia</em> di Obama- e impedendo la resurrezione di quella russa, l’America può mantenere il suo ruolo di superpotenza planetaria dominante. Ormai, come abbiamo visto, la potenza militare atlantico americana si regge su un’economia di carta, in pratica sui debiti, a tal punto che, nel 2011, se la resistenza libica fosse durata qualche giorno in più, Francia e Inghilterra avrebbero avuto serie difficoltà a finanziare i bombardamenti.</p>
<p><strong>Con questa economia di carta, l’Occidente non può più controllare le materie prime con le normali regole di mercato, Russia, Cina e Paesi arabi sarebbero ormai in grado di definire i prezzi internazionali autonomamente rispetto alle grandi “Corporations”. Può solo farlo usando continuamente la propria superiorità militare e massmediatica, visto che l’alternativa ai bombardamenti sono le rivoluzioni “colorate”, sovversione interna organizzata dal gruppo Soros Clinton, come in Serbia, in Georgia e in Ucraina. </strong>Oggi il Pentagono è fortemente tentato ad utilizzare il proprio apparato militare anche contro Russia e Cina, perché si è spezzato l’equilibrio del terrore, che dominava la guerra fredda. Tutti i dati disponibili fanno pensare che le forze armate americane siano dotate di tali e tanto sofisticate tecnologie da poter prevenire ogni ritorsione atomica. Sono senz’altro in grado di agire sull’atmosfera e sulle onde elettromagnetiche della crosta terrestre, provocando disastri climatici, maremoti, terremoti. Uno scenario bellico teorico quasi fantascientifico che consentirebbe agli imperialisti di mettere in ginocchio un paese senza dargli il tempo di fiatare, cioè di abbozzare una reazione. Questo almeno in teoria! Ma se, per puro caso, qualcosa non funzionasse a dovere e ci scappasse qualche missile? Forse non saremmo al <em>Day After</em>, ma a qualcosa che gli potrebbe assomigliare….!</p>
<p>La domanda che sorge spontanea, fra tutti questi disastri annunciati è senz’altro la seguente: cosa possiamo fare, noi avanguardie coscienti, anzi noi singoli dispersi e divisi ideologicamente, per contrastare questa deriva? Il lettore ammetterà che la risposta è improba, tanto è vero che lo stesso Chiesa da poche indicazioni, sia in rapporto all’entità dei problemi, sia in rapporto allo strapotere dei media che li nascondono e ci disinformano. La sua principale risposta è la difesa dei “territori”, là ove si trovino problemi di grande impatto ambientale e movimenti organizzati. I riferimenti più diretti sono la Val Susa per la TAV e la Campania per i rifiuti. Noi riprendiamo al “plurale” una risposta che diede il grande filosofo Heidegger: “solo un Dio ci salverà!”.</p>
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