<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Comunismo e Comunità &#187; TPP</title>
	<atom:link href="https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;tag=tpp" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.comunismoecomunita.org</link>
	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
	<lastBuildDate>Tue, 30 Jun 2026 15:21:34 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.4.1</generator>
		<item>
		<title>Geopolitica dei trattati di libero asservimento</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=5317</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=5317#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 07 May 2016 09:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[Fagan Pierluigi]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Obama]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[TPP]]></category>
		<category><![CDATA[TTIP]]></category>
		<category><![CDATA[WTO]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=5317</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Pierluigi Fagan &#160; La prima globalizzazione è finita. Scambi e flussi di tutti con tutti non hanno funzionato come dovevano, almeno secondo le intenzioni del principale promoter, gli USA. Si è trattato di un’enorme trasferimento di ricchezza dai paesi ricchi a quelli poveri ma contemporaneamente, nei paesi ricchi già provati dall’emorragia verso quelli emergenti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img src="http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/the_end_of_the_dollar_russia_china_attacks.jpg" alt="the end of the dollar russia china attacks" width="285" height="204" /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em>Pierluigi Fagan</em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La prima globalizzazione è finita</strong>. Scambi e flussi di tutti con tutti non hanno funzionato come dovevano, almeno secondo le intenzioni del principale promoter, gli USA. Si è trattato di un’enorme trasferimento di ricchezza dai paesi ricchi a quelli poveri ma contemporaneamente, nei paesi ricchi già provati dall’emorragia verso quelli emergenti, si è creata una dinamica di trasferimento di ricchezza dalle classi povere e medie a quelle già ricche, diventate super-ricche. Così in ogni comparto produttivo, dalle imprese piccole e medie a quelle grandi e grandissime e a livello di settori dall’economia, dall’industria ai servizi e più in generale, dalla produzione e scambio alla banco-finanza. Queste élite (super-ricchi, multinazionali, banco-finanza) si sono strette in una cerchia mondiale di detentori di capitali che succhiano valore dalle comunità, dalla natura e dal risparmio e poi si trasferiscono denaro l’un l’altro, all’interno del vorticoso circolo della nuova finanza, borse e paradisi fiscali. Una circolazione di ricchezza per lo più apparente, alimentata dalla continua immissione di dollari nel circuito, ad opera della banca centrale americana e da tutti i potenziali creatori di debito (titoli, emissioni speciali, obbligazioni, derivati, prestiti al consumo, carte di credito etc.).</p>
<p>Ma non è questo che non ha funzionato poiché questo era proprio il preciso obiettivo della strategia sottostante, il problema principale della prima globalizzazione, è stato quello di aver allevato dei minacciosi competitor, inizialmente economici, poi finanziari, poi valutari, poi politici.</p>
<p>Poiché lo scenario di competizione è il Mondo, il competitor politico è geo-politico e dall’economia, dalla finanza, dalla politica, ora il confronto, ad esempio con Russia e Cina, rischia di trascendere sul piano addirittura militare. Inizia quindi una fase di lotta non più per l’egemonia del Tutto per via diretta , ma per via indiretta, creando schieramenti e sistemi contrapposti ed attraverso il controllo di questi, tentare il controllo del Tutto. Questi sistemi che vanno a sostituire il WTO, sono le cerchie dei paesi invitati a sottoscrivere con gli USA, una serie di trattati multilaterali. Da tutti e tre i trattati di cui parleremo, TTIP – TPP – TISA, sono rigidamente esclusi proprio i principali nuovi competitor: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>1. Il TTIP</strong></p>
<p>L’amministrazione Obama già da tempo ha annunciato il ri-orientamento strategico della propria politica internazionale. L’intenzione è <strong>ricostruire il bastione occidentale</strong>, riannettendosi l’Europa come cinquantunesimo stato dell’Unione. Questa intenzione ha un argomento attivo poiché USA + EU, sono il 46,98% del Pil mondiale, mentre NAFTA (USA/CAN/MEX) + EU sono il 50.25% su dati FMI 2013, ovvero creare un sistema centrale del mondo dei flussi e degli scambi economici che, in virtù della propria massa, possa determinare gli standard globali. E’ questa la strategia sottostante il TTIP. Gli USA controllerebbero questa cerchia che controllerebbe per via del suo peso ed estensione, il resto del sistema globale. Ma vi è anche il riflesso passivo di questa strategia. Ostracizzare e disincentivare ogni forma di scambio tra Europa e paesi emersi o emergenti. Europa infatti, sarebbe un omologo degli USA ad esempio per quanto attiene molte capacità tecnologiche, mentre com’è noto, Europa è ben mancante di materie prime di cui sono invece eccedenti gli emersi e gli emergenti. In teoria, questo sarebbe lo <em>scambio perfetto</em>, quello basato sulla reciproca compensazione delle eccedenze e della mancanze. Ma questo scambio perfetto potenzierebbe ulteriormente il progresso tecnico-produttivo dei competitor geopolitici (Cina e Russia in primis), creerebbe una circolazione attiva di valute disparate (yen, yuan, rubli, euro, rupie), finirebbe con l’emarginare gli USA che non hanno alcuna intenzione di commerciare liberamente con coloro che vedono come rivali geopolitici esiziali e che temono la relativizzazione del dollaro più di ogni altra cosa al mondo, poiché e sul dominio assoluto di questo che si basa la loro forza finanziaria, quindi, economica, quindi politica, coadiuvata da quella militare e condita da quella culturale.</p>
<p>L’isteria americana sulla questione ucraina va quindi letta in questo senso, separare da subito Europa e Russia (tecnologia e competenze vs energia) per poi ostacolare anche le relazioni Europa – Cina.</p>
<p>La Cina è, per ammissione esplicita dell’amministrazione americana, il main competitor globale. Ed infatti il ri-orientamento della politica strategica statunitense ha titolo “pivot to Asia”, perno sull’Asia. E’ stato già riassortito il peso della marina militare USA da 60%-40% Atlantico-Pacifico, all’inverso. Obama ha compiuto diversi viaggi di corteggiamento e amicizia in Asia, in tutti i paesi confinanti con la Cina, paesi che vivono o sono invitati a vivere, la crescita cinese potenzialmente come minacciosa. Diversi incidenti nel Mar della Cina hanno <img src="http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/military-west-pacific.jpg" alt="military-west-pacific" width="350" height="502" />infiammato le relazioni dei paesi costieri poiché ognuno sta correndo a ridefinire confini marittimi  che in passato non avevano nessun preciso significato ma che oggi con il traffico dei cargo e petroliere, nonché per le promesse di sotterranei giacimenti di energia, diventano luoghi di aspra contesa. Sono numerose le provocazioni esplicite ed implicite (da satelliti ed aerei spia buttati giù senza troppi riguardi dai cinesi, alla questione del Tibet, al rinnovamento delle basi militari USA del Pacifico, al recente tentativo di destabilizzazione ad Hong Kong etc.) compiute ai danni dei cinesi che per altro non se ne sono stati con le mani in mano. Poco osservato è stato il primo tentativo di creare una rotta di circumnavigazione polare che dalla Cina, arrivi nel Baltico e nel Mare del Nord, cargo scortati da rompighiaccio russi. Altresì, i cinesi, stanno aprendo porti e stendendo binari per creare la famosa “Nuova Via della Seta” che colleghi l’Asia con l’Europa. Restrizioni su Internet o meglio creazione di una propria rete e servizi, apertura planetaria di molti centri Confucio, acquisto di porti, aeroporti ed aziende occidentali, land grabbing in Africa condiscono la strategia di “sviluppo armonioso” del gigante cinese che per molto tempo ancora, baserà la sua crescita sull’export. Ma fino ad ora ha prevalso una certa prudenza, un punzecchiarsi reciproco, non ancora divenuta aperta sfida come è invece avvenuto con la Russia, dichiarata da Obama all’ONU, una delle tre minacce principali planetarie, assieme ad ebola e prima ancora dell’Isis.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>2. Il TPP</strong></p>
<p>L’area Ovest degli USA, il Pacifico-Asia è destinazione di un altro trattato gemello del TTIP, il TPP – Trans Pacific Partnership. Nato nel 2005 per costruire un’area di libero scambio merci – servizi – finanza tra Nuova Zelanda – Cile – Sultanato del Brunei (Borneo) e Singapore, il trattato originario si chiamava Pacific Four = P4, e mostrava perfettamente la logica naturale dei trattati veramente basati su interessi puramente economici. I quattro paesi infatti sono perfettamente complementari: Singapore è una città stato che non produce nulla se non investimenti e servizi avanzati, il Brunei è un paesino di meno di 400.000 abitanti sprovvisto di tutto ma ricco di petrolio, Nuova Zelanda e Cile sono paesi con territorio e produzioni complementari. La Nuova Zelanda è praticamente priva di minerali, lì dove primeggia il Cile. Questa è logica naturale di trattati di libero scambio basati sulle compensazioni tra eccedenze e mancanze strutturali, una circolazione di energia, finanza, materie prime ed industria e servizi che dota tutti di ciò che manca, scambiandolo con ciò che eccede.</p>
<p>Poco dopo la sua prima elezione, nel 2009, il presidente degli Stati Uniti B. Obama, dichiara il suo vivo interesse a formare intorno al P4 una più larga cerchia che diventerà TPP: NAFTA (USA + Canada + Messico) + Perù e Cile + Australia e Nuova Zelanda + Brunei, Singapore, Malaysia, Vietnam e Giappone. Un cerchia a 12. I due paesi sud americani romperebbero l’egemonia sud continentale dei paesi socialisti – socialdemocratici – nazionalistici che hanno di fatto espulso gli USA dal ruolo di Gran Protettore del sud continente americano. I due paesi <img src="http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/201491095157170.jpeg" alt="201491095157170" width="350" height="430" />oceanici sono storicamente anglosassoni e quindi della ricostituenda famiglia “occidentale”. I paesi asiatici formano una prima cintura intorno alla Cina. Si tenga conto che la Cina ha molto sviluppato la propria presenza verso il proprio Est, quindi verso il Pacifico. Cina è come partner export ed import, tra i primi tre (in 10 casi primo, 10 secondo e 3 casi terzo) per tutti i 12 eventuali contraenti il trattato (l’unica mancanza è tra i primi tre partner dell’export del Brunei, ovvero il Brunei non vende energia ai cinesi, dati CIA World Factbook). Anche qui quindi, ci sarebbe un valore attivo ed uno passivo. Quello passivo sarebbe ovviamente scalzare la Cina da questa preminenza nelle referenze degli scambi. Ma anche qui, più che il valore commerciale e finanziario dell’operazione, vale l’obiettivo di mantenere la preminenza del dollaro negli scambi (dollaro che può al massimo sopportare la parziale convivenza con l’euro, stante che sul futuro dell’euro gli americani per primi, sicuramente non scommettono) ed accerchiare la Cina con paesi chiusi all’interrelazione economico-finanziaria ma aperti alla collaborazione militare con gli USA.</p>
<p>Chi valuta il TTIP non è portato a considerare il TPP ma ciò è un errore. Vale infatti il valore di concorrenza sul mercato americano. Gli Stati Uniti ad esempio, non si aprono solo all’agroalimentare europeo, ma anche a quello cileno, oceanico, malese e vietnamita. I vini italiani competerebbero non solo con quelli californiani ma anche coi cileni e neozelandesi (tra l’altro con altre valute che in molti casi asiatici hanno un vantaggio inarrivabile). I servizi banco-finanziari con quelli di Singapore e di Tokio, le tecnologie con quelle del Giappone, le delocalizzazioni con il Vietnam e Malaysia, il turismo con l’Oceania ed il Sud America etc. .  Poiché l’intento geopolitico del TPP (al pari di quello del TTIP) è ben chiaro, una volta firmato, si deve prevedere anche un successivo allargamento, forse a più d’uno tra Thailandia, Filippine, Cambogia, Myanmar, Taiwan e chissà chi altro ed  quali condizioni di arrendevolezza e sudditanza (quindi di vantaggio comparato per gli USA). L’elenco dei paesi di cui parleremo successivamente trattando il terzo accordo, il TISA, dà l’idea dell’effettiva estensione finale della aree che potrebbero essere unificate da vari accordi che hanno gli USA come perno centrale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3. Il TISA</strong></p>
<p>Oltre al TTIP ed al TPP, un altro trattato è in ancora più segreta discussione, il TISA. Il TISA è un trattato relativo ai servizi (Trade In Services Agreement) che ha un allegato specifico su i servizi finanziari. Si tenga conto che oggi i servizi, soprattutto nelle economie più avanzate, sono il comparto (vs industria ed agricoltura) di gran lunga dominante (79% del Pil USA, 72% del Pil Mondo, dati 2013 The Economist). Il trattato include tutti i membri TTIP e quelli TPP ad eccezione del Brunei, Malaysia e Vietnam (insignificanti quanto a servizi). A questi si aggiungono: Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera in Europa; Turchia ed Israele; Taiwan, Hong Kong, Pakistan e Sud Corea in Asia; Colombia, Costa Rica, Panama, Paraguay in Centro e Sud America. Si noti l’esclusione in via di principio dei BRICS. I colloqui si svolgono a Ginevra e sono presieduti a turno da Stati Uniti, UE ed Australia ed a fine anno 2014, giungeranno al 10° round.  La secretazione del TISA ha dell’incredibile prevedendo la pubblicizzazione solo cinque anni dopo sia che sia, sia che non sia entrato in vigore. L’unico squarcio di informazione si deve ad un documento apparso su Wikileaks anche se solo riferito all’appendice relativa ai servizi finanziari.</p>
<p>Si punterebbe ad una ulteriore e definitiva deregolamentazione finanziaria, accelerazioni delle liberalizzazioni e privatizzazioni, perdita ulteriore di controllo e stoccaggio dati per gli stati con espansione de-territorializzata delle transazioni on line totalmente prive di controllo , sovra giurisdizione delle norme indifferenti ed invulnerabili a quelle nazionali. I punti relativi ai servizi non finanziari punterebbero alla conversione privatistica dei settori dell’educazione, della sanità, della difesa. Il trattato è ovviamente sospinto da lobbies tra cui il Team Tisa che riunisce 57 multinazionali, tutte americane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>4. Elementi generali di valutazione dei trattati</strong></p>
<p>Le discussioni su TPP e TTIP hanno sedimentato una serie di punti controversi su cui occorre riflettere in generale, oltre alle ben note questioni sulla segretezza ed opacità dei contenuti, i polli al cloro, la carne agli ormoni, gli OGM, le esternalità ambientali e il negativo impatto occupazionale.</p>
<ol>
<li>Questi trattati vengono presentati come riferiti a questioni genuinamente economiche, ma la loro ratio intrinseca è politica o meglio geo-politica. Si dovrebbe chiarire il punto perché essendo quello che muove al processo e non essendo questo oggetto di aperto dibattito, si trasforma in formale una questione che invece è sostanziale. Inoltre agiscono fattori di logica interna. Se veramente<strong> la ratio di questi trattati è geopolitica</strong> la loro “convenienza” reale sarà valutata su quel piano ed è quindi assai improbabile che contengano effettivamente le convenienze economico-occupazionali che studi commissionati ad hoc, sembrano promettere. Questo è un punto di fondamentale ambiguità.</li>
<li>In linea generale non esiste solo la contrapposizione ideologica “libero scambio vs autarchia”. Esiste invece la <strong>contrapposizione</strong> realistica  <strong>tra libero scambio e scambio ragionevole</strong>. Tale contrapposizione esiste dai primi del  XIX° secolo. Un economista liberale, ma tedesco (non britannico, cioè con logica diversa dall’impero allora dominante) F. List, eccepiva che la totale libertà di scambio favorisce sempre il più forte. Questo è già presente in molte merceologie, ha già realizzato economie di scala e ha più longevi know how. List si riferiva a gli stati ma oggi il discorso vale anche per le imprese, le multinazionali americane, inglesi, francesi, tedesche, olandesi vs la pletora di PMI di cui è ricca l’Europa e l’Italia in particolare. In termini di Stato, offrire un settore debole alla totalmente libera concorrenza, significa non solo perdere questa o quella azienda e la relativa occupazione ma nel medio-lungo periodo, l’intero settore. Esistono settori strategici, settori che persi, condizionano strutturalmente l’assetto completo del sistema economico e finanziario di un paese. Si pensi all’acciaio, ai semilavorati, alla diversificazione delle forniture energetiche, alle telecomunicazioni etc. . Nella “civiltà dei consumi” poi, il concetto di settore se non strategico, “importante”, allargherebbe ulteriormente il discorso. Queste perdite strategiche costituiscono la formazione di una dipendenza strutturale, di una limitazione forte dei gradi di libertà dei processi di sviluppo dei singoli paesi, un condizionamento che nel lungo periodo diventa totalmente politico. Know how persi per più di una generazione perché quel settore non ha retto la concorrenza, non si riacquisiscono facilmente e costituiscono un handicap all’autonomia della nazione. Si ricordi che le economie sono nazionali, anche quando sono formate da operatori privati, poiché le nazioni si basano su lavoro e tasse e la presunta equivalenza benessere dell’economia privata = benessere dell’intera comunità nazionale non solo non è mai stata provata, ma si hanno molte prove del contrario (risultati stessi della globalizzazione, del NAFTA, della recente esplosione della banco finanza e delle relative bolle). In Europa, dopo i fallimenti della globalizzazione, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, del delirio banco-finanziario e dell’euro, gli stessi e soliti proponenti, giungono oggi a proporre nuovi trattati dalle mirabolanti prospettive di occupazione e crescita. Sarebbe come un venditore di aspirapolvere che per ben quattro volte ci ha rifilato una fregatura ed a cui continuiamo ad aprire la porta ben pieni di speranza. Irrazionale.</li>
<li>Il commercio internazionale presenta sempre un <strong>irrisolvibile problema sul piano del diritto.</strong> Gli stati nazione nascono tra l’altro proprio per dare la cornice di diritto allo scambio commerciale, all’impresa, a gli standard di numero-peso-misura, alla solvenza della valuta, debiti, contrasti, norme su i limiti etc. I tribunali sono gli strumenti operativi per il funzionamento del regolamento. Quando si fanno trattati bi o multilaterali, si stabiliscono una serie di norme-cornice le quali dovrebbero regolare il diritto conformemente allo spirito del trattato, ma questo spirito del trattato non coincide mai per definizione con lo spirito della giurisprudenza nazionale, proprio perché sono due o più nazioni a dover fondere le proprie giurisprudenze. Ne vengono fuori diversi conflitti di diritto tant’è che i trattati internazionali godono spesso di uno speciale statuto di variazione costituzionale cioè prefigurano una meta costituzione (che non c’è) che è più della somma di quelle dei paesi contraenti. A dire che il diritto commerciale non è un di cui estraibile dal diritto generale e modificabile in base alle convenienze di un trattato occasionale, perché il diritto è un tutt’uno intrecciato e complesso. Questo è vero e dimostrato dall’idea di introdurre tribunali extra-territoriali, ovvero tribunali che rispondono alla logica dei trattati e non a quelle delle giurisprudenze nazionali. Va da sé che i giudizi così condizionati saranno sempre e per forza in favore della logica dei trattati anche quando queste sono palesemente fallaci. La logica dell’ asimmetria della potenza poi, non prevede di discutere faccende come quelle dello spionaggio e stoccaggio di dati sensibili di cui si nutre il sistema americano. Che trattati così complessi siano discussi da così poche persone e certo non da giudici costituzionali, in gran segreto, per motivi geopolitici che hanno una logica del tutto aliena non solo a quella intrinsecamente economica, ma anche a quella giuridica, in così poco tempo, è la perfetta garanzia di creazione di veri e propri mostri di ingiustizia. Ma di una ingiustizia inemendabile, sanzionata da tribunali speciali che non hanno alcun livello superiore a cui appellarsi. La logica dei trattati, è sempre quella del momento in cui sono stati scritti e purtroppo non è flessibile. Non c’è in sostanza l’interpretazione, ma la letteralità, come in certe interpretazioni del Corano, porta sempre a fondamentalismi, in questo caso, fondamentalismo di mercato. Si forma così un prepotente diritto all’ingiustizia invulnerabile ad ogni dialettica politica.</li>
<li>Vi è poi una contrapposizione tra i concetti di <strong>standard e varietà</strong>. Questi trattati favoriscono esplicitamente la creazione di standard, di unificazioni, di appiattimenti, di dominanti, sono il trionfo della quantità sulla qualità. Questo ha un forte impatto culturale. I francesi si sono già dichiarati indisponibili ad includere nella trattativa i settori produttori di cultura, così in Giappone è sorta tutta una questione su i manga e la cultura underground. Ma cultura non è solo ciò che ha l’etichetta esplicita di cultura. Come lavoriamo, come mangiamo, i valori, la pubblicità, ciò che dice la legge, i comportamenti economici che poi diventano sociali, sono tutte componenti della “cultura”. Il modello culturale di riferimento dei trattati è quello dello standard massificato, che è poi quello americano, peccato non sia il nostro e peccato che nell’era della complessità così come è negativo eliminare biodiversità, è negativo eliminare diversità culturale. Perdere diversità è infatti perdere resilienza, perdere libertà e questo si traduce in definitiva in una minorità, in una mancanza di alternativa, quindi di flessibilità ovvero in un aumento della rigidità. L’esatto contrario di ciò che si prescrive per affrontare i complessi tempi futuri. Attraverso degli “innocui” trattati infatti, si comincia con il commercio e si finisce con l’omologazione strutturale completa, con la colonizzazione strutturale. Questa è l’ennesima e non discussa scelta disadattativa alla sempre maggiore complessità del mondo.</li>
<li>Un problema ulteriore, mai dichiarato, è che l’economia è fatta di merci, servizi, regole di scambio, cornici normative certo ma le cose si vendono e comprano con i soldi, ovvero con le valute. E’ noto che il dollaro è gestito da una banca centrale che stampa in grande quantità ed all’occorrenza svaluta ed è noto che invece <strong>l’euro è gestito da una banca che non stampa a richiesta e non svaluta</strong>. Nel campo americano inoltre, come abbiamo già indicato, ci si muoverà non solo vs la concorrenza indigena, ma anche vs la concorrenza dei paesi TPP, molti dei quali hanno una gestione della valuta ancorpiù disinvolta. E’ inconcepibile che l’ Europa vada a firmar trattati concorrenziali con competitor che possono fare dumping valutario mentre lei se lo impedisce a priori (vedi Trattato di Maastricht). Che si pensi conveniente per il mercato americano che compra in dollari, merci in euro (se si hanno alternative) è puro delirio. Questo è fuori da qualsiasi logica.</li>
<li>L’intera logica della strategia dei trattati è quella di obbligare i singoli paesi tanto europei, quanto del Pacifico, gli attori industriali, agricoli e dei servizi, l’intera architettura della banco-finanza a formattarsi secondo gli standard americani, cosa che non riuscì per le vie troppo aperte del WTO ovvero per l’opposizione dei BRICS che sono specificatamente e serialmente i soggetti lasciati fuori da tutti e tre i trattati. All’appello americano rispondono eccitate le lobby atlantiste, multinazionali e banco-finanziarie europee, lobby che promuovono l’interesse dei Pochi e non certo dei Molti, che puntano a barattare i loro vantaggi in cambio della nostra integrale <strong>colonizzazione strutturale </strong>che, una volta operata, sarebbe nei fatti difficilmente reversibile.</li>
</ol>
<p>La logica sottostante la strategia dei trattati è ambigua, irrazionale, ingiusta, disadattativa, illogica, coloniale. Questo perché, come già detto ma val bene ripeterlo, la logica non è commerciale, ma geopolitica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>5. Conclusioni</strong></p>
<p>Il fine strutturale dei due trattati è creare due comunità economiche (TTIP e TPP) che sommano al 63% del Pil mondiale, dominate dal leader mondiale USA che detiene il 22,5% del Pil mondiale e la leadership assoluta del mercato finanziario, cioè della circolazione dei capitali. Lo schema è lo stesso delle società quotate in borsa, una minoranza (il 22,5%) controlla una azienda massiccia (il 63% del Pil mondiale) che controlla l’intero mercato. Le prime dieci compagnie di export USA controllano il 96% di tutto l’export statunitense (le prime dieci europee l’85%), loro e la banco-finanza anglo-americana sarebbero i principali beneficiari del nuovo sistema dal punto di vista economico.</p>
<p>Il fine a breve termine è altresì triplice. Il <strong>primo</strong> è potersi permettere di promettere di frenare la contrazione occidentale insidiata da tutta la pletora delle economie emergenti. Ma le stime di attribuzione di vantaggi nella riattivazione della crescita sono del tutto inaffidabili. Il commercio internazionale, ormai quasi del tutto libero, già esiste. I trattati ovviamente non si curano della limitazione delle risorse (risorse che in quanto materie prime rimarrebbero in grande parte nei paesi fuori dei trattati) e della saturazione dei consumi, né delle diseguaglianze che hanno depauperato i poteri d’acquisto. Il <strong>secondo</strong> è porre gli USA come perno centrale della coalizione creata dai due trattati secondo la strategia “hub &amp; spoke”. Gli USA con i suoi 316 milioni di cittadini ed il 35,7% del valore economico del totale delle due comunità create con i due trattati sarebbero il sole del nuovo sistema. “Hub &amp; spoke” sta per mozzo e raggi, come nella ruota della bicicletta, il mozzo sarebbe il luogo centrale, gli USA, i raggi sarebbero i singoli paesi, la ruota sarebbe il sistema generale che governa i destini del mondo, l’espressione è nota in geopolitica come dottrina Kissinger. In termini di complessità, l’idea ricorrerebbe alla Teoria del caos deterministico con gli USA a fare da “attrattore” nello spazio delle fasi geopolitiche. Il <strong>terzo</strong> è  soffocare l’area di potenziale sviluppo delle nuove economie emergenti. La strategia ha un corollario di operazioni che verranno deliberate vs Africa, Sud America ed India, mentre è in corso il riassestamento del Medio Oriente con la creazione di nuove entità statali e nuovi confini. La separazione forzata tra Europa e Russia è già avanzata in seguito all’affaire ucraino. Questo dovrebbe garantire l’emarginazione totale di Russia e Cina che sono , soprattutto i secondi, i competitor più temuti. I due trattati puntano a creare un sistema di lunga durata, basato sull’uniformazione di tutti gli standard sociali, culturali, normativi, valutari, banco-finanziari ed economici a quelli vigenti negli Stati Uniti e creante di fatto, una <strong>dipendenza di tutti dagli USA ma degli USA con nessuno nello specifico.</strong></p>
<p>Si realizzerebbe così l’obiettivo geopolitico primario: <strong>impedire la creazione di un mondo multipolare</strong>per rimanere l’unico polo in grado di controllare un mondo sempre più complesso. Il beneficio a lungo termine sarebbe infatti che la struttura multinazionale e banco-finanziaria anglosassone dominerebbe un mercato economico che sempre più esautora la politica, la democrazia e la sovranità delle singole comunità nazionali, garantendo il controllo diretto ed indiretto della nuova complessità planetaria al sistema dominante, quello degli Stati Uniti d’America, basato su imprese multi-trans-nazionali, banco-finanza e dollaro e quando non basta, l’esercito di gran lunga più potente del pianeta.</p>
<p>Sotto tutto questo, c’è chi pensa di metterci una firma anche in nome e per conto nostro. Bisognerà fargli capire che non siamo proprio d’accordo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://www.sinistrainrete.info/geopolitica/4261-pierluigi-fagan-geopolitica-dei-trattati-di-libero-asservimento.html</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=5317</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Quattro cose per orizzontarsi nel gioco di tutti i giochi</title>
		<link>https://www.comunismoecomunita.org/?p=5198</link>
		<comments>https://www.comunismoecomunita.org/?p=5198#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2015 18:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Pierluigi Fagan]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[TISA]]></category>
		<category><![CDATA[TPP]]></category>
		<category><![CDATA[TTIP]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.comunismoecomunita.org/?p=5198</guid>
		<description><![CDATA[&#160; &#160; Pierluigi Fagan C’è un gioco che condiziona tutti gli altri giochi. Condiziona significa che ne determina le condizioni di possibilità e, talvolta, financo gli esiti. Che sia l’euro o l’Europa o la sovranità nazionale o la Siria o i migranti o la disoccupazione o il bilancio dello stato o il ruolo di certe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img src="http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories3/compare-countries-money-01.jpg" alt="compare countries money 01" width="310" height="251" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><em>Pierluigi Fagan</em></h3>
<p>C’è un gioco che condiziona tutti gli altri giochi. Condiziona significa che ne determina le condizioni di possibilità e, talvolta, financo gli esiti. Che sia l’euro o l’Europa o la sovranità nazionale o la Siria o i migranti o la disoccupazione o il bilancio dello stato o il ruolo di certe élite, tutti i giochi si giocano in un gioco più ampio di cui, soprattutto in Italia, c’è assai scarsa conoscenza. Paese che ha perso la guerra, capitalistico per certi versi ma ancora “ancien règime” per altri, umanistico e financo religioso quanto mai estensivamente scientifico, più idealista che illuminista, ancora fratturato dalla questione meridionale, ripiegato nel confort del proprio paesaggio, tradizione e gastronomia, sempre più estraneo al mondo. Sarà bene allora far pratica di conoscenza con questo gioco di tutti i giochi perché anche se facciamo finta di non saperlo, noi siamo anche pedine di questo gioco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>La prima cosa da considerare è che le condizioni interne di un sistema dipendono in gran parte dal suo esterno.</strong></li>
</ul>
<p>Quando analizziamo lo stato di potere, di forza e di salute di una civilizzazione, di uno stato, di un sistema economico, dobbiamo prioritariamente riferirci a quali sono i suoi rapporti con l’ esterno. Il suo esterno è ciò che lo contiene e i tre stati qualitativi dipendono in gran parte dall’assetto della relazione che il sistema intrattiene con ciò che lo contiene. Lo scenario ultimo, quello che non dipende da altri ma da cui tutti dipendono è quindi, semplicemente, il mondo. Il mondo è il contenitore di tutti i sistemi.</p>
<p>Nel mondo, oggi, si muovono diverse forze ma le principali, quelle che lottano l’un con l’altra per il controllo migliore del mondo sono due. Una è gli Stati Uniti d’America. Gli USA sono la forza di gran lunga dominante e il loro dominio proviene da almeno sessanta anni di potere sostanziale sul mondo o quantomeno su sua larga parte. L’altra non è una singola forza ma un potenziale sistema, un sistema che al momento non è ancora tale essendo ancora allo stato di aggregato. Tale aggregato, passibile di divenire un sistema, è formato da tre entità: Germania, Russia, Cina. Queste tre entità coprono tutte e tre le parti del continente euroasiatico, Germania ad ovest, Russia al centro, Cina ad est. Se queste forze minori, si saldassero in sistema, è la semplice geografia che determinerebbe la struttura portante del potere sul mondo, gli USA diventerebbero un satellite del centro del mondo ed i satelliti non hanno alcuna autonomia, dipendendo da ciò intorno a cui gravitano. Se e per quanto avere un mondo dominato dagli USA e se, quando e come, avere un mondo diverso è il Grande Gioco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>La seconda cosa da considerare è la natura sistemica dei giocatori del gioco.</strong></li>
</ul>
<p>Gli USA sono un sistema, l’aggregato Germania – Russia – Cina no, è un sistema potenziale. Gli USA sono un sistema perché sono uno stato-nazione, con un paio di secoli di storia e senza un ingombrante passato. Non è quindi percorso da linee di faglia interne per quanto tutti i sistemi molto estesi sono sempre a rischio di frattura. L’unità degli Stati Uniti significa un unico sistema politico, militare, economico, culturale, religioso che riporta ad un centro intenzionale, un potere o un gestore centrale in grado di far muovere il sistema come un organismo unico. Gli Stati Uniti sono posizionati su un’isola con due oceani ai meridiani e nessuna seria minaccia ai paralleli, sono quindi una fortezza isolata ed inespugnabile. Il gioco in difesa degli USA sarà sempre un gioco in attacco, sarà cioè un gioco che si svolge fuori dei propri territori, sul continente euroasiatico o altrove ma mai sul proprio territorio. La posta del suo gioco è il controllo di buona parte del mondo, da questo controllo deriva il suo benessere.</p>
<p>L’aggregato Germania – Russia – Cina (GRC) invece non è un sistema.</p>
<p>La parte di massima estensione spaziale, la <strong>Russia</strong>, ha uno popolazione che è poco meno del doppio di quella tedesca ed un decimo di quella cinese. Essa non esercita alcuna forza di gravità ad est dove la massa cinese è padrona del campo, esercita una forza di gravità naturale nel centro-Asia ed esercita una forza di gravità contrastata sul suo ovest dove una serie di stati europei si trovano in mezzo tra la Russia e la Germania. Qui è la storia recente più che la geografia o la storia profonda a segnare le dinamiche. Questi paesi che “stanno in mezzo” furono satelliti dell’’URSS ed hanno un ricordo assai sgradevole della perdita di autonomia che connotò quella fase storica.</p>
<p>Essi quindi cercano e cercheranno in tutti i modi di sottrarsi al risucchio gravitazionale russo. In questi casi, si cerca un altro centro di gravità che possa contrastare quello da cui si vuole evadere. Sembrò che l’Europa e la Germania potessero rappresentare questa alternativa ma l’Europa non è a sua volta un sistema e la Germania è troppo debole per esercitare questo ruolo. Così, sono diventati il perfetto <em>pied à terre</em> per gli Stati Uniti  in cerca di alleati fidati nel territorio euroasiatico che è lì dove si gioca la partita. La Russia ha un centro politico forte ed una forza atomica e militare altrettanto competitiva (essendo l’eventuale gioco militare dettato dalla forza più forte, cioè l’arma atomica, la consistenza delle tre armi tradizionali -terra/aria/mare- è importante fino ad un certo punto. La guerra condizionata dall’atomica è una guerra di pura e semplice altrui distruzione non di conquista territoriale come è stata nei millenni passati). La Russia non ha una economia forte, né alcuna capacità di egemonia culturale. Come la storia insegna, la Russia non si può “conquistare” poiché ha sempre un territorio alle spalle nel quale rifugiarsi ma può essere seriamente danneggiata ovvero resa relativamente impotente.</p>
<p>La <strong>Cina</strong> ha una estensione territoriale meno vasta dell’apparente essendo altissima la sua composizione demografica ed essendo più di metà del suo territorio difficilmente abitabile. La Cina ha una fragilità intrinseca che è la sua totale dipendenza quanto a fornitura di acque dolci da un territorio specifico, il Tibet. La nuclearizzazione mirata delle fonti fluviali tibetane, porterebbe ad una carenza d’acqua drammatica. Sebbene si siano verificate tensioni nella consistenza interna (Tibet e Xinjang), la Cina non è facilmente divisibile al suo interno come per altro la Russia. Intorno, la Cina ha potenziali partner e potenziali nemici, i potenziali nemici possono ovviamente essere amici dell’avversario. Il principale è il Giappone. Con l’India i rapporti sono variabili ma non è né nella storia e nelle tradizioni, immaginare evoluzioni negative (una guerra indo-cinese) o positive (una concreta alleanza indo-cinese). Comunque delle due, è semmai più probabile la seconda che non la prima. La Cina ha dunque un problema nel suo stesso intorno perché ognuno degli stati che la circondano, può diventare <em>pied à terre</em> per l’eventuale nemico in un confronto dichiarato. La forza economica della Cina è basata su quella che è anche una debolezza in termini strategici, una massa demografica enorme. I richiami allo “sviluppo armonioso”, il recupero delle linee di saggezza strategica addirittura del periodo confuciano, sono equivocate in Occidente. Per la Cina, queste direttive sono ontologiche, quindi senza alternative, un cinese che ha cuore il proprio sistema, sa da migliaia di anni che: a) internamente deve prevalere la concordia alla discordia perché il territorio non consente la presenza di parti in competizione pena la guerra eterna ed inconcludente (cioè senza scopo possibile); b) ogni diversione esterna peggiora l’equilibrio, già di suo problematico, della concordia interna. Chi immagina una Cina imperialista che si lancia alla conquista del suo mondo circostante, non sa quel dice. Ciò ovviamente non toglie che il sistema cerchi in altri modi il controllo del suo intorno ma è più un legare che un controllare. La forza militare della Cina non è nota. Si suppone non sia molto competitiva in assoluto ma si teme (dal punto di vista americano, ovviamente) abbia sviluppato qualche “sorpresa”. Il potere cinese, da sempre, ha nella strategia e nel tempo, un suo a priori. Quindi i cinesi, da quando decisero di aprirsi al mondo, avranno sviluppato una simulazione ampia di scenari e previsto almeno a livello di pensiero, diverse alternative. A che punto è la realizzazione pratica di queste alternative, quelle militari e dei sistemi d’arma nello specifico, non sappiamo e non sappiamo neanche se lo sanno o pensano di saperlo i vertici strategici USA.</p>
<p>La <strong>Germania</strong> è, dei tre, il sistema più squilibrato e problematico. Del tutto privo di autonomia militare, questo ne fa un paese a sovranità zoppa. Con una estensione territoriale contenuta ed una contenuta popolazione, l’unica vera forza della Germania è la posizione e l’economia. Ma come spesso accade, i punti di forza hanno le loro debolezze. Posizione ed economia, in Germania, sono direttamente correlate.  Una buona parte della sua forza economica è dovuta a: a) dominio del sistema monetario dell’euro che le dà una serie di vantaggi noti, nel controllo delle relazioni economiche con Francia, Italia, Spagna, nord Europa. La Gran Bretagna, notoria seconda gamba del sistema anglo-sassone, è fuori da questo raggio sebbene rimanga un vicino geografico; b) mantenimento del sistema mondiale degli scambi dove esercita, tramite una politica economica mercantilista, un ruolo di rilievo assoluto. Se però si arrivasse ad una qualche perturbazione di tale mercato mondiale (se si arrivasse ad un irrigidimento nel confronto delle forze, non necessariamente una guerra vera e propria) la Germania sarebbe, con la Cina, una delle prime entità a risentirne. La Germania è un sistema al centro di un parallelogramma di forze. L’unica alleanza non problematica e naturale è con i paesi del Nord Europa. Con gli altri europei il rapporto è di cuginanza conflittuale e per altro, sino ad oggi, la Germania non ha mai mostrato reali capacità egemoniche che tra l’altro non fanno assolutamente parta delle sua storia, né di quella del continente. Quanto fatto a Luglio scorso alla Grecia, ricorda (semmai ce ne fosse stato il bisogno) a Francia ed Italia, cosa significa avere a che fare coi tedeschi. Naturalmente antagonista è il rapporto con il Regno Unito. Interessata ad allargare la sua egemonia ad Est andando incontro alla richiesta di maggiori legami proveniente dalle nazioni in fuga dal “Grande orso russo”, non ha mostrato reali capacità di saper gestire questo possibile incontro. Per altro, deve sempre bilanciare questo suo eventuale interesse espansivo con la necessità di non mettersi in urto con la Russia. Se alla Germania fosse permessa una amicizia organica coi russi, nel contratto si potrebbe prevedere lo spazio consentito all’espansione d’influenza tedesca ma a questo punto agisce l’altra forza traente, gli Stati Uniti d’America. I rapporti tra Germania e Stati Uniti sono assai complicati. Storicamente, non c’è simpatia ma ricordiamoci che sia gli Angli, sia soprattutto i Sassoni, originano proprio da quelle terre. La Germania è stato protettorato statunitense lungamente dopo la Seconda guerra mondiale e tutt’oggi, la forza militare tedesca è americana. La Germania dipende vitalmente dai rapporti con i cugini europei che possono, all’occasione, giocare sull’amicizia interessata con gli USA per bilanciare la maggior forza tedesca. In sostanza, la Germania dipende dall’esistenza di quella globalizzazione che gli americani hanno senz’altro favorito ma che potrebbero revocare anche solo in parte (ad esempio diminuire o rendere meno facile quella delle merci ma mantenere in quella dei capitali dove controllano l’intero sistema), proprio per mettere in difficoltà eventuali competitors geopolitici. Né la leadership interna, né le condizioni di possibilità esterne, permettono a questo punto di pronosticare una facile soluzione del “problema Germania”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>La terza cosa è simulare i possibili sviluppi del gioco.</strong></li>
</ul>
<p>Prima però bisogna dire qualcosa anche sul sistema forte. Se i tre GRC sono ancora un aggregato potenziale e non un sistema, la cui analisi delle forze indica qualche luce e molte ombre, l’unico vero sistema esistente e quindi il player più forte, come esce da una analisi che si sforza di essere realista? Gli <strong>USA</strong> partono con quattro punti di forza ed uno di debolezza. I punti di forza sono: A) come detto, gli USA, sono l’unico vero sistema, unito e compatto. Hanno inoltre una lunga tradizione di controllo del mondo e quindi un expertise. Possono disordinare gli altri più o meno a piacimento e molto difficilmente possono essere disordinati; B) la potenza militare degli Stati Uniti è inarrivabile anche si mettessero assieme le forze dei tre aspiranti poli di un nuovo sistema. Tra l’altro, al di là delle contabilità delle armi, il solo fatto che da una parte c’è un sistema unico e rodato e dall’altra un sistema nuovo, fa partire questo secondo in deciso svantaggio; C) la potenza più che economica, finanziaria o banco-finanziaria. Dal dollaro al sistema Wall Street – la City – l’offshore, gli Stati Uniti sono in grado non solo di controllare relativamente ma sostanzialmente i competitors ma anche tutti gli altri. Ci sono infatti coreani, australiani, indiani, iraniani, sauditi, israeliani, egiziani, turchi, africani e sud americani oltre che i rissosi e casinisti europei occidentali (e gli affamati ed impauriti europei orientali) nel Grande Gioco e tutto il Grande Gioco verte sul sistema banco-finanziario-off shore anglosassone. In un modo o nell’altro, tutte le élite del mondo hanno i propri soldi in quel sistema e sono le élite a decidere i destini dei popoli. D) Gli Stati Uniti, rappresentano ancora la certezza del sistema vigente che tutti consociamo e non è mai facile lasciare il conosciuto per lo sconosciuto. La loro egemonia è hard nella struttura ma le popolazioni poco o niente sanno di strutture, per lo più hanno contatto con le sovra-strutture e sul piano sovra-strutturale, il soft power americano, ancora oggi, non ha rivali. Se idealmente chiedessimo a chiunque se preferisce stare sotto l’egemonia apparentemente benevola americana o sotto quella tecno-ottusa dei tedeschi o quella alieno-repellente dei cinesi o <img src="http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories3/12011252_10200919372262375_3775720435697685862_n.jpg" alt="12011252 10200919372262375 3775720435697685862 n" />quella neo-zarista dei russi, non v’è dubbio che buona parte del mondo sceglierebbe ancora gli yankee. Il punto è che l’alternativa all’egemonia americana non è un’altra egemonia ma l’autonomia. In teoria tra egemonia anche benevolente e piena autonomia non c’è partita ma raggiungere l’autonomia è un problema ciclopico, questa è l’inerzia su cui giocano gli americani.</p>
<p>Gli USA hanno quindi quattro unti di forza, la debolezza allora qual è? La debolezza è che gli Stati Uniti, possono solo perdere, di più o di meno, più velocemente o lentamente ma possono solo perdere. Gli USA dipendono strutturalmente da un forte controllo su più o meno tutto il mondo ma il mondo è giunto ad un livello di complessità tale che nessuno può sensatamente pensare di controllarne l’intera complessità. Su questo non c’è dubbio alcuno. La partita è certo molto complessa ma GRC sono solo la cuspide di un possibile sistema mondiale, il <strong>sistema multipolare</strong>. La vera posta in gioco nel Gioco di tutti i giochi e questa: un polo americano a governo, con geometrie variate, dell’intero sistema o comunque della parte maggiore o l’apertura di una nuova fase di mondo con un nuovo gioco complesso che coinvolge diversi poli.  Tutti tranne gli USA, avrebbero interesse ad aprire una nuova fase planetaria in cui tutti giocano con tutti (con o contro), in cui ognuno si possa giocare la sua partita, in cui anche il più remoto staterello periferico possa giocarsi la sua ricerca di autonomia relativa pasandosi ora di qui ora di là in qualche tenzone locale, portandosi a casa comunque un qualche maggior vantaggio che non fare da colonia a qualche macro-sistema dominante. C’è infatti una seconda corona di stakeholders interessati al Grande Gioco ed è nell’elenco riportato precedentemente. Assicurare a tutti il loro interesse non è facile. La realtà è sempre più complessa della teoria per cui pur essendoci un oggettivo interesse di tutti al nuovo sistema multipolare, c’è comunque e per lungo tempo di sarà (basta vedere gli stati europei e il loro harakiri – seppuku (切腹) – dell’interesse oggettivo nei rapporti con i russi per compiacere il sistema dominante americano) un gioco asimmetrico di resistenze, ricatti, inerzie, attriti, che freneranno l’esplicarsi di un fronte attivo in favore dei nuovi equilibri. Sarà una transizione, una transizione lenta e difficile.</p>
<p>Tra l’altro conviene a tutti sia una transizione lenta perché se il sistema americano dovesse trovarsi in seguito ad una forte contrazione in una improvvisa, grave, crisi ontologica, si rischierebbe tutti un qualche colpo di testa della bestia ferita ed una bestia con qualche migliaio di testate nucleari, può decidere di morire portandosi appresso molte altre bestie attorno a lei. Sarebbe un funerale assai affollato. Questa è una incognita che ha molti gradi. In sostanza, non è facile rispondere alla domanda: quanto possono contrarsi gli Stati Uniti d’America senza perdere la loro natura essenziale che li obbligherebbe ad una svolta storica di riconfigurazione della mentalità e delle strutture del loro vivere associato, dall’esito assai incerto? Nell’incertezza, cautela è obbligo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>La quarta cosa è tentare di prevedere il reale svolgersi del gioco.</strong></li>
</ul>
<p>A questo punto è chiaro che gli Stati Uniti, giocheranno il gioco di difesa della loro posizione di controllo cercando di limitare, ritardare e rallentare la crescita di competitività degli avversari. Il miglior modo per farlo è metterli in difficoltà. Lo sviluppo di questa nuova fase dei rapporti internazionali ha già visto le prime mosse. La <strong>prima</strong> in assoluto è stata il varare una strategia di compattamento dello schieramento USA&amp;friends. Ciò sta avvenendo con la promozione dei tre trattati (TPP, TTIP, TISA) commercial-giuridici che possono creare una piccola globalizzazione centrata su gli interessi e soprattutto gli standard, americani. Gli standard (giuridici e normativi), cioè la fissazione del regolamento di sistema, sono financo più importanti dei vantaggi commerciali perché creano una forma forte che, nel tempo, omogeneizza le strutture politiche ed economiche, rendendo il processo quasi-irreversibile. Coi trattati, gli USA non promuovono sesso ma un matrimonio. L’andamento di questo pezzo di strategia è contrastato ed il suo happy end (che sarebbe un punto di vantaggio quasi decisivo per gli Stati Uniti) è tutt’altro che scontato. La <strong>seconda</strong> è il rafforzamento dei legami militari diretti (NATO) ed indiretti. Il <strong>terzo</strong> è stato l’operazione Ucraina, tesa prioritariamente a creare un motivo di tensione nei rapporti Russia – Europa di modo che non si saldasse un mercato dei comuni interessi (energia vs tecnologia con flussi di investimenti incrociati). Il <strong>quarto</strong> avanza a piccoli passi ed è una sorta di tortura cinese inflitta ai cinesi stessi. Che sia il Tibet, il Mar cinese, rivolte ad Hong Kong,  il riarmo giapponese, la tensione confinaria tra le due Coree, il rifiuto momentaneo di includere lo yuan nel paniere IMF, i crolli di Shanghai e chissà cos’alto che non sappiamo, la pressione verso il Paese di Mezzo crescerà e sarà continua. Altresì, si agirà su tutta la corona di stati confinanti com’è dichiarato pubblicamente nella strategia obamiana “pivot to Asia”. E’ stato naturalmente previsto che, come sta avvenendo, russi e cinesi superino la loro reciproca diffidenza naturale (sono infatti paesi con frontiere in comune) e creino una alleanza almeno difensiva ma se volete dominare un gioco molto complesso, il diminuirne la complessità (amici vs nemici) è il primo passo di buonsenso che potete compiere. Bisogna poi vedere se e quanto cambierà questa strategia col cambio d’inquilino della Casa Bianca.  Il <strong>quinto</strong> è stato creare un sistema che tende all’ordine ma rimane in perenne disordine sebbene controllato, nel Medio Oriente. Questa mossa non ha altro intento che evitare di formarsi un ordine spontaneo e permettersi un progressivo disinteresse sull’area, stante che gli USA hanno investito storicamente molta attenzione e soldi su di esso. Ora però il gioco principale è un altro e questa regione non può più assorbire cotanta energia. Per cui: a) dotarsi di energia in proprio (gas di scisto); b) sdoganare l’Iran come forza di un rettangolo formato anche da Arabia Saudita, Egitto e Turchia quanto a mondo arabo, pentagono con Israele come libera variante; c) alternare carezze e schiaffi (Isis, Iraq, Yemen, Siria, accordo con l’Iran) per agitare le acque ma mai fino in fondo. Tra shale gas e controllo indiretto del mercato petrolifero arabo, si può altresì privare la Russia del potere scaturito dagli enormi giacimenti di gas siberiano.  Il <strong>sesto </strong>è il più facile e riguarda l’Europa. L’Europa produce internamente il proprio disordine in maniera naturale per cui basta stare a guardare e pigiare qualche tasto ogni tanto, tanto il grosso del casino lo fanno da soli. Questa considerazione vale per l’Europa ma più in generale per il mondo intero data la sua crescente complessità la cui natura caotica (in attesa dei tempi lunghi dei processi di auto-organizzazione) è implicita. La riduzione coatta della Germania s’impone sia per ragioni geo-politiche sopraesposte, sia per convertire gli europei ad una più convinta politica monetaria espansiva che aiuti a non grippare il motore del capitalismo mondiale affetto da rischi di “stagnazione secolare”, contando sulle sponde italo-francesi. Il <strong>settimo </strong>è quello di rinunciare gradatamente alle strutture della globalizzazione delle merci (restringendola alle aree dei trattati) che oggi favorisce più la Germania e la Cina che gli USA ed intensificare quelle della globalizzazione finanziaria ed, ovviamente, gestire la contrazione di potenza del dollaro.</p>
<p>La strategia è quindi negativa ovvero distruttiva (distruggere forme d’ordine alternativo) e quindi diretta a creare ordine dal disordine. Il disordine è quello che si vede e sempre più di vedrà, sia perché naturale, sia perché c’è un attivo agente disordinante, l’ordine è ciò che rimane del potere unificato americano: tanto più gli altri combatteranno col disordine, tanto più loro manterranno una facoltà di ordinare (mettere in ordine e ordinare nel senso di comandare).</p>
<p>La contro-strategia dell’aggregato aspirante sistema è giovane ed incerta. I BRICS sembravano una premessa di coordinamento sistemico agito su gli interessi economico-finanziari ma è bastata l’avvisaglia di una contrazione del sistema economico mondiale e qualche operazione mirata di disordine finanziario e valutario per indebolire molto le volontà. Lo SCO (Shanghai, Cooperation Organization), l’alleanza russo-asiatica è un processo lento che comunque procede. L’asse russo-cinese si è recentemente saldato ma va ricordato che l’amicizia tra i due popoli non è mai esistita. La Cina sta lanciando la sua nuova super-banca di investimenti, stile IMF/WB ma bisognerà vedere quando sarà operativa e quali sono i progetti. L’idea centrale è quella di infittire le relazioni economiche lungo i due assi detti “Vie della Seta”, dal polo cinese a quello euro-tedesco, via Russia e non solo. Tutto questo ed altro ancora, sconta il fatto che non è facile fare mentre è molto più facile non far fare o sabotare. Una strategia distruttiva contro una costruttiva ha costantemente la meglio nel breve-medio periodo. Nel lungo periodo è un altro discorso.</p>
<p>Una sguardo specifico, voglio infine riservare al problema militare visto che molti temono la <strong>Terza Guerra mondiale</strong>. Il primo movente del creare tensioni è evitare relazioni pericolose per la posizione americana. Il secondo, quando le tensioni prendono la dimensione militare, è creare un costo. La struttura economica del bilancio americano prevede storicamente il costo militare, quello degli altri no, inoltre gli americani hanno il dollaro, gli altri no. Anche solo dover prevedere un minimo o un massimo se la tensione cresce, di improvement dei costi di armamento, crea una difficoltà a chi ha bilanci al limite della capienza e tende a concentrare gli investimenti nello sviluppo economico. La provocazione continua ed incrementale, gli appelli a gli europei affinché non facciano conto supinamente sull’ombrello americano, il preoccuparli perché la Russia si mostra aggressiva (che poi sia in effetti solo difensiva non importa data la capacità di manipolare l’informazione mainstream), l’incitarli ad armarsi per proprio conto, hanno tutti fine nel sabotaggio degli equilibri di bilancio sapendo che un bilancio squilibrato porta o all’IMF, quindi alla dipendenza finanziaria o a premere sul tessuto sociale di modo che le popolazioni siano sempre più nervose e le loro élite sempre più preoccupate e quindi desiderose di soluzioni di ricambio  della leadership, facili ed immediate. Col soft power, fondazioni, servizi segreti, primavere, ong, massoneria, amici degli amici o altro si potrà poi ben infilarsi nei processi di ricambio delle èlite fallite promuovendone di nuove, ovviamente “amiche”. Poiché strutturalmente inglobato nel bilancio USA, il costo militare lì è addirittura un keynesismo oltre che il volano del famoso complesso militare-industriale-tecnoscientifico. Quindi i “problemi del mondo” per gli USA, sono vitali per controllare il suo esterno ma anche perché trainano il funzionamento interno. Le crisi locali poi sono dei precisi esperimenti di controllo indiretto delle situazioni. Una “crisi baltica” ad esempio, galvanizzerebbe i paesi est-europei, continuerebbe a mettere in difficoltà i russi già sotto sanzioni e col prezzo del gas in saldo ma disturberebbe anche ogni velleità autonomista della Germania.</p>
<p>Credo si possa suggerire, a chi segue i fatti del mondo, di mettersi comodo. Emergerà una sempre più intricata complessità ed apparente contraddittorietà nello sviluppo delle due strategie, la costruttiva e la distruttiva. Siamo in una transizione epocale e quindi i tempi non sono brevi. Certo, c’è sempre il rischio che maneggiando provocazioni, testate nucleari, ardite manovre <em>from behind, </em>qualche cosa vada storto ma non è reale interesse di alcuno far diventare il Grande Gioco, un Grande Dramma. Una guerra aperta tradizionale non è possibile per via del nucleare e una guerra aperta nucleare non avrebbe senso. Questa è una delle contraddizioni insite nel nucleare che gli strateghi dei giochi americani ben conoscono, avendola sfruttata lungo tutta la Guerra Fredda.</p>
<p>E’ un Grande Gioco davvero, il più grande si sia visto nella nostra storia planetaria, il primo che prevede per campo il pianeta intero. Sarà una lunga e tortuosa transizione alla fin della quale il mondo si troverà in uno stato strutturale nuovo, quella che chiamiamo l’Era della complessità. Ci vorrà molto o poco tempo? Sarà confusa ma infine sostanzialmente pacifica sebbene punteggiata da micro-conflitti e forti tensioni o transiterà com’è tradizione occidentale attraverso un qualche olocausto? E noi, noi qui, nel nostro immediato “quartiere di mondo”, cosa e come vivremo, in quale struttura più fine di quella qui tratteggiata, ambienteremo la nostra ansiosa e preoccupata esistenza? Ci torneremo su un’altra volta.</p>
<h5>[L’analisi segue una precedente che trovate anche <a href="http://www.sinistrainrete.info/filosofia/3983-pierluigi-fagan-al-margine-del-caos.html">qui </a>confermandone l’impianto. Nulla, nell’anno trascorso e nelle molte cose successe, ha modificato sensibilmente la mia interpretazione. Nella mancanza di palesi falsificazioni, vi leggo un auspicio di fondatezza anche se un anno, per lo sviluppo del Grande Gioco, è ben poca cosa…]</h5>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.comunismoecomunita.org/?feed=rss2&#038;p=5198</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
