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	<title>Comunismo e Comunità &#187; WTO</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>STORIA DELL’UTOPIA NEOLIBERALE</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2021 14:21:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; STORIA DELL’UTOPIA NEOLIBERALE  Con qualche considerazione finale sulle sinistre hayekiane Carlo Formenti Quinn Slobodian è autore di un libro (Globalists. La fine dell’impero e la nascita del neoliberalismo, Meltemi editore) che mi è parso la più esaustiva e intrigante analisi che mi sia capitato di leggere sull’evoluzione delle teorie neoliberali nei sessant’anni che [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/11/9788855194709.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7561" title="9788855194709" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2021/11/9788855194709-199x300.jpeg" alt="" width="199" height="300" /></a></p>
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<p><span style="font-size: 1.5em;">STORIA DELL’UTOPIA NEOLIBERALE </span></p>
<h3>Con qualche considerazione finale sulle sinistre hayekiane</h3>
<p><strong>Carlo Formenti</strong></p>
<p>Quinn Slobodian è autore di un libro (G<em>lobalists. La fine dell’impero e la nascita del neoliberalismo</em>, Meltemi editore) che mi è parso la più esaustiva e intrigante analisi che mi sia capitato di leggere sull’evoluzione delle teorie neoliberali nei sessant’anni che vanno dalla fine della Prima guerra mondiale alla riforma del GATT e alla successiva nascita del WTO. Slobodian ricostruisce le principali varianti teoriche di questa corrente di pensiero, i loro rapporti reciproci, l’influenza che hanno esercitato su governi nazionali e istituzioni economiche e accademiche internazionali; infine cerca di spiegare i motivi che ne hanno favorito il trionfo sul keynesismo e altre scuole di pensiero a partire dalla crisi degli anni Settanta.</p>
<p>Dalla lettura di questo lavoro si esce liberati da alcuni luoghi comuni. Come quello secondo cui il neoliberalismo sarebbe un paradigma socioeconomico relativamente recente, che avrebbe fatto il proprio esordio in occasione del colloquio Lippmann tenutosi a Parigi nel 1938, per poi consolidarsi con la fondazione della Mont Pelerin Society, avvenuta nel 1947. È vero che il termine neoliberalismo fu adottato per la prima volta nel 1938, tuttavia un gruppo organizzato di individui che condividevano un preciso insieme di principi, valori e idee all’interno di un comune quadro di riferimento intellettuale esisteva già da almeno vent’anni, per la precisione a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, allorché nacque quella Scuola di Vienna che perfezionerà poi la propria visione attraverso la Scuola di Ginevra. Queste persone – Fra gli esponenti più noti figurano i nomi di von Mises, von Hayek, Ropke, Robbins, Haberler, Heilperin, Petersmann – condividevano un punto di vista preciso sulle linee generali da seguire per dare vita a un nuovo ordine mondiale, a partire dalla necessità di difendere l’economia globale dagli “eccessi” di una democrazia che rischiava di metterla in crisi, lanciando una sfida che il liberalismo classico non era in grado di gestire.</p>
<p>Un altro luogo comune consiste nell’associare al neoliberalismo il concetto di Stato minimo. In realtà, anticipa Slobodian nella Introduzione, il problema di questi teorici non è mai stato quello di stabilire <em>quanto</em> Stato fosse necessario per proteggere la salute del mercato, bensì <em>che tipo</em> di Stato sarebbe stato più adatto a svolgere tale ruolo. Certamente tutti costoro erano convinti assertori del laissez faire, ma erano altrettanto convinti che il laissez faire non potesse funzionare se non entro una attiva e cosciente <em>polizia</em> del mercato, e ciò perché, a loro avviso, il mercato non è il prodotto di un’evoluzione sociale spontanea, bensì di un lavoro di costruzione politica da parte delle istituzioni in cui è inscritto: “il focus delle proposte neoliberali non era tanto il mercato come tale quanto la riprogettazione degli Stati, delle leggi e di altre istituzioni allo scopo di proteggere il mercato (…) l’oggetto [del loro pensiero] non era l’economia in sé bensì le istituzioni incaricate di creare per essa uno spazio” (1).</p>
<p>La natura eminentemente politica di questa visione traspare infine dalla convinzione di questi intellettuali – le cui idee furono a lungo minoritarie, se non marginali, all’interno dello stesso campo borghese – che sarebbe stato necessario condurre una “guerra di posizione” per imporle e che, a questo scopo, avrebbero dovuto contrapporsi ai socialisti sul piano della narrazione utopistica. Un altro sintomo significativo in tal senso, è il fatto che il termine <em>ordo</em>, dal quale la corrente ordoliberale prende il nome, deriva dalla teologia medievale, a conferma della sua contiguità al campo della teologia politica. Ma veniamo al racconto dell’evoluzione storica del neoliberalismo tracciato da Slobodian, che meglio consente di ricostruire le molte sfaccettature e la complessità del fenomeno (un buon rimedio contro il semplicismo con cui a sinistra si parla spesso del neoliberalismo come di una mera ideologia che maschera inconfessabili interessi: in realtà gli interessi in questione sono esplicitamente dichiarati, chi li difende è sinceramente convinto che coincidano con l’interesse generale della società mondiale, e le applicazioni concrete dei principi neoliberali che si sono succedute nel corso del tempo sono parziali e contraddittorie, nella misura in cui, fortunatamente, hanno dovuto, e devono, fare i conti con varie forme di resistenza sociale e politica).</p>
<p>Slobodian comincia la sua narrazione avanzando una tesi che contesta la tendenza complessiva che ha interpretato il pensiero neoliberale dal lato anglo-americano: “sono stati i neoliberali europei a dedicare più attenzione alle problematiche internazionali”, scrive, quindi aggiunge che questo è avvenuto perché “i loro paesi non godevano di un ampio mercato interno come gli Stati Uniti e ciò li obbligava a una maggiore sensibilità verso le questioni di accesso al mercato mondiale mediante il commercio” (2). Non è per caso se la culla del neoliberalismo è stata Vienna, la capitale di quella che, dopo il crollo dell’impero asburgico seguito alla Prima guerra mondiale, si presentava ormai come una piccola nazione centroeuropea. Ad alimentare la nostalgia dell’Impero dei liberali austriaci non era tanto il rimpianto per la perduta potenza politica del proprio paese, bensì un immaginario globale forgiato da Carl Schmitt, secondo il quale esistevano due mondi ben distinti: “il primo suddiviso in stati territoriali nei quali i governi detenevano il dominio sugli esseri umani (<em>imperium</em>), l’altro era il mondo della proprietà dove le persone possedevano cose denaro e terreni (<em>dominium</em>)” (3). Schmitt considerava questa suddivisione come un ostacolo all’esercizio della piena sovranità nazionale, viceversa i liberali austriaci assumevano una prospettiva del tutto opposta: la dissoluzione dell’impero aveva creato le condizioni per il proliferare di autonomie e sovranità nazionali che minacciavano l’ordine economico cosmopolita del <em>dominium</em>, il carattere sovranazionale dei diritti di proprietà e del libero commercio.</p>
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<td>Ludwig von Mises</td>
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<p>Di fronte a quella che per loro appare una vera e propria catastrofe, i vari von Hayek e von Mises iniziano a ragionare su un modello di governance mondiale che, caduti gli imperi, inserisse le nazioni in un ordine istituzionale che salvaguardasse il capitale e il suo diritto a muoversi liberamente attraverso le frontiere.  La nuova utopia liberale, posto che la “felice” epoca della prima globalizzazione, conclusasi con la Prima guerra mondiale, appariva irreversibilmente perduta, implicava già allora l’idea di una “costituzione economica” in grado di implementare la totalità delle regole che governano la vita economica a una scala superiore a quella nazionale. Per realizzare tale obiettivo era necessario isolare l’attività legislativa dalle richieste di breve termine del governo quotidiano a scala nazionale. Il problema politico fondamentale, per questi autori, è quindi da subito quello di sterilizzare i potenziali  effetti negativi della democrazia : è necessario bypassare le decisioni popolari ogniqualvolta contravvengano il superiore principio dell’ordine economico globale. Questo “globalismo militante”, scrive Slobodian, “non avrebbe sostituito gli stati-nazione ma avrebbe operato attraverso di essi per assicurare il corretto funzionamento del tutto [economico], non contro lo stato in quanto tale ma contro lo stato-nazione” (4).</p>
<p>Il contesto internazionale, negli anni in cui la Scuola di Vienna viene elaborando queste idee, è a dire poco sfavorevole alla loro messa in pratica. Laddove la nuova utopia liberale presupponeva che economisti, governi e imprese si mettessero al lavoro per “ricostruire il mondo in frantumi del capitalismo globale” (5), tutte le potenze belligeranti andavano in direzione opposta, verso un capitalismo organizzato e un collettivismo di guerra, mentre la sacralità della proprietà privata transnazionale veniva sistematicamente violata. Di più: l’appoggio della neonata Unione Sovietica alla lotta dei popoli coloniali e il principio di autodeterminazione dei popoli di cui anche il presidente americano Thomas Woodrow Wilson si faceva portavoce, favorivano la proliferazione di nuovi stati nazione. Tre fattori, scrive Slobodian, spingono potentemente verso il rafforzamento del primato della politica sull’economia: 1) la generalizzazione del suffragio universale rafforza la sovranità popolare; 2) cresce la fiducia sulla capacità dei governi di allocare le risorse; infine 3) “si afferma l’idea che la nazione fosse la categoria più importante per l’organizzazione delle attività umane”(6).</p>
<p>Questa contingenza sfavorevole non scoraggia il gruppo di intellettuali che decenni dopo avrebbe dato vita al neoliberismo, i quali continuano a sfornare i loro progetti di “internazionalismo capitalista”, che dovrebbero proteggere la proprietà privata dalle insidie delle legislazioni nazionali. Pur se le loro idee non riescono a influenzare le scelte dei governi, esse trovano riscontro nella Camera di Commercio Internazionale e nella Società delle Nazioni, tanto è vero che nella Conferenza economica mondiale del 1927 organizzata da queste due istituzioni “si ragiona sul ripristino del libero scambio internazionale e sugli ostacoli interni rappresentati dai sindacati” (7), nonché sulla necessità di abbattere le barriere all’interno del mercato che vengono erette da muri tariffari e rivendicazioni salariali. Contestando la definizione foucaultiana dell’ideologia liberale come “fobia di stato”; Slobodian ricorda che un autore come von Mises “definisce lo stato come un produttore di sicurezza, diffida dello stato che cerca consensi dal popolo, pensa allo stato che può ottenere legittimità solo nella difesa della sacralità della proprietà privata e delle forze della concorrenza” (8). Le ricette care a questo pensatore ferocemente antisocialista (che inneggia alla repressione dei moti operai di Vienna del 27) anticipano di un secolo quelle che ci sentiamo oggi proporre dalla totalità dei governi occidentali in carica: privatizzare le imprese pubbliche, eliminare tanto le barriere ai movimenti di capitali, merci e forza lavoro quanto i sussidi ai lavoratori. Tanto per lui quanto per von Hayek la democrazia è un optional: va bene finché è funzionale agli obiettivi del capitalismo, ma non appena cessa di essere tale non esistono ragioni per mantenerla.</p>
<p>Nel periodo che va dalla fine degli anni Venti allo scoppio della Seconda guerra mondiale, tuttavia, nubi ancora più minacciose si affacciano all’orizzonte per questi sacerdoti del libero mercato. Dopo la dissoluzione dell’impero asburgico, essi avevano riposto le loro speranze in quello britannico che, almeno in parte, sembrava mantenere la capacità di garantire l’equilibrio fra le opposte esigenze del <em>dominium</em> e dell’<em>imperium</em>. Ma l’Inghilterra tradisce le loro aspettative decretando la fine del Gold Standard, una decisione che, assieme alla Grande Crisi del 29, contribuisce a far sì che “le potenze europee si affidino alle proprie colonie per accedere a materie prime scambiate all’interno dei muri tariffari dei blocchi imperiali” (9). Abbandonando il Gold Standard, l’Inghilterra “rompe l’unità del mondo e apre la strada all’idea keynesiana dell’autosufficienza nazionale”, tradendo così l’universalismo economico. Se a ciò si aggiungono la svolta che Franklin Delano Roosevelt impone alla politica americana con il New Deal e le politiche protezioniste dei regimi fascisti, è chiaro che il mercato mondiale va verso la balcanizzazione, piuttosto che verso l’apertura auspicata da quella che si è nel frattempo convertita da Scuola di Vienna a Scuola di Ginevra (anche per la diaspora degli autori costretti ad abbandonare l’Austria dopo l’Anschluss).</p>
<p>È in questo periodo che nasce (nel 38 a Parigi, nel corso del colloquio Lippmann) la definizione di neoliberali per questa corrente teorica, ed è in questo periodo che la sua  componente europea si caratterizza per la sfiducia nei confronti della matematizzazione che la scienza economica sta subendo in quegli anni (soprattutto oltreoceano). Von Hayek contesta esplicitamente il concetto di mercato perfetto, in quanto non esiste qualcosa come la conoscenza perfetta che tale concetto implica, ed arriva a teorizzare l’utilità dell’ignoranza: se esiste un equilibrio, sostiene, è solo “perché alcune persone non hanno possibilità alcuna di apprendere fatti che, in caso contrario, li porterebbero a mutare i loro piani” (10). Per parte sua Wilhelm Ropke imputa alla sofisticazione dei modelli macroeconomici la responsabilità di generare “una cecità nei confronti dei contesti extraeconomici che costituiscono il vero problema del mondo reale” (11). Di più: attribuisce a questo paradigma matematico la colpa di avere incoraggiato una politica a base nazionale, tipica di quell’approccio keynesiano secondo il quale “lo stato nazione era il contenitore implicito dei progetti di pianificazione e delle politiche di ridistribuzione attraverso servizi pubblici e welfare state” (12). A partire da questi presupposti la Scuola di Ginevra concentra l’attenzione sulla progettazione di istituzioni sovranazionali capaci di salvaguardare il mercato, accentuando il carattere utopistico delle proprie speculazioni teoriche &#8211; speculazioni che, a cavallo fra i Trenta e i Quaranta, approdano alla proposta di un governo sovranazionale di tipo federale.</p>
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<td>Walter Lippmann</td>
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<p>I modelli federali proposti dai singoli autori erano diversi (Ropke assumeva la sua Svizzera a esempio di un mondo in cui gli stati sarebbero stati come i cantoni, von Hayek guardava piuttosto all’impero asburgico come modello di un regime liberale cosmopolita) ma condividevano lo stesso obiettivo strategico: rompere il legame fra cittadinanza politica e proprietà economica. Ciò non si ottiene indebolendo lo stato; al contrario, si tratta di rafforzarlo cambiandone al contempo ruolo e funzioni. Nelle condizioni generate dalla democrazia di massa, argomentano i neoliberali, lo stato appare debole “perché cerca di compiacere tutti i gruppi di pressione nello stesso momento”, così gli illusori vantaggi che si spera di ottenere grazie alla pianificazione nazionale finiscono per generare il caos su scala internazionale. Per venire a capo di tale paradosso, si sarebbe dovuto dare vita a federazioni ampie ma lasche, in cui i singoli stati nazione avrebbero mantenuto il potere politico, anzi questo potere sarebbe stato rinforzato, ma esclusivamente in funzione dell’obiettivo di tutelare il libero commercio e la libera circolazione dei capitali. In poche parole, si cercava un modo per tenersi la nazione ma privandola degli artigli democratici, spegnendone cioè le velleità di politiche industriali e redistributive. “Lo stato socialdemocratico era appena in gestazione, commenta Slobodian, e già i neoliberali elaboravano uno schema che vi si opponesse” (13). Senza dimenticare che l’internazionalismo neoliberale che viene così definendo il suo progetto negli anni della Seconda guerra mondiale ha una chiara connotazione geopolitica: “la federazione e l’unione erano proposte come configurazioni atlantiche, anglosassoni ed europee occidentali, capaci di riportare gli isolazionistici Stati Uniti all’interno della comunità occidentale e agire da bastione contro fascismo e comunismo” (14).</p>
<p>Ma il mondo che emerge dalla guerra non è quello sperato dai neoliberali. È il mondo del compromesso fordista fra capitale e lavoro, il mondo del welfarismo keynesiano in cui anche un presidente repubblicano come Eisenhower viene accusato di “socialismo” da una destra americana che cerca alternative in Europa, guardando, oltre che a teorici come Ropke e von Hayek, a esponenti politici come il ministro tedesco dell’economia Erhard e il presidente italiano Einaudi. È soprattutto il mondo della decolonizzazione, in cui nascono decine di nuovi stati che, in nome dello sviluppo, rivendicano il diritto di nazionalizzare i capitali esteri, di proteggere le proprie industrie dalla concorrenza dei paesi avanzati, perseguire politiche di piena occupazione, ecc. Questa svolta fa temere ai neoliberali, scrive Slobodian, “di avere vinto la guerra ma perso la pace”, per cui si armano per una nuova guerra di posizione in cui difendono l’idea secondo cui “lungi dal consentire alle nazioni postcoloniali di mettersi al riparo della concorrenza globale, esse andavano educate alle dinamiche dell’economía mondiale e a rispondere correttamente alle direttive della domanda di mercato” (15). Ma ciò che soprattutto terrorizza i neoliberali, è il tentativo dei paesi del Sud del mondo di tradurre il principio democratico una testa un voto nello slogan una nazione un voto da applicare negli organismi internazionali in cui si decidono le regole del commercio internazionale. In questa battaglia ideologica fra Nord e Sud del Mondo si distingue in particolare lo svizzero Ropke, il quale viene assumendo posizioni apertamente razziste, facendosi promotore di politiche che possano impedire che la fine degli imperi coloniali decreti la fine del dominio della razza bianca. Così, rilanciando a modo suo i caveat di Tocqueville in merito ai pericoli che la democrazia apra la strada a una “dittatura della maggioranza”, prende le difese del regime dell’apartheid sudafricano, suggerendo che, se si voleva evitare il rischio di un “imperialismo nero”, in quel Paese si sarebbe dovuto consentire al massimo un voto “ponderato” basato sul reddito. Questa posizione di Ropke resta però isolata in un filone neoliberale che non mirava a imporre un mondo di razze bensì un mondo di regole.</p>
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<td>Wilhelm Ropke</td>
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<p>Si è detto come Slobodian sottolinei più volte che il punto di vista neoliberale è assai più giuridico-politico che economico. Questa caratteristica emerge ancora più chiaramente nel trentennio postbellico a cui l’autore dedica gli ultimi capitoli della sua analisi. Uno snodo fondamentale in tal senso, nonché il momento in cui maturano le condizioni per un rovesciamento dei rapporti di forza fra paradigma socialdemocratico e paradigma neoliberale, è quel Trattato di Roma che getta le basi per la nascita dell’Unione Europea. Di fronte al fenomeno dell’integrazione europea il fronte neoliberale si spacca. Da un lato, la corrente “universalista” (Ropke e altri) vede nella coalizione europea un nuovo espediente per tenersi al riparo dalla concorrenza globale, e insiste nell’indicare la soluzione in un più ampio processo di integrazione di tipo federale, soluzione che non riesce tuttavia a liberarsi dei suoi connotati utopistici (anche perché, annota Slobodian, non prevede meccanismi di enforcement delle regole). Dall’altro lato, la corrente costituzionalista riconosce viceversa nell’integrazione europea il ponte che avrebbe potuto colmare la distanza fra il loro disegno istituzionale e la sua attuazione concreta. Gli aderenti a questa corrente – in maggioranza di formazione giuridica – “leggono il Trattato come una costituzione economica in grado di gettare le basi di futuri modelli di governance multilivello” (16). Nella costituzionalizzazione della CEE  vedono la chance di costruire un meccanismo di supervisione e di esecuzione effettiva delle regole nell’ambito dello stato nazione: “si trattava dell’applicazione delle teorie di Hayek”, ma non quelle degli anni Trenta, bensì quelle che costui delinea nei decenni successivi, allorché “suggerisce di progettare le costituzioni in modo da ancorare le libertà economiche contro i tentativi dei legislatori di applicare politiche protezioniste e redistributive” (17).</p>
<p>Con l’avvio del processo di integrazione europea il sogno che von Mises e von Hayek avevano accarezzato fin dal primo dopoguerra, allorché guardavano con nostalgia all’impero asburgico in quanto cornice cosmopolita in grado di garantire le regole del dominium globale del capitale mondiale, si avvia a divenire realtà. Dopo avere sfornato per decenni progetti astratti, che non avevano speranza di essere accolti in un contesto caratterizzato da feroci conflitti geopolitici, politiche economiche “stataliste” ed egemonia del paradigma keynesiano, vedono sorgere un quadro istituzionale capace di scippare la sovranità agli stati nazione: “i soggetti giuridici europei non sono solo gli stati membri ma anche gli individui [Slobodian insiste giustamente sul fatto che, per i neoliberali, i diritti individuali si riferiscono anche a soggetti come le imprese] e se emerge un conflitto è la legge nazionale a dover cedere il passo” (18). Ci si avvia quindi verso la separazione fra diritto pubblico e privato che regala agli attori del mercato la facoltà di appellarsi a un forum al di fuori del proprio stato nazionale. Siamo ormai prossimi all’ultima parte dell’excursus storico di Slobodian, nella quale vengono esaminati, fra gli altri temi: 1) lo scontro ideologico fra Nord e Sud del mondo attorno alla questione del “diritto allo sviluppo” – scontro che avrà un ruolo determinante nella definizione delle regole del nuovo processo di globalizzazione; 2) la divaricazione di modelli teorici fra Scuola di Chicago e Scuola di Ginevra; 3) l’evoluzione del pensiero di von Hayek, sempre più affascinato dai modelli cibernetici e dalla teoria dei sistemi.</p>
<p>Gli anni Cinquanta e Sessanta sono caratterizzati dall’offensiva dei paesi del Sud del mondo che aspirano a dare vita al NOEI (nuovo ordine economico internazionale). Alla base del NOEI si colloca il cosiddetto “diritto allo sviluppo”, che a sua volta implica la definizione di nuovi standard giuridici che dovrebbero consentire deviazioni dalle regole del libero commercio e la possibilità di nazionalizzare asset domestici (materie prime, terre, ecc.) di proprietà straniera (Slobodian ricorda che fra il 1967 e il 1971 vengono espropriate 79 imprese nordamericane). Le stesse nazioni che lottano per affermare il diritto allo sviluppo attaccano il celebre rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma, accusandone gli estensori di non distinguere fra le responsabilità delle diverse regioni del mondo (un tema che, come abbiamo potuto constatare nel corso delle recenti conferenze dei G20 e della Cop26, è ancora al centro dei conflitti fra Nord e Sud del mondo) e dell’intenzione di frenare lo sviluppo del Sud, per impedire che sorgano concorrenti alle ex potenze coloniali. I pensatori neoliberali, scrive Slobodian, “attaccano il NOEI manifestando un’ira sproporzionata rispetto alla percentuale del commercio globale  dei G77 (il gruppo dei paesi sottosviluppati) e ai mezzi di cui dispongono per far rispettare risoluzioni dell’ONU puramente simboliche (19). Ma questa volta i guru del neoliberalismo non sono profeti disarmati: i loro principi sono ormai integrati nelle strategie di organismi e istituzioni internazionali che, contrariamente alla vecchia Società delle nazioni, dispongono di efficaci strumenti di governance: i nuovi criteri per la gestione degli “aiuti” allo sviluppo adottati da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale si avviano a costruire quella gabbia di acciaio che verrà più tardi battezzata come il Washington Consensus, mentre a dare il colpo di grazia alle velleità del NOEI provvederà il Volcker shock del 1979: alzando i tassi di interesse Usa si faranno lievitare i costi del debito per le nazioni del Sud, dando avvio alla crisi debitoria che metterà la museruola agli stati nazione.</p>
<p>Più tardi non saranno solo i paesi del Sud del mondo a finire in una trappola che scatterà anche per i paesi del Sud e dell’Est europeo entrati a far parte della UE e assoggettati alle regole del Trattato di Maastricht, a conferma della giustezza dell’intuizione di von Hayek e altri che avevano visto nel modello europeo di governance multilivello e nella costituzione economica della UE l’arma strategica per realizzare il loro decennale progetto di separazione fra dominium ed imperium. La giuridicizzazione dell’economia globale attribuisce alla magistratura il carattere di “strumento per eludere l’interferenza di organi democraticamente eletti” e per consentire alle regole stabilite in sede internazionale di “pesare sulle decisioni legislative”, per cui “a quel punto sono le corti interne ad applicare il diritto economico globale” (20). La <em>lex mercatoria i</em>nternazionale prevale sulle leggi emanate dai parlamenti nazionali democraticamente eletti. I riformatori del GATT si atterranno a questo modello, dando vita al laboratorio di un progetto hayekiano su scala mondiale che porterà alla nascita del WTO. Secondo Slobodian questa evoluzione conferma che il vero motore ideologico della rivoluzione neoliberale non sta oltreoceano, bensì nella vecchia Europa. Non solo perché, come si è visto, tutte le idee forza sin qui analizzate vengono dai pensatoi della Scuola di Vienna prima e della Scuola di Ginevra poi, ma anche perché questa visione giuridico-politica del nuovo ordine mondiale nasce in contrapposizione alla fiducia nella possibilità nella modellizzazione matematica formale delle “leggi” dell’economia, e nella possibilità di prevederne tendenze e sviluppi, tipica della Scuola di Chicago. Ai teorici liberisti d’oltreoceano i neoliberali europei rimproverano di avere provocato una serie di crisi finanziarie, a causa delle loro illusioni di poter prevedere, controllare e gestire “scientificamente” i processi economici, così come rimproverano di alimentare – non meno dei loro rivali keynesiani &#8211; illusioni relative alla possibilità di pianificare certi meccanismi del sistema economico.</p>
<p>Questa divergenza di prospettive emerge con grande chiarezza ove si consideri la “conversione” cibernetica dell’ultimo Hayek. La svolta filosofica dell’ultimo Hayek è radicale. Le convinzioni di fondo che aveva maturato nel corso della sua lunga militanza intellettuale nel campo neoliberale restano immutate, ma l’incontro con la teoria dei sistemi e la cibernetica, mediato dallo studio di autori come Ludwig von Bertalanffy (21) e Norbert Wiener (22), introduce elementi inediti nella sua visione. Si è ricordato a più riprese che, per lui, l’economia non è un sistema di cui si possano descrivere le leggi di funzionamento né prevedere le tendenze, ma ora questo punto di vista viene portato alle estreme conseguenze: il mercato viene descritto come un “sistema di comunicazione” (l’analogia con le tesi che anni dopo verranno avanzate da un altro grande teorico conservatore che si inspira alla teoria dei sistemi, Niklas Luhmann (23), sono evidenti) rispetto al quale non si possono estrarre dati concreti sul futuro (a dispetto dei modelli macroeconomici sviluppati dagli economisti neoclassici) ma al massimo previsioni di tendenze. Quel che succede in campo economico è il risultato dell’azione umana ma non di un consapevole disegno umano. Qui l’analogia con il punto di vista dell’ultimo Lukács (24) (che riprende a sua volta il pensiero di Marx) è sorprendente: citando a più riprese il detto marxiano “non sanno ciò che fanno ma lo fanno”, costui ribadisce che, per Marx, l’unica scienza è la storia, le cui “leggi” (cioè le catene causali che hanno prodotto determinati effetti) sono tuttavia conoscibili solo <em>post festum</em>. Detto altrimenti: gli uomini fanno la storia, ma non sanno di farla perché la loro azione è sovradeterminata da fattori ad essi sconosciuti. La differenza sta nel fatto che, per Marx e Lukács, è possibile appropriarsi della conoscenza dei fattori in questione per indirizzare consapevolmente il corso degli eventi in una determinata direzione. Viceversa per von Hayek questo è un errore catastrofico: l’economia è una sorta di scatola nera, un sistema cibernetico autoregolato da meccanismi di feed back negativi, e tentare di “pianificarne” il funzionamento può generare solo disastrosi effetti controintuitivi. L’ignoranza è insomma una virtù costituiva, nella misura in cui indica alla politica e al diritto la via regia da seguire, che consiste precisamente nell’impedire/vietare questi maldestri tentativi di governare ciò che è per definizione ingovernabile. La totalità è inconoscibile, si conoscono solo le regole necessarie a mantenerla, regole che si apprendono attraverso l’esperienza politica e non la scienza economica: “la forma più alta di razionalità consiste nell’arrendersi alla maggiore conoscenza delle istituzioni, essendo queste il prodotto dell’accumularsi di strategie di successo determinate da processi di selezione naturale di lungo periodo” (25).</p>
<p>C’è infine un ultimo importante elemento di novità nella svolta teorica dell’ultimo Hayek: il suo pensiero non può in alcun modo essere definito “individualista”, non presenta cioè quella caratteristica che, a sinistra, viene automaticamente associata a questa ideologia. Von Hayek è sicuramente un autore antisocialista, reazionario, anticomunitario ma non individualista. Nei suoi ultimi scritti e discorsi non troviamo alcuna esaltazione della libertà individuale: “Il soggetto scompare, il protagonista è il sistema stesso, l’individuo autonomo è un effetto illusorio, gli individui vengono concepiti come guidati dagli imperativi della divisione internazionale del lavoro. Il timoniere è lo stesso mercato mondiale” (26). A dire alle persone cosa devono fare sono i prezzi delle merci (compresi quelli delle finte merci, come terra, denaro e forza lavoro NdA). Il valore centrale cui il nostro si inchina come a una entità trascendente, quasi divina, non è la libertà individuale bensì “l’interdipendenza del tutto” (che risponde alle imperscrutabili leggi del mercato). E anche qui è difficile non riconoscere una eco delle riflessioni marxiane dedicate al feticismo della merce (anche se il contesto politico appare capovolto).</p>
<p>Concludo questa prima parte, nella quale mi sono sostanzialmente limitato a sintetizzare l’analisi storica di Slobodian, ricordando: 1) che l’autore, nella Introduzione, elenca quindici principi che, a suo avviso, stanno a fondamento dell’ordine mondiale auspicato da von Hayek e dagli altri teorici neoliberisti, qui ne richiamo solo i cinque che considero fondamentali: il mercato perfetto non esiste; l’ordine economico mondiale dipende dalla protezione del <em>dominium</em> dagli eccessi dell’<em>imperium</em>; la democrazia è una minaccia per l’ordine del mercato perché legittima le domande di ridistribuzione (è noto che von Hayek ha dichiarato che una dittatura liberale è preferibile a una democrazia senza liberalismo); la conoscenza umana è in gran parte inconscia; il commercio internazionale deve essere sancito da un codice giuridico che deve prevalere sulle leggi nazionali; 2) infine nelle ultime pagine del libro si avanza la tesi secondo cui il decennale sforzo dei teorici neoliberisti mirava, fra le altre cose, a rendere “naturale” l’ordine che si proponevano di costruire, a far sì che risultasse invisibile agli occhi delle masse, laddove il loro tentativo di depoliticizzare le relazioni economiche, a mano a mano che si calava dal mondo delle idee nella realtà concreta delle politiche economiche, ha finito per dare vita a un progetto altamente visibile “che non poteva non renderlo oggetto di controversia politica”(27). In quest’ultima parte dell’articolo cercherò di dimostrare, basandomi sul materiale fin qui illustrato, come e perché la cultura di sinistra si è rivelata sostanzialmente incapace di combattere il paradigma neoliberale, restando a un livello di contrapposizione puramente ideologica nei confronti dell’avversario.</p>
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<td>Friedrich von Hayek</td>
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<p>Inizio spiegando perché parlo di contrapposizione puramente ideologica (non nel senso positivo – cioè di battaglia delle idee – bensì in quello negativo di lettura superficiale e depistante della realtà). Nella polemica contro il neoliberismo si punta il dito – anche giustamente, sia chiaro – contro le politiche economiche che i governi occidentali hanno adottato a partire dagli anni Ottanta del Novecento: privatizzazioni dei servizi pubblici, tagli al welfare e alla spesa sociale (sanità, scuola, pensioni, ecc.), politiche antisindacali ecc. raggruppando il tutto sotto l’etichetta del “pensiero unico”. Ora questa definizione è corretta se e finché ci si riferisce ai programmi dei maggiori partiti e alla narrazione dei media mainstream, ma appare semplicistica e fuorviante ove applicata alle varie correnti del pensiero neoliberale di cui Slobodian ricostruisce origini e storia nel libro appena recensito. Come si è visto, infatti, il dibattito fra le varie scuole – sia al loro interno sia fra il campo angloamericano e il campo europeo – è sempre stato vivace, ma soprattutto le teorie neoliberali, nate nel primo dopoguerra, sono rimaste inascoltate e marginali per mezzo secolo, riuscendo a imporsi sul piano dell’azione politica soltanto a partire dalla crisi degli anni Settanta (28). In questo mezzo secolo la loro è stata quasi esclusivamente una battaglia ideale, tanto è vero che, per definirla, ho usato il termine gramsciano di “guerra di posizione”. Potrebbe sembrare un uso arbitrario, se non fosse che qui è in gioco una questione ideologica da intendersi “in senso forte”. Se infatti assumiamo l’ideologia nell’accezione gramsciana e lukacsiana del termine, dunque non come falsa coscienza, bensì come espressione consapevole di interessi di classe, sostenuta dall’intima convinzione che tali interessi coincidano con quelli generali dell’umanità (per cui mobilita principi e valori sostenuti da una sincera fede ideale e politica), occorre riconoscere che ciò non vale solo per l’ideologia social comunista ma anche per l’ideologia neoliberale che vi si contrappone. Non riconoscerlo – limitandosi a contrastare la narrazione del nemico di classe solo sul piano della comunicazione e della propaganda &#8211; significa correre il rischio di perdere la battaglia per l’egemonia, che per le classi subalterne è già più difficile nella misura in cui le idee dominanti sono sempre quelle della classe dominante, ma che diventa ancora più difficile se non si riconosce il potere di manipolazione culturale, antropologica che si annida in teorie che devono la loro efficacia ai meccanismi materiali che governano il modo di produzione sotto cui viviamo. Non averlo riconosciuto, ha fatto sì che principi e valori tipici del paradigma neoliberale analizzato nelle pagine precedenti siano penetrati in profondità nella cultura delle sinistre occidentali, al punto da renderle incapaci di contrastare l’avversario.</p>
<p>Uno snodo storico fondamentale che ha visto aprirsi le prime brecce alla penetrazione di idee neoliberali nel campo del marxismo occidentale è la crisi degli anni Settanta. Abbiamo visto come, in quegli anni, una delle battaglie strategiche dei neoliberisti fosse quella contro le velleità stataliste e nazionaliste dei paesi del Sud del mondo che rivendicavano il “diritto allo sviluppo”. Sul fronte opposto i migliori cervelli teorici  del marxismo schieravano autori come Samir Amin, Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e Gunder Frank che, aggiornando le teorie di Lenin sull’imperialismo e sulle lotte di liberazione dei paesi coloniali, avevano sviluppato quelle teorie della dipendenza (29) che analizzavano il rapporto necessario e speculare fra sviluppo delle metropoli e sottosviluppo delle periferie del mondo. Samir Amin, in particolare, con la sua teoria del delinking (30) offriva robusti argomenti a sostegno della necessità dei paesi sottosviluppati di sganciarsi dal mercato globale per proteggersi dalla concorrenza delle industrie capitalistiche, e di imboccare la via del capitalismo di stato come primo passo verso la transizione al socialismo. Viceversa le sinistre “radicali” dei paesi occidentali consideravano chiusa la fase delle lotte di liberazione coloniale, sostenendo l’idea di un’economia mondiale unificata in cui la lotta non era più fra grandi potenze e nazioni oppresse e sfruttate ma solo fra capitale e lavoro, considerati entrambi come entità sovranazionali. Questo “internazionalismo” astratto, cieco alle dinamiche reali del sistema capitalista mondiale offriva, di fatto, una sponda ideale all’ “internazionalismo capitalista” dei vari Von Hayek, Ropke e von Mises. L’unificazione del mercato mondiale era visto dagli uni e dagli altri come un fattore positivo, certamente per motivi opposti, ma in un contesto che garantiva vantaggi strategici solo ai fautori dell’internazionalismo capitalista.</p>
<p>Globalismo di destra e di sinistra convergevano inoltre sul terreno dell’antistatalismo e dell’odio per la sovranità nazionale. Com’è noto un autore come Negri è arrivato a sostenere la tesi che le lotte dei popoli coloniali possono essere sostenute finché non approdano a conquistare il “dono avvelenato dello stato nazione”. In autori come lui e altri teorici della galassia post operista e trotskista l’odio è rivolto sia nei confronti dello stato, in quanto emanazione di un potere politico visto come incarnazione del male assoluto, sia nei confronti della nazione, in quanto ricettacolo di sentimenti patriottici considerati reazionari per definizione. Viceversa i neoliberisti, come si è visto, non sono antistatalisti (anche se concepiscono lo stato solo come strumento della tutela delle regole del mercato globale) ma sono ferocemente contrari allo stato-nazione, nel quale riconoscono (più lucidamente di Negri e soci) la cornice che rende possibile alle classi subalterne di contrattare diritti sociali e migliori condizioni di lavoro e di vita. Ebbene fra queste due visioni globaliste l’egemonia spetta chiaramente alla seconda. Entrambe si oppongono all’ <em>imperium</em> della politica, ed entrambe lo fanno in nome della tutela del <em>dominium</em>, che i neoliberisti intendono come autonomia del mercato e i libertari di sinistra come autonomia di un’astratta moltitudine: definire a quale delle due visioni spetti l’egemonia non è difficile.</p>
<p>Credo valga la pena di sottolineare come anche la divaricazione fra versione angloamericana e versione europea del neoliberismo si rispecchi all’interno della cultura di una sinistra sempre più subalterna all’internazionalismo capitalista. La versione americana è quella con caratteristiche più spiccatamente individualiste e libertarie, per cui influenza più direttamente le componenti movimentiste impegnate nella lotta per i diritti civili di minoranze che poco o nulla hanno a che fare con la lotta di classe. Viceversa la versione europea, che si incarna nelle istituzioni e nella costituzione economica della UE, alimenta l’ideologia delle sinistre tradizionali, ossessivamente concentrata sul controllo delle regole del mercato. E ancora: un libro come <em>Impero</em> (31) riflette le condizioni di un paese come gli Stati Uniti che, grazie all’estensione del suo mercato interno e al controllo sulla finanza internazionale, può permettersi margini di manovra più ampi sul piano della politica economica rispetto ai paesi europei. Viceversa la visione “austeritaria” delle sinistre post comuniste e post socialdemocratiche europee affonda le radici in una tradizione che ha sempre interpretato il marxismo in chiave economicista e meccanicista. Da qui un “realismo” che ben si sposa con la svolta sistemica dell’ultimo Hayek il quale, in base alla fede nell’esistenza di una necessità sistemica immanente che, come si è visto, può essere (indebitamente) associata a certe formulazioni della teoria marxista, ha via via adottato una prospettiva che si fonda sulla inconoscibilità di meccanismi economici, che vanno solo rispettati e lasciati operare, evitando di disturbarli con turbative politiche. Concludo notando per inciso  che l’infatuazione per la teoria della complessità e per i paradigmi cibernetico-sistemici, che ha caratterizzato certi ambienti della cultura di sinistra nell’ultimo ventennio del Novecento, ha a sua volta potentemente contribuito a indebolire le difese immunitarie del marxismo occidentale nei confronti della controparte neoliberista. Dipanare questo groviglio è il compito tutt’altro che agevole che spetta a chi si propone di rilanciare un progetto socialista capace di rappresentare gli interessi delle classi subalterne traditi da queste sinistre hayekiane.</p>
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<p><strong>Note</strong></p>
<p>(1) Q. Slobodian, <em>Globalists. La fine dell&#8217;impero e la nascita del neoliberalismo, </em>Meltemi, Milanom 2021, p. 25.</p>
<p>(2) Ibidem, p. 29.</p>
<p>(3) Ibidem, p. 30.</p>
<p>(4) Ibidem, p. 38.</p>
<p>(5) Ibidem, p. 55.</p>
<p>(6) Ibidem, p. 56.</p>
<p>(7) Ibidem, p. 57.</p>
<p>(8) Ibidem, p. 62.</p>
<p>(9) Ibidem, po. 96.</p>
<p>(10) Ibidem, p. 136.</p>
<p>(11) Ibidem, p. 99.</p>
<p>(12) Ibidem, p. 144.</p>
<p>(13) Ibidem, p. 166.</p>
<p>(14) Ibidem, p. 161.</p>
<p>(15) Ibidem, p. 234.</p>
<p>(16) Ibidem, p. 291.</p>
<p>(17) Ibidem pp. 324-325.</p>
<p>(18) Ibidem, p. 333.</p>
<p>(19) Ibidem, p. 352.</p>
<p>(20) Ibidem, p. 406.</p>
<p>(21) Cfr L. von Bertalanffy, <em>Teoria generale dei sistemi, </em>Mondadori, Milano 2004.</p>
<p>(22) Cfr. N. Wiener, <em>Introduzione alla cibernetica, </em>Boringhieri, Torino 1966.</p>
<p>(23) Cfr. N. Luhmann, <em>Potere e complessità sociale</em>, Il Saggiatore, Milano 1979;  vedi anche <em>Illuminismo</em> <em>sociologico</em>, il Saggiatore,  Milano 1983 e <em>Struttura della società e semantica</em>, Laterza, Roma-Bari 1983.</p>
<p>(24) Cfr. G. Lukács, <em>Ontologia dell&#8217;essere sociale, </em>4 voll. Pigreco, Milano 2012.</p>
<p>(25) <em>Globalists</em>, cit. p. 374.</p>
<p>(26) Ibidem, p. 371.</p>
<p>(27) Ibidem, p. 437.</p>
<p>(28) Sulla lunga latenza del paradigma neoliberale come alternativa &#8220;orizzontalista&#8221; al paradigma &#8220;verticale&#8221; keynesiano, cfr. Onofrio Romano, <em>la libertà verticale, </em>Meltemi, Milano 2019.</p>
<p>(29) Cfr. A. Visalli, <em>Dipendenza, </em>Meltemi, Milano 2020.</p>
<p>(30) Cfr. S. Amin, <em>La déconnextion. Pour sortir du système mondial</em>, La Découvert, Paris 1986.</p>
<p>(31) Cfr. M. Hardt, A. Negri, <em>Impero, </em>Rizzoli, Milano 2000<em>. </em></p>
<p><strong> socialismo XXI secolo</strong></p>
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		<title>Geopolitica dei trattati di libero asservimento</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2016 09:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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<h3><em>Pierluigi Fagan</em></h3>
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<p><strong>La prima globalizzazione è finita</strong>. Scambi e flussi di tutti con tutti non hanno funzionato come dovevano, almeno secondo le intenzioni del principale promoter, gli USA. Si è trattato di un’enorme trasferimento di ricchezza dai paesi ricchi a quelli poveri ma contemporaneamente, nei paesi ricchi già provati dall’emorragia verso quelli emergenti, si è creata una dinamica di trasferimento di ricchezza dalle classi povere e medie a quelle già ricche, diventate super-ricche. Così in ogni comparto produttivo, dalle imprese piccole e medie a quelle grandi e grandissime e a livello di settori dall’economia, dall’industria ai servizi e più in generale, dalla produzione e scambio alla banco-finanza. Queste élite (super-ricchi, multinazionali, banco-finanza) si sono strette in una cerchia mondiale di detentori di capitali che succhiano valore dalle comunità, dalla natura e dal risparmio e poi si trasferiscono denaro l’un l’altro, all’interno del vorticoso circolo della nuova finanza, borse e paradisi fiscali. Una circolazione di ricchezza per lo più apparente, alimentata dalla continua immissione di dollari nel circuito, ad opera della banca centrale americana e da tutti i potenziali creatori di debito (titoli, emissioni speciali, obbligazioni, derivati, prestiti al consumo, carte di credito etc.).</p>
<p>Ma non è questo che non ha funzionato poiché questo era proprio il preciso obiettivo della strategia sottostante, il problema principale della prima globalizzazione, è stato quello di aver allevato dei minacciosi competitor, inizialmente economici, poi finanziari, poi valutari, poi politici.</p>
<p>Poiché lo scenario di competizione è il Mondo, il competitor politico è geo-politico e dall’economia, dalla finanza, dalla politica, ora il confronto, ad esempio con Russia e Cina, rischia di trascendere sul piano addirittura militare. Inizia quindi una fase di lotta non più per l’egemonia del Tutto per via diretta , ma per via indiretta, creando schieramenti e sistemi contrapposti ed attraverso il controllo di questi, tentare il controllo del Tutto. Questi sistemi che vanno a sostituire il WTO, sono le cerchie dei paesi invitati a sottoscrivere con gli USA, una serie di trattati multilaterali. Da tutti e tre i trattati di cui parleremo, TTIP – TPP – TISA, sono rigidamente esclusi proprio i principali nuovi competitor: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.</p>
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<p><strong>1. Il TTIP</strong></p>
<p>L’amministrazione Obama già da tempo ha annunciato il ri-orientamento strategico della propria politica internazionale. L’intenzione è <strong>ricostruire il bastione occidentale</strong>, riannettendosi l’Europa come cinquantunesimo stato dell’Unione. Questa intenzione ha un argomento attivo poiché USA + EU, sono il 46,98% del Pil mondiale, mentre NAFTA (USA/CAN/MEX) + EU sono il 50.25% su dati FMI 2013, ovvero creare un sistema centrale del mondo dei flussi e degli scambi economici che, in virtù della propria massa, possa determinare gli standard globali. E’ questa la strategia sottostante il TTIP. Gli USA controllerebbero questa cerchia che controllerebbe per via del suo peso ed estensione, il resto del sistema globale. Ma vi è anche il riflesso passivo di questa strategia. Ostracizzare e disincentivare ogni forma di scambio tra Europa e paesi emersi o emergenti. Europa infatti, sarebbe un omologo degli USA ad esempio per quanto attiene molte capacità tecnologiche, mentre com’è noto, Europa è ben mancante di materie prime di cui sono invece eccedenti gli emersi e gli emergenti. In teoria, questo sarebbe lo <em>scambio perfetto</em>, quello basato sulla reciproca compensazione delle eccedenze e della mancanze. Ma questo scambio perfetto potenzierebbe ulteriormente il progresso tecnico-produttivo dei competitor geopolitici (Cina e Russia in primis), creerebbe una circolazione attiva di valute disparate (yen, yuan, rubli, euro, rupie), finirebbe con l’emarginare gli USA che non hanno alcuna intenzione di commerciare liberamente con coloro che vedono come rivali geopolitici esiziali e che temono la relativizzazione del dollaro più di ogni altra cosa al mondo, poiché e sul dominio assoluto di questo che si basa la loro forza finanziaria, quindi, economica, quindi politica, coadiuvata da quella militare e condita da quella culturale.</p>
<p>L’isteria americana sulla questione ucraina va quindi letta in questo senso, separare da subito Europa e Russia (tecnologia e competenze vs energia) per poi ostacolare anche le relazioni Europa – Cina.</p>
<p>La Cina è, per ammissione esplicita dell’amministrazione americana, il main competitor globale. Ed infatti il ri-orientamento della politica strategica statunitense ha titolo “pivot to Asia”, perno sull’Asia. E’ stato già riassortito il peso della marina militare USA da 60%-40% Atlantico-Pacifico, all’inverso. Obama ha compiuto diversi viaggi di corteggiamento e amicizia in Asia, in tutti i paesi confinanti con la Cina, paesi che vivono o sono invitati a vivere, la crescita cinese potenzialmente come minacciosa. Diversi incidenti nel Mar della Cina hanno <img src="http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/military-west-pacific.jpg" alt="military-west-pacific" width="350" height="502" />infiammato le relazioni dei paesi costieri poiché ognuno sta correndo a ridefinire confini marittimi  che in passato non avevano nessun preciso significato ma che oggi con il traffico dei cargo e petroliere, nonché per le promesse di sotterranei giacimenti di energia, diventano luoghi di aspra contesa. Sono numerose le provocazioni esplicite ed implicite (da satelliti ed aerei spia buttati giù senza troppi riguardi dai cinesi, alla questione del Tibet, al rinnovamento delle basi militari USA del Pacifico, al recente tentativo di destabilizzazione ad Hong Kong etc.) compiute ai danni dei cinesi che per altro non se ne sono stati con le mani in mano. Poco osservato è stato il primo tentativo di creare una rotta di circumnavigazione polare che dalla Cina, arrivi nel Baltico e nel Mare del Nord, cargo scortati da rompighiaccio russi. Altresì, i cinesi, stanno aprendo porti e stendendo binari per creare la famosa “Nuova Via della Seta” che colleghi l’Asia con l’Europa. Restrizioni su Internet o meglio creazione di una propria rete e servizi, apertura planetaria di molti centri Confucio, acquisto di porti, aeroporti ed aziende occidentali, land grabbing in Africa condiscono la strategia di “sviluppo armonioso” del gigante cinese che per molto tempo ancora, baserà la sua crescita sull’export. Ma fino ad ora ha prevalso una certa prudenza, un punzecchiarsi reciproco, non ancora divenuta aperta sfida come è invece avvenuto con la Russia, dichiarata da Obama all’ONU, una delle tre minacce principali planetarie, assieme ad ebola e prima ancora dell’Isis.</p>
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<p><strong>2. Il TPP</strong></p>
<p>L’area Ovest degli USA, il Pacifico-Asia è destinazione di un altro trattato gemello del TTIP, il TPP – Trans Pacific Partnership. Nato nel 2005 per costruire un’area di libero scambio merci – servizi – finanza tra Nuova Zelanda – Cile – Sultanato del Brunei (Borneo) e Singapore, il trattato originario si chiamava Pacific Four = P4, e mostrava perfettamente la logica naturale dei trattati veramente basati su interessi puramente economici. I quattro paesi infatti sono perfettamente complementari: Singapore è una città stato che non produce nulla se non investimenti e servizi avanzati, il Brunei è un paesino di meno di 400.000 abitanti sprovvisto di tutto ma ricco di petrolio, Nuova Zelanda e Cile sono paesi con territorio e produzioni complementari. La Nuova Zelanda è praticamente priva di minerali, lì dove primeggia il Cile. Questa è logica naturale di trattati di libero scambio basati sulle compensazioni tra eccedenze e mancanze strutturali, una circolazione di energia, finanza, materie prime ed industria e servizi che dota tutti di ciò che manca, scambiandolo con ciò che eccede.</p>
<p>Poco dopo la sua prima elezione, nel 2009, il presidente degli Stati Uniti B. Obama, dichiara il suo vivo interesse a formare intorno al P4 una più larga cerchia che diventerà TPP: NAFTA (USA + Canada + Messico) + Perù e Cile + Australia e Nuova Zelanda + Brunei, Singapore, Malaysia, Vietnam e Giappone. Un cerchia a 12. I due paesi sud americani romperebbero l’egemonia sud continentale dei paesi socialisti – socialdemocratici – nazionalistici che hanno di fatto espulso gli USA dal ruolo di Gran Protettore del sud continente americano. I due paesi <img src="http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories2/201491095157170.jpeg" alt="201491095157170" width="350" height="430" />oceanici sono storicamente anglosassoni e quindi della ricostituenda famiglia “occidentale”. I paesi asiatici formano una prima cintura intorno alla Cina. Si tenga conto che la Cina ha molto sviluppato la propria presenza verso il proprio Est, quindi verso il Pacifico. Cina è come partner export ed import, tra i primi tre (in 10 casi primo, 10 secondo e 3 casi terzo) per tutti i 12 eventuali contraenti il trattato (l’unica mancanza è tra i primi tre partner dell’export del Brunei, ovvero il Brunei non vende energia ai cinesi, dati CIA World Factbook). Anche qui quindi, ci sarebbe un valore attivo ed uno passivo. Quello passivo sarebbe ovviamente scalzare la Cina da questa preminenza nelle referenze degli scambi. Ma anche qui, più che il valore commerciale e finanziario dell’operazione, vale l’obiettivo di mantenere la preminenza del dollaro negli scambi (dollaro che può al massimo sopportare la parziale convivenza con l’euro, stante che sul futuro dell’euro gli americani per primi, sicuramente non scommettono) ed accerchiare la Cina con paesi chiusi all’interrelazione economico-finanziaria ma aperti alla collaborazione militare con gli USA.</p>
<p>Chi valuta il TTIP non è portato a considerare il TPP ma ciò è un errore. Vale infatti il valore di concorrenza sul mercato americano. Gli Stati Uniti ad esempio, non si aprono solo all’agroalimentare europeo, ma anche a quello cileno, oceanico, malese e vietnamita. I vini italiani competerebbero non solo con quelli californiani ma anche coi cileni e neozelandesi (tra l’altro con altre valute che in molti casi asiatici hanno un vantaggio inarrivabile). I servizi banco-finanziari con quelli di Singapore e di Tokio, le tecnologie con quelle del Giappone, le delocalizzazioni con il Vietnam e Malaysia, il turismo con l’Oceania ed il Sud America etc. .  Poiché l’intento geopolitico del TPP (al pari di quello del TTIP) è ben chiaro, una volta firmato, si deve prevedere anche un successivo allargamento, forse a più d’uno tra Thailandia, Filippine, Cambogia, Myanmar, Taiwan e chissà chi altro ed  quali condizioni di arrendevolezza e sudditanza (quindi di vantaggio comparato per gli USA). L’elenco dei paesi di cui parleremo successivamente trattando il terzo accordo, il TISA, dà l’idea dell’effettiva estensione finale della aree che potrebbero essere unificate da vari accordi che hanno gli USA come perno centrale.</p>
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<p><strong>3. Il TISA</strong></p>
<p>Oltre al TTIP ed al TPP, un altro trattato è in ancora più segreta discussione, il TISA. Il TISA è un trattato relativo ai servizi (Trade In Services Agreement) che ha un allegato specifico su i servizi finanziari. Si tenga conto che oggi i servizi, soprattutto nelle economie più avanzate, sono il comparto (vs industria ed agricoltura) di gran lunga dominante (79% del Pil USA, 72% del Pil Mondo, dati 2013 The Economist). Il trattato include tutti i membri TTIP e quelli TPP ad eccezione del Brunei, Malaysia e Vietnam (insignificanti quanto a servizi). A questi si aggiungono: Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera in Europa; Turchia ed Israele; Taiwan, Hong Kong, Pakistan e Sud Corea in Asia; Colombia, Costa Rica, Panama, Paraguay in Centro e Sud America. Si noti l’esclusione in via di principio dei BRICS. I colloqui si svolgono a Ginevra e sono presieduti a turno da Stati Uniti, UE ed Australia ed a fine anno 2014, giungeranno al 10° round.  La secretazione del TISA ha dell’incredibile prevedendo la pubblicizzazione solo cinque anni dopo sia che sia, sia che non sia entrato in vigore. L’unico squarcio di informazione si deve ad un documento apparso su Wikileaks anche se solo riferito all’appendice relativa ai servizi finanziari.</p>
<p>Si punterebbe ad una ulteriore e definitiva deregolamentazione finanziaria, accelerazioni delle liberalizzazioni e privatizzazioni, perdita ulteriore di controllo e stoccaggio dati per gli stati con espansione de-territorializzata delle transazioni on line totalmente prive di controllo , sovra giurisdizione delle norme indifferenti ed invulnerabili a quelle nazionali. I punti relativi ai servizi non finanziari punterebbero alla conversione privatistica dei settori dell’educazione, della sanità, della difesa. Il trattato è ovviamente sospinto da lobbies tra cui il Team Tisa che riunisce 57 multinazionali, tutte americane.</p>
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<p><strong>4. Elementi generali di valutazione dei trattati</strong></p>
<p>Le discussioni su TPP e TTIP hanno sedimentato una serie di punti controversi su cui occorre riflettere in generale, oltre alle ben note questioni sulla segretezza ed opacità dei contenuti, i polli al cloro, la carne agli ormoni, gli OGM, le esternalità ambientali e il negativo impatto occupazionale.</p>
<ol>
<li>Questi trattati vengono presentati come riferiti a questioni genuinamente economiche, ma la loro ratio intrinseca è politica o meglio geo-politica. Si dovrebbe chiarire il punto perché essendo quello che muove al processo e non essendo questo oggetto di aperto dibattito, si trasforma in formale una questione che invece è sostanziale. Inoltre agiscono fattori di logica interna. Se veramente<strong> la ratio di questi trattati è geopolitica</strong> la loro “convenienza” reale sarà valutata su quel piano ed è quindi assai improbabile che contengano effettivamente le convenienze economico-occupazionali che studi commissionati ad hoc, sembrano promettere. Questo è un punto di fondamentale ambiguità.</li>
<li>In linea generale non esiste solo la contrapposizione ideologica “libero scambio vs autarchia”. Esiste invece la <strong>contrapposizione</strong> realistica  <strong>tra libero scambio e scambio ragionevole</strong>. Tale contrapposizione esiste dai primi del  XIX° secolo. Un economista liberale, ma tedesco (non britannico, cioè con logica diversa dall’impero allora dominante) F. List, eccepiva che la totale libertà di scambio favorisce sempre il più forte. Questo è già presente in molte merceologie, ha già realizzato economie di scala e ha più longevi know how. List si riferiva a gli stati ma oggi il discorso vale anche per le imprese, le multinazionali americane, inglesi, francesi, tedesche, olandesi vs la pletora di PMI di cui è ricca l’Europa e l’Italia in particolare. In termini di Stato, offrire un settore debole alla totalmente libera concorrenza, significa non solo perdere questa o quella azienda e la relativa occupazione ma nel medio-lungo periodo, l’intero settore. Esistono settori strategici, settori che persi, condizionano strutturalmente l’assetto completo del sistema economico e finanziario di un paese. Si pensi all’acciaio, ai semilavorati, alla diversificazione delle forniture energetiche, alle telecomunicazioni etc. . Nella “civiltà dei consumi” poi, il concetto di settore se non strategico, “importante”, allargherebbe ulteriormente il discorso. Queste perdite strategiche costituiscono la formazione di una dipendenza strutturale, di una limitazione forte dei gradi di libertà dei processi di sviluppo dei singoli paesi, un condizionamento che nel lungo periodo diventa totalmente politico. Know how persi per più di una generazione perché quel settore non ha retto la concorrenza, non si riacquisiscono facilmente e costituiscono un handicap all’autonomia della nazione. Si ricordi che le economie sono nazionali, anche quando sono formate da operatori privati, poiché le nazioni si basano su lavoro e tasse e la presunta equivalenza benessere dell’economia privata = benessere dell’intera comunità nazionale non solo non è mai stata provata, ma si hanno molte prove del contrario (risultati stessi della globalizzazione, del NAFTA, della recente esplosione della banco finanza e delle relative bolle). In Europa, dopo i fallimenti della globalizzazione, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, del delirio banco-finanziario e dell’euro, gli stessi e soliti proponenti, giungono oggi a proporre nuovi trattati dalle mirabolanti prospettive di occupazione e crescita. Sarebbe come un venditore di aspirapolvere che per ben quattro volte ci ha rifilato una fregatura ed a cui continuiamo ad aprire la porta ben pieni di speranza. Irrazionale.</li>
<li>Il commercio internazionale presenta sempre un <strong>irrisolvibile problema sul piano del diritto.</strong> Gli stati nazione nascono tra l’altro proprio per dare la cornice di diritto allo scambio commerciale, all’impresa, a gli standard di numero-peso-misura, alla solvenza della valuta, debiti, contrasti, norme su i limiti etc. I tribunali sono gli strumenti operativi per il funzionamento del regolamento. Quando si fanno trattati bi o multilaterali, si stabiliscono una serie di norme-cornice le quali dovrebbero regolare il diritto conformemente allo spirito del trattato, ma questo spirito del trattato non coincide mai per definizione con lo spirito della giurisprudenza nazionale, proprio perché sono due o più nazioni a dover fondere le proprie giurisprudenze. Ne vengono fuori diversi conflitti di diritto tant’è che i trattati internazionali godono spesso di uno speciale statuto di variazione costituzionale cioè prefigurano una meta costituzione (che non c’è) che è più della somma di quelle dei paesi contraenti. A dire che il diritto commerciale non è un di cui estraibile dal diritto generale e modificabile in base alle convenienze di un trattato occasionale, perché il diritto è un tutt’uno intrecciato e complesso. Questo è vero e dimostrato dall’idea di introdurre tribunali extra-territoriali, ovvero tribunali che rispondono alla logica dei trattati e non a quelle delle giurisprudenze nazionali. Va da sé che i giudizi così condizionati saranno sempre e per forza in favore della logica dei trattati anche quando queste sono palesemente fallaci. La logica dell’ asimmetria della potenza poi, non prevede di discutere faccende come quelle dello spionaggio e stoccaggio di dati sensibili di cui si nutre il sistema americano. Che trattati così complessi siano discussi da così poche persone e certo non da giudici costituzionali, in gran segreto, per motivi geopolitici che hanno una logica del tutto aliena non solo a quella intrinsecamente economica, ma anche a quella giuridica, in così poco tempo, è la perfetta garanzia di creazione di veri e propri mostri di ingiustizia. Ma di una ingiustizia inemendabile, sanzionata da tribunali speciali che non hanno alcun livello superiore a cui appellarsi. La logica dei trattati, è sempre quella del momento in cui sono stati scritti e purtroppo non è flessibile. Non c’è in sostanza l’interpretazione, ma la letteralità, come in certe interpretazioni del Corano, porta sempre a fondamentalismi, in questo caso, fondamentalismo di mercato. Si forma così un prepotente diritto all’ingiustizia invulnerabile ad ogni dialettica politica.</li>
<li>Vi è poi una contrapposizione tra i concetti di <strong>standard e varietà</strong>. Questi trattati favoriscono esplicitamente la creazione di standard, di unificazioni, di appiattimenti, di dominanti, sono il trionfo della quantità sulla qualità. Questo ha un forte impatto culturale. I francesi si sono già dichiarati indisponibili ad includere nella trattativa i settori produttori di cultura, così in Giappone è sorta tutta una questione su i manga e la cultura underground. Ma cultura non è solo ciò che ha l’etichetta esplicita di cultura. Come lavoriamo, come mangiamo, i valori, la pubblicità, ciò che dice la legge, i comportamenti economici che poi diventano sociali, sono tutte componenti della “cultura”. Il modello culturale di riferimento dei trattati è quello dello standard massificato, che è poi quello americano, peccato non sia il nostro e peccato che nell’era della complessità così come è negativo eliminare biodiversità, è negativo eliminare diversità culturale. Perdere diversità è infatti perdere resilienza, perdere libertà e questo si traduce in definitiva in una minorità, in una mancanza di alternativa, quindi di flessibilità ovvero in un aumento della rigidità. L’esatto contrario di ciò che si prescrive per affrontare i complessi tempi futuri. Attraverso degli “innocui” trattati infatti, si comincia con il commercio e si finisce con l’omologazione strutturale completa, con la colonizzazione strutturale. Questa è l’ennesima e non discussa scelta disadattativa alla sempre maggiore complessità del mondo.</li>
<li>Un problema ulteriore, mai dichiarato, è che l’economia è fatta di merci, servizi, regole di scambio, cornici normative certo ma le cose si vendono e comprano con i soldi, ovvero con le valute. E’ noto che il dollaro è gestito da una banca centrale che stampa in grande quantità ed all’occorrenza svaluta ed è noto che invece <strong>l’euro è gestito da una banca che non stampa a richiesta e non svaluta</strong>. Nel campo americano inoltre, come abbiamo già indicato, ci si muoverà non solo vs la concorrenza indigena, ma anche vs la concorrenza dei paesi TPP, molti dei quali hanno una gestione della valuta ancorpiù disinvolta. E’ inconcepibile che l’ Europa vada a firmar trattati concorrenziali con competitor che possono fare dumping valutario mentre lei se lo impedisce a priori (vedi Trattato di Maastricht). Che si pensi conveniente per il mercato americano che compra in dollari, merci in euro (se si hanno alternative) è puro delirio. Questo è fuori da qualsiasi logica.</li>
<li>L’intera logica della strategia dei trattati è quella di obbligare i singoli paesi tanto europei, quanto del Pacifico, gli attori industriali, agricoli e dei servizi, l’intera architettura della banco-finanza a formattarsi secondo gli standard americani, cosa che non riuscì per le vie troppo aperte del WTO ovvero per l’opposizione dei BRICS che sono specificatamente e serialmente i soggetti lasciati fuori da tutti e tre i trattati. All’appello americano rispondono eccitate le lobby atlantiste, multinazionali e banco-finanziarie europee, lobby che promuovono l’interesse dei Pochi e non certo dei Molti, che puntano a barattare i loro vantaggi in cambio della nostra integrale <strong>colonizzazione strutturale </strong>che, una volta operata, sarebbe nei fatti difficilmente reversibile.</li>
</ol>
<p>La logica sottostante la strategia dei trattati è ambigua, irrazionale, ingiusta, disadattativa, illogica, coloniale. Questo perché, come già detto ma val bene ripeterlo, la logica non è commerciale, ma geopolitica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>5. Conclusioni</strong></p>
<p>Il fine strutturale dei due trattati è creare due comunità economiche (TTIP e TPP) che sommano al 63% del Pil mondiale, dominate dal leader mondiale USA che detiene il 22,5% del Pil mondiale e la leadership assoluta del mercato finanziario, cioè della circolazione dei capitali. Lo schema è lo stesso delle società quotate in borsa, una minoranza (il 22,5%) controlla una azienda massiccia (il 63% del Pil mondiale) che controlla l’intero mercato. Le prime dieci compagnie di export USA controllano il 96% di tutto l’export statunitense (le prime dieci europee l’85%), loro e la banco-finanza anglo-americana sarebbero i principali beneficiari del nuovo sistema dal punto di vista economico.</p>
<p>Il fine a breve termine è altresì triplice. Il <strong>primo</strong> è potersi permettere di promettere di frenare la contrazione occidentale insidiata da tutta la pletora delle economie emergenti. Ma le stime di attribuzione di vantaggi nella riattivazione della crescita sono del tutto inaffidabili. Il commercio internazionale, ormai quasi del tutto libero, già esiste. I trattati ovviamente non si curano della limitazione delle risorse (risorse che in quanto materie prime rimarrebbero in grande parte nei paesi fuori dei trattati) e della saturazione dei consumi, né delle diseguaglianze che hanno depauperato i poteri d’acquisto. Il <strong>secondo</strong> è porre gli USA come perno centrale della coalizione creata dai due trattati secondo la strategia “hub &amp; spoke”. Gli USA con i suoi 316 milioni di cittadini ed il 35,7% del valore economico del totale delle due comunità create con i due trattati sarebbero il sole del nuovo sistema. “Hub &amp; spoke” sta per mozzo e raggi, come nella ruota della bicicletta, il mozzo sarebbe il luogo centrale, gli USA, i raggi sarebbero i singoli paesi, la ruota sarebbe il sistema generale che governa i destini del mondo, l’espressione è nota in geopolitica come dottrina Kissinger. In termini di complessità, l’idea ricorrerebbe alla Teoria del caos deterministico con gli USA a fare da “attrattore” nello spazio delle fasi geopolitiche. Il <strong>terzo</strong> è  soffocare l’area di potenziale sviluppo delle nuove economie emergenti. La strategia ha un corollario di operazioni che verranno deliberate vs Africa, Sud America ed India, mentre è in corso il riassestamento del Medio Oriente con la creazione di nuove entità statali e nuovi confini. La separazione forzata tra Europa e Russia è già avanzata in seguito all’affaire ucraino. Questo dovrebbe garantire l’emarginazione totale di Russia e Cina che sono , soprattutto i secondi, i competitor più temuti. I due trattati puntano a creare un sistema di lunga durata, basato sull’uniformazione di tutti gli standard sociali, culturali, normativi, valutari, banco-finanziari ed economici a quelli vigenti negli Stati Uniti e creante di fatto, una <strong>dipendenza di tutti dagli USA ma degli USA con nessuno nello specifico.</strong></p>
<p>Si realizzerebbe così l’obiettivo geopolitico primario: <strong>impedire la creazione di un mondo multipolare</strong>per rimanere l’unico polo in grado di controllare un mondo sempre più complesso. Il beneficio a lungo termine sarebbe infatti che la struttura multinazionale e banco-finanziaria anglosassone dominerebbe un mercato economico che sempre più esautora la politica, la democrazia e la sovranità delle singole comunità nazionali, garantendo il controllo diretto ed indiretto della nuova complessità planetaria al sistema dominante, quello degli Stati Uniti d’America, basato su imprese multi-trans-nazionali, banco-finanza e dollaro e quando non basta, l’esercito di gran lunga più potente del pianeta.</p>
<p>Sotto tutto questo, c’è chi pensa di metterci una firma anche in nome e per conto nostro. Bisognerà fargli capire che non siamo proprio d’accordo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://www.sinistrainrete.info/geopolitica/4261-pierluigi-fagan-geopolitica-dei-trattati-di-libero-asservimento.html</p>
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		<title>La decrescita non è un&#8217;alternativa</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2014 17:49:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong> <strong>di Pierluigi Fagan</strong></strong></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/221606_156336381194923_228758382_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4609" title="221606_156336381194923_228758382_n" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/221606_156336381194923_228758382_n-300x127.jpg" alt="" width="300" height="127" /></a><strong><br />
</strong><strong></strong></p>
<p align="right">“<em>Tis the time’s plague when madmen lead the blind</em>”.<br />
W. Shakespeare King Lear (Atto IV°, scena prima)</p>
<p>Le opinioni ed il dibattito su quel composito mondo di stimoli ed idee che cade sotto il termine -<strong>decrescita</strong>-, partono da un assunto. Questo assunto risale al momento nel quale questo termine, ed il successivo movimento di idee che lo seguì, nacque.</p>
<p>Eravamo ai primi degli anni ’70 e a cominciare dall’economista franco-rumeno N. <strong>Georgescu Roegen</strong>, ma in contemporanea nel movimento dell’ecologismo scientifico e nelle analisi del <strong>Club of Rome</strong>, nonché in certa cultura sistemica, si prese coscienza del semplice fatto che una crescita infinita (modello economico dominante) in un ambito finito (pianeta), era impossibile. Prima che impossibile era assai dannoso per le retroazioni che si sarebbero innescate sia in termini ecologici, sia negli stessi termini economici termini che avrebbero portato con loro, pesanti conseguenze sociali, alimentari, sanitarie, culturali, geopolitiche, paventando la formazione di chiari presupposti catastrofici. L’intuizione della decrescita, una sorta di cassandrismo destinato come tutti i cassandrismi a risultare antipatico e sospetto di eccesso paranoide, nasceva quindi da uno sguardo in prospettiva e nasceva proprio nel momento in cui la società della crescita era al culmine dei suoi gloriosi trenta anni di galoppata.</p>
<p>Messa così, la questione si presentava come una opzione, la fatidica alternativa volontaria di una uscita ordinata da un sistema economico che non poteva esser inteso come un “pasto gratis”. Era un pasto, ma non era gratis poiché aveva appunto dei costi. Non solo quelli sociali ben noti all’analisi marxista, ma anche quelli bio-ambientali che rispetto ai primi, hanno l’urgenza primaria che gli deriva da essere della categoria a cui siamo tutti iscritti, al di là del genere, dell’anagrafe, dell’etnia e della classe: <strong>il biologico</strong>.</p>
<p>Bene o male, la questione è ancora così intesa. Dai detrattori che rimangono addirittura divertiti dall’impresentabilità concettuale di quella pattuglia eretica che annovera assieme a vegani-animalisti-abbracciatori di alberi anche anti-moderni con ex-marxisti, eco-olisti con natural-sofisti, sistemici non conformisti e qualche professore universitario eterodosso. Ma anche dalla stessa variegata pattuglia dei supporter che si riunisce politicamente a fatica solo intorno ad una specie di teologia negativa, lì dove è incerto di dire sì a cosa perché è chiaro solo l’accordo sul no.</p>
<p>Quella che vorremmo proporre è una riflessione che faccia il punto a più di quaranta anni dall’emersione dell’idea, sul suo statuto: <strong>la decrescita è davvero una alternativa?</strong> Secondo noi, <strong><em>no</em></strong>. Non crediamo sia una alternativa ma un fatto. Un fatto che non ci pone la domanda se ci piace o meno ma che ci pone la domanda su come viverci assieme, poiché <strong>siamo già in decrescita, da decenni</strong>.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/chart.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4612" title="chart" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/chart-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a></p>
<p>Nei primissimi anni ’70, accaddero quattro fatti: <strong>1)</strong> Uscì <em>The Entropy Law and the Economic Process </em>di Georgescu Roegen (1971); <strong>2)</strong> Uscì il Rapporto del Club of Rome curato degli studiosi del M.I.T. (1972); <strong>3)</strong> L’allora presidente degli Stati Uniti d’America R. Nixon comunicò la sera di un 15 Agosto (1971), ad un mondo distratto ed in vacanza, che non valeva più la precedente architettura di patti e trattati economico-monetari stipulati nel 1944 (Bretton Woods) e che dall’indomani, gli USA avrebbero stampato dollari decidendo liberamente il quando ed il quanto. Si trattava del <em>fiat money</em>, una specie di creazionismo sul modello vetero-testamentario. Lì Dio diceva “Luce!” e la luce fu, qui il presidente diceva “Dollaro!” e dollari furono. Tanti. Prima esisteva un restrittivo ilomorfismo per il quale va bene la forma, ma c’era anche bisogno della materia per cui per stampare 100 dollari erano necessari 100 dollari di oro nei forzieri di Fort Knox. Dopo l’invenzione ferragostana invece si passava alla metafisica del valore, si diceva denaro e compariva denaro, si diceva ricchezza e -oplà-, ecco la ricchezza. Per pura coincidenza, nel 1971 apre anche la slot machine di ogni futura speranza di crescita dell’economia post-industriale: <strong>4)</strong> il NASDAQ. Sembra dunque che le presa di coscienza dell’impossibilità della crescita infinita non sia stata solo in coloro che paventavano il collasso ecologico-sistemico, ma anche in <strong>coloro che il collasso economico-sistemico già lo vedevano in atto</strong> e non per motivi ecologici ma per impossibilità strutturale di continuare a produrre crescita economica tradizionale, a partire dagli USA.</p>
<p>Sappiamo poi come sono andate le cose. B. Bernanke regna per ben 19 anni a capo di una Fed che stampa tonnellate di denaro che presta a tassi prossimi allo zero creando un <strong>lungo intervallo verde</strong> (verde è il colore dei dollari, intervallo verde è la traduzione letterale di green-span). Dopo sessantasei anni (nel 1999) viene abrogato il Glass-Steagall act e tutta una pioggia di invenzioni banco-finanziarie creano l’effetto di moltiplicare a dismisura il volume dei foglietti verdi che Fed distribuiva ormai come la pubblicità degli acquapark cade dagli aeroplanini che sorvolano le spiagge. De-regulation, de-localizzazioni, privatizzazione, globalizzazione, debito a pioggia, per un lungo presente felice di ricchezza per tutti! <strong>Questa è stata la crescita occidentale degli ultimi 40 anni</strong> accompagnata dai  chierici della scolastica economica, alacremente intenti a produrre <em>summae theologiae</em> che inneggiavano alla new-economy, all’innovazione perpetua, alla schumpeterismo permanente, alla mistica della “creazione del valore”. Ancora oggi vi sono anche sette ispirate i cui medium invocano la parola di Smith per un mercato libero-libero, perché solo così può manifestarsi il fantasma della mano invisibile.</p>
<p>Quando questo precario sistema-tampone ebbe un primo collasso, prima si accusarono gli avidi, poi si invocarono le regole che per altro erano state scientemente abrogate dagli stessi invocanti. Poi si teorizzò che esistesse una teoria economica-monetaria responsabile ideologico del misfatto: <em>il neoliberismo</em>. Ancora oggi l’Fmi si affanna a dare consigli sulle modifiche strutturali necessarie a riprodurre le condizioni necessarie per nuovi miracoli, le economie post moderne riscoprono il valore industriale ormai perduto in favore degli emergenti, rialzano la testa i keynesiani ed un francese (T.Piketty) diventa best seller del ranking librario del NYT con le sue 696 pagine di argomentazioni contro l’ineguaglianza che destabilizza l’intero sistema. Ma tutti sembrano eludere il fatto.</p>
<p><strong>Il fatto è che le economie occidentali non crescono più.</strong></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/800px-weltbipworldgroupoecdengl.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-4613" title="800px-weltbipworldgroupoecdengl" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/800px-weltbipworldgroupoecdengl-300x204.png" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
<p><strong><em>Decresce</em></strong> l’occupazione poiché gli 1-2-3% di Pil in più che si mostravano non avevano nulla a che fare con l’economia di produzione e scambio (quella vigente dal XVIII° secolo). <strong><em>Decresce</em></strong> l’occupazione perché com’è noto dai tempi di Ricardo e poi a Keynes, cresce l’innovazione tecnologica, i servizi impiegano meno dell’industria, le produzioni si saturano progressivamente, la platea dei produttori si è allargata a dismisura molto di più di quella dei consumatori, le produzioni ad alto impiego di lavoro sono sempre più non occidentali. <strong><em>Decrescono</em></strong> i profitti d’impresa ed infatti la mortalità imprenditoriale è pari all’abnorme sviluppo degli impieghi finanziari, ormai totalmente slegati dal finanziamento della macchina produttivo-scambista.  I possessori di capitale impiegano il denaro nelle slot machine finanziarie perché molto più remunerative, più veloci, più agili nel permettere spostamenti di investimento continui in un mercato che continuamente cambia.  <strong><em>Decresce</em></strong> l’innovazione (tranne quella banco-finanziaria) poiché la quantità-qualità della creazione anni ’50-’60 (per non dire di quella post macchina a vapore del XIX° secolo o seguente la rivoluzione elettrica) non ha nulla a che vedere con le anoressiche start up su qualche app per i devices della sempre più nevrotica distrazione di massa. <strong><em>Decrescono</em></strong> le utilità ed i rendimenti perché è nella natura di questo sistema avere grandi inizi e code sottili.</p>
<p><strong><em>Decresce</em></strong> il risparmio diffuso perché la ricchezza rinnovata è sempre minore e bisogna dar fondo all’accumulato, quindi crescono i debiti a seconda della culture nazionali, in alcuni casi privati, in altri, pubblici. Sopratutto <strong><em>decresce</em></strong> la classe media occidentale e cresce quella del resto del mondo. Tutto ciò che cresce, in Occidente, lo fa in virtù di denaro inventato dal nulla che non chiude più il suo ciclo di esistenza e quindi non richiedendosi il corrispettivo valore reale presente che ne estingue a materializza la promessa, rimane magicamente sospeso nella realtà, partecipando di questa e per emanazione, diventa “<em>come se fosse reale</em>”. Ma non lo è. <strong><em>Decresce</em></strong> la distribuzione di ricchezza concentrandosi nella mani di pochissimi sempre più esageratamente ricchi il che è non è solo sconveniente per noi comuni mortali, ma è esiziale per il sistema stesso perché come sapevano gli antichi (vedi H. Ford, ma è ben descritto del IV° capitolo della Ricchezza delle nazioni che forse qualcuno farebbe meglio a leggere invece che citare senza cognizione), se i produttori  non hanno soldi per comprare i prodotti, l’intero sistema circolatorio salta poiché essi sono anche i consumatori.</p>
<p>In Occidente, tra le altre cose, <strong><em>decresce</em></strong> anche la popolazione o meglio è cresciuta a ritmi davvero miseri e solo per merito dell’Europa dell’est. Il progressivo invecchiamento delle popolazioni occidentali con decremento delle nascite (transizione demografica), oltre a sbilanciare i conti delle assistenze (sanitarie e sociali), intasa il ricambio generazionale nell’occupazione e quindi fa crescere la disoccupazione giovanile.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/375778.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-4615" title="375778" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/375778-300x198.gif" alt="" width="300" height="198" /></a><em>Questo grafico WB vale per la registrazione di ciò che è avvenuto.<br />
Le previsioni a 15-30 anni sono del tutto infondate poiché infondabili</em></p>
<p>La <strong>decrescita</strong> delle economie occidentali, significa anche la perdita di leadership, peso e controllo generale dei processi su scala mondiale il che retroagirà in maniera ulteriormente negativa sulle stesse condizioni della crescita. Il ruolo degli USA e degli occidentali in genere, del dollaro, del WTO, dell’Fmi, della World Bank sono destinati a relativizzarsi e/o a veder ridimensionato decisa-mente il controllo totale ed esclusivo che storicamente gli occidentali vi hanno esercitato. Da ciò la perdita di possibilità di beneficiare di vaste posizioni di rendita e di favore nello sviluppo delle strategie, fatti che nulla hanno  che fare con la reale competitività delle economie nazionali che si mostrerà sempre più per quella che è.</p>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/saupload_us_china_gdp_to_2050.jpg"><img class="size-medium wp-image-4616 aligncenter" title="saupload_us_china_gdp_to_2050" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/saupload_us_china_gdp_to_2050-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a></p>
<p style="text-align: center;"> <em>Questo grafico WB vale per la registrazione di ciò che è avvenuto.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> Le previsioni a 15-30 anni sono del tutto infondate poiché infondabili</em></p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/ir114_graph2.png"><img class="size-medium wp-image-4617 aligncenter" title="ir114_graph2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/ir114_graph2-300x192.png" alt="" width="300" height="192" /></a></p>
<p style="text-align: center;"> <em>Quanto più basse sarebbero state le medie decennali degli ’80-’90-’10, senza l’anfetamina banco-finanziaria?</em></p>
<p>In economia, le <strong>teorie sulla crescita</strong> (Solow-Swan, Romer-Lucas, Galor) hanno sempre sfarfallato intorno al punto ed il punto era che la popolazione occidentale, dalla metà del XIX° secolo, era costantemente cresciuta a ritmi geometrici, <em>ceteris paribus</em> (come piace ai dotti di quella presunta scienza che è l’economics. Una moderata ma ben lucida accusa all’economics di essere una pseudoscienza, la si trova qui sul <a href="http://www.scientificamerican.com/article/the-economist-has-no-clothes/">Scientific American</a>), aumentando il numero di produttori-consumatori, certo che cresceva il prodotto lordo. L’<strong>innovazione</strong> è un concetto assai generico per fondarci sopra una spiegazione efficiente della crescita, l’elettricità fu una innovazione senz’altro motore di crescita, la stampante laser con cui stamparsi una automobile 3D standosene seduti a casa non porta a comprare più automobili ed oltretutto crea diversi disoccupati nella precedente catena distributiva. <strong>Internet</strong>, che è stata l’innovazione recente più rilevante, è un sistematico distruttore di occupazione (postini, mobilità, giornali, stampa in generale, industria dell’intrattenimento, diritti d’autore, socialità “fisica” sostituita da quella a distanza, servizi prima resi di persona in luoghi fisici ed oggi automatizzati, etc.) ed a differenza della transizione agricoltura-industria, la gran parte della recente innovazione tecnologica non sembra generarne significativamente di nuova, anzi (si vedano le tesi dell’economista R. J. Gordon, <a href="http://www.instituteforthefuture.it/joseph-stiglitz-e-limiti-dellinnovazione/">questo</a> contributo di J.Stiglitz). Sono inoltre discutibili molti dei suoi impatti culturali, sociali, politici (si veda E. Morozov, <a href="http://www.newrepublic.com/authors/evgeny-morozov">qui</a>) Il <strong>capitale umano</strong> entro un certo limite è un fattore che aumenta la produttività, oltre un certo limite non lo è più e comunque competenze ed istruzione ad un certo punto divergono dall’impiego produttivo e comunque non sono incrementabili all’infinito. Di fatto, se non si stampa denaro senza ritegno alcuno come ha continuato a fare Fed, come hanno ripreso a fare i giapponesi e come ormai ritiene anche Fmi, il paziente deperisce velocemente e muore. Anche perché, a corto di crescita reale, le economie pubbliche e private sono tutte ampiamente indebitate e per evitare i fallimenti non c’è che incrementare la liquidità. Ma se lo si fa, si deve anche capire che si produce un nuovo sistema che nulla ha a che fare con il sistema conosciuto e le cui fondamenta funzionali sono del tutto infondate nel senso che è socialmente inconsistente. Un tale sistema non più economico ma fondamentalmente finanziario, non è più in grado di reggere ed ordinare società complesse come sono le nostre.</p>
<p>Parrebbe quindi non ardito ipotizzare che non si tratta del fatto che il capitalismo è entrato in chissà quale fase assoluta, non è che i cattivoni sono diventati più cattivoni, non è che i capitalisti si sono fatti traviare da una ideologia forgiata a Chicago, non è che la finanza chissà per quale strano motivo ha deciso di svincolarsi dall’economia perché affamata di “<em>sempre più profitti</em>” come disegnano novelli G. Grosz, come se la finanza fosse nata per scopi sociali. Si tratta dell’occultamento consapevole di un dato concreto, prevedibile ed assai preciso e pervicacemente rimosso da tutti: <strong><em>l’Occidente non si trova né  mai più si troverà nelle condizioni storiche che ne hanno determinato l’incredibile crescita economica, negli ultimi duecento anni</em>.</strong></p>
<p>Anche le feste più belle finiscono e quelle lunghe duecento anni, sono anche assai rare. Se togliamo il dollaro metafisico e l’Oktoberfest della finanza degli ultimi quaranta anni, se togliamo la crescita dei Trenta gloriosi determinata dalla ricostruzione dell’immane distruzione bellica, se togliamo la lunga depressione, la breve euforia della Belle Époque strettamente allacciata ad un Primo conflitto mondiale, ad un Impero che copriva il 25% del globo terracqueo ed ad una costellazione di colonie con le quali l’Occidente dominava l’intero pianeta, ci si può domandare: <strong><em>cosa sarebbe stato il nostro celebrato modo economico, cosa avrebbe prodotto in termini di ordine sociale e qualità di vita al netto di queste variabili?</em> </strong>La domanda serve perché se facciamo l’esperimento mentale di immaginare il nostro sistema economico senza queste “fortunate” e decisive circostanze, capiremo che questo sistema osannato dai suoi aedi, deprecato dai suoi critici, in realtà è finito. Esso è stato la semplice risultante di circostanze storico-culturali, geopolitiche, di beneficio dell’innovazione del materialismo per tutti (beni, merci, lavoro, reddito, status, aspettative, sogni, progetti etc.) che ha ampiamente esaurito le sue possibilità in Occidente. Anche perché stante il previo controllo quasi totale di tutto il pianeta,  aveva un certo qual senso produrre e comprarsi una automobile, forse anche un televisore, ma francamente di un drone personale non sappiamo veramente cosa farcene oltreché essere oggi nella penosa situazione di non riuscire più a sbarcare il lunario dei beni necessari.</p>
<p>Per non parlare delle materie prime, delle energie, del collasso eco-sistemico, degli squilibri del commercio internazionale che chissà perché, viene analizzato al netto degli equilibri geopolitici come se il mondo fosse fatto da imprese e non da nazioni.</p>
<p>Eccoci allora al punto avanzato nella nostra tesi: i<strong><em>l sistema non funziona più e non funziona più da tanto tempo.</em></strong> Lo si è artatamente tenuto in qualche modo in piedi per prorogare la sua vigenza ordinativa poiché non abbiamo la più pallida idea di cosa altro fare. Le élite che si determinano tali dall’esistenza del sistema stesso hanno armeggiato per farci avere altri decenni di vacanza col morto, ma il morto ora comincia a puzzare.</p>
<p>Credo sbaglino coloro che parlano degli ultimi quaranta anni  come di una deliberata scelta di un capitalismo cattivo contro quello buono, keynesiano, con le élite limitate da una semi-democrazia funzionante. Tutto quanto accade oggi dilazionato e dilatato, negato, rallentato, occultato, mistificato, rimosso, sarebbe successo di colpo negli anni ’70-’80 se gli USA, detentori della regia sistemica economica, finanziaria, politica, militare e culturale, non avessero messo un tampone fatto di nuove leggi ed abrogazione delle vecchie, dollari a pioggia, narrazioni epiche sull’infinita dilatabilità del moderno, controllo dei sistemi internazionali ed una dozzina di guerre per mettere a posto quello che ostinatamente andava fuori registro. Se non facciamo una altra guerra mondiale, non possiamo avere altri trenta gloriosi, ogni salita viene dopo una discesa, ogni creazione necessita di una precedente distruzione. <strong>L’alternativa alla  decrescita, oggi, è la guerra</strong>.</p>
<p>La decrescita dei nostri volumi economici non è una scelta, una opzione razionale e di buon senso, un moto di sensibilità verso Madre Natura che dobbiamo preservare dalla perversa condizione S/M alla F. Bacon (<em>La natura è una prostituta; noi dobbiamo domarla, penetrare i suoi segreti e incatenarla secondo i nostri desideri</em>). I limiti ecologici e le loro paurose retroazioni sono un peggiorativo ma nel mentre annunciamo i disastri ambientali ad esempio, già da tempo si vanno compiendo quelli sociali perché è l’intero sistema, il nostro modo di stare al mondo, che non funziona e non può più funzionare. <strong>La de-crescita</strong>, la contrazione del lavoro, del consumo, della produzione, della ricchezza reale diffusa, della stabilità, della speranza in un futuro migliore di quello che hanno avuto i padri secondo i canoni del benessere materiale, <strong>è già in atto</strong>. La decrescita non è una alternativa perché non esiste più l’opzione crescita, non esistono più le condizioni per un continuato e diffuso sviluppo, né materiale, né immateriale. La decrescita nel senso della contrazione dei nostri volumi economici, non è una opzione alternativa <strong>è il nostro destino</strong>. L’alternativa, ovvero la scelta tra due opzioni, si pone solo tra il subirla mantenendo società ed economia nelle forme che richiedono una crescita ipotetica che non ci sarà e quindi subire la contrazione sistemica con tutto il doloroso portato di prolungato collasso sociale o trasformare radicalmente economia, società e loro reciproci rapporti, dandoci la possibilità di trovare un nuovo modo di stare al mondo. Questa è la nostra precisa condizione attuale e futura. Si tratta solo di riconoscerla ed adeguarsi in uno sforzo adattativo che dimentichi due secoli che sono ahinoi passati non solo cronologicamente,  ma anche concettualmente.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/images.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4619" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/07/images.jpg" alt="" width="228" height="221" /></a></p>
<p>E’ ora di svegliarci dal lungo sonno dogmatico. E’ ora di rivolgerci con sano e deciso tono realistico ad economisti e politici, tanto mainstream, che critici e dir loro di piantarla di parlare del caro estinto, di allagare il mondo con cascate di ricette senza senso su meno stato, più mercato, meno o più controlli, moneta così o moneta cosà, risveglio industriale ed altri impossibili Viagra per propiziare una disperata, ennesima, erezione economica. Dovremmo cominciare a <strong>spegnere quell’idiota sorrisino di commiserazione </strong>con il quale i teologi del massimo sistema reagiscono alle istanze sul cambio repentino di mentalità economica, perché l’economia reale è già cambiata da tempo ed è la sua teologia ad essere rimasta inchiodata ad irrealistici dogmi metafisici fissati più di un secolo fa.</p>
<p>Non siamo noi a dover sostenere il picco di Hubbert o ai dimostrare il cambiamento climatico, non siamo noi a dover mostrare le foto satellitari sul restringimento dei ghiacci o a dover commuovere con le foto di terrorizzati orsi bianchi che si lasciano affogare. Dovremmo forse cambiare atteggiamento ed imporre nel dibattito l’urgenza realista di rispondere alla domanda: <strong><em>come ci si adatta ad una società che è già da tempo in vistosa e progressiva decrescita economica?</em></strong> Segnalando a gli utilitaristi che anche tempo utile per le risposte decresce vistosamente e che ai fallimenti adattativi, conseguono le estinzioni di massa.</p>
<p align="center">= 0 =</p>
<p>Segnalo <a href="http://www.sinistrainrete.info/ecologia-e-ambiente/3826-marino-badiale-su-decrescita-e-marxismo.html">questo</a> articolo di M. Badiale che giustamente tenta di dar la sveglia al moribondo mondo del pensiero marxisteggiante. I marxisti sembrano essere ontologicamente accoppiati al capitalismo ed alla Rivoluzione industriale. Per loro il problema è solo il capitale, la stesso modello economico ma non guidato dal capitale, andrebbe benissimo. Siamo ancora al potere dei soviet più l’elettrificazione. La loro mentalità rimane nostalgicamente aggrappata ai fasti ottocenteschi e sono rimasti gli ultimi a reclamare “più lavoro”, “più industria”, “più produzione”, come se questa fosse ancora e per sempre possibile. Sebbene di un’altra chiesa, essi non differiscono poi di molto da i più canonici adoratori del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Culto_del_cargo">culto del cargo</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>http://pierluigifagan.wordpress.com/2014/06/24/la-decrescita-non-e-un-alternativa/</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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