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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Stefano Lucarelli</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Marx, la tendenza tendenziosa e l&#8217;antimperialismo dei lupi/agnelli</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2023 17:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antimperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Carmelo Buscema]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; Marx, la tendenza tendenziosa e l&#8217;antimperialismo dei lupi/agnelli (prima parte) A proposito de La guerra capitalista (Mimesis, 2022) di Carmelo Buscema Carmelo Buscema è ricercatore di sociologia dei fenomeni politici presso l’Università della Calabria, dove insegna Geopolitica e Rapporti internazionali e si occupa di neoliberismo e processi di finanziarizzazione. Il testo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/02/i__id13819_mh500_q1_1x.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8331" title="i__id13819_mh500_q1_1x" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2023/02/i__id13819_mh500_q1_1x-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a></h1>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<h1>Marx, la tendenza tendenziosa e l&#8217;antimperialismo dei lupi/agnelli</h1>
<h1>(prima parte)</h1>
<h2>A proposito de La guerra capitalista (Mimesis, 2022)</h2>
<h3>di Carmelo Buscema</h3>
<p id="viewer-5g81h"><em>Carmelo Buscema è ricercatore di sociologia dei fenomeni politici presso l’Università della Calabria, dove insegna Geopolitica e Rapporti internazionali e si occupa di neoliberismo e processi di finanziarizzazione. Il testo che segue è una critica al lavoro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, </em>La guerra capitalista<em> (Mimesis, 2022), volume che abbiamo discusso in questa sezione (vedi: </em><em><a href="https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-guerra-capitalista">https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-guerra-capitalista</a></em><em>) e del quale seguiamo il vivace dibattito che le tesi lì espresse stanno suscitando.</em></p>
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<p><strong>Life on Marx?</strong></p>
<p id="viewer-fju3p">Dal parapetto affacciato sullo spettacolo della fine della storia, nel 1990 David Bowie cantava la famosa canzone sulla ragazza dai capelli color topo, che per sfogare la tristezza del suo sogno manifestamente infranto – come il nostro –, camminava verso la consolazione di uno schermo cinematografico argentato. Ma il film dato era di una noia mortale, e a lei risultava esasperante lo stupido entusiasmo per quel <em>freakest</em> <em>best selling show</em>, dei ciechi spettatori vocianti al suo fianco. <em>Is there life on Mars? – </em>allora si chiedeva, desolata, la ragazza, alla ricerca di una speranza più lontana da sperare.</p>
<p id="viewer-9142k">Se l’autore della monumentale opera di cui «Il Capitale»<em> </em>è la <em>summa</em>, fosse un pianeta – e Karl Marx è un intero pianeta, conosciuto e da esplorare– formuleremmo alla stessa maniera, oggi, la nostra inquietudine al cospetto dello spaventoso «destino da carne industriale e da cannone» che ci aspetta: c’è (ancora) vita su Marx?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-cmb2k"><strong>Arrivano i vostri! (Rimpiazzano i nostri)</strong></p>
<p>Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli arricchiscono di molti rilevanti contributi il loro recente libro «La guerra capitalista.</p>
<p id="viewer-6pk8l">Competizione, centralizzazione e nuovo conflitto imperialista» – che chiunque abbia a cuore le sorti di questo mondo, da una prospettiva progressista, dovrebbe premurarsi di leggere, e meditare criticamente. Come esploratori, dopo un disastro, investiti del compito di perlustrare dall’alto le condizioni di possibilità rimaste su quell’astro per la ricostruzione delle prospettive collettive di sollievo e di futura felicità, i tre autori tornano da quel viaggio su Marx con un’immagine sconsolante di bilancio sotto al braccio, ma anche di un’ottimistica proposta di rilancio della sua vitalità. In primo luogo, infatti, essi constatano la devastazione della gran parte delle strutture d’urbanità che i movimenti popolari – usando intelligenza, sacrificio e generosità –avevano edificato su questo pianeta nel corso del tempo, procurata dalla tempesta di meteoriti che il neoliberismo vi ha spietatamente scagliato contro. Secondariamente, essi annotano come, tra queste lande, latitino ormai i nuovi esponenti politici e intellettuali di quei medesimi movimenti popolari: sia perché da qui essi sono stati, con scrupoloso metodo – fatto di violenza, ricatto e disincentivo –, letteralmente allontanati; sia perché da qui, in taluni altri casi, essi stessi si sono inopinatamente autoesiliati. Infine, gli autori completano tale immagine di disperazione, denunciando come, da qualche lustro, a rovistare con spirito di sciacallaggio tra queste macerie disabitate, siano tornati quelli che il Moro di Treviri, con colore efficace, chiamava i «sicofanti del capitale», sollecitati dalla necessità di trovare cause e soluzioni – anche «rivoluzionarie», purché favorevoli alla conservazione – all’incalzare ed espandersi del nuovo ciclo di crisi strutturale che, in questa stagione, attraversa e scuote lo scenario globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-35otg"><strong>Andiamoci piano, perché qui la faccenda è urgente</strong></p>
<p id="viewer-9ia8u">I nostri bravi esploratori di mondi prodigiosi divenuti purtroppo lontani, compiendo il viaggio di ritorno sulla Terra, ci consegnano pure una proposta votata al rilancio della vitalità mortificata sul pianeta Marx; giacché questa sarebbe indispensabile allo sforzo di ricostruzione delle nostre ambizioni e speranze di emancipazione e pace – che in fondo sono le stesse di duecento anni fa (sebbene riattrezzarle, ora, sia diventato ancora più difficile e urgente). I tre autori del libro contribuiscono anche a questo esercizio necessario, innanzitutto, proponendo di riabilitare proattivamente quegli elementi epistemologici, categoriali e metodologici, da essi ritenuti prioritari, ed effettivamente assai preziosi, che giacciono inutilizzati sulla superficie crivellata dell’astro Marx: su tutti, la loro attenzione si concentra specialmente sugli occhiali prodigiosi della «legge tendenziale» che governa il movimento della nostra società. Essi consentono, infatti, di fare rientrare entro lo spettro del visibile la dinamica ultravioletta di «progressiva centralizzazione del controllo del capitale in sempre meno e più grosse mani», nonché di misurarne l’effettività, che prende a farsi vieppiù globale. Tuttavia – qui anticipiamo, per poi meglio argomentare –, una volta inforcate queste lenti, i nostri rimangono intrappolati nella rischiosissima tentazione di scambiare – senza altri filtri, né adeguata ponderazione –<em> </em>ciò che quello strumento ottico particolarmente offre alla nostra comprensione, con la stessa intelligenza complessiva del reale. In definitiva, l’operazione di riscatto del metodo della fondamentale legge tendenziale<em> </em>di movimento della società capitalista, riteniamo si schianti sotto il peso insopportabile di una pregiudiziale lettura tendenziosa della nostra attualità, che rischia di partecipare del formidabile gioco di prestigio occidentale teso spettacolarmente a scambiare le fattezze del vecchio lupo imperialista con quelle dell’agnello, e la rappresentazione delle popolazioni usurpate del mondo con l’immagine degli aggressivi usurai. Tale esito non è certamente frutto e segnale di semplice errore, né tanto meno di una equivocata visione particolare, ma va considerato, piuttosto, come l’indicatore del tasso estremo di difficoltà con cui collettivamente ci dobbiamo cimentare, che è proprio della sfida epocale di lettura e trasformazione della nostra condizione attuale – attraversata da sempre più incalzanti strumentalizzazioni, ingiustizie e sofferenze; ove tornano a spadroneggiare morte, disastri e guerre, con feroce metodo. È proprio tentando generosamente un così arduo sforzo, reso ancor più concitato dall’urgenza, che il proverbiale asino, a conclusione dell’operazione che ispira il libro, con fragore, riteniamo, caschi.</p>
<p id="viewer-faoac">Quindi armiamoci di calma – come si dice – e procediamo qui per gradi, dovendo concretamente confrontarci con questioni terribilmente serie come i ranghi, le uniformi e le guerre.</p>
<p id="viewer-dfalg">Nelle pagine a seguire di questo primo intervento, poniamo le basi analitiche proprie della nostra comprensione critica del libro in questione; mentre riserviamo lo sviluppo più articolato e compiuto delle nostre obiezioni a un successivo contributo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-fugpb"><strong>La lotta di classe dentro la lotta di classe</strong></p>
<p id="viewer-3ic4d">Il nocciolo del messaggio scientifico e politico sviluppato attraverso le pagine del libro deve essere compreso, e può essere espresso, all’interno della cornice che a seguire ricostruiamo. Dal punto di vista materialistico, il movimento e le curvature che la storia umana di volta in volta assume, nello spazio e nel tempo, sono forgiati dai colpi che i gruppi sociali reciprocamente si sferrano all’interno di quella dialettica che l’ampia galassia dei socialismi ha chiamato lotta di classe. Tuttavia, l’esperienza collettiva suggerisce come quest’ultima non vada intesa – come pure una superficiale e ottimistica vulgata rivoluzionaria pretenderebbe – soltanto nella forma della lotta con cui il proletariato organizzato, incalzando le strategie di sussunzione e sfruttamento messe in atto dalla borghesia, di fatto promuove lo sviluppo dei rapporti sociali di produzione e, per questa via, l’incedere dell’umano progresso <em>tout court</em>. E neppure solamente aggiungendo, a questo aspetto, il complemento della considerazione di quelle fasi cruciali della storia in cui la lotta di classe prende a svolgersi decisamente al contrario, nella forma delle rivoluzioni animate dal ricco contro il povero, utilizzando la dotazione di dispositivi e disposizioni che, per chi li subisce risultano, spiazzanti e momentaneamente inarginabili – come vero è stato nell’epoca delle <em>enclosures</em>, o in quella, più prossima a noi, del neoliberalismo. A fronte di ciò, gli autori del libro, meritoriamente, ci ricordano come determinante, in certe stagioni della storia, diventi una terza forma del conflitto sociale capitalistico: quello che si accende e rileva soprattutto nelle fasi in cui le precedenti due dinamiche della «lotta tra le classi», esauriscono al massimo le loro possibilità contingenti e sistemiche di svolgimento. Tale conflitto si manifesta nella lotta innanzitutto interna a una classe, quella borghese, innescata dalla configurazione di nette fazioni di posizione, condizione e interesse tra cui, a un certo punto, la competizione per il profitto fraziona i proprietari dei mezzi di produzione e di pagamento. Allorquando, superando certi limiti, questa forma di lotta di classe infra-borghese (la quale trova – va detto – il suo essenziale complemento nei diversi modi del conflitto orizzontale che parallelamente si diffonde tra le fasce popolari) si esaspera, essa alimenta meccanicamente una gigantesca sequela di eventi all’interno del sistema. Questa speciale foga economica competitiva è capace di una tale energia di trazione e ampiezza, da tendere a esplodere e a scatenarsi sia dentro che fuori le perimetrazioni degli Stati e dei loro blocchi macroregionali; e finanche da compiere, prima o dopo, un salto qualitativo essa stessa, che la porta ad assumere – ancor più rovinosamente – le forme in cui specificamente si esplicano le reciproche contese tra quelli. Brancaccio, Giammetti e Lucarelli chiamano precisamente «guerra capitalista» tale declinazione particolare della lotta di classe, il cui ampio spettro di svolgimento, sostanzialmente, procede dalla «regolare» competizione di mercato fra le imprese, che si dà entro le cornici istituzionali definite nazionalmente e internazionalmente; passa per la produzione e l’accumulazione di condizioni di sviluppo diseguale, e quindi di posizioni via via sempre più squilibrate, tra i diversi attori operanti nello schema; sbocca in dinamiche di «riduzione» di tali squilibri, funzionali alla «razionalizzazione» dell’intero sistema, attraverso meccanismi di assorbimento ed eliminazione degli interpreti e delle soluzioni relativamente più fragili agenti nel quadro della generale contesa; per poi degenerare, finalmente, in manifestazioni straordinarie e sciagurate prima di farsa e poi di tragedia. In particolare, l’una consiste nell’invocazione, da parte di fasce consistenti della classe borghese, della protezione dello Stato dal mercato – nella misura in cui quest’ultimo prende a procedere, appunto, secondo automatismi di selezione «naturale» delle imprese –; e l’altra nella derivata formazione di concentrazioni imperialistiche statual-capitaliste, ed eventualmente, nello scatenamento, tra esse stesse, di episodi e di trame di vera e propria guerra – tali da aggiungere il complemento militare agli episodi finanziari e commerciali della complessiva strutturazione, in chiave sempre più concentrata, del sistema.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p id="viewer-fa827"><strong>La centralizzazione: legge di movimento tendenziale</strong></p>
<p id="viewer-goch">Al centro esatto di questo micidiale marchingegno, in qualità di motore immobile del suo schema di funzionamento – di per sé orientato ad allevare le forze e gli strumenti di una potenziale catastrofe globale –, gli autori collocano la legge tendenziale,<em> </em>già individuata dal buon vecchio Marx, verso<em> </em>la centralizzazione del controllo del capitale in sempre meno mani, sempre più forti e capaci, che ha un effetto di riflesso sul controllo delle strutture in cui è organizzato<em> </em>il potere anche politico della società (a tal proposito, in linea con una parte importante della letteratura politologica che negli ultimi lustri si è variamente esercitata sul tema della post-democrazia, notevole e degno di più ampio approfondimento, è lo spunto analitico che anima il capitolo del libro dedicato a sottolineare il ruolo di potere cruciale acquisito dal banchiere centrale nella gestione dei livelli generali di solvibilità. A questa figura, più nel dettaglio, i nostri attribuiscono la decisiva responsabilità di regolare, soprattutto attraverso la fissazione dei tassi di interesse, il ritmo di una sorta di «scala mobile» per i capitali in posizione di credito a spese di quelli in difficoltà; e, in definitiva, di scandire i tempi e l’intensità con cui si svolge il processo stesso di centralizzazione).</p>
<p id="viewer-5u0k2">Dotandosi di innovative tecniche econometriche, gli autori hanno raccolto e organizzato un <em>corpus </em>straordinario di dati decisivi rispetto al cruciale obiettivo di ponderazione e verifica empirica dell’effettività della legge di movimento tendenziale verso la centralizzazione del capitale, contribuendo, con ciò, in misura determinante alla formazione della consapevolezza scientifica della nostra condizione storica e sistemica. Il loro prezioso lavoro di ricerca, infatti, dà riscontro – tra le altre cose – di come: l’ottanta per cento del capitale azionario globale sia stabilmente controllato da una quota inferiore al due per cento dei proprietari di azioni; quest’ultimo valore, a cavallo soprattutto della cosiddetta crisi dei <em>sub-prime</em>, sia bruscamente precipitato addirittura sotto la soglia dell’1,2% degli azionisti mondiali; relativamente all’anno 2019, dei principali quindici Paesi per grado di centralizzazione di capitale – ancora, intesa come tasso di controllo concentrato della rete azionaria –, i primi quattro appartengano all’anglosfera (Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti, Canada) generalmente attestati su valori vicini allo 0,3% (ad eccezione dell’incredibile caso britannico: 0,07%), laddove, in media, la macroregione dell’Euro si colloca tendenzialmente poco al disotto della barra del 2% dei proprietari; infine, ancora all’interno di quella classifica dei quindici Paesi sopra considerati, Russia e Cina occupino solo rispettivamente l’ultimo (9,46%) e il penultimo (4,96%) posto rispetto al loro grado di centralizzazione del controllo dei capitali.</p>
<p id="viewer-di3gc">Un primo commento relativo a questo quadro complessivo, deve innanzitutto notare come da questa forma di misurazione del livello di concentrazione sociale del potere politico-economico (o economico-politico, più propriamente) a livello globale, emerga con tutta evidenza un dato che la propaganda politica e il suo vocabolario martellante hanno reso controintuitivo, alle nostre orecchie, negli ultimi anni: e cioè quanto la struttura e la gestione del capitalismo occidentale, e segnatamente di quello anglosassone, siano enormemente più oligarchiche e inique rispetto a quelle delle cosiddette, e famigerate, «autocrazie orientali».</p>
<p id="viewer-9ffeh">Un secondo commento, di tipo epistemologico e metodologico, da fare, è relativo all’impressione che gli autori glissino troppo facilmente sulla opportunità di riflettere sulla natura, sulla storia e sulle consistenze delle importanti differenze – quantitative e qualitative, spaziali e temporali<em> –</em> con cui il movimento di centralizzazione si manifesta attraverso le complesse ed eterogenee strutture – sociali, economiche, politiche e culturali – del sistema mondo. Essi preferiscono spostare il loro accento analitico – forse troppo precipitosamente – sulla funzione livellatrice che, a livello globale, il processo capitalistico effettivamente agisce. Ciò, però, senza usare la sufficiente considerazione – riteniamo – per il fatto che ogni movimento di omogeneizzazione insiste, concretamente, sempre solo entro certi ambiti e misure; lasciando, quindi, di volta in volta salvi, o addirittura, per reazione, talora ancor più saldi, gli irriducibili baluardi costitutivi, nel quadro di ciascuna contingenza, dei cruciali differenziali politici, geopolitici, culturali e finanche emotivi, incidenti nei processi anche decisivamente. Quei capisaldi extra-economici non vanno certamente ricondotti ad alcuna forma immutabile di natura o essenza, essendo sempre plastici, dinamici, disputati e in definitiva storici; eppure, o proprio per questo, i differenziali che dal loro reciproco gioco sempre derivano, rivestono un ruolo potente, che non andrebbe mai sottovalutato, in seno allo svolgimento della storia e nella definizione del presente.</p>
<p id="viewer-cvbsh">Terzo elemento: un esempio di questione che questo genere d’impostazione manca di notare abbastanza, e quindi opportunamente di valutare, è quello che otteniamo spostando, rispettivamente, il fuoco dell’attenzione analitica dalla dimensione geografica a quella temporale della centralizzazione, e il fulcro epistemologico dall’assunto dell’autonomia della struttura economica a una considerazione più riguardosa del ruolo che affianco ad essa la politica effettivamente gioca, in certe fasi da una posizione addirittura sovraordinata. Così procedendo, noteremo allora come il tasso di centralizzazione del controllo della rete azionaria relativo alla Cina, piombi e si attesti da un valore vicino al 13% a uno molto più comparabile rispetto a quello degli Stati Uniti – che rappresenta il riferimento, in quanto attore che del sistema è il decisivo perno –, solo in prossimità dell’ingresso del Paese est-asiatico all’interno del WTO (2001). In particolare, dal confronto di questi due casi emerge come i rispettivi processi di centralizzazione siano, l’uno rispetto all’altro, oltre che differenti – in relazione alla diversa natura dei «capitali» che ne sono oggetto, alle eterogenee forme e sostanze, materiali e immateriali, in cui questi si realizzano e accumulano, ai divergenti punti di equilibrio verticali in cui strategia e speculazione si combinano tra i poli opposti dell’alta finanza privatistica e della sovranità partitico-statualista –, anche differiti<em> </em>nel tempo, in ragione di fattori che hanno a che fare più con la struttura, le funzioni e l’ordine delle questioni proprie dei rapporti di potere, che con quelle delle relazioni di scambio. A tal proposito, quel cambio d’impostazione nella lettura, ci induce a comprendere l’evenienza di quella convergenza soprattutto come il risultato di una traiettoria deliberatamente intrapresa dai vertici politici della Repubblica popolare – certo aderendo o sottostando a condizioni e modelli imposte dalla struttura del contesto –, piuttosto che, invece, come un improbabile effetto di «normalizzazione» (ovvero di occidentalizzazione) della sua complessa architettura economica – magari subita passivamente, o acquisita per mero mimetico riflesso. Lo scopo intenzionale di tale emulazione sarebbe quello di attrezzare strategicamente condizioni di spinta e performatività competitiva, per il Paese, adeguate, congruenti e conformi rispetto all’obiettivo di interpretare proattivamente il proprio ruolo subordinato all’interno dello stato del gioco, degli attori e delle regole, comandato dai centri decisori gravitanti attorno a Washington. Per inciso sia detto che sciogliere questo nodo geopolitico fuori dalla mera logica dell’astrazione numeraria, è assolutamente cruciale, in questa fase, rispetto alla sfida di comprensione, valutazione e trasformazione, in senso emancipatorio, del nostro mondo presente. E per farlo, però, bisogna prima ammettere di dover affrontare e sciogliere – dal punto di vista teorico e anche pratico, certamente – il nodo in cui resta ingarbugliata la definizione della gamma dei rapporti possibili, sussistenti e da costruire, nel tempo e nello spazio, tra economia e politica.</p>
<p id="viewer-2on3b">E a tal proposito troviamo senza dubbio assai rischioso il tipo di raccordo e di collegamento che tra economia e politica è tentato dagli autori nell’articolazione del ragionamento che dà struttura al libro. Esso somiglia, infatti, più al movimento di un doppio salto mortale, che al procedimento ponderato di un pensiero graduale ed effettivamente radicale. Infatti, la catena logico-sequenziale qui da essi adottata e imposta, come cifra di comprensione univoca di un aspetto centrare dello stato di cose presente, è la seguente: il regime di scambio genera competizione/la competizione produce la sedimentazione di posizioni di squilibrio/gli squilibri attivano appetiti e dinamiche di centralizzazione economica/tali dinamiche a un certo punto impattano contro gli ostacoli politici innalzati dai soggetti attestati in posizione di difesa rispetto al processo di centralizzazione/la frustrazione di quegli appetiti innesca meccanismi di rinculo che danno una connotazione marcatamente politica alle istanze offensive e difensive che si strutturano attorno al fenomeno della centralizzazione economica/tali istanze armano, letteralmente, soluzioni militari ai problemi della tutela o dell’attacco di quegli ostacoli politici alla centralizzazione, risolvendosi, così, nella formazione di contrapposti imperialismi/quest’ultimi, a loro volta, prendono ad alimentarsi vicendevolmente, tanto da determinare un clima di condivisa propensione degli attori alla guerra, che nella guerra effettivamente tende a degenerare. Come vedremo più approfonditamente nella seconda parte di questo intervento, il risultato alquanto paradossale dell’applicazione di tale schema logico-teorico allo sforzo di comprensione del senso della fase attuale del nostro sistema mondiale – caratterizzata da rotture profondissime e da transizioni continentali –, si risolve in due micidiali ingiustizie cognitive. In primo luogo, nella qualificazione distorcente delle certamente problematiche manifestazioni di contropotere opposte dalle popolazioni del mondo, nella forma di reazioni e di resistenze (l’attuale panorama internazionale offre un profluvio di espressioni di entrambe, ora commiste, ora separate) avverse alle istanze di esercizio sistematico e continuato dell’imperialismo euroatlantico, in una forma di imperialismo considerato, rispetto a quello a cui pur reagirebbe, senz’altro simmetrico, uguale e contrario, e sostanzialmente equipollente. In secondo luogo, nella trasfigurazione di quello stesso indicatore e segno (il credito internazionale espresso in dollari statunitensi) del grado di avanzamento e concentrazione raggiunto dal sistema occidentale di eterodirezione, espropriazione e sfruttamento sul resto del mondo nel corso del tempo, in un infido strumento/soggetto che adesso, trovandosi accumulato nelle mani dei rappresentanti più o meno degni delle vittime di quello, starebbe già determinando automaticamente spinte aggressive, ostili e violente – di nuovo – senz’altro assimilabili e del tutto equipollenti a quelle delle forze che pretendono di conferire ancora unilateralmente forma, struttura e senso a questo stesso sistema.</p>
<hr />
<h6 id="viewer-9fdkb">Immagine: Terry Flaxton, <em>Prisoners</em> (l’editore resta a disposizione per gli eventuali aventi diritti)</h6>
<hr />
<h6 id="viewer-3igpk"><strong>Carmelo Buscema</strong> è ricercatore di sociologia dei fenomeni politici presso l’Università della Calabria, dove insegna Geopolitica e Rapporti internazionali e si occupa di migrazioni, neoliberismo e processi di finanziarizzazione, temi sui quali ha pubblicato numerosi saggi e articoli. Tra gli altri: <em>Contro il suicidio. Contro il terrore. Saggio sul neoliberalismo letale</em> (Mimesis, 2019); <em>Il governo della povertà ai tempi della microfinanza</em> (con Marco Fama, Ombre Corte, 2017); <em>L’epocalisse finanziaria. Rivelazioni (e rivoluzione) nel mondo digitalizzato </em>(Mimesis, 2012)</h6>
<p><strong><em>Machina</em></strong></p>
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		<title>Centralizzazione della proprietà e capitalismo contemporaneo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2022 18:37:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Centralizzazione della proprietà e capitalismo contemporaneo A proposito di “La guerra capitalista” di Andrea Fumagalli &#160; &#160; A distanza di 10 mesi dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russia sono usciti alcuni interessanti saggi che analizzano la nuova situazione geo-politica e riflettono sulle possibili tendenze internazionali[1]. Tra loro merita sicuramente un posto in prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1></h1>
<p><img src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/copertina_La-guerra-capitalista.jpg" alt="copertina La guerra capitalista" width="300" height="211" data-src="/images/stories/stories4/copertina_La-guerra-capitalista.jpg" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h1>Centralizzazione della proprietà e capitalismo contemporaneo</h1>
<h2>A proposito di “La guerra capitalista”</h2>
<h3>di Andrea Fumagalli</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A distanza di 10 mesi dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russia sono usciti alcuni interessanti saggi che analizzano la nuova situazione geo-politica e riflettono sulle possibili tendenze internazionali<a name="_ftnref1" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftn1"></a>[1]. Tra loro merita sicuramente un posto in prima fila il recente contributo di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, <em>La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista</em>, Mimesis, Milano, 2022, uscito in libreria lo scorso 25 novembre.</p>
<p>Il libro è suddiviso in tre parti, con l’aggiunta di tre appendici finali e una postfazione di Roberto Scazzieri. La prima parte inizia con la “sconcertante presa d’atto di un Marx ‘rapito dal nemico’: tanto dimenticato dai sedicenti tribuni degli oppressi del nostro tempo quanto studiato e rivalutato dagli agenti del capitale” (p. 10). Tale punto di partenza è particolarmente utile per soffermarsi sulla marxiana “legge di centralizzazione”, il nodo teorico che ha più affascinato la riscoperta mainstream di Marx all’indomani della crisi finanziaria globale del 2007. Nel testo, infatti, gli autori propongono “una nuova teoria della riproduzione e della tendenza verso la centralizzazione capitalistica, un approccio che si contrappone al paradigma teorico mainstream ma solleva obiezioni anche ai filoni di pensiero critico che hanno ridotto il marxismo a un intoccabile reliquiario anti-scientifico, o che da lungo tempo tacciono sul grande tema delle “leggi” generali”. (p. 10).</p>
<p>A partire da queste premesse, la seconda parte approfondisce l’evidenza empirica della tendenza della <em>centralizzazione capitalistica</em>, che viene definita “un inedito della letteratura scientifica in materia” (p. 10).</p>
<p>Tale evidenza parte dall’utilizzo di moderne tecniche dei “network” proprietari, con riferimento alla proprietà azionaria. Poiché tale fenomeno interessa soprattutto gli Stati Uniti e i paesi anglosassoni oltre che Cina e Russia, l’analisi condotta mette giustamente in luce come parlare di <em>oligarchia</em> facendo esclusivamente riferimento alla Russia non solo è improprio ma anche fuorviante, poiché la struttura oligarchica è di gran lunga prevalente negli Stati Uniti e nei paesi Occidentali.</p>
<p>La terza parte del libro contiene stralci riveduti e aggiornati di interviste e articoli del solo Emiliano Brancaccio ispirati dalla guerra in Ucraina, ma centrati sulla questione più generale del rapporto tra centralizzazione del capitale e conflitto militare e sui due più importanti blocchi imperiali che emergono: da un lato, il consolidato imperialismo dei paesi debitori (Usa e Uk in testa), con al traino l’Europa, dall’altro il nascente imperialismo dei paesi creditori, a partire da Cina e India.</p>
<p>La tesi del libro è molto semplice e chiara. Secondo gli autori, nel capitalismo contemporaneo è ravvisabile, dati alla mano, una “legge” di tendenza verso la centralizzazione del capitale, che inevitabilmente porta alla distruzione della democrazia e fomenta la guerra.</p>
<p>Tale lettura non è quindi allineata con le interpretazioni giornalistiche dominanti relative alla guerra in corso, che sottolineano esclusivamente l’aggressione di Putin ai danni dell’indipendenza di un stato e della sua sovranità e con ciò giustificano l’invio di armi da parte dei paesi cosiddetti “amici della democrazia” al fine di sostenere la resistenza ucraina e la sua battaglia di civiltà a favore della libertà dei popoli. Il contesto politico in cui nasce la guerra ha origini ben più profonde e complesse.</p>
<p>L’attenzione viene perciò rivolta al concetto di <em>centralizzazione</em>, un concetto coniato da Marx. Gli autori riconoscono che “il termine ‘centralizzazione’ viene spesso sostituito dall’espressione ‘concentrazione’. Gli stessi Marx e Hilferding, in alcune circostanze, adoperano questi termini alla stregua di sinonimi” (p. 38) […] “ma si allude anche alla possibilità che i gruppi di controllo delle società governino una massa di capitale più grande di quella che formalmente possiedono” (p. 39). Tuttavia, per Marx i due concetti sono diversi: la <em>centralizzazione</em> è l’esito di una incessante lotta tra capitali in competizione tra loro per la conquista dei mercati, mentre il termine <em>concentrazione</em> corrisponde “alla creazione di nuovi mezzi di produzione e alla crescita conseguente della loro massa complessiva, sia in termini assoluti sia in rapporto alla forza lavoro disponibile” (p. 39).</p>
<p>Che cosa si intende con il termine “conquista dei mercati”? Marx intende probabilmente quella che definisce “l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista”, ovvero la conquista non tanto di quote di mercato ma della proprietà. Si tratta di un processo di selezione delle imprese, esito della concorrenza tra imprese singole. La concentrazione, invece, indica un processo di gerarchizzazione del mercato verso forme oligopolistiche, a prescindere dai cambiamenti degli assetti proprietari. Possiamo aggiungere, tuttavia, che il processo di centralizzazione induce alla concentrazione di mercato. Si tratta di qualcosa di diverso della creazione di nuovi mezzi di produzione, ovvero dell’effetto schumpeteriano dell’innovazione tecnologica.</p>
<p>Non a caso Hilferding, a partire dal testo seminale del 1910 <em>Il capitale finanziario</em><a name="_ftnref2" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftn2"></a>[2], seguendo Marx, individua due modalità principali che favoriscono il processo di centralizzazione della proprietà e quello della concentrazione produttiva: il fallimento delle imprese più deboli che non riescono a sottostare alle gerarchie di mercato e le strategie di acquisizioni e fusione che “predano” le imprese più piccole e più innovative che diventano invitanti per l’ingordigia delle grandi.</p>
<p>Le analisi di Marx e poi di Hilferding fanno riferimento al sistema “factory”, ovvero allo sviluppo della grande industria, magistralmente descritto da Marx nel cap. XIII del Libro I de <em>Il Capitale</em>. In tale contesto, la riorganizzazione della produzione consente lo sfruttamento del lavoro, l’attivazione di economie di scala positive che portano a rendimenti crescenti di scala e favoriscono, in tal modo, sia un processo di concentrazione produttiva che la centralizzazione della proprietà con il diffondersi della forma manageriale di impresa.</p>
<p>Tale processo arriverà a pieno compimento con il pieno affermarsi del paradigma taylorista-fordista del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, ampiamente preconizzato dall’analisi di Marx. Il processo di valorizzazione del capitale tramite la produzione tangibile di merce (D-M-D’) raggiunge qui il suo apice.</p>
<p>Siamo in presenza di un modello di produzione per stock, dove la proprietà dei mezzi di produzione è centrale per definire il comando del capitale del lavoro. La tendenza alla centralizzazione si manifesta con la proprietà diretta degli asset azionari delle grandi imprese. La proprietà fa rima con controllo, anche se questi elementi necessitano di due attori differenziati e spesso, negli anni del fordismo, potenzialmente conflittuali: azionisti di maggioranza, da un lato, e management, dall’altro. La potenza del capitale e le sue lotte intestine si traducono in un aumento della concentrazione della produzione e nell’aumento delle dimensioni di impresa<a name="_ftnref3" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftn3"></a>[3].</p>
<p>Con la crisi del paradigma taylorista-fordista nei primi anni Settanta, lo scenario cambia. La diffusione del nuovo paradigma tecnologico linguistico-comunicativo apre a nuove modalità di produzione e di organizzazione di mercato. Il prevalere negli anni Novanta del modello della subfornitura internazionalizzata, basata sulla gestione per flussi dei nodi produttivi, porta alla centralità della leva finanziaria e della leva tecnologica come i due fattori principali in grado di ridefinire le gerarchie di mercato e gli assetti geo-economici internazionali. Assistiamo al più poderoso processo di concentrazione finanziaria e tecnologica che la storia del capitalismo ricordi, da far impallidire il periodo della formazione dei grandi trust nell’economia americana a cavallo tra XIX e XX secolo.</p>
<p>Tale processo è analizzato con esempi nella seconda parte del libro, dove la tesi della centralizzazione viene messa alla prova dei fatti. L’analisi fa riferimento a studi precedenti condotti dallo stesso Brancaccio e altri, in cui viene introdotto il concetto di “net control” come misura della concentrazione della proprietà azionaria. Tale termine può creare qualche equivoco, dal momento che nella parte empirica del libro non viene poi tracciata in modo chiaro una netta distinzione tra proprietà e controllo, nonostante un intero capitolo venga dedicato al managerialismo e alle sue teorie (da Marx, a Weber sino a oggi). In questo caso il termine “controllo” fa riferimento al controllo delle azioni.</p>
<p>I risultati a cui giungono gli autori non sorprendono. La crescente concentrazione dei mercati che abbiamo visto nelle ultime decadi, all’indomani del periodo di maggior concorrenza che ha accompagnato i tardi anni Settanta nell’avvio del processo di internazionalizzazione, si è accompagnata a una fortissima centralizzazione dei capitali in poche mani.</p>
<p>Con riferimento ai due anni considerati, 2007 e 2017, si ottengono</p>
<p><em>“due panoramiche delle reti della proprietà azionaria. In entrambi gli anni, le società finanziarie occupano una posizione cruciale nei nodi centrali. In particolare, i primi tre detentori del controllo (azionario, ndr.) nel 2007 sono Fidelity Management &amp; Research Company, Capital Research &amp; Management Company e BlackRock Institutional Trust Company, NA. Nel 2016, la classifica dei primi tre detentori del controllo è simile: </em><em>Vanguard Group, Inc., BlackRock Institutional Trust Company, NA, Fidelity Management &amp; Research Company. È interessante notare che, dopo la crisi, mentre il numero di mani che tirano i fili del capitale globale diminuisce cospicuamente, il nucleo di giganti della finanza situati al comando della rete mondiale del capitale non muta granché” (p. 118-119).</em></p>
<p>Il primato dei mercati finanziari non stupisce. Nel capitalismo contemporaneo (quello bio-cognitivo e finanziarizzato, dell’egemonia della produzione intangibile, della vita messa direttamente a valore tramite le piattaforme), i mercati finanziari sono diventati il centro dell’accumulazione e della valorizzazione capitalistica. In un <a href="https://sinistrainrete.info/politica-economica/1727-andrea-fumagalliprove-conclamate-di-dittatura-finanziaria.html">articolo</a> pubblicato più di 10 anni fa, poco dopo la crisi finanziaria globale del 2007-08, scrivevo:</p>
<p><em>“Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 trilioni di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 trilioni di dollari, le borse di tutto il mondo 50, i derivati 466 (otto volte di più della ricchezza reale). Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione. Nel mercato bancario, dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500 (dati Federal Reserve). Al I° trimestre 2011, cinque società d’affari (J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (dati </em>OCC, Office of Comptroller of the Currency<em>). Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate”.</em></p>
<p>Negli ultimi 10 anni gli attori sono cambiati ma la musica è rimasta la stessa. Negli Usa, i dati dell’<em>Office of Comptroller of the Currency </em>(organo indipendente di vigilanza che afferisce al Dipartimento del Tesoro americano) ci dicono che nel secondo quadrimestre del 2022 sul mercato statunitense sono stati scambiati un totale di 193.731.717 milioni di dollari di derivati. Il 95,35% è stato gestito da sole cinque banche d’affari: Jp Morgan Chase Bank per il 29,01%, Goldman Sachs Bank il 25,54%, Citibank National 23,47%, Bank of America, l’11,42%, Wells Fargo Bank, il 5,92%.</p>
<p>A differenza del controllo azionario, occorre ricordare che tali titoli non sono di proprietà delle banche ma sono gestiti per conto degli effettivi proprietari. In questo caso il processo di centralizzazione assume forme nuove. Al “net control” si aggiunge un’altra forma di controllo: quello che non presuppone esclusivamente la “nuda” proprietà, ma la gestione di proprietà altrui. Ciò, tuttavia, non è in contrasto con la tendenza verso una concentrazione proprietaria nel campo azionario, anzi.</p>
<p>Con il ruolo sempre più egemone e pervasivo dei mercati finanziari il processo di centralizzazione /concentrazione dunque si modifica. Non si manifesta più solo nella proprietà azionaria ma nella capacità di indirizzare e organizzare le convenzioni speculative grazie alla messa in moto di aspettative in grado di autorealizzarsi se accompagnate da un adeguato volume di investimenti che solo le grandi multinazionali della finanza sono in grado di fare. Siamo cioè in presenza di un circuito virtuoso per il capitale. La centralizzazione finanziaria della proprietà azionaria favorisce la concentrazione nella gestione dei portafogli finanziari con il duplice effetto di lucrare elevate plusvalenze grazie anche alle tecniche del “<em>payback</em>” e dello “<em>shareback</em>”, ovvero lo scambio reciproco di azioni tra le stesse società finanziarie con lo scopo di far lievitare sia le plusvalenze che il livello di proprietà delle azioni.</p>
<p>Il fenomeno della centralizzazione assume così oggi aspetti inediti rispetto al passato. È questo un aspetto che, a mio parere, non è stato sufficientemente indagato. È anche il risultato di una tendenziale ridefinizione degli assetti geo economici mondiali, che tende a mettere in discussione l’egemonia americana e spinge verso una tendenza multipolare.</p>
<p>Relativamente a questo aspetto, è opportuno parlare di forme diverse di centralizzazione. Al caso Usa, magistralmente descritto nella seconda parte del libro, occorre infatti aggiungere che un simile processo si sta sviluppando in Cina ma con caratteristiche assai diverse. L’acronimo BATX (Baidoo, Alibaba, Tencent e Xiaomi) diventa sempre più l’alter ego dei giganti della Silicon Valley e sempre più si diffondono fondi di investimento collegati a questi grandi imprese cinesi, in parte di proprietà statale: ad esempio, il Fidelity Funds – China Consumer Fund A.</p>
<p>Il crescente ruolo della Cina anche nel campo della finanza è oggi uno degli aspetti più rilevanti anche per spiegare le crescenti tensioni sul piano geo-economico mondiale e sulla tenuta del dollaro come valuta di riserva internazionale dollaro e della borsa americana come luogo simbolo dell’oligarchia finanziaria. Una tendenza, quest’ultima, già in parte preconizzata da Giovanni Arrighi nel suo <em>Adam Smith a Pechino</em>, recentemente ripubblicato ma stranamente ignorato in questo libro.</p>
<p>* * * * *</p>
<p>La complessità e eterogeneità della situazione attuale ci impone, infine, una riflessione di natura metodologica. Il libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli ritiene che il sistema capitalistico e la sua evoluzione possano essere descritti da leggi che, a prescindere dai tempi e dai contesti spaziali, siano in grado di definire “scientificamente” (quindi in modo rigoroso e inoppugnabile) le principali linee di tendenza in atto.</p>
<p>La legge più nota e più discussa nell’ambito del dibattito marxista è sicuramene la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. La legge della centralizzazione del capitale è meno nota ma altrettanto importante ed è rilevante per comprendere l’analisi marxiana. È possibile infatti individuare un nesso tra queste due leggi, che non è il caso di discutere in questa sede. Rimane tuttavia aperta la questione se questi leggi sono universalmente valide nel tempo e nello spazio capitalistico. Al riguardo il testo di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli è molto chiaro: l’analisi di Marx si rivela scientificamente corretta alla prova della storia, almeno per quanto riguarda la legge della centralizzazione del capitale. I dati ne confermano la validità anche ai nostri giorni. Ogni interpretazione del pensiero di Marx che non coglie l’oggettività di questa grande legge di tendenza sono in contraddizione con la corretta interpretazione del pensiero di Marx. La critica è chiaramente rivolta a quelle correnti eretiche marxiste che hanno preso origine principalmente (ma non solo) dal pensiero operaista degli anni Sessanta e le sue declinazioni nell’attuale pensiero neo-operaista e che vengono definite “non scientifiche” (p. 10).</p>
<p>Una teoria è scientifica solo se è in grado di suggerire quali esperimenti e osservazioni potrebbero dimostrarla falsa. È il noto principio della falsificabilità della scienza di Karl Popper. Nel nostro caso (la centralizzazione della proprietà), la confutazione della teoria sta nell’applicarla in un contesto non capitalistico di produzione e, di conseguenza, in un contesto capitalistico viene confermata se gli esperimenti e le osservazioni la invalidano.</p>
<p>Ma nel campo delle scienze umane (a differenza di quelle naturali), l’ambito in cui si cerca di mostrare la validità di una teoria è storicamente contestualizzato e le modalità con le quali un dato fenomeno si manifesta sono in continua metamorfosi. Una metamorfosi che il più delle volte è attivata dall’azione umana (oltre che da accadimenti naturali), azione di per sé stessa soggettiva e non misurabile, nonostante i vari tentativi intrapresi in tal senso, soprattutto per quanto riguarda lo studio dell’economia politica.</p>
<p>Le leggi di tendenza di Marx sono valide solo se si definisce il preciso periodo storico di riferimento anche all’interno del periodo capitalistico stesso. La dinamica del capitalismo non è infatti lineare ma ciclica e segnata da rotture; è caratterizzata dalla successione di paradigmi di natura tecnologica (Kondratieff), sociale e politica, che ridefiniscono ogni volta i due perni che definiscono lo stesso sistema capitalistico: la proprietà privata e il rapporto capitale – lavoro come fattori-base da cui estrarre valore di scambio. Ma il loro ruolo non è immutabile nel corso dell’evoluzione del capitalismo. Di conseguenza, le leggi di tendenza che ne scaturiscono (non a caso relative a questi due aspetti: la centralizzazione per quanto riguarda la forma della proprietà e la caduta tendenziale del profitto per quanto riguarda l’estrazione di valore) non possono ripetersi all’infinito allo stesso modo, ma mutano al variare del paradigma socio-economico in quel momento dominante.</p>
<p>NOTE</p>
<p><a name="_ftn1" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftnref1"></a>[1] Si vedano, ad esempio, <a href="https://www.asterios.it/catalogo/stati-uniti-e-cina-allo-scontro-globale">Raffaele Sciortino</a>, <em>Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenza</em>, Asterios, Trieste, 2022; Marco Ottaviani, <em>La riglobalizzazione. Dall’interdipendenza tra Paesi a nuove coalizioni economiche</em>, Egea, Milano, 2022; <a href="https://drive.google.com/file/d/1RRewazmjPVyWIXpRzCDxkhJ7rOGhI2av/view">Giulio Palermo</a>, <em>Il conflitto russo-ucraino. L’imperialismo americano alla conquista dell’Europa</em>, L.A.D. Gruppo Editoriale, Roma, novembre 2022.</p>
<p><a name="_ftn2" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftnref2"></a>[2] Di cui l’ultima edizione è pubblicata da Mimesis con un’introduzione dello stesso Emiliano Brancaccio, 2012.</p>
<p><a name="_ftn3" href="http://effimera.org/centralizzazione-della-proprieta-e-capitalismo-contemporaneo-a-proposito-di-la-guerra-capitalista-di-andrea-fumagalli/#_ftnref3"></a>[3] Si veda il seminale testo di Paul Baran e Paul Sweezy, <em>Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana</em>, Einaudi, Torino, 1968 (ed. orig. 1966).</p>
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		<title>Una discussione su centralizzazione dei capitali, nuovi imperialismi e guerra.</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 14:58:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p id="viewer-1c7nm"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/0e99dc_5854be6d69f9416893732eeb286f02d0_mv2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8193" title="0e99dc_5854be6d69f9416893732eeb286f02d0_mv2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2022/11/0e99dc_5854be6d69f9416893732eeb286f02d0_mv2-242x300.jpg" alt="" width="242" height="300" /></a></p>
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<h1 data-hook="post-title">«La guerra capitalista»</h1>
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<h3 id="viewer-foo">Una discussione su centralizzazione dei capitali, nuovi imperialismi e guerra.</h3>
<h3>Intervista di Francesco Pezzulli a Stefano Lucarelli</h3>
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<p>&nbsp;</p>
<p><em>Pubblichiamo la prima di una serie di interviste che la sezione sudcomune sta portando avanti sul tema del capitalismo digitale. Il curatore della sezione Francesco Pezzulli dialoga qui con Stefano Lucarelli sui temi del libro che ha scritto insieme a Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti, </em>La guerra capitalista<em>, edito da Mimesis e in uscita oggi, 25 novembre. </em></p>
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<div id="viewer-9u09r"><em>Nel testo appena pubblicato di cui sei autore insieme ad Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti (</em>La guerra capitalista<em>, Mimesis, 2022</em> <a href="https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857592336" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857592336</a>), <em>scrivete che «la guerra capitalista è la continuazione delle lotte di classe con mezzi nuovi e più infernali». Puoi illustrarci i termini della questione e come mai giungete a questa conclusione? </em> Noi siamo partiti da un fatto: la cosiddetta «legge» di centralizzazione dei capitali in sempre meno mani, originariamente teorizzata da Marx, può essere verificata empiricamente. Se ci pensi si tratta di un tema che è stato sempre messo in secondo piano dagli studiosi contemporanei di Marx, ma che in realtà oggi è molto più rilevante rispetto, per esempio, alle riflessioni sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. L’analisi della centralizzazione dei capitali tutto sommato era restata sullo sfondo anche nelle analisi critiche del processo di globalizzazione diffusesi soprattutto nella seconda metà degli anni Novanta. E comunque non era mai stata analizzata con gli strumenti adeguati. Oggi in effetti – come mostriamo nel libro – trova una conferma nei dati. È curioso che l’attenzione su questa «legge» tendenziale e sistemica sia stato posto, dopo la crisi globale del 2007-2008, proprio dagli analisti del mondo finanziario sulle pagine del «Financial Times» o di «The Economist», o persino dagli stessi magnati dell’Alta Finanza, coloro che – per dirla con Warren Buffet – si sentono vincitori della guerra fra le classi sociali. Cercando di studiare il processo di centralizzazione nel modo più accurato possibile – impiegando quindi delle adeguate tecniche statistiche ed econometriche a partire dai dati disponibili per comprendere la gerarchia degli assetti proprietari che caratterizzano il capitalismo contemporaneo – siamo giunti a visualizzare innanzitutto alcuni aspetti della lotta fra capitali. In questo senso, i nostri studi rappresentano un inedito nel campo delle scienze sociali. Per noi è stato molto importante fare i conti con il metodo scientifico che i fisici come Giorgio Parisi hanno proposto per studiare l’interazione fra disordine e fluttuazioni nei sistemi: grazie ai «network» che siamo riusciti a identificare applicando le tecniche utilizzate nell’analisi dei sistemi complessi, rileviamo che al giorno d’oggi oltre l’ottanta percento del capitale mondiale è controllato da meno del due percento degli azionisti mondiali. Questo club ristretto di grandissimi azionisti si riduce nel tempo. Il fenomeno investe un po’ tutti i paesi del mondo, a partire da Stati Uniti e Cina. Lo scontro fra capitali non è mai un affare prettamente limitato al mondo finanziario né allo scontro fra i proprietari dei mezzi di produzione. Da esso dipendono i processi che disgregano la classe dei lavoratori. Più precisamente quando i capitali creditori e debitori si identificano in capitali di nazioni diverse, la loro feroce guerra economica, in particolari circostanze che analizziamo nel libro, può arrivare a tramutarsi in una vera e propria guerra militare. Il lavoro ovviamente subisce sempre più gli effetti devastanti della lotta intra-capitalistica. Quando la guerra diventa un esito possibile dello scontro fra capitali nazionali, il processo di disgregazione della classe sociale subalterna si acuisce ancor di più fino a giungere a un paradosso: i subalterni non si riconoscono più come classe sociale, ma come un gruppo i cui interessi sono comprensibili solo in un’ottica nazionalistica. In tal senso si può dire che la guerra capitalista è la continuazione delle lotte di classe con mezzi nuovi e più infernali. <em>Un merito del libro consiste nel ricordarci che la lotta di classe non avviene esclusivamente tra le due classi «fondamentali» ma anche all’interno della stessa classe dei capitalisti. Puoi ricordarci, di questa seconda lotta, quali sono stati dal punto di vista storico economico, i momenti più recenti e significativi? </em> La centralizzazione dei capitali in sempre meno mani è la risultante di una lotta interna alla classe capitalista, tra capitali debitori in difficoltà e capitali creditori che tentano di assorbirli e «mangiarli». Per certi versi l’analisi degli scontri fra capitali è più importante dell’analisi del conflitto di classe. In ogni sistema economico vi sono grandi capitali e piccoli capitali. Ciò che ci ha colpito in particolare è che in questo grande mare, in cui i pesci grandi si cibano dei pesci piccoli, per utilizzare l’immagine della nota incisione di Bruegel il Vecchio – si assiste al contempo a una riorganizzazione dei pesci grandi attorno a diversi poli, poli che sono tra loro distinti per una caratteristica basilare in una economia monetaria di produzione: si può diventare pesci grandi sia accumulando debiti che specularmente accumulando crediti. Creditori e debitori possono convivere pacificamente ma ciò può avvenire solo by design. Quando i creditori utilizzano i crediti accumulati in un modo non condiviso dai grandi debitori, allora la pace vacilla. E ciò avviene per esempio quando i crediti sono impiegati per ridefinire gli assetti proprietari che tradizionalmente sono stati sempre sotto il controllo dei debitori. I grandi creditori e i grandi debitori si sono preparati alla guerra accumulando armi. Lo dimostra l’analisi delle spese militare degli ultimi venti anni. <em>Almeno dai primi del 2000 abbiamo riflettuto sul passaggio «dall’imperialismo all’impero» come tratto distintivo della globalizzazione capitalista. Nel testo, la categoria di imperialismo è centrale mentre quella di impero viene velocemente considerata «fumosa» (v. pag. 196). Puoi indicarci i motivi di questa centralità e di questa supposta «fumosità»? </em> La categoria di «Impero» è una suggestione superata. Ma questo non significa riproporre il concetto di «imperialismo» nei termini ossificati del Novecento. Né significa negare che<em> Empire </em>(Harvard University Press, 2000) di Hardt e Negri sia stato un testo importante ed evocativo. E hai ragione a riconoscere l’importanza formativa dell’esercizio che molti di noi fecero riflettendo sul passaggio dall’imperialismo all’Impero. Un esercizio che si tradusse in un modo di fare politica volto ad attaccare frontalmente i simboli di una globalizzazione cui assegnavamo delle capacità di comando diretto sulle nostre vite. Una strategia politica che oggi non esiste più e su cui è urgente tornare a riflettere a partire da una lettura delle relazioni di potere che sia la più precisa possibile. Anche per questo abbiamo cominciato a lavorare su <em>La guerra capitalista</em>. Ma rileggiamo insieme alcuni passaggi fondamentali della Parte Terza di <em>Impero </em>sui limiti dell’imperialismo e proviamo a verificare in che modo quelle riflessioni possano essere ancora rilevanti nel lavoro interpretativo necessario a riorganizzare le energie per costruire una alternativa alle follie politiche con cui stiamo convivendo da più di un ventennio:</div>
<div data-hook="rcv-block9"></div>
<p id="viewer-2ajm5">Il libro di Lenin sull’imperialismo si presenta, soprattutto, come una sintesi delle analisi di altri autori […]. Il testo contiene anche contributi originali, il più importante dei quali è l’impostazione della critica dell’imperialismo da un punto di vista soggettivo, che si ricollega al motivo marxiano dei potenziali rivoluzionari intrinseci alla crisi. […] Lenin adottò l’ipotesi di Hilferding secondo cui il capitale era entrato in una nuova fase di sviluppo di dimensioni internazionali, caratterizzata dal monopolio, la quale avrebbe prodotto un aggravamento delle contraddizioni […]. Ma Lenin non accettava che l’utopia di una banca internazionale unificata potesse essere presa sul serio e che il superamento della crisi […] potesse mai realizzarsi. […] Lenin era d’accordo con la tesi di fondo di Kautsky secondo la quale esiste un trend nello sviluppo capitalistico verso la cooperazione internazionale da parte dei singoli capitali finanziari nazionali che avrebbero probabilmente dato vita a una unica organizzazione mondiale. Quello che respingeva energicamente era l’uso che Kautsky faceva di questa proiezione per giustificare un futuro di pace […]. [C]on la sua rielaborazione del concetto di imperialismo, Lenin fu in grado di anticipare il passaggio a una nuova fase del capitale che andava oltre l’imperialismo e fu capace di individuare il luogo (o il non-luogo) dell’emergente sovranità imperiale. […] [L]’imperialismo mantiene saldamente le sue frontiere e la distinzione fra dentro e fuori. Attualmente, però, l’imperialismo è diventato il limite del capitale […] i confini creati dalle pratiche imperialiste ostruiscono il corso dello sviluppo capitalistico e la piena realizzazione del mercato mondiale. Il capitale deve sbarazzarsi dell’imperialismo e distruggere le barriere tra dentro e fuori. […] Questa è l’alternativa implicita nel pensiero di Lenin: o la rivoluzione comunista mondiale o l’Impero</p>
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<p id="viewer-k8r1">A me pare di poter dire che innanzitutto nella parte di Impero in cui si passa in rassegna il dibattito sull’imperialismo non viene negata la possibilità che esistano diverse tipologie di imperialismo. L’imperialismo non è riducibile ad un unico modello astratto, se non per una esigenza di semplificazione da parte degli autori. Ciò che noi mostriamo ne <em>La guerra capitalista</em> è la compresenza di almeno due modelli di imperialismo, l’uno ostile all’altro. Entrambi non sono riducibili al modello di imperialismo novecentesco kautskyano. D’altro canto, nonostante gli sforzi per definire delle caratteristiche invarianti di una concreta sovranità imperiale – che Hardt nella voce Impero per <em>Lessico Postfordista</em> (Feltrinelli, 2001) individua 1) in un dispositivo di dominio decentralizzato e decentralizzante rappresentato dal mercato mondiale, 2) in un ordine che di fatto sospende la storia e cerca di fissare per l’eternità lo stato di cose presenti, 3) nel fatto che la distinzione fra sfera pubblica e sfera privata tenda a venir meno e 4) in un potere sempre consacrato alla pace in cui non può esserci guerra contro un nemico esterno – ben presto abbiamo dovuto riconoscere che ciò che chiamavamo Impero era qualcosa di multilaterale. Inoltre, esso era caratterizzato da crisi finanziarie ed economiche ricorrenti che si accompagnavano a tensioni internazionali. Le tensioni sfociavano in guerre che presupponevano persino l’individuazione di nemici esterni ricondotti a territori nazionali ben precisi: pensa all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria. Nel 2011 Christian Marazzi, riconoscendo che la Fed stava speculando sulle politiche monetarie restrittive nei paesi emergenti, parlò di una «cooperazione conflittuale» a livello di governance multipolare: «La banche centrali dei paesi emergenti che negli ultimi tre anni hanno perseguito politiche monetarie espansive e hanno contribuito così ad evitare una recessione mondiale di lunga durata, sono oggi chiamate dalla Fed a fare il lavoro sporco, ossia ad aumentare i tassi d’interesse per ridurre il rischio d’inflazione su scala mondiale».</p>
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<p id="viewer-1fsra">Proprio il suo multilateralismo rendeva ingovernabile l’Impero (la tesi è ripresa in <em>Diario della crisi infinita</em> ombre corte, 2015). Lo stesso Negri nelle sue <em>Cinque lezioni di metodo su moltitudine e Impero</em> (Rubbettino, 2003) riconosceva che il libro con Hardt – la cui stesura risaliva al 1997 – non toccava alcuni temi divenuti fondamentali:</p>
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<p id="viewer-3r4ti">da un lato, la fortissima insistenza americana sull’unilateralità dell’azione imperiale; dall’altro, il perfezionarsi dei meccanismi di controllo che si distendono verso e talora ineriscono alla guerra. Guerra che oggi costituisce la sovranità, la politica sovrana, esattamente come ieri la costituivano disciplina e controllo.</p>
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<p id="viewer-d7ieb">Quindi, come vedi, nonostante<em> Empire</em> abbia rappresentato un grande tentativo per riorganizzare in modo nuovo le rivendicazioni dei soggetti disgregati dalla violenza di un capitalismo che si è presentato come unica alternativa pacifica per realizzare un mondo di scambi internazionali in cui non esistevano sconfitti e nemici, è restato ben poco degli elementi distintivi dell’Impero così come sono stati sintetizzati da Hardt nella voce che ho richiamato. Sono passati più di vent’anni da quel tentativo di ricostituzione di una scienza della mobilitazione su scala internazionale che aveva scommesso su una forma di sovranità globale senza centro né confini. Lo sforzo analitico che affrontiamo ne <em>La guerra capitalista</em> è mirato proprio a comprendere i movimenti dei grandi e dei piccoli capitali dentro e fuori i confini nazionali e le implicazioni che il processo di centralizzazione ha anche sul terreno della sovranità. Riscontriamo proprio un multilateralismo come conseguenza della centralizzazione capitalistica. Un multilateralismo problematico e instabile che definisce diverse idee dell’ordine globale tra loro in conflitto.</p>
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<p id="viewer-dttgj"><em>Nel libro è presa come riferimento la guerra Russo-Ucraina. Quali insegnamenti, nell’ottica del vostro lavoro, questa terribile faccenda ci consegna? Se doveste azzardare una previsione, come ritenete che andrà a finire?</em> Se riconduciamo la guerra fra Russia e Ucraina alle relazioni fra grandi creditori e grandi debitori, che sono esito del processo di centralizzazione dei capitali, essa appare in una luce diversa rispetto alle narrazioni più diffuse, e che rischiano di farci piombare in una falsa coscienza: non si tratta di una guerra per l’autodeterminazione di una regione o per la sovranità di una nazione, né per la denazificazione di un territorio o per la libertà di un popolo aggredito. Come scriviamo nell’introduzione a <em>La guerra capitalista</em>:</p>
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<p id="viewer-5p5c6">Quel conflitto sanguinoso segna l’avvio di una contesa economica su vasta scala, che servirà a verificare se gli Stati Uniti e i loro alleati possono tranquillamente saltare dal liberoscambismo al protezionismo e tutti gli altri debbono passivamente adattarsi &#8211; oppure se da ora in poi le regole del gioco economico si decideranno in base a un diverso ordine dei rapporti di forza globali.</p>
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<p id="viewer-2rq57">Le ricerche future serviranno a confermare o a smentire la seguente ipotesi: il grande debitore (gli Usa) sta lavorando per superare il multilateralismo globale. Per tornare ad un bipolarismo – o se preferisci usando la metafora proposta da Toni Iero (<a href="http://www.maggiofilosofico.it/il-triello-per-una-geoeconomia-del-xxi-secolo/" rel="noopener noreferrer" target="_blank" data-hook="linkViewer">http://www.maggiofilosofico.it/il-triello-per-una-geoeconomia-del-xxi-secolo/</a>) per passare da un triello a un duello – gli Usa devono rompere l&#8217;integrazione commerciale russo-europea e sino-europea, creando forzosamente un polo russo-cinese.</p>
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<p id="viewer-e7unq">Con questo libro abbiamo voluto mettere a disposizione di chi vorrà leggerlo e discuterlo alcuni strumenti analitici e un metodo scientifico di lettura degli eventi che possano essere compresi nel modo più semplice possibile. Lo abbiamo fatto nella convinzione che l’analisi geopolitica senza la critica dell’economia politica rischia di restare una narrativa troppo dipendente dalle sensazioni individuali. E lo abbiamo fatto nella speranza di distribuire un antidoto contro quella falsa coscienza che rappresenta uno degli ostacoli maggiori per la ripresa di un vero dibattito democratico in questo Paese. E io in particolare scrivevo avendo sempre in testa un verso di una poesia di Friedrich Hölderlin: «dove è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza».</p>
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