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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Spagna</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Elezioni politiche spagnole 20 Dicembre 2015: quali prospettive dalla caduta del bipartitismo?</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2015 11:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Catalogna]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Dorato]]></category>
		<category><![CDATA[Paesi Baschi]]></category>
		<category><![CDATA[Podemos]]></category>
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		<category><![CDATA[Spagna]]></category>

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		<description><![CDATA[Lorenzo Dorato Domenica 20 Dicembre si sono tenute le elezioni politiche nazionali in Spagna. Il risultato vede un sostanziale equilibrio di forze il cui esito in termini di formazione di un possibile governo rimane ancora molto incerto. Al Partido Popular è andato il 28,7% dei consensi, al Partido Socialista Obrero il 22%, a Podemos il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="post-body-3878476680545622723">
<div>
<div><a href="http://3.bp.blogspot.com/-gzrQH8PdLIw/Vn-7KEfZYOI/AAAAAAAAAkA/pVvQCGK0ekI/s1600/Mappa%2Bantica%2BSpagna.jpg"><img src="http://3.bp.blogspot.com/-gzrQH8PdLIw/Vn-7KEfZYOI/AAAAAAAAAkA/pVvQCGK0ekI/s400/Mappa%2Bantica%2BSpagna.jpg" alt="" width="400" height="305" border="0" /></a></div>
</div>
<div></div>
<div></div>
<div><em><strong>Lorenzo Dorato</strong></em></div>
<div></div>
<div>Domenica 20 Dicembre si sono tenute le elezioni politiche nazionali in Spagna.</div>
<div>Il risultato vede un sostanziale equilibrio di forze il cui esito in termini di formazione di un possibile governo rimane ancora molto incerto.</div>
<div>Al Partido Popular è andato il 28,7% dei consensi, al Partido Socialista Obrero il 22%, a Podemos il 20,6%, a Ciudadanos il 13,9, a Unidad Popular (Izquierda Unida) il 3,67%. Sotto al 3% (a livello nazionale) le forze nazionaliste catalane, basche e galiziane.</div>
<div>Il primo elemento che risalta è ovviamente la decisa rottura del bipartitismo PPE (Partido Popular espanol) &#8211; PSOE (Partido Socialista Obrero Espanol). Il bipartitismo ha segnato in Spagna più che in altri paesi europei la storia degli ultimi 30 anni confermando la &#8220;deriva anglosassone&#8221; assunta dalla vita politica dei paesi continentali e mediterranei dagli anni &#8217;90 in poi, in concomitanza con il consolidamento di politiche sempre più uniformi gestite da una classe politica omogenea divisa al suo interno da elementi prevalentemente formali.</div>
<div>
<a name="more"></a><br />
La storia spagnola è in realtà peculiare, poiché elezioni democratiche rappresentative e pluripartitiste si svolgono dal 1975 dopo la morte di Francisco Franco. Già dagli anni &#8217;80 si sviluppa un bipartitismo forte soltanto appena scalfito dai miglior risultati elettorali del Partido Comunista e poi di Izquierda Unida dopo il 1986, con circa il 10% dei consensi.<br />
Ma l&#8217;affermazione del bipartitismo dell&#8217;omogeneità sostanziale tra i due partiti ha luogo a partire dalla fine degli anni &#8217;80 &#8211; primi anni &#8217;90 quando il Partido Socialista Obrero assume in modo definitivo una deriva neo-liberale contraddicendo alcuni spunti di politica interna socialdemocratica realizzati invece nel corso degli anni &#8217;80.</div>
<div>Da allora, la cosiddetta alternanza tra PPE e PSOE ha significato la realizzazione di due varianti di una stessa politica economica, quella stabilita dal trattato di Maastricht del 1992, imposta dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale del 1988 e confermata dai successivi trattati e direttive europee in tema di politiche fiscali e industriali. In una parola: il paradigma neo-liberale.</div>
<div>La doppia legislatura di Aznar 1996-2004 diede un colpo definitivo al già avviato smantellamento dell&#8217;impresa pubblica, dello Stato sociale e dei diritti dei lavoratori. A ciò si aggiunse una politica estera disastrosa appiattita sugli interessi nord-americani che trascinarono la Spagna nel conflitto afghano e in modo unilaterale (fuori dalla cornice ONU) nella guerra contro l&#8217;Iraq. Seguirono 8 anni di governo PSOE di Zapatero, salutato da molte sinistre confusionarie europee come momento rivoluzionario di rottura, in realtà variante culturale libertaria dell&#8217;applicazione del paradigma neo-liberale in piena continuità con la politica economica del precedente periodo.</div>
<div>L&#8217;ottennio di Zapatero si è caratterizzato per la continua enfasi data ai provvedimenti di stampo liberale in materie cosiddette &#8220;etiche&#8221; (diritti omosessuali, aborto etc), mentre silenziosamente si dava attuazione ad un programma economico di precarizzazione del mercato del lavoro e liberalizzazione finanziaria all&#8217;insegna della terza via Blairiana e del superamento (oltre che pratico anche esplicitamente ideologico) della socialdemocrazia tradizionale novecentesca. Allo stesso tempo si concedeva crescente spazio ai nazionalismi regionali con l&#8217;approvazione di un nuovo statuto speciale per la Catalogna e l&#8217;approfondimento delle disuguaglianze territoriali.</div>
<div>La profonda crisi in cui l&#8217;economia spagnola è precipitata dal 2008 con una forte crescita della disoccupazione, ha segnato il successivo passaggio di governo a favore di un nuovo quasi-ottennio del Partido Popular questa volta liderado da Mariano Rajoy. Stessa musica, stesse politiche neoliberali, al di là delle apparenze estetiche e delle differenze stilistiche di esecuzione.</div>
<div>Il governo Rajoy altro non ha fatto che gestire gli anni dell&#8217;approfondimento delle politiche di austerità europea in piena concordanza con quanto avvenuto in tutti gli altri paesi (in particolare i cosiddetti PIIGS).</div>
<div></div>
<div>E arriviamo così ad oggi, in una Spagna afflitta da una crisi economica di gravissime proporzioni con un tasso di disoccupazione che nel 2013 aveva toccato il livello impressionante del 25,7% per poi ridiscendere appena sotto al 24% nel 2014 e attorno al 22-23% nel 2015. Un paese economicamente e socialmente allo stremo, in cui i governi hanno reagito alla crisi applicando pedissequamente le misure di austerità volute dall&#8217;Unione europea che hanno aggravato di anno in anno la situazione. Il tutto nel contesto di una generale pregressa deindustrializzazione già in corso dagli anni &#8217;80 e &#8217;90 che ha reso il tessuto produttivo spagnolo estremamente fragile e vulnerabile. Questo quadro generale è reso ancora più precario da una frammentazione interna sempre più esasperata dalle pulsioni del nazionalismo regionale, culminate nel tentativo di dare alle elezioni regionali catalane di Settembre 2015 un significato di referendum su una possibile secessione.</div>
<div>In questo clima complessivo nascono e si consolidano i due partiti alternativi alla dinamica bipartitista: Podemos e Ciudadanos.</div>
<div>Il primo, espressione politica della protesta contro le misure di austerità e la crisi economica e sociale raccolta nel movimento degli Indignados nato dalla manifestazione del 15 Marzo 2011.</div>
<div>Il secondo, espressione di una protesta anti-corruzione, contro i vecchi partiti, ma di stampo schiettamente liberista.</div>
<div>Podemos si presenta, quindi, come movimento di critica del capitalismo, in particolare del capitalismo attuale nella sua forma neo-liberale, ma come vedremo, appare segnato da contraddizioni e debolezze programmatiche non secondarie.</div>
<div>Ciudadanos si presenza invece come la versione pulita e rinnovata del liberismo più puro, andando, in tale direzione, ben oltre il programma economico degli stessi Ppe e Psoe.</div>
<div>
<div><a href="http://3.bp.blogspot.com/-X3bn2iaDFlE/Vn-7WuiUO6I/AAAAAAAAAkI/5EQe23quVNk/s1600/Elezioni%2BSpagna%2Bpartiti%2B.jpg"><img src="http://3.bp.blogspot.com/-X3bn2iaDFlE/Vn-7WuiUO6I/AAAAAAAAAkI/5EQe23quVNk/s400/Elezioni%2BSpagna%2Bpartiti%2B.jpg" alt="" width="400" height="226" border="0" /></a></div>
</div>
<div>Vale la pena spendere qualche parola in più sulla natura e il programma politico di Podemos, sul destino di Izquierda Unida al cospetto dell&#8217;ascesa di questa nuova forza e sulle prospettive di una possibile discontinuità, quanto meno nei termini dell&#8217;esistenza di un&#8217;opposizione forte, nella vita politica spagnola.</div>
<div>Podemos nasce come movimento che unisce elementi di critica generalista &#8220;contro la corruzione e la vecchia politica affarista&#8221; in nome di una nuova iper-democrazia partecipata, ad un&#8217;impostazione di critica più approfondita dei meccanismi economici della società capitalistica. Non a caso una parte cospicua dei suoi fondatori proviene dalla formazione movimentista trotzkista &#8220;izquierda anticapitalista&#8221;. In un certo senso quindi può essere inquadrato come una via di mezzo tra il nostrano movimento cinque stelle e un partito di sinistra anticapitalista radicale contemporaneo.</div>
<div></div>
<div>La sua forza, che lo ha portato ad ottenere in pochi anni il successo elettorale attuale, è stata quella di portare argomenti di protesta di buon senso in modo non settario nel dibattito pubblico, sfruttando un linguaggio capace di fare breccia non solo sui gruppi sociali tradizionalmente ideologizzati ma anche su strati più larghi di popolazione esasperata da anni di crisi economica e incapacità reattiva dei governi.  Lo ha fatto usando argomenti populisti, non c&#8217;è dubbio! Ma il populismo, utilizzato oggi come categoria dispregiativa per colpire chiunque metta in discussione il paradigma dominante, è invece una cosa ottima se, sfruttando argomenti facilmente comprensibili, riesce a portare sul terreno del consenso immediato tematiche significative e sostanziali.<br />
Podemos, nel marasma delle sue variegate proposizioni politiche, ha anche portato alcuni argomenti sostanziali rilevanti e condivisibili di critica della società capitalistica, delle ingiustizie sociali, delle disuguaglianze economiche, della perdita di sovranità della politica rispetto agli interessi di una ristretta oligarchia etc etc&#8230;</div>
<div>La debolezza e carenza di Podemos non è quindi di certo il suo &#8220;populismo&#8221;.</div>
<div>La sua grave debolezza è invece proprio l&#8217;evanescenza di alcuni punti programmatici, la fortissima volubilità su importanti questioni (in questo è evidente una certa somiglianza con il movimento 5 stelle) e infine alcune posizioni di fondo fortemente discutibili su temi delicati, quali la forma di Stato della Spagna e il ruolo dell&#8217;Unione europea.</div>
<div>Podemos, nel complesso, appare come una forza politica figlia della destrutturazione sociale in cui versano i paesi europei da ormai trent&#8217;anni. Contraddizioni programmatiche; assenza di una visione solida e stabile della società e dei rapporti economici; dichiarazioni politiche che oscillano continuamente in direzioni diverse a seconda della mera opportunità elettorale; idea apparentemente assemblearista di un&#8217;impossibile iper-democrazia telematica del tutto contraddetta da scelte stabilite da un gruppo di potere inevitabilmente ristretto; concezione libertaria assoluta nella cosiddette questioni etiche, senza la dovuta problematizzazione di alcuni aspetti più complessi.<br />
Un mix di elementi che richiamano la tipica impostazione del partito &#8220;liquido&#8221; post-moderno, privato di riferimenti forti, contenuti coerenti e strategie di lungo periodo.</p>
<div><a href="http://4.bp.blogspot.com/-S0gBd1xebTI/Vn-9F5jM8vI/AAAAAAAAAkc/7DnHoJOfuwk/s1600/postmoderno.jpg"><img src="http://4.bp.blogspot.com/-S0gBd1xebTI/Vn-9F5jM8vI/AAAAAAAAAkc/7DnHoJOfuwk/s640/postmoderno.jpg" alt="" width="640" height="370" border="0" /></a></div>
</div>
<div>Scendendo nei contenuti politici più rilevanti, emergono in particolare almeno due aspetti molto problematici:</div>
<div></div>
<div>1- In primo luogo l&#8217;atteggiamento nei confronti dell&#8217;appartenenza della Spagna all&#8217;Unione europea. Podemos ha nel merito un approccio molto ambiguo che parte dall&#8217;idea di proporre misure sociali in buona parte del tutto condivisibili, palesemente incompatibili con l&#8217;appartenenza ai trattati europei  per creare così una frizione inevitabile che possa portare in qualche modo ad un processo di contrattazione in seno alla stessa UE per una modifica dei trattati che renda possibile l&#8217;attuazione delle suddette politiche. Ebbene si tratta dello stesso approccio usato da Syriza in Grecia che purtroppo sappiamo come sia pietosamente finito. E non per cattiva volontà da parte di Tsipras e compagnia, ma per l&#8217;oggettivo rapporto di forza di un solo paese in seno all&#8217;Unione europea. Pensare di far partire un processo di contrattazione tra paesi in un sistema blindato che per una modifica dei trattati prevede l&#8217;unanimità è quanto meno estremamente ingenuo e può essere al limite considerato come obiettivo di lungo periodo. Ha senso fare proposte sociali di rottura con l&#8217;ordine costituito senza porsi il problema di come svincolarsi nell&#8217;immediato (o comunque in un&#8217;ottica di breve periodo) dai trattati UE? Senza affrontare il problema delle possibili alleanze intra ed extra europee per rendere tale percorso politicamente, economicamente e, all&#8217;estremo, militarmente sostenibile?</div>
<div></div>
<div>2- La seconda criticità è l&#8217;atteggiamento nei confronti della struttura istituzionale dello Stato. Si apre qui un tema spinoso su cui da anni le forze di sinistra spagnole e internazionali commettono un grave errore di interpretazione e lettura della realtà. Dopo 40 anni di dittatura franchista centralista che pose fine a qualsiasi velleità autonomistica delle regioni spagnole più inquiete (Catalogna e Paesi Baschi), la restaurazione della democrazia rappresentativa si accompagnò ad una drastica riforma istituzionale che previde la creazione di uno Stato delle autonomie con un forte decentramento. A seguire l&#8217;intensità delle autonomie è stata via via incrementata fino a fare della Spagna uno dei paesi a più alto grado di decentralizzazione del potere in Europa (anche in relazione alle competenze economiche), con conseguenze non trascurabili in termini di crescente disuguaglianza tra le diverse aree del paese. La richiesta di ulteriori autonomie economiche, in particolare negli ultimi anni, si è spinta in Catalogna fino alla minaccia di apertura di un processo secessionista che è stato tuttavia simbolicamente bocciato dagli elettori nelle elezioni regionali del 27 Settembre di quest&#8217;anno, quando il 47,8% dei votanti (corrispondente al 38% degli aventi diritto) ha optato per l&#8217;alleanza secessionista. Un numero notevole, ma lontano dalla maggioranza semplice.</div>
<div>Negli ultimi decenni l&#8217;esistenza del sistema delle autonomie ha dato spazio a fermenti separatisti, divisioni culturali, sciovinismi nazionalisti locali che hanno minato anche culturalmente l&#8217;unità nazionale politica della Spagna.</p>
<div><a href="http://3.bp.blogspot.com/-X_WUSoVtWxY/Vn_Bwt3_EeI/AAAAAAAAAkw/WicHce3e7hk/s1600/Spagna%2Bautonomie.png"><img src="http://3.bp.blogspot.com/-X_WUSoVtWxY/Vn_Bwt3_EeI/AAAAAAAAAkw/WicHce3e7hk/s400/Spagna%2Bautonomie.png" alt="" width="400" height="336" border="0" /></a></div>
</div>
<div>I partiti di sinistra, in nome di un malinteso complesso culturale post-franchista (come a voler continuare a compensare all&#8217;infinito l&#8217;ormai lontano quarantennio di centralismo) hanno dato spazio all&#8217;idea di una possibile Spagna federale senza comprendere che il federalismo è il cavallo di battaglia ideale del capitalismo e della frammentazione territoriale, confondendo le sacrosante rivendicazioni culturali (difesa delle particolarità linguistiche e delle tradizioni locali) con la decentralizzazione delle competenze fondamentali dello Stato. Questa impostazione &#8220;decentralizzatrice&#8221; maniacale trova la sua massima espressione simbolica irrazionale nell&#8217;uso della locuzione &#8220;Stato spagnolo&#8221; in luogo di &#8220;Spagna&#8221; da parte della sinistra movimentista politicamente corretta. Si può dire &#8220;Francia, Italia, Grecia, Germania&#8221;, ma non &#8220;Spagna&#8221;, ignorando 500 anni di storia politica, basata tra l&#8217;altro proprio sul riconoscimento, ben più che altrove, delle mille particolarità delle diverse componenti di un paese così ricco di differenze.</div>
<div>Podemos si spinge ben oltre questa impostazione e, sull&#8217;onda di una malintesa applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli, aderisce addirittura all&#8217;idea di consentire un referendum ai catalani sulla secessione. Si tratta di un precedente molto pericoloso in grado di produrre un effetto domino che potrebbe travolgere la Spagna in quanto Stato unitario e che darebbe spazio alle pulsioni dei nazionalismi che stanno da decenni minacciando in molte aree del mondo l&#8217;esistenza di Stati politici  a favore di Stati presuntivamente etnici (con grande soddisfazione dell&#8217;imperialismo del divide et impera ben espresso dalle direttive del Washington Consensus).<br />
In questione è il concetto stesso di sovranità. Chi è sovrano all&#8217;interno di uno Stato nazionale politico, per giunta esistente da 5 secoli come entità collettiva unica? Se sovrane diventano le collettività territoriali locali è evidente che viene meno il principio di sovranità dello Stato politico in quanto luogo della rappresentanza democratica e popolare. E&#8217; possibile pensare che una minoranza (ad esempio la collettività catalana) prenda una decisione sul futuro territoriale dell&#8217;intero Stato senza che il resto della cittadinanza esprima il suo parere?</div>
<div>Peraltro porre la questione in questi termini nel momento in cui le elezioni regionali hanno dimostrato che solo poco più di un terzo della popolazione catalana desidera esplicitamente l&#8217;indipendenza, appare anche insensato politicamente.</div>
<div></div>
<div>In termini più generali occorre rilevare ancora due importanti aspetti che riguardano l&#8217;ascesa di Podemos e impongono una riflessione nel merito:</div>
<div>1- In primo luogo l&#8217;enorme spazio mediatico concesso a Podemos da quando si è affermata come possibile nuova forza politica nello scenario spagnolo. Molti canali televisivi hanno riportato continue interviste a Pablo Iglesias, garantendo una sua presenza costante nei dibattiti, e trasmettendo notizie costanti sul nuovo movimento politico, in termini mai visti fino ad oggi per un partito di opposizione. Un tale spazio mediatico mai e poi mai è stato concesso a Izquierda Unida e al Partito Comunista.</div>
<div>Come nel caso del movimento 5 stelle, la forte mediatizzazione è stata allo stesso tempo accompagnata da un&#8217;operazione simultanea di sovraesposizione e critica/demonizzazione a seconda della catena televisiva. Il risultato, in ogni caso, è stato la fortissima presenza sui media, esattamente come nel caso del movimento 5 stelle nel 2012-2013.</div>
<div>2- Inoltre Podemos nasce esattamente nel periodo storico in cui tutti i sondaggi prevedevano un deciso rafforzamento di Izquierda Unida, in un periodo di forte crisi economica del paese e di crollo del consenso attorno ai due partiti del bipolarismo PPE e PSOE. L&#8217;onda crescente di Podemos ha senza dubbio determinato il drastico ridimensionamento di Izquierda Unida in una fase di enorme crescita potenziale.</div>
<div>Ovviamente tutto ciò non toglie meriti alla dirigenza di Podemos e alla sua capacità di raggiungere livelli di consenso notevoli, né deve portare a ragionamenti complottistici sul ruolo di tale forza politica.<br />
Tuttavia, le debolezze contenutistiche, l&#8217;evanescenza programmatica, l&#8217;aspetto destrutturato, alcuni salti in avanti molto pericolosi su questioni politiche e sociali delicate, e infine le circostanze mediatiche che ne hanno permesso il rapido sviluppo del consenso, lasciano sorgere forti dubbi sul reale grado di &#8220;disturbo&#8221; e preoccupazione che una simile formazione politica è in grado di determinare nel sistema di potere dominante.</p>
<p>Come nel caso del movimento cinque stelle il vero rischio è che si tratti di un diversivo tollerato in un&#8217;epoca di vuoto in cui le alternative alla gestione ordinaria dell&#8217;economia neo-liberale vengono incanalate in percorsi alternativi privi tuttavia di forza trasformatrice.<br />
Naturalmente è del tutto lecito sperare il contrario, cioè che le debolezze e le incongruenze di un simile partito possano essere ricomposte in un orizzonte politico dotato di prospettive. Ma, stando a molte premesse, i dubbi sono forti!</p>
<p>Da parte sua, Izquierda Unida, paga senza dubbio il successo elettorale di Podemos. Ma la sua marginalizzazione in termini di consenso è un fenomeno di lungo periodo dovuto sia all&#8217;ostracismo nell&#8217;esposizione mediatica, sia alla difficoltà di trasmettere parole d&#8217;ordine politiche forti (problema  evidentemente comune a quasi tutte le sinistre politiche in Europa).<br />
Il rischio che il successo di Podemos ipotechi per lungo tempo il protagonismo di Izquierda Unida nella scena politica è molto alto. Questo senza dubbio è un colpo duro alla possibilità di crescita di una realtà che, con tutti i suoi limiti errori, carenze e fughe post-moderne, presenta una struttura partitica consolidata e una visione politica più solida e coerente.</p>
<div><a href="http://1.bp.blogspot.com/-E6eZW_Lg9g4/Vn-9vqgkixI/AAAAAAAAAkk/xO96qM2yyBA/s1600/Proteste%2BTrabajo.jpg"><img src="http://1.bp.blogspot.com/-E6eZW_Lg9g4/Vn-9vqgkixI/AAAAAAAAAkk/xO96qM2yyBA/s640/Proteste%2BTrabajo.jpg" alt="" width="640" height="425" border="0" /></a></div>
<div></div>
<p>Il vero problema, in ogni caso, in Spagna, come in Italia e altrove in Europa, è quello di dare una vera prospettiva di discontinuità programmatica alla caduta del bipartitismo che si va affermando in molti paesi europei. Al momento in tutti i paesi tale vuoto è stato colmato alternativamente da forze di estrema destra (Francia, Inghilterra), da partiti liquidi destrutturati (Italia) o da forze di sinistra totalmente risucchiate, contro i propri stessi propositi, dalla pressione delle politiche dominanti (Grecia).</p>
<p>Al momento la situazione in Spagna resta bloccata. Le possibilità di formazione di un governo sono molto incerte. Una coalizione tra PPE e Ciudadonos ideologicamente più omogenei nella forma e nella sostanza non arriverebbe alla maggioranza. Una grande coalizione PPE-PSOE è sicuramente l&#8217;ipotesi più favorevole per le oligarchie economiche e per l&#8217;Unione europea, ma è estremamente difficile che si realizzi poiché, a dispetto della forte convergenza programmatica sostanziale, rimane, in Spagna più forte che altrove, un senso di appartenenza indentitario dell&#8217;elettorato che va al di là delle reali politiche compiute dai partiti. Un&#8217;alleanza tra PSOE e Podemos, molto difficile per la divergenza su punti chiave come il referendum catalano difeso da Podemos e rifiutato dal PSOE, non arriverebbe comunque a raggiungere la maggioranza. Un&#8217;aggiunta di Ciudadanos a questo instabile duetto darebbe ulteriore instabilità e difformità e, in ogni caso, sposterebbe un simile governo su posizioni economiche esplicitamente neo-liberali.<br />
Il rischio di nuove elezioni appare quindi abbastanza elevato. Nelle prossime settimana si avrà un responso al riguardo.</p>
<p>L&#8217;unica certezza è la drammatica situazione economica e sociale che la Spagna sta vivendo da anni, dalla quale non può esservi via di uscita senza un cambiamento deciso delle politiche economiche. Cambiamento che presuppone come logica premessa una drastica messa in discussione dei trattati europei e la seria presa in considerazione della possibilità di uscita dall&#8217;Unione. Un passaggio gestibile in modo meno traumatico se concordato con altri paesi europei che si trovano oggi in condizioni simili, a partire da quelli mediterranei.</p>
<p>http://radicamenti-koinonia.blogspot.it/2015/12/elezioni-politiche-spagnole-20-dicembre.html</p></div>
</div>
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		<title>Spagna: la sinistra che dice NO all&#8217;Euro e rivendica la sovranità monetaria</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 11:44:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[BCE]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Europa di Maastricht]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Monereo]]></category>
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		<description><![CDATA[USCIRE DALL’EURO*La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 class="post-title entry-title"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/05/No-euro.png"><img class="wp-image-3669 alignleft" title="No euro" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/05/No-euro.png" alt="" width="233" height="263" /></a><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;">USCIRE DALL’EURO*</span></span>La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del   pubblico.</h3>
<div style="text-align: left;" dir="ltr">
<p>    La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del   paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2.300 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico crescente di quasi mille miliardi di euro e che si avvicina al 100% del PIL,. Sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.</p>
<p>Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.</p>
<p>Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.</p>
<p>Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.</p>
<p>Come non poteva essere diversamente, l’arretratezza e la debolezza dell’economia spagnola rispetto ad altri paesi e la rigidità assoluta imposta dall’euro hanno condotto durante gli anni 2000 a un deficit della bilancia dei pagamenti a causa di una spesa corrente opprimente. Si sono registrati squilibri insostenibili, come pure è accaduto ad altri paesi come la Grecia e il Portogallo, catturati nella stessa trappola. Nei 14 anni trascorsi dalla creazione dell’euro nel 1999 fino alla fine del 2012, il deficit estero accumulato è stato di quasi 700 miliardi di euro, che si è dovuto finanziare indebitandosi con l’estero. Gli enti creditizi e le imprese spagnole hanno chiesto più di altri mille miliardi di euro di risorse per i propri piani d’investimento all’estero, specie in America Latina.</p>
<p>Fino all’anno 2008, in cui si è manifestata la crisi finanziaria internazionale, a causa delle agevolazioni straordinarie dei finanziamenti, il paese ha vissuto un sogno, come drogato, alimentando la bolla immobiliare e estraneo ai problemi che si erano generati. In quell’anno, tutto è cambiato radicalmente, i mercati finanziari di sono chiusi, dai canali non fluiva liquidità e la situazione di ciascun debitore è stata esaminata con rigore. Con il brusco cambiamento nella posizione debitoria della nostra economia nei confronti dell’estero, i passivi lordi sono passati da 540 miliardi a fine del 1998 a 2.200 miliardi nel 2008, il paese è entrato in fallimento ed è sopravvenuta una profonda recessione che a tutti gli effetti è ancora vigente.<br />
<span style="color: #444444;"><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><br />
Il settore pubblico ne ha risentito profondamente da allora, incorrendo in un deficit esorbitante a causa della drastica caduta delle entrate, rafforzata dall’esplosione della bolla immobiliare. Lo Stato, sul quale finiscono per scaricarsi tutte le tensioni delle amministrazioni pubbliche, ha avuto necessità di centinaia di milioni di euro, ottenuti con l’emissione di debito pubblico nei mercati interni ed esterni, di fronte all’impossibilità di finanziare direttamente per mezzo delle propria autorità monetaria. Alla fine del 2007, il debito circolante dello Stato era di 307 miliardi di euro, il 37% del PIL. Alla fine del 2012 era salito a 688 miliardi, il 65% del PIL, e continua ad aumentare in corrispondenza dell’evoluzione deficitaria dei conti pubblici.</span></span></span></p>
<p>Da quando è stata ammessa la crisi, la politica economica ha mantenuto alcuni tratti di base inamovibili. La perdita di competitività dell’economia spagnola è servita come scusa per applicare rigorosamente le ricette neoliberiste e si è cercato di compensare con il cosiddetto “aggiustamento interno”, un processo diretto a diminuire i salari e favorire i licenziamenti per diminuire il prezzo delle merci e dei servizi spagnoli, dal momento che la via naturale e storica della svalutazione della moneta è impedita dall’euro. Restrizioni, controriforme del lavoro e tagli continui marcano la politica degli ultimi anni. D’altro canto, la cosiddetta austerità si è imposta brutalmente nella politica fiscale, come esigenza dei poteri economici, facendo della lotta contro il deficit pubblico il talismano ingannevole della soluzione alla crisi.</p>
<p>Questa politica ha prodotto una retrocessione sociale molto dolorosa, ha dato un impulso incontenibile alla crescita della disoccupazione e, cosa fondamentale, è inutile. Il paese scivola senza freni e precipita in un baratro profondo. Gli agenti determinanti della crisi continuano intatti, quando non peggiorano. I passivi esteri non possono diminuire senza che si registri un eccedente nella bilancia di pagamento, cosa praticamente irraggiungibile per un’economia abbastanza demolita e scarsamente competitiva, e il pesante carico di debito pubblico non smetterà di crescere fino a quando non si diluisca il deficit pubblico, cosa che lo stesso governo non riesce a scorgere. La sfiducia è generale.</p>
<p><strong>La società è ad un crocevia</strong></p>
<table class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;" href="http://4.bp.blogspot.com/-8Q_LpieBg-Q/UZbBfUggCqI/AAAAAAAAKI8/sr0ieHX8wWc/s1600/Manuel-Monereo.jpg"><img src="http://4.bp.blogspot.com/-8Q_LpieBg-Q/UZbBfUggCqI/AAAAAAAAKI8/sr0ieHX8wWc/s320/Manuel-Monereo.jpg" alt="" width="320" height="229" border="0" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;"><span style="color: #660000;">Manuel Monereo</span><strong><br />
</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come superare il disastro? L’alternativa alla crisi difesa dalla Troika e apertamente dal PP passa per l’inasprimento dei tagli, per l’austerità e la distruzione del pubblico. L’economia spagnola, come è già successo in Grecia e Portogallo, cade nel precipizio e sprofonderà nell’abisso, con conseguenze sociali drammatiche e rischi politici di ogni segno.</p>
<p>Il PSOE, compartecipe attivo nell’attuale disegno economico e sociale, finge ora un disaccordo con il PP e critica la sua politica suicida, ma continua ad essere legato al criterio che l’euro è irreversibile.</p>
<p>Le direttive dei sindacati maggioritari, una volta appurato l’errore di calcolo commesso con il consenso critico a Maastricht, denunciano ora l’attuale stato di cose, ma non sono in condizione di proporre misure anticrisi realmente efficaci dal momento che non mettono in discussione con coerenza l’Europa costruita.</p>
<p>Altre forze, organizzazioni e autori di sinistra criticano l’Europa attuale e propongono cambiamenti abbastanza utopistici e progetti senza fondamento, dato il carattere non riformabile dell’Europa sorta, soprattutto dopo l’ampliamento della zona euro all’Est. Alle carenze originali della moneta unica si aggiunge il peso che esige la Germania come paese egemone e la realtà di una scomposizione dell’Europa, imprigionando alcuni paesi con debiti impagabili. L’imprescindibile e urgente necessità di rompere i vincoli dei Trattati europei non può paralizzarsi né nascondersi dietro progetti di altra natura. Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato.</p>
<p>Il fallimento del progetto di costruzione dell’Europa è inoccultabile, e non è possibile determinare quando e come rovinerà l’insostenibile situazione esistente.</p>
<p>A noi firmatari di questo manifesto sembra chiaro che l’Europa di Maastricht non potrà sopravvivere con la sua attuale configurazione, dopo i disastri e le sofferenze che ha causato, oltre ad aver svuotato di contenuto la democrazia ed aver sottratto la sovranità popolare.</p>
<p>Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato.</p>
<p>È necessaria una moneta propria per competere e una politica monetaria sovrana per somministrare liquidità al sistema e stimolare una domanda ragionevole. E questo come prima condizione ineludibile, però non sufficiente, per poter sviluppare una politica avanzata di controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, di nazionalizzazione delle banche, di ricostruzione del tessuto industriale e agricolo, di difesa e potenziamento dei servizi pubblici fondamentali con un potente e progressivo sistema fiscale, di ammortizzamento delle disuguaglianze e distribuzione della ricchezza, di ripartizione del lavoro per combattere la disoccupazione, di deroga delle controriforme del lavoro e delle pensioni, di rispetto vero verso l’ambiente, ecc…, e di affrontare un processo costituente che permetta di recuperare e approfondire la democrazia. Per tutto ciò bisogna lasciare da parte transitoriamente il deficit pubblico, dimenticarsi di fare proposte impossibili alla BCE e smetterla di avere nostalgia della Riserva Federale o della Banca d’Inghilterra quando si può disporre della Banca di Spagna come istituzione equivalente.</p>
<p>L’ammontare del debito estero è insolvibile. La maggior parte è debito del settore privato, e tocca a chi l’ha contratto risolvere i problemi che si presentino, incluso il settore finanziario, molto compromesso. Perciò rifiutiamo qualsiasi operazione di “riscatto” del nostro paese e per la stessa ragione consideriamo come debito completamente illegittimo quello contratto dallo Stato per distribuire fondi di salvezza per gli enti creditizi che non siano stati nazionalizzati.</p>
<p>Rispetto al debito pubblico, lo Stato deve fare una profonda ristrutturazione dello stesso (abbandono, moratoria, conversione in moneta nazionale) che allevi la pressione schiacciante che subiscono i conti pubblici. Agendo diversamente, può considerarsi come irrimediabile il fallimento del Settore pubblico.</p>
<p>Non ci sfuggono i problemi e la complessità dei passi che proponiamo, tra gli altri limitare la libera circolazione di capitali. E la nostra analisi non ci impedisce nemmeno di collaborare con azioni, proposte e mobilitazioni con quella parte della cittadinanza e le sue organizzazioni che, sotto effetto del bombardamento mediatico cui siamo sottoposti o per altri motivi, ancora non condivide la nostra opzione di fronte al crocevia in cui ci troviamo e la necessità di rompere il nodo gordiano dell’euro. Senza dubbio, di fronte al disastro che ci coinvolge e di fronte alle cause profonde che lo promuovono ed acutizzano, non possiamo restare zitti né evasivi. A nostro modo d’intendere, oggi la società spagnola, che è entrata in una agonia prolungata e senza speranza, non dispone di altra scelta che uscire dall’euro per impedire lo sprofondamento definitivo del paese.</p>
<p>Recuperare la sovranità perduta, rendere effettiva la sovranità popolare, richiede di venire fuori dai capestri che ci paralizzano, affrontare la dura realtà e dotarsi dei mezzi per tracciare un progetto di sopravvivenza che, con tutte le difficoltà, può rappresentare anche una grande opportunità per creare una società sovrana, prospera, solidale, democratica, ecologicamente responsabile e libera.</p>
<p>Primi firmatari:</p>
<p>Julio Anguita/ Sebastián Martin Recio/ Diosdado Toledano/ Héctor Illueca/ Salvador López Arnal/ Joaquín Miras/ Juan Rivera/ Miguel Riera/ Andrés Piqueras/ Miguel Candel/ Alberto Herbera/ Isabel de la Cruz/ Rodrigo Vázquez de Prada/ Manuel Muela/ Rosario Segura/ Juan Montero/ Leonel Basso/ Joan Tafalla/ Manuel Monereo/ Antonio Gil/ Manuel Cañada/ Santiago Fernández Vecilla/ Carlos Martínez/ Pedro Montes</p>
<p>* Fonte: controlacrisi.org<br />
(traduzione di Rosamaria Coppolino)</p>
</div>
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		<title>Considerazioni sullo sciopero generale del 29 Settembre in Spagna e sul neoliberalismo zapateriano</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 13:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Lo scorso mercoledì 29 settembre, i sindacati spagnoli più rappresentativi, uniti ai sindacati di base, hanno convocato uno sciopero generale che ha interessato tutti i settori, dall&#8217;industra mineraria e automobilistica alla scuola, la sanità, il piccolo commercio etc etc. Le ragioni fondamentali dello sciopero sono i provvedimenti gravemente antipopolari contro il lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Lorenzo Dorato</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/CartelHuelga29S11.gif"><img class="alignright size-full wp-image-1643" style="margin: 5px; border: 1px solid black;" title="CartelHuelga29S[1]" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/10/CartelHuelga29S11.gif" alt="" width="360" height="504" /></a>Lo scorso mercoledì 29 settembre, i sindacati spagnoli più rappresentativi, uniti ai sindacati di base, hanno convocato uno sciopero generale che ha interessato tutti i settori, dall&#8217;industra mineraria e automobilistica alla scuola, la sanità, il piccolo commercio etc etc. Le ragioni fondamentali dello sciopero sono i provvedimenti gravemente antipopolari contro il lavoro varati dal governo Zapatero con la &#8220;riforma&#8221; del lavoro approvata a giugno. In particolare, oltre ai tagli del 5% degli stipendi del settore pubblico, si tratta della flessibilità esterna ed interna accordata alle imprese cui viene concessa la facoltà di licenziare a costi minori e la possibilità di modificare trattamento economico e normativo ai lavoratori entro lo stesso contratto: provvedimenti gravi che si inscrivono nella logica, comune a tutti i paesi dell&#8217;Unione Europea, di imposizione dei precetti neoliberisti anche al mondo del lavoro che si vuole totalmente flessibilizzato, privato di garanzie, diritti e dignità, in nome delle superiori esigenze del mercato globale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come nella maggior parte dei paesi europei occidentali i primi provvedimenti contro i diritti dei lavoratori (maturati in Spagna tra la fine degli anni 70 e gli anni 80) risalgono al principio degli anni 90, nella fase conclusiva dell&#8217;era socialista (quando il PSOE sovvertì in brevissimo tempo buona parte della legislazione di ispirazione sociale che esso stesso aveva contribuito a costruire poco tempo prima). I socialisti prima, Aznar (partito popolare) poi e infine Zapatero (di nuovo i socialisti)  hanno perseguito, in linea con i <em>diktat</em> europei, la stessa linea di politica economica incentrata sulla svendita del patrimonio pubblico con ondate di privatizzazioni, l&#8217;attacco al lavoro salariato e piccolo autonomo, le liberalizzazioni, la graduale mercificazione dei servizi universali (malgrado tutto in Spagna sanità, sistema pensionistico e altri pilastri del classico Stato sociale restano ancora demercificati, di qualità e gratuiti e c&#8217;è da aspettarsi che diverranno presto le prossime vittime del neo-liberismo iberico).</p>
<p style="text-align: justify;">Similmente all&#8217;Italia, i sindacati confederali spagnoli hanno giocato un ruolo chiave nella trasformazione del mondo del lavoro accettando poco a poco le cosiddette compatibilità capitalistiche imposte da ben precise strutture istituzionali (trattati europei, direttive etc etc) dipinte come necessità imprescindibili. CCOO (Comisiones Obreras) il sindacato storicamente vicino al PCE (Partido comunista de Espana), e UGT (vicina al Partito Socialista), hanno pesanti responsabilità in merito. Si tratta di sindacati totalmente integrati nella logica concertativa (UGT più di CCOO che al suo interno cova ancora residui pur minoritari di sindacalismo di minima sostanza).</p>
<p style="text-align: justify;">La convocazione dello sciopero generale del 29 settembre è stata, da parte dei due sindacati, una mossa allo stesso tempo, strategica (in senso autoreferenziale), rilevante (in senso generale) e ambigua (nei tempi).</p>
<p style="text-align: justify;">Strategica poiché rispondente alle necessità di sopravvivenza stessa del sindacato rispetto alle esigenze della propria base che si è vista infliggere da un governo &#8220;amico&#8221; un attacco di vaste proporzioni cui era davvero impossibile non rispondere in alcun modo.</p>
<p style="text-align: justify;">Rilevante poichè, al di là di tutto, lo sciopero ha avuto il merito di destare una reazione sociale di vaste proporzioni alle politiche impopolari del governo Zapatero e alle conseguenze devastanti di una crisi economica che in tutta la Spagna sta colpendo duramente le classi lavoratrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ambigua perché è avvenuta a posteriori, cioé dopo che la riforma era già stata concordata dal governo con la parte confindustriale e approvata in parlamento (il 16 Giugno 2010).  Questo ritardo è la prova lampante della debolezza del sindacato e della sua sostanziale soggezione alla volontà padronale e governativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sciopero, sostenuto anche da sigle sindacali minori, di base e autonome, è stato in ogni caso un successo inatteso. In molti settori industriali il 75%, in alcuni casi persino la totalità dei lavoratori, ha aderito, mentre nei settori della piccola imprenditoria la partecipazione (per ovvie ragioni legate alla ricattabilità dei lavoratori) è stata più bassa. Anche nei servizi pubblici la partecipazione calcolata al netto del servizio minimo garantito imposto è stata relativamente alta. I sindacati parlano di un 70% di partecipazione complessiva dei lavoratori, mentre le fonti governative riportano cifre più contenute. Sta di fatto che, specialmente nei settori dell&#8217;industria pesante, automobilistica, mineraria e siderurgica vi è stata un vero e proprio blocco delle attività.  Si sono registrati, inoltre, scontri con la polizia in diverse località spagnole (da Madrid a Barcellona all&#8217;Andalusia) in cui le forze dell&#8217;ordine hanno creato spesso deliberatamente una situazione di alta tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo Zapatero ha reagito nel suo stile caratteristico: una concessione al dialogo (fittizia) e una ferma rassicurazione &#8220;ai mercati e ai capitali&#8221; circa l&#8217;irreversibilità della &#8220;riforma&#8221; attuata. Il premier fra l&#8217;altro non si è risparmiato una battuta di pessimo gusto: &#8220;Io oggi ho lavorato&#8221;. D&#8217;altro canto Zapatero stesso nei mesi in cui la riforma veniva discussa nei suoi termini affermò esplicitamente la necessità di procedere per non perdere credibilità nei confronti degli investitori e mantenere elevata la competitività della Spagna. A seguito di quelle dichiarazioni il primo ministro socialista incassò anche il plauso dell&#8217;oligarchia di Wall Street che definì la politica zapateriana come un successo mirabile di politica progressista.</p>
<p style="text-align: justify;">La politica di Zapatero, fin dall&#8217;inizio legata agli interessi capitalistici più rapaci e succube delle influenze d&#8217;oltreatlantico, oltre che delle imposizioni europee, è, in piena sintonia con le politiche economiche dei paesi UE, la traduzione dei dogmi del neoliberalismo per cui la concorrenza internazionale in un contesto di piena libertà dei movimenti dei capitali e di merci impone ai paesi un adeguamento al ribasso sulle condizioni normative ed economiche del lavoro, nonché una politica restrittiva per correggere, a beneficio dei creditori (vedasi fondi di investimento e banche estere) i conti pubblici.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; evidente che la soluzione a tali politiche devastanti, (similmente e ancor più gravemente applicate dal governo socialista greco sottomesso ai diktat delle banche tedesche, dell&#8217;UE e del FMI), non può che essere eminentemente politica e non puramente sindacale (senza nulla togliere al ruolo del sindacato in sé).</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia il successo indubitabile dello sciopero del 29 Settembre in Spagna va considerato di grande importanza nella misura in cui, pur se monopolizzato ambiguamente dai sindacati istituzionali, riporta alla luce la drammatica questione sociale che il paese, ma in realtà l&#8217;intera Europa (e naturalmente il resto del mondo in forme diverse), sta vivendo. La Spagna, in particolare, ha una disoccupazione pari al 20%, un&#8217;altissima percentuale di lavoro precario a tempo determinato e una dilagante disoccupazione giovanile di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">Una protesta sociale generalizzata, per quanto priva di una concezione politica di ampio respiro, ha comunque l&#8217;enorme pregio di smuovere una situazione di passività politica da parte di coloro che soffrono maggiormente le conseguenze dell&#8217;attuale capitalismo, rompendo la finzione di una pace sociale imposta.</p>
<p style="text-align: justify;">I potenziali sviluppi sociali e politici in Spagna dello sciopero del 29 settembre ovviamente dovranno essere valutati nei prossimi mesi.</p>
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		<title>Il federalismo fiscale: pratica e &#8220;ideologia&#8221; disgregativa</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 10:17:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato All&#8217;ordine del giorno nell&#8217;agenda del governo italiano c&#8217;è, fin dall&#8217;inizio della legislatura, il federalismo fiscale. Lanciato dalla lega nord in ossequio al proprio universo ideologico e soprattutto alle istanze più &#8220;immediate&#8221; del proprio elettorato di riferimento, il federalismo fiscale è in realtà ampiamente supportato da una vasta gamma di forze politiche, dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Lorenzo Dorato</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/07/federalismo_fiscale.gif"><img class="alignright size-full wp-image-1411" style="margin: 5px;" title="federalismo_fiscale" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/07/federalismo_fiscale.gif" alt="" width="150" height="160" /></a>All&#8217;ordine del giorno nell&#8217;agenda del governo italiano c&#8217;è, fin dall&#8217;inizio della legislatura, il federalismo fiscale. Lanciato dalla lega nord in ossequio al proprio universo ideologico e soprattutto alle istanze più &#8220;immediate&#8221; del proprio elettorato di riferimento, il federalismo fiscale è in realtà ampiamente supportato da una vasta gamma di forze politiche, dal Pdl al Pd passando per l&#8217;Italia dei valori.</p>
<p style="text-align: justify;">Il federalismo, inteso come presunta autogestione e autogoverno dei territori facenti parti di uno Stato, ha naturalmente diverse forme e diversi significati. Non va confusa infatti la decentralizzazione amministrativa, la promozione delle culture locali e regionali e delle diverse forme organizzative dei singoli territori (che può essere giudicata positivamente) con il federalismo economico e l&#8217;iper- federalismo culturale, la cui ratio di fondo è lo svuotamento del solidarismo interno allo Stato-nazione e l&#8217;esaltazione dei particolarismi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il federalismo economico e fiscale prevede un contesto in cui ogni area regionale gestisce in proprio le risorse che preleva dai propri cittadini mettendosi in concorrenza con le altre regioni tramite la gestione del fisco (ad esempio attraendo imprese sul territorio grazie a regimi fiscali o normativi vantaggiosi che vanno a scapito dei servizi sociali e dei diritti del lavoratori).</p>
<p style="text-align: justify;">Per iper-federalismo culturale intendo invece la decentralizzazione assoluta e marcata dell&#8217;istruzione a tutti i livelli, a partire dalla scuola, che finisce per svuotare la dimensione nazional-statuale negandogli una sua propria identità. Un conto ad esempio è promuovere l&#8217;insegnamento delle culture locali e territoriali oppure, come avviene in Spagna, delle lingue; altro conto è decentralizzare i programmi scolastici al punto tale da disconoscere l&#8217;esistenza di un programma forte comune, creando così i presupposti per il venir meno dello spirito culturale di unità dei cittadini, spirito che è anche la base per il senso di appartenenza ad una comunità politica che trascende, rispettandola e riconoscendola,  la comunità micro-culturale in senso stretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il federalismo economico-fiscale e l&#8217;iper-federalismo culturale sono i due cardini  del tentativo di distruzione dall&#8217;interno dello Stato nazione. Parallelamente e in piena complementarietà agiscono in Europa e nel mondo le forze esterne di erosione della sovranità statale, ovvero le istituzioni antidemocratiche europee e quelle cosiddette internazionali in verità appannaggio della potenza egemone (Stati Uniti).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si ragiona di federalismo bisogna sempre tenere conto dell&#8217;esistenza di precisi interessi capitalistici oggi egemoni favorevoli alla perdita di sovranità degli Stati (tutti tranne lo Stato dominante naturalmente). Le ragioni di questo interesse sono due: la prima è svuotare lo Stato, inteso come luogo reale del conflitto e del compromesso tra esigenze dei profitti e esigenze sociali e civili, di potere, eliminando poco a poco la cornice istituzionale che è stata l&#8217;involucro di tutte le lotte politiche e sociali. A prima vista si può obiettare che il federalismo avvicina il potere al cittadino. Ma è proprio qui l&#8217;inganno ed è qui che l&#8217;ideologia federalistica trova il suo consenso. L&#8217;apparente avvicinamente al cittadino è del tutto fittizio, poiché la Regione, intesa come unità micro-territoriale, non è e non sarà mai per propria struttura un organismo sovrano per le scelte decisive di politica-economica. La sovranità teorica rimane allo Stato che in buona parte l&#8217;ha sciaguratamente ceduta alla tecnocrazia europea, ma tale sovranità per l&#8217;appunto resta teorica poiché lo Stato non può più attuarla pienamente a causa della pluralità di poteri regionali in competizione tra di loro che di fatto annullano l&#8217;efficacia di qualsiasi provvedimento. Il risultato è che la sovranità anziché avvicinarsi al cittadino semplicemente perde di consistenza e si corrode nel labirinto dei poteri stratificati e apparenti e tra di loro concorrenti. Il cittadino toscano, calabrese o lombardo vive nell&#8217;illusione di godere di una sovranità regionale ravvicinata, ma ignora che la regione non è altro che l&#8217;esecutrice materiale di direttive che provengono da Brussels o da Washington e che quel poco di autonomia decisionale residua che era nelle mani dello Stato, è ulteriormente erosa proprio dallo pseudo-potere di regioni sottomesse ad unico vero potere post-statale.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda ragione alla base dell&#8217;interesse imperialistico e capitalistico verso il federalismo fiscale (la prima abbiamo visto attiene allo svuotamento dell&#8217;involucro sovrano del conflitto sociale) riguarda i rapporti di forza tra le diverse formazioni capitalistiche nazionali, laddove la potenza egemone e in generale le potenze egemoni hanno tutto l&#8217;interesse a depotenziare la capacità di sviluppo e di accrescimento di peso specifico sul panorama internazionale politico e commerciale di altre potenze sub-dominanti. In tal senso il federalismo è imposto come arma di sottosviluppo, di disgregazione territoriale e di attacco contro potenziali strategie industriali e commerciali statali-nazionali ostili alla potenza egemone. D&#8217;altronde una delle armi da sempre usata dagli imperialismi è stata quella del <em>divide et impera </em>per meglio controllare non solo le terre colonizzate e sfruttate, ma anche i propri potenziali concorrenti nel dominio mondiale. La spinta verso federalismi sempre più accentuati (sul piano economico-fiscale in primis) va letta nel quadro della strategia del divide et impera similmente all&#8217;appoggio a molti separatismi e scissionismi in diverse aree del mondo (dal Tibet alla Cecenia, dal Darfur all&#8217;Ex-Jugoslavia ed Ex-Unione Sovietica).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo alle ragioni addotte da coloro che propagandano la bontà del federalismo nell&#8217;attuale contesto capitalistico occidentale e in particolare in Italia. La tesi ufficiale dei sostenitori del federalismo è la responsabilizzazione delle gestioni politiche locali a fronte del divario economico tra nord e sud attribuibile secondo costoro a inefficienze e assistenzialismo. Non sarebbe ammissibile che una parte della nazione produca assai di più di un&#8217;altra parte per poi dover redistribuire le risorse ai nullafacenti. Il problema della sperequazione nella produzione e nel reddito naturalmente è un problema serissimo dellItalia. Tuttavia la sua causa non è certo l&#8217;assistenzialismo statale né lo spirito nullafacente del meridionale medio. L&#8217;assistenzialismo è soltanto un tappa-buchi di una situazione di mancanza di sviluppo strutturale del sud che si protrae dai tempi dell&#8217;unità d&#8217;Italia ed è il frutto avvelenato di una pura operazione di carattere coloniale che fece del sud l&#8217;esportatore di manodopera e della borghesia del nord il suo sfruttatore. Oggi la manodopera da sfruttare viene da ben più lontano, ma il sud resta un&#8217;area geografica ad altissima disoccupazione e basso sviluppo economico. La ragione è la cronicizzazione del dualismo nord-sud dovuta alla mancanza di una politica economica centrale forte che non fosse semplicemente di carattere emergenziale e di breve periodo (con le innumerevoli casse per il mezzogiorno finite ad ingrossare sacche di malaffare volta per volta). La responsabilità del sottosviluppo del sud è al 100% italiana e di tutta l&#8217;Italia, dell&#8217;incapacità di rompere la logica colonialistica su cui scaiguratamente è nata la nostra nazione politica permettendo il dilagare della criminalità organizzata collusa con lo Stato e lasciando il sud in balia di un circolo vizioso: sottosviluppo-criminalità-degrado sociale-sottosviluppo.</p>
<p style="text-align: justify;">La Lega nord e tutti i partiti favorevoli al federalismo economico-fiscale diffondono nella popolazione l&#8217;idea che il prelevamento autonomo delle risorse fiscali e la loro gestione interna alla Regione, permettono un ristabilimento della responsabilità dei territori e della vicinanza dei cittadini alla gestione economica. In realtà, come abbiamo visto, il federalismo non fa altro che creare deliberatamente un intreccio di poteri impotenti e in reciproca competizione, al fine di:</p>
<p style="text-align: justify;">1-svuotare il senso della sovranità politica, sia sul piano culturale che sul piano strutturale e materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">2- creare le condizioni per una concorrenza al ribasso sulla fiscalità con grave detrimento per lo Stato sociale (delocalizzazione delle imprese tra regioni a diverso regime fiscale) e per le condizioni dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">3- ricreare entro gli Stati-nazione le stesse condizioni già esistenti nel catastrofico regime di libera circolazione di capitali e merci privo di politica economica centralizzata presente nell&#8217;U.E.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza l&#8217;obiettivo reale del federalismo è un obiettivo imperialistico e di classe. Da un lato si punta all&#8217;erosione di sovranità (dall&#8217;interno) dello Stato, colpendolo nel suo potenziale margine residuo di intervento pubblico di carattere sociale e redistributivo, nonché di politica industriale; da un altro lato si punta a favorire la concorrenza a ribasso tra le regioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso il programma di regionalizzazione, federalismo, autonomia dei territori è stato sponsorizzato da Washington fin dal principio degli anni 90, contemporaneamente ai lauti investimenti per il finanziamento dei nazionalismi separatisti spacca-nazioni politiche (come in Jugoslavia). Il tutto si è accompagnato al rafforzamento dei vincoli europei, producendo così sia dall&#8217;interno che dall&#8217;esterno degli Stati una condizione di imposta e ricercata impotenza politica degli stessi. E l&#8217;impotenza politica di uno Stato è il primo passo per confondere il cittadino e il lavoratore privandolo degli strumenti di rappresentanza reale, unico vero involucro di qualsiasi lotta civile e sociale sensata.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere contro il federalismo fiscale significa essere contro un ulteriore spazio di dominio imposto dalle oligarchie capitalistiche e rivendicare il senso e l&#8217;importanza della sovranità politica, non certo in chiave di difesa di strategie di potenza nazionali, ma in chiave di tutela della sovranità popolare da incanalare a fini di trasformazione sociale.</p>
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