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	<title>Comunismo e Comunità &#187; sciopero</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Brevi note sulla manifestazione FIOM</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 18:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano Sono andato in piazza in qualità di osservatore. Manifestava la Fiom. Per più di due ore in via Cavour ho visto sfilare la manifestazione, dalla testa alla coda: questo vuol dire – chi ha un po’ di esperienza di queste cose lo sa – che c’era tanta, tanta gente. Dare i numeri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">di </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>Antonio Catalano</em></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Sono andato in piazza in qualità di osservatore. Manifestava la Fiom. Per più di due ore in via Cavour ho visto sfilare la manifestazione, dalla testa alla coda: questo vuol dire – chi ha un po’ di esperienza di queste cose lo sa – che c’era tanta, tanta gente. Dare i numeri non conta, molti di più comunque di ogni ragionevole dubbio. Venuti da tutta Italia. Ho scattato molte foto, le ho riviste: lavoratori da tutte le regioni, con i propri striscioni, orgogliosamente e dignitosamente portati e seguiti. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">È  <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/03/classe-operaia.jpg"><img class="alignleft  wp-image-3151" style="margin: 5px;" title="classe operaia" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/03/classe-operaia-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>riuscita dal punto di vista sindacale, ma quel che più conta è riuscita dal punto di vista politico. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Sindacale è ovvio, si tratta di difendere le condizioni di lavoro (e di vita) dei lavoratori aggredite da una logica padronale – meglio dire capitalistica – che va avanti altro che rullo compressore, che si affida a sindacati più che concertativi collaborazionisti, che impone contratti offensivi e penalizzanti, che vuole avere piena libertà di licenziamento. La Fiom – oltre i sindacati di base, meno rappresentavi anche se coraggiosamente </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>contro</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> – è l’organizzazione sindacale di massa che non vuole abbassare la testa, e che è riuscita a raccogliere intorno a sé consensi ben al di là dei metalmeccanici. Comunque la si voglia pensare è – ed è deputata a rappresentare – opposizione sociale alle politiche liberiste sostenute con entusiasmo da tutte le forze politiche oggi presenti in parlamento, con la benedizione dell’italo-americano Napolitano. Quindi politico per le ragione appena esposte.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Ed è questa la colpa che non le si può perdonare: intende raccogliere intorno a sé (i Tav ne sono un esempio) opposizione sociale e, per forza di cose, politica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">Ipocriti sono coloro che oggi gridano «La FIOM fa politica!». Da Marchionni a Marcegaglia passando per Bersani e compagnia cantando. Fa politica! Non hanno mai urlato «Fa politica!» quando i sindacati hanno approvato e condiviso </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>politicamente</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> manovre, finanziarie, sacrifici, per non parlare di guerre d’aggressione. Un sindacato </span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>serio</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> ha sempre fatto politica, perché difendere i lavoratori significa avere nella testa un’</span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"><em>idea</em></span></span><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;"> che non può che essere politica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: small;">La politica – quella a difesa degli intoccabile privilegi dei potenti – la devono fare solo loro: Confindustria, Banchieri, Partiti al loro servizio. I lavoratori devono farsi fottere, ognuno che preghi il proprio santo, e fare come in quel cartello portato da un manifestante in cui una foto rappresenta una massa d’uomini nudi che porgono il culo. Sulla foto la scritta: Monti ci vuole così, i partiti pure… e il sindacato? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Considerazioni sullo sciopero generale del 29 Settembre in Spagna e sul neoliberalismo zapateriano</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 13:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Lo scorso mercoledì 29 settembre, i sindacati spagnoli più rappresentativi, uniti ai sindacati di base, hanno convocato uno sciopero generale che ha interessato tutti i settori, dall&#8217;industra mineraria e automobilistica alla scuola, la sanità, il piccolo commercio etc etc. Le ragioni fondamentali dello sciopero sono i provvedimenti gravemente antipopolari contro il lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Lorenzo Dorato</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/CartelHuelga29S11.gif"><img class="alignright size-full wp-image-1643" style="margin: 5px; border: 1px solid black;" title="CartelHuelga29S[1]" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/CartelHuelga29S11.gif" alt="" width="360" height="504" /></a>Lo scorso mercoledì 29 settembre, i sindacati spagnoli più rappresentativi, uniti ai sindacati di base, hanno convocato uno sciopero generale che ha interessato tutti i settori, dall&#8217;industra mineraria e automobilistica alla scuola, la sanità, il piccolo commercio etc etc. Le ragioni fondamentali dello sciopero sono i provvedimenti gravemente antipopolari contro il lavoro varati dal governo Zapatero con la &#8220;riforma&#8221; del lavoro approvata a giugno. In particolare, oltre ai tagli del 5% degli stipendi del settore pubblico, si tratta della flessibilità esterna ed interna accordata alle imprese cui viene concessa la facoltà di licenziare a costi minori e la possibilità di modificare trattamento economico e normativo ai lavoratori entro lo stesso contratto: provvedimenti gravi che si inscrivono nella logica, comune a tutti i paesi dell&#8217;Unione Europea, di imposizione dei precetti neoliberisti anche al mondo del lavoro che si vuole totalmente flessibilizzato, privato di garanzie, diritti e dignità, in nome delle superiori esigenze del mercato globale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come nella maggior parte dei paesi europei occidentali i primi provvedimenti contro i diritti dei lavoratori (maturati in Spagna tra la fine degli anni 70 e gli anni 80) risalgono al principio degli anni 90, nella fase conclusiva dell&#8217;era socialista (quando il PSOE sovvertì in brevissimo tempo buona parte della legislazione di ispirazione sociale che esso stesso aveva contribuito a costruire poco tempo prima). I socialisti prima, Aznar (partito popolare) poi e infine Zapatero (di nuovo i socialisti)  hanno perseguito, in linea con i <em>diktat</em> europei, la stessa linea di politica economica incentrata sulla svendita del patrimonio pubblico con ondate di privatizzazioni, l&#8217;attacco al lavoro salariato e piccolo autonomo, le liberalizzazioni, la graduale mercificazione dei servizi universali (malgrado tutto in Spagna sanità, sistema pensionistico e altri pilastri del classico Stato sociale restano ancora demercificati, di qualità e gratuiti e c&#8217;è da aspettarsi che diverranno presto le prossime vittime del neo-liberismo iberico).</p>
<p style="text-align: justify;">Similmente all&#8217;Italia, i sindacati confederali spagnoli hanno giocato un ruolo chiave nella trasformazione del mondo del lavoro accettando poco a poco le cosiddette compatibilità capitalistiche imposte da ben precise strutture istituzionali (trattati europei, direttive etc etc) dipinte come necessità imprescindibili. CCOO (Comisiones Obreras) il sindacato storicamente vicino al PCE (Partido comunista de Espana), e UGT (vicina al Partito Socialista), hanno pesanti responsabilità in merito. Si tratta di sindacati totalmente integrati nella logica concertativa (UGT più di CCOO che al suo interno cova ancora residui pur minoritari di sindacalismo di minima sostanza).</p>
<p style="text-align: justify;">La convocazione dello sciopero generale del 29 settembre è stata, da parte dei due sindacati, una mossa allo stesso tempo, strategica (in senso autoreferenziale), rilevante (in senso generale) e ambigua (nei tempi).</p>
<p style="text-align: justify;">Strategica poiché rispondente alle necessità di sopravvivenza stessa del sindacato rispetto alle esigenze della propria base che si è vista infliggere da un governo &#8220;amico&#8221; un attacco di vaste proporzioni cui era davvero impossibile non rispondere in alcun modo.</p>
<p style="text-align: justify;">Rilevante poichè, al di là di tutto, lo sciopero ha avuto il merito di destare una reazione sociale di vaste proporzioni alle politiche impopolari del governo Zapatero e alle conseguenze devastanti di una crisi economica che in tutta la Spagna sta colpendo duramente le classi lavoratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ambigua perché è avvenuta a posteriori, cioé dopo che la riforma era già stata concordata dal governo con la parte confindustriale e approvata in parlamento (il 16 Giugno 2010).  Questo ritardo è la prova lampante della debolezza del sindacato e della sua sostanziale soggezione alla volontà padronale e governativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciopero, sostenuto anche da sigle sindacali minori, di base e autonome, è stato in ogni caso un successo inatteso. In molti settori industriali il 75%, in alcuni casi persino la totalità dei lavoratori, ha aderito, mentre nei settori della piccola imprenditoria la partecipazione (per ovvie ragioni legate alla ricattabilità dei lavoratori) è stata più bassa. Anche nei servizi pubblici la partecipazione calcolata al netto del servizio minimo garantito imposto è stata relativamente alta. I sindacati parlano di un 70% di partecipazione complessiva dei lavoratori, mentre le fonti governative riportano cifre più contenute. Sta di fatto che, specialmente nei settori dell&#8217;industria pesante, automobilistica, mineraria e siderurgica vi è stata un vero e proprio blocco delle attività.  Si sono registrati, inoltre, scontri con la polizia in diverse località spagnole (da Madrid a Barcellona all&#8217;Andalusia) in cui le forze dell&#8217;ordine hanno creato spesso deliberatamente una situazione di alta tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo Zapatero ha reagito nel suo stile caratteristico: una concessione al dialogo (fittizia) e una ferma rassicurazione &#8220;ai mercati e ai capitali&#8221; circa l&#8217;irreversibilità della &#8220;riforma&#8221; attuata. Il premier fra l&#8217;altro non si è risparmiato una battuta di pessimo gusto: &#8220;Io oggi ho lavorato&#8221;. D&#8217;altro canto Zapatero stesso nei mesi in cui la riforma veniva discussa nei suoi termini affermò esplicitamente la necessità di procedere per non perdere credibilità nei confronti degli investitori e mantenere elevata la competitività della Spagna. A seguito di quelle dichiarazioni il primo ministro socialista incassò anche il plauso dell&#8217;oligarchia di Wall Street che definì la politica zapateriana come un successo mirabile di politica progressista.</p>
<p style="text-align: justify;">La politica di Zapatero, fin dall&#8217;inizio legata agli interessi capitalistici più rapaci e succube delle influenze d&#8217;oltreatlantico, oltre che delle imposizioni europee, è, in piena sintonia con le politiche economiche dei paesi UE, la traduzione dei dogmi del neoliberalismo per cui la concorrenza internazionale in un contesto di piena libertà dei movimenti dei capitali e di merci impone ai paesi un adeguamento al ribasso sulle condizioni normative ed economiche del lavoro, nonché una politica restrittiva per correggere, a beneficio dei creditori (vedasi fondi di investimento e banche estere) i conti pubblici.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; evidente che la soluzione a tali politiche devastanti, (similmente e ancor più gravemente applicate dal governo socialista greco sottomesso ai diktat delle banche tedesche, dell&#8217;UE e del FMI), non può che essere eminentemente politica e non puramente sindacale (senza nulla togliere al ruolo del sindacato in sé).</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia il successo indubitabile dello sciopero del 29 Settembre in Spagna va considerato di grande importanza nella misura in cui, pur se monopolizzato ambiguamente dai sindacati istituzionali, riporta alla luce la drammatica questione sociale che il paese, ma in realtà l&#8217;intera Europa (e naturalmente il resto del mondo in forme diverse), sta vivendo. La Spagna, in particolare, ha una disoccupazione pari al 20%, un&#8217;altissima percentuale di lavoro precario a tempo determinato e una dilagante disoccupazione giovanile di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">Una protesta sociale generalizzata, per quanto priva di una concezione politica di ampio respiro, ha comunque l&#8217;enorme pregio di smuovere una situazione di passività politica da parte di coloro che soffrono maggiormente le conseguenze dell&#8217;attuale capitalismo, rompendo la finzione di una pace sociale imposta.</p>
<p style="text-align: justify;">I potenziali sviluppi sociali e politici in Spagna dello sciopero del 29 settembre ovviamente dovranno essere valutati nei prossimi mesi.</p>
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		<title>Libertà secondo capitalismo</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 13:59:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano Marchionne: «Senza accordo Pomigliano chiude». Sacconi: «Pomigliano è la risposta al rattrappimento produttivo». Brunetta: «La Fiom si oppone all’accordo perché difende fannulloni ed opportunisti». Sacconi: «L&#8217;accordo di Pomigliano è un punto di svolta nelle relazioni industriali. Lo ricorderemo come un passaggio importante e dimostra che da oggi questo Paese e&#8217; ancora più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/orgosolo-capitalismo-032.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1292" style="margin: 5px;" title="orgosolo-capitalismo-032" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/06/orgosolo-capitalismo-032-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Marchionne</strong>: «Senza accordo Pomigliano chiude».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sacconi</strong>: «Pomigliano è la risposta al rattrappimento produttivo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Brunetta</strong>: «La Fiom si oppone all’accordo perché difende fannulloni ed opportunisti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sacconi</strong>: «L&#8217;accordo di Pomigliano è un punto di svolta nelle relazioni industriali. Lo ricorderemo come un passaggio importante e dimostra che da oggi questo Paese e&#8217; ancora più moderno perché si e&#8217; adeguato alla competizione». «Vale più questo accordo di molti incentivi perché non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo normativo», prosegue prima di salire sul palco del convegno dei giovani imprenditori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tremonti</strong>: «Troppe regole bloccano l&#8217;economia. L’accordo Pomigliano è un esempio per tutti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Marchionne</strong>, assieme al presidente della Fiat, John Elkann: «Che cos&#8217;altro dovremmo fare a parte chiudere? Giocare a pallone forse? Io costruisco auto e se non le produco lì le produrrò da un’altra parte. Ci sono un sacco di posti che amerebbero avere la produzione di auto. La Serbia, per esempio o la Polonia. Quanti costruttori europei avete visto che trasferiscono la produzione dall&#8217;Europa dell&#8217;Est?».</p>
<p style="text-align: justify;">Mancava il buon <strong>Veltroni</strong>: «Questo accordo mi sembra inevitabile: è molto duro, però non avviene sotto un ricatto, bensì a causa di una condizione obiettiva che è figlia della nostra globalizzazione diseguale». «La via giusta è quella dell&#8217;economia sociale di mercato, la via giusta è quella di Pomigliano».</p>
<p style="text-align: justify;">Non aggiungo altro, questo accordo sancisce la fine del CCNL, si istituisce al suo posto un rapporto privato tra lavoratore e proprietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Riporto di seguito il lapidario ed incazzato commento scritto dal mio amico, e compagno, Giovanni De Francesco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>LA DELOCALIZZAZIONE </em></strong><strong><em>È</em></strong><strong><em> UN CRIMINE !</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dagli anni ’90 le industrie italiane, dopo aver ricevuto enormi finanziamenti pubblici per creare occupazione,  chiudono le fabbriche, licenziano i lavoratori e trasferiscono la produzione nei paesi del terzo mondo dove pagano gli operai un dollaro al giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il salario mensile di un operaio italiano pagano 100 operai in africa.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai salari da fame, gli operai vivono condizioni di lavoro schiavistiche e chi protesta viene anche ammazzato. Alle lavorazioni – anche per 12 ore al giorno – sono costretti anche bambini.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto ciò le popolazioni scappano verso l’occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">L’immigrazione e la disoccupazione hanno la stessa origine: gli industriali che licenziano in italia creano fame e schiavitù negli altri paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa politica di delocalizzazione crea disoccupazione in Italia ed affamamento nei paesi allocati per i soli faraonici profitti degli industriali, esentati dalla legge italiana e comunitaria dal pagamento delle tasse.</p>
<p style="text-align: justify;">Creare disoccupazione, creare affamamento, ridurre in  schiavitù intere popolazioni e’ un crimine.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, per anni tutte le forze politiche ritengono legale la delocalizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, propongono ai lavoratori italiani di ridurre i propri diritti, accettare condizioni di lavoro simili a quelle imposte ai lavoratori del terzo mondo, in modo da evitare la delocalizzazione, in modo da evitare la disoccupazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo è il ricatto che sta compiendo la fiat ai lavoratori di Pomigliano.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«</em><em>o accettate condizioni lavorative peggiori, oppure vi licenzio e delocalizzo all’estero</em><em>»</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Se passerà questo ricatto, la politica di schiavizzazione si estenderà a tutte le situazioni ed a tutti i lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo occorre resistere ed appoggiare la lotta di opposizione degli operai fiat di Pomigliano contro il piano aziendale.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre promuovere sull’intero territorio nazionale una battaglia e delle iniziative di denuncia e di opposizione alla fiat ed ai suoi complici in modo da sostenere la lotta degli operai di Pomigliano.</p>
<p style="text-align: justify;">La vittoria della loro lotta sarà la vittoria di tutti i lavoratori italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà un primo passo di lotta per ottenere  giustizia e l’uguaglianza di tutti i lavoratori del mondo.</p>
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		<title>Primo marzo e sciopero degli immigrati</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 21:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[1 marzo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano Ieri in molte città italiane si sono svolte manifestazioni indette dal movimento Primo marzo 2010 all’insegna di “una giornata senza di noi”. Una mobilitazione pensata per mettere al centro dell’attenzione la condizione dei lavoratori migranti sempre più tartassati da una legislazione che li tiene sotto schiaffo, per meglio poterli sfruttare e utilizzare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/Immigrati1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-444" style="border: 1px solid black; margin: 5px;" title="IMMIGRATI" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/Immigrati1.jpg" alt="IMMIGRATI" width="358" height="223" /></a>Ieri in molte città italiane si sono svolte manifestazioni indette dal movimento Primo marzo 2010 all’insegna di “una giornata senza di noi”. Una mobilitazione pensata per mettere al centro dell’attenzione la condizione dei lavoratori migranti sempre più tartassati da una legislazione che li tiene sotto schiaffo, per meglio poterli sfruttare e utilizzare in chiave ricattatoria contro i lavoratori italiani La principale arma di controllo e di ricatto è il soggiorno di permesso senza del quale si è relegati nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione). Permesso di soggiorno – centellinato e mercanteggiato dalle questure – senza del quale il lavoratore immigrato entra nella clandestinità, oggi divenuta reato. I lavoratori immigrati sono sottoposti ai più duri lavori, molto spesso in condizioni di supersfruttamento, e con il ricatto permanente dell’espulsione. I recenti fatti di Rosarno ci mostrano cosa succede quando i migranti giustamente si ribellano e mettono sotto accusa l’intera catena dello sfruttamento che non si può limitare alle ‘ndraghete, camorre e mafie. Le responsabilità risiedono in un sistema che vede nella forza-lavoro migrante un’occasione d’oro per lucrare profitti, ma anche per coltivare una situazione di divisione interna al mondo del lavoro del tutto funzionale al capitalismo, attizzando l’ostilità dei lavoratori italiani contro i lavoratori immigrati, e nello stesso tempo ipocritamente indicando nel razzismo una malattia da estirpare. Il razzismo va estirpato energicamente, ma a condizione che non diventi l’alibi delle anime belle che così possono continuare nei<em> fatti</em> ad utilizzare come si diceva gli uni contro gli altri. Una logica da ribaltare, che si può fare a condizione che tutte le forze del lavoro imparino a superare le false contrapposizioni e linee di fratture che la classe dominante riproduce continuamente, come quella fra lavoratori italiani e lavoratori immigrati. Quindi un processo che coinvolga tutti i lavoratori. Un lavoro difficile, ma senza del quale è difficile pensare che si possano fare dei passi in avanti, anche sul <em>semplice</em> terreno dell’antirazzismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le manifestazioni di ieri sono state importanti, sicuramente un passo nella direzione di quello che dovrà essere un <em>vero</em> sciopero generale che coinvolga <em>tutti</em> i lavoratori. Uno sciopero del genere richiede molto impegno e tempo. Probabilmente si potrà arrivare ad una scadenza simile per l’autunno prossimo. Ma bisogna stare attenti a come si riempie di significato una scadenza simile. Sicuramente non si può accettare l’impostazione politica di chi pensa che si tratti di dimostrare in questo modo l’insostituibilità del lavoro migrante. Il lavoro migrante in questo modo diventa solo funzione del Capitale e delle sue leggi di movimento, i lavoratori immigrati “servono” e per questo bisogna nutrire nei loro confronti pazienza e tolleranza. No! Una logica del genere non può essere accettata. Serve solo a scavare ulteriormente un fossato fra i lavoratori italiani ed immigrati, ingenerando questa sì una perversa spirale che non può che avvantaggiare chi di questa situazione si approfitta. Ciò che invece si deve mettere al centro dell’attenzione per la costruzione dello sciopero di <em>tutti </em> i lavoratori è la necessità che ci si stringa tutti intorno a parole d’ordine che fanno schieramento da un punto di vista di classe: pari diritti per tutti i lavoratori, difesa del salario, e denuncia dell’uso capitalistico della forza-lavoro migrante. Solo a partire da queste premesse si potrà davvero svolgere una campagna <em>politica </em>e <em>culturale</em> antirazzista e antixenofoba.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questi motivi non possono che farci schifo l’ipocrisia di tutti coloro che ieri primo marzo erano in piazza pur condividendo <em>tutte </em> le politiche discriminatorie e <em>razziste</em> che finora si sono avute, dal centrosinistra al centrodestra. Fa rabbia, per esempio, vedere in piazza Vittorio a Roma la signora Turco del Pd, come se non fosse lei (insieme a Napolitano) la firmataria della legge, la “Turco Napolitano” appunto, che in Italia ha istituito i famigerati CPT (Centri di permanenza temporanea) poi diventati appunto CIE. Ma non limitiamoci alla signora Turco, il sostegno all’iniziativa del Primo marzo è, come si dice, <em>bipartisan. </em>C’è il vicepresidente della commissione Lavoro della Camera Giuliano Cazzola (Pdl) che sostiene le motivazioni dello sciopero: «Gli immigrati vogliono dimostrare non solo di esistere ma di essere indispensabili con il loro lavoro alle attività economiche e sociali del paese: circostanza assolutamente vera». Adesioni anche della <em>storica</em> nemica dei diritti dei lavoratori (vedi referendum contro l’articolo 18), la radicale Emma Bonino (candidata per il centrosinistra alla regione Lazio), che parla di “vera integrazione” e della sua antagonista elettorale Renata Polverini (Pdl) che denuncia «un assoluto ritardo nelle politiche dell’immigrazione». Poi abbiamo la presidente dell’assemblea nazionale del Pd Rosy Bindi che dichiara che il successo della mobilitazione «è una sfida alla politica perché finalmente faccia la sua parte per governare in modo giusto e lungimirante il cambiamento». Dario Franceschini (Pd) si lascia prendere dalle emozioni e descrive una piazza Vittorio (Roma) ricca di «colori, musica, entusiasmi, valori. Sono i nuovi italiani che rendono più bella l’Italia». Il presidente della Camera Gianfranco Fini  (Pdl) dedica il suo incontro con i giovani di cinque licei romani all’immigrazione rilanciando il tema della cittadinanza per gli immigrati, dichiarando che rifirmerebbe la legge che porta anche il suo nome (la Bossi-Fini) sottolineando però che «il tema della sicurezza è il primo tema della società civile ma non risolve il problema della integrazione e dell’armonia della società».</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire? da voltastomaco! Ma allora le leggi razziste che da un quindicennio infestano l’Italia chi le ha scritte chi le ha sostenute chi le ha propagandate? Il discorso è che questi veri e propri cialtroni servi e servili sanno bene che parlare in questo modo è politicamente corretto, è in sintonia piena con il capitalismo globalizzato che vede negli immigrati risorsa pura da accaparrare e sfruttare come fosse una miniera a cielo aperto. Questi cialtroni blaterano di accettazione, multiculturalismo, multietnicismo, e multi vari ben sapendo che in questo modo non si mette in discussione nulla si ottiene, anzi, da una parte l’accettazione della <em>funzionalità </em> al sistema della forza-lavoro migrante dall’altra la <em>colpevolizzazione</em> dei lavoratori italiani che – sbagliando – considerano e vivono gli immigrati come dei concorrenti. Questi cialtroni temono come la morte che i lavoratori italiani imparino a considerare invece i lavoratori immigrati come dei <em>naturali </em> alleati nella battaglia in difesa dei propri diritti e interessi. «Stesso lavoro stesso salario!». Per questo dobbiamo batterci, altro che palloncini colorati!</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo coro unanime che bela a comando si distingue una forza aggressiva (capitalisticamente parlando) – che ha fatto la sua “fortuna” sfruttando le paure figlie delle incertezze determinate dall’incedere della crisi – la quale non intende sottomettersi all’ideologia del <em>politicamente corretto</em>. Questa forza è la Lega Nord, ed è l’unica che ha pensato di organizzare in contemporanea il primo marzo una contro-manifestazione a Sesto San Giovanni. Riconosciamo la coerenza della Lega, pur detestando questa forza che si caratterizza per una politica nei <em>fatti</em> razzista.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, bene essere scesi in piazza, ma adesso si lavori politicamente perché si vada alla vera scadenza dello sciopero che veda uniti lavoratori italiani e lavoratori immigrati nella consapevolezza che i diritti degli uni non si difendono fuori o contro i diritti degli altri.</p>
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