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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Roberto Sidoli</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>XI JINPING E LA VISIONE MARXISTA DELLE NUOVE FORZE PRODUTTIVE.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Mar 2024 18:19:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Xi Jinping]]></category>

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		<description><![CDATA[XI JINPING E LA VISIONE MARXISTA DELLE NUOVE FORZE PRODUTTIVE. Di Redazione MAR 19, 2024 &#160; La “nuove forze produttive di alta qualità” e la rivoluzione tecno-scientifica di Xi Jinping. &#160; di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli Il processo di sviluppo del marxismo del Ventunesimo secolo, imperniato sul pensiero di Xi Jinping, ha ormai [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/03/1x-1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8819" title="1x-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/03/1x-1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></h1>
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<h1></h1>
<h1><a title="Permalink a:XI JINPING E LA VISIONE MARXISTA DELLE NUOVE FORZE PRODUTTIVE.">XI JINPING E LA VISIONE MARXISTA DELLE NUOVE FORZE PRODUTTIVE.</a></h1>
<h4>Di <a href="https://giubberossenews.it/author/redazione/">Redazione</a></h4>
<p>MAR 19, 2024</p></div>
</div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<article>
<h5>La “nuove forze produttive di alta qualità” e la rivoluzione tecno-scientifica di Xi Jinping.</h5>
<p>&nbsp;</p>
</article>
<p>di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli</p>
<p>Il processo di sviluppo del marxismo del Ventunesimo secolo, imperniato sul pensiero di Xi Jinping, ha ormai acquisito un nuovo successo analitico attraverso l’introduzione della categoria teorica, basata dialetticamente sulla praxis sociale, delle <em>“nuove forze produttive di alta qualità”.</em></p>
<p>Tale concetto ha assunto un ruolo rilevante nell’immaginario collettivo di centinaia di milioni di cinesi, oltre che di numerosi stranieri, soprattutto a partire dalle due sessioni dell’Assemblea Popolare Nazionale del marzo 2024: le nuove superforze produttive acquisiscono sul piano materiale un volto assai tangibile nelle auto cinesi già ora senza conducenti, nell’egemonia di Pechino rispetto alle comunicazioni quantistiche e all’intelligenza artificiale, oltre che nei capillari servizi di consegna robotizzata di cibo per i cittadini del gigantesco paese asiatico, solo per fare alcuni esempi riguardo alla dinamica attuale e in via di accelerazione del ciclo di  rivoluzione tecnoscientifica in corso.</p>
<p>Proprio il 5 marzo 2024 Xi Jinping, segretario generale del partito comunista cinese, ha dichiarato che <em>“lo sviluppo di nuove forze produttive di alta qualità non consiste nel trascurare o abbandonare le industrie tradizionali. Bisogna prevenire la corsa precipitosa ai progetti e la formazione di bolle industriali, ed evitare di adottare un unico modello di sviluppo”</em>. Ha inoltre sottolineato l’importanza di afferrare con fermezza il compito primario dello sviluppo di alta qualità e di sviluppare le nuove forze produttive di alta qualità in accordo con le condizioni locali. Di fronte a un nuovo ciclo di rivoluzione scientifica e tecnologica e di cambiamento industriale, occorre cogliere le opportunità, aumentare l’innovazione, coltivare e far crescere nuove industrie, anticipando la pianificazione e la costruzione industrie del futuro e migliorando il moderno sistema industriale.</p>
<p>Le nuove forze produttive di alta qualità sono una forza produttiva avanzata contemporanea, nata dallo sviluppo rivoluzionario delle tecnologie, da un’allocazione innovativa di fattori di produzione e da una profonda trasformazione e un aggiornamento industriale. La scienza e la tecnologia avanzate sono la forza trainante intrinseca per la generazione di nuove forze produttive di alta qualità; il loro sviluppo mira a soddisfare meglio il desiderio delle persone di una vita migliore, ad evidenziare la necessità di attuare completamente, accuratamente e in modo completo i nuovi concetti di sviluppo, a promuovere la trasformazione verde della produzione e dello stile di vita dell’intera società e a realizzare la coesistenza armoniosa tra uomo e natura, dando così più slancio allo sviluppo economico di alta qualità.</p>
<p>Le nuove forze produttive di alta qualità possono sembrare un po’ enigmatiche, ma in realtà possono essere viste ormai ovunque nella Cina odierna: dai pagamenti “face-swiping” nei minimarket, all’esperienza delle auto senza conducente, ai servizi di consegna di cibo robotizzati, all’intelligenza artificiale, alle comunicazioni quantistiche, all’ingegneria genetica e così via. Le nuove forze produttive di alta qualità sono entrate silenziosamente nella nostra vita e derivano non solo dalla trasformazione e dal potenziamento delle forze produttive tradizionali, ma anche dall’innovazione e dallo sviluppo della scienza e della tecnologia. Secondo il Global Innovation Index 2023 pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, la Cina è al primo posto al mondo in sei indicatori.</p>
<p>Dal punto di vista delle catene industriali e di approvvigionamento globale, gli interessi dei vari paesi sono stati a lungo profondamente integrati. Lo sviluppo della Cina è inscindibile da quello del resto del mondo e lo sviluppo del mondo ha bisogno anche della Cina. Nell’accelerare lo sviluppo di nuove forze produttive di alta qualità, la Cina espanderà anche l’apertura di alto livello verso il mondo esterno, rafforzerà gli scambi e la cooperazione con il mondo e formerà a livello globale un ecosistema di innovazione aperta e competitiva.”<a href="https://mail.google.com/mail/u/0/#m_1212612533995169662_m_7609360598355676342__ftn1">[1]</a></p>
<hr />
<p><a href="https://mail.google.com/mail/u/0/#m_1212612533995169662_m_7609360598355676342__ftnref1">[1]</a> “Cina: promuovere lo sviluppo di alta qualità con le nuove forze produttive di alta qualità” 6 marzo 2024, in <a href="http://italian.cri.cn/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">italian.cri.cn</a></p>
<p><a href="https://giubberossenews.it/2024/03/19/xi-jinping-e-la-visione-marxista-delle-nuove-forze-produttive/">XI JINPING E LA VISIONE MARXISTA DELLE NUOVE FORZE PRODUTTIVE. &#8211; Giubbe Rosse News</a></p>
<article>&nbsp;</p>
</article>
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		<title>Politica-Struttura e Socializzazione delle perdite</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2020 08:22:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Pascale]]></category>
		<category><![CDATA[borghesia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>

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		<description><![CDATA[ Politica-Struttura e Socializzazione delle perdite &#160; Nel capitalismo di Stato contemporaneo assume ormai un ruolo sempre più importante la praxis e la regola antiliberista della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite a favore dei grandi monopoli privati. Si tratta di un segmento della sfera politica borghese nella quale emerge con particolar evidenza, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/05/freeskipper.Privatizzare-utili-socializzare-perdite-792013.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6549" title="freeskipper-privatizzare-utili-socializzare-perdite-792013" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/05/freeskipper.Privatizzare-utili-socializzare-perdite-792013-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1> Politica-Struttura e Socializzazione delle perdite</h1>
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</div>
<div>Nel capitalismo di Stato contemporaneo assume ormai un ruolo sempre più importante la praxis e la regola antiliberista della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite a favore dei grandi monopoli privati. Si tratta di un segmento della sfera politica borghese nella quale emerge con particolar evidenza, a partire dal 1929, la funzione concreta assai rilevante svolta da quest’ultima in qualità di “espressione concentrata dell’economia” (Lenin, 1921) e della politica-struttura, intesa come l’insieme delle azioni materiali degli apparati statali che modificano e influenzano in prima persona, in modo più o meno costante e con effetti sensibili, proprio il processo di produzione delle variegate formazioni economico-sociali di matrice capitalista.</div>
</div>
<div>
<p align="justify">A tal proposito l’inizio del 2020 ha mostrato una vera e propria orgia di aiuti statali e parastatali (quali le banche centrali degli USA, dell’Europa e del Giappone) a favore delle grandi imprese private, dei “too big to fail” delle metropoli imperialistiche, demolendo e ridicolizzando – come durante la gravissima crisi economica e finanziaria del 2007-2009 – per l’ennesima volta la logora favoletta relativa alle presunte virtù taumaturgiche del libero mercato e della sua presunta “mano invisibile”. Molto visibile e concreta, viceversa, si è rilevata la “mano” e la pratica politico-economica dell’amministrazione Trump, a favore della finanza e dei grandi trust statunitensi.</p>
<p align="justify"><strong>– NEGLI USA</strong></p>
<p align="justify">Secondo Fabio Scacciavillani, professore di economia e commercio alla Luiss di Roma, il ruolo della banca centrale negli USA è di «<em>garantire </em><em>i profitti della Borsa</em>», piuttosto che di «<em>assicurare la stabilità dei prezzi</em>». Scrivendo il 15 aprile segnala l’immissione nei mercati di circa 1,6 trilioni di dollari fino a quella data, una cifra destinata a raggiungere e probabilmente superare i 2 trilioni. La parte più furba della borghesia ne ha approfittato per inserire una serie di obbligazioni spazzatura per alleviare i propri conti. In pratica la Fed partecipa al salvataggio delle aziende in crisi con denaro pubblico. Quanto era stato preconizzato in maniera celata qualche settimana prima, candidamente perfino in un sito come Wallstreet.it («<em>l’</em><em>impressione </em><em>è che è più probabile che, messi alle strette dalla situazione di breve, </em><em>politici e banchieri centrali facciano troppo</em><em>, piuttosto che troppo poco</em>»)<a name="sdfootnote1anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote1sym"></a>1, diventa così realtà empirica. Altro che impedire che le piccole aziende chiudano… Si è parlato del «<em>più grande bailout della storia</em>». Per Scacciavillani «<em>è il vecchio schema di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite</em>», di cui approfittano in particolar modo le compagnie petrolifere, già favorite da una «<em>politica monetaria dissennata</em>» tesa a garantire «<em>l’indipendenza energetica americana</em>».<a name="sdfootnote2anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote2sym"></a>2</p>
<p align="justify">Nel calderone dei regali di Stato non potevano infatti non rientrare le <em>big companies</em> del petrolio. Ha aperto le danze la richiesta pubblica fatta alla CNN da Mike Sommers, CEO della più grande lobby americana del settore, la <em>American Petroleum Institute</em><em>. Sommers ha auspicato che </em>anche le industrie dell’Oil &amp; Gas «<em>abbiano accesso alla liquidità di cui hanno bisogno per sopravvivere alla crisi</em>». Trump non si è tirato indietro, terrorizzato dai dati che parlano di 533 compagnie che rischiano di fallire di qui ad un anno. Il Segretario dell’Energia Dan Brouillette e il collega del Tesoro Steven Mnuchin erano in realtà già al lavoro da tempo sul progetto di includere le lobby del petrolio nel programma di prestiti CARES, valutando ulteriori supporti futuri.<a name="sdfootnote3anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote3sym"></a>3</p>
<p align="justify">Per quanto notevoli in riferimento ai numeri europei, si perdono come gocce nel mare i 19 miliardi di dollari annunciati in aiuto al settore agricolo, che a inizio maggio aveva già perso un valore di 5 miliardi di dollari per frutta e verdura fresca invenduta.<a name="sdfootnote4anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote4sym"></a>4 Essi appaiono una misura ad hoc per prevenire il malcontento delle campagne, per quanto si possa immaginare che i maggiori beneficiari saranno le “multinazionali del cibo”.</p>
<p align="justify">Ad essere “salvati” sono anche i colossi dei trasporti aerei, evidentemente strategici per ragioni militari. Il segretario di Stato Steven Mnuchin riesce perfino a ringraziare i «<em>dieci colossi americani</em>» che hanno accettato denaro pubblico. Alle multinazionali vengono posti vincoli sociali propedeutici a mantenere «<em>l’importanza strategica dell’industria aerea</em>»: «<em>i fondi a disposizione devono essere usati per pagare i dipendenti e alle compagnie che li accettano è vietato effettuare forti tagli dell’occupazione o dei salari fino a settembre. American Airlines dovrebbe ricevere 5,8 miliardi di dollari mentre la SouthWest 3,2 miliardi</em>».<a name="sdfootnote5anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote5sym"></a>5 Il complesso di aiuti per il settore ammonterebbe per ora a circa 25 miliardi di dollari, il 30% dei quali sotto forma di prestiti a tasso agevolato, il che lascia pensare che la quota maggiore consista di sussidi a fondo perduto, nonostante il <em>Sole 24 Ore</em> paventi la possibilità di una partecipazione del governo nel capitale attraverso la vendita obbligata di pacchetti azionari, a titolo di “garanzia”.<a name="sdfootnote6anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote6sym"></a>6</p>
<p align="justify"><strong>– IN EUROPA</strong></p>
<p align="justify">Anche in Europa il grande ritorno sulla scena dello Stato, violando ogni sorta di precetto del liberismo, si concretizza spesso e volentieri in una serie di regali alle multinazionali. In Francia si stanziano 7 miliardi di euro alla compagnia aerea Air France, ma quasi la metà (3 miliardi) sono «<em>di sovvenzioni pubbliche dirette</em>», mentre i restanti 4 sono «<em>prestiti bancari garantiti dallo Stato</em>». Non si parla per ora di un corrispettivo aumento nella quota societaria della proprietà statale, nonostante Air France faccia parte del gruppo Air France-KLM, di cui lo stato francese e quello olandese possiedono ciascuno una quota del 14%. Nell’aiutare Renault con 5 miliardi il ministro dell’economia Bruno Le Maire ha escluso categoricamente la possibilità di una nazionalizzazione. Lufthansa, la grande compagnia tedesca, è una multinazionale in realtà «<em>impegnata in trattative serrate con i governi dei Paesi principali in cui ha sede (Germania, Austria, Svizzera e Belgio) per ottenere un supporto finanziario che assicuri la solvibilità del gruppo nel breve termine</em>». Tutto ciò avviene con il pronto benestare dell’Unione Europea, in passato strenua oppositrice degli “aiuti di Stato”.<a name="sdfootnote7anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote7sym"></a>7</p>
<p align="justify"><strong>– IN ITALIA</strong></p>
<p align="justify">E in Italia? Le misure in progetto non vertono solo sugli aiuti alle aziende ma, come è sotto gli occhi di tutti, l’accelerazione sulla fase 2 e sulla prossima riapertura di tutte le attività è dovuta alle pressioni di Confindustria e delle varie organizzazioni padronali e commerciali. Diverse analisi hanno già messo in luce il pericolo di speculazioni da parte di banche e grandi imprese. Tale ad esempio la disamina delle parole di Carlo Messina, CEO della banca Intesa-Sanpaolo<a name="sdfootnote8anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote8sym"></a>8, che tra le priorità pone la necessità di evitare un cambio strutturale di sistema, con un’invadenza eccessiva del “pubblico”, ossia dello Stato, nella partecipazione diretta delle attività economiche. Il ministro dell’Economia Gualtieri (area PD) ha risposto prontamente, mettendo sul piatto «<em>750 miliardi di garanzie</em>», per alcuni dei quali si parla di «<em>trasferimenti a fondo perduto alle imprese</em>».</p>
<p align="justify">Gualtieri nega ogni possibile intromissione dello Stato: «<em>non c’è nessuna intenzione di nazionalizzare le pmi </em>[piccole e medie imprese, ndr] <em>o intervenire nella loro governance</em>».<a name="sdfootnote9anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote9sym"></a>9</p>
<p align="justify"><strong>-CONCLUSIONI</strong></p>
<p align="justify">I tempi che stiamo vivendo sono inediti nella storia dell’Italia repubblicana, accomunabili forse, per il livello di crisi economica, politica e sociale, solo al secondo dopoguerra, quando il popolo italiano, non senza grosse interferenze straniere, ha fatto in maggioranza la sua scelta di campo aderendo al sistema capitalistico, all’integrazione della propria economia in quella dell’Europa occidentale e all’adesione del blocco nord-atlantico della NATO. La maggior parte del popolo italiano ha cioè accettato, più o meno consapevolmente, per tutto il periodo repubblicano successivo al 1947, di entrare a far parte come alleato subalterno, con pesanti limitazioni della sovranità nazionale, all’imperialismo occidentale. Seppur modificandosi nel tempo su aspetti marginali, questi capisaldi strutturali della strategia nazionale sono rimasti intatti.</p>
<p align="justify">L’Italia ha saputo cioè trovare un proprio posto a livello internazionale, sfruttando gli spazi offerti anzitutto dai cosiddetti “30 gloriosi”, il grande boom industriale del trentennio 1945-73, all’insegna di un compromesso sociale sempre più avanzato nei propri territori interni (il famoso “accordo” tra Capitale e Lavoro sulla base delle costituzioni antifasciste), che mantiene in essere una posizione neocolonialista nella sua propensione internazionale (si veda come esempio l’azione svolta dall’Agip in Angola).<a name="sdfootnote10anc" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote10sym"></a>10 Un social-imperialismo in piena regola…</p>
<p align="justify">Un modello peraltro che si riscontra anche nel resto dell’Occidente, che condivide negli anni ’70 il timore per i primi segni di cedimento della propria influenza mondiale. A risultare ostacoli sempre più pericolosi sono gli sviluppi della decolonizzazione mondiale, sostenuta dall’URSS e dal blocco socialista e la conseguente costruzione di un vasto campo avverso all’imperialismo. Il passaggio al neoliberismo che avviene in tutto l’Occidente si coniuga con un rilancio della guerra fredda nei confronti dell’URSS, verso cui è intensificata un’offensiva totale. La finanziarizzazione estrema della società, che ha portato alla rottura degli accordi tra Capitale e Lavoro, è stata una fase dell’offensiva finale dell’imperialismo, che posto di fronte al rischio di soccombere ha messo in campo tutte le sue armi, attuando le premesse di una possibile rinnovata gestione autoritaria della crisi.</p>
<p align="justify">L’improvvisa caduta dell’URSS, avvenuta per decisive degenerazioni interne, ha consentito la nascita di un polo imperialista europeo (1992, UE, Maastricht) a guida sempre più germano-centrica, che intende ritagliarsi un suo posto da protagonista sui mercati mondiali, rimanendo politicamente ancorata agli alleati USA. Senza poter ricostruire l’evoluzione delle relazioni internazionali degli ultimi 30 anni, ci si può chiedere quale sia diventato il ruolo dell’Italia nel “sistema-mondo”. Da 5^ potenza economica mondiale ancora negli anni ’80, essa vive ancora progressi economici negli anni ’90, seppur sempre più marginali, per finire in una condizione di stagnazione negli ultimi 20 anni, durante la quale sono stati consegnati in tutto l’Occidente migliaia di miliardi di soldi pubblici alle banche. Chi era ricco è diventato ancora più ricco. Chi lavora per un padrone si è mediamente impoverito, a favore di una piccola élite di miliardari, un 5% che controlla peraltro la principale parte della struttura industriale, finanziaria e culturale (si pensi a chi possiede i giornali e le televisioni). Il fatto che questo impoverimento sia avvenuto in coincidenza con il passaggio all’euro è uno dei motivi che hanno accelerato il processo, ma non è quello essenziale. Il dato più importante è capire che quel 5% è riuscito a convincere milioni di lavoratori che l’impresa capitalistica sia l’unico modello possibile, naturale, ideale, quello più razionale e funzionante.</p>
<p align="justify">Il fatto che oggi il primato economico mondiale sia ormai assunto chiaramente dalla Repubblica Popolare Cinese, ossia da un paese guidato da un Partito Comunista che asserisce di stare costruendo un “socialismo dalle caratteristiche cinesi”, ci deve far pensare forse che a garantire un sistema più razionale di sviluppo sociale, oltre che di progresso economico, sia un sistema alternativo all’imperialismo selvaggio che ha portato al dominio delle multinazionali e delle banche.</p>
<p align="justify">Il regime capitalistico sta perdendo sullo scenario globale. I lavoratori italiani devono capire che il sistema capitalistico è la vera causa del degrado morale, culturale e sociale di questo Paese, e che un’alternativa completa è possibile: l’alternativa del socialismo, dell’organizzazione, della pianificazione, del passaggio ad un modello in cui l’economia è davvero al servizio dell’uomo, e non viceversa. Il modello cinese, vincente, non è che una variante di un principio di fondo che deve tornare a circolare nella mente dei lavoratori: è più efficiente un sistema che non si fondi sul profitto di un privato, ma di tutta la collettività. Le aziende devono appartenere allo Stato o quanto meno (soluzione attualmente in uso in Cina) lo Stato controllato dall’avanguardia politica dei lavoratori deve avere un controllo macro-economico in grado di attuare una vera e propria “politica industriale”. Certamente è essenziale che le grandi aziende e gli istituti finanziari strategici siano controllati subito per la soddisfazione dei bisogni primari del popolo. L’Italia è un paese ricco, dotato di un imponente tessuto industriale, tecnologico, finanziario, sociale e culturale. Se oggi le cose vanno male, è perché quel 5% che dirige il sistema, la borghesia, non sta più spartendo la torta. Di fronte alla nave che affonda, non esita a farsi conti off-shore all’estero e salvare il proprio interesse particolare, disinteressandosi totalmente della collettività. Il borghese di fronte alla situazione di crisi non si chiede come può aiutare, ma come può guadagnarci sopra.</p>
<p align="justify">A noi lavoratori non può interessare che ora, nel momento in cui i padroni sono in crisi, sia garantito denaro liquido “a fondo perduto”. Abbiamo visto su tutti i tg come questi “imprenditori” siano risultati completamente incapaci di offrire rapidamente una risposta alle necessità sanitarie del paese; così come si è visto il lavoro professionale ed il supporto svolto dalla sanità privata…</p>
<p align="justify">Signore e signori, la crisi del Covid-19 ha mostrato tutti i limiti di questo sistema. Il capitalismo ha fallito. Questa crisi è il secondo segnale d’allarme dopo quello del 2007-2008. Il terzo segnale, a fronte di una malattia più mortale, potrebbe essere fatale a noi e ai nostri cari. Invece di 130 mila morti (che cresceranno), potrebbero diventare milioni, se non ci saremo assicurati nel frattempo un sistema più capace di intervenire e risolvere la crisi. Deve essere chiaro che un partito diverso al potere non avrebbe potuto fare granché di diverso nella situazione data, sottostante cioè alla struttura attuale del paese e ai vincoli cui si è imposto. Occorre indirizzare un cambio di sistema in direzione della profonda razionalità e convenienza del socialismo.</p>
<p align="justify">Nel frattempo, anche senza essere comunisti, si può riflettere se sia giusto che vengano dati contributi a fondo perduto a questi sfruttatori e incapaci. A chi ha rischiato scegliendo nella vita di fare l’imprenditore, ossia il padrone non solo di se stesso ma anche di altri, si può dare anche il massimo supporto economico possibile al fine di salvaguardare i posti di lavoro e l’integrità dell’azienda, ma lo Stato, e i lavoratori stessi, devono pretendere di partecipare di una quota di proprietà della società, e magari all’amministrazione della stessa, anche solo per controllarne le attività. Questa rivendicazione deve costituire una tappa indispensabile in un programma minimo per chi dovrà tornare a lavorare sotto un padrone, sia quest’ultimo piccolo, medio o grande.</p>
<p align="justify">Il programma massimo è costruire uno Stato italiano socialista. Una società in cui le principali aziende e banche siano controllate dal “pubblico”, da un ceto politico che sia diretta e genuina espressione del popolo e della classe lavoratrice più consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità storiche. Evidentemente non ci sono al momento le condizioni soggettive per richiedere tanto.</p>
<p align="justify">Oltre un terzo degli italiani ha ormai capito che all’Italia converrebbe approfondire le proprie relazioni con la Cina e la Russia, mettendo da parte l’alleanza con gli USA. Oltre la metà è stata gravemente delusa dal comportamento dell’Europa e nutre tuttora incertezza su strumenti come il MES e il “Recovery Fund”, parole i cui veri significati sono a molti ignoti. Sono primi passi importanti su cui occorre innestare motivi nuovi. La crisi economica verrà fatta pagare a qualcuno.</p>
<p align="justify">Occorre ricordare che il sistema capitalistico utilizza le sue crisi periodiche per rafforzarsi, o meglio: i fenomeni di concentrazione del grande capitale industriale e finanziario si accresceranno ancora di più, ed è estremamente probabile che la crisi sarà fatta pagare ai lavoratori. La cricca del 5% borghese vede già la crisi come una possibilità per arricchirsi ulteriormente, come peraltro espresso candidamente perfino da Cairo, patron di La7. La “politica”, cioè il governo borghese attuale, è evidentemente insufficiente per attuare una politica improntata verso il socialismo. Il movimento comunista può risorgere se i suoi dirigenti sapranno muoversi in maniera intelligente, ma sicuramente poco potrà cambiare se prima non si muoveranno i lavoratori.</p>
<p align="justify">Ai lavoratori sta la responsabilità di attivarsi, protestare anzi tutto dentro se stessi e chiedersi: è giusto che vengano usati soldi pubblici, cioè anche miei, per salvare delle aziende private senza nulla in cambio? No, non è giusto. È solo introiezione del punto di vista borghese.</p>
<p align="justify">Una volta risolto il problema con noi stessi, potremo provare a convincere gli altri della bontà dei nostri ragionamenti. Fino a quel momento tanto atteso, aspettiamoci la solita socializzazione delle perdite, accompagnata dalla permanente privatizzazione dei profit</p>
<p align="justify">Mag 14, 2020 |   Alessandro Pascale &amp; Roberto Sidoli</p>
<p align="justify">Post scriptum: mi sembra utile per l’occasione ricordare la seguente poesia di Bertolt Brecht:</p>
<p align="justify"><strong>A chi esita</strong></p>
<p align="left">«Dici:<br />
per noi va male. Il buio<br />
cresce. Le forze scemano.<br />
Dopo che si è lavorato tanti anni<br />
noi siamo ora in una condizione<br />
più difficile di quando<br />
si era appena cominciato.</p>
<p align="left">E il nemico ci sta innanzi<br />
più potente che mai.<br />
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso<br />
una apparenza invincibile.<br />
E noi abbiamo commesso degli errori,<br />
non si può negarlo.<br />
Siamo sempre di meno. Le nostre<br />
parole d’ordine sono confuse. Una parte<br />
delle nostre parole<br />
le ha stravolte il nemico fino a renderle<br />
irriconoscibili.</p>
<p align="left">Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?<br />
Qualcosa o tutto? Su chi<br />
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti<br />
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza<br />
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?</p>
<p align="left">O contare sulla buona sorte?</p>
<p align="left">Questo tu chiedi. Non aspettarti<br />
nessuna risposta<br />
oltre la tua».</p>
<p align="left">NOTE</p>
<div id="sdfootnote1">
<p align="justify"><a name="sdfootnote1sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote1anc"></a>1M. Tessa, <em>Anthilia: “Fed sfodera l’atomica, a questo punto il rischio è che si faccia troppo”</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.wallstreetitalia.com/anthilia-fed-sfodera-latomica-a-questo-punto-il-rischio-e-che-si-faccia-troppo/">Wallstreetitalia.com</a></span>, 24 marzo 2020.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p align="justify"><a name="sdfootnote2sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote2anc"></a>2F. Scacciavillani, <em>La Fed fa Indigestione di Obbligazioni Spazzatura</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.immoderati.it/la-fed-fa-indigestione-di-obbligazioni-spazzatura/">Immoderati.it</a></span>, 15 aprile 2020.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p align="justify"><a name="sdfootnote3sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote3anc"></a>3M. Orloles, <em>Tutti i piani allo studio di Trump per non far affondare l’industria Usa del petrolio</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.startmag.it/energia/tutti-i-piani-allo-studio-di-trump-per-non-far-affondare-lindustria-usa-del-petrolio/">Startmag.it</a></span>, 22 aprile 2020.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p><a name="sdfootnote4sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote4anc"></a>4Redazione Agricolae.it, <em>USA, filiera in crisi. Agricoltori gettano latte, frutta e verdura, soppressi suini e polli. Trump: pronti aiuti per 19 mld</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.agricolae.eu/usa-filiera-in-crisi-agricoltori-gettano-latte-frutta-e-verdura-soppressi-suini-e-polli-trump-pronti-aiuti-per-19-mld/">Agricolae.it</a></span>, 4 maggio 2020.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p align="justify"><a name="sdfootnote5sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote5anc"></a>5Redazione La Stampa, <em>Coronavirus, così Trump salva le principali compagnie aeree americane</em>, La Stampa (<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.lastampa.it/economia/2020/04/15/news/coronavirus-cosi-trump-salva-le-principali-compagnie-aeree-americane-1.38719945">web</a></span>), 15 aprile 2020.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p align="justify"><a name="sdfootnote6sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote6anc"></a>6Redazione Lagenziadiviaggi.it, <em>Usa, il super fondo di Trump salva 10 compagnie aeree</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.lagenziadiviaggi.it/usa-il-super-fondo-di-trump-salva-10-compagnie-aeree/">Lagenziadiviaggi.it</a></span>, 16 aprile 2020.</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p align="justify"><a name="sdfootnote7sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote7anc"></a>7M. Tropeano, <em>Coronavirus, da Parigi 12 miliardi di aiuti per salvare Renault e Air France</em>, La Stampa (<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.lastampa.it/economia/2020/04/25/news/coronavirus-da-parigi-12-miliardi-di-aiuti-per-salvare-renault-e-air-france-1.38760396">web</a></span>), 25 aprile 2020; Redazione Il Post, <em>L’Unione Europea ha autorizzato aiuti di stato per 7 miliardi dal governo francese ad Air France</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.ilpost.it/2020/05/04/lunione-europea-ha-autorizzato-aiuti-di-stato-per-7-miliardi-dal-governo-francese-ad-air-france/">Ilpost.it</a></span>, 4 maggio 2020.</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p align="justify"><a name="sdfootnote8sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote8anc"></a>8Ex OPG Napoli, <em>Farsi commissariare dalla Troika. Il sogno dei banchieri italiani</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.sinistrainrete.info/politica-economica/17684-ex-opg-napoli-farsi-commissariare-dalla-troika-il-sogno-dei-banchieri-italiani.html">Sinistrainrete.info</a></span>, 30 aprile 2020.</p>
<p align="justify"><a name="sdfootnote8sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote8anc"></a>9Redazione Rainews, <em>Coronavirus, Gualtieri: “Per il Dl imprese sul tavolo 750 miliardi di garanzie”</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/coronavirus-gualtieri-imprese-decreto-domande-moratoria-prestiti-16697a82-ee01-4171-ab7f-4ecaf1c93f3b.html">Rainews.it</a></span>, 5 maggio 2020.</p>
</div>
<div id="sdfootnote10">
<p align="justify"><a name="sdfootnote10sym" href="https://intellettualecollettivo.it/politica-struttura-e-socializzazione-delle-perdite/#sdfootnote10anc"></a>10Su questo e altri aspetti storici, si rimanda ai contenuti di A. Pascale (a cura di), <em>Storia del Comunismo</em>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://intellettualecollettivo.it/scarica-storia-del-comunismo/">Intellettualecollettivo.it</a></span>-La Città del Sole, 2019.</p>
</div>
</div>
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		<title>Pitagora, Marx e i filosofi rossi</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Oct 2014 08:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di ROBERTO SIDOLI, DANIELE BURGIO, LORENZO LEONI Dal volume Pitagora, Marx e i filosofi rossi in via di pubblicazione. CAPITOLO PRIMO, parte I Pitagora, Platone e Aristotele: inizia il “triello”. Asia Minore, area del mar Ionio durante l’ultimo terzo del settimo secolo a.C./inizio del sesto secolo: una serie di città-stato greche, indipendenti e in via [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/10/platone-e-cibele.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4689" title="platone-e-cibele" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/10/platone-e-cibele-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Di <strong>ROBERTO SIDOLI</strong>, <strong>DANIELE BURGIO</strong>, <strong>LORENZO LEONI</strong></p>
<p>Dal volume <em><strong>Pitagora, Marx e i filosofi rossi</strong></em> in via di pubblicazione.</p>
<p><strong>CAPITOLO PRIMO, parte I</strong></p>
<p><strong>Pitagora, Platone e Aristotele: inizia il “triello”.</strong></p>
<p>Asia Minore, area del mar Ionio durante l’ultimo terzo del settimo secolo a.C./inizio del sesto secolo: una serie di città-stato greche, indipendenti e in via di rigoglio economico, iniziano ad utilizzare il nuovo strumento economico effettuato in Lidia della moneta e sviluppano i loro commerci.</p>
<p>I processi di riproduzione socio-politici delle colonie ioniche dell’Asia minore-Mileto Colofone, Clazomene, Efeso, tutte affacciate sul Mar Mediterraneo, oltre alle isole di Samo e di Chio si organizzano in forme politiche controllate da ristretti gruppi aristocratici mentre la loro economia registra un accentuato sviluppo, favorito dall’intensificarsi dei traffici marittimi. Mileto diventa la principale delle città ioniche, per la ricchezza dei suoi palazzi e dei suoi templi, per il fervore delle iniziative commerciali e della ricerca tecnico-scientifica che favorisce la crescita delle condizioni economiche, della cultura e del numero dei cittadini che si dedicano ad attività produttive; aumenta pertanto il numero degli artigiani e dei commercianti e diminuisce simultaneamente quello dei contadini mentre la schiavitù rimane ancora un fenomeno limitato, sebbene proprio in quel periodo a Chio inizia a fiorire il primo mercato internazionale di forza lavoro servile. Proprio in  questo particolare contesto socioproduttivo e politico-sociale sorse la filosofia occidentale e via via si affermò una cultura “laica” che pose a proprio fondamento il giudizio e l’elaborazione razionale, ossia dottrine filosofiche e non mitologie, poetiche e religiose.</p>
<p>Nella ricerca dell’“archè” e nel corso del processo di studio dell’universo, nell’indagine (utilizzando un metodo razionale e a-religioso, a-mitico) del principio unificante e fondante della natura – ivi compresi gli esseri umani – si impegnarono via via i primi filosofi, da Talete a Anassimene, da Anassimandro fino all’agrigentino Empedocle. Essi produssero una sorta di protomaterialismo, nel quale il principio unificante di tutti i processi esistenti era individuato in un particolare elemento materiale (l’acqua per Talete, l’aria per Anassimene, ecc.) che vivificava tutte le cose esistenti: l’ilozoismo diventò per quasi un secolo la corrente egemonica all’interno del neonato pensiero filosofico occidentale. Rispetto ai processi economico-sociali del tempo e a fenomeni socioproduttivi importanti quali la proprietà privata e la moneta, la schiavitù e il profitto privato non ci è pervenuta alcuna forma di elaborazione effettuata da questi filosofi, dei cui lavori anche in campo ontologico-filosofico ci sono del resto rimasti pochi frammenti e soprattutto i resoconti sulle loro analisi filosofiche scritti da altri filosofi e storici, Aristotele e Plutarco in testa.</p>
<p>Al massimo si può rilevare il tacito “silenzio-assenso” espresso in relazione ai rapporti di produzione esistenti nella Grecia ionica del sesto secolo a.C.  dai primi filosofi occidentali, spezzato solo dal (già citato) aneddoto relativo all’attività di speculazione economica che avrebbe svolto Talete rispetto al mercato delle olive, comunque accompagnato dalla notizia contrastante secondo cui il “primo filosofo” non avrebbe tenuto per sé gli ingenti ricavi derivati dalla sua fortunata praxis economica. Ma con la produzione teorica di Senofane, che operò nella seconda metà del sesto secolo a.C., la filosofia greca iniziò a interessarsi seriamente delle tematiche politico-sociali grazie al primo esponente della “linea meticcia”, nella quale si mischiavano elementi classisti con alcune tendenze egualitarie e filocollettivistiche.</p>
<p>Nato nella ionica Colofone (non lontano da Mileto) nel 565 a.C., Senofane fu costretto a trasferirsi nella Grecia continentale attorno al 540, a causa della forte influenza politico-militare che l’impero persiano stava ormai iniziando ad esercitare sull’area greco-ionica. Pensatore estremamente concreto, che non concesse nulla alle tendenze spiritualistiche che invece si affermarono sul piano filosofico nei due secoli successivi, nel corso della sua lunghissima esistenza Senofane scelse innanzitutto di “parlare al popolo”, e non alle aristocrazie che allora dominavano gran parte dell’area geopolitica greca: infatti egli scrisse diverse poesie a carattere storico-filosofico redatte in versi, e non invece in prosa come avevano fatto i filosofi precedenti, in quanto questo stile risultava di più facile comprensione al popolo ed egli voleva proprio raggiungere un uditorio il più vasto possibile, per combattere l’influenza che su di esso ancora avevano Omero ed Esiodo. Pur accettando le concezioni scientifiche dei filosofi precedenti (Talete, ecc.), egli si occupò prevalentemente di teologia e si rivelò particolarmente importante la sua brillante critica all’antropomorfismo religioso, che  i poeti avevano contribuito ad alimentare: a questo proposito egli era convinto che se i cavalli potessero immaginare un dio, lo immaginerebbero simile a loro, e così ogni altro animale.</p>
<p>Per Senofane non avevano pertanto alcun senso i culti delle singole divinità nei singoli templi, in quanto a suo avviso era giunto il momento di concepire la divinità in modo unitario, illimitato e indifferenziato, facendo coincidere le divinità con e la natura e introducendo di conseguenza per la prima volta il panteismo nella storia della filosofia occidentale, anche se in forma embrionale. Ma  più è importante, per le sue implicazioni sociali, risulta il fatto che egli negò che esistesse una rivelazione divina e degli intermediari scelti per riceverla, concezione che era alla base dei privilegi dell’aristocrazia: non la rivelazione, devono quindi, ma la ricerca intellettuale diventò unica via che conduce alla verità: secondo Senofane. Egli non si limitò in ogni caso a criticare la religione e spinse il suo attacco anche ai valori degli aristocratici, affermando che la città greca ormai aveva bisogno di saggi e non di eroi o cavalieri o atleti, prendendo pertanto di mira tutta la tradizionale concezione elitaria e della gerarchia sociale dominante nel mondo ellenico. Secondo le sue parole, “la città” (le città-stato greche) “copre d’onori e di doni i vincitore delle gare, eppure non è degno quanto me; è pur migliore della forza degli uomini e dei cavalli la nostra sapienza! È ingiusto anteporre la forza corporale alla saggezza”.[1]</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/10/pitagora.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4690" title="pitagora" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/10/pitagora-277x300.jpg" alt="" width="277" height="300" /></a>Anche se mai, negli scritti tuttora ritrovati di Senofane, emerse un processo di critica diretta alla proprietà privata e/o alle strutture socioproduttive schiavistiche, il suo duro attacco sia agli interessi del clero greco che alla posizione dominante dell’aristocrazia del paese, collegati ad una costante attenzione ai bisogni collettivi  del popolo, fanno risaltare la forte componente “rossa” e solidaristica presente nel suo vivo e pulsante pensiero filosofico. Non è certo un caso che il “Feuerbach dell’antichità” fu capace di rilevare lucidamente che “gli etiopi dicono che i loro dei sono camusi e neri, i traci che sono cerulei di occhi e rossi di capelli e che l’Omero ed Esiodo hanno attribuito agli dei tutto quanto presso gli uomini è oggetto di onta e di biasimo: rubare, fare adulterio e ingannarsi reciprocamente”, riuscendo altresì di compiere “interessanti osservazioni naturalistiche: così dalla scoperta di impronte fossili di animali marini sulle montagne egli dedusse – a conforto della dottrina di Anassimandro – che la terra era stata un tempo ricoperta dal mare; soprattutto singolare è che egli diede un elenco completo di tali ritrovamenti fossili (a Siracusa, Malta e Paro), dimostrando un notevole scrupolo scientifico”.[2]</p>
<p>Alla “linea meticcia” della sfera filosofica-politica appartiene anche il pensiero del geniale Eraclito, nato a Efeso (Asia Minore greca) attorno al 540 a.C., e che può essere considerato il (lontano) padre del materialismo dialettico di Marx, Engels e Lenin. Sotto il profilo della dialettica, infatti, va notato come secondo il grande filosofo efesino l’unità e l’interconnessione reale del  mondo, di tutti gli oggetti ed i processi, scaturisse dalla stessa molteplicità dell’universo. “Per unità, infatti, egli intende il divenire, e questo deriva dall’esistenza degli opposti, in quanto è il loro fondersi, è lo svilupparsi dell’uno e dell’altro, è l’unità dei contrari. Un frammento di Eraclito fa in proposito la seguente affermazione, piena di fascino: “E’ la stessa cosa in noi il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio; poiché queste cose mutandosi son quelle, e quelle a lor volta mutandosi son queste. Per Eraclito, dunque, i contrari non costituiscono due principi racchiusi ciascuno in sé e quindi inconciliabili tra loro: essi sono, invece, inscindibilmente uniti pur nel loro contrasto. La realtà, in continuo divenire, si alimenta della lotta dei contrari; e la guerra è la vera legge di tutte le cose. L’universo diviene, si trasforma, scorre; ma questo trasformarsi, questo variare, non è segno di irrazionalità: anzi, è l’attuazione della sua più profonda razionalità”.[3]</p>
<p>Per quanto riguarda il materialismo in divenire ed eterno sviluppo di Eraclito, anche se a volte egli intese “il fuoco” (l’elemento costitutivo e l’archè del mondo, a suo avviso) come un principio divino in grado di animare il mondo, in altri passi  il filosofo efesino espose invece una concezione materialista estremamente chiara, che suscitò le lodi (e le citazioni) sia di Lenin dopo quasi 2500 anni, nei suoi “Quaderni Filosofici”, che di Stalin nel suo “Materialismo dialettico e materialismo storico”. Eraclito infatti notò che “il mondo, l’unità di tutte le cose non è stato creato da alcuno né degli dei né degli uomini, ma fu, è e sarà un fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne”: rispetto a tale splendido passo, Lenin notò che esso diventava  “un’ottima esposizione dei principi del materialismo dialettico”.[4] Anche se quasi sempre Eraclito è stato presentato come un lontano precursore di Nietzsche, la “corrente rossa” fluì in modo notevole sia nella sua vita pratica che nell’impostazione generale della sua riflessione teorica: per Eraclito, infatti, l’élite reale non è certo l’aristocrazia del tempo avida di ricchezze  e privilegi, ma viceversa “saggi” che rinunciano al potere e a “saziarsi come animali”. Il “saggio”, secondo il grande filosofo efesino, è un asceta dedito agli studi e profondamente alieno, distante e ostile al processo di accumulazione di beni, schiavi e potere, interessato invece solo alla “gloria eterna” derivante dal processo di ricezione/trasmissione del livello più elevato di coscienza. La “folla” che Eraclito disprezza furono, paradossalmente e principalmente, proprio i ricchi e i potenti del tempo, proprio quella (cosiddetta) élite dei “migliori” che, per il filosofo, invece assomigliava moltissimo a una mandria di buoi: il comunismo ascetico degli intellettuali risultava pertanto l’utopia desiderata dal geniale pensatore efesino.</p>
<p>Sul piano teorico, spesso ricorre nel pensiero filosofico di Eraclito la contrapposizione fra i desti e i dormienti: è “unico e comune il modo per coloro che sono svegli”, ossia quelle persone, che, andando oltre le apparenze, sanno cogliere il senso intrinseco delle cose, mentre “agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo  di quando non sono coscienti di quel che fanno dormendo”, riferendosi alla mentalità degli uomini comuni, i dormienti. Eraclito intende per filosofi tutti quelli che sanno indagare a fondo la loro anima, che, essendo illimitata, offre all’interrogando la possibilità di una ricerca altrettanto infinita. Il pensiero eracliteo è quindi aristocratico, in quanto egli definisce la maggioranza degli uomini superficiali, poiché tendono a dormire in un sonno mentale profondo che non permette loro di comprendere le leggi autentiche del mondo circostante. Secondo Eraclito infatti “rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come animali”. In un’altra celebre definizione, Eraclito affermò che “uno è per me diecimila, se è il migliore”, ribadendo la chiara distinzione tra i “migliori” e “i più”, tra i “desti” e i “dormienti”: se non che Eraclito non affermò mai la tesi che i “migliori” e quindi i “pochi” fossero coloro che detenerono il potere, non essendo presenti nei frammenti ad esso attribuiti parole composte come “aristocrazia”, “oligarchia” e “monarchia”.</p>
<p>Tutta la vita di Eraclito risulta invece una concreta e diretta conferma del suo “comunismo aristocratico” degli intellettuali-asceti, a partire dalla sua volontaria rinuncia alle ricchezze. Infatti il filosofo efesino, secondo le testimonianze degli antichi (in primo luogo Diogene Laerzio) nacque da una famiglia nobile, dato che il padre (Bautore o Erachione, a secondo delle fonti) era un discendente di Androclo, fondatore di Efeso, possedendo una posizione relativamente estesa di terreno: ma nonostante discendesse da una famiglia di nobile origine, a Eraclito non interessava né la fama né il potere né la ricchezza, e nonostante in quanto primogenito avesse diritto al titolo di basileus (che in greco significava re ed era la massima autorità sacerdotale), rinunciò a esso in favore del fratello minore.</p>
<p>Quando il re di Persia Dario, dopo aver letto il suo libro “Sulla Natura”, lo invitò a corte promettendogli grandi onori, Eraclito rifiutò la sua proposta, rispondendogli che mentre “tutti quelli che vivono sulla terra sono condannati a restare lontani dalla verità a causa della loro miserabile follia” (che per Eraclito consisteva nel “placare l’insaziabilità dei sensi” e nell’ambizione al potere), “lui invece è immune dal desiderio e rifugge ogni privilegio, fonte d’invidia, restando a casa sua e accontentandosi di quel poco che ha”. Per il suo distacco dai beni materiali e il disprezzo per il potere e per la ricchezza, Eraclito non piaceva molto ai ricchi, che erano esattamente l’opposto; per questo venne criticato da loro quando riuscì a convincere il tiranno Melancoma ad abdicare e ad andare a vivere nei boschi, ad aperto contatto con la natura. Visse a sua volta in solitudine nel tempio di Artemide ove, stando a quanto dice Diogene Laerzio, elaborò la sua opera “avendo deciso intenzionalmente, secondo alcuni, di scriverlo in forma oscura, affinché ad esso si accostassero quelli che ne avessero la capacità e affinché non fosse dispregiato per il fatto di essere alla portata del volgo”, trascorrendo gli ultimi anni prima della morte sui monti e cibandosi di sole piante: un vero asceta comunista, in estrema sintesi.</p>
<p>Ritornando al piano teorico, anche dai pochi frammenti ritrovati dell’opera eraclitea si può facilmente notare che il filosofo di Efeso subito rilevò che “comune a tutti gli uomini è pensare”, facoltà quindi disponibile senza distinzioni di classe o sesso, sottolineando poi che “se la felicità fosse nei piaceri del corpo, dovremmo dire felici i bovi quando trovano le vecce da mangiare; inoltre per Eraclito “giustizia condannerà gli artefici e i testimoni della menzogna”, dei falsi pensieri filosofici e politici, chiarendo subito che “il popolo” (non solo, e neanche principalmente i ricchi aristocratici) “deve combattere per la legge” (intesa come giustizia, razionalità collegata a sapienza) “come per le mura della città”.[5] Contro la brama di beni e la corsa sfrenata al processo di accumulazione di ricchezze che regnava nell’élite della sua città natale, Eraclito inoltre arrivò fino al punto di pronunciare una dura  maledizione di matrice ascetico-comunista: “non venga mai meno la vostra ricchezza, o Efesii, perché nelle vostre opere possiate essere svergognati”.[6]</p>
<p>Eraclito non condannò mai la guerra (polemos) nel suo complesso e a volte “oscuro” processo di elaborazione teorica, nel quale anzi lo scontro e la lotta – ivi compreso il conflitto armato – assunse anzi il decisivo e vitale ruolo di forza motrice essenziale e universale per il processo di sviluppo della natura e dei fenomeni umani, e come nel caso di Senofane anche il filosofo efesino non criticò apertamente proprietà privata e schiavitù, almeno dai pochi frammenti delle sue opere che sono state ritrovati.  Ma la potente vena e la tendenza antiaccumulatrice della sua praxis teorica (e pratico-individuale, a partire dal suo distacco volontario da ricchezze e privilegi) consentono di collocarlo tra gli esponenti principali della “linea meticcia” in campo filosofico-politico: si può interpretare il pensiero del filosofo efesino in senso filoclassista e solo facendo finta di non notare il significato sovversivo e “rosso” dell’odio espresso da Eraclito per la ricerca dei piaceri terreni e della ricchezza, in una società rigidamente classista quale era Efeso (e l’intera Grecia) alla fine del sesto secolo avanti Cristo, oppure passando sotto silenzio la sua condanna della “hybris” della superbia e “dismisura”, dell’avidità che contraddistingueva l’aristocrazia efesina di quel periodo. Infatti a giudizio di Eraclito bisognava “spegnere la dismisura più che la fiamma di un incendio” (frammento 108), anche se ovviamente non poté indicare i mezzi e i protagonisti capaci di “spegnere” la (sanguinosa, feroce) linea di marcia principale di una società ingiusta e classista, nella quale il rapporto sociale di produzione schiavistico e la “dismisura” a esso collegata stavano via via diventando sempre più importanti.</p>
<p>Oggetto dell’interesse di Marx fin dalla sua splendida tesi di laurea del 1841, rivolta al confronto tra le sue teorie e quella di Epicuro, il grande filosofo Democrito dimostrò un livello di elaborazione teorica comparabile a quello espresso da Eraclito, diventando assieme al suo maestro Leucippo il principale fondatore del materialismo meccanicistico all’interno della filosofia occidentale: e come in Senofane, nel suo pensiero emergono alcuni importanti spunti e tematiche di carattere democratico e egualitario, oltre che contrarie allo sciovinismo aggressivo che invece contraddistingueva la cultura e la concezione del mondo egemone nel mondo ellenico.</p>
<p>Democrito nacque ad Abdera, una città-stato greca nel 470 e morì in tarda età attorno al 370 a.C.: anche se ci sono rimaste poche notizie sicure sulla sua lunga esistenza, e soprattutto pochi frammenti delle sue molteplici opere, a partire dalla “Piccola cosmologia”, egli sarebbe cresciuto in una famiglia facoltosa ma avrebbe rinunciato a una parte dei suoi averi per dedicarsi esclusivamente ai suoi studi e all’osservazione sistematica della natura, all’inizio sotto la guida di Leucippo, trasferitosi ad Abdera dalla sua città natale di Mileto dopo una controrivoluzione di matrice aristocratica, avvenuta al suo interno nel 450 a.C. Grazie all’insegnamento di Leucippo, oltre che lunghi studi ai suoi numerosi viaggi, Democrito elaborò la celebre teoria atomistica contro cui polemizzarono aspramente Platone e Aristotele e che, secondo il corretto giudizio di L. Geymonat, “ebbe una funzione determinante, nel XVI e XVII secolo, per la formazione della scienza moderna”. Le categorie teoriche di atomo e vuoto, nella loro profonda connessione dialettica, risultano centrali all’interno dell’ontologia democritea, in aperto contrasto con l’opposizione irriducibile prevista dalla scuola elearica (Parmenide, Zenone, ecc.) tra essere e non essere. L’atomo secondo Democrito costituiva infatti l’elemento originario e fondante, l’archè dell’intero universo: un elemento che a suo giudizio non poteva essere percepito a livello sensibile, ma viceversa solo attraverso un processo gnoseologico di natura intellettuale e teso alla scomposizione – e ricomposizione successiva – del mondo sensibile. “Gli atomi erano concepiti come particelle originarie invisibili, come quantità o grandezza primitive e semplici (ovvero non composte), omogenee e compatte, la cui caratteristica principale era indivisibilità.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/10/Platone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4691" title="Platone" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/10/Platone-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a>Pertanto Democrito contrappose alla divisibilità infinita dello spazio geometrico, sostenuta da Zenone con i suoi paradossi (celebre tra tutti quello della corsa tra Achille e la Tartaruga), l’indivisibilità dello spazio fisico, che trovava appunto nell’atomo un limite invalicabile. Gli atomi in quanto principio primo di ogni realtà, risultavano eterni ed immutabili, non erano stati generati né potevano essere distrutti, ma esistevano da sempre e sempre sarebbero esistiti. Gli atomi, però, in quanto particelle quantitative costituivano il pieno, che rimandava a sua volta necessariamente alla realtà di un vuoto in cui potersi collocare e in cui poter esistere. Il vuoto infinito costituiva quindi anch’esso una realtà originaria, analoga a quella degli atomi, poiché rendeva possibile la loro esistenza: infatti gli atomi non sarebbero stati nemmeno pensabili senza uno spazio vuoto infinito entro cui potersi muovere incessantemente. In questo illimitato vuoto spaziale non esistevano più punti di riferimento, tanto è vero che il filosofo greco, quasi anticipando il moderno concetto di infinito fisico, così affermò: “non esiste basso né alto, né centro né ultimo, né estremo”. Pieno e vuoto costituivano pertanto i due principi originali a cui ricondurre l’esistenza di tutte le cose e l’uno rimandava dialetticamente all’altro poiché la realtà era il risultato della loro inscindibile sintesi, secondo la concezione del mondo di Democrito. Inoltre gli atomi possedevano il movimento come loro caratteristica intrinseca, visto che essi si muovevano esternamente e spontaneamente nel vuoto, incontrandosi e scontrandosi: il divenire del cosmo e della natura e la molteplicità degli enti erano dovuti proprio a questo incessante movimento da cui tutto si formava per poi disgregarsi. Il movimento quindi costituiva una proprietà intrinseca e spontanea degli atomi e, come tale, non era generato da una causa esterna ad essi: spontaneamente, per loro natura, essi si muovevano. Dato che per Democrito gli atomi risultavano delle quantità infinitesime, erano del tutto privi di determinazioni qualitative: sono fatti tutti dalla medesima materia, ma differiscono per quanto riguarda gli aspetti quantitativi, vale a dire forma, ordine e posizione. Dal punto di vista della forma, ad esempio, l’atomo A era diverso dall’atomo B (la forma evidentemente includeva anche la grandezza): la posizione indicava il fatto che l’atomo A occupasse un posto diverso di quello di B; infine l’ordine (o contatto reciproco) indicava l’esistenza di una relazione A B che era diversa da B A. Tutte queste differenze, come si vede, erano di natura geometrico-quantitativa, e davano luogo ad una realtà caratterizzata esclusivamente dai rapporti quantitativi, secondo quell’idea che era stata già intuita dalla scuola pitagorica”.[7]</p>
<p>Sempre sul piano ontologico, il filosofo di Abdera sostenne cha anche gli dei risultavano formati di atomi e che soprattutto essi non si interessavano delle vicende e dei processi umani: una concezione deista in seguito ripresa da Epicuro e che entrava in evidente, diretta contrapposizione con la sovrastruttura e gli apparati religiosi della società classista ellenica. Democrito si interessò anche di etica, ritenendo che l’interesse prioritario dell’uomo dovesse essere l’acquisizione della felicità, da raggiungersi a suo avviso attraverso un processo di progressiva cancellazione della paura per via razionale. Il “filosofo del riso” e della gioia, come venne definito nell’antichità Democrito, sostenne inoltre – in latente antagonismo con le dinamiche della società classista greca del suo tempo – come la felicità non derivasse dal possesso e accumulazione “di beni materiali, nel prestigio o nel potere, ma nell’esser moderati e nel condurre una vita giusta: risulta necessario essere coraggiosi non in guerra, bensì contro i piaceri sensibili che rendono l’uomo schiavo dei sensi. Il razionalismo etico di Democrito assume come concetto guida il ragionamento dell’euthynia, ossia della tranquillità, della serenità dell’animo: vero saggio è colui che indirizza la sua vita a regole di moderazione, di accorda misura e di equilibrio, rifuggendo i turbamenti e le passioni. Il discorso morale di Democrito ebbe un carattere prevalentemente personale e privato, in quanto si rivolge al singolo e alla sua ricerca della felicità e del bene più che della comunità sociale e politica: la tranquillità interiore d’altro canto non implicò affatto la passività e l’ozio, anzi egli apprezzò la vita attiva e produttiva, affermando tra l’altro che: le fatiche sono più piacevoli dell’inerzia”.[8] Proprio partendo da questa base di elaborazione etico-sociale, dai pochi frammenti rimasti dell’elaborazione di Democrito emerge innanzitutto rispetto alla sfera politico-sociale l’allora e inedita categoria universale di uguaglianza, applicata anche e soprattutto alle relazioni umane. Il filosofo di Abdera infatti sottolineò che “bella in ogni cosa è l’uguaglianza: non mi garba né l’eccesso né la mancanza”, esprimendo in modo indiscutibile la sua preferenza a favore di rapporti sociali e politici di uguaglianza tra gli uomini, contraddistinti dall’assenza di processi tesi all’accumulazione delle ricchezze (“l’eccesso”) e dalla simultanea presenza di una quantità di mezzi di sussistenza sufficiente a garantire a ogni uomo un’esistenza dignitosa: il suo “non mi garba” “la mancanza”, la penuria materiale come la ricchezza, risulta una evidente indicazione a favore di una società egualitaria, senza poveri né grandi signori.</p>
<p>Ma non solo. Anche in base ai suoi viaggi e all’esperienza di filosofo-protoscienziato maturata via via nel corso della sua lunga vita, il grande pensatore di Abdera rilevò con forza che “la patria di un anima bella”, di un pensatore e di un uomo saggio, “è il mondo intero”. Seppur in forma ancora embrionale, quindi, Democrito iniziò a elaborare una concezione tendenzialmente ugualitaria per gli esseri umani di ogni etnia, sesso e nazione, superando decisamente il razzismo esplicito che caratterizzava invece la cultura classista ellenica verso i “barbari” e i non-greci: almeno rispetto ai saggi, ai pensatori e alle “anime belle” presenti nelle diverse aree del globo, sussisteva per Democrito un appartenenza comune a una comunità transnazionale, pacifica ed egualitaria, nella quale l’acquisizione di beni materiali e di potere/prestigio risultavano processi privi di senso e ipernegativi. In base ai suoi pochi iscritti rimasti, il filosofo di Abdera sembrava considerare lo stato, le leggi e le norme giuridiche della sua area di appartenenza in qualità di mali necessari e strumenti negativi in sé, ma indispensabili per il processo di riproduzione della collettività: ma anche in assenza di una sua chiara opzione collettivistica e di un progetto su ampia scala di ricostruzione ugualitaria dei rapporti sociali di produzione e di potere, la concezione politico-sociale elaborata da Democrito risulta tuttavia permeata da forti tendenze e spunti anticlassisti di natura umanistica. Senofane, Eraclito e Democrito andavano in ogni caso contro corrente, rispetto alla tendenza dominante nella civiltà greca del sesto e quinto secolo a.C., visto che in particolar modo la città-stato schiavistica di Atene, a partire dal 480 a.C., diventò sempre più la nuova patria d’elezione del processo di sviluppo della filosofia occidentale e mantenne tale egemonia culturale per più di un secolo, fino al grande “opus magnum” e ricapitolazione di Aristotele.</p>
<p>Nel periodo di massima fioritura di Atene, tra il 480 ed il 404 a.C., qualsiasi mansione poteva essere svolta da uno schiavo eccetto la politica, la sola attività sulla quale i cittadini detenevano il monopolio, mentre i rimanenti ruoli dovevano essere lasciati il più possibile ai non cittadini, schiavi o stranieri. L’attività che vedeva impiegati il maggior numero di schiavi era l’agricoltura, base dell’economia greca. Lo attesta un abbondante letteratura composta da manuali per proprietari terrieri (come l’Economico di Senofonte o quella di pseudo-Aristotele), e si ricorreva alla mano d’opera servile quando la forza lavoro richiesta superava quella della cellula familiare: nei grandi possedimenti, gli stessi amministratori erano per la maggior parte schiavi. Nelle miniere e nella cave, il lavoro servile era di gran lunga il più importante e vi erano vaste popolazioni di schiavi, spesso affittati da ricchi privati. Così lo stratega Nicia affittò un migliaio di schiavi alle miniere d’argento del Laurion, in Attica, Ipponico 600 e Philomides 300, mentre lo storico Senofonte stimò un totale di 30.000 mila schiavi che lavoravano al Laurion, nelle miniere d’argento gestite da Atene, o ai mulini a lavorare del materiale grezzo. Gli schiavi erano utilizzati anche nell’artigianato, alla maniera dell’agricoltura, ricorrendo loro solo se la mole di lavoro non era più sostenibile dal nucleo familiare: tuttavia la proporzione della mano d’opera servile era molto più importante nelle botteghe, visto che ad esempio la fabbrica di scudi di Lisia impiegava 120 schiavi, e il padre di Demostene 32 coltellinai e 20 fabbricanti di letti. Infine gli schiavi sono presenti anche in casa, in qualità di domestici che rimpiazzano il padrone di casa nei suoi mestieri e lo accompagnano nei suoi tragitti e viaggi, mentre le schiave si occupavano invece di faccende domestiche, in particolare della preparazione del pane e la fabbricazione di tessuti. Secondo le stime più prudenti di quasi tutti gli storici, il numero degli schiavi come minimo superava quello dei maschi liberi nell’Atene del quinto secolo avanti Cristo: in questo particolare contesto storico, esplose in modo aperto la contraddizione e il duello teorico tra la “linea nera” e quella “meticcia”, tra Aristotele e Platone (influenzato sensibilmente dalla scuola pitagorica, su cui torneremo tra poco)…</p>
<p><em>Prosegue nella parte seconda…</em></p>
<p>_________________________________________</p>
<p>[1] L. Geymonat, <em>Storia del pensiero filosofico e scientifico</em>, volume primo, <em>L’antichità</em>, p. 49<br />
[2] Op. cit., p. 49<br />
[3] Op. cit., p. 56<br />
[4] V. I. Lenin, <em>Quaderni Filosofici</em>, p. 334, ed. Einaudi; I. V. Stalin, <em>Materialismo dialettico e materialismo storico</em>; Eraclito, <em>I frammenti e le testimonianze</em>, frammento 37, p. 21, ed. Mondadori<br />
[5] Eraclito, <em>I frammenti…</em>, op. cit., frammento, 10, 101, 105 e 107<br />
[6] Op. cit., frammenti 124<br />
[7] Geymonat, op. cit., p. 152-153<br />
[8] Geymonat, op. cit., p. 157-158</p>
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		<title>Il “purgatorio”- socialismo e il costo-lavoro</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Feb 2014 10:36:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong> </strong><em><strong>Riceviamo e pubblichiamo l&#8217;Ottavo capitolo del Libro in uscita</strong></em></p>
<p align="center"><em><strong><span style="color: #ff0000;">&#8220;Leggi Economiche Universali e Comunismo&#8221;</span></strong></em></p>
<p align="center"><em><strong>Autori Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio. Ed. Aurora</strong></em></p>
<p align="center"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/4801544.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4259" title="4801544" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/4801544-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a></p>
<h2 align="center"><strong>CAPITOLO OTTAVO</strong></h2>
<p align="center"><strong>Il “purgatorio”- socialismo e il costo-lavoro</strong></p>
<p>Non abbiamo certo dimenticato il rapporto che si crea inevitabilmente tra socialismo e LEU, ma tale nesso generale abbisogna di alcune precisazioni preventive, a partire proprio dalla definizione socioproduttiva della fase di sviluppo socialista.</p>
<p>Basato “sulla proprietà comune dei mezzi di produzione” (Marx) come il comunismo sviluppato, il socialismo costituisce il “purgatorio” dei produttori diretti dopo la plurimillenaria esperienza infernale delle società classiste, ivi compreso il capitalismo monopolistico di stato dell’epoca contemporanea, ma non di meno risulta una società ancora distante sotto molti aspetti nei confronti del futuro “paradiso” del comunismo sviluppato: un “paradiso” che comunque conoscerà anch’esso contraddizioni e problemi, quali la morte individuale ed i dolori/sofferenza, le tensioni tra i produttori diretti per decidere “come, cosa e quando” produrre, ecc.</p>
<p>In altri termini, caro Moro, il socialismo va inteso come la fase iniziale ed immatura (=un purgatorio, per l’appunto) del modo di produzione comunista moderno, industriale e post-industriale, come avevi sottolineato nella tua splendida <em>Critica al Programma di Gotha</em>, seppur avendo in comune con lo stadio più avanzato e maturo del comunismo degli elementi fondamentali, quali la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e l’assenza di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.</p>
<p>Siamo in presenza di una fase evolutiva assai inferiore per molti aspetti al comunismo sviluppato, contraddistinto dalla gratuità tipica della regola gioiosa “a ciascuno secondo i suoi bisogni” come  dall’iperabbondanza di forze produttive (a partire dalle conoscenze tecnico-scientifiche umane), dall’abolizione della divisione del lavoro tra gli esseri umani e tra città/campagna, oltre che all’estinzione totale degli apparati statali; la fase socialista risulta invece contraddistinta dalla severa regola distributiva del “a ciascuno secondo il suo lavoro”, dalla derivata presenza dello stato come regolatore del processo di distribuzione di beni ai produttori diretti e dalla scarsità relativa nello sviluppo delle forze produttive.</p>
<p>Il socialismo deve essere inoltre inteso come una possibile tappa di avanzata verso il comunismo sviluppato, ma anche (a determinate condizioni politico-sociali) come punto di possibile ritorno al capitalismo di stato, come avvenne ad esempio all’area geopolitica del disciolto Patto di Varsavia nel 1989/91: si tratta di un “autostrada” che può marciare in due direzioni opposte, in avanti (verso il comunismo) o all’indietro verso la precedente fase del capitalismo di stato, visto che l’effetto di sdoppiamento continua da operare anche nel socialismo ed agirà fino al pieno consolidamento del comunismo sviluppato.<a title="" href="#_ftn1"><sup><sup>[1]</sup></sup></a></p>
<p>Il socialismo risulta quindi la fase immatura del modo di produzione comunista, ma in ogni caso va inteso come una tappa assolutamente diversa per la sua natura fondamentale del modo  di produzione capitalistico, segnato invece dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e del prodotto sociale, del pluslavoro/plusvalore e della condizione della produzione (terra-acqua, ecc.) da parte della borghesia: un sistema socioproduttivo in cui anche nelle zone “più ricche” e all’inizio del terzo millennio, sta dilagando miseria e fame per le masse popolari.</p>
<p>“Adotta un bambino spagnolo”. Proprio come accade coi bimbi dell’Africa, del Biafra, con gli algerini saharawi e persino coi piccoli rom albanesi. Ma nessuno, nemmeno nei tempi di miseria più nera del dopo guerra franchista avrebbe immaginato una campagna del genere per i figli della spagna.</p>
<p>«Non l’avrei mai concepito solo un anno fa, ma è così. E’ questa la nostra situazione, purtroppo», racconta Azzucena Paredes, 30 anni, madrilena, madre di Desiree, di 4 anni, e di due fratellini più piccoli. Sfrattati dopo 20 anni da un alloggio di edilizia popolare e senza lavoro, da novembre sopravvivono grazie agli aiuti da 400 euro al mese, che invia loro una famiglia di Oslo.</p>
<p>Il 24 giugno scorso, il titolo shock sul giornale norvegese VG: “la spagnola, Desiree, 4 anni, è adottata a distanza dal norvegese Sunniva, 10 anni”. Il primo caso, ma non l’unico. Decine di norvegesi stanno contribuendo a sostenere economicamente famiglie spagnole strangolate dalla Grande Crisi, secondo quanto riferiva ieri il quotidiano El Mundo. Nelle ricche democrazie del nord Europa, la tragedia dei nuovi poveri del sud viaggia sui canali tivù.”<a title="" href="#_ftn2"><sup><sup>[2]</sup></sup></a></p>
<p>Il socialismo costituisce la fase iniziale e imperfetto del modo di produzione comunista moderno, ma in ogni risulta assolutamente diverso per la sua matrice socioproduttiva dal capitalismo monopolistico di stato, da quel devastante capitalismo di stato che si è progressivamente formato a partire dal 1914/18 in tutte le principali metropoli imperialistiche, Stati Uniti inclusi, sempre sotto il segno dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.</p>
<p>Un capitalismo monopolistico di stato (con l’asse finanza privata/multinazionali private) in cui la grande maggioranza dei mezzi di produzione e dell’attività produttiva, a partire dal decisivo settore finanziario, rimane in ogni caso proprietà privata della borghesia, negli Usa come nella Spagna di Azucena Paredes, nel 1914 come nel 2014. La micro-ondata di nazionalizzazioni del periodo 1944-1970 è stata infatti sommersa ed annientata da una gigantesca contro-ondata di privatizzazioni di portata enorme, da una controdinamica di svendite ai privati in tutto il mondo capitalistico (a partire dal 1973 e fino ad oggi) di larga parte del patrimonio e delle aziende/banche pubbliche: basti pensare che in Italia il governo Monti nel 2012 ha progettato la svendita persino del patrimonio immobiliare pubblico, a partire dai palazzi siti in posizioni strategiche nelle grandi città.</p>
<p>A livello mondiale (con l’esclusione degli Usa, dove la proprietà pubblica era già stata smantellata in gran parte nel 1951/57) si è trattato di un processo concreto e gigantesco di privatizzazioni-svendita di “mezzi e beni pubblici di produzione, che non a caso è stato ignorato da “utili idioti” della borghesia mondiale, quali il comunismo di “sinistra” (formato dai seguaci dei vari Bordiga, Korsch, Pannekoek “Socialismo o barbarie”, ecc.) e dal movimento anarchico.</p>
<p>Un capitalismo di stato nel quale vige inoltre la costante regola del “socialismo dei ricchi”, e cioè il processo di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite a favore dell’alta borghesia e delle sua proprietà/profitti a favore di azionisti e rentier, in caso di crisi generale/settoriale  del processo di accumulazione capitalistico: regola ben illustrata anche dalla crisi epocale del 2007/2009, con le diverse migliaia di miliardi di dollari spesi dagli apparati pubblici al fine esclusivo di salvare dalla bancarotta le banche private e l’alta finanza privata, a partire da Wall Street e dai “liberisti” Stati Uniti di Bush jr./Obama, per difendere il processo di riproduzione socioproduttivo dell’alta borghesia privata e dei grandi azionisti nelle metropoli imperialistiche. Siamo da molti decenni in presenza di una particolare regola del capitalismo di stato, quella della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti, che è stata non a caso ignorata dai comunisti “di sinistra” sopra elencati e dagli anarchici.</p>
<p>Un capitalismo di stato che vede da sempre la collusione e stretta collaborazione tra monopoli e multinazionali da un lato, nomenklature politiche al potere nelle metropoli imperialistiche dall’altro, attraverso meccanismi e dinamiche ben collaudate quali la corruzione diretta/indiretta di leader politici per ottenere appalti e politiche economiche per le grandi imprese, lo scambio personale direttivo tra settore capitalistico e sfera politica (il caso-Monti è solo una tra i tanti…), l’attività continua delle grandi lobby affaristiche verso i (bendisposti) apparati statali, ecc.</p>
<p>Un capitalismo di stato che vede da sempre presente al suo interno il lucroso meccanismo degli “appalti statali/profitti privati”, come si può facilmente verificare attraverso i giganteschi e costanti profitti ottenuti dalle multinazionali private del complesso militar-industriale, a partire dai “liberisti” Usa, oppure dalle aziende private che lavorano nel settore “civile” mediante appalti pubblici, o dalle grandi imprese di costruzione che ottengono profitti/rendite attraverso le lucrose  lottizzazioni delle aree edificabili da parte dei poteri pubblici centrali/locali ecc.</p>
<p>È appena il caso di rilevare che il complesso militar-industriale a sua volta mantiene stretti rapporti con l’oligarchia finanziaria. Attorno al 1980  “Il gruppo Morgan, tramite una serie di istituti finanziari e di società (Morgan Guarantee, J. P. Morgan, Bankers Trust ed altri) partecipa al capitale delle compagnie General Dynamics, Du Pont de Nemours, Rayteon, United Technologies, Martin-Marietta, Boeing, Lockheed, Rockwell International e di molte altre. Il gruppo concentrato intorno alla Chase Manhattan Bank ha un notevole pacchetto azionario di Mc Donnell-Douglas, Boeing, United Technologies, Litton Industries, General Dynamics. Il gruppo Rockfeller, attraverso la Chemical Bank, controlla direttamente l’attività della Lockheed, della Litton Industries e di altre. Il gruppo californiano (Bank of America, Security Pacific National Bank) influisce attivamente sulla politica della Rockwell International e della Lockheed e di alcune altri grandi compagnie militar-industriali.</p>
<p>Il gruppo Mellon ha investito grandi capitali nella società Martin-Marietta.</p>
<p>Nella RFT la famiglia Flick e la Dresdner Bank controllano il consorzio militare Flick; la famiglia Merton e tre banche (Deutsche Bank, Dresdner Bank e Commerzbank) controllano la BASF, la Bayer e la Hoeckst; la famiglia Siemens e la Deutsche Bank controllano la Siemens; i Messerschmitt, i Belkow, i Siemens ed altri controllano la compagnia MBB. Di simili esempi se ne possono citare molti, essi esprimono una situazione tipica per molti paesi capitalistici sviluppati.”<a title="" href="#_ftn3"><sup><sup>[3]</sup></sup></a></p>
<p>Una dinamica reale, quella della collusione tra sfera politica e multinazionali e della stretta alleanza tra oligopoli e stato borghese; un meccanismo reale, quello degli “appalti statali/profitti privati”, non a caso ignorati dal proteiforme comunismo “di sinistra”, deciso a dimenticare che nel reale capitalismo di stato contemporaneo, ivi compresa la formazione economica sociale statunitense, operano ed esistono proprio attraverso il sostegno pubblico le grandi imprese private, a partire dalle multinazionali del settore bellico (Lockeed, General Dynamics, ecc.).<a title="" href="#_ftn4"><sup><sup>[4]</sup></sup></a></p>
<p>Un capitalismo di stato reale nel quale mantengono un posto di tutto rilievo gli azionisti, ivi compresi gli azionisti di riferimento con grandi pacchetti di titolo di proprietà, le “grandi famiglie” (Agnelli, Walton, ecc.), e le aziende da loro controllate; i grandi proprietari di terre, di miniere e di giacimenti petroliferi, dagli USA fino al Giappone e all’Italia contemporanea: anche questi elementi (reali) socioproduttivi caratterizzano il reale capitalismo di stato, nel 1914 come nel 2013 e lo differenziano simultaneamente dal “purgatorio” del socialismo.</p>
<p>Un capitalismo di stato nel quale le multinazionali private, con azionisti privati, giocano un ruolo centrale e trovano l’appoggio dei loro rispettivi poteri statali attraverso il finanziamento pubblico dei loro programmi di ricerca scientifici, gli incentivi statali alle esportazioni, le garanzie pubbliche sugli investimenti delle multinazionali all’estero ed il sostegno pubblico alla loro azione economica in suolo straniero, attuando una simbiosi (non priva di contraddizioni) tra apparati statali e corporation transnazionali.<a title="" href="#_ftn5"><sup><sup>[5]</sup></sup></a></p>
<p>Un capitalismo di stato reale che dal 1989 si è rivelato in forma chimicamente pura proprio nei paesi che componevano il disciolto Patto di Varsavia e l’ex Unione Sovietica, apportando con particolare intensità nella Russia di Eltsin. Nazioni nelle quali si è verificato, dopo il 1989/91, un gigantesco processo di privatizzazioni/svendite ai privati dei mezzi di produzione e delle fonti di energia-materie prime, che ha trasformato rapidamente società in precedenza egemonizzate dal socialismo deformato di matrice sovietica (socialismo deformato, ma reale) in un reale e non-deformato capitalismo di stato, in un reale paradiso di ricchi-speculatori e delle multinazionali occidentali che domina da due decenni la zona ex-sovietica in modo quasi incontrastato, oltre che un reale inferno per buona parte degli operai dell’area geopolitica in esame.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/untitled.png"><img class="alignleft size-full wp-image-4260" title="untitled" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/untitled.png" alt="" width="225" height="225" /></a></p>
<p>Una dinamica reale, quella della svendita alle grandi imprese autoctone e alle multinazionali straniere del patrimonio pubblico dell’ara ex-sovietica (a partire dalla Germania orientale, nel 1990), che purtroppo è stata anche in questo caso ignorata dai soliti comunisti “di sinistra”, incapaci anche solo di chiedersi le ragioni del fenomeno innegabile del riapparire/trionfo della proprietà privata dei mezzi di produzione nel (reale) capitalismo di stato formatosi, dopo il crollo del muro di Berlino, da Lubiana a Vladivostock.</p>
<p>Siamo pertanto in presenza di un insieme combinato di processi reali e indiscutibili ma ignorati volutamente dai vari “comunisti di sinistra”, proprio perché il silenzio su ciascuno di essi serviva/serve sul piano politico agli iper-antagonisti (a parole) per legittimare la definizione di “capitalismo di stato” prima per la Russia sovietica e l’Unione Sovietica, ed in seguito per la Cina di Mao e quella contemporanea del 1977/2013 (con la sua egemonia contrastata del settore pubblico e cooperativo rispetto al reale capitalismo, autoctono o estero, operante dal 1980 nel gigantesco paese asiatico), oltre che per la Cuba socialista di Fidel e Raul Castro; soggettività iper-antagoniste tanto cieche da dimenticarsi che la controriforma liberista, che ha dato forma al reale capitalismo di stato contemporaneo, si è basato subito sul dogma del “privato è bello” e sulla privatizzazione della sfera produttiva pubblica, partendo dal sanguinario prototipo della giunta fascista-liberista di Pinochet, con la sua lotta sanguinosa contro la “via alla schiavitù” socialista.</p>
<p>“Dopo esser arrivato al potere alla testa di una coalizione d’unità popolare nel settembre 1970, il presidente socialista Salvador Allende procede alla nazionalizzazione delle miniere di rame  e all’esproprio di una certa quantità di terre, incoraggiando forme di autogestione operaia nelle industrie nazionalizzate. Cadrà tre anni dopo, ad opera di un colpo di Sato militare appoggiato dalla CIA. La dittatura del generale Pinochet costituirà il primo esempio di applicazione nel mondo occidentale di un liberismo allo stato puro. La politica economica viene messa in mano ai “Chicago boys”; la dittatura militare assicura una totale discrezione che consente a questi ultimi di agire indisturbati utilizzando i cileni come topi di laboratorio. Privatizzazioni, restituzione delle terre agli ex proprietari, revisione del diritto del lavoro in senso sistematicamente sfavorevole ai lavoratori, sistema pensionistico consegnato ai fondi pensione privati, equiparazione tra pesos e dollaro: è la festa del mercato e della mitragliatrice. La “scienza economica” ha il suo ruolo: nel 1975, il generale Pinochet nomina ministro dell’economia un laureato dell’Università di Chicago, Sergio de Castro. L’anno dopo, questi eredita il portafoglio delle Finanze, molto più strategico, e consegna il proprio ex ministero a un altro laureato presso la medesima università, Pablo Baraona. La Banca Centrale viene affidata anch’essa ad alcuni ex allievi di Milton Friedman. È comprensibile che i liberali preferiscano attribuire a Margareth Thatcher piuttosto che a un generale golpista la palma di antesignano della loro controrivoluzione. Ma è a Santiago, non a Londra,  ed è nel sangue, non nelle urne, che la “via della schiavitù” ha registrato una prima battuta d’arresto”.<a title="" href="#_ftn6"><sup><sup>[6]</sup></sup></a></p>
<p>Soggettività tanto iperantagoniste da dimenticare che nel reale capitalismo di stato contemporaneo sono diventati oggetti di proprietà privata (privata!) e di sfruttamento capitalistico anche l’acqua ed il DNA, alias la matrice della vita.</p>
<p>“La frontiera che la globalizzazione neoliberista ha varcato è quella della riduzione del vivente a materia prima. Tutto è merce da utilizzare nel processo di accumulazione capitalistica, ovvero da sottoporre a sfruttamento ai fini della valorizzazione del capitale. La vita entra direttamente dentro il processo di accumulazione e di sfruttamento. Lo fa, per esempio, attraverso gli organismi geneticamente modificati e la proprietà dei brevetti da parte delle multinazionali che, grazie a questo strumento di dominio, possono determinare per l’oggi e per il domani la perpetuazione dell’asservimento di intere comunità alle colture imposte. Lo fa attraverso la penetrazione dentro al vivente della sperimentazione e della pratica dello sfruttamento. Lo fa attraverso l’appropria-zione e la mercificazione dei beni elementari e primari per la vita (gli elementi dell’antica filosofia greca: terra, acqua, aria e fuoco)”.<a title="" href="#_ftn7"><sup><sup>[7]</sup></sup></a></p>
<p>Niente di nuovo sotto al sole, visto che già la Russia sovietica di Lenin, appena sei mesi dopo l’epocale Rivoluzione d’Ottobre era stata del resto subito definita come capitalismo da alcuni “iperantagonsiti” a parole, quali il “marxista” (e menscevico) A. Isuv.</p>
<p>Il “perfido” (come l’ha definito giustamente Lenin) Isuv già nell’aprile del 1918 scrisse infatti che “priva fin dall’inizio di un carattere veramente proletario, la politica del potere dei Soviet si inoltra sempre più apertamente, negli ultimi tempi, sulla via della conciliazione con la borghesia e assume un carattere antioperaio. Sotto la bandiera della nazionalizzazione dell’industria si persegue una politica di impianto di trust industriali, con il pretesto di ricostruire le forze produttive del paese si cerca di abolire la giornata di otto ore, di introdurre il lavoro a cottimo e il sistema Taylor, le liste nere e i fogli di via. Questa politica minaccia di togliere al proletariato le sue principali conquiste nel campo economico e di farne la vittima di uno sfruttamento illimitato da parte della borghesia”.</p>
<p>Sulla scia di Isuv, seppur in buona fede soggettiva, anche Bucharin, ed i comunisti “di sinistra” russi di quel periodo si trasformarono allora in “utili idioti” della borghesia mondiale, sostenendo (solo sei mesi dopo della Rivoluzione d’Ottobre!) che la Russia sovietica si era rivelata come una forma di capitalismo, e non invece una nazione che stava iniziando un reale e durissimo processo di transizione al socialismo (e purgatorio…) reale.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCAMZKJQE.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4261" title="imagesCAMZKJQE" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCAMZKJQE.jpg" alt="" width="250" height="201" /></a></p>
<p>Nella rivista Kommunist, Bucharin a sua volta sottolineò nell’aprile del 1918 che “l’introduzione da parte del potere sovietico della disciplina del lavoro legata alla reintegrazione di capitalisti alla direzione della produzione, mentre non può aumentare sostanzialmente la produttività del lavoro, diminuirà l’iniziativa di classe, l’attività e la capacità organizzativa del proletariato. Essa minaccia di asservire la classe operaia, susciterà il malcontento sia degli strati arretrati che dell’avanguardia del proletariato. Per attuare questo sistema, dato l’odio che regna nei ceti proletari verso i “capitalisti sabotatori”, il partito comunista dovrebbe appoggiarsi sulla piccola borghesia contro gli operai e così suicidarsi come partito del proletariato”</p>
<p>Sul tema &#8211; politicamente centrale &#8211; della differenza reale tra capitalismo di stato e socialismo (purgatorio-socialismo), si può subito notare chi descrisse e definì in modo comune (come analisi finale) l’Unione Sovietica in termini di capitalismo di stato una “rete” diversificata di personaggi, spesso assai sconosciuti, quali:</p>
<p>-        Il fascista/aristocratico Julius Evola;</p>
<p>-        Il fascista “di sinistra” N. Bombaci, che straparlava di “capitalcomunismo”;</p>
<p>-        Il fascista tout court B. Mussolini;<a title="" href="#_ftn8"><sup><sup>[8]</sup></sup></a></p>
<p>-        Korsch, Pannekoek e Ruhle, per cui il bolscevismo fin dai tempi di Lenin del 1917/23 non era che una variante dello sviluppo capitalistico: O. Ruhle arrivò a dire nel 1939 che il regime sovietico, quale uscito dall’opera di Lenin e Stalin era un regime borghese che era servito come modello al fascismo, per cui “la lotta contro il fascismo deve cominciare dalla lotta contro il bolscevismo”;<a title="" href="#_ftn9"><sup><sup>[9]</sup></sup></a></p>
<p>-        A. Bordiga, dopo il 1955;</p>
<p>-        Il liberal-borghese B. Henry-Levy;<a title="" href="#_ftn10"><sup><sup>[10]</sup></sup></a></p>
<p>-        Il borghese A. Ronchey;</p>
<p>-        Il borghese A. Voslensky, allo stesso tempo esaltatore indefesso della virtù del capitalismo ed accusatore implacabile delle malefatte del “capitalismo di stato” sovietico, a partire dai “privilegi” materiali goduti da Lenin nel 1917-24.<a title="" href="#_ftn11"><sup><sup>[11]</sup></sup></a></p>
<p>È soprattutto su questo importante snodo teorico-pratico che anche il “post-marxismo” occidenta-le, magma proteiforme che ha iniziato a formarsi/svilupparsi dall’inizio degli anni Settanta (T. Negri, Deleuze, l’ultimo Althusser, ecc.), si è trasformato quasi sempre in un proiettile anti-marxista, usato carsicamente da molti intellettuali e propagandisti della borghesia mondiale per mandare un chiaro messaggio a tutti i lavoratori, e cioè che non sussiste un alternativa seria al capitalismo. “Guardate non solo come è finito  il comunismo, ma anche che al suo interno c’erano (URSS, ecc.) e ci sono tuttora (Cina, Cuba, ecc.) i “padroni rossi”: non è cambiato niente dopo la rivoluzione, e pertanto accettate come minore dei mali il “libero mercato” di matrice occidentale, senza sognare (non parliamo poi di “fare”) rivoluzioni, che parrebbero solo alla creazione di una nuova casta di padroni, seppur verniciata di rosso”.<a title="" href="#_ftn12"><sup><sup>[12]</sup></sup></a></p>
<p>Ma torniamo all’algida sfera economico-produttiva, per esaminare l’azione della legge del costo-lavoro all’interno del processo di produzione/riproduzione nel socialismo (il suo carattere di “purgatorio” imperfetto, specie se messo a confronto con il “paradiso” del comunismo sviluppato, costituisce ovviamente uno dei punti di forza oggettivi del comunismo “di sinistra” contro il socialismo concreto e reale, in carne e ossa.</p>
<p>Usando la categoria (modificata) del valore, caro Moro, nella tua splendida <em>Critica al programma di Gotha</em> avevi notato rispetto alla “società comunista” (termine da te impiegato anche per la fase immatura di sviluppo del modo di produzione comunista, e cioè il socialismo-purgatorio) che dal suo “prodotto sociale complessivo” si dovranno effettuare alcune, “detrazioni”, prima di ottenere la quota di prodotto sociale invece a disposizione per il fondo di consumo dei suoi consociati (anche non produttori diretti: vecchi, bambini, inabili al lavoro).</p>
<p>Dopo aver  criticato alcune (scorrette) tesi relative alla “giusta ripartizione del prodotto sociale e “frutto del lavoro”, indicasti che nel socialismo (come nel comunismo sviluppato) vi sarebbe stato un “prodotto sociale complessivo”, e che esso a sua volta sarebbe stato l’autentico “frutto del lavoro sociale” combinato con l’azione gratuita di sostegno della Natura.</p>
<p>Emerge pertanto una precisa relazione dialettica, e cioè che il “lavoro sociale” determina la produzione/riproduzione continua del “prodotto sociale complessivo” anche nel socialismo, come nel comunismo primitivo ed in quello sviluppato: siamo in pieno regno sia della legge universale dell’indispensabilità del lavoro umano che dia quella del costo-lavoro, visto che alla “società collettivistica” (Marx)  il “prodotto sociale complessivo” comporta e costa solo erogazione di lavoro, risultando  il contributo della Natura gratuito sotto tuti gli aspetti.</p>
<p>Ma non solo. Sempre nella <em>Critica al programma di Gotha</em> avevi fatto riferimento anche al costo-lavoro “indiretto”, caro Marx, e più precisamente alla vincolante necessità (pena la progressiva autodistruzione della società collettivistica, non solo sul piano produttivo) di destinare una parte del “prodotto sociale complessivo” (del costo-lavoro in esso contenuto…) per creare-riprodurre un fondo di ammortamento (“per reintegrare i mezzi di produzione consumati”) e di accumulazione: siamo sempre dentro nel regno del “costo-lavoro” e del calcolo/“contabilità” (Marx) del costo-lavoro nel processo di produzione del socialismo, all’interno del “purgatorio”-socialismo ed in una società collettivistica.</p>
<p>Ma leggiamo con attenzione il tuo lucido ragionamento, caro Moro.</p>
<p>“Che cosa è “frutto del lavoro”? Il prodotto del lavoro o il suo valore? E, nell’ultimo caso, il valore complessivo del prodotto o solo quella parte di valore, che il lavoro ha aggiunto al valore dei mezzi di produzione consumati?</p>
<p>“Frutto del lavoro” è una rappresentazione vaga, che Lassalle ha messo al posto di concetti economici determinati.</p>
<p>Che cosa è “giusta ripartizione”?</p>
<p>Non affermano i borghesi che l’odierna ripartizione è “giusta”? E non è essa in realtà l’unica ripartizione “giusta” sulla base dell’odierno modo di produzione? Sono i rapporti economici regolati da concetti giuridici oppure non sgorgano, al contrario, i rapporti giuridici da quelli economici? Non hanno forse i membri delle sette socialiste le più diverse concezioni della “giusta” ripartizione?</p>
<p>Per sapere che cosa si deve intendere in questo caso sotto la frase “giusta ripartizione”, dobbiamo confrontare il primo paragrafo con questo. Quest’ultimo paragrafo suppone una società in cui “i mezzi di lavoro sono proprietà comune e il lavoro complessivo è organizzato su una base collettiva”, mentre nel primo paragrafo vediamo che “il frutto del lavoro appartiene integralmente a ugual diritto, a tutti i membri della società”.</p>
<p>A tutti i membri della società? Anche quelli che non lavorano? E dove se ne va allora il “frutto integrale del lavoro”? Solo ai membri della società che lavorano? E dove se ne va allora, “l’ugual diritto” di tutti i membri della società?</p>
<p>Ma “tutti i membri della società” e “l’ugual diritto” sono evidentemente solo modi di dire. Il nocciolo sta in questo, che in questa società comunista ogni operaio deve ricevere un lassalliano “frutto del lavoro” “integrale”.</p>
<p>Se prendiamo la parola “frutto del lavoro” nel senso del prodotto del lavoro, il frutto del lavoro sociale è il prodotto sociale complessivo.</p>
<p>Ma da questo si deve detrarre:</p>
<p>Primo: quel che occorre per reintegrare i mezzi di produzione consumati.</p>
<p>Secondo: un parte supplementare per l’estensione della produzione.</p>
<p>Terzo: un fondo di riserva o di assicurazioni contro infortuni, danni causati dagli avvenimenti naturali, ecc. queste detrazioni dal “frutto integrale del lavoro” sono una necessità economica, e la loro  entità deve essere determinata in parte con un calcolo di probabilità in base ai mezzi e alle forze presenti, ma non si possono in alcun modo calcolare in base alla giustizia.</p>
<p>Rimane l’altra parte del prodotto complessivo, destinata a servire come mezzo di consumo.</p>
<p>Prima di venire alla ripartizione individuale, anche qui bisogna detrarre:</p>
<p>Primo: le spese d’amministrazione generale che non rientrano nella produzione.</p>
<p>Questa parte è ridotta fin dall’inizio nel modo più notevole rispetto alla società attuale e ridurrà nella misura in cui la nuova società si verrà sviluppando (=il comunismo sviluppato, per l’appunto).</p>
<p>Secondo: ciò che è destinato alla soddisfazione dei bisogni sociali, come scuole, istituzioni sanitarie, ecc.</p>
<p>Questa parte aumenta sin dall’inizio notevolmente rispetto alla società attuale e aumenterà nella misura in cui la nuova società si verrà sviluppando.</p>
<p>Terzo: un fondo per gli inabili al lavoro, ecc., in breve, ciò che oggi appartiene alla cosiddetta assistenza ufficiale dei poveri”.<a title="" href="#_ftn13"><sup><sup>[13]</sup></sup></a></p>
<p>Partendo dai solidi presupposti per cui il socialismo-comunismo si basa sulla “proprietà comune” dei mezzi di produzione, e che i produttori diretti risultano sicuramente “gli uomini il cui faticoso lavoro crea ogni cosa, dalle gigantesche macchine ai giocattoli per i bambini”, (M. Gorkij), Marx indicò la “stella polare” da cui partire per l’analisi del socialismo: “il prodotto sociale complessivo” disponibile.<a title="" href="#_ftn14"><sup><sup>[14]</sup></sup></a></p>
<p>Dal passo sopracitato del “Moro” oltre che dalla concreta pratica storica, dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso sovietica, non si può non dedurre innanzitutto come non solo nel comunismo primitivo e in quello sviluppato, ma anche nel socialismo l’unico elemento che costano alla società i diversi oggetti d’uso è il lavoro: una banale/sicura verità in parte compresa da Stalin in un suo scritto del 1952, quando notò l’importanza e la positività all’interno del socialismo di fattori quali “la gestione redditizia, il costo sociale di produzione, i prezzi”.<a title="" href="#_ftn15"><sup><sup>[15]</sup></sup></a></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCA201Q7B.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4263" title="imagesCA201Q7B" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCA201Q7B.jpg" alt="" width="225" height="224" /></a></p>
<p>Anche Che Guevara, nel giugno del 1963, sottolineò l’importanza dei “costi di produzione” all’interno dell’economia socialista cubana, rilevando che “è necessario elaborare un sistema di analisi dei costi che premi sistematicamente e punisca con uguale sistematicità i successi e gli insuccessi nella lotta per ridurli.</p>
<p>È anche necessario elaborare norme sul consumo delle materie prime, sulle spese indirette, sui prodotti in lavorazione, sugli inventari delle materie prime e dei prodotti finiti. Bisogna rendere sistematico il controllo degli inventari e fare un lavoro economico preciso su tutti questi indici, in un costante processo di rinnovamento.</p>
<p>Nel nostro sistema di contabilità, abbiamo diviso i costi in: costi delle materie prime e dei materiali diretti, costi dei materiali indiretti, costo della forza lavoro, costo del deprezzamento” (ammortamento) “e della previdenza sociale, che è il contributo delle imprese statali misurato in funzione del fondo salari.</p>
<p>Bisogna agire su tutti e su ciascuno degli elementi indicati, tranne sull’imposta di previdenza sociale […].</p>
<p>Nell’ambito delle materie prime e dei materiali di diretto consumo si può agire facendo dei risparmi diretti, introducendo dei cambiamenti tecnologici ed evitando gli sprechi. Nei materiali indiretti si può risparmiare diminuendo il consumo di elettricità, di combustibile, ecc.<a title="" href="#_ftn16"><sup><sup>[16]</sup></sup></a></p>
<p>Sempre partendo dalla “stella polare” del prodotto sociale complessivo, caro Moro, avevi ben delineato tutta una serie di “detrazioni”, che si basano giustamente sul calcolo/contabilità relativa al costo-lavoro (o valore se si preferisce) dei vari “fondi” da detrarre al prodotto sociale complessivo: a partire ovviamente dal fondo per il logorìo-usura dei mezzi di produzione via via consumati nel processo produttivo (“quel che occorre per reintegrare i mezzi di produzione consumati” in termini di costo-lavoro, secondo le regole e proporzioni delineate in precedenza) e del fondo di accumulazione socialista (la “parte supplementare per l’estensione della produzione”), sempre collegato al costo-lavoro socialmente necessario per effettuare i nuovi investimenti produttivi, e per creare i nuovi mezzi di produzione, materie prime e fondi di consumo destinati alla forza-lavoro. Pertanto il processo di calcolo del costo-lavoro delle  “detrazioni” in oggetto ed il processo di riproduzione delle forze produttive, anche durante la prima ed immatura fase di sviluppo della “società comunista” (Marx), marciano di pari passo costituendo una coppia dialettica indissolubile.</p>
<p>Ma non solo. Almeno fin dal 1943 in Unione Sovietica era stato riconosciuto il fatto evidente (e quasi banale) che collegava i costi dei diversi oggetti d’uso nella società socialista (ed i loro prezzi) “ai costi socialmente necessari della loro produzione” (=costo-lavoro) anche se definendo in modo erroneo come “merci” tali oggetti e rilevando (invece in modo corretto) che la società socialista poteva stabilire per via politica (=i “prezzi politici”) certe “deviazioni” dal costo-lavoro per alcuni beni di cui si appropriavano i produttori diretti, in base alla quantità/qualità del lavoro da essi erogato.<a title="" href="#_ftn17"><sup><sup>[17]</sup></sup></a></p>
<p>Risulta dunque inevitabile che il costo-lavoro dei diversi oggetti, ivi compresi i mezzi di produzione, e la loro contabilità giochino un ruolo assai importante rispetto a tale “segmento di pratica produttiva della società socialista, nella quale serve/servirà conoscere con esattezza sia il tempo di lavoro disponibile per l’attività produttiva che per le proporzioni in cui essa si distribuisce all’interno del processo di riproduzione dei diversi valori d’uso, creati via via nella “società collettivistica” (Marx, <em>Critica al Programma di Gotha</em>); in cui serve/servirà conoscere in modo preventivo i “mezzi e le forze presunte” (Marx) in campo produttivo a disposizione della “nuova società” per riprodurre sia i mezzi di consumo che i mezzi di produzione.</p>
<p>Nulla vieta alla società socialista di applicare “prezzi politici” su  alcuni beni, ma non certo su tutti o su una loro parte maggioritaria, se non pagando la “penitenza” di prosciugare simultaneamente il fondo destinato all’accumulazione-ammortamento, oppure di aumentare il costo di altri beni per compensare i prezzi politici.</p>
<p>Teoria del costo-lavoro che, seppur in forma implicita, sta alla base anche di importanti conquiste teoriche degli economisti sovietici sulla pianificazione/calcolo del processo produttivo, quali ad esempio:</p>
<p>-        Il bilancio materiale, da intendersi come un insieme dialettico di input produttivi;</p>
<p>-        Il metodo delle interdipendenze settoriali (metodo input-output) elaborato dagli economisti sovietici P. I. Popov e M. Barengolts, in cui si raggiunge un equilibrio tra i vari settori con proporzioni ricavabili empiricamente da una matrice di coefficienti produttivi intersettoriali, presupposto un fattore primario (=il lavoro) che non è a sua volta prodotto;</p>
<p>-        La programmazione lineare statica di L. Kantorovich (1939), e cioè la costruzione di matrici di equazioni lineari da cui si estraevano le soluzioni ottimali in termini di distribuzione delle risorse;</p>
<p>-        Il modello dinamico di programmazione lineare, sempre di L. Kantorovich (1959);</p>
<p>-        La teoria del controllo ottimale elaborata dal matematico sovietico Pontryagin;</p>
<p>-        Il modello di sviluppo di Feld’man nel (1928), che partendo da alcune rigide premesse produttive definiva il tasso di investimento determinato dalla dimensione/sviluppo del settore A, destinato alla produzione di mezzi di produzione.<a title="" href="#_ftn18"><sup><sup>[18]</sup></sup></a></p>
<p>Si tratta di un insieme di gioielli teorici e pratici che partono proprio anche dalla teoria del costo-lavoro come loro base, assieme alla co-presenza dialettica del meccanismo di pianificazione sovietica.</p>
<p>Ad esempio gli economisti sovietici utilizzarono con successo la categoria di produttività netta al fine di determinare la redditività degli impianti produttivi, indicando con tale termine la produttività di un impianto importante e di un determinato periodo di tempo, meno il costo iniziale necessario per ottenerla espresso in rapporto al costo di costruzione dell’impianto, anch’esso calcolato in termini di costi correnti dei salari e dei materiali impiegati nella costruzione.</p>
<p>Come ha notato M. Dobb, gli economisti marginalisti “in passato hanno generalmente sostenuto che la distribuzione del capitale tra le industrie, la quale comporta le decisioni attorno al numero, al tipo e alle dimensioni di ogni singolo impianto, potrebbe essere organizzata “razionalmente” (in modo, cioè, da tradurre in termini di produzione totale il massimo possibile delle riserve investite) solo nel caso in cui esista un meccanismo del quale la produttività anticipata in ogni impiego possa essere paragonata con il costo delle riserve, quando il “costo” sia calcolato in modo da riflettere la massima produttività potenziale di quelle riserve secondo le diverse possibilità d’investimento. È stato sostenuto che, perché ciò sia possibile, queste riserve di capitale (per es., macchinario o materiale da costruzione) debbono essere valutate non solo in base al complesso della forza-lavoro (valutata al prezzo dei salari correnti), direttamente o indirettamente impiegata nella loro produzione, ma in base ad una speciale “costo del capitale” calcolo come una specie di saggio d’interesse esprimente il rapporto tra la “scarsità” del complesso delle riserve di capitale disponibili per l’investimento e la somma dei loro usi potenziali (valutati secondo la loro produttività potenziale in questi usi).</p>
<p>Questa tuttavia non sembra essere una conseguenza inevitabile, anche se la situazione economica e i problemi che essa coinvolge hanno il carattere che gli economisti di solito hanno ad essi attribuito. Ove siano disponibili i dati concernenti la produttività dei diversi investimenti progettati e i relativi costi  di impianto (espressi in base ai costi primari delle costruzioni, dei materiali e delle attrezzature occorrenti), esisterà una base per calcolare la produttività netta di ciascun progetto e per stabilire una successione di priorità nei progetti, in ragione del loro relativo rendimento. Una volta precisate tali priorità (che, naturalmente, non possono essere decise solamente in base alle considerazioni concernenti la produttività calcolate, il problema della distribuzione può essere risolto seguendo la successione delle priorità fino ad esaurimento delle risorse previste per gli investimenti in quel periodo. Procedendo con tale metodo, nessun progetto con prospettive di rendimento minori sarà preferito ad uno con prospettive di rendimento maggiori: al tempo stesso saranno state rispettate le condizioni per la sua più efficace utilizzazione delle risorse disponibili.<a title="" href="#_ftn19"><sup><sup>[19]</sup></sup></a></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCA1688L3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4264" title="imagesCA1688L3" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCA1688L3.jpg" alt="" width="278" height="181" /></a></p>
<p>Passiamo a questo punto al processo di distribuzione/consumo all’interno della società collettivistica, notando subito che siamo in presenza di una società al cui interno lo sviluppo delle forze produttive risulta ancora limitato (relativamente) e tale da non poter garantire il soddisfacimento dei bisogni umani secondo la regola della gratuità del consumo, in base alla regola comunista/sviluppata del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.</p>
<p>Pertanto nel socialismo-purgatorio si assiste al processo di riproduzione continua di una contraddizione fondamentale, tra l’alto (positivamente alto) livello di sviluppo già raggiunto dai bisogni sociali (materiali e culturali, bisogni soddisfatti in modo individuale e collettivo) e il basso (purtroppo ancora limitato, scarso ed insufficiente) grado di sviluppo delle forze produttive sociali destinate a soddisfarlo: una tensione e scarto di valore generale che può anche assumere un carattere antagonista, sia a livello teorico che pratico (Kronstadt 1921, ecc.).</p>
<p>Ma non solo: un’ulteriore contraddizione (secondaria ma di un certo peso) all’interno della dinamica del purgatorio-socialismo consiste nella parziale tensione tra l’aumento del soddisfaci-mento dei bisogni materiali-culturali dei prodotti diretti da un lato, e l’incremento del loro tempo libero con la riduzione progressiva dell’orario di lavoro: a parità di condizioni quest’ultimo elemento risulta in contraddizione con il primo, visto che se si lavora di meno diminuisce simultaneamente la qualità dei mezzi di consumo a disposizione della società collettivistica e dei suoi produttori.</p>
<p>Dati questi presupposti e condizioni materiali, la migliore forma di distribuzione del prodotto sociale all’interno di una società socialista diventa quella effettuata attraverso il tempo di lavoro erogato in base alla sua durata, intensità (e qualifica), dai diversi produttori diretti, una volta effettuate le “detrazioni” sopra esaminate: “a ciascuno secondo il suo lavoro”, in estrema sintesi.</p>
<p>Tot erogazione di tempo di lavoro, tot. quantità di mezzo di consumo acquisiti/consumabili dai singoli produttori diretti all’interno del socialismo-purgatorio, sempre dopo avere effettuato le detrazioni sopra indicate dal “prodotto sociale complessivo”: questo è il criterio ottimale per il processo di distribuzione nel socialismo-purgatorio dei mezzi di consumo individuali, a giudizio di Marx.</p>
<p>Si tratta di una regola generale basata su uno scambio (tra produttori diretti e società collettivisti-ca) di lavori uguali e costi-lavoro eguali, sull’uguaglianza tra il lavoro in entrata (=l’erogazione di una determinata quantità di tempo-lavoro da parte dei produttori diretti) da una parte, ed il lavoro in uscita e l’output dall’altra (=il tempo di lavoro necessario per produrre i mezzi di consumo attribuiti ed acquisiti da parte dei produttori diretti), sempre dopo avere effettuato le “detrazioni” di cui sopra.</p>
<p>Lavoro e costo-lavoro, in entrata e uscita.</p>
<p>Si tratta in ogni caso di un processo continuo di scambio tra equivalenti, ma non di un processo scambio di merci: e del resto proprio il tuo amico Engels aveva rilevato giustamente che “la produzione di merci non è affatto la forma esclusiva di produzione sociale”.<a title="" href="#_ftn20"><sup><sup>[20]</sup></sup></a></p>
<p>Sotto questo profilo, caro Marx, avevi sottolineato giustamente nella “<em>Critica al Programma di Gotha</em>” che se nel socialismo-purgatorio ed “all’interno della società collettivistica vige la regola della distribuzione secondo il lavoro erogato, dall’altra parte niente può diventare proprietà dell’individuo all’infuori dei mezzi di consumo individuali”.</p>
<p>A questo punto esaminiamo il lungo passo della “<em>Critica al Programma di Gotha</em>”, in cui si descrive una particolare manifestazione della legge universale del costo-lavoro (“la stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un&#8217;altra”) che domina la distribuzione dei mezzi di consumo nel socialismo.</p>
<p>“All’interno della società collettivista, basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà reale da essi posseduta, poiché ora, in contrapposte alla società capitalistica, i lavori individuali non diventano più parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto. L’espressione “frutto del lavoro”, che anche oggi è da respingere a causa della sua ambiguità, perde così ogni senso.</p>
<p>Quella con cui abbiamo da far qui, è una società comunista, non come si è sviluppata sulla sua prima base, ma viceversa, come sorge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita. Perciò il prodotto singolo riceve – dopo le detrazioni – esattamente ciò che dà. Ciò che egli ha dato alla società è la sua quantità individuale di lavoro. Per esempio: la giornata di lavoro sociale consta della somma delle ore di lavoro individuale; il tempo di lavoro individuale del singolo produttore è la parte della giornata di lavoro sociale conferita da lui, la sua partecipazione alla giornata di lavoro sociale. Egli riceve dalla società uno scontrino  di cui risulta che egli ha prestato lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino  egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di  consumo quanto equivale a un lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un&#8217;altra.</p>
<p>Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci, in quanto è scambio di valori uguali. Contenuto e forma sono mutati, perché nella nuova situazione nessuno può dare niente all’infuori del suo lavoro, e perché dall’altra parte niente può diventare proprietà dell’individuo all’infuori dei mezzi di consumo individuali. Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di  merci equivalenti: si scambia una quantità di lavoro in una forma, contro un’eguale quantità in un&#8217;altra.</p>
<p>L’uguale diritto è qui perciò sempre, secondo il principio, diritto borghese, benché principio e pratica non si accapiglino più, mentre l’equivalenza delle cose scambiate nello scambio di merci esiste solo nella media, non per il caso singolo.</p>
<p>Nonostante questo processo, questo ugual diritto è ancor sempre contenuto entro un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro.</p>
<p>Ma l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, dev’essere determinato secondo la durata o l’intensità, altrimenti cessa di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale, per lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perché ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente l’ineguale attitudine individuale e quindi la capacità di rendimento come privilegi naturali. Esso è perciò, per suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di un eguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l’altro no; uno ha più figli dell’altro, ecc. ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCAA8DP3P.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4266" title="imagesCAA8DP3P" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCAA8DP3P.jpg" alt="" width="280" height="180" /></a>Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista quale è uscita dopo i lunghi travagli del parto della società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale da essa condizionato, della società”.<a title="" href="#_ftn21"><sup><sup>[21]</sup></sup></a></p>
<p>Lavoro e costo-lavoro pertanto contraddistinguono il “particolare ed egualitario” “scambio di equivalenti” dentro “la società collettivistica” (Marx).</p>
<p>La regola generale dello “scambio di equivalenti” (sempre presupponendo ed effettuando prima le “detrazioni”) sussistente tra produttori diretti e società socialista (“scambia una quantità di lavoro in una forma, contro un’uguale quantità in un&#8217;altra”) solleva subito alcune questioni importanti, da risolvere in modo preventivo anche per evitare inutili equivoci.</p>
<p>Innanzitutto la teoria del costo-lavoro si dimostra uno schema esplicativo che permette di comprendere tale “scambio” particolare, diverso da quello che avviene nelle società classiste: uno scambio in cui la forza-lavoro non diventa merce ed al cui interno “si scambia una quantità di lavoro in una forma contro un uguale quantità in un&#8217;altra” (Marx), uno scambio particolare che assomiglia allo scambio di merci ma è quantitativamente diverso da esso elemento non compreso da Stalin nel 1952.<a title="" href="#_ftn22"><sup><sup>[22]</sup></sup></a></p>
<p>Il criterio generale (“la misura uguale, il lavoro”)  in via d’esposizione non costituisce inoltre l’unica regola applicabile ad una società socialista, venendo infatti affiancato da quello alternativo dell’egualitarismo materiale, ben diverso dall’“uguale diritto” alla stessa quantità di mezzi di consumo se si è in presenza di un uguale contributo materiale: in altri termini, la regola “a tutti la stessa quantità di mezzi di consumo”, rappresenta un’opzione diversa da quella proposta invece da Marx per il processo di distribuzione/consumo all’interno del socialismo-purgatorio.</p>
<p>A nostro avviso il criterio dell’egualitarismo materiale non va solo contro al pensiero marxiano, per il quale cui se un produttore diretto “fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo” ha diritto sicuramente, ad ottenere una quantità maggiore di mezzi di consumo del lavoratore invece meno abile o resistente, ma soprattutto presenta due gravi inconvenienti.</p>
<p>In primo luogo tale regola di ridistribuzione del prodotto sociale risulta sicuramente ugualitaria, ma certo non basata su una reale “giustizia”: se ad esempio un produttore diretto, lavorando otto ore a parità di qualifica, ottiene la stessa quantità di mezzi di consumo e la stessa “retribuzione” di un suo collega, che lavora invece con un’intensità doppia del primo, il “senso comune” di gran parte della forza-lavoro del passato/presente/futuro riterrà non conforme a giustizia tale distribuzione, l’egualitarismo materiale, inoltre favorirebbe direttamente il disinteresse per la produzione sociale  nel socialismo, scoraggiando come minimo buona parte della spinta collettiva a lavorare meglio e più intensamente, a raggiungere una qualifica superiore autocreandosi una forza-lavoro “complessa” in senso marxiano.</p>
<p>L’esperienza concreta ed ormai secolare dei paesi egemonizzati dal socialismo deformato non lascia spazio ad alcun dubbio in proposito, tanto che Raul Castro – divenuto dal luglio 2006 il leader di una delle nazioni socialiste che per più tempo ha tollerato l’ugualitarismo de facto nelle retribuzioni – ha sottolineato nel corso di un suo discorso dell’11 luglio 2008 che “socialismo significa giustizia sociale ed eguaglianza, ma eguaglianza dei diritti e delle opportunità e non dei salari”, rilevando con realismo che a Cuba “si lavora poco, si lavora sempre di meno: scusate la crudezza delle mie parole.”<a title="" href="#_ftn23"><sup><sup>[23]</sup></sup></a></p>
<p>Si tratta di un problema annoso e che risale già agli anni Sessanta, come venne testimoniato anche da economisti simpatizzanti per la Rivoluzione quali gli statunitensi L. Huberman e P. M. Sweerzy, che già allora notarono che l’assenteismo sul lavoro costituiva un fenomeno diffuso sull’isola.<a title="" href="#_ftn24"><sup><sup>[24]</sup></sup></a></p>
<p>Purtroppo l’esperienza storica pluridecennale delle società collettivistiche ha mostrato come il parassitismo (effettuato da pseudo-lavoratori ai danni dei veri lavoratori) non costituisca solo un fenomeno assai diffuso in Natura e vantaggioso per la riproduzione degli organismi parassitari, ma diffuso anche nel socialismo-purgatorio, se lasciato libero di diffondersi senza forti e costanti controtendenze: le secche parole di Raul Castro pertanto erano basate su un processo concreto di distribuzione del prodotto sociale a Cuba chiaramente viziato da errori, a partire dall’incompren-sione del messaggio marxiano “anti-egualitario” del 1875.</p>
<p>“Perché lavorare più intensamente, perché ottenere una migliore qualifica professionale”, chiederebbe subito gran parte dei produttori diretti del socialismo, “se tanto otteniamo proprio in termini di mezzi consumo proprio come i nostri colleghi pigri e/o non qualificati? Proprio per senso di giustizia, d’ora in poi anche noi ci adegueremo al loro stesso livello,  lavorando anche noi il meno possibile: tutti uguali non solo nei consumi, ma anche nell’intensità/qualificazione reale del lavoro.”</p>
<p>Terza precisazione: la distribuzione di matrice socialista secondo il lavoro erogato non va confusa con la legge del costo-lavoro, che attribuisce invece ai produttori diretti delle società classiste solo la quantità di mezzi di consumo socialmente necessari per la riproduzione (dignitosa, nei casi migliori, stentata e precaria, di regola) della loro forza-lavoro e delle loro famiglie.</p>
<p>In uno scenario relativamente favorevole, la regola del “a ciascuno secondo il suo lavoro” produce effetti assai positivi per i lavoratori del purgatorio-socialismo.</p>
<p>Se ad esempio i produttori diretti erogassero alla società collettivistica una quantità di lavoro (collegato ad un determinato grado medio di produttività del lavoro sociale) in grado di produrre una quantità globale di mezzi di consumo doppia rispetto a quella invece necessaria per una riproduzione dignitosa ed umana della loro forza-lavoro, essi otterrebbero una quantità di mezzi di consumo doppia, rispetto a quella necessaria per il soddisfacimento umano e di “buona qualità” (Marx) dei loro bisogni materiali-culturali.</p>
<p>Se erogassero invece il triplo del costo (dignitoso, umano e di “buona qualità”) della riproduzione della forza-lavoro, otterranno  a loro volta invece una quantità tripla di quella necessaria, e così via senza limiti e “tetti” invalicabili (consideriamo come già effettuate le “detrazioni” marxiane del 1875, astraendoci pertanto dal calcolo del costo-lavoro necessario al fine di riprodurre i fondi di ammortamento, di accumulazione e di riserva).</p>
<p>Ma purtroppo esiste anche la “variante negativa”, nello schema proposto.</p>
<p>Un grave problema si può infatti porre nel caso di una società collettivistica uscita rovinata dalla guerra civile, con un basso livello di sviluppo delle forze produttive sociali già nel periodo pre-rivoluzionario, ed in sovrappiù gravata dalla pesante “detrazione” creata dalla necessità di mantenere un numeroso e costoso esercito per difendersi dalla minaccia di aggressione dal campo capitalistico, in assenza di una rivoluzione socialista mondiale.</p>
<p>Chiamiamo tale società collettivistica con un nome di fantasia, diciamo… Russia sovietica/Unione Sovietica, diretta da un leader (ipotetico) di nome Lenin.</p>
<p>Chiamiamo la società classista pre-rivoluzionaria Russia zarista.</p>
<p>Denominiamo il protagonista della costosa “detrazione” di matrice militare con il titolo (glorioso) di Armata Rossa.</p>
<p>Ipotizziamo che il quadro temporale per questa simulazione sia stato il 1921.</p>
<p>Cosa sarebbe potuto succedere in tale scenario ipotetico e fantasioso, rispetto al processo di distribuzione del prodotto sociale nel “purgatorio” del socialismo?</p>
<p>Immaginiamo che i produttori diretti della società collettivistica avessero erogato globalmente un prodotto sociale complessivo pari a 100, diciamo otto volte meno della più avanzata potenza capitalistica a cui diamo il nome USA; e che, effettuate le “detrazioni” di marxiana memoria con l’aggiunta di quella di matrice militare, avessero raggiunto solo una quota ipotetica di 40 come quantità globale di mezzi di consumo disponibili, assai sotto alla quota di cento invece necessaria per una remunerazione dignitosa, umana e di “buona qualità” (Marx) della loro forza-lavoro. Risulta subito chiaro che avremmo un problema gigantesco, anche se “ipotetico”, quando il produttore diretto nel socialismo ottiene solo il 40% dei mezzi di consumo invece necessari per un esistenza e un limite di consumi dignitosi.</p>
<p>Ma immaginiamoci anche, rispetto alla forza-lavoro operante negli (ipotetici) USA, che essa avesse invece ottenuto una quota pari a 160 come quantità globale di mezzi di consumo disponibili, supponendo come pari numero alla Russia sovietica per produttori diretti e “detratto” lo sfruttamento capitalistico.</p>
<p>Logica conseguenza della nostra “simulazione”, nel 1921 la forza-lavoro degli USA avrebbe ottenuto una retribuzione reale superiore di ben quattro volte rispetto ai “colleghi” sovietici, nonostante che questi ultimi lavorassero e vivessero in ambito collettivistico. E subito chiaro che avremmo un secondo e gigantesco problema, anche se solo “ipotetico”.</p>
<p>Anche in base ad una delle LEU analizzate nel primo capitolo, non si può infatti consumare quello che non si è prodotto (o non hanno prodotto altri) in precedenza: i produttori diretti dell’ipotetica Russia sovietica del 1921 non solo non avrebbero ottenuto la quantità di mezzi di consumo necessari per una vita dignitosa, umana e di “buona qualità”, ma anche vedrebbero gli operai degli ipotetici USA vantare un tenore di vita materiale superiore al loro di ben quattro volte. In altri termini, anche se non sfruttati i produttori diretti dell’ipotetica Russia sovietica starebbero assai peggio dei “colleghi” statunitensi del 1921, a dispetto della regola socialista di distribuzione fondata sul “a ciascuno secondo il suo lavoro”.</p>
<p>Le conseguenze politico-sociali di questo ipotetico scenario?</p>
<p>I lavoratori-sfruttati degli ipotetici USA del 1921 aderirebbero e sceglierebbero il capitalismo nella loro grande maggioranza, dato che tale sistema socioproduttivo garantirebbe loro un potere d’acquisto reale superiore di quattro volte rispetto ai loro colleghi socialisti della Russia sovietica. “Bel socialismo della miseria/fame, che avete creato con la vostra grande rivoluzione socialista”, esclamerebbe la “voce operaia” americana nei confronti dell’esperienza dei produttori diretti sovietici.</p>
<p>A loro volta questi ultimi potrebbero invece ribellarsi alle loro miserie (anche se non dovute a sfruttamento) condizioni di vita, ipotizziamo anche con un’insurrezione armata nella (immaginaria) base operaia e navale di Kronstadt, con uno sciopero (quasi) generale nella Pietrogrado del febbraio 1921, ecc.</p>
<p>Terza (e marginale) conseguenza, i comunisti “di sinistra” potrebbero sostenere che nell’ipotetica Russia sovietica non si sarebbe certo realizzato il socialismo, ma solo una forma particolare di capitalismo di stato…</p>
<p>In ogni caso, tranquilli compagni: si è trattato solo di uno scenario ipotetico e fantasioso, di una simulazione socioeconomica frutto solo della nostra fantasia. Oppure forse era la realtà, nel tremendo scenario socioproduttivo sovietico del 1921, ben vivo ed operante Lenin? Il grande storico notò che “la situazione della Russia del 1917 era caratterizzata da un reddito nazionale pro capite molto esigua e da un basso tenore di vita a causa del basso livello della produttività del lavoro. Una tale situazione, a sua volta, dipendeva dal fatto che l’industria era scarsamente sviluppata, mentre la grande maggioranza della popolazione era dedita ai lavori della terra e soprattutto a quei tipi di colture che hanno un basso rendimento in relazione alla manodopera impiegata e alla estensione della superficie coltivata. Al basso rendimento di un’agricoltura ancora allo stato primitivo si aggiunge la sovrappopolazione rurale: eccesso di popolazione in rapporto all’estensione delle aree coltivate e ai mezzi di produzione a disposizione dei coltivatori. In particolare l’industria pesante era scarsamente sviluppata, e la sua passata espansione si era strettamente limitata alle esigenze delle costruzioni ferroviarie.”</p>
<p>Sempre Dobb notò che già durante la seconda metà del 1920 nella Russia sovietica, ben vivo e operante Lenin, all’ottavo congresso dei Soviet “i delegati contadini avevano già avanzato le loro lagnanze; uno di essi per esempio si lamentò dei funzionari  e dei comitati dei quali «ne esistono in una sola <em>volost</em> tanti quanti sono le famiglie. Se i comitati fossero messi uno sull’altro, probabil-mente raggiungerebbero il cielo. Essi se ne stanno sul collo indurito del contadino che lavora, le cui gambe vacillano, e presto lo faranno cadere».</p>
<p>Mentre queste parole venivano pronunciate, nelle regioni del Volga e della Siberia occidentale, stava diffondendosi una catena di sollevazioni contadine; contemporaneamente nel governatorato di Tambov e a Saratov i funzionari incaricati della raccolta di viveri venivano assaliti, torturati e uccisi.</p>
<p>La popolazione rurale non era la sola da estraniarsi dal regime.</p>
<p>Le masse degli operai della città cominciavano a sentire un distacco tra sé  e l’apparato dello Stato e tra sé e il partito comunista. Un aspetto di questo distacco fu l’antagonismo tra il «centro» e le «provincie» caratteristico di quell’epoca; esso si manifestava nelle provincie in sorde mormora-zioni, anche tra gli stessi comunisti, contro i ben calzati e ben pasciuti commissari provenienti dal centro, come Juri Libedinskij, nella <em>Settimana, </em>fa dire ai suoi personaggi Simchova e Martynov. Tra gli operai delle fabbriche cominciò a diffondersi una crescente sfiducia verso le più alte autorità economiche, che sapevano solo coprirli di un diluvio di ordini e di regolamenti, che li lasciavano in ozio per la mancanza di materiale o di combustibile, che proibivano loro di acquistare generi alimentari sul mercato libero e che non erano capaci di fornire loro nemmeno le pur magre razioni. Cominciò ad infiltrarsi il sospetto che i sindacati, piuttosto che organi rappresentativi degli operai comuni e tutori degli interessi delle masse nei consigli statali, costituissero un apparato il cui compito era quello di assicurare l’acquiescenza degli operai alle direttive governative; i sindacati operai cominciarono ad essere considerati come qualcosa di poco diverso da un qualsiasi ufficio<em> </em>ministeriale.</p>
<p>L’atteggiamento tenuto dai sindacati durante il periodo della guerra – la loro collaborazione con l’industria per mantenere la disciplina del lavoro e per reclutare gli eserciti del lavoro e la pratica, divenuta quasi costante, di sostituire le cariche elettive con designazioni dall’alto – contribuì in larga misura al rafforzamento di una tale situazione. Il regime che Trotskij aveva introdotto nelle ferrovie era un esempio di questa tendenza e provocò numerose proteste in ogni settore del mondo sindacale. Inebriato dal successo riportato nell’organizzazione dell’Esercito rosso, Trotskij, fin dall’inizio del 1920, aveva posto mano ad un progetto di coscrizione obbligatoria del lavoro e alla formazione di un esercito del lavoro che permettessero di affrontare i problemi della ricostruzione. Vennero costituiti speciali «battaglioni d’assalto», il cui compito era quello di dare un nuovo slancio produttivo alle aziende «d’assalto»; a mano a mano che le unità dell’Esercito rosso venivano ritirate dal fronte, invece di essere smobilitato,  venivano avviate sul fronte del lavoro per fronteggiare la crisi dei combustibili e dei trasporti che in quel momento era nella sua fase più acuta. Secondo questo piano, i sindacati avrebbero dovuto fornire il personale organizzativo che doveva essere nominato dall’alto e posto sotto una disciplina militare. Entro certi limiti il successo arrise all’iniziativa; la raccolta del legname combustibile venne accelerata; gli ingenti lavori di riparazione delle officine ferroviarie e delle strade ferrate principali vennero condotti a termine. Tuttavia, contro l’esiguità dell’incentivo e contro l’esaurimento fisico ben poco</p>
<p>potevano l’organizzazione militare e l’obbligatorietà del lavoro; ben presto si manifestò una reazione contraria. Nella seconda metà del 1920 gli scioperi divennero assai frequenti. L’assenteismo continuò ad aumentare e riunioni di fabbrica cominciarono a votare risoluzioni di opposizione, nelle strade si verificano delle dimostrazioni di protesta; gli operatori governativi vennero fischiati. Quando il precario miglioramento della situazione dei combustibili, dovuto al ritorno sotto il controllo sovietico dei giacimenti petroliferi del Caucaso, accennò a scomparire, nuovi segni di scontento cominciarono a manifestarsi. Questa volta essi si estesero fino a Konstadt, la base navale vicino a Pietrogrado, che fin dai primi giorni di marzo del 1917 era stato il vanto e la gloria della rivoluzione. Questo era particolarmente significativo poiché era il riflesso dello scontento dei contadini, penetrato ormai fin dentro la cittadella del bolscevismo.”<a title="" href="#_ftn25"><sup><sup>[25]</sup></sup></a></p>
<p>In ogni caso l’analisi relativa al processo di distribuzione-consumo all’interno del “purgatorio-socialismo” sottolinea come anche il calcolo del costo della riproduzione della forza-lavoro, dignitosa e di “buona qualità”, rientri in quel processo di “contabilità” (Marx) che, all’interno del socialismo come nel comunismo sviluppato, “diventa più importante che mai” (Marx). Tale processo di riproduzione di buona qualità della forza-lavoro, sia sul piano produttivo che politico-sociale (si pensi solo alla Konstadt reale del 1921), si rivela come un limite ed una soglia minimale di retribuzione della forza-lavoro, sotto la quale la formazione economico-sociale collettivistica non può né deve andare: sotto pena di scomparire per il peso delle sue contraddizioni interne e incontrando la (sacrosanta) ribellione dei produttori diretti, dopo tempi più o meno prolungati.</p>
<p>Processo collettivo di riproduzione di “buona qualità” della forza-lavoro che non avveniva sicuramente in Cina, ancora nel 1967 e nella zona relativamente privilegiata di Pechino in cui era posto il vicolo di Fanghuzhai, come ha testimoniato anche la figlia di Deng Xiaoping, Deng Rong, quando gli effetti della disastrosa Rivoluzione Culturale allontanarono il padre dal nucleo centrale del potere politico cinese a Zhongnanhai.</p>
<p>“Non saprei in quale altro modo definire il posto in cui stavamo a Zhongnanhai, se non come una sorta di “torre d’avorio”. Qui a Fanghuzhai, invece, eravamo senza alcun dubbio nel mondo reale.</p>
<p>Gli operai e gli impiegati del Gabinetto del Comitato centrale nostri coinquilini ci trattavano abbastanza bene, forse dietro ordine di qualcuno. Appena arrivati, molti ci chiesero se avevamo bisogno di qualcosa. Ci diedero dei porri e della salsa di soia. Avevamo ancora in mente Zhongnanhai e quel posto ci sembrava vecchio e cadente, ma gli operai e gli impiegati erano sempre vissuti là con le loro famiglie.</p>
<p>Non pensavano che ci fosse nulla di sbagliato, e noi iniziammo a capire che la gente comune viveva così. I loro stipendi erano bassissimi – da venti yuan al mese in su. Al massimo, quaranta. E questo stesso doveva bastare per una famiglia di tre generazioni. Molte mogli per arrotondare incollavano scatole di cartone o di fiammiferi. In molte case i letti erano semplici tavole appoggiate su due lunghe panche sulle quali si coricava l’intera famiglia. I pasti consistevano in focaccine di farina di mais e verdure salate. Se c’erano i tagliolini fritti in salsa di soia con un po’ di carne trita era già una festa. I vestiti erano pieni di toppe. I bambini erano quelli che subivano le privazioni maggiori, ed erano fortunati se riuscivano a difendersi dal freddo.</p>
<p>Di che cosa potevamo lamentarci? Non avevamo il diritto di essere insoddisfatti.</p>
<p>Imparammo a vivere come quelle famiglie di operai. Prendevamo l’acqua dal rubinetto in cortile. Usavamo i bagni pubblici nel vicolo. Presentavamo i buoni per comprare le granaglie allo spaccio dei cereali, mostravamo il nostro libricino al deposito di carbone per comprarne. In quegli anni i cereali, il carbone, l’olio commestibile e molti altri prodotti scarseg-giavano ed erano razionati.</p>
<p>Nei periodi festivi, ci mettevamo in coda come gli altri per comprare dei funghetti, dei Fiori Gialli, delle spezie, che nei giorni feriali non si trovavano in vendita. Il formaggio di soia si vendeva una volta alla settimana, e quel giorno dovevamo alzarci alle quattro o cinque del mattino, per metterci in coda al mercato ortofrutticolo”.<a title="" href="#_ftn26"><sup><sup>[26]</sup></sup></a></p>
<p>Sempre rispetto alla LEU in via d’esame, assume infine un ruolo importante anche il processo di analisi del “socialismo di mercato”, su cui si  sono soffermati A. Gabriele e F. Schettino in un loro interessante saggio teorico del 2012.<a title="" href="#_ftn27"><sup><sup>[27]</sup></sup></a></p>
<p>Il socialismo di mercato si differenzia innanzitutto da quello di matrice sovietica, a partire dagli studi di O. Lange e dall’esperienza jugoslava del 1950/88, perché il processo di formazione dei prezzi dei valori d’uso (mezzi di produzione e mezzi di consumo) viene affidato al suo interno principalmente (ma non solo) al processo di decisione relativamente autonoma delle singole unità produttive, sempre di proprietà collettiva: tale fenomeno si verificò nell’area jugoslava specialmente dopo il 1965 e in Cina dopo il 1979. A partire dal 1980, infatti, si  conferì un certo grado di  autonomia alle imprese del gigantesco paese asiatico fissando “un contratto tra dirigenti delle imprese” (di stato) “e ministeri, che stabilisce da un lato gli obiettivi produttivi da raggiungere in un orizzonte di 3-4 anni e la quota da conferire allo stato; dall’altro gli obblighi finanziari (tasse)”: nel giro di pochi anni, soprattutto dopo il 1988, le aziende statali cinesi diventarono soggetti in buona parte autonomi sul piano giuridico ed economico.<a title="" href="#_ftn28"><sup><sup>[28]</sup></sup></a></p>
<p>Inoltre il livello microeconomico/aziendale di matrice socialista acquisisce anche il potere principale (ma non esclusivo) di determinare “quanto e cosa produrre”, a partire dal rapporto tra fondo di consumo dei lavoratori e fondo di accumulazione, oltre che nel processo di selezione concreta di prodotti finali verso cui indirizzare la produzione delle singole unità produttive: nell’esperienza della Jugoslavia uno dei centri principali delle decisioni microeconomiche iniziarono ad essere i collettivi dei lavoratori già a partire dal 27 giugno del 1950.<a title="" href="#_ftn29"><sup><sup>[29]</sup></sup></a></p>
<p>In terzo luogo e a differenza che nel socialismo ipercentralizzato di matrice sovietica, sussiste e si riproduce nel socialismo di mercato un grado ((variabile) di  concorrenza tra le singoli unità produttive che operano nello stesso settore (ad esempio in quello automobilistico): in modo tale che il “mercato”, inteso come l’insieme dei consumatori dei diversi oggetti d’uso (gli acquirenti di automobili, nel caso specifico), decide in via principale – anche se non esclusiva – quale sia l’impresa che produce gli oggetti d’uso migliori in termini di rapporto tra prezzo e qualità rispetto ai “concorrenti”.</p>
<p>Per quanto riguarda la LEU del costo-lavoro, come nel socialismo di matrice pianificata essa risulta in ogni caso alla base del processo di formazione dei costi dei prezzi anche per il socialismo di mercato: ad esempio l’automobile dell’azienda-socialista costerà infatti in ogni caso un dispendio in termini di erogazione di forza-lavoro, di consumo di materie prime (a loro volta costate una quantità X<sub>1</sub> di tempo-lavoro generale), di usura degli impianti e di trasporto degli oggetti d’uso nel luogo di consumo, come del resto avverrà nell’impresa-socialista che risulti concorrente dalla prima, e così via.</p>
<p>E, a sua volta, la quantità di mezzi di consumo (il “salario”) acquisiti mano a mano dalla forza-lavoro impiegata nelle diverse aziende socialiste dipenderà dalla quantità/qualità di lavoro erogata, posta in combinazione dialettica con lo sviluppo qualità del tipo delle forze produttive esistenti nel settore, una volta che siano state effettuate le “detrazioni” previste da Marx nel 1875 (di regola sotto forma di tasse sul prodotto/profitto delle singole aziende) e il processo decisivo sul rapporto tra fondo di consumo e fondo di accumulazione, rispetto al prodotto sociale complessivo a disposi-zione delle singole aziende. Come nel socialismo pianificatore, la forza-lavoro non assumerebbe la forma di merce venduta a determinati prezzi ad acquirenti assolutamente autonomi e privi di qualunque vincolo con la parte venditrice, perché le imprese socialiste appartengono ai produttori diretti anche se il principio dello “scambio tra lavoratori uguali” assomiglia molto alla legge del valore si ha un “contenuto e forma mutati”, perché “niente può diventare proprietà dell’individuo al di fuori dei mezzi di consumo individuale” (Marx).</p>
<p>Potremmo fermarci a questo punto, ma ci consentiamo di “divagare” per poche pagine sull’argomento stimolante del rapporto tra pianificazione e mercato all’interno del socialismo, notando che Gabriele e Schettino avevano sicuramente ragione nell’affermare che “l’esperienza storica ha mostrato che l’alto e sempre crescente grado di complessità dell’economia moderna, legata alla sua continua e stratificata accumulazione di conoscenze da parte di numerosi e diversificati attori, non consente semplicistiche o supercentralizzate soluzioni al problema-chiave della gestione/governance”, mentre proprio l’economia pianificata di tipo sovietico ha mostrato di essere “troppo rigida” per essere in grado di assorbire “l’innovazione” tecnologica e scientifica, di natura autoctona o estera.<a title="" href="#_ftn30"><sup><sup>[30]</sup></sup></a></p>
<p>Ma altresì è sempre l’esperienza storica che mostra i disastri economici a cui porta il “mercato”, seppur operante con imprese ed unità produttiva di tipo socialista e collettivizzate, se esso viene privato della guida di una seria e vincolante pianificazione sulle linee-guida del processo economico, a partire dal tasso di accumulazione/consumo e dalla dinamica di distribuzione (settoriale e geografica) degli investimenti all’interno del socialismo di mercato.</p>
<p>Il caso jugoslavo del 1950/88 ha provato che il mercato, senza pianificazione, crea inevitabilmente:</p>
<p>-        crisi periodiche di sovrapproduzione e fasi recessive, (1974 e 1980/83), come nel capitalismo;<a title="" href="#_ftn31"><sup><sup>[31]</sup></sup></a></p>
<p>-        asimmetrie di sviluppo e potere d’acquisto tra le diverse zone geopolitiche della stessa nazione, oltre a crescenti contraddizioni tra di esse;</p>
<p>-        asimmetrie di sviluppo tra i diversi settori produttivi;</p>
<p>-        aumento dei prezzi di consumo ed inflazione costante;</p>
<p>-        privilegi corporativi nei settori produttivi meglio posizio-nati.<a title="" href="#_ftn32"><sup><sup>[32]</sup></sup></a></p>
<p>All’interno dell’economia jugoslava, infatti, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, “la libera economia di mercato” basata su aziende socialiste moltiplicò i beni di consumo a disposizione, ma produsse anche l’inflazione.</p>
<p>Alla base della disputa sui vantaggi della programmazione centrale, contro la libera economia di mercato, c’era il conflitto di interessi tra le diverse repubbliche della federazione, tra il Nord, prospero e industrializzato, e il Sud, contadino e impoverito. Il reddito medio della popolazione in Croazia era quasi doppio rispetto al reddito in Bosnia, Montenegro e Macedonia; in Slovenia era due volte e mezzo più alto. La Serbia occupava una posizione intermedia, cui contribuivano la ricca provincia settentrionale della Vojvodina (provincia autonoma, all’interno della Serbia) e il Sud povero di Kossovo e Metohija. Le differenze si accentuarono con l’introduzione dell’economia di mercato: ogni anno, Croazia, Slovenia e Vojvodina diventavano più ricche e Bosnia, Erzegovina, Montenegro, Macedonia, Kossovo e Metohija più povere. Tito era perfettamente consapevole del problema, come disse a Dedijer. “Per molti anni ho lottato in campo internazionale per mettere fine alla pauperizzazione di grandi parti del mondo. I paesi ricchi diventano sempre più ricchi e quelli poveri sempre più poveri, e molto in fretta. Mi dispiace vedere che questo stesso processo ha luogo anche in Jugoslavia.” Dal 1945 “nel nostro paese, le regioni industriali diventano sempre più ricche a spese delle regioni economicamente sottosviluppate.”</p>
<p>Tito era risoluto a elevare il livello di vita nel sud e a crearvi posti di lavoro, ma questo si poteva fare molto meglio mediante la programmazione centralizzata che con la libera economia di mercato.”<a title="" href="#_ftn33"><sup><sup>[33]</sup></sup></a></p>
<p>Un altro esempio delle proteiformi contraddizioni che possono sorgere tra le imprese socialiste autonome e l’interesse generale della società collettivistica viene fornita dall’esperienza sovietica del 1918, visto che “nella primavera del 1918, cominciò a diffondersi tra i comitati di fabbrica una tendenza sindacalista: essa era un derivato dell’idea che le aziende dovessero essere gestite direttamente dagli operai in esse occupati nel loro esclusivo interesse. Questo fenomeno determinò un abbassamento della produzione e della disciplina in fabbrica; in molti casi fece sorgere tra gli operai un sentimento particolaristico e di possesso nei confronti delle loro fabbriche, che andava a detrimento degli interessi della più vasta comunità e resisteva gelosamente ai tentativi di coordinamento e di direzione dall’alto. “Subentrò un altro proprietario – scriveva uno dei dirigenti del sindacato degli operai metallurgici – che, alla pari del precedente, era individualista ed antisociale ed il nome del nuovo proprietario era comitato di controllo nel bacino di Donez. Le officine metallurgiche e le miniere si rifiutavano reciprocamente di  fornirsi il ferro e il carbone a credito, e vendevano il ferro ai contadini, senza alcun riguardo per i bisogni dello Stato”. Un successivo rapporto del <em>Vesenkha </em>riassumeva la posizione assunta da tale organismo durante questo periodo in termini molto franchi. “Il <em>Vesenkha </em>ha chiaramente compreso la necessità di un coordinato piano di nazionalizzazione condotto su linee ben precise. Tuttavia, nel primo periodo esso non ha potuto disporre dell’apparato statistico ed amministrativo, ne stabilire contatti efficienti con le singole località e, per conseguenza, mancando il numero sufficiente di organi locali efficienti e di “quadri” operai, è stato costretto a portare entro i limiti della propria competenza e a cercare di dirigere un numero troppo grande di imprese economicamente deboli: ciò ha reso l’organizzazione della produzione estrema-mente difficile. Il primo tempestoso periodo di amministrazione industriale ha sconvolto ogni organizzazione sistematica dell’industria e della rilevazione economica.”<a title="" href="#_ftn34"><sup><sup>[34]</sup></sup></a></p>
<p>Proprio basandosi su un’esperienza socioproduttiva ormai quasi secolare, che parte dall’Ottobre Rosso sovietico fino ad oggi, risulta ormai evidente che proprio la combinazione dialettica tra una pianificazione di tipo vincolante a livello strategico e la simultanea azione del mercato/libera concor-renza tra imprese autonome (parzialmente) a livello di decisio-ni microeconomiche, unita all’intervento statale teso a riequilibrare costantemente le asimmetrie via via createsi nei processi di formazione dei prezzi e nella destinazione (sia settoriale che geografica) degli investimenti, si sia dimostrata nei fatti la migliore per ottimizzare il processo di riproduzione allargata del sistema socialista: tesi verificata proprio dalla concreta esperienza cinese del 1978-2013, con le sue luci e ombre, e con le sue “correzioni di tiro” in corso d’opera anche rispetto all’interrelazione dialettica tra piano e mercato, tra prezzi fissati dallo stato, ecc.<a title="" href="#_ftn35"><sup><sup>[35]</sup></sup></a></p>
<p>Per definire la “coabitazione” tra i due poli dialettici si può utilizzare, usare lo slogan evidenziato dalla pluridecennale pratica cinese, e cioè “il massimo di pianificazione macroeco-nomica compatibile con il mercato a livello microeconomico, e viceversa”, mentre solo la pratica sociopolitica permette di superare le inevitabili contraddizioni tra i due meccanismi di interconnessione/intervento nei processi economici in Cina.</p>
<p>Lo storico e analista D. Graeber ha notato giustamente che “siamo abituati a pensare che il capitalismo e il mercato siano la stessa cosa, ma, come ha osservato il grande storico francese Fernand Braudel, sotto molti aspetti i due si possono vedere anche come opposti. Mentre i mercati sono delle istituzioni per scambiare merci usando la moneta come mezzo – storicamente, un modo per coloro che avevano un eccedenza di grano di procurarsi delle candele e viceversa (in termini economici, M-D-M’, ovvero merce-denaro-altra merce) –, il capitalismo è prima di tutto l’arte di usare il denaro per produrre altro denaro ( D-M-D’). naturalmente il modo più facile per riuscirci e stabilire qualche tipo di monopolio, ufficiale o <em>de facto</em>. Per questa ragione, i capitalisti di ogni tipo, che si tratti di mercanti, principi, finanzieri o industriali, hanno sempre cercato di allearsi con l’autorità politica per limitare la competizione nel mercato, in modo da essere agevolati e poter guadagnare di più.”<a title="" href="#_ftn36"><sup><sup>[36]</sup></sup></a></p>
<p>Come meglio evidenzieremo in un prossimo saggio, se il “mercato” precede ed anticipa nei fatti di almeno sette millenni la genesi del capitalismo (Engels, 1894), a sua volta quest’ultimo ha utilizzato con una certa efficacia e su larga scala il meccanismo della pianificazione vincolante a livello strategico fin dall’esperienza concreta dell’“economia di guerra” tedesca del 1914-1918, allora diretta da un geniale organizzatore come il magnate W. Rathenau: bisogna innanzitutto de-ideologizzare la questione del rapporto dialettico tra mercato e pianificazione, evitando sia l’errata ed antistorica identificazione tra il primo elemento ed il capitalismo, che l’altrettanto scorretta ed antistorica equazione fra socialismo e pianificazione omnicomprensiva.</p>
<p>In Jugoslavia ad esempio sussisteva (troppo) poca pianifica-zione ma molti elementi di socialismo, visto che il 4 gennaio del 2003 l’allora ministro serbo dell’economia e delle privatizzazioni, A. Vlahodic, annunciò con fare trionfante che entro l’anno il governo iperliberista di Z. Djndjic sarebbe riuscito a privatizzare il 60% dell’intera economia serba, ben 15 anni dopo l’inizio dell’implosione dell’esperienza jugoslava.</p>
<p>Assai diversa risultava invece la questione, almeno altrettanto importante sul piano politico-sociale, della presenza di un consistente settore capitalista all’interno di una formazione economico-sociale prevalentemente collettivistica ed egemonizzata dal settore produttivo di matrice statale e cooperativo, con il delicato processo di coesistenza-lotta tra il primo (= la “linea nera”) ed il secondo (= la “linea rossa”), che si  è materializzata nella dinamica socioproduttiva cinese tra 1978 e il 2014: ma anche su questa stimolante tematica rimandiamo per forza di cose ad un prossimo lavoro ad hoc.</p>
<p>Possiamo invece concludere questo capitolo sottolineando come la LEU del costo-lavoro non costituisca certo l’unico nesso generale e costante che si manifesta all’interno della sfera produttiva del purgatorio-socialismo.</p>
<p>Infatti anche tutte le altre leggi economico universali, già analizzate in precedenza, si manifestano e si rivelano (con le loro rispettive specificità concrete) all’interno del processo di riproduzione economico-sociale della fase (immatura) di sviluppo socialista, che può a determinate condizioni aprire le porte progressivamente, senza un drastico salto di qualità ma con progressivi avanzamenti e “riforme” (quali ad esempio l’introduzione graduale della gratuità nel consumo di beni di prima necessità), al difficile e lungo processo di costruzione del comunismo sviluppato.</p>
<p>Per verificare (o smentire) la loro azione si deve solo riprendere dall’inizio di focalizzazione rispetto alle diverse LEU, a partire proprio dall’indispensabile e costante apporto economico che la Natura fornisce alla praxis produttiva umana, nel socialismo, oltre che alla sua riproduzione sociobiologica.</p>
<p>Certo, si tratta di un&#8217;altra sfida ai compagni-lettori: buona critica/ricerca.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-4268" title="imagesCAWH64C9" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/02/imagesCAWH64C9.jpg" alt="" width="278" height="181" /></p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. 6/7/8, in www.robertosidoli.net</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> P. Del Vecchio, “Ora i norvegesi adottano i bambini spagnoli alla fame”, 6/8/2012, Il Secolo XIX, p. 3</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> A. Buzuev, “Le multinazionali e il militarismo”, p. 36, ed. Progress</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> A. Buzuev, “Le multinazionali e il militarismo”, op. cit., p. 26; M. Schmidt, in Autori Vari, “Stato ed accumulazione del capitale”, p. 73, ed. Mazzotta</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> A. Astapovic, “La strategia delle multinazionali”, p. 178-179, ed. Progress</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> S. Halimi, “Il grande balzo all’indietro”, p. 246-247, ed. Fazi</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Op. cit.,</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> L’Unità, n.3 del 1937, p. 6</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> M. Salvadori, “La critica marxista allo stalinismo”, in Storia del marxismo, vol. 3/2, p. 128, ed. Einaudi</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> R. Sidoli, “Logica della storia e comunismo novecentesco”, p. 157, ed. Petite Pleisance</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> D. Burgio, M. Leoni, R. Sidoli, “Lenin o Isuv?”, in <a href="http://www.lacinarossa.net">www.lacinarossa.net</a>, dicembre 2011</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> A. Negri, “Good-bye Mr. Socialism”, p. 36, ed. Feltrinelli</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> K. Marx, “Critica al Programma di Gotha”, cap. primo</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> M. Gorkij, “La madre”, p. 362, ed. Fabbri</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> V. I. Stalin, “Problemi economici del socialismo”, cap. terzo, Editori Riuniti</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> E. Che Guevara, “Considerazione sui costi di produzione”, giugno 1963</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> R. Meek, op. cit., p. 252</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> M. Dobb, “Storia dell’economia sovietica”, pp. 410-413, Editori Riuniti</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> M. Dobb, op. cit., p. 17-18</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> R. Meek, op. cit., p. 240-241</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> K. Marx, “Critica del Programma di Gotha”, op. cit.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> V. I. Stalin, “Problem…” op. cit., cap. terzo</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> “Cuba, terre incolte ai privati”, in <a href="http://www.repubblica.it">www.repubblica.it</a>, 12 luglio 2012</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> L. Huberman e P. M. Sweerzy”,  Le socialism cubain”, p. 152, ed. Anthropos Paris</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> M. Dobb, “Storia dell’economia sovietica”, op. cit., p. 14, 137 e 138</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> Deng Rong, “Deng Xiaoping e la Rivoluzione Culturale”, p. 65, ed. Rizzoli</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> A. Gabriele e F. Schettino, “Market socialism as a distinct socioeconomic formation internal to the modern made of production”, maggio 2012</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> G. Salvini, “La modernizzazione della Repubblica popolare cinese”, p. 359, in Autori Vari, “La Cina, verso la modernità”, vol. terzo, ed. Einaudi</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> E. Hosch, “Storia dei paesi balcanici”, p. 263, ed. Einaudi</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref30">[30]</a> A. Gabriele F. Schettino, op. cit., p. 28</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref31">[31]</a> E. Hosch, “Storia dei paesi balcanici”, op. cit., p. 268-269, ed. Einaudi</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref32">[32]</a> J. Ridley, “Tito”, p. 358-363 e 367, ed. Mondadori</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref33">[33]</a> Op. cit., p. 341</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref34">[34]</a> M. Dobb, “Storia dell’economia sovietica”, op. cit., p. 107 Editori Riuniti</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref35">[35]</a> M. C. Berger, “La repubblica Popolare cinese”, p. 265-281, ed. Il Mulino; G. Samarani, “La Cina del Novecento”, p. 313-315, ed. Einaudi</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref36">[36]</a> D. Graeber, “Debito”, p. 253, ed. Il Saggiatore</p>
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		<title>Ipotesi Hong Kong o Armageddon?</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jun 2012 17:27:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ipotesi Hong Kong o Armageddon? Autori: Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio Prefazione Il presupposto fondamentale, il nucleo delle previsioni da cui si sviluppa il nostro processo di analisi è che al massimo entro il 2014 il deficit pubblico degli USA risulterà insostenibile ed ingestibile, per la borghesia statunitense ed i suoi variegati mandatari politici. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/06/prima.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3268" title="prima" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/06/prima-300x183.jpg" alt="" width="300" height="183" /></a><a title="Permalink a Ipotesi Hong Kong o Armageddon?" href="http://www.robertosidoli.net/?page_id=274" rel="bookmark">Ipotesi Hong Kong o Armageddon?</a></h2>
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<p><span style="color: #ff0000;">Autori:</span></p>
<p><span style="color: #ff0000;">Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio</span></p>
<h2><a title="Permalink a Prefazione" href="http://www.robertosidoli.net/?page_id=298" rel="bookmark"> Prefazione</a></h2>
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<p>Il presupposto fondamentale, il nucleo delle previsioni da cui si sviluppa il nostro processo di analisi è che al massimo entro il 2014 il deficit pubblico degli USA risulterà insostenibile ed ingestibile, per la borghesia statunitense ed i suoi variegati mandatari politici.</p>
<p>Vi sono tre possibili/principali soluzioni alternative al default USA:</p>
<p>-          Guerra mondiale scatenata dagli USA.</p>
<p>-          Guerra civile negli USA.</p>
<p>-          Ipotesi Hong Kong, un compromesso planetario in cui gli USA accettino forzatamente una nuova configurazione dei rapporti di forza mondiale.</p>
<p>Una previsione (verificabile/falsificabile dalla futura pratica sociale) che, se corretta e veritiera, anticipa il dispiegarsi di conseguenze di portata planetaria e gigantesche per il genere umano.</p>
<p>La natura e la tendenza principale di tale sconvolgimento epocale dipenderanno infatti in ultima analisi solo dalla praxis collettiva, in primo luogo politico-sociale.</p>
<p>Fantapolitica, fantaeconomia? Forniamo innanzitutto alcuni dati, alcuni giudizi e alcune osservazioni in merito.</p>
<p>“Il debito pubblico americano è un porto sicuro proprio come lo fu Pearl Harbor nel 1941” (N. Ferguson, storico anticomunista, Financial Times, 13/02/2010).</p>
<p>Secondo S&amp;P le società avranno bisogno di 30 trilioni di dollari per rifinanziare i bond in scadenza e i prestiti erogati nel periodo pre-crisi (le società europee contano per il 30%), cui si aggiungeranno altri 13-16 trilioni di nuovi capitali che serviranno a finanziare la crescita. Un conto da 46 trilioni di dollari che rischia di sbilanciare ulteriormente gli equilibri economici mondiali.</p>
<p>Agli Stati Uniti, infatti, serviranno 8,6 trilioni di rifinanziamenti, mentre sulla crescita verranno investiti poco meno di tre trilioni, così come in Europa dove per la crescita verranno spesi meno di 2,3 trilioni. Ancora peggio il Giappone: 5,5 trilioni per i debiti in scadenza e neppure uno per l’economia. (www.repubblica.it 10 maggio 2012).</p>
<p>Gli USA dal luglio del 2011 a fine ottobre, in soli quattro mesi hanno aumentato il loro debito pubblico di 800 miliardi di dollari sfondando quota 15.000 miliardi. Di questo passo le previsioni di arrivare a 23.000 miliardi nel 2020 saranno abbondantemente superate. Obama si dice preoccupato per la situazione debitoria europea io gli consiglio di guardare in casa sua. Guardate il grafico: non serve un economista per capire che la situazione è fuori controllo e che sta peggiorando a vista d’occhio”. “Debito americano”, 17 novembre 2011, gasalasco.blogspot.com.</p>
<p>Il 12 gennaio 2012, il governo statunitense chiedeva l’innalzamento del tetto del debito pubblico da 15.194 a 16.394 miliardi di dollari, mentre al 12 gennaio il deficit USA era ormai arrivato a quota 15.090.</p>
<p>In un editoriale denuncia sul Wall Street Journal del 29 marzo 2012, Lawrence Goodman, un ex funzionario del Tesoro che al momento presiede il Centro di Stabilità Finanziaria, riferisce che la banca  entrale americana ha comprato sinora il 61% del debito degli Stati Uniti, avvertendo di tutti i pericoli di un tale comportamento.</p>
<p>“L’anno scorso la Fed ha comprato un impressionante somma, pari al 61% del debito emesso dal Tesoro, in rialzo anche rispetto ai livelli della crisi subprime nel 2008”, si legge nell’articolo.</p>
<p>La maggiore economia mondiale dei mercati “rischiano di subire una correzione improvvisa e decisa” se le cose non vengono riportate alla “normalità”.</p>
<p>“Questa situazione non fa che creare la falsa illusione di una domanda senza limiti per il debito USA, ma soprattutto nasconde l’urgenza di ridurre i deficit fiscali di dimensioni spropositate”. (www.finanzaonline.com)</p>
<p>N. Roubini, intervista del 19 agosto 2011 al Wall Street Journal: “Karl Marx aveva ragione. Ad un certo punto, il capitalismo può autodistruggersi”. (Karl Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. 15, par. terza: “il vero limite della produzione capitalistica è proprio il capitale”.)</p>
<p>Ron Paul, senatore repubblicano del Texas e candidato alla presidenza degli Stati Uniti, 19 luglio del 2011: “quando una nazione è indebitata al livello in cui noi” (gli Stati Uniti) “ci siamo indebitati, la nazione fa sempre bancarotta. Noi andremo in default perché il debito è insostenibile”.</p>
<p>Il Manifesto, 13/9/2011: “il Financial Times ha rivelato che il ministro Tremonti ha chiesto a Lu Eiji, amministratore della China Investment Corp, di acquistare BOT e CCT” italiani.</p>
<p>Allan Sinai, economista statunitense, 27 giugno  del 2011: “se entro la fine del 2012 il debito pubblico degli USA continuerà a crescere a questo ritmo insostenibile, può scatenarsi una nuova crisi finanziaria: ad un certo punto gli investitori smetteranno di comprare prima i titoli di Stato e poi le azioni USA”.</p>
<p>Bill Gross, marzo 2011: “il debito complessivo degli USA” (ivi compreso famiglie e aziende) “è pari a 75 trilioni di dollari”, cinque volte il prodotto interno lordo americano.</p>
<p>Barack Obama, 16 luglio 2011: “intesa sul debito” (statale degli USA) “o sarà l’Armageddon”.</p>
<p>N. Roubini, 5/9/2010: “gli USA hanno finito le munizioni” per evitare un double-dip, una seconda recessione ravvicinata dopo quella del 2008/2009.</p>
<p>N. Roubini, 5 agosto 2011: “gli Stati Uniti hanno il 50% di probabilità di finire di nuovo in una recessione”.</p>
<p>D. Bianco, stratega azionario della Merrill Linch, agosto 2011: “il rischio di un’altra recessione” (dopo quella del 2008/2009) “è aumentata fino all’80%”.</p>
<p>K. Rogoff, economista, 5 agosto 2011: “la crisi? Chiamatela la Grande Contrazione… L’espressione “Grande Recessione” da l’impressione che l’“economia” (statunitense ed occidentale) “stia assumendo il profilo di una tipica recessione, anche se un po’ più severa – qualcosa come un influenza molto brutta… Tuttavia il vero problema è che l’economia mondiale si è eccessivamente indebitata, e non c’è alcuna via di scampo veloce senza un piano per trasferire ricchezza dai creditori ai debitori, tramite dei default (= bancarotte del debito statale, “sovrano”)” o delle depressioni finanziare, o utilizzando l’inflazione.</p>
<p>La prima “Grande Contrazione naturalmente fu la Grande Depressione” (degli anni Trenta) “come rilevato da Anna Schwarz e dall’ultimo Milton Friedman. La contrazione si manifesta colpendo non solo la produzione e l’occupazione, come in una normale recessione, ma anche debito e credito, e con il deleveraging” (processo di riduzione della leva finanziaria, a partire dal deficit di bilancio statale) “che tipicamente si completa in parecchi anni”.</p>
<p>Il presidente dell’agenzia di rating cinese Dagong, Guan Jianzhong, il 6 agosto del 2011 a sua volta ha rilevato che già dalla metà del 2011 gli Stati Uniti sarebbero ormai assai vicini al default. Gli USA “continuano a contare sul diritto di emettere dollari per mantenere una continuità nel rapporto fra debitore e creditore, ma alla fine – immagina il presidente Guan Jianzhong – il biglietto verde verrà abbandonato ed allora gli Stati Uniti non potranno più chiedere prestiti. E quel che è peggio, le banconote in circolazione diventeranno cartastraccia”. Uno scenario apocalittico: se le previsioni di questo signore fossero realistiche, la crisi del 1929 sarebbe Disneyland al confronto. Gli USA, infatti, sono un centro finanziario globale. “Un crollo del sistema americano – avverte ancora Guan – si trasmetterebbe istantaneamente a tutto il mondo”. (Liberazione, 07/08/2011).</p>
<p>J. Stieglitz, 8 agosto 2011: a suo avviso, con l’accordo teso ad evitare il default tecnico nell’agosto del 2011, “il presidente Barack Obama ha accettato una strategia squilibrata per la riduzione del debito, senza aumenti delle tasse, nemmeno per i milionari che tanto bene se la sono passata durante gli ultimi vent’anni, e nemmeno eliminando le regalìe fiscali alle compagnie petrolifere, che minano l’efficienza economica e contribuiscono al degrado ambientale.</p>
<p>Gli ottimisti affermano che l’impatto macroeconomico dell’accordo per innalzare il tetto all’indebitamento e impedire il default sarà limitato sul breve termine, all’incirca 25  miliardi di tagli alle spese per l’anno entrante. Ma la riduzione dell’imposta sul libro paga (che metteva oltre 100 miliardi di dollari nelle tasche dei cittadini americani) non è stata rinnovata e sicuramente le imprese, in previsione degli effetti contrattivi del mancato rinnovo di questa misura, saranno ancora più riluttanti a prestare.</p>
<p>La stessa fine delle misure di stimolo produce effetti contrattivi. E con il prezzo delle case che continua a calare, la crescita che arranca e la disoccupazione che rimane ostinatamente alta (un americano in cerca di lavoro su sei non riesce a trovare un impiego a tempo pieno), quello che serve – anche per riportare in ordine i conti pubblici – sono altri stimoli di bilancio, non l’austerity. Il fattore che può concorrere a far lievitare il deficit è il calo del gettito fiscale provocato dal cattivo andamento dell’economia: il rimedio migliore sarebbe tornare a far crescere l’occupazione. Il recente accordo sul debito è una mossa nella direzione sbagliata”.</p>
<p>N. Roubini,  25/09/2011: è diventato ancor più pessimista da quando tre settimane fa dava il 60% di probabilità per una nuova recessione degli USA entro il 2012. Business Day ha riportato che, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Johannesburg il 20 di settembre, Roubini ora è convinto che: “gli Stati Uniti sono già in recessione anche se non l’ammetteranno mai”, e che il resto del mondo non sarà isolato dagli effetti di un altro collasso globale.</p>
<p>Ma c’è una ragione in più che ha fatto guadagnare a Roubini il soprannome di “Dr. Doom”, quando ha fatto una previsione ancora più clamorosa, affermando che ci saranno proteste anche nella più grande economia planetaria.</p>
<p>“C’è una  sempre maggiore disuguaglianza in tutto il mondo (…). Se si dovesse entrare in un’altra recessione, ci saranno rivolte negli Stati Uniti”.</p>
<p>In un’intervista rilasciata a CNBC, Soros crede che gli Stati Uniti sono già in una seconda recessione e che “alcune nazioni più piccole della zona euro potranno fare default e lasciare la moneta unica.”</p>
<p>Intervista a R. Petrini, 14 novembre 2011 “nel dicembre del 2009 il New York Times, citando un analista di Moody’s, avvertiva che nel 2012 sarebbe venuta a scadenza una valanga di titoli e aggiungeva una sua previsione: “ci travolgerà”. Infatti oltre ai debiti pubblici ci saranno da rinnovare una montagna di bond che sono stati emessi prima della crisi del 2007 quando la liquidità scorreva abbondante: di solito hanno 5-7 anni di scadenza, dunque eccoci al capolinea, con il rischio che al loro rinnovo, quei bond si rivelino nient’altro che junk bond. Poi ci sono le obbligazioni bancarie e quelle delle aziende private emesse per far fronte ad acquisizioni ed operazioni di salvataggio”.</p>
<p>Il Financial Times, citando fonti di mercato, ha lanciato una stima del controvalore nominale del portafoglio dei titoli a rischio detenuti dall’istituto. Se il calcolo risultasse esatto, JP Morgan avrebbe a bilancio titoli potenzialmente tossici per 100 miliardi di dollari. (Matteo Cavallitto, il Fatto Quotidiano, 22 maggio 2012)</p>
<p>Le alternative?</p>
<p>“Ipotesi default: modello Argentina? Islanda? O Grecia? Forse può essere ipotizzabile quello che è avvenuto in paesi disastrati come l’Argentina o assai piccoli come l’Islanda. Ma già il fallimento selettivo della Grecia, che fa parte dell’euro, sta presentando molti più problemi di quanto si pensasse: non è facile cancellarla con un tratto di penna. Basta sfogliare l’ultimo rapporto del CER (Centro Europeo Ricerche) per rendersene conto. L’unica ipotesi che resta è quella di far comprare i titoli pubblici alle banche centrali”.</p>
<p>Non lo farà mai nessuno.</p>
<p>“Ed invece lo stanno già facendo”.</p>
<p>Segue: http://www.robertosidoli.net/?page_id=274</p>
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		<title>Ratzinger o Fra Dolcino?</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 14:05:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fra dolcino]]></category>
		<category><![CDATA[Ratzinger]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Sidoli]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Muntzer]]></category>

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		<description><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo di Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio. Prefazione Gesù di Nazareth, il “primo socialista”. Le comunità politico-religiose degli esseni e di Qumran, basate entrambe su un modo di vita e produzione collettivistico. Amos e Isaia, profeti “rossi” dell’Antico Testamento. Fra Dolcino e T. Muntzer, rivoluzionari comunisti e cristiani. Le organizzazioni “eretiche” cristiane, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Riceviamo e pubblichiamo</em></p>
<p><em> di Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio.</em></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><em><strong>Prefazione</strong></em></p>
<p>Gesù di Nazareth, il “primo socialista”.<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/fra-dolcino.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2891" style="margin: 5px;" title="fra dolcino" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/fra-dolcino.jpg" alt="" width="197" height="240" /></a></p>
<p>Le comunità politico-religiose degli esseni e di Qumran, basate entrambe su un modo di vita e produzione collettivistico.</p>
<p>Amos e Isaia, profeti “rossi” dell’Antico Testamento.</p>
<p>Fra Dolcino e T. Muntzer, rivoluzionari comunisti e cristiani.</p>
<p>Le organizzazioni “eretiche” cristiane, dagli eroici marcioniti agli anabattisti rivoluzionari della Comune di Munster, con la loro scelta di campo allo stesso tempo comunista e religiosa.<br />
I cristiani per il socialismo, il cristiano-marxista Chavez. Boff e la teologia della liberazione, il socialismo indigeno di Evo Morales, ecc.</p>
<p>Pratiche plurimillenarie e proteiformi, concrete ed innegabili, su cui il materialismo storico “classico” si è confrontato e rapportato solo di sfuggita e con un certo imbarazzo, mentre invece richiedono sia un processo accurato di analisi che un criterio generale d’interpretazione e di comprensione, in grado di spiegare perché – a determinate condizioni – la religione si sia potuta e si possa tuttora trasformare in positiva, liberatoria e sovversiva “anfetamina dei popoli”.<br />
Anche Engels, nella sua  notevole opera “La guerra dei contadini in Germania”, riconobbe che l’azione del religioso, credente  cristiano e rivoluzionario Thomas Muntzer era ispirato da principi- guida che come minimo si avvicinavano al comunismo, ma purtroppo da tale fatto innegabile, indiscutibile e testardo non derivò le necessarie conseguenze teoriche.<br />
Risulta ormai necessario modificare una parte consistente dell’ormai consolidata analisi marxista sulla pratica religiosa, presa nella globalità: del resto “il vero è l’intero”, rilevava  Hegel nella sua geniale “Fenomenologia dello Spirito”.[1]<br />
Riteniamo ancora valido il nucleo fondamentale della valutazione espressa dal marxismo “classico” sia rispetto alla genesi della religione, da intendersi come il prodotto dell’azione umana (l’uomo ha creato le divinità, e non viceversa), che soprattutto per quanto riguarda la funzione concreta di “oppio dei popoli” svolta via via dalla religione in una sua particolare versione, quella fornita dagli apparati ecclesiastici collegati strettamente al potere politico e agli organi statali, a partire dalla teocrazia sumera (3700 a.C.) fino ad arrivare all’attuale gerarchia vaticana.<br />
Ma il nucleo non è tutto e già nell’introduzione alla sua “Critica della filosofia del diritto di Hegel”  Marx scrisse giustamente che “l’uomo crea la religione e non la religione l’uomo”, rilevando anche che la religione “è l’oppio dei popoli”,  aggiunse anche che essa rappresenta “l’espressione della miseria effettiva e la protesta contro questa miseria effettiva”, e cioè il “sospiro della creatura  oppressa”.<br />
Oppio dei popoli, e allo stesso tempo “protesta contro la miseria”: una polarità di opposti molto interessante, ma poco studiata e compresa.<br />
Della tradizionale concezione materialista rispetto alla religione molto bisogna conservare, a nostro avviso, ma quasi altrettanto bisogna modificare: per tanto si propongono quattordici tesi generali su questo tema, che formano l’ossatura fondamentale di questo libro.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/Ciao.pdf">continua a leggere qui</a></p>
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		<title>Logica della storia e comunismo novecentesco. L&#8217;effetto di sdoppiamento</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 21:09:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costanzo Preve</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Engels]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Sidoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Costanzo Preve e Roberto Sidoli Quella che segue è la prefazione del nuovo libro di Costanzo Preve e Roberto Sidoli, Logica della storia e comunismo novecentesco. L’effetto di sdoppiamento, 2010, pp. 224, formato 170&#215;240 mm., Euro 18 – Collana “Divergenze”, Petite Plaisance Editrice Secondo la concezione marxista-ortodossa della storia universale, quest’ultima può essere paragonata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">di Costanzo Preve e Roberto Sidoli</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Quella che segue è la prefazione del nuovo libro di </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Costanzo Preve e  Roberto Sidoli, </span></span><em>Logica della storia e comunismo novecentesco. L’effetto di  sdoppiamento</em>, 2010, pp. 224, formato 170&#215;240 mm., Euro 18 –  Collana “Divergenze”, <span><span><span>Petite Plaisance Editrice</span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/158G.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-833" style="margin: 5px;" title="158G" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/158G-180x300.jpg" alt="158G" width="180" height="300" /></a></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">Secondo la concezione marxista-ortodossa della storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di vicoli ciechi che vengono abbandonati, più o meno rapidamente.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata nella sua essenza da vari segmenti interconnessi, seppur ben distinti tra loro (comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, nella preistoria della nostra specie; fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo/comunismo), ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato  predeterminato, almeno in ultima istanza: qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano /sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: medium;">In base ai dati storici allora a conoscenza di Marx ed Engels, fino al 1883/95, questa era probabilmente l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere (genialmente) elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883/95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">
<span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/preve_sidoli.pdf" target="_blank">Continua qui</a><br />
</span></span></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
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