<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Comunismo e Comunità &#187; Roberto Fineschi</title>
	<atom:link href="https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;tag=roberto-fineschi" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.comunismoecomunita.org</link>
	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
	<lastBuildDate>Tue, 30 Jun 2026 15:21:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.1</generator>
		<item>
		<title>Ancora circa la questione dell’eurocentrismo. Glosse ad un post di Roberto Fineschi</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=8962</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=8962#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2024 14:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Visalli]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[De Benoist]]></category>
		<category><![CDATA[Identitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Fineschi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=8962</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Ancora circa la questione dell’eurocentrismo. Glosse ad un post di Roberto Fineschi Alessandro Visalli &#160; L’autorevole interprete di Karl Marx e studioso marxista Roberto Fineschi ha scritto il 24 maggio su Facebook[1] il seguente post, che riporto integralmente: Osservazioni in calce a dibattiti recenti su eurocentrismo, “occidente globale”, “giardini e giungle” (riprendendo alcuni passaggi da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<header>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/06/9788806253622.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8963" title="9788806253622" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/06/9788806253622-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Ancora circa la questione dell’eurocentrismo. Glosse ad un post di Roberto Fineschi</h1>
<h2><a title="Post di Alessandro Visalli" href="https://www.linterferenza.info/author/alessandro-visalli/" rel="author">Alessandro Visalli</a></h2>
</header>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>L’autorevole interprete di Karl Marx e studioso marxista Roberto Fineschi ha scritto il 24 maggio su Facebook<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn1">[1]</a> il seguente post, che riporto integralmente:</p>
<p>Osservazioni in calce a dibattiti recenti su eurocentrismo, “occidente globale”, “giardini e giungle” (riprendendo alcuni passaggi da un articolo<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn2">[2]</a> su <em>Orientamenti politici e materialismo storico</em>).</p>
<p>Eurocentrismo? Anticapitalismo?</p>
<p>1. Nel gran parlare che si fa sul cosiddetto eurocentrismo regna a mio parere una discreta confusione nelle definizioni. In particolare quando, poi, si riferisce la questione a Marx.</p>
<p>Se con tale termine si intende considerare la storia del mondo universo in funzione delle prospettive ed esigenze europee, va da sé che si tratta di un pregiudizio da estirpare. Se però si entra più nel dettaglio, la questione diventa molto più scivolosa e in certi casi decisamente reazionaria.</p>
<p>La storia del mondo è diventata eurocentrica con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, nel senso che esso ha imposto dominio, regole, forme di sviluppo a una dinamica che prima aveva più elementi indipendenti non uniti a sistema se non per contatti marginali, mentre il capitalismo è diventata la variabile dominante che ha funzionalizzato a sé l’intero mondo. In questo senso eurocentrismo non è un mero pregiudizio intellettuale, è un processo reale di dominio e sfruttamento legato al modo di produzione capitalistico.</p>
<p>Tuttavia, il modo di produzione capitalistico è stato sin dall’inizio un processo contraddittorio che ha prodotto allo stesso tempo contenuti potenzialmente positivi pervertiti in forma reazionaria per la sua stessa interna dialettica. Quindi, insieme allo sfruttamento, produce anche la libertà potenziale che include produttività del lavoro, sapere razionale e scientifico, dignità universale dell’essere umano, ecc. Essere contro questi aspetti non è semplicemente insensato, è reazionario.</p>
<p>Ora, nel generico anti-eurocentrismo (e lo stesso nel generico anti-capitalismo) questo fondamentale distinguo tra contenuto materiale e forma sociale spesso non viene fatto e quindi si finisce per voler gettare il bambino con l’acqua sporca, ovvero non solo gli aspetti perversi della forma capitalistica, ma anche le potenzialità emancipative che il suo contenuto rende possibili. Si ricade, in breve, nel rozzo anticapitalismo romantico che pervade tante posizioni anche a sinistra in cui si invoca o il primitivismo, o un “altro” che non abbia niente a che fare con il capitalismo tout court (come se mai potesse esistere).</p>
<p>Lo stesso genericismo si applica a diversi discorsi su Marx che non sarebbe eurocentrico. Dipende da che cosa si intende. Se si intende per es. che la cultura nata con l’illuminismo e fiorita con l’idealismo tedesco, ecc. è superiore alle altre culture esistite al momento nella geografia e nella storia umana (c’è quindi una scala di merito e di giudizio), non c’è alcun dubbio sull’eurocentrismo di Marx (in quanto favorevole a emancipazione e progresso). Se si intende che il mondo debba essere piegato alla valorizzazione del capitale occidentale, certo Marx non era eurocentrico. Se non si specifica che cosa si intende si fa un gran pasticcio sia con Marx che con la realtà.</p>
<p>2. Questo è fondamentale nella prassi politica e nella sua interpretazione. Per es. valorizzare l’universalismo occidentale e le istituzioni rappresentative – che includono per es. la parità di diritti uomo-donna, le elezioni e le libertà borghesi in genere – in maniera strumentale per imporre in realtà il capitalismo, o meglio ancora il controllo imperiale è evidentemente un uso ideologico del progressismo illuminista che, ovviamente, non ha niente a che vedere con l’effettiva generalizzazione di quei diritti, ma viene semplicemente usato come scusa per imporre in maniera violenta la dipendenza da quel sistema economico che in occidente quei diritti ha prodotto; oppure il razzismo a livello locale facendo leva sulla “inciviltà” dei migranti.</p>
<p>Qui però bisogna stare molto attenti a non far scattare il cortocircuito per cui non ci si oppone all’uso strumentale di quei valori, ma ai valori stessi. Ci si trova quindi a difendere comportamenti sociali tradizionalisti, in certi casi barbarici, che mai sarebbero tollerati qui in Europa se praticati da europei, in quanto immediatamente identificati con le forze più reazionarie; essi sarebbero tuttavia da accettare se compiuti da non europei perché considerati propri di altre culture. Guardando al concreto senza farsi abbagliare dalle fraseologie astratte, purtroppo i begli ideali della “tolleranza”, una volta che si arriva a confrontarsi su scelte precise, non possono che lasciare il posto a decisioni autoescludentesi, come per es. essere favorevoli o meno ai pari diritti fra uomini e donne. Come si è lottato in passato per la fine del patriarcato maschilista di matrice cattolica e si è considerato un successo il suo (parziale ahimè) superamento, non si capisce perché si dovrebbe accettare ad es. quello di matrice islamica o di qualunque altra matrice. L’eguaglianza di diritti tra uomo e donne è un principio che nasce contraddittoriamente in seno al capitalismo con l’illuminismo, come la dignità universale dell’essere umano. Vogliamo essere contro? Nazisti e fascisti ci hanno già provato, ma non so se sono prospettive auspicabili.</p>
<p>Insomma, questo tipo di multiculturalismo astratto rischia di diventare il cavallo di Troia di un regresso culturale che si accetta perché, di nuovo, lo si ritiene anticapitalista in quanto contrario allo “occidente imperialista”; si mescola nello stesso calderone – e quindi si fraintende – la giusta lotta contro lo sfruttamento capitalistico e quella assurda contro la cultura progressista che lo stesso capitalismo, contraddittoriamente, ha prodotto. Esso finisce per fare il paio con l’identitarismo locale che, di fronte alle tradizioni altrui, difende spada alla mano le proprie. Questo comune atteggiamento anti-universalista porta acqua al fascismo.</p>
<p>3. Quello menzionato è uno dei tanti temi propri del multiculturalismo astratto, del relativismo assoluto di valori e via dicendo; questo atteggiamento, presentandosi apparentemente come progressista, o “di sinistra”, diventa in realtà un’ideologia reazionaria tutte le volte che *esclude a priori* la possibilità di cambiare tradizioni e orientamenti una volta che si portino buone e ragionevoli argomentazioni per farlo. Se, insomma, il multiculturalismo, che di per sé è ovviamente una cosa positiva, diventa la scusa per non cambiare in virtù della semplice appartenenza a una certa tradizione di un certo comportamento, perché “intrinsecamente” legato a un certo contesto culturale e storico, si cade nell’identitarismo a prescindere, che è di nuovo l’anticamera del fascismo.</p>
<p>Le varie “identità” infatti, se si ritengono legittimate a pretendere di non cambiare in virtù di se stesse, non possono dialogare per trovare alcuna sintesi e il prevalere dell’una o dell’altra viene delegato, in ultima istanza, alla forza. In antitesi a ciò, contro il “relativismo etico” si genera consenso alla promozione della “nostra” tradizione che non avrebbe altra legittimità se non quella di essere storicamente vincente da questa parte del mondo. Il tentativo di far prevalere questa tradizione contro lo “attacco straniero” ovviamente è legittimato meramente in virtù della sua esistenza qui per molto tempo, non su argomentazioni razionali o convincimenti dimostrativi. È insomma l’imposizione di una di queste posizioni tradizionali in forza della sua, per adesso, posizione di dominio. Va da sé che il contenuto di questa tradizione “nostrana” rifiuta, guarda caso, l’universalismo razionalista e si rivolge in realtà a una “nostra” tradizione che è quella pre-borghese, vale a dire indirizzata contro gli aspetti sovrastrutturali progressisti del modo di produzione capitalistico, ma non contro il capitalismo stesso. È, di nuovo, il retroterra del fascismo.</p>
<p>4. Per concludere, metafore di lotta come “occidente globale”, oppure il “giardino”, ecc. rischiano di prestare involontariamente il fianco proprio a questo sbagliatissimo modo di pensare. Spostando la contraddizione su di una dinamica interno/esterno c’è il rischio da una parte che si occulti il carattere della contraddizione anche all’interno dell’occidente e del giardino stessi; dall’altra, di conseguenza, di considerare questo “occidente” e questo “giardino” come un monolite coeso e individuarlo come il soggetto contro cui si deve lottare, mentre all’interno di esso ci sono non solo le suddette contraddizioni ma anche potenzialità trasformative positive cui non ha senso rinunciare. Insomma, c’è il rischio di farsi egemonizzare inconsapevolmente dall’ideologia del capitale.</p>
<p>Il soggetto della devastazione mondiale non è l’occidente né il giardino, ma la dinamica di riproduzione in forma capitalistica; l’obiettivo è la trasformazione di quel sistema di riproduzione sociale e l’avversario di classe è chi gestisce quel processo e chi si oppone al suo cambiamento.</p>
<p>PS. Il giardino e la giungla è il titolo degli atti del Forum della Rete dei comunisti. Proprio il volume, al quale io stesso ho partecipato, mostra in maniera chiara come la metafora non regga e come le contraddizioni siano fortissime all’interno del giardino stesso.</p>
<p>Pure gli amici di OttolinaTv, che utilizzano spesso l’espressione “Occidente globale”, secondo me mostrano ogni giorno con chiarezza che questo Occidente in realtà ha drammatiche contraddizioni al suo interno.</p>
<p>Dal mio punto di vista, proprio perché in entrambi i casi la sostanza è ottima, varrebbe la pena trovare uno slogan meno ambiguo. Perché tante volte lo slogan ha più efficacia della sostanza.</p>
<p>Commentare un articolo, certo un poco tranchant come si conviene allo strumento adoperato, ma denso, come questo è un compito difficile e forse troppo ambizioso. Ho amicizia e simpatia per Roberto, con il quale ho purtroppo avuto occasione di parlare solo una volta ma mi pare di condividere l’essenziale. Tuttavia il tema è di straordinaria importanza, anche nel prendere la misura di alcuni fenomeni sociali e prepolitici che coinvolgono le aree di discussione pubblica e non poche piccole formazioni contemporanee. Questo è un obiettivo, prendere le misure, che mi vede interessato e sul quale sono tornato nel mio libro <em>Classe e partito</em><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn3">[3]</a>, come in altri interventi<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>D’altra parte, la <em>discussione sull’eurocentrismo</em> è probabilmente una delle portanti orientative dell’area critica<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn5">[5]</a> che emerge dopo quelle dell’europeismo (scettico, o anti-euro) negli anni 2012-18, della tempesta migratoria e il populismo negli anni 2016-2020, o la critica alla scienza ed alle politiche securitarie anti-liberali negli anni del Covid (2020-22). Questo nuovo ‘tema orientativo’ emerge ora, come sempre confusamente ed ambiguamente, negli <em>anni della guerra</em> (chiamo così la fase di ristrutturazione capitalista e del potere Occidentale che segue al trauma della disconnessione delle supply chain durante l’epidemia e viene inaugurata dalla guerra ucraina). I suoi elementi distintivi sono: la <em>mobilitazione totale</em> (pratica già vista nel Covid) di tipo culturale-ideologico venata di suprematismo razzista e del <em>completo rigetto dell’altro</em>; le pratiche liberticide giustificate dallo stato di eccezione (anche queste già viste); la <em>rimobilitazione di dibattiti storici,</em> anche spuri o mal compresi, dalla fase delle lotte di liberazione nazionale e, ancora più remoti, la riattivazione di motivi romantici.</p>
<figure><a href="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhqRcjX_LQqKxtqrWSc0_zQAp36YGudEnpvD7JXcrwYD95aVg4UxuBYXumQz7FadJ7M9QQAnQZ-tyRkNr9Z7KaRGmoSofAR6vBtNDyhbwzwPS4ndPyKN0nGMgSztgCIkQq_K9T5JG4Dhf_AZQdvQJCmnP6_k9BBvz9ccnhkQr2wYkT6FI3tbDekz1tnj14/s630/5e723d862300003d1ade4a26.jpeg"><img src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhqRcjX_LQqKxtqrWSc0_zQAp36YGudEnpvD7JXcrwYD95aVg4UxuBYXumQz7FadJ7M9QQAnQZ-tyRkNr9Z7KaRGmoSofAR6vBtNDyhbwzwPS4ndPyKN0nGMgSztgCIkQq_K9T5JG4Dhf_AZQdvQJCmnP6_k9BBvz9ccnhkQr2wYkT6FI3tbDekz1tnj14/s320/5e723d862300003d1ade4a26.jpeg" alt="" /></a></figure>
<p>Il tema è dunque importante, e comprenderne le implicazioni, separando il grano dal loglio<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn6">[6]</a> è indispensabile. Altrimenti ci si trova normalmente in compagnie che mai si sarebbero immaginate. La meccanica di formazione del politico contemporanea, infatti, sembra poter essere descritta come messianismo apocalittico e distruttivo, radicalmente scettica e nichilista, ma del tutto inconsapevole. Lo spazio di quella che ho prima chiamato <em>area critica</em> è, nella sua portante interna, figlio della disperazione e della crisi (e questo è normale), ma anche della caduta delle tradizioni critiche e delle relative comunità. Si tratta di uno spazio privo di strutture e quindi colonizzabile, espressione inconsapevole dell’individualismo contemporaneo e dell’elitismo ad esso connaturato (nel quale ognuno si sente incoraggiato a identificarsi come unico, illuminato, portatore di una visione irriproducibile e incriticabile). Lo spazio della politica è, insomma, impolitico. Quelle che tendono a formarsi nelle condizioni di una contemporaneità di disorientamento e disgregazione delle identità politiche e sociali tradizionali e consolidate sono ‘bande di fratelli’ armate contro tutto il mondo. Questo atteggiamento sembra scalarsi a tutti i livelli ed esprime il bisogno di trascendenza, ma anche <em>il vuoto</em>.</p>
<p>Il vuoto, qui il punto, rischia di essere disponibile ad assorbire ogni linea interpretativa e tradizione che si presenti come ‘dissenziente’. In questo senso il timore di Fineschi appare fondato; molte componenti dell’<em>area critica</em> assorbono lo sforzo egemonico pluridecennale della ‘nuova destra’ del Grece e del suo leader Alain de Benoiste<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn7">[7]</a>, con il suo gramscismo demarxistizzato che viene proposto a partire dalla fine degli anni Sessanta<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn8">[8]</a>. Un simile assorbimento egemonico, se inconsapevole e non mediato da una serrata critica, rischia di portare con sé senza avvedersene l’elitismo organico, l’antiegualitarismo aristocratico, il differenzialismo separatista, il populismo qualunquista, il radicalismo etno-identitario e le comunità di destino nelle quali l’ordine è dato da una tradizione ipostatizzata, infine l’antimodernismo e antiscientismo propri del decennale sforzo egemonico descritto. Ovvero di assorbire i valori dell’egemonia delle controculture disponibili, limitandosi ad un rovesciamento reattivo.</p>
<p>Questo rischio va compreso ed evitato, ma senza ricadere in tutti i vecchi tic fallimentari di una specifica tradizione della sinistra (anche radicale e “rivoluzionaria”) che, in Occidente, ha mostrato tutta la sua incapacità di comprendere il tempo e di relazionarsi ad esso.</p>
<p><em>Veniamo al testo di Fineschi</em>. Da buon specialista di Marx riconduce subito la discussione ai termini classici. Il suo testo è letteralmente organizzato dall’opposizione, di puro sentore ottocentesco (ma non per questo necessariamente superata), <em>progresso/reazione</em>, o <em>emancipazione/reazione</em>. Parte con una distinzione tra piano storico-fattuale (la ‘storia del mondo’) e ideologico. Nel primo il mondo diventa dominato dall’Europa (e quindi eurocentrico) in sostanza per effetto dello sviluppo del modo di produzione capitalistico<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn9">[9]</a>. Questo, come dice Fineschi, “ha imposto dominio, regole, forme di sviluppo a una dinamica che prima aveva più elementi indipendenti non uniti se non per contatti marginali”<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn10">[10]</a>. L’eurocentrismo, in questa accezione, non è ideologia o cultura, ma un “processo reale di dominio e sfruttamento legato al modo di produzione capitalistico”. In questa accentuazione si legge la polemica classica tra idealismo (chi produce una interpretazione che individua nella cultura il fattore decisivo che muove anche il ‘materiale’) e materialismo, ovvero l’interpretazione opposta.</p>
<p>Qui si aggancia una mossa classicamente hegelo-marxiana, intrisa di teoria, per la quale il ‘modo di produzione capitalistico’ è, come del resto ogni cosa, in sé contraddittorio e produce quindi sia dominio sia liberazione. Nel senso che la sua dialettica interna contiene lo sfruttamento, ma anche la razionalizzazione (il ‘freddo calcolo’ di Marx, o dei due interpreti primo novecenteschi Sombart e Weber), quindi, con essa, il potenziamento delle forze produttive, il sapere scientifico e tecnico, e, quel che più conta, la potenziale eguaglianza formale che si può rivoltare in dignità e riconoscimento umano. Qui l’autore spende la parola chiave della tradizione occidentale, ovvero della tradizione cristiana e poi illuminista: “<em>universale</em>”. La frase completa è: “Quindi, insieme allo sfruttamento, produce anche la libertà potenziale che include produttività del lavoro, sapere razionale e scientifico, dignità <em>universale </em>dell’essere umano, ecc.”.</p>
<p>In questo snodo teorico-politico la ricostruzione storica (o meglio, la lettura storica alla luce di una teoria) precipita immediatamente, per effetto della coppia organizzatrice cruciale <em>emancipazione/reazione </em>in un interdetto politico: “essere contro questi aspetti non è semplicemente insensato, <em>è reazionario</em>”.</p>
<p>C’è una questione da sollevare in questo snodo teorico fondativo: se la contraddizione tra sfruttamento ed emancipazione sia un contenuto dialettico la cui dinamica procede da sé, per sua stessa natura, o non, piuttosto, solo un potenziale che può, o meno, essere attivato dalle lotte. Ovvero reso effettivo dalla volontà. Una dynamis o un’azione che si dà in un progetto. Il rischio intrinseco, infatti, a questa grande mossa hegeliana e poi marxiana, perfettamente comprensibile nel suo contesto, è di affidare il futuro alla ‘provvidenza’ laica dei destini progressivi della tecnica (nel senso di incorporati in essa). Ovvero in un solo blocco, del capitalismo e della classe che questo suscita ed incuba. La mossa di stabilire il Vero e Falso in sé, o il Giusto e l’Ingiusto, riconducendoli ad una totalità che dispone di leggi immanenti nel divenire, rischia sempre di scivolare inavvertita (soprattutto quando estrapolata dal contesto della lotta che, nella dialettica concretissima delle formazioni che si agitavano alla metà dell’Ottocento, tra giacobini tramontanti, liberali, fabiani, anarchici, mazziniani e più oltre) nel determinismo ed evoluzionismo. Labriola ricordava che per <em>attivare il potenziale</em> della formazione e trasformazione della società servono <em>condizioni specifiche</em> e contemporaneamente è indispensabile la forza di intenderle, queste condizioni, come mutabili. “Potenziale” è, insomma, sia potentia<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn11">[11]</a> sia possibilità, quindi evento.</p>
<p>A questo punto dell’argomentazione compare un altro termine decisivo, <em>“generico”</em>. C’è, infatti, un modo ‘generico’ di avanzare un termine e ce ne è uno specifico. Il ‘generico anti-eurocentrismo’ (come il ‘generico anti-capitalismo’) manca quindi di distinguere tra contenuto materiale di una forma storica e sua forma sociale, per cui il capitalismo avrebbe una <em>forma sociale</em> di oppressione e sfruttamento (quella che Marx denunciava) ma anche un <em>contenuto materiale</em> nel quale la contraddizione dialettica tra il suo potenziale di eguaglianza e di scatenamento delle forze produttive, da una parte, e la loro funzionalizzazione al dominio di classe, dall’altra, sono connaturati. Giustamente Fineschi ricorda che senza fare questa distinzione (hegeliana) si rischia di scivolare nella riattivazione di contenuti trasmessi dalla tradizione romantica o dalle forme di nazionalismo più reattive che non mancano anche nelle lotte di liberazione più generose (e non solo in senso proprio, la politica delle identità è piena di mosse reattive che, se pur psicologicamente ed umanamente comprensibili, finiscono per produrre disumanizzazioni simmetriche). Quindi si trovano forme di anticapitalismo romantico (che hanno antesignani nel pensiero aristocratico Sette-Ottocentesco, ma si impongono anche nel Novecento e tracimano fino ad oggi), varie versioni di ‘primitivismo’ (particolarmente attive nei margini dei movimenti metà-Novecenteschi della cosiddetta ‘controcultura’, ed anche questi tracimati in forma irriconoscibile fino ad oggi), o di ‘terzomondismo’ (che muove dagli anni della seconda metà del Novecento, e tracima in forma di rivendicazione di un non ben chiaro ‘altro’ dal capitalismo che fa di tutt’erba un fascio). C’è del vero in questo rischio, e l’avvertimento è sicuramente opportuno.</p>
<p>Questo approccio, ricorda Fineschi, si riverbera anche su Marx che visto in chiave ‘generica’ non sarebbe eurocentrico. Ma il nostro, e qui la sua autorità scientifica impedisce di glossare, è sicuramente ‘eurocentrico’ nel senso di ritenere che la cultura nata con l’illuminismo e poi fiorita con l’idealismo tedesco (ovvero Kant., Fichte, Hegel) <em>è superiore</em> alle altre culture esistite, in quanto portatrici dei valori universali di emancipazione e progresso (tecnico-scientifico). D’altra parte, qui aggiungo io, Karl Marx nasce a Treviri nel 1818 ed è testimone nella sua vita, interamente trascorsa in Europa, di movimenti gloriosi di liberazione, nella lotta tra la permanenza aristocratica dell’ancien regime (per gli effetti del Congresso di Vienna, poco prima della sua nascita, e la restaurazione in Francia, poi il bonapartismo di Napoleone III e così via) e delle lotte ‘liberali’ e poi primo-socialiste. Lo stesso Marx, per Fineschi, non è, però, ‘eurocentrico’ nel senso di ritenere che l’Europa, solo perché portatrice (anche) di emancipazione sia per questo legittimata a dominare ed opprimere. O che il capitalismo, che vede come forma nata dal contesto della dialettica della liberazione (o dallo sviluppo della storia, se pure delle lotte), debba piegare tutto il mondo alla sua valorizzazione.</p>
<p><em>Ora, cosa ne deriva per Fineschi?</em> Che ritenere fermi, o ‘valorizzare’, l’universalismo occidentale e le sue istituzioni rappresentative (che, a parere del nostro, “includono per es. la parità di diritti uomo-donna, le elezioni e le libertà borghesi in genere”) non significa necessariamente imporre il capitalismo o il controllo imperiale. Farlo è ideologia, è parte di quella “mobilitazione totale” di guerra in cui siamo immersi. Ma reagire a questa mobilitazione, come è giusto, non deve arrivare a rigettare anche i valori europei (pur combattendone giustamente l’uso strumentale).</p>
<p>Quindi, e qui si va al punto, per l’autore non vanno difesi i comportamenti che violano questi valori (essi stessi validi in quanto “universali”) solo perché sono propri di altre culture, ovvero autentici. Qui l’allusione è chiaramente al mondo islamico, a quello persiano, e via dicendo. L’esempio è ai pari diritti tra uomini e donne (ma andrebbe bene anche quello alla libertà sessuale) che, affermati non senza almeno un secolo e mezzo di lotte in Occidente, non sono violabili altrove per il fatto che sono ‘nostri’. “Non si capisce perché [le violazioni che non accettiamo da noi] si dovrebbero accettare” altrove, con la ragione che sono “altre” culture. Qui Roberto, che tocca un punto davvero lacerante per un occidentale quale io e lui siamo, perde un poco le staffe e si lascia andare ad una reductio ad hitlerum. Esce, infatti, con una frase violenta (nel nostro contesto di discussione) come: “<em>Vogliamo essere contro? Nazisti e fascisti ci hanno già provato, ma non so se sono prospettive auspicabili</em>”.</p>
<p>Chi avesse dubbi (ed io ne ho) sarebbe, se non direttamente nazista, almeno affetto da una grave deviazione: il “<em>multiculturalismo astratto</em>”. Ovvero da una forma che può essere il “cavallo di troia” nel quale passa un “regresso” culturale, travestito da anticapitalismo. L’equazione sarebbe ‘capitalismo’ uguale ‘universalismo’ uguale ‘progressismo’ uguale ‘imperialismo’. La cultura <em>progressista</em> non sarebbe, invece, connessa con lo sfruttamento capitalista, ma rappresenterebbe piuttosto la sua contraddizione dialettica; al contempo contenuta e superante nel movimento delle lotte storiche. Per cui anche l’atteggiamento <em>anti-universalista</em>, in linea generale (di nuovo per l’incomprensione della sua relazione di contraddizione dialettica con il moderno capitalismo), porterebbe alla fine “acqua al fascismo”. Questo interdetto è profondamente incorporato nella cultura che condividiamo in quanto figli della tradizione escatologica e messianica giudaico-cristiana che, con le sue stringenti camicie di nesso (originate dall’esistenza di un unico Dio, dalla storia della salvezza, e dalla fratellanza umana), conduce alle forme logiche universaliste e, con esse, al fascino centrale della nozione di progresso/salvezza (laicizzata nel corso dell’Ottocento in sviluppo delle forze produttive e dell’impresa razionale tecnico-scientifica).</p>
<p>Ovviamente si tratta di una tradizione anche profondamente incorporata in me. Di qui l’horror vacui che questa struttura nativa e culturale produce davanti a nozioni come “multiculturalismo” e “relativismo” (in tutte le sue versioni, anche quella scettica antica). Questo orrore, causato dalla preminenza della nostra forma di vita e delle logiche che porta con sé, innerva il testo di Roberto che, pure, è largamente condivisibile nella sua sostanza.</p>
<p>È chiaro, infatti, che le ‘tradizioni’ e le ‘forme di vita’ cambiano sempre e che costantemente si ibridano e contaminano. Di più, è del tutto astratto considerarle come unità. I miei viaggi in Iran, e più in generale nel mondo arabo, mi hanno mostrato, parlando con le persone, che il vasto mondo culturale persiano è attraversato da secolari conflitti tra modernisti/tradizionalisti, religiosi/laici, molteplici forme religiose (ci sono in pratica tutte le religioni note, con minoranze anche di milioni di persone) e grandi differenze regionali. Ma se le cose cambiano non lo fanno necessariamente perché qualcuno porta “buone e ragionevoli argomentazioni”. Forse di più perché porta buoni esempi, o perché nella dialettica interna il potenziamento di relazioni ben riuscite induce la prevalenza di tendenze già esistenti. Tendenze le cui radici e premesse sono contenute nella pluralità interna che ogni “tradizione” ha (un buon esempio è il “razionalismo indiano” rivendicato da Amartya Sen, insieme alla pluralità delle relative culture<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn12">[12]</a>). Insomma, la formula pecca di razionalismo.</p>
<p>Tuttavia, è certamente vero che pretendere di avere un’identità pienamente scelta, formata e indiscutibile dall’esterno, un’identità che basta a sé stessa ed è impermeabile a chi non vi appartenga, ovvero non abbia fatto le medesime esperienze e sofferto i medesimi lutti, è la strada perché sia impossibile giungere a sintesi e lasciare solo la forza. Incidentalmente questo non vale solo per le nazioni o le “culture” (la cui lotta sarebbe l’unica verità), ma anche per le sub-culture che si schermano per affermarsi/difendersi (delle quali la ‘guerra civile’ occidentale è piena, si pensi ai gender studies, a diverse forme di ambientalismo o femminismo radicali). Parimenti, è vero che questa medesima postura si presta ad ogni discorso di potenza.</p>
<p>La conclusione del pezzo di Fineschi è perfettamente condivisibile: si possono usare formule sintetiche come “Occidente globale”, come anche “Centro/periferia”, ma queste sono metafore e non bisogna farsene catturare. Ogni totalità è attraversata dalla pluralità e queste dalle contraddizioni, in esse ci sono delle potenzialità e queste possono essere riscattate. Bisogna compiere la mossa di disimplicare le premesse di libertà e liberazione incorporate nelle diverse traiettorie culturali, fare lo sforzo rimemorarle.</p>
<p>Ma direi di più, per sfuggire al rischio segnalato dall’autore occorre ritrarsi da ogni astrazione (il che non significa da ogni teoria), sapendo che il proprio di ogni cultura è quello di non essere identica a sé stessa (perché la sua stessa nozione è il risultato di una lotta provvisoriamente vinta, di una egemonia e delle sue necessarie astrazioni). Se questo è vero, essa stessa al suo meglio non si può dare senza l’altro da sé; senza specchiarsi in esso. Questa apertura <em>all’altro da sé</em> è, d’altra parte possibile perché il proprio sé, e quello con cui ci si specchia, <em>sono entrambi rimandi</em> di riflessi di ‘altro’<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn13">[13]</a>.</p>
<p>La ricerca vana di una mai presente purezza è, a fronte di ciò, solo un situarsi che nasconde una hybris. Ma tra le parole che fanno problema, con le quali chiude il testo, inserirei anche quella “universalismo”, se pure “storico” e sul cammino di un “apprendimento”. Il termine “storico” fa problema; in quanto nella mente occidentale è influenzato inevitabilmente dalla freccia del tempo, riletta nella tradizione escatologica ebraica e cristiana come cammino della salvezza e del compimento<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn14">[14]</a>. Varrebbe lasciarlo, insieme a quello ‘universalismo’. Non esistono valori, principi e culture universali, se non per effetto di una decisione, di un’imposizione. In primo luogo interna, volta a ridurre la pluralità e la storia dei conflitti che sono stati dati. A far tacere il suono dei morti.</p>
<p>Bisognerebbe allora con una sola mossa, doppia, dimenticare l’universalismo ma non la tensione all’apertura, per riattivare la voce dei morti (come proponeva Benjamin<a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftn15">[15]</a>) e riprendere la lotta. Ma una lotta nella quale si ha coscienza che, se è vero che il proprio modo di pensare è solo uno dei molti possibili che si danno e che si sono dati (e che si daranno), proprio per questo occorre leggerlo come plurale e provvisorio, effetto di dominazioni e di liberazioni. Restare quindi cosciente della differenza incolmabile, per tutti, tra interpretazione e verità, ma cercarla. Comprendere, infine, che la ricerca è possibile solo nel decentramento e se si coltiva lo stupore curioso per <em>l’apertura all’altro da sé</em>, possibile solo perché <em>anche il sé è un altro</em>. Un altro da scoprire.</p>
<hr />
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref1">[1]</a> – Poi ripreso in Sinistra in rete, “<a href="https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/28186-roberto-fineschi-osservazioni-in-calce-a-dibattiti-recenti-su-eurocentrismo-occidente-globale-giardini-e-giungle.html?">Osservazioni in calce a dibattiti recenti su eurocentrismo, ‘occidente globale’, ‘ giardini e giungle</a></p>
<p>’, 30 maggio 2024.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref2">[2]</a> – Roberto Fineschi, “<a href="https://www.lacittafutura.it/unigramsci/orientamenti-politici-e-materialismo-storico">Orientamenti politici e materialismo storico</a>”, in La città Futura, 11 gennaio 2020.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref3">[3]</a> – Alessandro Visalli, <em>Classe e partito</em>, Meltemi 2022.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref4">[4]</a> – Ad esempio in Alessandro Visalli, “<a href="https://tempofertile.blogspot.com/2024/02/a-partire-da-gershom-scholem-il.html">A partire da Gershom Scholem, ‘Il nichilismo come fenomeno religioso’, la questione dell’elitismo e del messianismo politico</a>”, Tempofertile, 18 febbraio 2024.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref5">[5]</a> – Chiamo con questa formula evocativa tutta quella galassia di nuclei di discussione, campi tematici e organizzazioni, ma anche individui più o meno isolati che sono alla ricerca di un posizionamento aggregante, muovendo dal comune di non sentirsi rappresentati e integrati (fisicamente, economicamente o emotivamente e intellettualmente) dallo stato delle cose presenti.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref6">[6]</a> – O, secondo il motto evangelico, il grano dalle zizzanie (Matteo 13, 24-30) o, in Dante, appunto, “il grano dal loglio” (Purgatorio ii; 124; Paradiso XII, 119).</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref7">[7]</a> – Si veda, Matteo Luca Andriola, <em>La Nuova destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoiste</em>, Paginauno 2019</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref8">[8]</a> – In esso differenzialismo, etnopluralismo e antiegualitarismo nel Grece, si unisce alla lotta all’universalismo e si fonda su antropologie come quella di Lorenz e Gehlen, a tendenze separatiste e comunitarie. Nel suo sviluppo produce idee largamente presenti nelle aree di opposizione contemporanee, quasi divenute senso comune, come quella di sostituire nella scelta del politico (ovvero dell’amico e del nemico) alle diadi ‘destra/sinistra’ quella ‘alto/basso’ di provenienza medioevale. Ed a partire dagli anni Ottanta avvia un dialogo con l’antiutilitarismo di Serge Latouche, il comunitarismo di Costanzo Preve, le critiche di Danilo Zolo. Ma anche con autori come i teorici angloamericani (o francocanadesi) come Alisdair MacInthyre, Michael Sandel, Charles Taylor e Christopher Lasch. Tutti pensieri ed autori indispensabili e personalmente frequentati.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref9">[9]</a> – Non ho obiezioni, se si prende per uno ‘sviluppo’, che parte con la conquista dell’America spagnola e portoghese, si estende in Oriente con i medesimi e gli olandesi e poi inglesi e, infine, innesca su questa ‘accumulazione primitiva’ – e le relative strutture ideologiche formate nel XVI secolo – l’industrialismo che gli fa fare un salto di scala e rappresenta la forma di quello che normalmente chiamiamo ‘modo di produzione capitalista’.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref10">[10]</a> – Per restare nel contesto esplorato nel mio <em>Dipendenza</em>, questa posizione, classicamente marxiana, ricorda il dibattito interno sul finire degli anni Novanta tra Immanuel Wallerstein, Samir Amin e Giovanni Arrighi, da una parte se pure con differenze, e Gunder Frank il quale sostenne in <em>Re-Orient</em> l’interconnessione sostanziale del mondo ben prima dell’insorgere del capitalismo, e dunque il venir meno della pertinenza di questa chiave interpretativa. Si tratta, in altre parole, di una posizione ben chiara ma non indiscutibile. Cfr Visalli, A., <em>Dipendenza</em>, Meltemi 2020.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref11">[11]</a> – Come capacità, idoneità in sé a conseguire un dato risultato.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref12">[12]</a> – Si veda Amartya Kumar Sen, “<a href="https://www.amacad.org/publication/indian-traditions-and-western-imagination">Indian traditions and western imagination</a>”, 1997; Amartya Sen, <em>La democrazia degli altri. Perché la libertà non è un’invenzione dell’Occidente</em>, Mondadori, Milano 2004; Amartya Sen, <em>L’altra India. La tradizione razionalista e scettica alle radici della cultura indiana</em>, Mondadori, Milano 2005.</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref13">[13]</a> – Riprendendo la critica di Derrida, per il quale il proprio di ogni cultura è di non essere identica a se stessa, ma anche ricordando che la nozione stessa di “cultura” (occidentale come ogni altra) è solo un’astrazione, il risultato di una lotta provvisoriamente vinta, di una egemonia. L’identità stessa è provvisoria e contaminata. Usando le parole di Vincenzo Costa, “ciò non significa che la cultura non ha una identità, ma semplicemente che una cultura può identificarsi solo attraverso l’altro; non vi è identità senza il gioco delle differenze” (Costa, V., <em>L’assoluto e la storia</em>, Morcelliana, Brescia, 2023, p.131)</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref14">[14]</a> – Si veda Jacob Taubes, <em>Escatologia Occidentale</em>, Quodlibet 2019 (ed. or. 1991).</p>
<p><a href="file:///F:/backup/varie/Blog/Post/Circa%20la%20questione%20dell'eurocentrismo.docx#_ftnref15">[15]</a> – Visalli, A., <em>Classe e partito</em>, op.cit., cap 2.</p>
<p><strong>Fonte: http://tempofertile.blogspot.com/2024/06/ancora-circa-la-questione.html</strong></p>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=8962</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Calvino è stato marxista. In memoriam</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=8661</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=8661#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Oct 2023 17:58:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[Marxismo]]></category>
		<category><![CDATA[PCI]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Fineschi]]></category>
		<category><![CDATA[URSS]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=8661</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Calvino è stato marxista. In memoriam di Roberto Fineschi Presento qui, in occasione della ricorrenza del centenario della nascita e in forma estremamente schematica, alcune idee che sto sviluppando in uno studio di carattere organico sulla “filosofia” di Italo Calvino che uscirà l’anno prossimo &#160; &#160; Italo Calvino è stato un grande intellettuale comunista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/storie13/2e1b5c63d8ebc0885332cd6c8be12563_XL.jpg.webp" alt="2e1b5c63d8ebc0885332cd6c8be12563 XL.jpg" width="300" height="210" data-src="/images/storie13/2e1b5c63d8ebc0885332cd6c8be12563_XL.jpg.webp" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Calvino è stato marxista. In memoriam</h1>
<h3>di Roberto Fineschi</h3>
<p>Presento qui, in occasione della ricorrenza del centenario della nascita e in forma estremamente schematica, alcune idee che sto sviluppando in uno studio di carattere organico sulla “filosofia” di Italo Calvino che uscirà l’anno prossimo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Italo Calvino è stato un grande intellettuale comunista e marxista. Se nella seconda fase della sua vita si allontanò da quelle posizioni, permanevano tuttavia importanti linee di continuità che permettono di ricondurlo nell&#8217;alveo di quella tradizione filosofica, politica, civile e morale.</p>
<p>* * * *</p>
<p>1. Italo Calvino, sanremese cui “capitò” di nascere a Cuba, è stata una figura di intellettuale tra le più grandi della storia italiana recente, tra i pochi con un ampio respiro internazionale e universalmente apprezzato per originalità e profondità. Viaggiatore del mondo, parigino di adozione, ebbe notoriamente forti legami con il territorio toscano: oltre a morire infaustamente proprio a Siena nel 1985, amò profondamente il litorale prossimo a Castiglion della Pescaia, scenario di alcune delle sue opere; vi passò per molti anni l’estate nella sua residenza immersa nella pineta di Roccamare e scelse la cittadina toscana come luogo per la propria sepoltura.</p>
<p>Al di là della memorialistica locale, mero pretesto per avviare il discorso, è altro il ricordo che vorrei rievocare. Se sempre viene a ragione ricordato il periodo della sua militanza politica diretta come membro del Partito Comunista Italiano &#8211; interrotta con le dimissioni del 1957 in seguito ai fatti ungheresi e alla timidezza con cui il PCI procedeva con la destalinizzazione -, meno frequentemente tale esperienza viene collegata a ragioni teoriche e filosofiche &#8211; oltre che, ovviamente, pratiche &#8211; che lo spinsero a questa adesione e che restarono vive ben al di là del fatidico ‘56.</p>
<p>Queste ragioni spingono a sostenere &#8211; questa la tesi &#8211; non solo che Calvino sia stato e rimasto comunista nell’arco della sua vita, ma che le sue posizioni possano essere identificate come “marxiste”, ovviamente intendendo con questo termine una adesione in senso ampio ad alcune linee di ragionamento derivate da Marx, sulle quali, pur mutando accenti e priorità, non ha mai cambiato idea. Ancora più arditamente credo si possa sostenere che, dieci anni prima della “crisi del marxismo” degli anni Settanta, Calvino ne avesse anticipato i tratti di fondo oggettivi e soggettivi e pure i vicoli ciechi di alcuni dei suoi esiti; ne trasse conseguenze pratiche coerenti dal suo punto di vista, con una sospensione di giudizio che non significò affatto fine della ricerca o assenza di posizionamento critico-intellettuale; si trattò piuttosto di una epochè attiva, inquirente, pungolo costante volto a stimolare la realtà per rendere visibile l’invisibile, dire il non detto. Credo si possa affermare che, in questo senso, non ci fosse intento più realistico del suo interesse per l’utopia e il mondo fantastico-invisibile.</p>
<p>In questa ricerca, che inizialmente pare prendere vie completamente diverse, si riannodano linee di continuità che paiono a me evidenti: il paradigma teorico su cui si era basato fino a quel momento non era ritenuto completamente sbagliato, ma <em>insufficiente</em> a pensare l’<em>accresciuta</em> complessità del reale. Se certi aspetti andavano ridimensionati, per altri versi si trattava di ampliarlo, ma a partire da basi non rinnegate. L’esplorazione del complesso reale, anche nella prospettiva di tale ampliamento, è quanto farà nel resto della sua vita. Se da una parte è evidente che nella seconda metà degli anni Sessanta, successivamente alla pubblicazione del saggio <em>L’antitesi operaia</em>[1] e agli sviluppi esposti in<em> Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio)</em>[2], Calvino ripensò profondamente le proprie posizioni “filosofiche”, pare però a me, dall’altra, che definire che cosa fosse lo “storicismo dialettico” con il quale fece i conti nel primo dei saggi menzionati sia parte integrante del problema; questa espressione è infatti quanto mai imprecisa e irrisolta ed è difficile stabilire, alla luce dello stato corrente degli studi, in che misura si possa avvicinare a spunti interamente hegeliani o marxiani. Rispetto alle determinanti fondamentali di quelle impostazioni, non ritengo che le linee generali del suo ragionamento deviassero così drasticamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. Questo “marxismo” di fondo, il legame contraddittorio di esso con il “comunismo” e con lo “stalinismo” e la progressiva distinzione di queste tre categorie è stato il retroterra di molte delle sue riflessioni, anche tarde, che più volte nella maturità lo hanno portato a riflettere sull’esperienza giovanile, sui suoi limiti ma anche sul suo valore. In questa nota, tra i molti, vorrei fare brevemente cenno a un articolo in cui riflette sullo “stalinismo” di quella generazione e dove riprende i termini del discorso dando almeno in parte il senso storico-culturale della continuità/discontinuità del Calvino fine anni Settanta. L’articolo si intitola significativamente con una domanda: <em>Sono stato stalinista anch’io?</em>[3]; a essa Calvino risponde coraggiosamente: “Sì, sono stato stalinista” (2836). Spiega:</p>
<p>“Per molti comunisti di «base» rimasti in attesa dell’ora X della rivoluzione, Stalin era la garanzia vivente che questa rivoluzione ci sarebbe stata […] C’era poi lo Stalin che diceva che il proletariato doveva raccogliere la bandiera delle libertà democratiche lasciata cadere dalla borghesia, e questo era lo Stalin la cui strategia serviva d’appoggio alla linea del partito di Togliatti, e sembrava corrispondere a una prospettiva di continuità storica tra la rivoluzione borghese e quella proletaria” (2836).</p>
<p>Calvino non si nasconde quanto “già” si sapesse su Stalin e confessa la sua reticenza del tempo a darne conto o ad ammetterlo; tutto ciò rientrava nel “pacchetto” Stalin: le possibili linea di divergenza e di criticità rispetto alle purghe e all’autoritarismo vivevano accanto ai principi suddetti senza soluzione di continuità. Nella propria autocomprensione Calvino può dunque affermare: “Tanto il mio stalinismo quanto il mio antistalinismo hanno avuto origine dallo stesso nucleo di valori” (2837). In sostanza:</p>
<p>“Lo stalinismo aveva la forza e i limiti delle grandi semplificazioni. La visione del mondo che veniva presa in considerazione era molto ridotta e schematica, ma all’interno di essa si riproponevano scelte e lotte per far prevalere le proprie scelte, attraverso le quali molti valori che si presumevano esclusi tornavano in gioco” (2839). Insomma: “lo stalinismo si presentava come il punto d’arrivo del progetto illuminista di sottomettere l’intero meccanismo della società al dominio dell’intelletto. Era invece la sconfitta più assoluta (e forse ineluttabile) di questo progetto” (2840).</p>
<p>Questo &#8211; oramai consapevole &#8211; rapporto contraddittorio emerge anche nell’apprezzamento e nella sostanziale condivisione da parte di Calvino del pragmatismo anti-ideologico staliniano, che però adesso Calvino capisce non essere stato autentico in Stalin, non trattandosi altro che di concessione di monarca, rispetto a una vera concretezza metodologica e pratica.</p>
<p>Pur con le sue criticità, l’idea di fondo era che l’URSS avesse raggiunto una saggezza suffragata dal travaglio storico della sua realizzazione:</p>
<p>“Proiettavo sulla realtà la semplificazione rudimentale della mia concezione politica, per la quale lo scopo finale era di ritrovare, dopo aver attraversato tutte le storture e le ingiustizie e i massacri, un equilibrio naturale al di là della storia, al di là della lotta di classe, al di là dell’ideologia, al di là del socialismo e del comunismo” (2841).</p>
<p>Ma fuori dal moralismo o dalla semplificazione storica, Calvino ammette che il suo stalinismo, nel bene e nel male, fu un momento di un processo storico complesso con i suoi tratti di necessità e i suoi ristretti margini di consapevolezza e autodecisione. Da ciò conclude il suo intervento con queste affermazioni:</p>
<p>“Se sono stato (pur a modo mio) stalinista, non è stato per caso. Ci sono componenti caratteriali di quell’epoca, che fanno parte di me stesso: non credo a niente che sia facile, rapido, spontaneo, improvvisato o approssimativo. Credo alla forza di ciò che è lento, calmo, ostinato, senza fanatismi né entusiasmi. Non credo a nessuna liberazione né individuale né collettiva che si ottenga senza il costo di un’autodisciplina, di un’autocostruzione, d’uno sforzo. Se a qualcuno questo mio modo di pensare potrà sembrare stalinista, ebbene, allora non avrò difficoltà ad ammettere che in questo senso un po’ stalinista lo sono ancora” (2842).</p>
<p>Il senso profondo di questa riflessione pare a me la consapevolezza non tanto dell’inconsistenza del retroterra filosofico-culturale del comunismo storico, ma quella delle sue insufficienze, dei suoi limiti e del suo necessario ripensamento, ma a partire da capisaldi che sono propri di quel pensiero e <em>che neppure lo spauracchio dello stalinismo riesce a scalfire nel suo profondo</em>. Non solo la legittimità di quella lotta storica comunista è rivendicata, ma anche un approccio metodologico individuale e collettivo e alcuni principi di fondo (razionalismo, storicità determinata, libertà possibile solo nella necessità, contraddizioni storiche, temi che qui posso evidentemente solo rievocare); tutti hanno una matrice marxiana che cercherò di mostrare a suo tempo nello studio annunciato.</p>
<p>Nella disfatta culturale postmodernista, nel cieco individualismo metodologico e morale dell’ideologia contemporanea, la voce di Calvino risuona come chiaro richiamo a una ben precisa tradizione storica, politica, culturale. Concludo ricordandolo con le sue stesse parole:</p>
<p>“Detto questo, rimango molto legato a certe caratteristiche che sono state l’immagine positiva del comunista, per me, e che mi hanno spinto a identificarmi con quel modello di vita… Lo spendersi per il bene comune, la disciplina interiore, l’affrontare le situazioni difficili, il senso della storia. Anche se oggi mi sarebbe impossibile darmi delle etichette politiche se non molto generiche, mi situo pur sempre in una storia che ha come spina dorsale il movimento operaio»[4].</p>
<hr />
<h6>Note:</h6>
<h6>[1] Originariamente apparso in “II menabò 7 &#8211; Una rivista internazionale&#8221;, Einaudi, Torino 1964. Ripubblicato in Una pietra sopra, Torino, Einaudi, 1980; ora in Italo Calvino, Saggi 1945-1985, a cura di Mario Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, pp. 127ss.</h6>
<h6>[2] Originariamente apparso col titolo <em>Cibernetica e fantasmi </em>in “Le conferenze dell’Associazione Culturale Italiana”, fase. XXI, 1967-68, pp. 9-23; successivamente, in un testo ridotto, col titolo <em>Appunti sulla narrativa come processo combinatorio</em>, in “Nuova Corrente”, n. 46-47, 1968. Raccolto infine in <em>Una pietra sopra</em>, Torino, Einaudi, 1980; ora in Italo Calvino, <em>Saggi</em>, cit., pp. 205ss.</h6>
<h6>[3] Originariamente apparso su “La repubblica” del 16-17 dicembre 1979 come contributo di un inserto dedicato al centenario della nascita di Stalin. Ora raccolto in Italo Calvino, <em>Saggi, </em>cit., pp. 2835 ss. (si cita da questa edizione).</h6>
<h6>[4] Calvino, <em>Il futuro che vorrei vedere</em>, «Nuova Gazzetta del popolo», 23 luglio 1978, p. 2.</h6>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=8661</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Marx e Hegel</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=8372</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=8372#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2023 18:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[G. Azzarà]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel F.]]></category>
		<category><![CDATA[Marx Karl]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Fineschi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=8372</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Marx e Hegel di Roberto Fineschi Trascrizione leggermente rivista della relazione dal medesimo titolo presentata al convegno internazionale “Marx e la tradizione filosofica” organizzato in occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx presso l’Università di Pavia, Dipartimento di Studi Umanistici – Sezione di Filosofia, dal Consorzio di Dottorato in Filosofia Nord-Ovest (FINO) e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/marx_e_hegel.webp" alt="marx e hegel" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Marx e Hegel</h1>
<h3>di Roberto Fineschi</h3>
<p><strong>Trascrizione leggermente rivista della relazione dal medesimo titolo presentata al convegno internazionale “Marx e la tradizione filosofica” organizzato in occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx presso l’Università di Pavia, Dipartimento di Studi Umanistici – Sezione di Filosofia, dal Consorzio di Dottorato in Filosofia Nord-Ovest (FINO) e dal Collegio Ghislieri (Pavia, 13-14 dicembre 2018).</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>§1</h3>
<p>Ringrazio innanzitutto per il gradito invito. È per me un vero piacere essere presente in questa conferenza, sia per il tema che per un risvolto personale: il mio maestro Alessandro Mazzone fu allievo del Ghislieri e, poiché il rapporto Marx-Hegel era uno dei temi a lui più cari, essere qui a parlarne un po&#8217;, confesso, mi emoziona.</p>
<p>L’argomento che mi è stato assegnato è ovviamente molto, troppo complesso per essere affrontato in 40 minuti; chi ha familiarità con l&#8217;opera di Marx sa benissimo come il rapporto con Hegel attraversi tutto lo sviluppo della sua produzione scientifica e come sia stato inevitabilmente al centro di vastissimi dibattiti nella tradizione successiva; inevitabilmente non potrò che essere sommario.</p>
<p>Vorrei partire proprio con un accenno alla ricezione, perché chi si avvicina a questo tema attraverso la letteratura critica onestamente non può che rimanere disorientato: si è praticamente sostenuto tutto e il suo contrario.</p>
<p>Si sono viste da una parte rotture radicali, quella più famosa è sicuramente la althusseriana, legata all&#8217;<em>Ideologia tedesca</em> oppure quella di della Volpe che la individuava invece ma nel <em>Manoscritto del &#8217;43</em>, ecc.; d&#8217;altro lato si trovano letture che sostengono una coerenza, una presenza costante di Hegel attraverso tutta l&#8217;opera di Marx, ma anche qui con accenti molto diversi e, paradossalmente, disorientanti: in alcuni casi l&#8217;enfasi è stata messa soprattutto sull&#8217;opera giovanile &#8211; Lucàks per es. tanto per fare qualche nome -, basando molto questa continuità sul concetto di alienazione (proprio nell’abbandono della quale Althusser invece vedeva il grande cambiamento). In questo orizzonte vanno annoverate anche le grandi letture continuistiche nel marxismo occidentale legate al concetto di feticismo, ecc.; insomma solo fare l&#8217;elenco di tutti i nomi richiederebbe probabilmente tutti i 40 minuti a mia disposizione. Oppure altre versioni dello hegelo-marxismo, invece di insistere sull&#8217;opera giovanile, hanno puntato sulla presenza nell&#8217;opera matura di categorie della logica hegeliana in un approccio più metodologico</p>
<p>In questo complesso dibattito inevitabilmente ci si appoggia a fasi, talvolta si evidenziano determinati passaggi della ricezione marxiana di Hegel a discapito di altri o si enfatizza la preminenza di un&#8217;opera rispetto ad altre. Nella mia ricerca ho cercato di basarmi soprattutto sulla nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, che, mi permetto di fare una piccola parentesi, in parte ridefinisce alcune delle loro opere tradizionali proprio da un punto di vista testuale: non cambiano solo le interpretazioni, ma diversi testi tradizionali che hanno una veste del tutto nuova. Faccio questa premessa perché alcune di queste opere sono proprio tra quelle più interessati per un’analisi del rapporto Marx-Hegel.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>§2</h3>
<p>Benché in particolare io mi sia occupato del <em>Capitale, </em>inizierei dai più importanti scritti &#8220;giovanili&#8221;, vale a dire i <em>Manoscritti del &#8217;44</em> e l<em>&#8216;Ideologia tedesca</em>, che alla luce della nuova edizione storico-critica vengono addirittura, in maniera un po&#8217; provocatoria, dichiarati non esistenti, prodotti creati dagli editori della prima <em>Marx-Engels-Gesamtausgabe</em> degli anni venti-trenta che, sull&#8217;entusiasmo dell&#8217;aver trovato alcuni materiali mancanti nel lascito marxiano, si son fatti prendere la mano e li hanno trasformati in opere. Nel caso dei <em>Manoscritti del &#8217;44</em>, le edizioni storiche hanno presentato ai lettori una versione tematica, cioè hanno riorganizzato vari materiali effettivamente scritti da Marx. Ovviamente non hanno scritto loro un testo dicendo che era di Marx, ma hanno utilizzato dei manoscritti marxiani riorganizzandoli in maniera tematica e dando l&#8217;idea che esistesse un&#8217;opera effettivamente progettata, quando in realtà si tratta di materiali di studio che vanno contestualizzati insieme a un&#8217;altra gamma di manoscritti dello stesso periodo che mostrano effettivamente il contesto di pura ricerca in cui furono scritti. Anche nel caso dell&#8217;<em>Ideologia tedesca</em>, non avremmo di fronte un&#8217;opera concepita, ma una serie di articoli sulla sinistra hegeliana, sulla cui base, a un certo punto, hanno iniziato a progettare un capitolo su Feuerbach &#8211; il primo dell&#8217;<em>Ideologia tedesca</em> tradizionalmente letta &#8211; che in realtà è quello editorialmente più costruito, in base a materiali incompleti e parziali che si erano accumulati. Per quanto riguarda <em>Il capitale, </em>il secondo e il terzo libro, anche qui pubblicati da Engels, sono testi che il curatore inevitabilmente ha dovuto “finire” per presentarli come opere compiute. Anche qui l&#8217;edizione critica mette a disposizione i manoscritti originali di Marx che, confrontati con l&#8217;opera stampa, inevitabilmente mostrano quanto lontani fossero da una compiutezza effettiva. Il mio progetto consiste nel rivisitare il rapporto tra Marx e Hegel anche alla luce di questi testi adesso finalmente disponibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>§ 3</h3>
<p>Venendo allo specifico del tema, Marx quando legge Hegel inevitabilmente lo fa con delle idee in testa e con degli obiettivi, ne dà quindi una lettura inevitabilmente selettiva e orientata. Questo per tagliare la testa al toro, perché si potrebbe a lungo discutere quanto l&#8217;interpretazione marxiana di Hegel sia filologicamente sostenibile; secondo me non è così difficile mostrare che è sostenibile fino a un certo punto. Su questo dirò alcune cose dopo, però di fatto Marx legge Hegel per pensare la propria filosofia, più o meno come hanno sempre fatto tutti, non è che in questo sia stato particolarmente originale; bisogna però averne consapevolezza, perché in base a questa lettura orientata, egli seleziona che cosa leggere.</p>
<p>Da un lato evidentemente Hegel è “il” filosofo quando Marx si confronta con lui; come emergeva anche dalle altre relazioni, è vero che legge Spinoza, però attraverso Hegel, legge il materialismo, però chiaramente c&#8217;è un&#8217;influenza di come lo legge Hegel, e via dicendo. Per questa generazione Hegel aveva detto un po&#8217; tutto quello che c’era da dire nella storia della filosofia e quindi guardavano a lui avendo in mente questa (discutibile quanto si voglia) idea.</p>
<p>Una delle prime letture significative è il <em>Manoscritto del &#8217;43 </em>sulla critica del diritto statuale hegeliano, testo fondamentale per es. nella tesi dellavolpiana, del galileismo metodologico. Quando ci confrontiamo con esso non si può non tener conto di quanto Marx già sapesse di economia politica, di quanto si fosse cimentato con quello che poi sarà il prodotto maturo della sua opera. La risposta è che non ne sapeva niente, ancora non l&#8217;aveva studiata. Quindi, la serie di problemi che ha in mente in questa fase non sono quelli che poi prevarranno nella maturità; non si può non tenerne conto nell’analisi della critica dei concetti politici espressi da Hegel in questo testo, della selezione marxiana di questi passaggi. Sicuramente la cosa è diversa per i <em>Manoscritti del &#8217;44</em>, paralleli ad altri manoscritti parigini che menzionavo prima; qui Marx inizia a studiare economia politica in Francia e gli estratti fatti da classici come Ricardo ecc. sono da traduzioni francesi. Lavoro e capitalismo sono adesso concetti forti nella sua mente e questo lo spinge a utilizzare un altro testo di Hegel che è <em>La fenomenologia dello spirito</em>; la limitazione non è solo relativa all’opera, infatti non la utilizza neppure tutta: è ossessionato dall&#8217;ultimo capitolo sul “sapere assoluto” che addirittura trascrive interamente. Notoriamente alienazione ed estraniamento sono tra i temi cardine di questo manoscritto e si capisce bene da dove vengano: da questo capitolo della <em>Fenomenologia dello spirito</em>; in una trentacinquina di pagine dell&#8217;edizione Suhrkamp vi si riscontrano ben 40 occorrenze, in ogni pagina c&#8217;è due volte. Prima ci si chiedeva: quanto è filologicamente legittimo interpretare Hegel sulla base del concetto di alienazione? Evidentemente poco, perché, se si fa un&#8217;analisi più generalizzata di questo concetto nella filosofia hegeliana nel suo complesso, quello che emerge è che è una categoria prettamente fenomenologica. Praticamente Hegel lo usa quasi esclusivamente nella <em>Fenomenologia dello spirito</em> e addirittura neanche in tutta l&#8217;opera ma solo in tre capitoli. Tra l’altro lo usa con significati non solo negativi, come prevalentemente sembrerebbe nell&#8217;opera marxiana. Anche qui ci troviamo di fronte a una lettura molto orientata, in cui Marx ha in mente l&#8217;idea di una nuova essenza umana, che è il lavoro, e che il processo di uscita da sé, rientro a sé, che lui vede così ben espresso nel capitolo sul Sapere assoluto va rigenerato alla luce di questo concetto sostanzialista e materialista, un po&#8217; di stampo feuerbachiano, che lui appunto reinterpreta con il concetto di lavoro come essenza dell&#8217;uomo (<em>Gattungswesen</em>). Questa lettura è stata la base di molte interpretazioni che poi hanno cercato anche un aggancio nell&#8217;opera matura, soprattutto ricollegando il concetto di lavoro alienato a quello di feticismo, tentativo non solo di filosofi ma anche di economisti. Ma non la faccio troppo lunga, i relativi riferimenti sono noti.</p>
<p>Il forte peso dato all’ultimo capitolo della <em>Fenomenologia dello spirito </em>spinge Marx a ignorare la complessa stratificazione enciclopedica, per cui “pensiero” non significa solo “pensante”, non solo “pensamento”, ma individua la dimensione del concetto, della natura e poi dello spirito cosciente di sé, e quindi dell&#8217;autocoscienza e via dicendo, come <em>momenti diversi </em>del dispiegamento della totalità<em>. </em>Marx tende invece, sulla scia dei suoi epigoni, ad appiattire questi livelli su quello di autocoscienza e a pensare a una sorte di “soggettone”, se mi consentite questa grossolana semplificazione, che invece di alienarsi, di estrinsecarsi e di rientrare in sé come categoria dello spirito lo fa come categoria del lavoro.</p>
<p>Altra influente ricezione è legata alla Filosofia della prassi che si basa soprattutto sulla lettura delle <em>Tesi su Feuerbach</em>. Queste 11 note, pubblicate solo dopo la morte di Marx in una versione rimaneggiata in maniera decisiva, hanno avuto un peso notevole, particolarmente in Italia attraverso la filiazione gramsciana. Anche questa è una questione molto interessante, perché Marx non ha mai utilizzato l&#8217;espressione &#8220;filosofia della prassi&#8221;, come non ha mai utilizzato l&#8217;espressione &#8220;materialismo storico&#8221;. Il ritorno ai testi si legittima, non perché sia impossibile dedurre queste interpretazioni, ma perché la precisione filologica ci aiuta anche a ripensare queste tradizioni. Quella della filosofia della prassi letta come chiave del rovesciamento hegeliano è una questione molto spinosa che sarebbe oggetto di una relazione a sé.</p>
<p>Altra opera in cui emerge una rilettura sostanziale del dettato hegeliano è la <em>Miseria della filosofia</em>.  In un celebre passo sul metodo hegeliano, Marx parla di tesi, antitesi e sintesi, categorie che, se andiamo effettivamente a leggere le pagine sul metodo di Hegel, riscontriamo che, a dispetto di molti manuali in circolazione, non ci sono affatto… Come dire: sembra anche qui trattarsi di una lettura “culturale”, ispirata da un ambiente in cui si pensava che fosse proprio così.</p>
<p>Secondo me il complesso della visione di Marx fino a questo punto si articola sostanzialmente in alcuni concetti fondamentali che sono i seguenti: egli pensa sostanzialmente che Hegel sia una sorta di spiritualista in cui la dimensione diciamo soggettiva del pensiero non è tanto ben distinta da un&#8217;ontologia del pensiero, e quindi la dimensione della filosofia dell&#8217;autocoscienza prevale sulla strutturazione ontologica enciclopedica complessiva (irriducibile alla mera autocoscienza). Interpretato Hegel in questi termini, Marx ritiene che egli sbagli perché proietterebbe su di un livello astratto-spiritualistico le dinamiche reali della produzione e riproduzione umana, una sorta di trasfigurazione mentale dei processi obiettivi e in questo senso tutta da combattere. Nella <em>Sacra Famiglia</em> c&#8217;è un altro celeberrimo passo sul “frutto”, che dalla sua astratta “fruttità” si determina come frutti particolari; qui Marx scimmiotta chiaramente in maniera sarcastica la processualità hegeliana del concetto che dall&#8217;astratto si determina come concreto ecc. ecc. La forte ironia, lo spirito dissacratorio e caustico di Marx fanno pensare a un giudizio largamente negativo su Hegel, sia nel merito ma anche nella metodologia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>§ 4</h3>
<p>Su alcuni di questi aspetti Marx non cambierà mai idea. Dal 1857 però qualcosa succede e questo va notato non per proporre un’altra rottura alternativa alle precedenti. L’elemento da mettere in evidenza grazie all&#8217;edizione critica è che a partire dal 1857 Marx inizia a scrivere in maniera molto più convinta e sistematica la propria teoria del modo di produzione capitalistico. Questo ovviamente non significa che prima non si fosse occupato di economia, bisogna però prendere atto che fino a quel momento non aveva mai cercato di strutturare e articolare in maniera complessa una teoria propria. Questo è un processo che andrà avanti fino alla morte e resterà incompiuto. In particolare fino al 1865 scrive tre grandi manoscritti: uno noto come <em>Grundrisse,</em> redatto nel periodo 1857/8 (nel 1859 pubblica <em>Per la critica dell&#8217;economia politica</em>, che in teoria doveva essere la prima parte della sua opera); però una volta che lo finisce inizia a scriverne la continuazione, ma questo manoscritto a un certo punto diventa di nuovo un manoscritto di ricerca, il <em>Manoscritto 61-63</em>, che è quello che contiene le <em>Teorie sul plusvalore </em>come parte centrale, in cui riprende vari temi che aveva già trattato nello scritto precedente, ma anche temi nuovi, che non aveva esplicitamente considerato.</p>
<p>Una volta finito questo secondo manoscritto pensa di aver capito come scrivere effettivamente <em>Il capitale, </em>e redige un terzo grande manoscritto secondo lo schema dei tre libri nel periodo 1863-65: processo di produzione, di circolazione e configurazione complessiva. Quando finisce anche questo finalmente pensa di poter scrivere <em>Il capitale </em>in bella. Marx era un eterno insoddisfatto e quindi scriveva e riscriveva. Nel 1867 esce la prima edizione tedesca del <em>Capitale </em>che, ovviamente, trova inadeguata, e quindi ne fa altre. Complessivamente, lui vivo, escono due edizioni tedesche del primo libro, l&#8217;edizione francese, e poi lavora regolarmente al secondo libro e pochissimo al terzo, entrambi restano incompiuti. In quest&#8217;ultima fase però si mette a studiare di tutto, dall&#8217;agronomia alla matematica, nella quarta sezione della MEGA stanno pubblicando i lavori e gli estratti di questo periodo; è veramente impressionante lo sterminato campo di interessi che sviluppa Marx in questo periodo.</p>
<p>Nell’elaborazione della teoria del modo di produzione capitalistico alcuni hanno visto l&#8217;evidenza della rottura famosa di cui sopra, in cui Marx diventerebbe scienziato e non sarebbe più hegeliano o filosofo, non più teorico dell&#8217;alienazione dell&#8217;essenza umana. Altri hanno visto invece qui il luogo in cui effettivamente Marx è hegeliano, in cui l&#8217;evidente presenza di tutta una serie di categorie chiaramente derivate dalla <em>Scienza della logica</em> mostrerebbero che la metodologia adottata da Marx è quella di Hegel nella maniera più cogente, più forte. Tuttavia anche qui, pur assumendo quest’ultima prospettiva per cui effettivamente Hegel e la sua dialettica sarebbero presenti nel <em>Capitale</em> da un punto di vista metodologico, si riscontrano divisioni: alcuni sostengono che solo nei <em>Grundrisse</em> o nelle prime opere di questa ampia elaborazione ci sarebbe effettivamente una sistematica hegeliana, mentre man mano che va avanti, Marx ridurrebbe la dialettica. Altri invece hanno cercato di dimostrare attraverso delle tavole sinottiche come l’articolazione della teoria di Marx corrisponderebbe esattamente a sezioni, capitoli della <em>Scienza della logica,</em> mettendo in parallelo le due strutture. Anche qui il dibattito è molto ampio. Chi fa forza su questa interpretazione di coerenza metodologica in genere menziona sempre la lettera che Marx scrive ad Engels nel gennaio del 1858, mentre sta redigendo i <em>Grundrisse,</em> dove afferma che per puro caso ha risfogliato <em>La scienza della logica</em> e che questo gli è stato molto utile; aggiunge che prima o poi avrebbe scritto un libercolo dove si sarebbe mostrata l’essenza del metodo dialettico. Gli altri due passi che in genere si menzionano in questo contesto sono il capitolo sul metodo della cosiddetta introduzione ai <em>Grundrisse</em> e la postfazione alla seconda edizione tedesca del <em>Capitale</em> in cui, nel caso della postfazione esplicitamente, Marx dice nero su bianco che il suo metodo è il metodo dialettico e che Hegel è sicuramente suo maestro in questo senso, salvo poi mettere le mani avanti aggiungendo una differenza fondamentale: Marx è materialista mentre Hegel è idealista, bisogna dunque trovare il nocciolo razionale della dialettica hegeliana. Ora, trovare questo nocciolo razionale è appunto quello che ha scatenato l’infinito dibattito parzialmente sopra esposto in cui si rischia di perdersi. In quest&#8217;ultima parte cercherò di spiegare secondo me come si può andare nella direzione dell&#8217;individuazione di questo nocciolo razionale.</p>
<p>Da un lato, a chiunque abbia un minimo di familiarità con Hegel, pare onestamente innegabile una massiccia presenza di categorie della <em>Scienza della logica</em> nella teoria del <em>Capitale. </em>Per fare solo un paio di esempi, Marx nei <em>Grundrisse</em> scrive vari specchietti di come lui avrebbe articolato la teoria; per organizzare la materia usa le categorie di universale, particolare e singolare evidentemente mutuate dalla teoria hegeliana del giudizio e del sillogismo. Quando parla della concorrenza dei capitali, esplicitamente parafrasa i paragrafi dell&#8217;uno-molti, attrazione e repulsione della <em>Logica dell&#8217;essere.</em> Esplicitamente parla di attrazione e repulsione, uno-molti. Parlando del concetto di capitale, inserisce la distinzione tra capitale diveniente e capitale divenuto, di nuovo sono concetti che vengono dalla teoria concetto di Hegel. Alcuni dicono che questo vale solo per i <em>Grundrisse, </em>ma in realtà tali categorie sono ben presenti anche nell&#8217;opera pubblicata. Se si guarda lo sviluppo dell&#8217;equivalente nella teoria della forma di valore si ha la triade singolare-particolare-universale &#8211; qui le vecchie traduzioni italiane e sono un po&#8217; fuorvianti, perché talvolta traducono singolare con individuale e universale con generale. Sono di nuovo categorie della teoria del sillogismo e del giudizio della logica. In un passo della critica dell&#8217;economia politica, Marx parla del processo di circolazione come di un sillogismo. Lo sviluppo della contraddizione di valore e valore d’uso interna alla merce praticamente ricalca la struttura dei paragrafi della teoria hegeliana della contraddizione. Negare che questo patrimonio concettuale venga da Hegel significa negare l’evidenza.</p>
<p>Concesso questo, l&#8217;errore secondo me sarebbe pensare però semplicemente, come è stato fatto, al calco, cioè ipotizzare che ci sia una sorta di speculare simmetria fra le due strutture; ciò sarebbe la cosa meno dialettica che si possa concepire: secondo l&#8217;impostazione hegeliana, in realtà il sistema è concepibile solo come <em>Auslegung der Sache selbst</em>, svolgimento della cosa stessa (in cui il genitivo è tanto soggettivo che oggettivo); se invece ci limitiamo a riprodurre una struttura astrattamente, formalisticamente dialettica perché così “suona”, ma senza che ciò corrisponda all&#8217;intrinseca necessità dialettica della teoria stessa, produrremmo la negazione della dialettica. Nella famosa lettera che menzionavo prima a Engels è esattamente questa la critica che Marx rivolge a Lassalle: dice che egli vorrebbe fare un&#8217;opera dialettica ma avrebbe capito lui stesso la differenza tra applicare schematicamente categorie a un contenuto esterno o arrivare al punto di poter sviluppare la dialettica del contenuto stesso. In realtà è una critica che in qualche modo richiama quella del 1843 rivolta a Hegel: secondo Marx, Hegel avrebbe applicato al tema della filosofia del diritto un&#8217;astratta logica a sé stante, senza mostrare invece la dialettica intrinseca al sistema del diritto (“la logica specifica dell’oggetto specifico”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>§ 5</h3>
<p>Nella teoria del capitale, Marx cerca di svolgere la cosa stessa, sviluppare la sua dialettica intrinseca, la logica specifica dell’oggetto specifico, non applicare la dialettica a un qualcosa di dato. Sembra dunque un hegelismo metodologico in senso forte, in cui la teoria del capitale si costruisce nell&#8217;articolazione dell&#8217;intrinseca razionalità a partire dal concetto di merce per giungere a credito e capitale fittizio come suo culmine. Questo permette secondo me di mostrare anche come Marx abbandoni quelli che inizialmente erano effettivamente degli schematismi, per esempio l’articolazione in universale, particolare e singolare che menzionavo sopra: quando la redige la usa un po&#8217; a priori, schematicamente; per ordinare il materiale pensa a questa astratta struttura e ci mette dentro vari passaggi. In realtà quando poi scrive effettivamente la teoria apporta delle modifiche proprio perché lo svolgimento della cosa stessa lo richiede. Se si vanno a seguire le trasformazioni tra le prime versioni e le versioni &#8220;finali&#8221;, si vede come esse rendano più coerente la struttura dialettica che altrimenti sarebbe risultata schematica.</p>
<p>Se metodologicamente Marx è coerente con Hegel, che cosa intende quando lo critica? Marx capisce benissimo che chi ha letto Hegel e poi legge il suo libro non può non vedere la filiazione e per questo è lui il primo ad aver paura di essere accusato di hegelismo.  Nella prima edizione tedesca del <em>Capitale </em>addirittura nelle note fa esplicito riferimento alle categorie di <em>Formgehalt </em>e <em>Forminhalt</em>, insomma nella cultura del tempo la conoscenza di Hegel era così comune che non poteva non saltare agli occhi in maniera evidente di quanto stesse utilizzando categorie hegeliane. Questo mettere le mani avanti è dire che metodologicamente egli seguisse l&#8217;intrinseca necessità dialettica, il metodo dialettico, però ciò non implicasse che fosse uno spiritualista era per intendere quanto poi afferma esplicitamente: pensare concettualmente (il metodo dialettico) non è il modo in cui il mondo si crea &#8211; perché è questo che loro pensavano di Hegel, cioè loro pensavano che il processo di produzione concettuale della realtà fosse la realtà stessa -, ma il modo in cui viene ricreata nel pensiero una realtà esterna preesistente. In questi stessi termini si esprime anche in un passo dei <em>Grundrisse,</em> in cui addirittura afferma che successivamente sarebbe stato meglio cancellare la forma di esposizione dialettica per non essere preso per uno hegeliano spiritualista. Marx, sulla scia della cultura del tempo, pensava questo di Hegel; questo oggi non pare più sostenibile.</p>
<p>Questo giudizio su Hegel come una sorte di spiritualista è sicuramente un punto di continuità con la lettura giovanile; la discontinuità sta invece nel forte apprezzamento del metodo, che viene addirittura dichiarato l’unico veramente scientifico: rivaluta la forza della concettualizzazione dialettica come strumento di comprensione della realtà. Per differenziare la sua posizione rispetto a Hegel, Marx afferma che la dialettica è il processo di ricostruzione della realtà nel pensiero e che come tale esso è solo un momento del conoscere; prima è stato preceduto da un processo di ricerca che permette di analizzare la realtà fino a individuare le categorie fondamentali sulla base delle quali si potrà farne la concettualizzazione. La riformulazione del metodo dialettico in chiave anti-hegeliana che Marx propone risulta più hegeliana dopo la “correzione” di quanto non fosse prima e di quanto egli stesso non credesse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>§ 6</h3>
<p>Un&#8217;altra accusa dalla quale Marx vuole sicuramente difendersi, e concludo, è quella di teleologismo. Era un&#8217;altra delle critiche che tradizionalmente veniva rivolta a Hegel: la storia avrebbe un corso predeterminato che tende in maniera deterministico-finalistica verso un culmine. Marx teme che si possa dire la stessa cosa di lui e affronta la questione ponendo il tema dei “limiti del metodo”. Che cosa intende parlando di questi limiti? Se la teoria del materialismo storico, anche se egli non usa questa espressione, implica una dinamica di sviluppo per cui determinati processi storico-sociali vanno avanti in forza di una meccanica che non è semplicemente individuale ma per certi aspetti sovraindividuale, nella quale gli individui si trovano ad essere soggetti operanti ma non necessariamente coloro che indirizzano il corso finale, se c&#8217;è una necessità storica, motorietà storica che va avanti di per sé, si potrebbe allora sollevare lo stesso tipo di accusa, nel senso che sembrerebbe come se la storia andasse da qualche parte.</p>
<p>I limiti del metodo sembrano la risposta a questo tipo di critica: Marx intende che la ricostruzione scientifica di un&#8217;epoca storica non permette generalizzazioni arbitrarie, cioè non di estendere automaticamente le leggi che valgono in una determinata epoca storica, alla meccanica storica in generale. In altri termini i punti di partenza del modo di produzione capitalistico non sono spiegabili a partire dalla teoria del modo di produzione capitalistico stesso. Ciò implica che ci siano delle rotture storiche, che non consentono di tracciare una storia universale finalistica in astratto, ma impongono piuttosto che, epoca per epoca, questo processo vada ripensato sulla base degli sviluppi storici correnti di ciascuna epoca. Qualcuno, insistendo su questo concetto, ha parlato di “metodo revocabile”, valido limitatamente al modo di produzione che all’interno del quale si è dato, vale a dire che la scienza di questa epoca storica corrente non può essere la scienza di altre epoche storiche.</p>
<p>Se si va a vedere quanto Marx afferma delle altre epoche storiche, la delusione è cocente: scrive molto poco e, soprattutto, funzionalmente al modo di produzione capitalistico; dato che il modo di produzione capitalistico ha dei presupposti, sembra studiare come essi si siano formati. Determinare questi punti di partenza e quelle tendenze non significa elaborare una teoria di altri modi di produzione, né feudale, né schiavistico, ecc. Se ciò vale per il passato, si applica ovviamente anche a come il modo di produzione presente sia la possibile premessa di uno futuro: sulla base di queste stesse premesse metodologiche, la società futura potrà essere teorizzata solo una volta che la struttura essenziale si sarà data realmente e sarà quindi possibile ripensarla a posteriori.</p>
<p>Se ho solo rievocato un complesso ambito di tematiche, mi premeva sottolineare come tutto ciò possa essere di nuovo studiato e criticamente indagato solo sulla base di una forte testualità e della sua coerenza complessiva. Si possono infatti prendere pezzi di Marx per farne altre cose, ma nella prospettiva di chi vuole ricostruire il percorso marxiano nei suoi termini propri perché si ritiene il suo discorso un paradigma scientifico ancora adeguato a pensare il presente, la strada maestra è ancora quella della ricostruzione.</p>
<p>* * * *</p>
<h6>Quanto qui esposto è una sintesi delle conclusioni cui sono giunto dopo un ventennio di studi. Chi volesse approfondire in maniera analitica i temi qui solo evocati, può consultare le seguenti pubblicazioni a loro volta sono ricche di rimandi bibliografici.</h6>
<h6>R. Fineschi, <em>Marx e Hegel. Contributi a una rilettura</em>, Roma, Carocci, 2006.</h6>
<h6>&#8212;-, <em>La logica del capitale. Ripartire da Marx</em>, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 2021.</h6>
<h6>&#8212;-, <em>Tempo e storia nelle Formen. Riflessioni sul materialismo storico</em>. In: <em>Karl Marx (1818-2018): eredità e prospettive</em>, a cura di G. Sgro&#8217; &#8211; I. Viparelli. p. 95-108, Napoli, La Città del Sole, 2021.</h6>
<h6>&#8212;-, <em>“Astrazione reale”. Un tentativo di ricostruzione filologica</em>. In: <em>Soggettività e trasformazione. Prospettive marxiane</em>. Roma, Manifestolibri, 2021.&#8212;, <em>Critica tra Marx e Hegel</em>. “Revista dialectus”, vol. 9, 2020, p. 189-201.</h6>
<h6>&#8212;-, L&#8217;ideologia tedesca <em>dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2)</em>, in “Historia Magistra”, vol. XI, 2019, p. 89-104.</h6>
<h6>&#8212;-, <em>Note provvisorie per una teoria della Rivoluzione</em>, in: (a cura di): Stefano G. Azzarà, <em>Rivoluzioni e restaurazioni, guerre e grandi crisi storiche: cento anni dall’ottobre russo (parte prima)</em>, vol. III, 2018, p. 43-53.</h6>
<h6>&#8212;-, <em>Un nuovo Marx. Interpretazione e filologia dopo la nuova edizione storico-critica</em>, Roma, Carocci, 2008.</h6>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=8372</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Critica&#8221; tra Hegel e Marx</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=6800</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=6800#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 18:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Bauer]]></category>
		<category><![CDATA[Critica]]></category>
		<category><![CDATA[Diderot]]></category>
		<category><![CDATA[Feurbach]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Fineschi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=6800</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Critica&#8221; tra Hegel e Marx di Roberto Fineschi1 Abstract: Marx fa largo uso del termine “critica”, che è presente nel titolo di varie sue opere. In questo articolo cercherò di ricostruire lo sviluppo e i cambiamenti di significato di questo termine nelle diverse fasi dell’indagine di Marx. Mi concentrerò sulle fonti dirette, come il dibattito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/11/i332622.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6801" title="i332622" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/11/i332622.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1><strong>&#8220;Critica&#8221; tra Hegel e Marx</strong></h1>
<h3></h3>
<h3>di Roberto Fineschi1</h3>
<p><strong>Abstract</strong>: <em>Marx fa largo uso del termine “critica”, che è presente nel titolo di varie sue opere. In questo articolo cercherò di ricostruire lo sviluppo e i cambiamenti di significato di questo termine nelle diverse fasi dell’indagine di Marx. Mi concentrerò sulle fonti dirette, come il dibattito “critico” tedesco durante il Vormarz, e su autori come Straufi, Bruno Bauer, Feuerbach. Certamente Hegel è un punto di riferimento privilegiato dell’approccio filosofico di Marx. Mostrerò come Marx si sia spostato lentamente da un significato specifico del termine “critica” che era predominante durante il Vormarz per approssimarsi alla posizione hegeliana</em></p>
<p>È noto che Marx fa largo uso del termine “critica”. Esso è presente nel titolo di varie sue opere e non è quindi un caso che l’attenzione si sia concentrata su di esso. In questo articolo si cercherà di contribuire alla ricostruzione della sua storia interna e della sua origine nella tradizione filosofica anteriore. Essendo Hegel uno dei filosofi di riferimento privilegiati di Marx, si indagherà anche in questo autore il significato del termine per vedere a quale uso specifico di critica Marx si avvicini di più. Si vedrà del resto come il ruolo e la funzione della critica cambino nel corso della sua maturazione teorica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1. Critica è un termine dall’uso diffusissimo nel dibattito intellettuale dall’illuminismo in poi. Qui fa da generale ed emblematico punto di riferimento la ricca, articolata e programmatica voce “Critique” nella <em>Encyclopédie</em> di Diderot e D&#8217;Alembert scritta da Marmontel (1754, vol. IV, pp. 490a-497b). Riviste critiche, biografie critiche, approcci critici, per non parlare ovviamente del criticismo kantiano, inondano la produzione letteraria e pubblicistica al punto che non è affatto semplice individuare un significato univoco del termine. Il tema è così complesso che non può certo essere oggetto di questo saggio; ci si limiterà in questa sede a indicarne alcune interpretazioni specifiche che reputo rilevanti per Marx ed il suo rapporto con Hegel.</p>
<p>Vediamo la lista di titoli significativi di pugno di Marx in cui compare il termine “critica”:</p>
<ol>
<li><em>Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung</em> (Parigi 1844).</li>
<li><em>Die heilige Familie oder Kritik der kritischen Kritik</em> (Francoforte sul Meno 1845).</li>
<li><em>Die deutsche Ideologie (Kritik der neuesten deutschen Philosophie in ihren Reprasentanten Feuerbach, B. Bauer und Stirner, und des deutschen Sozialismus in seinen verschiedenen Propheten</em> (1845/6) (anche se non era il titolo vero e proprio).</li>
<li><em>Zur Kritik der politischen Okonomie</em> (Berlino 1859).</li>
<li><em>Das Kapital. Kritik der politischen Okonomie</em> (Amburgo 1867).</li>
</ol>
<p>Si tratta in particolare di comprendere come e perché in 5 il termine “critica” sia presente solo come sottotitolo rispetto al piano originario marxiano nel quale esso era invece nel titolo (4). È importante enfatizzare questo aspetto perché in parte del dibattito recente si insiste molto nel definire il progetto marxiano come critica dell’economia politica.2 Se ovviamente la dimensione critica del progetto marxiano è di rilievo, tuttavia, considerarla la chiave di esso può essere fuorviante. Infatti, il fatto da spiegare è che, nella formulazione finale, Marx <em>non </em>ponga più l’enfasi principale sulla critica, come è chiaramente testimoniato nella sua <em>riduzione</em> a sottotitolo. Abbiamo evidenza testuale del momento in cui Marx prese questa decisione; si tratta di una lettera a Kugelmann, molto significativa per la periodizzazione del lavoro al <em>Capitale:</em></p>
<p>È la continuazione del fascicolo I [Per <em>la critica dell’economia politica],</em> ma compare come opera a sé sotto il titolo “Il capitale” e “Per la critica dell’economia politica” solo come sottotitolo (Marx ed Engels, 1973b, p. 695).</p>
<p>Questo il termine <em>ad quem.</em> Si tratta adesso di capire che cosa Marx intenda con critica attraverso queste diverse fasi e, alla fine, a quale tradizione si riannodi via via che procede nella sua riflessione.</p>
<p>Il contesto culturale di riferimento più diretto è ovviamente quello del periodo della sua formazione ed in particolare il <em>Vormarz.</em> Il modello di titolo che inizia con “Kritik “ si riscontra ovviamente già prima di questo periodo, ma la cosa rilevante è che esso è significativamente usato da due autori molto importanti nella formazione di Marx: Bruno Bauer e Ludwig Feuerbach. Così iniziano tre titoli di opere fondamentali di Bauer: <em>Kritik der Geschichte der Offenbarung,</em> (Berlino 1838), <em>Kritik der evangelischen Geschichte des Johannes</em> (Brema 1840) e <em>Kritik der evangelischen Geschichte der Synoptiker</em> (Lipsia 1841— 1842) e con “Zur <em>Kritik</em>’ due tra le opere più note di Feuerbach: <em>Zur Kritik der positiven </em><em>Philosophie&#8217;</em> (1838) e <em>Zur Kritik der Hegelschen Philosophie</em> (1839). Prima di procedere a una breve ricognizione del significato di critica in questi autori, non si può non ricordare un’altra opera estremamente influente che fa un po’ da detonatore agli intensissimi dibattiti di quel periodo, vale a dire la <em>Vita di Gesù</em> - ovviamente <em>trattata “criticamente ”</em> - di StrauB <em>(Das Leben Jesu, kritisch bearbeitet.</em> Tubinga 1835/1836); da ricordare infine l’opera di Baur, maestro di StrauB, e, in generale, della scuola di Tubinga. Va da sé che anche costoro intendono la propria indagine come critica. In termini più generali, il contesto filosofico del tempo vede evidentemente campeggiare la figura di Hegel la cui opera fa da sfondo alla maggior parte di queste discussioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. Procediamo in ordine cronologico con la <em>Vita di Gesù</em> di StrauB, <em>trattata criticamente, </em>come precisa il sottotitolo. Come è noto essa diede vita a roventi polemiche alle quali StrauB rispose ampiamente. Delle sue repliche raccolte in volume (StrauB 1837a), due sono di particolare interesse, perché egli precisa la sua posizione “critica” in primo luogo rispetto a Hegel (StrauB 1985)3 e, in secondo, rispetto a Bruno Bauer (StrauB 1837b); questi aveva scritto una lunga recensione dei due volumi dell’opera (Bauer 1835/6).</p>
<p>L’opera di StrauB era stata duramente attaccata non solo intellettualmente, ma anche politicamente; nel suo rifiuto del soprannaturale e nella riduzione di Cristo a personaggio storico si erano volute trovare le estreme conseguenze della posizione di Hegel, per il quale la religione non espone scientificamente il vero, ma lo rappresenta. Ciò aveva spinto alcuni interpreti a una lettura implicitamente critica nei confronti della rivelazione e della religione istituzionale, inclusa la sua funzione politico-sociale, che poteva essere trattata alla stregua di una verità in forma di mito e, facendo un passo in più, a un mito della verità, e quindi sostanzialmente inutile, o addirittura perniciosa, in quanto mascherava la verità, la rendeva aliena, e quindi era superata dalla filosofia, dove superare suonava più come eliminare che come togliere e conservare. Gli hegeliani conservatori, per salvare Hegel da queste accuse, tentarono di prendere le distanze da StrauB, sostenendo che il suo approccio non poteva essere considerato hegeliano. È interessante vedere come StrauB risponda, perché ciò gli dà modo di precisare la sua posizione sul concetto di “critica”, considerato chiave della questione.</p>
<p>Nella sostanza, StrauB riconosce che la sua non è una posizione hegeliana, ma che tale posizione non è inconciliabile con lo sostanza di quella filosofia. Egli afferma che, quando gli hegeliani dicono che a Hegel il suo libro non sarebbe piaciuto, hanno ragione, perché a Hegel non piaceva la <em>critica storica</em>; c’è qui un esplicito riferimento a Niebuhr come figura eminente dell’atteggiamento critico, al quale notoriamente Hegel non risparmiava rilievi per la sua illusione di poter ridurre lo spirito del tempo ai fatti e credere di poter capire il senso della storia passata mostrando il carattere fantasioso della sua autocomprensione. Il riferimento a questo tipo di critica veniva a StrauB dalla sua formazione nella Scuola di Tubinga ed in particolare dal suo maestro Baur.4 Per StrauB quella hegeliana non è neppure la “critica” di Kant o Fichte che essi applicavano anche alla religione e alla morale, mentre Hegel, sulla scia di Schelling, ne considera il carattere “positivo”. Quindi Hegel è anche contro questo “criticismo”. Mentre però le differenze tra Schelling e Hegel fanno sì che il primo resti lontano dalla Critica, le stesse differenze riportano Hegel vicino a essa, in particolare con la <em>Fenomenologia</em> che è Critica della coscienza. StrauB fa un parallelo tra la <em>sinnliche Gewissheit</em> punto di partenza della <em>Fenomenologia</em> e la <em>glaubige Gewissheit,</em> punto di partenza della conoscenza religiosa, da sottoporre appunto a critica. Il risultato della <em>Fenomenologia</em> hegeliana non è più l’immediato come si dava, in quanto il processo delle mediazione lo ha trasformato. Quell’immediato come tale non può essere considerato l’assoluto. Stessa cosa vale per la teologia speculativa: la fede immediata, il fatto, non può essere preso come l’assoluto, ma l’accadere universale è il risultato finale del processo di mediazione. Qui si colloca il punto di contatto tra la filosofia hegeliana e la critica teologica:</p>
<p>Dunque non se <em>sia effettivamente accaduto</em> ciò che raccontano i vangeli può essere deciso dal punto di vista della filosofia della religione, bensì solo se in virtù della verità di certi concetti <em>debba</em> essere accaduto necessariamente o no. A questo riguardo è ora mia convinzione che non segua affatto dalla posizione generale della filosofia hegeliana un’affermazione sulla necessità di un tale essere accaduto, bensì proprio quella posizione pone questa storia, dalla quale si prendono le mosse come da un immediato, come un qualcosa di indifferente, che <em>potrebbe</em> essere accaduto come no; la decisione su ciò semplicemente deve essere rimessa alla critica storica (StrauB, 1985, p. 61. Trad. RF).</p>
<p>E quindi aggiunge:</p>
<p>Se ora questa unione in Cristo abbia avuto luogo può essere deciso solo storicamente, non filosoficamente; allo stesso modo, che, in un qualche momento, un siffatto uomo debba in genere comparire nella storia non si lascia dimostrare a priori (StrauB, 1985, p. 66. Trad. RF).</p>
<p>In conclusione, la critica di StrauB, il metodo storico-critico che si può far risalire a Niebuhr, non è quello hegeliano. Essi però non sono in contraddizione ed è possibile trovare un punto di contatto coerente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Senza entrare nel merito e nelle minuziose polemiche tra StrauB e Bruno Bauer sulla figura di Cristo, si può considerare il secondo come il campione di quella tendenza sopra indicata, vale a dire quella che reputava di poter portare alle estreme conseguenze gli assunti hegeliani presentando iperbolicamente Hegel addirittura come l’anticristo. Questo almeno lo spirito di una delle sue opere più celebri, <em>Die Posaune des Jungsten Gerichts uber Hegel den Atheisten undAntichristen. Ein Ultimatum</em> (Lipsia 1841). La tesi di fondo dell’esegesi neotestamentaria di Bauer, sviluppata nelle sue celebri critiche sopra menzionate e in opere successive, è che la storicità della figura di Cristo non è dimostrabile, ma che questo non è il punto filosoficamente rilevante. La sua figura è di natura puramente letteraria, tuttavia la religione cristiana in particolare e la religione <em>tout court</em> non sono certo vere e storicamente effettuali in virtù della fattualità storica della loro narrazione. Stabilire o meno l’esistenza reale di Cristo non è il nodo concettuale del cristianesimo; per questa ragione l’intento di StrauB di ridurre Cristo a una figura storica è un falso problema, al di là della minuziosa discussione dei passi evangelici. Bauer spiega che tutto il tema religioso è da ricondurre all’Autocoscienza ed alla sua processualità storica di estrinsecazione e recupero. L’autocoscienza dell’umanità che si fa percepibile a se stessa nella forma sensibile della rappresentazione religiosa. Questo l’insegnamento hegeliano e la chiave della dissoluzione della religione:</p>
<p>Che Cristo sia figlio di Dio, che sia risorto, asceso al cielo e che sieda in eterno alla destra del padre, ciò, dice Hegel, è “decreto dello spirito”, che la comunità ha decretato, “car tel est notre plaisir”. Se popoli hanno trasposto fra le stelle i loro benefattori, così lo spirito ha riconosciuto la soggettività, l’autocoscienza come momento assoluto della natura divina e la ha innalzata in cielo come l’unico signore onnipotente del mondo. Dio doveva diventare uomo perché per l’umanità doveva diventare certezza, nella forma della religione cioè di nuovo nella maniera sensibile della rappresentazione, che l’uomo è dio e il dio della rappresentazione è solo l’uomo della rappresentazione, l’uomo che uscendo da sé si è posto in cielo (Bauer, 1985, p. 366. Trad. RF).</p>
<p>Il paragrafo da cui viene questo passo si intitola significativamente <em>Auflosung des Christentums.</em> La vera critica consiste dunque nel mostrare la natura concettuale della religione, il suo essere prodotto dell’alienazione dell’autocoscienza stessa che diventa forma estraniata se questa condizione di alterità viene considerata sostanziale e non momento della sua stessa processualità. Critica è dunque comprensione di questa scissione e sua riconduzione all’unità dell’autocoscienza, riappropriazione da parte dell’umanità autocosciente di se stessa del mondo rappresentativo che aveva proiettato in cielo come sua stessa essenza fatta figura (Bauer, 1985, pp. 344, 352). Ciò porta alla dissoluzione del Cristianesimo e della religione stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>4. Feuerbach sviluppa la sua critica religiosa in una direzione ancora leggermente diversa. In primo luogo ci aiuta a comprendere quale sia forse il senso generale di ciò che si riteneva atteggiamento critico, al di là delle molte modalità in cui poi esso di fatto si articola. Tirando le somme della sua monografia su Bayle, egli afferma:</p>
<p>Il significato di Bayle per la filosofia ci sta per la maggior parte dietro le spalle; consiste principalmente <em>nel suo rapporto negativo con la teologia.</em> Egli è un’introduzione pratico-dialettica dal pensiero dogmaticamente limitato della teologia al pensiero libero della filosofia (Feuerbach, 2008 p. 237).</p>
<p>Quello critico pare dunque delinearsi come un atteggiamento anti-dogmatico, soprattutto nei confronti della teologia; una filosofia dunque in diverse maniere fondata sulla ragione e sull’argomentazione tanto pratica che teorica. Un atteggiamento in qualche modo “illuministico”. Se questo amplissimo orizzonte resta valido, come si è già avuto modo di vedere, le declinazioni sono poi molte ed anche Feuerbach propone la propria.</p>
<p>Nella sua <em>Zur Kritik der Hegelschen Philosophie</em>, egli parla di metodo genetico- critico. Si tratta di mostrare la genesi del pensiero nel mondo umano, che però non è l’autocoscienza, ma l’umano come specie naturale. Il dibattuto tema del presupposto, del punto di partenza del filosofare non si lascia risolvere in maniera speculativa nel pensiero, ma deve essere riportato alla sua fonte originaria che non è la speculazione, ma il mondo dell’uomo, degli uomini dialoganti nella loro dimensione tanto materiale che intellettuale. Il tema dell’inversione dell’idealismo non è risolto dalla filosofia della natura schellingiana e nemmeno da Hegel che annulla la distinzione soggetto-oggetto, in ogni passaggio, fondandone l’unità nel pensiero e finendo così per presentare un empirico “non digerito” come frutto della deduzione del pensiero apriori. Egli commenta:</p>
<p>Ed è così che Hegel ha inteso davvero per verità oggettive certe rappresentazioni che esprimono soltanto bisogni soggettivi; dato che egli non si è rifatto alla fonte, al bisogno da cui queste rappresentazioni sono scaturite, le ha prese per oro colato e si è sentito costretto a tener conto di ciò che, guardano nella giusta luce, è di natura estremamente equivoca: ha considerato originario ciò che era secondario, sia trascurando ciò che era tipicamente primario sia assegnandogli un ruolo marginale, come se fosse subordinato, e ha dimostrato come razionale a sé e per sé ciò che è tale solo in modo particolare e relativo (Feuerbach, 1965, p. 146).</p>
<p>Ciò è definito “mancanza di analisi storico-critica” (Feuerbach, 1965, p. 146). I fondamenti della filosofia genetico-critica sono i principi e le cause naturali (Feuerbach, 1965, p. 153).</p>
<p>La filosofia è la scienza della realtà nella sua verità e totalità; ma la sostanza della realtà è la natura&#8230; L’unica fonte di salvezza è il ritorno alla natura&#8230; La natura ha edificato non soltanto quella comunissima officina che è lo stomaco, ma anche quel tempio che è il cervello; non ci ha dato soltanto una lingua fornita di papille che corrispondono ai villi intestinali, ma anche orecchie che solo l’armonia dei suoni incanta, e occhi che stasia soltanto l’essenza celeste e altruista della luce. cra^pocnvn greca è in perfetto accordo con la natura (Feuerbach, 1965, p. 154).</p>
<p>Quindi l’uomo nella sua naturalità, nei suoi bisogni determinati genera la speculazione filosofica ed il proprio mondo ideale. Esso, per essere compreso criticamente, va ricondotto a quelli. Non quindi all’autocoscienza va ridotta la religione, all’uomo speculativo, ma all’uomo naturale, in carne, ossa e pensiero. La critica è il processo di riconduzione a questa base naturale/materiale del mondo ideale costruito dall’uomo stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5. È adesso il caso di tirare in ballo Hegel. È noto che, insieme a Schelling, anch’egli sia stato editore di un giornale “critico”, il <em>Kritisches Journal der Philosophie</em>. Nella loro <em>Introduzione </em>dal titolo <em>Uber das Wesen der philosophischen Kritik uberhaupt und ihr Verhaltnis zum </em><em>gegenwartigen Zustand der Philosophie insbesondere</em>,5 viene esposta la loro idea di critica. Per quanto la pubblicazione dello scritto risalga al 1802, già pare chiaro un orientamento che, pur con le modifiche del caso, Hegel non cambierà. Il punto di partenza è l’attacco nei confronti di una critica filosoficamente sbagliata, vale a dire quella kantiana e fichtiana, le quali assolutizzano il finito e, pur essendo valide nella sfera intellettuale, pretendono di considerare l’assoluto inaccessibile rendendolo di fatto finito di fronte al fenomeno.</p>
<p>In quanto cioè da essi [sostenitori del criticismo] è stato provato &#8230;. che i concetti dell’intelletto hanno la loro applicazione solo nell’esperienza, che la ragione, conoscendosi attraverso le proprie idee teoriche, si avvolge in contraddizioni, e che all’essenza come tale gli oggetti debbono essere dati attraverso la sensibilità, in questo modo si rinunzia alla ragione nella scienza e ci si abbandona al più crasso empirismo (Hegel, 1970, pp. 178 s. Trad. RF).</p>
<p>Che l’approccio criticistico si presenti come provvisorio, problematico o “ipotetico”, oppure certo, ciò non modifica l’esito:</p>
<p>Che un tal punto di partenza finito venga fatto passare come qualcosa di momentaneo e ipotetico introduce &#8230; solo una ulteriore illusione; compaia esso modestamente come un qualcosa di ipotetico o anche subito come un qualcosa di certo, in entrambi i casi ciò conduce allo stesso risultato, che il finito viene mantenuto come ciò che è, nella sua divisione, e l’assoluto resta un’idea, un aldilà, cioè affetto da finitezza (Hegel, 1970, p. 180).</p>
<p>La sostanza di questi rilievi al criticismo kantiano è mantenuta fino all’opera matura e costituisce l’essenza del contenuto sviluppato nei noti §§ 40 e ss. dell’<em>Enciclopedia.</em> Critica dunque non può essere altro che giudizio obiettivo, vale a dire sussunzione sotto l’idea:</p>
<p>perché, se ogni critica è sussunzione sotto l’idea, allora ogni critica cessa dove questa manchi (Hegel, 1970, p. 173).</p>
<p>Ove tuttavia l’idea di filosofia sia effettivamente presente, ciò è affare della critica (Hegel, 1970, p. 174).</p>
<p>Al di là di queste dichiarazioni esplicite, non si può che prendere atto che quella di critica non è una categoria cara a Hegel; a ben vedere, nella quasi totalità della sua opera essa viene utilizzata con specifico riferimento al criticismo kantiano. Probabilmente, proprio per marcare la distanza da questo tipo di approccio, Hegel non la definisce o utilizza praticamente mai in senso diverso, almeno nelle opere fondamentali come la <em>Scienza della logica</em> o l’<em>Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio</em>.6 Per questa ragione, la sussunzione sotto l’idea di cui si parla nella citazione sopra è da intendere, con ogni probabilità, come l’idea di filosofia per eccellenza, ovvero il sistema filosofico; è dunque critico l’atteggiamento che pensa il particolare come momento sistematico dell’universale, vale a dire come suo svolgimento nella singolarità. Nel far questo il particolare non viene cancellato, come la prospettiva intellettualistica del criticismo kantiano non è eliminata; essa viene semplicemente compresa nei termini suoi propri, ovvero come sapere intellettualistico, filosofia della riflessione e del finito; essa ha il suo proprio posto nel sistema ma non può essere il sistema stesso, filosofia in senso forte. Pensare una sistematica e quindi concepire la finitezza come momento necessario dell’infinito è l’obiettivo della critica.</p>
<p>Questa definizione hegeliana è diversa da quelle dei suoi discepoli e interpreti considerati sopra. Vedremo in Marx quale di queste accezioni ritorni e con quale peso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>6. Marx si forma prevalentemente tra Bruno Bauer e Feuerbach;7 da essi riceve un certo Hegel e una certa idea di critica. Critica significa sicuramente riconduzione della religione, ma progressivamente anche della cultura e delle istituzioni in senso più ampio, alla base dapprima dell’autocoscienza, poi umana, ma poi, via via sempre in maniera più complessa, ai rapporti sociali che la hanno generata.</p>
<p>Nei cosiddetti manoscritti economico-filosofici si riscontra una più marcata chiave autocoscienziale, corretta con il lavoro come essenza al posto dello spirito; tale struttura si incanala in una prospettiva baueriana più marcata, con la provvida correzione del lavoro al posto dello spirito. Tuttavia la dinamica di alienazione e recupero pare, abbastanza chiaramente, reminescente di una “dialettica” di lontana matrice hegeliana, ma sostanzialmente filtrata da Bruno Bauer, tanto nella sua drammatica alienazione che nelle prospettive palingenetiche di riconciliazione. Tutto ciò tuttavia non tarda ad assume più radicali sembianze feuerbachiane per le quali la critica reale deve ricondurre il mondo ideale al mondo reale, dal fantasmagorico mondo delle rappresentazioni religiose ed idealistiche (inclusa l’autocoscienza filosofica e la sua alienazione) ai bisogni, alla natura materiale. Marx già qui fa tuttavia un passo avanti rispetto a un unilaterale e rozzo materialismo meccanicista. Infatti, pur non avendo ancora sciolto il nodo del rapporto tra produzione sociale e ruolo individuale, afferma che non basta riconoscere il mondo ideale come forma dell’alienazione; bisogna piuttosto ricostruire le cause materiali che hanno determinato quelle rappresentazioni e, soprattutto trasformarle, altrimenti esse torneranno a prodursi come <em>oggettiva</em> forma trasfigurata dei rapporti sociali.8 Questa trasformazione deve riguardare l<em>’ensemble</em> dei rapporti sociali e non il mero uomo in generale feuerbachiano, astorico ed immobile nella sua essenza di specie. Anzi, lo stesso uomo astratto va spiegato come risultato storico. La critica feuerbachiana funge quindi sì da martello antispiritualista, ma finisce per produrre un nuovo uomo ancora troppo generale, un feticcio che va a sua volta mostrato nella sua genesi e determinatezza storica,9 esso stesso forma ideologica della società borghese, anzi sua figura per antonomasia.</p>
<p>A grandissimi tratti, sono queste le fasi che Marx attraversa nella sua formazione giovanile facendo suo, ma anche rimodellando, un concetto di critica che va via via definendosi. Tuttavia, l’opera marxiana prima del <em>Capitale</em> si caratterizza per genialità, ma anche mancanza di sistematicità e un carattere talvolta pamphlettistico e mordace. Difficile è, a mio parere, anzi addirittura erroneo prendere il Marx del <em>Vormarz</em> come fondatore di alcunché, se non di spunti che solo nella sistematica, anch’essa incompiuta, del <em>Capitale </em>troveranno o meno conferma e sviluppo. Ciò premesso, bisogna comunque aggiungere che il suo punto di arrivo di questa fase è già oltre Feuerbach, in quanto la base, la “essenza”, non è l’uomo astratto, ma l’insieme dei rapporti sociali. Qui si intuisce quanto sia filologicamente dubbio parlare di un Marx “umanista”, se con ciò si intende che il centro della riflessione marxiana sia l’Uomo astratto con la u maiuscola, a meno che non si voglia prendere un troncone di Marx (quello “baueriano”). Tuttavia in che cosa consistano questi rapporti sociali <em>Marx ancora non lo sa</em> e spenderà il resto della sua vita nel tentativo di spiegarlo.</p>
<p>L’idea della critica dell’economia politica nasce quindi da convinzioni giovanili, ma si sviluppa in una maniera del tutto peculiare che “supera” l’originario orizzonte di riferimento: Marx cerca di spiegare il senso e la legittimità della critica “illuministica”, ma allo stesso tempo mettendone in luce i limiti filosofici. Essa sembra riguardare il processo di comprensione dei fenomeni illuminandoli con la luce della ragione, quindi riconducendoli a criteri, metodologie, schemi che ne consentano un’effettiva conoscenza. Dal punto di vista storico si tratta di indagare le cause storico-politico-culturali che li hanno determinati, di ricostruire e conoscere il contesto per cui essi si configurano in un certa maniera, contesto che sempre più si delineerà come “economico”10. Questo processo della conoscenza, illuministico in senso lato, è comprensione, chiarimento e quindi superamento del non-conosciuto dentro la sfera del conosciuto. Nel contesto post-hegeliano in cui questa critica si sviluppa, tale processo viene facilmente riconfigurato come modalità di attuazione dell’autocoscienza che, nell’alterità, riconosce se stessa e, ancor di più, il processo per cui essa si scinde in sé e nel proprio altro per poi individuare in questa modalità nient’altro che la propria dinamica di autoattuazione. Il limite di questa “critica critica” consiste nell’accontentarsi di questa riconciliazione nel pensiero; Feuerbach sposta la radice dal pensiero all’umano reale; ciò tuttavia non è ancora sufficiente, perché non si tratta meramente di comprendere la natura umana e reale dell’alterità, ma di superare effettivamente la scissione, cosa possibile solo con la soppressione reale dei processi che la generano; in questo senso, l’alienazione non è altro che la versione filosofica di ciò che spiega assai più efficacemente l’economia politica inglese, ovvero la filosofia tedesca post-hegeliana non è che la versione speculativa la cui chiave reale è l’economia politica classica. In sostanza sono i &#8211; per adesso non meglio definiti &#8211; processi reali a determinare le ipostatizzazioni ideologiche, intellettuali, culturali, istituzionali e non viceversa; senza una “critica” reale che trasformi questi ultimi, gli altri continueranno a sussistere. Questo travagliato risultato del ragionamento giovanile è quindi un presupposto, o meglio un <em>progetto di ricerca.</em> L’elaborazione della risposta sul funzionamento dei rapporti reali in chiave non meramente riduzionistica o “umanistica” è lo sforzo della teoria del modo di produzione capitalistico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>7. Le occorrenze del termine critica nella maturità di Marx non sono poi moltissime. Naturalmente la cosa più significativa è che Marx concepisca inizialmente il proprio progetto come Critica dell’economia politica, ma che poi decida di declassare questa espressione a sottotitolo preferendo <em>II capitale</em> come titolo generale. La decisione viene resa nota, come si è visto in apertura, in una lettera a Kugelmann del 2 dicembre del 1862, quindi quando Marx è ormai prossimo alla conclusione del secondo grande manoscritto preparatorio al <em>Capitale </em>(1861-63). Sta finendo la parte più corposa di quel testo, passata alla storia come <em>Teorie sul plusvalore,</em> dove appunto si “criticano” le teorie degli economisti suoi predecessori, successivamente suddivisi in classici e volgari. È mia convinzione che non sia un caso che proprio in questo momento Marx prenda tale decisione. Qui infatti egli viene a piena consapevolezza di un duplice livello di analisi “critica” che tuttavia già affiorava alla sua mente mentre stava scrivendo il primo grande manoscritto preparatorio al <em>Capitale</em>, i cosiddetti <em>Grundrisse der Kritik der politischen Okonomie.</em> In una assai nota lettera a Lassalle del 22 febbraio del 1858 in cui descrive il proprio lavoro, Marx usa le seguenti parole:</p>
<p>Il lavoro di cui si tratta in primo luogo è la <em>Critica delle categorie economiche </em>ovvero, if you like, descrizione critica del sistema dell’economia borghese. È contemporaneamente descrizione del sistema e, attraverso la descrizione, critica del medesimo (Marx ed Engels, 1973a, pp. 577 s.).</p>
<p>Quanto in questa edizione italiana viene tradotto con “descrizione” è in realtà, nell’originale tedesco, <em>Darstellung,</em> vale a dire la “esposizione” propriamente scientifico-dialettica. Fraintendimento non da poco perché proprio qui si capisce il senso della cosa: grazie all’esposizione sistematica le categorie vengono svolte e collocate al loro debito posto; ciò implica una critica delle categorie dell’economia politica, vale a dire il mostrare dove esse originino e perché si sviluppino in modo capovolto nell’autocomprensione distorta dei latori del processo (feticismo).</p>
<p>Marx sta terminando le <em>Teorie sul plusvalore.</em> Lì egli critica le incongruenze e le contraddizioni delle teorie borghesi. Non si tratta di esposizione, ma di mettere l’accento sugli errori di quei sistemi. Ciò è possibile perché contemporaneamente si è capito a livello di sistema quale sia la giusta risposta al problema non risolto in quei contesti. Il primo passaggio implica il secondo, i due sono imbucati certo, ma non sono la stessa cosa. Se non sono la stessa cosa, critica diventa termine troppo generico ed impreciso; con essa si va allora a indicare il primo passaggio e di conseguenza <em>Critica dell’economia politica</em> passa a sottotitolo; <em>Il capitale</em> è invece il nuovo titolo dell’esposizione sistematica.11</p>
<p>Se a questo punto vogliamo chiederci quale fra le accezioni di critica descritte in apertura più si avvicini a quella qui indicata, la risposta è quasi scontata, vale a dire quella hegeliana: riconduzione a sistema del particolare e sua riesposizione come momento.</p>
<p>La critica, per come la si è ricostruita nel contesto del <em>Vormarz,</em> è un processo di riconduzione all’umano, declinato in vari modi. Ciò non è cancellato; si tratta della comprensione intellettualistica del processo da parte dei latori di esso. È la necessaria rappresentazione ideologica della parvenza oggettiva (feticismo). Questo processo come tale non è più critico in senso forte; ciò che è critico è la spiegazione di come esso sia necessario e debba prodursi in quelle forme. Tutta la critica del <em>Vormarz</em> o di matrice illuministica è un processo ideologico necessario che, nella propria autocomprensione, non è completamente fallace; semplicemente è intellettualistico e riflessivo, vale a dire riguarda l’autocomprensione che i latori del processo hanno della loro stessa prassi a livello fenomenico. La comprensione concettuale dell’insieme di questi rapporti è invece possibile solo grazie al sistema che mette “criticamente” tali processi al posto che loro compete.</p>
<p>o o o</p>
<p>Se lo svolgimento della cosa stessa, della logica specifica dell’oggetto specifico determina le categorie ed il sistema dell’economia politica, inclusa la sua critica, restano aperte alcune questioni: la prima riguarda l’individuazione di <em>chi</em> eserciti la critica. In secondo luogo, e di conseguenza, la questione se la dimensione teorica di questa doppia critica (esposizione + critica) sia sufficiente e non implichi invece ancora una “critica delle armi”. In terzo luogo, si può mostrare come il capitolo sul feticismo sia una risposta, in falsariga, alle questioni delle <em>Tesi su Feuerbach</em>; vi si mostra il processo di genesi obiettiva &#8211; riflesso rappresentativo oggettivamente parvente &#8211; delle determinazioni “borghesi”. Sono però tre temi ciascuno dei quali richiederebbe un saggio a sé e, quindi, <em>Zukunftsmusik.</em></p>
<hr />
<h5>Testi citati</h5>
<h5>Bauer, Bruno (1835/6), <strong>Rezension Das Leben Jesu, David Friedrich Strauss</strong>, <em>Jahrbucher fur wissenschaftliche Kritik,</em> Dec. 1835, May 1836.</h5>
<h5>Bauer, Bruno (1840), <strong>Kritik der Geschichte der Offenbarung</strong>, (Berlino 1838),</h5>
<h5>Bauer. B. (1840), <strong>Kritik der evangelischen Geschichte des Johannes </strong>(Brema 1840).</h5>
<h5>Bauer, Bruno (1841/2) <strong>Kritik der evangelischen Geschichte der Synoptiker </strong>(Lipsia 1841— 1842).</h5>
<h5>Bauer, Bruno (1985), <strong>Die Posaune des Jungsten Gerichts uber Hegel den Atheisten und Antichristen. Ein Ultimatum</strong>, in <strong>Die Hegelsche Linke. Dokumente zu Philosophie und Politik im deutschen Vormarz</strong>, Leipzig, Reclam (originalmente Lipsia 1841).</h5>
<h5>Feuerbach, Ludwig (1965), <strong>Per la critica della filosofia hegeliana</strong>, in, <strong>Opere</strong>, a cura di C. Cesa, Roma-Bari, Laterza.</h5>
<h5>Feuerbach, Ludwig (2008), <strong>Pierre Bayle. Un contributo alla storia della filosofia e dell’umanità</strong>, trad. e cura di Maria Luisa Barbera, Napoli, La città del sole.</h5>
<h5>Fineschi, Roberto (2001), <strong>Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del “capitale”</strong>, Napoli, La città del sole.</h5>
<h5>Fineschi, Roberto (2006), <strong>Marx e Hegel. Contributi a una rilettura</strong>, Roma, Carocci.</h5>
<h5>Fineschi, Roberto (2008), <strong>Un nuovo Marx. Filologia e interpretazione dopo la nuova edizione storico-critica</strong>, Roma, Carocci.</h5>
<h5>Fineschi, Roberto (2019), <strong>L’ideologia tedesca dopo la nuova edizione storico-critica</strong>, in <em>HistoriaMagistra,</em> n. 30, pp. 89-104.</h5>
<h5>Hegel, G.W.F. (1970), <strong>Uber das Wesen der philosophischen Kritik uberhaupt und ihr Verhaltnis zum gegenwartigen Zustand der Philosophie insbesondere</strong>, in <strong>Werke</strong>, vol. 2, Francorforte sul Meno, Suhrkamp. Originariamente pubblicata in <em>Kritisches Journal der Philosophie,</em> a cura di Friedrich Wilhelm Joseph Schelling und Georg Wilhelm Friedrich Hegel, 1. Band, 1. Stock, Tubingen (Cotta) 1802. .</h5>
<h5>Kopf, Ulrich (2017), <strong>Ferdinand Christian Baur and David Friedrich Strauss</strong>, in <strong>Ferdinand Christian Baur and the History of Early Christianity</strong>, a cura di M. Bauspiess, C. Landmesser e D. Lincicum, Oxford University Press, pp. 3-44.</h5>
<h5>Heinrich, Michael (1999), <strong>Die Wissenschaft vom Wert. Die Marxsche Kritik der politischen Okonomie zwischen wissenschaftlicher Revolution und klassischer Tradition</strong>, Munster, Westfalisches Dampfboot.</h5>
<h5>Kratke, Michael (2017), <strong>Kritik der politischen Okonomie heute</strong>, Hamburg, VSA.</h5>
<h5>Labriola, Antonio (1977), <strong>Saggi sul materialismo storico</strong>, Roma, Ed. Riuniti.</h5>
<h5>Marmontel, Jean-Fran9ois (1754), <strong>Critique </strong>in <strong>Encyclopédie Ou Dictionnaire Raisonné Des Sciences, Des Arts Et Des Métiers </strong>a cura di Diderot e D&#8217;Alembert, Pargigi, Briasson, vol. IV, pp. 490a-497b.</h5>
<h5>Marx, Karl (1844), <strong>Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung</strong>, in <em>Deutsch- Franzosischen Jahrbuchern,</em> Paris.</h5>
<h5>Marx, Karl (1845), <strong>Die heilige Familie oder Kritik der kritischen Kritik</strong>, Frankfurt am Main, Literarische Anstalt (J. Rutten).</h5>
<h5>Marx, Karl (1845-6), <strong>Die deutsche Ideologie (Kritik der neuesten deutschen Philosophie in ihren Reprasentanten Feuerbach, B. Bauer und Stirner, und des deutschen Sozialismus in seinen verschiedenen Propheten </strong>(1845/6).</h5>
<h5>Marx, Karl (1859), <strong>Zur Kritik der politischen Okonomie, </strong>Berlin, W. Besser&#8217;s Verlagshandlung.</h5>
<h5>Marx, Karl (1867), <strong>Das Kapital. Kritik der politischen Okonomie, </strong>Hamburg, Verlag Otto Meissner.</h5>
<h5>Marx, Karl (1983), <strong>Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione</strong>, in K. Marx, <strong>Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico</strong>, Roma, Editori Riuniti.</h5>
<h5>Marx, Karl (2009), <strong>Tesi su Feuerbach</strong>, in F. Engels, <strong>Ludwig Feuerbach e il punto di</strong></h5>
<h5><strong>approdo della filosofia classica tedesca</strong>, a cura di G. Sgro’, Napoli, La città del sole.</h5>
<h5>Marx, Karl e Engels, Friedrich (1973a), <strong>Opere</strong>, vol. XL, Lettere 1856-1859, Roma, Editori Riuniti.</h5>
<h5>Marx, Karl e Engels, Friedrich (1973b), <strong>Opere</strong>, vol. XLI, gennaio 1860-settembre 1864, Roma, Editori Riuniti.</h5>
<h5>Redolfi Riva, Tommaso (2019) <em><strong>A partire dal sottotitolo del Capitale: Critica e metodo della critica dell’economia politica,</strong></em> in <strong>Marx inattuale</strong>, Roma, Edizioni Efesto.</h5>
<h5>StrauB, David Friedrich (1835-6), <strong>Das Leben Jesu, kritisch bearbeitet. </strong>Tubinga 1835/1836.</h5>
<h5>StrauB, David Friedrich(1837a), <strong>Streitschriften zur Vertheidigung meiner Schrift uber das Leben Jesu und zur Charakteristik der gegenwartigen Theologie</strong>, 3. Heft, C. F. Osiander, Tubingen 1837.</h5>
<h5>StrauB, David Friedrich (1837b), <strong>Verschiedene Richtungen innerhalb der Hegel’schen Schule in Betreff der Christologie</strong>, StrauB (1837a), pp. 100-120.</h5>
<h5>StrauB, David Friedrich (1985), <strong>Allgemeines Verhaltnis der Hegel’schen Philosophie zur theologischen Kritik</strong>, in <strong>Die Hegelsche Linke. Dokumente zu Philosophie und Politik im deutschen Vormarz</strong>, Leipzig, Reclam, 1985. Originalmente in StrauB (1837a), pp. 57-75.</h5>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5>1 Roberto Fineschi ha studiato filosofia e teoria economica a Siena, Berlino e Palermo. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo le monografie <strong>Ripartire da Marx </strong>(Napoli 2001), <strong>Marx e Hegel </strong>(Roma 2006) e <strong>Un nuovo Marx </strong>(2008). Vincitore del premio Rjazanov 2002, è curatore di una nuova versione del i libro del <em>Capitale</em> dopo la nuova edizione storico-critica MEGA2 (Napoli 2011), nonché membro del comitato scientifico dell&#8217;edizione italiana delle opere complete di Marx ed Engels e dell’<em>International Symposium on Marxian Theory.</em> I suoi saggi sono tradotti in varie lingue. <a href="mailto:r.fineschi@sienaschool.com">r.fineschi@sienaschool.com</a></h5>
<h5>2 Vedi Heinrich (1999), Kratke (2017). Diverso il caso di Redolfi Riva (2019), il quale, nonostante muova dal sottotitolo, mi pare sviluppi un’argomentazione per larghi tratti simile a quella qui proposta nei §§ 5-6.</h5>
<h5>3 È questo, come è noto, il testo in cui StrauB introduce la celebre distinzione tra “destra” e “sinistra” hegeliana (parla in verità anche di un centro). La differenziazione, che successivamente sarà estesa a definire posizioni ben più ampie, dipende da quanto l’elemento divino è considerato un tutt’uno con l’elemento umano nella figura di Cristo. Bruno Bauer, secondo molti tra i più a sinistra tra gli hegeliani di sinistra, è considerato da StrauB un campione della “destra”.</h5>
<h5>4 Per complicare il tutto, naturalmente Baur non riconosceva nell’approccio di StrauB la “propria” critica. Per le polemiche dolorose e aspre che portarono alla rottura tra i due si veda Kopf (2017).</h5>
<h5>5 Prima pubblicazione in “Kritisches Journal der Philosophie”, a cura di Friedrich Wilhelm Joseph Schelling und Georg Wilhelm Friedrich Hegel, 1. Band, 1. Stuck, Tubingen (Cotta) 1802. Testo redatto da Hegel con la collaborazione di Schelling.</h5>
<h5>6 Un uso ormai “convenzionale” della parola “critica” è evidente anche nella rivista, largamente ispirata da Hegel, fondata dal suo entourage (1827), alla quale egli stesso contribuì con varie recensioni. Si tratta dello “Jahrbuch fur wissenschaftliche Kritik”, la rivista in cui uscì la recensione di Strauh scritta da Bauer di cui sopra.</h5>
<h5>7 Su questo tema mi permetto di rimandare a Fineschi (2006).</h5>
<h5>8 Fin troppo celebre il passo in cui Marx afferma che per parlare di armi della critica non si deve scordare la critica delle armi (Marx, 1983, p. 168).</h5>
<h5>9 “Feuerbach risolve l’essenza religiosa nell’essenza <em>umana.</em> Ma l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà essa è l’insieme dei rapporti sociali. Feuerbach, che non penetra nella critica di questa essenza reale, è perciò costretto: 1. ad astrarre dal corso della storia, fissare il sentimento religioso per sé, ed a presupporre un individuo umano astratto - <em>isolato.</em> 2. L’essenza può dunque esser concepita soltanto come «genere», cioè come universalità interna, muta, che leghi molti individui <em>in modo naturale</em>” (Marx, 2009, p. 121). Si è in passato sostenuto che l<em>’Ideologia tedesca </em>segnerebbe un punto di rottura radicale con questo essenzialismo. A ben vedere essa lo articola, ma non lo supera, perché lo allarga ai molti individui che lavorano e alla loro attività produttiva individuale. Pone in realtà il parallelo tra l’alienazione filosofica tedesca e la sua sostanza reale, vale a dire l’economia politica classica. Quest’ultima è, tuttavia, ancora concepita nei termini della sua stessa autocomprensione. Non è ancora critica dell’economia politica. Sull’Ideologia tedesca dopo la nuova edizione storico-critica, vedi Fineschi (2019). In sostanza, pur divenendo consapevole dei limiti di Feuerbach, Marx non ha ancora una risposta ai problemi qui sollevati.</h5>
<h5>10 Si badi bene che Marx utilizza il termine in un senso tutto specifico, ben lontano da ciò che si intende oggi per economia. Su questo punto sono ancora fondamentali le critiche di Antonio Labriola all’interpretazione dei “fattori” (Labriola, 1977, pp. 23, 53, 60, 103-105).</h5>
<h5>11 Ho cercato di dimostrare passo passo che la teoria del capitale è l’esposizione dialettica sistematica di un intero in Fineschi (2001).</h5>
<p><em><strong>marxdialecticalstudies</strong></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=6800</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Critica, totalità, mediazione. Note sulla lezione di Fortini</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=6649</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=6649#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2020 09:56:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Cavazzini]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Corradi]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Fortini]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Fineschi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=6649</guid>
		<description><![CDATA[Critica, totalità, mediazione. Note sulla lezione di Fortini Cristina Corradi   «L’ospite ingrato» ha promosso una riflessione sui concetti di critica e totalità e sul nesso fra la critica della cultura e un’idea non specialistica di sapere. In questo contributo vorrei discutere le tesi espresse da Andrea Cavazzini, dialogare con gli interventi di Roberto Fineschi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<div>
<h1></h1>
<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/07/unnamedè09365Y.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6650" title="unnamede09365y" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/07/unnamedè09365Y.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Critica, totalità, mediazione.</h1>
<h1>Note sulla lezione di Fortini</h1>
<h1>Cristina Corradi</h1>
<div>
<p> <time datetime="2020-07-19T13:50:36+00:00"></time></p>
</div>
</div>
</div>
<div>
<div><em>«L’ospite ingrato» ha promosso una riflessione sui concetti di critica e totalità e sul nesso fra la critica della cultura e un’idea non specialistica di sapere. In questo contributo vorrei discutere le tesi espresse da Andrea Cavazzini, dialogare con gli interventi di Roberto Fineschi, Luca Mozzachiodi e Marco Gatto, e trarre infine qualche indicazione dalla lezione di Fortini.</em>&nbsp;</p>
<p>Nell’intervento che ha dato avvio alla discussione, il 9 marzo scorso, Cavazzini afferma che i limiti attuali dell’opposizione ai rapporti capitalistici non dipendono dall’abbandono della dialettica, che è piuttosto il riflesso della dissoluzione dell’ultimo tentativo storico di fuoriuscita dal capitalismo e della crisi di una soggettività potenzialmente totalizzatrice. Ricorda che, negli anni ’70, il passaggio di egemonia dalla dialettica marxista al pensiero della differenza e dell’immanenza non avvenne solo nella sfera della produzione intellettuale, ma trovò corrispondenza nella coscienza spontanea di militanti dell’estrema sinistra. Conclude, con un accenno a Fortini, invitando a fare riferimento a saperi storici, non specialistici, sedimentati nella società e a considerare strategica la ricerca di figure del non-identico, capaci di anticipare qualche forma di totalità.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-1">1</a></p>
<p>Io credo, invece, che nel contesto attuale di iperculturalismo, complessità passivizzante, pluralismo linguistico privo di scelte e di conseguenze, descritto da Luca Mozzachiodi, l’uso di categorie dialettiche e il riferimento alla tradizione marxista siano necessari per arginare la deriva dissipante dei mille piani critici, per ristabilire un ordine logico e storico con il quale filtrare e ricomporre frammenti, e per recuperare un centro da cui stringere nessi e articolare mediazioni tra critica della cultura e critica del capitalismo finanziario.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-2">2</a></p>
<p>Sul piano storico, dalla rivoluzione del ’17 a quella cinese, dal biennio rosso al ’68, la riattivazione della dialettica ha accompagnato i più importanti tentativi di superamento o controllo e riorientamento dei rapporti capitalistici, e ha incarnato un’idea non specialistica di sapere e ha saputo trasformare la cultura in organizzazione politica. Nei periodi di chiusura delle possibilità di trasformazione, la trasmissione e il ripensamento della dialettica hanno offerto il quadro per proseguire il lavoro di analisi economico-sociale, di demistificazione e di lotta ideologica. L’accentuazione del versante soggettivo della dialettica è stata tipica delle fasi di movimento; l’accentuazione del versante oggettivo ha segnato maggiormente le battaglie di posizione. La dialettica di <em>Storia e coscienza di classe</em>, per fare un esempio, non è la dialettica di <em>Ontologia dell’essere sociale</em>.</p>
<p>Sul piano teorico, la sfiducia nutrita da Cavazzini in una riattivazione delle categorie dialettiche mi sembra dipendere dall’assunzione di tre presupposti: che la totalità sia categoria esclusiva della soggettività, che la critica consista nella ricerca empirica di figure sociali già costituite e che la tradizione marxista non abbia nulla da offrire dopo l’89. Viene così riproposto, a mio avviso, il limite di fondo dell’impostazione post-operaista che, dopo aver ridotto il compito della teoria all’individuazione di soggettività manifeste dotate di potenza sovversiva, ha soppresso la distinzione tra il piano dell’invarianza della teoria del capitale (che dura l’intera epoca storica del capitalismo) e il piano delle mutevoli contingenze di fase (i salti e gli sviluppi interni al modo di produzione). Venuto meno il rapporto tra logico e storico, ad ogni esaurimento di un ciclo di lotte si rimane privi di orientamento strategico.</p>
<p>L’intervento di Roberto Fineschi ricorda che il concetto di critica del Marx maturo coincide con l’esposizione dialettica del <em>Capitale</em> e ci riconduce sul terreno della totalità del modo di produzione. Dal primo al terzo libro, dal processo di produzione in generale al conflitto tra i molti capitali, l’analisi delle trasformazioni della forma del valore rimane il fondamento della critica della società e della cultura. Scienza dialettica e orientamento classista della critica sono conoscenze da riconquistare, dopo decenni di propaganda neoliberale e di individualismo metodologico che hanno leso anche le nostre menti, cancellando ogni traccia di una logica e di un’ontologia storica dei processi collettivi. Fineschi richiama l’attenzione sul fatto che a partire dal <em>Capitale</em>, in ciascuna fase e area dello sviluppo capitalistico, occorre poi operare una ricognizione sociale e storica più concreta sul terreno nazionale e internazionale.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-3">3</a></p>
<p>L’intreccio tra questione nazionale, coloniale e internazionale, da Lenin a Gramsci, è un punto qualificante della tradizione marxista.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-4">4</a> Marco Gatto ripropone la lezione gramsciana di critica della cultura, una lezione lontana dalle sterilizzazioni postmoderne, che pone l’accento sulla storia degli intellettuali italiani come casta sacerdotale autoreferenziale e sull’orientamento cosmopolita della nostra classe dirigente, servile rispetto a vincoli esteri e separata dalle condizioni di vita dei più. La cultura, intesa come industria orientata al profitto e alla valorizzazione narrativa e come complesso di istituzioni private e pubbliche, appare oggi fattore propulsivo del capitalismo: l’analisi gramsciana rimane centrale per ragionare sulla composizione della forza lavoro nel settore cultura e spettacolo, sulle tecniche di incorporazione nel blocco sociale del capitale tecnologico e finanziario e sulla possibile costruzione di un diverso sistema di alleanze sociali.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-5">5</a></p>
<p>La ricostruzione del passaggio dall’egemonia della dialettica a quella della differenza, proposta da Cavazzini, mi sembra che non faccia i conti con la confluenza del pensiero negativo, della differenza e dell’immanenza nel paradigma del postmoderno.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-6">6</a> Se al post-operaismo va riconosciuto il merito di aver esteso l’analisi a figure lavorative ignorate o trascurate dalla tradizione marxista, occorre però prendere atto che il soggettivismo estremo di quell’impostazione e la perdita di ancoraggio nella scienza marxiana del <em>Capitale</em> hanno indotto a inseguire la fine del lavoro, della storia, dello Stato, dell’ideologia, senza cogliere il potenziale derealizzante e destrutturante, disciplinante e demoralizzante di quelle parole d’ordine.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-7">7</a> Va ricordato, invece, che un’altra linea di ricerca, impegnata sul terreno della critica dell’economia politica, del ripensamento della dialettica e della trasmissione della memoria storica, ha saputo cogliere con largo anticipo le implicazioni disciplinanti delle nuove tecnologie, le mistificazioni della società dell’informazione, del post-fordismo, della globalizzazione.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-8">8</a></p>
<p>Non credo che la lezione di Franco Fortini possa essere compendiata nella ricerca di figure del non identico. Può essere invece utile ricordare come Fortini ha adoperato categorie dialettiche per riaffermare il nesso tra critica della cultura e critica del capitale e come ha attraversato le crisi del marxismo, proclamate a più riprese dal ’56 all’89.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-9">9</a></p>
<p>La dialettica, per Fortini, non rimuove il negativo; non punta al superamento definitivo delle contraddizioni; pone l’accento sulla parzialità, lo spirito di scissione, la separazione, laddove l’ideologia dominante pretende unità; rivendica totalità e universalità, laddove il capitale frammenta, divide, dissemina, nega una prospettiva comune. La dialettica marxista, per Fortini, è una pedagogia politica che insegna a connettere in modo sistematico la produzione di merci, di rapporti sociali, di rappresentazioni simboliche, a svelare antitesi occultate, a collegare i problemi quotidiani con i nessi dell’economia mondiale e della grande politica; una pedagogia che chiama ciascuno a interrogarsi sulla propria posizione nel contesto della società, sulle radici di classe dei propri comportamenti e gesti, sulle seduzioni operate dalle immagini indotte dalla produzione capitalistica.</p>
<p>La categoria di mediazione dialettica non serve a giustificare scelte compromissorie che sacrificano le istanze più combattive, è necessaria invece a cogliere il carattere mediato dell’immediatezza e a riaffermare l’autonomia della logica dei processi collettivi negata dall’individualismo metodologico. Totalità e mediazione sono categorie alternative a complessità e semplificazione, rendono leggibile la realtà e le sue linee conflittuali, servono a scomporre la molteplicità e a ricomporla in un nuovo ordine. L’immediatismo osteggiato da Fortini è il fare tattica uguale a strategia, scambiare la cronaca con la storia, i destini generali con le biografie individuali, l’informazione con la conoscenza; esaltare il movimento e dichiarare nullo il fine: è il metodo delle multinazionali in politica.</p>
<p>Il primo atto della critica, per Fortini, è la scelta di un’eredità: soltanto questa scelta offre una prospettiva, consente di operare selezioni, costruire ordini di precedenze, stabilire confronti con altri indirizzi senza cadere nell’eclettismo confuso. Il dovere di assumere e trasmettere un’eredità, oltre che scelta feconda e durevole, è anche una risposta determinata alla strategia di colonizzazione basata su sradicamento e controllo dell’oblio, ed è forma di resistenza conflittuale al postmoderno, il cui nocciolo ideologico è l’antidialettica postmarxista e postcomunista.</p>
<p>Secondo Fortini esiste un nucleo irrinunciabile del marxismo che rimane valido e merita di essere difeso e trasmesso anche ove manchi, temporaneamente o per un lungo periodo storico, una soggettività, manifesta o latente, portatrice di un progetto totale di riorganizzazione economica, sociale, culturale e politica. La ricostruzione della totalità dei rapporti sociali capitalistici ci dà la conoscenza della realtà, l’esercizio della nostra tradizione ci dà uno specifico senso dei passaggi.</p>
<p>Primato della critica dell’economia ed esplicitazione di una linea di classe per discriminare, in ogni ambito della vita sociale, linee conflittuali e solidarietà: con questa bussola, dalla guerra fredda fino ai primi anni ’90, Fortini individua priorità, prende posizione e dà battaglia nella sfera letteraria come in quella politica. Pone l’accento ora sullo spirito di scissione ora sulla sintesi volta alla ricomposizione, ma tiene fermo il rifiuto di ogni proposta libertaria che non passi attraverso la porta stretta della critica dell’economia e di ogni proposta di discesa riformistica da presunti illuminati a presunti retrogradi. Con questa bussola, nutrita da un robusto senso storico e politico dei passaggi, Fortini ragiona sul senso politico e sull’organizzazione del lavoro intellettuale, critica la separazione liberale tra politica e cultura e gli schemi ideologici dei fronti popolari, rivendica le conquiste leniniste e nulla concede all’anticomunismo.<a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/#nota-10">10</a> Con questa bussola attraversa i dieci inverni, si unisce al lavoro di inchiesta del gruppo dei Quaderni rossi e avanza un’ipotesi di ricomposizione della forza lavoro salariata, basata sul riconoscimento della comune subordinazione del lavoro astratto. Individuato il nocciolo antagonistico del ’68 – non riassorbibile in progressi di costume e richieste di diritti civili – nella critica dell’economia del sapere e del potere, negli anni ’70 Fortini contrasta l’antidialettica, denuncia le implicazioni tecnocratiche, elitarie e sradicanti del pensiero negativo, intuisce che le categorie di differenza e immanenza preparano il terreno più adatto alle macchine ideologiche capitalistiche: “surrealismo di massa” è la formula in cui stringe un complesso di fenomeni (modernizzazione repressiva, rivoluzione microelettronica, controllo dell’oblio, primato del linguistico e delle relazioni comunicative). Negli anni ’80 denuncia l’ulteriore salto dell’industria culturale verso la produzione e il consumo diffuso di falsa informazione, che rende praticamente il vero il concetto di intellettualità di massa: illusione di creatività individuale e di autenticità interiore, restaurazione dell’aura e del privilegio del ruolo, snobismo di massa sono le nuove maschere che impediscono di riconoscere la comune impotenza e subalternità. Il nostro dramma, ammonisce Fortini, non è la scomparsa della lotta di classe – la lotta di classe c’è, anche se il conflitto sociale non è manifesto – bensì la perdita di oggettività e di intelligenza storico-economico-sociale dei processi (quel che non sappiamo e vogliamo vedere nella chiarezza, ci vince dall’oscurità).</p>
<p>Sul versante della critica letteraria, a fronte del gioco dell’interpretazione infinita di testi che rinviano a testi, del culto della letterarietà, del primato del dire sul detto, del significante sul significato, che diviene fungibile e intercambiabile, l’ultimo Fortini pone l’accento sull’imprescindibilità del contesto e sul contenuto della forma. Se la nozione di forma allude alla possibilità di dare orientamento e senso all’esistenza, la difesa della forma non può ignorare che il capitalismo finanziario è il centro da cui promana l’insensatezza e la perdita di controllo sulle nostre vite: lottare per la forma, ricorda Fortini, significa anche lottare per limitare la libertà di movimento dei capitali.</p>
<p>In conclusione, la dialettica marxista di Fortini indica un modello alternativo a un’idea di critica della cultura, risalente a Nietzsche, che si dipana come genealogia puramente concettuale di una progressiva decadenza, decostruzione corrosiva di categorie logiche, ontologiche, etiche, che sfocia nella fabulizzazione del mondo e nella produzione di individui infantili e narcisistici. Per il nesso stretto tra critica del capitale e critica della cultura, la lezione di Fortini, non metabolizzabile dal postmoderno, mi sembra più feconda di quelle di Adorno e Benjamin.</p>
</div>
<div>Note&nbsp;</p>
<p>1 Cfr. Andrea Cavazzini, <a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/totalita-critica-e-mediazioneandrea-cavazzini/" target="_blank"><em>Totalità, critica e mediazione</em></a>, in «L’ospite ingrato», 9 marzo 2020.</p>
<p>2 Cfr. Luca Mozzachiodi, <a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/tesi-su-critica-e-totalitaluca-mozzachiodi/" target="_blank"><em>Tesi su critica e totalità</em></a>, in «L’ospite ingrato», 30 marzo 2020.</p>
<p>3 Cfr. Roberto Fineschi, <a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/chi-critica-la-criticaalla-ricerca-di-soggetti-storiciroberto-fineschi/" target="_blank"><em>Chi critica la critica? Alla ricerca di soggetti storici</em></a>, in «L’ospite ingrato», 23 marzo 2020.</p>
<p>4 Per l’analisi delle distorsioni subite dal concetto di internazionalismo nella fase euforica della globalizzazione rinvio agli studi di Emiliano Brancaccio sulla liberalizzazione dei movimenti di capitale.</p>
<p>5 Cfr. Marco Gatto, <a href="http://www.ospiteingrato.unisi.it/gramsci-e-lidea-di-criticamarco-gatto/" target="_blank"><em>Gramsci e l’idea di critica</em></a>, in «L’ospite ingrato», 21 ottobre 2019. Può essere utile in proposito la lettura di <em>Arricchimento</em> di L. Boltanski e A. Esquerre (Bologna, il Mulino, 2019), che analizza la segmentazione della forza lavoro nell’industria culturale e il rapporto tra valorizzazione narrativa, rendita patrimoniale, creazione di prezzi differenziali per consumi di lusso.</p>
<p>6 Romano Luperini e Raffaele Donnarumma propongono più correttamente di distinguere tra ideologia postmoderna e ipermodernità. Per un bilancio teorico e storico delle avventure della differenza rinvio allo studio di Daniele Balicco, <em>Nietzsche a Wall Street</em>, Macerata, Quodlibet, 2018, che ricostruisce il rimbalzo della French Theory tra Europa e Stati Uniti, nell’intreccio con le dinamiche del capitalismo finanziario</p>
<p>7 La coraggiosa autocritica del paradigma operaista ha consentito a Carlo Formenti di ripensare la forma attuale della lotta di classe (<em>La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo</em>, Roma, DeriveApprodi, 2016).</p>
<p>8 Mi permetto di rinviare alla terza parte di <em>Storia dei marxismi in Italia</em>, Roma, manifestolibri, 2005, ove ho cercato di dare conto, sia pure in modo parziale e incompleto, di diverse linee di ricerca che, da Roberto Finelli a Riccardo Bellofiore, da Gianfranco Pala a Maria Turchetto, da Domenico Losurdo a Costanzo Preve, hanno lavorato all’elaborazione di una dialettica della dissimulazione, alla ricostruzione della teoria del valore, all’analisi delle filiere transazionali e dei processi di scomposizione degli Stati, a una critica filosofica radicale dell’ideologia postmoderna. Non si tratta di indicare nomi individuali, si tratta invece di contrastare l’autofobia marxista e di riscoprire la fecondità di una tradizione. Un esempio ulteriore di dialettica marxista che non sta al gioco degli specialismi e dell’iperculturalismo sono gli studi di Vladimiro Giacché sulla crisi finanziaria del 2008, sulle gerarchie di potere in Europa, sull’economia rivoluzionaria di Lenin e sull’eredità di Hegel.</p>
<p>9 Per la scoperta della lezione politica di Fortini devo molto allo studio di Daniele Balicco, <em>Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico</em>, Roma manifestolibri 2006</p>
<p>10 Fortini riapre il discorso sul comunismo nel ’56 e nell’89, quando nulla sembra garantirlo. Per l’analisi del concetto di comunismo in Fortini rinvio al commento di Ennio Abate, <a href="https://sinistrainrete.info/marxismo/9320-ennio-abate-appunti-politici-4-comunismo-di-f-fortini.html" target="_blank"><em>Appunti politici (4): «Comunismo» di F. Fortini</em></a>.</p>
</div>
<div>
<div data-a2a-url="http://www.ospiteingrato.unisi.it/critica-totalita-mediazione-note-sulla-lezione-di-fortinicristina-corradi/" data-a2a-title="Critica, totalità, mediazione.Note sulla lezione di FortiniCristina Corradi"><em>ospiteingrato</em></div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=6649</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
