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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Situazionismo</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>«Marcuse décrit la Société du Spectacle». Guy Debord lettore di “Eros e Civiltà”</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 16:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Afshin Kaveh]]></category>
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<p>&nbsp;</p>
<h1>«Marcuse décrit la Société du Spectacle». Guy Debord lettore di “Eros e Civiltà”</h1>
<h3>di Afshin Kaveh</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo senso ogni pensatore è responsabile di fronte alla storia del contenuto obbiettivo del suo filosofare.<br />
G. Lukács,<em> La distruzione della ragione</em></p>
<p><strong><em>Quel libro tra gli scaffali</em></strong></p>
<p>Nel 1955, presso la <em>Beacon Press</em> di Boston, trovava per la prima volta pubblicazione <em>Eros and Civilization: A Philosophical Inquiry into Freud </em>del filosofo tedesco Herbert Marcuse, all’epoca insegnante presso l’Università di Harvard. Poco meno di dieci anni dopo, nel 1963, Kostas Axelos, già direttore della rivista <em>Arguments</em> chiusa l’anno precedente e che per le <em>Éditions de Minuit</em> curava una collana omonima, metteva alle stampe la traduzione del libro – resa da Jean-Guy Nény e Boris Fraenkel – consegnata al pubblico francese col titolo di <em>Eros et Civilisation: Contribution a Freud</em>. Daniel Cohn-Bendit, ricordando l’opera, affermava in un primo momento che dall’anno di uscita sino a poco prima degli avvenimenti ruotanti attorno al Maggio del 1968 avesse venduto quaranta esemplari in tutto<a name="_ftnref1" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn1"></a>[1], per poi darne una versione differente diversi anni dopo parlando di «sì e no milleseicento copie» prima del Maggio e più di «centomila esemplari» subito dopo<a name="_ftnref2" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn2"></a>[2]. Quaranta o più di mille copie che fossero, una di queste è presente tra gli scaffali della biblioteca personale di Guy Debord, deposta, dal 2010, presso la Bibliothèque Nationale de France. A tal proposito ci ritorna utile il contributo di Emmanuel Guy e Laurence Le Bras<a name="_ftnref3" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn3"></a>[3], secondo cui, seppur «composta da circa duemila libri», l’archivio dei testi del parigino «corrisponde a una biblioteca tutto sommato piuttosto piccola per uno scrittore di questa portata» e che, per di più, non può essere illustrativa rispetto alle intense letture che hanno accompagnato Debord per tutta una vita, anche perché «il rapido sfogliare i libri al disimballaggio dalle scatole» ha dimostrato, salvo «due eccezioni», che tra le centinaia di migliaia di pagine non era presente «nessuna annotazione a margine dei testi»<a name="_ftnref4" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn4"></a>[4].</p>
<p>È importante contestualizzare questi due punti. Per il primo, ovvero la mole dei libri, bisogna tenere conto che in tutta la propria vita Debord non ha mai posto radici per periodi che gli permettessero di riuscire a organizzare e conservare a lungo una propria libreria e, fatta eccezione della sua ultima abitazione a Champot nell’Alta Loira, abitata per quindici anni, dal 1979 sino al suicidio, in quello che lui definiva «un inaccessibile casolare circondato dai boschi, lontano dai villaggi» e che «sembrava aprirsi direttamente sulla Via Lattea»<a name="_ftnref5" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn5"></a>[5], per tutto il resto della propria vita si è trovato costretto a lasciare, rinunciare o regalare moltissimi libri in vista dei tanti traslochi e viaggi; numerosi solo a Parigi, poi in Italia, in Portogallo, in Spagna e, infine, di nuovo in Francia. Per quanto riguarda il secondo punto, sebbene i titoli da lui posseduti tra gli scaffali possano pur sempre rappresentare una vaga idea dei suoi interessi, a riportare veramente alla luce il pensiero di Debord, illuminandolo di un fuoco vivido, sono un accumulo di migliaia di schede, taccuini e fogli ricoperti di appunti minuziosi, composti lungo tutto un percorso che ebbe inizio alla fine degli anni ’50, in quella che, sia Guy che Le Bras, chiamano la sua «biblioteca interiore»<a name="_ftnref6" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn6"></a>[6]. L’organizzazione di queste pagine, che rivelano l’accurata meticolosità e originalità dello studio e della formazione di un brillante autodidatta – sia nella precisa composizione delle proprie tesi che nella propria ricerca di punti in comune con altri autori –, non sarà argomento del presente articolo, ma parte di questi appunti ci ritorneranno utili: nella sezione delle sue schede di lettura da lui stesso organizzata sotto il nome di «Philosophie et sociologie», Debord intrattenne infatti un confronto con l’opera di Marcuse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Premesse divergenti</em></strong></p>
<p>Il primo a mettere sistematicamente in luce il rapporto Debord-Marcuse supportato da una rigorosa e attenta lettura filologica, è stato lo studioso Gabriel Zacarias. Egli scrive che «le schede di lettura mostrano che non solo» Debord «aveva letto», ma aveva proprio «apprezzato il libro del filosofo tedesco» al punto che «questa lettura aveva contribuito alla stesura de <em>La società dello spettacolo</em>»<a name="_ftnref7" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn7"></a>[7]. Zacarias ha il grande merito di aver fatto realmente dialogare i due autori, a differenza di quelle letture superficiali che, accostando i due nomi, miravano esclusivamente a sottolineare l’impatto che le opere di Marcuse e <em>La société du spectacle </em>di Debord avevano avuto nel corso della stagione di lotte del 1968<a name="_ftnref8" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn8"></a>[8]. Eppure il presente articolo, pur condividendo le conclusioni di Zacarias rispetto all’attenzione che Debord aveva dedicato a Marcuse, si dà come compito quello di sottolineare la profonda divergenza tra i presupposti e le conclusioni delle teorizzazioni dei due pensatori.</p>
<p>In una lettera della fine del 1964, indirizzata a un certo Lansard, un aspirante situazionista, Debord inseriva <em>Eros e Civiltà</em> in una lista di libri che consigliava come funzionali a quello che definiva un «programma di studio». D’altro lato Debord non ha praticamente mai menzionato Marcuse: nella voluminosa corrispondenza, fatta eccezione della lettera pocanzi citata, Debord nomina fugacemente il filosofo tedesco in altre due occasioni, ovvero in una lettera del 25 ottobre 1965 indirizzata a Mustapha Khayati e in una del 13 gennaio 1969 a Robert Chasse, quest’ultimo per avvisarlo di non aver ricevuto il suo polemico «volantino su Marcuse», poi uscito sul primo e unico numero del bollettino della seziona statunitense dell’Internazionale Situazionista col titolo <em>The recuperation of Marcuse</em><a name="_ftnref9" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn9"></a>[9]. In tutti e dodici i bollettini dell’Internazionale Situazionista, Marcuse è citato solo una volta ma non dalla penna di Debord ma, bensì, per mano di Mustapha Khayati, in un articolo in cui l’autore del pamphlet <em>De la misère en milieu étudiant</em>, menzionava l’opera <em>Soviet Marxism: A Critical Analysis</em><a name="_ftnref10" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn10"></a>[10] del 1958, tradotta e diffusa in Francia sempre e solo dal 1963 per le edizioni Gallimard.</p>
<p>Il confronto di Debord con Marcuse, probabilmente sopraggiunto attraverso la lettura della psicanalisi e di Freud, a sua volta dettata in principio dal suo giovanile incontro col surrealismo francese, s’innalzava quasi subito al di là di queste influenze in quanto superate e abbandonate nella totale dedizione del parigino verso il metodo “dialettico” e, soprattutto, la “filosofia della storia”. Nel libro di Marcuse, invece, si va incontro a una profonda rilettura filosofica dell’opera di Freud mescolandovi una certa dose di concetti e categorie introdotte e sviluppate da Marx. Sulla lettura di quest’ultimo, sia Debord che Marcuse si trovavano accomunati dall’importanza data all’interpretazione dell’agitatore di Treviri attraverso la lente di Hegel<a name="_ftnref11" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn11"></a>[11] e, ultimo ma non meno importante, dalla forte influenza esercitata su entrambi dalla monumentale opera lukácsiana <em>Storia e coscienza di classe</em>. Da questo comune trio (Marx, Hegel e Lukács) il presente contributo diramerà attraverso questioni e categorie solo ed esclusivamente filosofiche. Le facciate di queste influenze, per esempio, emergono chiaramente dagli archivi di Debord soprattutto negli appunti che scrisse al momento di decidere il titolo del proprio libro, riflettendo tra «la dialectique de/dans la société du/comme spectacle»<a name="_ftnref12" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn12"></a>[12] o nella decisione di un ipotetico sottotitolo, immaginando come possibilità «le moment spectaculaire de la société marchande»<a name="_ftnref13" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn13"></a>[13] che ben fa intuire gli intenti critici e la base teorica da cui ha avuto inizio la sua analisi. A partire da questo dato di fatto la lettura psicanalitica di Marcuse (che in <em>Eros e Civiltà</em> ne costituisce il castello, i bastioni e le fondamenta) non sarà né affrontata né lontanamente menzionata perché distante anni luce dal metodo di Debord. Infatti, se Freud, «in una polemica con il teorema di Kant, secondo cui tempo e spazio sarebbero “forme necessarie di pensiero”» gli si contrapponeva presentando tutti i luoghi dell’interiorità umana come «in sé “atemporali”», ovvero non obbedienti ad alcuna «sequenza temporale», immodificabili e indipendenti alla «categoria del tempo»<a name="_ftnref14" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn14"></a>[14], Debord non poteva accettare queste conclusioni e, da tutt’altra prospettiva, ovvero dalle categorie hegeliane e marxiane, guardava all’essere umano non come avente un’essenza “pura” e “originaria” ma anzi presentando il tutto come storicamente determinato e, in quanto tale, non astorico, eterno, fermo, ma al contrario diveniente e modificabile con l’impatto radicale di profondi cambiamenti sociali. Insomma, è bene tenere a mente che Debord inizia le sue analisi dalla certezza che «l’uomo, “l’essere negativo che <em>è </em>unicamente nella misura in cui sopprime l’Essere”, è identico al tempo»<a name="_ftnref15" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn15"></a>[15], un primo passo che, come vedremo, lo separa da Marcuse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il “tempo” in Marcuse e Debord</em></strong></p>
<p>Sebbene Marcuse inserisca tra i propri elementi principali «la conquista del tempo», presenta quest’ultimo come quella dimensione che «distrugge ogni soddisfazione duratura»<a name="_ftnref16" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn16"></a>[16] e, per dirla con Zacarias, «per Marcuse, il tempo appare come il limite invariabile alla rivendicazione del piacere» auspicando dunque un piacere eterno come ultima istanza<a name="_ftnref17" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn17"></a>[17] e, anzi, indicando nell’atemporalità la base ideale per lo stesso<a name="_ftnref18" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn18"></a>[18]. Infatti, scrive Marcuse, «il nemico funesto della soddisfazione duratura è» proprio «il tempo, la limitazione interiore, la brevità di ogni condizione», per cui «l’idea della liberazione integrale dell’uomo» non può che passare per «la visione della lotta contro il tempo»<a name="_ftnref19" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn19"></a>[19]. Per Marcuse l’uomo, apprendendo «che “non può durare per sempre”, […], che per ogni cosa limitata l’ora della nascita è l’ora della morte – che non potrebbe essere altrimenti»<a name="_ftnref20" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn20"></a>[20], ebbene in questo riquadro «il fluire del tempo è il più grande alleato della società nel suo intento di conservare legge e ordine» in quanto esso, scorrendo, «aiuta gli uomini a dimenticare ciò che è stato e ciò che potrebbe essere: esso fa sì che essi dimentichino un migliore passato e un futuro migliore»<a name="_ftnref21" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn21"></a>[21]. Quella che Marcuse definisce «facoltà di dimenticare» è presentata dapprima come «un’esigenza indispensabile», per poi affermare subito dopo che «significa anche perdonare ciò che non si dovrebbe perdonare se si vuole la vittoria della giustizia e della libertà» in quanto «perdonare riproduce le condizioni che riproducono l’ingiustizia e l’asservimento». Tutto questo sarebbe dunque un «arrendersi al tempo» a cui Marcuse presenta il «ricordo» come «uno dei compiti più nobili del pensiero» salvo, poche righe più avanti, scoprirsi nietzschiano e vedere nella facoltà del ricordare o «nell’allenamento della memoria l’inizio della morale civile – particolarmente della memoria di obblighi, contratti e impegni»<a name="_ftnref22" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn22"></a>[22]. Il nostro francofortese confuso impiega pochissime pagine per inveire dapprima contro la “facoltà di dimenticare” costituita dall’antipatico scorrere del tempo, subito dopo definirla “indispensabile”, infine che il “dimenticare” comporta anche il “perdonare”, quindi l’accettazione dello stato di cose presente. A rigor di logica gli si dovrebbe dunque opporre il “ricordare”, ma per Marcuse la “memoria” si «lega alla cattiva coscienza», alla «colpa», al «peccato», all’«infelicità», alle «minacce di punizione»<a name="_ftnref23" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn23"></a>[23]. Alla partenza della sua disamina tocca una questione reale, ovvero l’essere “mortali”, ma la pone quasi nei limiti del dizionario ontologico heideggeriano dell’<em>essere-per-la-morte</em><a name="_ftnref24" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn24"></a>[24], premesse invece totalmente estranee a Debord. Le conclusioni a cui giunge Marcuse, con un invito atemporalizzante, non possono che precludere e limitare le forze della vita all’interno di bolle sovrastoriche. Marcuse presenta uno scenario privo di un qualsiasi contorno preciso in cui l’uomo «si rassegna prima che la società lo costringa a una rassegnazione metodica»<a name="_ftnref25" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn25"></a>[25], presupposti a cui cede risposte interiori e resistenze spirituali che ricordano l’ambigua rassegnazione dell’<em>esser gettato </em>di Heidegger armato però di utopismo. Il rischio marcusiano è quello di oscillare dualisticamente nel gergo concettuale kierkegaardiano in un non ben definito <em>autentico </em>e <em>inautentico</em>. Così finisce col combattere il secondo per la ricerca del primo perdendo di vista le interrelazioni di una realtà materiale decisamente più complessa. Ampliare l’<em>inautentico</em> sino all’essenza umana che abita il tempo, pensando dunque l’inautenticità come similitudine della <em>reificazione</em>, risulta una semplificazione: quale sarebbe l’autenticità dell’essenza umana e del tempo per potersi de-reificare o che l’inautenticità corromperebbe?<a name="_ftnref26" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn26"></a>[26] Neanche il rievocare nuovamente la “memoria” e il “ricordo”, poco prima invece da Marcuse presentate come soluzioni problematiche, pur ammettendo che non si tratta di «un’arma reale, a meno che non lo si traduca in azione storica» grazie a cui «la lotta contro il tempo diventa un fattore decisivo nella lotta contro il dominio»<a name="_ftnref27" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn27"></a>[27], lo esula da questo limite, piuttosto palese, di una lotta irrazionalista contro il tempo in un illogico auspicio all’eternalismo. Ciò che sfugge è che quest’ultimo trova in Marcuse terreno fertile grazie a due letture completamente errate: la “fine della storia” in Hegel<a name="_ftnref28" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn28"></a>[28] e l’“eterno ritorno” in Nietzsche<a name="_ftnref29" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn29"></a>[29].</p>
<p>Per Debord invece esiste una «base naturale del tempo» e il tempo scorre come «dato sensibile»<a name="_ftnref30" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn30"></a>[30] (concependolo così, e giustamente, nella sua propria autonomia), limite, quello del tempo e della morte, che il teorico situazionista ovviamente riconosce ma assolutamente non combatte, presentando anzi il tempo come «l’alienazione <em>necessaria</em>, come mostrava Hegel, l’elemento in cui il soggetto», dialetticamente, «si realizza perdendosi, diviene altro per divenire la verità di se stesso»<a name="_ftnref31" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn31"></a>[31]. Il problema, secondo Debord, è che il tempo naturale è soggiogato in una società in cui «è semplicemente proibito invecchiare» e in cui l’«assenza sociale della morte è identica all’assenza sociale della vita»<a name="_ftnref32" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn32"></a>[32]. Il tempo si presenta come mero «tempo della produzione», come «tempo-merce», «un’accumulazione infinita di intervalli equivalenti» che rappresenta se stesso «sul cronometro» quale «uguaglianza quantitativa»<a name="_ftnref33" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn33"></a>[33], assumendo l’aspetto di un «tempo generale del non-sviluppo umano», ovvero «<em>tempo pseudo-ciclico</em>»<a name="_ftnref34" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn34"></a>[34], che è «quello del consumo della sopravvivenza economica moderna» alla cui base «il vissuto quotidiano rimane privato di decisione e sottomesso, non più all’ordine naturale» quale il tempo è in sé, «ma alla pseudo-natura sviluppata nel lavoro alienato»<a name="_ftnref35" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn35"></a>[35]. Per Debord, a differenza di Marcuse, non è il fluire del tempo a mantenere lo stato di cose presente quanto bensì la sua astoricizzazione, «lo spettacolo, come organizzazione sociale presente della paralisi della storia e della memoria, dell’abbandono della storia eretto sulla base del tempo storico, è <em>la falsa coscienza del tempo</em>»<a name="_ftnref36" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn36"></a>[36]: il modo di produzione capitalistico pone la storicità come suo presupposto per poi negarla naturalizzando e ontologizzando le proprie categorie costitutive, pone il tempo come carattere centrale del proprio funzionamento ma contemporaneamente lo nega astoricizzandosi come modello esistente da sempre e per sempre, come unica e possibile organizzazione materiale della vita e sintesi sociale dell’esistenza degli esseri umani associati dall’antichità a oggi, e così domani ancora. Non a caso per Debord anche quella che marxianamente si può definire “l’accumulazione originaria”, si è giocata sul tempo, leggiamo infatti che «per ridurre i lavoratori allo stato di produttori e consumatori “liberi” del tempo-merce, la condizione preliminare è stata <em>l’espropriazione violenta del loro tempo</em>»<a name="_ftnref37" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn37"></a>[37]. La loro stessa esistenza si ritrova a essere separata e frammentata da sé e dal proprio tempo «nell’aumento della produttività realizzato per mezzo del raffinamento incessante della divisione del lavoro»<a name="_ftnref38" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn38"></a>[38] la cui logica è feticisticamente e tautologicamente estesa verso ogni ambito della vita quotidiana, tempo compreso,infatti, «la società che separa alla radice il soggetto dall’attività che gli sottrae, lo separa anzitutto dal suo proprio tempo»<a name="_ftnref39" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn39"></a>[39].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il “lavoro” in Marcuse e Debord</em></strong></p>
<p>Anche per il pensatore della corrente francofortese «il lavoro che ha creato e ampliato la base materiale della civiltà, è stato principalmente fatica, lavoro alienato, penoso e miserabile» così come «continua a esserlo»<a name="_ftnref40" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn40"></a>[40]. La teoria marcusiana si predispone inizialmente verso «la trasformazione del lavoro faticoso in gioco» e della «produttività repressiva in “libera espansività”»<a name="_ftnref41" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn41"></a>[41] per poi affermare subito dopo che «gioco e libera espansività, come principi di civiltà, non implicano una trasformazione del lavoro, ma la sua assoluta subordinazione al libero evolversi delle potenzialità dell’uomo e della natura» auspicando infine una conversione del «lavoro faticoso <em>necessario</em>», composto «di attività essenzialmente disumane, meccaniche, di pura <em>routine</em>»<a name="_ftnref42" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn42"></a>[42], in un gioco che, invece, non trova spazio alcuno all’interno della sfera della sedicente <em>utilità sociale</em>. «Dire che il lavoro debba essere fatto perché è “lavoro”, è veramente il colmo dell’alienazione»<a name="_ftnref43" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn43"></a>[43]. La conflittualità tra la vita e il lavoro, secondo Marcuse, deve essere combattuta con la contrapposizione non al lavoro stesso ma, bensì, al <em>lavoro alienato</em>, inteso come fulcro centrale del «<em>principio di prestazione</em>», ovvero «la forma storica prevalente» e dominante della e sulla vita dell’individuo<a name="_ftnref44" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn44"></a>[44]<em>.</em> Eppure per Marcuse, che nella propria produzione teorica, «dal punto di vista terminologico», si trova a oscillare ripetutamente «tra eliminazione del lavoro ed eliminazione del lavoro estraniato solo perché nel linguaggio corrente i termini “lavoro” e “lavoro estraniato” sono ormai divenuti equivalenti»<a name="_ftnref45" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn45"></a>[45], appiattisce spesso ciò che è il lavoro, rendendolo imprecisamente generico e storicamente indeterminabile, con ciò che è invece l’attività umana in quanto tale, tanto da affermare proprio che per quanto riguarda l’«eliminazione del lavoro come tale, credo non sia possibile»<a name="_ftnref46" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn46"></a>[46]. Ciò che manca in Marcuse è una critica categoriale del lavoro-in-sé e, perdendosi nel moralismo dei labirinti di matrice freudiana, abbandona per strada la costruzione marxiana del funzionamento logico del modo di produzione capitalistico, di cui il “lavoro” è uno dei perni principali: soltanto qui l’attività umana è anacronisticamente generalizzata a “lavoro” e soltanto qui il suo lato astratto è posto a categoria economica principale e fondativa. Il <em>lavoro </em>che, prescindendo dal contenuto materiale del proprio agire e dispendio, ha come base portante il profilarsi della <em>valorizzazione del valore </em>come unico fine. Il <em>valore </em>che, come <em>soggetto automatico</em>, diviene il solo moto esistente del processo lavorativo e da cui gli individui tutti, in quanto “maschere di carattere” (Marx), sono agiti e non agenti. Il lavoro inteso esclusivamente in una sfera di misurabilità temporale in cui il denaro e la merce sono le uniche determinazioni abituali della mediazione sociale. Lavoro, merce, valore e denaro che, perdendo il proprio carattere storicamente determinato, si naturalizzano feticisticamente come categorie acriticamente eterne. A differenza di Marcuse, Debord si scaglia contro ciò che il lavoro è e rappresenta dimostrando una maggiore avversione verso l’economia. Non a caso descrive lo “spettacolo”, «il risultato e il progetto del modo di produzione esistente»<a name="_ftnref47" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn47"></a>[47], quello capitalistico, come «l’economia sviluppantesi per se stessa»<a name="_ftnref48" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn48"></a>[48], l’economia che da mezzo diventa il fine, l’economia non come forza di <em>produzione materiale</em>, caratteristica quest’ultima tipica di tutte le società umane oltre che base essenziale di sopravvivenza nella relazione col mondo naturale che viviamo e che siamo, ma la sottomissione economica di tutta la vita umana nel ribaltamento tra astratto e concreto tipico del modo di produzione capitalistico. Non a caso per Debord «l’astrazione di ogni lavoro particolare e l’astrazione generale della produzione d’insieme si traducono perfettamente nello spettacolo, il cui <em>modo d’essere concreto </em>è precisamente l’astrazione»<a name="_ftnref49" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn49"></a>[49]. A questo proposito l’analisi debordiana non deve essere ridotta a una disamina dei media di massa, la teoria dello “spettacolo” non può essere letta «come un abuso del mondo visivo, prodotto delle tecniche di diffusione massiva delle immagini», in quanto lo “spettacolo”, pur essendo «un rapporto sociale fra individui» ma «mediato dalle immagini»<a name="_ftnref50" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn50"></a>[50], è in sé «una <em>Weltanschauung </em>divenuta effettiva, tradotta materialmente»<a name="_ftnref51" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn51"></a>[51]. Per cui, seppur sia vero che Debord presenti lo spettacolo come «il mondo sensibile» che viene «sostituito da una selezione di immagini»<a name="_ftnref52" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn52"></a>[52], esse non sono semplicisticamente quelle che scorrono nelle televisioni, e «la perdita dell’unità del mondo»<a name="_ftnref53" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn53"></a>[53] non è data dallo sguardo verso un servizio giornalistico di cui si è spettatori, ma dal rivestire questo stesso ruolo <em>passivo</em> nella vita quotidiana stessa. Dal momento in cui l’attività umana è generalizzata nel “lavoro” (decretando persino cosa sia produttivo e cosa non lo sia) e senza di esso non si possa esistere nella barbarie della “sopravvivenza aumentata” (Debord), la soluzione per riappropriarsi dell’unità del mondo non può che trovarsi nella critica radicale del “lavoro” stesso.</p>
<p>La progettualità rivoluzionaria in Marcuse la si ha con quello che chiama il “Grande Rifiuto”, ovvero «la protesta contro la repressione superflua, la lotta per la forma definitiva di libertà»<a name="_ftnref54" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn54"></a>[54]. In Debord la si ha nell’auto-organizzazione dei Consigli Operai, il «luogo in cui le condizioni oggettive della coscienza storica sono riunite; la realizzazione della comunicazione diretta <em>attiva, </em>in cui finiscono la specializzazione, la gerarchia e la separazione, in cui le condizioni esistenti sono state trasformate “in condizioni dell’unione”»<a name="_ftnref55" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn55"></a>[55], il luogo in cui si «è il proprio prodotto, e questo prodotto è il produttore stesso» e «la negazione spettacolare della vita è negata a sua volta»<a name="_ftnref56" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn56"></a>[56]. Da cosa derivano due risposte così differenti? Di fronte a una sintesi sociale feticista in cui concreto e astratto si ribaltano e in cui l’utilità diretta di un’attività non ha senso se non si converte e realizza in valore di scambio su mercati anonimi, l’esistenza umana si ritrova a rivestire vesti <em>contemplative</em>, categoria ampiamente usata da Lukács, ma se Debord della <em>contemplazione </em>lukácsiana mantiene l’impianto critico-negativo, Marcuse la presenta positivisticamente come base sulla quale riscoprire la soddisfazione, la bellezza e, infine, goderne riappropriandosi del mito di Orfeo e Narciso, a discapito di quello di Prometeo rappresentante invece la fatica, la produttività e il progresso per mezzo della repressione<a name="_ftnref57" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn57"></a>[57]. E così la lotta spirituale di Marcuse fatica a scendere dal cielo in cui nasce.</p>
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<p><strong><em>Gli appunti di Debord su Marcuse</em></strong></p>
<p>Grazie alla pregevole ricerca filologica di Gabriel Zacarias possiamo ora avventurarci tra gli archivi di Debord. L’attenzione non può che ricadere subito su di una frase che Debord ricopia da <em>Eros e Civiltà</em> e che, nel suo ultimo passaggio, ci appare molto utile nel comprendere il rapporto tra i due autori. Secondo Marcuse le logiche che hanno «avuto luogo in tutto l’ambito della civiltà industriale contemporanea» sono state descritte «nei vari resoconti sugli stati totalitari e le “culture popolari”», e gli esempi di questa tendenza sono il «coordinamento dell’esistenza privata e pubblica» oppure «la promozione di attività spensierate nelle ore libere» e, infine, «il trionfo di ideologie antintellettuali»<a name="_ftnref58" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn58"></a>[58]. Accanto a questa trascrizione (di cui Debord in realtà ricopia un passo decisamente molto più lungo e consistente) Debord riporta un appunto più che significativo: «Marcuse décrit la SdS», ovvero «Marcuse descrive la Società dello Spettacolo»<a name="_ftnref59" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn59"></a>[59]. Debord ricopia altri due passaggi del libro, trascrivendo per entrambi l’appunto «thèse I.S. de base»<a name="_ftnref60" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn60"></a>[60] facendoci intendere che il parigino riconoscesse nell’opera marcusiana parte della complessità teorica dell’Internazionale Situazionista. Questi passaggi sono: «la civiltà deve difendersi contro lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero»<a name="_ftnref61" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn61"></a>[61] e «le risorse disponibili portano a un cambiamento <em>qualitativo </em>dei bisogni umani»<a name="_ftnref62" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn62"></a>[62]. Nel paragrafo successivo all’ultima citazione, Marcuse prosegue scrivendo che, a parer suo, «la razionalizzazione e la meccanizzazione del lavoro», tendenzialmente, potrebbero ridurre il quantitativo di forza solitamente incanalata «in lavoro faticoso (lavoro alienato), liberando in questo modo» quella necessaria «a raggiungere gli obbiettivi posti dal libero gioco delle facoltà individuali»<a name="_ftnref63" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn63"></a>[63], passaggio che, come ci riporta Zacarias, Debord ricopia con l’appunto «idée de base I.S., en termes psychanal»<a name="_ftnref64" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn64"></a>[64], indicando ancora una volta nelle parole di Marcuse alcune idee di base dell’Internazionale Situazionista, poste però in termini psicanalitici, sottolineando dunque la profonda divergenza di metodo. Se tra le pratiche situazioniste (come per esempio la <em>deriva </em>o l’<em>urbanismo unitario</em>) si potrebbe scorgere superficialmente una sorta di <em>libero gioco </em>(è palese che entrambi gli autori siano stati influenzati dalla lettura di Huizinga e Fourier), esso non si è mai sviluppato sulle fondamenta individualistiche e sovrastoriche delle categorie freudiane come in Marcuse ma, bensì, in chiave consapevolmente dialettica, tanto che Debord assimila il gioco all’appropriazione della «storia totale» dando una maggiore importanza alle «variazioni liberamente scelte delle regole del gioco»<a name="_ftnref65" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn65"></a>[65] e non del gioco in sé inteso astrattamente. Ciò che invece auspica il filosofo tedesco, sembra debba scaturire da un essere umano che è presentato quasi come primordialmente puro ma corrotto in una civiltà, l’ordine capitalistico, di cui non sempre in Marcuse se ne coglie il sunto, né gli inizi, né gli sviluppi e, in conclusione, la fine è altrettanto incerta. Ciò rischia di sovratemporalizzare ed eternalizzare un’indefinita natura umana soggiogata da un altrettanto indefinita natura sociale, non cedendo i mezzi teorico-pratici per opporvisi e il “Grande Rifiuto”, a differenza dei Consigli Operai, finisce ancora una volta con l’essere uno sbattere i piedi a terra.</p>
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<p><strong><em>Conclusioni</em></strong></p>
<p>Sorge spontaneo domandarsi il ruolo che hanno rivestito, che rivestono e che potranno ancora rivestire il filosofo francofortese e l’autodidatta parigino all’interno della critica radicale. Può risultare evocativo menzionare una delle rappresentazioni più taglienti mai coniate da György Lukács, quando inventò l’iconografia del Grand Hotel Abisso<a name="_ftnref66" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn66"></a>[66], nelle cui stanze immaginava alloggiare tutti i pensatori e gli intellettuali nell’illusione di essersi emancipati nella più dissoluta libertà spirituale, credendosi visitatori di uno spazio in cui poter esercitare la propria funzione presentandola come critica e di rottura, mentre, in verità, il proprio esercizio altro non è se non quello di scontrarsi con problemi ideologici e affrontarli a propria volta con strumenti puramente ideologici. Insomma, per Lukács certi pensatori si distendevano tra il lussuoso arredo della propria stanza d’albergo, accontentandosi di guardare di tanto in tanto dall’orlo dell’abisso sul quale si erano adagiati per criticarlo senza però andarne oltre. Pare scontato non faticare nel collocare Herbert Marcuse in una di quelle stanze<a name="_ftnref67" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn67"></a>[67], così com’è scontato per noi immaginare Guy Debord alloggiare ai piedi del Grand Hotel, sul ciglio della profonda voragine, nella sola intenzione di aiutare diversi ospiti dell’edificio, con qualche spintarella, a osservare al meglio e più da vicino le conformazioni caratteristiche dell’abisso, restituendo loro il posto che meritano. Questo in linea col Debord che, nella sua pellicola più evocativa, lo si sente dire: «troverei altrettanto volgare divenire un’autorità nella contestazione della società che divenirlo nella società stessa»<a name="_ftnref68" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftn68"></a>[68]. Nonostante ciò, forse Debord avrebbe comunque risparmiato Marcuse da un qualsivoglia tipo di volo nell’oscurità dell’abisso, direi con forte disappunto di Lukács; ma è sempre meglio non speculare eccessivamente su personalità che non si sono mai incontrate, per quanto divertente sia.</p>
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<h6><strong>Note:</strong></h6>
<h6><a name="_ftn1" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref1"></a>[1] R.J. Sanders, <em>Beweging tegen de schijn</em>, Huis aan de Drie Grachten, Amsterdam, 1989, p. 271; citato in: A. Jappe, <em>Guy Debord</em>, manifestolibri, Roma 1999, p. 194, nota 17.</h6>
<h6><a name="_ftn2" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref2"></a>[2] A. Tarquini, «Un maestro di illusioni troppo poco antitotalitario», <em>La Republica</em>, 28 luglio 1999.</h6>
<h6><a name="_ftn3" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref3"></a>[3] E. Guy, L. Le Bras, «La bibliothèque de Guy Debord, l’écho d’une vie», <em>Bibliothèques d’écrivains. Lecture et création, histoire et transmission</em>, Rosenberg &amp; Sellier, Torino 2018, pp. 182-196.</h6>
<h6><a name="_ftn4" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref4"></a>[4] <em>Ivi</em>. (Traduzione mia).</h6>
<h6><a name="_ftn5" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref5"></a>[5] G. Debord, <em>Panegirico. Tomo Primo e Tomo Secondo</em>, Castelvecchi, Roma 2013, pp. 41-42.</h6>
<h6><a name="_ftn6" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref6"></a>[6] E. Guy, L. Le Bras, «Les fiches de lectures de Guy Debord», <em>Revue de la Bibliothèque nationale de France</em>, n. 41, 2012, p. 33 (Traduzione mia).</h6>
<h6><a name="_ftn7" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref7"></a>[7] G. Zacarias, «Eros e civilização na sociedade do espetáculo: Debord leitor de Marcuse», <em>Dissonância: Revista de Teoria Crítica</em>, volume 2, número 1.1, 2018, p. 217. (Traduzione mia).</h6>
<h6><a name="_ftn8" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref8"></a>[8] Lettura che, sebbene molto diffusa, viene qui presentata come superficiale perché, laddove il movimento studentesco si appropriava della centralità data da Marcuse ai concetti di utopia e immaginazione, innalzando lo slogan «L’immagination au pouvoir», i situazionisti, nel dodicesimo numero del proprio bollettino, definivano il motto come «povero» e «astratto», lanciando dalle barricate del Maggio le parole d’ordine «Prenez vos désirs pour la réalité».</h6>
<h6><a name="_ftn9" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref9"></a>[9] Debord fa un rapido e vago riferimento all’articolo anche in una lettera a Paolo Salvadori del 9 dicembre 1969.</h6>
<h6><a name="_ftn10" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref10"></a>[10] M. Khayati, «Le parole prigioniere (prefazione a un dizionario situazionista)», raccolto in: <em>Internazionale situazionista 1957-69</em>, Nautilus, Torino 1994 (n.10, p. 54).</h6>
<h6><a name="_ftn11" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref11"></a>[11] Per il francofortese si veda: H. Marcuse, <em>Ragione e Rivoluzione. Hegel e il sorgere della “teoria sociale”</em>, Il Mulino, Bologna 1976; per il dibattito sull’hegelismo in Debord si rimanda a: T. Bunyard, <em>Debord, Time and spectacle</em>, Brill, Leiden;Boston 2018; E.J. Russel, <em>Spectacular Logic in Hegel and Debord</em>, Bloomsbury Academic, London;New York 2021; a proposito, non essendo sorto in Italia alcun tipo di discussione e contributo mi permetto di rinviare al mio articolo: cfr. A. Kaveh, «Guy Debord lettore di Hegel. La nottola di Minerva che scruta lo spettacolo», Il Rasoio di Occam (MicroMega), 16.10.2020.</h6>
<h6><a name="_ftn12" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref12"></a>[12] Da queste bozze di appunti emerge quindi che il libro avrebbe potuto intitolarsi «La dialettica della società dello spettacolo» o «La dialettica nella società come spettacolo».</h6>
<h6><a name="_ftn13" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref13"></a>[13] E. Guy, L. Le Bras, «Les fiches de lectures de Guy Debord», <em>op.cit.</em>, p. 35.</h6>
<h6><a name="_ftn14" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref14"></a>[14] S. Freud, <em>Al di là del principio del piacere</em>, Newton Compton, Roma 1993, p. 49.</h6>
<h6><a name="_ftn15" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref15"></a>[15] G. Debord, <em>La società dello spettacolo</em>, Baldini&amp;Castoldi, Milano 2013, §125, p. 125.</h6>
<h6><a name="_ftn16" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref16"></a>[16] H. Marcuse, <em>Eros e Civiltà</em>, Einaudi, Torino 1977, p. 211.</h6>
<h6><a name="_ftn17" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref17"></a>[17] G. Zacarias, cit., pp. 233-234.</h6>
<h6><a name="_ftn18" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref18"></a>[18] Cfr. H. Marcuse, cit., p. 243.</h6>
<h6><a name="_ftn19" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref19"></a>[19] <em>Ivi</em>, p. 210.</h6>
<h6><a name="_ftn20" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref20"></a>[20] Questo passaggio è un riferimento non dichiarato ad un passo di Hegel: «[…] l’essere delle cose finite, come tale, sta nell’avere per loro esser dentro di sé il germe del perire: l’ora della loro nascita è l’ora della loro morte», in: G.W.F. Hegel, <em>Scienza della Logica</em>, Laterza, Bari 1968, vol. I, p. 140.</h6>
<h6><a name="_ftn21" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref21"></a>[21] H. Marcuse, cit., p. 244.</h6>
<h6><a name="_ftn22" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref22"></a>[22] <em>Ivi</em>, pp. 244-245.</h6>
<h6><a name="_ftn23" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref23"></a>[23] <em>Ivi</em>, p. 245.</h6>
<h6><a name="_ftn24" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref24"></a>[24] Addentrarci in un’analisi su come Marcuse conciliasse l’influenza heideggeriana da una parte (con cui comunque ha studiato a Friburgo) con quella lukácsiana dall’altra, aprirebbe una parentesi sì interessante ma infinita. Lukács ha dedicato direttamente a Heidegger intense pagine critiche: «Heidegger vede la medesima realtà sociale della vita alienata come una <em>condition humaine </em>ontologicamente assoluta e immutabilmente data», G. Lukács, <em>Ontologia dell’essere sociale</em>, vol. I, Editori Riuniti Roma, 1976, p. 65; «Tutti i pretensiosi argomenti della filosofia di Heidegger riguardo al tempo e alla storia non vanno più in là della sua ontologia relativa alla vita di tutti i “giorni”; anche qui il contenuto è costituito soltanto dalla vita intima del moderno filisteo mortalmente atterrito dinanzi al nulla, nullo a sua volta e che prende a poco a poco coscienza della propria nullità», G. Lukács, <em>La distruzione della ragione</em>, vol. II, Einaudi, Torino 1980, pp. 525-526. Eppure alcune letture disattente possono scorgere erronee analogie tra, dell’ungherese, <em>Storia e coscienza di classe </em>del 1923 e, del tedesco, <em>Essere e tempo </em>del 1927. Lucien Goldmann, che a questi autori ha dedicato un testo piuttosto significativo, credeva di intravedere nella teoria della «Verdinglichung des Bewusstseins», che Heidegger riporta tra virgolette senza citarne alcuna fonte, un richiamo velato ad uno dei contributi più originali e influenti dell’opera giovanile di Lukács con le cui conclusioni, sempre secondo Goldmann, Heidegger polemizza in silenzio, in: L. Goldmann, <em>Lukács e Heidegger</em>, Bertani, Verona 1976, pp. 81-84. A questo proposito Lukács scrisse: «La questione filologica avanzata anzitutto da Lucien Goldmann quando scorge qua e là nell’opera di Heidegger una certa replica polemica al mio libro – che naturalmente non viene citato – può qui essere trascurata», affermando poi che la centralità dell’estraneazione e dell’alienazione dell’uomo, riconducibili alle radici hegeliane con cui dialogavano (pur in prospettive diverse) sia Lukács che Heidegger, si presentavano all’epoca come delle questioni molto dibattute e diffuse, «questo problema era nell’aria», G. Lukács, <em>Storia e coscienza di classe</em>, SugarCo, Milano 1974, p. XXIII.</h6>
<h6><a name="_ftn25" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref25"></a>[25] H. Marcuse, cit., p. 244.</h6>
<h6><a name="_ftn26" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref26"></a>[26] A ragion del vero Marcuse non utilizza questo parole in <em>Eros e Civiltà</em>, ma avendo come provenienza un dizionario ontologico heideggeriano ne presuppone i concetti. Infatti, in apertura de <em>L’uomo a una dimensione</em>, di fronte alla “falsa coscienza” antepone una “coscienza autentica”. Con Jappe possiamo notare come le nozioni chiave di Debord, per esempio “spettacolo”, “falsificazione” o “menzogna”, rinviano a un’opposizione tra la verità da un lato e la copia falsa dall’altro, riportando il concetto di “inautenticità”, e dunque di “autentico”, come centrale anche nella teorizzazione del parigino (A. Jappe, «Guy Debord e l’autentico», in: Id., <em>Guy Debord. Un complotto permanente contro il mondo intero</em>, tr. it. di A. Kaveh, Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 65-79). Ma è lo stesso Debord a smentire la cosa scrivendo che «senza dubbio, allo pseudo-bisogno imposto nel consumo moderno non può essere opposto alcun bisogno o desiderio autentico che non sia stato anch’esso formato dalla società e dalla sua storia», in: G. Debord, <em>op.cit.</em>, §68, p. 84, a differenza di Marcuse che, sempre in apertura de <em>L’uomo a una dimensione</em>, distingueva tra “bisogni veri” e “bisogni falsi”. Come riconosce lo stesso Jappe nell’articolo pocanzi citato (pur intitolando una sezione dello scritto proprio “Tempo autentico e tempo inautentico”), non esiste un’essenza umana data, proprio perché essa fa parte del divenire storico. Da questo sunto crediamo che né il tempo né chi lo vive può essere ontologicamente semplificato in sé e per sé tra “autenticità” e “inautenticità”, e i principi hegeliani di “vero” e “falso” o feuerbachiani di “copia” e “originale” da Debord utilizzati sono di tutt’altra natura rispetto all’utilizzo marcusiano: il parigino li inseriva in una base che è sempre e unitariamente storico-dialettica. A nostro parere la cosa vale anche per le pagine dei <em>Commentari</em>, dove il termine “autentico” è usato molto più spesso che in precedenza.</h6>
<h6><a name="_ftn27" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref27"></a>[27] H. Marcuse, cit., p. 245.</h6>
<h6><a name="_ftn28" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref28"></a>[28] «Il lavoro della storia giunge alla quiete nella storia: l’alienazione è cancellata, e con essa la trascendenza e il fluire del tempo. Lo spirito “supera la sua forma temporale; nega il tempo”. Ma la “fine” della storia riconquista il suo contenuto: la forza che compie la conquista del tempo è rimembranza (ricordo)», in: <em>Ivi</em>, p. 148. T. Bunyard ha il merito di dimostrare che questa interpretazione ormai normalizzata della “fine della storia” nell’opera teorica di Hegel ha in verità dei grossi limiti in quanto, per Hegel, la realizzazione dell’Idea non comporta «una conclusione statica» e la frase “la fine della storia” compare «nell’opera di Hegel solo una volta» e anche in quel caso «funziona solo come parte di una metafora» e questo perché per Hegel, pur raggiunto l’«apice della sua ascesa, lo Spirito non si ferma, ma piuttosto comprende e si allinea alla ragione che fonda il suo mondo» e questo non blocca di certo l’automovimento a spirale del Concetto; T. Bunyard, <em>Debord, Time and spectacle</em>, cit., pp. 45-46. (Traduzione mia).</h6>
<h6><a name="_ftn29" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref29"></a>[29] Marcuse interpreta infatti questo come «la volontà e la visione di una posizione <em>erotica </em>verso l’esistenza, nella quale necessità e realizzazione coincidono. […] L’eterno ritorno include così il ritorno della sofferenza, ma di una sofferenza come mezzo di conquista di soddisfazioni maggiori, di un aumento di gioia», in: H. Marcuse, <em>op.cit.</em>, p. 153. Così l’autolesionista Marcuse accoglie con inspiegabile entusiasmo il perpetuarsi gioioso della sofferenza.</h6>
<h6><a name="_ftn30" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref30"></a>[30] G. Debord, cit., §163, p. 147.</h6>
<h6><a name="_ftn31" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref31"></a>[31] <em>Ivi</em>, §161, p. 146.</h6>
<h6><a name="_ftn32" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref32"></a>[32] <em>Ivi</em>, §160, p. 146.</h6>
<h6><a name="_ftn33" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref33"></a>[33] <em>Ivi</em>, §147, p. 141.</h6>
<h6><a name="_ftn34" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref34"></a>[34] <em>Ivi</em>, §148, p. 141.</h6>
<h6><a name="_ftn35" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref35"></a>[35] <em>Ivi</em>, §150, p. 142.</h6>
<h6><a name="_ftn36" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref36"></a>[36] <em>Ivi</em>, §158, p. 145.</h6>
<h6><a name="_ftn37" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref37"></a>[37] <em>Ivi</em>, §159, p. 145.</h6>
<h6><a name="_ftn38" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref38"></a>[38] <em>Ivi</em>, §25, p. 61.</h6>
<h6><a name="_ftn39" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref39"></a>[39] <em>Ivi</em>, §161, p. 146.</h6>
<h6><a name="_ftn40" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref40"></a>[40] H. Marcuse, cit., p. 121.</h6>
<h6><a name="_ftn41" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref41"></a>[41] <em>Ivi</em>, p. 211.</h6>
<h6><a name="_ftn42" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref42"></a>[42] <em>Ivi</em>, p. 213.</h6>
<h6><a name="_ftn43" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref43"></a>[43] <em>Ivi</em>, p. 235.</h6>
<h6><a name="_ftn44" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref44"></a>[44] <em>Ivi</em>, p. 80.</h6>
<h6><a name="_ftn45" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref45"></a>[45] H. Marcuse, <em>La fine dell’utopia</em>, Laterza, Bari 1968, p. 39.</h6>
<h6><a name="_ftn46" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref46"></a>[46] <em>Ibidem</em>.</h6>
<h6><a name="_ftn47" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref47"></a>[47] G. Debord, cit., § 6, p. 54.</h6>
<h6><a name="_ftn48" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref48"></a>[48] <em>Ivi</em>, §16, p. 57.</h6>
<h6><a name="_ftn49" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref49"></a>[49] <em>Ivi</em>, §29, p. 62.</h6>
<h6><a name="_ftn50" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref50"></a>[50] <em>Ivi</em>, §4, p. 54.</h6>
<h6><a name="_ftn51" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref51"></a>[51] <em>Ivi</em>, §5, p. 54.</h6>
<h6><a name="_ftn52" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref52"></a>[52] <em>Ivi</em>, §36, p. 67.</h6>
<h6><a name="_ftn53" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref53"></a>[53] <em>Ivi</em>, §29, p. 62.</h6>
<h6><a name="_ftn54" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref54"></a>[54] H. Marcuse, <em>Eros e Civiltà</em>, cit., p. 176.</h6>
<h6><a name="_ftn55" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref55"></a>[55] <em>Ivi</em>, § 116, p. 119.</h6>
<h6><a name="_ftn56" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref56"></a>[56] <em>Ivi</em>, § 117, p. 120.</h6>
<h6><a name="_ftn57" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref57"></a>[57] Cfr. H. Marcuse, <em>Eros e Civiltà</em>, cit., pp. 183-193.</h6>
<h6><a name="_ftn58" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref58"></a>[58] <em>Ivi</em>, p. 128.</h6>
<h6><a name="_ftn59" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref59"></a>[59] G. Zacarias, cit., pp. 222-223.</h6>
<h6><a name="_ftn60" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref60"></a>[60] <em>Ivi</em>, p. 218.</h6>
<h6><a name="_ftn61" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref61"></a>[61] H. Marcuse, <em>Eros e Civiltà</em>, cit., p. 128.</h6>
<h6><a name="_ftn62" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref62"></a>[62] <em>Ivi</em>, p. 127.</h6>
<h6><a name="_ftn63" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref63"></a>[63] <em>Ibidem</em>.</h6>
<h6><a name="_ftn64" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref64"></a>[64] G. Zacarias, cit., p. 221.</h6>
<h6><a name="_ftn65" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref65"></a>[65] G. Debord, cit., §178, p. 157.</h6>
<h6><a name="_ftn66" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref66"></a>[66] G. Lukács, «Grand Hotel “Abgrund”»,<em> Világosság</em>, n.8/9, 1977, pp. 572-579; traduzione italiana in: Id, <em>La responsabilità sociale del filosofo</em>, (a cura di) V. Franco, Pacini Fazzi, Lucca 1989.</h6>
<h6><a name="_ftn67" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref67"></a>[67] In un articolo su Ernst Bloch, Lukács definiva Marcuse un «filosofo socialdemocratico». È interessante come, nella <em>Prefazione </em>alla <em>Teoria del Romanzo</em>, possiamo leggere: «Una parte considerevole dell’intellighenzia tedesca di primo piano, tra cui anche Adorno, ha preso alloggio al “Grand Hotel Abisso”», non è dunque difficile immaginare che non risparmiasse nessuno tra i francofortesi.</h6>
<h6><a name="_ftn68" href="https://www.altraparolarivista.it/2024/02/14/debord-marcuse-kaveh/#_ftnref68"></a>[68] G. Debord, <em>Opere cinematografiche</em>, «In girum imus nocte et consumimur igni», Bompiani, Milano 2004, p. 188.</h6>
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		<title>Mescolando il riso alle lacrime. In onore e memoria di Primo Moroni</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 18:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Autonomia Operaia]]></category>
		<category><![CDATA[Calusca]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Moroni]]></category>
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		<description><![CDATA[Mescolando il riso alle lacrime. In onore e memoria di Primo Moroni A venticinque anni dalla scomparsa vogliamo ricordare la straordinaria figura di Primo Moroni con un testo di Sergio Bianchi estratto dal suo libro Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo (Milieu). Operaio, addestratore di cani, chef de rang, militante politico di base. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div data-hook="post-title">
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<h1 data-hook="post-title"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/03/download1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8438" title="download" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/03/download1.jpg" alt="" width="178" height="284" /></a></h1>
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<div id="new-image31798252"><em>A venticinque anni dalla scomparsa vogliamo ricordare la straordinaria figura di Primo Moroni con un testo di Sergio Bianchi estratto dal suo libro </em>Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo<em> (Milieu).</em></div>
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<p id="viewer-6ieqg"><em>Operaio, addestratore di cani, chef de rang, militante politico di base. Come ballerino campione europeo di charleston e finalista nel campionato mondiale di rock’n roll. Poi investigatore privato, addetto alle vendite delle case editrici Fabbri, Mondadori e Vallardi. Fondatore a Milano del circolo «Sì o Sì club» e della libreria Calusca. Editore, distributore librario, archivista e ricercatore sociale. Questo e molto, molto altro è stato Primo Moroni. </em></p>
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<p id="viewer-bdstv"><em>Negli anni Ottanta con Nanni Balestrini e Sergio Bianchi ha realizzato la sua opera saggistica più importante: </em>L’Orda d’oro<em>. È scomparso a Milano, a 62 anni, il 30 marzo 1998. </em></p>
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<div id="viewer-b45r3">Il libraio stava quasi sempre chiuso nella sua stanza quadrata della torretta. Là trafficava con montagne di libri e carte polverose. C’erano autori a me totalmente sconosciuti come Giovanni Papini e Rosso di San Secondo, romanzi di Gabriele D’Annunzio e libri per ragazzi de La Scala d’Oro. Là erano ammucchiati anche giornali, riviste, volantini, pubblicazioni degli anni Settanta, un sterminata quantità di titoli e di edizioni, durate forse qualche mese o anno, estemporanei «fiori di Gutenberg» come li chiamava lui.</div>
<div data-hook="rcv-block12"></div>
<p id="viewer-5qbpu">Alla raccolta e schedatura del materiale, il libraio dedicava molta cura, come fosse una cosa viva. E lo era, diceva, perché la vicenda politica di quegli anni, in quelle orme, parlava ancora. Nella stanza della torre poteva ascoltare le voci gridare alle manifestazioni, alle assemblee, alle riunioni. Sentiva le canzoni, quasi vedeva le figure affannarsi, discutere o litigare. No, non è nostalgia – diceva – anche se talvolta scorgevo un’ombra nei suoi occhi. È storia, la storia di una generazione, ha rappresentato un passaggio, un segnatempo che, nel nostro Paese, ha cambiato le scadenze delle ore. Oggi nessuno dà valore a quegli anni: si nutre inconsapevolmente dei frutti che quella stagione ha regalato, ma la liquida in fretta, come fosse un vergognoso amore.</p>
<div data-hook="rcv-block13"></div>
<p id="viewer-2193l">Rintraccio segni, raccolgo parole – diceva il libraio – prima che i fiori di Gutenberg secchino e vengano messi sotto vetro. Forse sono ancora in tempo. Il passato si incarna nelle nostre vite, oggi. E solo chi l’ha vissuto può trasmetterne il tesoro</p>
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<p id="viewer-21vlj">(Ida Faré, <em>Malamore</em>, 1988).</p>
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<p id="viewer-1knq7">Primo è stato un archivista d’eccezione dei più variegati materiali prodotti dal movimento rivoluzionario italiano e internazionale. Ma la più grande archiviazione che aveva saputo produrre risiedeva tutta nella sua testa, e non ha avuto modo o voglia o tempo di tradurla su un qualche supporto riproducibile. Primo era il più ricco archivio storico umano ambulante di cui il movimento poteva disporre. La sua capacità narrativa orale era stupefacente e indefinibile, poiché sapeva con disinvoltura e divertimento intrecciare nessi tra tutte le discipline dei saperi. Ascoltare i suoi racconti era come assistere a una conferenza universitaria e vedere nel contempo un film d’avventura. Profondo conoscitore dei linguaggi, dai più specialistici ai più gergali, sapeva colorare le sue narrazioni dei toni adatti agli ascoltatori che si trovava di fronte, fossero auditori consapevoli od occasionali. Affascinante affabulatore sapeva catturare l’attenzione, governarla e riempirla di senso. Primo ha attraversato l’Italia e parte dell’Europa raccontando l’accumulo dei suoi saperi. Per lui era indifferente che l’ambiente fosse la più autorevole sede istituzionale o il più scalcinato seminterrato di periferia; che l’interlocutore fosse il più impettito funzionario statale piuttosto che il più marginale soggetto sociale metropolitano o provinciale. La passione del raccontare rimaneva la medesima. Per lui, sapiente conoscitore delle soggettività, occorreva solo modulare, secondo le circostanze del caso, l’infinito repertorio del linguaggio adatto a interloquire nella situazione data, situazione che era in grado di percepire istintivamente con la velocità di un gatto. Il messaggio comunque rimaneva sempre lo stesso: la miseria quotidiana impone la necessità di una sovversione, ma la sua effettualità è possibile solo alla condizione del partire da sé. Nel suo operare narrativo Primo aveva una metodologia che spesso amava ricordare a chi presumeva di potersi mettere sul suo stesso terreno di pratica. Ed era un percorso severo e impervio. Occorre innanzitutto affinare la dote della sensibilità, della predisposizione all’ascolto, capire realmente chi è il soggetto che ti parla e con cui parli, capire ciò che travalica la sua rappresentazione linguistica, ma di questa comunque farne strumento di prima presa comunicativa, essere capaci quindi di scendere sul suo terreno linguistico come presupposto dell’indagine. Già in questa condizione preliminare Primo indicava un percorso di scienza. Lo stesso che aveva ereditato dalla confidenza con i più grandi maestri italiani della conricerca orale. Ma l’indagine sui soggetti reali va coniugata con l’indagine sui livelli più alti che esprime la progettualità del comando capitalistico. Da qui le ragioni della sua internità a progetti di ricerca sociale commissionati da ambiti istituzionali e governativi. E la sua battaglia affinché gli esiti di quelle ricerche fossero messi a disposizione di tutti gli ambiti di movimento che li richiedessero. Primo, inoltre, è stato protagonista della fondazione e della conduzione di «Primo Maggio», la rivista di storia «dell’altro movimento operaio» più prestigiosa degli anni Settanta, ideata e diretta da Sergio Bologna, la persona che Primo ha sempre preso a suo riferimento teorico principale stimandone l’acutezza d’analisi coniugata a un singolare rigore espositivo.</p>
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<p id="viewer-7h8f9">Secondo me disse il libraio dovrebbe essere lei che determina la rottura perché lei ha la coscienza della situazione in cui si trova il loro rapporto mentre lui sente solo un disagio che non si preoccupa tanto di approfondire per me allora è stato il contrario io invece in quel periodo ho fatto una famiglia ho fatto una figlia con quella ragazza con cui ero andato quella volta a trovare l’editore e ho fatto la libreria proprio in quell’anno l’ho fatto perché allora c’era una necessità che si sentiva anch’io sentivo che quella fase lì il ’68 la contestazione l’autunno caldo era finita era stata una fase esaltante avevi capito tante cose però quello che facevi non era più sufficiente sentivi che occorreva costruire qualcosa di nuovo nei luoghi in cui ti trovavi a operare o altrimenti uscire da quel luogo e inventarne un altro e questo in un certo senso è quello che ha fatto anche l’editore perché anche lui sentiva questa necessità che è diventata chiara per tutti in quel periodo di questo passaggio dalla teoria alla prassi come sperimentazione nel quotidiano e che da lì in poi non era più possibile la doppia funzione per esempio conciliare li lavorare in un giornale borghese e stare nel movimento adesso tu dovevi mettere in discussione direttamente il tuo ruolo e proprio nell’ambito del lavoro che sapevi fare costruire direttamente quotidianamente la possibilità di sperimentare la rivoluzione oggi qui da subito e con gli strumenti che tu avevi se fai l’insegnante metterai in discussione il tuo libro di testo come facevano allora gli insegnanti che avevano fatto un centro di documentazione che faceva capo alla libreria e che volevano abolire tutta la cultura borghese fin dalla scuola materna se fai il professore all’Università farai dei seminari sui <em>Grundisse</em> come facevi tu e se lavori nei libri inventi una libreria magari un circuito di diffusione come struttura di servizio del movimento queste cose bisognava fare e si facevano allora ma questo forse quella coppia non l’ha capito o almeno non l’hanno capito insieme l’hanno capito forse con tempi diversi ma dovreste essere voi a dircelo a dirci insomma perché allora vi siete lasciati.</p>
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<p id="viewer-acpro">(Nanni Balestrini, <em>L’editore</em>, 1989).</p>
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<p id="viewer-7mfu7">Primo è stato uomo felice perché ha capito che prerequisito della felicità è la libertà dell’autoderminazione esistenziale, che lì sta l’elemento fondativo, costitutivo del soggetto sovversivo. «&#8230; esci dagli anni Cinquanta, hai partecipato all’attività del grande partito operaio, ne sei uscito con una serie di casini, sei in qualche modo acculturato, allora che fai: vai nelle case editrici, grande serbatoio dove passano tutti per qualche mese o anno. Ho fatto questo lavoro mentre c’era l’aria stagnante del centrosinistra fino a quando non arrivò il Sessantotto con la presa di coscienza, la scoperta di metodi nuovi di far politica, per cui sei un dirigente alle vendite ma non te ne frega più un cazzo. Molli tutto». Non ci si affranca dall’infelicità abbracciando un’ideologia, sia essa anche la più radicale, vissuta separatamente dal comportamento minuto quotidiano. Da qui la grande curiosità, attenzione e cura di Primo per il vissuto concreto degli individui e per le contraddizioni e le crisi del loro relazionarsi produttivo, creativo e affettivo. Da qui la sua capacità, per esempio, di dedicare notti intere all’ascolto, e alla discussione sui dettagli della crisi di un rapporto di coppia da parte di un ragazzo o una ragazza magari conosciuti da poche ore. Nella sua indagine sulla soggettività Primo usava una scrupolosa attenzione a tutto ciò che anche in forma microscopica o addirittura inconscia rilevava nella coscienza il lento farsi e manifestarsi di un processo prepolitico. Su questo terreno metodologico molto aveva attinto dalla collaborazione nel corso degli anni Settanta con Elvio Fachinelli e il circuito culturale della rivista <em>L’erba voglio</em>. L’esplosione dei movimenti politici è sempre preceduta dalla lenta incubazione e metabolizzazione da parte dei soggetti degli elementi materiali di una trasformazione sociale in atto che ha come sbocco l’espressione di una rivolta esistenziale. In assenza di queste condizioni un movimento politico può autodefinirsi rivoluzionario, ma non lo potrà mai essere concretamente proprio perché difetta dell’essenza rivoluzionaria che è percorso di coscienza indissolubilmente intrecciato alle rotture del vissuto materiale degli individui. Per questo tra i libri più amati e suggeriti di Primo spicca <em>Militanti politici di base</em> di Danilo Montaldi. Fuoriuscito dal Partito comunista nel 1963, dopo una militanza che datava dal 1952, Primo non ha mai appartenuto ad alcuna organizzazione politica del movimento, mentre con tutte ha saputo intrattenere rapporti, soprattutto sul piano culturale ed editoriale. Le aree teoriche a cui si riferiva erano principalmente quelle di derivazione operaista, anarchica e situazionista. A partire dalla metà degli anni Ottanta ha riservato inoltre una particolare attenzione alla produzione teorica cyberpunk, grazie al rapporto fraterno e quotidiano, di cui andava fierissimo, con i soggetti che hanno animato la rivista «Decoder» prima e la casa editrice Shake poi. La sua disponibilità al lavoro di servizio e consulenza culturale di qualsiasi tipo, per singoli o collettivi di movimento, è difficilmente comparabile. Primo apparteneva innanzitutto a se stesso e poi, indistintamente, a tutti coloro con cui decideva di intrattenere un rapporto. Proprio questa sua infinita generosità, questo suo donarsi a tutti, rende impossibile un’appropriazione della sua memoria da parte di qualcuno in specifico. Come è per l’aria, la memoria di Primo appartiene a tutti coloro che l’hanno respirata. E tra quei tutti non c’è nessuno che possa dire di non essere rimasto segnato da quel rapporto, fosse stato il più fugace.</p>
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<p id="viewer-9sas">Va bene adesso andiamo a fare due passi dice lui passiamo il ponte e poi scendiamo giù fino al torrente vi voglio fare vedere dove era il vecchio mulino lei è contenta di buonumore gli prende il braccio ridendo mentre scendono giù per il sentiero ripido verso il torrente incassato giù tra le rocce poi dietro viene il libraio mentre il biondo era rimasto un po’ più indietro perché era tornato indietro a prendere qualcosa la macchina fotografica forse e il sentiero è molto ripido sotto si vedono le rocce appuntite tra cui scorre l’acqua del torrente e sopra di noi c’è il grande ponte che ci sovrasta da una riva all’altra riva e alzando ancora più gli occhi si vedono le cime delle montagne vicine io credo che quella fascia generazionale lì che è quella del biondo dice il libraio mentre scendono giù per il sentiero credo che questi giovani che allora avevano 15 o 20 anni quando si trovano a fare questa scelta che matura tra il 71 e il 72 e che diventa negli anni successivi processo generale nelle fabbriche nelle scuole nelle parrocchie nei quartieri è come se avessero subìto una modificazione antropologica non trovo altro termine una modificazione culturale di sé irreversibile da cui non puoi più tornare indietro per questo poi questi soggetti più tardi dopo il &#8217;79 quando tutto finisce impazziscono si suicidano si drogano proprio per l’impossibilità e l’insopportabilità di essere riomologati perché gente come il biondo non può più tornare indietro da quella vicenda che nel &#8217;79 si rompe allora tutto si rompe tutto si è rotto però per rompere tutto occorre l’unione di tutti i partiti occorrono le forze armate occorre la magistratura occorrono tutti i mass media non è mai successo in uno stato moderno che ci voglia tutto questo spiegamento di forze per far fuori quella che viene definita una minoranza che invece era una maggioranza sociale un movimento di trasformazione di cui una parte ha subito una radicale modificazione antropologica come percezione del mondo delle emozioni del sesso della cultura del rapporto col denaro e quindi adesso se non sono impazziti restano ai margini o si appassionano per qualcosa che li riporta al loro passato come il biondo che è così appassionato adesso per l’idea di questo film.</p>
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<p id="viewer-2v13m">(Nanni Balestrini, <em>L’editore</em>, 1989).</p>
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<p id="viewer-7rhce">Primo non ha mai deflesso dal principio della solidarietà, dell’assistenza e del soccorso fattivo a favore di tutti coloro che avevano subìto, per ragioni politiche ma non solo, la repressione. E questo indipendentemente dalle sue personali convinzioni culturali e politiche. Lo sanno bene gli attuali ed ex prigionieri politici, lo sanno bene gli esuli. Ma lo sanno bene anche molti extra-legali, tossicodipendenti, perseguitati psichiatrici, omosessuali o transessuali, prostitute, molti anonimi ragazzi e ragazze «difficili» delle periferie. Perché questo era il «popolo» che Primo di più amava e difendeva e proteggeva, oltre che dalle istituzioni repressive anche dai pregiudizi moralistici, dai conformismi e opportunismi di tanta, troppa sinistra. Difficile è, per tutti noi, imitare il modello di comportamento solidale praticato da Primo perché esso aveva, come presupposto, lo sgombero mentale delle appartenenze ideologiche, familistiche, settarie, dei piccoli interessi privati. In questo Primo ha sicuramente attinto dalla tradizione storica rivoluzionaria più coerente a riguardo, quella anarchica: ogni gesto di insubordinazione al potere, cosciente o meno che sia, va difeso, sempre e comunque, dalla repressione che subisce.</p>
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<p id="viewer-7jdcr">Dopo il Sessantotto ho aperto un Club in via S. Maurilio che si chiamava «Si o Si Club». Un circolo pazzesco in un palazzo del Settecento che aveva il compito di recuperare nell’attività del tempo libero tutti indistintamente. Avevamo 600 commesse della Standa, 200 professionisti, 400 attori del Piccolo Teatro ecc. Facevamo tutto contemporaneamente. C’era ristorante, bar, teatro, cinema, reading di poesie con Fernando Pivano e Salvatore Passarella, Pino Franzosi. Un casino infernale dove si mischiavano borghesi, medio borghesi, proletari, sottoproletari, commesse, ostetriche dell’Ospedale Maggiore. Il risultato più appariscente è stato uno spettacolo un po’ matto «Off Off» durato tre giorni, organizzato da me e R. Dane dove il pubblico ha tentato di distruggere il teatro, la platea invasa da migliaia di scatolette di detersivi che signore impellicciate e impazzite ci lanciavano. Lo spettacolo era a ciclo totale. Gli attori recitavano già nell’atrio, nelle scale, nei palchi, a ruota libera, e ognuno, debbo dire, faceva «i cazzi suoi». C’erano dei momenti di grande violenza. Ghigo, che allora era veramente bravo, suonava una musica pazzesca e urlava: «Merda!», era un jazz di sottofondo intercalato dai ritmi del maggio francese. Il tutto incredibilmente rabbioso. A questo punto nel buio qualcuno ha cominciato a lanciare queste scatole di detersivi di cui era sommersa la sala, perché in ogni sedile ne avevano messe tre o quattro e le signore quando entravano dovevano togliere le scatole e tenersele addosso. Partita questa violenza di musica nel buio rischiarato da lampi di luci psichedeliche le signore salirono sulle poltrone e cominciarono a tirare con una violenza incredibile migliaia di scatolette. Poi il pubblico tentò l’assalto al palcoscenico con il padrone che voleva chiamare i vigili del fuoco. Nel finale due enormi strutture a forma di fallo gonfiato con il compressore, illuminate, partivano dal fondo della sala e arrivavano al palcoscenico dove sgonfiate con una catenella ritornavano a cadere in sala. C’era chi gli saltava addosso. Lo spettacolo è durato solo tre giorni perché il padrone del locale non voleva che si continuasse. Poi abbiamo aperto un cabaret politico con Roberto Brivio, ma questo non capiva molto per cui ci aveva stancato. Gli abbiamo detto: «Ti regaliamo questo cabaret, basta che non ci rompi più».</p>
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<p id="viewer-cq50">(Emina Cevro-Vukovic, <em>Vivere a sinistra</em>, 1975)</p>
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<p id="viewer-di57q">Primo era un autodidatta, e ne era orgoglioso. Nonostante la lunga militanza negli anni Cinquanta nel Partito comunista, la sua formazione culturale era grandemente eclettica. Ciò gli permise di comprendere, per esempio, l’esperienza pre-sessantottesca di Mondo Beat a Milano, quel che rappresentava e annunciava in termini di rivolta esistenziale socialmente dispiegata. Primo era tra i pochi che avevano una conoscenza approfondita della genesi e del contorto sviluppo delle culture e delle espressioni underground, sia in Italia che nel panorama internazionale. E di questo panorama oltre che studioso è stato anche protagonista. La scelta di radicare il proprio agire quotidiano all’interno dei luoghi dell’autoproduzione e dell’autogestione ne è la prova più lampante. Ma questo non significa che non avesse piena consapevolezza dei limiti e delle contraddizioni di quelle pratiche spesso legate a una visione semplicistica, rozza e autoghettizzante. Pur militando senza incertezze nelle strutture di base del movimento, non si faceva illusioni sulle difficoltà di questi anni. Non credeva alle scorciatoie delle forzature politiche. E rimarcava spesso il dramma determinato dallo scarto prodotto dal nuovo «piano del capitale» e la necessità di un duro e paziente lavoro di ricostruzione analitica delle nuove forme del dominio. Ma ancor di più aveva consapevolezza, grazie alla postazione di osservazione privilegiata che si era scelto, della vacua autoreferenzialità che molte situazioni di movimento abbracciavano per compensare alla difficoltà di elaborare un concreto sentire comune in una società decomposta e frammentata.</p>
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<p id="viewer-fnuv3">Cox 18 non è un luogo sociale a direzione politico-ideologica (verticale o orizzontale). È un «luogo sociale» e basta. In quanto tale non può che essere, nelle sue soggettività, anche espressione dei devastanti processi del potere che producono una umanità dolente e carica di disagio povero. Possiamo forse stimare (desiderare?) altri luoghi sociali con più precisi universi vitali politici e soggettivi; ma noi abbiamo «scelto» di tentare di «vivere», di convivere, con la composizione giovanile più «frantumata» della zona Sud della città. D’altronde non è forse vero che una grossa fetta dei centri sociali degli anni Ottanta si è più formata come «aggregazione sul disagio» che sul «progetto politico»? Questo ha voluto dire convivere con il malessere e frequentemente nutrirsi dei suoi veleni. Forse in Cox 18 abbiamo compiuto/subito una scelta di presunzione. Sicuramente non abbiamo mai avuto nessuna illusione di cambiare il mondo con le parole o con l’ideologia. Solo «sporcandosi» con il «reale» si può comprenderlo e, forse, cominciare a modificarlo (Primo Moroni, 30 giugno 1992).</p>
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<p id="viewer-bpvjq">Ho conservato queste righe scritte da Primo in un momento di drammatica emergenza perché credo siano una sintesi adeguata a rendere conto della sua scelta di vita consumata in una emergenza perenne. Emergenza non come «dedizione» agli ultimi nella versione pelosa dei cattolici, ma come scommessa rivoluzionaria sugli ultimi. Chi ha voluto denigrarlo in vita lo ha tratteggiato come un inguaribile innamorato degli emarginati, un «prete rosso». Primo non si è mai meravigliato di questa «critica», anzi, nella circostanza agitava, con ironia e malizia, il libro <em>Lettera a una professoressa</em> di don Milani. Primo è riuscito, nella sua condotta esistenziale quotidiana, a incarnare l’esempio di un compiuto «francescanesimo laico e ateo». L’umanità espressa da Primo ci mette al riparo dal ricatto cattolico, ma anche cristiano, sull’impossibilità dei comunisti e dei libertari di contemplare nella loro idealità e progettualità sociale il presupposto della pietas, perché Primo era, per sua stessa definizione, un comunista libertario. Primo ha testimoniato la necessità di condurre la lotta contemporaneamente sul fronte esterno della nemicità di classe e quello interno dell’ideologia come principale ostacolo a una qualsiasi definizione strategica di liberazione. Come dire la testimonianza della consapevolezza che il nemico oltre a marciare di fronte a noi marcia anche nella nostra testa. Indomita e senza tregua è stata infatti la lotta di Primo contro tutti i ceti politici rivoluzionari che ha incontrato sulla sua strada. E la memoria della condotta di vita di Primo sarà arma acuta per chi vorrà continuare la lotta anche contro tutta questa genìa miserabilmente innamorata del potere.</p>
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<p id="viewer-17kd7">Eternità. La concezione materialista dell’eternità consiste nel rinviare le azioni alla sola responsabilità di coloro che le compiono. Ogni azione è singolare, non influisce dunque che su se stessa e non rinvia a nient’altro che alle relazioni che essa determina e alla continuità dei rapporti che intrattiene con gli altri. Ogni volta che si fa qualche cosa, se ne accetta la responsabilità: questa azione vive per sempre, nell’eternità. Non si tratta di immortalità dell’anima ma di eternità delle azioni compiute. È l’eternità del presente vissuto a ogni istante trascorso: una pienezza completa, senza trascendenza possibile, sia logica che morale. È questa l’intensità dell’azione e della sua responsabilità. (&#8230;) Ognuno di noi è responsabile della propria singolarità, del suo presente, dell’intensità della vita che investe nella vecchiaia e nella giovinezza. Ed è questo l’unico modo di evitare la morte: occorre afferrare il tempo, tenerlo, riempirlo di responsabilità. Ogni volta che lo si perde a causa della routine, dell’abitudine, della stanchezza, della de- pressione o della rabbia, si perde il senso “etico” della vita. L’eternità è questo: la nostra responsabilità di fronte al presente, in ogni momento, in ogni istante (Toni Negri, <em>Esilio</em>, giugno 1997).</p>
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<p id="viewer-a7sjq">Insieme abbiamo studiato; progettato e realizzato libri e riviste, soggetti televisivi, sceneggiature cinematografiche; partecipato a conferenze, presentazioni e dibattiti; lavori di ricerca orale, sociale, sulla ristrutturazione produttiva. Abbiamo parlato di tutto per giorni e notti, scherzato, giocato. Abbiamo speso milioni al telefono parlando di cose politiche e personali, di grandi avvenimenti e di minuzie. Abbiamo viaggiato, fumato, mangiato bene e meno bene, bevuto lo stesso, ma molto di più. Dei miei cattivi maestri, tutti amati, sei stato comunque il più amato, perché il più buono, generoso, paziente, umile e gentile. Mi hai insegnato, senza mai fare l’insegnante, a capire che ciò che è più difficile nella vita è avere il coraggio di cambiare, di rinunciare, di ricominciare da capo, di non spostarsi di un millimetro dall’etica che si è scelta, neanche se ti sparano, perché comunque saresti destinato a essere ucciso lo stesso, ma senza onore. Mi hai fatto scoprire scrittori, poeti e raffinati pensatori. E insieme l’umanità ricca dei disperati, dei pazzi e dei reietti. Avevi le chiavi di tutte le loro case perché avevi le chiavi dei loro cuori. E di tutto questo amore che ti aleggiava intorno, che ti avvolgeva, sapevi dedicare cura infinita, perché avevi capito che lì stava il senso della tua esistenza, la dimostrazione che era possibile vivere in mezzo ai dannati senza essere contagiati dalla loro necessaria cattiveria. Mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de <em>L’orda d’oro</em>. Anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza del sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni Balestrini, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. Una catena di montaggio, come disse Sergio Bologna, che per una parte di questo lavoro ci ospitò nella sua casa. Poi, finita quell’avventura, via con un’altra, quella de <em>L’editore</em>. Già con <em>Gli invisibili</em>, e poi con <em>L’orda d’oro</em> avevamo contribuito a riaprire faticosamente dei piccoli pertugi in quell’industria culturale che era stata complice del massacro del movimento. Occorreva insistere, e Nanni in questo era segugio ostinato, tenace. Il materiale per il cuore de <em>L’Editore</em> lo abbiamo costruito registrando una lunga conversazione a ruota libera tra noi, Nanni e Giairo Daghini, nella sua casa svizzera a strapiombo su un dirupo di montagna. E come ci siamo divertiti nel simularci sceneggiatori del film che avrebbe ridato quell’onore che ancora si aspetta il compagno Osvaldo. E poi ancora, subito dopo, la tua allegria nell’annunciare che nell’orrida Milano, divenuta capitale dell’eroina e di uno yuppismo volgare, corrotto e degradante, avevi intuito che qualcosa stava per muoversi, per cambiare di segno. Era proprio da quei ragazzi punk, con cui già da anni avevi saputo dialogare e cooperare, che si annunciava una ripresa, resa esplicita dall’inversione culturale ed esistenziale che stavano operando: dal rifiuto totale del «no future», dalla paranoia del «Grande Fratello» alla teorizzazione del possibile uso sociale anticapitalistico delle nuove tecnologie. Con quanta prudenza, discrezione e rispetto hai saputo seguire lo sbocciare di questi nuovi fiori che ridavano una speranza che andava ben al di là del loro singolare destino. Con quanta dedizione hai costruito ponti tra quella loro inedita cultura e le altre antiche che certo più ti appartenevano. Questo era il tuo difficilmente imitabile stile di lavoro che non scindeva mai il personale dal politico, come il movimento del Settantasette, e più ancora quello femminista, ci ha insegnato. Ho cercato di raccogliere la sollecitazione che mi avevi dato, all’inizio del decennio che va chiudendosi, innanzitutto scongelandomi dalla condizione esistenziale di «esiliato interno». Poi, immaginando la possibilità della costruzione di uno strumento pubblico, di uno spazio pubblico. Una rivista quindi, la cosa più a portata di mano che credevo di poter fare perché per anni avevo spiato il lavoro tuo e degli altri miei cattivi maestri, cercando di capire e di imparare. E ancora, come sempre, ti ho trovato disponibile a discutere, a ragionare, a progettare un qualcosa che contenesse nei suoi segni e contenuti il senso di una trasformazione accaduta, terribile nelle sue conseguenze ma da affrontare con quel coraggio della speranza che solo può motivare l’andare avanti a guardare il mondo con la voglia di trasformarlo. Su questo progetto, alla fine di tanto ragionare le tue parole sono state poche, semplici e chiare. Sono state quelle che in copertina hanno annunciato la nascita di questa rivista: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo un nuova percezione del presente». Il resto delle tue parole dette riguardano invece qualcosa che va ben al di là di un annuncio, riguardano lo spirito del metodo, la sintesi di un modo di essere e di fare soggettivo e cooperativo: «Una rivista è uno spazio comune dove si riconoscono delle intelligenze unite nella differenza. La sua ricchezza è lo squilibrio delle esperienze e delle intelligenze soggettive». In tutti questi anni, davanti a incomprensioni, ad attacchi, denigrazioni e calunnie rivolte a questa nostra piccola esperienza, era mia consolazione e rassicurazione andarmi a rileggere quelle parole. E ho, e abbiamo, tirato dritto, fino a qui. E andrò, e andremo avanti ancora. È promesso. Queste righe scritte con tanta difficoltà e tanta sofferenza sono le prime che, da quando ti ho conosciuto, non posso sottoporre alla tua visione. E questo mi fa uno strano effetto di insicurezza, aggravato dalla consapevolezza di dover parlare pubblicamente della tua persona in un momento ancora così carico di delicatezza e di pudore. Ma sentivo di doverlo fare, e ce l’ho fatta, e mi va bene così, per adesso. L’elaborazione del tuo lutto, per me, come credo per tutti coloro che ti hanno conosciuto, è questione infinitamente più complessa, lunga e dolorosa. Ma forse mi è di aiuto la riflessione di Toni sulla morte e l’eternità.</p>
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<p id="viewer-3sgch">Maggio 1998</p>
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<p id="viewer-73msp">***</p>
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<p id="viewer-983t3">Sergio Bianchi ha lavorato per il cinema e la televisione. È stato tra i fondatori della rivista e poi della casa editrice DeriveApprodi. Ha curato diversi saggi sui movimenti politici degli anni Settanta.</p>
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		<title>Ludd, o il Sessantotto trascendente</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jul 2019 13:03:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti storici]]></category>
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<h2> <em style="font-size: 13px;">Anselm Jappe</em></h2>
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<p align="JUSTIFY">Tra il 1968 e il 1978 l’Italia, com’è noto, ha vissuto la più lunga stagione contestataria di tutti i paesi occidentali in quel periodo, mentre altrove “il Sessantotto” era generalmente tanto intenso quanto breve. Era anche l’unico paese dove le proteste videro una sostanziale partecipazione operaia e popolare. Allo stesso tempo, l’Italia ha dato un’elaborazione teorica tutta sua di quegli eventi e della loro novità: l’operaismo, le cui propaggini si estendono fino a oggi. In retrospettiva, l’operaismo e le organizzazioni da esso influenzate (Potere Operaio, Lotta continua, poi Autonomia operaia) sembravano occupare tutto lo spazio a sinistra del PCI, vista anche la scarsa importanza che ebbero maoisti e trotzkisti, diversamente dagli altri paesi europei. In effetti, esiste ormai una ricca letteratura sull’operaismo. Tuttavia, a margine c’erano altre correnti che si volevano più radicali e che si ispiravano soprattutto ai situazionisti francesi e alla tradizione anti-leninista dei Consigli operai. Questa piccola area di “comunisti eretici”, che spiccava più per lucidità che per impatto immediato sulle lotte sociali, va sotto il nome di “Critica radicale”. Il suo raggruppamento più importante fu Ludd. Benché sia esistito per appena un anno, dal 1969 al 1970, coinvolgendo solo alcune decine di persone, soprattutto a Genova e Milano, e ne rimangano essenzialmente tre bollettini e alcuni volantini, Ludd è diventato nel corso del tempo una “leggenda” per quegli ambienti della critica sociale che si richiamano alle idee situazioniste, oggi forse più numerosi che quarant’anni fa.</p>
<p align="JUSTIFY">Per la prima volta, una larga documentazione su Ludd e i suoi “precursori” è disponibile su carta stampata (il materiale era già disponibile sul sito nelvento.net). Un’utile introduzione di Leonardo Lippolis spiega il contesto storico. Quasi metà del libro è occupato da un saggio di 200 pagine di Paolo Ranieri, ex membro del gruppo, che mescola ricordi personali con commenti allo stato attuale del mondo, offrendo informazioni preziose, ma anche alcuni deplorevoli scivoloni. L’interesse principale risiede nella parte documentaria: documenti (soprattutto volantini) del Circolo Rosa Luxemburg, della Lega degli operai e degli studenti e del Comitato d’azione di lettere che si sono succeduti a Genova, nonché i tre bollettini di Ludd e i suoi volantini, con in più alcuni documenti interni.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli antecedenti si trovano in quei circoli che a partire dal 1960 si collocavano alla sinistra del PCI, dal quale si distanziavano sempre più nettamente: dapprima i <em>Quaderni rossi </em>di Panzieri, poi <em>Classe operaia</em>dove Antonio Negri e Mario Tronti gettavano le basi del futuro operaismo. Di fronte a quello che consideravano come una rottura ancora insufficiente con il leninismo, alcuni collaboratori di <em>Classe operaia </em>come Gianfranco Faina e Riccardo d’Este, futuri protagonisti di Ludd, ne uscivano per fondare il Circolo Rosa Luxemburg a Genova. Scoprivano la rivista francese <em>Socialisme ou Barbarie </em>(che aveva appena cessato di uscire), la cui figura centrale era Cornelius Castoriadis e che costituiva la punta più avanzata in Europa di una critica del leninismo e del progetto di un’“autonomia operaia” di fronte ai partiti e sindacati. A partire dalla fine del 1967, la situazione italiana si radicalizza rapidamente per culminare nell’”autunno caldo” del 1969: non solo nelle università, ma anche nelle fabbriche. La sinistra “extraparlamentare” passò da ultra-minoritaria a essere l’area più in sintonia con delle lotte che sfuggivano al controllo del PCI e della CGIL, e anche alle categorie interpretative tradizionali. Allo stesso tempo, il Maggio francese elettrizzò gli animi e comportò una maggiore diffusione delle tesi situazioniste, soprattutto la “critica della vita quotidiana”.</p>
<p align="JUSTIFY">Dai vari contatti nacque nell’estate 1969 “Ludd – Consigli proletari” in una riunione al Film Studio di Roma. Ebbe almeno quaranta partecipanti distribuiti tra Torino, Genova, Roma, Milano e Trento, tra cui si possono ricordare, oltre a Faina e d’Este, Giorgio Cesarano, Pier Paolo Poggio, Mario Lippolis, Piero Coppo, Eddie Ginosa, ma anche Mario Perniola (tutti maschi, come ricorda Ranieri nella sua introduzione che contiene anche molti spunti autocritici). Una sezione italiana dell’Internazionale situazionista si era già formata all’inizio di quell’anno e mantenne altezzosamente le distanze. Nello stesso anno si formavano anche Potere operaio e Lotta continua – oggetti di forte polemiche da parte di Ludd che li accusava di voler dirigere nuovamente dall’esterno la spontaneità proletaria, di avere dei “capi” e di essere disponibili a una “modernizzazione” o “democratizzazione” del capitalismo. Ludd invece mirava a una “rivoluzione totale” che includeva anche una rottura esistenziale a livello individuale con il modo di vita vigente: la rivoluzione della vita quotidiana.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/is-n_-1-luglio-1969_001_0001_jpg.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6055" title="is-n_-1-luglio-1969_001_0001_jpg" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/is-n_-1-luglio-1969_001_0001_jpg-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Il nome era già un programma: il movimento dei “luddisti”, gli operai inglesi che all’inizio del Ottocento distruggevano i telai meccanici, passava nella tradizione marxista come l’espressione di una tendenza infantile o reazionaria del nascente movimento operaio. Il libro dello storico inglese E. P. Thompson sulla formazione della classe operaia inglese, tradotto in italiano nel 1969, ne aveva invece rivelato l’importanza. Aveva ispirato il nome ai giovani rivoluzionari italiani. In generale, il loro orizzonte si muoveva tra marxismo e anarchismo, con uno spiccato interesse per il “consiliarismo”: quella tendenza eretica del movimento operaio che si rifà ai primi soviet e ai consigli durante la rivoluzione tedesca del 1919 nonché alle organizzazioni che ne continuavano il programma tra le due guerre, soprattutto in Germania e Olanda. In Italia questa tradizione di autoorganizzazione operaia fuori dai partiti e sindacati era del tutto assente e veniva scoperta attraverso la Francia. Divenne per Ludd (come per l’I. S.) uno spartiacque nella polemica contro l’operaismo nascente e le sue volontà “politiciste”.</p>
<p align="JUSTIFY">Ludd intervenne con volantini spesso sarcastici e improntati al pamphlet situazionista “Della miseria nell’ambito studentesco”, tra cui una progettata contestazione del festival di Sanremo. Ma il più notevole fu il volantino “Bombe, sangue, capitale” distribuito qualche settimana dopo la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e dove Ludd indicava – primi a farlo dopo il volantino “Il Reichstag brucia” della sezione italiana dell’I.S. – nello Stato il mandante della strage, in un momento in cui anche a sinistra regnava la più grande confusione.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma quello che può interessare maggiormente il lettore di oggi, perché meno legato al solo clima di quell’epoca, sono alcuni aspetti degli articoli più teorici del bollettino. Vi si ritrova anzitutto il rifiuto del lavoro e dell’”ideologia”. Gli autori, che si rivendicano «estremisti», constatano che ormai il proletariato è una categoria ben più vasta dei soli operai: l’alienazione e lo spossessamento si estendono alla vita intera, non solo al lavoro, sotto forma di una “colonizzazione della vita quotidiana”. Notano che ormai molti operai agiscono in modo del tutto diverso dai canoni del movimento operaio tradizionale. Ludd fa allora un elogio costante delle “lotte anti-economiche” del nuovo proletariato, del “sabotaggio”, della negazione tanto dell’economia quanto della politica, in nome del rifiuto dei “feticci della merce e del capitale”. La lotta di classe rimane un argomento onnipresente, ma assume i tratti di uno scontro generalizzato tra chi difende il modo capitalista di vivere e chi lo vuole abolire. Non la trasformazione graduale dell’esistente è l’orizzonte, ma la sua distruzione sotto forma di un’insurrezione, rifiutando tutte le mediazioni istituzionali. Ludd polemizza costantemente contro il militantismo e lo spirito di sacrificio: nell’azione rivoluzionaria, mezzo e fine, vita personale e azione collettiva devono coincidere (naturalmente, come ricorda l’introduzione, i membri di Ludd trovano grandi difficoltà a vivere veramente questa rottura e ne derivano forti frustrazioni e tensioni nel gruppo).</p>
<p align="JUSTIFY">Un’altra preoccupazione costante è l’opera dei “recuperatori” (il Movimento studentesco di Mario Capanna è uno dei loro bersagli preferiti) che vogliono canalizzare l’energia negativa del proletariato verso delle riforme, promuovendo al contempo il proprio statuto di leader – non si può negare un grande valore profetico a questi attacchi! Altre volte, le critiche appaiono alquanto ingenerose, per esempio quando; parlando di psichiatria, mettono Franco Basaglia e Ronald Laing nel novero dei “rivoluzionari parziali” che non fanno altro che rafforzare il sistema.</p>
<p align="JUSTIFY">Pur continuando a guardare all’operaio di fabbrica, Ludd elogia le nuove forme di opposizione al capitalismo: le rivolte dei neri negli USA, il sabotaggio, i saccheggi, l’assenteismo, l’illegalità, e anche la criminalità, la malattia mentale, la marginalizzazione. Come i situazionisti italiani, si entusiasmano per il sollevamento popolare di Battipaglia nell’aprile del ’69. Nel bollettino numero 3 (gennaio 1970), Piero Coppo, futuro antropologo e etnopsichiatra, espone una critica della medicina e della psichiatria come strumenti di dominio che critica la stessa antipsichiatria. Ma nonostante il nome, in Ludd si trova appena un inizio di una critica approfondita della scienza, della tecnologia e del regno degli esperti.</p>
<p align="JUSTIFY">Più sorprendente, vista la sua evoluzione successiva, è la partecipazione di Mario Perniola (che era stato in contatto diretto con i situazionisti francesi tra il ’66 e il ’69); il suo contributo sulla “creatività generalizzata” anticipa il suo libro <em>L’alienazione artistica</em>.</p>
<p align="JUSTIFY">Un particolare rilievo assume la figura di Giorgio Cesarano. Aveva già quarant’anni nel 1968, era poeta e faceva parte del mondo culturale milanese. La sua partecipazione agli eventi del ’68 lo scosse durevolmente (la sua elaborazione letteraria di quegli eventi sotto forma di diario, pubblicata nello stesso anno come <em>I giorni del dissenso </em>e<em> La notte delle barricate</em>, è stata riproposta nel 2018 dall’editore Castelvecchi, che ha ugualmente pubblicato uno studio di Neil Novello su Cesarano dal titolo<em>L’oracolo senza enigma</em>). Un suo saggio intitolato “L’utopia capitalista. Tattica e strategia del capitalismo avanzato nelle sue linee di tendenza” apparve nel terzo bollettino. In uno stile a volte pesante (in generale bisogna dire che a Ludd mancava lo stile brillante, caustico e spesso divertente dell’I. S.) vi espone delle idee sviluppate da lui negli anni successivi in <em>Apocalisse e rivoluzione </em>(Dedalo, 1973), <em>Manuale di sopravvivenza</em> (Dedalo 1974) e nell’incompiuta<em> Critica dell’utopia capitale </em>(Colibrì, 1993). Vi espone l’idea di una “rivoluzione biologica” che a partire dal corpo si opporrà a tutte le alienazioni, perfino al linguaggio.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel saggio su <em>Ludd</em>, Cesarano sottolinea il ruolo del credito: ormai è socializzato, cioè viene concesso ai proletari, e facilita l’invasione della merce in tutto lo spazio sociale. Lo sfruttamento non si limita più allora alla vendita della forza-lavoro, ma invade tutto lo spazio e tutto il tempo. A causa del debito il proletario è ancora più in ostaggio dei dominanti. Scrive: “Ciò che in realtà l’individuo consuma nella società capitalista è sempre e solo merce e cioè capitale, lavoro morto, organizzato in modo da riprodursi e da accrescersi, e che si riproduce e si accresce proprio nella misura in cui viene consumato”. L’accento messo sulla “merce” come categoria centrale della critica sociale era poi destinato a un importante futuro. La lotta di classe non si presenta infatti più nei termini tradizionali: “Il ribaltamento ideologico operato dai sociologi ‘operaisti’ di ridurre la portata del processo di proletarizzazione universale all’aspetto di una ‘operaizzazione’ di nuovi ceti, da affrontare nei termini di un’analisi sociologica di ‘ricomposizione di classe’, si rivela ormai per quello che è: l’ultimo trucco, l’ultima mistificazione per nascondere al proletariato se stesso”. Diventare proletari non significa dunque più diventare operai. Riprendendo spunti situazionisti, Cesarano afferma che il “proletariato non è più identificabile in entità sociali parcellizzate e statiche – ma poiché ‘o è rivoluzionario o è nulla’ è lo stesso movimento che tende verso la totalità”. (Una definizione talmente “soggettivista” del proletariato comporta, è chiaro, ugualmente dei problemi – ma aveva un’importante funzione in quel momento storico in cui l’operaio di fabbrica cominciava da un lato a perdere la sua centralità, e dall’altro il suo aspetto necessariamente rivoluzionario). Infatti, Cesarano propone di abbandonare “l’immobile personificazione del proletariato” e di valorizzare l’”eterogeneità delle masse che colmano i ghetti dei disadattati, le carceri, i manicomi”, di tutti coloro cioè che non sopportano più le condizioni di vita che vengono loro imposte. Ma questo significa – altra idea assai importante – che “quando la classe tende all’universale e universale si fa la proletarizzazione imposta dallo sviluppo capitalistico, il fronte della lotta di classe passa ormai all’interno delle persone”: se (quasi) ognuno può essere un po’ proletario, in cambio ognuno partecipa anche al dominio e ne riproduce i meccanismi (una conseguenza era, nei gruppi radicali, la ricerca spesso ossessiva e denunciatoria di atteggiamenti “borghesi” in se stessi o negli altri membri del gruppo).</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/superamento1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-6056" title="superamento1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/superamento1.jpg" alt="" width="241" height="254" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Cesarano articola la critica dell’ideologia che sottrae il significato a ogni atto della vita e del lavoro, ma anche della scienza che perde di vista la totalità. Bisogna far cadere tutta la divisione tra struttura e sovrastruttura (ideologia). Lui oppone, in modo poco dialettico, a dire il vero, il valore d’uso come l’aspetto vivo, da rivendicare, al valore di scambio come aspetto mortifero della produzione e si spinge molto lontano nella ricerca delle origini ultime dell’alienazione, in termini che ricordano talvolta la<em>Dialettica dell’illuminismo </em>di Horkheimer e Adorno: le trova nella preistoria, nel linguaggio e nella natura. “Prima che materializzarsi nel denaro, il valore di scambio si materializza, sacralizzato, nel sacrificio, nel mito, nel linguaggio come accumulazione seriale di significati”. La colonizzazione dei significati conta tanto quanto lo sfruttamento economico: “Qualsiasi forma di schiavitù, prima che misurabile in termini di quantificazione (termini di economia), è sempre qualificabile in termini di subordinazione dell’attività umana allo stato delle cose; così come qualsiasi forma di dominio, prima che quantificabile in termini di accumulazione di valore, è qualificabile in termini di gestione dei significati cui fa capo lo stato delle cose”. È allora logico che per Cesarano si deve arrivare alla “distruzione definitiva del regno delle cose” (qualunque cosa questo possa significare), ad opera della “spontaneità proletaria” fortemente elogiata.</p>
<p align="JUSTIFY">Questo tentativo di rintracciare le cause della non-vita contemporanea fino alla sua dimensione più profonda, biologica e linguistica, porta Cesarano a una febbrile attività di scrittura negli anni successivi, ma anche al suo tragico suicidio nel 1975.</p>
<p align="JUSTIFY">Nell’estate del 1970 Ludd decide di sciogliersi, senza drammi. L’incapacità di andare oltre la teoria e di implicarsi realmente nelle lotte collettive era uno dei motivi messi in avanti. I suoi membri più attivi continuano quasi tutti la critica sociale, ognuno a modo suo, e evitano le compromissioni con il sistema capitalistico cosi come con le organizzazioni “recuperatrici”.</p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a>Che cosa se ne può ritenere oggi, a parte il tassello che completa un quadro storico? Il Sessantotto mondiale, questa insurrezione contro il “vecchio mondo”, appare in retrospettiva ben diverso da quello che erano le intenzioni dei suoi protagonisti: ha prodotto non l’abbattimento della società borghese e capitalista, ma la sua modernizzazione. I contestatari hanno aiutato, volenti o nolenti, la società della merce a liberarsi di una serie di anacronismi e di superstrutture obsolete e incrostate, laddove i suoi stessi gestori non erano in grado di operare un tale aggiornamento. Questo fatto è ormai risaputo. Molti si sono accontentati dei cambiamenti – d’altronde grandi – che il “capitalismo progressista” ha introdotto negli anni settanta in tutte le sfere sociali. Ma come in ogni rivoluzione, c’erano stati i momenti dell’”assalto al cielo” in cui sembrava possibile di volere tutto, non soltanto delle briciole. La poesia, ma anche una parte dell’importanza perdurante di questi picchi della storia risiede in quella ricerca dell’assoluto, che sia realizzabile o no. Ludd, per quanto minoritario, e con tutti i suoi limiti, faceva parte di questi “momenti trascendenti” della storia di cui possono nutrirsi i ribelli ancora per diverse generazioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Progetto Critica radicale</p>
<p align="JUSTIFY"><em>La critica radicale in Italia: Ludd 1967-1970</em></p>
<p align="JUSTIFY">Nautilus, Torino 2018</p>
</div>
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		<title>COMPLICANZE «SPETTACOLARI»</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2015 16:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Guy Debord]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Bertelli]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Massari]]></category>
		<category><![CDATA[Situazionismo]]></category>

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		<description><![CDATA[   Roberto Massari Produrre ancor oggi qualcosa di originale su ciò che Debord ha scritto o fatto, è un&#8217;impresa molto ardua. Apparentemente tutto su di lui è stato detto, tutto di lui è stato letto e visto, mentre il suo nome si conferma sempre più come un contrassegno simbolico di un&#8217;epoca: gli anni delle avanguardie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3></h3>
<div id="post-body-2223122100495129885">
<table cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td><a href="http://1.bp.blogspot.com/-KgwPPVyJG0U/VS1Zt0hYf0I/AAAAAAAAA1c/R-CB7Yeys9I/s1600/debord-e-il-situazionismo-revisited-punto-della-situazione-n.-1.jpg"><img src="http://1.bp.blogspot.com/-KgwPPVyJG0U/VS1Zt0hYf0I/AAAAAAAAA1c/R-CB7Yeys9I/s1600/debord-e-il-situazionismo-revisited-punto-della-situazione-n.-1.jpg" alt="" width="295" height="400" border="0" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td><em> </em></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div>
<h3> Roberto Massari</h3>
</div>
<div></div>
<div>Produrre ancor oggi qualcosa di originale su ciò che Debord ha scritto o fatto, è un&#8217;impresa molto ardua. Apparentemente tutto su di lui è stato detto, tutto di lui è stato letto e visto, mentre il suo nome si conferma sempre più come un contrassegno simbolico di un&#8217;epoca: gli anni delle avanguardie e del ribellismo presessantottesco.</div>
<div>Il nome di Debord è oggi più noto di quanto non lo fosse vent&#8217;anni fa e spesso, nella cronaca giornalistica, rimpiazza ingiustamente il nome del movimento di cui egli fu controverso alfiere: il Situazionismo. Resta il fatto, però, che il ritmo storicamente sempre più vorace con cui si consumano mode e riti letterari, ha reso impossibile un&#8217;assimilazione reale dei contenuti della sua battaglia. Quasi nulla del suo messaggio affiora nel mondo della politica istituzionale (anche della più radicale, contestatrice o alternativista), ma nulla o quasi anche nel mondo che viene ipocritamente definito «dell&#8217;antipolitica», benché sarebbe più corretto parlare di mondo dell&#8217;antiparlamentarismo e dell&#8217;antipartitocrazia.</div>
<div>La verità è che ben poco è stato assimilato persino negli ambienti che operano con buone intenzioni anticapitalistiche o antisistemiche, travolti ingenuamente dal crollo delle ideologie tradizionali e ancora incapaci di elaborare il lutto.</div>
<div>Attende Debord un destino simile a quello di altre icone eversive novecentesche: la società dello spettacolo (quella reale e non quella letteraria) si sta impadronendo della sua opera, della sua vita e del suo messaggio &#8211; peraltro così «spettacolarmente» conclusi col suicidio del 1994. In lingue e traduzioni varie fioriscono libri su libri, articoli su articoli, via via ingarbugliando intuizioni che sarebbero invece fondamentali per una comprensione critica della nostra epoca.</div>
<div></div>
<div>A leggere o rileggere il suo capolavoro del 1967 (la <em>SdS</em>)<sup><strong>1</strong></sup>, si può verificare agevolmente che quelle intuizioni erano relativamente semplici nella loro essenzialità e nella loro formulazione apodittica (cioè autoevidente, ma per questo anche indiscutibile); mentre complicata era e tale rimane la cornice complessiva all&#8217;interno della quale erano inserite. Non c&#8217;è dubbio che si fatica a seguire il filo del discorso, come ho potuto verificare di nuovo e concretamente alcuni anni fa quando, con scarso successo, feci dei corsi sulla <em>SdS</em> e i <em>Commentari</em> per dei giovani. Forse un po&#8217; meglio è andato il mio tentativo di rendere comprensibili (quindi sintetizzabili, trasmissibili e linguisticamente semplificabili) le idee portanti della critica debordiana alla società spettacolare, come ho fatto nel breve saggio/compendio che redassi per un convegno su Debord (L&#8217;Aquila, 2008 &#8211; qui in appendice). Confesso che, accingendomi a quel lavoro, mi chiedevo se la sintesi mi sarebbe riuscita, ammesso che fosse possibile.</div>
<div>La complicanza principale è rappresentata dal fatto che la costruzione concettuale della <em>SdS</em> è fortemente <em>asistematica</em>. I temi si accavallano; abbondano i salti logici; il gusto dell&#8217;aforisma sostituisce il dovere della dimostrazione e la formulazione assiomatica l&#8217;indagine deduttiva; continuo è il ricorso a calembour, assonanze linguistiche e in genere a giochi di parole che lasciano interdetto il lettore, oscurando il processo formativo di concetti peraltro veri, affascinanti, futuribili.</div>
<div>Non ci si lasci ingannare dalla struttura per Tesi: espediente procedurale tradizionale in campo filosofico, che qui denota una parentela diretta con lo stile di Ludwig Wittgenstein nel <em>Tractatus logico-philosophicus</em> del 1918-22. Nonostante il titolo, anche questo rappresenta una sfida letteraria alla coerenza logica, tanto da prestarsi a seconda degli autori a letture epistemologiche, gnoseologiche, estetiche, etiche, di filosofia del linguaggio e perfino mistiche. In alcune parti non matematiche (per es. 1.1-2.023, 2.04-2.14) o quando affronta il rapporto tra linguaggio e realtà, ci si ritrova davanti alla procedura per aforismi e assiomi tipica della <em>SdS</em>, a parte i diversi termini di riferimento: uguale è l&#8217;intenzione apodittica, comune il tono «oscuro» delle connessioni (il disordinato intreccio di tematiche), esplicita l&#8217;ambizione (presunzione?) di creare un sistema «superiore» di analisi del rapporto linguaggi/pensiero. È stata colta anche una possibile affinità tra i due:</div>
<div>
<blockquote><p>«La ricognizione wittgensteiniana dello spazio linguistico basata sulla pratica esplorativa dei giochi di linguaggio non sembra lontana nella sostanza dal tentativo debordiano di ripensare lo spazio urbano attraverso modalità inconsuete di esperirlo. In questo senso, la sperimentazione di Wittgenstein <em>sul</em> linguaggio si configura come una sorta di deriva…»<sup><strong>2</strong></sup>.</p></blockquote>
</div>
<div>Senza voler sminuirne il ruolo, va detto che se la <em>SdS</em> ha fornito un contributo imperituro alla storia del pensiero, lo ha fatto soprattutto con le sue grandi e lungimiranti intuizioni, <em>in assenza pressoché totale di dimostrazioni</em> &#8211; concettuali, logiche o storiche &#8211; e <em>senza una «bibliografia» ragionata</em> di corredo. Si capisce che il campo di letture propedeutiche debordiane è immenso, con predilezione per autori marxisti, anarchici o comunque del movimento operaio. A parte la mole di riferimenti a Marx, seguìto da Bakunin e Hegel, compaiono più o meno fugaci accenni al pensiero di Erodoto, Machiavelli, Novalis, Bossuet, Feuerbach, Stirner, Engels, Hilferding, Ebert, Bernstein, Luxemburg, Lenin, Parvus, Trotsky, Eastman, Lukács, Korsch, Rizzi, Ciliga, Lyssenko, Freud, Kierkegaard, Burckhart, Cohn, Mumford, Gabel, Boorstin.</div>
<div>Con l&#8217;eccezione di Joseph Gabel (1912-2004) &#8211; autore de <em>La fausse conscience: essai sur la réification</em>, del 1962, e di altri scritti sull&#8217;alienazione, da Marx alle moderne concezioni della schizofrenia &#8211; l&#8217;unico di questi autori che abbia attinenza diretta con la materia trattata da Debord è il Daniel Joseph Boorstin (1914-2004) di <em>The Image: A Guide to Pseudo-events in America</em>, del 1962. Per il resto, silenzio assordante su tutti coloro che hanno affrontato in epoca moderna (novecentesca) le tematiche della spettacolarizzazione sociale, dell&#8217;invasione consumistica, della massificazione nella comunicazione con la nascita dei suoi nuovi media, della rappresentazione immaginifica eteroindotta e sostitutiva della realtà, dell&#8217;inflazione pubblicitaria, della falsa rappresentazione (tele)visiva ecc.</div>
<div>Tralasciando il contributo di studiosi ipernoti e funzionali per l&#8217;apologia del sistema (valga per tutti Marshall McLuhan), resta il fatto che Debord tace su almeno due studiosi radicali francesi che furoreggiavano in campo filosofico e sociologico negli anni della sua maturazione teorica: autori che conosceva bene e che avevano già elaborato importanti contributi proprio sui temi essenziali della futura <em>SdS</em>. Si tratta ovviamente di Henri Lefebvre (1901-1991) e di Edgar Morin (n. 1921).</div>
<div>Al momento della stesura della <em>SdS</em>, del primo erano usciti due volumi della trilogia <em>Critique de la vie quotidienne</em> (1947, 1961, 1981). E qui importa rilevare l&#8217;ampiezza di tematiche del secondo volume pertinenti per il discorso debordiano, come la distinzione tra bisogno e desiderio, la nuova configurazione del consumatore di massa, la «colonizzazione della vita quotidiana» (espressione che Lefebvre riprende dall&#8217;<em>Internationale Situationiste</em> n. 6/1961, citando esplicitamente Debord) e molto altro. Lefebvre era stato membro dell&#8217;IS e vi aveva esercitato una notevole influenza. Poi il litigio e la separazione: ragion per cui Debord non volle riconoscere il debito teorico gigantesco che aveva contratto con lui.</div>
<div>Non accennare a Morin in un libro sulla spettacolarizzazione sociale è come non citare Umberto Eco in un libro di antisemiotica. Anche in questo caso, all&#8217;origine vi erano stati dissapori per le critiche che Morin, come direttore della rivista <em>Arguments</em> (1957-1962), aveva rivolto dapprima al gruppo di <em>Socialisme ou Barbarie</em> e poi agli eredi raccolti nell&#8217;IS.</div>
<div>Da notare che l&#8217;autore de <em>L&#8217;esprit du temps</em> (Grasset, 1962) all&#8217;epoca era già considerato il padre nobile della sociologia delle comunicazioni di massa, e comunque il principale studioso delle culture di massa: un terreno &#8211; come oggetto di studio dell&#8217;antropologia della società industriale &#8211; nel quale Debord affonda le mani, estraendone quei frutti eversivi e antisistemici che erano invece mancati nell&#8217;elaborazione moriniana. Il debito, comunque, restava e le affinità tra i due sono state messe in rilievo più volte. Per es. da studiosi come Christopher Lasch (1935-1994)<sup><strong>3</strong></sup> o Anselm Jappe (n. 1962)<sup><strong>4</strong></sup>.</div>
<div>Del resto è lo stesso Debord che nel suo film <em>Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps</em>, del 1959, aveva preso a prestito da Morin<sup><strong>5</strong></sup> linguaggio e concetti nella pubblicità <em>detournée</em> di un sapone in cui era fatta apparire Anna Karina (futura celebre attrice e poi moglie di Jean-Luc Godard) per esemplificare il discorso situazionista sul fenomeno delle star (lo <em>star system</em>)<sup><strong>6</strong></sup>.</div>
<div>Altra complicanza è data dall&#8217;assenza nella <em>SdS</em> di una polemica frontale (esplicita) con la <em>forma-partito</em>. Non si parla del suo ruolo essenziale nella formazione delle caste statali o variamente istituzionali, distinte dalle caste burocratico-manageriali che produce lo sviluppo economico del capitalismo. Eppure sono le caste partitiche che incarnano più di chiunque altro la spettacolarità sociale, traendone il massimo vantaggio.</div>
<div>Ciò non è più vero unicamente per i regimi totalitari (lo stalinismo è ricordato da Debord), ma investe globalmente i paesi industrialmente avanzati (Italia in primis). Tra le feconde intuizioni debordiane è assente il rapporto che lega la spettacolarizzazione della vita sociale alla statalizzazione degli apparati (burocratici, sindacali, partitici, culturali ecc.).</div>
<div>Più promettente a tale riguardo è il discorso di Vaneigem quando definisce il processo di specializzazione politica come «forma» d&#8217;integrazione nella logica del sistema:</div>
<div>
<blockquote><p>«Quando un politicante si esprime in modo tonto, meschino o ingannevole in un discorso pubblico… questa Forma, questa maniera d&#8217;essere e di reagire non provengono unicamente da lui stesso, ma gli sono imposte dall&#8217;esterno»<sup><strong>7</strong></sup>.</p></blockquote>
</div>
<div><em>[TORNEREMO SUL TEMA NEL PUNTO DELLA SITUAZIONE N. 2 </em>(r.m.)<em>]</em></div>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div id="ftn*">
<div>Testo scritto per il non-convegno situazionista di Sesta Godano (19 settembre 2014) e inserito nel volume in corso di stampa: <em>Debord e il Situazionismo revisited. Punto della Situazione n. 1</em>, a cura di Antonio Saccoccio, con testi di Scuro, Saccoccio, Ricaldone, Peccolo, Nobile, Massari, Marchi, Bertelli, Bandini, Balice, Amico (Bolsena 2015, 224 pp.).</div>
<div id="ftn1">
<div><strong>1</strong> Così citerò d&#8217;ora in avanti l&#8217;edizione de <em>La società dello spettacolo</em> che pubblicai come Massari editore nel 2002 (a cura di Pasquale Stanziale) e della quale è in circolazione la terza ristampa (del 2008).</div>
<div id="ftn2">
<div><strong>2</strong> Luca Lupo, <em>Filosofia della Serendipity</em>, Guida, Napoli 2012, p. 30.</div>
<div id="ftn3">
<div><strong>3</strong> <em>The Minimal Self: Psychic Survival in Troubled Times</em>, del 1984 [<em>L&#8217;io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un&#8217;epoca di turbamenti</em>, Feltrinelli, 2004, p. 185].</div>
<div id="ftn4">
<div><strong>4</strong> <em>Guy Debord. Essai</em> (édition revue et corrigée par l&#8217;auteur), Éditions Denoël, Paris 2001, pp. 93-7 [Manifestolibri, 2013].</div>
<div id="ftn5">
<div><strong>5</strong> Edgar Morin, <em>Les stars</em>, Seuil, 1957, p. 111.</div>
<div id="ftn6">
<div><strong>6</strong> Guy Debord, <em>Œuvres</em>, Gallimard, Paris 2006, p. 482-3. Cit. da Gabriel Ferreira Zacarias, «La vedette, &#8220;représentation spectaculaire de l&#8217;homme vivant&#8221;», Revue <em>Ad Hoc</em>, n. 1, luglio 2012.</div>
<div id="ftn7">
<div><strong>7</strong> Raoul Vaneigem, <em>Trattato di saper vivere ad uso delle nuove generazioni</em>, a cura di P. Stanziale, Massari editore, Bolsena 2004, p. 113.</div>
<div>Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: <a href="http://www.utopiarossa.blogspot.com/">www.utopiarossa.blogspot.com</a></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
</div>
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		<title>Il paradosso situazionista</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Oct 2013 17:03:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
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		<description><![CDATA[Ciò che è vivo e ciò che è morto &#160; Il paradosso situazionista  Mario Perniola Che cos’è il movimento situazionista? Occorre innanzitutto precisare che cosa s’intende per «movimento situazionista» e per «situazionismo». Si possono intendere tre cose differenti. La prima è l’Internazionale situazionista, un gruppo d’avanguardia artistico-politica che si è costituito in Italia a Cosio d’Aroscia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;">Ciò che è vivo e ciò che è morto</span></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;">Il paradosso situazionista</h2>
<p style="text-align: right;"><strong> <span style="font-family: 'Times New Roman';">Mario Perniola</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/10/situazionismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3873" title="situazionismo" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/10/situazionismo-300x262.jpg" alt="" width="300" height="262" /></a>Che cos’è il movimento situazionista?</strong></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;">Occorre innanzitutto precisare che cosa s’intende per «movimento situazionista» e per «situazionismo». Si possono intendere tre cose differenti. </span></span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';">La prima è l’Internazionale situazionista, un gruppo d’avanguardia artistico-politica che si è costituito in Italia a Cosio d’Aroscia (Cuneo) nel luglio 1957 e si è dissolto nell’aprile 1972. Questa è stata un’associazione chiusa, cui hanno partecipato complessivamente nei quindici anni della sua esistenza 70 persone (63 uomini e 7 donne). La pratica delle esclusioni e delle dimissioni fece sì che nel gruppo fossero contemporaneamente presenti non più di una decina di membri. Il leader del gruppo è stato il francese, di origine italiana per parte di madre, Guy Debord (1931-1994) che ha svolto un ruolo egemonico per tutto il periodo della sua esistenza. La frequenza delle espulsioni (45 membri su 70 furono espulsi), unitamente alla pratica delle «rotture a catena» e al dogmatismo esasperato per cui le affermazioni di ognuno impegnavano anche tutti gli altri, conferì a questo gruppo quel carattere settario cui sono sempre stato refrattario: perciò nel periodo in cui fui in stretto rapporto con loro (tra il 1966 e il ’69) non entrai a farvi parte. Il gruppo produsse tra il giugno 1958 e il settembre ’69 dodici numeri di una rivista, il cui direttore fu sempre Guy Debord. L’Internazionale situazionista ha fin dall’inizio rifiutato di riconoscersi nel termine «situazionismo», attribuendo a questa parola un significato negativo: essa, infatti, sarebbe stata connessa col ricupero da parte del mercato artistico delle produzioni dei membri del movimento.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';">Nel mio testo <em>I situazionisti </em>(Castelvecchi, 2005) ho raccontato la storia di questo gruppo artistico-politico.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';">Altra cosa invece è la storia della ricezione e dell’influenza che l’Internazionale situazionista ha avuto sul maggio francese del 1968, sulla cultura e sulla controcultura dei decenni successivi. Bisogna pertanto distinguere i situazionisti (cioè i membri dell’Internazionale situazionista) dai situs, che sarebbero quanti hanno sostenuto e sviluppato le prospettive situazioniste al di fuori dell’Is. Fino al ’66 l’Is era conosciuta da pochissime persone: io venni a conoscenza della sua esistenza in occasione della <em>Décade </em>sul surrealismo che si tenne presso il Centre Culturel International di Cerisy-la-Salle (10-18 luglio 1966). Nel dicembre dello stesso anno scoppia lo scandalo di Strasburgo, che è la prima manifestazione della contestazione studentesca in Europa. Con due compagni mi precipito in auto a Strasburgo, dove osservo con una certa amarezza e disappunto che l’accordo tra i situazionisti e gli studenti locali si è già incrinato e nel mese successivo si rompe definitivamente: segue una serie di accuse e insulti reciproci. Questa piccola vicenda è indicativa perché anticipa uno dei tratti caratteristici della mentalità rivoluzionaria dell’epoca: la tendenza a mettere sotto accusa e a escludere con critiche infamanti e insulti chi non sarebbe degno di fare la rivoluzione.</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;">C’è infine un terzo aspetto da considerare: gli individui da cui era formata l’Internazionale situazionista. Questi erano molto diversi tra loro e ben pochi sono stati coloro che si possono considerare «geniali», se appunto questa era una condizione di appartenenza (Is IX, 43). Tra chi ne fece parte nel primo periodo indubbiamente geniali furono l’artista danese Asger Jorn e l’architetto olandese Constant. In seguito la personalità di Debord ha marcato il movimento. Si tende generalmente a porre l’accento sul rapporto di Debord </span></span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;">col suo tempo, mentre si trascura il suo rapporto con la tradizione culturale e con la geografia. In un atlante inglese degli anni Trenta Debord ha indicato gli autori che sono stati importanti per la sua formazione culturale, divisi per nazione. Alcuni sono segnati in lettere capitali: tra questi l’Ecclesiaste, Tucidide, Dante, Machiavelli, Montaigne, Bossuet, Cervantes, Shakespeare, Stendhal, Hegel, Marx, Novalis. Vale a dire buona parte del canone occidentale. Questo ancoramento nella tradizione è ciò che distingue Debord dai situs, unitamente a un culto della precisione e della forma che appartiene a ciò che Nietzsche chiamava «il grande stile», quanto mai estraneo al vitalismo spontaneistico e comunicativo che caratterizzò la contestazione e la controcultura della sua epoca.</span></span></span></span></span></span></p>
<p>Quando si parla di movimento situazionista, esistono pertanto tre soggetti: il gruppo Internazionale situazionista, che ha prodotto la rivist omonima; l’insieme dei simpatizzanti (i situs); e infine Guy Debord, senza il quale il movimento non sarebbe esistito.</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;"><strong>Debord è «riuscito»? </strong></span></span></span></span></span></span></p>
<p>Quale destino storico si suppone possa avere avuto Debord, il pensatore più estremista della seconda metà del Novecento? Uno che si definiva «nato virtualmente rovinato» (D 1661), «dottore in niente», amico dei ribelli, completamente estraneo e aspramente ostile al mondo dell’università, dell’editoria, del giornalismo, della politica, dei media e di qualsiasi tipo di lavoro, grande spregiatore dello Stato, dell’economia, della Chiesa, dell’arte e di tutte le istituzioni esistenti, per di più in guerra costantemente col mondo intero? Chi avrebbe predetto a un simile individuo una fine oscura e miserevole sarebbe stato facile profeta. Eppure sarebbe stato un falso profeta. Perché il 29 gennaio 2009 gli archivi di Debord, che era morto quindici anni prima, sono proclamati dal ministro della Cultura della Repubblica Francese dell’epoca, Christine Albanel, «tesoro nazionale»: e in quanto tali accolti nella Bibliothèque Nationale de France. Dunque Debord avrebbe raggiunto la massima «riuscita» inimmaginabile, specie se si considera che essa proviene da quello Stato la cui distruzione egli auspicò con estremo accanimento senza mai alcuna esitazione.</p>
<div class="Sect"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;">Consideriamo la questione da un punto di vista più serio. La vera domanda riguarda, per adoperare l’interrogativo che Benedetto Croce si poneva a proposito di Hegel, «ciò che è vivo e ciò che è morto» del pensiero di Debord. Quanto i testi di Debord possono essere utili alla critica radicale del capitalismo odierno? Quella che mi sembra superata è una teoria rivoluzionaria che consideri come opposizione fondamentale (in termini marxiani <em>Hauptwiderspruch</em>) quella tra borghesia e proletariato. Il nuovo spirito del capitalismo tende a eliminare tanto l’una quanto l’altro.La prima perché il mantenimento delle categorie socio-professionali è troppo costoso e il neoliberismo non è più disposto a pagare il cosiddetto «salario dell’ideale»: il primo colpo al vecchio ordinamento è assestato con la distruzione del sistema universitario, la liberalizzazione delle professioni colte, l’eliminazione delle piccole imprese e del piccolo commercio e gli ostacoli posti alla mobilità sociale verticale attraverso il capitale umano. Il neoliberismo non ha più bisogno di una classe media, né di un bagaglio di conoscenze, né di saper-fare diffusi e generalizzati. Esso mira altresì all’abolizione del proletariato attraverso la marginalizzazione dei sindacati, la precarizzazione del lavoro e la deindustrializzazione. Ne deriva che quanto in Debord appartiene ancora all’eredità della tradizione dei Consigli operai mi sembra debba essere lasciato da parte.</span></span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;">Ci sono però molte altre cose in Debord che meritano, anzi obbligano a una <em>lettura integrale </em>della sua opera. Per esempio, è importante chiarire il malinteso che riguarda il rapporto tra Debord e la contestazione studentesca del ’68. Sul suo esito positivo Debord non si fece nessuna illusione, come risulta dalle lettere che mi scrisse proprio nel maggio. A luglio di quell’anno, quando fui con lui e altri situazionisti a Bruxelles, mi parve già evidente che esisteva uno iato tra lui e lo spontaneismo insurrezionale del gauchisme. Nei tempi successivi mi sono reso conto che la ragione di quello iato fosse da ricercare nella confusione tra autoritarismo e autorevolezza. Debord è sempre stato critico del primo, ma ovviamente non poteva accettare di essere considerato lui stesso come autoritario per il semplice fatto di avere delle idee ben precise e saperle scrivere! Perciò tendo a credere che egli sia stato una vittima del gauchisme</span></span></span></span></span></span> <span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;">– non diversamente da Adorno. </span></span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;">Un altro punto d’importanza decisiva è l’attenzione che egli dedica in un testo del 1971, <em>La planète malade</em>, alle trasformazioni del capitali</span></span></span></span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">s</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;">mo: questo <em>«non può più sviluppare le forze produt</em><em>tive […] qualitativamente</em>, ma solo <em>quantitativamen</em><em>te</em>» (D 1065). Così cogliendo con molto anticipo un aspetto fondamentale del mondo attuale, che si rivela oggi di estrema attualità. Quando il capitalismo non riesce a fornire più nulla di <em>qualitati</em><em>vamente valido</em>, la spinta progressiva da cui è nato, e che ha ancora mantenuto fino agli anni Settanta del Novecento, si è completamente esaurita. Oggi avviene proprio ciò che Debord descrive: per la società dello spettacolo «solo il quantitativo è il serio, il misurabile, l’effettivo; il qualitativo non è che l’incerta decorazione soggettiva o artistica del vero reale stimato al suo vero prezzo. Per il pensiero dialettico al contrario […] il qualitativo è la più decisiva dimensione dello sviluppo reale». L’ottimismo scientifico del XIX secolo è crollato: «Oggi la paura è ovunque, e non se ne uscirà che confidando sulle nostre proprie forze» (D 1069). Puntare sul qualitativo sembra perciò l’unica strategia possibile. A chi considera questa strategia come una manifestazione di passatismo, bisogna ricordare che «l’essere assolutamente moderno» è diventato la legge speciale proclamata dal tiranno</span></span></span></span></span></span>!<span style="font-size: small;"><span style="font-family: 'Times New Roman';">In conclusione, in cosa consiste il paradosso situazionista? Nell’avere portato contemporaneamente all’estremo i due opposti orientamenti del-la modernità: l’uno verso l’eccellenza, la lotta peril riconoscimento, la competizione; l’altro versol’egualitarismo, il livellamento, la negazione delledifferenze. Il progresso dipende dalla capacità ditrovare un punto di equilibrio tra queste due istanze.</span></span></div>
<h5><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #e87909;"><span style="color: #293647;"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: x-small;"><em>Testi citat</em>i<br />
D = Guy Debord, <em>Œuvres</em>, Gallimard, Parigi, 2006.<br />
Is = <em>«Internationale situationniste» 1957-1969</em>, Fayard,<br />
Parigi, 1997.</span></span></span></span></span></span></span></h5>
<p style="text-align: right;"><em><strong>  </strong></em><span class="article_separator"><em><strong>da Alfabeta 2</strong></em><br />
</span></p>
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		<title>La Comune non è morta</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 09:01:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti storici]]></category>
		<category><![CDATA[Autogestione]]></category>
		<category><![CDATA[Consigli operai]]></category>
		<category><![CDATA[Gay-Lussac]]></category>
		<category><![CDATA[La Comune]]></category>
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		<category><![CDATA[Situazionismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Internazionale Situazionista Alle barricate di Gay-Lussac, gli Arrabbiati in testa, abbiamo lanciato l&#8217;attacco : ah, dio fottuto, che festa! Si gioiva sul selciato vedendo il vecchio mondo andare in fiamme. Tutto questo ha provato, Carmela, che la Comune non è morta, tutto questo ha provato, Carmela, che la Comune non è morta. Per farsi luce, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Internazionale Situazionista</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/2c8e9dc2193080c7aeb86b39ed3ed2ca_medium.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-708" title="2c8e9dc2193080c7aeb86b39ed3ed2ca_medium" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/03/2c8e9dc2193080c7aeb86b39ed3ed2ca_medium-300x205.jpg" alt="2c8e9dc2193080c7aeb86b39ed3ed2ca_medium" width="300" height="205" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Alle barricate di Gay-Lussac,<br />
gli Arrabbiati in testa,<br />
abbiamo lanciato l&#8217;attacco :<br />
ah, dio fottuto, che festa!<br />
Si gioiva sul selciato<br />
vedendo il vecchio mondo andare in fiamme.</p>
<p style="text-align: center;">Tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta,<br />
tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta.</p>
<p style="text-align: center;">Per farsi luce, i combattenti<br />
davano fuoco alle automobili:<br />
un fiammifero, e avanti,<br />
poesia del petrolio.<br />
E bisognava vedere i celerini<br />
farsi arrostire il culo!</p>
<p style="text-align: center;">Tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta,<br />
tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta.</p>
<p style="text-align: center;">I blouson noirs politicizzati<br />
hanno preso la Sorbona.<br />
Per contestare e sfasciare<br />
non avevan paura di nessuno.<br />
Realizzandosi la teoria,<br />
Abbiam saccheggiato i commercianti.</p>
<p style="text-align: center;">Tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta,<br />
tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta.</p>
<p style="text-align: center;">Quel che produci ti appartiene,<br />
solo i padroni rubano.<br />
Farti pagare a un negozio<br />
è pigliarti per il culo.<br />
Aspettando l&#8217;autogestione<br />
si farà la critica del selciato.</p>
<p style="text-align: center;">Tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta,<br />
tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta.</p>
<p style="text-align: center;">Tutti i partiti, i sindacati<br />
e la loro burocrazia<br />
opprimono il proletariato<br />
al pari della borghesia.<br />
Contro lo Stato e i suoi alleati<br />
formiamo dei consigli operai.</p>
<p style="text-align: center;">Tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta,<br />
tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta.</p>
<p style="text-align: center;">Il Consiglio per l&#8217;Occupazione<br />
sputava sui trotzkisti,<br />
sui maoisti e altri stronzi,<br />
sfruttatori degli scioperanti.<br />
Alla prossima scorrerà il sangue<br />
dei nemici della libertà.</p>
<p style="text-align: center;">Tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta,<br />
tutto questo ha provato, Carmela,<br />
che la Comune non è morta.</p>
<p style="text-align: center;">Ora che gli insorti<br />
tornano a sopravvivere,<br />
alla noia, al lavoro forzato,<br />
alle ideologie,<br />
noi semineremo per il piacere<br />
altri fiori di maggio da cogliere.</p>
<p style="text-align: center;">Tutto questo per provare, Carmela,<br />
che la Comune non è morta,<br />
tutto questo per provare, Carmela,<br />
che la Comune non è morta.</p>
]]></content:encoded>
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