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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Sacconi</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>“La Quinta stagione” intervista a Giorgio Cremaschi</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 13:02:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(”La Quinta Stagione” ha incontrato Giorgio Cremaschi, a margine della presentazione del suo libro “Il regime dei Padroni. Da Berlusconi a Marchionne”, tenutasi ieri a Roma, presso la libreria “Rinascita” di via Ostiense. L’ intervista è a cura di Francesco Calicchia e Massimo Formica. E’ possibile riprodurla, citando la fonte (www.laquintastagione.com) e gli autori. Buona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">(”La Quinta Stagione”  ha incontrato Giorgio Cremaschi, a margine della presentazione del suo libro “Il regime dei Padroni. Da Berlusconi a Marchionne”, tenutasi ieri a Roma, presso la libreria “Rinascita” di via Ostiense. L’ intervista è a cura di Francesco Calicchia e Massimo Formica. E’ possibile riprodurla, citando la fonte (www.laquintastagione.com) e gli autori. Buona lettura)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ristrutturazione della produzione in catene sempre più lunghe e frammentate rende difficilissimo fare sindacato. Quali le risoluzioni possibili?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non è vero non c’è mai una cosa organizzativa che impedisce di fare sindacato: impedisce di fare sindacato la repressione; impedisce di fare sindacato anche un certo clima culturale; impedisce di fare sindacato  la rottura di solidarietà  tra i lavoratori o il fatto che il sindacato a sua volta non faccia il suo mestiere. Quindi io credo che oggi siamo in una fase in cui, certo, le difficoltà ci sono tutte, le cose che qui si sono dette della riorganizzazione sono tutte evidenti, ma quello che impedisce di più di fare sindacato e’ il sindacato che non ci crede.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli ultimi 25-30 anni sono stati persi molti punti di PIL a favore dei redditi da capitale: 25 anni fa il lavoro dipendente otteneva circa il 65% del PIL, oggi è al 55%. Si tratta di oltre 10 punti: Il contratto collettivo nazionale e le politiche fiscali, nella realtà globalizzata odierna, sono ancora strumenti idonei e sufficienti per modificare questa distribuzione dei redditi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo sono a tal punto che la Confindustria oggi vuole distruggere il contratto nazionale , quindi vuol dire che in qualche modo lo sono ancora. Sono stati usati male in questi anni, ma se la Confindustria vuole metterli in discussione e cancellarli vuol dire che pensa che potrebbero ridiventare, ricostruendosi un po’ di forza dei lavoratori,uno strumento per far aumentare le retribuzioni. La politica fiscale ancora di più, perchè è chiaro che in questi anni abbiamo avuto una politica fiscale che ha penalizzato il lavoro dipendente e le pensioni e favorito tutti gli altri redditi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo libro affermi chiaramente che la lotta di classe non è finita: al contrario oggi è più attuale che mai. Solo che una parte, il Lavoro, è perdente perchè non ha gli strumenti politici e culturali per produrla. Come recuperarli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Allora, intanto io dico una cosa che la lotta di classe oggi  è unidirezionale nel senso che gli unici autorizzati a farlo sono i ricchi ma non i poveri! Questa e’ la mia tesi di fondo, vorrei riequilibrare la cosa in maniera che fossimo in due a farla e non uno solo a farla, perchè come scrivo nel libro, la lotta di classe c’e’, solo che l’unica autorizzata e’ quella dei profitti a danno dei salari, dei ricchi a danno dei poveri. Quindi come riequilibrare? Ricostruendo appunto un clima democratico in cui esiste una capacità di conflitto, in cui si ridà a quelli che vivono del loro reddito o non vivono del loro reddito da lavoro la possibilità di lottare per migliorare le proprie condizioni. Questo richiede  un cambiamento anche culturale, politico, ma voglio anche dire che anche la crisi spinge in questa direzione, perchè con la crisi, che sta precipitando sull’Italia e sull’Europa, io credo che un maggiore conflitto sociale è nell’ordine delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli anni ‘60 e ‘70, la sinergia tra sindacati e partiti di sinistra ha prodotto la stagione dei contratti, del prolungamento delle ferie, della riduzione di orario, degli aumenti salariali, del diritto del lavoro. Oggi che i partiti di sinistra sono scomparsi o ridotti ai minimi termini, parlo dell’ Italia, il sindacato ha ancora la forza di promuovere nei confronti del ceto politico ed economico le istanze che vengono dal basso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il sindacato non è fuori da questa crisi. C’è una parte del sindacato che ha scelto una linea organicamente di complicità con le aziende , parlo della CISL e della UIL, c’è una parte di sindacato,la CGIL, che non è su questa linea però non è neanche su una linea totale di opposizione. C’è infine una parte del sindacato, penso alla FIOM, penso al sindacato di base, che è su una linea invece di opposizione sociale. Quindi io ritengo che il sindacato debba fare il suo mestiere. Come ci dimostra tutta l’ Europa, al di là della forza della sinistra, c’è una ripresa di lotta e di conflitto sociale. Questo non cancella il fatto che sarebbe necessario che il conflitto si consolidasse anche a livello politico, ma qui c’è da ricostruire una sinistra alternativa al mondo dell’impresa e al mondo del mercato e questo è quello che manca oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CISL e UIL sostengono la necessità di essere “collaborativi”. La CGIL sta nel guado. La Fiom è più conflittuale. Quale modello di sindacato è più adatto alle sfide di oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dipende da cosa si vuole ottenere. Se si vuole fare un sindacato che accetta tutto salvando se stesso come struttura  e come apparato,il modello della CISL è il migliore: Un sindacato di servizio, un sindacato assicuratore, un sindacato banchiere, un sindacato che però lascia fare sui salari, sull’organizzazione del lavoro, sui diritti, lasciandoli in mano all’azienda. Se si vuole invece fare un sindacato che dia ai lavoratori la speranza di poter cambiare la propria condizione e di non restare sotto ricatto, come vogliono mettere tutte le aziende oggi i lavoratori, se si vuole fare questo, c’è bisogno di un sindacato come propone la FIOM nella sua pratica, ma come propongono anche altre lotte: un sindacato profondamente democratico fondato sulla partecipazione e sul conflitto.<br />
<strong><br />
Come spieghi la disaffezione dei giovani nei confronti del sindacato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dipende, perché la manifestazione del 16 ottobre proposta dalla FIOM è stata la più grande manifestazione di giovani che abbia visto da tanto tempo, quindi dipende sempre da “quale” sindacato genera disaffezione. Fiducioso? Ritengo di sì. Si sono rimesse in moto le coscienze. E’ chiaro che un sindacato che si presenta con la faccia dell’amico di Sacconi è difficile che possa piacere ai giovani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste una “questione morale” nel sindacato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così come nei partiti, no. Però se dovessero andare avanti questi meccanismi, gli enti bilaterali, finanziamenti che non vengono più solo dagli iscritti, se nella sostanza il finanziamento al sindacato si svincola dalla democrazia e dalla partecipazione e dal controllo degli iscritti e diventa un finanziamento che viene garantito comunque soprattutto dai rapporti con l’impresa, questo certo che potrà creare una questione morale.<br />
<strong><br />
Cosa pensi dell’ ipotesi  ”socializzazione”? Pensi che la partecipazione agli utili dell’ azienda ed alla sua gestione da parte della manodopera potrebbe essere un percorso particabile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se è vera, i primi a dire di no sono gli industriali. Se è finta gli industriali dicono di sì, ma i fregati sono i lavoratori. Io credo che  se per partecipazione si intende il diritto dei lavoratori o di un loro rappresentante a intervenire davvero sulla vita dell’azienda, questo sarebbe un grande passo avanti. Ci sarebbero però le barricate degli industriali per non farlo. Se si intende quello che si intende oggi, distribuire le azioni ai lavoratori al posto del salario, spiegandogli che questa è una partecipazione, questo è un imbroglio, perchè serve solo a fare rischiare ancora di più i lavoratori sui soldi dei padroni.<br />
<strong><br />
Saresti favorevole all’ ipotesi di un sindacato unico dei lavoratori?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La parola unico non mi è mai piaciuta, unito sì , però fondato sulla democrazia. La divisione sindacale oggi non è una divisione su piccole cose: è la divisione su chi decide sui contratti,sulla produttività, sul salario, sul rapporto con il governo, sul rapporto con la Confindustria. Vorrei avere un sindacato unito, ma non vorrei avere un sindacato che per essere unito deve anche essere unito alla Confindustria e a Sacconi. Dipende da quanto deve essere unito e a chi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il collegato lavoro ( http://www.laquintastagione.com/wp/?p=2067) è il più serio attacco portato, negli ultimi anni, allo statuto dei lavoratori. E’ possibile pensare ad un referendum abrogativo? La CGIL potrebbe avviare la raccolta delle firme?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Su questo ho qualche dubbio anche io, anche la CGIL su questa questione, di una gravita’ infinita , secondo me non ha fatto la mobilitazione che doveva fare e che pure è stata fatta , ad esempio, quando c’è stato l’attacco all’articolo 18. Io sono stato molto critico su molte scelte che ha fatto Cofferati quando era segretario della CGIL, però bisogna dargli atto che quando era segretario della CGIL una cosa l’ha fatta: impedire l’attacco all’articolo 18. Oggi questo collegato lavoro è passato nel silenzio e questa è una responsabilità della CGIL. Io non so se la strada è il referendum, ma certo bisognerebbe cominciare a costruire una strada vera di lotta contro questa legge, cominciando con il decidere che non si applica in nessuna vertenza e in nessuno accordo, visto che c’è uno spazio di  tempo di un anno su questo prima che diventi operativa. La legge è già operativa per quanto riguarda il precariato e il diritto dei lavoratori, per quanto riguarda l’arbitrato è ancora rinviata ad una serie di misure (i decreti attuativi n.d.R.), quindi ci sono degli spazi sui quali si può costruire una mobilitazione. Tra l’ altro mi piacerebbe, visto che si parla tanto di crisi politica, che si parla di alleanze politiche, ecco mi piacerebbe un’ alleanza politica alternativa a Berlusconi che mettesse tra i suoi primi punti l’abolizione di questa legge.</p>
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		<title>Marchionne, l&#8217;Italia e il servilismo di una classe politico-sindacale</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 14:49:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato La recente intervista a Marchionne nella trasmissione di Fabio Fazio, in cui il manager-capitalista della Fiat dichiarava impunemente che senza l&#8217;Italia la Fiat farebbe molto meglio, ha scatenato una serie di reazioni politiche di diversa natura. La Fiat, tramite la sua dirigenza, sta perseguendo da alcuni mesi a questa parte una vera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Lorenzo Dorato</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/piano-strategico-chrysler-300x225.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1798" title="piano-strategico-chrysler-300x225" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/piano-strategico-chrysler-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" /></a></p>
<p>La recente intervista a Marchionne nella trasmissione di Fabio Fazio, in cui il manager-capitalista della Fiat dichiarava impunemente che senza l&#8217;Italia la Fiat farebbe molto meglio, ha scatenato una serie di reazioni politiche di diversa natura.</p>
<p>La Fiat, tramite la sua dirigenza, sta perseguendo da alcuni mesi a questa parte una vera e propria strategia provocatoria per minare materialmente e culturalmente le ultime resistenze agli &#8220;inevitabili frutti delle necessità espresse dalla concorrenza internazionale&#8221;. Gli obiettivi finali naturalmente sono i seguenti:</p>
<p>1-tenere sotto scacco e sotto pressione lo Stato italiano, sia in termini di rapporti di forza geopolitici (qui entrano in gioco complessi intrecci internazionali che mostrano la Fiat come indiretta emanazione di interessi USA in Italia), sia in termini di assistenza al capitale (di cui la Fiat ha da sempre beneficiato e che da trent&#8217;anni a questa parte non riceve più alcuna contropartita in termini di sviluppo e occupazione).</p>
<p>2- infliggere un durissimo colpo alle resistenze sindacali e politiche all&#8217;operazione di smantellamento definitivo del contratto di lavoro nazionale e alla conseguente contro-rivoluzione delle relazioni industriali (retrocedendo di almeno 60 anni nei rapporti di forza tra capitale e lavoro).</p>
<p>Ogni singola azione e dichiarazione fatta propria dalla dirigenza del Lingotto negli ultimi tempi ha il preciso obiettivo di surriscaldare il clima sociale e politico mostrando in forme dirette la consueta arroganza del gruppo dirigenziale FIAT nel dettare legge. I toni vengono esasperati volutamente pur sapendo che susciteranno oltre a forme di protesta sociale (inevitabili) anche qualche tiepido e formale malcontento politico&#8230;.tanto poi il malcontento passa, il messaggio è filtrato, la minaccia viene fatta assimilare a livello sociale e politico e si può sempre dire: &#8220;Marchionne sbaglia nei toni, ma la sostanza del suo monito in fondo è giusta&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Amministratore delegato di FIAT può ostentare senza paura la propria parte di manager che mira solo al profitto, poiché non rischia nulla fintanto che esiste da un lato un asservimento totale della classe politica, dall&#8217;altro una struttura politico-istituzionale che cede spazio ad una totale ed incondizionata libertà del capitale non più soggetto ad alcun vincolo in termini contrattuali e soprattutto spaziali.</p>
<p>Marchionne afferma castronerie vergognose sia in tema di sussidi statali (mentendo fra l&#8217;altro quando asserisce che FIAT non ha chiesto alcun aiuto negli ultimi due anni, l&#8217;aiuto è stato semplicemente rifiutato da parte del governo) sia a proposito della presunta  scarsa competitività ed efficienza della produzione italiana. Su quest&#8217;ultimo punto l&#8217;a.d. FIAT insiste con particolare accanimento, perché si tratta del centro della questione. Se l&#8217;Italia non è competitiva me ne vado ad investire altrove. Cita paesi a noi vicini come Francia e Germania, salvo poi fare espresso riferimento alla Polonia (e quindi implicitamente ai suoi ritmi di lavoro più massacranti) quando si tratta di commisurare i diversi livelli di produzione per stabilimento. Parla di non responsabilità diretta dei lavoratori nella mancanza di competitività italiana e se la prende con un generico contesto istituzionale bloccato, secondo il solito copione di luoghi comuni sull&#8217;Italia burocratizzata, gerontocratica e poco dinamica. Quello stesso contesto istituzionale che ha permesso ai profitti del gruppo FIAT di fiorire per decenni, salvando l&#8217; azienda dalle proprie crisi periodiche causate dalle difficoltà di vendita nel mercato internazionale e dalla mancanza di investimenti nella filiera produttiva.</p>
<p>Alla fine i nodi vengono al pettine. Il problema non è certo la produttività del lavoro in sé o la scarsa efficienza del &#8220;sistema Italia&#8221; (orrenda espressione imprenditoriale abusata negli ultimi anni).  Il problema non è l&#8217;assenteismo negli stabilimenti (qui Marchionne riporta cifre e numeri totalmente inventati, dando prova di rara sfacciataggine), né l&#8217;entità delle pause e dei ritmi di lavoro dei lavoratori italiani.</p>
<p>Le questioni sono solo e semplicemente due:</p>
<p>1- la prima è la massimizzazione del profitto dell&#8217;impresa FIAT che, secondo una normale logica capitalistica, vuole spostare (come tutte le imprese) la propria produzione dove costa meno e dove, fra le altre cose (vedi i paesi ex-socialisti) esiste altresì una contemporanea tradizione di qualità del lavoro operaio (che esiste naturalmente anche in Italia ma a costi più elevati). Nulla a che vedere con l&#8217;avidità di manager o capitalisti che eccedono. Semplice logica intrinseca del capitale.</p>
<p>2- la seconda questione è l&#8217;esistenza di un quadro politico-istituzionale che permette, anzi favorisce e spesso incentiva la delocalizzazione della produzione nei paesi a basso costo di manodopera. Oggi, all&#8217;interno dell&#8217;UE, e in parte anche all&#8217;esterno, delocalizzare non costa nulla così come non costa nulla riesportare poi le merci in madrepatria. Due piccioni con una fava. Si produce all&#8217;estero a basso costo e si mantiene integro il mercato interno italiano ed europeo con la sua domanda di merci (in questo caso di auto). Un quadro istituzionale di questo tipo naturalmente produce un meccanismo perverso di concorrenza al ribasso sui costi di produzione, poiché tutte le aziende perseguono lo stesso obiettivo e possono giocare con i differenziali salariali e normativi (tasse sulle società) delle diverse nazioni per competere sul prezzo mantenendo alti margini di profitto. A quel punto la strada è spianata in termini di coerenza logica interna per far leva sull&#8217; l&#8217;argomento della competitività. Ma il problema non è la coerenza logica interna, bensì la cornice istituzionale e sistemica che la rende possibile e la fa apparire persino ovvia e naturale.</p>
<p>E così con la scusa della competitività e della naturale ricerca del massimo profitto in un contesto di imprese in concorrenza tra loro, si può procedere allo smantellamento dei fondamenti del diritto del lavoro delle nazioni europee in cui il compromesso tra capitale e lavoro aveva raggiunto (grazie anche a decenni di lotte sociali) i livelli più alti. Con la stessa scusa si smantella lo Stato Sociale e si riducono i salari diretti e indiretti (secondo una tendenza ormai più che ventennale).</p>
<p>Alla luce di queste considerazioni le reazioni degli esponenti politici italiani appaiono particolarmente grottesche. Da un lato si hanno gli svergognati apologeti di Marchionne e delle sue verità sulla non competitività dell&#8217;Italia: tra di essi Casini e l&#8217;incredibile sindacalista giallo Bonanni che ormai non rinuncia a nessuna occasione per ribadire la sua totale adesione al massacro sociale in atto. Dall&#8217;altro lato si hanno timidi rimproveri alle esuberanze dell&#8217;A.D. Fiat che naturalmente non vanno a scalfire né le intenzione né la capacità ricattatoria dell&#8217;azienda torinese. E non le vanno a scalfire perché nessuno osa parlare del problema politico che rende possibile alla FIAT di tenere sotto scacco i governi (ieri con i sussidi senza contropartita sociale-occupazionale, oggi ancora con i sussidi e in più con la minaccia permanente di una delocalizzazione a costo zero).</p>
<p>E così l&#8217;ineffabile Marchionne, agente del capitalismo italiano delle industrie decotte, continua a portare avanti la sua strategia &#8220;terroristica&#8221;, ottenendo insieme due obiettivi:</p>
<p>1- nuovi soldi da spremere ai cittadini contribuenti.</p>
<p>2- fungere da punta di lancia, boicottando persino la stessa unità confindustriale, dell&#8217;attacco frontale al diritto del lavoro. Il problema, e Marchionne lo sa benissimo, non sono i dieci minuti di pausa nello stabilimento di Pomigliano (cavillo su cui la propaganda insiste per mostrare la presunta testardaggine della FIOM), ma è l&#8217;insieme di un accordo, come quello di Pomigliano, che oltre a risultare complessivamente gravoso per i lavoratori,  deroga pesantemente al contratto collettivo nazionale creando così un pericolosissimo precedente che potrà essere usato per sconvolgere i cardini delle relazioni industriali in Italia.</p>
<p>Le proteste di politici che reclamano una maggior prudenza di linguaggio, ma che concordano con Marchionne sui fondamentali della sua strategia, oltre a non servire a nulla, non fanno altro che mostrare il grado di ipocrisia e insieme di  debolezza e viltà della classe politica italiana.</p>
<p>La parola d&#8217;ordine comune è quella di &#8220;modernizzare il paese&#8221; che Sacconi, Tremonti, condividono con il loro colleghi dell&#8217;opposizione parlamentare (dal Pd, all&#8217;Udc, passando per l&#8217;Idv) e con la dirigenza Confindustriale.  Si tratta del trampolino di lancio ideologico per imporre una nuova configurazione dei rapporti sociali che, facendo leva anche sull&#8217;atomismo individualistico (come orizzonte culturale), elimini di fatto ogni forma di compromesso politico tra la parte più debole (e produttiva) della società  e le oligarchie capitalistiche.</p>
<p>Sia benvenuta, dunque, ogni resistenza alla modernizzazione capitalistica. La condizione affinché tale resistenza (oggi espressa ad esempio almeno parzialmente dal sindacato FIOM al di là di tutti i propri limiti) diventi produttiva e coerente è che si riempia di contenuti politici e non puramente rivendicativi.</p>
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		<title>L&#8217;arbitrato esce dalla porta e rientra dalla finestra</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 12:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Di Vito</dc:creator>
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<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">di Riccardo Di Vito</p>
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<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/img_servizi_arbitrato.jpg"><img class="size-medium wp-image-935 alignright" style="margin: 5px;" title="img_servizi_arbitrato" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/img_servizi_arbitrato-300x112.jpg" alt="img_servizi_arbitrato" width="300" height="112" /></a>La Commissione Lavoro ha terminato di riesaminare il cosiddetto &#8216;ddl lavoro&#8217;, quello riguardante l&#8217;arbitrato (<a href="../?p=507" target="_blank">vedi  qui</a>), per intenderci, per correggere il tiro, dopo la mancata firma del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Martedì prossimo sarà di nuovo letto in aula, ma già è possibile parlarne, perché un pacchetto di emendamenti è già stato approvato, con il plauso del ministro Sacconi, della CISL e della UIL.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: center;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/arbitrato-2.pdf" target="_blank">Leggi l&#8217;articolo in formato pdf: clicca qui.</a></p>
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