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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Rossobruno</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Il comunismo come “potenzialità ontologica”</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 15:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
		<category><![CDATA[Comunitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Losurdo]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Repaci]]></category>
		<category><![CDATA[Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Preve Costanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Rossobruno]]></category>

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		<description><![CDATA[Il comunismo come “potenzialità ontologica” Breve saggio sul marxismo critico di Costanzo Preve di Gabriele Rèpaci &#160; «Il recupero della filosofia significa recupero dello spirito filosofico. Il sistema capitalistico è talmente violento, anche se si presenta apparentemente come tollerante e liberale, che la gente cerca istintivamente il contrario. Lo spirito filosofico risponde a questa esigenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>Il comunismo come “potenzialità ontologica”</h1>
<h2>Breve saggio sul marxismo critico di Costanzo Preve</h2>
<h3>di Gabriele Rèpaci</h3>
<p><em><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories8/48384880_274023679950291_7223595861807202304_n-2.jpg" alt="48384880 274023679950291 7223595861807202304 n 2" width="300" height="246" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>«Il recupero della filosofia significa recupero dello spirito filosofico. Il sistema capitalistico è talmente violento, anche se si presenta apparentemente come tollerante e liberale, che la gente cerca istintivamente il contrario. Lo spirito filosofico risponde a questa esigenza quasi sempre inespressa di conversazione e di comunicazione, che poi è anche il solo possibile antidoto alla perversa dialettica fra rassegnazione apparente e scoppio improvviso di rabbia repressa, che tutti gli osservatori possono riscontrare nei posti di lavoro, nelle discoteche e negli stadi»</em></p>
<p>(Costanzo Preve)</p>
<p>Costanzo Preve è un autore divenuto noto ai più, soprattutto dopo la sua prematura scomparsa avvenuta all’età di settant’anni, per essere stato il maestro e l’ispiratore del filosofo Diego Fusaro nonché uno dei presunti ideologi di quella galassia politica nota oggi con il nome di “rossobrunismo”. Ma come osservava saggiamente Hegel a suo tempo «ciò che è noto, non è conosciuto. Nel processo della conoscenza, il modo più comune di ingannare sé e gli altri è di presupporre qualcosa come noto e di accettarlo come tale». Questo breve saggio senza alcuna pretesa di sistematicità vuole fare luce sul contributo di Preve alla teoria marxista novecentesca evidenziandone l’elemento di discontinuità in vista di una rifondazione filosofica e politica della prospettiva comunista¹.</p>
<p>La riflessione di Costanzo Preve va distinta in almeno due periodi. Negli anni ’80, in una congiuntura teorica caratterizzata dalla liquidazione differenzialista e positivista della dialettica, i cui esiti sono l’enfasi sulla pluralità disseminata dei saperi e la lettura della modernità in chiave di secolarizzazione, Preve fa riferimento ai punti alti del marxismo novecentesco per mostrare l’esistenza di alternative alle grandi narrazioni dello storicismo e dell’operaismo e per prendere le distanze da un lessico filosofico che civetta con la weberiana gabbia d’acciaio, con l’heideggeriano destino della tecnica, con il prospettivismo nietzscheano, con la complessità sistemica, per alludere all’intrascendibilità dell’universo capitalistico.</p>
<p>I riferimenti teorici che il filosofo torinese utilizza per emancipare il materialismo storico dalla forma di discorso grande narrativo, nonché dalla forma deterministico-naturalistica del materialismo dialettico², sono l’ontologia dell’essere sociale dell’ultimo Lukács, la triplice critica di Althusser allo storicismo, all’economicismo e all’umanesimo, la concezione non omogenea e non lineare della temporalità di Bloch³.</p>
<p>Ad avviso di Preve tre sono i principali contributi teorici di Lukács: a) la lettura della filosofia contemporanea in base alla solidarietà antitetico-polare fra neopositivismo ed esistenzialismo, fra una rappresentazione tecnico-neutrale dei rapporti sociali capitalistici, concepiti come naturali vincoli sistemici, e una necessaria integrazione compensativa, che si sostanzia in una impotente protesta morale ovvero in una forma di ateismo religioso; b) la nozione di ideologia come rispecchiamento quotidiano del mondo che, essendo matrice dello stesso rispecchiamento scientifico ed estetico offre un’alternativa alla pretesa di deideologizzazione che insegue il mito di un’integrale trasparenza scientifica; c) il paradigma dell’ontologia dell’essere sociale quale alternativa allo storicismo, che trasforma il divenire storico in fluire eracliteo, al materialismo dialettico, che naturalizza l’essere sociale, e alla metafisica sociologica della classe operaia, che riduce la teoria marxista ad una fenomenologia di mutevoli stati di coscienza.</p>
<p>In riferimento all’opera di Bloch, Preve valorizza diversi motivi: l’inclusione del materialismo edonistico tra le fonti integrali del marxismo; l’individuazione della duplice dimensione delle religioni, che esprimono non soltanto la legittimazione teologica dei rapporti di potere dominanti ma anche la protesta messianica contro questi stessi rapporti; il concetto di utopia concreta che si occupa sempre del presente e non è una costruzione ingegneristica e autoritaria proiettata nel futuro; la categoria di reinterpretazione delle possibilità contenute nel passato, quale risposta determinata al destinalismo heideggeriano che legge il passato come un dispositivo teleologicamente orientato verso la risoluzione della metafisica nella tecnica planetaria.</p>
<p>Preve inoltre rivendica la lezione di Althusser, volta ad emancipare il materialismo storico dal triplice mito dell’origine , del soggetto e del fine. Il mito dell’origine può essere declinato nel modo della dialettica semplice, che postula la scissione di un’unità primitiva, o nel modo della differenza ontologica, che assume la frammentazione come un destino. Il mito del soggetto ipotizza un inesistente soggetto pieno che garantisce, con la permanenza della sua identità iniziale, l’inevitabile realizzazione finale del progetto originario. Il mito del fine può assumere la forma di una concezione della storia cumulativa ovvero la concezione della temporalità che pone l’accento sull’irruzione dell’attimo che la salva. Althusser ha colto che la segreta convergenza fra il marxismo della II e della III Internazionale risiede nel nesso tra umanesimo, storicismo ed economicismo: l’ateismo marxista, che ha rappresentato la religione positivistica dell’umanità, è stato solidale con la fede nel progresso e con la retorica dello sviluppo delle forze produttive. I limiti del marxista francese invece attengono alla pretesa di separare integralmente il momento scientifico da quello ideologico e dal pregiudizio antihegeliano, che lo induce a ridurre la filosofia ad epistemologia e negare la nozione di genere in Marx.</p>
<p>Il comunismo del giovane Marx – sottolinea Preve – è fondato sul concetto di uomo quale ente naturale e sociale, la cui genericità implica la capacità di resistenza ad una manipolazione illimitata e la possibilità di produrre diverse configurazioni storico-sociali in cui il sé può perdersi o ritrovarsi. Il concetto di genere umano, che nei Manoscritti del ʾ44 presuppone ancora il rinvio ad una società naturale e ai veri bisogni dell’uomo, si emancipa dal riferimento ad una comunità politica organicistica e trasparente a se stessa, specificandosi, nei <em>Grundrisse</em>, nell’antropologia storica della libera individualità, capace di sviluppare relazioni universali, emancipata sia dalla dipendenza gregaria premoderna sia dall’indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale. La nozione di libera individualità sociale è estranea all’opposizione tra <em>Geimenschaft</em> e <em>Gesellschaft</em>, due tematiche che si fondono viziosamente in Weber, il quale intreccia temi di origine societaria, come il disincantamento del mondo (<em>Entzauberung der Welt</em>), e temi di derivazione comunitaria, come il potere carismatico e la legittimazione plebiscitaria del cesarismo.</p>
<p>Particolarmente interessante appare l’analisi che il filosofo torinese dedica alle principali correnti ideologiche del marxismo italiano della seconda metà del Novecento, il togliattismo e l’operaismo. La strategia togliattiana della guerra di posizione, che ha attribuito alla classe operaia e ai suoi alleati una funzione nazionale di supplenza rispetto ad una borghesia ritenuta incapace di sviluppare le forze produttive e quindi di modernizzare il paese, è stata sconfitta nel corso degli anni ʾ70 dalla guerra di movimento capitalistica. Le fonti di ispirazione della strategia del partito nuovo, secondo Preve, sono una sorta di stalinismo liberale, che postula l’adesione ai progressi del campo socialista come forma di risarcimento ideologico del moderatismo; una religione storicista che concepisce il tempo storico come luogo accrescitivo e cumulativo della coscienza politica di classe; una interpretazione della filosofia della prassi in chiave di primato empirico della pratica politica che identifica il comunismo con il successo politico-organizzativo del partito e piega la teoria ad una funzione di legittimazione di scelte contingenti di gruppi politici professionali; una forma di comunitarismo di partito fondata sullo scambio simbolico tra la militanza e l’appartenenza, capace di generare, come eccedenza di valore, la rappresentanza elettorale⁴.</p>
<p>Sono del tutto assenti invece nel pensatore torinese considerazioni circa la riflessione sviluppata nel dopoguerra da Palmiro Togliatti, subentrato a Gramsci come segretario del Partito Comunista, su come tentare di tradurre in azione politica concreta le indicazioni gramsciane. Elaborando la sua concezione della “democrazia progressiva” come forma di transizione al socialismo, il Migliore elaborò l&#8217;ipotesi di un regime democratico repubblicano che, grazie all’articolazione dialettica tra gli organismi tradizionali di rappresentazione (parlamenti ecc.) e i nuovi istituti di democrazia diretta (consigli di fabbrica, di quartiere, ecc.), avrebbe permesso un avanzamento progressivo nel senso di profonde riforme di struttura, con la conquista permanente di posizioni in una battaglia di largo respiro verso il socialismo. Pertanto, la democrazia politica perdeva il suo carattere di tappa da raggiungere per poi essere abbandonata al momento dell’”assalto al potere”, nell’atteso “grande giorno”, per divenire un insieme di conquiste da conservare ed elevare a livello superiore – ossia per essere dialetticamente superate – nella democrazia socialista. Questo processo non cessò con Togliatti; basti pensare, ad esempio, alle riflessioni di Pietro Ingrao, svolte soprattutto negli anni settanta, sulla “democrazia di massa”, come integrazione di democrazia di base e di democrazia rappresentativa, e sulla necessità di articolare egemonia e pluralismo nella lotta per il socialismo e nella costruzione della società socialista⁵.</p>
<p>L’operaismo italiano rappresenta una forma di estremizzazione soggettivistica della filosofia della classe operaia elaborata dal marxismo occidentale. Il primo Lukács di Storia e coscienza di classe, confondendo l’hegeliano spirito oggettivo con lo spirito assoluto, costruisce un modello idealtipico di proletariato quale identità di soggetto e oggetto della storia universale; Korsch fa dipendere la validità della scienza marxiana dalla capacità rivoluzionaria del proletariato in un momento storico cruciale; l’operaismo italiano giunge a trasformare il rapporto sociale di produzione nel prodotto di un’attività soggettiva. Nella formula ambigua del pensiero operaio e del marxismo come scienza della crisi, l’operaismo recupera parti significative della problematica attualistica di Gentile: la classe operaia, quale soggetto originariamente collettivo e perennemente attivo, è costruito secondo le movenze dell’atto puro o del pensiero in atto. L’idealizzazione della soggettività operaia, la riscoperta della separatezza del politico, la tesi di una soggettività diffusa che tocca i confini estremi della società, costituiscono passaggi teorici sorretti da un impianto monistico-spiritualistico.</p>
<p>All’inizio degli anni ʾ70 l’operaismo italiano, già autonomizzatosi dalla riflessione di Panzieri, si divide in due fazioni, accomunate dalla liquidazione della teoria del valore-lavoro. La scuola del “capitalismo comunista” o dell’idealismo assoluto sostituisce al soggetto operaio-massa il soggetto operaio-sociale, configura l’opposizione tra capitalismo e comunismo in termini di scontro tra opposte volontà di potere; trascorre da un’antropologia cartesiana all’antropologia deleuze-guattariana dei flussi desideranti e identifica il comunismo con l’orizzonte del consumo dei beni e servizi privi di valore, fruiti da un soggetto privo di memoria storica; scivola nell’apologia della rivoluzione elettronica, salutata come promessa della fine del lavoro.</p>
<p>La scuola dell’autonomia del politico o dell’idealismo soggettivo trascorre dal soggetto-fondamento all’attività fondante della volontà di potenza, dalla sociologia dell’operaio-massa all’esaltazione di un agire politico occasionalistico, sganciato da ogni legalità ontologica, una sorta di neoleninismo privo di frattura rivoluzionaria, e scommette sul Pci come veicolo della modernizzazione culturale e della razionalizzazione sociale. La modernizzazione economica, sotto l’egemonia del neoricardismo, è pensata come l’alleanza del profitto e del salario contro la rendita; la modernizzazione capitalistica è pensata come sostituzione del ceto politico democristiano con un ceto politico efficiente e come riforma in senso decisionistico della Costituzione; la modernizzazione ideologica è pensata come progressiva dissoluzione del marxismo. L’enfasi sul soggetto che pone l’oggetto favorisce l’illusione della padronanza del Pci sul processo di modernizzazione: se la teoria del valore è nulla, la politica può tutto: può perfino creare una sorta di capitalismo operaio sotto l’egemonia del partito togliattiano. Il tentativo di flessibilizzazione di una cultura provocatoria, scintillante, fragile, come il proprio destinatario sociale che si dimostra capace di una mera presa del potere per via amministrativa, produce, durante gli anni ʾ80, lo smercio a sinistra, tramite un linguaggio oracolare e sapienziale, di contenuti decisionistici, di mitologie schmittiane e nietzscheane, di politologie sistemiche. La deriva del Pci “nave senza rotta e senza bussola”, “pieno sociale e vuoto teorico”, e la dissoluzione della costellazione ideologica operaista sono, negli anni ʾ80, i fattori principali del profilarsi di una nuova destra, che si alimenta di una rilegittimazione globale del capitalismo sulla base della centralità dell’impresa, di una ripresa dei temi anti-egualitari della rivoluzione conservatrice e di una liquidazione di tutti i presupposti teorici del marxismo, mediante la concezione della memoria storica come antimemoria e la concezione dell’identità filosofica come anti-identità.</p>
<p>Riprendendo un tema molto discusso in Italia già nella seconda metà degli anni Settanta, in particolare da Norberto Bobbio⁶, vale a dire la mancanza di una teoria marxista dello stato, Preve ne stravolge le coordinate tradizionali, e rifacendosi agli studi di Pierre Rosanvallon⁷ e di Bernard Chavance⁸ descrive il progetto marxiano come l’elaborazione di un comunismo utopico, frutto del rovesciamento dialettico del precedente capitalismo utopico di Adam Smith. Una tesi al quanto discutibile nella misura in cui chiunque sfogli La Ricchezza delle nazioni⁹ può constatare come tutto il libro V (Le entrate del Sovrano o della Repubblica) è dedicato allo Stato e alle sue indispensabili funzioni. Per Smith, come per qualsiasi altro pensatore liberale e liberista, lo Stato è visto come un organismo fondamentale da cui non si può prescindere. In realtà, quanto più si sviluppa, tanto più il capitalismo accresce i propri caratteri parassitari e dunque l’esigenza di uno Stato che ne attutisca le contraddizioni. Lo Stato aiuta lo sviluppo dei mercati, ne garantisce il funzionamento, ne difende le regole (la “<em>rule of law</em>”). Senza Stato non rimangono i mercati ma solo la legge della jungla. Per quanto riguarda Marx è indubbio che nel suo pensiero siano presenti delle contraddizioni. Per un verso egli sottolinea come lo Stato sia l&#8217;organizzatore della violenza di classe. Un punto questo che non può essere messo in discussione in quanto l&#8217;esperienza storica conferma il fatto che anche un regime democratico, in determinate condizioni, si possa trasformare in una dittatura e che a decidere lo “stato d&#8217;eccezione” è in ultima analisi la classe dominante. In Gramsci tale tesi non viene rifiutata ma posta sotto una radicale reinterpretazione. L&#8217;autore de I Quaderni si dimostra piuttosto critico nei confronti delle tendenze anarchiche e messianiche. Il socialismo viene visto dal pensatore de L&#8217;Ordine Nuovo non come l’inizio del processo di estinzione, bensì come la costruzione dello “Stato sociale del lavoro e della solidarietà”; e non può essere diversamente, dato che «non esiste società se non in uno Stato»¹⁰. Si tratta, secondo Gramsci di trovare una forma di organizzazione della società che, superando ogni antagonismo di classe, sappia fare a meno dell’apparato di repressione, costruito in vista della guerra di classe all’interno e dello scontro armato con le altre classi sfruttatrici concorrenti a livello internazionale. Ma tale forma di organizzazione della società comunista è essa stessa una forma di Stato: «L’elemento Stato-coercizione si può immaginare esaurientesi man mano che si affermano elementi sempre più cospicui di società regolata (o Stato etico o società civile)»¹¹.</p>
<p>Negli anni ʾ90 la ricerca di Costanzo Preve procede su un doppio versante. Da un lato approfondisce la critica del relativismo nichilistico e rassicurante del pensiero postmoderno e del formalismo liberaldemocratico, che scaturiscono da una pura rimozione del socialismo reale da lui ribattezzato “comunismo storico novecentesco”. Dall’altro lato, si concentra su un bilancio storico e teorico dell’esperienza comunista novecentesca, in duplice polemica con il marxismo della continuità, che ignora la crisi di prospettiva storica del comunismo, e con il marxismo futurista preda della furia del dileguare, che intende lasciarsi alle spalle l’orrendo XX secolo e rimuovere la legittimità della rivoluzione d’Ottobre, quale risposta alla guerra imperialistica e al colonialismo.</p>
<p>Rivendicando tre eredità del pensiero di Marx, la teoria dei modi di produzione, la teoria del plusvalore e il concetto di libera individualità sociale, che è in rapporto dialettico con il genere¹² Preve critica il marxismo novecentesco per il suo codice filosofico nichilista¹³, per il deficit di universalismo¹⁴, per l’adesione a forme di religiosità subalterna – la religione della storia, del progresso, della scienza e della politica¹⁵ -, per la produzione di una figura antropologica fragile, oscillante tra collettivismo e ripiegamento individualistico: il sosia socializzato e il comunista riprivatizzato¹⁶.</p>
<p>Il comunismo politico di partito secondo Preve modellandosi sull’esempio dello Stato e dell’azienda, è stato incapace di farsi ethos, di dare vita ad un legame sociale alternativo, ed è vissuto nell’emergenza, alimentandosi delle virtù paoline del sacrificio, della militanza e dell’appartenenza.</p>
<p>Il marxismo novecentesco, che ha prodotto la socialdemocrazia e lo stalinismo, non è stato realmente capace di superare le modalità religiose e utopistiche dei comunismi precapitalistici; il comunismo aristocratico-elitario dei filosofi-re si è riprodotto nelle forme di azione dei nuovi ceti politici professionali: il comunismo-artigiano degli albori della rivoluzione industriale, è riaffiorato in forme di pauperismo o di populismo¹⁷.</p>
<p>Ciò che ha quindi determinato il fallimento del comunismo novecentesco è stata la mancata razionalizzazione della precedente utopia messianica in una forma di vita sociale non alienata.</p>
<p>Secondo Preve inoltre la dicotomia sinistra/destra è una distinzione storica e non ideale ed eterna, ed in quanto tale va superata. La sinistra così come la conosciamo oggi (o almeno come l’abbiamo conosciuta fino al 1989-1991), secondo il filosofo torinese, non è stata altro che il risultato di un compromesso storico particolarmente precario sorto in Francia nell’ambito dell’<em>affaire Dreyfus</em> tra il liberalismo progressista – all’epoca essenzialmente incarnato dal partito radicale – e il movimento socialista ufficiale.</p>
<p>Compromesso chiaramente dettato dalla minaccia, a quel tempo quanto mai reale, rappresentata dalle forze clericali, monarchiche e reazionarie.</p>
<p>Il compromesso storico sorto all’epoca dell&#8217;affaire Dreyfus tra la borghesia progressista e il movimento socialista venne a rompersi definitivamente con gli eventi del maggio del ’68 quando i fondamenti storici della destra clericale, monarchica e reazionaria scomparirono progressivamente in conseguenza del dirompere di quel «nuovo spirito del capitalismo» di cui hanno parlato i sociologi Luc Boltanski ed Éve Chiapello¹⁸.</p>
<p>Ad avviso di Preve, una volta che tale instabile configurazione ideologica ha rinunciato a conservare nel suo programma ufficiale la critica radicale del capitalismo moderno essa si è trasformata in una semplice macchina politica destinata a legittimare, in nome del “progresso” e della “modernizzazione”, tutte le fughe in avanti della civiltà liberale. Secondo Preve risulta evidente che in tale ruolo la sinistra oggi è infinitamente meglio attrezzata dal punto di vista intellettuale di tutte le destre del mondo.</p>
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<p>La “destra” ha infatti la tendenza a difendere la premessa (l’economia della concorrenza assoluta), ma ancora stenta ad accettarne la conseguenza (il riconoscimento delle unioni di fatto, la delinquenza, l’immigrazione ecc.) mentre la “sinistra” tende a operare scelte contrarie. Il merito, se così si può chiamarlo, di quest’ultima fazione politica &#8211; ad avviso del filosofo torinese &#8211; è quella di aver reso immediatamente visibile la complementarietà dialettica dei due versanti dell’accumulazione del capitale, quello dell’economia e quello della cultura¹⁹. Indubbiamente la riflessione di Preve coglie alcuni elementi reali di crisi di identità della sinistra legati alla perdita da parte di quest&#8217;ultima del suo tradizionale ancoraggio al movimento operaio. Detto ciò il mantenimento della dicotomia destra/sinistra, ad avviso di scrive, è essenziale per rispondere a una domanda permanente e ineludibile: come orientarsi nella molteplicità e nella complessità dei movimenti e dei conflitti politico-sociali? Già all’inizio degli anni novanta Norberto Bobbio fece notare che, essendo la tendenza di un universo conflittuale (quale è l’universo politico) quella di dividersi in due fazioni contrapposte, le categorie della destra e della sinistra si rivelano necessarie all’inquadramento di nuovi fenomeni politici²⁰. A meno di non pensare ad una società ideale in cui ogni antinomia sia stata risolta, è evidente che laddove vi sono interessi contrapposti vi saranno anche ceti e classi con interessi divergenti che avranno bisogno di una rappresentanza politica. Da questo punto di vista la questione della nascita cronologica della dicotomia passa dunque in secondo piano. Il mantenimento della distinzione implica il considerare &#8220;destra&#8221; e &#8220;sinistra&#8221; come categorie filosofiche potenzialmente utilizzabili in ogni contesto anche prima della loro nascita formale. Ha scarso valore quindi l’obiezione di Preve per cui, in determinati periodi o in determinati paesi, i movimenti di “sinistra” hanno preferito autodefinirsi in maniera diversa. È bene tenere distinte infatti da una parte la storia di una cosa e dall&#8217;altra la storia del nome di una cosa. Come gli fece notare Domenico Losurdo a suo tempo²¹, nel teorizzare la «lotta di classe», Marx non ebbe alcuna difficoltà a evidenziarla anche in relazione a epoche storiche e a società in cui l’espressione in questione era non solo ignota ma anche difficilmente comprensibile. Ovvero, per dirla con Engels, «gli uomini hanno pensato dialetticamente molto tempo prima di sapere che cosa fosse la dialettica, proprio nello stesso modo in cui parlavano in prosa prima che esistesse la parola prosa».</p>
<p>Nell’ultima fase della sua vita il filosofo torinese ha cercato di proporre una rifondazione filosofica e politica della prospettiva comunista sottolineando l’influenza esercitata dal pensiero greco (ed in particolare aristotelico) su Marx²². Per Preve, in contrasto con una corrente di pensiero spesso prevalente, è Aristotele, assai più di Platone, il pensatore antico che ha di fatto ispirato maggiormente il Moro di Treviri. Attraverso l’utilizzo della categoria aristotelica di “possibilità immanente” (dynamei on) Preve si contrappone tanto alla visione necessitaristica del comunismo, che lo concepisce come l’esito necessario della storia universale, che a quella apparentemente contrastante, proposta dall’ultimo Althusser, che invece lo vede come un fatto aleatorio legato alla semplice casualità o contingenza (katà to dynatòn)²³. Queste due visioni, benché a prima vista sembrino diametralmente opposte in realtà si completano a vicenda nella misura in cui condividono l’esorcizzazione della prassi rivoluzionaria.</p>
<p>Non è importante infatti se il passaggio dal capitalismo al comunismo è visto come un fatto fatalmente preordinato oppure come un evento puramente accidentale alla stregua di un fulmine a ciel sereno. In entrambi i casi diviene inutile l’azione rivoluzionaria che invece Preve rimette al centro della sua concezione del comunismo ritenendo quest’ultimo qualcosa che esiste in potenza (dynamis) ma che per passare all’atto (energheia) necessita di un soggetto consapevole che operi questo passaggio. Tuttavia questo soggetto al contrario che nel marxismo classico non viene individuato nel proletariato guidato dal partito d’avanguardia in quanto secondo il filosofo torinese l&#8217;ontologia potenziale è legata al genere umano, non ad una classe specifica. In quest’ottica Marx viene interpretato come un pensatore aristotelico della possibilità ontologica, e non come un pensatore del determinismo positivistico e della connessa concezione necessitaristica di scienza²⁴.</p>
<p>Il grande lascito filosofico di Costanzo Preve, per chi vorrà approfondirlo, è stato un prodigioso tentativo di coniugare Hegel con Marx, vale a dire una critica radicale della società frammentata con l&#8217;esigenza veritativa della filosofia come ricerca di una sintesi sociale comunitaria degna dell&#8217;uomo come zoon logon echon, ossia come animale dotato di ragione, di linguaggio e di giusto calcolo delle proporzioni sociali.</p>
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<h5>Note bibliografiche:</h5>
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<h5>C. Corradi, Storia dei marxismi in Italia, Roma, Manifestolibri, 2005.</h5>
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<ol start="2">
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<h5>C. Preve, Cosa possiamo chiedere al marxismo. Sull’identità filosofica del materialismo storico, in AA.VV, Marxismo in mare aperto, Milano, Franco Angeli, 1983.</h5>
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<h5>C. Preve, La filosofia imperfetta, Milano, Franco Angeli, 1984.</h5>
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<h5>C. Preve, La teoria in pezzi. La dissoluzione del paradigma teorico operaista in Italia (1976 – 1983), Bari, Dedalo, 1984; Id. La passione durevole, Milano, Vangelista, 1989: Id. Ideologia italiana. Saggio sulla storia delle idee marxiste in Italia, Milano, Vangelista, 1993.</h5>
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<h5>AA.VV, Togliatti e la democrazia italiana, a cura di A. Höbel, Roma, Editori Riuniti, 2017.</h5>
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<h5>N. Bobbio e al., Il marxismo e lo stato: il dibattito aperto nella sinistra italiana sulle tesi di Norberto Bobbio, Quaderni di “MondOperaio”, 6, Roma, Edizioni Avanti, 1976; o la raccolta Il marxismo e lo Stato, Quaderni di “MondOperaio”, 4, Roma, Edizioni Avanti, 1976, in cui sono raccolti molti dei saggi pubblicati da vari autori (tra cui U.Cerroni, L. Colletti, P. Ingrao, V. Gerratana) usciti inizialmente sulle pagine di riviste come “MondOperaio”, “Rinascita” e “Nuova generazione”.</h5>
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<h5>P. Rosanvallon, Le capitalisme utopique, Paris, Seuil, 1979.</h5>
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<h5>B. Chavance, Marx et le capitalisme. La dialectique d’un système, Paris, Bathan, 1996.</h5>
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<h5>A. Smith, La Ricchezza delle Nazioni, Roma, Grandi Tascabili Economici Newton, 1975.</h5>
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<h5>D. Losurdo, Antonio Gramsci, dal liberalismo al «Comunismo critico», Roma, Gamberetti, 1997.</h5>
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<h5>A. Gramsci, Quaderni dal Carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 2007.</h5>
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<h5>C. Preve, Il filo di Arianna. Quindici lezioni di filosofia marxista, Milano, Vangelista, 1990.</h5>
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<h5>C. Preve, Il convitato di pietra. Saggio su marxismo e nichilismo, Milano, Vangelista, 1991.</h5>
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<h5>C. Preve, Il pianeta rosso. Saggio su marxismo e universalismo, Milano, Vangelista, 1992.</h5>
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<h5>D. Losurdo, Destra e sinistra: Domenico Losurdo risponde a Costanzo Preve,<a href="http://domenicolosurdo.blogspot.com/2010/01/destra-e-sinisra-domenico-losurdo.html">http://domenicolosurdo.blogspot.com/2010/01/destra-e-sinisra-domenico-losurdo.html</a></h5>
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<h5>C. Preve, Il pensiero di Marx e l’eredità degli antichi Greci, in C. Preve &#8211; L. Grecchi, Marx e gli antichi greci, Pistoia, Petite Plaisance, 2006.</h5>
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<h5>C. Preve, Marx inattuale. Eredità e prospettiva, Torino, Bollati Borighieri, 2004.</h5>
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<h5><em>http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/273-il-comunismo-come-potenzialita-ontologica-breve-saggio-sul-marxismo-critico-di-costanzo-preve</em></h5>
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		<title>Psicosi rossobruna</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2019 15:24:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[C. Preve]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; di Matteo Luca Andriola Uno spettro si aggira per l’Europa. No, non è lo spettro del comunismo, contro cui tutte le potenze della vecchia Europa ottocentesca si coalizzarono in una caccia alle streghe, dallo zar al papa, da Metternich a Guizot, come scrivevano Karl Marx e Friederich Engels nell’incipit del Manifesto del partito comunista (1848), ma [...]]]></description>
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<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories8/sn-difesa-nazionale.jpg" alt="sn difesa nazionale" width="300" height="230" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em>di Matteo Luca Andriola</em></h3>
<p>Uno spettro si aggira per l’Europa. No, non è lo spettro del comunismo, contro cui tutte le potenze della vecchia Europa ottocentesca si coalizzarono in una caccia alle streghe, dallo zar al papa, da Metternich a Guizot, come scrivevano Karl Marx e Friederich Engels nell’incipit del <em>Manifesto del partito comunista </em>(1848), ma quello del ‘rossobrunismo’. Più volte si è accennato a tale fenomeno in queste pagine, ma il termine ora non è usato nell’accezione qui spesso utilizzata ma come etichetta squalificante contro chi fa la stecca nel coro del pensiero unico liberale, imperante dal 1989 come unica religione civile che accomuna tutti, da centrodestra a centrosinistra, dai progressisti ai conservatori, uniti dal prefisso ‘liberal’: liberalprogressista, liberaldemocratico e liberalconservatore.</p>
<p>Fino a qualche anno fa la querelle sul rossobrunismo era limitata a dossier che circolavano in rete, spesso stilati da collettivi vicini o organici alla sinistra antagonista o pubblicati in siti Internet di movimenti e partiti della sinistra. È necessario perciò, a scanso di equivoci, fare un breve excursus storico del fenomeno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Rossobruni: una breve genealogia storica</strong></p>
<p>Per anni nel recente passato si sono indicati come rossobruni quei soggetti politici e culturali che, come la nouvelle droite, disconoscendo la diade destra/sinistra, proponevano un’ideologia sincretica o la convergenza strategica e/o organica con chi era situato agli antipodi politici ma condivideva una profonda avversione per il sistema liberale.</p>
<p>Un precedente storico, scrive lo studioso marxista Alessandro Pascale, va ricercato nel ‘concetto di ‘nazionalbolscevico’ o ‘nazional comunista’, nato in Germania nel primo dopoguerra e usato sia da una branca dell’estrema destra rivoluzionarioconservatrice sia dai marxisti del Kapd di Amburgo, fautori entrambi di una convergenza strategica fra nazionalisti rivoluzionari e comunisti contro il ‘nuovo ordine europeo’ uscito a Versailles.</p>
<p>Da notare che il Kapd fu poi criticato da Lenin per questa strategia” (1). Tendenze simili in seno al socialismo furono criticate da Marx ed Engels nel <em>Manifesto del partito comunista</em> e da Lenin su <em>Stato e rivoluzione</em>, che contestò “gli elementi opportunistici [...] [che] hanno dato<em> </em>vita alla tendenza socialnazionalista [...]. Questa corrente di socialismo a parole e di nazionalismo nei fatti, [...] è contrassegnata da un impudente e servile adattamento dei ‘duci del socialismo’ agli interessi non solo della ‘propria’ borghesia nazionale ma, in maniera speciale, anche del ‘proprio’ Stato [ ...]. La lotta per la liberazione delle masse lavoratrici dal dominio della borghesia [...] è quindi impossibile se non si distruggono i pregiudizi opportunistici sullo Stato” (2).</p>
<p>Il cosiddetto ‘fascismo di sinistra’ o ‘rivoluzionario’ – che non si è mai definito di destra, pur posizionandosi nella destra dell’emiciclo – e che è confluito nel fascismo, non ha paradossalmente un’origine reazionaria bensì socialista, che precede quella fascista. Un movimento sui generis riscoperto di recente dagli storici dopo la pubblicazione del saggio di Giuseppe Parlato <em>La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato</em> (Il Mulino, 2000), che affonda le radici in figure del Risorgimento quali Mazzini, Garibaldi, Ferrari e Pisacane; è un certo socialismo non marxista o che leggerà Marx in chiave attualistagentiliana, e che si rifà al passato socialista di Mussolini e agli sviluppi protofascisti del movimentismo ante Marcia su Roma; un’area parecchio osannata nell’agiografia neo e postfascista (3).</p>
<p>Un fenomeno caratterizzerà anche la Germania con la sinistra nazionalsocialista nella Nsdap dei fratelli Otto e Gregor Strasser, gli antagonisti di Adolf Hitler repressi nella <em>notte dei lunghi coltelli</em>, e l’area nazionalbolscevica di Ernst Niekisch, tutti ex membri non marxisti della Spd che scopriranno il patriottismo nelle trincee. L’area non si caratterizzerà mai come un blocco unitario, ma per gli accenni populisti, per “un forte e consapevole spirito antiborghese”, “una polemica contro il modello capitalistico di produzione”, “un radicato senso della socialità, che si [esprime] nel culto della comunità tipico del periodo squadrista ovvero nell’attenzione nei confronti delle classi meno abbienti e delle problematiche sociali”, “una interpretazione della politica come rivoluzione” e il “rifiuto della democrazia liberale e la contemporanea rivendicazione, in prospettiva, di una democrazia popolare totalitaria di matrice roussoviana” (4), discorso aggiornato dalla nuovelle droite e dall’area legata ad Aleksandr Dugin, che elaborerà la ‘democrazia organica’.</p>
<p>Il fascismo rivoluzionario si nutrirà delle suggestioni del fascista Ugo Spirito, che elaborò in seno al Pnf la teoria della ‘corporazione proprietaria’, apparsa nel 1930 nel volume <em>Il Corporativismo</em> ed esposta nel maggio 1932 al secondo Convegno di Studi sindacali e corporativi tenutosi a Ferrara, dove si accenna a una vera e propria “corporazione comunista”, paventando la possibilità che la proprietà dei mezzi di produzione fosse affidata non più ai privati bensì alla corporazione stessa. Vista come una sorta di soviet corporativo, che riuniva i produttori superando la diatriba capitale/lavoro e rendendo i lavoratori azionisti dell’impresa (5), fu avversata duramente dall’ala destra del partito rappresentante gli interessi di classe dell’industria e della borghesia conservatrice e nazionalista, che tacciò il filosofo di “bolscevismo” e bollò il pensiero come teoria “eretica”. Questo spingerà Spirito, nel dopoguerra, ad avvicinarsi a un Pci filosovietico, per poi guardare a Oriente, contrapponendo fin dal 1961 l’ideale comunitario esemplificato dalla rivoluzione culturale maoista, riletta in chiave idealista; ciò lo porterà a criticare il marxismo occidentale – “incapace di sottrarsi davvero a una concezione individualistica della vita”, rimane “intrinsecamente legato alla metafisica borghese e resta ancora al livello illuministico della carta dei diritti” – e a visitare il Paese di Mao Zedong nel pieno della rivoluzione culturale, un faro per vasti settori della sinistra extraparlamentare, e a scrivere che “il marxismo è, infatti, una dottrina storicistica di carattere occidentale ben determinata che va dal giudaismo al cristianesimo, dall’illuminismo all’hegelismo, e si concentra nell’analisi della struttura economica di un industrialismo e di un capitalismo che trasformano la società europea. Nulla di tutto questo può avere un effettivo significato per il cinese. [...] Del resto, la rivoluzione comunista cinese solo indirettamente può collegarsi con il marxismo originario e anche con quello russo. [...] Rivoluzione nazionalistica e rivoluzione contadina, quindi, fuori di ogni schema e di ogni logica marxistica. [...] È la tradizione cinese di sempre, che continua a esprimersi fuori di ogni legame diretto col marxismo” (6). Una Cina che ispirerà ideologi del radicalismo di destra come Franco Freda, che ne <em>La disintegrazione</em><em>del sistema </em>(Edizioni di Ar, 1969) proporrà una sorta di “comunismo aristocratico”, una via di mezzo fra la Repubblica di Platone, Sparta, il Terzo Reich, la Cina Popolare e la Cambogia dei khmer rossi, teorizzando l’abolizione della proprietà privata, scavalcando a sinistra la sinistra più estrema, e fondando uno Stato basato sui principi spiritualisti evoliani e una struttura economica collettivista.</p>
<div id="Sezione4" dir="ltr">
<p>Quello cinese è uno degli snodi di tale concezione, perché nei primi anni ’60 si parlerà di Lotta di Popolo, i ‘nazimaoisti’, un settore del radicalismo di destra che univa suggestioni nazionali e sociali alla lettura spiritualista dell’esperienza maoista e stalinista di Ugo Spirito, esperienza che unirà ex militanti dell’organismo giovanile gollista Primula Goliardica dell’ex repubblicano Randolfo Pacciardi – ma che aveva ai suoi vertici il fascista di sinistra Giano Accame, giornalista de <em>Il Borghese</em> e poi teorico della destra sociale di An – ed ex militi di estrema destra e di Giova ne Europa, sezione italiana di Jeune Europe – la prima organizzazione nazionaleuropeista (poi eurosovietica ed eurasiatista) e nazionalcomunista, animata dall’ex SS belga Jean Thiriart, che proponeva l’unità terzaforzista dell’Europa da Dublino a Brest e poi fino a Vladivostok, avendo fra i suoi membri il futuro direttore di <em>Eurasia</em> Claudio Mutti, lo storico cattolico Franco Cardini (fra i mentori a Firenze di Marco Tarchi della nuova destra) e Mario Borghezio; una realtà che arriverà a organizzare a Parma un’alleanza coi maoisti del Pcd’I (marxistaleninista). Lotta di Popolo punterà a “collocarsi a cavallo fra i radicalismo di destra e di sinistra” (7), difendendo il terzomondismo, prendendo a modello l’Ira in Irlanda, l’Eta, le Black Panther in America, i vietcong e l’Olp (da cui il nome) in Palestina, vedendo nel maoismo e nella sua rottura con l’Urss un modo per scardinare la logica dei blocchi. L’Organizzazione avrà sezioni in tutta Europa (8), divenendo la prima esperienza tercerista con forti connotati antisionisti e antimperialisti, e meritando l’epiteto, appunto, di ‘nazimaoista’. Secondo il frediano Francesco Ingravalle – in un saggio del 1979 pubblicato sulla rivista rivoluzionariotradizionalista francese <em>Totalité</em> – l’Olp rappresenta l’esigenza di innestare la rivoluzione tradizionale sui movimenti sociali che emergono dalla frattura tra il Paese reale e il Paese legale (9). Non dovrebbe dunque sembrare del tutto peregrino il tentativo di conciliazione che, dopo Franco Freda, farà un giovane Claudio Mutti tra termini così inconciliabili per un marxista come il maoismo e la tradizione (10).</p>
</div>
<div id="Sezione5" dir="ltr">
<p>In tempi recenti, pescando dalle esperienze nazional europeiste di Jeune Europe, avremo negli anni ’80 e ’90 una galassia di movimenti ‘nazionalcomunisti’, che avranno in Italia rappresentanza nella rivista <em>Orion </em>– su cui scriverà Mutti – animata nell’ottobre 1984 da Maurizio<em> </em>Murelli, che nel 1989 creerà, sulla falsariga di Jeune Europe, il Fronte europeo di liberazione (Fel), a cui appartengono realtà nazionalrivoluzionarie come gli italiani di Nuova azione (poi Movimento antagonista), gli inglesi di Third way, gli spagnoli di Alternativa europea, i tedeschi solidaristen del Sozialrevolutionäre Arbeiterfront, i polacchi di Przclom Narodowy, i belgi del Parti communautaire nationaleuropéenne (Pcn) e i francesi di Nouvelle résistance dell’ex nazimaoista, poi ex neodestrista, Christian Bouchet, oggi lepenista filorusso (11).</p>
<p>Oggi però, come detto nella parte introduttiva dell’articolo, il termine rossobruno assume significati diametralmente opposti a quelli qui illustrati: non è più infatti rivolto ad aree eretiche e marginali del radicalismo di destra che cercano di andare oltre la diade liberale destra/sinistra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’evoluzione di un termine </strong><strong>e l’uso delegittimante nel dibattito a sinistra</strong></p>
<p>Il termine rossobruno nasce in Russia nel 1992, coniato da giornalisti vicini a Boris El’cin per screditare Gennadij Zjuganov, leader comunista russo a capo del Fronte di salvezza nazionale, coalizione patriottica antiliberista guidata dal Pcfr a cui si assoceranno gruppuscoli patriottici e nazionalisti fra cui il piccolo Fronte nazionalbolscevico di Eduard Limonov e dell’eurasiatista Aleksandr Dugin. Dopo il collasso dell’Urss, El’cin e i suoi sodali vogliono, “per quanto possibile, screditare i comunisti e impedire il loro consolidamento, presentare il Pcus come un’organizzazione criminale e a carattere statale e non sociale, privarlo delle sue proprietà, impadronirsi dei suoi mezzi d’informazione di massa. È esplicita la tendenza della autorità a impedire ai comunisti la possibilità costituzionale di riunire e compattare rapidamente e legalmente le loro fila. Allo stesso scopo si lanciano grida disperate che denunciano l’occupazione da parte della ex nomenclatura statale di partito dei posti chiave dell’economia e dell’amministrazione, si comincia a spaventare la gente col cosiddetto pericolo ‘rossobruno’” (12).</p>
</div>
<div id="Sezione6" dir="ltr">
<p>Va detto che Dugin, oggi ammiratore di Vladimir Putin, e che intratteneva cordiali rapporti coi neodestristi Alain de Benoist e Robert Steukers, con la redazione di Orion e di Lutte de peuple, l’organo di Nouvelle résistance, e con il professor Mutti – tutti accomunati dalla cordiale amicizia con Jean Thiriart – collaborò con Zjuganov alla stesura di <em>Stato e Potenza</em>, edito dalle Edizioni all’Insegna del Veltro di Mutti, manifesto di un<em> </em>comunismo diverso da quello occidentale, che sintetizza patriottismo panrusso, una rivalutazione di certi aspetti dello zarismo e della slavofilia e un comunismo stalinista unito a elementi di eurasiatismo; una sorta di ‘santa alleanza’ tra Ortodossia e Islam contro l’Occidente atlantista e mondialista (13) tanto esaltata sulle pagine di Orion.</p>
<p>L’uso attuale del termine rossobruno si nutre senz’altro di queste suggestioni, e inizia a essere menzionato in Francia nel 1993. All’epoca Alain de Benoist torna da una serie di viaggi a Mosca e viene accusato di aver lì creato una succursale della nouvelle droite con a capo Dugin. Secondo PierreAndré Taguieff, biografo del teorico neodestro, incolpa di aver diffuso questa notizia, subito rilanciata dai mass media, il direttore della rivista <em>Nationalisme et République</em> Michael Schneider, assieme ad “altri organi di stampa ‘nazionalisti rivoluzionari’” che avrebbero “lanciato sul mercato ideologico il tema del ‘nazionalcomunismo’, come a incitare i giornalisti sensibili alla tematica antifascista standard a lanciare una campagna di denuncia”, anche diffondendo articoli sul tema (14).</p>
</div>
<div id="Sezione7" dir="ltr">
<p>L’attacco inizierà con la pubblicazione su Le Monde, il 13 luglio 1993, dell’<em>Appel à une Europe de la vigilance contre l’extrême droite</em>, promosso da Umberto Eco e Rossana Rossanda, che denuncia gli “ideologi di estrema destra” che “svolgono un’attività di autori ed editori” al di fuori dell’area originale, e che “hanno cominciato da un certo tempo a far credere di essere cambiati”, sforzandosi di sedurre “personalità democratiche e intellettuali, alcuni dei quali conosciuti per essere di sinistra”, al punto che “questi hanno accettato di firmare articoli in riviste dirette da questi autori”; riferimento a de Benoist e a Taguieff, quest’ultimo accusato dal giornalista Roger Pol Droit di aver “banalizzato l’estrema destra” e “non aver vigilato”, dato che nella raccolta <em>Racisme et Antiracisme</em>(MéridiensKlinksieck, 1986) compariva, oltre alla sua, la firma di Alain de Benoist. In Italia la raccolta verrà pubblicata nel 1992 da La Roccia di Erec, la casa editrice di Marco Tarchi (15), e Taguieff si difenderà dalle accuse dicendo che quella italiana è un’edizione pirata, mai autorizzata dall’autore e neppure integrale – il curatore tuttavia replicò, esibendo una lettera nella quale Taguieff si dichiarava d’accordo con la traduzione del suo testo. In particolare Droit contesta a Taguieff l’aver frequentato la nuova destra e pubblicato saggi sulle riviste del movimento, analogamente a quanto fatto da diversi intellettuali di sinistra come Serge Latouche, Alain Caillé e Ignacio Ramonet che, per Le Monde, non avrebbero dovuto collaborare con riviste come Krisis, trimestrale lanciato nel 1988 da de Benoist e tutt’oggi aperto a intellettuali della sinistra altermondista. L’Appello innescò una contropetizione, dove si denunciava il conformismo e la difficoltà per molti ricercatori di lavorare su temi caldi viste le polemiche cui si esponevano, portando Jacques Julliard, su Nouvelle Observateur, a dichiarare “senza mezzi termini” che “la campagna condotta da Le Monde contro Taguieff, eminente studioso del razzismo e dell’estrema destra, è vergognosa”, e sarebbe stato meglio che i quaranta firmatari dell’Appello “avessero vigilato piuttosto sui crimini etnici nell’ex Jugoslavia” (16)<em>.</em> La campagna si amplierà allorché de Benoist, con il suo rifiuto della duplice dicotomia fascismo/antifascismo e destra/sinistra, si confronterà con intellettuali organici al Pcf, spingendo la stampa, sia di sinistra che frontista, a condannare tali incontri, segno, secondo loro, di una “tentazione nazionalcomunista” o “rossobruna” (17).</p>
</div>
<div id="Sezione8" dir="ltr">
<p>Lo scontro apre l’odiosissima pratica del dossieraggio e della schedatura, usata a sinistra contro chi cerca di mettere in discussione i postulati del pensiero dominante. Oltre all’Appello di Le Monde, spunteranno infatti vari dossier: il primo fu scritto dal giallista Didier Daeninckx e dalla giornalista Mariette Bernard, e parla di “relazioni pericolose” fra comunisti ed estrema destra (18), poi lanciate sul grosso della stampa nazionale a denunciare il “complotto ‘rossobruno’ atto a destabilizzare la Repubblica” (19). Gli attacchi portano de Benoist a difendersi definendo il tutto una “<em>querelles</em> d’Ancien Régime” (20).</p>
<p>L’accusa rispunterà nel 2018, quando il ballottaggio francese fra Marine Le Pen e Emmanuel Macron scatena i media su assurde convergenze noeuro e antimondialiste fra la leader frontista e il leader della sinistra JeanLuc Mélenchon: quest’ultimo, con poco meno del 20%, ha preferito non dare indicazioni di voto e, tra altre, una testata liberal come NextQuotidiano si è spinta a ipotizzare che dietro tale silenzio ci fosse una sorta di vicinanza, poiché “la Le Pen piace [a sinistra] perché è nazionalista, proprio come Mélenechon, e per le sue posizioni critiche nei confronti dell’euro e dell’Unione europea. Insomma la logica è molto semplice: il nemico del mio nemico è mio amico. E così la Le Pen finisce per essere ‘il male minore’” (21). E questo nonostante Mélenechon abbia stabilito che il populismo di destra e Macron sono simili – e le recenti parole euroriformiste di Marine Le Pen lo confermano (22). “Lo slogan elettorale della Le Pen è <em>Au nom du Peuple</em>, quello di Mélenechon <em>La force</em> <em>du Peuple</em>, dettagli che ci aiutano a capire perché la sinistra faccia fatica<em> </em>a schierarsi con Macron” (23); il tutto mentre l’economista Jacques Sapir, dalla parte del Front, spiega che l’idea del “fronte repubblicano” contro i lepenisti è un “mito conservatore di un’indecenza assoluta”, ipotizzando anche che al primo turno ci sia stata una vittoria culturale delle “forze sovraniste” (24). E così un falso antifascismo, del tutto funzionale al sistema – dato che l’Ue tanto difesa dai progressisti sostiene un golpe in Ucraina che utilizza milizie neonaziste con volontari vicini anche a CasaPound (25), senza contare le destabilizzazioni in Venezuela col supporto della locale ultradestra clericoreazionaria (26) – viene sventolato per sostenere ciò che è considerato un male minore, ossia Macron, uomo dell’establishment finanziario francese ed ex banchiere d’affari per la Rothschild Cie &amp; Banque, e il suo programma liberista. E Mélenechon diventa un rossobruno.</p>
</div>
<div id="Sezione10" dir="ltr">
<p>In Italia lo scontro ha radici profonde ma meno nobili: si è passato da un’iniziale curiosità quasi morbosa da parte dei quotidiani nazionali nel 1992-1994 per la rivista di Maurizio Murelli che invitava a votare per Rifondazione comunista, nonostante il background destroradicale del grosso della redazione, al dossieraggio a opera dei siti antifascisti militanti con produzione di lunghi elenchi di sigle, movimenti ecc. – tracciando la genealogia già vista – per arrivare all’attuale ‘caccia alle streghe’ all’interno della sinistra verso chi si pronuncia contro l’europeismo, la governance dei flussi migratori e a favore di una risoluzione strutturale della questione (non certo una <em>fatalità</em>, ma una diretta conseguenza di decenni di neoliberismo e neocolonialismo applicato all’Africa), o accenni all’esistenza di un problema sicurezza che partiti come la Lega risolvono da destra e che sarebbe il caso di gestire da sinistra. La dinamica delegittimatoria è arrivata a un livello tale che perfino Andrea Scanzi se n’è occupato su <em>Il Fatto Quotidiano</em>, scrivendo che “si è assistito in effetti anche a questa sottile strategia messa in atto negli ultimi anni in Italia: alcuni settori della ‘sinistra’, al fine di legittimare il prosieguo di un eclettismo ideologico ‘liberal’, hanno iniziato a tacciare di rossobrunismo tutti coloro che ponevano la contraddizione antimperialista come la contraddizione principale. Ci sono cioè settori della ‘sinistra’ che si presentano come ‘progressisti’, talvolta perfino come ‘comunisti’, ma alla prova dei fatti utilizzano la questione antifascista come prioritaria su ogni altro aspetto (antimperialismo, anticapitalismo, lotta di classe), approdando spesso e volentieri a una posizione morbida, se non conciliante, con il Pd, con il centrosinistra e con le strutture e sovrastrutture imperialiste (prime tra tutte Nato, Ue, euro), in nome dell’unità contro le ‘destre’” (27) . Ora, non risulta che Scanzi sia un marxista leninista antimperialista, ma ha fotografato bene la situazione. Dinamica a cui non si è ovviamente sottratta il quotidiano La Repubblica, che ha pubblicato un dossier sui rossobruni mettendo dentro di tutto, da politici come Fassina e D’Attore a intellettuali come Diego Fusaro per arrivare a siti d’informazione come L’AntiDiplomatico o ad associazioni politicoculturali come Marx XXI (28).</p>
<p>È utile usare nel dibattito la categoria rossobruno? Le riflessioni sono molteplici. Come il neologismo nouvelle droite, rossobruno è stato creato ad arte nel contesto di una precisa contingenza politica. Nel 1979 la stampa progressista francese, faticando a catalogare il pensiero di Alain de Benoist e il Grece, conia il termine nouvelle droite e lo usa contro i gollisti per la collaborazione di alcuni membri dell’associazione metapolitica alle pagine culturali del periodico Le FigaroMagazine, ‘nazificando’ così – visto il background dei membri del Grece – il centrodestra francese; nei primi anni ’90 viene coniato il neologismo rossobruno allo scopo di demonizzare chi, dalla Russia all’Europa occidentale, mette in discussione l’impianto della cultura dominante, il pensiero unico liberale, fatto di postmodernità. In entrambi i casi l’obiettivo è preservare lo status quo sistemico. Come definire l’articolo su Left di Giacomo Russo Spena, che non solo definisce rossobruna tutta la sinistra noeuro, ma la descrive sdegnosamente come “pasdaran dello Stato nazione”? (29).</p>
</div>
<p>Il fatto che a farlo sia una sinistra che ha perso la propria identità è significativo. Scrive Pascale: “Le principali derive revisioniste del nostro tempo (apertura all’identity politics di stampo americano, al cosmopolitismo senza radici e all’immigrazionismo borghese, utopie di ‘riforma dell’Unione europa dall’interno’ e anacronistici ‘fronti popolari’ con la sinistra borghese vengono giustificate proprio con il pretesto della lotta al rossobrunismo. [...] [e] nella confusione ideologica in cui versa attualmente il movimento comunista, specie quello italiano, tale categoria è stata fatta propria dai think tank della borghesia liberale per delegittimare paradossalmente soprattutto i comunisti. Il che non deve stupire troppo, dato che la borghesia liberale è già riuscita a conquistare la categoria analitica della ‘sinistra’, bollando i comunisti prima come ‘estrema sinistra’ (anni ’90 e inizio ’00), poi, negli ultimi tempi, di fronte ad alcuni nuovi fermenti teoricopolitici che rischiano di incrinare la narrazione del totalitarismo liberale, come ‘rossobruna’” (30).</p>
<hr />
<h5>Note</h5>
<h5>1 A. Pascale, <em>Il rossobrunismo</em>, in<a href="http://www.marx21.it/index.php/storiateoriaescienza/marxismo/29488ilrossobrunismo">http://www.marx21.it/index.php/storiateoriaescien</a><a href="http://www.marx21.it/index.php/storiateoriaescienza/marxismo/29488ilrossobrunismo">za/marxismo/29488ilrossobrunismo</a>, 16 gennaio 2019. Lenin infatti criticò l’intransigenza della sinistra comunista tedesca – che animò il Kapd, che rifiutava, a differenza del Kpd, il centralismo democratico e la partecipazione alle elezioni e ai sindacati dominati dai riformisti, organizzandosi a livello europeo alla conferenza di Amsterdam del 3 febbraio 1920, avendo come referente italiano Amadeo Bordiga, unica forza ad animare una resistenza armata al regime nazista. Cfr. H. M. Bock: <em>Geschichte des</em> <em>“linken Radikalismus” in Deutschland</em> , Ein Versuch, Frankfurt/M, 1976. Per “il rigido <em></em>e ostinato rifiuto di riconoscere la pace di Versailles [...]. Non basta rinnegare le ma dornali assurdità del ‘bolscevismo nazionale’ (Laufenberg e altri) che, nello stato attuale della rivoluzione proletaria internazionale, si è spinto sino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa”. V. I. Lenin, <em>L’estremismo malattia infantile del comunismo</em> , in <em>Opere complete</em> , vol. XXX, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 64</h5>
<h5>2 V. I. Lenin, <em>Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione</em>, Milano, Società editrice l’Avanti!, 1920, pp. 3, 4</h5>
<h5>3) L’interesse per questo tema storiografico ha portato alla pubblicazione di vari saggi come <em>Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona</em>, scritto dallo storico, all’epoca organico alla nuova destra italiana di Marco Tarchi, Luca Leo nello Rimbotti (Settimo Sigillo, Roma 1989); <em>Fratelli in camicia nera. Comunisti e</em> <em>fascisti dal corporativismo alla Cgil </em>(19281948) di Pietro Neglie (Il Mulino, Bologna<em> </em>1996) e <em>Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politi </em><em>ca </em>di Paolo Buchignani (Mondadori, Milano 1998) e, dello stesso autore,<em> La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943 </em>(Mondadori, Milano 2000),<em> </em>dove però non userà la definizione di “fascismo di sinistra” in quanto tale corrente, pur avendo elementi di sinistra quali l’idea di rivoluzione sociale o il mito di rivolu zione come palingenesi, li sintetizzava con tesi di destra quali la centralità della guerra, l’aspirazione all’impero e il culto per la gerarchia, rendendo scorretta la definizio ne di “fascismo di sinistra” e quindi preferendo quella di “fascismo rivoluzionario”; rifacendosi agli studi dello studioso israeliano Zeev Sternhell, infatti, per Buchignani il fenomeno fascismo non sarebbe né di sinistra né di destra ma una sintesi fra tali posizioni che affonda le radici in una “destra rivoluzionaria” prefascista, nata in Francia nella seconda metà dell’800, come Sternhell ribadirà nel libro <em>Ni droite ni gauche.</em> <em>L’idéologie fasciste en France </em>, Éditions du Seuil, Paris 1983 (ed. it.<em> Né destra né sinistra. La nascita dell’ideologia fascista</em>, La Roccia di Erec, Firenze 1984) e in<em> La droite révolutionnaire, 18851914. Les origines françaises du fascisme</em>, Seuil, Paris 1978<em> </em>(ed. it. <em>La destra rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo 18851914</em>, Corbaccio, Milano 1997). Cfr. a riguardo F. Germinario (a cura di), <em>Destra, sinistra, fascismo: omaggio a Zeev Sternhell</em>, Grafo edizioni, Brescia.</h5>
<h5>4 Giuseppe Parlato, <em>La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato</em>, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 17, 18</h5>
<h5>5 L’intervento di Ugo Spirito sulla corporazione proprietaria, dal titolo <em>Individuo e Stato</em> <em>nell’economia corporativa </em>è ora in Id.,<em> Il corporativismo</em>, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, pp. 519532</h5>
<h5>6 U. Spirito, <em>Il comunismo cinese</em>, in <em>Rassegna italiana di sociologia</em>, n. 1, 1961, ora in <em>Comunismo russo e comunismo cinese</em>, Firenze, Sansoni, 1962, pp. 57, 58 e 87, 88</h5>
<h5>7 A. Villano, <em>Da Evola a Mao. La destra radicale dal neofascismo ai “nazimaoisti”</em>, Luni Editrice, 2018, p. 225</h5>
<h5>8 Lotta di Popolo avrà sezioni in Spagna (Lucha de Pueblo, falangisti nazionalsinda calisti antifranchisti), in Francia (Lutte de Peuple, dove confluiscono i dissidenti na zionalisti di sinistra di Ordre noveau e i socialisti europei di Pour une Jeune Europe) e in Germania (NRAO NationalRevolutionäre Aufbau Organisation) . Cfr. a riguardo N. Lebourg,<em>Nazimaoïsme? Gauchistes d’extrême droite? Mythe et réalités de l’o </em><em>scillation idéologique après Mai 68</em>, in<em></em><a href="https://tempspresents.com/2009/09/18/nicolaslebourgnazimaoismegauchistesd%E2%80%99extremedroitemytheetrealitesdel%E2%80%99oscillationideologiqueapresmai68/">https://tempspresents.com/2009/09/18/nicolas</a><a href="https://tempspresents.com/2009/09/18/nicolaslebourgnazimaoismegauchistesd%E2%80%99extremedroitemytheetrealitesdel%E2%80%99oscillationideologiqueapresmai68/">lebourgnazimaoisme gauchistesd%E2%80%99extremedroitemytheetrealitesde</a><a href="https://tempspresents.com/2009/09/18/nicolaslebourgnazimaoismegauchistesd%E2%80%99extremedroitemytheetrealitesdel%E2%80%99oscillationideologiqueapresmai68/">l%E2%80%99oscillationideologiqueapresmai68/</a></h5>
<h5>9 Cfr. F. Ingravalle, <em>Pour une analyse du mouvement révolutionnaire en Italie</em>, in Totalité, n. 10, novembredicembre 1979, pp 3557</h5>
<h5>10 Cfr. <em>Maoismo e tradizione</em>, n. f. [ma C. Mutti], Quaderni del Veltro, Bologna, settembre 1973</h5>
<h5>11 Cfr. sul tema dell’area nazionabolscevica europea J.Y. Camus, <em>Une avantgarde</em> <em>populiste: ‘peuple’ et ‘nation’ dans le discours de Nouvelle Résistance</em>, in Mots, n. 55,<em> </em>giugno 1998, pp. 128138, e N. Lebourg, <em>Stratégies et pratiques du mouvement nationaliste révolutionnaire français: départs, desseins et destin d’Unité Radicale (19892002)</em>, in Le Banquet, n. 1920, febbraio 2004, pp. 381400</h5>
<h5>12 A. Luk’janov, <em>Il golpe immaginario</em>, Napoleone, 1994, p. 81</h5>
<h5>13 Anche se il curatore italiano del volume, il dr. Montanari, nota che lo scenario geopolitico disegnato da Zjuganov in <em>Stato e Potenza</em> è diverso da quello di Dugin, in quanto all’impero eurosovietico viene preferito un asse privilegiato con Pechino e New Delhi, il nucleo dei Brics, nonostante Zjuganov mantienga intatti i principi ispi ratori dell’eurasiatismo allorché afferma la necessità di costituire un <em>kontinentalblock</em> avverso ai progetti delle potenze oceaniche</h5>
<h5>14 P.A. Taguieff, <em>Sulla Nuova Destra</em>, Firenze, Vallecchi, pp. 319, 320, nt. 394: nella nota, PierreAndré Taguieff cita a titolo esplicativo l’articolo di M. Najman, <em>Voici les</em> <em>sections d’assaut du fascisme russe</em>, in Globe, n. 26, 410 agosto 1993, pp. 3942, che<em> </em>rimanda a <em>Retour de Russie</em>, n. f. [M. Schneider], in Nationalisme et République, n. 8, 1 giugno 1992, p. 23 e all’articolo di M. Schneider, <em>Russie: quelques hommes de l’opposition patriotique</em>, in Nationalisme et République, n. 9, 18 settembre 1992, pp. 27, 28</h5>
<h5>15 Cfr. RogerPol Droit, <em>La confusion des idées. Quarante intellectuels appellent à</em> <em>une Europe de la vigilance face à la banalisation de la pensée d’extrême droite</em>, in Le<em> </em>Monde, 13 luglio 1993</h5>
<h5>16 J. Julliard, <em>Un mot sur la “vigilance”</em>, in Le Nouvelle Observateur, 19 agosto 1993. Cfr. E. Lemieux, <em>Pouvoir intellectuel, les nouveaux réseaux</em>, Paris, Denoël, 2003, pp. 525, 526</h5>
<h5>17 Vi sono stati diversi episodi che hanno rinfocolato questa accusa: il dibattito tenu tosi nella sala della Mutualité, avvenuto il 19 maggio 1992 e organizzato dall’Istituto di ricerche marxiste diretto da Francette Lazarde sul “risveglio del pensiero critico”, con de Benoist; o il dibattito fra quest’ultimo e il giornalista Marc Cohen, redattorecapo de L’Idiot international, tesserato al Pcf, organizzato dalla rivista grecista Éléments al Musée social di Parigi 19 maggio 1992 sulla “ricomposizione del panorama intellettuale francese”; e infine la pubblicazione di <em>La fin et les moyens</em>, in Krisis n. 12, ottobre 1992, pp. 6071, un faccia a faccia pubblicato dalla rivista debenoistiana fra il comunista JeanPaul Jouary (caporedattore del settimanale marxista Révolution) e PaulLoup Sulitzer, sul tema del denaro, e anche l’articolo volutamente provocatorio di JeanPaul Cruse, sindacalista comunista della Cgt e giornalista di Libération, intitolato <em>Vers un Front national</em>, in L’Idiot international, maggio 1993</h5>
<h5>18 Cfr. <em>Quand Daeninckx alerte Marchais du complot</em>, in Globe, 30 giugno6 luglio 1993</h5>
<h5>19 Cfr. su tutti O. Biffaud e E. Plenel, <em>La tentation nationalcommuniste</em>, in Le Monde, 26 giugno 1993, pp. 1 e 12, il cui titolo è così commentato, in relazione ai citati fatti russi: “In Francia come in Russia, ex stalinisti e intellettuali di estrema destra so gnano una ‘terza via’ rossa e bruna”. A destra, in area frontista, la reazione a questi di battiti – che si limitano a incontri fra singoli, non fra organizzazioni, venendo così ingigantiti al solo scopo di denigrare chi osava dialogare col Grece – sarà del tutto spe culare: “Non si cena con il diavolo, foss’anche con un cucchiaio lungo, e ogni deriva intellettuale in direzione di ex marxisti [...] sarebbe intrinsecamente perversa”, <em>Les sirènes du nationalcommunisme</em>, in Militant, 15 luglio 1993, p. 2</h5>
<h5>20 Cfr. A. de Benoist, <em>Querelles d’Ancien Régime</em>, in Le Monde, 27 luglio 1993, p. 8</h5>
<h5>21 G. Drogo, <em>Il rossobruno che vota Marine Le Pen</em>, Next Quotidiano, 27 aprile 2017, in<a href="https://www.nextquotidiano.it/rossobrunimarinelepen/">https://www.nextquotidiano.it/rossobrunimarine lepen/</a></h5>
<h5>22 Un’evoluzione che accomuna sia Salvini che la Le Pen e che passa dall’iniziale critica alla sovrastruttura europeista (cfr. su tutti l’articolo di Ch. Supin, <em>Marine Le</em> <em>Pen: “Libérer l’Europe de l’Union européenne” </em>, in<em></em><a href="http://www.lefigaro.fr/politique/2018/07/06/0100220180706ARTFIG00380marinelepenlibererleuropedelunioneuropeenne.php">http://www.lefigaro.fr/politique/</a><em></em><a href="http://www.lefigaro.fr/politique/2018/07/06/0100220180706ARTFIG00380marinelepenlibererleuropedelunioneuropeenne.php">2018/07/06/0100220180706ARTFIG00380marinelepenlibererleuropedelunio</a><a href="http://www.lefigaro.fr/politique/2018/07/06/0100220180706ARTFIG00380marinelepenlibererleuropedelunioneuropeenne.php">neuropeenne.php</a> , 6 luglio 2018) a un euroriformismo alla Tsipras, ma di destra:</h5>
<h5><em>Marine Le Pen: “Non serve uscire dall’euro, io e Salvini rivoluzioneremo l’Ue” </em>, in<em></em><a href="http://www.affaritaliani.it/affarieuropei/marinelepennonserveusciredalleuroiosalvinirivoluzioneremoue582526.html">http://www.affaritaliani.it/affarieuropei/marinelepennon serveusciredall euroio</a><a href="http://www.affaritaliani.it/affarieuropei/marinelepennonserveusciredalleuroiosalvinirivoluzioneremoue582526.html">salvinirivoluzioneremoue582526.html</a> ,18 gennaio 2019</h5>
<h5>23 G. Drogo, art. cit.</h5>
<h5>24 Cit. in <a href="https://twitter.com/russeeurope/status/856979975186067456">https://twitter.com/russeeurope/status/856979975186067456</a></h5>
<h5>25 Cfr. M.L. Andriola, <a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuovadestraucrainanazifascisti.php"><em>L’Euromaidan e i camerati nazifascisti di Kiev</em></a>, Paginauno n. 39/2014 e <a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuovadestraucrainabattaglioneazov.php"><em>Il battaglione Azov: la legione nera del neofascismo ucraino</em></a>, Paginauno n. 40/2014</h5>
<h5>26 Cfr. M.L. Andriola, <a href="http://www.rivistapaginauno.it/nuovadestravenezuelaantimaduro.php"><em>Venezuela: la destra clericoliberista antiMaduro</em></a>, Paginauno n. 54/2017</h5>
<h5>27 A. Scanzi, <em>L’ossessione “rossobruna”: come etichettare il nemico</em>, Ilfattoquotidiano.it, 31 dicembre 2018</h5>
<h5>28 Cfr. M. Pucciarelli, <em>Sovranisti ma di sinistra: chi sono i “rossobruni”</em>, la Repubblica, 24 giugno 2018, ora in<a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/06/24/sovranistimadisinistrachisonoirossobruni11.html">https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubbli</a><a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/06/24/sovranistimadisinistrachisonoirossobruni11.html">ca/2018/06/24/sovranistimadisinistrachisonoirossobruni11.html</a></h5>
<h5>29 G. Russo Spena, <em>Allarme son rossobruni! I pasdaran dello Stato nazione</em>, in<a href="https://left.it/2018/09/08/allarmesonrossobruniipasdarandellostatonazione/">https://left.it/2018/09/08/allarmesonrossobruni ipasdarandellostatonazione/</a></h5>
<h5>30 A. Pascale, <em>Il rossobrunismo</em>, art. cit. Rimando, del medesimo autore, al libro <em>Il</em> <em>totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l’egemonia culturale</em>, di prossima<em> </em>pubblicazione presso la casa editrice La Città del S</h5>
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<p>http://www.rivistapaginauno.it/</p>
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