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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Rossobrunismo</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Cosa aspettiamo? I tempi per una nuova sinistra sono maturi…</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Sep 2024 17:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Melenchon]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovo Fronte Popolare]]></category>
		<category><![CDATA[Preve Costanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Rossobrunismo]]></category>
		<category><![CDATA[SAHRA WAGENKNECHT]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa aspettiamo? I tempi per una nuova sinistra sono maturi… di Nico Maccentelli Dopo decenni di inciuci italici tra i piccoli soggetti della sinistra radicale, dopo il fallimento del Noveau Front Populaire in Francia, nonostante la vittoria elettorale (Melenchon non aveva fatto i conti con massoni ben più potenti i golpismo permanente di Davos…) e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/09/81W117kJeRL._SL1500_.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8988" title="81w117kjerl-_sl1500_" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/09/81W117kJeRL._SL1500_-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Cosa aspettiamo? I tempi per una nuova sinistra sono maturi…</h1>
<h3>di Nico Maccentelli</h3>
<p>Dopo decenni di inciuci italici tra i piccoli soggetti della sinistra radicale, dopo il fallimento del Noveau Front Populaire in Francia, nonostante la vittoria elettorale (Melenchon non aveva fatto i conti con massoni ben più potenti i golpismo permanente di Davos…) e nell’era di una sinistra liberale che da Blair in poi ha assunto il ruolo internazionale di massima espressione del suprematismo atlantista, finalmente una nuova sinistra dalla Germania: il BSW di Sahra Wagenknecht.</p>
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<div dir="auto">Le elezioni regionali in Turingia e Sassonia, infatti, parlano chiaro:</div>
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<div dir="auto">A) vincono i partiti che rimettono al centro la sovranità nazionale poiché è chiaro anche alla popolazione meno acculturata e alle fasce più popolari che da tale sovranità passano i bisogni e gli interessi sociali della popolazione</div>
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<div dir="auto">B) il declino della sinistra neoliberale nelle sue varianti è determinato dal suo posizionamento a zerbino nei confronti del neoliberismo atlantista, europeista e guerrafondaio</div>
<div dir="auto"></div>
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<div dir="auto">C) se si afferma la destra più estrema è perché la sinistra non fa ciò che le masse popolari si aspettano, ossia tutelare i loro bisogni e interessi mettendoli al centro</div>
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<div>
<div dir="auto">D) non c’è alcuna affermazione di un chissà quale fascismo: gran parte dell’elettorato, così come chi si astiene, si è rotto le tasche di una politica asservita</div>
<div dir="auto"></div>
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<div>
<div dir="auto">E) vince anche una sinistra che non rinnega la propria vocazione, ossia la giustizia sociale e la lotta di classe per conseguirla e che non pratica i soliti inciuci come in Francia, individuando bene chi è il nemico principale e sapendo che non è la destra la forza favorita dagli imperialisti di Washington e Bruxelles</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">F) aver giocato la partita in modo coerente, senza infingimenti demagogici, quindi correndo da sola, alla fine pagherà per la sinistra sovranista, con una crescita di consenso che apre a nuove prospettive</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">E) se confrontate la strategia del fronte popolare che in Francia ha riportato Macron in sella per conto dell’oligarchia atlantista e quella di Sahra Wagenknecht, comprenderete quale sia la strada giusta per le sinistre europee che non si sono vendute e che hanno compreso quale sia l’essenza del potere dominante, al di là della vecchia e stantia visione di un fascismo ormai morto e che riaffiora in altre modalità e schieramenti</div>
</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">E’ indubbio che se si vuole ricostruire una sinistra antiliberista e che riprenda la sua antica vocazione di soggetto che afferma diritti sociali, bisogni delle masse poplare diventandone voce ed espressione polituca, occorre fare due scelte irreversibili:</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">1. Abbandonare ogni ipotesi di unità delle sinistre che comprenda la sinistra dem neoliberale con l’illusione di influenzarne la politca sia a livello centrale che periferico-amministrativo</div>
<div dir="auto">2. Abbandonare la dicotomia meccanicistica destra-sinistra e una visione retrò di antifascismo divenuto ormai da salotto ed elettoralista, mentre il fascismo vero, o comunque l’autoritarismo è da un’altra parte… magari proprio quella che ritieni la tua</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Questa operazione l’ha fatta molto bene la Wagenknecht, cha saputo riprendere la bandiera della giustizia sociale, del ripudio della guerra eterodiretta di USA e NATO e della valorizzazione dell’identità nazionale. Quest’ultima è una vera e propria bestemmia per i seguaci della cancel culture e del woke ossessivo, che ormai sono le salse più opportune per ogni “rivoluzione colorata” al servizio di Washington, dei suoi servizi di intelligence, dei suoi influencer, fondazioni e ong varie. Ma Sahra spiega molto bene quanto questo concetto sia di sinistra, distinguendosi dal nazionalismo becero e sciovinista della destra, che ci mette pure il razzismo e il suprematismo nazifascista classico.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Nella sua opera CONTRO LA SINISTRA NEOLIBERALE (Fazi Editore), ogni accusa di rossobrunismo viene rispedita al mittente, poiché l’identità di una popolazione in un dato territorio è un collante sociale di fronte alla turbofinanza e a un sistema che regola le filiere e il flusso delle merci alla bisogna. E che semmai l’integrazione è nel bilanciamento dei flussi in rapporto alle possibilità di integrazione e dei servizi per tutti (un welfare universale, il contrario della speculazione dei privati…) e non nelle mire di un borghesia capitalista che usa i migranti per fare guerre tra poveri, concorrenza tra forza-lavoro, senza integrare un bel nulla, salvo poi servirsi delle solite anime candide con lacrime false. Cosa c’è di progressivo nell’imporre nuove discriminazioni alla rovescia, nel cianciare di diritti delle minoranze, sostendo la forma delle e rovesciate e non invece la sostanza di un diritto alla casa e a un lavoro per tutti? Questa schizofrenia deve finire mandando a casa questa sinistra delle ztl. E gli elettori tedeschi lo hanno capito.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Il sovranismo è internazionalismo, perché liberare dalla devastazione anarcoliberista un paese significa indebolire il fronte capitalista e rafforzare i movimenti di massa anticapitalisti di altri paesi. Tanto più che la questione della ovranità nazioanle è stata affrontata nelle situazionoi specifiche da gran parte della sinistra mndiale antimperialista e anticolonialista: America Latina, guerra popolari in Cina e in Vietnam, Algeria, Nicaragua, in Europa quastione basca, irlandese, catalana, corsa… Sono solo glie esempi più evidenti, ma l’intero Noveento è stato fatto di queste rivoluzioni nazioanli anticolonialiste.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ma oggi la sinistra liberale fino ai falsi anticapitalisti e falsi municipalisti, i disobba, sono con l’Ucraina dei nazi banderisti, non con i sacrosanti golpisti del Sahel. Oggi dunque, la rivoluzione post-sovietica passa per due prese di posizione:</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">– Il multipolarismo</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">– la decolonizzazione</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Non importa il tipo di sistema che ci si trova in questo fronte. Importa l’accelerazione del declino del dollaro e dell’imperialismo atlantista. La lotta di classe nei singoli paesi non finisce, e i conti si faranno prima o poi con gli oscurantismi da medioevo e con le classi sfruttatrici dirigenti deipaesi che per convenienza hanno scelto il multipolarismo. Quello che conta è capire che dare mazzate all’imperialismo, da qualunque parte provengano significa aprire all’opportunità di processi rivoluzionari, significa avvicinarsi alla possibilità del socialismo, proseguire la lotta di classe a uno stadio più maturo, perché si aprono e si acuiscono altre contraddizioni. E quella tra proletariato e borghesia, tra compradores e campesinos sono sempre compresenti e un un fronte ampio nazionale non si smette la lotta di classe: ciò fa parte della battaglia politica interna per l’egemonia.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Dietro il mondo che ci sta aprendo la Wagenknecht non c’è nulla di rossobrunismo, ma tutto di riaffermazione degli interessi del 90% della popolazione, tutto dell’affermazione dello stato sociale, dei beni comuni, di una più equa redistribuzione della ricchezza sociale, della cooperazione pacifica tra i popoli e i paesi nel rispetto della loro storia e identità comunitaria.</div>
<div dir="auto">Ovviamente come comunisti potremo anche andare oltre e dare analisi di classe e della situazione concreta più precise. Ma il dirittumanitarismo, la nuova falsa coscienza di una sinistra che ha abbandonato la suo vocazione originaria e primaria non è certo la cassetta degli attrezzi di una politca rivoluzionaria che incida sui rapporti di forza tra sfruttati e sfruttatori.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://maccentelli.org/">il web di nico maccentelli – riflessioni per cambiare lo stato di cose presente</a></div>
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		<title>Tra destra e sinistra: Il nazismo &#8220;rosso&#8221; dei fratelli Strasser</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2020 19:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti storici]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli Strasser]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Norberto Fragiacomo]]></category>
		<category><![CDATA[Rossobrunismo]]></category>

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		<description><![CDATA[TRA DESTRA E SINISTRA: IL NAZISMO “ROSSO” DEI FRATELLI STRASSER di Norberto Fragiacomo &#160; &#160; Al pari dell’ormai desueto “socialsciovinista” l’epiteto “rossobruno” viene adoperato con valenza più diffamatoria che descrittiva: non indica specificamente, infatti, il fautore di una relativa eguaglianza di diritti fra i membri della propria comunità nazionale (magari a detrimento degli appartenenti ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/11/hqdefault.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6837" title="hqdefault" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2020/11/hqdefault-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p align="center"><strong>TRA DESTRA E SINISTRA: IL NAZISMO “ROSSO” DEI FRATELLI STRASSER</strong></p>
<p align="center"><strong>di</strong></p>
<p align="center"><strong>Norberto Fragiacomo</strong></p>
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<p>Al pari dell’ormai desueto “socialsciovinista” l’epiteto “rossobruno” viene adoperato con valenza più diffamatoria che descrittiva: non indica specificamente, infatti, il fautore di una relativa eguaglianza di diritti fra i membri della propria comunità nazionale (magari a detrimento degli appartenenti ad altre etnie) bensì, affatto genericamente, chiunque nella realtà odierna si azzardi a criticare la “sinistra” dei buoni sentimenti e delle buone maniere. E’ un marchio d’infamia che risparmia all’accusatore – non sempre in buona fede – l’alea di un cimento dialettico in cui potrebbe anche soccombere: inevitabile il parallelismo con termini oggi di moda come “complottista” e “negazionista”, largamente impiegati per tacitare chi esprime riserve sulle ottime intenzioni dell’élite governante o quanti, pur senza minimizzare la gravità dell’epidemia in corso, dubitano dell’attendibilità di certe cifre e della trasparenza delle decisioni assunte… oltre che dell’imminenza della fine del mondo. La differenza risiede nel fatto che la taccia di complottista o negazionista elargita dall’informazione <em>mainstream</em> procura la disistima generale, quella di rossobruno l’astio di un piccolo universo nostalgico in via di estinzione.</p>
<p>Al di là degli artifici dialettici – e ben prima della loro diffusione come mezzo (poco cavalleresco) di lotta politica – c’è stata tuttavia un’epoca in cui rossobruni autentici sono esistiti sul serio, ed hanno pure contato qualcosa.</p>
<p>Patria del Socialismo c.d. scientifico la Germania lo è stata anche dei suoi avversari più agguerriti ed insidiosi, perché capaci di mimesi. Eugen Dühring e i ben ammanicati “socialisti della cattedra” fecero – chi consapevolmente, chi meno – efficace opera di disinformazione e lo stesso si può dire di Oswald Spengler, il cui “Socialismo Prussiano” è un fumoso, ma raffinato miscuglio di misticismo, velleità espansionistiche e disciplina militaresca che con l’aborrito marxismo non ha nulla in comune: ad attrarre gli operai tedeschi dopo la disfatta della prima guerra mondiale furono però ideologie più rozze e terra terra, che avevano il pregio di poter essere interiorizzate senza bisogno di troppe riflessioni.</p>
<p>Il ferroviere Anton Drexler si proclamava socialista ma, da buon patriota, era irriducibilmente ostile alle potenze dell’Intesa oltre che al capitalismo sfruttatore. Fin qui nulla di eclatante, visto che i socialdemocratici avevano votato in massa, al Reichstag, i crediti di guerra: la particolarità stava nel fatto che Drexler identificava i capitalisti con gli ebrei e riversava il suo odio “di classe” su questi ultimi. Malanimo antico in una veste nuova: siamo di fronte a una caricatura “su base etnica” del marxismo non adatta ai palati fini, ma in grado di suscitare il consenso di gente disperata. Il problema è che, a guerra persa, di partitelli come il DAP ce n’erano parecchi e alle riunioni nell’<em>Hofbräukeller</em> di Monaco partecipava sì e no qualche decina di persone (ironia della sorte sembra un’istantanea delle assemblee delle sinistre “radicali” odierne…). Il programma politico non era granché diverso da quello dei coevi Fasci da combattimento, e tra un boccale e l’altro le discussioni andavano per le lunghe. Caso volle che a una di queste riunioni si presentasse un reduce di guerra dall’animo inquieto (ed inquietante) – anzi, non esattamente il caso perché ad inviarcelo come osservatore era stato l’esercito di cui il caporale Adolf Hitler da Braunau faceva ancora parte. L’impressione non fu esaltante, ma in quel gruppo di operai esasperati il trentenne austriaco, che avrebbe presto rivelato un fiuto politico di prim’ordine, intravide un’occasione per emergere. Divenne assiduo a quegli incontri e iniziò a intervenire, suscitando entusiasmo e ammirazione. Scalò in fretta le gerarchie del partito, che mutò nome in NSDAP (Partito nazionalsocialista degli operai/lavoratori tedeschi). A cambiare non fu soltanto la sigla, ma pure l’impostazione: a Hitler i proletari servivano come massa di manovra, ma gli interlocutori che preferiva erano alti ufficiali e grandi imprenditori. Si legò pertanto al feldmaresciallo Ludendorff insieme al quale mise in scena il fallimentare “Putsch della birreria”, che gli costò meno di un anno di detenzione: a conti fatti un buon affare, poiché acquisì una notevole popolarità fra i nazionalisti e in carcere ebbe tempo e modo di “schiarirsi le idee” e scrivere il <em>Mein Kampf</em>.</p>
<p>Il Partito nazionalsocialista non rimase però privo di guida, perché ad assumere una sorta di reggenza fu un farmacista bavarese che si era battuto eroicamente in guerra. Nato nell’incantevole città di Landshut Gregor Strasser diede una dimensione nazionale a un movimento che fino ad allora non era uscito dai confini della Baviera, segnalandosi per abilità oratoria, talento organizzativo e sincera passione politica: per finanziare il partito non esitò a ipotecare la propria farmacia. Nella sua monumentale “Storia del III Reich” William Shirer gli dedica non poche pagine, e il ritratto che ne fa Joachim Fest tradisce una larvata simpatia del grande storico nei confronti del personaggio: “Uomo di aspetto rude e massiccio, e tuttavia di animo sensibile, che non rifuggiva dalle risse da osteria ma leggeva Omero nella lingua originale e sembrava insomma incarnare in pieno il cliché del sanguigno notabile di provincia bavarese, Strasser era un personaggio tutt’altro che insignificante (…) non poteva certo andar d’accordo con Hitler, freddo, nevrastenico, contorto, e il cui aspetto fisico, allo stesso modo del frenetico demonismo di cui era preda, infastidiva Strasser non meno del suo famigerato, servile <em>entourage</em> (<strong>J. FEST</strong>, <em>Hitler</em>, pag. 279)”. Aggiunge lo studioso che il concetto di nazionalsocialismo, “ancora affatto indefinito”, si prestava alle più varie interpretazioni e Gregor ne adottò una che l’avrebbe inevitabilmente messo in rotta di collisione col futuro Führer: semplificando all’eccesso possiamo dire che Strasser e suo fratello Otto, abile ideologo e propagandista, anteposero l’aggettivo <em>socialista</em> a nazionale.</p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma cosa si proponeva precisamente la cerchia che, con Hitler in apparenza fuori dai giochi, andava infoltendosi intorno ai due fratelli di Landshut? Senza dubbio un clamoroso cambio di rotta: il periodico Lettere nazionalsocialiste si rivolgeva alle masse proletarie della Germania settentrionale esortandole alla lotta anticapitalista. Joachim Fest (pag. 284) riporta l’opinione di uno “strasseriano” berlinese che invitava a non mostrar “paura di fronte alle parole lavoratore e socialista”, e sulle pagine del quindicinale si poteva leggere “noi siamo socialisti, nemici, avversari giurati dell’attuale sistema economico capitalista con il suo sfruttamento degli economicamente deboli. Noi siamo decisi a distruggere a ogni costo questo sistema”. Tra gli obiettivi del gruppo, da conseguire con metodo rivoluzionario, figuravano la creazione di comuni agricole, l’esproprio delle grandi proprietà terriere e una parziale socializzazione delle imprese piccole, medie e grandi, e più di qualcuno fra i suoi membri guardava con interesse all’esperienza sovietica.</p>
<p>L’estremismo “di sinistra” impersonato dai due Strasser e, fra gli altri, da un giovane intellettuale di nome Joseph Goebbels, il conseguente, paradossale avvicinamento del partito alle posizioni del SPD e del KPD – cioè degli odiati comunisti – facevano infuriare Hitler che, non appena uscito di prigione, si preparò al <em>redde rationem</em>. Il <em>casus belli</em> fu rappresentato dalla disputa sull’esproprio dei beni delle case regnanti, cui Strasser e i suoi erano favorevoli. Nel direttivo convocato a Bamberga (1926), cioè per così dire “in casa”, Adolf Hitler lanciò un attacco durissimo agli strasseriani: parlò per oltre quattro ore di fila, facendo letteralmente a pezzi un programma che, ai suoi occhi, era pura eresia. “Il buon Strasser, l’onesto Strasser” – scriverà subito dopo Goebbels – prende la parola, balbetta… è frastornato, non riesce a difendersi efficacemente da quella gragnuola di improperi e accuse di tradimento, che non si aspettava. Debolezza di carattere, codardia, scarsa fiducia in sé stesso e nelle idee professate? Niente di tutto questo: la foga oratoria dell’uomo di Braunau lo aveva impressionato, disorientato, annichilito. Noi che oggi sorridiamo con vacua sufficienza delle pose e del tono di Mussolini, che invece all’epoca funzionavano benissimo, siamo percorsi da un brivido allorquando (ri)sentiamo le concioni di Hitler: ogni sua parola è un colpo di frusta e possiamo bene immaginarci lo stato d’animo di un leader messo alla berlina, offeso, minacciato da quella voce sinistramente metallica.</p>
<p>A Bamberga il carisma di Adolf Hitler conquistò Goebbels, che prima era stato suo avversario: non Gregor né tantomeno Otto, forse il più “socialista” e radicale dei due. Nel 1928 il maggiore dei due fratelli fu eletto deputato al Reichstag, ma la sua stella era ormai al tramonto: non costituiva più un’alternativa al “capo”, ridotto com’era a un subordinato che si poteva blandire, sconfessare e – all’occorrenza – persino umiliare.</p>
<p>Era sempre più isolato e dovette subire anche l’espulsione di Otto: segno che non c’era più posto – in un NSDAP erettosi a paladino del privilegio e della grande imprenditoria &#8211; per velleità socialisteggianti e anticapitaliste.</p>
<p>Dopo una sconfitta elettorale in Turingia si giunse alla resa dei conti: come già a Bamberga Hitler sommerse di contumelie lo sfiduciato oppositore interno, che dando sfogo alla rabbia e alla frustrazione a lungo represse abbandonò la sala per poi indirizzare alla “guida” una lunga e aspra lettera di dimissioni che gettò i vertici del partito nel panico.</p>
<p>Cosa aveva in mente Gregor Strasser, nel frattempo resosi irrintracciabile? Una scissione, una guerriglia sfibrante e letale in un momento di estrema difficoltà (visto che nel settentrione aveva ancora numerosi estimatori ed era pur sempre un parlamentare)? Purtroppo per lui niente di tutto questo: “Il tanto ricercato e temuto Strasser, che per un momento storico sembrò avere nelle proprie mani il destino del movimento, si limitò a trascorrere il pomeriggio in compagnia di un amico, davanti a un bicchiere di birra (J. FEST, pag. 427)”; quindi se ne andò via in treno, da solo.</p>
<p>Non tutti gli uomini sono all’altezza del ruolo che prospetta loro la Storia: non lo fu Gneo Pompeo e non lo fu nemmeno Gregor Strasser, la cui fine politica anticipò di poco quella fisica. La “notte dei lunghi coltelli” se lo portò via assieme ai capi di quelle SA che il borioso fondatore Ernst Röhm immaginava di sostituire come forza combattente all’esercito regolare egemonizzato dai cavalieri prussiani. Anche Röhm – nazista della prima ora al pari di Strasser – detestava i capitalisti ed auspicava una “seconda rivoluzione” che Hitler, oramai determinato ad allearsi con l’élite economica tedesca, non poteva permettersi: la conseguenza fu un cinico e sanguinoso repulisti che cancellò le anomalie. Al proletariato tedesco in camicia bruna il Führer avrebbe in seguito offerto un illusorio benessere &#8211; a spese altrui &#8211; nell’Europa orientale, ma questa è decisamente un’altra storia.</p>
<p>Ci si può chiedere – e già la domanda scandalizzerà i benpensanti – se i due fratelli Strasser (Otto scappò e riuscì a salvarsi) possano essere considerati dei “socialisti”, per quanto atipici. Hitler li riteneva tali, a chi scrive paiono piuttosto i prototipi di un “rossobrunismo” che, in quanto fenomeno storico, andrebbe studiato con spassionata attenzione anziché maledetto.</p>
<div>
<div> Ma cosa si proponeva precisamente la cerchia che, con Hitler in apparenza fuori dai giochi, andava infoltendosi intorno ai due fratelli di Landshut? Senza dubbio un clamoroso cambio di rotta: il periodico Lettere nazionalsocialiste si rivolgeva alle masse proletarie della Germania settentrionale esortandole alla lotta anticapitalista. Joachim Fest (pag. 284) riporta l’opinione di uno “strasseriano” berlinese che invitava a non mostrar “paura di fronte alle parole lavoratore e socialista”, e sulle pagine del quindicinale si poteva leggere “noi siamo socialisti, nemici, avversari giurati dell’attuale sistema economico capitalista con il suo sfruttamento degli economicamente deboli. Noi siamo decisi a distruggere a ogni costo questo sistema”.</div>
<div>
<p>Tra gli obiettivi del gruppo, da conseguire con metodo rivoluzionario, figuravano la creazione di comuni agricole, l’esproprio delle grandi proprietà terriere e una parziale socializzazione delle imprese piccole, medie e grandi, e più di qualcuno fra i suoi membri guardava con interesse all’esperienza sovietica. L’estremismo “di sinistra” impersonato dai due Strasser e, fra gli altri, da un giovane intellettuale di nome Joseph Goebbels, il conseguente, paradossale avvicinamento del partito alle posizioni del SPD e del KPD – cioè degli odiati comunisti – facevano infuriare Hitler che, non appena uscito di prigione, si preparò al redde rationem.</p>
<p>Il casus belli fu rappresentato dalla disputa sull’esproprio dei beni delle case regnanti, cui Strasser e i suoi erano favorevoli. Nel direttivo convocato a Bamberga (1926), cioè per così dire “in casa”, Adolf Hitler lanciò un attacco durissimo agli strasseriani: parlò per oltre quattro ore di fila, facendo letteralmente a pezzi un programma che, ai suoi occhi, era pura eresia. “Il buon Strasser, l’onesto Strasser” – scriverà subito dopo Goebbels – prende la parola, balbetta… è frastornato, non riesce a difendersi efficacemente da quella gragnuola di improperi e accuse di tradimento, che non si aspettava.</p>
<p>Debolezza di carattere, codardia, scarsa fiducia in sé stesso e nelle idee professate? Niente di tutto questo: la foga oratoria dell’uomo di Braunau lo aveva impressionato, disorientato, annichilito. Noi che oggi sorridiamo con vacua sufficienza delle pose e del tono di Mussolini, che invece all’epoca funzionavano benissimo, siamo percorsi da un brivido allorquando (ri)sentiamo le concioni di Hitler: ogni sua parola è un colpo di frusta e possiamo bene immaginarci lo stato d’animo di un leader messo alla berlina, offeso, minacciato da quella voce sinistramente metallica.</p>
<p>A Bamberga il carisma di Adolf Hitler conquistò Goebbels, che prima era stato suo avversario: non Gregor né tantomeno Otto, forse il più “socialista” e radicale dei due. Nel 1928 il maggiore dei due fratelli fu eletto deputato al Reichstag, ma la sua stella era ormai al tramonto: non costituiva più un’alternativa al “capo”, ridotto com’era a un subordinato che si poteva blandire, sconfessare e – all’occorrenza – persino umiliare. Era sempre più isolato e dovette subire anche l’espulsione di Otto: segno che non c’era più posto – in un NSDAP erettosi a paladino del privilegio e della grande imprenditoria – per velleità socialisteggianti e anticapitaliste.</p>
<p>Dopo una sconfitta elettorale in Turingia si giunse alla resa dei conti: come già a Bamberga Hitler sommerse di contumelie lo sfiduciato oppositore interno, che dando sfogo alla rabbia e alla frustrazione a lungo represse abbandonò la sala per poi indirizzare alla “guida” una lunga e aspra lettera di dimissioni che gettò i vertici del partito nel panico.</p>
<p>Cosa aveva in mente Gregor Strasser, nel frattempo resosi irrintracciabile? Una scissione, una guerriglia sfibrante e letale in un momento di estrema difficoltà (visto che nel settentrione aveva ancora numerosi estimatori ed era pur sempre un parlamentare)? Purtroppo per lui niente di tutto questo: “Il tanto ricercato e temuto Strasser, che per un momento storico sembrò avere nelle proprie mani il destino del movimento, si limitò a trascorrere il pomeriggio in compagnia di un amico, davanti a un bicchiere di birra (J. FEST, pag. 427)”; quindi se ne andò via in treno, da solo. Non tutti gli uomini sono all’altezza del ruolo che prospetta loro la Storia: non lo fu Gneo Pompeo e non lo fu nemmeno Gregor Strasser, la cui fine politica anticipò di poco quella fisica.</p>
<p>La “notte dei lunghi coltelli” se lo portò via assieme ai capi di quelle SA che il borioso fondatore Ernst Röhm immaginava di sostituire come forza combattente all’esercito regolare egemonizzato dai cavalieri prussiani. Anche Röhm – nazista della prima ora al pari di Strasser – detestava i capitalisti ed auspicava una “seconda rivoluzione” che Hitler, oramai determinato ad allearsi con l’élite economica tedesca, non poteva permettersi: la conseguenza fu un cinico e sanguinoso repulisti che cancellò le anomalie.</p>
<p>Al proletariato tedesco in camicia bruna il Führer avrebbe in seguito offerto un illusorio benessere – a spese altrui – nell’Europa orientale, ma questa è decisamente un’altra storia. Ci si può chiedere – e già la domanda scandalizzerà i benpensanti – se i due fratelli Strasser (Otto scappò e riuscì a salvarsi) possano essere considerati dei “socialisti”, per quanto atipici. Hitler li riteneva tali, a chi scrive paiono piuttosto i prototipi di un “rossobrunismo” che, in quanto fenomeno storico, andrebbe studiato con spassionata attenzione anziché maledetto. Può dispiacere, ma un nazismo (e un fascismo) anticapitalista – e perciò “di sinistra” – è realmente esistito.</p>
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		<title>Nelle tempeste d’acciaio della crisi. Il nazionalbolscevismo tra ieri e oggi</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2020 18:24:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle tempeste d’acciaio della crisi. Il nazionalbolscevismo tra ieri e oggi Nelle tempeste d’acciaio della crisi. Il nazionalbolscevismo tra ieri e oggi Recensione di Franco Milanesi al libro di David Bernardini, Nazionalbolscevismo. Piccola storia del rossobrunismo in Europa, Shake, Milano 2020. Sulla comprensione del significato storico e politologico del nazionalbolscevismo gravano due condizionamenti. Da una [...]]]></description>
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<h2>Nelle tempeste d’acciaio della crisi. Il nazionalbolscevismo tra ieri e oggi</h2>
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<p>Recensione di Franco Milanesi al libro di David Bernardini, Nazionalbolscevismo. Piccola storia del rossobrunismo in Europa, Shake, Milano 2020.</p>
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<p>Sulla comprensione del significato storico e politologico del nazionalbolscevismo gravano due condizionamenti. Da una parte esso è oggetto di una sorta di <em>damnatio memoriae</em> da parte della sinistra di classe che fatica a prendere atto quanto l’internazionalismo proletario appartenga più alla tradizione ideologica marxiana e alla pubblicistica terzinternazionalista che alla storia effettuale dei movimenti di emancipazione. Percorrendo la storia del Novecento ci troviamo infatti di fronte a una frequente ed efficace attivazione dell’idea di nazione utilizzata come potenza mobilitante nel corso delle lotte di liberazione dal controllo e dal dominio di Stati stranieri, nei conflitti antiimperialisti, nella propaganda contro le borghesie che spadroneggiano nell’illimitato mercato-mondo. Anche nella fase di consolidamento degli stati socialisti, l’afflato internazionalista ha non di rado lasciato il posto al richiamo a forme di identità radicate nel fluido e ambiguo concetto di nazione (i lavori di Mosse, Wehler, Campi restano, sotto questo aspetto, punti di riferimento obbligati). La seconda ipoteca rimanda agli intrecci abborracciati tra neosovranismo, nazionalismo e comunismo che lo smottamento della cultura della sinistra ha lasciato come strascico melmoso dietro di sé. Con esiti spesso risibili e inquietanti non tanto sul piano del rigore teorico quanto su quello della strategia politica conseguente, non di rado orientata verso il suprematismo, il razzismo o il vero e proprio neofascismo.</p>
<p>Per avvicinarsi alla comprensione dell’intricata storia dei gruppi, delle riviste e delle personalità che hanno innestato su tronco della nazione ulteriori motivi teorici, gli articoli e i saggi monografici di David Bernardini, giovane professore a contratto presso l’Università di Milano, rappresentano uno strumento indispensabile. Se in <em>Pugni proletari e baionette prussiane. Il nazionalbolscevismo nella Repubblica di Weimar</em>, Biblion 2017, veniva studiato in particolare il momento postbellico, in quest’ultimo lavoro <em>Nazionalbolscevismo. Piccola storia del rossobrunismo in Europa</em>, Shake, Milano 2020, Bernardini dilata notevolmente il raggio spazio-temporale prendendo in considerazione – con un’interessante procedere a ritroso, dalla contemporaneità alle origini weimariane del fenomeno – le molteplici espressioni politiche che hanno radicato la propria strategia nel punto di congiunzione tra nazionalismo e classismo, tra l’appartenenza allo “spirito” di un popolo connotato da “sangue e suolo” e la lotta anticapitalistica. Quanto siano ossimorici questi nessi è l’interrogativo che accompagna l’intero percorso di lettura e che in ragione dell’originalità e dell’ambivalenza del fenomeno non viene mai definitivamente risolto.</p>
<p>Percorrendo il libro a ritroso e andando direttamente alle origini del fenomeno, si coglie come siano state le «foreste d’acciaio» (secondo la definizione di Ernst Jünger) in cui si svolse il grande macello del 1914-18 e soprattutto il <em>diktat</em> punitivo di Versailles a creare le condizioni per la formazione dei primi gruppi. Essi tentano di saldare e politicizzare il ribellismo antiliberale e anticapitalista, diffuso a causa della capitolazione <em>politica</em> (e non militare) della Germania, in una compatta ideologia in cui il risentimento verso Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti si sostanzia in un originale programma politico fortemente influenzato dalle idee che circolano e si intersecano in «quello straordinario laboratorio culturale e ideologico che è la Repubblica di Weimar» (p. 78). La sconfitta tedesca è attribuita alla responsabilità e all’ignavia delle forze liberali e socialiste che hanno svenduto agli Stati dell’Intesa un esercito “mai sconfitto sui campi di battaglia”. Per gli ideologi nazionalrivoluzionari questo “tradimento” a opera di forze interne giunge dopo ripetuti attacchi alla sovranità tedesca condotti da forze e potentati stranieri.</p>
<p>Secondo questa prospettiva, scrive Bernardini, «il popolo tedesco sarebbe da secoli vittima di una colonizzazione culturale e politica: prima Roma e la Controriforma, poi gli ideali della Rivoluzione francese, infine quelli dell’Europa, tutte armi per la “deteschizzazione”» (p. 159). Questo contrasto tra la latinità meridionale e il Nord germanico, tra la grande <em>Kultur</em> tedesca e la <em>Civilisation</em> illuministica e democratica è in vario modo all’origine della capitolazione del 1918 (che ha tonalità spirituali oltre che materiale) e si perpetua nel primo dopoguerra, quando il blocco capitalistico-borghese guidato dagli Stati Uniti si fa promotore di un complessivo processo di colonizzazione. Gli Usa condensano in sé tutti tratti del “male”: consumismo, individualismo, edonismo, universalismo antidentitario, materialismo, mercificazione, pluralismo etnico e linguistico. Elementi che vanno intesi non tanto come ricadute marginali di un sistema di produzione ma come qualità penetrate in profondità nel tessuto dei soggetti e assunti <em>in interiore homine</em> dalla <em>Figur</em> borghese.</p>
<p>La specifica attenzione per l’antropologia politica è sicuramente uno dei tratti di originalità e di suggestione del nazionalbolscevismo. Borghese non è solo o tanto colui che appartiene a una classe sociale, il soggetto che regge il sistema di produzione capitalistico: borghese è un <em>Typus</em> antropologico dominato dall’“economico”, fiaccato dall’arroccamento nel proprio interesse individuale, privo di “spirito” di appartenenza, indifferente pertanto a ogni <em>dépense</em> individuale a favore della superiore causa della comunità nazionale. È una soggetto internazionale, mercantile (le “potenze marittime” di Carl Schmitt) e per questo s-radicato: dal suolo, dal popolo che lo abita, dalla cultura che nasce sul terreno materiale delle relazioni.</p>
<p>A questo idealtipo si contrappone un’immagine speculare e contraria che, muovendo dalla dimensione soggettiva, proietta su scala sociale e politica l’alterità piena al blocco di dominio occidentale. Lo scenario è la Russia e in quella direzione, verso Est, la Germania e i popoli che desiderano liberarsi dal giogo del capitale devono rivolgere il proprio sguardo. L’<em>Ost Orientirung</em> prende le mosse dalla vittoriosa rivoluzione del 1917. Per Niekisch il merito del bolscevismo non è tanto quello di aver abbattuto lo zarismo, quanto di aver bloccato lo sviluppo capitalistico in Russia, di avere creato un baluardo contro la dilagante occidentalizzazione del mondo e di “spaventare” le borghesie internazionali. In tal senso la Russia stalinizzata completa il percorso apertosi con la rivoluzione poiché porta sulla scena della storia i tratti di uno Stato, di una società e di un tipo umano completamente nuovo. Il “milite” sovietico racchiude in sé la potenza del popolo, del barbaro-soldato e del lavoratore; egli vive il proprio impegno di lavoro come servizio politico per una comunità più ampia che ha in primis il “tono” dell’appartenenza nazionale. Lo Stato rappresenta dunque la condensazione istituzionale di un sociale omologato nello sforzo di costruzione di un Nuovo Mondo e di un inedito modo di esistenza. La Russia stalinizzata, orgogliosamente nazionale, è la realtà in atto dello spirito operaio e contadino e ha ben poco a che fare con l’ispirazione universalistica del marxismo.</p>
<p>Per i nazionalbolscevichi comunismo e marxismo si divaricano nettamente a causa dell’omologazione di quest’ultimo all’economicismo e al materialismo proprio del capitale. Nella Germania di Weimar essi furono pertanto critici verso i comunisti, accusati di un internazionalismo vacuo e parolaio, sprezzanti nei confronti del fiacco riformismo della Spd, ostili al montante nazismo anche per l’efficace lavoro di proselitismo della destra estrema dentro lo stesso blocco sociale di riferimento. Questa scelta di marginalità sarà pagata dal movimento in termini di impotenza operativa, di frammentazione e isolamento. Dopo l’avvento al potere di Hitler, incarnazione come scrisse Nieksich nel 1932 del «destino tedesco», si chiuse in due soli mesi la partita con tutte le opposizioni rossobrune che implosero tra dispersione, riassorbimento e repressione. Già recluso durante la Repubblica di Weimar, Niekisch verrà inghiottito nelle galere naziste da cui uscirà solo nel 1945, duramente minato nel fisico.</p>
<p>Nel secondo dopoguerra l’ipotesi nazionalbolscevica mantiene, come illustra Bernardini, una sua dignità teorica, pur riproducendo senza modificazioni rilevanti i caratteri sostanziali del momento weimariano. Una parte della destra estrema del dopoguerra, violentemente anticomunista, continuerà per esempio a osservare con interesse la Russia come luogo di elezione del tradizionalismo antioccidentale infatuandosi al tempo stesso per tutte le insorgenze nazionaliste e localiste – l’Iran e i palestinesi, l’indipendentismo irlandese e quello basco – interpretate come consapevoli atti di ribellione alla “messa in forma” operata dal mondialismo capitalistico. «Il nemico è ora la cancellazione della specificità dei popoli, l’omogeneizzazione globale a cui tenderebbero sia il comunismo sovietico sia il capitalismo» (p. 74) e, dopo la fine dell’Urss, il globalismo e la sua “cultura” massificante.</p>
<p>Seguendo i percorsi biografici dei militanti rossobruni, Bernardini disegna un continuo sconfinamento in Francia, Italia e Germania tra fascismo, nazismo e rossobrunismo. Il francese Thiriart fondatore della Jeune Europe è un’ex SS; stessa provenienza ha Arthur Ehrhardt in Germania, mentre Eichberg, ancora nella Repubblica Federale, autore di testi e manifesti in cui critica marxismo sovietico e universalismo capitalista, radica la strategia della sua organizzazione nel pensiero e nelle azioni di Maurras, Barrés e La Rochelle, gli stessi numi tutelari del fascismo francese. Anche in Austria, Belgio, Portogallo sorgono esperienze nazionalrivolzionarie che «avendo riconosciuto la nazione come soggetto rivoluzionario, sfoceranno nel fascismo» (p. 87).</p>
<p>Il caso italiano assume tratti rilevanti sul piano qualitativo e quantitativo. Già nel 1946 appaiono riviste come «Rivolta ideale», «Rosso e nero», «Pensiero nazionale». Siamo nell’alveo della sinistra fascista dalla quale i vari soggetti del socialismo nazionale usciranno ed entreranno con fluidità anche nei decenni successivi, mentre assai più sporadici e difficoltosi saranno le intersezioni con la sinistra. La svolta atlantista e l’istituzionalizzazione definitiva dell’Msi portano all’allontanamento di molti attivisti e a nuove organizzazioni: Giovane Europa e soprattutto Lotta di Popolo che arriva a sommare qualche centinaio di militanti. Negli anni Settanta troviamo altre sigle legate a personaggi costantemente presenti nelle cronache del neofascismo nazionale: Freda, Fiore, Adinolfi.</p>
<p>Se l’esperienza rossobruna in Italia ha radici nell’esperimento fiumano, nel “diciannovismo” e nel presunto carattere “sociale” della Rsi, lo scavo minuzioso di Bernardini nel nazionalbolscevismo europeo mostra, in ultimo, una «profonda convergenza ideologica» (p. 154) tra i diversi movimenti che ci permette di racchiudere un fenomeno apparentemente sfuggente a ogni tipologizzazione in una cornice concettuale abbastanza precisa. Già nel testo precedente Bernardini aveva chiarito, in sede di bilancio storiografico, come un ipotetico accredito “di sinistra” delle esperienze storiche e ideologiche del nazionalbolscevismo naufragasse di fronte alla sostanza di «un modello di società autoritaria, marziale, sessista e razzista (anche se l’antisemitismo giocava un ruolo del tutto secondario) nella quale gli individui dovevano essere ridotti a ingranaggi di una nazione mobilitata e militarizzata» (<em>Pugni proletari e baionette prussiane</em>,<em> </em>p. 213). Un profilo che attraverso aggiornamenti e modificazioni si conferma anche nelle storia delle formazioni nazional-rivoluzionarie negli anni Sessanta e Settanta che, in ultimo, non esprimono pochi gradi di originalità rispetto alle elaborazioni originarie prodotte dai “padri fondatori” nel primo dopoguerra. Insomma, se leggiamo il <em>Manifesto nazionalbolscevico</em> di Karl Otto Paetel ritroviamo quasi tutti i tratti caratterizzanti di un movimento tanto articolato (c’è da perdersi tra sigle di micro-organizzazioni e il proliferare delle riviste) quanto “ripetitivo” nelle sue ossessioni teoriche.</p>
<p>Ma va anche detto che la crisi delle grandi “case” politiche novecentesche e l’emergere di una potente corrente populista – per quanto siano sfrangiati i suoi contorni semantici – riporta alcune intuizioni nazionalbolsceviche su un terreno di potenziale riattivazione. Il popolo disegnato nelle campagne mobilitanti dei populisti di sinistra ha gli stessi connotati antiborghesi e comunitari del blocco sociale cui fanno riferimento le numerose riviste del fronte nazionalrivoluzionario nella sua versione neobolscevica. La rappresentazione semplificata di un “basso” contro l’“alto”, che ha caratterizzato le recenti campagne elettorali in tutto il mondo, è sempre stata percorsa da un sotterraneo e raramente esplicitato richiamo alla nazione come<em> </em>elemento unificante di un popolo organicamente disegnato, compattato dentro un’identità di volta in volta costruita (il «significante vuoto» di cui parla Laclau), senza divisioni o striature.</p>
<p>Ciò detto, il lavoro complessivo di Bernardini serve anche a mettere in guardia ada attualizzazioni o torsioni interpretative. È evidente, per esempio, quanto la figura del “milite del lavoro” come atomo di un’organica società comunista alternativa in ogni suo tratto (economico, politico, antropologico) a quella borghese sia consegnata alla storia del “secolo degli estremi”. Un tempo percorso da militanti che aderivano appieno alla tipologia del <em>totus politicus</em>, marcando così la cesura da una attualità striata in ogni sua espressione da quell’antipolitica che gli stessi movimenti populisti sembrano cavalcare, identificando il potere e il “male” nello Stato e nei partiti piuttosto che nei potentati economici.</p>
<p>Tra memoria della militanza e potenziali attualizzazioni, originalità teoriche e vacui slogan antisistema, il nazionalbolscevismo sconfina in ogni caso dalla mera ricostruzione storiografica e, come ben dimostra questo testo, interroga il presente e la sua incerta configurazione politica e sociale.</p>
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