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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Rete dei Comunisti</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>DODICI PROVOCAZIONI PER UN RINNOVAMENTO DEL MARXISMO</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 17:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Interessante intervento di Carlo Formenti Dodici provocazioni per un rinnovamento del Marxismo &#160; CARLO FORMENTI Premessa. Un bilancio critico e autocritico dopo 20 anni di ricerca di una casa politica &#160; A cavallo del cambio di secolo, di fronte all’approfondirsi della crisi globale (il crollo dei titoli tecnologici al Nasdaq preannunciava la catastrofe finanziaria del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/700x350c50.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8890" title="700x350c50" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/700x350c50-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Interessante intervento di Carlo Formenti</h1>
<h1></h1>
<h1>Dodici provocazioni per un rinnovamento del Marxismo</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CARLO FORMENTI</strong></p>
<p><strong><em></em><br />
</strong></p>
<p><strong><em>Premessa. Un bilancio critico e autocritico dopo 20 anni di ricerca di una casa politica</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>A cavallo del cambio di secolo, di fronte all’approfondirsi della crisi globale (il crollo dei titoli tecnologici al Nasdaq preannunciava la catastrofe finanziaria del 2007/2008), al precipitare del reddito e delle condizioni di vita dei lavoratori e all’acuirsi dei conflitti geopolitici, ho avvertito l’urgenza di riprendere la militanza politica attiva, dopo essermi a lungo impegnato esclusivamente nella ricerca teorica. </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Alla fine dei Sessanta, dopo avere militato in alcuni gruppi maoisti e contribuito alla nascita del Gruppo Gramsci, ho intrapreso la carriera sindacale nella federazione unitaria dei meccanici,  interrotta nel 1974. Nella seconda metà dei Settanta, dopo una breve esperienza in Autonomia, mi allontanai  dalla politica attiva, demotivato dal riflusso delle lotte operaie e dall’evoluzione del PCI e dei partitini della sinistra extraparlamentare, i quali, pur seguendo traiettorie diverse, convergevano verso il postmodernismo liberale. Nei decenni seguenti mi sono limitato a svolgere la professione di giornalista, saggista e ricercatore universitario (caporedattore del mensile “Alfabeta”,  autore di diversi libri dagli  Ottanta ai primi del Duemila, infine ricercatore all’Università di Lecce). </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Il primo passo verso la ripresa di un impegno politico diretto è stato un prudente tentativo di avvicinamento a Rifondazione Comunista tramite la mediazione dell’amico Piero Manni, editore leccese nonché consigliere regionale del Partito. Il rapporto si è interrotto nel 2013, dopo il coinvolgimento di Rifondazione nel cartello elettorale Rivoluzione Civile, che proponeva il giudice Ingroia come “front runner”. Nell’occasione spiegai ai compagni (che avevano adombrato una mia possibile candidatura) che consideravo indigesta l’ammucchiata con forze genericamente “progressiste”, incompatibili con il progetto di ricostruire un partito di classe in Italia. </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Qualche anno dopo, ho immaginato che la Rete dei Comunisti (organizzazione di cui apprezzavo il lavoro nel sindacato di base USB e la gestione delle lotte per la casa alla periferia di Roma, e con la quale condividevo l’obiettivo dell’uscita dall’Unione Europea) potesse incarnare un progetto politico alieno alle sirene elettoraliste e impegnato a costruire un’organizzazione rivoluzionaria di classe. Aderii quindi ad Eurostop (associazione fondata dalla Rete). Me ne sono allontanato dopo la scelta di convergere nel cartello di Potere al Popolo in vista delle elezioni politiche del 2018. Mi dissociai per due motivi: il cedimento alle smanie elettoralistiche distraeva energie dall’obiettivo del radicamento nei territori e nei luoghi di lavoro; inoltre la convergenza con soggetti appartenenti all’area delle sinistre post autonome riproponeva la logica delle liste “arcobaleno”, annacquando la lotta per la difesa della sovranità popolare e aprendo la porta a mediazioni opportunistiche con le culture “politicamente corrette”.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>In seguito mi ero convinto che la lotta di classe, dopo la disgregazione delle classi subalterne provocata da decenni di offensiva liberista e dal tradimento delle sinistre, avesse assunto la forma spuria dei populismi, con varianti di destra e di sinistra. Da un lato, alcune esperienze latinoamericane prospettavano la possibilità di usare il populismo come fase intermedia verso una nuova forma socialista, dall’altro cresceva il rischio che a fungere da contenitori della rabbia sociale fossero i populismi di destra, capaci di camuffarsi dietro parole d’ordine di sinistra. Di qui la necessità di riappropriarsi di slogan e parole d’ordine “dirottati” dalle destre, e di puntare alla costruzione di un blocco sociale fra lavoratori e classi medie impoverite, tenendo conto del fatto che gli strati popolari nutrivano un crescente risentimento  nei confronti delle sinistre impegnate a difendere esclusivamente interessi, bisogni e diritti di individui e gruppi minoritari per intercettare il consenso dei ceti medio-alti e dei residenti dei centri urbani gentrificati. Così ho contribuito alla fondazione  dell’associazione Nuova Direzione, dalla quale mi sono allontanato un anno più tardi, avendo capito che non esistevano i presupposti per trasformarla in un rinnovato progetto socialista.</em></p>
<p><em>Preso atto che l’unico obiettivo praticabile era impegnarsi in un paziente lavoro di ricostruzione della coscienza di classe, mi sono chiesto quali requisiti avrebbe dovuto soddisfare una forza politica capace di affrontare tale impresa. Li ho sintetizzati in cinque punti: 1) considerate le connotazioni negative assunte dalla parola, tale forza politica non dovrebbe dichiararsi di sinistra bensì chiaramente comunista; 2) dovrebbe legittimare tale etichetta, da un lato svolgendo un lavoro teorico di aggiornamento del marxismo, liberandolo dalle incrostazioni dogmatiche, dall’altro mettendo radici nei luoghi di lavoro e di studio e nei territori; 3) dovrebbe prendere le distanze dall’ideologia antistatalista e antipolitica dei movimenti post sessantottini, chiarendo che lo stato non è solo lo strumento delle classi dominanti, ma anche il terreno dello scontro fra gli interessi e le idee di tutte le classi sociali, per cui la conquista del potere resta un obiettivo irrinunciabile per qualsiasi forza che si definisca comunista; 4) dovrebbe opporre al cosmopolitismo borghese, che è la cifra del progressismo di sinistra, l’internazionalismo proletario inteso come rapporto di solidarietà fra proletari e popoli oppressi e sfruttati nella comune lotta contro l’imperialismo, ribadendo che la sovranità popolare non può prescindere dalla sovranità nazionale, visto che nessun popolo privato della propria sovranità può decidere liberamente del suo futuro; 5) di fronte a una situazione che vede gli Stati Uniti e l’Europa impegnati a costruire una “santa alleanza” contro la Cina, la Russia e tutti i Paesi che non accettano i diktat occidentali, dovrebbe assumere una coerente posizione antimperialista, contro la NATO e la UE. </em></p>
<p><em>Tre anni fa, su sollecitazione di alcuni compagni di Milano iscritti al Partito Comunista diretto da Marco Rizzo, presi visione delle tesi del loro precedente congresso e mi parve che contenessero posizioni compatibili, se non sovrapponibili, con i punti appena elencati, per cui ho accettato, vincendo la mia idiosincrasia nei confronti delle competizioni elettorali, di candidarmi alle elezioni municipali di Milano. Ho avuto modo di pentirmene quasi subito, vista la svolta decisa da Rizzo, il quale, pagando il prezzo di una serie di scissioni che hanno falcidiato il numero degli iscritti, ha deciso di dare vita a Democrazia Sovrana e Popolare, formazione in cui convergono, assieme ai resti del suo partito, gruppi ed esponenti dichiaratamente di destra, ancorché provenienti dalla cosiddetta  “destra sociale”. </em></p>
<p><em>L’ultima tappa di questa ardua ricerca di una casa politica è stata un&#8217;esperienza che ho seguito con interesse e simpatia, e alla quale ho partecipato attivamente, nata dal tentativo degli amici della rivista Cumpanis di avviare un processo di unificazione fra i vari gruppi di “reduci” e fuorusciti dai diversi partitini della galassia neo comunista; processo che ha portato alla nascita, prima del Centro Studi Domenico Losurdo, del quale sono stato nominato co-presidente, poi del Movimento per la Rinascita  Comunista, che verrà presentato pubblicamente il prossimo 11 maggio a Roma.  </em></p>
<p><em>Mi trovo ora a dover spiegare perché non sarò presente in quella occasione. Potrei accampare ragioni di salute (affatto prive di fondamento) ma non è mio costume mascherare il dissenso con simili scuse, quindi preferisco essere chiaro. Il pletorico (più di 200 pagine!) documento preparatorio ha l’ambizione di affrontare praticamente tutti i temi teorico-politici oggi sul tappeto: dal rischio imminente di una nuova guerra mondiale, all’attualità della categoria di imperialismo; dalla crisi della globalizzazione economica, alla costituzione di un fronte mondiale anti imperialista; dal ruolo guida che la Cina e gli altri socialismi del secolo XXI svolgono in questo fronte, all’analisi degli attuali scenari di guerra (Ucraina e Palestina in primis); dal rilancio delle parole d’ordine fuori dall’Europa e fuori dalla NATO, all’analisi del conflitto di classe oggi in Italia; dalla crisi istituzionale del nostro Paese, all’attacco alla Costituzione del 48, ecc. ecc.). Ambizione che mi pare francamente al di là delle attuali capacità di elaborazione teorico politica del movimento che lo ha prodotto. Nel testo ho trovato tracce dei cinque requisiti sopra elencati, ma anche parti connotate da nostalgie e dogmatismi. Ciò non sarebbe motivo sufficiente per sottrarmi, con atto di presunzione e arroganza, al confronto delle idee, se non fosse che trovo inaccettabile la precipitazione con cui si è voluto dare al movimento lo status organizzativo di un vero e proprio partito (tesseramento, una piramide gerarchica che sale dalle cellule di base alle federazioni territoriali, al comitato di coordinamento e alla segreteria nazionali, il tutto condito dall’immancabile evocazione del centralismo democratico, oltre che non giustificato dalla consistenza numerica dell&#8217;organizzazione). Una scelta a dire poco prematura che sancisce di fatto la nascita dell’ennesimo mini partito che va ad affiancarsi alle altre formazioni neo comuniste, saltando il lento e faticoso processo intermedio di maturazione, radicamento ed elaborazione teorica che deve precedere una simile decisione. </em></p>
<p><em>Resto disponibile a partecipare al dibattito in tutte le sedi in cui gli amici riterranno opportuno coinvolgermi, a partire dalle iniziative del Centro Studi Domenico Losurdo (se e quando uscirà dal letargo in cui versa da alcuni mesi), anche se non potrò più esserne presidente perché la salute non me lo consente. Come primo contributo, pubblico qui di seguito queste  “Dodici provocazioni per  un rinnovamento del marxismo” che penso aiutino a spiegare meglio le mie divergenze rispetto al progetto del Movimento Rinascita Comunista e più in generale verso l’intera galassia neo comunista italiana (e più in generale occidentale).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I</strong>. <strong>Contro il determinismo storico</strong>. Non esiste alcuna necessità immanente al processo storico (nessuna presunta “legge) che consenta di affermare che la fine del capitalismo e l’avvento del socialismo sono eventi ineluttabili. Benché lo stesso Marx lo abbia più volte ribadito (vedi la polemica con il traduttore russo del <em>Capitale</em>, il quale gli attribuiva l’intenzione di descrivere le fasi storiche che ogni nazione e ogni civiltà deve attraversare per approdare al modo di produzione capitalista e poi a quello socialista), e benché l’ultimo Lukacs abbia dedicato larga parte della <em>Ontologia dell’essere sociale </em>a spiegare come il processo storico sia imprevedibile e come le cause che hanno fatto sì che abbia imboccato una determinata direzione piuttosto che un’altra siano afferrabili solo <em>post festum</em>, la visione determinista/meccanicista della storia (di cui la formula delle tre fasi – feudalesimo, capitalismo, socialismo – canonizzate dal diamat staliniano è esempio paradigmatico) ha continuato a essere un elemento caratterizzante della cultura socialcomunista. I suoi corollari sono, fra gli altri, i dogmi economicista ed evoluzionista che indicano nella contraddizione “oggettiva” fra forze produttive e rapporti di produzione la causa fondamentale della fine necessaria e inevitabile del modo di produzione capitalista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II. Contro il mito delle forze produttive</strong>. Una delle smentite più clamorose della tesi che associa la possibilità della rivoluzione socialista a un elevato livello di sviluppo delle forze produttive ci viene dagli eventi storici dell&#8217;ultimo secolo. Tutte le rivoluzioni socialiste riuscite sono avvenute in Paesi &#8220;sottosviluppati&#8221; o in via di sviluppo, fra Asia e America Latina, laddove i tentativi rivoluzionari in Paesi industrialmente avanzati si sono conclusi con la sconfitta delle classi subalterne. I dirigenti della II Internazionale avevano proclamato l&#8217;impossibilità che il tentativo bolscevico nella Russia &#8220;arretrata&#8221; andasse a buon fine, così come i trotskisti predissero che, in assenza di una rivoluzione vittoriosa in Occidente, la rivoluzione russa non avrebbe potuto durare. L&#8217;ironica battuta di Gramsci che scrisse che i bolscevichi avevano fatto una rivoluzione &#8220;contro il Capitale di Marx&#8221; è la migliore introduzione alla formidabile innovazione teorica introdotta da Lenin. Con la tesi dell&#8217;attacco &#8220;all&#8217;anello debole della catena&#8221;, Lenin ha infatti colto una verità fondamentale: a spianare la strada alla rivoluzione proletaria sono &#8211; più delle crisi e dei conflitti economici &#8211; le crisi politiche (guerre, lotte fra le classi dominanti, impasse istituzionali, ecc.) che indeboliscono la capacità di dominio politico, ideologico e culturale (la capacità egemonica) delle élite, opportunità che possono essere colte solo se esiste un&#8217;adeguata leadership rivoluzionaria. Il leninismo coincide quindi con la rivalutazione del peso del fattore soggettivo (l’autonomia del politico) nel processo storico. Di solito si ribatte che solo la presenza di &#8220;condizioni oggettive&#8221; favorevoli consente il successo, altrimenti ogni tentativo rischia di scadere nel volontarismo, nel soggettivismo, nel putschismo, ecc. Giusto, a condizione che il riferimento alle condizioni oggettive non serva a far rientrare dalla finestra i dogmi economicisti ed evoluzionisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III.</strong> <strong>Contro l&#8217;esaltazione acritica di scienza e tecnologia</strong>. La visione che attribuisce un ruolo strategico allo sviluppo delle forze produttive come fattore  di per sé progressivo ha fatto sì che la cultura marxista abbia ereditato la tendenza positivista all&#8217;esaltazione acritica della scienza e della tecnologia. Il movimento socialcomunista non è riuscito a integrare nel proprio patrimonio culturale i contributi filosofici, scientifici ed ideologici che, nel corso dell&#8217;ultimo secolo, hanno smontato il mito della &#8220;neutralità&#8221; della scienza e della tecnologia, dimostrando come i modelli epistemici di queste discipline teoriche e i loro prodotti incorporino i rapporti di forza fra dominanti e dominati incarnando gli interessi, gli obiettivi e i bisogni dei primi a spese dei secondi. Il giudizio positivo che sia Lenin che Gramsci diedero dei metodi tayloristi di organizzazione del lavoro sono un esempio evidente in tal senso. E un esempio ancora più clamoroso sono i deliri di autori come Antonio Negri e André Gorz che hanno esaltato la rivoluzione digitale come un fattore in grado di democratizzare l&#8217;economia, le relazioni sociali, il sistema politico e persino l&#8217;organizzazione del lavoro, anche dopo che la concentrazione monopolistica nei settori dell&#8217;high tech e della New Economy ha inequivocabilmente dimostrato come queste tecnologie e i loro modelli di razionalità contribuiscano potentemente a elevare i tassi di sfruttamento della forza lavoro, a ridurre l&#8217;occupazione e a colonizzare (americanizzandolo) l&#8217;immaginario delle nuove generazioni. Ovviamente ciò non significa negare a priori l&#8217;utilità dei prodotti della scienza e della tecnica. Il nodo cruciale consiste nel superare la visione ingenua secondo cui basterebbe riappropriarsi delle conoscenze scientifiche e tecnologiche incorporate nell&#8217;apparato produttivo per far sì che, una volta socializzate, esse si convertano automaticamente in altrettanti strumenti per la costruzione del socialismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IV.</strong> <strong>Le rivoluzioni come freno a mano del treno della storia</strong>. Se si analizzano senza pregiudizi le motivazioni che hanno consentito di volta in volta alle avanguardie rivoluzionarie di mobilitare le larghe masse popolari contro il potere capitalistico-borghese si scopre che, come scrisse Walter Benjamin descrivendo la rivoluzione come l&#8217;atto di &#8220;tirare il freno a mano della storia&#8221;, si è trattato in larga misura di motivazioni conservative, piuttosto che progressiste. I popoli sono insorti contro la colonizzazione capitalistica di tutti gli aspetti della vita sociale allo scopo di renderli funzionali al processo di valorizzazione, contro la distruzione dei legami tradizionali di tipo sociale, storico, affettivo, culturale. L&#8217;idea che il capitalismo svolga una funzione progressiva &#8220;liberando&#8221; l&#8217;individuo dai lacci e laccioli comunitari che ne limitavano l&#8217;autonomia e l&#8217;iniziativa, benché se ne possano trovare tracce in Marx (soprattutto nel <em>Manifesto</em>), è un&#8217;idea sbagliata che incarna l&#8217;ideologia e le aspirazioni delle classi medie &#8220;riflessive&#8221;, piuttosto che i bisogni e gli interessi delle classi lavoratrici. Non si capisce altrimenti perché, come ricordato al punto 2), ad avere successo siano state le rivoluzioni dei Paesi in lotta contro il dominio imperialistico &#8211; coloniale e neocoloniale -, dei Paesi metropolitani, rivoluzioni che hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine, classi operaie di recente proletarizzazione (a loro volta di origine contadina), borghesie nazionali che difendevano le radici storico-culturali delle comunità locali contro il tentativo di integrarle nel mercato mondiale. Leader come Lenin, Mao, Ho Chi Min, Castro, ecc. hanno capito e interpretato questi sentimenti popolari, hanno cioè capito che la rivoluzione è conservativa e locale prima che innovativa e cosmopolita. Ciò vuol dire che la rivoluzione è per definizione impossibile nei paesi &#8220;avanzati&#8221;, &#8220;civilizzati&#8221; da secoli di dominio capitalistico? No, ma in tali Paesi essa appare più difficile, a meno che non si diano condizioni di gravissima crisi egemonica (politica, culturale, istituzionale) oltre che economica delle élite dominanti, condizioni in cui gli effetti distruttivi dell&#8217;economia capitalistica suscitano l’aspirazione di dar vita a un mondo alternativo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>V.</strong> <strong>Contro l’ideologia progressista</strong>. Le tesi precedenti convergono nell&#8217;affermare che la rivoluzione socialista non è un evento &#8220;progressista&#8221;. Intanto perché non esiste un&#8217;idea di progresso condivisa da tutte le classi sociali, come ha finito per credere il marxismo occidentale. L&#8217;idea di progresso si basa sul presupposto (confutato nei punti precedenti) che la storia consista in una serie di fasi evolutive orientate appunto in senso &#8220;progressivo&#8221;. In particolare, si basa sul presupposto che la rivoluzione socialista rappresenti la continuazione di quella democratico-borghese della quale realizzerebbe compiutamente quei valori e principi che quest&#8217;ultima ha confinato nell&#8217;ambito dei diritti individuali e civili, senza estenderli all&#8217;ambito delle relazioni sociali ed economiche. Posto che Marx fu fiero oppositore dei cosiddetti diritti universali dell&#8217;uomo (che definiva come diritti dell&#8217;homo oeconomicus, ritagliati sull&#8217;individuo proprietario), la ragione fondamentale per cui la rivoluzione socialista non può essere la continuazione di quella borghese consiste nel fatto che la classe capitalistica conquista il potere politico nel momento in cui si è già impadronita del potere economico, mentre la classe proletaria non detiene potere alcuno, per cui la sua rivoluzione deve necessariamente marcare una discontinuità, un momento di rottura radicale del continuum temporale (un &#8220;balzo di tigre&#8221;, come scrisse Benjamin). Rompere con l&#8217;idea illuministico borghese di progresso implica rompere con i concetti borghesi di democrazia e libertà strettamente associati a tale idea. Sulla democrazia tornerò più avanti, quanto all’idea di libertà, il punto di vista marxista sul tema, fondato sulla distinzione fra <em>libertà da </em>(la libertà negativa dell’individuo dai vincoli imposti dalla politica) e <em>libertà di </em>(la libertà positiva di imporre alle “leggi” del mercato i limiti fissati dalla comunità), è stato a lungo la via maestra che ha sbarrato la strada all’opportunismo. Venuta meno questa distinzione, non vi è stato più alcun argine capace di impedire lo slittamento progressivo verso l’ideologia liberale. Slittamento che ha coinciso con la progressiva mutazione della base sociale della sinistra, sia moderata che “radicale”, fino alla situazione attuale che vede la totale coincidenza fra sinistra dei diritti (beninteso “universali” e rigorosamente individuali!) e classi medio-alte dei centri urbani gentrificati. Le sinistre liberal progressiste ignorano sistematicamente i diritti sociali delle classi lavoratrici (che considerano conservatrici e reazionarie per i loro istinti “politicamente scorretti”) e si schierano altrettanto sistematicamente con le nazioni occidentali impegnate a combattere contro i regimi “totalitari” in nome della democrazia e dei diritti universali dell’uomo (l’una e gli altri identificati con i principi, i valori e le procedure del mondo occidentale e quindi tutto meno che universali).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>VI</strong>. <strong>Il socialismo del secolo XXI oltre l’utopia ottocentesca.</strong> Lo straordinario successo delle rivoluzioni cinese e vietnamita, oltre che i più avanzati tentativi rivoluzionari dell’America Latina, mettono in discussione il modello di società socialista formulato da Marx ed Engels negli ultimi decenni del XIX secolo e rimasto sostanzialmente immutato fino al crollo dell’Unione Sovietica. Quel modello prevedeva, fra le altre cose, il superamento in tempi relativamente brevi degli scambi di mercato su base monetaria, la nazionalizzazione integrale di banche e grandi imprese, nonché il progressivo trasferimento della loro gestione alla libera cooperazione fra lavoratori. Di più, la transizione al comunismo veniva immaginata in forme non molto dissimili da quelle ipotizzate da socialisti utopisti e anarchici: estinzione dello stato ed emancipazione totale dei soggetti da qualsiasi forma di alienazione ed estraneazione. E’ evidente che il socialismo in stile cinese è quanto di più lontano da tale modello. Il mercato svolge un ruolo strategico nella relazione fra i vari settori dell’economia, a partire dallo scambio fra città e campagna, e nella distribuzione di beni e redditi fra i cittadini. Tutto ciò avviene tuttavia sotto lo stretto controllo politico da parte dello stato-partito, che non solo non si estingue ma ha svolto, svolge e presumibilmente svolgerà per tempi lunghissimi un ruolo strategico nel rapido e continuo miglioramento dei livelli di vita  dei cittadini (800 milioni di persone strappati alla povertà in tempi brevissimi), che vieta alla borghesia nazionale di tradurre in potere politico la ricchezza accumulata, che proietta sul piano globale la propria capacità egemonica (politica, economica, culturale) assemblando sotto la propria leadership un poderoso fronte antimperialista che ha impedito all’impero a stelle e strisce di estendere il proprio dominio sull’intero pianeta. E’ fondamentale che la teoria marxista cominci a interrogarsi sui limiti della visione classica del socialismo: possiamo immaginare un mondo in cui tutte le contraddizioni spariranno, non saremmo così vicini al concetto di fine della storia, incompatibile con la concezione materialista? Infine no  si tratta di sostituire il modello classico della transizione al socialismo con il modello cinese: la rivoluzione cinese non incorpora un paradigma universale, è un evento unico e irripetibile in cui una storia e una tradizione millenarie assai diverse da quelle occidentali (no feudalesimo, burocrazie imperiali centralizzate, diffusa consapevolezza del bene comune legata alle filosofie confuciana e taoista, ecc.) hanno svolto un ruolo non meno determinante del marxismo -leninismo. Lo stesso dicasi delle forme peculiari che la democrazia ha assunto in Cina, a dimostrazione che la tesi secondo cui ogni Paese che raggiunge un elevato livello di sviluppo economico deve necessariamente imboccare la via della democrazia in stile occidentale è del tutto falsa. La Cina non è un Paese “totalitario”, è un Paese i cui cittadini misurano il grado di democrazia del proprio sistema politico in base alla capacità di promuovere il benessere delle masse e non in base al rispetto di astratte procedure formali. Anche su questo terreno, i comunisti occidentali  sono chiamati a sviluppare una propria specifica concezione di democrazia socialista, senza accettare passivamente la tradizione borghese e senza pensare di ”copiare” quella cinese.</p>
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<p><strong>VII</strong>. <strong>Sovranità nazionale e socialismo</strong>. La sinistra condanna la sovranità nazionale in quanto arbitraria, repressiva, autoritaria, “di destra” e ne invoca il superamento da parte di istituzioni sovranazionali, senza rendersi conto che queste ultime incarnano una “sovranità al quadrato” ben più arbitraria, autoritaria e antidemocratica. Contro questa visione occorre ribadire che sovranità nazionale non vuol dire necessariamente nazionalismo, e che distinguere fra interno ed esterno non vuol dire necessariamente xenofobia, bensì volontà di definire lo spazio in cui i cittadini possono liberamente decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita. Il dibattito marxista sulla questione nazionale è stato lungo e articolato fino agli anni Settanta del Novecento, dopodiché la (presunta) fine dell’epoca coloniale ha fatto sì che le sinistre occidentali trasformassero il tema in un tabù politico, accusando chi lo riesumava di essere terzomondista, reazionario e nazionalista. Questa polarizzazione si è inasprita a mano a mano che procedeva il processo di costruzione della Unione Europea, dividendo il campo marxista in tre grandi aree: gli entusiasti del progetto unitario, i favorevoli con riserve, i contrari. Gli appartenenti alle prime due correnti ignorano volutamente quanto disse il guru neoliberista von Hayek allorché affermò che l’unificazione europea sarebbe stata la soluzione ideale per stroncare le velleità dei lavoratori di contrattare salari, redditi e diritti. Ai marxisti che sostengono che gli interessi di classe devono prevalere su quelli della nazionalità, citando il detto del <em>Manifesto</em> che recita gli operai non hanno patria, occorrerebbe ricordare come Lenin replicava a questa posizione: “Avete preso una sola citazione dal <em>Manifesto</em> e pare che vogliate applicarla senza riserve, giungendo fino a negare le guerre nazionali. Tutto lo spirito del marxismo esige che ogni situazione venga esaminata soltanto a) storicamente; b) solo in connessione con le altre; c) soltanto in connessione con l’esperienza concreta della storia. [...] La tesi sulla patria e sulla sua difesa non può essere egualmente applicabile in tutte le condizioni. Nel <em>Manifesto comunista </em>si afferma che gli operai non hanno patria. Giusto. Ma non vi si afferma solo questo. Vi si afferma che nella formazione degli Stati nazionali la funzione del proletariato è alquanto particolare. Se si prende la prima tesi (gli operai non hanno patria) e si dimentica il suo nesso con la seconda (gli operai si costituiscono in classe nazionalmente, ma non come la borghesia), s’incorre in un grave errore&#8221;. Nell’attuale situazione storica, in cui il processo di integrazione nello spazio europeo ha espropriato i cittadini di un contesto in cui possano decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita, affermare la necessità che i lavoratori si ri-costituiscano in classe sul piano nazionale non è anacronistico né reazionario: è un elemento strategico del progetto di trasformazione socialista.</p>
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<p><strong>VIII</strong>. <strong>Cosa ci ha insegnato il populismo</strong>. Il populismo <em>non è un’ideologia </em>(non esiste un corpus ideale populista paragonabile a quelli liberale e socialista) ma è la forma che la lotta di classe assume nell’era del capitalismo globalizzato e finanziarizzato in assenza di partiti socialcomunisti all’altezza del compito. Ciò significa che il populismo non è di per sé regressivo, destinato ad assumere connotati “di destra”, ma significa anche che si tratta di movimenti che lanciano una sfida a chi si propone di ricostruire un partito rivoluzionario. A Ernesto Laclau dobbiamo una lucida analisi che, mentre respinge la tesi per cui il populismo sarebbe solo una tecnica di manipolazione delle masse per sovvertire il sistema liberal democratico e rimpiazzarlo con regimi totalitari, riconosce che esso incarna una richiesta di democrazia radicale che il sistema non può soddisfare. Il “momento populista” è frutto di una situazione in cui un determinato sistema non è più in grado di rispondere alle domande che gli arrivano dal corpo sociale. Si instaura così una “catena equivalenziale” fra le domande inevase;  l’accumulo di domande inascoltate e la crescente incapacità del sistema istituzionale di assorbirle fa sì che tra di loro si stabilisca una relazione di equivalenza, radicalizzando il conflitto fra sistema istituzionale e popolo. In tal modo  la società si divide in due campi: “noi e loro&#8221; e, a questo punto, si danno le condizioni per unificare i soggetti che avanzano le rivendicazioni tramite il riconoscimento di obiettivi e nemici comuni. Mentre il marxismo associa i conflitti sociali alle contraddizioni immanenti ai rapporti di produzione, questa visione rinvia alla loro unificazione sul piano simbolico in opposizione a un regime oligarchico (élite, casta, ecc.) vissuto come “cattivo”. Questa logica rappresenta una sfida per qualsiasi progetto socialcomunista nella misura in cui le dinamiche di molti movimenti sociali nati negli ultimi decenni sono più simili a queste rispetto a quelle descritte dalla teoria marxista. Si tratta di una sfida che proviene sia da destra che da sinistra, in quanto è difficile distinguere fra movimenti dotati di potenziale emancipativo e rivoluzioni passive, anche perché qui (apparentemente!) non è in gioco l’egemonia di una determinata classe o blocco sociale, bensì la capacità di certe rivendicazioni particolari di incarnare simbolicamente l’intera catena equivalenziale. Queste strategie hanno funzionato nei Paesi latinoamericani dove i populismi di sinistra – grazie a particolari condizioni storico sociali &#8211; hanno conquistato il potere fondando nuove formazioni politiche che hanno assorbito al proprio interno le sinistre tradizionali (comunisti compresi). Sono invece fallite in Europa laddove, vedi Podemos in Spagna, si è cercato di “importare” il modello latinoamericano senza condividerne la radicalità antisistemica. Resta il fatto che il populismo, pur con tutti i limiti e i rischi che lo caratterizzano, offre alcuni insegnamenti preziosi a un movimento socialcomunista occidentale sempre meno capace di incidere significativamente nella realtà sociale. In particolare: 1) nei sistemi politici compiutamente post democratici il momento populista ha il merito di rappresentare una rivendicazione di democrazia radicale; 2) la capacità di mobilitazione di massa che i movimenti populisti sono riusciti a esercitare anche in contesti dove ogni velleità antagonista sembrava sopita da tempo, è una chiara dimostrazione del fatto che il popolo non è un’entità preordinata bensì una <em>costruzione politica</em>; 3) il populismo dimostra la necessità di riconoscere l’<em>autonomia della sfera politica</em> (ciò che il marxismo occidentale sembra aver dimenticato dai tempi di Lenin e Gramsci), anche se tale autonomia non è assoluta, né è confinabile nella dimensione puramente simbolico-discorsiva.</p>
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<p><strong>IX</strong>. <strong>Costruire il partito di classe</strong>. La prima generazione di movimenti post comunisti, partoriti dalla crisi delle sinistre &#8220;alternative&#8221; dei Settanta e/o quelli nati dopo il crollo dei socialismi reali e confluiti nel calderone di un&#8217;area culturale ampia e variegata (femministe, no global, eco pacifisti, ecc.) condividono il rifiuto nei confronti di ogni organizzazione di tipo verticale. Forma partito e forma stato vengono ripudiate in quanto &#8220;politicamente scorrette&#8221;. Qualcuno ha definito &#8220;paranoia orizzontalista&#8221;  l’ossessione che l&#8217;organizzazione in quanto tale implichi il suo uso a favore di interessi particolari, che il potere di fare cose si trasformi inevitabilmente in potere sugli altri. Senza sfidare questa diffidenza radicale non è possibile affrontare l’impresa di costruire il partito di classe, formula che preferisco a quella di  ricostruire il partito comunista perché penso che, nell’attuale, concreto contesto storico, costruzione della classe e costruzione del partito debbano andare di pari passo. Parlare di costruire la classe suona bizzarro alle orecchie di chi ragiona a partire dai dogmi che vedono la classe come un’entità che esiste &#8220;in sé e per sé&#8221;, una “realtà oggettiva” generata dai rapporti di produzione. Ma se è vero che la classe operaia occidentale appare oggi come un’entità fantasmatica, un anacronismo otto-novecentesco, dopo che decenni di guerra di classe dall’alto, ristrutturazioni tecnologiche, delocalizzazioni, “riforme” giuridiche e istituzionali, tradimenti di partiti e sindacati convertiti al neoliberalismo l’hanno trasformata in una nebulosa di atomi individuali espropriati del proprio status professionale e giuridico, ma soprattutto inconsapevoli di appartenere a un’entità sociale che condivide interessi, bisogni e aspettative; se è vero tutto ciò, vuole appunto dire che la classe va costruita; un compito che non spetta alla sociologia accademica, ma a un&#8217;organizzazione politica, radicata nei vari spezzoni in cui la classe è stata divisa, capace di svolgere un lavoro di analisi sul campo – un tempo la si chiamava conricerca &#8211; e di generalizzazione teorica dei risultati. L&#8217;organizzazione in questione allo stato dei fatti non esiste, per cui costruzione della classe e costruzione del partito sono processi intrecciati. Il partito può nascere e crescere solo selezionando i soggetti più coraggiosi e intelligenti generati dai nuclei di resistenza anticapitalista che continuano a esistere, malgrado la situazione di arretramento e sconfitta del proletariato. Un processo che non può venire “dal basso”, come frutto di una aggregazione spontanea delle avanguardie di lotta; ma che non può nemmeno essere calato dall&#8217;alto adottando il modello leninista nella sua forma “classica”. Questa fase sarà di lunga durata, né si può pensare di poterla abbreviare volontaristicamente, anche se l’attuale crisi economica, politica e militare a livello mondiale richiederebbe tempi brevi. Nel frattempo ogni velleità di costruzione di un blocco sociale rivoluzionario è prematura e controproducente. E&#8217; vero che le rivoluzioni asiatiche e latinoamericane hanno costruito ampi fronti di classe anti imperialisti e anticapitalisti, ma si tratta di processi caratterizzati da composizioni di classe, storie e tradizioni radicalmente diverse dalle nostre. Qui non esistono larghe masse contadine, né una piccola e media borghesia realmente “progressiva”, dato che un buon 30/40% della popolazione è parte integrante del blocco sociale egemonizzato dalle élite neoliberali. Perciò per noi costruire il blocco sociale vorrà dire lavorare per un lungo periodo per rinsaldare gli spezzoni in cui le classi lavoratrici sono state separate, mentre solo in una fase successiva si potrà ragionare su eventuali alleanze.</p>
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<p><strong>X</strong>. <strong>Lo stato delle forze soggettive</strong>. Ciò che più colpisce, analizzando la storia dei partitini neo comunisti nati dalla dissoluzione del PCI, è la loro scarsa, per non dir nulla, capacità di capire come il più grande partito comunista occidentale abbia potuto trasformarsi, in tempi relativamente brevi, in un partito neoliberale. L’analisi è rimpiazzata dai sentimenti di rabbia, delusione, risentimento, e dalle accuse di “tradimento” ai gruppi dirigenti. Ma da dove vengono quei gruppi dirigenti? L’incapacità di rispondere a tale interrogativo è certificata dal fatto che non è raro ascoltare panegirici di Enrico Berlinguer, il leader che ha officiato il compromesso storico con la DC e che, dopo avere proclamato l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre, ha dichiarato di sentirsi al sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO; l&#8217;uomo che, prima di presentarsi ai cancelli della Fiat nel 1980, quando la battaglia era ormai persa, aveva benedetto la svolta opportunista della CGIL di Lama. Se non si riesce a fare i conti con il fondatore dell’eurocomunismo, figurarsi se ci si possono aspettare riflessioni critiche sulla eredità teorico politica del “migliore”. Eppure l&#8217;interpretazione togliattiana del concetto gramsciano di “nazional popolare” ha inciso non poco sugli sviluppi successivi: la base si era illusa che la tesi della “lunga marcia attraverso le istituzioni” fosse un diversivo tattico, senza capire che si trattava di una visione che sovvertiva l’analisi marxista del rapporto fra riforme e rivoluzione, secondo cui la vera alternativa non è fra riforme e rivoluzione, ma fra riforme come <em>mezzo</em> per preparare la rivoluzione e riforme come <em>fine</em> a sé stesse. Il nodo non è l’alternativa fra rivoluzione violenta e conquista del potere per via pacifica bensì: si va al potere per governare il sistema, oppure perché si tratta del primo passo verso un cambiamento sistemico? La via di Togliatti prevedeva di realizzare una convivenza (quella che Berlinguer avrebbe tradotto con la formula del Compromesso storico) con partiti borghesi che mai avrebbero consentito di avviare un cambio di sistema: <em>quel</em> riformismo, che non metteva in discussione la natura, le funzioni e gli obiettivi di <em>questo</em> Stato, e si limitava a rivendicare l&#8217;applicazione dei principi della Costituzione del 48, era votato al compromesso con il nemico di classe. Il connubio di elettoralismo ed opportunismo è l&#8217;eredità che il PCI ha trasferito a Rifondazione e a tutti gli altri &#8220;cespugli&#8221; neo comunisti: a mano a mano che questi perdevano voti ed iscritti, cresceva lo spasmodico impegno per conquistare uno straccio di deputato, senatore, consigliere regionale o municipale, le scarse risorse organizzative ed economiche venivano investite per realizzare a qualsiasi costo tale obiettivo, piuttosto che per ricostruire il partito di classe. Questa ossessione, alimentata dalle piccole ambizioni di un personale politico di qualità decrescente, ha provocato la frammentazione e la competizione fra &#8220;marchi&#8221; concorrenti, fino all’esito grottesco delle pletore di simboli con la falce e il martello che decorano i cartelloni e le schede elettorali. Inutile aggiungere che queste formazioni, salvo rarissime eccezioni, non hanno mai abbozzato una seria riflessione sul rinnovamento teorico del marxismo, sulle ragioni del crollo sovietico e del successo cinese, sulla crisi del sistema capitalistico globale, né tantomeno sulle trasformazioni socioculturali subite dalle classi lavoratrici. Quanto alle sinistre antagoniste degli anni Settanta:  dopo avere combattuta la svolta eurocomunista in nome di una ideologia &#8220;marxista leninista&#8221; che Lenin avrebbe catalogato come estremismo infantile, e dopo essere state asfaltate dalla controffensiva capitalista, si sono &#8220;sciolte&#8221; nei movimenti postmoderni dei decenni successivi, convertendosi a loro volta al liberalismo, sia pure in versione progressista. La loro confluenza con i reduci del PCI dopo il &#8220;suicidio&#8221; della Bolognina ha creato i presupposti dell&#8217;esperimento bertinottiano, un calderone in cui si sono mescolati i peggiori difetti del vecchio PCI (elettoralismo e tatticismo opportunistico) con i peggiori difetti del movimentismo (estremismo parolaio, individualismo, democraticismo piccolo borghese). Sono stati i populismi di sinistra a occupare lo spazio politico ed elettorale liberato dalla trasformazione delle sinistre tradizionali in partiti neoliberali, sia fungendo da collettori delle velleità “sovversive” di strati piccolo borghesi vecchi e nuovi, penalizzati dalla crisi ed entrati in stato di ebollizione fin dai tempi di Tangentopoli, sia agendo da megafono della rabbia delle classi lavoratrici. Da quando questa falsa alternativa ha perso energia propulsiva, la galassia dei partitini neo comunisti accarezza l’illusione di poterne ereditare l’effimero consenso elettorale: si punta a intercettarne la base elettorale e a usarla come “scorciatoia” per bypassare il faticoso lavoro quotidiano necessario per organizzare le avanguardie presenti nei vari fronti di lotta, formarle come quadri politici, riunificare i frammenti del movimento comunista, elaborare un programma credibile e forgiare gli strumenti organizzativi necessari ad attuarlo. Riemergono i vecchi vizzi – opportunismo, codismo, elettoralismo, demagogia – aggravati dall’urgenza di rispondere alle sfide imposte dalla crisi economica e politica mondiali. Gli uni si accodano al movimento No Vax, senza distinguere la sacrosanta rabbia popolare che lo ispira dai deliri complottisti e pseudoscientifici di taluni suoi esponenti; altri strizzano l’occhio ai movimenti sovranisti di destra, progettando improbabili intese elettorali con ambigui interlocutori; altri ancora, e sono i casi migliori, si spendono per riunificare i resti della diaspora comunista ed evitano di inseguire chimere elettorali, ma scontano gravi limiti teorici e ideologici, coltivando una visione eccessivamente ottimista delle prospettive dischiuse dai successi del movimento antimperialista mondiale (che nulla può fare per rimediare agli sconquassi di casa nostra). In tutte le varianti l&#8217;età media dei quadri è elevata, per cui alimenta nostalgie del passato e spirito di testimonianza, il che emerge sia dal linguaggio &#8211; anacronistico, retorico e poco comprensibile dalle masse dei lavoratori e dei giovani &#8211; sia dalla riproposizione di modelli organizzativi obsoleti, conditi dal richiamo rituale ai principi del centralismo democratico.</p>
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<p><strong>XI</strong>. <strong>Lo stato della classe</strong>. L&#8217;ortodossia marxista postula l’esistenza di un’unica classe sociale, la classe operaia, realmente rivoluzionaria, un Soggetto della Storia “naturalmente” destinato a rovesciare il modo di produzione capitalistico. Nel corso del tempo questo dogma è stato più volte messo in discussione, affidando per esempio il ruolo di guidare la lotta anticapitalista ai lavoratori della conoscenza, al proletariato giovanile, alle “moltitudini”, alle donne, ecc. Il tutto senza che sia venuta meno la logica &#8220;essenzialista&#8221; che postula l’esistenza di un Soggetto “naturalmente” rivoluzionario. E’ ora di superare questa logica, rimpiazzandola con l’&#8217;idea di costruire una rete di gruppi sociali e comunità integrabili in un progetto unitario di cambiamento rivoluzionario. Si tratta di individuare le nuove contraddizioni in grado di integrare la classica opposizione bipolare padroni/operai, con l’obiettivo di tracciare un perimetro che definisca il materiale sociale, culturale e antropologico mobilitabile contro il capitalismo. Il primo parametro riguarda il reddito.  La controrivoluzione liberista ha scavato un solco profondo fra una infima minoranza di super ricchi e una larga maggioranza di poveri e poverissimi: working poor, disoccupati e semi occupati, lavoratori precari (sia dipendenti che “autonomi”), piccoli e medi imprenditori, professionisti in via di proletarizzazione, indebitati, ecc. La povertà non però un criterio sufficiente: occorre distinguere fra chi vive esclusivamente del proprio salario e chi gode di altre fonti di reddito (il lavoro “autonomo” non è un criterio significativo, vista l’elevata quota di lavoro fintamente autonomo). Il secondo parametro è la disponibilità (e l’entità) di eventuali rendite. Negli Stati Uniti e in Europa esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che godono di redditi sufficienti (affitti, titoli ecc.) a garantire un livello di vita superiore a quello che potrebbero permettersi con la sola attività lavorativa. Questa classe media detiene un terzo del patrimonio nazionale nei vari Paesi occidentali, ed è di fatto alleata con le élite dei super ricchi, sia perché ne condivide in parte gli interessi, sia perché incarna una promessa di mobilità sociale agli occhi degli strati inferiori. Il terzo parametro è il livello di coinvolgimento nelle funzioni di comando e controllo di altri lavoratori. I post operaisti sostengono che la rivoluzione digitale ha creato uno strato di “lavoratori della conoscenza” dotati di una elevata autonomia nei confronti del comando capitalistico, potenzialmente in grado di assumere il controllo diretto sulla produzione. In realtà la stragrande maggioranza di questi lavoratori sono semplici “operai”, espropriati della capacità di comprendere il processo produttivo totale in cui operano come ingranaggi individuali; viceversa i quadri inseriti nelle grandi imprese della New Economy sono funzionari del capitale che hanno il compito di sviluppare modelli e procedure di governo, controllo e comando sugli altri dipendenti, sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma, sui consumatori e più in generale sull’insieme dei rapporti sociali, per cui appartengono a tutti gli effetti alla élite neo borghese. Il quarto parametro è la collocazione territoriale. Il conflitto centri/periferie è scalabile a diversi livelli:  nazioni metropolitane versus nazioni periferiche; regioni ricche, densamente abitate e iper connesse versus regioni povere, scarsamente abitate e isolate, città versus campagna, ecc. Posizione geografica e alti livelli di mobilità fisica e virtuale offrono vantaggi competitivi mentre chi è catturato in aree periferiche a bassa mobilità e minore densità di valore ha scarse possibilità di contrattare il prezzo della propria forza lavoro. La differenza fra chi può “stabilire il proprio prezzo”, perché posizionato al centro, e chi lo subisce perché ingabbiato in un’area periferica, è un elemento strategico del conflitto di classe. Anche il conflitto fra nazioni del centro e nazioni periferiche è a tutti gli effetti una forma di conflitto di classe: l’interesse delle classi subalterne dei centri non coincide necessariamente con quello delle classi subalterne delle periferie, il che vale anche per i processi di colonizzazione interna come quello del Meridione d’Italia da parte delle regioni del Nord. Il capitale globale e finanziarizzato – fatto di flussi accelerati di merci, servizi, capitali e persone che ignorano i confini  – opprime e sfrutta i territori in cui vive la grande maggioranza di quelli che non godono delle chance di mobilità fisica e sociale riservate alle élite. Le metropoli generano i due terzi del Pil e la loro spina dorsale non è più costituita da strati sociali tradizionali, bensì da una neo borghesia emergente. Tutte le chance si concentrano in questi spazi in ragione del loro superiore tasso di integrazione nell’economia mondiale. La cultura di questa neoborghesia metropolitana, fondata sui miti del movimento e del progresso, esalta i diritti dell’uomo (ma non i diritti sociali), pratica un multiculturalismo e un antirazzismo venati di ipocrisia e trova espressione politica nelle sinistre liberal progressiste. Il quinto parametro è antropologico. Il processo di frammentazione sociale  colpisce l&#8217;intero corpo sociale, facendolo esplodere in una nuvola di atomi individuali, isolati e incapaci di sviluppare relazioni solidali e comunitarie. Il proliferare di identità sostitutive è una conseguenza di tale fenomeno: anomia e solitudine si combattono inventando nuove &#8220;tribù&#8221;, nel tentativo di auto situarsi in una cornice simbolica condivisa. La mentalità liberal progressista esalta queste pratiche come un processo di &#8220;emancipazione&#8221; dell’individuo dai legami sociali tradizionali. Si tratta di pura illusione, soprattutto nel caso dei soggetti schiacciati verso il basso della piramide sociale. Per costoro le alternative che consentono di ottenere un surrogato di riconoscimento e autostima sono precarie, irrisorie, posticce, instabili. Il basso profilo culturale e valoriale, e la mancanza di aspettative sul futuro che caratterizza la maggior parte delle persone si proietta anche sui loro investimenti politici: non è un caso se i nuovi movimenti hanno dismesso ogni velleità di cambio sistemico e ambiscono solo a condizionare il potere per &#8220;limitare i danni&#8221;, dando per scontato che le logiche socioeconomiche di base siamo immodificabili. Infine il linguaggio politicamente corretto che permea di sé il discorso politico, le istituzioni formative, l&#8217;industria culturale e la comunicazione mediatica (giornali, tv, cinema, pubblicità, ecc.) lavora a pieno ritmo per neutralizzare o deviare su falsi bersagli il tasso di aggressività generato dalle condizioni di frustrazione in cui le masse sono costrette a vivere.</p>
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<p><strong>XII</strong>. <strong>Ripensare la forma partito?</strong> Se i residui del movimento comunista e le classi subalterne in Occidente versano nello stato disastroso appena descritto, ha senso riproporre il modello “classico” del partito leninista? L’esperimento bertinottiano di “scioglimento” del partito nel movimento ha prodotto gli esiti catastrofici che tutti conosciamo, generando una reazione simmetrica alla paranoia “orizzontalista” descritta in precedenza, ha generato, cioè, una paranoia “verticalista”. Contro i deliri moltitudinari si è rivendicata la necessità di rimettere le classi e lo stato al centro dell&#8217;analisi. Giusto ma ciò non implica ripetere per inerzia linee politiche e forme organizzative che non rispondono più alla concretezza del momento storico. Possiamo e dobbiamo chiederci se il modello  leninista di partito può essere ripensato. Ragionando sui processi rivoluzionari dell’America Latina, chi scrive ha tentato di immaginare come potrebbe funzionare un&#8217;organizzazione di avanguardia capace di egemonizzare, indirizzandola verso obiettivi compatibili con una mutazione sistemica radicale, la base dei movimenti populisti. L&#8217;evoluzione della situazione internazionale, caratterizzata dalla pandemia del Covid, dal precipitare della crisi economica e dall&#8217;inizio di una “Terza guerra mondiale a pezzi”; per tacere del caos in cui è sprofondato il nostro sistema politico, ha reso problematico tale scenario. Il “partito connettivo” che le rivoluzioni bolivariane hanno montato assemblando una pluralità di soggetti e movimenti sociali, politici e culturali è frutto di condizioni irripetibili: si tratta di rivoluzioni anti liberiste, antimperialiste, di emancipazione nazionale e razziale, realizzate in contesti che hanno promosso la convergenza di interessi fra masse contadine di etnia india, classe operaia, sottoproletariato urbano, piccola e media borghesia progressiva su obiettivi radicali di riforma costituzionale, redistribuzione della ricchezza e cambiamento di matrice produttiva; a guidarle sono stati leader rivoluzionari di grande capacità politica come Chávez; Morales e Linera, temprati da dure esperienze di lotta, i quali hanno saputo innovare la teoria socialista e mobilitare avanguardie politiche esperte e affidabili; inoltre il processo rivoluzionario ha potuto usufruire di strutture di democrazia diretta e partecipativa sorte nel corso di lotte precedenti, mentre i partiti comunisti locali sono stati integrati nel PSUV venezuelano e nel MAS boliviano. Podemos ha tentato di “copiare” quel tipo di forma partito, ma le condizioni socioeconomiche, politiche e culturali di un Paese industrialmente avanzato e integrato nella Comunità Europea come la Spagna – assai diverse da quelle del subcontinente latinoamericano – hanno impietosamente bocciato l’esperimento. Un fallimento dovuto anche dal tentativo di ritagliare una veste postmoderna per il modello latinoamericano: Podemos ha puntato a “costruire un popolo” senza lavorare all’unificazione delle classi lavoratrici e alla costruzione di una organizzazione radicata nel sociale; ha tentato di egemonizzare i movimenti di massa attraverso l’uso dei nuovi media digitali e non ha educato politicamente le avanguardie; ha cercato di ottenere in tempi brevi una maggioranza elettorale per conquistare il governo senza capire che la guida del governo, in assenza di un progetto di mutamento sistemico, sarebbe stata effimera e non avrebbe consentito di modificare i rapporti di forza fra le classi. Concludo rilanciando la domanda: i fallimenti del PRC bertinottiano e di Podemos giustificano l’adozione di un modello classicamente leninista? E’ un interrogativo cui si potrà rispondere solo se e quando il processo parallelo di ricostruzione del partito e della classe avrà compito qualche concreto passo in avanti. Nel frattempo andrebbero evitate sia le auto celebrazioni nostalgiche sia l’illusione che i successi della Cina e degli altri Paesi del Sud del mondo possano risolvere i nostri problemi.</p>
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<p>Post scriptum. Per approfondimenti e riferimenti bibliografici rinvio ai seguenti articoli sul mio blog:</p>
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<p><a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html</a></p>
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<p><a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille_26.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille_26.html</a></p>
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]]></content:encoded>
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		<title>“Per una teoria del conflitto”, i saggi di Alessandro Mazzone</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2023 16:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
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		<description><![CDATA[“Per una teoria del conflitto”, i saggi di Alessandro Mazzone di Rete dei Comunisti Alessandro Mazzone, Per una teoria del conflitto. Scritti 1999-2012, a cura di R. Fineschi, Napoli, La Città del Sole, 2022 Per una teoria del conflitto, pubblicato da La Città del Sole, a cura di Roberto Fineschi, frutto di un progetto editoriale a cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/02/Mazzone-locandina-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8344" title="mazzone-locandina-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/02/Mazzone-locandina-1-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>“Per una teoria del conflitto”, i saggi di Alessandro Mazzone</h1>
<h3>di Rete dei Comunisti</h3>
<p>Alessandro Mazzone, <em>Per una teoria del conflitto</em>. <em>Scritti 1999-2012</em>, a cura di R. Fineschi, Napoli, La Città del Sole, 2022</p>
<p><em>Per una teoria del conflitto</em>, pubblicato da La Città del Sole, a cura di Roberto Fineschi, frutto di un progetto editoriale a cui hanno collaborato l’associazione <em>Laboratorio Critico</em>, presieduta dal curatore del volume e la <em>Rete dei Comunisti</em>, raccoglie, nel decennale della morte avvenuta nel 2012, una parte degli scritti dell’ultimo periodo della produzione di Alessandro Mazzone.</p>
<p>Si tratta, come scrive il curatore, che di Mazzone è stato allievo diretto all’Università di Siena, di un gruppo di saggi che enucleano «<em>una serie di nodi problematici che, in qualche modo, davano una dimensione teorico-politica più accessibile alla sua sofisticata teoresi degli anni precedenti</em>».</p>
<p>Il volume è suddiviso in tre parti: “<em>Per un’analisi del concetto di classe</em>”; “<em>Teoria della storia e della transizione</em>”; “<em>Stato moderno, democrazia, imperialismo</em>”, precedute dai saggi introduttivi del curatore e di Mauro Casadio, per la Rete dei Comunisti, e dal “<em>Curriculum e autobiografia di Alessandro Mazzone da lui stesso redatti</em>”, tradotti dal tedesco da Nicola De Domenico, a cui è ascrivibile anche la lista delle pubblicazioni e traduzioni mazzoniane.</p>
<p>Con un’appendice, infine, dedicata alla nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, la MEGA2, di cui Mazzone ha avuto il merito di introdurre lo studio in Italia.</p>
<p>Numerosi ed estremamente densi sono i nodi concettuali affrontati nei saggi pubblicati, dei quali viene data un’articolata illustrazione nelle prefazioni: la nozione di processo storico, il rapporto tra natura e fasi storiche, il concetto di modo di produzione e la teoria delle classi, al punto che sarebbe impossibile nel breve spazio di una recensione fornirne una disamina esauriente.</p>
<p>Appare più significativo concentrare l’attenzione su alcuni dei punti salienti che possono fornire al lettore una chiave per intendere il nesso sistematico tra elaborazione teorica e prassi politica che costituisce il valore fondamentale di questa importante raccolta.</p>
<p>A cominciare dalla distinzione teorica tra il concetto di <em>Modo di Produzione Capitalistico </em>(MPC) e <em>i capitalismi storicamente determinati</em>, laddove la prima nozione, quella di MPC, che si colloca ad un più alto livello di astrazione, delinea la logica, la legge di movimento interna appunto ad un modo di produzione; da distinguere rispetto alle caratteristiche fenomeniche che si manifestano per l’appunto nei modi in cui il capitalismo si è configurato in fasi storiche diverse, dalla fabbrica ottocentesca, alla produzione in serie taylorista fordista, alle più recenti forme dell’accumulazione flessibile, e in condizioni empiriche differenti a seconda dei luoghi e delle caratteristiche specifiche: un conto è indagare le dinamiche del capitalismo ottocentesco inglese, altro è descrivere le condizioni della fabbrica fordista negli Usa del dopoguerra o nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, altro ancora è indagare le dinamiche odierne in un paese del centro o delle periferie capitalistiche.</p>
<p>E tuttavia tali nozioni sono dialetticamente connesse, in quanto tutte le diverse manifestazioni storiche ed empiriche del capitalismo sono unificate dalle leggi appunto del modo di produzione capitalistico che è, peraltro, in quanto tale, un modello che esiste concretamente soltanto nelle articolazioni della sua varia e complessa fenomenologia empirica, secondo un’elaborazione che chiaramente manifesta l’applicazione al reale degli strumenti teorici della logica hegeliana nell’elaborazione di Mazzone.</p>
<p>A non pensare questa come una discussione puramente accademica (ammesso che ve ne siano), contribuisce il testo introduttivo di Casadio, che testimonia il tentativo di uno dei due soggetti promotori di questa iniziativa editoriale, la Rete dei Comunisti, di sostanziare il pensiero dell’organizzazione politica con una teoria.</p>
<p>Non sta a noi dire quanto riuscito sia questo tentativo, ma il tema della acquisizione degli strumenti teorici, non per piegarli alla propaganda ma per farli funzionare, con tutte le dovute mediazioni, come chiave di interpretazione del presente e delle sue tendenze, ci sembra non l’ultimo dei temi che la raccolta mazzoniana pone al lettore.</p>
<p>Altrettanto significativa la teoria delle classi elaborata negli scritti di Mazzone qui raccolti, che consente di superare, come sottolineato da Fineschi, una lettura puramente sociologica delle classi basate sulle caratteristiche esteriori o sull’autopercezione degli individui che le compongono, elaborandone una definizione funzionale legata alla posizione nei rapporti di produzione.</p>
<p>La consapevolezza teorica che «i detentori dei mezzi di produzione hanno un potere di comando sulla forza-lavoro in quanto essa potrà operare solo se e in quanto essi la vogliano utilizzare» (cfr. il saggio <em>Le classi nel mondo moderno</em>), che pertanto i lavoratori privati dei mezzi di produzione abbiano la necessità di porre la forza lavoro sotto il comando capitalistico per vivere, riproducendo in questo modo il rapporto di sfruttamento del lavoro salariato sotto il comando capitalistico, evita la catastrofica conclusione della scomparsa del lavoro e delle classi, tanto in auge nel dibattito che ha inteso accantonare gli strumenti teorici del marxismo.</p>
<p>E ciò costituisce una premessa necessaria per quell’indagine sulle riconfigurazioni e le nuove composizioni della classe lavoratrice che è essenziale per supportare un processo di ricomposizione e riorganizzazione del movimento di classe.</p>
<p>Si possono solo citare brevemente altri fondamentali contributi presenti nei saggi di Mazzone: da un’analisi rigorosa dei meccanismi dell’attuale fase storica dell’accumulazione capitalistica, con la centralità della riduzione del tempo di rotazione dei capitali e quindi della circolazione delle merci che consente di rendere ragione del ruolo cruciale assunto dal ramo della logistica nella produzione odierna, al problema dell’istruzione-educazione come rapporto di egemonia, lasciando al lettore il compito di impadronirsi attraverso lo studio del testo di strumenti di tale fecondità.</p>
<p>Vale la pena concludere questa breve recensione, con una riflessione sul titolo, particolarmente felice, individuato per la raccolta: <em>Per una teoria del conflitto</em>. Se è vero che il conflitto è agito concretamente, nelle dinamiche reali, dai soggetti organizzati che vi sono coinvolti, è pur altrettanto evidente che uno dei tanti aspetti regressivi della dissoluzione del tessuto della tradizione marxista e comunista degli ultimi decenni è stato proprio l’abbandono e lo scadimento del dibattito teorico.</p>
<p>Ciò è stato al contempo effetto e concausa dell’enorme arretramento egemonico di fronte all’avversario di classe, laddove una parte significativa dell’intellettualità che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità teorica del movimento comunista, ne ha in buona misura o del tutto sepolto la memoria o, peggio, ha distorto e piegato quella eredità in forme esplicitamente reazionarie, ormai al servizio dell’egemonia delle frange più aggressive dell’attuale capitalismo imperialistico.</p>
<p>Appare ormai urgente una ripresa sistematica dello studio degli strumenti teorici della tradizione marxista, come condizione necessaria (sebbene naturalmente di per sé non sufficiente) per un salto di qualità nella capacità di ricostruire una soggettività politica in grado di affrontare a tutto tondo le minacce ormai evidenti per la stessa riproduzione del genere umano presenti nella fase regressiva della crisi sistemica del capitalismo in cui viviamo.</p>
<p>L’insegnamento di Mazzone contenuto in questi saggi e l’opera di Laboratorio Critico e della Rete dei Comunisti che ne hanno consentito la pubblicazione costituiscono auspicabilmente un primo passo in questo compito enorme.</p>
<p>Di questo, e di tanto altro, discuteremo con ospiti qualificati, nel pomeriggio del 23 febbraio, alle ore 18 presso l’Hotel Hive di Roma, in via Torino 6. Oltre a Roberto Fineschi e Mauro Casadio, già citati in queste poche pagine, Alexander Höbel, Giuseppe di Marco e Luciano Vasapollo si troveranno a valutare l’attualità e la consistenza di questi testi e di questa raccolta, che è nostra intenzione presentare e discutere anche in tante altre città italiane.</p>
<p><em><strong>Sinistrainrete</strong></em></p>
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		<title>DOMINIO SENZA EGEMONIA.</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2021 17:36:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Formenti]]></category>
		<category><![CDATA[Contropiano]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Zitara]]></category>
		<category><![CDATA[PCI]]></category>
		<category><![CDATA[psi]]></category>
		<category><![CDATA[Rete dei Comunisti]]></category>

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		<description><![CDATA[DOMINIO SENZA EGEMONIA. APPUNTI PER UNA STORIA DELLE CLASSI DIRIGENTI ITALIANE CARLO FORMENTI  Pubblico qui di seguito il testo integrale dell&#8217;intervento di cui ho letto un estratto nel corso del convegno &#8220;Malattia nazionale. Distorsioni di un capitalismo piccolo piccolo&#8221; che è appena stato trasmesso sui canali della Rete dei Comunisti e di Contropiano La borghesia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/02/ffc9a76e4f88b66c863df72bab4ef694_XL2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7084" title="ffc9a76e4f88b66c863df72bab4ef694_xl" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/02/ffc9a76e4f88b66c863df72bab4ef694_XL2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<h2>DOMINIO SENZA EGEMONIA. APPUNTI PER UNA STORIA DELLE CLASSI DIRIGENTI ITALIANE</h2>
<p><strong>CARLO FORMENTI </strong></p>
<div>P<em>ubblico qui di seguito il testo integrale dell&#8217;intervento di cui ho letto un estratto nel corso del convegno &#8220;Malattia nazionale. Distorsioni di un capitalismo piccolo piccolo&#8221; che è appena stato trasmesso sui canali della Rete dei Comunisti e di Contropiano</em></div>
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<div>La borghesia italiana non è mai riuscita a costruire uno Stato decente né ad aggregare un blocco sociale in grado di esercitare una reale egemonia (in senso gramsciano). Di conseguenza per conservare il potere, da un lato ha spesso dovuto ricorrere al dominio, schiacciando con la forza la resistenza delle classi subalterne quando si sono ribellate (senza riuscire a loro volta a produrre una concreta alternativa sistemica), dall’altro lato ha altrettanto spesso dovuto ricorrere all’appoggio esterno di potenze straniere.</div>
<div>Ciò vale fin dalla nostra costituzione come nazione indipendente. Il cosiddetto Risorgimento è stato l’esito, più che di una rivoluzione popolare (di cui si sono avuti solo accenni con episodi isolati come le Cinque Giornate di Milano e la Repubblica Romana), di guerre di conquista del Regno di Savoia a spese di altri staterelli, guerre che sono state vinte grazie all’appoggio francese prima e prussiano poi (senza dimenticare la benevola neutralità inglese: vedi lo sbarco di Garibaldi in Sicilia). In particolare, l’annessione del Regno delle Due Sicilie è stata una vera e propria colonizzazione interna, associata all’espropriazione delle risorse del Meridione, che sono servite a finanziare l’accumulazione primitiva del capitalismo settentrionale, (vedi le analisi di Nicola Zitara) e dalla repressione selvaggia delle masse contadine cui non è stato concesso nulla perché occorreva assicurarsi il consenso dei latifondisti.</div>
<div></div>
<div>Il trasformismo e il giolittismo che hanno gestito il Paese unificato nei decenni successivi hanno offerto una ulteriore conferma della cronica incapacità di dare vita a robuste istituzioni statali e a una classe dirigente degna di tale nome. Si è tenuta in piedi la baracca attraverso alleanze a geometria variabile fra le diverse élite e i loro interessi corporativi e sfruttando il sottogoverno gestito da reti di solidarietà familistica. Un compito facilitato dal ritardo con cui venivano sviluppandosi la grande industria e la classe operaia, e dal prevalere di una componente contadina arretrata e segmentata secondo le regioni di appartenenza. Una massa contadina che ha fornito la materia prima del carnaio della Grande Guerra, nella quale il Paese si è avventurato accodandosi alla coalizione vincente in cambio di qualche guadagno territoriale (vedi la retorica della “quarta guerra d’indipendenza” sbandierata dai manuali scolatici di storia fino al secondo dopoguerra).</div>
<div></div>
<div>La prima vera grande sfida che le classi dominanti hanno dovuto affrontare è stata, dopo la Grande Guerra, quella lanciatagli dalla classe operaia che era venuta crescendo in numero e coscienza politica e sindacale nel triangolo industriale, il cui decollo era stato accelerato dallo sforzo bellico. Una classe che guardava con simpatia alla Rivoluzione bolscevica del 17 e si riconosceva nel Partito Socialista e nel Partito Comunista nato a Livorno nel 1921.</p>
<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-NO2r4jm3U8E/YCf7475rFPI/AAAAAAAAAOU/OZrfZ6yuBSoVc8tHXguiGaOsHtL8PeDQACLcBGAsYHQ/s1024/Antonio_Gramsci.jpg"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-NO2r4jm3U8E/YCf7475rFPI/AAAAAAAAAOU/OZrfZ6yuBSoVc8tHXguiGaOsHtL8PeDQACLcBGAsYHQ/s320/Antonio_Gramsci.jpg" alt="" width="320" border="0" data-original-height="768" data-original-width="1024" /></a></div>
<p>Ancora una volta, la sfida non è stata vinta grazie alle capacità egemoniche delle classi dominanti bensì attraverso la repressione violenta. Al fascismo, espressione dell’ideologia e degli interessi della piccola borghesia urbana e rurale e del blocco agrario, i capitalisti industriali e finanziari hanno delegato il lavoro sporco, dimostrandosi disposti a rinunciare a mantenere il controllo sul governo e sull’apparato statale (in realtà contavano sul fatto che lo avrebbero potuto riprendere non appena sconfitto il nemico di classe, ma l’autonomia del politico li ha fregati, costringendoli ad accettare il ventennio mussoliniano).</p></div>
<div></div>
<div>Con la sconfitta subita nella disastrosa avventura della Seconda guerra mondiale, e con l’avvento della Repubblica e la conseguente approvazione della Costituzione del 48, si apre l’unico periodo in cui si può parlare di egemonia delle classi dirigenti emerse dalle macerie belliche. Si tratta di un’egemonia sui generis che rispecchia, sia il compromesso imposto dal contributo decisivo che socialisti e comunisti avevano dato alla vittoriosa guerra di Resistenza, sia la collocazione “frontaliera” dell’Italia fra l’Europa controllata dagli Alleati occidentali e il blocco sovietico che, grazie alla vittoria sul nazismo, si era esteso fin nel cuore del Vecchio Continente. L’incombente presenza sovietica, pur avendo l’Urss accettato l’appartenenza della nostra penisola al blocco atlantico, esercitava un’influenza potente sul proletariato italiano, nel frattempo cresciuto notevolmente di peso numerico, culturale e politico e sconsigliava una liquidazione violenta delle sue organizzazioni (sul tipo di quella attuata in Grecia) che avrebbe provocato un bagno di sangue.</div>
<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-Pja2wqYljdU/YCf8B7LqfxI/AAAAAAAAAOY/CTNfOUhBAaUyub-wbP-VkhpoEQukt8I_QCLcBGAsYHQ/s2048/45_Costituzione.jpg"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-Pja2wqYljdU/YCf8B7LqfxI/AAAAAAAAAOY/CTNfOUhBAaUyub-wbP-VkhpoEQukt8I_QCLcBGAsYHQ/s320/45_Costituzione.jpg" alt="" height="320" border="0" data-original-height="2048" data-original-width="1477" /></a></div>
<p>&nbsp;</p>
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<div>Malgrado le dure repressioni degli anni Cinquanta nelle grandi fabbriche del Nord, in particolare alla Fiat, quella che è venuta progressivamente instaurandosi è stata una sorta di convivenza conflittuale fra le forze della conservazione (la DC e i suoi alleati) e le forze progressiste (PCI e PSI). All’ombra di questo compromesso politico è potuto crescere il compromesso sociale fra capitale e lavoro. Con caratteristiche peculiari rispetto ad altre versioni del modello fordista: mentre altrove – in particolare negli Stati Uniti e in Inghilterra &#8211; tale modello era il frutto della crescita di gigantesche imprese monopolistiche private e della necessità di concedere salari relativamente elevati per sostenere la domanda di beni di consumo durevole, da noi le condizioni strutturali di questo circolo virtuoso non si sarebbero sviluppate (l’esistenza della Fiat e di poche altre grandi fabbriche settentrionali non sarebbe bastata), in assenza di un massiccio intervento diretto dello Stato in economia. E’ stata l’economia mista cresciuta fra la fine dei Cinquanta e la prima metà dei Sessanta a dare l’impulso decisivo per il boom italiano, con il suo contorno di riforme, modernizzazione culturale e con la sua dialettica politica, conflittuale ma non antagonista, fra blocco conservatore e blocco progressista. Come detto in precedenza, questo è forse l’unico periodo della nostra storia in cui si può parlare di una classe dirigente capace di esercitare egemonia e non semplicemente dominio sulle classi subalterne, cooptandole parzialmente nel sistema di gestione del potere.</div>
<div></div>
<div>A rompere quell’equilibrio non concorsero solo fattori “esterni” come crisi petrolifera, caduta del saggio di profitto, stagflazione e rottura degli accordi di Bretton Woods ma anche una sorta di nemesi delle secolari sofferenze del proletariato meridionale. Mi riferisco al ruolo degli immigrati meridionali impiegati come operai comuni nell’alzare il tiro della conflittualità di classe. Per nulla sensibili alla cultura della trattativa e della cogestione degli operai professionalizzati inquadrati nei partiti e nei sindacati tradizionali, costoro lottarono con energia dirompente per ottenere forti aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione e allentamento della disciplina aziendale, contribuendo ulteriormente alla riduzione dei margini di profitto. Ritengo viceversa che il peso esercitato dall’alleanza fra gli operai, il movimento studentesco e le formazioni politiche nate dal progressivo sfaldamento di quest’ultimo sia stato sopravalutato (sopravvalutazione dovuta in larga misura alla retorica sulla narrazione degli “anni di piombo”), nel senso che quelle sinistre radicali persero ben preso la loro spinta propulsiva, dando origine all’onda lunga dei nuovi movimenti e alla loro prevalente concentrazione sui diritti civili e individuali.</div>
<div></div>
<div>Ben altro impatto ebbe il modo in cui il PCI reagì ai sintomi sempre più evidenti della tentazione delle classi dominanti e dei loro apparati repressivi di passare dall’egemonia al dominio e alla repressione violenta (stragi di stato). Una preoccupazione aggravata dalla ferocia con cui gli Stati Uniti avevano stroncato l’esperimento socialista cileno. Il compromesso storico, la celebrazione dell’austerità e la dichiarazione di fedeltà all’Alleanza Atlantica furono di fatto una candidatura a garantire un esercizio pacifico dell’egemonia sulle classi popolari per conto delle classi padronali, frenando una spinta operaia che già veniva esaurendosi spontaneamente sotto i colpi delle ristrutturazione capitalistica (decentramento produttivo, tagli di organico, ristrutturazione tecnologica, ecc.). Eppure nemmeno quella macelleria sociale, che dopo la marcia dei quarantamila quadri della Fiat del 1980 incontrò sempre meno resistenza, fu sufficiente a chiudere la partita.</p>
<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-RdcjXriuABA/YCf8hWB_HmI/AAAAAAAAAOk/jkvF6XEHCA4zXDE3lbtu4ErSqHC5ohi6gCLcBGAsYHQ/s600/marcia.png"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-RdcjXriuABA/YCf8hWB_HmI/AAAAAAAAAOk/jkvF6XEHCA4zXDE3lbtu4ErSqHC5ohi6gCLcBGAsYHQ/s320/marcia.png" alt="" width="320" border="0" data-original-height="340" data-original-width="600" /></a></div>
<p>Era infatti necessario destrutturare l’economia mista che aveva fatto maturare le condizioni per il ciclo di lotte operaie. A occuparsene furono i vari Carli, Draghi, Ciampi, Andreatta, Amato e Prodi che imposero prima l’autonomizzazione della Banca d’Italia dal potere politico, poi l’adesione al trattato di Maastricht e l’ingresso nell’area euro &#8211; tutti passaggi avvenuti con la benedizione di un PCI già avviato a concludere la trasformazione in partito liberale, definitivamente sancita dopo la caduta dell’URSS. A quel punto, il vincolo esterno (lo vuole l’Europa) aveva preso il posto delle minacce di repressione violenta in quanto otteneva gli stessi risultati senza innescare reazioni simmetriche.</p></div>
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<div>Lo smantellamento dell’industria di Stato e la sconfitta delle classi lavoratrici non hanno tuttavia creato le condizioni per l’ascesa di grandi imprese private capaci di competere sul mercato internazionale, proprio perché la borghesia italiana aveva scelto di accettare un ruolo subalterno sul piano internazionale pur di mantenere il proprio dominio sulle classi lavoratrici.  Quella scelta ha inferto ferite mortali a un sistema Paese già penalizzato dalla cronica debolezza delle strutture statali (con la riforma dell’articolo V e il decentramento regionale quella debolezza diverrà vero e proprio sfascio, come certificato dall’attuale incapacità di gestire l’emergenza pandemica). Gli esiti sono noti: nanismo delle imprese (che si cercherà di far passare per un fattore positivo con le narrazioni sui distretti e con la retorica del “piccolo è bello”), terziarizzazione del lavoro (con prevalenza dei settori del turismo, del ristoro e dell’intrattenimento – a basso valore aggiunto e caratterizzati da lavoro precario e sottopagato &#8211; rispetto al terziario avanzato e innovativo), aggravamento dello squilibrio Nord/Sud; sfascio dei servizi pubblici (sanità, scuola, università, trasporti), degrado ambientale e territoriale, disoccupazione e sottooccupazione cronica (con la proliferazione di lavori precari, temporanei, finto autonomi, sottopagati, ecc.).</div>
<div></div>
<div>Questi processi in atto da quattro decenni hanno determinato radicali trasformazioni nella composizione di classe e nelle forme della rappresentanza politica. Per quanto riguarda il primo aspetto abbiamo avuto l’indebolimento numerico di una classe operaia sempre più frammentata, individualizzata e dispersa, a fronte dell’aumento ipertrofico di una classe media impegnata in una galassia di attività rifugio in assenza di concrete opportunità di occupazione e carriera (piccolo commercio, artigianato, microimprese per gli strati a bassa scolarizzazione; partite iva, consulenze, professioni “creative”, ecc. per gli strati più acculturati). Per quanto riguarda le seconde, Tangentopoli ha avviato una crisi irreversibile dei partiti tradizionali, travolti dalla corruzione ma che soprattutto si erano scavati la fossa favorendo l’indebolimento delle loro stesse basi sociali, dopodiché Berlusconi ha inaugurato la stagione dei partiti personali fondati sulla mobilitazione di una massa composita di individui sensibili alla comunicazione mediatica più che ai programmi politici. I movimenti spontanei di rivolta hanno a loro volta scontato gli effetti di questo marasma sociale, culturale e politico, dando vita a esperienze interessanti ma territorialmente circoscritte, come le lotte in Val di Susa, al “cittadinismo” dei vari girotondi, indignati ecc. con base nella piccola e media borghesia urbana e privi di qualsiasi velleità antisistema (via ai corrotti, potere agli onesti), e a esplosioni episodiche di furia plebea come il movimento dei forconi. Finché non è apparso sulla scena politica l’M5S.</div>
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<div>Il secondo decennio del Duemila ha visto l’Italia assumere per la seconda volta – dopo gli anni Novanta e il partito azienda di Berlusconi – il ruolo di laboratorio sperimentale di nuove forme di aggregazione politica nell’era del tramonto della democrazia liberale. Fra il governo Monti e l’appena insediato governo Draghi &#8211; due momenti in cui l’alta finanza ha assunto in prima persona il governo del Paese, commissariandone il sistema politico e sospendendo ogni finzione di democrazia &#8211; abbiamo assistito alla rapida ascesa, culminata con le elezioni del 2018, e alla ancora più rapida caduta di un populismo bicefalo. Da un lato la Lega di Matteo Salvini, il leader che è riuscito a dare dimensione nazionale a un partito nato per rappresentare gli interessi della piccola e media impresa settentrionale e più in generale dei settori di borghesia più penalizzati dal processo di globalizzazione; un partito “sovranista” a parole ma privo di qualsiasi reale volontà di sganciare l’Italia da Bruxelles (anche perché la sua base sociale è legata a doppio filo alle catene di subfornitura delle grandi imprese tedesche). Dall’altra quello strano ircocervo che è il Movimento 5Stelle. Un fenomeno nato come “contenitore dell’ira” popolare che si è coagulata attorno alla leadership del comico Beppe Grillo, il quale è riuscito “dare voce” alla frustrazione di un’ampia gamma di strati sociali inferociti dagli effetti di decenni di “guerra di classe dall’alto”, ma che, nella sua breve vita, ha attraversato una tumultuosa serie di mutazioni. Alla fase pionieristica dei Meetup (egemonizzata dagli esponenti delle nuove professioni emergenti – soprattutto nel settore delle nuove tecnologie e caratterizzata dall’esaltazione della democrazia digitale e dal rifiuto intransigente del professionismo politico) si è rapidamente passati alla fase governista, allorché il movimento, incoraggiato dai successi ottenuti nelle elezioni amministrative di alcune grandi città, ha dato l’assalto al cielo del governo nazionale. Nel frattempo è venuto raccogliendo un consenso assai più ampio e trasversale: operai , impiegati, nuove forme di lavoro precario e finto autonomo, membri delle classi medie “riflessive”, artigiani e piccoli imprenditori con provenienze sia dall’elettorato di sinistra che di destra, ma con netta prevalenza del primo.</div>
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<div>Nessuno di questi esperimenti è tuttavia riuscito a risolvere l’annoso problema della costruzione di una élite politica capace di esercitare una reale funzione egemonica. La Lega perché, malgrado la sua riconversione a partito nazionale, è sempre rimasta espressione delle componenti più deboli di una classe imprenditoriale già di per sé affetta da pesanti carenze strutturali e culturali. Quanto all’M5S si è trattato di un’incarnazione quasi da manuale delle teorie del filosofo franco-argentino Ernesto Laclau: un aggregatore di domande eterogenee provenienti da settori sociali altrettanto eterogenei nei confronti di un sistema incapace di dare risposte, una forza che è riuscita a costruire una sgangherata “catena equivalenziale”, sempre per usare il linguaggio di Laclau, alla quale è però mancata la capacità di selezionare le domande egemoniche attorno a cui coagulare un vero progetto politico, tenuta insieme  solo dal collante della critica alla “casta” e da un “programma” che si riduce all’idea di rimpiazzare una classe dirigente inetta e corrotta con figure oneste e selezionate attraverso i meccanismi della democrazia digitale. Nessuna velleità antagonista nei confronti del sistema, nessuna indicazione concreta su obiettivi e mezzi in materia di lotta alla disuguaglianza, miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne, riequilibrio fra Nord e Sud, riforme dello Stato, se non discorsi generici e velleitari e qualche provvedimento assistenziale ad hoc. Con queste premesse era chiaro che la conquista del potere si sarebbe trasformata in una nemesi per un soggetto politico incapace di gestirlo.</div>
<div>Già la caduta del primo governo Conte e il successivo abbraccio con il PD lasciava intuire la rapidità con cui il movimento sarebbe andato incontro alla normalizzazione. Ma la crisi pandemica non gli ha permesso di realizzare l’obiettivo di sostituirsi alle vecchie élite incarnate dai partiti tradizionali. La tragicomica successione di compromessi e contorsioni finalizzate a scongiurare le elezioni e il “licenziamento” di gran parte dei suoi parlamentari non ha potuto evitare la catastrofe finale. Sarebbe tuttavia sbagliato leggerne il fallimento come una “rivincita” della politica tradizionale per la quale Renzi avrebbe agito da braccio armato. Ancora una volta le vicende italiane possono essere interpretate solo in ragione dell’incapacità egemonica delle classi dominanti – a prescindere dalle forze politiche chiamate di volta in volta a rappresentarne gli interessi – e dalla conseguente necessità di evocare un intervento esterno chiamato al tempo stesso a salvarle e a ribadirne la subalternità a livello economico e geopolitico. Il commissariamento del Paese da parte di Mario Draghi, che assume i connotati di un vero e proprio golpe bianco con la messa in mora dei partiti e dello stesso Parlamento e la sospensione di fatto della democrazia rappresentativa, non è frutto solo dello stato di eccezione provocato dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica (per inciso, nell’occasione trova ennesima conferma la definizione schmittiana secondo cui “sovrano è chi decide dello stato di eccezione”), può essere compresa solo a partire dal sintomatico e ossessivo richiamo da parte del presidente del consiglio incaricato alla collocazione atlantista ed europeista dell’Italia dove l’accento cade sul primo dei due aggettivi.</div>
<div></div>
<div>La precipitazione della crisi italiana è infatti coincisa significativamente con la sconfitta elettorale di Trump e con il ritorno al potere del blocco sociale incarnato da Biden e dalla lobby neocons di cui costui è espressione, Tanto la vittoria di Trump di quattro anni fa quanto la sua recente sconfitta sono un sintomo della crisi di egemonia degli Stati Uniti. È evidente che gli Stati Uniti restano di gran lunga la prima potenza mondiale sul piano politico-militare, e anche – sia pure di stretta misura nei confronti della Cina – sul piano economico (in senso finanziario assai più che industriale); ma è chiaro che faticano sempre più a conservare un controllo assoluto sul resto del mondo (ne sia prova l’incapacità di mantenere ordine nel “cortile di casa” latinoamericano, dove non sono ancora riusciti a indurre un regime change in Venezuela e dove la piccola Bolivia ha rimesso al potere il governo socialista pochi mesi dopo il golpe militare). Tale difficoltà ha a che fare con l’esaurimento della spinta propulsiva del processo di globalizzazione, il quale, assai più che di presunte “leggi” economiche, è stato il frutto della volontà americana di dominio imperiale sul pianeta unificato dal crollo dell’URSS. Un progetto che ha finito per ritorcersi contro chi l’aveva messo in moto, nella misura in cui ha generato le condizioni per la crescita di nuovi competitor economici, politici e militari (Cina e Russia su tutti). I contraccolpi economico-sociali di questa eterogenesi dei fini sono stati devastanti, come l’impoverimento di larghe masse proletarie e di classe media che hanno votato per Trump in odio alle metropoli gentrificate e alla sinistra clintoniana che ne rappresenta gli interessi.</div>
<div></div>
<div>Il progetto di Trump (disimpegno da vari teatri di guerra, rientro dei capitali investiti in Asia e altrove dalle multinazionali per rilanciare l’occupazione interna, freno all’immigrazione per ridurre la concorrenza nei confronti dei working poor autoctoni, ecc.) è fallito anche perché frenato dal potere interdizione del deep power degli apparati statali. Ma a dargli il colpo di grazia è stata la crisi pandemica e la folle linea negazionista dell’amministrazione, pagata con centinaia di migliaia di vittime e con il tragico peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. Così il blocco sociale che lo aveva premiato quattro anni fa si è sfaldato: una parte – soprattutto le classi lavoratrici – è rientrata nell’ovile democratico, lasciandosi convincere, con più validi argomenti della volta precedente, dalla sinistra di Sanders, mentre gli è rimasta la base socialmente più eterogenea e ideologizzata a destra che ha mostrato la sua faccia tanto violenta quanto folcloristica nell’assalto a Capitol Hill.</div>
<div><a href="https://1.bp.blogspot.com/-z3njNcrhdN0/YCf-Z1ZxLzI/AAAAAAAAAO4/6PPaZ7DuDG0GY23oCkv0Z-1wy2I5lsSaACLcBGAsYHQ/s1200/040212160-07c19524-d004-45ac-a046-6a3a3cabc553.jpg"><img src="https://1.bp.blogspot.com/-z3njNcrhdN0/YCf-Z1ZxLzI/AAAAAAAAAO4/6PPaZ7DuDG0GY23oCkv0Z-1wy2I5lsSaACLcBGAsYHQ/s320/040212160-07c19524-d004-45ac-a046-6a3a3cabc553.jpg" alt="" width="320" border="0" data-original-height="675" data-original-width="1200" /></a></div>
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<div>Quanto alla neopresidenza Biden, ha già chiaramente mostrato le proprie intenzioni: liquidate le velleità della sinistra interna (la scelta della squadra di governo è una vetrina politically correct di donne e appartenenti  alle minoranze etniche e sessuali ma non prevede alcun esponente delle sinistre) verrà riaffermato il primato dei settori finanziari e high tech (che hanno festeggiato silenziando i profili del presidente uscente) sugli altri settori del capitale nazionale; verrà riannodato il filo rosso delle politiche economiche condotte dai vari Clinton e Obama; ma soprattutto verrà perseguito con feroce determinazione l’obiettivo di mobilitare l’opinione pubblica contro il nemico esterno: la guerra fredda contro Cina, Russia e “stati canaglia” (Corea del Nord, Cuba, Venezuela, ecc.) è già partita in grande stile e verrà condotta sotto la bandiera dei diritti civili da esportare, ove necessario, con la forza delle armi.</div>
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<div>Questo disegno non è attuabile se gli Stati Uniti non ottengono il pieno appoggio dei loro tradizionali alleati, a partire dalla Ue. Ma l’Europa ha subito effetti non meno devastanti a causa del coronavirus, aggravati da decenni di austerità, privatizzazioni e tagli alla spesa e ai servizi pubblici, al punto che, per fronteggiare l’emergenza, si è compiuta una brusca inversione di rotta, allentando i vincoli di bilancio ed erogando enormi quantità di denaro pubblico per riaffidare allo Stato il ruolo di garante in ultima istanza della sicurezza generale. È vero che l’emergenza pandemica ha consentito all’establishment europeo di ridimensionare la sfida populista, ma il consolidamento dei tradizionali equilibri istituzionali non risolve le contraddizioni scatenate dalla crisi, per cui l’Europa non può permettersi, pena un drastico ridimensionamento del suo spazio e ruolo geopolitici, di accettare supinamente un rilancio della leadership statunitense, soprattutto se le viene richiesta una partecipazione attiva alla guerra fredda antirussa e anticinese che implica pesanti conseguenze in termini di scambi commerciali e investimenti. Sintomi di queste contraddizioni interimperialistiche fra le due sponde dell’Atlantico: l’accordo con la Cina raggiunto in barba alla contrarietà americana, la scarsa propensione ad accettare il veto Usa sull’adozione del 5G targato Huawei, le velleità di ridimensionare la leadership del dollaro sui mercati finanziari globali, la reticenza della Germania nell’appoggiare le crociate antirusse. In questo contesto globale fluido, contraddittorio e turbolento andava garantita la tenuta dell’anello più debole della catena, per cui il prolungarsi dell’instabilità politica italiana diveniva intollerabile, al pari di certe “licenze” dei due governi Conte, come l’accordo stipulato con la Cina d’un paio d’anni fa. Mario Draghi è il proconsole imperiale incaricato di riportare l’ordine in questa provincia mal gestita da una borghesia cronicamente incapace di autogovernarsi e di governare i propri sudditi,  con il doppio incarico di garantire l’esecuzione tanto delle direttive europee che di quelle americane (forse più delle seconde che delle prime).</div>
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