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	<title>Comunismo e Comunità &#187; UE</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>DODICI PROVOCAZIONI PER UN RINNOVAMENTO DEL MARXISMO</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 17:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Interessante intervento di Carlo Formenti Dodici provocazioni per un rinnovamento del Marxismo &#160; CARLO FORMENTI Premessa. Un bilancio critico e autocritico dopo 20 anni di ricerca di una casa politica &#160; A cavallo del cambio di secolo, di fronte all’approfondirsi della crisi globale (il crollo dei titoli tecnologici al Nasdaq preannunciava la catastrofe finanziaria del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/700x350c50.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8890" title="700x350c50" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2024/04/700x350c50-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a></h1>
<h1></h1>
<h1>Interessante intervento di Carlo Formenti</h1>
<h1></h1>
<h1>Dodici provocazioni per un rinnovamento del Marxismo</h1>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CARLO FORMENTI</strong></p>
<p><strong><em></em><br />
</strong></p>
<p><strong><em>Premessa. Un bilancio critico e autocritico dopo 20 anni di ricerca di una casa politica</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>A cavallo del cambio di secolo, di fronte all’approfondirsi della crisi globale (il crollo dei titoli tecnologici al Nasdaq preannunciava la catastrofe finanziaria del 2007/2008), al precipitare del reddito e delle condizioni di vita dei lavoratori e all’acuirsi dei conflitti geopolitici, ho avvertito l’urgenza di riprendere la militanza politica attiva, dopo essermi a lungo impegnato esclusivamente nella ricerca teorica. </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Alla fine dei Sessanta, dopo avere militato in alcuni gruppi maoisti e contribuito alla nascita del Gruppo Gramsci, ho intrapreso la carriera sindacale nella federazione unitaria dei meccanici,  interrotta nel 1974. Nella seconda metà dei Settanta, dopo una breve esperienza in Autonomia, mi allontanai  dalla politica attiva, demotivato dal riflusso delle lotte operaie e dall’evoluzione del PCI e dei partitini della sinistra extraparlamentare, i quali, pur seguendo traiettorie diverse, convergevano verso il postmodernismo liberale. Nei decenni seguenti mi sono limitato a svolgere la professione di giornalista, saggista e ricercatore universitario (caporedattore del mensile “Alfabeta”,  autore di diversi libri dagli  Ottanta ai primi del Duemila, infine ricercatore all’Università di Lecce). </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Il primo passo verso la ripresa di un impegno politico diretto è stato un prudente tentativo di avvicinamento a Rifondazione Comunista tramite la mediazione dell’amico Piero Manni, editore leccese nonché consigliere regionale del Partito. Il rapporto si è interrotto nel 2013, dopo il coinvolgimento di Rifondazione nel cartello elettorale Rivoluzione Civile, che proponeva il giudice Ingroia come “front runner”. Nell’occasione spiegai ai compagni (che avevano adombrato una mia possibile candidatura) che consideravo indigesta l’ammucchiata con forze genericamente “progressiste”, incompatibili con il progetto di ricostruire un partito di classe in Italia. </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Qualche anno dopo, ho immaginato che la Rete dei Comunisti (organizzazione di cui apprezzavo il lavoro nel sindacato di base USB e la gestione delle lotte per la casa alla periferia di Roma, e con la quale condividevo l’obiettivo dell’uscita dall’Unione Europea) potesse incarnare un progetto politico alieno alle sirene elettoraliste e impegnato a costruire un’organizzazione rivoluzionaria di classe. Aderii quindi ad Eurostop (associazione fondata dalla Rete). Me ne sono allontanato dopo la scelta di convergere nel cartello di Potere al Popolo in vista delle elezioni politiche del 2018. Mi dissociai per due motivi: il cedimento alle smanie elettoralistiche distraeva energie dall’obiettivo del radicamento nei territori e nei luoghi di lavoro; inoltre la convergenza con soggetti appartenenti all’area delle sinistre post autonome riproponeva la logica delle liste “arcobaleno”, annacquando la lotta per la difesa della sovranità popolare e aprendo la porta a mediazioni opportunistiche con le culture “politicamente corrette”.</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>In seguito mi ero convinto che la lotta di classe, dopo la disgregazione delle classi subalterne provocata da decenni di offensiva liberista e dal tradimento delle sinistre, avesse assunto la forma spuria dei populismi, con varianti di destra e di sinistra. Da un lato, alcune esperienze latinoamericane prospettavano la possibilità di usare il populismo come fase intermedia verso una nuova forma socialista, dall’altro cresceva il rischio che a fungere da contenitori della rabbia sociale fossero i populismi di destra, capaci di camuffarsi dietro parole d’ordine di sinistra. Di qui la necessità di riappropriarsi di slogan e parole d’ordine “dirottati” dalle destre, e di puntare alla costruzione di un blocco sociale fra lavoratori e classi medie impoverite, tenendo conto del fatto che gli strati popolari nutrivano un crescente risentimento  nei confronti delle sinistre impegnate a difendere esclusivamente interessi, bisogni e diritti di individui e gruppi minoritari per intercettare il consenso dei ceti medio-alti e dei residenti dei centri urbani gentrificati. Così ho contribuito alla fondazione  dell’associazione Nuova Direzione, dalla quale mi sono allontanato un anno più tardi, avendo capito che non esistevano i presupposti per trasformarla in un rinnovato progetto socialista.</em></p>
<p><em>Preso atto che l’unico obiettivo praticabile era impegnarsi in un paziente lavoro di ricostruzione della coscienza di classe, mi sono chiesto quali requisiti avrebbe dovuto soddisfare una forza politica capace di affrontare tale impresa. Li ho sintetizzati in cinque punti: 1) considerate le connotazioni negative assunte dalla parola, tale forza politica non dovrebbe dichiararsi di sinistra bensì chiaramente comunista; 2) dovrebbe legittimare tale etichetta, da un lato svolgendo un lavoro teorico di aggiornamento del marxismo, liberandolo dalle incrostazioni dogmatiche, dall’altro mettendo radici nei luoghi di lavoro e di studio e nei territori; 3) dovrebbe prendere le distanze dall’ideologia antistatalista e antipolitica dei movimenti post sessantottini, chiarendo che lo stato non è solo lo strumento delle classi dominanti, ma anche il terreno dello scontro fra gli interessi e le idee di tutte le classi sociali, per cui la conquista del potere resta un obiettivo irrinunciabile per qualsiasi forza che si definisca comunista; 4) dovrebbe opporre al cosmopolitismo borghese, che è la cifra del progressismo di sinistra, l’internazionalismo proletario inteso come rapporto di solidarietà fra proletari e popoli oppressi e sfruttati nella comune lotta contro l’imperialismo, ribadendo che la sovranità popolare non può prescindere dalla sovranità nazionale, visto che nessun popolo privato della propria sovranità può decidere liberamente del suo futuro; 5) di fronte a una situazione che vede gli Stati Uniti e l’Europa impegnati a costruire una “santa alleanza” contro la Cina, la Russia e tutti i Paesi che non accettano i diktat occidentali, dovrebbe assumere una coerente posizione antimperialista, contro la NATO e la UE. </em></p>
<p><em>Tre anni fa, su sollecitazione di alcuni compagni di Milano iscritti al Partito Comunista diretto da Marco Rizzo, presi visione delle tesi del loro precedente congresso e mi parve che contenessero posizioni compatibili, se non sovrapponibili, con i punti appena elencati, per cui ho accettato, vincendo la mia idiosincrasia nei confronti delle competizioni elettorali, di candidarmi alle elezioni municipali di Milano. Ho avuto modo di pentirmene quasi subito, vista la svolta decisa da Rizzo, il quale, pagando il prezzo di una serie di scissioni che hanno falcidiato il numero degli iscritti, ha deciso di dare vita a Democrazia Sovrana e Popolare, formazione in cui convergono, assieme ai resti del suo partito, gruppi ed esponenti dichiaratamente di destra, ancorché provenienti dalla cosiddetta  “destra sociale”. </em></p>
<p><em>L’ultima tappa di questa ardua ricerca di una casa politica è stata un&#8217;esperienza che ho seguito con interesse e simpatia, e alla quale ho partecipato attivamente, nata dal tentativo degli amici della rivista Cumpanis di avviare un processo di unificazione fra i vari gruppi di “reduci” e fuorusciti dai diversi partitini della galassia neo comunista; processo che ha portato alla nascita, prima del Centro Studi Domenico Losurdo, del quale sono stato nominato co-presidente, poi del Movimento per la Rinascita  Comunista, che verrà presentato pubblicamente il prossimo 11 maggio a Roma.  </em></p>
<p><em>Mi trovo ora a dover spiegare perché non sarò presente in quella occasione. Potrei accampare ragioni di salute (affatto prive di fondamento) ma non è mio costume mascherare il dissenso con simili scuse, quindi preferisco essere chiaro. Il pletorico (più di 200 pagine!) documento preparatorio ha l’ambizione di affrontare praticamente tutti i temi teorico-politici oggi sul tappeto: dal rischio imminente di una nuova guerra mondiale, all’attualità della categoria di imperialismo; dalla crisi della globalizzazione economica, alla costituzione di un fronte mondiale anti imperialista; dal ruolo guida che la Cina e gli altri socialismi del secolo XXI svolgono in questo fronte, all’analisi degli attuali scenari di guerra (Ucraina e Palestina in primis); dal rilancio delle parole d’ordine fuori dall’Europa e fuori dalla NATO, all’analisi del conflitto di classe oggi in Italia; dalla crisi istituzionale del nostro Paese, all’attacco alla Costituzione del 48, ecc. ecc.). Ambizione che mi pare francamente al di là delle attuali capacità di elaborazione teorico politica del movimento che lo ha prodotto. Nel testo ho trovato tracce dei cinque requisiti sopra elencati, ma anche parti connotate da nostalgie e dogmatismi. Ciò non sarebbe motivo sufficiente per sottrarmi, con atto di presunzione e arroganza, al confronto delle idee, se non fosse che trovo inaccettabile la precipitazione con cui si è voluto dare al movimento lo status organizzativo di un vero e proprio partito (tesseramento, una piramide gerarchica che sale dalle cellule di base alle federazioni territoriali, al comitato di coordinamento e alla segreteria nazionali, il tutto condito dall’immancabile evocazione del centralismo democratico, oltre che non giustificato dalla consistenza numerica dell&#8217;organizzazione). Una scelta a dire poco prematura che sancisce di fatto la nascita dell’ennesimo mini partito che va ad affiancarsi alle altre formazioni neo comuniste, saltando il lento e faticoso processo intermedio di maturazione, radicamento ed elaborazione teorica che deve precedere una simile decisione. </em></p>
<p><em>Resto disponibile a partecipare al dibattito in tutte le sedi in cui gli amici riterranno opportuno coinvolgermi, a partire dalle iniziative del Centro Studi Domenico Losurdo (se e quando uscirà dal letargo in cui versa da alcuni mesi), anche se non potrò più esserne presidente perché la salute non me lo consente. Come primo contributo, pubblico qui di seguito queste  “Dodici provocazioni per  un rinnovamento del marxismo” che penso aiutino a spiegare meglio le mie divergenze rispetto al progetto del Movimento Rinascita Comunista e più in generale verso l’intera galassia neo comunista italiana (e più in generale occidentale).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I</strong>. <strong>Contro il determinismo storico</strong>. Non esiste alcuna necessità immanente al processo storico (nessuna presunta “legge) che consenta di affermare che la fine del capitalismo e l’avvento del socialismo sono eventi ineluttabili. Benché lo stesso Marx lo abbia più volte ribadito (vedi la polemica con il traduttore russo del <em>Capitale</em>, il quale gli attribuiva l’intenzione di descrivere le fasi storiche che ogni nazione e ogni civiltà deve attraversare per approdare al modo di produzione capitalista e poi a quello socialista), e benché l’ultimo Lukacs abbia dedicato larga parte della <em>Ontologia dell’essere sociale </em>a spiegare come il processo storico sia imprevedibile e come le cause che hanno fatto sì che abbia imboccato una determinata direzione piuttosto che un’altra siano afferrabili solo <em>post festum</em>, la visione determinista/meccanicista della storia (di cui la formula delle tre fasi – feudalesimo, capitalismo, socialismo – canonizzate dal diamat staliniano è esempio paradigmatico) ha continuato a essere un elemento caratterizzante della cultura socialcomunista. I suoi corollari sono, fra gli altri, i dogmi economicista ed evoluzionista che indicano nella contraddizione “oggettiva” fra forze produttive e rapporti di produzione la causa fondamentale della fine necessaria e inevitabile del modo di produzione capitalista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II. Contro il mito delle forze produttive</strong>. Una delle smentite più clamorose della tesi che associa la possibilità della rivoluzione socialista a un elevato livello di sviluppo delle forze produttive ci viene dagli eventi storici dell&#8217;ultimo secolo. Tutte le rivoluzioni socialiste riuscite sono avvenute in Paesi &#8220;sottosviluppati&#8221; o in via di sviluppo, fra Asia e America Latina, laddove i tentativi rivoluzionari in Paesi industrialmente avanzati si sono conclusi con la sconfitta delle classi subalterne. I dirigenti della II Internazionale avevano proclamato l&#8217;impossibilità che il tentativo bolscevico nella Russia &#8220;arretrata&#8221; andasse a buon fine, così come i trotskisti predissero che, in assenza di una rivoluzione vittoriosa in Occidente, la rivoluzione russa non avrebbe potuto durare. L&#8217;ironica battuta di Gramsci che scrisse che i bolscevichi avevano fatto una rivoluzione &#8220;contro il Capitale di Marx&#8221; è la migliore introduzione alla formidabile innovazione teorica introdotta da Lenin. Con la tesi dell&#8217;attacco &#8220;all&#8217;anello debole della catena&#8221;, Lenin ha infatti colto una verità fondamentale: a spianare la strada alla rivoluzione proletaria sono &#8211; più delle crisi e dei conflitti economici &#8211; le crisi politiche (guerre, lotte fra le classi dominanti, impasse istituzionali, ecc.) che indeboliscono la capacità di dominio politico, ideologico e culturale (la capacità egemonica) delle élite, opportunità che possono essere colte solo se esiste un&#8217;adeguata leadership rivoluzionaria. Il leninismo coincide quindi con la rivalutazione del peso del fattore soggettivo (l’autonomia del politico) nel processo storico. Di solito si ribatte che solo la presenza di &#8220;condizioni oggettive&#8221; favorevoli consente il successo, altrimenti ogni tentativo rischia di scadere nel volontarismo, nel soggettivismo, nel putschismo, ecc. Giusto, a condizione che il riferimento alle condizioni oggettive non serva a far rientrare dalla finestra i dogmi economicisti ed evoluzionisti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>III.</strong> <strong>Contro l&#8217;esaltazione acritica di scienza e tecnologia</strong>. La visione che attribuisce un ruolo strategico allo sviluppo delle forze produttive come fattore  di per sé progressivo ha fatto sì che la cultura marxista abbia ereditato la tendenza positivista all&#8217;esaltazione acritica della scienza e della tecnologia. Il movimento socialcomunista non è riuscito a integrare nel proprio patrimonio culturale i contributi filosofici, scientifici ed ideologici che, nel corso dell&#8217;ultimo secolo, hanno smontato il mito della &#8220;neutralità&#8221; della scienza e della tecnologia, dimostrando come i modelli epistemici di queste discipline teoriche e i loro prodotti incorporino i rapporti di forza fra dominanti e dominati incarnando gli interessi, gli obiettivi e i bisogni dei primi a spese dei secondi. Il giudizio positivo che sia Lenin che Gramsci diedero dei metodi tayloristi di organizzazione del lavoro sono un esempio evidente in tal senso. E un esempio ancora più clamoroso sono i deliri di autori come Antonio Negri e André Gorz che hanno esaltato la rivoluzione digitale come un fattore in grado di democratizzare l&#8217;economia, le relazioni sociali, il sistema politico e persino l&#8217;organizzazione del lavoro, anche dopo che la concentrazione monopolistica nei settori dell&#8217;high tech e della New Economy ha inequivocabilmente dimostrato come queste tecnologie e i loro modelli di razionalità contribuiscano potentemente a elevare i tassi di sfruttamento della forza lavoro, a ridurre l&#8217;occupazione e a colonizzare (americanizzandolo) l&#8217;immaginario delle nuove generazioni. Ovviamente ciò non significa negare a priori l&#8217;utilità dei prodotti della scienza e della tecnica. Il nodo cruciale consiste nel superare la visione ingenua secondo cui basterebbe riappropriarsi delle conoscenze scientifiche e tecnologiche incorporate nell&#8217;apparato produttivo per far sì che, una volta socializzate, esse si convertano automaticamente in altrettanti strumenti per la costruzione del socialismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IV.</strong> <strong>Le rivoluzioni come freno a mano del treno della storia</strong>. Se si analizzano senza pregiudizi le motivazioni che hanno consentito di volta in volta alle avanguardie rivoluzionarie di mobilitare le larghe masse popolari contro il potere capitalistico-borghese si scopre che, come scrisse Walter Benjamin descrivendo la rivoluzione come l&#8217;atto di &#8220;tirare il freno a mano della storia&#8221;, si è trattato in larga misura di motivazioni conservative, piuttosto che progressiste. I popoli sono insorti contro la colonizzazione capitalistica di tutti gli aspetti della vita sociale allo scopo di renderli funzionali al processo di valorizzazione, contro la distruzione dei legami tradizionali di tipo sociale, storico, affettivo, culturale. L&#8217;idea che il capitalismo svolga una funzione progressiva &#8220;liberando&#8221; l&#8217;individuo dai lacci e laccioli comunitari che ne limitavano l&#8217;autonomia e l&#8217;iniziativa, benché se ne possano trovare tracce in Marx (soprattutto nel <em>Manifesto</em>), è un&#8217;idea sbagliata che incarna l&#8217;ideologia e le aspirazioni delle classi medie &#8220;riflessive&#8221;, piuttosto che i bisogni e gli interessi delle classi lavoratrici. Non si capisce altrimenti perché, come ricordato al punto 2), ad avere successo siano state le rivoluzioni dei Paesi in lotta contro il dominio imperialistico &#8211; coloniale e neocoloniale -, dei Paesi metropolitani, rivoluzioni che hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine, classi operaie di recente proletarizzazione (a loro volta di origine contadina), borghesie nazionali che difendevano le radici storico-culturali delle comunità locali contro il tentativo di integrarle nel mercato mondiale. Leader come Lenin, Mao, Ho Chi Min, Castro, ecc. hanno capito e interpretato questi sentimenti popolari, hanno cioè capito che la rivoluzione è conservativa e locale prima che innovativa e cosmopolita. Ciò vuol dire che la rivoluzione è per definizione impossibile nei paesi &#8220;avanzati&#8221;, &#8220;civilizzati&#8221; da secoli di dominio capitalistico? No, ma in tali Paesi essa appare più difficile, a meno che non si diano condizioni di gravissima crisi egemonica (politica, culturale, istituzionale) oltre che economica delle élite dominanti, condizioni in cui gli effetti distruttivi dell&#8217;economia capitalistica suscitano l’aspirazione di dar vita a un mondo alternativo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>V.</strong> <strong>Contro l’ideologia progressista</strong>. Le tesi precedenti convergono nell&#8217;affermare che la rivoluzione socialista non è un evento &#8220;progressista&#8221;. Intanto perché non esiste un&#8217;idea di progresso condivisa da tutte le classi sociali, come ha finito per credere il marxismo occidentale. L&#8217;idea di progresso si basa sul presupposto (confutato nei punti precedenti) che la storia consista in una serie di fasi evolutive orientate appunto in senso &#8220;progressivo&#8221;. In particolare, si basa sul presupposto che la rivoluzione socialista rappresenti la continuazione di quella democratico-borghese della quale realizzerebbe compiutamente quei valori e principi che quest&#8217;ultima ha confinato nell&#8217;ambito dei diritti individuali e civili, senza estenderli all&#8217;ambito delle relazioni sociali ed economiche. Posto che Marx fu fiero oppositore dei cosiddetti diritti universali dell&#8217;uomo (che definiva come diritti dell&#8217;homo oeconomicus, ritagliati sull&#8217;individuo proprietario), la ragione fondamentale per cui la rivoluzione socialista non può essere la continuazione di quella borghese consiste nel fatto che la classe capitalistica conquista il potere politico nel momento in cui si è già impadronita del potere economico, mentre la classe proletaria non detiene potere alcuno, per cui la sua rivoluzione deve necessariamente marcare una discontinuità, un momento di rottura radicale del continuum temporale (un &#8220;balzo di tigre&#8221;, come scrisse Benjamin). Rompere con l&#8217;idea illuministico borghese di progresso implica rompere con i concetti borghesi di democrazia e libertà strettamente associati a tale idea. Sulla democrazia tornerò più avanti, quanto all’idea di libertà, il punto di vista marxista sul tema, fondato sulla distinzione fra <em>libertà da </em>(la libertà negativa dell’individuo dai vincoli imposti dalla politica) e <em>libertà di </em>(la libertà positiva di imporre alle “leggi” del mercato i limiti fissati dalla comunità), è stato a lungo la via maestra che ha sbarrato la strada all’opportunismo. Venuta meno questa distinzione, non vi è stato più alcun argine capace di impedire lo slittamento progressivo verso l’ideologia liberale. Slittamento che ha coinciso con la progressiva mutazione della base sociale della sinistra, sia moderata che “radicale”, fino alla situazione attuale che vede la totale coincidenza fra sinistra dei diritti (beninteso “universali” e rigorosamente individuali!) e classi medio-alte dei centri urbani gentrificati. Le sinistre liberal progressiste ignorano sistematicamente i diritti sociali delle classi lavoratrici (che considerano conservatrici e reazionarie per i loro istinti “politicamente scorretti”) e si schierano altrettanto sistematicamente con le nazioni occidentali impegnate a combattere contro i regimi “totalitari” in nome della democrazia e dei diritti universali dell’uomo (l’una e gli altri identificati con i principi, i valori e le procedure del mondo occidentale e quindi tutto meno che universali).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>VI</strong>. <strong>Il socialismo del secolo XXI oltre l’utopia ottocentesca.</strong> Lo straordinario successo delle rivoluzioni cinese e vietnamita, oltre che i più avanzati tentativi rivoluzionari dell’America Latina, mettono in discussione il modello di società socialista formulato da Marx ed Engels negli ultimi decenni del XIX secolo e rimasto sostanzialmente immutato fino al crollo dell’Unione Sovietica. Quel modello prevedeva, fra le altre cose, il superamento in tempi relativamente brevi degli scambi di mercato su base monetaria, la nazionalizzazione integrale di banche e grandi imprese, nonché il progressivo trasferimento della loro gestione alla libera cooperazione fra lavoratori. Di più, la transizione al comunismo veniva immaginata in forme non molto dissimili da quelle ipotizzate da socialisti utopisti e anarchici: estinzione dello stato ed emancipazione totale dei soggetti da qualsiasi forma di alienazione ed estraneazione. E’ evidente che il socialismo in stile cinese è quanto di più lontano da tale modello. Il mercato svolge un ruolo strategico nella relazione fra i vari settori dell’economia, a partire dallo scambio fra città e campagna, e nella distribuzione di beni e redditi fra i cittadini. Tutto ciò avviene tuttavia sotto lo stretto controllo politico da parte dello stato-partito, che non solo non si estingue ma ha svolto, svolge e presumibilmente svolgerà per tempi lunghissimi un ruolo strategico nel rapido e continuo miglioramento dei livelli di vita  dei cittadini (800 milioni di persone strappati alla povertà in tempi brevissimi), che vieta alla borghesia nazionale di tradurre in potere politico la ricchezza accumulata, che proietta sul piano globale la propria capacità egemonica (politica, economica, culturale) assemblando sotto la propria leadership un poderoso fronte antimperialista che ha impedito all’impero a stelle e strisce di estendere il proprio dominio sull’intero pianeta. E’ fondamentale che la teoria marxista cominci a interrogarsi sui limiti della visione classica del socialismo: possiamo immaginare un mondo in cui tutte le contraddizioni spariranno, non saremmo così vicini al concetto di fine della storia, incompatibile con la concezione materialista? Infine no  si tratta di sostituire il modello classico della transizione al socialismo con il modello cinese: la rivoluzione cinese non incorpora un paradigma universale, è un evento unico e irripetibile in cui una storia e una tradizione millenarie assai diverse da quelle occidentali (no feudalesimo, burocrazie imperiali centralizzate, diffusa consapevolezza del bene comune legata alle filosofie confuciana e taoista, ecc.) hanno svolto un ruolo non meno determinante del marxismo -leninismo. Lo stesso dicasi delle forme peculiari che la democrazia ha assunto in Cina, a dimostrazione che la tesi secondo cui ogni Paese che raggiunge un elevato livello di sviluppo economico deve necessariamente imboccare la via della democrazia in stile occidentale è del tutto falsa. La Cina non è un Paese “totalitario”, è un Paese i cui cittadini misurano il grado di democrazia del proprio sistema politico in base alla capacità di promuovere il benessere delle masse e non in base al rispetto di astratte procedure formali. Anche su questo terreno, i comunisti occidentali  sono chiamati a sviluppare una propria specifica concezione di democrazia socialista, senza accettare passivamente la tradizione borghese e senza pensare di ”copiare” quella cinese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>VII</strong>. <strong>Sovranità nazionale e socialismo</strong>. La sinistra condanna la sovranità nazionale in quanto arbitraria, repressiva, autoritaria, “di destra” e ne invoca il superamento da parte di istituzioni sovranazionali, senza rendersi conto che queste ultime incarnano una “sovranità al quadrato” ben più arbitraria, autoritaria e antidemocratica. Contro questa visione occorre ribadire che sovranità nazionale non vuol dire necessariamente nazionalismo, e che distinguere fra interno ed esterno non vuol dire necessariamente xenofobia, bensì volontà di definire lo spazio in cui i cittadini possono liberamente decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita. Il dibattito marxista sulla questione nazionale è stato lungo e articolato fino agli anni Settanta del Novecento, dopodiché la (presunta) fine dell’epoca coloniale ha fatto sì che le sinistre occidentali trasformassero il tema in un tabù politico, accusando chi lo riesumava di essere terzomondista, reazionario e nazionalista. Questa polarizzazione si è inasprita a mano a mano che procedeva il processo di costruzione della Unione Europea, dividendo il campo marxista in tre grandi aree: gli entusiasti del progetto unitario, i favorevoli con riserve, i contrari. Gli appartenenti alle prime due correnti ignorano volutamente quanto disse il guru neoliberista von Hayek allorché affermò che l’unificazione europea sarebbe stata la soluzione ideale per stroncare le velleità dei lavoratori di contrattare salari, redditi e diritti. Ai marxisti che sostengono che gli interessi di classe devono prevalere su quelli della nazionalità, citando il detto del <em>Manifesto</em> che recita gli operai non hanno patria, occorrerebbe ricordare come Lenin replicava a questa posizione: “Avete preso una sola citazione dal <em>Manifesto</em> e pare che vogliate applicarla senza riserve, giungendo fino a negare le guerre nazionali. Tutto lo spirito del marxismo esige che ogni situazione venga esaminata soltanto a) storicamente; b) solo in connessione con le altre; c) soltanto in connessione con l’esperienza concreta della storia. [...] La tesi sulla patria e sulla sua difesa non può essere egualmente applicabile in tutte le condizioni. Nel <em>Manifesto comunista </em>si afferma che gli operai non hanno patria. Giusto. Ma non vi si afferma solo questo. Vi si afferma che nella formazione degli Stati nazionali la funzione del proletariato è alquanto particolare. Se si prende la prima tesi (gli operai non hanno patria) e si dimentica il suo nesso con la seconda (gli operai si costituiscono in classe nazionalmente, ma non come la borghesia), s’incorre in un grave errore&#8221;. Nell’attuale situazione storica, in cui il processo di integrazione nello spazio europeo ha espropriato i cittadini di un contesto in cui possano decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita, affermare la necessità che i lavoratori si ri-costituiscano in classe sul piano nazionale non è anacronistico né reazionario: è un elemento strategico del progetto di trasformazione socialista.</p>
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<p><strong>VIII</strong>. <strong>Cosa ci ha insegnato il populismo</strong>. Il populismo <em>non è un’ideologia </em>(non esiste un corpus ideale populista paragonabile a quelli liberale e socialista) ma è la forma che la lotta di classe assume nell’era del capitalismo globalizzato e finanziarizzato in assenza di partiti socialcomunisti all’altezza del compito. Ciò significa che il populismo non è di per sé regressivo, destinato ad assumere connotati “di destra”, ma significa anche che si tratta di movimenti che lanciano una sfida a chi si propone di ricostruire un partito rivoluzionario. A Ernesto Laclau dobbiamo una lucida analisi che, mentre respinge la tesi per cui il populismo sarebbe solo una tecnica di manipolazione delle masse per sovvertire il sistema liberal democratico e rimpiazzarlo con regimi totalitari, riconosce che esso incarna una richiesta di democrazia radicale che il sistema non può soddisfare. Il “momento populista” è frutto di una situazione in cui un determinato sistema non è più in grado di rispondere alle domande che gli arrivano dal corpo sociale. Si instaura così una “catena equivalenziale” fra le domande inevase;  l’accumulo di domande inascoltate e la crescente incapacità del sistema istituzionale di assorbirle fa sì che tra di loro si stabilisca una relazione di equivalenza, radicalizzando il conflitto fra sistema istituzionale e popolo. In tal modo  la società si divide in due campi: “noi e loro&#8221; e, a questo punto, si danno le condizioni per unificare i soggetti che avanzano le rivendicazioni tramite il riconoscimento di obiettivi e nemici comuni. Mentre il marxismo associa i conflitti sociali alle contraddizioni immanenti ai rapporti di produzione, questa visione rinvia alla loro unificazione sul piano simbolico in opposizione a un regime oligarchico (élite, casta, ecc.) vissuto come “cattivo”. Questa logica rappresenta una sfida per qualsiasi progetto socialcomunista nella misura in cui le dinamiche di molti movimenti sociali nati negli ultimi decenni sono più simili a queste rispetto a quelle descritte dalla teoria marxista. Si tratta di una sfida che proviene sia da destra che da sinistra, in quanto è difficile distinguere fra movimenti dotati di potenziale emancipativo e rivoluzioni passive, anche perché qui (apparentemente!) non è in gioco l’egemonia di una determinata classe o blocco sociale, bensì la capacità di certe rivendicazioni particolari di incarnare simbolicamente l’intera catena equivalenziale. Queste strategie hanno funzionato nei Paesi latinoamericani dove i populismi di sinistra – grazie a particolari condizioni storico sociali &#8211; hanno conquistato il potere fondando nuove formazioni politiche che hanno assorbito al proprio interno le sinistre tradizionali (comunisti compresi). Sono invece fallite in Europa laddove, vedi Podemos in Spagna, si è cercato di “importare” il modello latinoamericano senza condividerne la radicalità antisistemica. Resta il fatto che il populismo, pur con tutti i limiti e i rischi che lo caratterizzano, offre alcuni insegnamenti preziosi a un movimento socialcomunista occidentale sempre meno capace di incidere significativamente nella realtà sociale. In particolare: 1) nei sistemi politici compiutamente post democratici il momento populista ha il merito di rappresentare una rivendicazione di democrazia radicale; 2) la capacità di mobilitazione di massa che i movimenti populisti sono riusciti a esercitare anche in contesti dove ogni velleità antagonista sembrava sopita da tempo, è una chiara dimostrazione del fatto che il popolo non è un’entità preordinata bensì una <em>costruzione politica</em>; 3) il populismo dimostra la necessità di riconoscere l’<em>autonomia della sfera politica</em> (ciò che il marxismo occidentale sembra aver dimenticato dai tempi di Lenin e Gramsci), anche se tale autonomia non è assoluta, né è confinabile nella dimensione puramente simbolico-discorsiva.</p>
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<p><strong>IX</strong>. <strong>Costruire il partito di classe</strong>. La prima generazione di movimenti post comunisti, partoriti dalla crisi delle sinistre &#8220;alternative&#8221; dei Settanta e/o quelli nati dopo il crollo dei socialismi reali e confluiti nel calderone di un&#8217;area culturale ampia e variegata (femministe, no global, eco pacifisti, ecc.) condividono il rifiuto nei confronti di ogni organizzazione di tipo verticale. Forma partito e forma stato vengono ripudiate in quanto &#8220;politicamente scorrette&#8221;. Qualcuno ha definito &#8220;paranoia orizzontalista&#8221;  l’ossessione che l&#8217;organizzazione in quanto tale implichi il suo uso a favore di interessi particolari, che il potere di fare cose si trasformi inevitabilmente in potere sugli altri. Senza sfidare questa diffidenza radicale non è possibile affrontare l’impresa di costruire il partito di classe, formula che preferisco a quella di  ricostruire il partito comunista perché penso che, nell’attuale, concreto contesto storico, costruzione della classe e costruzione del partito debbano andare di pari passo. Parlare di costruire la classe suona bizzarro alle orecchie di chi ragiona a partire dai dogmi che vedono la classe come un’entità che esiste &#8220;in sé e per sé&#8221;, una “realtà oggettiva” generata dai rapporti di produzione. Ma se è vero che la classe operaia occidentale appare oggi come un’entità fantasmatica, un anacronismo otto-novecentesco, dopo che decenni di guerra di classe dall’alto, ristrutturazioni tecnologiche, delocalizzazioni, “riforme” giuridiche e istituzionali, tradimenti di partiti e sindacati convertiti al neoliberalismo l’hanno trasformata in una nebulosa di atomi individuali espropriati del proprio status professionale e giuridico, ma soprattutto inconsapevoli di appartenere a un’entità sociale che condivide interessi, bisogni e aspettative; se è vero tutto ciò, vuole appunto dire che la classe va costruita; un compito che non spetta alla sociologia accademica, ma a un&#8217;organizzazione politica, radicata nei vari spezzoni in cui la classe è stata divisa, capace di svolgere un lavoro di analisi sul campo – un tempo la si chiamava conricerca &#8211; e di generalizzazione teorica dei risultati. L&#8217;organizzazione in questione allo stato dei fatti non esiste, per cui costruzione della classe e costruzione del partito sono processi intrecciati. Il partito può nascere e crescere solo selezionando i soggetti più coraggiosi e intelligenti generati dai nuclei di resistenza anticapitalista che continuano a esistere, malgrado la situazione di arretramento e sconfitta del proletariato. Un processo che non può venire “dal basso”, come frutto di una aggregazione spontanea delle avanguardie di lotta; ma che non può nemmeno essere calato dall&#8217;alto adottando il modello leninista nella sua forma “classica”. Questa fase sarà di lunga durata, né si può pensare di poterla abbreviare volontaristicamente, anche se l’attuale crisi economica, politica e militare a livello mondiale richiederebbe tempi brevi. Nel frattempo ogni velleità di costruzione di un blocco sociale rivoluzionario è prematura e controproducente. E&#8217; vero che le rivoluzioni asiatiche e latinoamericane hanno costruito ampi fronti di classe anti imperialisti e anticapitalisti, ma si tratta di processi caratterizzati da composizioni di classe, storie e tradizioni radicalmente diverse dalle nostre. Qui non esistono larghe masse contadine, né una piccola e media borghesia realmente “progressiva”, dato che un buon 30/40% della popolazione è parte integrante del blocco sociale egemonizzato dalle élite neoliberali. Perciò per noi costruire il blocco sociale vorrà dire lavorare per un lungo periodo per rinsaldare gli spezzoni in cui le classi lavoratrici sono state separate, mentre solo in una fase successiva si potrà ragionare su eventuali alleanze.</p>
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<p><strong>X</strong>. <strong>Lo stato delle forze soggettive</strong>. Ciò che più colpisce, analizzando la storia dei partitini neo comunisti nati dalla dissoluzione del PCI, è la loro scarsa, per non dir nulla, capacità di capire come il più grande partito comunista occidentale abbia potuto trasformarsi, in tempi relativamente brevi, in un partito neoliberale. L’analisi è rimpiazzata dai sentimenti di rabbia, delusione, risentimento, e dalle accuse di “tradimento” ai gruppi dirigenti. Ma da dove vengono quei gruppi dirigenti? L’incapacità di rispondere a tale interrogativo è certificata dal fatto che non è raro ascoltare panegirici di Enrico Berlinguer, il leader che ha officiato il compromesso storico con la DC e che, dopo avere proclamato l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre, ha dichiarato di sentirsi al sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO; l&#8217;uomo che, prima di presentarsi ai cancelli della Fiat nel 1980, quando la battaglia era ormai persa, aveva benedetto la svolta opportunista della CGIL di Lama. Se non si riesce a fare i conti con il fondatore dell’eurocomunismo, figurarsi se ci si possono aspettare riflessioni critiche sulla eredità teorico politica del “migliore”. Eppure l&#8217;interpretazione togliattiana del concetto gramsciano di “nazional popolare” ha inciso non poco sugli sviluppi successivi: la base si era illusa che la tesi della “lunga marcia attraverso le istituzioni” fosse un diversivo tattico, senza capire che si trattava di una visione che sovvertiva l’analisi marxista del rapporto fra riforme e rivoluzione, secondo cui la vera alternativa non è fra riforme e rivoluzione, ma fra riforme come <em>mezzo</em> per preparare la rivoluzione e riforme come <em>fine</em> a sé stesse. Il nodo non è l’alternativa fra rivoluzione violenta e conquista del potere per via pacifica bensì: si va al potere per governare il sistema, oppure perché si tratta del primo passo verso un cambiamento sistemico? La via di Togliatti prevedeva di realizzare una convivenza (quella che Berlinguer avrebbe tradotto con la formula del Compromesso storico) con partiti borghesi che mai avrebbero consentito di avviare un cambio di sistema: <em>quel</em> riformismo, che non metteva in discussione la natura, le funzioni e gli obiettivi di <em>questo</em> Stato, e si limitava a rivendicare l&#8217;applicazione dei principi della Costituzione del 48, era votato al compromesso con il nemico di classe. Il connubio di elettoralismo ed opportunismo è l&#8217;eredità che il PCI ha trasferito a Rifondazione e a tutti gli altri &#8220;cespugli&#8221; neo comunisti: a mano a mano che questi perdevano voti ed iscritti, cresceva lo spasmodico impegno per conquistare uno straccio di deputato, senatore, consigliere regionale o municipale, le scarse risorse organizzative ed economiche venivano investite per realizzare a qualsiasi costo tale obiettivo, piuttosto che per ricostruire il partito di classe. Questa ossessione, alimentata dalle piccole ambizioni di un personale politico di qualità decrescente, ha provocato la frammentazione e la competizione fra &#8220;marchi&#8221; concorrenti, fino all’esito grottesco delle pletore di simboli con la falce e il martello che decorano i cartelloni e le schede elettorali. Inutile aggiungere che queste formazioni, salvo rarissime eccezioni, non hanno mai abbozzato una seria riflessione sul rinnovamento teorico del marxismo, sulle ragioni del crollo sovietico e del successo cinese, sulla crisi del sistema capitalistico globale, né tantomeno sulle trasformazioni socioculturali subite dalle classi lavoratrici. Quanto alle sinistre antagoniste degli anni Settanta:  dopo avere combattuta la svolta eurocomunista in nome di una ideologia &#8220;marxista leninista&#8221; che Lenin avrebbe catalogato come estremismo infantile, e dopo essere state asfaltate dalla controffensiva capitalista, si sono &#8220;sciolte&#8221; nei movimenti postmoderni dei decenni successivi, convertendosi a loro volta al liberalismo, sia pure in versione progressista. La loro confluenza con i reduci del PCI dopo il &#8220;suicidio&#8221; della Bolognina ha creato i presupposti dell&#8217;esperimento bertinottiano, un calderone in cui si sono mescolati i peggiori difetti del vecchio PCI (elettoralismo e tatticismo opportunistico) con i peggiori difetti del movimentismo (estremismo parolaio, individualismo, democraticismo piccolo borghese). Sono stati i populismi di sinistra a occupare lo spazio politico ed elettorale liberato dalla trasformazione delle sinistre tradizionali in partiti neoliberali, sia fungendo da collettori delle velleità “sovversive” di strati piccolo borghesi vecchi e nuovi, penalizzati dalla crisi ed entrati in stato di ebollizione fin dai tempi di Tangentopoli, sia agendo da megafono della rabbia delle classi lavoratrici. Da quando questa falsa alternativa ha perso energia propulsiva, la galassia dei partitini neo comunisti accarezza l’illusione di poterne ereditare l’effimero consenso elettorale: si punta a intercettarne la base elettorale e a usarla come “scorciatoia” per bypassare il faticoso lavoro quotidiano necessario per organizzare le avanguardie presenti nei vari fronti di lotta, formarle come quadri politici, riunificare i frammenti del movimento comunista, elaborare un programma credibile e forgiare gli strumenti organizzativi necessari ad attuarlo. Riemergono i vecchi vizzi – opportunismo, codismo, elettoralismo, demagogia – aggravati dall’urgenza di rispondere alle sfide imposte dalla crisi economica e politica mondiali. Gli uni si accodano al movimento No Vax, senza distinguere la sacrosanta rabbia popolare che lo ispira dai deliri complottisti e pseudoscientifici di taluni suoi esponenti; altri strizzano l’occhio ai movimenti sovranisti di destra, progettando improbabili intese elettorali con ambigui interlocutori; altri ancora, e sono i casi migliori, si spendono per riunificare i resti della diaspora comunista ed evitano di inseguire chimere elettorali, ma scontano gravi limiti teorici e ideologici, coltivando una visione eccessivamente ottimista delle prospettive dischiuse dai successi del movimento antimperialista mondiale (che nulla può fare per rimediare agli sconquassi di casa nostra). In tutte le varianti l&#8217;età media dei quadri è elevata, per cui alimenta nostalgie del passato e spirito di testimonianza, il che emerge sia dal linguaggio &#8211; anacronistico, retorico e poco comprensibile dalle masse dei lavoratori e dei giovani &#8211; sia dalla riproposizione di modelli organizzativi obsoleti, conditi dal richiamo rituale ai principi del centralismo democratico.</p>
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<p><strong>XI</strong>. <strong>Lo stato della classe</strong>. L&#8217;ortodossia marxista postula l’esistenza di un’unica classe sociale, la classe operaia, realmente rivoluzionaria, un Soggetto della Storia “naturalmente” destinato a rovesciare il modo di produzione capitalistico. Nel corso del tempo questo dogma è stato più volte messo in discussione, affidando per esempio il ruolo di guidare la lotta anticapitalista ai lavoratori della conoscenza, al proletariato giovanile, alle “moltitudini”, alle donne, ecc. Il tutto senza che sia venuta meno la logica &#8220;essenzialista&#8221; che postula l’esistenza di un Soggetto “naturalmente” rivoluzionario. E’ ora di superare questa logica, rimpiazzandola con l’&#8217;idea di costruire una rete di gruppi sociali e comunità integrabili in un progetto unitario di cambiamento rivoluzionario. Si tratta di individuare le nuove contraddizioni in grado di integrare la classica opposizione bipolare padroni/operai, con l’obiettivo di tracciare un perimetro che definisca il materiale sociale, culturale e antropologico mobilitabile contro il capitalismo. Il primo parametro riguarda il reddito.  La controrivoluzione liberista ha scavato un solco profondo fra una infima minoranza di super ricchi e una larga maggioranza di poveri e poverissimi: working poor, disoccupati e semi occupati, lavoratori precari (sia dipendenti che “autonomi”), piccoli e medi imprenditori, professionisti in via di proletarizzazione, indebitati, ecc. La povertà non però un criterio sufficiente: occorre distinguere fra chi vive esclusivamente del proprio salario e chi gode di altre fonti di reddito (il lavoro “autonomo” non è un criterio significativo, vista l’elevata quota di lavoro fintamente autonomo). Il secondo parametro è la disponibilità (e l’entità) di eventuali rendite. Negli Stati Uniti e in Europa esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che godono di redditi sufficienti (affitti, titoli ecc.) a garantire un livello di vita superiore a quello che potrebbero permettersi con la sola attività lavorativa. Questa classe media detiene un terzo del patrimonio nazionale nei vari Paesi occidentali, ed è di fatto alleata con le élite dei super ricchi, sia perché ne condivide in parte gli interessi, sia perché incarna una promessa di mobilità sociale agli occhi degli strati inferiori. Il terzo parametro è il livello di coinvolgimento nelle funzioni di comando e controllo di altri lavoratori. I post operaisti sostengono che la rivoluzione digitale ha creato uno strato di “lavoratori della conoscenza” dotati di una elevata autonomia nei confronti del comando capitalistico, potenzialmente in grado di assumere il controllo diretto sulla produzione. In realtà la stragrande maggioranza di questi lavoratori sono semplici “operai”, espropriati della capacità di comprendere il processo produttivo totale in cui operano come ingranaggi individuali; viceversa i quadri inseriti nelle grandi imprese della New Economy sono funzionari del capitale che hanno il compito di sviluppare modelli e procedure di governo, controllo e comando sugli altri dipendenti, sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma, sui consumatori e più in generale sull’insieme dei rapporti sociali, per cui appartengono a tutti gli effetti alla élite neo borghese. Il quarto parametro è la collocazione territoriale. Il conflitto centri/periferie è scalabile a diversi livelli:  nazioni metropolitane versus nazioni periferiche; regioni ricche, densamente abitate e iper connesse versus regioni povere, scarsamente abitate e isolate, città versus campagna, ecc. Posizione geografica e alti livelli di mobilità fisica e virtuale offrono vantaggi competitivi mentre chi è catturato in aree periferiche a bassa mobilità e minore densità di valore ha scarse possibilità di contrattare il prezzo della propria forza lavoro. La differenza fra chi può “stabilire il proprio prezzo”, perché posizionato al centro, e chi lo subisce perché ingabbiato in un’area periferica, è un elemento strategico del conflitto di classe. Anche il conflitto fra nazioni del centro e nazioni periferiche è a tutti gli effetti una forma di conflitto di classe: l’interesse delle classi subalterne dei centri non coincide necessariamente con quello delle classi subalterne delle periferie, il che vale anche per i processi di colonizzazione interna come quello del Meridione d’Italia da parte delle regioni del Nord. Il capitale globale e finanziarizzato – fatto di flussi accelerati di merci, servizi, capitali e persone che ignorano i confini  – opprime e sfrutta i territori in cui vive la grande maggioranza di quelli che non godono delle chance di mobilità fisica e sociale riservate alle élite. Le metropoli generano i due terzi del Pil e la loro spina dorsale non è più costituita da strati sociali tradizionali, bensì da una neo borghesia emergente. Tutte le chance si concentrano in questi spazi in ragione del loro superiore tasso di integrazione nell’economia mondiale. La cultura di questa neoborghesia metropolitana, fondata sui miti del movimento e del progresso, esalta i diritti dell’uomo (ma non i diritti sociali), pratica un multiculturalismo e un antirazzismo venati di ipocrisia e trova espressione politica nelle sinistre liberal progressiste. Il quinto parametro è antropologico. Il processo di frammentazione sociale  colpisce l&#8217;intero corpo sociale, facendolo esplodere in una nuvola di atomi individuali, isolati e incapaci di sviluppare relazioni solidali e comunitarie. Il proliferare di identità sostitutive è una conseguenza di tale fenomeno: anomia e solitudine si combattono inventando nuove &#8220;tribù&#8221;, nel tentativo di auto situarsi in una cornice simbolica condivisa. La mentalità liberal progressista esalta queste pratiche come un processo di &#8220;emancipazione&#8221; dell’individuo dai legami sociali tradizionali. Si tratta di pura illusione, soprattutto nel caso dei soggetti schiacciati verso il basso della piramide sociale. Per costoro le alternative che consentono di ottenere un surrogato di riconoscimento e autostima sono precarie, irrisorie, posticce, instabili. Il basso profilo culturale e valoriale, e la mancanza di aspettative sul futuro che caratterizza la maggior parte delle persone si proietta anche sui loro investimenti politici: non è un caso se i nuovi movimenti hanno dismesso ogni velleità di cambio sistemico e ambiscono solo a condizionare il potere per &#8220;limitare i danni&#8221;, dando per scontato che le logiche socioeconomiche di base siamo immodificabili. Infine il linguaggio politicamente corretto che permea di sé il discorso politico, le istituzioni formative, l&#8217;industria culturale e la comunicazione mediatica (giornali, tv, cinema, pubblicità, ecc.) lavora a pieno ritmo per neutralizzare o deviare su falsi bersagli il tasso di aggressività generato dalle condizioni di frustrazione in cui le masse sono costrette a vivere.</p>
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<p><strong>XII</strong>. <strong>Ripensare la forma partito?</strong> Se i residui del movimento comunista e le classi subalterne in Occidente versano nello stato disastroso appena descritto, ha senso riproporre il modello “classico” del partito leninista? L’esperimento bertinottiano di “scioglimento” del partito nel movimento ha prodotto gli esiti catastrofici che tutti conosciamo, generando una reazione simmetrica alla paranoia “orizzontalista” descritta in precedenza, ha generato, cioè, una paranoia “verticalista”. Contro i deliri moltitudinari si è rivendicata la necessità di rimettere le classi e lo stato al centro dell&#8217;analisi. Giusto ma ciò non implica ripetere per inerzia linee politiche e forme organizzative che non rispondono più alla concretezza del momento storico. Possiamo e dobbiamo chiederci se il modello  leninista di partito può essere ripensato. Ragionando sui processi rivoluzionari dell’America Latina, chi scrive ha tentato di immaginare come potrebbe funzionare un&#8217;organizzazione di avanguardia capace di egemonizzare, indirizzandola verso obiettivi compatibili con una mutazione sistemica radicale, la base dei movimenti populisti. L&#8217;evoluzione della situazione internazionale, caratterizzata dalla pandemia del Covid, dal precipitare della crisi economica e dall&#8217;inizio di una “Terza guerra mondiale a pezzi”; per tacere del caos in cui è sprofondato il nostro sistema politico, ha reso problematico tale scenario. Il “partito connettivo” che le rivoluzioni bolivariane hanno montato assemblando una pluralità di soggetti e movimenti sociali, politici e culturali è frutto di condizioni irripetibili: si tratta di rivoluzioni anti liberiste, antimperialiste, di emancipazione nazionale e razziale, realizzate in contesti che hanno promosso la convergenza di interessi fra masse contadine di etnia india, classe operaia, sottoproletariato urbano, piccola e media borghesia progressiva su obiettivi radicali di riforma costituzionale, redistribuzione della ricchezza e cambiamento di matrice produttiva; a guidarle sono stati leader rivoluzionari di grande capacità politica come Chávez; Morales e Linera, temprati da dure esperienze di lotta, i quali hanno saputo innovare la teoria socialista e mobilitare avanguardie politiche esperte e affidabili; inoltre il processo rivoluzionario ha potuto usufruire di strutture di democrazia diretta e partecipativa sorte nel corso di lotte precedenti, mentre i partiti comunisti locali sono stati integrati nel PSUV venezuelano e nel MAS boliviano. Podemos ha tentato di “copiare” quel tipo di forma partito, ma le condizioni socioeconomiche, politiche e culturali di un Paese industrialmente avanzato e integrato nella Comunità Europea come la Spagna – assai diverse da quelle del subcontinente latinoamericano – hanno impietosamente bocciato l’esperimento. Un fallimento dovuto anche dal tentativo di ritagliare una veste postmoderna per il modello latinoamericano: Podemos ha puntato a “costruire un popolo” senza lavorare all’unificazione delle classi lavoratrici e alla costruzione di una organizzazione radicata nel sociale; ha tentato di egemonizzare i movimenti di massa attraverso l’uso dei nuovi media digitali e non ha educato politicamente le avanguardie; ha cercato di ottenere in tempi brevi una maggioranza elettorale per conquistare il governo senza capire che la guida del governo, in assenza di un progetto di mutamento sistemico, sarebbe stata effimera e non avrebbe consentito di modificare i rapporti di forza fra le classi. Concludo rilanciando la domanda: i fallimenti del PRC bertinottiano e di Podemos giustificano l’adozione di un modello classicamente leninista? E’ un interrogativo cui si potrà rispondere solo se e quando il processo parallelo di ricostruzione del partito e della classe avrà compito qualche concreto passo in avanti. Nel frattempo andrebbero evitate sia le auto celebrazioni nostalgiche sia l’illusione che i successi della Cina e degli altri Paesi del Sud del mondo possano risolvere i nostri problemi.</p>
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<p>Post scriptum. Per approfondimenti e riferimenti bibliografici rinvio ai seguenti articoli sul mio blog:</p>
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<p><a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html</a></p>
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<p><a href="https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille_26.html">https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille_26.html</a></p>
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]]></content:encoded>
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		<title>La Polonia alla guida dell’Europa centro-orientale</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Sep 2023 10:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Galofaro]]></category>
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<h1>La Polonia alla guida dell’Europa centro-orientale</h1>
<h2>Chi sono i nuovi ussari alati sotto le insegne della Nato?</h2>
<h3>di Francesco Galofaro*</h3>
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<p>La Polonia conta circa 40 milioni di abitanti, pari ai due terzi della popolazione italiana. Nonostante la crescita economica impetuosa, si tratta di un Paese ancora in gran parte poco sviluppato e segnato da grandi contrasti sociali. Nel 1991, per l’italiano medio la Polonia era un semisconosciuto Paese dell’est, patria di Giovanni Paolo II e di Lech Wałęsa, il leader delle battaglie sindacali che Solidarność ha portato avanti contro il governo comunista degli anni ’80. Oggi la Polonia è probabilmente più nota per il suo attivismo nella politica internazionale: guida blocchi di Paesi centro-orientali contro l’Europa a trazione franco-tedesca e contro la concezione liberale della democrazia, promuove un modello di Stato etico ispirato al cattolicesimo conservatore, paternalista e familista, nel tentativo di assoggettare al governo il potere giurisdizionale e il sistema dei media. Al confronto con il protagonismo e l’assertività polacca, stupisce che l’Italia, Paese ampiamente sviluppato e fondatore della UE, giochi un ruolo sempre più marginale nelle relazioni internazionali finendo per contare poco o nulla negli equilibri europei e mondiali. In qualche modo quel che ho descritto fin qui è già il passato: la guerra russo-ucraina ha in realtà colpito molto duramente il modello economico-politico polacco. Nonostante ciò, la Polonia non si adopera per il dialogo, o per una soluzione pacifica e celere, ma si pone alla testa di una coalizione di Paesi manifestamente russofobi i quali spingono perché la NATO e la UE alimentino ulteriormente l’escalation, mettendo in grossa difficoltà l’asse franco-tedesco che sin qui deteneva la supremazia sull’Unione. In questa mia riflessione mi chiederò quali siano le caratteristiche culturali che caratterizzano la Polonia e ne determinano stabilmente la politica estera.</p>
<p>Il lavoro è suddiviso in tre sezioni. La prima presenta brevemente alcune caratteristiche dello sviluppo economico-politico della Polonia a partire dal suo ingresso nella UE (2005). La seconda utilizza gli strumenti della semiotica per descrivere alcune caratteristiche strutturali della cultura polacca, così come si è venuta formando dal tardo medioevo ad oggi. La terza impiega queste caratteristiche per rendere ragione della stabilità delle direttrici della politica estera polacca, le quali non dipendono dal colore dei governi locali né da quello dei Paesi partner.</p>
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<p><strong>1. Economia e politica</strong></p>
<p>Tra tutti i Paesi dell’Est Europa, la Polonia è forse quello in cui si è registrato lo sviluppo economico e sociale più impetuoso, percettibile a occhio nudo dai visitatori che in quel periodo la frequentavano assiduamente. Negli anni 2000 si aveva l’impressione che il Paese fosse un unico, grande lavoro in corso: qui una nuova sopraelevata, là un parcheggio multipiano e un megacentro commerciale, mentre immensi grattacieli dalle curvilinee pareti a specchio sopravanzavano i monolitici edifici di epoca staliniana fino a cancellarli dal profilo urbano. La Polonia è forse l’unico Paese del Patto di Varsavia in cui il liberismo, il laissez-faire, le zone economiche speciali detassate abbiano realmente prodotto una crescita impetuosa. Tuttavia, essa si accompagna a tremende disparità tra città e campagna e tra centro e periferia. La destra clericale ha profittato della totale assenza di politiche sociali e di ridistribuzione del reddito per battere i liberali: governa senza interruzione dal 2015 semplicemente perché sostiene la natalità con assegni familiari, dando respiro alle classi sociali impoverite dalla globalizzazione, senza danni per la crescita e senza cambiare l’ispirazione liberista di fondo delle politiche economiche. Tuttavia, questo modello economico, che aveva superato senza problemi la crisi dei subprime, è stato spazzato via dal conflitto russo-ucraino nel 2022, suscitando diverse incognite circa il futuro del Paese.</p>
<p><em>1.1 Numeri</em></p>
<p>Per dare un’idea della crescita polacca dal 2005, anno del suo ingresso nell’Unione europea, si possono paragonare alcuni dati economici a quelli italiani dello stesso periodo. Occorre tenere presente che, a partire dal 2008, l’economia occidentale fu colpita dalla crisi dei derivati, innescata dalle speculazioni finanziarie del mercato USA. L’economia italiana entrava in sofferenza; esplodevano disparità sociali; i governi politici erano commissariati da “tecnici” nominati a Bruxelles; nuove forze “populiste” mettevano in crisi il sistema consolidato dei partiti e lo schema dell’alternanza tra centrodestra e centrosinistra. Nulla di tutto questo è accaduto in Polonia: nel periodo 2005 – 2022 il PIL pro-capite è raddoppiato da 8 a 16 mila dollari. I salari polacchi sono cresciuti stabilmente del 5% annuo, esattamente in linea con il tasso di crescita del Paese, mentre il tasso di inflazione si è mantenuto stabilmente intorno allo 0%. Anche il tasso di disoccupazione è calato dal 20% nel 2005 al 12% negli anni tra il 2010 e il 2015, per poi scendere ulteriormente fino all’attuale 5%. Al contrario, nello stesso periodo, in Italia, il PIL pro-capite è sceso da 34mila a 30mila dollari, per poi tornare, nel ’22, a quota 32mila dollari, livello comunque inferiore al periodo precedente la crisi economica. Il tasso di crescita era di poco superiore allo 0, la crescita salariale crollava dal 4% allo 0,5%, il tasso di disoccupazione raddoppiava dal 6% al 13% nel 2015, per poi scendere lentamente fino all’8% attuale.</p>
<p><em>1.2 Caratteristiche dello sviluppo polacco</em></p>
<p>Negli anni 2000 la Polonia conobbe una crescita impetuosa, dovuta ad alcuni fattori. Il primo è senz’altro la massiccia emigrazione. All’epoca, alcuni partiti di destra francesi incitavano la popolazione a diffidare dell’idraulico polacco, che divenne perfino una figura ricorrente della commedia borghese. In Italia, le donne polacche furono a lungo considerate badanti per antonomasia. In questo modo i governi socialdemocratici e liberali non hanno dovuto far fronte alla povertà del Paese con politiche redistributive, mentre l’afflusso di capitali permetteva alle famiglie di far studiare i figli e costruire nuove case. Grazie alla qualità del suo sistema di istruzione superiore e universitario, alla caduta del comunismo si formò rapidamente una classe media preparata e a buon mercato quanto a stipendi, il che attrasse investimenti da parte di grandi società multinazionali. Inoltre, allora come ora la Polonia è un Paese in larga parte poco sviluppato, in cui – grazie a ingenti finanziamenti europei – si sono create infrastrutture, collegamenti, ferrovie, autostrade, fognature, acquedotti. Nel periodo 2007-2015 ciò corrispose al governo della destra liberale ed europeista guidata da Donald Tusk, il cui non-modello di sviluppo era basato sul laissez faire. La grande borghesia di Varsavia ha subito preso a prestito idee e valori dal mondo anglosassone, inviando i propri rampolli nei college inglesi, considerando il proprio successo come frutto di intelligenza e preparazione, e la povertà crescente nel Paese come frutto dell’ignoranza e dell’idiozia congenita nelle campagne. È a questa stessa stupidità che i liberali imputano la vittoria, a partire dal 2015, della destra conservatrice e del suo mix di nazionalismo, conservatorismo e clericalismo. La realtà è che il Partito di Jarosław Kaczyński, Andrzej Duda e Mateusz Morawiecki ha semplicemente intercettato un malessere che i liberali si ostinano a non voler vedere, generato da un modello che premiava (e premia tuttora) le metropoli a danno delle province e delle periferie.</p>
<p><em>1.3 Il conflitto ucraino</em></p>
<p>Dallo scoppio del conflitto in Ucraina, il tasso di crescita annuale del PIL polacco è crollato in pochi mesi dall’8% allo 0%. L’inflazione è schizzata fino a toccare quasi il 20%, per assestarsi negli ultimi mesi al 12%. È il doppio di quella che si registra in Italia. Anche da noi la guerra si è mangiata il rimbalzo post-COVID della crescita del PIL italiano, ma il tasso si mantiene comunque intorno all’1,2%. Se possibile, il prezzo che la Polonia sta pagando alla guerra ucraina è anche più caro di quello italiano; eppure, mentre qui da noi l’opinione pubblica è piuttosto scettica sull’invio di armi all’Ucraina, quella polacca supporta entusiasticamente l’escalation in Europa. Per comprendere i motivi del crollo economico, si può pensare alla Polonia come alla porta d’oriente europea (o un hub, per usare un barbarismo). Dalla Bielorussia e dall’Ucraina passava una delle infrastrutture ferroviarie della BRI (Belt and Road Initiative) grazie alla quale l’Europa scambiava merci con la Cina. È in funzione di questo ruolo, oggi pregiudicato, che la Polonia aveva ristrutturato il proprio sistema ferroviario negli anni 2010, avvalendosi di fondi europei e acquistando il Pendolino italiano. Per comprendere le potenzialità strategiche della cooperazione tra Polonia e Cina anteriormente al conflitto si può vedere Jakubowksi et al. (2020). Sfortunatamente per i polacchi, il ruolo di porta d’oriente che la Polonia potrebbe giocare è ostacolato da alcune strutture culturali. Come vedremo nella prossima sezione, la cultura polacca si autorappresenta come bastione d’Europa contro il pericolo del risveglio dell’Asia. Il fatto che persegua una politica di conflitto con la Russia anche a danno della propria economia è coerente con questa impostazione.</p>
<p><em>1.4 Il problema dei rifugiati</em></p>
<p>Si calcola che oltre 3 milioni di rifugiati ucraini abbiano attraversato la Polonia nei primi mesi del conflitto. Da paese monoetnico, monoreligioso e monolinguistico la Polonia si è trasformata in pochi mesi in un crogiuolo di culture, lingue e religioni; il mercato immobiliare e degli affitti è salito alle stelle; molti rifugiati – non essendo migranti economici – non si adattano a qualsiasi lavoro, moltiplicando le occasioni di conflitto entro le classi sociali (dunque: tra lavoratori, tra proprietari, tra industriali ecc.). L’accoglienza che il Governo ha riservato ai rifugiati, accompagnato alla propaganda russofoba, può suonare come una grossa contraddizione: la Polonia ha sempre fatto ostruzionismo rispetto a ogni tentativo della UE di redistribuire i migranti provenienti dai Paesi che affacciano sul Mediterraneo. I polacchi non si sono ammorbiditi neppure quando la proposta di redistribuzione proveniva da Giorgia Meloni, la quale presiede il gruppo europeo dei conservatori cui fa riferimento il governo polacco. D’altronde, l’atteggiamento polacco nei confronti degli immigrati, come anche quello nei confronti di Russia e Germania, riposa sul mito del Commonwealth polacco-lituano, che esplorerò nella seconda parte di questo scritto. In base a questo mito, la missione storica della Polonia è incarnare il baluardo della civiltà europea contro le minacce esterne che provengono dall’Asia e dal mondo islamico. In questa visione del mondo, l’Ucraina è considerata come se fosse ancora parte integrante della confederazione polacco-lituana del XVI secolo. Al di là delle canzoni popolari polacche nostalgiche delle bellezze che popolano la verde Ucraina, gli ucraini sono stati per secoli una popolazione di servi della gleba mantenuti in uno stato di ignoranza e sfruttamento dalla nobiltà polacca. Questo spiega bene il successo, nell’opinione pubblica, dell’atteggiamento paternalista assunto dalla Polonia nei confronti dell’Ucraina, vista tutt’oggi come la terra della felicità perduta. La prossima sezione sarà dedicata ai miti fondativi della cultura polacca, nel tentativo di comprendere meglio le caratteristiche strutturali della sua politica estera.</p>
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<p><strong>2. Una cultura di frontiera</strong></p>
<p>Il mio interesse scientifico per la Polonia nacque molti anni addietro, nel 2005, pochi mesi dopo il suo ingresso ufficiale nella UE. La cultura e la politica polacca rappresentavano per molti versi un’incognita, mentre oggi le cronache ci hanno trasmesso un’immagine sicuramente più definita del Paese della Vistola. Il fenomeno che attrasse all’epoca la mia attenzione fu la quantità di prodotti dal nome italiano venduti sul mercato polacco. Nell’ambito della moda, delle calzature e degli alimentari, molti marchi polacchi o tedeschi “imitavano” lo stile italiano, all’epoca ancora inaccessibile per i bassi salari e stipendi locali. Il fenomeno assomigliava molto al prestito linguistico, ma oltrepassava i confini della lingua per estendersi a una serie di prodotti “italiani”: scarpe, gelati, vino, vestiti per bambini e molto altro ancora.</p>
<p><em>2.1 Il prestito semiotico</em></p>
<p>Secondo i linguisti, una lingua prende a prestito termini in settori in cui riconosce ad un’altra cultura una sorta di supremazia. La quantità di barbarismi dall’inglese presenti oggi nella lingua italiana riflette bene l’egemonia culturale esercitata dagli Stati uniti sulla società italiana contemporanea. Allo stesso modo, guardando ai prodotti polacchi che imitavano lo stile italiano, era possibile nel 2005 farsi un’idea di come gli italiani siano visti all’estero: mangiano con raffinatezza, vestono con stile, sono creativi nel disegno industriale, amano bellezza e comodità. La borghesia italiana era un modello per il nascente ceto medio polacco, educato e cresciuto dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del socialismo in quel Paese. All’epoca chiamai “prestito semiotico” questa generalizzazione del prestito linguistico ai codici vestimentari, del design e della moda. Chiaramente, ogni italiano avrebbe facilmente riconosciuto degli “adattamenti” dello stile italiano ai gusti locali, molto simili ai cambiamenti di significato che le parole straniere conoscono quando vengono inserite nel vocabolario italiano. Per paradosso, in Polonia la moda imparava l’italiano in un periodo in cui in Italia adottava l’inglese (summer collection, fashion stylist, personal shopper, image consulting …).</p>
<p><em>2.2 La Polonia come cultura di frontiera</em></p>
<p>Cercai di rappresentare la situazione descritta sopra con gli strumenti della semiotica della cultura (Galofaro 2006). Come ogni altra cultura, anche quella polacca è un modello del mondo, e lo suddivide in uno spazio interno [IN] ed esterno [ES]. Lo spazio esterno è valorizzato negativamente: è lo spazio della natura, della non cultura, dell’assenza di informazione: della barbarie, ma anche di quel che “minaccia la nostra società”. Nel caso della Polonia, è stato via via lo spazio del paganesimo, dell’ortodossia russa e delle scorrerie dei cosacchi, del protestantesimo tedesco e svedese, dell’Islam turco. Lo spazio culturale [ES] alla cultura polacca è sovente suddiviso tra Germania e Russia, con differenze importanti. Il mondo tedesco è ciò con cui si deve competere quanto a sviluppo, e con il quale sono possibili collaborazioni economiche. Il mondo russo è al contrario identificato con l’arretratezza, la burocrazia soffocante, l’oblomovismo. Tale suddivisione dello spazio culturale [ES] è geograficamente incorporata nella Polonia stessa, la quale è divisa in un ovest sviluppato e in un est arretrato: un retaggio attribuito alla spartizione operata da Prussia, Russia e Austria nel corso dell’800 e alle differenze rispettive nell’amministrazione pubblica e nelle politiche di sviluppo. Quanto allo spazio IN, risultava molto chiaro come la Polonia operasse una seconda demarcazione tra un “centro” e una “frontiera”, collocandosi entro quest’ultima. Così, il grande numero di marchi e prodotti pseudo-italiani sul mercato polacco nel 2005 manifestavano un orientamento della cultura polacca, di “frontiera”, verso quella italiana, vista come “centro”, almeno in ciò che riguarda lo stile di vita della borghesia. In modo molto simile, nel periodo orleanista, la borghesia francese vedeva un modello nel parlamentarismo inglese: prendeva a prestito il lessico, la moda e perfino il modo di annodare le cravatte delle classi dominanti in Gran Bretagna (Greimas 2000). In quanto frontiera, la cultura polacca ha il potere di scegliersi il proprio centro, ossia il proprio modello. Così, nel ‘300 i prestiti semiotici attestano un orientamento diretto al mondo germanico quanto alla stratificazione sociale e all’amministrazione cittadina (ispirata al Diritto di Magdeburgo). Nel 1518 Bona Sforza diviene regina di Polonia e il vettore cambia radicalmente, orientandosi verso l’Italia, da cui si importano architetti, urbanisti, scultori, musicisti, piante e usanze alimentari, e perfino le buone maniere: si traduce in polacco (o meglio si adatta) Il Cortegiano, di Baldassarre Castiglione. In seguito, l’aristocrazia polacca imparerà a parlare francese – precedendo di un buon secolo quella russa – e produrrà addirittura una letteratura in quella lingua, come testimonia il Manoscritto trovato a Saragozza, di Jan Potocki.</p>
<p><em>2.3. Russia e Polonia: differenze</em></p>
<p>Si nota qui un’importante differenza tra la cultura polacca e quella russa. A uno sguardo superficiale, esterno, le due possono sembrare molto simili. Si parla una lingua slava; si mangiano piatti analoghi, come il barszcz; nelle fiabe la strega si chiama Baba Jaga; nelle chiese si venerano le icone … Le analogie in cui ci si imbatte, a livello fenomenico, sono davvero molte. Ma la cultura russa, come spiega bene Juri Lotman (2001), è in qualche modo double face. Ha un vettore d’orientamento rivolto verso l’Europa, occidentalista, ed uno slavofilo, simmetricamente rivolto verso l’Asia. La sua bistabilità si può leggere nel campo della letteratura (Dostoevskij vs. Tolstoj); della musica (Musorgskij vs. Rimskij-Korsakov); in politica (Ivan il terribile vs. Pietro il grande) … Al contrario della Russia, la Polonia si autorappresenta stabilmente come frontiera d’Europa. Così, il mito del risveglio dell’Asia ha un valore profondamente negativo nella letteratura polacca. Esso è auspicato nichilisticamente, alla stregua di un cupio dissolvi, in opere come Insaziabilità di Witkiewicz, Lucifero disoccupato di Aleksander Wat; in Russia esso rappresenta un mito largamente positivo e addirittura anticoloniale (Lenin 1974).</p>
<p><em>2.4 Il mito del Commonwealth polacco-lituano e la sua trasmissione</em></p>
<p>I libri di storia della mia generazione erano molto focalizzati sulla storia italiana e dell’Europa occidentale al di qua della cortina di ferro. Per motivi ideologici, sintetizzavano o ignoravano del tutto la storia di tutte le entità politiche ad est dello spazio germanico. Tra queste, la Confederazione polacco-lituana, sancita ufficialmente a Lublino nel 1569 dopo un processo di fusione delle dinastie regnanti nei due Paesi in atto da almeno due secoli. Al suo apogeo, la confederazione polacco-lituana giunse a comprendere un immenso territorio che includeva Boemia, Ungheria, Prussia orientale, Ucraina e Bielorussia occidentali. Inoltre, lo Stato polacco ha potuto affermarsi nei secoli solo a spese dello spazio culturale germanico e russo. A questo proposito si possono ricordare, per il loro valore simbolico, due grandi battaglie. Con la battaglia di Grunwald (1410) il regno polacco assoggetta lo stato teocratico dei cavalieri teutonici, destinato, dopo la riforma protestante, a trasformarsi nello Stato prussiano. Con la battaglia di Klušino (1610) le truppe polacche vittoriose entrarono a Mosca e imposero uno zar polacco ai boiardi russi. Il mito della grande Polonia nacque, come e ovvio, dopo la sua scomparsa e fu trasmesso di generazione in generazione in primo luogo dalla letteratura. Come si dirà nella prossima sezione, nel corso dell’800 lo Stato polacco era stato smembrato e spartito tra Russia, Austria e Prussia. Nel corso del XIX secolo, il mito della grande Polonia venne costruito in romanzi storici come la “trilogia” di Henryk Sienkiewicz, nobel per la letteratura nel 1905. Come è noto, si tratta del periodo in cui il romanzo borghese aveva pienamente soppiantato il poema nell’espressione dell’epos. Più precisamente, nella periodizzazione proposta da Lukács (1935), il periodo in cui scrive Sienkiewicz è considerato come quello della crisi della borghesia e dei suoi eroi positivi, che prelude alla dissoluzione della forma-romanzo. Tuttavia, lo sguardo di Lukács si posa in via esclusiva sulla letteratura prodotta dai Paesi a capitalismo avanzato. Sienkiewicz è pressappoco contemporaneo di Zola, ma in Polonia il problema dell’unità nazionale prevale sul realismo sociale. In Polonia Sienkiewicz è considerato un positivista; i temi trattati e la funzione politica della sua letteratura possono ricordare romanzi italiani della generazione precedente quali Ettore Fieramosca di M. D’Azeglio (1833). Per ciò che riguarda l’Italia caratteri di questa letteratura sono ben delineati in Gramsci (1931-1932, § ⟨135⟩): opere di stile non aulico e ricercato che aveva il fine di educare il popolo “senza tuttavia arrivare ad esso”, rimanendo in molti casi lontana dagli interessi popolari e rivolgendosi piuttosto a quella borghesia che, non avendo interessi letterari, può tuttavia accostarsi all’arte. L’equivalente polacco della “borghesia” italiana cui si riferisce Gramsci va individuato nell’intelligencija, in possesso dello statuto morale e intellettuale per esprimere la classe dirigente del Paese. Tali opere hanno alimentato le aspirazioni e le speranze dei polacchi verso uno Stato indipendente. In Polonia, questo genere di letteratura è tutt’ora oggetto di studio fin dalle elementari. Con funzioni diverse, il medesimo mito rivive nel cinema in costume: ad esempio, I cavalieri teutonici, di Aleksander Ford (1960) – uno dei film preferiti di Martin Scorsese – è tratto dall’omonimo romanzo in quattro volumi di Sienkiewicz dedicato alla battaglia di Grunwald. Il Colossal fu finanziato dal governo comunista, all’epoca in conflitto con la Repubblica federale tedesca. È inevitabile il paragone con Aleksandr Nevskij di Sergej M. Ėjzenštejn (1938), che rispolvera un analogo mito russo in funzione antinazista. La stessa epica, perduto il proprio messaggio politico contingente, si immilia oggi nelle miniserie televisive. In quanto “frontiera”, la cultura polacca ha inoltre ereditato il mito delle kresy. Il termine designa in particolare le terre perdute dell’Ucraina occidentale e, più in genere, Lituania e Bielorussia. Queste terre hanno dato alla Polonia i loro massimi scrittori, da Adam Mickiewicz (nato a Nowogródek, oggi in Bielorussia) a Bruno Schulz (nato e vissuto a Drohobyč, oggi in Ucraina). Lo spazio culturale polacco è dunque proiettato verso est: la Polonia pensa all’Ucraina con il medesimo atteggiamento che i Paesi occidentali hanno nei confronti delle proprie ex-colonie. I polacchi non dimenticano, ma soprassiedono sui tanti conflitti etnici di cui è costellata la storia del loro rapporto con gli ucraini. A mio parere, ciò avviene perché, fin dal primo sorgere del conflitto tra Ucraina e Russia, l’esercito ucraino ha rappresentato per i Polacchi una funzione culturale simile a quella delle truppe coloniali indigene (gli Àscari per l’Italia, i Goumiers per la Francia …): soldati leali, fidati e fedeli da utilizzare nel conflitto contro la propria nemesi storica.</p>
<p><em>2.5 Il trauma della spartizione</em></p>
<p>Nella cultura polacca vi è un grande trauma mai superato: quello della spartizione, avvenuta in più fasi nel corso del XVIII secolo, che portò infine alla scomparsa di una statualità polacca indipendente. Russia, Prussia e Austria suddivisero e incorporarono parte della Polonia entro i loro confini. Il romanticismo polacco culturale e politico coincide col tentativo di preservare la cultura polacca dalla germanizzazione e dalla russificazione, sotto forma di riconquista dell’indipendenza. Il più noto, se non il più grande poema epico polacco, Pan Tadeusz di Adam Mickiewicz, offre più di uno spunto di riflessione sull’attualità: i polacchi, divisi da ancestrali faide nobiliari, si uniscono per partecipare alla spedizione napoleonica contro la Russia nella speranza di ottenere l’indipendenza. La storia è inoltre ambientata in Lituania, la quale, come si è detto sopra, è una delle due “radici” del Commonwealth polacco. Da notare che il regista Andrzej Wajda realizzò nel 1999 una riduzione cinematografica del poema, mantenendone la versificazione. La Polonia coltiva tutt’oggi il mito delle sue insurrezioni fallite, del sacrificio fino all’ultimo uomo, delle struggenti Polonaise di Chopin. La partecipazione di patrioti polacchi al Risorgimento italiano è ancora viva nell’epica polacca (e pressoché dimenticata da noi). La composizione dell’inno nazionale polacco avviene a Reggio Emilia nel 1797, lo stesso luogo e lo stesso anno di nascita del Tricolore. Il mito del grande passato polacco ha perduto il proprio valore in relazione alla riunificazione del Paese per caricarsi, in seguito, di altre valenze; è stato utilizzato dalla cinematografia socialista nel tentativo di ricostruire l’unità nazionale negli anni ’50, dopo le lacerazioni del Secondo conflitto mondiale; oggi è divenuto un mito nazionalista, che agita la paura del nemico per spingere all’attacco preventivo. Poiché dialetticamente ogni cosa si trasforma nel proprio contrario, l’epos romantico finisce così per alimentare una pericolosa torsione nazionalista. Anche in questo caso, il mito negativo della spartizione si perpetua anche attraverso le istituzioni scolastiche, le quali sono responsabili anche della sua interpretazione storica piuttosto acritica e autoassolutoria. La crisi e la scomparsa della grande Polonia viene spiegata con il complotto dei suoi nemici, e non attraverso il conflitto tra monarchia e la piccola nobiltà diffusa nelle campagne, avida di privilegi e per nulla disposta a sacrificarsi per l’ideale nazionale. Detto questo, il mito negativo della spartizione continua a influire tanto sull’interpretazione del periodo comunista quanto su quello della Russia di Putin. Non è esagerato dire che, nonostante l’ingresso della Polonia nella NATO renda piuttosto improbabile questo scenario, ogni polacco considera un’invasione russa come una possibilità realistica al punto che, allo scoppio del conflitto Russa – Ucraina, alcuni giustificavano in questo modo la necessità di un attacco preventivo alla Russia, approfittando di un suo supposto indebolimento.</p>
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<p><strong>3. Lo spazio polacco</strong></p>
<p>La Polonia è un Paese quasi del tutto privo di ostacoli naturali; nel corso della sua storia, le sue pianure sono state attraversate da ogni tipo di esercito, le città rase al suolo più volte, e nei secoli i suoi confini politici si sono spostati in continuazione. Alla fine della Seconda guerra mondiale, ad esempio, ha perduto Leopoli e Vilnius a est, incorporando, a ovest, Stettino e Breslavia. Chiusa tra due fronti, la principale direttrice della politica estera polacca è (e rimane) evitare una saldatura degli interessi russi e tedeschi, i due sottospazi in cui la cultura polacca suddivide il mondo esterno [ES], come si è detto nella sezione precedente.</p>
<p><em>3.1 L’Europa centro-orientale</em></p>
<p>Nel periodo della guerra fredda, tutte le nazioni oltre Trieste erano considerate “Paesi dell’est”. Pertanto, alla caduta del muro di Berlino, era indispensabile per la Polonia e per altri componenti del defunto Patto di Varsavia trovare un’etichetta che li distinguesse dalla Russia e al contempo non li “schiacciasse” nell’orbita della Mitteleuropa germanica. Una soluzione fu proposta da Piotr Wandycz (2001), professore emerito alla Yale University e presidente dell’Istituto Polacco di Arti e Scienze d’America, trasferitosi negli USA nel 1939, quando l’Unione sovietica ha invaso la Polonia. Egli ha coniato l’espressione geografico-culturale “Europa centro-orientale”, a significare le specificità e le similitudini storiche di Paesi come la Polonia, la Cecoslovacchia e l’Ungheria. Tutta la storia è storia contemporanea: proprio questi tre Paesi avevano dato vita, nel 1991, al gruppo di Visegràd, che ha in seguito aderito alla NATO (1999) e all’Unione europea (2004) costituendo un blocco geopolitico omogeneo e conservatore unito fino allo scoppio della guerra Russo-Ucraina. Inoltre, nel 2016 si è tenuta l’inaugurazione del Trimarium, un forum, giunto ormai alla settima edizione, comprendente, oltre alla Polonia, Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. L’idea geopolitica del Trimarium si fonda sull’Intermarium, teorizzato nel periodo tra le due Guerre dal dittatore polacco Józef Piłsudski per riunire in una confederazione i Paesi che affacciano su Baltico, Adriatico, mar Nero. Restano fuori da quest’area la Germania, a ovest; ad est, Bielorussia e Russia. L’Ucraina è divenuta partner ufficiale nel giugno 2022. Vediamo ancora una volta tornare in vita il mito della Confederazione polacco-lituana, travestito in abiti contemporanei.</p>
<p><em>3.2 La scelta della NATO</em></p>
<p>Non è corretto identificare le direttrici della politica estera polacca e il governo conservatore che ha governato il Paese senza interruzioni dal 2015: le prime non cambiano a seconda dei governi e si dimostrano stabili e coerenti nel tempo: esse prevedevano l’ingresso nella NATO (e, in seguito, nella UE) per trasformare la Polonia nel bastione orientale dell’alleanza contro la Russia. Al contempo, la Polonia si è messa con successo a capo di un blocco antirusso per contare entro la NATO ed entro la UE. Si tratta ancora una volta dell’identità di frontiera della Polonia che ho descritto nella sezione 2. Nel caso specifico, il vettore di orientamento della cultura polacca ha finito per selezionare gli USA come proprio centro. La talassocrazia statunitense è vista come una garanzia rispetto all’avversario russo; è inoltre un alleato per competere con la Germania, dato che gli Stati uniti non vedono di buon occhio la sua autonomizzazione e il ruolo egemone che svolge nella UE. Nonostante le simpatie politiche e le affinità ideologiche dei conservatori polacchi per Donald Trump nel periodo della sua presidenza, al succedersi degli inquilini della Casa Bianca il vettore di orientamento non è mutato. Dunque, la fedeltà atlantica è vista come la leva per esercitare una supremazia regionale ai danni di Russia e Germania. Il più grande fautore dell’ingresso della Polonia nella NATO fu Aleksander Kwaśniewski, l’ex leader comunista e, in seguito alla caduta del muro di Berlino, socialdemocratico il quale sconfisse Lech Wałęsa nelle elezioni del 1995 ponendo fine al governo di Solidarność, riportando così al governo una parte significativa della leadership ex socialista. Nel 2014, durante gli ultimi mesi della presidenza del liberale Donald Tusk, fu Obama ad annunciare uno stanziamento da un miliardo di dollari per spostare in Polonia il baluardo delle strutture difensive NATO contro la Russia. Tale politica che non mutò dopo l’elezione di Trump: in seguito alla polemica tra il presidente USA e Angela Merkel sulle spese militari dell’alleanza, il neopresidente polacco Andrzej Duda, conservatore, invitò gli USA a ricollocare le truppe sul proprio confine orientale. Seguì un accordo, firmato il 12 giugno 2019, che comportava anche l’acquisto dei noti caccia F35 americani e una fornitura di otto miliardi di dollari del (peraltro carissimo) gas americano per far fronte ai pericoli comportati dal comune nemico, il gasdotto Nordstream tra Russia e Germania (Galofaro 2022). Nonostante la posizione dei democratici americani sui diritti sia quanto di più lontano dalla sensibilità degli elettori polacchi, anche il presidente Biden è elogiato nella misura in cui fornisce armi e supporto agli ucraini contro i russi. Insomma: che negli USA governino i democratici o i repubblicani e che in Polonia governino i liberali o i conservatori fa poca differenza: la politica filostatunitense della Polonia sceglie di schierarsi a favore di una talassocrazia lontana dai propri confini in funzione antirussa e antitedesca. Washington non può che vedere con favore il contrappeso polacco all’UE a trazione francotedesca, la quale, prima della guerra, si era in qualche caso autonomizzata dagli interessi USA coltivando buoni rapporti con avversari quali Russia e Cina. Questo spiega i toni belluini cui la Polonia ci ha abituati fin dal principio del conflitto, e che hanno posto inizialmente in imbarazzo Berlino. D’altro canto, un’opera come il gasdotto Nord Stream simboleggiava – prima del misterioso sabotaggio che l’ha messa fuori uso – proprio quella convergenza russo-tedesca che la politica estera polacca ha da sempre temuto e osteggiato.</p>
<p><em>3.3 Identità polacca e differenza</em></p>
<p>La Polonia è identitariamente anticomunista? La risposta è, a mio parere, negativa. Il comunismo è considerato alla stregua dello slavofilismo: un’ideologia volta a celare, dietro un orizzonte ideale di fratellanza, nient’altro che le mire egemoniche della Russia. L’identità polacca si è mostrata estremamente flessibile proprio in reazione all’ideologia del nemico. Tra le due guerre fu una dittatura laica e anticomunista, dopo l’inglorioso conflitto polacco-sovietico (1919 – 1921) il quale fu, peraltro, voluto e scatenato proprio da Piłsudski per espandere la Polonia ai danni della Russia in piena guerra civile. Alla fine degli anni ‘70, quando si trattava di boicottare la Repubblica popolare, la Polonia si riconvertì in baluardo del cattolicesimo conservatore. A proposito di questo, il giudizio della Polonia post-comunista sul periodo del Patto di Varsavia è decisamente autoassolutorio, proprio come si è visto a proposito della spartizione. Nel discorso politico polacco, la storia della Repubblica popolare è descritta riduttivamente come un’occupazione quarantennale ad opera dei Russi e di una minoranza di collaborazionisti, trascurando del tutto l’elemento del consenso. Naturalmente, con questo non si vuole assolvere i dirigenti polacchi dalle svariate crisi che il Paese ha attraversato a causa della loro incapacità. Basandosi sulla propria esperienza personale, Hobsbawn (2011) descrive efficacemente i dirigenti polacchi della stagione politica che precedette il colpo di stato del generale Jaruzelski come una casta che, abbandonato il marxismo per il pragmatismo, riteneva di conoscere ed effettuare sempre e comunque la scelta migliore per il popolo. Detto questo, l’identificazione della Polonia comunista con uno Stato di occupazione russa con la “scusa” dell’ideologia risente ancora una volta del mito della spartizione polacca e ha lo scopo di porre un’equazione tra Vladimir Putin, Josif Stalin e la zarina Caterina II.</p>
<p><em>3.4 La contraddizione tra i conservatori europei</em></p>
<p>Come si è detto, la politica estera polacca non cambia con il colore dei governi. Ecco perché, anche a fronte della critica del liberalismo europeo condotta dal governo attuale, clericale e conservatore, i pronostici di una Polexit si sono rivelati sbagliati (cfr. Galofaro 2021). Tuttavia, le direttrici della politica estera polacca entrano parzialmente in contraddizione con il progetto, coltivato da Giorgia Meloni, di sostituire il gruppo dei conservatori europei a quello dei socialdemocratici nell’alleanza coi popolari per guidare l’Europa. Per molti versi, la destra polacca, clericale e conservatrice, può porsi l’obiettivo di porre fine a una serie di imposizioni europee e di multe che essa denuncia come una violazione della propria sovranità. Non si tratta soltanto dei diritti LGBTQ, ma anche delle sanzioni per il modo in cui il governo ha assoggettato il potere giurisdizionale eliminando svariati contrappesi democratici costituzionali. Tuttavia, se l’asse Meloni – Von der Leyen dovesse finire per puntellare la pericolante egemonia tedesca sull’Europa, che la Polonia ha costantemente tentato di minare, il suo governo non potrà che mettersi di traverso. Questa è la lettura che si può dare della recente nella partita sui migranti, in cui Italia e Commissione europea sembravano aver trovato un accordo quadro, che ha incontrato la ferma opposizione di Varsavia nonostante il protagonismo di Giorgia Meloni e la sua visita al primo ministro Morawiecki.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Conclusioni</strong></p>
<p>Ricapitolo alcune caratteristiche della cultura polacca che ho presentato nel corso dell’articolo. La cultura Polacca si considera frontiera e baluardo dell’Europa. In quanto frontiera, nei secoli ha “scelto” il centro culturale rispetto al quale porsi come bastione: nel basso medioevo, si trattava della Germania dei Comuni medioevali; nel primo rinascimento, l’Italia; in età moderna, la Francia; oggi sceglie gli Stati Uniti d’America, in coerenza con la direttrice storica della sua politica estera, che cerca di affermare la propria esistenza impedendo una saldatura tra gli interessi germanici e quelli russi, visti come minaccia esterna. Tale politica si rende necessaria per affermare il diritto a esistere di una cultura che in passato era minacciata di assimilazione da parte di potenti vicini; tale lotta per l’esistenza è stata spesso travestita da missione storica, della quale la Polonia si sente investita: un buon esempio è il mito di Jan Sobieski, che accorse in aiuto dell’imperatore Leopoldo I contro le forze ottomane sconfiggendole nella Battaglia di Vienna (1683). In questa chiave la Polonia si propone oggi come leader dell’Europa centro-orientale, ammodernando formule geopolitiche ispirate al mito della Confederazione lituano-polacca, il grande stato che dominò l’Europa centro-orientale tra il XIII e il XVIII secolo. In questa chiave, nell’attuale conflitto tra Ucraina e Russia, la Polonia guida i Paesi russofobi della NATO anche con lo scopo di contendere l’egemonia tedesca sulla UE sotto un profilo politico-militare. Tale caratteristica della politica estera polacca è strutturale: non dipende cioè dall’attuale maggioranza clerico-conservatrice, al punto che essa entra per certi versi in contraddizione con il progetto dei conservatori europei, guidati da Giorgia Meloni, di sostituire i socialdemocratici nell’alleanza coi popolari alla guida dell’Unione europea: tale sostituzione ha un senso solo se ridimensiona – e non puntella – l’egemonia tedesca sulla UE. Come si è visto, le direttrici della politica estera polacca e le sue caratteristiche culturali pongono oggi il Paese di fronte a una grave incognita. Infatti, esse impongono il sacrificio del modello di sviluppo economico vincente, perseguito fin qui, alle esigenze di autoaffermazione politico-militare della Polonia come potenza regionale leader dell’Europa centro-orientale. Inoltre, impediscono di vedere le potenzialità che la Polonia potrebbe avere come porta d’oriente, terminale della Belt and Road Initiative cinese. Tale porta oggi è chiusa: la via della seta è stata dirottata verso altre rotte commerciali. Bisognerà vedere se la Polonia potrà resistere alla fine dello sviluppo economico, alle tensioni culturali derivanti dai tre milioni di rifugiati ucraini che ospita, all’impoverimento, e al dissanguamento determinato dal trascinarsi del conflitto russo-ucraino senza prospettive.</p>
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<h6>* Docente di semeiotica Università IULM di Milano; del Gruppo Questioni Internazionali e Relazioni internazionali del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”</h6>
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<h6>Riferimenti</h6>
<h6>Jakubowski, A., Komornicki, T., Kowalczyk, K. &amp; Miszczuk, A. 2020, “Poland as a hub of the Silk Road Economic Belt: is the narrative of opportunity supported by developments on the ground?”, Asia Europe Journal. 18, pp. 367-396. 10.1007/s10308-020-00571-6.</h6>
<h6>Galofaro, F. 2006, “Moda e cultura italiana in Polonia: prestiti semiotici” in Il logos nella Polis, Roma, Aracne.</h6>
<h6>-2021, “Polexit? Geopolitica del conflitto tra Polonia e UE”, Marx21, online, <a href="https://www.marx21.it/internazionale/polexit-geopolitica-del-conflitto-tra-polonia-e-ue/">https://www.marx21.it/internazionale/polexit-geopolitica-del-conflitto-tra-polonia-e-ue/</a></h6>
<h6>-2022, “Allargare la NATO a est? Lezioni dalla Polonia” Marx21, online,</h6>
<h6><a href="https://www.marx21.it/editoriali/allargare-la-nato-a-est-lezioni-dalla-polonia-editoriale/">https://www.marx21.it/editoriali/allargare-la-nato-a-est-lezioni-dalla-polonia-editoriale/</a></h6>
<h6>Gramsci, A., 1931-1932, “Quaderno 8 (XXVIII): Miscellanea e Appunti di filosofia”, in Quaderni dal carcere, Torino, Einaudi, 2014, edizione ePub.</h6>
<h6>Greimas, A. J. 2000, La mode en 1830, Paris, PUF.</h6>
<h6>Hobsbawn, E. 2011, Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo, Milano, Rizzoli. Lenin, V. I. 1974 Il risveglio dell’Asia, Roma, Editori Riuniti. Lotman, J. 2001, Tipologia della cultura, Milano, Bompiani.</h6>
<h6>Lukács, G. 1935, “Problemi di teoria del romanzo: Relazione letta da Gyórgy Lukács alla Sezione di letteratura dell’Istituto di filosofia dell’Accademia comunista”, in V. Strada (a cura), Problemi di teoria del romanzo, Torino, Einaudi, 1976, pp. 5 – 16.</h6>
<h6>Wandycz, P. 2001, Il prezzo della libertà. Storia dell’Europa centro-orientale dal Medioevo a oggi, Bologna, Il Mulino.</h6>
<p><em><strong>Cumpanis</strong></em></p>
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		<title>Lo strano caso della BCE: liquidità per la finanza, austerità per i popoli</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 12:05:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[Mario Draghi]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; All’interno del contesto europeo di generalizzata stagnazione, l’operato della BCE viene spesso caratterizzato come fortemente espansivo in termini di crescita. Stando alla vulgata giornalistica, Mario Draghi starebbe inondando di liquidità il sistema economico al fine di favorire la ripresa. Cerchiamo perciò di capire meglio cosa accade: come vedremo di seguito, la politica monetaria perseguita [...]]]></description>
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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/mario-draghi-ecb-823561.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5575" title="mario-draghi-ecb-823561" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/mario-draghi-ecb-823561-300x177.jpg" alt="" width="300" height="177" /></a></h1>
</header>
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<p>All’interno del contesto europeo di generalizzata stagnazione, l’operato della BCE viene spesso caratterizzato come fortemente espansivo in termini di crescita. <a href="https://www.huffingtonpost.it/2017/05/10/deputato-olandese-provoca-mario-draghi-eroe-di-paesi-ad-alto-d_a_22079386/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">Stando alla vulgata giornalistica</a>, Mario Draghi starebbe inondando di liquidità il sistema economico al fine di favorire la ripresa. Cerchiamo perciò di capire meglio cosa accade: come vedremo di seguito, la politica monetaria perseguita da Draghi non solo non è sufficiente a riattivare produzione e occupazione, ma è anche saldamente collocata al servizio della perpetuazione delle politiche di austerità.</p>
<p>Il 13 dicembre 2018, la Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato la fine del Quantitative Easing (QE) a partire da Gennaio 2019. Il QE è stato avviato a Marzo 2015 come politica monetaria non convenzionale allo scopo – almeno negli intenti – di rilanciare la crescita economica nell’euro area e permettere all’inflazione di raggiungere un valore vicino al 2%, <em>target</em> di riferimento della BCE. A tale scopo, la BCE espanse i propri bilanci aumentando la base monetaria attraverso un massiccio acquisto di titoli, per lo più pubblici nelle mani delle banche dell’Eurozona. Come si può osservare nella figura, a partire da marzo 2015 (linea rossa), l’offerta di moneta ha subito un brusco aumento passando da 1200 miliardi di euro nel marzo 2015 fino ad arrivare ad un valore di 3200 miliardi di euro nel gennaio 2019, ossia un aumento percentuale di circa il 166% in tutto il periodo osservato.</p>
<p><img src="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/bmon.png?w=700" alt="bmon" data-attachment-id="976" data-permalink="https://coniarerivolta.org/2019/03/22/lo-strano-caso-della-bce-liquidita-per-la-finanza-austerita-per-i-popoli/bmon/" data-orig-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/bmon.png?w=700" data-orig-size="1076,497" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="bmon" data-image-description="" data-medium-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/bmon.png?w=700?w=300" data-large-file="https://coniarerivolta.files.wordpress.com/2019/03/bmon.png?w=700?w=700" /></p>
<p><em>Base monetaria in milioni di euro. Fonte: BCE.</em></p>
<p>Negli <a href="https://www.ecb.europa.eu/explainers/show-me/html/app_infographic.en.html" rel="noopener noreferrer" target="_blank">intenti dichiarati</a> della BCE, un vigoroso aumento dell’offerta di moneta dovrebbe aumentare la disponibilità di risorse e i prezzi dei titoli nelle pancia delle banche e diminuire i tassi dell’interesse applicati dalle stesse sui prestiti a famiglie ed imprese. Secondo la BCE, i bassi tassi dell’interesse e l’alta disponibilità di liquidità dovevano spingere banche da un lato e famiglie e imprese dall’altro ad aumentare la quantità di moneta nell’economica tramite un aumento dei prestiti i quali a loro volta avrebbero stimolato i consumi e gli investimenti. Questa vigorosa spinta monetaria doveva condurre a maggiori livelli di occupazione e avvicinare l’inflazione realizzata all’obiettivo della BCE, ossia il 2%. Nella sostanza il procedimento di finanziamento dell’economia reale che la BCE si immagina segue questa catena di passaggi:</p>
<p>(i) bisogna permettere alla liquidità a disposizione delle banche di aumentare;</p>
<p>(ii) ciò favorisce una discesa dei tassi d’interesse;</p>
<p>(iii) questo stimola la richiesta dii prestiti da parte di famiglie e imprese;</p>
<p>(iv) di conseguenza, attività economica, occupazione e inflazione vengono rilanciate.</p>
<p>Analogamente, a partire da giugno 2014 e marzo 2016, la BCE ha lanciato un piano di finanziamento dell’economia reale tramite la prima e seconda serie di TLTRO (<em>T</em><em>argeted longer-term refinancing operations</em>). Si tratta di strumenti di finanziamento che hanno l’obiettivo di fornire alle banche prestiti a lungo termine (per un massimo di 4 anni) a tassi dell’interesse molto agevolati. In questo caso, a differenza del QE, la BCE non pretende la restituzione della liquidità concessa. Sia nella prima che nella seconda tornata di TLTRO, i volumi di finanziamento ottenibili dalla BCE dipendevano strettamente dal volume di prestiti forniti dalle banche a famiglie e imprese (da tale novero sono stati esclusi i prestiti per l’acquisto di abitazioni). Si è cercato, in pratica, di incentivare l’immissione di liquidità nell’economia reale. Consideriamo anche che le banche, in generale, fanno profitti perché prestano ai privati a un tasso maggiore rispetto a quello al quale si possono rifinanziare presso la BCE. Dato che i prestiti ai privati sono agevolati mediante sconti sui tassi ai quali le banche si rifinanziano presso la BCE, le banche europee sperimentano un aumento dei margini di profitto legati alla loro attività di prestito. Recentemente, il 7 marzo 2019, la BCE ha annunciato una terza serie di TLTRO che inizierà a settembre 2019 e finirà a marzo 2021. Queste operazioni saranno condotte a frequenza trimestrale e (molto probabilmente) si applicheranno le medesime condizioni sia sui tassi d’interesse che sulle modalità di prestito impiegate nella prima e seconda tornata di TLTRO. Come ammesso dalla BCE, la terza serie di TLTRO avrà dunque la caratteristica di mantenere in essere una serie di incentivi con lo scopo di stimolare l’economia reale favorendo la concessione di credito da parte delle banche a famiglie ed imprese.</p>
<p>Ora una domanda appare logica e necessaria. Perché, nonostante l’immensa iniezione di liquidità generata dal QE, le favorevoli condizioni di prestito fissate dalle BCE con le TLTRO e i bassi tassi dell’interesse, l’economia europea non saggia il tanto sperato boom economico? Per rispondere a queste domande ci focalizzeremo su alcuni punti fondamentali, e cercheremo di spiegare i motivi per cui il QE e le TLTRO non erano, non sono e mai saranno strumenti idonei a favorire la crescita economica e occupazionale di un Paese. Anzi, come anticipato, si tratta di uno strumento che rimette prepotentemente al centro della scena politico-economica la BCE, e la sue scelta di acquistare o meno titoli di Stato che condizionano ogni giorno le dinamiche dello spread, strumento di disciplina delle politiche fiscali attraverso la minaccia dei mercati.</p>
<p>1. Come anticipato, il QE è stato uno strumento di politica monetaria che ha inondato il sistema bancario di liquidità tramite un aumento dell’offerta di moneta senza precedenti. Tale strumento non ha tuttavia portato alcun giovamento alla crescita economica ed occupazionale, che, specialmente per i paesi periferici dell’Unione, risulta essere ancora stagnante e debole. Il ragionamento erroneo alla base del QE è quello di ritenere che facendo affluire liquidità alle banche questa si tramuti in prestiti che stimolano la produzione e l’occupazione. Nelle economie capitalistiche moderne avviene l’esatto contrario. In generale, le famiglie e le imprese richiedono al sistema bancario una certa quantità di moneta sotto forma di prestiti, e le banche concedendoli la creano. Così facendo vediamo che è la domanda di prestiti a determinare l’offerta di moneta del sistema bancario, e non il contrario come supposto dalla BCE. Tra gli economisti si è soliti descrivere la politica monetaria e l’inadeguatezza del meccanismo di aumento dell’offerta di moneta con la metafora acqua-cavallo: se la moneta fosse l’acqua e l’economia reale fosse il cavallo, <a href="https://coniarerivolta.org/2014/12/12/la-moneta-e-il-paradosso-europeo-e-vero-che-non-abbiamo-sete/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">il cavallo non beve non perché manca l’acqua ma perché non ha sete</a>.</p>
<p>Da qui scaturisce il secondo punto di riflessione della nostra analisi: comprendere cosa determina la sete del cavallo, cioè capire cosa influisce sulla domanda di prestiti di famiglie e imprese.</p>
<p>2. Come implicitamente osservato dalla BCE, la caduta dei tassi dell’interesse dovrebbe stimolare l’economia reale attraverso una maggiore domanda di credito. Se da una parte questo meccanismo può funzionare per il finanziamento dell’acquisto di abitazioni – il quale è stato escluso dal programma delle TLTRO – è facilmente dimostrabile che questo non funziona quando si vogliono stimolare gli investimenti, da finanziare tramite prestiti. Le imprese incrementano gli investimenti solo quando percepiscono maggiori opportunità di vendita dei beni e servizi prodotti, e non perché il costo del denaro e dei prestiti è basso. Immaginiamo per un momento di essere un padrone, per esempio un produttore di vanghe, e chiediamoci: “Perché dovrei aumentare il mio investimento in nuovi macchinari utili a produrre vanghe?”. È economicamente ragionevole aumentare l’investimento quando le aspettative di vendita di vanghe aumentano: installerò nuovi macchinari in modo da essere in grado di produrre più vanghe e quindi soddisfare la domanda proveniente dal mercato. Contrariamente, non aumenterò gli investimenti (ossia, gli acquisti di macchinari atti a produrre vanghe) quando diminuisco i tassi dell’interesse perché potrei non ricevere dal mercato una domanda di vanghe tale da farmi usare i nuovi macchinari ad un livello desiderabile. In altre parole, se investissi solo basandomi sui tassi dell’interesse (ossia il costo dell’investimento), potrei dover lasciare dei macchinari inutilizzati, i quali graverebbero come costi sui bilanci della mia impresa senza tuttavia apportarmi dei benefici in termini di vendita di vanghe, e quindi di ricavi e profitti.</p>
<p>Di conseguenza, solo una politica volta ad aumentare la domanda di beni e servizi può generare effetti positivi sull’economia, e di conseguenza sulla domanda di investimenti e prestiti. Specialmente nei periodi di profonda recessione e nei momenti storici caratterizzati da disoccupazione, solo uno stimolo basato sull’aumento della spesa pubblica risulta essere efficace. Di contro, come la storia ci testimonia, la politica monetaria ha pochissimi effetti sull’economia reale perché né i bassi tassi dell’interesse né tutta la moneta creata dalla banca centrale hanno stimolato la crescita economica e occupazionale. Tutt’al più tali misure influenzano i profitti del settore bancario tramite una riduzione dei costi di indebitamento, come nel caso delle TLTRO, oppure fornendo elevati volumi di liquidità che poi restano fermi nelle pance delle banche, come nel caso del QE.</p>
<p>Come se tutto ciò non bastasse, non bisogna mai dimenticare il fatto che l’uso degli strumenti illustrati è stato più volte messo al servizio dell’austerità mediante il sistema della ‘condizionalità’. In altre parole, la BCE può sempre intervenire, così come per aprirli, per chiudere i suoi rubinetti o per diminuirne il getto, quando gli Stati ne hanno più bisogno, sottoponendo la concessione di liquidità a precise indicazioni politiche di stampo liberista, a volte recapitate anche a mezzo di <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/testo-lettera-governo-italiano-091227.shtml?uuid=Aad8ZT8D" rel="noopener noreferrer" target="_blank">simpatiche letterine</a>. In questa cornice, il QE è stato anche un mezzo per condizionare la politica economica ed imporre l’austerità, sostanziandosi come uno strumento che ha aumentato le facoltà della BCE di lasciare i debiti pubblici dei singoli paesi in balìa dei mercati. Se paradigmatico in questo senso è <a href="https://coniarerivolta.org/2018/05/30/la-trappola-europea-dello-spread-il-problema-e-latterraggio/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">il caso greco</a>, un’ulteriore riprova ne è recentemente stata <a href="https://coniarerivolta.org/2018/06/08/luso-politico-dello-spread-come-la-bce-ha-messo-in-riga-litalia-parte-prima/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">la fase di formazione del governo italiano in carica</a>. Per concludere quindi, la millantata “eroica” politica monetaria dell’ineffabile Draghi non è solo economicamente inefficace, ma anche <a href="https://coniarerivolta.org/2019/02/02/la-curiosa-democrazia-di-draghi-voi-votate-i-mercati-decidono/" rel="noopener noreferrer" target="_blank">politicamente pericolosa</a>.</p>
<p><a href="https://coniarerivolta.org/author/coniarerivolta/" rel="author">coniarerivolta</a></p>
</div>
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		<title>L’euro come metodo di governo. Il ciclo di Frenkel, le ragioni degli squilibri dell’eurozona e la mezzogiornificazione delle periferie europee</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2014 14:56:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Bagnai]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Marino Badiale]]></category>
		<category><![CDATA[Monchietto Alessandro]]></category>
		<category><![CDATA[PIIGS]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Monchietto  1. Nella produzione di un ordine del discorso dominante, le notizie vengono selezionate, accorpate, differenziate: alcuni casi di cronaca vengono messi in risalto, altri lasciati in ombra o taciuti. Tutto si muove all’interno di una dinamica che sta a noi comprendere e districare, per non farci travolgere da un’ingiusta lettura del presente. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Alessandro Monchietto </strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong><strong>1</strong>. Nella produzione di un ordine del discorso dominante, le notizie vengono selezionate, accorpate, differenziate: alcuni casi di cronaca vengono messi in risalto, altri lasciati in ombra o taciuti. Tutto si muove all’interno di una dinamica che sta a noi comprendere e districare, per non farci travolgere da un’ingiusta lettura del presente.</p>
<dl class="article-info">
<dd class="createdby"><em></em></dd>
</dl>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è oggi nel mondo un discorso dominante, o che piuttosto si avvia a diventare dominante, relativo all’attuale crisi. Nella sostanza esso sostiene che l’odierna condizione di precarietà economica che caratterizza il continente europeo dipenda dai debiti pubblici, dalla loro quantità troppo elevata, dall&#8217;eccessivo rapporto fra debito e Pil.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema viene presentato come “crisi dei debiti sovrani”, in particolare di alcuni membri (i cosiddetti PIIGS) ordinariamente descritti come incapaci di controllare l&#8217;eccesso di spesa pubblica e la conseguente spirale debitoria; questo dato spaventerebbe gli investitori, determinando una diminuzione della fiducia del mercato azionario che – per questo motivo – comincerebbe a richiedere interessi sempre più alti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per &#8220;tranquillizzare i mercati&#8221; occorrerebbero dunque drastiche scelte che migliorino il bilancio pubblico: aumento delle tasse e riduzione delle uscite (<em>ergo</em> tagli alla spesa sociale), privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici, e una riforma del mercato del lavoro che introduca maggiore flessibilità, diminuzione delle tutele sindacali, facilità di licenziamento, in modo da favorire la riduzione del rischio d&#8217;impresa e l&#8217;aumento della produttività.</p>
<p style="text-align: justify;">La forza di questi ragionamenti sta nel senso di mortificazione che stimolano negli individui, e nello sfondo di “naturalezza” che danno a qualsiasi avvenimento negativo. In questo breve testo cercheremo di gettare luce su alcuni meccanismi del discorso dominante, nel tentativo di proporre un cambio di prospettiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2.</strong> Occorre innanzitutto mettere a fuoco cosa accade quando si riuniscono Paesi diversi in una unione monetaria. Questo tipo di analisi è stata egregiamente svolta da Roberto Frenkel e Martin Rapetti, due economisti argentini che hanno preso in esame vari episodi di crisi economico-finanziaria (dal Cile della fine degli anni ‘70, alla crisi asiatiche della seconda parte degli anni ‘90, sino alla crisi Argentina dell&#8217;inizio degli anni 2000), e ne hanno estratto uno schema comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Sostanzialmente la vicenda ha due protagonisti: un paese sviluppato (il “centro”), con una forte base finanziaria e industriale, e un paese, o un gruppo di paesi, relativamente arretrato (la “periferia”).</p>
<p style="text-align: justify;">Il centro “suggerisce” alla periferia la liberalizzazione dei movimenti di capitale e l’adozione di un tasso di cambio fisso. In tal modo ottiene due vantaggi: in periferia i tassi di interesse sono più alti che in patria<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn1">[1]</a>, e il centro può prestarle i propri capitali (i movimenti di capitali sono stati infatti liberalizzati) lucrando la differenza senza patire rischio di cambio (il cambio è fisso); inoltre, drogando coi propri capitali la crescita dei redditi della periferia, il centro si assicura un mercato di sbocco per i propri beni.</p>
<p style="text-align: justify;">Le economie periferiche perdono competitività rispetto a quelle del Centro, e questo si traduce in un peggioramento della bilancia commerciale: nella competizione con i paesi più forti, che presentano inflazione più bassa, gli Stati periferici vedono ridursi le esportazioni e aumentare le importazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La periferia si gonfia così come una bolla: l’accesso al credito facile fa salire l’inflazione, e se all’inizio ci si rivolgeva all’estero essenzialmente per comprare beni di lusso, col tempo i prodotti esteri diventano competitivi anche sulle fasce più basse, il <em>deficit </em>commerciale si approfondisce, e occorrono nuovi capitali esteri per finanziarlo. Questo fa sì che l&#8217;economia, nonostante la crescita, diventi più fragile.</p>
<p style="text-align: justify;">A un certo punto per un motivo <em>X</em> (ad esempio lo scoppio di una recessione) il centro comincia a dubitare della capacità della periferia di rimborsarlo: esige il pagamento di interessi più alti a copertura del rischio, lo <em>spread</em> decolla, e i paesi periferici vedono le proprie economie crollare e precipitare verso una spirale distruttiva da cui faticano sempre più a uscire<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/imagesiiii.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4294" title="imagesiiii" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/imagesiiii.jpg" alt="" width="241" height="209" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3.</strong> All&#8217;interno di un’unione monetaria ci sono infatti degli elementi che impediscono il normale riequilibrio delle situazioni di crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo un esempio pratico, per chiarire: immaginiamo che Italia e Germania abbiano le loro monete nazionali, e che in un dato momento il cambio lira-marco sia uno a uno (un marco per una lira). Immaginiamo poi che, pian piano, la Germania accresca la sua competitività e quindi le sue merci vengano richieste maggiormente. Assieme alle merci verranno richiesti anche i marchi per pagarle, e quindi aumenterà anche la domanda di moneta tedesca. La valuta è infatti una merce, e in quanto tale è sottoposta alla legge della domanda e dell&#8217;offerta: attraversi tale meccanismo si determinerà dunque un aggiustamento del cambio, cioè un apprezzamento del marco e/o una svalutazione della lira.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ora vediamo cosa accade all&#8217;interno dell&#8217;euro. Italia e Germania hanno la stessa moneta, e quindi il cambio è sempre uno a uno (un euro per un euro). Nonostante i divari di inflazione e di competitività, il cambio resta fisso, anche quando, in realtà, la moneta italiana dovrebbe perdere valore rispetto a quella tedesca. Se il rapporto di cambio corretto, dati gli sbilanci commerciali, sarebbe due a uno (due lire per un marco), allora restare nell&#8217;euro (mantenendo un rapporto di cambio uno a uno) significa frenare l&#8217;apprezzamento del marco, e mantenere la divisa tedesca al di sotto del valore che dovrebbe avere, aumentandone la competitività<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn3">[3]</a>. Questa – come vedremo – è la logica del “regime di accumulazione” sulla quale si basa l&#8217;UE.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4.</strong> Il discorso dell’attuale crisi – dominante nei media come nell’accademia – sembrerebbe suggerire la tesi secondo cui il successo della Germania sia essenzialmente dovuto alla sua “capacità di innovare”, che le permetterebbe di vincere la “sfida della globalizzazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">I dati tuttavia raccontano una storia diversa. Dal 1999 al 2007 la Germania ha avuto un <em>deficit </em>crescente verso i paesi emergenti e in particolare nei confronti dei BRIC (quello verso la Cina è ad esempio aumentato di circa 20 miliardi di dollari), mentre i 239 miliardi di aumento del <em>surplus</em> tedesco da inizio secolo sono spiegati per due terzi dagli scambi con i paesi europei<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;innovazione c&#8217;entra ben poco: queste dinamiche sono spiegate dalla competitività di prezzo. E la dinamica favorevole dei prezzi in Germania è dovuta soprattutto al fatto che – negli ultimi dieci anni – gli aumenti di produttività non sono finiti nelle tasche dei lavoratori. In sostanza il segreto della “locomotiva tedesca” è una politica di moderazione/deflazione salariale, per cui a produttività crescente corrispondono salari reali calanti<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è dunque un problema di paesi “virtuosi” contro paesi &#8220;”cattivi”, come i tutori dell’ordine simbolico cercano ideologicamente di contrabbandare. La Germania ha infatti realizzato politiche del lavoro che hanno tenuto relativamente bassa la propria inflazione<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn6">[6]</a>, e grazie a ciò è riuscita a impedire l&#8217;aumento dei propri prezzi, aumentando tuttavia a dismisura i problemi dei <em>partner </em>più deboli.</p>
<p style="text-align: justify;">La Germania ha pertanto immensamente squilibrato l’eurozona con la sua politica di depressione della domanda interna<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn7">[7]</a>. Di qui discende la necessità di una politica di compressione salariale in tutti i PIIGS: se non si copia quello che ha fatto la Germania, si continuano ad accumulare deficit commerciali, finanziati con afflussi di capitali (cioè con debiti), e si tratta di una situazione chiaramente insostenibile<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn8">[8]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5.</strong>Ha però senso accettare tali sacrifici? La nostra risposta è un secco NO.</p>
<p style="text-align: justify;">Una politica d&#8217;austerità e moderazione salariale generalizzata a tutta l&#8217;Europa farebbe cadere l&#8217;intero continente nella stagnazione, a causa dell&#8217;indebolimento della domanda. Se tutti paesi dell’eurozona adottassero le stesse politiche depressive, chi potrebbe infatti comprare le loro merci<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn9">[9]</a>?</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;austerità non appare più dunque come un passaggio necessario per superare la crisi, ma si palesa come un meccanismo mirato a scaricare i costi della crisi sui soggetti deboli, siano essi i ceti popolari europei (che si vedono privati di diritti conquistati decenni addietro e che mano a mano si avvezzano alla nuova realtà di impoverimento diffuso) o i “capitalismi deboli” dei PIIGS. L’indebolimento causato dalle politiche di austerità potrà infatti rivelarsi la premessa per una politica di acquisizioni da parte dei soggetti forti del continente.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è a proposito parlato di vera e propria «Mezzogiornificazione» europea<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn10">[10]</a>. Secondo questa ipotesi i PIIGS sono destinati a diventare zone depresse, così come avvenne paradigmaticamente al sud Italia nel corso del XIX e XX secolo: le leve di comando del capitale si concentreranno sempre più nelle aree centrali dell&#8217;unione, le periferie saranno colpite da fenomeni di desertificazione produttiva e migrazione di massa e le loro economie si conserveranno esclusivamente in funzione degli interessi e dei fini dei paesi forti del Nord.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/imagesdgff.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4289" title="imagesdgff" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/imagesdgff.jpg" alt="" width="220" height="216" /></a><strong>6.</strong> Queste osservazioni permettono di rispondere a una possibile obiezione: si potrebbe infatti pensare che la Germania – con l’imposizione delle sopracitate politiche di austerità – stia segando il ramo sul quale è seduta, poiché in tal modo starebbe inevitabilmente restringendo la capacità di assorbimento delle merci alemanne da parte dei propri mercati di sbocco.</p>
<p style="text-align: justify;">È tuttavia ragionevole ritenere che essa abbia intrapreso questo percorso proprio perché tali politiche di austerità renderanno sempre più facile la conquista economica dell&#8217;euro-periferia da parte dei paesi centrali. Queste dinamiche, certamente ben note ai ceti dirigenti tedeschi, probabilmente rappresentano uno degli elementi su cui essi contano: la possibilità di investire acquisendo imprese locali a costi di saldo potendo operare con lavoratori privati di tutele e diritti, al fine di ridurre l&#8217;intera periferia del continente a una specie di “Cina dell&#8217;Europa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7.1</strong> Cerchiamo ora di sintetizzare. Come si è visto, l&#8217;Ue è stata creata per imporre la massima apertura degli Stati alla libera circolazione di merci e capitali e per impedire ogni intervento statale che ostacoli la concorrenza e protegga le economie interne. È la decisione di aprire l&#8217;economia alla libera circolazione di merci, servizi e capitali che determina la necessità di regimi a cambi fissi, o ancor meglio di unioni monetarie. Senza di essi gli investimenti internazionali a medio-lungo termine sarebbero stati scoraggiati dal rischio di cambio<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn11">[11]</a>, fattore assai limitante e inviso ai propugnatori del principio ideologico della “libera circolazione”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7.2</strong> L&#8217;unione europea non è che una realtà giuridica nata da circa un paio di decenni grazie all&#8217;adesione di alcuni Stati a determinati trattati internazionali. Sono questi documenti specifici (dal trattato di Maastricht – il cui spirito costitutivo e costituzionale è chiaro: meno Stato, <em>ergo</em> più mercato – al recentissimo Fiscal Compact) a definire cosa è l&#8217;Ue.</p>
<p style="text-align: justify;">Le politiche antipopolari, neoliberiste e iper-capitalistiche sono pertanto iscritte nei trattati stessi che definiscono l&#8217;Unione europea. Questi aspetti non sono linee di politica economica scelte da una maggioranza politica, che possono quindi cambiare in base al diverso colore politico dei governi.</p>
<p style="text-align: justify;">Essi sono il fondamento stesso dei trattati che definiscono l&#8217;Ue, ne permeano ogni pagina, e rappresentano l&#8217;intima essenza dell&#8217;Unione, delle sue istituzioni, della sua ragion d&#8217;essere. Decidendo di entrare a far parte della Ue (o di non uscirne), è alla teoria politico-economica liberista che si aderisce. Non c&#8217;è infatti nessuna possibilità all&#8217;interno del suo quadro istituzionale – interamente intriso dell&#8217;ideologia liberista – di realizzare politiche di segno diverso<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7.3</strong> L&#8217;offerta di prestiti da parte di banche desiderose di collocare eccedenze finanziarie (risultato come visto dei <em>surplus</em> commerciali drogati dall&#8217;euro) ha indiscutibilmente favorito la “domanda” delle merci del centro. Banche che – consapevoli dell’esistenza di un rischio di insolvenza – hanno comunque indotto i cittadini e le imprese dei PIIGS a indebitarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono stati dunque i cittadini greci, spagnoli o portoghesi a vivere al di sopra dei propri mezzi. Sono state le banche tedesche a farlo. Non sono stati i cittadini greci, spagnoli, portoghesi o italiani a pensare che qualcuno avrebbe pagato per loro: sono state le banche tedesche a sapere che qualcuno avrebbe comunque pagato per loro.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/mvlp52.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4292" title="mvlp(5)" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/03/mvlp52-295x300.jpg" alt="" width="295" height="300" /></a><strong>7.4</strong> L&#8217;euro ha creato le condizioni di un afflusso di capitali che ha portato ad un forte indebitamento privato. Il fattore causale della crisi non è dunque la politica fiscale dello Stato, ma il peggioramento dei rapporti economici con l&#8217;estero<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn13">[13]</a>. Le misure di austerità non risolveranno pertanto nulla, dato che non determinano nessun miglioramento rispetto ai problemi strutturali dell&#8217;eurozona.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>8.</strong> La nostra tesi è che l&#8217;uscita dall&#8217;euro sia condizione <em>necessaria</em> per impostare politiche economiche di giustizia sociale e sostenibilità ecologica. Non intendiamo tuttavia asserire che essa sia condizione <em>sufficiente</em>: non vogliamo cioè sostenere che l&#8217;uscita dall&#8217;euro comporti, di per sé, una maggiore giustizia sociale o l&#8217;inversione delle tendenze distruttive che il capitalismo sta mostrando. Sosteniamo però che tali problemi sono impossibili da risolvere, ed anzi sono certamente destinati ad aggravarsi di continuo, se si rimane nell&#8217;euro<a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftn14">[14]</a>.</p>
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<hr size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref1">[1]</a> «Nella periferia normalmente i tassi di interesse sono più alti e questo per un dato fisiologico dell’economia, perché un’economia che è un po’ più arretrata, se vogliamo, offre delle importanti opportunità di investimento. Insomma, se in un’economia ci sono le autostrade, tutti i porti, tutte le strutture, le fabbriche, eccetera, e in un’altra ancora non ci sono, è chiaro che il capitale si dirigerà verso dove ancora non ci sono perché lì sarà più produttivo. Questo è un po’ la situazione così come te la racconterebbe un economista di estrema ortodossia» [A. Bagnai, <em>Ce lo chiede l’Europa. Intervista a Alberto Bagnai a cura di Claudio Messora</em>, <a href="http://www.byoblu.com/post/2012/07/06/alberto-bagnai-ce-lo-chiede-leuropa.aspx">http://www.byoblu.com/post/2012/07/06/alberto-bagnai-ce-lo-chiede-leuropa.aspx</a>].</p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref2">[2]</a> Cfr. a riguardo <a href="http://goofynomics.blogspot.it/2012/11/il-romanzo-di-centro-e-di-periferia.html">http://goofynomics.blogspot.it/2012/11/il-romanzo-di-centro-e-di-periferia.html</a>.</p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref3">[3]</a> «Da tutto ciò si evince che è la struttura dell&#8217;euro a rappresentare, essa sì, una svalutazione competitiva: la svalutazione competitiva della Germania contro i paesi più deboli di lei, contro i PIIGS e la Francia. […] la nostra proposta non è finalizzata a rilanciare le svalutazioni competitive, bensì a difendere il nostro paese dalla svalutazione competitiva operata dalla Germania grazie all&#8217;euro» [M.Badiale, F.Tringali, <em>La trappola dell&#8217;euro. La crisi, le cause, le conseguenze, la via d&#8217;uscita</em>, Asterios,Trieste 2012, p. 106].</p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref4">[4]</a> <a href="http://goofynomics.blogspot.it/2011/11/i-salvataggi-che-non-ci-salveranno.html">http://goofynomics.blogspot.it/2011/11/i-salvataggi-che-non-ci-salveranno.html</a></p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref5">[5]</a> In una cornice di coordinamento e collaborazione tra i paesi europei, la maggiore domanda a favore dei beni e del lavoro dell&#8217;industria tedesca avrebbe dovuto condurre a corrispondenti aumenti salariali. Questi si sarebbero trasferiti agli altri comparti che non hanno sperimentato rialzi di efficienza, determinando un&#8217;accelerazione delle dinamiche inflazionistiche rispetto a quelle dei <em>partner</em>: il rialzo delle retribuzioni, arrivato dal settore beneficiario del <em>boom</em> di produttività, sarebbe stato il motore del riequilibrio complessivo. Le cose, in Germania, sono andate in senso esattamente opposto. Il salario industriale, lungi dall&#8217;aumentare con la produttività, è bensì sceso: del 14,5 per cento in rapporto al valore del prodotto medio del lavoro tra il 2002 e il 2007. cfr. <a href="http://archivio.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1001966.html">http://archivio.lavoce.info/articoli/-europa/pagina1001966.html</a>; <a href="http://goofynomics.blogspot.it/2012/08/i-salari-reali-alamanni-sono-scesi-del-6.html">http://goofynomics.blogspot.it/2012/08/i-salari-reali-alamanni-sono-scesi-del-6.html</a>.</p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref6">[6]</a> Sul rapporto tra moneta, inflazione e conflitto sull’attribuzione delle risorse cfr. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hhwtFGuvmvs">http://www.youtube.com/watch?v=hhwtFGuvmvs</a></p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref7">[7]</a> Il punto decisivo non è il livello dei prezzi e dei salari, ma la loro variazione. I costi unitari della manodopera (ossia i salari rettificati in base alla produttività) sono aumentati del 35% nell&#8217;Europa meridionale, contro un aumento del 9% in Germania. Il nucleo si è alimentato così a spese della periferia, causandone il dissesto finanziario, e accumulando crediti esteri per oltre 1000 miliardi di dollari dal 1999 al 2009. Il problema di fondo del eurozona è pertanto quello della competizione interna, con la Germania e i paesi forti del Nord che accumulano <em>surplus</em> commerciali nei confronti di quelli del sud. Cfr. <a href="http://www.voxeu.org/article/should-we-believe-german-labour-market-miracle">http://www.voxeu.org/article/should-we-believe-german-labour-market-miracle</a> ; <a href="http://orizzonte48.blogspot.it/2012/12/per-chinon-guardasse-solo-google-e.html">http://orizzonte48.blogspot.it/2012/12/per-chinon-guardasse-solo-google-e.html</a> .</p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref8">[8]</a> La teoria delle aree valutari ottimali insegna che per evitare problemi, l&#8217;abbandono della flessibilità del cambio deve essere compensato introducendo altre flessibilità, come una maggiore mobilità dei fattori di produzione, una maggiore flessibilità dei salari e una maggiore diversificazione produttiva (che aiuta a superare difficoltà specifiche in un determinato settore). Occorre inoltre che i tassi di inflazione fra i paesi membri convergano, e se questo non si riesce ad ottenere diviene necessario progettare istituzioni per ovviare “a valle” a tali squilibri. Questo obiettivo si può raggiungere innanzitutto apportando un sistema di trasferimento di risorse dalle zone in espansione a quelle in recessione (<em>integrazione fiscale</em>) e inducendo a politiche espansive chi accumulato risorse tramite <em>surplus</em>, affinché agisca da locomotiva per il resto dell’unione (il cosiddetto <em>coordinamento delle politiche fiscali</em>). Non si può infatti essere in <em>surplus</em> se nessuno in <em>deficit</em>, e ai tagli nei paesi in <em>deficit </em>deve accompagnarsi un&#8217;espansione della domanda nei paesi in <em>surplus</em>. Su questi temi e sulla proposta avanzata da E. Brancaccio riguardo uno “standard retributivo europeo” per ridurre lo sbilanciamento tra paesi in <em>surplus</em> e paesi in <em>deficit</em> commerciale si veda <a href="http://csdle.lex.unict.it/archive/uploads/up_680855042.pdf">http://csdle.lex.unict.it/archive/uploads/up_680855042.pdf</a></p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref9">[9]</a> Una Europa &#8220;germanizzata&#8221; non potrebbe generare al proprio interno la domanda a sostegno della produzione, mentre – almeno nel medio termine – non ci si può aspettare che tale domanda provenga dall&#8217;esterno.</p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref10">[10]</a> Cfr. E. Brancaccio e M. Passarella, <em>L&#8217;austerità è di destra. E sta distruggendo l&#8217;Europa</em>, Il Saggiatore, Milano 2012, pp. 89 ss.; <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2012/11/30/dalla-crisi-della-moneta-unica-alla-critica-del-liberoscambismo-europeo-brevi-note-sulla-mmt/">http://www.emilianobrancaccio.it/2012/11/30/dalla-crisi-della-moneta-unica-alla-critica-del-liberoscambismo-europeo-brevi-note-sulla-mmt/</a></p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref11">[11]</a> Cfr. <a href="http://goofynomics.blogspot.it/2012/11/il-romanzo-di-centro-e-di-periferia.html">http://goofynomics.blogspot.it/2012/11/il-romanzo-di-centro-e-di-periferia.html</a> ; <a href="http://goofynomics.blogspot.it/2013/06/postfazione-europa-kaputt-di-am-rinaldi.html">http://goofynomics.blogspot.it/2013/06/postfazione-europa-kaputt-di-am-rinaldi.html</a></p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref12">[12]</a> «L&#8217;Ue è l&#8217;unione degli Stati europei definita dai trattati di Maastricht e di Lisbona, di cui il &#8220;fiscal compact&#8221; del 2012 è la naturale evoluzione. Chi vi aderisce accetta quella &#8220;Europa&#8221;. Pensare di aderire ad essa e contemporaneamente chiederne il rivolgimento sarebbe come aderire ad un&#8217;associazione di tiro con l&#8217;arco e poi chiedere di buttare via archi e frecce per dedicarsi agli scacchi. È ovvia l&#8217;insensatezza. Chi desidera giocare a scacchi farà bene a entrare in una associazione di scacchisti» [M.Badiale, F.Tringali, <em>La trappola dell&#8217;euro</em>, cit., p. 111].</p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref13">[13]</a> «Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi l&#8217;Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell&#8217;eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primi paesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l&#8217;inflazione» e l’indebitamento privato [cfr. <a href="http://goofynomics.blogspot.it/2011/11/luscita-delleuro-redux-la-realpolitik.html">http://goofynomics.blogspot.it/2011/11/luscita-delleuro-redux-la-realpolitik.html</a>].</p>
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<p><a title="" href="http://www.civg.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=305%3Al-euro-come-metodo-di-governo-il-ciclo-di-frenkel-le-ragioni-degli-squilibri-dell-eurozona-e-la-mezzogiornificazione-delle-periferie-europee&amp;catid=37%3Asulla-sovranita&amp;Itemid=300#_ftnref14">[14]</a> «L&#8217;approccio &#8220;neo-mercantilista&#8221; tedesco sfrutta la moneta unica e la maggiore competitività delle proprie industrie per rubare quote di mercato agli altri paesi, non è così diverso dalla politica inglese dell&#8217;ottocento, che sfruttando la superiorità della propria produzione meccanizzata, si faceva alfiere del libero scambio (che permetteva alle sue merci di arrivare dappertutto) e del &#8220;gold standard&#8221; (che assicurava stabilità ai cambi) perché in quelle condizioni essi rappresentavano dei vantaggi per l&#8217;industria inglese. Ma il predominio dell&#8217;industria inglese rendeva difficile lo sviluppo industriale di paesi ad essa legati. In questo modo il predominio economico britannico durante l&#8217;ottocento ha contribuito alla creazione di ciò che più tardi si è chiamato &#8220;Terzo Mondo&#8221;.  Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano adottato, per tutto o quasi l&#8217;ottocento, politiche di tipo protezionistico, proprio per proteggere la propria nascente industria dalla concorrenza inglese. Gli storici dell&#8217;economia hanno coniato, per la politica inglese ottocentesca nei confronti dei paesi sotto la propria influenza, ma non controllati politicamente in modo diretto, l&#8217;espressione &#8220;imperialismo del libero scambio» [M.Badiale, F.Tringali, <em>La trappola dell&#8217;euro</em>, cit., p. 53].</p>
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		<title>Governo Monti: l&#8217;ultimo atto della lenta agonia della politica sovrana. La tecnocrazia come esito inevitabile dell&#8217;Unione Europea.</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 23:43:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Che lo Stato capitalistico, fintanto che è capitalistico, sia nelle mani delle classi dominanti capitalistiche, è cosa ovvia e scontata. Che tale dominio sia assoluto, privo di mediazioni, spogliato di una dialettica politica ed etica conflittuale interna ad uno spazio più o meno sovrano, è cosa meno scontata. Da circa vent&#8217;anni anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/mario-monti-la-tecnocrazia-nata-dalla-cattiva-politica-11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2905" title="_mario-monti-la-tecnocrazia-nata-dalla-cattiva-politica-1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/mario-monti-la-tecnocrazia-nata-dalla-cattiva-politica-11-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a>di Lorenzo Dorato</p>
<p>Che lo Stato capitalistico, fintanto che è capitalistico, sia nelle mani delle classi dominanti capitalistiche, è cosa ovvia e scontata. Che tale dominio sia assoluto, privo di mediazioni, spogliato di una dialettica politica ed etica conflittuale interna ad uno spazio più o meno sovrano, è cosa meno scontata. Da circa vent&#8217;anni anche questo secondo passaggio sembra invece qualcosa di ovvio. I residui di dialettica politica e di decisione sovrana entro una cornice giuridica e sociale riconoscibile sono infatti saltati completamente suicidandosi nel vuoto (o meglio nel pieno apparentemente vuoto e invisibile) della sola ed esclusiva sovranità riconosciuta dei mercati. Il governo Monti che succede alla rovinosa caduta di Berlusconi è l&#8217;ennesima prova lampante di tutto questo.</p>
<p>Era il 1992, quando la classe politica italiana fu spazzata via da una serie di inchieste giudiziarie che sancirono la fine della prima repubblica e l&#8217;inizio della seconda. Era il 1992 quando l&#8217;Italia, con la scusa dell&#8217;instabilità politica e della speculazione internazionale contro la lira, fu presa in mano dal governo tecnico Amato per dare il via a quel mostruoso  e lungo ciclo di controriforme antisociali  e antinazionali che avrebbero sconvolto l&#8217;assetto produttivo, lavorativo, sociale e politico del paese. Era il 1992 quando l&#8217;Italia aderì al trattato di Maastricht. Pochi anni prima erano stati sanciti i cardini fondamentali dell&#8217;Europa neo-liberale. La liberalizzazione integrale dei movimenti di merci e di capitale portata a termine nel 1988 fu il primo vero passo che sancì la fine della sovranità della politica sui processi economici. Quando un paese decide di lasciare integralmente liberi i capitali e le merci di muoversi entro spazi che non sono spazi territoriali dotati di potere politico effettivo e rappresentativo (lo spazio “mondo” o lo spazio Europa), smette semplicemente di essere un&#8217;entità politica effettiva, poiché abdica totalmente alla propria libertà collettiva di incidere su processi su cui non ha alcun controllo (ancorché una libertà interna al modo di produzione capitalistico).</p>
<p>Il trattato di Maastricht sancito nel 1992, che diede origine all&#8217;Unione europea fu il secondo tassello della fine di fatto degli Stati nazionali periferici d&#8217;Europa (si badi bene: soltanto degli Stati nazionali periferici, in termini di rapporti di forza) in direzione di una <em>governance, </em>ovvero di una gestione tecnica e neutrale, in luogo di un governo politico e discrezionale dei processi economici. I limiti imposti al debito pubblico e al deficit di bilancio furono infatti un gravissimo restringimento della libertà politica degli Stati e dei loro spazi di manovra (limite invece sforato ampiamente da Francia e Germania negli anni 2000, senza conseguenze di sorta, riprova della struttura programmaticamente gerarchica dell&#8217;Unione europea)</p>
<p>Sempre al principio degli anni &#8217;90 assunse una crescente importanza la normativa comunitaria sulla concorrenza con l&#8217;imposizione di politiche di liberalizzazione di svariati settori del sistema economico (che indirettamente hanno significato anche politiche di privatizzazione di pezzi interi di economia pubblica). Anche in questo caso si è trattato di un&#8217;esplicita rinuncia alla libertà politica di guida dell&#8217;economia. Ed anche in questo caso un principio economico teoricamente discrezionale e soggetto fino ad allora alla sovranità politica (quale quello della concorrenza) è stato eletto a principio primo inviolabile e indipendente (alla stregua di una magistratura dei mercati).</p>
<p>Infine l&#8217;euro, una moneta senza Stato ad uso e consumo dei paesi in avanzo con l&#8217;estero (grazie a tassi di inflazione minori), stante l&#8217;impossibilità per i paesi in disavanzo di fare uso della svalutazione o della semplice flessibilità del tasso di cambio per riequilibrare la propria bilancia dei pagamenti.</p>
<p>Fine della politica fiscale ed economica, fine della politica industriale e in ultimo fine della politica monetaria. Questa la triade micidiale che ha decretato la morte dello Stato come organo di mediazione politica, di guida dello sviluppo economico e di elemento materiale e simbolico di dominio dei processo anonimi (in realtà ben forniti di nome e cognome) dei cosiddetti mercati finanziari. Ma lo Stato non è certo morto in quanto Stato in sé, lasciando spazio a presunti mercati liberi e sovrani autoregolantisi globali. Nulla di tutto ciò. Lo Stato si è semplicemente riconvertito in esecutore di direttive sulla base di una gerarchia di interessi capitalistici internazionali e intraeuropei che ha sancito chi e come doveva e poteva dettare legge. E così mentre Francia e Germania attuavano felicemente politiche industriali e fiscali sovrane in barba ai deliri europei sulla concorrenza, l&#8217;Italia, la Spagna, la Grecia, l&#8217;Irlanda e il Portogallo dovevano eseguire gli ordini dell&#8217;antitrust smantellando pezzi di industria nazionale di altissimo valore per favorire l&#8217;ingresso del capitale straniero o venivano bacchettati multati per aver sforato i fatidici parametri di Maastricht. Una guerra tra sub-dominanti forti (Germania in primis e in parte Francia) e sub-dominanti deboli (i cosiddetti PIIGS); e dietro le quinte la potenza pre-dominante statunitense a controllare la regia ed a dimostrare che, se si possiede l&#8217;arsenale militare più forte del mondo, un debito pubblico di spaventosa entità e sbilanciatissimo verso l&#8217;estero non provoca alcuna speculazione di sorta.</p>
<p>La cosiddetta crisi del debito greco, italiano e poi spagnolo e forse persino francese, altro non è che l&#8217;atto finale di questa guerra di dominio mascherata da democrazia sovranazionale e dal ritornello irritante della futura Europa politica. Una resa dei conti intercapitalistica che avviene, non a caso, in una fase di gravissima crisi del blocco economico europeo e nord-americano (con il capitalismo pre-dominante che opta per la carta della competizione per rapina e spoliazione di altri capitali, oltre che, ovviamente, tramite il prelievo diretto della ricchezza prodotta dal lavoro).</p>
<p>Non esiste alcun problema di debito pubblico in sé. Non esiste alcun problema di credibilità dei paesi circa i loro fondamentali. Non esiste, neanche, alcun mercato di investitori atomistici anonimi che basano le loro scelte sugli umori collettivi. Esiste, invece, il ricatto politico reso possibile dal doppio meccanismo della massima esposizione verso l&#8217;estero di molti paesi europei  (tra cui l&#8217;Italia) e dell&#8217;autocastrazione politica stante nell&#8217;impossibilità di adottare (entro il presente contesto istituzionale) misure di difesa contro gli attacchi speculativi.<br />
Il debito si configura così come una semplice arma di ricatto che con i fondamentali dell&#8217;economia non c&#8217;entra nulla. Un&#8217;arma usata a piacimento ed a fasi alterne per ottenere dai paesi tenuti per il collo ciò che altri paesi interpreti di interessi capitalistici ben precisi vogliono ed ordinano: misure di austerità, svendita del patrimonio pubblico, liberalizzazioni, aumento dell&#8217;età pensionabile, riforma del mercato del lavoro in senso liberale etc etc&#8230;ovvero, in ultima istanza la riduzione del paese ad uno stato di semi-colonia e di sotto-sviluppo, deindustrializzato e privato delle proprie imprese di punta, alla mercé del capitale straniero, fornitore di manodopera a basso costo e ricattabile e di domanda per le esportazioni.</p>
<p>Il blocco di potere berlusconiano e la coalizione Pdl-Lega per varie ragioni legate alla rappresentanza elettorale, alla difesa di interessi non sempre coincidenti con quelli del capitalismo europeo, aveva da tempo dato prova di inaffidabilità in politica estera e di lentezza in politica interna. Un governo ovviamente impopolare (come tutti quelli succedutisi in particolare dopo il 1992) servitore fedele del capitalismo più retrivo ed esecutore di riforme e leggi vergognose; ma pur sempre un governo politico, con la sua dialettica e complessità interna, costretto a rendere conto ai propri elettori delle scelte adottate e vincolato ad un sistema di rappresentanza (per quanto fluido nella sostanza reale). Di fronte agli attacchi speculativi contro l&#8217;Italia, esattamente come avvenuto in Grecia, il governo politico non ha voluto o potuto portare fino in fondo il programma di macelleria sociale proposto dai tecnocrati. Ha resistito, cedendo quasi su tutto, ma non su tutto, per qualche mese in un estenuante tira e molla osceno in cui stampa e giornali continuavano a gridare all&#8217;aumento del differenziale tra i tassi sui Buoni del Tesoro italiani e quelli tedeschi (il cosiddetto spread) come ad una forza imperscrutabile ed indiscutibile cui occorreva rispondere con mosse accondiscendenti. Ed infine ha ceduto il passo alla forma più diretta di governo dei poteri forti (tramite il solito giochino dei parlamentari venduti), mostrando come di questi tempi ogni tentativo di filtro politico (anche minimo e di qualunque colore e forma) tra tali interessi e la loro traduzione in norme esecutive, sia mal tollerato, fino ad essere persino esautorato con il tradimento, la forza e l&#8217;applicazione diretta della dittatura tecnocratica. Ma i governi tecnici non esistono e sono soltanto la forma ideologica “neutralistica” per indicare proprio i governi che saranno invece tra i più politici e decisionali (capaci di sconvolgere l&#8217;assetto di un paese) in senso ovviamente opposto a quelli che sono gli interessi popolari.</p>
<p>La speculazione sui debiti sovrani è la prova che siamo giunti ad un punto di non ritorno in cui le alternative sono soltanto due (e le vie di mezze sono destinate ad essere temporanee o fagocitate dalla loro irrealizzabilità): o accettare che il proprio paese possa essere annichilito da chi lo desidera e da chi ha interesse a farlo, perdendo ogni possibilità di reazione politica e abbracciando la fine della sovranità politica; oppure contestare alla radice i meccanismi che rendono possibile tutto questo, reclamando una fuoriuscita dalla prigione dell&#8217;Unione Europea, verosimilmente con sganciamenti dei diversi Stati, soluzione che ritengo infinitamente più realistica, oppure, meno verosimilmente con un cambiamento complessivo dell&#8217;Europa in quanto totalità.</p>
<p>Credere di poter salvare capra e cavoli (la sete dei mercati e la civiltà sociale minima in cui viviamo) è puramente illusorio e conduce allo stallo (lo stesso stallo che è costato la caduta al governo Berlusconi) o alla menzogna (la menzogna di Monti di voler imporre sacrifici con equità sociale, cosa assai curiosa dal momento che ciò che i mercati chiedono è esattamente l&#8217;ineguaglianza, il caos, la legge del più forte e il soccombere del più debole, altro che equità sociale!!).</p>
<p>Lo scenario politico interno merita davvero pochi commenti. Tutte le forze parlamentari, eccetto la Lega, si sono allineate senza pudore con le manovre condotte da Napolitano per favorire l&#8217;ascesa del tecnocrate Monti, già commissario europeo alla concorrenza, uomo di Goldman Sachs e membro del gruppo Bildeberg e della Trilaterale (tink tank neo-liberali di primissima linea). Il Pd e il Terzo Polo sono in prima linea per sostenere il carattere di governo senza scadenza che dovrà avere l&#8217;esecutivo Monti, esaltato preventivamente per le proprie virtù; l&#8217;Idv dopo primi tentennamenti cade nel grottesco invocando persino un governo di soli tecnici senza politici (temendo lo spettro del retropotere berlusconiano); Vendola, come c&#8217;era da attendersi, segue la linea e dichiara aperture a quello che chiama sibillinamente “governo di scopo”  accettando in toto il terreno per cui la priorità assoluta è la tranquillizzazione dei mercati finanziari e dei partner europei; il Pdl infine, pur entro alcune contraddizioni politiche interne e spaccature anche molto forti, ha anch&#8217;esso accettato la linea. Tutte le forze dell&#8217;arco parlamentare si schierano così a fianco dell&#8217;inevitabile destino cui ci condanna la speculazione.</p>
<p>Se vi è un aspetto positivo nell&#8217;uscita di scena di Berlusconi, l&#8217;unico forse in questo contesto, è la fine di ogni scusante emotiva per tutti coloro che negli ultimi 17 anni di vita politica italiana si sono rifugiati dietro le sconcezze e gli eccessi del cavaliere per nascondere la loro incapacità o pigrizia di analizzare seriamente il carattere sostanziale delle forze politiche protagoniste della politica nazionale. Adesso il gioco potrebbe finire e tutti quanti saranno chiamati a schierarsi senza equivoci da una parte o dall&#8217;altra. Con il governo Monti-BCE e con le esigenze dei mercati finanziari, della UE e del capitalismo più opprimente e rapace; oppure contro questo conglomerato di forze in nome di un recupero della sovranità politica nazionale precondizione materiale per una pratica politica di difesa dei diritti sociali, dei beni pubblici, dei diritti del lavoro: in breve, degli stessi cardini della civiltà sociale che hanno conosciuto i nostri padri. Per difenderli e per rilanciarli rinnovati e potenziati in un orizzonte coerente di superamento del capitalismo.</p>
<p>Anche soltanto per iniziare a pensare in questi termini difensivi e poi trasformativi  è imprenscindibile, ora più che mai, una critica radicale dei meccanismi perversi che stanno a fondamento dell&#8217;Unione europea. Una critica che diventi proposta politica con l&#8217;opportuno studio concreto delle possibili vie d&#8217;uscita realistiche: uscita dall&#8217;euro e dall&#8217;UE e relazione tra le due cose; ripudio del debito selettivamente dopo il recupero della sovranità sui movimenti di capitale e di merci; possibilità intermedie etc, etc..: tutti temi meritevoli di essere studiati con dedizione per uscire dalla gabbia psicologica che per un ventennio ha reso le forze politiche sulla carta anticapitalistiche del tutto succubi del processo di integrazione neo-liberale europea, il processo più capitalistico che la storia occidentale abbia mai conosciuto dal dopoguerra ad oggi.</p>
<p>C&#8217;è da attendersi a questo punto un triplice attacco pesantissimo: da un lato l&#8217;accelerazione di misure anti-popolari sul lavoro e sulle pensioni (licenziamenti sempre più facili e eliminazione delle pensioni di anzianità); contestualmente l&#8217;atto conclusivo di svendita del patrimonio pubblico, da quello immobiliare a quello (ben più importante) imprenditoriale e sociale con in prima testa le tre aziende strategiche parzialmente pubbliche ENI, Finmeccanica ed ENI, ed a seguire le municipalizzate e i servizi sociali. Una storia, quella delle privatizzazioni, iniziata anch&#8217;essa nell&#8217;ormai lontano 1992 e condotta alacremente dai governi di centro-sinistra (in massima parte) e di centro-destra (in maniera più contenuta e con un deciso rallentamento dei ritmi di svendita); infine vi sarà un&#8217;ulteriore spinta verso le liberalizzazioni dei numerosi settori del sistema produttivo e dei servizi ancora protetti e vincolati, con l&#8217;obiettivo di permettere l&#8217;ingresso del grande capitale straniero in grado di soppiantare e mandare in rovina piccole imprese nazionali e annicchilire e precarizzare larghe fette di lavoro autonomo.</p>
<p>Una dura opposizione (per forza di cose esterna al parlamento, al momento blindato) al neo-nato governo Monti da parte di tutte quelle forze che si riconoscono nella critica del disegno politico scellerato di cui si sono sunteggiati gli aspetti principali, sarebbe il primo passo per iniziare a contarsi e a procedere verso forme di aggregazione politica dotate di una minima forza sociale.</p>
<p>L&#8217;occasione per un rimescolamento delle carte e una definizione più netta delle distinzioni sostanziali (oltre i consueti formalismi puramente identitari) è più che mai alla portata di mano. L&#8217;obiettivo non può che essere la costruzione di una forza politica capace di sfidare anche elettoralmente al prossimo appuntamento il blocco di potere omogeneo attualmente presente nel parlamento italiano.</p>
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		<title>Nord Africa, Europa e immigrazione</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 19:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Roman</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
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		<description><![CDATA[di Franco Romanò (Dal CORRIERE DELLA SERA  del 3 aprile) “ La Tunisia ha fatto fronte all’afflusso di oltre 150 mila profughi in arrivo dalla Libia, accolti malgrado la difficile situazione del Paese”. Sottinteso: perché non può farlo anche l’Italia?” Già, una domanda bruciante che merita di essere presa sul serio  dopo più di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/immigrazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2462" title="immigrazione" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/immigrazione-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Franco Romanò</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">(Dal CORRIERE DELLA SERA  del 3 aprile)</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>“ La Tunisia ha fatto fronte all’afflusso di oltre 150 mila profughi in arrivo dalla Libia, accolti malgrado la difficile situazione del Paese”. Sottinteso: perché non può farlo anche l’Italia?”</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Già, una domanda bruciante che merita di essere presa sul serio  dopo più di una settimana di guerra libica che sta provocando una serie di effetti a catena ( ma qualcuno ci aveva pensato davvero prima di scatenare il contro-inferno che reagisce all’inferno gheddafiano?). E’ così difficile riconoscere negli sbarchi a Lampedusa  l’inizio di una onda lunga che non può essere fermata con respingimenti speciali. Altro che fora di ball..</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Stanno per saltare le distinzioni semplici tra profughi, rifugiati e clandestini e tutti gli strumenti tipo CIE si rivelano ancor più drammaticamente inadeguati di un tempo, come si fa a essere così stupidi da pensare a tendopoli e accampamenti? </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Idealismo? Estremismo? Ma perché non prendere in serissima considerazione DA SUBITO  strutture come le caserme vuote, le chiese, i centri di accoglienza, perfino gli stadi e i musei al limite? Non è una boutade o una provocazione, 100 caserme. 100 parrocchie, 100  Comuni, tanto più che – come insegna la stessa Toscana di questi ultimi giorni come sia possibile distribuire il contingente degli stranieri in piccoli gruppi anziché allestire tendopoli o concentrare tutti in un unico luogo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il testo dice cose ovvie e di buon senso e l’11 aprile scorso, un altro articolo di Giulio Sapelli ritorna molto lucidamente sull’argomento. Nel mezzo fra questi due articoli, si collocano le riflessioni di Tarek Alì, di Essam Hamalawi e di Rossana Rossanda sul Manifesto, l’intervista a Noam Chomsky sullo stesso quotidiano e il 12 aprile un altro intervento di Mazzadra sui rapporti fra Italia ed Europa. Ci sono stati altri interventi successivi a quelli che ho citato, ma penso che siano sufficienti questi per avviare un ragionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Partiamo dal Governo tunisino. Esso in una prima fase, ha messo il dito nella piaga in un duplice senso: prima smentendo Frattini sul fatto che esistesse un accordo fra Italia e Tunisia e costringendo il suddetto ad ammettere che in effetti si trattava di un accordo verbale (deliziosa frase che dovrebbe da sola causarne l’immediata rimozione). Che un accordo poi si sia raggiunto, fra Italia, Francia e Tunisia (e che razza di accordo!), non fa venir meno la figuraccia e anche l’arroganza di averlo millantato quando non c’era, forse sperando nell’acquiescenza tunisina, che invece non ha abbozzato.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda ragione, però, è quella sostanziale: come può un paese ricco come l’Italia, che è pur sempre la settima potenza industriale (basta con il vittimismo), lamentarsi per l’arrivo di alcune migliaia di profughi, molti di quali poi se ne vogliono andare altrove?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta a questa domanda è assai complessa perché chiama in causa l’Europa, non nel senso dei piagnucolii anti europei di Maroni ma nel senso che l’Europa, una volta di più, ha rivelato e fin dall’inizio, tutta la sua impotenza e inesistenza, raggiungendo un punto assai prossimo al non ritorno; parlo solo da un punto di vista politico, perché sullo sfondo ci sono poi tutte le questioni che riguardano la tenuta dell’euro, l’elezione del futuro governatore della BCE e tutta un’altra serie di scadenze economiche sia a livello europeo, sia statunitense che rischiano di dare ulteriori picconate al disastrato edificio dall’Unione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Partiamo dal piccolo per arrivare al grande. Il primo errore che compie tutto, o quasi,  lo schieramento politico italiano parlamentare, e in parte anche non, è l’insistenza sulla parola ‘emergenza’.</p>
<p>Alle argomentazioni razziste della Lega, e a Berlusconi che parla di tsunami umano, si sarebbe almeno dovuto rispondere che in Italia ogni anno entrano per vie legali molte migliaia di migranti in più dei 27.000 su cui si sta facendo questa pressione mediatica per pure questioni propagandistiche. In secondo luogo si potrebbe dire che tali migranti vengono per essere assunti molto spesso nelle “fabbrichette” degli imprenditori del Nord, oppure nelle campagne mantovane (molti indiani di religione sik, per esempio), molti di quali leghisti, che se ne servono per tenere bassi i salari  precario il lavoro, oppure degli agrari del Sud che li fanno lavorare in condizioni schiaviste nelle campagne calabresi e pugliesi. Questi argomenti non vengono usati per una ragione molto semplice: che il cretinismo elettorale della sinistra è arrivato a tal punto che tutto ciò che esiste al di fuori del mercato del voto, non conta nulla, salvo poi emettere peana buonisti sugli immigrati che sono esseri umani, che vanno accolti ecc. ecc. ecc. . Tutto questo impedisce a questo ceto politico persino di allargare le contraddizioni dell’avversario. In questo momento la Lega Nord è in difficoltà con il suo elettorato perché, come tutti coloro che seminano vento, sta raccogliendo tempesta, nel senso che a un elettorato così persino i permessi temporanei di soggiorno sembrano troppo: quello che la Lega chiede e che fra un po’ farà di suo, sarà di sparare direttamente sugli immigrati!</p>
<p>Il primo modo di accoglierli, da parte di una forza di sinistra (tanto più se addirittura pretende di essere comunista), sarebbe quello di aiutarli a respingere le condizioni che sono costretti a subire, facendo così emergere il peso reale del loro contributo al PIL, sommerso come quello del lavoro domestico e di cura (spesso nel caso dei migranti le due cose sono connesse); questo significa avviare un ciclo di lotte sociali e non di manifestazioni shopping del sabato pomeriggio, o di chiamate alla piazza sulla scorta delle azioni della magistratura; ma anche creare forme di solidarietà e di comunità che fanno parte della storia e della tradizione del movimento operaio.</p>
<p>LEGA, ITALIA, EUROPA.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>La risposta dell’Europa alle richieste italiane è ovvia e dovuta, visto che i nostri ministri non conoscono nemmeno le leggi e i regolamenti, oppure che fingono di ignorarli perché agiscono solo per ragioni di propaganda. Il governo italiano ha sbagliato tutto o ha voluto sbagliare tutto (tornerò su questo) e non poteva che avere questa risposta: la Germania accolse 250.000 profughi fra polacchi ed ex Jugoslavi, dopo la caduta del muro di Berlino, senza chiedere nulla a nessuno, la Francia è la nazione con il più altro numero di cittadini di religione islamica in Europa: ha molti problemi ma non fa piagnistei, magari reprime e non va bene, ma i piagnistei sono anche peggio.</p>
<p>Tutta la politica italiana su immigrazione, federalismo fiscale e altro, è ostaggio della Lega nord e del suo anti europeismo ideologico e sostanzialmente inconcludente sul piano effettivo, ma pericoloso perché sollecita sempre più l’attitudine sovversiva dei ceti più retrivi della società settentrionale, con pericolose ricadute anche sulla tenuta unitaria del paese. Ora Maroni cerca di fare marcia indietro accreditando la fine dell’emergenza, ma questo non fa che sottolineare una seconda volta, l’errore di analisi che sottostà all’uso di tale termine. La bassezza di questa politica che cerca di nascondere i problemi veri dell’unità europea, rispetto allo scenario nordafricano e oltre, non incontra nessuna vera proposta e risposta alternativa se non prese posizioni del tutto formali.</p>
<p>Giulio Sapelli, questi temi li affronta con grande lucidità analitica nell’articolo dell’11 aprile scorso. Scrive infatti:</p>
<p>“…è l’intera idea di Europa che si infrange sui flutti del Mediterraneo,…incagliata nell’incapacità culturale e quindi economica di consentire la circolazione delle persone… Ho già ricordato sul Corriere che il dramma libico altro non è che la punta di un processo che si dipana a partire dal cuore stesso dell’Africa sub sahariana, come dimostra lo stesso intervento francese e inglese in Libia, che ha come fine il controllo delle risorse della Costa d’Avorio, del Gabon e della Nigeria e poi inevitabilmente dell’ex Congo Belga. Il disegno neo imperiale francese e inglese ha di mira la difesa degli interessi occidentali a fronte del tentativo di dominio cinese dell’Africa, secondo una strategia che è diversa da quella europea. In cambio delle risorse naturali che estrae, l’Impero di Mezzo lascia infrastrutture di ogni genere… a differenza del modello francese che spartisce con i capi tribali locali le risorse. …Ma tutto ciò provoca immensi spostamenti di forza lavoro e crea un esercito industriale di riserva… Nel bel mezzo della guerra le navi cinesi incrociano nel mediterraneo per evacuare 36.000 cinesi che lavorano in Libia…  lo hanno fatto in una settimana… oggi sono i tunisini a ospitare 125.000 libici, ivi rifugiatisi per sfuggire alla guerra…. Credere che tutto questo immenso processo possa essere ostacolato, compresso, deviato solo sulla base di …interessi nazionali è illusorio….. Solo un patto fra Europa e Africa …potrà lentamente creare un ordine… Un compito difficile e immenso…. Se non faremo così la democrazia diventerà incompatibile con lo sviluppo sociale ed economico e lo spettro della dittatura si affaccerà anche in Europa…. Nessuno è un’isola: la campana suona per tutti.”</p>
<h1 style="text-align: justify;"><em> </em></h1>
<p>Sapelli non avrebbe potuto scrivere meglio; la cosa interessante da notare è che questo articolo è comparso sul Corriere della Sera. Le sue argomentazioni toccano due diversi problemi. Il secondo, riguardante l’immigrazione è il più importante e per questo lo lascio per ultimo: prima alcune note sulle sue osservazioni di geopolitica, che sono molto consonanti con quelle di Noam Chomsky rilasciate al Manifesto. Riporto poche cose perché il titolo stesso è più che sufficiente: il filosofo e linguista statunitense parla di “intervento neo imperiale” e afferma in un passaggio che il “controllo delle risorse petrolifere dell’area rimane il primo obiettivo delle potenze occidentali.” Sono espressioni analoghe a quelle di Sapelli. La differenza è che Chomsky, puntigliosamente indica tutte le violazioni della risoluzione Onu 1973, da parte della triplice alleanza.</p>
<p>Un’ultima notazione che riguarda una toccante intervista di ieri 14 aprile a Radio Popolare da parte di un eritreo scampato all’annegamento con altri diciannove fortunati compagni: sul barcone affondato erano in 72. A un certo punto l’intervistatore chiede come mai nessuno li abbia visti, dato che la deriva del barcone rimasto senza benzina è durata parecchi ore. Cito a memoria la risposta dell’eritreo: certo che ci hanno visto, molte navi, navi militari, erano navi della Nato, ma hanno fatto finta di non vederci. Ma toh, guarda! Ma la Nato non è lì per proteggere la popolazione civile?</p>
<p>Tutti sembrano capire molto bene cosa stia accadendo in Libia e non solo: tranne Rossanda Rossanda, Pietro Ingrao e altri.</p>
<p>L’argomentazione forte e inoppugnabile di Sapelli è tuttavia un’altra: che i flussi migratori non sono affatto un’emergenza, ma il connotato di un’epoca che è iniziata ventitre anni fa con la caduta del muro di Berlino e che ci accompagnerà per un lungo periodo. Gli immensi spostamenti di mano d’opera e la creazione incessante di eserciti di riserva saranno nei prossimi anni uno degli effetti congiunti di rivolte popolari più o meno radicate e più o meno spontanee a seconda dei casi e delle risposte prevedibilmente di guerra che aumenteranno a loro volta il numero di profughi. Tali flussi sono inarrestabili, non lo saranno neppure con le cannonate perché chi si muove non ha nulla da perdere, ha l’energia della sopravvivenza e la forza dei popoli giovani.</p>
<p>Rispetto a questo dato, la politica europea è semplicemente inesistente, le differenze fra un paese e l’altro sono di tono ma non di sostanza, tutte fondate sul piccolo cabotaggio il corto respiro.</p>
<p>Quello che propone Sapelli, pur nella sua genericità, è ciò che ci vorrebbe, ma ovviamente Sapelli non porta il discorso fino alle conseguenze necessarie. Perché esista un patto fra Europa e continente africano, bisognerebbe prima di tutto che l’Europa non fosse quello che invece è: un’unione monetaria e basta e per di più sempre più a rischio.</p>
<p>L’Europa è veramente a un bivio e ci sono molti segnali di scollamento. La stessa politica neo imperiale franco-inglese  il parallelo disimpegno della Germania un po’ su tutti i fronti, potrebbero essere segnali di distacco, una politica delle mani libere che prelude a cambiamenti radicali: a questo punto è l’economia a entrare in gioco e su questo non occorrerà attendere molto per capire alcune intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Franco Romanò.</p>
<p style="text-align: justify;">Ps. Anche se non in tema con quanto detto in precedenza, non posso fare a meno di commentare le pirotecniche dichiarazioni del tristissimo (da sempre) ed esimio professor Alberto Asor Rosa, che invita il Presidente della Repubblica &#8211; chi altri se non lui &#8211; a intraprendere un’iniziativa istituzionale forte per salvare la democrazia e la costituzione, in accordo nientemeno che con l’arma dei carabinieri. Certo che ad Asor Rosa va riconosciuto un merito: credo che sia la prima volta che una richiesta di colpo di stato venga formulata come petizione via stampa, così come se si trattasse di una proposta qualunque. Il suo ragionamento, però, è ancora più sottile e stupefacente: dal momento che non si riesce a cacciare Berlusconi dal basso perché non provarci dall’alto? Accidenti, ma è l’uovo di Colombo, come è potuto accadere che nessuno ci abbia pensato prima! Di certo Asor Rosa non può essere accusato di mancare di <em>esprit de gèometrie</em>!</p>
<p style="text-align: justify;">In questa brutta e tragicomica deriva di una intellighentia di sinistra senza testa, prima che senza idee, è ancor più avvilente che tutto questo sia comparso sul Manifesto e ancora più grottesche sono le prese di distanza del direttore di Repubblica, giornale che ha probabilmente sponsorizzato cautamente la trovata, anche per saggiare il terreno senza comparire direttamente. Un solo dubbio: nipotini di Stalin o dei fratelli De Rege?</p>
<h1><em> </em></h1>
<p><em> </em></p>
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		<title>La celebrazione dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e l&#8217;attualità della questione nazionale</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 20:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Dorato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lorenzo Dorato Riflessioni oltre la retorica pseudo-risorgimentalista, gli scissionismi leghisti e il nichilismo nazionale. Da alcuni giorni ai lati di molte strade di Roma, appese ai muri dei palazzi, sventolano bandiere tricolori italiane. Si avvicina il 17 Marzo (domani), la contestatissima data infine stabilita come festa nazionale una tantum per celebrare il 150esimo anniversario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/briganti1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2241" title="briganti" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/briganti1.jpg" alt="" width="150" height="200" /></a></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/tricolore-attuale2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2245" title="tricolore-attuale" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/03/tricolore-attuale2.jpg" alt="" width="240" height="204" /></a></p>
<p>di Lorenzo Dorato</p>
<p><strong><em>Riflessioni oltre la retorica pseudo-risorgimentalista, gli scissionismi leghisti e il nichilismo nazionale.</em></strong></p>
<p>Da alcuni giorni ai lati di molte strade di Roma, appese ai muri dei palazzi, sventolano bandiere tricolori italiane. Si avvicina il 17 Marzo (domani), la contestatissima data infine stabilita come festa nazionale una tantum per celebrare il 150esimo anniversario della proclamazione del Regno d&#8217;Italia avvenuta il 17 Marzo del 1861 a seguito dell&#8217;annessione da parte dello Stato Piemontese di gran parte dei territori della penisola.</p>
<p>E&#8217; davvero difficile festeggiare questa data, darle un valore reale e una forza simbolica positiva e unificante per due ragioni: la prima è che si tratta effettivamente di un richiamo immediato all&#8217;unità nazionale per come storicamente si è determinata, ovvero, contro le stesse attese e speranze dei patrioti del tempo, attraverso una sostanziale operazione di tipo colonialistico di uno Stato a danno di un altro Stato, dello Stato sabaudo a danno, in primis, del Regno delle due Sicilie.</p>
<p>La seconda ragione per cui è difficile estrarre valore e forza simbolica dalla festa è il suo essere stretta in modo angusto tra, da una parte, le apologie risorgimentaliste patriottarde (nelle versioni di destra e di sinistra), spesso provenienti per giunta da chi questa patria l&#8217;ha svenduta, vilipesa e umiliata per seguire le direttive capitalistiche imperiali che ne hanno voluto lo smantellamento e la distruzione del sistema socio-economico;  dall&#8217;altra i venti scissionisti e anti-nazionali leghisti e insieme i federalismi tanto alla moda non solo in casa Lega, ma in tutto l&#8217;arco parlamentare (basti vedere chi votò il federalismo fiscale alla sua prima approvazione alla camera).</p>
<p>Per queste ragioni la festa del 17 Marzo è una festa difficile che a prima vista potrebbe spingerci a metterla da parte per non finire vittime dello scontro in apparente opposizione complementare tra risorgimentalisti e-o psuedo nazionalisti  e leghisti antinazionali. Tuttavia se non si vuole cadere in un atteggiamento indifferentista, in una sorta di &#8220;nichilismo nazionale&#8221;  (troppo spesso fatto proprio da una certa sinistra), magari con la scusa che la Patria è un concetto di &#8220;destra&#8221; centrale soprattutto nella simbologia fascista e che è stato da sempre utilizzato (cosa verissima fra l&#8217;altro) per favorire il divide et impera degli oppressi nazionalizzando le masse, bisogna in qualche misura provare ad entrare nel merito della questione, per non lasciarla al solo dominio di chi ne fa uno strumento di diversione politica.</p>
<p>E per farlo bisogna separare i piani del discorso per poi riunirli. Da un lato vi è il problema della ricostruzione storica della vicenda unitaria italiana; dall&#8217;altro vi è il problema della questione nazionale oggi intesa in senso generale anche in un paese imperialista o sub-imperialista qual è la nostra Italia.</p>
<p>Per ciò che riguarda il primo piano, va detto che negli ultimi anni, in parte sotto la spinta iniziale della retorica leghista, anche nel mezzogiorno d&#8217;Italia si sono moltiplicate le voci e i movimenti politici e culturali che mettono in discussione la storia ufficiale dell&#8217;unificazione nazionale, quella che si studia sui libri di scuola e che presenta l&#8217;Unità come un processo di liberazione delle terre italiane oppresse da regni autocratici e arretrati, ascrivendola quindi senza appello tra le pagine del cosiddetto progresso della storia. Il fatto che qualcuno metta in discussione questa versione mendace é di per sé un gran passo in avanti verso una seria ricostruzione della storia nazionale. Purtroppo, però, spesso e volentieri, tali voci dissidenti anziché servire ad una rifondazione simbolica seria del concetto d&#8217;Italia in senso unificante e solidale, hanno la funzione negativa di soffiare sul fuoco già divampante dei separatismi (non tanto effettivi, quanto simbolici) e soprattutto dei federalismi economici (vero asso nella manica della strategia di dominio capitalistico). Sarebbe però del tutto errato liquidare i revisionismi come semplicemente pericolosi, per il fatto (ahimé evidente) che essi vengono facilmente strumentalizzati per avviare la distruzione simbolica e poi materiale del paese.</p>
<p>Non vi è altra alternativa che stare alla verità storica e partire da lì per opporsi alle derive disgregatici in atto e rilanciare un concetto forte di appartenenza per evitare di buttare via il bambino con l&#8217;acqua sporca.</p>
<p>E la verità storica racconta di un territorio, quello italiano, frammentato in diversi Stati per secoli, unito  (in parte) da tratti culturali e linguistici simili e da una storia politica di mediazioni, equilibri e dominazioni straniere reiterate. Una potenziale nazione politica (forte dei suoi elementi interni di somiglianza, ma anche di estrema e ricca varietà) alla cui nascita contribuirono nel corso del diciannovesimo secolo intellettuali e patrioti realmente coinvolti e credenti nel progetto (che prese poi il nome di Risorgimento) che aveva finalità unificanti e solidali a partire dall&#8217;idea della necessità storica (in termini materiali e non) di uno Stato Nazione per la penisola frammentata e divisa da troppi secoli in piccole entità statuali. Progetto che aveva, in parte, anche finalità di liberazione nazionale (come nel caso degli italiani sottomessi all&#8217;Impero Austro-ungarico, cui comunque, va detto, erano concessi diritti nazionali piuttosto ampi). Il processo di unificazione fu condotto politicamente e militarmente dallo Stato sabaudo piemontese, già lanciato in avventure militari lontane (guerra di Crimea) e ansioso di godere di un posto di rilievo nello scacchiere delle potenze europee. La classe dirigente e la borghesia del Regno di Sardegna (tale solo di nome, dal momento che la Sardegna ne era una parte &#8220;semi-colonizzata&#8221; e non esprimeva una propria classe dirigente) aveva ambizioni politiche, commerciali e di allargamento della propria influenza economica sulla penisola italiana. Riuscì a raccogliere sotto la propria influenza e ad egemonizzare i fermenti unitari e patriottici e, dopo le prime conquiste nei territori lombardi austroungarici, nel 1860, con l&#8217;aiuto degli inglesi, mosse guerra  (camuffata da spedizione umanitaria di liberazione, non così diversamente da quanto si fa oggi) al Regno delle due Sicilie, Stato sovrano da secoli ed indipendente da 125 anni dopo la fine sostanziale della dominazione spagnola e di quella, breve, asburgica (1734). Non sono un esperto di risorgimento italiano né tanto meno conosco nel dettaglio le vicende che caratterizzarono la cosiddetta spedizione dei mille e la guerra contro il Regno borbonico. E&#8217; però certo il fatto che non si trattò di una passeggiata, né fu vissuta dalla popolazione locale come una liberazione, se non nelle iniziali illusioni, subito tradite, di alcune (ristrette) fasce della popolazione. Migliaia di morti, durissima repressione contro i contadini e poi l&#8217;esplosione della resistenza antisabauda (definita brigantaggio e derubricata dalla propaganda a fenomeno di tipo delinquenziale e-o reazionario) e le conseguenti leggi speciali, la messa a ferro e fuoco di interi villaggi, i condannati senza processo, le stragi e le uccisioni indiscriminate. E poi il saccheggio dell&#8217;economia meridionale, delle sue banche ed industrie; la privatizzazione forzata delle terre ecclesiastiche e delle attività sociali legate al clero e l&#8217;inizio del tragico fenomeno, prima inesistente, dell&#8217;emigrazione di massa.</p>
<p>L&#8217;unità d&#8217;Italia purtroppo è avvenuta così. Non semplicemente sulla spinta generica (fin troppo ovvia e scontata) delle esigenze capitalistiche di una borghesia in rafforzamento, ma su spinte capitalistiche di carattere coloniale interno. Quello che voleva e poteva essere un progetto di unità politica di un territorio geograficamente coeso e culturalmente affine (pur nella sua varietà), è diventato un progetto di conquista che ha lasciato un gravissimo segno sulle successive disparità territoriali del paese e che, per giunta, è stato sistematicamente negato da una storiografia manipolata ad uso e consumo dei vincitori.</p>
<p>Detto questo bisogna a questo punto valutare se la genesi sostanzialmente colonialistica dello Stato Italiano giustifichi un rifiuto a distanza di 150 anni della sua esistenza e della sua unità. La risposta a mio avviso è un no secco, per due ragioni fondamentali: primo perché l&#8217;idea di nazione italiana preesiste al cappello politico-militare che vi pose lo Stato sabaudo. E&#8217; un&#8217;idea di lungo periodo che ha fondamentalmente carattere culturale e geografico ed affonda le sue radici nel tredicesimo e quattordicesimo secolo, ma che ha anche carattere politico di lunga durata (in termini di tentativi sempre falliti e di dibattito culturale e strategico circa l&#8217;ipotesi di unificazione politica).</p>
<p>Secondo perché a distanza di 150 anni, la nazione italiana con le sue miserie e le sue glorie, con la sua varietà culturale e la contemporanea unificazione linguistica ampiamente conseguita, si è andata costituendo poco a poco. Pertanto ben vengano gli studi revisionistici sul risorgimento e le sue pompose glorie spesso costruite sul sangue dei vinti. Ben venga la riscrittura della storia nazionale. Ma che sia a fini unificanti e di correzione delle pesanti distorsioni economico-sociali, culturali e politiche scaturite dalle vicende unitarie e post-unitarie.</p>
<p>E qui veniamo al secondo problema da affrontare: quello della questione nazionale oggi, sul piano materiale e simbolico, sia intesa in termini generali che applicata nel concreto all&#8217;Italia.</p>
<p>Il tratto forse più caratteristico della storia capitalistica europea degli ultimi vent&#8217;anni è la privazione che è stata imposta agli Stati nazionali della propria sovranità monetaria, fiscale e in generale politica tramite l&#8217;approvazione dei cosiddetti parametri di Maastricht (più volte ritoccati nella forma, ma non nella sostanza), la liberalizzazione integrale dei movimenti di capitali e la costituzione della moneta unica. Si è così creato un mostro tecnocratico (l&#8217;UE) completamente privo di qualsiasi forma di seria rappresentanza politica, sottraendo nel contempo agli Stati la sovranità decisionale sui processi fondamentali alla base della riproduzione della vita sociale ed economica.</p>
<p>Lo svuotamento di sovranità degli Stati, naturalmente è funzionale ad imporre dall&#8217;alto sia politiche di sottosviluppo industriale e sociale in particolare ai paesi più periferici d&#8217;Europa (privatizzazioni, liberalizzazioni, distruzione dei servizi sociali etc etc), sia a tutelare gli interessi del capitale nazionale ed estero tramite un più facile attacco al diritto del lavoro e alle conquiste sindacali. Il processo può in tal modo avvenire in sordina, senza controllo politico e calato dall&#8217;alto come una necessità tecnica che non può essere valutata in quanto è semplicemente necessaria per il funzionamento dei mercati.</p>
<p>Contestualmente alla sottrazione della sovranità politica degli Stati si è proceduto in quasi tutti i paesi europei ad aizzare il mito del federalismo economico, asse portante del neo-liberalismo, funzionale allo scatenamento di una concorrenza al ribasso tra i diritti sociali e sindacali interni ai paesi e promosso ideologicamente con la scusa dell&#8217;avvicinamento dell&#8217;amministrazione al cittadino (che é un&#8217;ottima cosa che però non c&#8217;entra nulla con il federalismo fiscale).</p>
<p>In molti paesi, inoltre, si sono fatte spazio culture particolaristiche micro-identitarie  federaliste o separatiste (Spagna, Belgio, Italia, ma il federalismo ha preso piede culturalmente un po&#8217;ovunque) che (al di là dei legittimi richiami all&#8217;importanza delle culture regionali-nazionali) hanno alimentato in molti casi un crescente spaesamento identitario (riducendo la vastità dell&#8217;identità politica a micro-identità culturale o locale). Uno spaesamento a cui le forze di sinistra, per la loro incapacità di affrontare seriamente e senza pregiudiziali ideologici la questione nazionale in senso squisitamente politico, non sono state capace di reagire. Si ha così che la nazione politica, intesa come spazio sovrano dotato di meccanisimi di autoriconoscimento politico, identitario in senso comprensivo, di cittadinanza, di rappresentanza, di solidarietà interna e sovranità decisionale è sotto attacco dall&#8217;alto (istituzioni tecnocratiche prive di rappresentanza) e dal basso (federalismo e separatismi concreti e culturali-simbolici).</p>
<p>La nazione politica era ed è tutt&#8217;ora, invece, la &#8220;comunità&#8221; minima in cui interagire concretamente per modificare lo stato di cose presenti, poiché i suoi meccanismi (seppur borghesi, capitalistici, classisti etc etc) rimangono pur sempre l&#8217;involucro reale di possibili lotte, confronti e conquiste. Distrutta la nazione politica, restano le etnie micro-identitarie impotenti di fronte alle tenaglie della tecnocrazia post-politica globale (globale per finta ovviamente poiché in realtà appannaggio della potenza dominante, gli USA al momento). Non è un caso che proprio l&#8217;erosione della coscienza nazionale e politica patriottica sia stata una delle basi della deflagrazione di paesi &#8220;scomodi&#8221; come la Jugoslavia.</p>
<p>Il senso di appartenenza, ancorché malinteso e parziale, ad una comunità politica nazionale e culturale (in senso ampio ed aperto, ma comunque definibile), rimane, malgrado tutto, un appiglio contro pratiche di tipo disgregativo messe in atto dai meccanismi del capitalismo e del mercato, specie nella fase di dominio (scalfito, ma integro) dell&#8217;imperialismo statunitense e della sua volontà di uniformizzazione totale del globo sotto un&#8217;unica bandiera, un&#8217;unica cultura e un unico &#8220;mercato&#8221; . Sicuramente quel senso di appartenenza può essere usato (ed è usato) malamente, può diventare settario, particolarista e sciovinista dunque particolarmente adatto a fini imperialisti (come avviene nelle squallide commemorazioni dei soldati italiani morti nelle guerre imperiali in Afghanistan). Ma è questa una buona scusa per buttare il bambino (il senso di appartenenza politica) con l&#8217;acqua sporca delle sue degenerazioni?</p>
<p>La risposta a mio avviso è negativa. Il senso di appartenenza alla comunità politica nazionale può e deve essere recuperato come forza per il cambiamento e il recupero della sovranità decisionale sui processi fondamentali di riproduzione della vita sociale (compromessi dall&#8217;Unione Europe a e dai federalismi), nonché, soprattutto, come forza di unità delle classi subalterne interne al medesimo spazio politico, dove un lavoratore di Palermo, di Cagliari, di Torino, Venezia e Lecce deve percepire e godere materialmente di quell&#8217;unità di diritti e di intenti senza la quale ogni azione politica diventa dispersiva e spaccata dalla strategia del <em>divide et impera</em>. Si potrebbe facilmente obiettare che tale &#8220;unità di classe&#8221; dovrebbe andare ben oltre lo Stato nazione e configurarsi come un concetto globale. Tuttavia, fermo restando che il coordinamento sovranazionale di lotte rivendicative, sindacali e-o anticapitalistiche resta fondamentale, non si può non vedere l&#8217;estrema fragilità di ogni tentativo di impostare la lotta politica in una dimensione internazionale <em>tout court</em>, poiché uno spazio politico di confronto internazionale semplicemente non esiste e il suo surrogato, coperto ideologicamente da improbabili cornici psuedo-giuridiche e morali globali, non è altro che la libertà del capitale di migrare tra le nazioni che non pongono limite ai suoi movimenti. In questo senso la dimensione nazionale rimane una dimensione politica più favorevole alle classi subalterne. Per ciò che riguarda l&#8217;Europa, se un giorno i popoli europei saranno capaci di guidare realmente un processo di unificazione politica del continente, parleremo allora di uno Stato Europeo (o federazione) come cornice politica reale, democratica e sovrana. Al momento l&#8217;Europa politica è un richiamo puramente ideale usato periodicamente per coprire le malefatte della tecnocrazia UE. Queste considerazioni non implicano ovviamente un atteggiamento anti-europeista pregiudiziale, ma l&#8217;esigenza semmai di rilanciare forme di avvicinamento degli Stati e dei popoli europei dopo aver riconquistato gli spazi di sovranità nazionale. La costruzione dell&#8217;UE è stata invece un processo volutamente rovesciato: creazione dell&#8217;impotenza politica degli Stati senza costruzione dell&#8217;Europa politica. Vi è poi il problema di lunga durata dell&#8217;oggettiva sudditanza dell&#8217;Italia all&#8217;impero USA e alla NATO (organismo nato in chiave antisovietica e diventato in seguito null&#8217;altro che una macchina da guerra imperialista ad egemonia statunitense), oggettivato dalla presenza massiccia di basi militari e armi atomiche sotterranee sul nostro territorio. Anche su questo punto si gioca un decisivo problema di sovranità che non va inteso in senso assoluto ed a-storico  (come se la nazione fosse un organo scisso a priori dal resto del mondo), ma nelle sue conseguenze e contingenze pratiche e reali (è fin troppo evidente che il ruolo giocato dagli Stati Uniti e dalla Nato e le loro ingerenze sono stati alla base delle scelte interventiste e militariste più devastanti dal secondo dopo guerra in poi e, in particolare dalla caduta dell&#8217;Unione Sovietica).</p>
<p>Per ciò che riguarda invece la relazione tra la nazione politica e il pericolo dei federalismi come elementi di erosione interna, non bisogna immaginare come antidoto concettuale uno Stato di tipo centralista in senso generale. Il centralismo amministrativo e culturale è stata sicuramente una delle piaghe dell&#8217;unificazione di un&#8217;Italia la cui ricchezza era nella varietà di tradizioni politiche e culturali. Il federalismo economico, tuttavia nulla ha a che vedere con il decentramento amministrativo e la salvaguardia delle particolarità locali. Esso mira al particolarismo, al divario tra regioni ricche e regioni povere ed alla concorrenza perversa tra territori. Cosa c&#8217;entra questo con il recupero delle tradizioni venete e sicialiane? Con il rispetto dei territori? Con la vicinanza delle amministrazioni al cittadino? Con la diffusione capillare sul territorio nazionale dei servizi pubblici, della sanità, della scuola e dell&#8217;università? Evidentemente non c&#8217;entra proprio nulla, anzi ne è l&#8217;esatto contrario.</p>
<p>Se fin qui la &#8220;questione nazionale&#8221; é stata mostrata nei termini di necessità di recupero materiale della sovranità politica degli Stati come precondizione per l&#8217;efficacia e il senso di una lotta politica anticapitalistica (ma anche semplicemente &#8220;socialdemocratica&#8221;), contestualmente essa si esprime come la complementare necessità di recuperare un senso di appartenenza forte ad una comunità politica (aperta e plurale), un patriottismo come forza di radicamento e di presenza alla propria storia e alla propria attualità. L&#8217;individuo spaesato e sradicato, privo di dimensione spaziale, geografica e culturale é l&#8217;individuo che meglio si adatta ai meccanismi di dissoluzione sociale prodotti dalle dinamiche capitalistiche. L&#8217;italiano medio in questo senso è particolarmente soggetto a forme quasi coloniali di penetrazione culturale di modelli alieni, in primis anglosassoni, linguistici (basti vedere il folle uso di inutili parole inglesi del tutto forzate nel nostro vocabolario quotidiano) e di costume.  A ciò si aggiunge un senso, spesso aizzato da intellettuali e organi di stampa, di esterofilia accompagnata da vera e propria sensazione di minorità nazionale. Un misto di moralismo quasi razzista e di tipo servile contro sé stessi, abbracciato acriticamente e senza il senso della complessità storica (gli italiani sono sporchi, fanno rumore, non rispettano le regole, mentre gli inglesi, i tedeschi e i francesi sono popoli virtuosi e ligi) e di odio viscerale per i residui tradizionali, non sempre negativi, della nostra pur disastrata società (dipinta sempre come arcaica in comparazione ai popoli nordici protestanti &#8220;civilizzati&#8221;).  A ciò si unisce l&#8217;idea che all&#8217;estero sia tutto sempre e comunque migliore (il mito del lavoro facile all&#8217;estero e delle università superqualificate è ad esempio un mito mediatico che finalmente si sta incrinando in tempi di dura crisi economica generalizzata). Si tratta di un&#8217;idea utilizzata spesso ad arte per colpire anche ciò che di buono (non molto purtroppo) resta nel nostro paese (anche in termini di istituzioni pubbliche e di servizi sociali). L&#8217;Italietta è così immaginata come paese dalle splendide città e dal meraviglioso clima mediterraneo, ma abitata da scimmie che non la meritano e che invece si sono meritate il fascismo e il berlusconismo.</p>
<p>Non si tratta ovviamente di difendere l&#8217;indifendibile dell&#8217;Italia, né di riabilitare tratti culturali e abitudinari negativi o tradizioni politiche irricevibili, né tanto meno di mostrare goffi orgogli patriottici o campanilistici privi di sostanza. Si tratta invece di rompere la gabbia asfissiante dell&#8217;esterofilia maniacale il cui unico fine è quello di presentare il capitalismo &#8220;civilizzato&#8221;, preferibilmente di stampo anglosassone, come esempio di civiltà luminoso da contrapporre al capitalismo mafioso, familiare e burocratico all&#8217;italiana. E&#8217; stato esattamente il mito simbolico che ha fatto da sponda ideologica a tutti i processi di privatizzazione del sistema economico italiano e di distruzione dei diritti sindacali e sociali piuttosto avanzati per certi versi nel nostro paese.</p>
<p>Alla luce di tutto ciò, è lecito e doveroso riabilitare un senso di appartenenza politico e di amor di patria. Un senso di appartenenza che sappia restituire alla dimensione simbolica una dignità che le è stata tolta dall&#8217;uso (attuale a passato) patriottardo, imperialista e guerrafondaio della nostra bandiera; e che sappia soprattutto essere un collante per una pratica politica di opposizione al sistema capitalistico e costruzione di un&#8217;alternativa.</p>
<p>Un&#8217;ultima importante considerazione merita di essere riportata. Non si può negare il fatto che i paesi che oggi tentano di avviare processi di sganciamento dall&#8217;imperialismo economico demercificando parte della vita sociale e aumentando il tenore di vita della popolazione (Venezuela, Bolivia, Ecuador e, in forme diverse paesi com l&#8217;Iran)  lo fanno proprio a partire dalla riappropriazione del proprio spazio politico nazionale sovrano, anche in forme simboliche (cosa che fa storcere il naso a tutti i moralisti occidentali che se la prendono genericamente con il populismo). E&#8217; evidente che la situazione di un paese europeo ha caratteristiche ben diverse da quelle di un paese (ad esempio) sudamericano, trattandosi nel caso dell&#8217;Europa di paesi imperialisti o sub-imperialisti. Tuttavia, <em>mutatis mutandis,</em> la questione nazionale non si può non porre anche in un paese come l&#8217;Italia. I termini sono diversi, naturalmente, poiché porre la questione nazionale in Italia implica automaticamente la preliminare e prioritaria denuncia del ruolo imperialistico che l&#8217;Italia si trova oggi a svolgere nel mondo. Si potrebbe dunque obiettare che ci si trova di fronte ad una contraddizione: &#8221; andare contro l&#8217;Italia per l&#8217;Italia&#8221;. In un certo senso questo è vero. Ma se si rimane a tale livello del ragionamento si resta bloccati, oppure si rinuncia semplicemente a porre la questione della sovranità nazionale, ripiegando su speranze anticapitalistiche generali che non fanno i conti con le premesse fondamentali per l&#8217;azione politica, stanti nell&#8217;integrità e nella riconoscibilità di un involucro politico sovrano.</p>
<p>Se non si vuole rinunciare a questo occorre cercare la strada per coniugare un coerente antimperialismo (ivi compreso anti- <em>imperialismoItaliano</em>) con il problema della sovranità politica nazionale (materiale e simbolica) da intendere come recupero della sovranità popolare sui processi decisionali fondamentali di tipo politico ed economico. Una strada non semplice, ma assolutamente necessaria per uscire dallo stallo in cui si trovano oggi le forze politiche che si prefiggono cambiamenti radicali del sistema socio-economico.</p>
<p>In questo senso e solo in questo senso è possibile valorizzare simbolicamente la festa del 17 Marzo (pur con tutte le enormi riserve storiche e politiche già ampiamente descritte). Festeggiare revisionando e denunciando per sottrarre la festa (che gli squali di confindustria non volevano concedere ed in parte sono riusciti a non far concedere) alle polemiche circolari e senza sbocco tra pseudo-risorgimentalisti/nazionalisti e scissionisti leghisti tutti accomunati dalla stessa volontà di ridurre a pezzi il paese e di potenziarne il carattere sub-imperiale (di servo fedele all&#8217;alleato-padrone USA e ai paesi Europei dominanti e allo stesse tempo aggressore delle nazioni più deboli)</p>
<p>Le polemiche sulla concessione o meno della festività, finite vergognosamente con la concessione della festa vincolata all&#8217;imposizione di un giorno di ferie, mostrano con grande chiarezza che quando si tratta di profitti i belli ideali di patria e nazione si vanno beatamente a farsi friggere. Mostrano che la festa unitaria, se si sa arginare il pericolo di nazionalizzazione imperialistica delle masse,  ha di per sé un carattere popolare e non certo oligarchico.</p>
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