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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Unione Europea</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>Comprendere il commercio, gli investimenti e le relazioni economiche Cina-Russia</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2022 16:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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<h1>Comprendere il commercio, gli investimenti e le relazioni economiche Cina-Russia nel contesto del conflitto ucraino</h1>
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<p>di Silk Road Briefing</p>
<p>da <a href="https://mronline.org/2022/05/20/understanding-the-china-russia-trade-investment-economic-relationship-in-the-context-of-the-ukraine-conflict/">https://mronline.org</a></p>
<p>Traduzione di Marco Pondrelli per Marx21.it</p>
<p><strong>Commercio in crescita e relazioni bilaterali sempre più strette</strong></p>
<p>Negli ultimi anni la Cina e la Russia si sono avvicinate sempre di più, anche come partner commerciali, in un rapporto che porta con sé sia opportunità che rischi, dato che la Russia sta subendo le nuove dure sanzioni imposte dall’Occidente in risposta all’invasione dell’Ucraina. Secondo i dati delle dogane cinesi, l’anno scorso il commercio totale tra Cina e Russia è aumentato del 35,9%, raggiungendo la cifra record di 147,9 miliardi di dollari. La Russia è una delle principali fonti di petrolio, gas, carbone e prodotti agricoli e registra un surplus commerciale con la Cina.</p>
<p>Da quando sono state imposte le sanzioni nel 2014 dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, il commercio bilaterale è aumentato di oltre il 50% e la Cina è diventata la principale destinazione delle esportazioni russe. Le due parti puntavano a incrementare il commercio totale a 200 miliardi di dollari entro il 2024, ma secondo un nuovo obiettivo svelato il mese scorso durante la visita del presidente russo Vladimir Putin a Pechino per le Olimpiadi invernali, le due parti vogliono che il commercio bilaterale cresca fino a 250 miliardi di dollari.</p>
<p>Va notato che i due uomini godono di stretti rapporti personali, come dimostrano gli incontri e gli aneddoti che i due hanno condiviso con la platea del Forum economico internazionale di San Pietroburgo del 2018, con racconti di Putin che fa la serenata a Xi Jinping al pianoforte durante gli incontri privati nella Dacha di Putin a Mosca. La relazione va oltre il puro business e si è manifestata in una comprensione della geopolitica globale e soprattutto in una crescente diffidenza nei confronti degli Stati Uniti. L’esperienza comune di sanzioni e guerre tariffarie con Washington ha portato alla collaborazione e alla pianificazione per compensare le azioni statunitensi.</p>
<p>Con l’aumentare delle sanzioni contro la Russia, la Cina potrebbe compensare parte del danno al suo vicino acquistando di più, ma sarebbe anche cauta nell’incorrere in potenziali sanzioni. Le principali aree di cooperazione commerciale tra Cina e Russia sono le seguenti:</p>
<p>Le esportazioni di petrolio e gas russo in Cina sono aumentate costantemente</p>
<p>La Russia è il secondo fornitore di petrolio della Cina dopo l’Arabia Saudita, con volumi medi di 1,59 milioni di barili al giorno nel 2021, pari al 15,5% delle importazioni cinesi. Circa il 40% delle forniture passa attraverso l’oleodotto ESPO (East Siberia Pacific Ocean), lungo 4.070 km e finanziato con 50 miliardi di dollari di prestiti cinesi. La Russia è anche il terzo fornitore di gas di Pechino e nel 2021 ha esportato in Cina 16,5 miliardi di metri cubi (bcm) di questo combustibile, soddisfacendo circa il 5% della domanda cinese. Le forniture attraverso il gasdotto Power of Siberia, che non è collegato alla rete di gasdotti russi diretti a ovest, sono iniziate alla fine del 2019 e dovrebbero salire a 38 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2025, rispetto ai 10,5 miliardi del 2021, in base a un contratto trentennale del valore di oltre 400 miliardi di dollari. La Russia intende costruire un secondo gasdotto, Power of Siberia 2, con una capacità di 50 miliardi di metri cubi all’anno, che attraverserà la Mongolia per raggiungere la Cina. La Russia è stata anche il secondo fornitore di carbone della Cina nel 2021. Il mese scorso, Putin ha presentato nuovi accordi russi per il petrolio e il gas con la Cina per un valore stimato di 117,5 miliardi di dollari.</p>
<p>Queste cifre aggiuntive sono significative per comprendere l’efficacia delle sanzioni occidentali contro la Russia. Il commercio bilaterale della Russia con l’Unione Europea nel 2021 è stato di 247,8 miliardi di euro, con esportazioni russe per 158 miliardi di euro. Di questi, circa 110 miliardi di euro riguardavano petrolio e gas, mentre 48 miliardi di euro erano destinati ad altri tipi di commercio, come auto, macchinari e così via. Questo può essere assorbito nel giro di due anni, se le cifre del commercio russo con la Cina riviste a 250 miliardi di dollari saranno realizzate entro il 2024, come nelle intenzioni.</p>
<p>La Russia invia già gas alla Cina tramite il suo gasdotto Power of Siberia, che ha iniziato a pompare forniture nel 2019, e tramite il trasporto di GNL. Nel 2021 ha esportato 16,5 miliardi di bcm di gas in Cina. La rete Power of Siberia non è collegata ai gasdotti che inviano il gas all’Europa, che ha dovuto affrontare un’impennata dei prezzi del gas a causa della scarsità delle forniture, uno dei numerosi punti di tensione con Mosca. Secondo i piani precedentemente elaborati, la Russia mira a fornire alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas tramite gasdotto entro il 2025.</p>
<p>Separatamente, Rosneft, guidata dall’alleato di lunga data di Putin Igor Sechin, ha firmato un accordo con la cinese CNPC per la fornitura di 100 milioni di tonnellate di petrolio attraverso il Kazakistan in 10 anni, estendendo di fatto un accordo esistente. Rosneft ha dichiarato che il nuovo accordo ha un valore di 80 miliardi di dollari. Gli accordi hanno fatto salire il rublo e il mercato azionario russo, comprese le azioni di Rosneft e Gazprom.</p>
<p>È significativo che, dopo che la Borsa di Mosca è stata sospesa per tre settimane in seguito all’ingresso dell’esercito russo in Ucraina e all’imposizione di sanzioni occidentali, il primo giorno di riapertura, il 21 marzo, i titoli russi siano saliti dell’11% nelle prime contrattazioni prima di assestarsi su un guadagno giornaliero del 4,4%. Tuttavia, il nuovo accordo con Pechino non ha un impatto sulle forniture di gas russo altrimenti destinate all’Europa, poiché l’accordo con Rosneft riguarda il gas trasportato dall’isola di Sakhalin, nel Pacifico, che non è collegata alla rete di gasdotti europei della Russia.</p>
<p>Gazprom ha dichiarato in un comunicato di voler aumentare le esportazioni di gas verso la Cina a 48 miliardi di metri cubi all’anno, anche attraverso un nuovo gasdotto concordato che fornirà 10 miliardi di metri cubi all’anno dall’Estremo Oriente russo. Secondo i piani precedenti, la Russia mirava a fornire alla Cina 38 miliardi di metri cubi entro il 2025. L’annuncio non specificava quando avrebbe raggiunto il nuovo obiettivo di 48 miliardi di metri cubi. Gazprom, con partner stranieri, tra cui la Shell, produce già più di 10 milioni di tonnellate di GNL all’anno a Sakhalin. Ciò solleva la possibilità che, se la situazione politica dovesse cambiare, la Russia possa tornare a fornire gas all’UE. Sospettiamo che la domanda di prezzi più bassi in Europa finirà per riportare questa proposta sul tavolo dei negoziati, nonostante i tentativi degli Stati Uniti di impedirla.</p>
<p>Va tuttavia notato che la pazienza della Cina potrebbe avere un limite per quanto riguarda il conflitto in Ucraina, che sta mettendo fuori uso parte delle sue catene di approvvigionamento e interferisce con il modus operandi cinese preferito di “sviluppo sostenibile”. A dimostrazione del crescente malcontento, alla fine di marzo Sinopec ha cancellato una proposta di investimento di 500 milioni di dollari con la russa Sibur, il suo più grande produttore petrolchimico, per una partecipazione del 40% in un impianto nella Siberia orientale. Putin se ne sarà accorto.</p>
<p>Altri prodotti di base</p>
<p>Nel 2019 la Cina ha permesso l’importazione di soia da tutte le regioni della Russia e i due Paesi hanno firmato un accordo per approfondire la cooperazione nelle catene di approvvigionamento della soia, che ha visto un numero maggiore di aziende cinesi coltivare i fagioli in Russia. L’anno scorso le esportazioni di soia verso la Cina sono state pari a 543.058 tonnellate e si prevede che raggiungeranno i 3,7 milioni di tonnellate entro il 2024.</p>
<p>Nel 2021 la Cina ha approvato le importazioni di carne bovina dalla Russia, mentre a marzo di quest’anno, Pechino ha autorizzato le importazioni di grano da tutte le regioni della Russia, eliminando le precedenti restrizioni. Altre esportazioni alimentari dalla Russia alla Cina includono pesce, olio di girasole, olio di colza, pollame, farina di grano e cioccolato.</p>
<p>La Cina è anche un grande acquirente di legname dall’Estremo Oriente russo, con importazioni l’anno scorso di legname e prodotti correlati per un valore di 4,1 miliardi di dollari. In direzione opposta, la Cina vende alla Russia prodotti meccanici, macchinari e mezzi di trasporto, telefoni cellulari, automobili e prodotti di consumo.</p>
<p>L’anno scorso le esportazioni cinesi verso la Russia sono state pari a 67,6 miliardi di dollari, con un aumento del 34%; è probabile che questo mercato sia in crescita, in quanto la Russia sostituisce i prodotti provenienti dall’UE con quelli provenienti dalla Cina e dall’Asia.</p>
<p>Ci sono accordi commerciali non ancora attuati che potrebbero essere accelerati, accelerando ulteriormente il commercio bilaterale Russia-Cina. Nel 2018 Pechino ha firmato un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica (EAEU), ancora non preferenziale (cioè senza tagli tariffari); quando si potranno concordare tagli tariffari, l’impatto del libero scambio Cina-Russia sarà enorme. Tra gli altri membri dell’EAEU figurano Armenia, Bielorussia (anch’essa sottoposta a pesanti sanzioni occidentali), Kazakistan e Kirghizistan.</p>
<p>Investimenti/finanziamenti cinesi</p>
<p>Negli ultimi anni, le sanzioni occidentali hanno costretto la Russia a guardare alla Cina per ottenere opportunità di investimento e le banche statali cinesi hanno aiutato la Russia a finanziare qualsiasi cosa, dalle infrastrutture ai progetti petroliferi e di gas nell’ambito dell’iniziativa cinese Belt and Road. La Russia è di gran lunga il maggior beneficiario di Pechino di finanziamenti statali, avendo ottenuto 107 prestiti e crediti all’esportazione per un valore di 125 miliardi di dollari dalle istituzioni statali cinesi tra il 2000 e il 2017 (fonte: AidData del College of William and Mary).</p>
<p>La Cina e la Russia hanno iniziato a utilizzare le proprie valute per regolare gli scambi bilaterali nel 2010 e hanno aperto la prima linea di swap valutario nel 2014, rinnovata nel 2020 per 150 miliardi di yuan in tre anni. Nella prima metà del 2021, i regolamenti in yuan hanno rappresentato il 28% delle esportazioni cinesi in Russia, rispetto ad appena il 2% del 2013, in quanto entrambi i Paesi cercano di ridurre la dipendenza dal dollaro sviluppando al contempo i rispettivi sistemi di pagamento transfrontalieri. La valuta cinese rappresentava il 13,1% delle riserve in valuta estera della banca centrale russa nel giugno 2021, rispetto ad appena lo 0,1% del giugno 2017, mentre le disponibilità in dollari di Mosca sono scese al 16,4% dal 46,3% dello stesso periodo. La Russia non detiene più riserve in dollari nel suo fondo sovrano, ma possiede le maggiori riserve d’oro al mondo. Il fatto che il dollaro americano abbia perso l’80% del suo valore rispetto all’oro negli ultimi 20 anni è sempre più significativo; con la Cina e la Russia che cercano di de-dollarizzarsi ulteriormente, il biglietto verde potrebbe subire una pressione crescente nei prossimi anni.</p>
<p>Investimenti bilaterali – Hong Kong</p>
<p>Alla fine del 2020, Hong Kong era la terza destinazione in Asia per gli investimenti russi, dopo Singapore e Thailandia, con uno stock totale di IDE di 364 milioni di dollari. Nel 2017 Hong Kong e la Russia hanno firmato un trattato sulla doppia imposizione, che ha l’effetto di ridurre le ritenute e altre imposte commerciali e hanno cercato di stabilire Hong Kong come base di servizi per le imprese russe che accedono alla Cina continentale e ad altri mercati ASEAN vicini.</p>
<p>Alla fine del 2020, Hong Kong era il terzo investitore asiatico in Russia, dopo Singapore e Corea del Sud, con uno stock totale di IDE pari a 2,5 miliardi di dollari, grazie anche all’accordo di doppia imposizione Russia-Hong Kong. Tuttavia, il valore dello stock di IDE in entrata in Russia è oscillato durante questo periodo da circa 471,5 miliardi di dollari nel 2013 a 449 miliardi di dollari nel 2020, con un calo dovuto alle sanzioni imposte al Paese nel 2014 a causa dell’annessione della Crimea. Le imprese russe hanno inoltre iniziato a incontrare difficoltà nello stabilire conti bancari sia nella Cina continentale che a Hong Kong, a causa del timore che gli Stati Uniti punissero le banche che lo facevano, ponendo l’accento su un protocollo di non-impegno “safety first”. A causa della severità delle sanzioni del 2022, potrebbe essersi indebolito e si stanno prendendo in considerazione nuove strade per il finanziamento operativo e in effetti stiamo assistendo a un esodo di imprese russe da Hong Kong, Singapore e Mosca verso Dubai.</p>
<p>Nel 2020, la Russia è stata il 21° partner commerciale di Hong Kong a livello mondiale (pari allo 0,5% del commercio totale della città) e il più importante nei Paesi dell’Europa centrale e orientale. La Russia è stata il 18° mercato di esportazione di Hong Kong a livello mondiale (con lo 0,7% delle esportazioni totali della città) e il più grande nei Paesi dell’Europa centrale e orientale (35%), soprattutto nel settore IT/tecnologico, mentre la Russia è stata il 27° mercato di importazione di Hong Kong a livello mondiale (con lo 0,2% delle importazioni totali della città) e il più grande nei Paesi dell’Europa centrale e orientale (43%), soprattutto nel settore energetico.</p>
<p>Sintesi</p>
<p>È importante capire che sia Mosca che Pechino vedono la questione ucraina come parte di una più ampia lotta con gli Stati Uniti, che vedono come una pericolosa e sgradita discesa verso un mondo unipolare governato esclusivamente da Washington. Entrambi hanno chiesto riforme al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e alla Banca Mondiale per una maggiore inclusione negli affari globali da assegnare non solo a loro, ma anche alle economie più grandi come Brasile, India e Africa. In effetti, hanno promosso proprio questo con il gruppo BRICS, che entro il 2030, secondo alcuni analisti, produrrà ill 50% del PIL mondiale, ma non sarà adeguatamente rappresentato nei meccanismi istituzionali globali. La crescente diffidenza – e il vero e proprio malcontento – per l’uso da parte di Washington del dollaro statunitense e del sistema bancario globale SWIFT come armi commerciali sta inoltre causando una sempre maggiore sfiducia.</p>
<p>Ci si aspetta che la Cina e la Russia tengano duro in questo frangente di fronte a ciò che percepiscono come l’aggressività americana, mentre l’UE si limita ad assecondare qualsiasi politica statunitense.</p>
<p>Per avere un’idea di come potrebbe evolvere la situazione nel tempo, vale la pena di considerare che a marzo 2022, 146 Paesi in tutto il mondo avevano aderito alla Belt and Road Initiative cinese.</p>
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		<title>La Lega e la farsa dei Minibot (Seconda parte)</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jun 2019 15:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/buonianulla.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-5930" title="buonianulla" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/06/buonianulla-300x168.png" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>Abbiamo spiegato, nella <a href="https://coniarerivolta.org/2019/06/05/la-lega-e-la-farsa-dei-minibot-prima-parte/" rel="noopener" target="_blank">prima parte di questo contributo</a>, che l’introduzione di Minibot proposta dalla Lega non sortirebbe gli effetti esplicitamente millantati dai suoi promotori. Presentato come <em>escamotage </em>per sfuggire alle regole di finanza pubblica imposte da Bruxelles, l’eventuale pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione a mezzo di titoli di Stato di piccolo taglio porterebbe ad un aumento del debito pubblico. Per questa semplice ragione contabile solleverebbe quindi i medesimi problemi politici che qualsiasi manovra fiscale espansiva incontra all’interno degli stringenti vincoli europei. Se la Lega volesse davvero dare uno stimolo all’economia non si preoccuperebbe di ingegnarsi con queste trovate, ma piuttosto si impegnerebbe in vere politiche fiscali espansive in barba ai trattati europei.</p>
<p>Eppure, intorno ai Minibot sembra muoversi molto di più di un dibattito sui ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. In queste ore l’opposizione liberista al Governo prova a convincerci del fatto che quando parliamo di Minibot stiamo, in verità, parlando nientemeno che <a href="https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/05/31/minibot-governo-mozione-camera/?refresh_ce=1" rel="noopener" target="_blank">dell’uscita dell’Italia dall’euro</a>! Quello che sembrava un noioso dibattito sulla contabilità dei debiti commerciali nasconderebbe dunque il ‘<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2018/07/13/news/litalexit-non-e-un-cigno-nero-ma-puo-diventare-una-profezia-che-si-autoavvera-205381/" rel="noopener" target="_blank">cigno nero’</a>, la temutissima ipotesi di <a href="https://www.9colonne.it/207501/minibot-bonaf%C3%83%C2%A9-pd-dietro-di-loro-si-legge-italexit#.XPaWNRYza70" rel="noopener" target="_blank">abbandono della moneta unica</a>. Una tesi audace vuole che l’obiettivo del rilancio dell’economia tramite strumenti innovativi di compensazione dei crediti commerciali sia solo uno specchietto per le allodole, e che il vero obiettivo dei Minibot sia porre le basi per la diffusione di una moneta parallela all’euro come preludio all’uscita. Sarà vero? In quanto segue proveremo a rispondere a questa domanda sotto due punti di vista. Prima cercheremo di capire se effettivamente, cioè dal punto di vista tecnico, i Minibot creano le condizioni per l’uscita dall’euro. Poi, dopo aver chiarito che questa arma segreta dei leghisti sarebbe meno efficace di un’ampolla dell’acqua del sacro Po gettata contro i palazzi di Francoforte, ne indagheremo la dimensione politica, l’aspetto più interessante di tutta la questione.</p>
<p>Ma facciamo un passo indietro. La storia del Piano B, cioè dell’opportunità di predisporre le misure tecniche necessarie al disimpegno dall’euro nasce in tutt’altro contesto, sotto la furia della tempesta finanziaria che colpì la Grecia nel 2015, quando il popolo greco elesse una coalizione di sinistra radicale – Syriza – per fermare la rigida applicazione dell’austerità che stava letteralmente distruggendo il Paese. Poco prima delle elezioni politiche, i vertici di Syriza incaricano il loro economista di riferimento, Yanis Varoufakis, di preparare un piano emergenziale per meglio resistere alle pressioni che la Banca Centrale Europea (BCE) e i mercati avrebbero prevedibilmente esercitato sul nascente governo di sinistra. Come <a href="http://www.ekathimerini.com/199945/article/ekathimerini/news/varoufakis-claims-had-approval-to-plan-parallel-banking-system" rel="noopener" target="_blank">riporta</a> il quotidiano greco <em>Kathimerini</em>, il <em>leader </em>Alexīs Tsipras avrebbe chiesto a Varoufakis “di predisporre un sistema di pagamento operante in euro, ma che avrebbe potuto essere modificato nel giro di una notte per operare in <em>dracma</em>”, la moneta greca in circolazione prima dell’euro. Il timore che muoveva Tsipras era ben fondato, ma per capirlo dobbiamo prima spiegare cosa sia un sistema di pagamento.</p>
<p>L’ordinario funzionamento della nostra economia richiede la continua, rapida e sicura circolazione di quantità gigantesche di denaro, e il denaro – come le persone o le automobili – ha bisogno di strade e infrastrutture per spostarsi agevolmente da un luogo ad un altro. La circolazione del denaro contante, monete e banconote, riveste oggi un ruolo marginale, mentre i maggiori flussi di denaro che scorrono nelle vene dell’economia sono costituiti dalla cosiddetta moneta elettronica: bancomat, carte di credito, bonifici, giroconti, <em>home banking</em>. Le loro strade e infrastrutture sono quindi reti informatiche complesse. Se alziamo lo sguardo dai nostri affari quotidiani e guardiamo a questi flussi dall’alto, ci rendiamo conto che il processo complessivo è mastodontico: centinaia di migliaia di bonifici e operazioni finanziarie si accumulano nei registri elettronici delle banche che, ogni giorno, si scambiano milioni di euro. L’infrastruttura tecnica che rende questa circolazione possibile e ordinata è il sistema di pagamento, una rete interbancaria che ha il suo cuore nell’autorità monetaria – la banca centrale. Il sistema di pagamento su cui poggia la nostra economia è oggi quello comune all’area dell’euro: il sistema Target 2 cogestito da Banca d’Italia, Bundesbank e Banque de France. Ogni singola banca si poggia a questa infrastruttura per tutte le transazioni con il resto del sistema finanziario che superano un certo importo, sotto la supervisione della Banca Centrale. Ogni giorno Target 2 regola in Europa 350.000 pagamenti corrispondenti a circa 1.700 miliardi di euro, ed ogni pagamento, in media, sposta poco meno di 5 milioni di euro in meno di 5 minuti. In Italia sono regolati 34.000 pagamenti al giorno, pari a 68 miliardi di euro che si spostano quotidianamente nel sistema finanziario nazionale per importi medi di 2 milioni di euro a transazione. Questi numeri possono aiutarci a chiarire l’elevata complessità del processo di circolazione della moneta in un’economia avanzata, una complessità che ha indotto alla prudenza la sinistra radicale greca nel momento in cui si affacciava alle stanze del potere. Come reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno l’economia? Questo l’interrogativo, pienamente legittimo, che sembra aver mosso Tsipras e compagni nella fase di ideazione di un Piano B.</p>
<p>Quando Tsipras e Varoufakis sono passati dalle parole ai fatti, la questione è rapidamente sfuggita di mano. È lo stesso Varoufakis a raccontare, sempre secondo il giornale greco <em>Kathimerini</em>, di aver avuto fin da subito le mani legate. Il progetto era talmente segreto da dover restare chiuso in una cerchia ristrettissima di persone. L’eccentrico economista greco decide perciò di coinvolgere un suo amico di infanzia con spiccate doti informatiche, oggi docente di Information Technologies alla Columbia University, per <em>hackerare</em> il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale e ottenere il controllo della piattaforma. L’idea è di utilizzare quella semplice ma funzionale infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis: “Immagina i primi momenti in cui le banche vengono chiuse, i Bancomat smettono di funzionare e c’è bisogno di un sistema parallelo di pagamento per tenere in piedi l’economia <em>for a little while</em> (cioè per un pochino di tempo), per dare alla gente la sensazione che lo Stato controlla la situazione e non ci sia panico. […] Questo avrebbe creato un sistema bancario parallelo mentre le banche sono chiuse a causa di un’aggressione della BCE finalizzata a soffocarci”. Quando Varoufakis diventa Ministro dell’Economia, il suo amico copia il <em>software</em> dell’Agenzia delle Entrate sul suo <em>laptop</em> per <em>hackerarlo</em> ed eventualmente far partire in caso di emergenza “il sistema bancario parallelo”. Come ci racconta Varoufakis, <a href="https://www.businessinsider.com/yanis-varoufakis-valve-game-economy-greek-finance-2015-2?IR=T" rel="noopener" target="_blank">non nuovo ad avventure informatiche</a>: “Eravamo pronti a ricevere il via libera dal Primo Ministro quando le banche sarebbero state chiuse in modo da irrompere nel Segretariato Generale delle Entrate Pubbliche …, collegare il <em>laptop</em> e far partire il sistema.” Un film, ma la situazione inizia ad assomigliare, più che all’epica della ‘La casa di carta’, a quella scena de ‘La banda degli onesti’ in cui Totò e Peppino sono impegnati a fabbricare casarecce banconote false che nessuno dei falsari avrà poi il coraggio di spendere. Nessuna persona ragionevole, infatti, può pensare di gestire artigianalmente una infrastruttura informatica complessa e pesante come un sistema di pagamento di una nazione. Neppure Varoufakis, che confessa: “Il progetto era più o meno completo: avevamo un Piano B, ma il problema era passare dalle cinque persone che l’avevano ideato alle mille necessarie ad implementarlo, questione per la quale avrei dovuto ricevere un’autorizzazione che non è mai arrivata”. Riavvolgiamo il nastro di questa storia per chiarire i termini della questione: al di là del tentativo rapidamente fallito, i vertici di Syriza avevano in mente una situazione di emergenza legata alla chiusura del sistema di pagamento da parte di un’autorità monetaria ostile, nella piena consapevolezza che questo Piano B sarebbe stato niente di più di una misura tampone, capace di reggere “<em>for a little while”</em>. Questo per dire che, nonostante la dimensione comica che la vicenda assume nel racconto dello stesso Varoufakis, il tema del Piano B aveva comunque una ragion d’essere tutt’altro che ridicola. Un governo senza sovranità monetaria può infatti essere ricattato dalla banca centrale, visto che quest’ultima tiene le redini del sistema di pagamento necessario all’ordinato funzionamento di un’economia sviluppata.</p>
<p>Ridicola è invece la trasposizione italiana di questa pellicola che ci viene offerta dall’economista della Lega, Claudio Borghi, con la teoria dei Minibot. Ignorando del tutto la natura del problema, cioè il fatto che qualsiasi ritorsione dell’autorità monetaria passerebbe immediatamente per l’architettura informatica del sistema di pagamento, i leghisti sembrano convinti di poter garantire l’ordinario funzionamento dell’economia, in caso di comportamenti ostili della BCE, attraverso la circolazione di biglietti cartacei con stampate <a href="http://carlomaxbotta.blogspot.com/2018/02/il-layout-dei-minibot-di-carlo-botta.html" rel="noopener" target="_blank">le facce della Fallaci e di D’Annunzio</a>: i Minibot, per l’appunto. Spiega Borghi in un <a href="https://www.youtube.com/watch?v=qTMR_5ghE5M" rel="noopener" target="_blank">video</a> del 2017: “Nel momento stesso in cui decido di non adoperare più l’euro, o anche soltanto di entrare in una discussione dura per trovare le modalità di smantellamento, e costoro pensassero di attuare delle tattiche ‘alla greca’ per cercare di forzarci la mano e quindi chiudere le banche lasciando la gente senza contanti, senza bancomat: non potrebbe più succedere che la gente si trovi con la paura di non avere il contante perché altrimenti Francoforte non ti fa più vedere l’euro, perché avrebbe già i Minibot in normale circolazione, e quelli non potrebbero essere contingentati da nessuno. E quindi noi avremmo la possibilità di avere questa arma di prosecuzione tranquilla della circolazione del contante, senza dover sottostare agli ordini di qualcuno. Nel momento stesso in cui si decide di uscire, il Minibot diventerà già il contante della nuova moneta, e tutto sarebbe molto più semplice.” Gestire ogni giorno 34.000 pagamenti da 2 milioni di euro ciascuno per masse da 68 miliardi di euro con banconote cartacee non sembra la migliore delle idee. Borghi è convinto che il problema sia garantire la circolazione dei contanti: non sa, forse, che oggi il circolante rappresenta meno del 6% del PIL mentre l’aggregato monetario (in gergo tecnico, M2) che include anche i depositi bancari, i libretti postali e tante altre forme di moneta elettronica che per circolare ha bisogno di una rete interbancaria, supera il 90% del PIL. Inventare nuove banconote parallele all’euro può dare forse l’illusione ottica che si stia sfuggendo dalla morsa dei vincoli europei, ma non risolverebbe assolutamente il problema che si ponevano Tsipras e Varoufakis, e che Salvini e Borghi – molto probabilmente – non hanno mai seriamente preso in considerazione. Stendiamo dunque un velo pietoso sull’aspetto tecnico della questione – sulla effettiva praticabilità di un’uscita dall’euro indotta a partire dall’introduzione dei Minibot – e proviamo a concentrarci sul punto politico, che è forse il lato più interessante di tutta questa vicenda.</p>
<p>La strampalata tesi per cui i Minibot siano un primo passo fuori dall’euro, oggi agitata dall’opposizione liberista a questo governo, dal PD alle <a href="https://it.reuters.com/article/businessNews/idITKCN1T710X-OITBS" rel="noopener" target="_blank">agenzie di rating</a>, nasce in seno alla Lega, e viene candidamente illustrata da Borghi nel video già menzionato, dove i Minibot sono presentati come “un espediente per uscire in modo ordinato e tutelato” dall’euro. Il ragionamento di Borghi è il seguente: “Se uno si deve preparare all’uscita, non può pensare di prepararsi all’uscita fuori dalle regole. Devi prepararti dentro alle regole europee, e dopo salutare. Perché sennò altrimenti chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose. Invece bisogna pensare a qualcosa che sia in regola e che possa funzionare prima, che mi renda più semplice l’uscita.” Il discorso non ha alcun senso logico, ma proprio per questo rivela chiaramente il senso politico dell’operazione Minibot architettata dalla Lega. Borghi sta dicendo che per uscire dall’euro, cioè <em>prima </em>di uscire dall’euro, devi introdurre una moneta parallela che, al momento giusto, diventa la valuta ufficiale del Paese in barba ai burocrati di Bruxelles. L’economista della Lega pone l’enfasi sulla necessità che questa moneta parallela sia accettata dall’Europa. Qui sta il non senso: se si riuscisse ad introdurre una moneta parallela “che sia in regola”, cioè accettata dall’Unione Europea, si avrebbe tutto il necessario per realizzare quelle politiche fiscali espansive che i vincoli fiscali e monetari imposti dall’Europa impediscono oggi anche solo di immaginare, e dunque non ci sarebbe più quell’immediato bisogno di uscire. Fosse possibile finanziare spesa sociale, sanità, istruzione, pensioni e perseguire la piena occupazione “dentro alle regole europee”, non vi sarebbe più l’urgente bisogno di rompere la gabbia, semplicemente perché quella è una gabbia nella misura in cui ti impedisce di usare la leva monetaria (ossia la possibilità di finanziare spese pubbliche stampando moneta) per creare nuova occupazione e tutelare i lavoratori già occupati. Un abisso separa i termini del discorso illustrati da Varoufakis dalla dimensione farsesca del progetto leghista: per i vertici di Syriza il problema era tenere botta davanti ad un’azione ostile dell’autorità monetaria, e non certo realizzare una sorta di ‘uscita dall’euro all’interno dell’euro’, come invece confessa senza vergogna Borghi. Il Piano B deve servire a gestire l’emergenza che si presenta al momento della rottura con la BCE e le altre istituzioni europee, ma non appena la rottura si sia consumata l’unica opzione possibile per gestire la circolazione monetaria di un Paese è prendere possesso del sistema di pagamento ufficiale, ovvero dell’infrastruttura gestita dalla banca centrale. Questo è il cuore del problema politico che la barzelletta dei Minibot ci aiuta a far emergere: il tema del potere.</p>
<p>Se una forza politica ha intenzione di incidere sulla realtà, e dunque si pone tra i suoi obiettivi il governo dell’economia, avrà bisogno di tutte le strutture di potere necessarie a gestire questa complessità, a partire dalla banca centrale. A modo suo, Varoufakis alludeva a questo quando parlava della necessità di passare dalle cinque persone che avevano sognato il romanzesco Piano B alle mille occorrenti a realizzarlo. Rompere con l’Europa significa riprendersi l’autorità monetaria e usarla per creare lavoro e difendere lo Stato sociale. Significa mettere le mani sulla Banca d’Italia, cioè pretendere che operi al servizio del governo e non agli ordini delle istituzioni europee. E Borghi in effetti è sincero: nel video dice chiaramente che lo stratagemma dei Minibot è un’alternativa alla rottura, cioè – per usare le sue parole – al “chiudi tutto e automaticamente fai le tue cose”. La favoletta dei Minibot è la plastica rappresentazione della mancanza di volontà politica da parte della Lega di mettere in pratica qualsiasi ipotesi di rottura con l’Europa, e della spasmodica ricerca da parte dell’aitante Salvini della massima compatibilità con le regole europee. Perciò, se proprio si deve dare l’impressione di star implementando qualche operazione di rottura, meglio utilizzare, fra tutti, l’espediente più innocuo.</p>
<p>La Lega di Governo si culla dunque in questo equivoco: non ha nessuna volontà di rottura con l’Europa dell’austerità, per la quale <a href="https://coniarerivolta.org/2019/05/31/le-favole-di-salvini-favole/" rel="noopener" target="_blank">lavora alacremente da ormai un anno</a>, ma continua a solleticare a fini strumentali e in maniera truffaldina il mito di una rottura a cui non ha mai creduto. Una mera suggestione buttata lì per alimentare l’idea che la Lega rappresenti un’alternativa al sistema di precarietà, povertà e disoccupazione che impone l’Europa, suggestione tanto più utile quando la Lega è impegnata in prima fila ad amministrare l’austerità per conto di Bruxelles, a suon di tagli alla spesa sociale e aumento delle tasse. Più l’opposizione sbraita contro un’ipotesi di uscita dall’euro che sarebbe implicita nel varo dei Minibot o in qualsiasi altra sparata dell’attuale governo, più si rafforza quel legame sentimentale tra la Lega e gli elettori, che a quel partito hanno affidato il loro senso di rivalsa contro l’Europa. Un senso di rivalsa pienamente legittimo, una sacrosanta rabbia sociale da cui deve ripartire qualsiasi credibile opzione politica di riscatto dei lavoratori.</p>
<p><em><strong>Coniarerivolta</strong></em></p>
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		<title>La Lega e la farsa dei Minibot (Prima parte)</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jun 2019 11:08:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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<p>Capita a volte che un fatto insignificante si trovi nel posto giusto al momento giusto, e per questa semplice ragione assurga agli onori delle cronache, diventando questione importantissima. Diventando, quindi, altro. Quando questo capita, può essere interessante concentrare l’attenzione non tanto sul fatto in sé – che resta insignificante – quanto piuttosto sul particolare contesto che in quel fatto ha trovato un riflesso. Guardando attraverso il prisma dei Minibot – come vedremo, un fatto di per sé irrilevante – possiamo inquadrare la situazione politica italiana con molta più chiarezza di quella che ci restituiscono schiere di politologi armati di <em>rumors</em> e flussi elettorali.</p>
<p>Nulla è come appare in questa storia dei Minibot. Inizieremo quindi col chiarire i termini del discorso e gli aspetti tecnici del problema, innanzi tutto per rendere evidente l’insignificanza di questa ultima alzata d’ingegno della Lega di Salvini. Questo ci permetterà anche di concentrare l’attenzione su tutto ciò che ha iniziato a volteggiare intorno a questi curiosi ‘oggetti finanziari’, una fitta trama di interessi politici che ha generato un’impenetrabile maglia di equivoci, utili a tenere in vita un mito: l’idea che la Lega sia un partito di lotta lanciato in uno scontro all’ultimo sangue contro l’Unione Europea. Su questo mito si basa <a href="https://coniarerivolta.org/2018/05/16/europa-utili-idioti-e-idioti-inutili/" rel="noopener" target="_blank">la gestione del potere in Italia oggi</a>. Grazie ad esso, la Lega continua a macinare consensi tra gli sconfitti della globalizzazione, tra le masse di italiani precari, impoveriti, disoccupati, e in cerca di un riscatto da oltre venti anni di politiche neoliberiste, proprio mentre quelle politiche le pratica al Governo.</p>
<p>Cosa sono i Minibot? Questa storia nasce dalla constatazione di un dato di fatto: spesso e volentieri, le pubbliche amministrazioni pagano in ritardo i loro fornitori. Immaginiamo, ad esempio, un Ministero che acquista computer per i suoi uffici e li paga dopo sei mesi dall’acquisto. I motivi del ritardo possono essere i più disparati, dalla goffaggine burocratica ai vincoli di cassa legati alla gestione della liquidità. Fatto sta che, in quei sei mesi, il fornitore di computer si ritrova <em>obtorto collo </em>tra le fila dei creditori dello Stato: al pari di quanto avviene per ogni altro cliente che chiede una dilazione di pagamento, il venditore di computer si ritrova, suo malgrado, a prestare quella somma allo Stato per il periodo di tempo in cui è costretto a subire il ritardo nel pagamento. Si stima che, con questi ritardi, lo Stato abbia accumulato ad oggi circa 65 miliardi di euro di debiti verso i propri fornitori.</p>
<p>Le principali misure adottate per alleviare il problema, e dunque per permettere al fornitore dello Stato di non soffrire troppo di questo ritardo nella riscossione, sono due. La prima è la ‘compensazione’, che consente ai fornitori di estinguere almeno parte dei loro crediti commerciali verso lo Stato per pagare le imposte, decurtando da quel credito la cifra che avrebbero dovuto versare all’erario. La seconda è la ‘cartolarizzazione’, che permette al fornitore di passare ad una banca il credito verso lo Stato: il fornitore può così liquidare il suo credito senza dover attendere i tempi della pubblica amministrazione, ma per farlo deve concedere alla banca un compenso, il che riduce per lui il valore di quel credito.</p>
<p>Lo scorso 28 maggio, la Commissione Finanze della Camera <a href="https://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=1/00013&amp;ramo=C&amp;leg=18" rel="noopener" target="_blank">ha approvato una mozione</a> che prevede una serie di misure ulteriori, tra le quali l’idea di pagare i debiti commerciali dello Stato tramite l’emissione di “titoli di Stato di piccolo taglio”: ecco entrare in scena i Minibot.</p>
<p>Il loro nomignolo richiama l’analogia con i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), i titoli pubblici italiani a breve termine (oggi sono emessi con scadenze di 6 e 12 mesi) che costituiscono una piccola parte (6%) dei titoli del debito pubblico in circolazione. Quando lo Stato si indebita, lo fa collocando sui mercati finanziari dei titoli obbligazionari caratterizzati da diverse scadenze, tra cui i BOT: chi sottoscrive quei titoli presta il proprio denaro allo Stato, e si aspetterà di vederselo restituito maggiorato da un tasso di interesse. Chi ha sottoscritto l’ultima emissione di BOT annuali, ad esempio, ha prestato il proprio denaro allo Stato per 12 mesi in cambio di un tasso di interesse dello 0,122%.</p>
<p>I Minibot sarebbero dunque pensati per pagare i debiti commerciali dello Stato, trasformandoli in veri e propri titoli del debito pubblico: anziché attendere mesi e mesi per ricevere il denaro pubblico dovuto, i fornitori si vedrebbero corrispondere immediatamente un equivalente ammontare di Minibot. Le caratteristiche principali dei Minibot sarebbero due: il piccolo taglio, da cui deriva l’appellativo ‘mini’, e la possibilità di impiegarli come ‘moneta fiscale’, cioè per il pagamento delle tasse. Il piccolo taglio è un elemento particolare, perché di norma i titoli del debito pubblico sono scambiati sui mercati finanziari a partire da un lotto minimo di 1000 euro per transazione. Prevedendo tagli minimi da 10 euro (o addirittura minori) – lasciano intendere gli ‘esperti’ della Lega – sarebbe eventualmente pensabile anche la diffusione di questi titoli per i pagamenti correnti. Il nostro venditore di computer potrebbe ad esempio farci la spesa al supermercato, pagarci il medico e saldarci i suoi debiti. Si suppone che il supermercato, il medico e i subfornitori accetterebbero i Minibot come pagamento alternativo alla moneta a corso legale (l’euro) in virtù della seconda proprietà di questi strumenti finanziari, ovvero la loro capacità di pagare i tributi allo Stato. Immaginando che chiunque abbia tasse da versare all’erario, si ipotizza che i Minibot sarebbero accettati come mezzo di pagamento di qualsiasi transazione e dunque circolerebbero come se fossero una vera e propria moneta. Non possono tuttavia mai essere considerati una moneta a tutti gli effetti: l’art. 1277 del Codice Civile impone l’obbligo di accettazione – il cosiddetto ‘corso forzoso’ – solo alle monete a corso legale, proprietà riservata dalle norme europee (art. 128 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e artt. 2, 10 e 11 del Regolamento EC/974/98) solo all’euro: l’unica moneta a corso forzoso ammessa in Italia è dunque l’euro. Qualsiasi altra attività può essere impiegata negli scambi solo su base volontaria; da qui l’esigenza di attribuire ai Minibot la particolare proprietà di pagare imposte allo Stato, una proprietà che dovrebbe favorirne, senza rendere la loro accettazione obbligatoria, una certa diffusione.</p>
<p>La magia dei Minibot. I sostenitori dei Minibot ritengono che questo strumento consentirebbe di rilanciare l’economia grazie ad una maggiore circolazione della liquidità, senza al tempo stesso violare la disciplina di bilancio che ci chiede l’Europa. Per rilanciare l’economia, infatti, servirebbe un aumento di spesa da parte dello Stato che appare precluso dai vincoli al bilancio pubblico imposti dalle istituzioni europee; in questo quadro, i Minibot permetterebbero – stando a quanto asserito dai propri sostenitori – di aggirare furbescamente quei vincoli, creando liquidità senza intaccare i parametri relativi a <em>deficit</em> e debito pubblico. Un piccolo miracolo, se fosse vero. L’argomento in difesa dei Minibot è il seguente: esiste già un debito commerciale dello Stato verso i fornitori, e dunque la trasformazione di quel debito in titoli di Stato di piccolo taglio ne muterebbe la forma ma non la sostanza. In altre parole, i debiti commerciali dello Stato sarebbero già parte integrante del debito pubblico, e dunque l’introduzione dei Minibot non inciderebbe sull’ammontare del debito, ma si limiterebbe a trasformare attività illiquide (quali sono i crediti commerciali) in attività liquide, e dunque spendibili per consumi e investimenti; da qui lo stimolo all’economia senza violare le regole di Bruxelles. Parlando dei Minibot, Stefano Fassina <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/minibot-fassina-passo-per-uscita-euro-strumentalizzazione-inaccettabile-sinistra-subalterna-a-neoliberismo/5228126/" rel="noopener" target="_blank">ha recentemente dichiarato</a>: “<em>Certo che sono debito, ma è un debito che è stato già fatto, non è un ulteriore debito”</em>. da ciò deriverebbe in ultima istanza la magia dei Minibot, misteriosi strumenti finanziari apparentemente capaci di rilanciare l’economia senza offendere la Commissione Europea, una vera panacea per chi è alla disperata ricerca della compatibilità politica con l’Europa ma vorrebbe ripagare almeno in parte la fiducia dei suoi elettori, che gli hanno affidato il compito di chiudere la stagione dell’austerità.</p>
<p>Purtroppo, però, le cose non stanno così. Per capirlo dobbiamo addentrarci nei meandri della contabilità pubblica, ossia di quell’insieme di regole e convenzioni che prelude alla misurazione di grandezze economiche. In particolare, tra i documenti di contabilità pubblica dobbiamo andare alla ricerca dei debiti commerciali partendo dalla misura che più ci interessa: il debito pubblico misurato <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/documents/3859598/5937189/KS-GQ-14-010-EN.PDF/">secondo i criteri di Maastricht</a> (oltre 400 pagine di metodologia, per avere l’idea della complessità contabile del problema). Questa è, infatti, la definizione di debito pubblico rilevante per l’applicazione della disciplina fiscale nell’Unione Europea. I vincoli europei, in altre parole, limitano il ricorso al debito nella sua definizione contabile elaborata dall’Eurostat, il braccio statistico della Commissione Europea, ed è dunque a quel particolare aggregato che dobbiamo guardare per capire se i crediti commerciali siano inclusi o meno nel computo del debito pubblico. La Banca d’Italia misura il cosiddetto ‘debito di Maastricht’ nel documento <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/2019-finanza-pubblica/statistiche_FPI_20190515.pdf">“Finanza pubblica: fabbisogno e debito”</a>, alla tavola 4: l’ultimo dato disponibile (marzo 2019) individua un debito pubblico pari a 2.356 miliardi di euro composto principalmente (85%) da titoli di Stato a breve e lungo termine (BOT, BTP e altri), poi da altre voci contabili (monete e depositi, prestiti finanziari) ed infine, per un modesto 2%, da “Altre passività”. Dentro a questa voce residuale vi sono circa 10 miliardi di euro che contengono – come spiega la nota metodologica del documento – anche “operazioni di cartolarizzazione (per la parte considerata come prestito secondo le regole statistiche europee) [e] cessioni pro soluto a favore di intermediari finanziari non bancari (in attuazione della decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012).” Che c’entra questo con il debito commerciale? Cartolarizzazioni e cessioni pro-soluto sono due metodi che un fornitore dello Stato, per fare un esempio, può adottare per trasferire il suo credito commerciale ad una banca o altro intermediario finanziario ed ottenere immediatamente liquidità. Il debito commerciale di una amministrazione pubblica è definito in termini contabili come uno sfasamento tra la competenza economica e la cassa: il Ministero impegna denaro per acquistare dei computer (competenza), ma verserà di fatto (tramite la cassa) quel denaro solo sei mesi dopo. Questo mero ritardo si trasforma in debito di Maastricht se e solo se viene formalizzato, cristallizzato in un contratto debitorio, cosa che avviene quando il fornitore – stufo di attendere la pubblica amministrazione – decide di cedere il suo credito ad un’istituzione finanziaria per ottenere della liquidità. In quel preciso momento, un semplice sfasamento cassa-competenza assume le vesti formali di una somma prestata dalla banca, subentrata al fornitore come creditore dello Stato. Quello che la documentazione contabile europea ci dice, dunque, è che i debiti commerciali in sé non entrano a far parte del debito pubblico conteggiato ai fini di Maastricht, a meno che quei debiti non vengano trasferiti formalmente ad una banca. La <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/documents/1015035/2041337/Statist-record-of-some-operations-rel-to-trade-credits-i.pdf/f2238d11-9257-4a0e-bd9a-39dcf1fb2cfd">decisione dell’Eurostat del 31 luglio 2012</a> precisa che “quando un fornitore di beni e servizi che detenga un credito verso lo Stato registrato come un credito commerciale trasferisce <em>totalmente </em>e <em>irrevocabilmente</em> quel credito ad un’istituzione finanziaria (…), la passività dello Stato originariamente registrata come credito commerciale <em>deve essere riclassificata</em> <em>come prestito</em>, <em>parte integrante del debito di Maastricht</em>”.</p>
<p>Dunque, per concludere questa noiosa ma necessaria digressione contabile, i debiti commerciali dello Stato non sono attualmente parte del debito pubblico rilevante per l’applicazione dei vincoli europei, se non per la parte cartolarizzata e quindi tradotta in prestiti bancari. Ne discende che un’eventuale trasformazione dei debiti commerciali non cartolarizzati in Minibot creerebbe – ai fini del calcolo necessario per verificare l’aderenza ai vincoli imposti dalle istituzioni europee – un equivalente ammontare di nuovo debito pubblico. Di quali cifre stiamo parlando? Nei <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/conti-finanziari/2019-conti-finanziari/statistiche_CFI_20190118.pdf">conti finanziari della Banca d’Italia</a> è possibile rintracciare i debiti commerciali del settore pubblico, che ammontano a circa 43 miliardi di euro. Ciò significa che, ad oggi, gravano sul debito pubblico solo 10 miliardi di euro di debiti commerciali (ossia quelli cartolarizzati o ceduti alle banche), mentre 43 miliardi di euro di ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione restano fuori dal perimetro di computo del debito pubblico. È la Banca d’Italia a confermare questo calcolo individuando, nell’ultima <a href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relazione-annuale/2018/rel_2018.pdf">relazione annuale</a>, “circa 53 miliardi” di debiti commerciali complessivi di cui, “secondo le statistiche europee, una parte (circa 10 miliardi) è già inclusa nel debito pubblico.” (p. 145).</p>
<p>Tirando le fila del discorso, dunque, è inutile discutere ulteriormente nel merito della proposta dei Minibot. È inutile, insomma, chiederci se davvero quei titoli di Stato di piccolo taglio circolerebbero effettivamente nell’economia, stimolando la domanda di beni e servizi, cosa peraltro affatto scontata. Una loro introduzione creerebbe più di 40 miliardi di euro di nuovo debito pubblico, fuori dalla disciplina di bilancio imposta dalle istituzioni europee. Nessun trucco contabile può spezzare le catene che paralizzano le economie europee; nessun espediente tecnico può risolvere un problema politico. Se si tratta di uscire dalle regole di bilancio definite dalla Commissione Europea, tanto vale sforare i vincoli per la via maestra, creando nuovo debito e dunque raccogliendo moneta sui mercati finanziari, liquidità libera di stimolare l’economia senza incontrare tutte le frizioni che il nuovo e astruso oggetto dei Minibot necessariamente produrrebbe. Il problema è che questa conclusione, che ci sembra perfettamente logica, si scontra con il contesto politico che tanto risalto ha dato al tema dei Minibot, un contesto caratterizzato dalla continua ricerca della compatibilità con i vincoli europei. Nessun partito che siede in Parlamento, oggi, osa mettere seriamente in discussione quei vincoli; nessuno vuole quindi ammettere che le politiche espansive necessarie a superare questa crisi richiedono la rottura della gabbia europea. La Lega, <a href="https://coniarerivolta.org/2019/05/31/le-favole-di-salvini-favole/" rel="noopener" target="_blank">lungi dall’essere impegnata in un braccio di ferro con l’Europa e i suoi vincoli</a>, sta disperatamente cercando di restare al governo senza offendere la sensibilità di Bruxelles. A questo servono i Minibot: a sognare un rilancio dell’economia sotto lo sguardo mansueto dei guardiani dei conti pubblici della Commissione Europea, contribuendo al contempo a rendere ancora più stretta la corda con cui la disciplina fiscale europea ci soffoca. Un sogno, se così si può definirlo, destinato a rimanere tale.</p>
<p>Ma la storia dei Minibot, come vedremo, non finisce qui. Si è creato infatti, intorno ad essi, un vero e proprio mito: l’idea che questi bizzarri artifici contabili pongano le basi per un’uscita dell’Italia dall’euro. Un mito molto utile all’attuale Governo perché, proprio nella fase in cui Salvini è costretto a inasprire le misure di austerità imposte dell’Unione Europea in aperta contraddizione con il mandato di 9 milioni di elettori, alimenta l’immagine di una Lega intenta a sradicare alla radice il male dell’austerità. Ne discuteremo nella seconda parte di questo pezzo.</p>
<p><em><strong> Coniarerivolta</strong></em></p>
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		<title>Istruzione e disoccupazione: chi non è causa del suo mal non pianga se stesso</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2019 14:43:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Coniare Rivolta]]></category>
		<category><![CDATA[Disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Il Sole 24 ore]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Krugman]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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<h1><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/tinder.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5842" title="tinder" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/05/tinder-300x205.jpg" alt="" width="300" height="205" /></a></h1>
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<p>Non si fa mai in tempo ad indicare la Luna, che qualche editorialista de Il Sole 24 Ore continua a guardare il dito. Qui però non si tratta di stolti, ma di ben educati alfieri del liberismo proni e pronti a procurar sciagure ai diseredati. Il tema, nostro malgrado, è ben noto: l’atavico problema della disoccupazione che attanaglia l’economia italiana. La risposta della stampa padronale, con minime variazioni sul tema, è sempre la stessa: quella sbagliata.</p>
<p>Di recente Il Sole 24 Ore ha pubblicato <a href="http://scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2019-03-06/perche-italia-si-fabbricano-laureati-inutili-le-imprese-e-quanto-pesa-scelta-scuola-e-universita-115017.php?uuid=ABySfDbB&amp;refresh_ce=1" rel="noopener" target="_blank">l’ennesimo articolo</a> in cui la colpa della disoccupazione giovanile ricadrebbe ancora una volta sui giovani stessi. Quale sarebbe la loro colpa, nello specifico? Avere scelto un percorso di studi non congruo alle richieste del mondo del lavoro. Ad un buon osservatore, potrebbe far già ridere così. Ma proviamo ad andare con ordine.</p>
<p>Qual è il paradigma che ispira l’autore del pezzo lo si capisce dalle prime righe: la domanda aggregata non ha alcuna importanza, nel determinare il livello d’occupazione. Detto altrimenti, secondo l’autore per le imprese non è rilevante quanta domanda di beni (e servizi) si trovino a dover fronteggiare, nel decidere quante persone assumere. Il problema vero, apparentemente, risiederebbe negli sbagli fatti dai ‘giovani’ al momento di scegliere quale scuola superiore frequentare o a quale facoltà iscriversi: abbiamo pochi studenti che frequentano i corsi di avviamento professionale e troppi che invece si accaniscono nelle inutili lauree umanistiche.</p>
<p>“L’Italia ha anche la più bassa percentuale di laureati in Europa”, afferma anche l’autore, e aggiunge: “questa scarsità però non si traduce in un vantaggio”. Pare di capire, quindi, che il problema sia che in pochi si iscrivono all’università e buona parte di quelli che lo fanno si iscrive alla facoltà sbagliata. Ad aggiungere la beffa al danno, tra i molti che invece all’università non ci vanno solamente pochi scelgono scuole utili, cioè quelle che idealmente dovrebbero trasformare lo studente in un precoce e spersonalizzato ingranaggio della catena produttiva.</p>
<p>Scorrendo l’articolo, si susseguono una serie di domande retoriche, a cui vengono date risposte controverse e contraddittorie. “Come è possibile che i nostri (relativamente pochi) laureati non riescano a soddisfare le esigenze delle imprese?”, si chiede l’autore. La domanda genera però un paradosso che l’autore non sembra cogliere. Ai troppi laureati in discipline umanistiche, che stentano a trovare lavoro poiché formati in materie non in linea con le esigenze del mercato, si affiancherebbe un numero esiguo – a questo punto – di laureati in facoltà tecniche. Questi ultimi però tendono a essere sovra-qualificati rispetto alla posizione lavorativa che si trovano a ricoprire. Come il combinato disposto delle due costatazioni possa far ritenere che la soluzione al problema della disoccupazione risieda in una scelta più oculata del percorso di studi, non ci è dato sapere. Come i giovani possano avere delle responsabilità nel non riuscire a districarsi in questo ginepraio, è incomprensibile: da un lato, si sostiene fin dal titolo che esistano lauree inutili; dall’altro, si ammette che i pochi laureati ‘utili’ non trovino un posto adatto alle loro qualifiche e adeguatamente pagato. Per quale ragione il ‘giovane’, anche quello desideroso di fare la scelta più atta a “soddisfare le esigenze delle imprese”, dovrebbe iscriversi alla facoltà ‘giusta’, se questo implica finire a lavorare sottopagati?</p>
<p>Ma non finisce qui. Parte delle responsabilità viene attribuita anche alle famiglie che “nella scelta della scuola superiore sono troppo focalizzate su aspetti di breve termine (il gradimento dello studente, l’impegno necessario, la qualità percepita dell’istituto) e troppo poco sugli aspetti di lungo periodo, come le prospettive in termini di mercato del lavoro o accesso all’università”. Dovrebbero, per farla breve, prediligere i cosiddetti <em>programmi di vocational training</em>. Questi programmi, la cui introduzione è fortemente incentivata dall’Ocse e dalle <a href="https://ec.europa.eu/education/policies/eu-policy-in-the-field-of-vocational-education-and-training-vet_en" rel="noopener" target="_blank">istituzioni europee</a>, rappresentano quello che ai tempi della scuola esplicitamente classista si chiamava avviamento professionale, un’alternativa al percorso scolastico generalista il quale, a differenza del primo, permetteva l’accesso all’università. Nella loro versione contemporanea, i cosiddetti percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP) sono percorsi triennali o quadriennali, finalizzati all’ottenimento di un diploma professionalizzante e strutturati congiuntamente tra le Regioni e le imprese. Prevedono attività di stage, di laboratorio e di apprendistato: una vera e propria <a href="https://coniarerivolta.org/2018/04/24/listruzione-al-servizio-dei-padroni-una-fabbrica-di-schiavi/" rel="noopener" target="_blank">fabbrica di manodopera</a> per le imprese.</p>
<p>Fa dunque capolino il consueto paragone con la Germania, la quale presenterebbe dei tassi di disoccupazione dei laureati decisamente più bassi dell’Italia. Ciò testimonierebbe come i giovani tedeschi siano in grado di scegliere con più efficacia il proprio percorso di studio. Andando a guardare i dati Eurostat, tuttavia, possiamo permetterci di avanzare qualche dubbio sull’interpretazione del fenomeno. La Germania mostra tassi di occupazione sensibilmente più alti di quelli italiani per qualsiasi classe di istruzione. Nel 2018, il tasso di occupazione per i lavoratori che non hanno più che la quinta elementare (o l’equivalente tedesco) è di quasi 5 punti percentuali più alto in Germania che in Italia (48,3% vs. 43,8%); 16% in più tra i diplomati (80% vs. 64%) e 9% tra i laureati (88% vs. 79%). Il quadro è variegato e risulta difficile sostenere che in Italia ci sia un problema specifico riguardante i lavoratori maggiormente specializzati, soprattutto volendo collegare questo risultato alla laurea scelta. Tra l’altro, si può notare come il tasso di occupazione cresca al crescere della qualifica, il che da sé fornirebbe un indizio contro la ben nota retorica dello studio che non serve a trovare lavoro e della convenienza nell’intraprendere percorsi di studi superiori professionalizzanti, invece che proseguire con gli studi universitari. Soprattutto, è necessario leggere questi dati tenendo conto che il tasso di occupazione complessivo nel 2018 è stato in Germania ben 17 punti maggiore di quello Italiano (79,9% vs. 63%) ed è quindi necessario, per affrontare il tema della disoccupazione, fare riferimento alla situazione complessiva del mercato del lavoro che, come sappiamo, dipende dalle dinamiche della domanda aggregata: se l’economia tira e c’è un’alta domanda di beni e servizi, le imprese assumono per poter produrre quanto viene loro domandato. Voler far passare la situazione sopra descritta come una pura e semplice questione di ‘qualità’ dei giovani che si offrono sul mercato del lavoro invece è non solo sbagliato, ma rappresenta bene l’ideologia che anima e arma questa retorica fortemente classista e antistatalista.</p>
<p>Proviamo comunque, per un attimo, a prendere sul serio l’argomento proposto dall’autore e più in generale da questo filone di pensiero. Non ci vuole molto a rendersi conto <a href="https://coniarerivolta.org/2019/02/12/il-lavoro-manca-ma-de-bortoli-purtroppo-ce-se-sei-disoccupato-la-colpa-e-tua/" rel="noopener" target="_blank">che i dati smentiscono</a> in maniera netta questa narrazione, che vede nel <em>mismatch</em> la principale causa della disoccupazione in Italia.</p>
<p>Facciamo un passo indietro: cosa si intende per <em>mismatch</em> nel mercato del lavoro? Si parla di <em>mismatch</em> (o effetto disallineamento) riferendosi a quei casi in cui le imprese vorrebbero assumere più lavoratori ma non riescono a trovare candidati in linea con le loro esigenze. Per valutare questo fenomeno, in economia, si fa riferimento ai posti vacanti, che sono esattamente le posizioni aperte presso i datori di lavoro che ancora devono essere occupate. Per quanto il <em>mismatch</em> possa dipendere da fattori tipicamente congiunturali (come le varie fasi del ciclo) o temporanei (quali la c.d. disoccupazione frizionale), i teorici neoliberisti attribuiscono il problema esclusivamente alla rigidità del mercato del lavoro in entrata e in uscita o, nella versione apparentemente più edulcorata, alla mancata (auto)formazione della classe lavoratrice, che non sarebbe adatta a soddisfare le esigenze del mercato. Bene, andando a guardare i dati, sembrerebbe che il problema riguardi più la Germania che l’Italia. Il tasso di posti vacanti in Germania, a fine 2018, è pari al 3,4%, con un numero di posti vacanti che è oscillato tra 1.200.000 e 1.400.000. In Italia, invece, il tasso di posti vacanti è pari al 1% e il numero assoluto delle posizioni aperte non occupate è di poco superiore a 200.000, a fronte di oltre due milioni di disoccupati. <a href="https://coniarerivolta.org/2019/02/12/il-lavoro-manca-ma-de-bortoli-purtroppo-ce-se-sei-disoccupato-la-colpa-e-tua/" rel="noopener" target="_blank">Abbiamo già sottolineato</a> come basterebbe questo dato a sgonfiare la retorica della disoccupazione ‘da offerta’ nel nostro Paese, ma pare che la realtà, nonostante la sua durezza, non riesca a scalfire l’insormontabile montagna retorica liberista.</p>
<p>Anche volendo accettare per assurdo l’interpretazione teorica della disoccupazione da <em>mismatch</em>, emergerebbe comunque un problema logico per i sostenitori di questa impostazione. Fingiamo per un momento che davvero da parte delle imprese ci sia questo indomabile e frustrato desiderio di assumere. Come mai gli esperti del giornale di Confindustria non consigliano a queste imprese un semplice rimedio che, all’interno del loro paradigma teorico di riferimento, dovrebbe risultare infallibile? Volendo credere ai meccanismi noti come curve di domanda e offerta di lavoro – strumenti teorici ‘volgari’ e <a href="https://jacobinitalia.it/la-controversia-del-capitale/" rel="noopener" target="_blank">completamente screditati</a> da un punto di vista logico e analitico – sarebbe sufficiente aumentare a sufficienza i salari in quei settori in cui più pesa, come dice l’autore, la scarsità di offerta. Questo forse aiuterebbe a risolvere entrambi i presunti problemi che attanaglierebbero l’economia italiana: renderebbe più appetibili posizioni lavorative che potrebbero essere occupate anche da lavoratori altamente specializzati provenienti dall’estero – qualora non fossero disponibili in Italia – e incentiverebbe la scelta di quelle facoltà che forgiano le competenze che servono al nostro sistema produttivo. Tuttavia, una curva di domanda decrescente nel salario, che postula cioè che ci sia una relazione inversa tra numero di lavoratori richiesti dalle imprese e salario di mercato (al diminuire del salario le imprese assumeranno più lavoratori e viceversa), sembra esistere solamente quando serve ai padroni, come strumento da brandire per chiedere tagli salariali per far ripartire l’occupazione. L’aumento dei salari, invece, è un vero e proprio tabù. E questo accade nonostante in tale maniera la teoria economica del <em>mismatch</em>, che è bene ricordarlo è un apparato analitico del nemico di classe, perda di coerenza interna. Persino <a href="https://www.nytimes.com/2014/03/31/opinion/krugman-jobs-and-skills-and-zombies.html" rel="noopener" target="_blank">Paul Krugman</a>, non certo un economista eterodosso, ma pura espressione di una variante “progressista” del pensiero economico dominante, ha recentemente criticato l’idea che negli USA esista un problema di disallineamento, asserendo che, se fosse vero, nei settori in cui la scarsità di offerta è maggiore si sarebbe dovuto notare un aumento dei salari che in realtà non si nota.</p>
<p>A tutto questo si può aggiungere un altro paradosso: nonostante si sostenga che “l’Italia doppia la Germania per laureati in scienze sociali e in discipline artistiche e umanistiche”, i dati Istat ci dicono che il tasso di posti vacanti nel settore dell’istruzione in Italia è superiore alla media di tutta l’economia (1,1% nel terzo trimestre del 2018 e 1,9% nel secondo) e che quindi le discipline umanistiche non sono necessariamente l’anticamera per un futuro di disoccupazione.</p>
<p>In ogni caso, un quadro così complesso non scalfisce le convinzioni del giornalista del Il Sole 24 Ore, che conclude con le ben note ricette di stampo liberista: sussidiare le imprese, affinché si impegnino “in investimenti che facciano crescere il livello tecnologico delle produzioni, ma soprattutto spingere il pedale dell’acceleratore sull’attrattività e la comprensione di programmi di <em>vocational training</em>, puntando sulla formazione professionale più efficace e su politiche attive del lavoro”.</p>
<p>Scaricare tutto l’onere della disoccupazione su chi è disoccupato e cerca lavoro e sulle sue scelte formative assomiglia più ad un’operazione ideologica, assai lontana da un’analisi seria e verificabile del mercato del lavoro del paese, finalizzata a difendere politiche economiche e del lavoro di stampo liberista, che persistano nell’opera di compressione dei salari e dei diritti del lavoro. Né sembra coerente tenere insieme queste tesi e la proclamata necessità di spostare il Paese su una frontiera tecnologica più alta: come lo si fa in un contesto in cui l’azione e la programmazione pubblica sono impossibili e rappresentati come il male da estirpare? Tra l’altro, proprio questo approccio ha favorito e teorizzato la svendita dell’intero sistema produttivo pubblico, composto dalle imprese più produttive e innovative del Paese, nella convinzione che un processo di privatizzazione diffusa ci avrebbe garantito un sistema più efficiente e dinamico, grazie all’intraprendenza del settore privato. Invece, proprio gli investimenti privati, incentivati solo a colpi di tagli dei salari e del costo del lavoro. sono rimasti al palo, non avendo il Paese nessuna prospettiva concreta di crescita, azzoppato com’è da tagli continui alla spesa pubblica e da una dinamica dei consumi sfiancata, tra l’altro, da salari da fame.</p>
<p>È chiaro che la soluzione per incamminarsi su un sentiero di crescita occupazionale, che riguardi anche i giovani e tutte le categorie più svantaggiate, non possa che risiedere su due pilastri: da un lato, su un rinnovato stimolo alla domanda aggregata da parte dello Stato tramite una politica fiscale realmente espansiva; dall’altro su un nuovo ciclo di lotte per l’aumento dei salari, che comporti la crescita dei consumi e permetta di combattere la crescente disuguaglianza. Una duplice ricetta che richiede inevitabilmente la riappropriazione di tutti gli strumenti di politica economica, ad oggi <a href="https://coniarerivolta.org/2018/12/20/ce-lo-chiede-leuropa-disoccupazione-disuguaglianza-e-precarieta/" rel="noopener" target="_blank">resi inutilizzabili</a> dai trattati europei.</p>
<p><em><strong> coniarerivolta</strong></em></p>
</div>
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		<title>Germania: chi semina sfruttamento raccoglie crisi</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 13:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Secondo la saggezza popolare, l’erba del vicino è sempre più verde. Un caso di scuola di questo luogo comune si dà quando si discute della Germania e del suo modello economico. Quale che sia il tema specifico, il sottotesto ci parla sempre della supremazia tedesca dal punto di vista tecnologico, culturale ed economico, un [...]]]></description>
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<h1><a style="font-size: 13px;" href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/04/images1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-5727" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/04/images1.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></h1>
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<p>Secondo la saggezza popolare, l’erba del vicino è sempre più verde. Un caso di scuola di questo luogo comune si dà quando si discute della Germania e del suo modello economico. Quale che sia il tema specifico, il sottotesto ci parla sempre della supremazia tedesca dal punto di vista tecnologico, culturale ed economico, un risultato ottenuto a seguito di <a href="https://www.money.it/Welfare-riforma-tedesca-Hartz-cosa" rel="noopener" target="_blank">taumaturgiche riforme</a> e che permette alla Germania di fare <a href="https://www.tempi.it/germania-economia-riforme-welfare-mercato-lavoro-assistenzialismo/" rel="noopener" target="_blank">da locomotiva</a> per la crescita di tutta l’Europa. Se questo è il mito, la realtà ci offre tuttavia uno spaccato leggermente diverso. Ai racconti di un’economia vitale e rigorosa, che dovrebbe fungere da esempio terapeutico per tutti i Paesi mediterranei, si stanno pian piano sovrapponendo <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2019-02-14/germania-crescita-zero-recessione-evitata-un-soffio-094719.shtml?uuid=ABJtX8TB" rel="noopener" target="_blank">cronache più nefaste</a>: la Germania starebbe finendo in recessione. Stando alla lettura dei media, la frenata dell’economia tedesca deriverebbe, da un lato, dal rallentamento della domanda internazionale e, dall’altro, dal ‘complesso adeguamento dell’industria dell’auto ai più rigidi standard europei di emissione dei motori diesel’. Come vedremo, però, si tratta di una spiegazione parziale e che nasconde le cause più profonde e sistemiche, che hanno le loro radici in uno scellerato modello di crescita per sua natura insostenibile, basato sulla compressione salariale e sulla disponibilità di altri paesi a continuare comprare le merci prodotte internamente.</p>
<p>In qualche sobborgo di Wolfsburg sono stivate migliaia di auto invendute. Sarebbe facile associare questo fosco scenario semplicemente alle conseguenze dello <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Dieselgate" rel="noopener" target="_blank">scandalo Dieselgate</a>, che ha coinvolto la celebre casa automobilistica ‘del popolo’ (sic). Ma la storia non è così semplice. Al di là di questo caso ‘patologico’, il vero problema del modello economico tedesco è strutturale e per capirlo è necessario fare un passo indietro.</p>
<p>La Germania compete internazionalmente sui costi di produzione <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/27/delocalizzazioni-e-mini-job-il-lato-oscuro-della-germania-mercantilista/" rel="noopener" target="_blank">a suon di precarietà e delocalizzazioni</a>. Si tratta di un modello di crescita, <a href="https://coniarerivolta.org/2018/02/19/il-modello-tedesco-che-ci-impone-leuropa-e-disoccupazione-e-precarieta/" rel="noopener" target="_blank">perfettamente coerente con l’attuale architettura dell’Unione Europea</a>, che la Germania persegue da ormai vent’anni <a href="http://vocidallagermania.blogspot.com/2017/08/76-milioni-di-mini-job-quasi-un-quarto.html" rel="noopener" target="_blank">a colpi di mini-job</a>, con ripercussioni drammatiche sulle classi subalterne. Non si tratta, infatti, di una <a href="https://www.youtube.com/watch?v=U2Ut_bPivB8" rel="noopener" target="_blank">partita tra Germania e resto del mondo</a>, bensì di un vero e proprio scontro di classe senza confini geografici. Da decenni la Germania ci viene spacciata per l’avanguardia dell’efficienza e della competitività, cui si contrappone un’improduttiva periferia europea incapace di adottare un modello di sviluppo ‘moderno’ come quello tedesco. Il fiore all’occhiello dell’efficienza tedesca sarebbe rappresentato dalla capacità di vendere i propri prodotti sui mercati esteri: dal 1999 ai giorni nostri, la Germania ha in media esportato un ammontare di beni e servizi pari al 40% del proprio PIL (per un raffronto, in Italia lo stesso dato si aggira attorno al 25%). Le ragioni della competitività tedesca sono facilmente individuabili andando a guardare i differenziali di prezzo: i beni realizzati in Italia, che generalmente non sono di minore qualità di quelli prodotti a Stoccarda o a Monaco (tant’è che molta della componentistica dei beni finali <em>made in Germany</em>è prodotta da aziende italiane), sono diventati dal 1999 ad oggi più cari del 20% rispetto alle merci tedesche. In breve, il segreto del modello tedesco risiede soprattutto nella capacità di produrre le stesse merci a costi minori, con l’ovvio risultato che, mentre la Germania è cresciuta grazie alla domanda estera, i Paesi della periferia europea hanno progressivamente perso pezzi pregiati della propria industria, con effetti drammatici sull’occupazione.</p>
<p>Questa strategia di crescita è frutto di una deliberata scelta di politica economica, definita <em>‘</em>crescita trainata dalle esportazioni’. Generalmente, i beni prodotti da un’impresa possono essere venduti nel mercato domestico, traducendosi in domanda interna (ossia in consumi delle famiglie, investimenti di altre imprese, oppure acquisti fatti dal settore pubblico), o su quello estero, intercettando la domanda estera (esportazioni verso un soggetto residente in un altro Paese). Nell’implementazione di un modello di crescita fondato sull’export diventa cruciale il contenimento dei salari, considerati un mero costo di produzione, al fine di moderare la dinamica dei prezzi e dare linfa (via maggiore competitività) alle vendite all’estero. La conseguente anemia della domanda interna (indotta da salari stagnanti), combinata alla fissazione di prezzi competitivi, obbliga e al tempo stesso permette alle aziende di vendere i proprio prodotti all’estero, intercettando la domanda proveniente da Paesi dove le stesse merci sono generalmente più care.</p>
<p>Come si può facilmente intuire, questa strategia fondata sulla repressione di salari e domanda interni per stimolare le esportazioni – una strategia definita in letteratura ‘<a href="https://coniarerivolta.org/2018/07/20/i-dazi-di-trump-ovvero-il-protezionismo-al-servizio-dei-profitti/" rel="noopener" target="_blank">mercantilista</a>’ – presenta degli evidenti limiti.</p>
<p>Il primo limite è che questo modello, per costruzione, facendo leva sulla compressione dei salari, distrugge la domanda interna di un Paese. Oltre ad avere, quindi, conseguenze sociali particolarmente sgradevoli, in primo luogo per la classe lavoratrice, presenta un naturale elemento di vulnerabilità. Se la domanda estera inizia a stagnare (a causa, ad esempio, di una congiuntura economica avversa che coinvolte il resto del mondo), oppure entrano sul palcoscenico mondiale nuovi <em>competitor</em> ancora più concorrenziali (come i Paesi emergenti, caratterizzati da un bassissimo costo del lavoro), il Paese che persegue questa strategia finisce per cadere in crisi. Non sorprendentemente, le recenti statistiche ci indicano che la Germania <a href="http://contropiano.org/news/news-economia/2019/01/11/leconomia-della-germania-sara-il-problema-delleuropa-0111333" rel="noopener" target="_blank">sta scivolando in recessione</a> perché la crescita del commercio internazionale sta rallentando. Gli ultimi dati sugli ordinativi industriali in Germania <a href="http://contropiano.org/news/news-economia/2019/04/04/crisi-in-germania-tragedia-annunciata-in-italia-0114129" rel="noopener" target="_blank">parlano chiaro</a>: a febbraio 2019, si è registrato un -4.2% su base mensile e un -8.4% su base annuale.</p>
<p>Il secondo limite ha invece a che vedere con la possibilità di generalizzare e replicare questo modello di crescita. Volendo dare credito alle raccomandazioni delle istituzioni internazionali, infatti, questa sarebbe la via maestra, soprattutto per le economie del sud Europa, per uscire dalle sacche della recessione. Non ci vuole molto, però, per capire la fallacia di questo ragionamento, poiché se qualcuno esporta, qualcun altro deve importare. In altre parole: non tutti i Paesi possono campare di export. Ciononostante, questa rappresenta ormai la ricetta standard, suggerita dall’Unione Europea anche alla periferia europea come <a href="https://coniarerivolta.org/2019/03/09/portogallo-tra-mito-della-crescita-e-realta-dello-sfruttamento-parte-prima/" rel="noopener" target="_blank">un modo efficace per uscire dalla crisi</a>. Ci dovremmo quindi tutti imbarcare per questa china, ma questa strategia, oltre ad accrescere povertà e sfruttamento, risulterebbe addirittura inutile in termini di esportazioni qualora fosse applicata contestualmente da tutti i Paesi a colpi di svalutazione salariale.</p>
<p>Ecco il motivo delle auto stivate nelle periferie delle grigie metropoli tedesche: come accade in tutte le fasi di crisi, non c’è sufficiente domanda di merci, interna e/o esterna (nel caso tedesco, sono crollati sia gli ordinativi domestici che quelli esteri, scesi rispettivamente dell’1.6% e del 6%). Certo, nelle fasi di depressione economica internazionale, e di conseguente bassa domanda estera, ci sarebbe un modo relativamente semplice per tornare a crescere: sarebbe sufficiente riattivare la domanda interna, ormai agonizzante in quanto falcidiata dal contenimento dei salari (la cui quota sul reddito ha perso circa 3 punti percentuali in vent’anni), ma per farlo occorrerebbe invertire la rotta in cui l’economia tedesca è invischiata da ormai due decadi, in cui si è assistito alla pressoché totale deregolamentazione del mercato del lavoro e ad una concertazione tra imprese e sindacati tedeschi funzionale alla deflazione salariale. Non in ultimo, occorre sottolineare che nel 2012 la Germania ha raggiunto il pareggio di bilancio e nei cinque anni successivi è arrivata ad accumulare un avanzo pubblico (avanzo totale, non solo primario, vedi <a href="https://coniarerivolta.org/2018/09/13/guida-al-dibattito-sulla-finanziaria-un-ridicolo-balletto-tra-europa-e-pagliacci-al-governo/" rel="noopener" target="_blank">qui</a> per una spiegazione delle differenze tra queste due grandezze): in altri termini, anche lo Stato ha contribuito a frenare la domanda interna. Se questa sottrazione di risorse da parte del settore pubblico non ha generato crisi nel recente passato è stato solo per effetto di un forte dinamismo dell’export: come i dati di oggi ci indicano, quando l’export cede il contenimento della spesa pubblica rappresenta la ciliegina sulla torta di una strategia completamente suicida.</p>
<p>Dalle nostre parti, tuttavia, non si respira un’aria molto diversa: in Italia, le esportazioni sono l’unica componente della domanda che mostra una certa vitalità, i consumi interni crollano a causa della stagnazione dei salari, e il processo di riforma del mercato del lavoro è in atto dai primi anni ‘90. Per queste ragioni, non bisogna commettere l’errore di individuare il nemico nella Germania, bensì in un modello di crescita (di cui la Germania è solo un esempio di fulgida attuazione, con buona pace dei proletari tedeschi pagati <a href="https://www.hartziv.org/ein-euro-job.html" rel="noopener" target="_blank">un euro all’ora</a>) che promuove precarietà, disoccupazione, crisi e, di conseguenza, <a href="https://coniarerivolta.org/2018/03/24/lexport-italiano-lo-dimostra-la-crisi-e-una-lotta-e-solo-i-vinti-piangono/" rel="noopener" target="_blank">redistribuzione del reddito dai salari ai profitti</a>. Queste considerazioni ci portano ancora una volta a riflettere sulla vera natura degli assetti politico-economici delle attuali economie avanzate, dove sulla contrapposizione tra ‘centro’ e ‘periferia’ europea si innesta la realtà di una società divisa in classi, in cui la deregolamentazione del mercato del lavoro, combinata alla libera circolazione di merci e capitali, non può che portare a pressioni a ribasso sul costo del lavoro, con l’unico effetto di spostare ancor più i rapporti di forza a favore dei capitalisti.</p>
<p><em><strong>coniarerivolta</strong></em></p>
</div>
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		<title>Riduzione del tempo di lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 11:15:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Idea Socialista]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Gatti]]></category>
		<category><![CDATA[Riduzione orario di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Riduzione dell&#8217;orario di lavoro di Renato Gatti In molti post che affrontano il tema della digitalizzazione e della robotizzazione viene affermato che un modo di affrontare il problema è quello della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Ammetto che proporre che l’incremento della produttività vada distribuito anche al lavoro salariato o come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<h1><a style="font-size: 13px;" href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/otto-ore11.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5462" title="otto-ore1" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/otto-ore11-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" /></a></h1>
</header>
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<div><strong>Riduzione dell&#8217;orario di lavoro</strong></div>
<div>
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<p><strong><em>di Renato Gatti</em></strong></p>
<p>In molti post che affrontano il tema della digitalizzazione e della robotizzazione viene affermato che un modo di affrontare il problema è quello della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.</p>
<p>Ammetto che proporre che l’incremento della produttività vada distribuito anche al lavoro salariato o come aumento della paga oraria o della riduzione del tempo di lavoro, abbia una sua logica economica valida per un’economia keynesiana, lungi, quindi, dall’essere perseguita in questa unione europea in cui ci troviamo ad operare.</p>
</div>
<div>
<p>Va da sé, tuttavia, che una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario comporta necessariamente un problema di competitività dei nostri prodotti rispetto a quelli prodotti all’estero ed in particolare nei paesi dell’UE. A questo proposito va esaminato il raffronto del costo del lavoro nel nostro paese e negli altri paesi, va inoltre esaminato se l’argomento della riduzione dell’orario di lavoro sia già all’ordine del giorno negli altri paesi UE.</p>
<p>Venendo al primo argomento val la pena fare alcune precisazioni:</p>
<ul>
<li>i netti delle buste paga dei diversi paesi UE non sono comparabili perché ci sono retribuzioni, come il tfr, la sanità o le pensioni, non sono ugualmente regolamentati nei vari paesi;</li>
<li>il costo del lavoro include il lordo dovuto al lavoratore più i contributi previdenziali posti a carico del datore di lavoro;</li>
<li>il costo del lavoro va tuttavia commisurato al valore aggiunto che quel lavoro produce. Se ad esempio io costo 110 e produco 11 unità di prodotto, il mio costo per unità di prodotto CLUP è di 10 mentre se tu costi 80 ma produci 6 unità di prodotto, allora il tuo CLUP è pari a 13.33. Quindi io ad un costo di 110 costo meno di chi ha un costo di 80.</li>
</ul>
<p>Questo confronto è quindi molto interessante vedere la seguente tabella (tratta da La rincorsa frenata di Patrizio Bianchi Il Mulino)</p>
<p>Paese               Valore aggiunto       Costo del lavoro               Costo del lavoro</p>
<p>per addetto               per addetto               per unità di prodotto</p>
<p>Sw                           118                                 62                                   53</p>
<p>Uk                            108                                53                                   49</p>
<p>De                              79                                56                                   71</p>
<p>Ch                              77                                52                                    68</p>
<p>Fr                               74                                51                                    69</p>
<p>It                                60                                46                                    77</p>
<p>Quindi pur essendo il costo del lavoro per addetto il più basso (Bnl escluso) tra i paesi più industrializzati, il CLUP ovvero il costo del lavoro per unità di prodotto risulta essere il più caro. Quindi siamo già i meno competitivi di altri paesi e una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario comporta preoccupazioni che non vanno sottovalutate. Si noti inoltre che non stiamo dicendo che i nostri lavoratori costano troppo, stiamo dicendo che il sistema paese Italia è a bassissimo valore aggiunto (deficienza del capitale che non investe e degli imprenditori affetti da nanismo) causando così un costo del lavoro per unità di prodotto poco concorrenziale. A questo proposito non va dimenticato, oltre all’orario giornaliero, quante ore di lavoro si facciano nei diversi paesi. Vediamo in ordine decrescente:</p>
<p>Messico                        2.255        USA            1.783     Uk             1.676       Francia       1.472</p>
<p>Sud Corea                    2.069         Italia          1.730     Austria      1.669       Olanda        1.430</p>
<p>Grecia                           2.034         Giappone  1.713    Finlandia   1.653       Danimarca  1.410</p>
<p>Russia                           1.974         Spagna       1.695    Svezia         1.621      Germania    1.363</p>
<p>Da questa comparazione risulta evidente che la riduzione dell’orario di lavoro è una realtà già in essere in molti paesi europei, e che quindi l’argomento non è campato per aria anche se non va disgiunto dal tema della produttività oraria che incide in modo significativo nel calcolo del Clup.</p>
<p>Sul secondo argomento, è interessante vedere negli altri paesi come sia gestito l’orario di lavoro:</p>
<p>In Germania l’accordo tra il sindacato metalmeccanici IG Metall e gli industriali prevede la riduzione volontaria della settimana lavorativa fino a 28 ore per un periodo minimo di sei mesi fino ad un massimo di 24 mesi. L’orario settimanale standard è di 35 ore, chi vuole può lavorare anche 40 ore. Se i motivi della riduzione sono familiari o legati ad un lavoro usurante, il lavoro non subisce nessun taglio dello stipendio. L’accordo riguarda il Baden-Wurttemberg (la regione di Porsche e Daimler) e riguarda 900.000 lavoratori su circa 4 milioni di metalmeccanici.</p>
<p>In Francia, la legge sulle 35 ore, la cui definitiva entrata in vigore data dal 2002, ha appena compiuto 15 anni e che <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-09-19/parigi-e-muro-35-ore-che-blocca-mercato-lavoro-121218.shtml?uuid=ACbApu0&amp;fromSearch">continua a rappresentare una sorta di tabù,</a> di inviolabile mito della sinistra che neppure la destra ha mai osato abbattere. Per varie ragioni. Perché le 35 ore – con il loro corollario di ulteriori giorni di “vacanza” – sono ormai saldamente radicate nelle abitudini, anche familiari, dei francesi. Perché, quindi, la loro scomparsa avrebbe un impatto economico non irrilevante sull’industria del turismo. Perché nel settore privato l’orario effettivo di lavoro è rimasto sostanzialmente inalterato e quindi consente a gran parte dei dipendenti di incassare le maggiorazioni previste dagli straordinari (che scattano ovviamente dalla 36ma ora). Perché le imprese, soprattutto le grandi, si sono da tempo organizzate sulla base dell’orario ridotto e cambiare nuovamente questa organizzazione comporterebbe costi e complessità che preferiscono non affrontare. Perché, infine, le aziende ricevono dallo Stato circa 12 miliardi all’anno (in media, dal 2002 a oggi) sotto forma di alleggerimenti contributivi, decisi a suo tempo per attenuare l’impatto delle 35 ore sul costo del lavoro. E a quei 12 miliardi non vogliono rinunciare. La legge di Lionel Jospin è ancora in vigore, ma verrà di fatto aggirata e vanificata dalla detassazione delle ore di straordinario lavorato, oggi colpite da un’aliquota speciale del 25%. Una misura costosa, ma fortemente voluta dal Presidente e dagli industriali per incentivare &#8211; al contrario &#8211; a lavorare di più per guadagnare di più.</p>
<p>In altri paesi a bassa disoccupazione, come quelli scandinavi: a Copenhagen negli uffici municipali della capitale danese si sta discutendo un progetto pilota che prevede una settimana lavorativa di 30 ore. Stessa cosa in Svezia, dove in una casa di riposo di Goteborg è stata provata una giornata lavorativa di sole sei ore, con un aumento dei costi salariali (tra l’altro, sono stati assunti lavoratori extra per coprire i turni), ma anche con un netto miglioramento della soddisfazione dei lavoratori, meno assenze per malattia, e gli anziani assistiti molto meglio trattati. Anche alcune imprese private del settore informatico, come Brath Ab e Filimundus, hanno introdotto riduzioni dell’orario di lavoro; a suo tempo ha adottato un turno di sei ore anche la Toyota di Göteborg, ricavandone anche un aumento degli utili.</p>
<p>In Belgio il leader del Partito socialista francofono, l’ex premier Elio Di Rupo, cerca di rivitalizzare il partito con la proposta della Rctt, la Reduction Collective du Temps du Travail, ovvero 30 ore e 24 minuti a settimana. Un taglio del 20% da conseguire lasciando margini di manovra alla contrattazione sindacale.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Il mio intento è di collegare i seguenti punti: evitare che il capitale si appropri dei frutti della produttività e del sapere sociale, tenere presente la realtà attuale del costo del lavoro per unità di prodotto e della sua rilevanza nella competitività mondiale ed in particolare nell’UE, pensare alla perdita di posti di lavoro che non solo in futuro, ma già da anni (pensiamo alla robotizzazione delle catene di montaggio delle auto) il nuovo modo di produzione 4.0 comporta.</p>
<p>Se metto insieme tutti questi elementi la riduzione del tempo di lavoro mi pare una soluzione che:</p>
<ol>
<li>se fatta a parità di salario emarginerebbe il nostro paese nella competitività globalizzata. Ci sarebbe un effetto benefico sui consumi e quindi sulla domanda aggregata, ma spingerebbe il capitale o a chiudere e dirottare i suoi fondi nel finanziario o ad accelerare la meccanizzazione in modo selvaggio contro i lavoratori e senza essere condizionato da una valutazione di impatto occupazionale;</li>
<li>se fatta a salario commisurato al ridotto tempo di lavoro non minerebbe la competitività aziendale e ridurrebbe la disoccupazione (non incrementando però le ore lavorate), non avrebbe effetti sulla domanda aggregata, ma non affronterebbe il problema di come essere protagonisti nel gestire il nuovo modo di produzione 4.0.</li>
</ol>
<p>Entrambe sarebbero comunque misure temporanee che non danno una soluzione radicale al problema specialmente quando proiettassimo gli sviluppi della robotizzazione al momento in cui tutto fosse prodotto dalle macchine e fosse scomparso il lavoro vivo.</p>
<p>Per affrontare il problema in modo più sistematico ritengo invece che occorra in modo globale e sistematico, tenendo presenti le difficoltà attuali del nostro sistema produttivo, consci che viviamo in un sistema capitalistico che non siamo in grado di scalzare, ma che siamo in grado, con le nostre capacità, di modificare o condizionare a favore della razionalità socialista. Capisco la necessità di prevedere, in una società completamente robotizzata, un reddito di cittadinanza, ma esso non avrebbe nulla a che vedere con il reddito di cittadinanza che il governo ci propone. Quello che mi perplime è che questo reddito di cittadinanza sia finanziato in deficit e non si pensi in alcun modo a come strutturare una sistematica che finanzi i fondi destinati a sostenerlo. Mi ferisce la primitività dell’approccio e la demagogia della proposta, costretta, proprio per queste carenze, a inventare limitazioni e condizioni che contraddicono l’incondizionalità del reddito di cittadinanza.</p>
<p>Dobbiamo quindi, a mio modo di vedere:</p>
<ul>
<li>privilegiare l’incremento di produttività dell’azienda Italia, favorendo la digitalizzazione, la robotizzazione e l’innovazione, e operando in modo da superare il nanismo del nostro assetto industriale.</li>
<li>nel contempo dovremmo registrare ogni agevolazione fiscale data alle imprese non come “regalo al capitale” ma come partecipazione societaria della comunità nel capitale sociale delle imprese beneficiarie. In tal modo non si toglie all’impresa alcun vantaggio previsto dalle agevolazioni fiscali, ma l’erogazione di tali agevolazioni va alla comunità piuttosto che al capitale. In fondo le agevolazioni fiscali vengono dai contribuenti e non dal capitale, ovvio quindi riconoscerne la titolarità alla comunità e non al capitale, con la creazione di un fondo di solidarietà, di memoria Meidneriana.</li>
<li>prevedere nella rilevazione dell’utile societario, un accantonamento obbligatorio al fondo di solidarietà di cui sopra come riconoscimento della quota di beneficio creato dalla innovazione tecnologica, che va riconosciuta alla comunità;</li>
<li>riduzione dell’aliquota dell’Ires per una quota pari alla quota da accantonare obbligatoriamente al fondo di solidarietà previsto al punto precedente;</li>
<li>prevedere nei rinnovi di contratto sindacali, una quota contrattuale da destinare al fondo di solidarietà, introducendo la partecipazione dei lavoratori nei consigli di amministrazione o di vigilanza delle società in proporzione al fondo di solidarietà accumulato;</li>
<li>favorire l’aggregazione delle piccole imprese in forme sociali aggregate capaci di elevare il livello tecnologico dell’aggregato, capace quindi di elevare la quota di valore aggiunto e ridurre nel contempo il costo del lavoro per unità di prodotto.</li>
</ul>
<p>Insomma, al di là dei suggerimenti buttati di getto più sopra, avere una visione globale del problema che disegni una nuova società capace di adeguarsi agli sviluppi schumpeteriani dell’economia e in grado di governarli nei limiti delle sue capacità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>https://www.ideologiasocialista.it/</p>
</div>
</div>
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		<title>Capitalismo elitario</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jan 2014 13:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[borghesia]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[coscienza infelice]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo lavoro nasce grazie agli studi e alle riflessioni sulla borghesia e sul capitalismo dei filosofi Costanzo Preve e Diego Fusaro, oltre che da miei studi personali. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;">Il crollo della &#8216;<em>coscienza infelice borghese</em>&#8216; e l&#8217;ascesa al potere di élite ultra-capitalistiche</h2>
<p style="text-align: right;">di <strong>Valerio Spositi</strong></p>
<p><em>Questo lavoro nasce grazie agli studi e alle riflessioni sulla borghesia e sul capitalismo dei filosofi Costanzo Preve e Diego Fusaro, oltre che da miei studi personali. L&#8217;analisi da me posta sulla sostituzione, al comando del sistema capitalistico, della borghesia storica otto-novecentesca da parte di diverse tipologie di élite è il risultato di alcune discussioni svolte dal sottoscritto con l&#8217;amico filosofo Diego Fusaro, che ringrazio sentitamente. Il presente lavoro non ha la minima pretesa di essere esaustivo su un tema assai delicato e che necessita di ulteriori studi ed approfondimenti.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>1. Borghesia come “<em>soggetto collettivo</em>” portatore di una “<em>coscienza infelice</em>”</h3>
<blockquote><p>&#8220;<em>Che cosa ha condotto alla bandiera rossa quelli che, per così dire, non ne </em><em>avevano bisogno?</em>”</p>
<p>(Ernst Bloch, Il principio speranza)</p></blockquote>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/capitalismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4104" title="capitalismo" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/capitalismo-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molti studiosi marxisti del XX sec. hanno svolto le loro analisi sul rapporto che intercorre tra Borghesia e Capitalismo identificando la classe borghese quale classe-soggetto della società capitalistica, il che, stando al pensiero del filosofo torinese Costanzo Preve, porta ad una identificazione di essa con il capitalismo stesso, ovvero una Borghesia come lato soggettivo del Capitalismo e quest&#8217;ultimo come lato oggettivo della Borghesia.</p>
<p>Studiosi come Preve, La Grassa e Fusaro, però, hanno posto sotto una lente critica tale analisi. Secondo tali studiosi, infatti, questa interpretazione non ci aiuta ad apprendere con il pensiero il nostro tempo (parafrasando il filosofo tedesco Hegel) che è definibile come società ultra-capitalistica, ove l&#8217;imperativo dell&#8217;onni-mercificazione permea ogni strato esistenziale. Su questo aspetto, comunque, torneremo a breve.</p>
<p>Al fine di arrivare alla genesi della nostra analisi sulla borghesia come soggetto collettivo portatore di una coscienza infelice, credo che il seguente passo dell&#8217;opera di Marx ed Engels, <em>La </em><em>sacra famiglia. Ovvero critica della critica critica. Contro Bruno </em><em>Bauer e soci</em>, possa esserci di ausilio:</p>
<blockquote><p>“<em>La classe proprietaria e la classe del proletariato presentano la stessa </em><em>autoalienazione umana. Ma la prima classe, in questa autoalienazione, si sente a </em><em>suo agio e confermata, sa che l&#8217;alienazione è la sua propria potenza e possiede in </em><em>essa la parvenza di un&#8217;esistenza umana; la seconda classe, nell&#8217;alienazione, si </em><em>sente annientata, vede in essa la sua impotenza e la realtà di un&#8217;esistenza inumana. </em><em>Per usare un&#8217;espressione di Hegel, essa è nell&#8217;abiezione la rivolta contro </em><em>quest&#8217;abiezione, una rivolta a cui essa è spinta necessariamente dalla </em><em>contraddizione della sua natura umana con la situazione della sua vita, la quale </em><em>situazione è la negazione aperta, decisa, completa, di questa natura </em>[1]”</p></blockquote>
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<p>La genesi della coscienza infelice della borghesia nasce a seguito della contraddizione e dell&#8217;impossibilità di realizzazione dei suoi presupposti universalistici (di matrice illuministica) di emancipazione generale dell&#8217;umanità e del particolarismo degli interessi di classe derivanti dal <em>modus operandi</em> capitalistico che la erge a classe dominante.</p>
<p>Il capitalismo dialettico, tipico della fase otto-novecentesca, al fianco della lotta materiale (lotta di classe) della classe dominata, ovvero la classe operaia, vede anche una lotta intellettuale, generatasi proprio da quella coscienza infelice borghese.</p>
<p>Tale coscienza infelice è, però, solo uno dei presupposti generatisi dal capitalismo della fase dialettica; l&#8217;altro è il riconoscimento del lavoro servile da parte di chi ne è portatore, ovvero la classe operaia. Illuminante qui un passo di Hegel che, descrivendo la relazione tra servo e signore (tipico dell&#8217;età feudale), ci aiuta a comprendere la relazione esistente tra il capitalista e il venditore della forza-lavoro:</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>i momenti si presentano dunque come due figure opposte della coscienza: l&#8217;una è </em><em>la coscienza autonoma che ha per essenza l&#8217;essere-per-sé, l&#8217;altra è la coscienza </em><em>non-autonoma, la cui essenza è la vita, l&#8217;essere per un altro. Uno è il signore, </em><em>l&#8217;altro è il servo</em> [2]&#8220;</p></blockquote>
<p>È nel servo allora che risiede la chiave di volta della fase dialettica, poiché solamente esso può comprendere appieno la contraddizione esistente e creare le condizioni volte al suo superamento. Come può allora la borghesia, intesa come soggetto collettivo, conciliare i suoi valori emancipativi ed universalistici con il suo particolarismo per il mantenimento della posizione dominante all&#8217;interno della società capitalistica?</p>
<p>Nuovamente Hegel torna ad essere colui il quale ci fornisce la risposta. Secondo costui, l&#8217;unico modo per realizzare pienamente i principi universalisticamente emancipativi è l&#8217;adesione della borghesia, e della sua coscienza infelice, alla lotta per il riconoscimento del lavoro servile, poiché solo attraverso tale riconoscimento la borghesia</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>diviene consapevole della riconciliazione della propria singolarità con </em><em>l&#8217;universale</em> [3]&#8220;</p></blockquote>
<p>Universalismo che, però, è solo possibilmente realizzabile attraverso la <strong>prassi rivoluzionaria del proletariato</strong>, cioè del servo (citando Hegel), poiché solamente esso, raggiunto il potere, non si ergerà a nuova classe dominante e sfruttatrice, ma sarà quella classe che tutte le sopprimerà. Compito rivoluzionario, quello del proletariato, le cui motivazioni sono perfettamente comprensibili, e riassumibili, con le parole utilizzate da Karl Marx e Friedrich Engels ne “<strong>Il </strong><strong>Manifesto del Partito Comunista</strong>”:</p>
<blockquote><p>“<em>I proletari non hanno da perdervi altro che le proprie catene. Da guadagnare </em><em>hanno un mondo</em> [4]”</p></blockquote>
<p>La borghesia è portatrice di valori non mercificabili, quindi in pieno contrasto con l&#8217;odierna logica onni-mercificante del capitalismo, quali la famiglia, la religione, lo Stato e via discorrendo. Potremmo aggiungervi anche un&#8217;etica del limite,</p>
<p>della giusta misura; quel <em>metron</em> tipico della filosofia greca antica. Già Marx, nel <em>Manifesto del Partito Comunista</em>, era consapevole di questa forza corrosiva e travolgente propria del capitalismo, che disgrega tutto ciò che incontra nel suo movimento:</p>
<blockquote><p>“<em>Tutto ciò che è solido si dissolve nell&#8217;aria, tutto ciò che è sacro viene profanato, e </em><em>l’uomo è infine costretto ad affrontare con lucidità le reali condizioni della sua vita </em><em>e le sue relazioni con i suoi simili</em> [5]”</p></blockquote>
<p>Dato che con l&#8217;avvento del modo di produzione capitalistico “<em>tutto divenne commercio</em>”, la borghesia con la sua coscienza infelice ed i suoi valori, risulta essere <span style="text-decoration: underline;">un ostacolo al processo onni-mercificante del capitalismo stesso</span>.</p>
<p>Concludiamo questo paragrafo definendo, quindi, cosa sia la <strong>Borghesia</strong> e cosa sia il <strong>Capitalismo</strong>, dato che eravamo partiti, seguendo Preve, La Grassa e Fusaro, dal fatto che vi è una differenza tra di essi.</p>
<p>Potremmo definire il Capitalismo come un processo volto alla infinita “<em>valorizzazione del valore</em>” (Marx), all&#8217;accumulazione continua di capitale e ad una auto-riproduzione di sé; movimenti questi del tutto impersonali e non manovrati, potremmo dire roboticamente, dalla borghesia. Il Capitalismo è un qualcosa che, con le parole di Marx, si muove “<em>come se avesse amore in </em><em>corpo</em>”.</p>
<p>Da parte sua, la Borghesia  è definibile come quel soggetto collettivo complesso che trova nell&#8217;era del <strong>capitalismo dialettico</strong> (XIX – XX sec.) la sua collocazione come <strong>classe dominante</strong>, nonostante il <em>modus operandi</em> capitalistico confligga con il suo principio <strong>universalistico ed emancipativo</strong> del genere umano.</p>
<p>Nelle parole di Costanzo Preve:</p>
<blockquote><p>“<em>l’abitudine a concepire il capitalismo in modo antropomorfico è dura a morire. Il </em><em>capitalismo, però, non è il teatro delle azioni coscienti di un Soggetto collettivo </em><em>denominato Borghesia, ma il luogo sistemico di una riproduzione anonima e </em><em>impersonale, che si tratta di conoscere bene</em> [6]”</p></blockquote>
<p>La coscienza infelice è, quindi, la risposta alla domanda di Ernst Bloch che ha aperto questo paragrafo:</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Che cosa ha condotto alla bandiera rossa quelli che, per così dire, non ne </em><em>avevano bisogno?</em>”</p></blockquote>
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<h3>2. Il crollo della coscienza infelice borghese e l&#8217;avvento del capitalismo assoluto</h3>
<blockquote><p>“<em>Dopo il Sessantotto la “</em>Sinistra<em>” è diventata l&#8217;ala culturale ed artistica </em><em>marciante di un nuovo capitalismo post-borghese, che ha cancellato la stessa </em><em>matrice originaria dello stesso comunismo di Marx, e cioè la coscienza infelice </em><em>(Hegel) della borghesia europea. </em>[7]” <strong>Costanzo Preve</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Il capitalismo si modifica continuamente; non è mai uguale a se stesso.</em>” <strong>Paul M. Sweezy</strong>, &#8220;<em>rivista del manifesto</em>&#8220;, aprile 2000</p></blockquote>
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<div id="attachment_4101" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/Schermata-2014-01-08-a-13.06.01.png"><img class="size-medium wp-image-4101" title="Vietato vietare" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/Schermata-2014-01-08-a-13.06.01-300x223.png" alt="" width="300" height="223" /></a><p class="wp-caption-text">“Vietato vietare” &#8211; uno degli slogan del maggio francese</p></div>
<p>Due sono le date che segnano l&#8217;inizio della metamorfosi del Capitalismo dalla fase dialettica ad una in cui esso si rende <em>ab solutus</em> (sciolto da vincoli): il <strong>1968</strong> e il <strong>1989</strong>.</p>
<p>Il 1968, anno in cui i movimenti studenteschi in particolare trovano un <em>humus</em> più o meno comune sul quale coltivare una protesta globale, è l&#8217;anno in cui viene ucciso sia il proletariato come classe rivoluzionaria sia la coscienza infelice borghese.</p>
<p>Se poniamo la nostra attenzione a quali furono gli slogan sessantottini vi troviamo, tra i tanti: “<em>Vietato vietare</em>”, “<em>Non </em><em>esiste l&#8217;autorità</em>”. Letti con le lenti della filosofia questi due slogan risultano essere <span style="text-decoration: underline;">totalmente anti-borghesi</span>. Porre fine al divieto. Porre, quindi, fine ad un limite eticamente dominante, dove per “<em>etica</em>” si intende quella borghese.</p>
<p>La critica all&#8217;autorità poi è l&#8217;altro elemento che permea il movimento del <strong>“sessantotto”</strong>. Con la critica all&#8217;autorità prende il via, quindi, quel pensiero volto alla <strong>rimozione di ogni soggetto capace di porre dei limiti </strong>(quindi anti-capitalistico) alle dinamiche sociali ma anche economiche. Letta con le lenti del nostro tempo, ovvero il tempo in cui il Capitale è sciolto da vincoli e gli Stati, cioè la Politica, vengono resi subalterni al <em>nomos </em>dell&#8217;economia resosi assolutizzato, la rimozione dell&#8217;autorità sessantottina è oggi perfettamente realizzata nella rimozione di quelle che Hegel chiamava “<em>potenze etiche</em>”. Queste ultime, per Hegel, dovevano esser poste al controllo dell&#8217;economia poiché, sempre parafrasando il filosofo di Stoccarda, un&#8217;<strong>economia spoliticizzata</strong>, priva di un&#8217;autorità posta al controllo di essa, produce “<em>tragedie nell&#8217;etico</em>”.</p>
<p>La <strong>supremazia del Politico sull&#8217;Economico</strong> trova maggior validità e necessità nell&#8217;epoca contemporanea caratterizzata da quella che Fichte magistralmente definiva “<em>anarchia commerciale</em>” (Anarchie des Handels<strong>) </strong>[8]<strong>.</strong></p>
<p>Seppur inconsapevolmente, il movimento del &#8217;68 con la sua carica anti-borghese, e perciò stesso pro-capitalistica, ha spianato la strada al Capitale permettendo ad esso di rimuovere quei vincoli borghesi non mercificabili interiorizzandoli nel</p>
<p>movimento onni-mercificante. L&#8217;edonismo senza limiti, opposto all&#8217;<em>edoné</em> catastematico di Epicuro, materializzatosi nell&#8217;odierno <strong>feticismo delle merci</strong> è, potremmo dire con <strong>Pasolini </strong>[9] (1974), <span style="text-decoration: underline;">il fascismo perfettamente realizzato</span>; dove non riuscì il fascismo nell&#8217;omologare, nell&#8217;appiattire lo sviluppo ontologico umano, riuscì la <strong>società dei consumi</strong>. Dal “<em>Cogito ergo sum</em>” di Cartesio si è passati al “<em>Consumo </em><em>ergo sum</em>” (Bauman) tipico del nostro tempo. E se il &#8217;68 ha distrutto la coscienza infelice borghese, anche il proletariato in quanto classe antagonista ha perduto la sua matrice rivoluzionaria.</p>
<p>Seguendo Preve e Fusaro, il proletariato e la Sinistra postsessantotto hanno abbandonato l&#8217;arsenale della critica marxiana e la lotta di classe, ovvero una prassi aristotelicamente <strong>in potenza </strong>anti-capitalista, per approdare a quella che il sociologo <strong>Zygmunt Bauman</strong> chiama “<em>economicizzazione del conflitto</em>”; <span style="text-decoration: underline;">una lotta per salari più alti all&#8217;interno del capitalismo</span>. Una lotta per salari più alti che possiamo allora ricondurre a quella ricerca, da parte della classe operaia, di un godimento illimitato derivante dal marxiano feticismo delle merci, ancor più attuale oggi dove la forma-merce permea ogni strato della realtà sociale.</p>
<p>Nel far ciò, il proletariato ha assunto quindi <span style="text-decoration: underline;">una posizione non conflittuale</span> nei confronti del Capitale. Il fascismo dei consumi ha distrutto quella <strong>coscienza di classe </strong>tipica del capitalismo della fase dialettica.</p>
<p>L&#8217;altra data emblematica che ha permesso al capitalismo di realizzarsi pienamente è il <strong>1989</strong>; il crollo del Muro di Berlino e il successivo crollo (nel 1991) dell&#8217;Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Pur nelle sue contraddizioni interne, l&#8217;<strong>Unione Sovietica</strong> ha rappresentato una cortina di ferro, un muro contro il qualel&#8217;avanzare imperante del capitalismo si è sempre scontrato. Ha rappresentato, potremmo dire, quell&#8217;<strong>autorità</strong>, quel <strong>limite</strong> oltre il quale la logica onni-mercificante del Capitale non riuscì ad andare.</p>
<p>Poste queste basi, non posso che trovarmi d&#8217;accordo con Diego Fusaro quando definisce il crollo dell&#8217;URSS “<em>la più grande tragedia geopolitica del &#8217;900</em>”. Venuto meno l&#8217;impero sovietico, alcuni autori come <strong>Fukuyama</strong> (1992) hanno dipinto tale “<em>tragedia geopolitica</em>” come “<em>la fine della storia</em>”, quindi come tempo storico che, paradossalmente, annulla la storia nella sua essenza.</p>
<p>La mega-macchina ideologica della manipolazione organizzata, attraverso quello che <strong>Noam Chomsky</strong> ed <strong>Edward S. Herman </strong>chiamano “<em>il modello della propaganda</em>” [10], ha immediatamente provveduto a dipingere il nostro tempo come post-ideologico, come tempo storico in cui lo scontro tra ideologie (capitalista e comunista-sovietica) muore sotto le macerie del Muro di Berlino. Ma se precedentemente al triennio 1989-1991 lo scontro ideologico vedeva contrapporsi due parti, non si riesce a comprendere come, venuta meno una, non si classifichi più come “<em>ideologia</em>” l&#8217;altra.</p>
<p>Ed è qui che, nuovamente, <span style="text-decoration: underline;">le lenti interpretative di Marx ci </span><span style="text-decoration: underline;">vengono in soccorso</span>. Se l&#8217;ideologia è tale nella misura in cui tende a rendersi invisibile, diceva Marx, allora siamo <span style="text-decoration: underline;">nell&#8217;epoca più ideologica della storia</span>. La continua ossessione nel ripetere che siamo nell&#8217;era postideologica, nell&#8217;era della fine della storia, è esattamente il movimento dell&#8217;ideologia stessa; negando la sua stessa esistenza, essa si rende invisibile e, quindi, perfettamente esistente ed imperante.</p>
<p>Il Capitalismo diventa spinozianamente “<em>sive natura</em>”; un mondo che, essendo naturalizzato, è solamente interpretabile, venerabile, criticabile in misura molto marginale. Il Capitalismo, dal 1989, è divenuto, come venne descritto dal</p>
<p>filosofo <strong>David Hume</strong>, <em>causa sui</em>; esso, dal 1989, è <span style="text-decoration: underline;">come se esistesse da sempre</span>. Non viene pensato più come oggetto modificabile e superabile tramite la prassi trasformatrice, ovvero un <em>Gegenstand </em>posto soggettivamente. Potremmo dire che l&#8217;oggetto (il Capitalismo) esiste a prescindere da un soggetto che lo pone (l&#8217;umanità). Ciò quindi significa abbandonare l&#8217;<strong>Idealismo tedesco</strong>, abbandonare <strong>Marx</strong>, abbandonare quella che Gramsci chiamava “<em>filosofia della prassi</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>3. Le élite al potere. La supremazia dell&#8217;Economico sul Politico e la rimozione delle “<em>potenze etiche</em>”</h3>
<blockquote><p>“<em>L’odierna feticizzazione del mercato nella forma di un vero e proprio </em><em>monoteismo, in cui la volontà imperscrutabile del Dio trascendente viene sostituita </em><em>da quella dei mercati ipostatizzati, si regge sul principio metafisico</em></p>
<p><em>dell’illimitatezza </em>[11]” <strong>Diego Fusaro</strong></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Descritto, seppur sommariamente, il declino a cui è stata soggetta la borghesia storica e il movimento travolgente della metamorfosi capitalistica da cui essa è stata sepolta, rimane l&#8217;interrogativo di <strong>chi</strong>, nel nostro tempo, abbia preso il posto, come classe dominante, della borghesia.</p>
<p>La visione che propongo qui è ascrivibile alla corrente della <em>Teoria delle Élite</em>, sviluppatasi tra il XIX e il XX sec. Ovviamente la mia analisi di tale corrente di pensiero sarà portata “<em>all&#8217;altezza dei tempi</em>” (Gramsci); tempi in cui, come abbiamo</p>
<p>visto nei paragrafi precedenti, il capitalismo ha subito una metamorfosi non indifferente sia sul piano filosofico che su quello economico.</p>
<p><strong>Charles Wright Mills</strong> (1916-1962), sociologo statunitense, studiò nella sua opera <em>Le élite del potere</em> (1956) la struttura di potere esistente e dominante all&#8217;interno degli Stati Uniti d&#8217;America. Intellettuale, Mills, impegnato nella costruzione di una coscienza collettiva in grado di fungere da resistenza alla dominazione elitaria in atto.</p>
<p>Stando alla sua analisi, negli Stati Uniti 3 erano le élite che detenevano le redini del potere (almeno nazionale): <strong>politica</strong>, <strong>economica</strong>, <strong>militare</strong>.</p>
<p>Non che tale raffigurazione sia inattuale oggi ma credo che, al fine di analizzare il nostro tempo, sia necessaria una nuova classificazione del potere delle élite. Portando, quindi, all&#8217;altezza dei tempi il dipinto di Mills, mi sento di dire che la triade oggi dominante, almeno nell&#8217;occidente, sia composta da <strong>élite tecnocratico-politiche</strong>, <strong>grandi industriali </strong>e<strong> </strong><strong>finanziarie</strong> (o quelli che <strong>Hyman P. Minsky</strong> chiamava <em>Money Manager</em>).</p>
<p>Visione complementare a quella appena esposta è quella di <strong>James Burnham</strong> (1905-1987), teorico politico e filosofo americano. Nella sua opera <em>The Managerial Revolution</em> (1941), egli vede l&#8217;esigenza, nell&#8217;età contemporanea, di <span style="text-decoration: underline;">un&#8217;ascesa di tecnici al potere</span>, in vista di una società che si fa sempre più <strong>tecnoburocratica </strong>[12].</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>3.1 Il caso storico dell&#8217;Unione Europea e dell&#8217;Eurozona</h4>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/euro-capitalismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4103" title="euro capitalismo" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/euro-capitalismo-300x159.jpg" alt="" width="300" height="159" /></a>Se c&#8217;è un caso storico in cui vi sia manifestamente al potere un&#8217;élite ultra-capitalistica, definizione che racchiude la triade elitaria sopraccitata, questo è proprio quello dell&#8217;<strong>Unione Europea </strong>e dell<strong>&#8216;Eurozona</strong>.</p>
<p>La moneta unica europea (<strong>Euro</strong>) è <span style="text-decoration: underline;">il prodotto di una ben precisa ideologia</span> volta a destrutturare lo Stato svuotandolo di senso; rimuovere quelle “<em>potenze etiche</em>” di hegeliana memoria.</p>
<p>Non che lo Stato, nell&#8217;era neo-liberale, sia osteggiato in ogni sua funzione, anzi. La fase neo-liberale ha visto un ruolo attivo dello Stato nella gestione della stessa: i doppi disavanzi di Reagan, lo spostamento d&#8217;azione dalla politica fiscale a quella monetaria volto al sostegno di quella accumulazione finanziaria sciolta da vincoli [13].  Non vi è stata una rimozione totale del Politico ma una sua <strong>sussunzione totale all&#8217;interno dell&#8217;Economico</strong>. Totalmente differente rispetto a quella concezione di Stato presente in Fichte, ove esso si erge ad autorità gerarchicamente superiore all&#8217;economia ponendola sotto il suo controllo.</p>
<p>Siamo in una situazione in cui, quindi, lo Stato, dal <strong>capitalismo assoluto</strong> odierno, viene visto secondo due visioni complementari:</p>
<ul>
<li>Stato come <strong>totalmente organico</strong>, sussunto ma funzionale al movimento impersonale del Capitale e alla sua valorizzazione ed accumulazione;</li>
<li>Stato come <strong>nemico</strong> da porre sotto il nomos egemone dell&#8217;Economia in modo da renderlo impossibilitato a porsi nuovamente in una chiave conflittuale con essa.</li>
</ul>
<p>Il secondo punto è perfettamente realizzato dall&#8217;architettura</p>
<p>dell&#8217;Unione Monetaria Europea.</p>
<p>A tal proposito risultano molto interessanti le parole di <strong>Mathew Forstater</strong>, docente di economia alla <em>University of Missouri-Kansas City</em> e direttore del <em>Center for Full Employment and Price Stability</em> (<strong>CFEPS</strong>):</p>
<blockquote><p>“<em>Le forze di mercato possono richiedere una politica fiscale pro-ciclica durante una recessione, aggravando gli effetti recessivi. Anche se non ci fossero limiti imposti sul deficit dei Paesi e dei debiti nazionali, la struttura della UEM rende quasi impossibile per un Paese adottare una politica anticiclica di bilancio anche se ci fosse la volontà politica. Questo perché, cedendo la loro sovranità monetaria nazionale, i Paesi non sono più in grado di condurre una politica fiscale e monetaria coordinata, essenziale per una risposta completa ed efficace alle crisi periodiche della domanda</em> [14]”</p></blockquote>
<p>La politica è stata resa totalmente inerme al <strong>monoteismo del mercato</strong> (<em>Garaudy</em>, <em>Fusaro</em>). L&#8217;<strong>assolutizzazione dell&#8217;economia</strong> è qui totale, anche se vi fosse la volontà politica di contrastarla.</p>
<p>Una definizione magistrale di cosa sia oggi l&#8217;<strong>Eurozona</strong> ci viene offerta da <strong>Alain Parguez</strong>, Professore Emerito di Economia nonché ex consulente dell&#8217;ex Presidente francese <strong>François Mitterand</strong>:</p>
<blockquote><p>“<em>È un nuovo ordine sociale totalitaristico, programmato molto tempo fa, nel </em><em>periodo fra le due guerre, e poi completato nel corso del regime di Mitterand. </em><em>In questo nuovo ordine non ci saranno più Stati sovrani. </em><em>Lo Stato deve svanire, o per lo meno lo Stato che trova origini nella democrazia.</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>Nel nuovo ordine il potere deve essere interamente trasferito ad un’elite, ad una </em><em>classe capitalistica di tecnocrati, ai quali piace il potere di controllo assoluto </em>[15]”</p></blockquote>
<p>Anche Parguez, quindi, sembra classificare come <em>élite</em> l&#8217;attuale classe tecnocratico-politica europea. <em>Élite</em> che si impone agli elettori poiché quest&#8217;ultimi non posseggono gli strumenti volti alla valutazione dell&#8217;effettiva competenza dell&#8217;<em>élite</em>, usando la grammatica di James Burnham.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo aspetto denota <span style="text-decoration: underline;">una totale idiosincrasia nei confronti del popolo</span> e della sua effettiva partecipazione alla determinazione e costruzione dell&#8217;esistente. <strong>Noam Chomsky</strong> descrive egregiamente la repulsione verso il popolo da parte delle <em>élite</em> al potere:</p>
<blockquote><p>“<em>Il popolo dev&#8217;essere ridotto in condizioni di passività a livello politico, ma perché la sottomissione divenga un tratto affidabile va radicata anche a livello delle convinzioni. La gente deve limitarsi a osservare, non può ergersi a partecipante, dev&#8217;essere consumatrice di ideologia, oltre che del suo prodotto</em> [16]”</p></blockquote>
<p>Se quanto pocanzi detto definisce l&#8217;<em>élite</em> tecnocratico-politica, l<em>&#8216;élite</em> <strong>finanziaria</strong> può essere dipinta attraverso la definizione di <em>Money Manager</em>, parafrasando <strong>Hyman Minsky</strong>.</p>
<p>Nell&#8217;era del <strong>Finanzcapitalismo</strong> (<em>Gallino</em>), dell&#8217; “<strong>integrazione globale di produzione e finanza</strong>” (<em>Sweezy</em>), le élite finanziarie  possono essere individuate in quella mega-macchina finanziaria composta dalle grandi banche d&#8217;affari, dai fondi speculativi (<em>Hedge Funds</em>), dai fondi pensione, etc&#8230;</p>
<p>Tale finanziarizzazione del capitalismo pone anche un <strong>mutamento</strong> nel suo <em>modus operandi</em>, o almeno nella direzione presa dal capitale alla ricerca di un saggio di profitto più elevato. Il Capitale finanziario, cercando l&#8217;ottenimento di un saggio di profitto più elevato nel mercato finanziario, non produce plusvalore, come sottolineato da <strong>Fred Moseley</strong> [17]. Dato che dietro al valore non c&#8217;è che il lavoro, allora nella via finanziaria alla ricerca di un maggiore saggio di profitto, se non c&#8217;è creazione di plusvalore, la relazione marxiana <em>D-M-D&#8217;</em> diviene <em>D-D&#8217;-D&#8221;</em> etc&#8230;</p>
<p>Tutto ciò conduce ad un inasprimento del crollo dell&#8217;economia reale poiché gran parte del capitale viene investito nel mercato finanziario, cioè <span style="text-decoration: underline;">non viene reso produttivo</span>. Gli investimenti di lungo periodo nell&#8217;economia reale e nella produzione crollano e “<em>l&#8217;abbagliante forma di denaro</em>” (Marx) plasma i comportamenti dei <em>money manager</em>, e non solo, conducendoli verso investimenti di breve, brevissimo periodo sui mercati finanziari. In questo contesto i primi ad essere sacrificati sull&#8217;altare di <em>Monsieur Le Capital</em> sono <strong>i lavoratori</strong>.</p>
<p>In relazione, quindi, alla finanziarizzazione del capitalismo si è prodotta la <strong>frantumazione del lavoro e la sua precarizzazione</strong>. Fattore che, come sottolineato da <strong>Riccardo Bellofiore</strong> [18], è stato anche dovuto ad uno <span style="text-decoration: underline;">sviluppo trans-nazionale della filiera produttiva</span> che ha messo in feroce competizione i “<em>global </em><em>players</em>”, rendendo con ciò instabile e ricattabile il lavoroattraverso la precarizzazione. I processi di finanziarizzazione e precarizzazione nel nuovo capitalismo non possono allora essere letti in maniera totalmente distinta l&#8217;uno dall&#8217;altro; si è avuta una “<em>sussunzione del lavoro alla finanza e al debito</em>”, parafrasando Bellofiore.</p>
<p>Se questo è l&#8217;orizzonte di senso in cui siamo, allora l&#8217;<strong>Euro</strong> sta giocando il ruolo di rullo compressore sui diritti sociali acquisiti dai lavoratori europei con le lotte di classe. Se il movimento del capitalismo è diretto verso la frantumazione e la precarizzazione selvaggia del lavoro, i diritti sociali europei risultano essere un ostacolo a tale movimento. Di qui <span style="text-decoration: underline;">il violento e brutale attacco del capitale europeo attraverso la clava chiamata </span><span style="text-decoration: underline;">Euro</span>; quello che <strong>Costanzo Preve</strong> ha apostrofato come “<em>la carica del rinoceronte </em>[19]”.</p>
<p>L&#8217;ultima <em>élite</em>, stando alla triade esposta all&#8217;inizio di quest&#8217;ultimo paragrafo, è quella grande industriale. A livello europeo si assiste a quella che, stando alla grammatica marxiana, è una <strong>centralizzazione di capitale industriale</strong>.</p>
<p>Per fornire un caso concreto di <em>élite</em> industriale e di centralizzazione capitalistica a livello europeo parliamo della <em>European Roundtable of Industrialists</em> (<strong>ERT</strong>).  La ERT, nata negli anni ’80, è uno dei più potenti gruppi di pressione industriale a livello europeo. È costituita da circa 40 <em>leader</em> industriali europei, i quali operano al fine di rafforzare la competitività in ambito europeo. Coloro che ne fanno parte sono dei degni rappresentanti del Capitale, quali ad esempio: <em>Franco Bernabè</em> (Telecom Italia), <em>Gerhard Cromme</em>(ThyssenKrupp), <em>Paolo Scaroni</em> (ENI), <em>John Elkann</em> (FIAT), <em>Antonio Brufau</em> (Repsol), <em>Christophe de Margerie</em> (TOTAL), <em>Peter Loscer</em> (Philips) etc&#8230;</p>
<p>Cos&#8217;è quindi la ERT se non, come scriveva Marx, il risultato di una transizione dall’autonomia dei capitali dalle loro formeindividuali ad una centralizzazione degli stessi in una mano più grande?</p>
<p>Il giornalista <strong>Paolo Barnard</strong> ha dimostrato, nel suo saggio “<em>Il Più </em><em>Grande Crimine</em>”, la totale subordinazione delle istituzioni europee a queste tipologie di élite industriali. Queste ultime raccomandano, o meglio impongono, che in Europa si attuino misure a favore della competitività, dell’apertura dei mercati, accordi commerciali trans-nazionali e sovra-nazionali (come dimostrano gli accordi del <strong>WTO </strong>[20]) e la tutela degli interessi delle corporations). Anche tra questa triade di <em>élite</em> al potere si ha, quindi, una gerarchia che vede le <em>élite</em> tecnocratico-politiche, il cui emblema è la <strong>Commissione Europea</strong>, essere al servizio dei desiderata delle <em>élite</em> industriali, dei grandi capitalisti europei; anche qui riscontriamo la totale subalternità e organicità delle istituzioni politiche al grande Capitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Conclusioni</h3>
<p>Il presente lavoro ha voluto porre sotto analisi l&#8217;evoluzione del capitalismo dalla sua fase <strong>dialettica</strong> all&#8217;attuale fase <strong>assoluta</strong>. Dalla genesi e al crollo della <strong>coscienza infelice borghese</strong>, il capitalismo successivamente si è reso <em>ab solutus</em> (sciolto da vincoli), in grado cioè di permeare e colonizzare ogni strato dell&#8217;esistente, tra cui anche le relazioni sociali. Il capitalismo della fase assoluta odierna è anche <strong>privo della coscienza di classe delle classi subalterne</strong> (Gramsci), anch&#8217;esse travolte da quel <strong>fascismo perfettamente realizzato della società dei consumi</strong>. Annichilita anche ogni potenzialità conflittuale delle classi subalterne, il capitalismo si è dipinto come sì <strong>imperfetto ma intrasformabile</strong>. L&#8217;Economico si è assolutizzato e si è reso egemone sul Politico, rimuovendo la funzione di “<em>potenza etica</em>” di quest&#8217;ultimo.</p>
<p>Se “<em>il mondo sempre è quale noi lo facciamo</em>”, come scriveva <strong>Gentile</strong>, allora bisogna <strong>ri-dialettizzare il nostro tempo</strong>, cambiare il nostro orizzonte di senso. Bisogna rigenerare una <strong>passione durevole </strong>dell&#8217;anticapitalismo, usando la grammatica di <strong>Costanzo Preve</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Note</h4>
<p>[1] <strong>Marx K., Engels F. </strong>- <em>La sacra famiglia. Ovvero critica della </em><em>critica critica. Contro Bruno Bauer e soci</em>, Editori Riuniti, Roma 1977, in<strong> Fusaro D.</strong>, <em>Minima Mercatalia</em>, Bompiani, 2012</p>
<p>[2] <strong>Hegel, G. W. F </strong>- <em>Fenomenologia dello Spirito</em>, cit. p. 283, in<strong> </strong><strong>Fusaro D.</strong>, <em>Minima Mercatalia</em>, Bompiani, 2012</p>
<p>[3] <em>Ivi</em>, p. 311, in<strong> Fusaro D.</strong>, <em>Minima Mercatalia</em>, Bompiani, 2012</p>
<p>[4] <strong>Marx K., Engels F. </strong>- <em>Manifesto del Partito Comunista</em>, Capitolo IV, <em>Posizione dei Comunisti di fronte ai diversi partiti di </em><em>opposizione esistenti</em>, marxist.org (english version)</p>
<p>[5]<em> Ivi</em>, Capitolo I,<strong> </strong><em>Borghesi e Proletari</em>, marxist.org (english version)</p>
<p>[6] <strong>Preve C. </strong>- <em>Il filo di Arianna</em>, op. cit., p. 17, in<strong> Preve C.</strong>, <em>Filosofia e Marxismo</em></p>
<p>[7] <strong>Preve C. </strong>- <em>Comunismo fra Idea e Storia</em>, Arianna Editrice, 2011</p>
<p>[8] <strong>Fichte, J. G. </strong>- <em>Lo Stato commerciale chiuso</em>, cit., p. 70., in<strong> </strong><strong>Fusaro D.</strong>, <em>L’aporia dello Stato in Fichte. L’egemonia della politica sull’economia come reazione all’epoca della compiuta peccaminosità.</em></p>
<p>[9] <strong>Pasolini, P. P.</strong>,<strong> Brunatto P. </strong>- <em>La forma della città</em>, 1974</p>
<p>[10] <strong>Chomsky N.</strong>,<strong> Herman E. S. </strong>- <em>La fabbrica del consenso. La </em><em>politica e i mass media</em>, Il Saggiatore, 1998</p>
<p>[11] <strong>Fusaro D. </strong>- <em>Senza inizio né fine. Monoteismo del mercato e </em><em>metafisica dell’illimitatezza</em>, Giornale Critico di Storia delle Idee</p>
<p>[12]<strong> </strong><strong>Galli C.</strong>,<strong> Greblo E., Mezzadra S. </strong><span style="color: #888888;">-</span> <em>Il pensiero politico </em><em>contemporaneo. Il Novecento e l&#8217;età globale</em>, Il Mulino, 2011</p>
<p>[13] <strong>Bellofiore R.</strong>,<strong> Halevi J. </strong>- <em>La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica</em></p>
<p>[14] <strong>Wray L. R.</strong>,<strong> MMT</strong>, <em>The Euro and The Greatest Prediction of </em><em>the Last 20 Years</em>, neweconomicperspectives.org</p>
<p>[15] <strong>Parguez A. </strong>- <em>Relazione al Summit MMT di Rimini, 24-26 Febbraio 2012</em></p>
<p>[16] <strong>Chomsky N. </strong>- <em>Contenere la minaccia della democrazia</em>, 1990, in<strong> Chomsky N.</strong>, <em>Anarchismo. Contro i modelli culturali imposti</em>,<strong> </strong>Tropea, 2008</p>
<p>[17] <strong>Moseley F. </strong>- <em>Crisi, Marx e Occupy</em>, sinistrainrete.info</p>
<p>[18] <strong>Bellofiore R. </strong>- <em>La crisi capitalistica, la barbarie che avanza</em>, Asterios Editore, 2012</p>
<p>[19]<strong> Preve C. </strong>- La carica del rinoceronte, 2011, pauperclass.myblog.it</p>
<p>[20] <strong>Spositi V. </strong>- <em>WTO, GATS, ISA e la svendita della sovranità</em>, qualcosadisinistra.it</p>
<p><strong>Uscito anche su: http://ideeinoltre.blogspot.it/2014/01/valerio-spositi-capitalismo-elitario.html</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Fonte: <a href="http://eurotruffa.it/images/articoli/Paper_Capitalismo/capitalismo_elitario.pdf"><em><strong>Eurotruffa</strong></em></a></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Stato Versus Mercato  L’Italia stretta fra globalizzazione, Europa unionista e deficit di sovranità nazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jun 2012 09:10:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/06/statomercato.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3238" title="statomercato" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/06/statomercato-300x137.jpg" alt="" width="300" height="137" /></a></strong></p>
<p><strong><em>Inseriamo questo contributo di Eugenio Orso sul problema della fine sostanziale della sovranità politica degli Stati nel contesto dell&#8217;UE e della globalizzazione capitalstica<br />
</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>di Eugenio Orso</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Premessa</em></strong></p>
<p>Come si evidenzia nel sottotitolo di questo breve saggio politico, l’Italia è finita nella morsa globalizzante neoliberista, stretta com’è fra i processi di globalizzazione, mai interrotti dalla crisi strutturale neocapitalistica, un’Europa aliena e unionista che la sta stritolando imponendo con brutalità i suoi programmi economici, e il drammatico deficit di sovranità nazionale che non consente al paese di decidere, autonomamente, del proprio futuro.</p>
<p>Il presente scritto si articola in due capitoli. Il primo capitolo è introduttivo, ed attraverso un esercizio di storia comparata si tenta di evidenziare la gravità e le potenzialità distruttive della crisi neocapitalistica in Italia. Il secondo capitolo, che costituisce il cuore del saggio, è relativo al rapporto, ormai fin troppo chiaro, fra l’avvento dell’Europa dell’Unione, la riorganizzazione delle sue istituzioni sopranazionali, la creazione della BCE, l’introduzione dell’euro e la perdita di sovranità politica e monetaria degli stati succubi, fra i quali lo stato nazionale italiano. Lo scontro fra il sopranazionale e il nazionale che si sta verificando nel vecchio continente, cioè fra l’Unione europea globalista ed alcuni Stati da “normalizzare” economicamente e socialmente (per ora, l’Italia ela Greciamesse di recente “sotto tutela”), nasce dalla rottura dello storico patto fra il vecchio Stato nazionale dotato di sovranità politica ed il Mercato, da intendersi qui come il grande Capitale in mani private. Il “conflitto” fra i due è iniziato nella seconda metà degli anni settanta del novecento, dopo lo scadere dei cosiddetti trenta gloriosi anni di compromesso, di relativo equilibrio e di moderata emancipazione delle classi subalterne. Tale confronto riflette il tentativo, che sta per riuscire, di anteporre sempre e comunque l’economia ultraliberista, dominata dalle ragioni della finanza, alla decisione politica nazionale sovrana, e di demolire le ultime barriere, in Europa e in occidente, che ancora ostacolano la libera circolazione dei capitali. Si tratta, in sostanza, della continuazione in nuove forme, per molti versi inedite, dell’antico scontro fra la crematistica da un lato, intesa come creazione illimitata di valore monetario e finanziario, e l’etica dall’altro lato, che per sussistere può ammettere soltanto la “buona” economia, subordinata alla decisione politica della comunità. Uno scontro vivo fin dai tempi di Aristotele, che ha attraversato i secoli ed oggi potrebbe risolversi con la vittoria della nuova crematistica. Gli effetti sociali e politici, pesantemente negativi, dell’attuale crisi neocapitalistica e la ricerca di possibili vie d’uscita, per l’Italia riorganizzata in chiave neoliberista e globalista dall’esecutivo Monti, non potranno che portare all’avvio di un processo rivoluzionario, alimentato da un chiaro disegno politico, economico e sociale alternativo, pena l’implosione definitiva della sua società ed il completamento della colonizzazione neoliberista. Al di fuori di una futura via rivoluzionaria per la salvezza, non sembra che esserci un ritorno incruento, peraltro improbabile (se non impossibile), alle politiche neokeynesiane del dopoguerra, che sollecitavano un forte interventismo statale in campo economico, ammettevano la protezione dell’industria nazionale e richiedevano il controllo della moneta, come accadeva nella precedente fase storica, in cui lo stato‐nazione non era nelle attuali condizioni di subordinazione, ed era ancora dotato di un certo grado di autonomia e sovranità. Nel caso di disordini insidiosi e troppo estesi tendenti al caos permanente, di guerra civile e/o di una frantumazione regionalista del paese con il rischio di un contagio destabilizzante del cosiddetto ordine mondiale, l’occupazione globalista effettiva del paese, manu militari utilizzando lo strumento NATO, potrà diventare una drammatica realtà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>La grande crisi e le antiche crisi</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>In seguito agli effetti economico‐sociali negativi delle misure imposte da governi fantoccio che operano per conto terzi, scopertamente al di fuori di un supposto quadro di legalità democratica, si sente affermare sempre più spesso che l’attuale crisi italiana (a causa dell’ingente debito “sovrano”, dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico che lievitano con lo spread, della caduta del prodotto, dei segnali economici marcatamente depressivi) è la più grave dal dopoguerra, ma spesso si omette di dire che questa crisi è ampiamente indotta dalla dinamiche neocapitalistiche, e serve per l’omologazione dell’Italia al modello di capitalismo ultraliberista anglo‐americano, “evolutosi” nell’ultimo ventennio senza incontrare ostacoli di rilievo, fino a diventare il nuovo capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.</p>
<p>Pur sapendo che gli esercizi di storia comparata sono insidiosi, perché talvolta rischiano di portare fuori strada nell’analisi, non possiamo non riconoscere che la penisola, anticamente, ha già vissuto almeno una situazione simile, foriera di gravi rischi e di innumerevoli lutti, e precisamente durante la cosiddetta crisi del terzo secolo (dopo Cristo) che ha investito l’impero romano, e dalla quale l’impero – fino ad allora sufficientemente saldo ed in espansione, soprattutto nel periodo che andava da Ottaviano Augusto a Traiano, o al più a Marco Aurelio – non si è mai più ripreso. Quando scoppiò la crisi del terzo secolo, la penisola era ancora fiorente e rappresentava il cuore del sistema imperiale, ma quando la crisi finì, in termini economici, demografici e sociali le province italiane ne uscirono malconce ed esauste, pronte per entrare nel lungo tunnel della decadenza dell’occidente, durata circa due secoli, e del conseguente trapasso al “nuovo mondo” feudale. La crisi neocapitalistica che oggi investe soprattutto l’Italia e l’Europa, è nel contempo elemento strutturale del Nuovo Capitalismo, senza il quale questo modo storico di produzione non potrebbe reggersi a lungo, e manifestazione del definitivo tramonto, in quanto potenza economica e produttiva, del vecchio continente a rischio di marginalizzazione, con i paesi dell’Europa mediterranea e la stessa Italia che sembrano essere diventati, in quest’ultimo periodo, l’epicentro della crisi stessa, un’area del mondo in cui la “distruzione creatrice” in atto è più evidente e rischia di diventare sanguinosa.</p>
<p>Anche la crisi romana del terzo secolo fu una “distruzione creatrice”, naturalmente rapportata al sistema schiavistico e al sistema (politico) imperiale dell’epoca, e lo fu su vari piani: quello economico e sociale, quello militare, e quello dell’organizzazione dell’impero. Ma dalla crisi del terzo secolo non uscì nulla di buono, perché non sempre ciò che si crea dopo aver distrutto è positivo per le società umane e per gli equilibri sociali, per la stessa tenuta delle istituzioni che si vorrebbero preservare.</p>
<p>Grazie al cinquantennio ricordato come il periodo dell’anarchia militare (dal 235 al 284 dopo Cristo), si passò dal principato augusteo, che rappresentava una forma politica di dominio relativamente “soft”, in grado di mediare fra i poteri (fra i quali il senato aristocratico d’età repubblicana) e le classi sociali (patrizi e plebei, o meglio, honestiores e humiliores), ad una sorta di dominato, o di dispotismo non asiatico fortemente centralizzato, non di rado retto da figure di militari‐avventurieri emergenti (il primo fu Massimino il Trace). L’avvento del dominato imperiale riduceva i già angusti spazi di libertà concessi alla popolazione, mentre l’accresciuta pressione fiscale per affrontare le ingenti spese di guerra (contro i barbari ed i persiani), nel tentativo di rafforzare l’apparato militare e potenziare quello statale, riduceva sul lastrico ampie fasce di popolazione, risparmiando soltanto i grandi latifondisti.</p>
<p>Un po’ come oggi, in Italia, in cui la crescente pressione fiscale colpisce sempre più duramente i redditi da lavoro dipendente e le pensioni (in un paese in cui ci sono undici milioni di poveri, fra i quali moltissimi lavoratori e pensionati, rapidamente cresciuti di numero grazie alla crisi ed alle misure governativo‐europeiste), risparmiando soprattutto i grandi evasori fiscali, i quali nel concreto sono intoccabili perché appartengono alla classe dominante, o rappresentano potentati dell’economia formalmente criminale, che si sviluppa</p>
<p>parallelamente a quella neocapitalistica. L’intangibilità del sistema bancario, che deve essere finanziato e sostenuto a tutti i costi, se del caso sottraendo risorse agli impieghi di natura sociale e produttiva, completa il quadro.</p>
<p>Se la crisi romana del terzo secolo accrebbe la conflittualità sociale, suscitò le rivolte dei dominanti e modificò l’ordine sociale, in Italia ed altrove entro i confini dell’impero, l’attuale crisi neocapitalistica e l’avvento di un governo collaborazionista dell’occupatore del paese, quale è quello di Monti, suscita fuori degli schemi sistemici e del “politicamente corretto” (semi‐)rivolte sociali fino a ieri imprevedibili (Sicilia, trasportatori, tassinari, pescatori, ed in futuro molti altri), mentre la violenza della crisi e delle controriforme montiane accelerano la trasformazione dell’ordine sociale, che procederà, se non incontrerà ostacoli di rilievo, fino alla sua estrema “semplificazione” sociologica in classe globale dominante e classe povera dominata. Per evitare opposizioni di rilievo nel tessuto politico e sociale italiano, e per far procedere speditamente le controriforme pianificate, la classe globale che sostiene Monti ha “comprato” i cartelli elettorali che contano, i sindacati, i vertici delle lobby importanti, assicurandosi il loro appoggio contro gli interessi del popolo italiano (e non di rado dei loro stessi militanti, iscritti ed associati).</p>
<p>La prima e più profonda ragione della spaventosa crisi romana del terzo secolo, la quale ha rimodellato brutalmente la società italica peggiorando le condizioni di vita della massa, risiede nello svuotamento progressivo dei “giacimenti” di braccia per il lavoro schiavo, e più in generale per appropriare risorse, come effetto del raggiungimento della massima espansione militare, territoriale e demografica dell’impero. A ciò corrisponde nel nostro tempo storico, in cui la penisola è nuovamente funestata da una profonda crisi economica, politica e sociale, il progressivo e rapido svuotamento di sovranità dello stato nazionale, che dopo aver raggiunto l’apice della sua autonomia con il fascismo, nel periodo prebellico, ha visto progressivamente ridursi le sue competenze, ed ha perso la prerogativa della decisione politica su molte materie strategiche (moneta, debito pubblico, industria, eccetera), fino a scivolare nelle attuali condizioni di subalternità nei confronti dell’esterno. Questa perdita di sovranità, forse irreversibile, è indotta e accelerata dalle dinamiche neocapitalistiche che hanno influenzato la stessa “costruzione” europea, i parametri di Maastricht, il dominio della BCE e del FMI, ed imposto l’euro ai maggiori paesi dell’Europa occidentale. La rapacità del dominato imperial‐militare romano, che ha impoverito le popolazioni italiche fin dall’età del ferro dei Severi, trova unʹinquietante corrispondenza, oggi, nella rapacità dei globalisti dominanti, i quali, assumendo il controllo degli stati‐nazione privati della loro autonomia, saccheggiano le risorse collettive e de‐emancipano le masse, riducendole a neoplebi. Dovrebbe esser chiara anche al cosiddetto uomo della strada, giunti a questo punto, la vera funzione della UE, della BCE e dell’euro.</p>
<p>Come l’impero che in quegli anni lontani ha mostrato il suo vero volto, riorganizzandosi in dominato dispotico e impoverendo la popolazione, per scaricare sulle classi inferiori l’ingente costo della crisi, economica, sociale e militare del terzo secolo, cosi, oggi, la liberaldemocrazia ci mostra il suo vero volto, autoritario, dispotico, oligarchico, di totale subordinazione alle ragioni della classe dominate globale, e contribuisce ad imporre quelle controriforme, economiche e sociali, che scaricano sui più deboli l’onere della crisi e rimodellano in senso neocapitalistico la società.</p>
<p>Gli italici e le altre popolazioni non sono riusciti, nonostante l’insorgente conflittualità fra i gruppi sociali e le numerose rivolte, ad impedire quella trasformazione dell’ordine costituito che alla fine hanno dovuto subire, fino all’estinzione formale, avvenuta due secoli dopo, dell’impero romano d’occidente. Riusciranno nel prossimo futuro gli italiani, e gli altri popoli dell’Europa mediterranea, ad interrompere il processo in atto, sottraendosi alla morsa del nuovo potere globalista, senza dover attenderne l’estinzione? Al momento attuale, in cui gli eventi sono in pieno corso, si moltiplicano le proteste fuori degli schemi, si attiva la repressione sistemica e la “distruzione creatrice” neocapitalistica subisce un’accelerazione, il futuro è sommamente incerto e la domanda non può ancora trovare una chiara risposta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Sovranità nazionale e dominio del sopranazionale</em></strong></p>
<p>L’opposizione, o meglio l’incompatibilità, fra l’affermazione e il mantenimento di una sovranità assoluta degli stati nazionali e la trasmigrazione del potere in entità sopranazionali sempre più potenti e onninvasive, nell’Europa del dopoguerra sembra essersi risolta a favore queste ultime. Non si può ancora sapere se il trionfo del globale sul nazionale, del mondiale sul locale, e soprattutto del Capitale sul Lavoro, sia definitivo, fino all’irreversibilità dei processi in atto, ma è certo che le oligarchie globaliste, supportate dallo strumento militare americano‐NATO e dalla finanza di rapina, hanno vinto un’importante battaglia, sottomettendo in buona misura gli stati, i popoli e le nazioni. La stessa, dissennata tensione, diffusa ad arte, per la “difesa dell’euro” che spiana la strada alle controriforme sociali, e che si giustifica minacciando sciagure inenarrabili in caso di collasso della moneta europea, o semplicemente dell’uscita di uno stato dall’Unione monetaria, costituisce una prova di quanto qui si afferma. Infatti, all’euro si può sacrificare tutto, anche le pensioni, anche la sanità o la scuola pubblica, persino il posto di lavoro fisso e tutelato (unica fonte di sostentamento per la maggioranza), e di questo purtroppo si mostrano convinte, in Italia e altrove, moltissime vittime delle dinamiche neocapitalistiche. Disinformazione mediatica, propaganda ultraliberista e neoliberale, idiotizzazione sociale, “snazionalizzazione” delle coscienze, svalutazione del ruolo dello stato, delle comunità di appartenenza, della socialità e diffusione dell’individualismo anomico, hanno proceduto di pari passo con l’affermazione dei “precetti” economico‐finanziari di questo capitalismo, consentendogli, fino ad ora, di spianare ogni ostacolo sul suo percorso. La grande disputa politica, come dovrebbe essere chiaro a tutti, attualmente è quella fra i sostenitori della sovranità assoluta dello stato nazionale, da un lato, e le oligarchie globaliste che istituiscono nuove forme di governo sopranazionale, dall’altro, in accordo con i loro interessi vitali. La classe dominante globale è oggi sul punto di stravincere il confronto, come provano i casi della Grecia e dell’Italia (ma non soltanto questi), e ciò equivarrebbe anche ad uno storico trionfo (irreversibile?) del Capitale sul Lavoro, perché le politiche sociali, assistenziali, di emancipazione dei lavoratori e di tutela del lavoro sono possibili, come la storia ha ampiamente dimostrato, soltanto in un quadro di ampia autonomia, politica e monetaria, degli stati nazionali. Quello che appare scontato è che non c’è più alcuna possibilità di compromesso fra Stato e Mercato (e la condizione dell’Europa lo testimonia), cioè fra la sovranità nazionale, sul piano politico, monetario ed economico, e il grande Capitale finanziario nelle mani della classe neodominante globale. Gli esecutivi di Monti, in Italia, e di Papademos, in Grecia, sono altrettanti “cani da guardia” del capitale finanziario, ed agiscono scopertamente contro i popoli e gli stati nazionali. Di recente, nella Grecia affidata a quel Papademos di cui Monti è un replicante, il maggior sindacato di polizia ellenico, che agisce nel quadro dello stato‐nazione, ha minacciato di arrestare i funzionari del FMI ed europei presenti sul territorio greco, dichiarando di schierarsi con il popolo contro l’Europa finanziaria dei dominanti e la globalizzazione.</p>
<p>La grande disputa politica fra i sostenitori della sovranità nazionale e i “globalizzatori”, equivale sul piano economico al confronto fra i sostenitori del “compromesso” fra politica ed economia, regolamentando i mercati (o addirittura sopprimendoli, nel caso si assumano posizioni non riformiste) e gli ultraliberisti che teorizzano, e mettono in pratica con successo, la piena autonomia e la superiorità del Mercato.</p>
<p>Ciò che è importante capire, e ribadire una volta di più, è che le due battaglie, quella adifesa dell’autonomia degli stati‐nazione e quella sociale in difesa del welfare, non solo non sono incompatibili – una “di destra” e l’altra “di sinistra”, secondo i vecchi schemi ormai inattuali, ma, al contrario, sono complementari, perché ambedue costituiscono presupposti indispensabili per la libertà, l’autodeterminazione e la giustizia sociale realizzata.</p>
<p>Difendendo l’autonomia dello stato nazionale contro i globalisti e contro quel loro strumento di dominio che è l’Europa dell’Unione, si difendono anche il Lavoro, i diritti de<strong>i </strong>subalterni (quelli concreti, economici, non quelli astratti e posticci liberaldemocratici), le conquiste economico‐sociali della seconda metà del novecento, i meccanismi redistributivi del reddito a vantaggio dei subordinati. Possiamo perciò affermare che lo stato nazione pienamente sovrano, nelle attuali condizioni storiche, rappresenta l’ultimo baluardo della socialità, dell’etica, dell’equità contro il saccheggio operato dai mercati e l’imposizione di una globalizzazione economica che conviene soltanto ai dominanti.</p>
<p>L’attacco alla sovranità politica e monetaria dello stato‐nazione ha richiesto, per poter essere sferrato con successo, l’avvio di rilevanti trasformazioni culturali, economico‐sociali e politiche che si possono sintetizzare come segue.</p>
<p><em>[a] Traformazioni antropologico</em><em>‐</em><em>culturali e dell’ordine sociale.</em></p>
<p>E’ bene evidenziare che l’attacco allo stato‐nazione, chiarissimo nell’Europa mediterranea, in cui alcune entità statuali sono occupate dagli emissari delle élite globaliste e svuotate di contenuti politici effettivi, è stato reso possibile dallo sconvolgimento dell’ordine sociale precedente e dal grandioso esperimento di manipolazione culturale ed antropologica per la creazione sociale dell’uomo precario, per la flessibilizzazione di massa a partire dal lavoro, per la diffusione della stupidità sociale organizzata. In luogo dell’inclusione domina l’esclusione, dal lavoro e dalla decisione politica, i cittadini consapevoli tendono ad essere sostituiti da “idiotai”, confinati nella dimensione privata dell’esistenza ed espropriati della dimensione politico‐sociale, all’emancipazione si è sostituita la riplebeizzazione di massa, che investe tanto gli operai quanto i ceti medi figli del welfare novecentesco. Senza questi indispensabili presupposti, l’esproprio di sovranità e di socialità in atto avrebbe trovato fortissime resistenze, e probabilmente non potrebbe esser portato a compimento con indubbio successo, come accade di questi tempi. Conditio sine qua non dell’attacco finale alla sovranità nazionale, condotto proprio in questi mesi in Italia e in Grecia, è stato quel processo manipolatorio di massa che ha distrutto le classi del vecchio ordine (espressione del capitalismo del secondo millennio) e neutralizzato l’opposizione sociale, un processo che è in corso da circa un trentennio ed ha ottenuto indiscutibili “successi”. Il mondo culturale borghese, la solidarietà e l’identità della classe operaia, salariata e proletaria, le sicurezze e le “aspettative crescenti” dei ceti medi postbellici stanno scomparendo, anzi, possiamo affermare che in assenza di contrasti fra qualche anno saranno un mero ricordo, materia per gli storici e per una retrospettiva sociologica imbevuta di nostalgismi.</p>
<p><em>[b] Trasformazioni economiche dopo la rottura definitiva del patto fra Stato e Mercato.</em></p>
<p>Altro elemento che ha creato i presupposti, quantomeno nell’Europa mediterranea “spendacciona” e vulnerabile, per la perdita di sovranità degli stati è la crisi neocapitalistica permanente come elemento strutturale del Nuovo Capitalismo e come strumento di dominio globalista, opportunamente combinata con i vincoli di Maastricht e dell’euro. La bolla del debito pubblico e la sopravvivenza dell’euro rappresentano altrettanti cavalli di troia per l’assoggettamento degli stati, e per la loro occupazione (permanente? Sine die?) senza l’uso di strumenti bellici. L’esperimento greco e la vicenda italiana sono a tali propositi paradigmatici. Gli esecutivi imposti ai due paesi rispondono nel concreto soltanto ad interessi esterni e al comando neocapitalistico della classe globale. Il tutto “insaporito” con slogan neoliberisti, da accettare acriticamente e privi di effetti economico‐sociali<strong></strong> positivi: l’indispensabilità della crescita, perniciosa anche dal punto di vista ambientale, la competitività in uno scenario globale di libero movimento dei capitali, l’apertura definitiva al mercato, la “monotonia” del posto fisso e l’inevitabilità della flessibilizzazione del lavoro, eccetera, eccetera. I sistemi che FMI e Banca Mondiale usavano per assoggettare al libero mercato i paesi del terzo mondo (piani di aggiustamento strutturale, ricatto del debito, apertura forzata dei paesi ai capitali finanziari internazionali) sono simili, per certi versi, a quelli che FMI, UE e BCE utilizzano oggi contro i paesi dell’Europa mediterranea, chiamati con disprezzo PIIGS. Si pensi al vero significato del Cresci‐Italia di Monti che accompagna, come un’illusoria carota agitata dal Quisling globalista, le misure più feroci e impoverenti. I veri obbiettivi delle manovre montiane in Italia, e di quelle del suo omologo Papademos in Grecia, sono essenzialmente i seguenti: (1) imporre il modello capitalistico ultraliberista, portato alle estreme conseguenze, che identifica un nuovo modo di produzione sociale, (2) ridurre all’osso l’area dell’intervento statale, compromettendo persino i cosiddetti beni pubblici puri, che solo lo stato può offrire a condizioni ragionevoli (non di mercato), rendendoli accessibili a tutta la popolazione, (3) rischiavizzare il lavoro per ridurlo a mero fattore produttivo (nello specifico italiano, la scomparsa del contratto collettivo nazionale, l’attacco all’art. 18, la probabile “riforma” della CIG, eccetera), (4) accelerare latrasformazione sociale in senso neocapitalistico, riplebeizzando una parte rilevante dei cet medi (in questo senso la “liberalizzazione” delle professioni), fino allo stabilirsi della dicotomia Global class/Pauper class.</p>
<p><em>[c] Trasformazioni politiche, svuotamento di contenuti effettivi delle istituzioni statuali e assimilazione completa dei cartelli elettorali liberaldemocratici nell’unico Partito della Riproduzione Neocapitalistica.</em></p>
<p>L’ultimo supporto che si è rivelato indispensabile per “piegare” gli stati nazionali ai voleri della classe globale neodominate è la piena omologazione della cosiddetta classe politica al neoliberalismo ultraliberista, con particolare biasimo per la sinistra, che si sta rivelando in diversi paesi il miglior servo dei globalisti. In Italia, ad esempio, il cosiddetto centro‐destra (con l’esclusione della Lega che agisce per puro calcolo elettoralistico) ha piegato la testa, a partire dallo spaventato ed isolato Berlusconi, ed ha accettato Monti a denti stretti, cedendogli l’esecutivo e garantendogli un appoggio incondizionato. Ma è il Pd, assieme ai centristi che si mostrano entusiasti delle riforme montiane, il sostenitore/servitore più affidabile di questo governo fantoccio, insediato a tempo di record dagli occupatori del paese, dopo le dimissioni di Berlusconi, con la decisiva complicità di Napolitano. Pur appoggiando servilmente l’esecutivo globalista (PdL, Pd, centristi), o contrastandolo fintamente in parlamento senza esiti concreti (Lega, IdV), espropriati dall’alto del controllo del governo del paese e della possibilità di fare una vera opposizione, i cartelli elettorali marginalizzati continuano nella finzione liberaldemocratica e simulano un confronto politico, ormai senza consistenza alcuna. Si va dalle accuse incrociate, quando scoppiano scandali che investono esponenti dell’uno o dell’altro cartello (il caso Penati, l’ex tesoriere della Margherita Lusi, i processi ancora in corso in cui è coinvolto Berlusconi), alle proposte di entente cordiale per la tanto attesa riforma elettorale, la quale, però, potrà trovare concreto riscontro soltanto quando e se i globalisti consentiranno di tornare alle urne.</p>
<p>La finzione, finalmente scoperta e trasformatasi in un’indecorosa recita, è dura a morire. Mai come oggi la situazione italiana offre la prova della fine della dicotomia politica destra/ sinistra, che non ha più alcun senso se la politica è completamente soggetta all’economia finanziaria, e supporta un “governo tecnico” incaricato di imporre il modello capitalistico ultraliberista, approvando pedissequa le sue controriforme.</p>
<p>In conclusione, possiamo affermare che la vittoria del globale sul nazionale, dell’economico sul politico, della finanza sulla socialità, del Capitale sul Lavoro, altro non sono che scontati riflessi della vittoria complessiva del Mercato sullo Stato, una vittoria epocale (ma forse non definitiva, per tutto il secolo) che ha instaurato il dominio sopranazionale della Global class, espropriando le entità statuali della sovranità politica e monetaria e sottomettendole al comando neocapitalistico.</p>
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		<title>“In definitiva, il problema del debito è solo un problema politico”</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 15:34:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[George Katrougalos]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

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		<description><![CDATA[“In definitiva, il problema del debito è solo un problema politico” Christina Laskaridis της Χριστίνας Λασκαρίδη Μετάφρασμένο από τον/την Curzio Bettio George Katrougalos è un giurista costituzionalista e di diritto internazionale, professore associato di diritto pubblico all’Università Democrito di Tracia, presidente del Dipartimento di amministrazione della società, mediatore e arbitro dell’organizzazione greca per i servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">“In definitiva, il problema del debito è solo un problema politico”</p>
<p style="text-align: center;">Christina Laskaridis της Χριστίνας Λασκαρίδη</p>
<p style="text-align: center;">Μετάφρασμένο από τον/την  Curzio Bettio</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/articolomonchietto.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2830" title="articolomonchietto" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/articolomonchietto.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p><em>George Katrougalos è un giurista costituzionalista e di diritto internazionale, professore associato di diritto pubblico all’Università Democrito di Tracia, presidente del Dipartimento di amministrazione della società, mediatore e arbitro dell’organizzazione greca per i servizi di arbitrato e mediazione (O.ME.D). G. Katrougalos è membro fondatore dell’Iniziativa greca per una Commissione internazionale di Revisione del debito pubblico.</em></p>
<p><em>Qui vi è anche il video dell&#8217;intervista:    <a href="http://www.dailymotion.com/video/xk6va9_george-katrougalos-interview_people?start=1#from=embed">video intervista</a></em></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><em><span style="color: #333333;">Christina Laskaridis:  Partiamo con la legittimità dello stesso salvataggio finanziario. Qual è il quadro giuridico che àncora il salvataggio finanziario della Grecia tra il governo greco e la Troika (la Comunità Europea, la Banca Comune Europea e il Fondo Monetario Internazionale FMI)? E questo vale anche per i salvataggi futuri? Qual è la necessità di un trattato internazionale tra la BCE, i paesi dell’Euro-zona e la Grecia, e in che cosa questo differisce dal quadro giuridico che interessa la porzione del prestito erogato dal FMI?</span></em></strong></span></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><em><span style="color: #333333;"> </span></em></strong></span></p>
<p><img class="size-medium wp-image-2829 alignleft" style="margin: 5px;" title="professore" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/articolo-monchietto-2-300x296.jpg" alt="" width="300" height="296" /></p>
<p>George Katrougal  :  Vi è una doppia base giuridica per quanto riguarda il piano di salvataggio greco. Abbiamo, come al solito, un accordo stand-by con il FMI, un accordo a scadenza prefissata, che secondo il FMI non ha il carattere di un trattato internazionale. Il FMI non vuole che i suoi accordi assumano il carattere di trattato internazionale, in modo da sfuggire alla giurisdizione di tribunali internazionali, nazionali, nonché all’obbligo di ratifica da parte dei governi nazionali.  Allora, il processo di formazione di un accordo legale tra un paese e il FMI inizia nel momento in cui il paese che vuole un prestito indirizza una lettera di intenti al FMI in cui descrive le misure che intende adottare al fine di conformarsi a tutte le condizioni che il FMI vuole imporre.</p>
<p>È solo nominalmente che questa lettera è una lettera specifica di un governo al FMI, visto che se si va a leggere tutti i simili accordi stand-by e le lettere di intenti, dal caso Argentina alla Grecia, si vede che esiste una comunanza di obiettivi e politiche. E la ragione è molto semplice; non sono i governi stessi che stanno scrivendo queste lettere, queste lettere sono in realtà dettate e imposte dal FMI.</p>
<p>Per quanto riguarda il salvataggio e il prestito che la Grecia ha ricevuto dagli altri paesi della Zona Euro, è stato necessario un trattato internazionale perché il diritto primario europeo non prevede nulla riguardo a un salvataggio finanziario di un paese.</p>
<p>Al contrario, ci sono alcune clausole del Trattato di Maastricht, che formalmente non consentono ad un paese di essere salvato utilizzando risorse europee. Quindi, un accordo speciale doveva essere stipulato in modo che, prima di tutto, i limiti del diritto europeo potessero essere superati, e in secondo luogo potessero essere imposti obblighi concreti alla politica economica della Grecia in una direzione neoliberista.</p>
<p>Devo aggiungere che questo accordo avrebbe dovuto essere ratificato dal Parlamento greco, dato che noi Greci per questo dobbiamo sottostare ad un obbligo costituzionale molto concreto, ma nonostante questo obbligo, anche se il governo greco ha presentato l’accordo al Parlamento, l’accordo non è mai arrivato alla necessaria ratifica. Quindi, questo è il primo segnale di incostituzionalità formale, ma molto concreto, rispetto al salvataggio della Grecia.</p>
<p><span style="color: #333333;"><strong><em>Sarebbe questo medesimo trattato che verrà applicato per il nuovo pacchetto di salvataggio?</em></strong></span></p>
<p>Molto probabilmente, dovremo valutare un secondo trattato, comunque dai contenuti del tutto simili. Questo diverrà necessario, in primo luogo per avere delle disposizioni di legge per il nuovo prestito, e in secondo luogo per i nuovi obblighi (ad esempio, clausole collaterali) che la Grecia molto probabilmente sarà costretta ad affrontare.</p>
<p>Lei potrebbe forse spiegare perché non hanno portato il trattato in Parlamento per una votazione, mentre allo stesso tempo sono riusciti a manovrare per portare al voto i pacchetti normativi sull’austerità?</p>
<p>Il Memorandum era un programma politico che doveva essere imposto ai parlamentari del PASOK (Movimento Socialista Panellenico). La ragione per cui il trattato non è stato presentato al Parlamento per essere ratificato è che questo accordo contiene alcune clausole esorbitanti per quanto riguarda la sovranità nazionale, che renderebbero impossibile per un numero significativo di parlamentari votarle.</p>
<p>Per esempio, vi è una clausola veramente unica nella storia dei trattati internazionali, una rinuncia all’immunità per motivi di sovranità nazionale. Abbiamo molti esempi di clausole di esonero di immunità in diversi trattati, ma non ho ancora visto rinunce di clausole di immunità direttamente associate alla sovranità nazionale. Così un parlamentare, che avrebbe votato in favore di questo trattato, avrebbe votato contro la sovranità nazionale del proprio paese, qualcosa di inaccettabile anche per i parlamentari che appartengono al partito di governo.</p>
<p><em><strong>Come potrebbe riassumere l’impatto del trattato sulla sovranità nazionale?</strong></em></p>
<p>Prima di tutto c’è il problema molto serio che riguarda la mancanza di rispetto della Costituzione, nella misura in cui il trattato non è mai stato ratificato. Ma questo è solo l’aspetto formale del problema. La cosa più sostanziale è che un paese che rinuncia alla sua sovranità cessa di essere un paese indipendente, sia politicamente che per quanto riguarda il futuro del regime politico del paese. È in gioco la sua legittimità, e questo è risultato evidente in questi ultimi mesi, quando la grande maggioranza della popolazione greca non ha accettato la continuità del governo in questi termini.</p>
<p><strong><em>Data la situazione in cui si trova ora la Grecia, come considera la mancata ratifica del trattato in relazione ai pacchetti normativi sull’austerità che devono passare? Per certo, il ruolo di una Costituzione non è forse quello di assicurare che i decreti parlamentari non possono ignorare gli obblighi costituzionali? Che cosa significa tutto questo per il diritto costituzionale?</em></strong></p>
<p>Esattamente. L’intero processo di globalizzazione economica mira a indebolire la possibilità per gli elettorati nazionali di influenzare le politiche economiche dei loro paesi. In situazioni normali, questo non è così ovvio. Ad esempio, abbiamo trattati internazionali con l’Organizzazione Mondiale del Commercio o la normativa dell’Unione Europea, per cui in situazioni normali non è così evidente che la sovranità nazionale viene limitata. Si potrebbe anche arguire che è limitata, ma è limitata per ragioni di un qualche bene superiore, per esempio per il miglioramento del commercio internazionale.</p>
<p>Al contrario, quando ci si trova in presenza di una situazione di crisi, come quella in Grecia, è più evidente che le decisioni assunte non sono per il profitto e nell’interesse del popolo, ma nell’interesse dei creditori e per i centri economici esterni a tali paesi in crisi. E questo non è solo un problema che concerne i fondamenti della sovranità o della legittimità costituzionale, diventa un problema sul terreno dei principi democratici.</p>
<p>In tutte le democrazie, anche in quelle puramente formali, in ultima analisi le decisioni politiche devono essere presentati come assunte e attuate in favore del popolo.</p>
<p><em><strong>Lei vede una via d’uscita da questa crisi per la Grecia, e in quale modo può avvenire questo? E la situazione attuale non è in contrasto con altri trattati internazionali che la Grecia potrebbe avere ratificato?</strong></em></p>
<p>Per prima cosa risponderò alla seconda domanda, visto che l’argomento interessa questioni giuridiche, e poi darò il mio parere circa la via d’uscita.</p>
<p>Un primo problema è che in Grecia non esiste una Corte costituzionale, e anche se abbiamo cercato di adire alla Corte suprema amministrativa (che, in qualche modo, svolge un ruolo simile a quello di una Corte costituzionale), non siamo riusciti a far ritirare le clausole incostituzionali: prima di tutto perché per molte di queste clausole il tribunale amministrativo non ha giurisdizione.</p>
<p>Questo è il caso, ad esempio, della mancata ratifica di questo trattato. D’altra parte ci sono altri fori, per esempio, il Comitato della Carta sociale europea, l’Organizzazione internazionale del Lavoro OIL, che offrono una possibilità legale per contestare queste politiche.</p>
<p>Abbiamo discusso con molti sindacati prima di adire a questi forum per dimostrare che le politiche del governo sono contraddittorie con i diritti garantiti dagli specifici strumenti internazionali (la Carta sociale europea, i trattati OIL, ecc.)</p>
<p>E finora ci siamo riusciti. Abbiamo appena ricevuto la prima decisione del Comitato della Carta sociale europea in merito alla ammissibilità delle nostre istanze. A settembre avremo la discussione in merito. E sebbene il governo abbia cercato di dimostrare che in tempi di crisi anche la ricevibilità delle istanze come quelle che abbiamo presentato non sia accettabile, abbiamo almeno superato questo primo ostacolo e questi ricorsi verranno discussi nella loro sostanza.</p>
<p>Ora, veniamo alla questione più importante, qual è la via d’uscita: noi giuristi stiamo cercando di trovare soluzioni giuridiche al problema, perché questa è la nostra professione. Ma la crisi non è una questione legale, non è neppure principalmente una questione economica, è soprattutto una questione politica.</p>
<p>La questione investe le importanti decisioni politiche che stanno per essere prese in merito alla distribuzione della ricchezza. E devo confessare che all’inizio della crisi ero molto pessimista sul futuro, perché un clima di paura regnava in Grecia, un clima che il governo ha cercato di coltivare; secondo il governo non esisteva altra alternativa, altra scelta che sottomettersi a ciò che i nostri creditori richiedevano; e che, come un paese che non può sostenersi, dobbiamo sopportare e obbedire alle loro richieste.</p>
<p>Ma per fortuna, negli ultimi due o tre mesi, abbiamo visto il sorgere di un movimento politico molto genuino e di massa, un movimento indipendente che è sfuggito a questa trappola della paura e ha cercato di reinventare soluzioni democratiche, che stanno per essere proposte dal popolo, e non da potenze straniere o dai nostri creditori.</p>
<p>Si tratta ancora di un movimento amorfo e soprattutto che non vuole assumere caratterizzazioni, per esempio, non vuole l’attuazione di politiche che siano antidemocratiche e sterili. Ma sono molto ottimista per il fatto che non si tratta solo di un movimento di resistenza, ma di un movimento che sta producendo alternative politiche ed economiche concrete su queste problematiche.</p>
<p>Inoltre, spero che avremo un movimento paneuropeo, perché i problemi sono simili, soprattutto nei paesi del sud, ma in realtà, in tutta l’Unione Europea. Come ha affermato lo storico primo ministro britannico del 19 ° secolo, Benjamin Disraeli, in ogni nazione ci sono due nazioni, i poveri e i ricchi, e i loro interessi non sono mai gli stessi. Così, noi abbiamo una comunanza di problemi, e noi, che non siamo i ricchi, abbiamo l’interesse molto importante di acquisire una piattaforma comune e politiche comuni contro questo assalto neoliberista ai nostri diritti.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2832" title="articolo monchietto 3" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/10/articolo-monchietto-3-300x125.jpg" alt="" width="300" height="125" /></p>
<p><strong><em>Quindi, per quanto riguarda l’attacco neoliberista contro i paesi europei, proprio la scorsa settimana è avvenuto il summit europeo dove si sta ancora disperatamente cercando una soluzione in ambito Unione Europea; cosa ne pensa dei risultati di quella riunione?</em></strong></p>
<p>Sicuramente si è trovata davvero una soluzione, ma una soluzione per le banche e per i creditori! Questo vertice è riuscito a garantire a tutti i creditori che il debito sarà rimborsato, se naturalmente verranno attuate queste decisioni. E ha concesso al sistema economico della Grecia appena una dilazione dell’esecuzione di fallimento, perché la situazione non è cambiata, e tutto ciò che abbiamo acquisito dalla relativa riduzione del tasso di interesse lo stiamo per pagare con il prolungamento del debito e con tutte le misure gravi che ci verranno imposte a partire da settembre.</p>
<p><strong><em>Per quanto riguarda la disponibilità di informazioni per l’opinione pubblica, c’è qualcosa che può legalmente far arretrare il popolo greco nella sua ricerca di informazioni sui contratti di debito?</em></strong></p>
<p>Questo sarebbe davvero problematico se non avessimo membri del Parlamento partecipi della nostra iniziativa, che possono richiedere vari documenti al governo, se le procedure costituzionalmente lo prevedono, visto che noi potremmo avere accesso solo ai documenti già pubblicati in Gazzetta Ufficiale.</p>
<p>La maggior parte dei prestiti e delle intese sono accordi formali simili tra loro, e non è molto facile per qualcuno leggere tra le righe e scoprire se si tratta di un debito “odioso”, illegale, o completamente legittimo.</p>
<p>Questo è uno dei problemi che concernono l’applicazione della dottrina del “debito odioso” in Grecia, così come negli altri paesi sviluppati di Europa. Le clausole non sono così esorbitanti come quelle che vengono imposte ai paesi in via di sviluppo, dove a volte è così evidente a occhio nudo che una clausola è tanto irragionevole che non può essere considerata legittima.</p>
<p>Nei casi di prestiti alla Grecia, a prima vista tutto sembra “ok”, e si deve scavare molto per trovare problemi di legittimità, o per portare alla luce le modalità di trasferimento di denaro pubblico al settore privato.</p>
<p><em><strong>Vi è proprio la necessità di disporre di parlamentari per cercare queste informazioni,  per potere poi confrontarle ed analizzarle, o siamo in presenza di una situazione molto diversa dalla normativa sulla libertà di informazioni, per esempio, nel Regno Unito?</strong></em></p>
<p>Esiste una legislazione, come l’Information Act, che obbliga tutti gli enti pubblici a dare informazioni relative ai documenti a loro disposizione, ma ci sono eccezioni gravi ad acquisire la documentazione, ad esempio, le informazioni riguardanti l’interesse nazionale. Quindi, ci sono scappatoie che permettono a qualcuno che desidera nascondere di riuscire a farlo.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Se uno di questi trattati internazionali e convenzioni favorevoli alla Grecia dovesse avere buon esito presso un tribunale per i diritti dell’uomo o in un altro equivalente, si potranno vedere imporsi favorevolmente risoluzioni del debito a livello europeo?</em></strong></p>
<p>Prima di tutto, la globalizzazione non è un movimento uniforme, assistiamo a tendenze della globalizzazione che sono neoliberiste, ma abbiamo aspetti della globalizzazione che riguardano i protagonisti nel settore dei diritti umani che cercano di agire a livello globale.</p>
<p>Naturalmente, abbiamo dei movimenti popolari, ma disponiamo anche di alcuni fori giurisdizionali, per esempio, le due Convenzioni delle Nazioni Unite in materia di tutela dei diritti civili e sociali o la Carta sociale del Consiglio di Europa. Quindi, ci sono strumenti giuridici che possono essere utili a livello internazionale.</p>
<p>Tuttavia, la questione importante è come costruire un movimento politico globale, che si opponga come avversario potente alla dominazione politica ed economica neoliberista. Penso che tutto ciò che facciamo in questa direzione vada ad aiutare tutti, non solo la gente di Grecia, ma tutti gli altri popoli che possono trovarsi in futuro dalla stessa parte e nelle medesime condizioni.</p>
<p><strong><em>Dato che questo del debito è un problema europeo, e il movimento contro le misure di austerità è anche paneuropeo, sono curiosa di sapere se altri paesi che pur hanno Costituzioni diverse possono comunque prendere qualche indicazione dall’esempio della Grecia. Una domanda sul Regno Unito: quali sarebbero le implicazioni per paesi come la Gran Bretagna se cercassero di esercitare modalità incostituzionali come base per una revisione contabile del debito, data la diversa natura dello Stato e del complesso delle norme giuridiche, e in cosa altro potrebbe consistere questa base?</em></strong></p>
<p>Il problema di base costituzionale per la Gran Bretagna sarebbe la limitazione della sovranità del Parlamento, messo di fronte a tali politiche. Perché queste non sono politiche che vengono decise a livello nazionale, ma sono decise in forum, come ad esempio il WTO, il FMI, o per alcune competenze importanti l’Unione Europea, in cui il legislatore nazionale, il Parlamento, non ha affatto alcuna influenza.</p>
<p>In ultima analisi, il problema del debito è un problema politico, il problema di fondo è se noi viviamo una reale attuazione del principio democratico.</p>
<p>Tutte queste decisioni economiche sono prese dai rappresentanti del popolo, e sono a favore e nell’interesse del popolo? Questa è la questione politica fondamentale, che ha anche importanti implicazioni costituzionali.</p>
<p>Oltre l’aspetto democratico del problema, vi è anche l’aspetto relativo ai diritti umani. Per fortuna esiste tutta una serie di prese di posizioni conclusive a livello europeo, come ad esempio le deliberazioni della Corte costituzionale di Lettonia, della Corte costituzionale della Romania o della Corte costituzionale di Ungheria, che hanno riscontrato che le politiche del FMI sono state almeno in parte incostituzionali a causa del loro conflitto con i diritti umani, soprattutto con i diritti umani sociali. Penso che questo costituisca il terreno comune nella cultura giuridica europea, che noi non solo godiamo di diritti politici e civili, ma anche di diritti sociali, ed io ho una grande speranza nella possibilità di utilizzare i diritti sociali come una sorta di grimaldello contro questo attacco neoliberista.</p>
<p><em><strong>Quale potrebbe essere la fase successiva dopo il riconoscimento di incostituzionalità? Come si dovrebbe andare oltre?</strong></em></p>
<p>Il problema è che in Grecia non abbiamo una Corte costituzionale. Quindi, il nostro prossimo passo sarà quello di affrontare la Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo, se la decisione della Corte suprema è, come sembra da informazioni di stampa, non favorevole alle nostre posizioni. Quindi il prossimo round avverrà sull’arena europea.</p>
<p><strong><em>Va bene. Un’ultima domanda. Alcune parole di consiglio ad altri paesi europei che si trovano anch’essi sotto la scure di programmi di austerità? Nulla per quanto riguarda la revisione del debito?</em></strong></p>
<p>Non mi piace usare la parola “consiglio”, perché anche noi abbiamo preso profitto dall’esperienza di altri paesi, in particolare dai paesi dell’America Latina e di altre parti del terzo mondo, ma abbiamo cercato di mettere in pratica questa loro esperienza, per esempio la dottrina delle verifiche del debito, con le nostre specificità.</p>
<p>Quello che raccomando, e non consiglio (dato che io non sono in una posizione di consigliare nessuno), è di cercare di trovare un nostro terreno comune, di trovare ciò che abbiamo in comune, quello che possiamo imparare dalle nostre esperienze, e cercare di costruire un fronte comune, poiché i nostri avversari hanno un fronte comune molto forte e solido. Hanno il Club di Parigi, il Club di Londra, hanno il Fondo Monetario Internazionale e tutte le altre istituzioni del consenso di Washington. Noi non abbiamo nulla di simile e dobbiamo cercare di costruire qualcosa di simile.</p>
<p><strong><em>La ringrazio.</em></strong></p>
<p><strong><em><br />
</em></strong></p>
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		<title>Fuori dal debito! Fuori dall’Euro!</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 17:01:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costanzo Preve</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Costanzo Preve 1. Un’organizzazione denominata Rivoluzione Democratica (cfr. sollevazione.blogspot.com) ha convocato a Chianciano per il 22 e 23 ottobre 2011 un incontro nazionale con parola d’ordine: Fuori dal debito! Fuori dall’Euro! Voglio qui riportare il mio contributo (sia pure non richiesto), data l’importanza del tema in questione. 2. Le possibilità concrete di ottenere a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Costanzo Preve</p>
<p>1. Un’organizzazione denominata Rivoluzione Democratica (cfr. sollevazione.blogspot.com) ha convocato a Chianciano per il 22 e 23 ottobre 2011 un incontro nazionale con parola d’ordine: Fuori dal debito! Fuori dall’Euro! Voglio qui riportare il mio contributo (sia pure non richiesto), data l’importanza del tema in questione.</p>
<p>2. Le possibilità concrete di ottenere a breve ed a media scadenza questi due obbiettivi (che condivido nell’essenzialità) sono pressoché nulle. E dicendo nulle intendo proprio dire nulle. In una simile situazione, non potendoci aspettare risultati an<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/debito.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-2768" style="margin: 5px;" title="debito" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/debito.jpeg" alt="" width="250" height="202" /></a>che solo parziali a scadenza ragionevole, è il come si devono impostare le rivendicazioni che diventa decisivo. Se esse infatti si impostano male o in modo inappropriato, presto o tardi se ne avranno le conseguenze. Farò fra poco il grottesco esempio del Movimento detto No Global, partito un decennio fa con grandi speranze e finito nel nulla e nel ridicolo. Le cause di questo esito poco glorioso devono essere approfondite.</p>
<p>3. Il settembre 2011 l’Unione Sindacale di Base (USB) è sfilata a Roma con rivendicazioni qualitativamente diverse da quelle della CGIL, Di Pietro, di Vendola, di Bersani e della stessa FIOM. E’ stato posto il problema della cancellazione del debito e della uscita dall’eurozona. Si tratta pur sempre di un’organizzazione che rivendica di avere circa 250.000 membri, e quindi di una forza piccola, ma reale. Si tratta di una relativa novità nella scena politica italiana, in cui l’Unione Europea è fino ad oggi rimasta un feticcio intoccabile, dall’estrema destra all’estrema sinistra “visibili”.</p>
<p>4. Nel numero di settembre 2011 di  “Le Monde Diplomatique” (edizione italiana) è uscito un fondamentale articolo dell’economista francese Frèdèric Lordon intitolato “La deglobalizzazione ed i suoi nemici”. Questo testo è importante, perché pone con chiarezza i problemi fondamentali. Rimandando ad esso il lettore, ne svolgerò con autonomia un mio commento personale.</p>
<p>5. Così come la imposta Lordon (e la intendo io) la de globalizzazione non ha nulla a che vedere, e non è quindi una ripresa, di ciò che per un decennio è stato chiamato Movimento No Global. La debolezza strategica del Movimento No Global era di non essere affatto no global (al di là dei riti pittoreschi di piazza, dai lamenti pecoreschi ritmati alle simulazioni del black bloc), ma di essere un movimento no global di estrema sinistra, e cioè una caricatura ultra-global. La stragrande maggioranza delle sue rivendicazioni (per non cadere nell’autarchia, nel protezionismo, nello stato nazionale, eccetera, tutte cose viste a priori come di “ultradestra”) erano ricavate da una radicalizzazione di ultra-sinistra del paradigma neoliberale in politica e neoliberista in economia. Estensione in tutto il mondo dei “veri” diritti umani, abolizione delle frontiere, libera immigrazione, “superamento” del meschino orizzonte della sovranità dello stato nazionale, retorica contro i dittatori (distinti in semplicemente corrotti, ed in corrotti ed anche sanguinari), giovanilizzazione e femminilizzazione dei valori sociali, mitologia del progresso, eccetera. Un programma che sembrava stilato dalle stesse oligarchie liberali. In campo “marxista”, Negri e Hardt scrissero una trilogia che propagandava questa concezione liberista rovesciata (ma un dado rovesciato è sempre un dado), e non a caso questa trilogia divenne popolare presso i due estremi sociali apparentemente antitetici ed in realtà complementari del capitalismo, i centri sociali in basso e l’aristocrazia accademico-universitaria di sinistra in alto.</p>
<p>6. In Italia abbiamo vissuto una variante particolarmente pittoresca e provinciale del movimento no global, con il picconatore Bertinotti che sosteneva che con la globalizzazione spariva l’imperialismo. Il fatto che questa colossale sciocchezza potesse essere presa sul serio segnala la desertificazione del pensiero critico per opera degli apparati ideologici post-moderni mediatici ed universitari. Ed il fatto che il successore più astuto e rigoroso di Bertinotti, il poeta barese Vendola, abbia elettoralmente svuotato sia i “merli” di Ferrero sia i “passeri” di Diliberto, mostra come il non avere preso sul serio in tempo le sciocchezze porta poi a conclusioni distruttive. Quali lezioni trarre dagli esiti grotteschi del movimento no global dieci anni dopo?</p>
<p>7. La prima e pressoché unica lezione consiste nel capire che la sacrosanta lotta alla globalizzazione non può e non deve essere ripetuta e riproposta sulla base ideologica del movimento no global. Lordon chiarisce che i cantori del vecchio movimento no global (ad esempio l’organizzazione Attac, che ha definito la deglobalizzazione un concetto semplificato e superficiale) comincino già ad alzare le barricate, paventando poi “contaminazioni” con il protezionismo dell’eterna “destra”. Fa eccezione l’economista francese Jacques Sapir, che a mio avviso ha impostato le cose nel modo più radicale e anche meno estremistico ed avventuristico possibile: si tentino pure tutte le soluzioni possibili dentro l’euro e l’unità europea, ma se per caso fallissero, allora deve diventare “pensabile” anche l’uscita dall’euro.</p>
<p>8. Inutile dire che una simile prospettiva possibile, anche se posta solo come eventualità praticabile nel caso che tutte le altre opzioni “riformatrici” fallissero, viene virtuosamente rifiutata dal centro e dalla destra liberale. Il fatto è che ormai il liberalismo classico non esiste nemmeno più, divorato dal passaggio dalla sovranità politica alla governance economica. Ma anche la sinistra (con quella appendice patetica ed inutile chiamata “estrema sinistra”) la rifiuta, temendo virtuosamente che “un conflitto di classe venga trasformato in un conflitto di nazioni” (Jean Marie Harribey).</p>
<p>Ecco, questo è lo scoglio. Il voler negare il dato nazionale, rimuovendolo virtuosamente, aveva già portato Attac a passare dalla “anti-globalizzazione” al cosiddetto “altermondialismo”. Ma l’altermondialismo per ora non esiste, ed è una utopia futuribile come il comunismo o il comunitarismo universale. Ma il dato nazionale non significa automaticamente razzismo, protezionismo assoluto, autarchia totale o decrescita virtuosa agro-pastorale, anche se viene ovviamente così diffamato dai cantori (interessati) della cosiddetta irreversibilità della globalizzazione.</p>
<p>La globalizzazione è emendabile? Il futuro è ignoto, ma si può già rispondere: per ora, nelle attuali condizioni geopolitiche ed economiche, no. I quattro elementi intrecciati insieme (le sfide della globalizzazione, il giudizio dei mercati, il vincolo dei debiti, la sovranità delle agenzie di rating) ci fanno rispondere di no. E quindi bisognerebbe trarne le conseguenze.</p>
<p>9. Per ragioni che sarebbe lungo e noioso spiegare, mentre mi sono estraniato (e sono stato estraniato) dal dibattito italiano, sono invece attivo e presente nel dibattito greco (articoli, interviste, interventi, eccetera). Ora, tutti conoscono la situazione della Grecia, e di come il problema del debito e dell’eventuale uscita dall’euro sia in Grecia particolarmente acuto ed attuale, molto più che in Italia, dove è ancora per ora largamente “teorico” e virtuale. In Grecia è possibile studiare come in un laboratorio le conseguenze immediate del dibattito sul debito.</p>
<p>Il commissariamento della Grecia, che ha comportato la sua totale perdita di sovranità, ha comportato anche la completa distruzione di tutte le conquiste “socialdemocratiche” conseguite dopo la caduta della giunta dei colonnelli del 1974 (metapolitefsi), svuotando quasi quaranta anni di storia della Grecia moderna. Così come l’Italia dell’agosto 2011 è stata “commissionata” dal duopolio Draghi-Napolitano (un banchiere ed un ex-comunista riciclato), così la Grecia è stata commissionata da una “giunta economica” costituita da tutti partiti (destra, sinistra e centro) favorevoli alla sottomissione ai diktat della banca Centrale Europea e della Germania in primo luogo. A questo punto, come reagire?</p>
<p>Da quanto ho potuto capire partecipando al dibattito, ci sono stati fondamentalmente due modi. In primo luogo la rivendicazione di una autonomia nazionale è stato subito incorporata nel ribellismo ultra-comunista di estrema sinistra, che invita all’abbattimento del capitalismo. In secondo luogo, un modo più patriottico e nazionale, incarnato dal grande musicista Mikis Theodorakis e dal suo movimento, che non porta in piazza bandiere rosse ma soltanto bandiere azzurre greche, e lo fa per non dividere ideologicamente il popolo, che al di fuori di una ristretta oligarchia soffre indipendentemente dalle sue opinioni politiche, filosofiche o religiose.</p>
<p>Nonostante abbia amici soprattutto fra i “sinistri” greci, devo dire che a mio avviso la linea giusta è quella di Theodorakis. Il  popolo non deve essere diviso ideologicamente, ma unito in nome della sovranità nazionale e di quella che Lordon e Sapir chiamerebbero deglobalizzazione. Cerchiamo di tirarne la conseguenze “italiane”. Anche in Grecia Theodorakis è stato accusato di essere “rosso-bruno”, di lasciare spazio alla destra, di essere ambiguo, eccetera. Accuse completamente false. Theodorakis ha le carte in regola, sia per la Resistenza (1941-1944), sia per la guerra civile (1946-1949), sia per il “lungo inverno” dell’autoritarismo successivo (1949-1967), sia per l’opposizione alla dittatura dei colonnelli (1967-1974). E’ solo la stupidità settaria che non ha le carte in regola, né in Grecia né in Italia.</p>
<p>10. Passiamo ora all’Italia. Se le considerazione fatte fino ad ora sul fallimento dei no global e degli altermondialisti, sulla deglobalizzazione (Lordon, Sapir), sulla corretta impostazione “nazionale” (non nazionalistica) di Theodorakis in Grecia, eccetera, sono corrette, che cosa fare in Italia?</p>
<p>In primo luogo, non lasciare spazio ai deliranti che dicono che “bisogna fare come in Tunisia”. Gli italiano se ne guarderebbero bene. Dalla Tunisia si scappa e si scapperà ancora a lungo, perché non c’è pane e non c’è lavoro (il che non significa che non fosse ovviamente sacrosanta la rivolta contro Ben Alì!). In questo momento una (non auspicabile) rivolta di tipo tunisino porterebbe soltanto alla fuga del puttaniere Berlusconi ed ad un governo degli “onesti”, e cioè dei funzionari del FMI e della BCE, che porterebbero a termine i programmi di liberalizzazione totale.</p>
<p>In secondo luogo, non bisogna in nessun modo attaccare al programma della deglobalizzazione (perché è ovvio che lo sarebbe sia l’uscita dall’euro che dal debito) i tradizionali (e deliranti) programmi di estrema sinistra, attraverso massimalistiche adunate di refrattari. Mi spiace scendere sui nominativi e sul personale, perché non sarebbe stata questa la mia intenzione. Ma che cosa ci fanno Rizzo, Ferrando e Babini dei CARC? I CARC vogliono la dittatura del proletariato. Ferrando vuole fare come in Tunisia, e lasciamo stare per carità di patria le sua posizioni sulla Libia e sulla Siria, in cui uno scontro tra masse divise da una guerra civile è stato magicamente trasformato in scontro tra le masse unite ed i dittatori burocratico-capitalisti. E Badiale? A mia conoscenza Badiale vuole la decrescita, programma del tutto legittimo, ma che è una fuga in avanti attaccare alla deglobalizzazione. Trattandosi di una sorta di “intergruppi” di estrema sinistra, il solo modo in cui molti vedono l’anticapitalismo, a mio avviso il fallimento è inevitabile. A breve scadenza, fallirebbe anche se ci fossero Gesù, Maometto, Marx e Lenin. Ma almeno porrebbe le basi per una lotta di lunga durata. Così  avremo il solito intergruppi estremistico urlante.</p>
<p>A dire queste cose, si passa necessariamente per rompiscatole e guastafeste, ma in definitiva è meglio parlare che tacere.</p>
<p>Torino, settembre 2011</p>
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