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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Totalitarismo</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Hannah Arendt del politicamente corretto</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Feb 2024 16:36:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teoria e critica]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Hannah Arendt]]></category>
		<category><![CDATA[politicamente corretto]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore A. Bravo]]></category>
		<category><![CDATA[Totalitarismo]]></category>

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		<description><![CDATA[SALVATORE BRAVO Hannah Arendt del politicamente corretto &#160; Il totalitarismo del politicamente corretto ha i suoi eroi e le sue eroine. Hannah Arendt è tra le antesignane della filosofia decaffeinata, al punto da essere insapore. La filosofia è per sua fondazione radicale, essa è “contropotere” con la funzione etica e politica di neutralizzare le forze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/02/Hannah-Arendt.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8778" title="hannah-arendt" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/02/Hannah-Arendt-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a></h5>
<h5></h5>
<h5>SALVATORE BRAVO</h5>
<h3>Hannah Arendt del politicamente corretto</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il totalitarismo del politicamente corretto ha i suoi eroi e le sue eroine. Hannah Arendt è tra le antesignane della filosofia decaffeinata, al punto da essere insapore. La filosofia è per sua fondazione radicale, essa è “contropotere” con la funzione etica e politica di neutralizzare le forze che minacciano la comunità e le singole soggettività. A tal fine il metodo filosofico è dialettico e concreto. Esso risponde ai drammi e alle potenzialità trasformatrice della propria epoca mediante l’approccio olistico: il dato è riportato al contesto, e in tal modo si affinano gli strumenti critici e si smascherano posture ideologiche. La filosofia non abita nelle stanze del potere, vive nella comunità, è concretezza dialettica, ha lo scopo di ricostruire relazioni di giustizia su fondamenta veritative. Il potere teme la giustizia sociale e il suo inevitabile antagonismo, al punto da far scomparire dallo spazio pubblico ogni riferimento ad essa.</p>
<p>Il potere oscura i filosofi non spendibili dal circo mediatico. La filosofia addomesticata regina dei salotti trasforma i concetti in chiacchiere e il concreto in astratto. Lo scopo è l’irrazionale, la comprensione degli eventi storici e il giudizio qualitativo sul sistema è sostituito dagli slogan e dalla chiacchiera colta. Nei luoghi della formazione e nei media si segue l’astratto discorrere, pertanto si selezionano i “filosofi” che rafforzano e consolidano con l’irrazionalità l’ipostatizzazione del presente.</p>
<p>Hannah Arendt è largamente utilizzata in tal senso, al punto da essere una icona del politicamente corretto. Il suo impegno filosofico e i suoi scritti non turbano il liberismo, ma ammiccano ad essi.</p>
<p>Le categorie del liberismo sono proiettate nella storia, i Greci appaiono allo sguardo del lettore della Arendt come gli antenati dei liberisti inglesi. La Arendt proietta categorie del suo tempo nell’interpretazione dei Greci addomesticandoli e rendendoli conformi al “politicamente corretto”, ne disinnesca le potenzialità critiche e divergenti per gli uomini e le donne del nostro tempo. La storia diviene una lunga conferma del presente.</p>
<p>Costanzo Preve filosofo controcorrente e radicale è esplicito nel suo giudizio: per la Arendt i Greci sono gli antenati imperfetti degli anglo-americani, in quanto discriminavano le donne e possedevano gli schiavi. La storia ha dunque due modelli positivi: i Greci e gli inglesi. I Greci sono i precursori degli inglesi. Naturalmente “l’imperfezione greca” non è spiegata razionalmente con la cornice storica ed è risolta dal liberismo, in tal modo si plana “nel migliore dei mondi possibili”. Il paradigma liberista è usato per giudicare i popoli antichi e contemporanei, con questa modalità il liberismo diviene non un modello storicamente situato con le sue contraddizioni, ma il discrimine con cui dividere il bene dal male:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«La Arendt, evidentemente, si immagina i greci come dei liberali anglosassoni moderni, sia pure ancora imperfetti perché possedevano ancora degli schiavi e tenevano chiuse in casa le loro donne, i quali effettivamente discutono liberamente di politica presupponendo che la cosiddetta “economia” sia un dato che funziona e si riproduce per conto suo».<a name="_ftnref1" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftn1"></a>[1]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Logos</strong></p>
<p>Il termine <em>logos</em> è tradito e misconosciuto nella sua verità storica. La filosofia è dispositivo anticrematistico. Lo scandalo per i liberisti di ogni partito è la filosofia, di conseguenza essa dev’essere deformata e mutilata della sua capacità di dare-donare risposte agli effetti distruttivi del liberismo. La Arendt si presta a tale operazione di occultamento della filosofia. Il <em>logos</em> per la Arendt è “semplicemente la parola” da usare all’interno di formalismi giuridici. Il logos, invece, rileva Costanzo Preve è emancipazione dalle forza economiche e crematistiche che vogliono strumentalizzare i cittadini, oscurarne la coscienza e il senso critico. Il <em>logos</em> è attività critica che rende la coscienza individuale luogo di resistenza e attività in opposizione alla manipolazione persuasiva. Il <em>logos</em> ha una valenza politica e veritativa e coincide con il filosofare, è prassi sociale senza la quale guerre e ingiustizie divorano comunità e individui in un fatale destino di dolore:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Per la Arendt il termine logos significa unicamente parola, libera parola che convince, decisione presa in base al convincimento delle sole parole. […] La filosofia, anzi, è nata proprio sulla base della messa in discussione problematica del potere di convincimento della parola in nome di una istanza veritativa esterna al puro potere di convincimento della parola stessa (Socrate contro Gorgia, Platone contro Isocrate, eccetera). La Arendt evidentemente cerca di comprendere la polis combinando idealmente Gorgia e Rorty: il logos si riduce alla parola che convince, e dal momento che la verità non esiste la democrazia prevale sempre sulla filosofia».<a name="_ftnref2" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftn2"></a>[2]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il <em>logos </em>è misura delle giuste proporzioni, è il <em>katechon</em> che deve contenere derive dissolvitrici nelle quali popoli e individui sono reificati dai processi economistici. Sfruttamento e indebitamento sono il risultato delle logiche crematistiche, i popoli sono sospinti all’indigenza e sono saccheggiati del loro lavoro e della loro capacità creativa e comunitaria.</p>
<p>Il pensiero greco è modello eterno da ripensare, in quanto definisce la natura umana e stabilisce la stabilità della comunità sulla giustizia e sulla verità “mostrate e dimostrate”. Non è sufficiente vivere secondo la verità, per il greco il <em>logos</em> è la parola con cui si dimostra la necessità di una vita conforme alla natura umana. La scissione tra pensiero ed essere è trascesa, sicché il <em>logos</em> pensa il proprio tempo storico, lo giudica qualitativamente al fine di porre in essere la prassi trasformatrice. Il <em>logos </em>della Arendt ridotto a espressione vocale astratta non può che contraddire la sua funzione emancipatrice per divenire chiacchiericcio colto che conserva gli equilibri-squilibri sociali in atto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Il termine logos significa calcolo (loghizomai), e più esattamente, calcolo delle proporzioni delle corrette proprietà ispirato alla misura (metron), alla giustizia (dike), alla concordia fra i cittadini (omonoia), all’equilibrio fra i beni in una comunità (isorropia), all’istituzione di un freno sociale (katechon) per impedire l’accumulazione infinita-indeterminata (apeiron) delle ricchezze private (chremata) potesse portare alla corruzione-dissoluzione del corpo sociale (phthorà)».<a name="_ftnref3" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftn3"></a>[3]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Destoricizzare</strong></p>
<p>La destoricizzazione e la desocializzazione usate come metodo d’indagine finiscono con deformare non solo i Greci ma anche il tempo contemporaneo. La storia finisce con diventare una fiaba aspaziale e atemporale. La storia per la Arendt è una lunga corsa verso il liberismo, i totalitarismi riconosciuti e giudicati come tali sono solo i sistemi politici avversi al liberismo. Quest’ultimo, invece, è giudicato il regno della libertà. Per evitare gli ostacoli storici e la sua dura realtà la Arendt destoricizza l’essere umano in modo da fondare una antropologia organica allo scopo della sua opera, tutto è abilmente neutralizzato, non mette in campo le categorie interpretative che potrebbero destabilizzare la sua “filosofica visione”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«In primo luogo, l’antropologia della Arendt è completamente destoricizzata, in modo quasi incredibile (e per questo piace nell’epoca postmoderna di rifiuto della coscienza storica). Non c’è traccia di Polany, per cui l’antropologia umana del comportamento privato e pubblico non si sviluppa in correlazione con le forme di rapporto comunitario reciproco (reciprocità, ridistribuzione, scambio eccetera). Non c’è traccia naturalmente di Hegel, per cui è proprio attraverso il lavoro (e cioè prima di lavorare, e poi l’operare) che l’uomo prende coscienza prima di se stesso (e cioè la sua coscienza libera), e poi dei suoi rapporti di asservimento (il servo che si rende conto che lo stesso signore dipende dal suo lavoro). Non c’è ovviamente traccia di Marx, per cui lo stesso “metabolismo dell’uomo con la natura” (definizione marxiana) è una pura astrazione del tutto inesistente se non è immediatamente concretizzata con i rapporti sociali di produzione dentro i quali questo metabolismo uomo-natura avviene».<a name="_ftnref4" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftn4"></a>[4]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’unica diade individuata dalla Arendt è l’opposizione uomini-donne. La lotta di classe è rimossa dalla storia e dai modi di produzione, su tutto campeggia la storia pacificata dalla vittoria del liberismo anglosassone. Non potrebbe essere altrimenti, poiché il liberismo è per sua costituzione lotta tra le classi, tra le nazioni e tra gli individui, è “guerra perenne”. La diade uomo-donna la rende particolarmente spendibile per il sistema capitale che ha velato i conflitti sociali e di classe con il femminismo e i soli diritti civili, la diade uomo-donna è l’oscuramento della verità storica e catalizzatore del consenso pianificato a livello mediatico:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Insomma, non ci sono tracce di Polany, Hegel e Marx, ma non c’è un briciolo di storia. Abbiamo un Uomo, anzi la diade Uomo-Donna (la sola in cui avviene evidentemente una dialettica biunivoca, il che fa della Arendt, assai più della Simone de Beauvoir, la vera fondatrice del femminismo filosofico, o più esattamente della sostituzione del femminismo al marxismo), che entra in rapporto diretto con la Natura, e che prima lavora per riprodursi, e poi opera per costruire strumenti artificiali».<a name="_ftnref5" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftn5"></a>[5]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/02/La-scuola-di-Francoforte.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8779" title="la-scuola-di-francoforte" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/02/La-scuola-di-Francoforte-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a></p>
<p><strong>Morte e Natalità</strong></p>
<p>Non vi è traccia nelle opere della filosofa della genealogia dei modi di produzione, e in generale, della genetica della divisione in classe con l’evolversi in senso crematistico dell’economia. Le classi sociali sono ipostatizzate, sono tali da sempre, per cui sono intoccabili, non c’è politica che possa intervenire per rigenerare nella giustizia le comunità. La speranza ha il suo succedaneo nel formalismo della parola. La democrazia diviene uso della parola in un sistema formale di regole che compensa il vuoto veritativo. Non a caso la Arendt tratta della “condizione umana” e non della “verità”:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«In secondo luogo, l’antropologia della Arendt non è soltanto destoricizzata, ma anche del tutto desocializzata. Non c’è traccia nella Arendt del fatto che all’interno della divisione sociale del lavoro nascono le classi sociali antagonistiche, gli sfruttatori e gli sfruttati».<a name="_ftnref6" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftn6"></a>[6]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La filosofia al femminile è la frontiera da contrapporre alla filosofia maschile. Non vi sono altre contrapposizioni. Heidegger è simbolo del filosofare maschile. Gli uomini non possono generare la vita, pertanto perseguono la morte. L’Heidegger della Arendt è banale fino al semplicismo. Costanzo Preve dimostra che l’essere per la morte di Heidegger non è finalizzato ad affermare la morte, ma è giudizio sul modello liberista. La reificazione è una forma di morte, mentre si è in vita. La vita inautentica è vita dominata dalla tecnocrazia (<em>Gestell</em>), la tecnica capitalistica si impianta nella carne viva e deforma la natura umana. Il logos è sostituito dal calcolo e dal vuoto ciarlare. L’antitesi della natalità della Arendt alla morte di Heidegger non ha dunque ragion d’essere:</p>
<p><em> </em></p>
<blockquote><p>«Secondo, la Arendt contrappone la sua teoria della centralità della natalità alla teoria heideggeriana della mortalità, provocando lodi dal concerto del politicamente corretto e del buonismo universale (chi infatti – potendolo fare – non sceglierebbe la natalità alla mortalità?). Ma il Vivere-per-la-Morte di Heidegger non c’entra nulla con una (presunta e inesistente) centralità della cosiddetta Mortalità. Centrale per Heidegger è soltanto l’autenticità, e cioè il vivere autentico (parlo solo del cosiddetto “primo Heidegger”, nel secondo centrale diventa il rapporto degli enti storici con l’Essere».<a name="_ftnref7" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftn7"></a>[7]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Malgrado i filosofi del politicamente corretto, la natura etica e razionale dell’essere umano non può essere congelata dall’inverno dello spirito sostenuto dagli <em>oratores</em> e dai filosofi di regime. Per poter riportare la storia e la verità dove impera l’astratto è necessario l’esodo dalle Accademie e dai filosofi da salotto. Un concetto radicale e vero può muovere a trasformazioni inaspettate che la pletora dei libri prodotti in serie non potranno mai causare. Il tempo che verrà esattamente come l’attuale momento storico è lavoro dello spirito-concetto da contrapporre all’aggressività della menzogna pianificata. La prassi è innanzitutto verità da definire e tradurre in agire politico, Costanzo Preve ci rammenta con le sue critiche al pensiero della Arendt il senso del filosofare e denuncia le storture e gli occultamenti ideologici del sistema capitale.</p>
<p><em> </em></p>
<p><a name="_ftn1" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftnref1"></a>[1] Costanzo Preve, <em>La Scuola di Francoforte Adorno e lo spirito del Sessantotto</em>, Schibboleth, Roma 2023.</p>
<p><a name="_ftn2" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftnref2"></a>[2] <em>Ibidem</em>, pag. 286.</p>
<p><a name="_ftn3" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftnref3"></a>[3] <em>Ibidem</em>, pag. 287.</p>
<p><a name="_ftn4" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftnref4"></a>[4] <em>Ibidem</em>, pag. 281.</p>
<p><a name="_ftn5" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftnref5"></a>[5] <em>Ibidem</em>, pagg. 281-282.</p>
<p><a name="_ftn6" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftnref6"></a>[6] <em>Ibidem</em>, pag. 282.</p>
<p><a name="_ftn7" href="https://blog.petiteplaisance.it/?s=bravo+salvatore#_ftnref7"></a>[7] <em>Ibidem</em>, pag. 283.</p>
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		<title>Disumane dipendenze</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2023 19:36:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Democrito]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore A. Bravo]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso d’Aquino]]></category>
		<category><![CDATA[Totalitarismo]]></category>

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		<description><![CDATA[  Disumane dipendenze di Salvatore Bravo Il totalitarismo tecnocratico si svela nella pratica pedagogica e didattica. Il totalitarismo si caratterizza per il controllo massiccio e pervasivo della formazione di ogni ordine e grado. Sulla formazione il dominio si gioca il futuro, in quanto la scuola e l’università preparano la futura classe dirigente, pertanto controllare l’ordine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1> <img style="font-size: 13px;" src="https://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/isteria-di-massa-copia.jpg" alt="isteria di massa copia" width="300" height="233" data-src="/images/stories/stories4/isteria-di-massa-copia.jpg" /></h1>
<h1></h1>
<h1>Disumane dipendenze</h1>
<h3>di Salvatore Bravo</h3>
<h1></h1>
<h1><span style="font-size: 13px;">Il totalitarismo tecnocratico si svela nella pratica pedagogica e didattica. Il totalitarismo si caratterizza per il controllo massiccio e pervasivo della formazione di ogni ordine e grado. Sulla formazione il dominio si gioca il futuro, in quanto la scuola e l’università preparano la futura classe dirigente, pertanto controllare l’ordine del discorso e filtrarlo significa controllare i saperi e attraverso di essi le parole e le coscienze. Il totalitarismo è una megaoperazione di filtraggio dei contenuti e dei messaggi. Il potere riproduce se stesso con il controllo e la programmazione pianificata delle parole che possono essere pronunciate e pensate. Il linguaggio crea mondi ed ermeneutiche, pertanto formare al linguaggio del capitalismo implica disegnare confini invalicabili, imporre frontiere al linguaggio e al logos. Le tecnologie sono il mezzo più efficace per la riproduzione del dominio, sono controllate da privati che selezionano informazioni e siti, e nel contempo, sono un immenso affare. I dispositivi tecnologici sono la merce più acquistata dalle giovani generazioni e non solo.</span></h1>
<p>In assenza di una paideutica all’uso consapevole dei mezzi tecnologici si assiste all’occupazione dello spazio e del tempo delle nuove generazioni, le più indifese, con i dispositivi tecnologici. Per il nuovo totalitarismo è un doppio affare: le nuove generazioni sono un mercato fertile per il plusvalore, e inoltre comprano ciò che, in non pochi casi, li rende destrutturati nel carattere e nello spirito con la dipendenza dai dispositivi. Lo schiavo compra le proprie catene, poiché il dispositivo tecnologico consegna chi lo usa al sistema attraverso le informazioni che la rete acquisisce e mediante i messaggi che circolano in rete, i quali “possono colonizzare” la mente.</p>
<p>Le tecnologie potrebbero essere spazi di libertà, ma spesso sono il mezzo con cui isolare e manipolare chi li usa senza la conoscenza condivisa degli stessi. La dipendenza è fenomeno comune, poiché le nuove generazioni sono consegnate alle tecnologie e al mercato nel silenzio degli adulti e delle istituzioni che hanno abdicato alla loro responsabilità critica ed educativa. Ogni limite e “no” è socialmente condannato, per cui il vuoto dell’autorità e dell’autorevolezza è sostituito dall’autoritarismo anonimo del mercato. Il male di vivere si materializza nella dipendenza dai dispositivi, i quali sostituiscono le relazioni, e specialmente “normalizzano” lo stato di solitudine e abbandono in cui versano le nuove generazioni tradite dagli adulti. Le ferite sono nel corpo e nello spirito come denuncia la “Relazione della Commissione permanente per l’istruzione del Senato” sugli effetti dei dispositivi:</p>
<p>“<em>Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscoloscheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione, depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminu­ zione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concen­trazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica&#8230; Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche”<a name="sdfootnote1anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote1sym"></a>1.</em></p>
<p>La conoscenza avviene e si forma mediante il passaggio imprescindibile dai cinque sensi, da Democrito a Tommaso D’Aquino l’esperienza sensoriale è stata giudicata imprescindibile per i processi cognitivi e di astrazione. Si astrae dai dati sensoriali, senza il contatto con la realtà fenomenica i processi cognitivi sono interrotti e completi, inoltre il contatto diretto consente di conoscersi e di comprendersi nella relazione. Senza tali esperienze basilari si ottiene una contrazione dell’intelligenza cognitiva ed emotiva:</p>
<p>“<em>Nei primi anni di vita, infatti, la conoscenza di sé e del mondo passa attraverso tutti e cinque i sensi: sollecitare prevalentemente la vista, sottoutilizzando gli altri quattro sensi, impedisce lo sviluppo armonico e completo della conoscenza. È quel che accade nei bambini che trascorrono troppo tempo davanti allo schermo di un iPad o simili. Per quest’insieme di ragioni, non è esagerato dire che il digitale sta decerebrando le nuove generazioni, fenomeno destinato a connotare la classe dirigente di domani<a name="sdfootnote2anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote2sym"></a>2”.</em></p>
<p>Malgrado l’appello nella “Relazione della Commissione del Senato” a contenere e a dare la misura nell’uso dei dispositivi, si continua imperterriti ad investire nelle tecnologie, le scuole traboccano di dispositivi, si spinge all’innovazione didattica solo nell’ottica delle tecnologie. Nessuna riflessione accompagna la tentacolare presenza dei dispositivi nelle scuole che abbagliano alunni e genitori, i quali restano stupiti dinanzi alle straordinarie capacità delle tecnologie, e le reputano indispensabili per lo sviluppo di figli e studenti. Ci si adatta al dicitur, in quanto la pressione all’uso è fortissima e non si alzano voci autorevoli a denunciare i pericoli e le conseguenze. La scuola tace, essa è il mercato dei produttori di dispositivi. La Relazione validissima nella sua analisi rimuove il problema fondamentale, ovvero i luoghi della formazione sono ormai il mercato delle multinazionali a cui non si può dire di “no”:</p>
<p>“<em>Avanziamo alcune ipotesi: – scoraggiare l’uso di smartphone e videogiochi per minori di quattordici anni; – rendere cogente il divieto di iscrizione ai social per i minori di tredici anni; – prevedere l’obbligo dell’installazione di applicazioni per il con­trollo parentale e l’inibizione all’accesso a siti per adulti sui cellulari dei minori; – favorire la riconoscibilità di chi frequenta il web; – vietare l’accesso degli smartphone nelle classi; – educare gli studenti ai rischi connessi all’abuso di dispositivi digitali e alla navigazione sul web; – interpretare con equilibrio e spirito critico la tendenza epocale a sopravvalutare i benefici del digitale applicato all’insegnamento; – incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta, la scrittura a mano e l’esercizio della memoria<a name="sdfootnote3anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote3sym"></a>3”.</em></p>
<p>I processi di dipendenza sono favoriti dalla deriva nichilista e crematistica, abituati a calcolare e mai a pensare, non si osa giudicare la qualità dei dispositivi, se essi rispondono al bisogno delle persone e dei produttori. Il PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza, per la scuola prevede investimenti nel digitale, in funzione del “mercato” e della “competizione globale”.</p>
<p>Il silenzio rassegnato con cui gli adulti accettano fatalmente l’abbandono della responsabilità educativa è il sintomo palese del vuoto veritativo ed etico in cui versa l’Occidente. Il mercato avanza, in quanto gli adulti senza paradigmi e punti di riferimento non sono capaci di proteggere e formare le nuove generazione. Giudicare non è atto moralistico, ma giudizio sulla qualità e sul senso dell’azione, se non si ha la chiarezza del “bene” e del “male” non si può giudicare. L’adiaforizzazione in cui siamo è il prodotto dei processi crematistici e causa dell’espansione dell’economicismo.</p>
<p>Simone Lanza nel bel testo “<em>Perdere tempo per educare, educare all’utopia nell’epoca del digitale”</em>, ha il non comune “coraggio” di divergere dal “politicamente corretto” per denunciare la necessità di una nuova stagione pedagogica che abbia la forza etica di porre al centro la persona e non il mercato:</p>
<p>“<em>Gli adulti, infatti, si sentono sempre meno responsabili del mondo in cui fanno nascere i propri figli. Nella società vige ormai una sorta di diffusa paura di giudicare, così ben diversa dal principio evangelico e molto più vicina al qualunquismo, dietro cui si cela il dubbio che nessuno sia responsabile delle azioni che ha commesso”<a name="sdfootnote4anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote4sym"></a>4.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Crisi dell’autorità</strong></p>
<p>L’autorità del mercato è ottenuta con prodotti mediatici che ridicolizzano l’autorità degli adulti, i quali si trovano nella condizione, dati i ricorrenti messaggi che pongono “alla berlina” qualsiasi forma di autorità e autorevolezza rappresentandoli come illiberali di non poter esercitare la responsabilità e la funzione educante. Il risultato finale è una omologazione diffusa tra i comportamenti degli adulti e dei giovani. La fuga dalla responsabilità è sostenuta con il mito della giovinezza sempiterna e con l’abbattimento della figura maschile, la quale è l’archetipo del <em>katéchon</em>, dona il limite per proteggere e perché il giovane possa formarsi. L’autorità non coincide con l’autoritarismo.</p>
<p>Il sistema agisce secondo due modalità per porre in atto la sua rivoluzione antropologica: le nuove generazioni sono addestrate all’uso ossessivo e compulsivo dei dispositivi e dei loro linguaggi, mentre gli adulti sono ridotti all’impotenza, in tal modo il mercato governa incontrastato, determina il ritmo dei giorni e derealizza in modo differente, ma con lo stesso risultato, giovani e adulti. La realtà è distopica e si fonda sulla distruzione dell’autorità, la quale è il <em>katéchon</em> alla dismisura:</p>
<p>“<em>Oggi non solo la tv, ma ogni forma di schermo contiene un messaggio ossessivo: la messa in ridicolo dell’autorità adulta, spesso accompagnata da messaggi pubblicitari più o meno occulti”<a name="sdfootnote5anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote5sym"></a>5.</em></p>
<p>L’essere umano è <em>logos</em>, è linguaggio con cui porsi in relazione creativa nella realtà comunitaria, non vi è comunità che nella misura. Le buone relazioni pongono le ali alla parola, traducono in atto ciò che l’essere umano è in potenza. La dismisura e le dipendenze neutralizzano la parola, pertanto il linguaggio si destruttura, si contrae fino a portare ad una diffusa incapacità di esprimere i concetti e di elaborarli. Il pensiero è linguaggio, attaccare frontalmente il linguaggio non può che condurre a ridurlo a chiacchiera senza impatto politico e senza capacità critica:</p>
<p>“<em>Il risvolto più preoccupante del tempo-schermo prolungato (…) è senza dubbio l’indebolimento del potere della parola”<a name="sdfootnote6anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote6sym"></a>6.</em></p>
<p>Il tempo che dovrebbe essere spazio interiore di riflessione, è stato estroflesso, sono gli schermi dei dispositivi con la loro seduzione a determinare , anche, il tempo degli adulti, in tal modo ci si derealizza, si vive una fuga indotta dalla realtà storica. Il tempo-schermo è il tempo della passività, non vi è concetto, ma si è prigionieri delle immagini che scorrono sugli schermi, è la gabbia d’acciaio della contemporaneità:</p>
<p>“<em>La proprietà principale del tempo-schermo – ricordiamoci- è il divertissment, distrazione e divertimento. In estrema sintesi la didattica è sempre più orientata al divertissment che è il contrario della coscientalizzazione”<a name="sdfootnote7anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote7sym"></a>7.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Demariage e crisi educativa</strong></p>
<p>La demagogia della simmetria tra genitori e figli, conduce i genitori a cercare di “piacere” ai propri figli, poiché la liquidità dei rapporti induce le coppie a porre al centro della relazione i figli, poiché sono il vero collante della coppia. In tale cornice l’autorità evapora, non resta che la seduzione. I genitori sono ossessionati dai figli, ricercano il loro consenso, la felicità del figlio è il segno che la coppia funziona e può continuare la sua storia: i “seduttori” diventano i servi dei figli nuovi tiranni dal carattere “capriccioso e autoritario”:</p>
<p>“<em>L’unica certezza rimasta alla coppia, ciò che la rende unita, è esclusivamente la filiazione. Da questo orizzonte derivano diverse implicazioni pedagogiche. Innanzitutto, dal momento in cui si viene a creare una famiglia democratica, con regole variabili in continua contrattazione tra le singole parti, la relazione educativa predominante è di tipo seduttivo. L’autorità genitoriale diventa invisibile, evapora, e restano soltanto le persone, che si trovano a interagire in base a una relazione paritaria”<a name="sdfootnote8anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote8sym"></a>8.</em></p>
<p>La seduzione non può che favorire un individualismo acefalo e delirante. Il capitalismo non può che sollecitare, favorire e organizzare la produzione in serie di narcisisti dominati dai loro desideri illimitati, essi sono i principali finanziatori del mercato con il loro denaro e specialmente con le loro personalità sempre più “minime” e “dipendenti”:</p>
<p>“<em>L’iperindividualismo ha corroso il principio di autorità e il senso di responsabilità fin dentro la famiglia, portando all’evaporazione dell’autorità adulta; la deregulation economica è anticipata pedagogicamente nella deregulation educativa, così che mai come oggi è vero il &lt;&lt;principio di responsabilità&gt;&gt; descritto da Karl Marx: nella società capitalistica quanto più l’autorità all’interno si ritira la società, tanto più è forte l’autorità all’interno della produzione. Infatti, l’unica autorità che gli adulti percepiscono è quella nei confronti del proprio capo, anziché la propria di fronte ai figli”<a name="sdfootnote9anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote9sym"></a>9.</em></p>
<p>Le famiglie sono sempre più precarie, poiché non si dona il proprio tempo, ovvero la propria gratuita presenza per crescere assieme. Il tempo è denaro, per cui gli adulti investono il loro tempo nella carriera, sono “aziende viventi”, la casa, in tale contesto, è solo uno spazio privo di senso. Le nuove generazioni sono preda del tempo-schermo che sostituisce la comunità famigliare assediata dal demariage. La famiglia non è più un valore primario, in quanto è luogo-tempo del dono, è tempo sottratto alle logiche del mercato. Il sistema favorisce il demariage, in quanto teme li legami stabili, essi potrebbero essere trasgressivi rispetto all’ordine del discorso economicistico:</p>
<p>“<em>Il tempo è diventato scarso, al lavoro le persone si lamentano di non avere tempo per fare ciò che è davvero importante, il tempo libero si struttura come un’agenda lavorativa, ma poi si scopre che mediamente le persone trascorrono sempre più ore al giorno davanti agli schermi. Il tempo di cervello disponibile scarseggia e il marketing se lo sta contendendo”<a name="sdfootnote10anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote10sym"></a>10.</em></p>
<p>Il deserto emotivo e razionale non può formare nessuno, ma può deformare la natura umana, fino ad essere causa di malattia psichiatrica. La natura umana razionale ed etica è sottoposta a condizionamenti che provocano un rilevante disagio psichico generale, il capitalismo sostituisce la natura razionale ed etica con il solo calcolo e con il gruppo dedito agli acquisti e al godimento temporaneo. Il logos è comunicazione, il capitalismo forma artatamente succedanei della comunicazione. Il risultato finale di un’esistenza vissuta in modo non adeguato alla natura umana. Il malessere generale si manifesta nel disagio psicologico: le depressioni infantili e degli adolescenti con annessi disturbi alimentari sono il sintomo della malattia in corso che non può essere risolta dalla medicalizzazione del disagio, in quanto le cause sono strutturale e metafisiche. Al deserto metafisico bisogna opporre il vero paradigma della formazione: la comunità che “perde tempo” per accogliere, conoscere e accompagnare alla conoscenza di sé. Solo la comunità responsabile di ciascun membro che la compone è “comunità educante”. La deresponsabilizzazione generale mascherata da libertà è il volto ideologico del capitalismo, è la solitudine che destabilizza le personalità e consente il dogmatico trionfo del capitale :</p>
<p>“<em>La mediazione, in quanto &lt;&lt;selezione del mondo&gt;&gt;, richiede la consapevolezza di possedere dei mezzi per promuovere la continuità culturale e la trasmissione di conoscenze. Questa mediazione col mondo presuppone un essere umano, un/una careviger che si confronti con una comunità educante, uno spazio in cui chi media possa confrontarsi, cioè mediare la sua mediazione. Laddove l’atto è individuale, infatti, non avviene una vera e propria educazione, perché quest’ultima è un atto di mediazione generazionale: è necessario un ambito plurale in cui l’individuo che educa possa confrontarsi e avere dei rimandi rispetto alle proprie mediazioni, uno spazio che si potrebbe definire di “mediazione della mediazione”. L’educazione come mediazione, dunque, presuppone la mediazione di un gruppo di adulti: per crescere un bambino ci vuole un villaggio intero, la comunità educante”<a name="sdfootnote11anc" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote11sym"></a>11.</em></p>
<p>La crisi della formazione rende manifesto l’antiumanesino in cui siamo, non abbiamo tempo da donare, non abbiamo spazi con cui condividere gratuitamente la presenza dell’altro. Da tale constatazione si solleva una domanda:</p>
<p>“Che tipo di umanità è l’umanità incapace di donare il proprio tempo?”</p>
<hr />
<h6>Note</h6>
<h6><a name="_GoBack"></a>Il capitalismo nella fase attuale può sopravvivere solo disumanizzando e saccheggiando l’ambiente, la verità è dinanzi a noi, la dignità e il futuro di ciascuno dipende dalla risposta che si dà a tale domanda. Solo imparando a “perdere tempo” nell’educazione e nell’impegno politico potremo rimettere in moto la storia e fendere la cappa del plusvalore.</h6>
<h6><a name="sdfootnote1sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote1anc"></a>1 Documento approvato dalla 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) nella seduta del 9 giugno 2021</h6>
<h6><a name="sdfootnote2sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote2anc"></a>2 Ibidem pag. 3</h6>
<h6><a name="sdfootnote3sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote3anc"></a>3 Ibidem pag. 4</h6>
<h6><a name="sdfootnote4sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote4anc"></a>4 Simone Lanza, Perdere tempo per educare, educare all’utopia nell’epoca del digitale, WriteUp, Roma, 2020, pag. 47</h6>
<h6><a name="sdfootnote5sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote5anc"></a>5 Ibidem pag. 57</h6>
<h6><a name="sdfootnote6sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote6anc"></a>6 Ibidem pag. 93</h6>
<h6><a name="sdfootnote7sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote7anc"></a>7 Ibidem pag. 115</h6>
<h6><a name="sdfootnote8sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote8anc"></a>8 Ibidem pag. 61</h6>
<h6><a name="sdfootnote9sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote9anc"></a>9 Ibidem pag. 63</h6>
<h6><a name="sdfootnote10sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote10anc"></a>10 Ibidem pag. 153</h6>
<div id="sdfootnote11">
<h6><a name="sdfootnote11sym" href="https://www.sinistrainrete.info/societa/24726-salvatore-bravo-disumane-dipendenze.html#sdfootnote11anc"></a>11 Ibidem pag. 184</h6>
</div>
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		<title>Fernanda Mazzoli su &#8220;L&#8217;albero filosofico del Ténéré&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jul 2019 12:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Fernanda-Mazzoli04-860x280.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6090" title="fernanda-mazzoli04-860x280" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Fernanda-Mazzoli04-860x280-300x97.jpg" alt="" width="300" height="97" /></a></p>
<p>Dai muri della città dove abito, i manifesti pubblicitari di una delle maggiori catene della grande distribuzione (che si richiama, peraltro, a valori solidaristici) ammoniscono i passanti che «<em>Siamo quello che scegliamo</em>». A chiarimento della scelta in questione, campeggiano i primi piani di persone di diversa età che covano con sguardo fra l’affettuoso e l’orgoglioso chi un vasetto di marmellata (naturalmente biologica), chi uno spazzolino da denti, chi una confezione di caffé macinato. Così, la straordinaria stratificazione architettonica, paesaggistica, storica e culturale di questa piccola e bellissima città si appiattisce improvvisamente nel piano liscio dove a scorrere sono solo le merci, prodigiosamente inesauribili, tutte diverse nella loro sollecitazione alla scelta, tutte interscambiabili nell’indistinto della bulimia dei consumi. Questo piano liscio nutre una <em>nuova antropologia</em>, in cui l’uomo è dato dalla sua relazione con le merci e la libertà – quella libertà senza la quale l’esistenza perde senso e valore – diventa libertà di scegliere il prodotto più confacente alle proprie esigenze.</p>
<div>
<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/323-ISBN.jpg" alt="" width="263" height="371" /></figure>
</div>
<h5>Salvatore A. Bravo</h5>
<h4><em>L’albero filosofico del Ténéré.</em></h4>
<p><em>Esodo dal nichilismo ed emancipazione in Costanzo Preve</em></p>
<p><em>Dalla metafora del deserto (Nietzsche-Arendt)</em><br />
<em>al fondamento veritativo in Costanzo Preve</em></p>
<h5><em> <strong>Fernanda Mazzoli</strong></em></h5>
<p>L’uomo – questo essere su cui la natura e la storia hanno inciso segni tanto profondi quanto quelli che da lui hanno ricevuto – si risolve in un <em>consumatore</em>, responsabile e soddisfatto della nuova leggerezza acquisita: il necessario fardello del suo rapporto con se stesso e con il mondo ha ridotto le sue dimensioni a quelle di un carrello del supermercato.</p>
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<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/uomo-merce.jpg" alt="" width="106" height="146" /></figure>
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<p>La <em>centralità della merce</em> è religione che non ammette devoti tiepidi: avendo da tempo travalicato gli argini della sfera economica, ha finito per modellare comportamenti sociali e condotte individuali, per riorientare la percezione che si ha di sè e del mondo, per plasmare menti e corpi, pensieri e sentimenti.</p>
<div>
<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/13995.jpg" alt="" width="232" height="203" /></figure>
</div>
<p>La campagna pubblicitaria sopracitata è un caso da manuale di quelle «identità costruite dal e per il <em>marketing</em>»<em>, </em>destinate a naufragare «nei desideri del mercato», che si aggirano nel <em>deserto</em> su cui si appunta lo sguardo lucido di <strong>Salvatore A. Bravo</strong> nel suo ultimo libro, pubblicato da Petite Plaisance, <em>L’albero filosofico del Ténéré. Esodo dal nichilismo ed emancipazione in Costanzo Preve. Dalla metafora del deserto (in Nietzche-Arendt) al fondamento veritativo in Costanzo Preve.</em> La traversata del deserto è impresa ambiziosa, urgente e rischiosa e richiede il coraggio intellettuale di un riorientamento radicale, capace di guardare negli occhi il nichilismo penetrato nella profondità del corpo sociale e di tagliare il nodo gordiano di appartenenze ideologiche che, incapaci di prendere atto delle nuove realtà storiche e di mettere in discussione schemi interpretativi e filosofici accettati fideisticamente, finiscono per legittimare e rafforzare il nichilismo dominante, con il quale condividono l’economicismo di fondo.</p>
<p>Per potere tentare la traversata, occorre innanzitutto sapere riconoscere l’aridità e la piattezza del deserto sotto le linee frastagliate e seducenti del paesaggio nel quale siamo immersi, occorre lacerare il velo delle illusioni – la promessa della felicità nella soddisfazione illimitata dei desideri e nella disponibilità di beni sempre nuovi – che coprono le sabbie mobili del ciclo produzione-consumo, assurto ad orizzonte esclusivo dell’esistenza. Occorre strappare l’esistenza dal <em>hic</em> <em>et nunc</em> di un presente senza storia, da cui l’universo delle merci trae motivo di legittimità, proclamando la propria naturalità e la propria intrascendibilità. Si disegna, così, una situazione paradossale che vede da un lato l’individuo sollecitato dall’ampio ventaglio della scelta e dall’altro, ridotto ad uno stato di impotenza sociale e di asservimento non dichiarato, in quanto la cornice entro la quale si muove vanta la pretesa totalizzante di essere la sola possibile.</p>
<div>
<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/insPhoto_13919069555012.jpg" alt="" width="155" height="226" /></figure>
</div>
<p><em>Onnipotenza astratta</em> e <em>concreta impotenza, </em>secondo la felice espressione di Lukàcs, sono le pareti della <em>gabbia d’acciaio</em> che delimita il perimetro entro il quale il soggetto può muoversi. Ecco allora imporsi la legge del <em>nulla</em>, all’insegna di una omologazione dove la speranza – tensione verso il possibile – <em>piange disfatta </em>e l’angoscia regna, come nel celebre sonetto di Baudelaire.<a href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn1">[1]</a> Il processo di naturalizzazione è andato così avanti, che è presumibile che la speranza non riconosca nemmeno la propria sconfitta, in quanto è scomparsa dall’orizzonte e, nel migliore dei casi, ride sguaiatamente, compiacendosi con spavalderia fintamente trasgressiva nel e del <em>nulla</em>.</p>
<div>
<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/nulla01.jpg" alt="" width="129" height="146" /></figure>
</div>
<p>L’immagine del deserto come metafora del nichilismo è stata coltivata da filosofi di grande notorietà – e con seguito accademico – come Nietzche e la Arendt che hanno lucidamente individuato una serie di <em>dispositivi</em> – termine che rinvia ad una presunta neutralità della tecnica – che hanno schiavizzato gli uomini, annullato l’individuo come lusso inutile, a vantaggio della massificazione burocratica ed economica, finendo per aprire la strada ad una nuova umanità privata della <em>corrente calda</em> della vita. Essi hanno denunciato efficacemente la desertificazione del pensiero, minacciato da macchinismo e totalitarismo e invocato la necessità dell’oasi. La Arendt la cerca in quegli ambiti della vita che esistono, in parte o in tutto, indipendentemente dalle condizioni politiche: l’isolamento dell’artista, la solitudine del filosofo, le relazioni affettive. La loro analisi, pur capace di cogliere aspetti importanti dell’alienazione che minaccia la condizione umana, resta <em>interna</em> al nichilismo, perché – osserva Salvatore Bravo – rinuncia al «fondamento veritativo della Filosofia».<a href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn2">[2]</a></p>
<div>
<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/Lalbero-del-Te%CC%81ne%CC%81re%CC%81-1-copia.jpg" alt="" width="197" height="148" /></figure>
</div>
<p>Né è superfluo ricordare, a tal proposito, che Nietzche teorizza l’esperienza elitaria del nichilismo attivo. L’oasi della Arendt assume nel testo di Salvatore A. Bravo la forma dell’<em>Albero del Ténéré</em>, un’acacia che, unica pianta per centinaia di chilometri tutt’intorno, in questa regione desertica del Sahara, a nordovest del Niger, costituiva per le carovane di cammelli il punto di riferimento obbligato. Guida per orientarsi e simbolo di vita – quasi miracolosa nella sua unicità – nella gran distesa uniforme di sabbia, l’<em>Albero del Ténéré </em>consentiva quella pausa necessaria per riprendere respiro e raccogliersi prima di continuare il cammino. Il sollievo momentaneo dell’oasi, infatti, non basta a Salvatore Bravo: è alla traversata, all’esodo dal deserto che egli ci invita. Impresa pericolosa, si diceva, tale da richiedere bussola e sguardo lungo e consapevolezza della fatica che attende il viaggiatore.</p>
<p>La bussola è offerta dal discorso filosofico di Costanzo Preve, uno dei pochi filosofi contemporanei che abbia avuto il coraggio di rilegittimare il valore veritativo della Filosofia e di rifiutarne la riduzione a semplice dossografia, elenco di opinioni e dottrine. Ha pagato questa scelta controcorrente con l’esclusione dai<em> salotti buoni </em>della filosofia, per i quali la ricerca del fondamento veritativo o è eluso, o si ritrova addirittura ad essere derubricato alla voce “totalitarismo”. E invece, l’approccio filosofico di Preve risponde proprio alla necessità di indagare la natura dei totalitarismi che l’opera di Arendt e Nietzche occultano più che rendere palese, afferrandone le manifestazioni epidermiche più che l’intima natura. La rimozione degli aspetti totalitari presenti massicciamente nel modo di produzione capitalistico rende innocua la loro critica che, non poggiando su un rigoroso fondamento, non può nemmeno offrire gli strumenti per osare la traversata.<br />
Costanzo Preve – e Salvatore Bravo che, con la sua riflessione filosofica, intende continuare il percorso da lui aperto – fa dell’intrinseco rapporto fra capitalismo e nichilismo la chiave di lettura del fenomeno. La <em>quantificazione</em> della vita, la quale ha subíto una decisa accelerazione nella globalizzazione liberista che ha sancito l’affermarsi del capitalismo assoluto – sciolto da qualsiasi limite –, ha ridotto i vissuti a cose e spezzato i vincoli comunitari, fino a fare di ogni individuo un <em>atomo Robinson </em>ritirato dal mondo e ripiegato su se stesso e dell’alienazione la normalità. Se il deserto è rinuncia al pensiero, riduzione dell’umanità al dato biologico e alla corsa verso l’accumulazione di beni, spetta alla Filosofia il compito di restituire il soggetto alla storia e alla propria umanità. Un compito arduo che la Filosofia può assolvere, solamente ponendosi come «<em>scienza del fondamento</em>, portatrice di verità condivise attraverso il dialogo».<a href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn3">[3]</a></p>
<p>Solo il <em>fondamento</em> può ricondurre il molteplice all’unità, superare le scissioni per ritrovare la totalità, ristabilire gerarchie di valore e suscitare un giudizio responsabile: si crea così il presupposto per potere comprendere il nostro presente. Nel disordine e nell’omologazione si installano nichilismo e relativismo, il deserto si estende, le piste che conducono verso l’uscita vengono cancellate dai mulinelli di sabbia e le carovane sono sviate da rutilanti miraggi che mostrano un’oasi dove c’è solo un’altra duna, uguale alle precedenti. I punti di riferimento da rielaborare per definire tale <em>fondamento</em>, ovvero la verità oggettiva dell’essere umano mediata dall’esperienza storica, sono rappresentati per Preve dal mondo greco, da Marx, Hegel e Sorel. Nel dialogo creativo con questi autori, prende forma la connotazione della natura umana come razionale-comunitaria e generica. È razionale e valutativa, perché capace di determinare le giuste proporzioni per salvaguardare se stessa e la comunità; è generica, perché aperta sulla possibilità di determinare storicamente la propria natura. Può, dunque, perdersi nell’alienazione, qualora non riesca ad opporsi alle pressioni ed ai condizionamenti del potere, così come può affermare le proprie potenzialità. Perché ciò avvenga, è necessario un intreccio con la comunità, con la parola comunitaria. In questa individuazione della natura umana intervengono tre concetti fondamentali, strettamente legati: <em>logos, limite, misura.<br />
</em>Costanzo Preve recupera il significato originario della parola <em>logos</em> come <em>calcolo del limite, </em>di ciò che è necessario, contro la dispersione e l’estraniazione causate dall’eccesso, dalla <em>crematistica</em> (dal greco <em>chrèmata</em>, ricchezze) che indeboliscono il soggetto. La coscienza deve, con il <em>logos</em>, calcolare il <em>limite</em>, calcolo reso necessario dalla natura limitata dell’essere umano, destinato a morire e bisognoso di una comunità per sopravvivere.<br />
La parola <em>métron</em> (misura) non ha in Preve la connotazione datale poi dalla rivoluzione scientifica, ma, piuttosto, una declinazione <em>sociale</em>, è equilibrio dell’assetto sociale , calcolato dal <em>logos. </em>Non sfugga la portata di un approccio teoretico impostato sulla centralità della natura umana per la costruzione di una fondata e coerente prassi anticapitalistica. I nuovi riduzionismi, che nelle neuroscienze trovano un modello trionfante, apportatore di utili suggerimenti utilizzabili anche dal <em>marketing,</em> rappresentano l’uomo come un essere plasticamente determinabile, riconducibile ad un meccanismo stimolo-risposta, alimentando l’idea che la natura umana sia infinitamente manipolabile.</p>
<div>
<figure><img src="http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2019/05/possibilita-concept-e1anna-1024x503.jpg" alt="" width="409" height="201" /></figure>
</div>
<p>La <em>possibilità,</em> categoria di primaria importanza nella caratterizzazione data da Preve, si trova ad essere esclusa e, con essa, qualsiasi alterità rispetto al sistema dei rapporti sociali dominanti. Né è da trascurare, a giudizio dello scrivente, l’impatto devastante che prossimamente potrebbe avere un’ideologia come il <em>transumanesimo</em> che fa del superamento degli stessi limiti biologici dell’essere umano<em>, </em>“potenziato” dalle macchine con cui entra in simbiosi fisica, la propria cifra, ultimo approdo di una <em>hybris</em> i cui tratti distintivi di negazione del limite e di infinita flesibilità e adattabilità dell’essere umano, nell’ottica dell’efficienza e della performatività, rispondono appieno al <em>cattivo infinito </em>sotteso alla logica del capitale, per il quale l’uomo deve essere <em>tabula rasa </em>su cui scrivere in assoluta libertà, realtà sensoriale da soddisfare, innanzitutto attraverso il baratto. Il capitalismo ha vinto – per ora – la partita, puntando tutto sulla quantità infinitamente in espansione, sull’illimitato di desideri potenzialmente inesauribili da soddisfare, ma ha eluso e mortificato la <em>domanda di senso</em> che è costitutiva dell’uomo.<br />
La ricerca di Costanzo Preve ha avuto il grande merito di porre al centro della riflessione filosofica questa domanda e di fornire gli strumenti teoretici per risposte non semplici e non subordinate al paradigma dominante, all’altezza della sfida posta dalla condizione umana nell’epoca del capitalismo assoluto. L’esodo dal deserto ha bisogno di <em>durevole passione filosofica</em>, di caparbia intelligenza critica, capaci di squarciare il velo delle illusioni e di pensare un «<em>cambio di prospettiva</em>»<em>. </em>Un cambio di prospettiva che si intreccia strettamente con il concetto di “comunità”, articolazione fondamentale nel pensiero di Preve e al quale l’autore del saggio dedica pagine illuminanti. Da Aristotele, come già si è detto, Preve mutua il concetto di “essere umano” come “<em>zoon logon echon”, </em>animale razionale. Il <em>logos</em> (di cui <em>logon </em>è l’accusativo) è nodo di straordinaria densità concettuale: rinvia sia al «linguaggio come strumento di convincimento razionale comunitario», sia alla «ragione universalmente diffusa in tutti gli uomini», sia «al calcolo geometrico applicato alla giusta distribuzione del potere e delle ricchezze»,<a name="_ftnref4" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn4"></a>[4] unico argine al dilagare della prepotenza del singolo e del caos. La <em>democrazia comunitaria</em>, in cui il dialogo (<em>dia-logos</em>) garantisce la comunicazione e vigila sul mantenimento del limite, consente agli esseri umani di ritrovare la loro natura e di porla a sostanza della comunità stessa.<a name="_ftnref5" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn5"></a>[5]</p>
<p>È a partire da questo ideale regolativo che Preve ripensa il comunismo: la comunità vive nel trascendimento delle divisioni sociali, ma anche per evitare il tragico fallimento del comunismo novecentesco realizzato (cui il filosofo riconosce, comunque, numerosi meriti nella lotta all’imperialismo e nell’impulso dato ai diritti sociali) deve mantenere la <em>tensione</em> tra individuo e comunità, e sottrarsi alla tentazione della <em>fusione </em>i cui esiti non possono che essere distopici. Salvatore Bravo sottolinea come il comunitarismo previano recuperi la radicalità della libertà nel pensiero di Marx, in cui la Storia diventa l’incontro tra le scelte degli uomini e le circostanze storiche. Lo sguardo lucido e privo di compiacimento che Preve getta sulle esperienze rivoluzionarie del Novecento, viziate dall’economicismo e sfociate in dominio burocratico che ha costretto gli uomini nella stessa passività e solitudine del capitalismo,<a name="_ftnref6" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn6"></a>[6] non inficia la grandezza e la necessità – oggi più che mai – di una lotta per una comunità senza oppressione, condizione <em>sine qua non</em> perché fioriscano le potenzialità di ciascuno. Dunque, il pensiero di Preve orienta verso l’esodo dal deserto, rimettendo in azione il motore della storia di cui molti avevano decretato il funerale, a tutto vantaggio di un intrascendibile presente, e lo fa radicandosi in una lunga tradizione filosofica che egli rilegge liberamente, all’insegna della pratica comunitaria della filosofia inaugurata da Socrate.<br />
La Filosofia è, infatti, dialogo, è <em>logos </em>che diventa comunitario. Il saggio di Salvatore Bravo evidenzia come l’esperienza culturale, nonché la vita di Preve, siano la dimostrazione che l’incontro tra l’<em>io </em>e il <em>noi</em> costituisce la condizione imprescindibile per l’esistenza stessa della Filosofia<em>, </em>e di una filosofia che, attraverso la <em>catena dei perché,</em> divenga <em>atto emancipativo</em> dalla falsa coscienza, dall’ideologia che piega le coscienze all’ obbedienza e all’adattamento. Essa fonda l’<em>universalismo umanistico</em>, dimostrando il fondamento ontologico comune dell’umanità e, a partire da esso, fonda la resistenza ai processi di alienazione e la possibilità di una prassi coerente con il contesto storico. Il testo di Bravo è una sorta di commento “esemplare” – costruito con passione dialogante e rigore argomentativo – della concezione dello studioso di filosofia antica Pierre Hadot, secondo la quale si tratta di dimostrare «che il discorso filosofico fa parte del modo di vivere» e «che la scelta di vita del filosofo ne determina il discorso».<a name="_ftnref7" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftn7"></a>[7]</p>
<p>È, questo, un libro non per “esperti” della disciplina filosofica, (che, comunque, vi troverebbero non pochi fondamentali elementi di riflessione e confronto) ma, innanzitutto, per chiunque avverta la necessità di aprirsi una strada fra le brume del presente e voglia farlo con onestà e coraggio intellettuali e morali. È di un pensiero forte che necessitiamo, laddove tutte le posizioni sembrano occupate dai poteri forti dell’economia e dalle costellazioni ideologiche che intorno ad essi ruotano.</p>
<p><strong>Fernanda Mazzoli</strong></p>
<p>***<br />
*<br />
***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p><a name="_ftn1" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref1"></a>[1] Charles Baudelaire, <em>Les fleurs du mal, Spleen.</em></p>
<pre>«Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;
Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l'Espérance, comme une chauve-souris,
S'en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;
Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D'une vaste prison imite les barreaux,
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,
Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

- Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l'Espoir,
Vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir».




«Quando, come un coperchio, il cielo basso e greve
schiaccia l'anima che geme nel suo tedio infinito, 
e in un unico cerchio stringendo l'orizzonte
fa del giorno una tristezza più nera della notte;

quando la terra si muta in umida cella segreta
dove, timido pipistrello, la Speranza
sbatte le ali contro i muri e batte con la testa 
nel soffitto marcito;

quando le strisce immense della pioggia
sembrano le inferriate d'una vasta prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni
dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,

furiose a un tratto esplodono campane
e un urlo tremendo lanciano verso il cielo, 
così simile al gemere ostinato
di anime senza pace, né dimora.


- Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero».</pre>
<p><a name="_ftn2" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref2"></a>[2] S. Bravo, <em>op. cit., </em>p. 14.</p>
<p><a name="_ftn3" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref3"></a>[3] Ivi, p. 123.</p>
<p><a name="_ftn4" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref4"></a>[4] Ivi, pp. 114-115.</p>
<p><a name="_ftn5" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref5"></a>[5] Si pone in antitesi, pertanto, alla democrazia <em>formale,</em> le cui procedure sono finalizzate alla riproduzione del potere. Il rito di una democrazia non autentica si consuma stancamente, si rivela essere un’ «a<em>tomistica delle solitudini</em>», espressione, fra le altre, di disgregazione nichilistica.</p>
<p><a name="_ftn6" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref6"></a>[6] Preve rifiuta categoricamente la lettura liberale del comunismo novecentesco come semplice totalitarismo.</p>
<p><a name="_ftn7" href="http://blog.petiteplaisance.it/page/4/#_ftnref7"></a>[7] Per la citazione completa di P. Hadot, cfr. Ivi, p. 106.</p>
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		<title>Pierre Zaoui  L&#8217;arte di scomparire</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jul 2019 11:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<h5><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Larte-di-scomparire.-Vivere-con-discrezione-728x1024-11.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-6069" title="larte-di-scomparire-vivere-con-discrezione-728x1024-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/07/Larte-di-scomparire.-Vivere-con-discrezione-728x1024-11-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a></h5>
<h5></h5>
<h5>Salvatore Bravo</h5>
<blockquote><p>Lo spirito del tempo (Zeitgeist) si rivela solo nella discrezione, nel sospendere l’attività meccanica ed automatica dello stimolo-risposta: il filosofo deve <strong>vivere la discrezione</strong>, deve <strong>essere la parola viva della discrezione</strong> che <strong>rompe la violenza del circo mediatico</strong> dei nuovi oratores.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La discrezione</strong><br />
La società dei bisogni senza comunità è il luogo dell’eccesso: ogni misura è negata, messa al bando. Il consumatore – come la merce – deve apparire, essere visibile: lo splendore del patibolo (il mercato) non può che essere atto di infinita potenza. La società pornografica deve esporre, vendere, apparire: nulla deve restare implicito, nulla deve sfuggire alle maglie del controllo mediatico. In tale maniera si ottiene un duplice effetto: il mercato, come sovrano assoluto, è sempiterno, si riproduce spinozianamente nei sudditi consumatori; nello stesso tempo il suddito è perennemente sottoposto alla vigilanza del consumo. Il modo di produzione capitalistico si autogenera nei sudditi. La democrazia liturgica, suo sgabello, forma il suddito imprenditore che vota per confermare la condizione di <em>gettatezza</em> di ciascuno. La formazione è minima e veloce come le relazioni umane: nulla deve interrompere il ciclo di produzione ed autoproduzione dell’<em>angloglobalizzazione</em> (Costanzo Preve). L’esporsi continuo al mondo e nel mondo è l’altro volto del declino di una virtù che permette lo spirito di scissione (Gramsci): la <em>discrezione</em>. Per discrezione si intende la virtù dello scomparire, del ritrarsi dal mondo e dai suoi stimoli, per pensare, per appartenersi mediante il concetto (<em>Begriff</em>). L’esperienza del pensare è paragonata da Platone all’esercizio della morte (<em>Fedone</em>, 64A-65A; 65B-E), perché attraverso di essa ci si sottrae al mondo, per pensare, per concettualizzare. Lo scomparire (<em>discrezione</em>) è dunque capacità non solo di pensare, ma è di ausilio al pensiero altrui: ogni comunità solidale ed autentica (<em>Gemeinschaft</em>) non può che apprezzare ed educare alla discrezione, poiché il ritrarsi è lasciare spazio all’altro perché possa elaborare un percorso maieutico. L’apparire continuo, la trasparenza, l’esposizione all’abbaglio mercantile ed all’essere tracciato è un modo per rendere nulla la possibilità del pensare, è la messa in atto, con l’esca del narcisismo, dei processi di alienazione <em>(</em><em>Entfremdung).</em> L’essere umano estraneo a se stesso ed alla comunità è così più facilmente dominabile:</p>
<blockquote><p>«La seconda, più profonda, perché l’idea stessa di una discrezione continua costituisce quasi una contraddizione in termini. Nel suo significato etimologico, infatti, discrezione viene dal latino discretio, che significa «discernimento, separazione, distinzione», cosa che si sente ancora nell’inglese discretion, e che ha stabilito il significato matematico di discontinuo. Non potremmo dunque essere costantemente discreti, dal momento che la discrezione stessa presuppone una dialettica più sottile dell’apparizione e della scomparsa, della mostrazione e del riserbo. In ogni caso, è in questo senso che l’arte della discrezione ci sembra dipendere da un gesto autenticamente metafisico, se non addirittura all’origine teologico, che mira a costituire il suo concetto differenziandolo da esperienze prossime ma distinte tra loro: quelle antiche e mondane del tatto, del pudore, del contegno, della cortesia, e quelle religiose dell’umiltà, del distacco o del ritiro dal mondo».<a name="_ftnref1" href="http://blog.petiteplaisance.it/#_ftn1"></a>[1]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Senza discrezione non vi è che la società dei bisogni (<em>Gesellschaft</em>), il regno animale dello spirito nel quale ogni atomo è in preda al desiderio compulsivo di apparire-accumulare per togliere spazio vitale all’altro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Totalitarismi<br />
</strong>I totalitarismi sono sistemi in cui alla politica, alla partecipazione, alla decisione da esplicarsi nei luoghi istituzionali si sostituisce l’ossessione del controllo: ogni cittadino è un potenziale oppositore, per cui è necessario individuare modalità con cui tracciare il pensiero, orientarlo verso un obiettivo, deviarlo dal soggetto per muoverlo verso obiettivi “graditi” ed “innocui”: microfisica del controllo, trionfo della tecnocrazia.<br />
Il totalitarismo che stiamo vivendo, il capitalismo assoluto, quantifica ogni gesto, lo misura, lo archivia per studiarne le possibilità di sublimazione mercantile, pertanto invita a parlare, a mettersi continuamente sotto i riflettori, mette in campo la filologia delle espressioni per entrare nella mente ed impiantare il desiderio del sistema capitale (<em>Gestell</em>). Al soggetto non deve restare nulla, solo la liturgia, il velo di Maya della democrazia formale. Senza discrezione lo spazio pubblico, che si definisce tale rispetto alla discontinuità dell’apparire, non è più tale, e dunque non vi è politica, ma solo la violenza dell’atomismo sociale:</p>
<blockquote><p>«I totalitarismi si sono spinti al punto di dare la caccia ai segreti di ciascuno fin dentro il suo organismo (con tutta una nuova farmacopea: siero della verità ecc.), fin nei suoi sogni (manipolandone il sonno). Certo, sono avvenute cose più terribili: le sevizie passate sotto silenzio, i massacri di massa, Auschwitz e Kolyma. Ma nell’ordine dell’infamia, può essere che questa impossibilità di nascondersi venga subito dopo questi orrori sconvolgenti. Perché una vita senza segreto, senza mistero, senza zone d’ombra, senza spazi interstiziali tra sé e gli altri, così come tra sé e sé, è una vita destinata al terrore assoluto e senza limiti, che alla fine distrugge in noi ogni residuo di umanità. Hannah Arendt l’aveva già capito molto bene sin dalla fine degli anni Quaranta: “Premendo gli uomini uno contro l’altro, il terrore totale distrugge lo spazio tra essi”. Ora, questo «spazio tra», questo Zweiraum, è lo spazio minimo della libertà, che permette di avvicinarsi e allontanarsi in modo alternato, di parlare e tacere, di farsi vedere e nascondersi, ed è uno spazio molto più vitale dell’immondo Lebensraum hitleriano. È in questo senso, d’altronde, che i sistemi totalitari si distinguono dalle semplici tirannie “ordinarie”: queste si accontentavano di eliminare gli oppositori politici palesi e la vita politica libera, ma lasciavano il resto della popolazione in una penombra più o meno tranquilla, mentre i sistemi totalitari fanno di ogni cittadino un potenziale oppositore o traditore, che va quindi sorvegliato e controllato costantemente. Le tirannie distruggevano ogni spazio e ogni tempo pubblico, i totalitarismi colonizzano e distruggono ogni spazio e ogni tempo, di tutti e di ciascuno. Le tirannie obbligano tutti alla discrezione, a ritirarsi dalla vita pubblica, ma i totalitarismi si spingono fino a distruggere la possibilità stessa della discrezione – quella che Hannah Arendt chiama desolazione (loneliness), ovvero una solitudine radicale e senza alcuna apertura possibile al di fuori di sé».<a name="_ftnref2" href="http://blog.petiteplaisance.it/#_ftn2"></a>[2]</p></blockquote>
<p>I totalitarismi esigono che vi sia l’olocausto (<em>hòlos</em>, “tutto intero”, e <em>kàiō</em>, “brucio”) della discrezione, puntano sulla colonizzazione della mente, sulla separazione, sulla frammentazione. I processi di individualizzazione e soggettivizzazione sono finalizzati a rendere impossibile l’opposizione, a ridurla ad una presenza marginale e silenziosa, le luci del narcisismo di massa soverchiano lo spirito di scissione, lo rendono un’inutile variabile del sistema capitale.</p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Discrezione e filosofia<br />
</strong>L’opposizione, il no concettualizzato, malgrado tutto esiste, perché se si crede nell’essenza della natura umana (<em>Gattungswesen</em>), non si può che agire e sperare, affinché la vita umiliata ed offesa possa riconoscere e razionalizzare lo stato presente. Il filosofo, per essere tale, deve sottrarsi al gioco dell’apparire per coltivare la discrezione, virtù del pubblico; la parola del filosofo e degli amici della conoscenza devono circolare, perché possa formarsi la consapevolezza pubblica, per la quale sono necessarie le contingenze storiche ed i concetti:</p>
<blockquote><p>«Certo, Deleuze e Hegel sostengono filosofie antagoniste, ma è giocoforza constatare che sono d’accordo almeno su un punto, forse uno solo, però in concordanza assoluta: il grigio è il vero colore della vita dello spirito. Perché non bisogna lasciarsi imbrogliare dalla finta malinconia di Hegel: in verità, non rimpiange nulla degli ori e dei colori del passato, di un’arte del bello che non ha più nulla da dirci, ama il grigio, la secchezza del concetto, la riduzione di ciò che appare variopinto a ciò che scompare nella propria verità. E, altrettanto, non bisogna lasciarsi ingannare dall’apologia di Deleuze e Guattari in favore di tutti i desideri, di tutte le forme di vita: in verità, sono anch’essi sedotti quanto Hegel dall’asciuttezza e dalla spoliazione del pensiero, tanto da arrivare a sostenere, nell’Anti-Edipo, che non sopportano i marginali perché «danno troppo nell’occhio». Il punto è questo: dall’inizio del XIX all’alba del XXI secolo, i filosofi, anche i più distanti tra loro, hanno condiviso la passione per il discreto, l’impersonale, il non appariscente, vale a dire per il pensiero più che per il mostrato, e hanno anche mandato completamente in frantumi il modello antico e medievale che voleva che ogni non-apparizione, discrezione apparente, non lo fosse che in nome di un’apparizione più reale, in sé (ai propri occhi) o a venire (agli occhi di tutti, un giorno, nella posterità). La discrezione ha smesso di essere pensata e vissuta come l’attesa del suo contrario, è diventata affermazione di se stessa. Da un simile punto di accordo, si può trarre forse un unico insegnamento, ma di grande peso: fare filosofia oggi, quali che siano il suo livello e le sue pretese, significa innanzitutto rinunciare all’apparizione. Non tanto perché sarebbe un male in sé, ma perché vorrebbe dire rinunciare a pensare lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, che si trova appunto nella scomparsa, la discrezione. Da questo punto di vista, non bisogna dunque formalizzarsi troppo rispetto a tutti quelli che, ancora oggi, si lasciano reclutare nel circo mediatico o sociale: non sono colpevoli, stanno semplicemente dalla parte di uno spirito che è morto. Si tratta unicamente di orientare i propri pensieri su ciò che è vivo: tutto ciò che si vive, si crea, si pensa, si condivide oggi è ben lontano da un simile circo».<a name="_ftnref3" href="http://blog.petiteplaisance.it/#_ftn3"></a>[3]</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo spirito del tempo (<em>Zeitgeist</em>) si rivela solo nella discrezione, nel sospendere l’attività meccanica ed automatica dello stimolo-risposta: il filosofo deve vivere la discrezione, deve essere la parola viva della discrezione che rompe la violenza del circo mediatico dei nuovi <em>oratores.</em></p>
<p><strong><em>Salvatore Bravo</em></strong></p>
<p><a name="_ftn1" href="http://blog.petiteplaisance.it/#_ftnref1"></a>[1] <strong>Pierre Zaoui</strong>, <em>L’arte di scomparire. Vivere con discrezione</em>, il Saggiatore, Milano 2015, pag. 18.</p>
<p><a name="_ftn2" href="http://blog.petiteplaisance.it/#_ftnref2"></a>[2] <em>Ibidem</em>, pag. 55.</p>
<p><a name="_ftn3" href="http://blog.petiteplaisance.it/#_ftnref3"></a>[3] <em>Ibidem</em>, pag. 64.</p>
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