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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Zeev Sternhell</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>La natura del sionismo II</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Mar 2019 18:35:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Bau eines Kibbuz in West-Galiläa, 13.2.1949 CAPITOLO III Sionismo come «socialismo» nazionale pseudo-liberale 1) Quale socialismo? Un elemento che ha contribuito a fare la fortuna del sionismo all’estero, catturando soprattutto l’immaginazione di quella sinistra che da tempo ha abbandonato il marxismo, è stato quello di essersi presentato, almeno fino al 1977, data del primo [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/0c0508d671749e4db806df4cdab1240av2_max_500x375_b3535db83dc50e27c1bb1392364c95a2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-5534" title="0c0508d671749e4db806df4cdab1240av2_max_500x375_b3535db83dc50e27c1bb1392364c95a2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2019/03/0c0508d671749e4db806df4cdab1240av2_max_500x375_b3535db83dc50e27c1bb1392364c95a2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Bau eines Kibbuz in West-Galiläa, 13.2.1949</p>
<p><strong>CAPITOLO III </strong></p>
<p><strong>Sionismo come «socialismo» nazionale pseudo-liberale</strong><br />
1) <strong>Quale socialismo?</strong><br />
Un elemento che ha contribuito a fare la fortuna del sionismo all’estero, catturando soprattutto l’immaginazione di quella sinistra che da tempo ha abbandonato il marxismo, è stato quello di essersi presentato, almeno fino al 1977, data del primo governo della destra in Israele, come «socialismo» nazionale. Dopo i governi di destra in Israele &#8211; quelli di Begin, di Shamir, di Netanyahu e di Sharon &#8211; dopo la scomparsa dei kibbutz e di ogni traccia di «socialismo», le illusioni della sinistra non si sono affatto spente perché le illusioni sono dure a morire, come d’altronde la pigrizia mentale. Scrive sempre Zeev Sternhell sul «socialismo» nazionale:<br />
“L’ideologia del socialismo nazionale nasce in Europa tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Si propone come la vera soluzione, puntando a sostituire le ideologie marxista e liberale. Il suo postulato – il primato della nazione – trova le premesse nel socialismo premarxista di Proudhon. É un’ideologia che presenta la nazione come un’entità storica, culturale o biologica. Per preservare il suo avvenire e proteggersi dalle forze che scalzano la sua armonia, la nazione deve consolidare la sua unità interna, spingendo tutte le sue componenti alla missione comune. Per questa nuova ideologia, il liberalismo e il marxismo costituiscono il più grande pericolo che, nel mondo moderno, minacciano la nazione. Il liberalismo, perché concepisce la società come un’aggregazione di individui in eterna lotta per un posto al sole, una sorta di mercato selvaggio, la cui sola ragione d’esistenza è di soddisfare gli egoismi dei singoli, quelli dei più forti ovviamente e il marxismo, perché sostiene che la società è divisa in classi nemiche impegnate in una lotta senza pietà tanto più inevitabile in quanto iscritta nella logica interna del capitalismo”. 83<br />
Il «socialismo» nazionale rifiuta categoricamente la lotta di classe e l’internazionalismo proletario. La sua singolarità consiste nel fatto che esso aderisce al principio del primato della nazione, la quale è posta in posizione assolutamente prevalente rispetto a qualsiasi altro aspetto, rinnegando così i principi universalistici del socialismo. Tuttavia, se pure rinnega il marxismo, il «socialismo» nazionale non rinuncia a voler risolvere a suo modo la questione sociale. Rifiutando i principi marxisti, primo fra tutti l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, il «socialismo» nazionale afferma di voler risolvere la questione sociale con una critica ai settori parassitari del capitale, alla rendita, alla grande finanza, agli speculatori, ai borsisti, a tutti coloro che dispongono facilmente di denaro e non lo investono attivamente creando posti di lavoro e facendo crescere la società e la nazione. Costoro vengono definiti, parassiti, plutocrati, usurai, perché essi sono i soli ad arricchirsi senza benefici per la nazione. Ci si rivolge al «lavoratore» (non al «proletario»), al contadino, al negoziante, all’artigiano e a quei settori del capitale produttivo, il borghese «positivo» che investe nel progetto nazionale e rischia il suo denaro nella produzione. Ovviamente, il «socialismo» nazionale non intende affatto cambiare la società, né mai esso ha preso provvedimenti per eliminare il ceto dei parassiti, degli speculatori, dei finanzieri tanto criticati. Anzi i provvedimenti principali sono diretti contro gli operai, costretti in corporazioni, senza sindacati, senza partiti politici che li rappresentino in modo autonomo. Gli operai vengono invece iscritti, con le buone o con le cattive, nel partito nazionale, associati nelle sue istituzioni, arruolati nell’esercito. Il socialismo «nazionale» è infatti un’ideologia aggressiva che punta alla conquista di territori altrui per metterli a disposizione della propria nazione, che mira a impadronirsi delle loro ricchezze. É anche un’ideologia razzista che ritiene la propria nazione superiore alle altre. Nella storia, il «socialismo» nazionale si è realizzato prevalentemente sotto forma di sistema antidemocratico e reazionario, anzi decisamente dittatoriale. La sua forma più brutale è stata il nazismo (Nazional Socialismus), ma anche il fascismo mussoliniano in alcuni momenti si è considerato una forma di «socialismo» nazionale. Esiste tuttavia anche una forma di «socialismo» nazionale con caratteristiche pseudo-democratiche. Tale è il sionismo; tali sono certe forme di «socialismo» nazionale nel terzo mondo (la Corea del Sud, per esempio, al tempo degli agglomerati industriali nazionali, prima che questi fossero minati dalla globalizzazione liberista). Compito fondamentale di qualsiasi «socialismo nazionale» che si rispetti è conquistare la fiducia degli operai e inquadrarli in rigide organizzazioni nazionaliste. Il sionismo ha sentito questa necessità ancora più fortemente di altri tipi di nazionalismo, in quanto ha dovuto convincere gli operai ebrei a lasciare il loro paese d’origine ed emigrare in un paese povero e arretrato com’era allora la Palestina. Davanti ad una borghesia ebraica non disposta a lasciare i suoi ricchi affari e i suoi legami in Europa e in America, l’idea vincente dei sionisti è stata quella di iniziare la colonizzazione con i denari della borghesia ma con il lavoro dei proletari. E infatti, afferma Maxime Rodinson:<br />
“le truppe del movimento furono fornite dagli ebrei poveri e perseguitati d’Europa orientale, per lo meno da quelli che, ancora<br />
83 Z. Sternhell, Aux origines d’Israel, Parigi, 1996, Fayard, p. 20. inquadrati in strutture comunitarie, erano orientati verso l’emigrazione in Palestina a causa dei loro sentimenti religiosi ”.84 Se le truppe furono costituite di proletari e poveri, non era così per quanto riguardava la direzione politica del movimento sionista e ancor meno per coloro che fornivano i necessari capitali all’impresa colonizzatrice. Questo fatto fondamentale è spiegato con molta chiarezza dallo stesso Rodinson, che aggiunge:<br />
“La direzione piuttosto fu fornita da intellettuali delle classi medie che cercarono i mezzi finanziari presso l’alta borghesia ebraica d’Occidente, desiderosa di stornare dall’Europa occidentale e dall’America un’ondata d’emigrazione popolare, in quanto la riteneva una pericolosa minaccia per la propria volontà di assimilazione con la borghesia occidentale. E ne temeva anche le caratteristiche etniche straniere che essa conservava nonché le tendenze rivoluzionarie che manifestava. (&#8230;) É vero che il movimento nel suo insieme, per raggiungere i suoi scopi, ha cercato e ottenuto l’appoggio di diversi imperialismi euro-americani (soprattutto quello britannico, poi quello americano), che ha ottenuto anche la maggior parte dei suoi finanziamenti presso gli strati più ricchi della borghesia ebraica, in particolare quella degli Stati Uniti, che però si guardava bene dall’emigrare in Palestina”.85<br />
É difficile pensare che il movimento sionista degli ebrei askenaziti dell’Europa orientale, qualora esso fosse stato autenticamente rivoluzionario, potesse essere finanziato dalla ricca borghesia ebraica prevalentemente sefardita e assai assimilata dell’Occidente. Le ragioni autentiche di tale finanziamento sono molteplici, proprio come suggerisce Rodinson. Da una parte, c’era la paura della borghesia ebraica d’Occidente di una massiccia ondata migratoria di poveri ebrei diseredati dalle forti caratteristiche etniche askenazite perché una simile invasione metteva in pericolo i suoi sforzi di assimilazione. Dall’altra, vi era la volontà di questa stessa borghesia di allontanare dal socialismo e dalla rivoluzione le masse ebraiche orientali. Spingerle a trasferirsi in Palestina poteva essere la soluzione.Vedremo che quest’ultima idea era esattamente ciò che Herzl aveva proposto al ministro zarista von Plehve nel 1903. La borghesia ebraica d’Occidente aveva perfettamente capito che i sionisti, al di là dei proclami, non aveva nulla a che fare con il socialismo. Anzi le era chiaro che il sionismo nel suo complesso si caratterizzava come anti-socialista. Non deve quindi sorprendere che il sionismo «socialista» sia stato scomunicato dalla III internazionale e che esso non abbia mai aderito alla II internazionale. Il rifiuto della rivoluzione sociale anticapitalista lo allontanava dalla III internazionale; dalla II, lo escludevano le sue origini nel nazionalismo tribale e il suo rifiuto di una qualche adesione alle filosofie marxista, liberale o kantiana che erano invece alla base della socialdemocrazia. Inoltre il sionismo si teneva lontano dall’internazionale socialdemocratica perché poneva come sua priorità l’obiettivo nazionale e non valori quali l’uguaglianza o il progresso della classe lavoratrice. Infine anche la sua fede incrollabile nella forza come metodo politico non era fatta per avvicinarlo al riformismo della II internazionale. «Ma i kibbutz allora?» qualcuno chiederà. «Non è socialismo quello?». Zeev Sternhell, nel suo magistrale libro sulle origini di Israele, chiarisce perfettamente quale è stata la natura e la funzione delle forme cooperativistiche di sfruttamento del lavoro agricolo (kibbutz, moshav, ecc), che oggi, tra l’altro, non incidono per più del 1,8 % del prodotto nazionale lordo israeliano.<br />
“Il movimento laburista non ha mai avuto la presunzione di proporre un sistema di ricambio totale della società capitalista. Al contrario, si è avverato che perfino gli spazi sociali originari, e meno originali, realizzati – kibbutz, moshav e altre cooperative – non hanno fatto altro che rafforzare indirettamente il sistema capitalista dimostrando che le piccole unità sociali non avevano la forza di influenzare, e ancor meno cambiare, il corpo sociale nella sua interezza”.86<br />
L’autore, dopo aver espresso il sospetto che Israele abbia occultato volutamente la verità sulla storia e la natura del movimento cooperativistico ebraico in Palestina, ribadisce che:<br />
“Il popolamento collettivista non è nato da una decisione ideologica chiara e definita, né la raccolta dei fondi destinati a sostenere questo nuovo tipo di sfruttamento agricolo ha mai avuto l’intenzione di danneggiare in nulla il funzionamento normale o lo sviluppo del capitale privato. Il kibbutz e il moshav sono nati dalla necessità di supplire all’incapacità e alla mancanza di sollecitudine dell’agricoltura privata ebraica messa in piedi per soddisfare le priorità nazionali introdotte dall’elite – non ancora intronizzata – della seconda alya. I proprietari e coltivatori ebrei dell’epoca preferivano impiegare mano d’opera araba, sempre meno costosa e più qualificata, piuttosto che i nuovi immigranti le cui capacità agricole lasciavano molto a desiderare”.87<br />
I sionisti «socialisti», quindi, inventarono i kibbutz per mancanza di mezzi e soprattutto per contrastare soltanto un aspetto dello sfruttamento agricolo della borghesia ebraica: l’uso di manodopera araba. Il contrasto non era dovuto al 84 Maxime Rodinson, Peuple Juif ou problème juif ?, Parigi, 1981, Petite collection Maspero, p. 144. 85 Maxime Rodinson, Peuple Juif ou problème juif ?, cit. 86 Z. Sternhell, Aux origines d’Israel, cit. p. 54 87 Z. Sternhell, Aux origines d’Israel, cit. p. 54. 40<br />
fatto che gli agricoltori ebrei borghesi erano capitalisti, si badi bene, ma perché essi impiegavano manodopera araba anziché ebraica. Conservando la manodopera araba non ci sarebbe mai stato uno Stato per soli ebrei o a maggioranza ebraica. Era essenziale quindi liberarsi della manodopera araba anche se essa era meglio qualificata e meno costosa. Le motivazioni del cooperativismo ebraico sono quindi razziste e nazionaliste; non sono socialiste e non sono nemmeno strettamente economiche. Era fondamentale per i nazionalisti «socialisti» che sulle terre ebraiche lavorassero solo ed esclusivamente lavoratori ebrei; questo obiettivo è noto con lo slogan ingannevole della «conquista del lavoro» (ebraico) che i sionisti «socialisti» lanciarono nella loro lotta contro la concorrenza degli operai agricoli arabi nel mercato del lavoro. Occupare solo proletari ebrei disoccupati sulle terre arabe conquistate significava rendere il territorio veramente ebraico, cioè «redimerlo» e favorire l’immigrazione ebraica, la quale sarebbe stata seriamente minacciata se gli immigrati fossero rimasti disoccupati perché, nella loro «nuova patria» gli si preferivano i lavoranti palestinesi.<br />
“La kvutza d’origine – piccolo kibbutz – e il moshav hanno voluto essere prima di tutto una tecnica di conquista del territorio (occupazione del suolo comprato dal suo proprietario, in generale arabo) ed anche una soluzione poco costosa alla disoccupazione che colpiva i nuovi immigrati della seconda alya. Il tipo di vita adottato dai primi «gruppi» (kvutza) è stato imposto dalla forza delle cose, vale a dire dai pochi mezzi di cui disponevano. É falso e vano voler presentare questi generi di sfruttamento agricolo come l’applicazione di un’ideologia sociale premeditata, ed è falso presentarli come una creazione che avrebbe avuto come obiettivo combattere la proprietà privata in tutte le sue concezioni e implicazioni”. 88 Il socialismo vero o anche una semplice «ideologia sociale premeditata» senza caratteristiche nazionaliste o razziste, avrebbe dovuto introdurre elementi di unione e di uguaglianza tra gli operai agricoli ebrei e arabi, avrebbe dovuto diffondere idee di riscatto sociale tra i lavoratori e i contadini arabi e non espellerli semplicemente. Quale socialismo allora? E oggi dov’è il cooperativismo dei kibbutz? Non ha nessun peso nella società ferocemente capitalistica d’Israele; la sua unica funzione rimastagli oggi, compiuta con successo quella storica di allontanare la manodopera araba, è di ingannare gli ingenui, disposti a lasciarsi convincere che il socialismo alberga ancora, se mai ci è stato, nell’ultimo paese coloniale del mondo. Veniamo ora all’altro aspetto «sociale» della vita nazionale dei lavoratori israeliani: l’Histadrut. Il movimento laburista prese assai presto la direzione e il controllo della colonizzazione sionista e, suo primo obiettivo fu di costruire, non un’organizzazione di salariati che si opponesse ai datori di lavoro ebrei o non ebrei, ma di edificare una forte organizzazione nazionale che espandesse il territorio su cui operava e vi si comportasse come Stato. Questa fu fin dall’inizio l’Histadrut. All’interno di essa, i dirigenti laburisti crearono l’Hevrat Ovdim (Società dei Lavoratori) con la duplice funzione di dirigere le imprese e le istituzioni dell’Histadrut e di sfuggire a qualsiasi controllo della base operaia. In seguito, al momento della proclamazione di Israele furono sempre i laburisti, alla guida dell’Histadrut, e dell’Hevrat Ovdim a trasformare le due strutture in vero e proprio Stato. furono quindi queste onnipotenti corporazioni dei «lavoratori» e degli industriali il fondamento dell’ordine sociale statale subito dopo la fondazione dello Stato. Dopo l’ascesa al potere del Likud esse hanno continuato ad esistere e prosperare. l’Histadrut non è un sindacato, come spesso si dice, ma una struttura nazionale che inquadra «i lavoratori» e «le altre forze produttive» e affida a tutti la medesima missione nazionale. Essa possiede banche, imprese nel settore dell’industria pesante, degli armamenti, dell’editoria, della cinematografia, dei lavori pubblici, delle costruzioni e della pesca, possiede anche la maggiore centrale nazionale di distribuzione dei prodotti agricoli, catene di grandi magazzini e negozi. É il più grande prestatore di lavoro e possiede centinaia di uffici di collocamento nel paese. L’Histadrut controlla l’intero settore cooperativo, si occupa dei contratti tra lavoratori e le imprese che gli appartengono, gestisce direttamente la Cassa Malattia Nazionale, dispone di ospedali, scuole, case di riposo e pubblica un proprio giornale, il Davar. In Israele solo l’esercito è un’organizzazione più capillare e meglio organizzata dell’Histadrut. Ma l’esercito, che oggi di chiama Tsahal, fu fondato dall’Histadrut col nome di Haganah e solo a partire dalla fondazione dello Stato d’Israele esso risponde al Ministero della Difesa. Tuttavia, seppur meno capillare dell’esercito, questa istituzione è un vero Stato nello Stato e fornisce al parlamento gran numero di parlamentari e buona parte degli uomini di governo, di sinistra e sorprendentemente (ma solo per chi ha schemi in testa) anche di destra. Per capire il peso di questa organizzazione e il suo contributo alla formazione dello Stato, è bene sapere che nel 1947, alla vigilia della fondazione di Israele, essa contava 176.000 membri, nel 1948 rappresentava il 25% dell’economia del paese, nel 1949 aveva 215.000 membri, cioè il 41% della popolazione adulta, nel 1950, aveva 330.000 membri, cioè il 46% della popolazione adulta. Solo dopo l’Histadrut e l’esercito vengono le altre istituzioni politiche e sociali, che completano il quadro. In seguito alla fondazione di Israele, furono sempre i laburisti a dirigere lo Stato, fino agli anni settanta quando persero le elezioni a vantaggio del partito del Likud. Questo è un partito seguace del sionismo di Vladimir Jabotinsky, amico personale del Duce. La destra, una volta salita al potere, non ha mai contrastato<br />
88 Z. Sternhell, Aux origines d’Israel, cit. p. 55. l’Histadrut, il cosiddetto «sindacato», come avviene con la destra in tutte le democrazie parlamentari e in tutti i regimi capitalistici liberali con i sindacati veri. Questo proprio perché l’Histadrut non è un sindacato ma un’organizzazione nazionale di lavoratori, di capitalisti e di boiardi di stato, i cui dirigenti vengono scelti ogni 4 anni sulla base di liste presentate da tutti i partiti politici, compresi il Likud e i partiti religiosi. Attualmente i dirigenti laburisti dell’Histadrut detengono una risicata maggioranza interna rispetto ai rappresentanti della destra. A coloro che parlano di questa organizzazione come di un sindacato operaio o come di un’organizzazione di welfare vogliamo ricordare quanto scrive lo storico israeliano Ilan Pappe riguardo all’obiettivo principale dell’Histadrut, fin dalla sua fondazione:<br />
“Politiche economiche basate su considerazioni di carattere nazionale facevano sì che la Histadrut – la confederazione generale del lavoro della comunità sionista – fosse più interessata all’espansione dei confini politici della comunità che non ai diritti dei lavoratori. Espansione che ebbe luogo negli anni Venti, nonostante le depressioni economiche del 1923, del 1926 e del 1928, e le difficili condizioni in cui versavano gli immigrati”.89<br />
Altro obiettivo fu quello di dimostrarsi efficienti e attivi, dal punto di vista capitalista naturalmente, per impressionare positivamente il colonialismo britannico e continuare ad ottenerne i favori. É ovvio che se l’Histadrut si fosse dimostrato efficiente e attivo dal punto di vista del socialismo o comunismo non avrebbe ricevuto da parte del governo britannico (che tra l’altro negli anni Venti era conservatore) un’attenzione favorevole. Scrive sempre lo storico Pappe:<br />
“L’esigenza di essere economicamente attivi ed efficienti costituì un ulteriore obiettivo. Il movimento sionista considerava la fervente attività economica una riprova delle capacità del paese di accogliere un ampio numero di immigrati (&#8230;), considerazione che influenzò i dirigenti politici britannici perlomeno sino al 1933. A quanto sembra, i rapporti ufficiali sionisti arrivavano a magnificare il livello di attività per impressionare i britannici a tutto vantaggio dell’immigrazione ebraica”. 90<br />
Le cosiddette «strutture sociali» create dai laburisti prima della fondazione dello Stato israeliano e poi divenute strutture statali, non hanno mai rappresentato qualcosa di fondamentalmente diverso da altre strutture capitalistiche di altri paesi.<br />
“L’Histadrut non ha avuto regole di comportamento molto diverse da quelle della società borghese intorno: la Hevrat Ovdim (Società dei lavoratori)91 non era altro che una istituzione amministrativa centrale destinata a coprire e coordinare le unità economiche del complesso creato dall’Histadrut, e non il prototipo della società socialista chiamata a sostituire, quando sarebbe stato il momento, la società borghese. (&#8230;) Il socialismo non doveva essere altro che il «mito» reclutatore di cui parlava Georges Sorel all’inizio del secolo, con tutte le sue funzioni. Il mito soreliano è un concetto neutro, utilizzabile a fini diversi. Il movimento laburista di prima e dopo la fondazione dello stato se n’è servito come strumento della rivoluzione nazionale; non è stato l’unico movimento nazionalista che ha utilizzato questa leva”. 92<br />
Solo un «mito» reclutatore e propulsivo per poter fondare uno Stato coloniale. Non è nemmeno un caso che Sternell ricorra ad uno scrittore reazionario come Sorel, seguace di Bergson e del suo «slancio vitale», teorico dell’anarcosindacalismo, entusiasta nazionalista, che negli ultimi anni della sua attività di pensatore si avvicinò alla destra dell’Action Française e al fascismo italiano. In quanto all’egualitarismo che uno potrebbe aspettarsi tra dirigenti e base operaia nelle strutture «sociali» create dai laburisti, riportiamo le parole dell’impietoso Sternhell che dovrebbero togliere qualsiasi illusione a chi continua a coltivarne.<br />
“Appare chiaro che, dietro il paravento di una società kibbutzica pioniera, sobria, idealista e idealizzata, l’Histadrut aveva lasciato che si sviluppasse al suo interno una realtà sociale che non si distingueva molto da quella che prevaleva nella società esterna. Le differenze nel livello di vita tra i dirigenti, gli alti funzionari e l’organizzazione dei lavoratori qualificati da una parte e la massa dei lavoratori manuali dall’altra, erano andate sempre più aumentando. (&#8230;) L’oligarchia laburista era veramente una «nuova classe» nel senso più esatto del termine. Verso il 1925, il salario familiare divenne una finzione e le disparità socioeconomiche un dato costante, e legittimo agli occhi di molti dirigenti, della realtà dell’Histadrut. Nel periodo di crisi economica, alla fine degli anni 1920 e degli anni 1930, i contrasti tra la direzione economica dell’organizzazione o i funzionari, con salari sicuri, e i disoccupati erano semplicemente rivoltanti. Questa è la ragione per cui, durante la crisi della fine degli anni 1930, perfino il conformismo,la disciplina e la dipendenza, tre ingranaggi essenziali del funzionamento dell’Histadrut, si sono<br />
<em>89 Ilan Pappe, Storia della Palestina Moderna, Torino 2004, Einaudi, pp. 118-19. 90 Ilan Pappe, Storia della Palestina Moderna, p. 119. 91 La Hevrat Ovdim è una delle due facce dell’Histadrut, quella che rappresenta il suo statuto di proprietario dei beni finanziari, industriali, agricoli, ecc. (cioè il padrone). L’altra faccia sarebbe il «sindacato» (cioè l’operaio). 92 Z. Sternhell, Aux origines d’Israel, cit. pp. 37-38. 42</em><br />
dimostrati insufficienti per contenere il rancore e l’animosità verso i dirigenti dell’Histadrut e del partito, da parte dei disoccupati i cui figli soffrivano di scarsa alimentazione. Lo studio, anche fatto a caso, degli archivi dei consigli operai rivela quanto in quegli anni era insopportabile la miseria dei piccoli salariati e soprattutto quella dei disoccupati. Un simile studio rivela anche l’indifferenza di coloro che dalla miseria erano al riparo, sia perché l’apparato li proteggeva – erano essi stessi quell’apparato -, sia perché la loro potenza li rendeva intoccabili. Le differenze non erano sorte solo tra gli uomini dell’apparato e gli operai: tutta la società histadrutica era stratificata in categorie e classi i cui interessi non erano meno conflittuali di quelli che esistevano nella società esterna”. 93<br />
Le cose sono ulteriormente peggiorate dopo la creazione dello Stato ebraico ed oggi è difficile dire che i boiardi di Stato laburisti o likudisti, i direttori della banca nazionale, i dirigenti delle imprese statali o private legate alle strutture politiche e militari del paese rappresentano e difendono la classe operaia e i poveri.<br />
2) <em>Corporativismo e militarismo</em> Quello che è stato definito «socialismo» nazionale non è altro che corporativismo nazionale. La società israeliana oggi è, senz’alcun dubbio, una società capitalista, inserita nel mercato capitalista globale. Su questo nessuno può avere dei dubbi. Nessuno oggi sostiene che Israele sia una società socialista o che conservi aspetti di socialismo. Vi sono tuttavia quelle strutture della società israeliana che si è voluto (da parte sionista) far passare per «socialiste». Noi riteniamo invece che queste strutture si debbano associare semmai al corporativismo. Queste strutture, cioè leggi e istituzioni, non solo non hanno nulla a che vedere con il socialismo ma addirittura hanno poco in comune con una democrazia liberale. Prendiamo per esempio la cosiddetta, «legge del ritorno». Essa dà diritto a tutti gli ebrei del mondo di emigrare in Israele ma, contemporaneamente, nega lo stesso diritto ai palestinesi che sono stati espulsi. Dietro questa legge vi sono alcune istituzioni che con il liberalismo non hanno nulla da spartire: la Israel Land Authority (ILA) e il Jewish National Fund (Fondo Nazionale Ebraico). Entrambe queste istituzioni dipendono dall’Organizzazione Sionista Mondiale e sono legate a doppio filo con lo Stato e il governo israeliano. La ILA possiede il 92% della terra d’Israele, mentre il restante 8% è costituito dalle piccole proprietà del milione di cittadini palestinesi. La ILA mette la terra in suo possesso a disposizione esclusivamente degli ebrei di tutto il mondo che vogliono emigrare in Israele. Questa terra può essere affittata o venduta solo ad ebrei e può essere lavorata e coltivata solo da manodopera ebraica. Non è nazionalizzata nel senso vero della parola ma è gestita ad esclusivo vantaggio degli ebrei, ricchi o poveri che siano, proprietari o operai agricoli. Questo non è naturalmente socialismo perché un ebreo è autorizzato a godere privatamente di parte della «terra d’Israele», ma nemmeno può essere accettato sotto un governo liberale, in quanto una proprietà «collettiva» ad esclusivo vantaggio di una etnia o razza è l’opposto del liberalismo e della libertà economica personale. Il fatto che la «Terra d’Israele» sia stata destinata, per legge, all’esclusivo godimento degli ebrei (di tutto il mondo) ha una conseguenza antieconomica: un arabo o un gentile d’Europa o d’America non può acquistare proprietà ebraica in Israele neanche offrendo un prezzo migliore. Cosa abbia a che vedere questo con il liberalismo economico e con il mercato è difficile capire. Non è socialismo non è economia di mercato, allora cos’è? Secondo la teoria corporativa fascista, gli appartenenti ad uno stesso ramo di attività economica sono inquadrati in una Corporazione, diretta in modo autoritario dall’alto, secondo i programmi politici del governo. Si tende a limitare la concorrenza tra i produttori, in antitesi alla dottrina liberale. Si regolano le condizioni di sfruttamento e di lavoro mediante contratti calati dall’alto, in antitesi alla dottrina socialista della lotta di classe. Questo succede esattamente sulla terra dell’ILA: le direttive sulla sua gestione vengono calate dall’alto, la concorrenza non può esistere perché la lotta economica tra due proprietari ebrei sulla terra dell’ILA non è ammessa, i contratti di lavoro con la manodopera ebraica sono stabiliti dall’ILA stessa, in accordo col governo. Si potrebbe dire che si tratti di una specie nuova di corporativismo: un corporativismo nazionalista basato su principi razzisti. La proprietà della terra e delle case deve restare in mani ebraiche, altrimenti si rischierebbe sempre di perdere l’«ebraicità» della terra d’Israele. Potrebbe succedere, per esempio, che una organizzazione di carattere umanitario raccogliesse dei fondi e acquistasse terre e proprietà in Israele e poi le lasciasse in eredità ad alcuni profughi palestinesi del Libano o di altri paesi. I risultati della pulizia etnica sarebbero vanificati. Si osservi il seguente paradosso: è ovvio che un ebreo israeliano può acquistare proprietà in Europa, America o altrove (molti israeliani hanno proprietà in due paesi) ma un goy che vive fuori da Israele non può acquistare proprietà in Israele. Cosa succederebbe se fosse proibito a un ebreo di qualsiasi paese di acquistare proprietà in un paese qualsiasi diverso da Israele? Sarebbe naturalmente ritenuto un divieto determinato da antisemitismo. Gli ebrei e gli israeliani quindi godono del liberalismo nei paesi dell’Occidente ma non lo permettono in Israele, almeno riguardo alla proprietà della terra. <em>93 Z. Sternhell, Aux origines d’Israel, cit. pp. 70-71.</em><br />
Veniamo ora all’Histadrut. Anch’esso si configura come un’enorme corporazione, non ancora scalfita dall’economia globale liberistica che le sta intorno e che vede crescere il suo peso in Israele. Si tratta di un settore complesso e importante dell’economia del paese, gestito da istituzioni miste composte di dirigenti, organizzati in una specie di confederazione, e operai, organizzati in una specie di «sindacato». In realtà le regole sono già stabilite e sono quelle decise dal partito laburista, un tempo, e dai partiti di governo oggi. La conflittualità interna è minima e i sindacati raramente chiamano allo sciopero. Questo non è proibito per legge, è semplicemente prevenuto o scoraggiato. Le somiglianze con le corporazioni fasciste sono sorprendenti. Come avveniva con le corporazioni fasciste, anche l’Histadrut serve gli obiettivi nazionalistici del governo e non la classe operaia. Così come i sindacati fascisti avevano il compito di controllare le masse e orientarle verso obiettivi nazionali, tenendoli lontani da obiettivi e conquiste di classe, allo stesso modo il «sindacato» dell’ Histadrut, controlla e asservisce la classe operaia al nazionalismo. É vero che sotto il fascismo lo sciopero era proibito per legge, ma questo non vuol dire però che di scioperi non se ne facessero.<br />
“Nonostante la camicia di forza rappresentata dalle leggi fasciste e dagli istituti creati dal regime, l’antagonismo di classe si rivelò insopprimibile all’interno del sindacato. Gli stessi dirigenti sindacali fascisti furono talvolta costretti a promuovere alcune lotte e vertenze per evitare che esse sorgessero spontaneamente: si trattò (&#8230;) di lotte per lo più difensive, che nascevano in reazione allo strapotere padronale e in difesa di condizioni di vita che, nell’Italia sconvolta dalla crisi economica, divenivano sempre più pesanti in termini salariali e in termini di organizzazione del lavoro”.94<br />
Il sindacato fascista aveva quindi un carattere decisamente ambiguo:<br />
“un sindacato che ha il compito di controllare le masse, ma che, proprio per assolvere questo compito, deve dare soddisfazione ad alcune loro rivendicazioni elementari”. 95<br />
Il sindacato dei lavoratori dell’Histadrut svolge perfettamente il suo compito di controllo e orientamento verso obiettivi nazionali, solo che lo fa sotto la copertura, sempre più lacera, del «socialismo» nazionale. Se talvolta è necessario ricorrere alla lotta per placare alcune esigenze dell’ineludibile antagonismo di classe degli operai e dei lavoratori, come sotto il fascismo, si ricorre allo sciopero cercando di limitarne gli effetti. Più che allo sciopero, però, l’Histadrut ricorre al costante sbandieramento della minaccia alla sopravvivenza di Israele. Questa è ormai la nota dominante della propaganda nazionale. In nome della pretesa costante e incombente minaccia a tutta la nazione si riescono a far fare ai lavoratori israeliani tutti i sacrifici che i governanti sionisti di destra e di «sinistra» ritengono necessari. Molti credono addirittura che i regimi fascisti abbiano abolito totalmente i sindacati operai. Ma la storia ci dice che non è così. Il nazismo effettivamente abolì i sindacati operai. Ma non fu così per la maggior parte dei regimi fascisti, i quali preferirono usare i sindacati, dopo ampie epurazioni ovviamente, per fini nazionali e per irreggimentare e controllare le masse. Questo avvenne sicuramente per il fascismo italiano.<br />
“A differenza di quanto avverrà nella Germania nazionalsocialista, dove il regime reazionario di massa si organizzerà in forme tali che gli consentiranno di sopprimere ogni forma di organizzazione sindacale, il fascismo italiano costruì all’ombra del monopolio di Stato proprie organizzazioni sindacali che, pur non avendo sul piano giuridico carattere di obbligatorietà, costituivano di fatto il tramite necessario per l’occupazione dei lavoratori delle singole categorie. Questa peculiarità non fu certo dovuta ad un maggior legame, sia pure negativo, con le tradizioni del movimento operaio (anzi da questo punto di vista, non va dimenticato che in fatto di demagogia sociale il fascismo tedesco non fu certo secondo al fascismo italiano: si richiamava al socialismo – per quanto nazionale – nella sua denominazione di partito operaio, incorniciò la svastica nel rosso delle sue bandiere e conservò la festa del 1° maggio) Essa scaturì piuttosto dalla circostanza che la costruzione del regime reazionario di massa fu avviata in Italia nel contesto di una politica di deflazione e di bassi salari, che rendeva prioritaria e indispensabile la funzione di controllo delle masse lavoratrici esplicabile dal sindacato, mentre in Germania la scelta di una politica di riarmo subito compiuta da parte del nazismo al potere consentì di ottenere immediatamente un consenso delle masse lavoratrici fondato sull’elargizione di salari relativamente elevati e poté esprimersi nel «Fronte del lavoro», prescindendo da ogni forma di mediazione sindacale. Aiutava inoltre il fascismo nel seguire questa strada il fatto che (&#8230;) soltanto una parte dei lavoratori italiani era stata sindacalmente organizzata prima della marcia su Roma, e inoltre in organizzazioni divise da rivalità ideologiche o di carattere tendenzialmente tradeunionista, cosicché il personale fascista operante in questo settore, spesso di provenienza sindacalista rivoluzionaria, poté assumersi il compito di sindacalizzare per la prima volta vaste masse di lavoratori”.96<br />
Anche l’Histadrut, fondato nel 1920, per diventare una specie di monopolio di Stato (prima che nascesse lo stato) e <em>94 AAVV, Storia d’Italia, vol IV, Dall’unità a oggi, Torino, Einaudi, 1976, p. 2008. 95 AAVV, Storia d’Italia, vol IV, Dall’unità a oggi, cit. p. 2009. 96 AAVV, Storia d’Italia, vol IV, Dall’unità a oggi, cit. p. 2008. </em><br />
per trasformarsi da organizzazione operaia in corporazione economica, ha dovuto operare una dura lotta di epurazione degli elementi socialisteggianti provenienti dai partiti operaisti dei coloni russi della seconda alya. Ci riferiamo alle posizioni della piccola pattuglia dei sionisti-socialisti seguaci di Ber Borochov (1881-1917), il cui partito il Poalei Tsion (Operai di Sion) era l’esponente più «marxista» del nazionalismo ebraico. Ci riferiamo anche al «Battaglione del lavoro», nato dalla terza alya e che auspicava<br />
“una comune unica, su scala dell’intero paese, una entità integrata in cui tutti i kibbutzim avrebbero costituito altrettante unità solidaristicamente tra di loro da una cassa comune, con tutto quello che ciò implicava di proprietà collettiva di tutti i beni, di coordinamento, di gestione e decisioni concertate”.97<br />
Ebbene, fin dalla sua nascita l’Histadrut ritenne necessario inglobare prima, per distruggere poi, queste forze pericolose. Fu soprattutto la spina dorsale dell’Histadrut, il partito di David Ben Gurion, l’Ahdut Haavoda che portò a termine questa battaglia. In pochi anni fu cancellata qualsiasi traccia di marxismo e di collettivismo comunardo. Nel 1924, la creazione della società Nir venne a sancire che “nessuna sperimentazione di vita collettivista su grande scala sarebbe stata tollerata”98 in Palestina. Questa società mise sotto lo stretto controllo dei dirigenti dell’Hevrat Ovdim, i kibbutz e le terre nuovamente acquistate. Da allora i dirigenti laburisti poterono dirigere col pugno di ferro l’intero movimento di colonizzazione. Le somiglianze col fascismo non si fermano qui. Da un altro punto di vista l’Histadrut, in quanto monopolio, fa pensare a quelle aziende, come l’Imi e l’Iri, create dal fascismo col suo intervento nell’economia italiana negli anni 1930-31. La creazione dei monopoli pubblici dell’Imi e dell’Iri era<br />
“un particolare tipo di intervento, che si differenzia non solo dalla vecchia politica protezionistica, rivolta ad accrescere la competitività in alcuni settori dell’industria italiana, ma anche dalla pura e semplice assunzione da parte dello Stato delle perdite dei settori in difficoltà dell’industria nazionale; essa consisteva nell’istituzione di strumenti di controllo e nella creazione di una struttura portante dell’economia italiana di carattere pubblico, ma organizzata sulla base di criteri privatistici”.99 Prima della creazione dello Stato sionista e dopo, per almeno tutti gli anni Cinquanta, l’Histadrut ha svolto un ruolo assai simile nell’economia israeliana, con l’aggravante che è stata questa struttura «pubblica» (assieme all’esercito) a fornire allo Stato i suoi dirigenti e i più alti funzionari e non viceversa. In quanto monopolio, o meglio complesso monopolistico, l’Histadrut ha facilitato uno sviluppo economico capitalistico nazionale fornendo al paese una struttura autonoma e semi-indipendente dal mercato internazionale, che però è servita anche ad attrarre capitali internazionali, soprattutto ebraici. Col tempo, il suo settore di produzione di armi ha costituito la base per lo sviluppo di un complesso militare-industriale sempre più legato al complesso militare-industriale americano. É risaputo che oggi il settore militare israeliano ha ottenuto licenze di modifiche di armi americane, che produce ed esporta in quei paesi in cui, a causa dei divieti del Congresso, gli Stati Uniti non possono esportarle. Questo è il settore industriale israeliano oggi più impegnato nel mercato mondiale con contratti di esportazione, produzione, commercializzazione di armi americane modificate, contratti di formazione con eserciti importanti come sono gli eserciti dell’India o della Cina. Vi è anche un settore di consulenti e contractors che operano in tutto il mondo. L’Histadrut ha anche costruito una serie di strutture assistenziali che servono per rafforzare l’ideologia nazionalista sionista ed esercitare in Israele un controllo non dissimile da quello che il fascismo ha cercato di esercitare sulle masse in Italia. Il fascismo istituì le sue strutture assistenziali, per esempio il «dopolavoro» (Opera nazionale dopolavoro). Una struttura capillare tesa a inquadrare il massimo numero possibile di lavoratori. Oltre che delle attività di divertimento, il «dopolavoro» si occupava di assistenza e di istruzione. Esso tuttavia era indipendente sia dal partito fascista, sia dai sindacati fascisti. L’Histadrut possiede varie organizzazioni «dopolavoristiche» con funzioni analoghe ma paradossalmente queste non sono affatto indipendenti, in quanto legate sia al sindacato, sia all’Hevrat Ovdim, sia ai partiti politici e quindi indirettamente anche al governo. Ma l’aspetto più singolare e inquietante dell’Histadrut è che esso, già dagli anni Venti, ha dato vita alla militarizzazione dei lavoratori e del paese. Colonizzare un paese non è un’impresa che può essere compiuta senza ricorso alla forza; questo i sionisti lo sapevano. La prima organizzazione militare nacque nel 1907, essa era denominata Hashomer (il Guardiano) ed aveva il compito di sostituire le guardie arabe assoldate per sorvegliare le proprietà ebraiche. Le proprietà ebraiche dovevano essere, da allora in poi, sorvegliate e protette solo da ebrei armati. Due anni dopo nacque un’organizzazione segreta di difesa fondata da Yitzhak Ben Zvi, futuro presidente d’Israele. Erano piccole formazioni militari i cui fondatori erano «socialisti» ma il loro compito non era di difendere i poveri<br />
<em>97 Z. Sternhell, Aux origines d’Israel, cit. p. 305. 98 Z. Sternhell, Aux origines d’Israel, cit. p. 295. 99 AAVV, Storia d’Italia, vol. IV, Dall’unità a oggi, cit. p. 2006.</em><br />
emigranti ebrei, ma semmai proteggere le ricche proprietà ebraiche dai palestinesi, subito individuati come un potenziale pericolo. Durante la prima guerra mondiale il giovane Jabotinsky creò un’unità combattente denominata il «Corpo dei Muli di Sion» che prestò servizio nei ranghi dell’esercito britannico a Gallipoli (Turchia). Un altro giovane sionista Aaron Aaronsohn organizzò una rete di spionaggio, il Netzakh Israel Lo Yeshaker (Nili), cioè «L’Ebreo Eterno Non Fallirà», che serviva la causa sionista ma collaborava anche con l’intelligence britannica. Verso la fine della guerra, Jabotinsky riuscì a reclutare un numero notevole di coloni per formare «La Legione Ebraica», quattro battaglioni di Fucilieri Reali, 5.000 uomini che combatterono, con una propria bandiera, a fianco degli inglesi contro la Turchia. Questa fissazione con la militarizzazione dei coloni era finalizzata ad armarli e prepararli psicologicamente allo scontro con gli arabi. Un ufficiale sionista dei Fucilieri, Joseph Trumpeldor, che si dice fosse stato ufficiale nell’esercito zarista, così spiega l’obiettivo della militarizzazione sionista:<br />
“Abbiamo bisogno di uomini pronti a tutto &#8230; dobbiamo allevare una generazione di uomini senza interessi né abitudini&#8230; Barre di ferro, elastiche ma di ferro. metallo che possa essere forgiato in qualunque cosa sia necessaria per la macchina nazionale. Una ruota? Sono la ruota. Serve un chiodo o un ingranaggio? Prendete me! C’è bisogno di scavare? E io scavo. C’è bisogno di sparare, di fare il soldato? &#8230; Io sono un soldato &#8230; Sono l’ideale puro del servizio pronto a tutto”.100<br />
Tale era l’ideale militarista che il giovane sionista era invitato a seguire; il colono-soldato-conquistatore era additato a tutti come esempio da ammirare ed amare. Tutte queste formazioni militari confluirono nell’Haganah (Difesa), al momento della sua fondazione da parte dell’Histadrut, il 12 giugno 1920. Non si comprende la finalità di questa struttura militare se non si prende in considerazione l’obiettivo finale dei sionisti. In Palestina infatti vi era già l’esercito britannico, il quale aveva tra i suoi compiti anche quello di difendere le colonie ebraiche. Era ovvio che l’esercito ebraico dei coloni doveva servire a preparare la lotta contro i palestinesi. I finanziamenti all’Haganah vennero sempre dall’Histadrut e per suo tramite dall’Organizzazione Sionista Mondiale, ma l’esercito dei coloni volle presentarsi come indipendente per poter attirare tra i suoi ranghi giovani provenienti da tutti i partiti politici. Era importante che vi aderissero anche i sionisti di destra seguaci di Jabotinsky e Trumpeldor. Fu questo vero e proprio esercito che preparò militarmente decine di migliaia di giovani uomini e donne; la sua struttura era semi-clandestina ma i britannici erano a conoscenza della sua esistenza. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, l’esercito britannico collaborò con essa per mettere in piedi delle pattuglie d’assalto, denominate Palmah. Già prima della guerra del 1948, quando ormai la resa dei conti con i palestinesi si avvicinava, le Palmah si macchiarono di numerosi crimini contro le masse dei palestinesi disarmati. Durante il conflitto i battaglioni di queste truppe scelte costituirono le forze d’assalto ebraiche che espulsero i contadini arabi non disposti a lasciare le loro terre senza una qualche resistenza. Da esse sono venuti molti generali dell’esercito israeliano e diversi capi di Stato Maggiore tra cui Yitzhak Rabin. Le Palmah furono sciolte nel novembre 1948 e i suoi membri costituirono il nocciolo centrale dell’esercito dello Stato d’Israele. Mentre, tra il 1940 e il 1945, l’Haganah collaborava con gli inglesi, i sionisti di destra di Jabotinsky, per divergenze con i laburisti sul momento di iniziare la lotta anti-britannica e per la scelta di allearsi con i tedeschi in funzione antiinglese, costituirono proprie forze armate. Ci riferiamo alle famigerate organizzazioni militari terroriste dell’Irgun, del Lehi e della cosiddetta «banda Stern». Dopo la partenza delle truppe di sua Maestà, le formazioni armate della destra sionista aderirono all’Haganah. Quest’ultima aveva cercato e in parte era riuscita ad attrarre nelle proprie fila militanti di destra, ma Jabotinsky e i suoi si erano nuovamente rafforzati con l’ondata di profughi ebrei giunta in Palestina durante la guerra e grazie alla collaborazione, tra il 1934 e il 1937, con il regime fascista italiano (vedi capitolo V). Nel 1948 anche queste formazioni militari, oltre all’Haganah, confluirono in Tsahal, cioè l’esercito israeliano. «Socialisti» e fascisti, tutti insieme per una causa nazionale nella quale il militarismo e il nazionalismo aggressivo erano posti al di sopra di qualsiasi divergenza o posizione politica.<br />
3) <em>Il sistema parlamentare di un regime ideocratico</em><br />
Abbiamo visto, nel capitolo II, quale tipo di «democrazia» esiste in Israele. Quello che può sorprendere, a questo punto, è che in Israele ci sia comunque un sistema parlamentare, per quanto esso non può essere paragonato ai sistemi parlamentari dei paesi occidentali. Sorprende cioè che nello Stato ebraico non sia stato instaurato un sistema a partito unico. L’esistenza di un parlamento di tipo apparentemente democratico-borghese è il vanto dei sionisti e dei loro amici nel mondo; in questo modo, Israele oggi può sostenere di essere l’unica democrazia in Medio Oriente e su questa base ideologica è anche costruita l’alleanza con gli USA e l’Europa. Non sarebbe ovviamente così nel caso in Israele ci fosse un sistema politico a partito unico.<br />
<em>100 Citato in David Hirst, Senza Pace, Bologna, 2003, Nuovi Mondi Media, p. 115. </em><br />
É vero che in Israele non c’è la dittatura di un partito unico e i partiti che concorrono alle elezioni sono numerosi, anzi ne sorgono ogni tanto dei nuovi. La «democrazia» israeliana è caratterizzata da un sistema di partiti piuttosto vivace: Vi sono due grandi partiti e numerose formazioni minori, che posseggono una grande mobilità; nel senso che possono fondersi tra loro, dissociarsi, coalizzarsi, tornare a dividersi, ecc., secondo quelle che sembrano le regole di una democrazia parlamentare. Ma quella che pare una democrazia addirittura più briosa dei fossilizzati sistemi politici bipolari occidentali, non è che vana apparenza e quella che viene definita democrazia non lo è nel senso pieno del termine. Se in Israele non esiste un partito unico, esiste però un’ideologia unica: il nazionalismo sionista. Non è permesso allontanarsi da essa e dai suoi obiettivi storici, non è permesso, per legge, fondare partiti non sionisti; né mettere in discussione l’esistenza di Israele in quanto Stato ebraico e nemmeno proporre riforme che trasformino Israele in uno Stato di tutti i cittadini che abitano nei suoi confini. Non è permesso operare per l’uguaglianza totale tra cittadini arabi e ebrei, si può solo (anzi si deve) parlare di una simile uguaglianza che non esiste e non si vuole che esista. L’ideologia sionista impone l’idea di Israele come Stato ebraico; l’idea che Israele è lo Stato di tutti gli ebrei del mondo e non delle persone che vivono entro i suoi confini. In questo senso il sionismo è un’ideologia totalitaria molto simile al nazismo. É un’ideocrazia, come la definisce lo storico Ernst Nolte.101 Nessuno può mettere in discussione i suoi assiomi, né all’interno del paese, né all’esterno. Una ideocrazia infatti è un regime di governo fondato su una determinata ideologia, nel nostro caso il sionismo. Se qualcuno afferma che lo Stato sionista non deve esistere (come si è detto e fatto per il Sud Africa dell’apartheid) e deve essere invece sostituito da uno Stato democratico per ebrei e palestinesi, viene subito emarginato e ostracizzato. Se costui è ebreo, ci si limita a considerarlo un pazzo, «un ebreo che odia se stesso» (cosa significa?) e viene immediatamente escluso dal dibattito pubblico. Se non è un ebreo, allora lo si accusa di essere «antisemita», di volere la distruzione degli ebrei. Se costui è il capo di una nazione araba o islamica allora è un novello Hitler che prepara un nuovo olocausto. Si sa quale è il peso dell’accusa di «antisemitismo». Vera o falsa che sia, essa equivale a un marchio d’infamia contro cui non ci si può difendere. Molti rispettabili intellettuali di sinistra, come ad esempio Roger Garaudy, sono stati travolti da questa accusa. Eppure le loro posizioni erano chiaramente antisioniste e non antisemite. Ma oggi il sionismo internazionale, cioè Israele, le varie lobby ebraiche nel mondo e il codazzo di loro servitori, indistintamente della «sinistra» e della destra, hanno stabilito e sono riusciti ad imporre l’idea che antisionismo equivale ad antisemitismo. La potenza del pensiero unico sionista fa meraviglie, censura e reprime il dibattito molto meglio di tanti minculpop fascisti. La differenza tra l’ideocrazia israeliana e le altre ideocrazie prodotte in Europa, per esempio il nazismo o il fascismo, sta nel fatto che la prima è, per così dire, di «esportazione», mentre le altre hanno dovuto imporsi nel loro paese. Lo stato ideocratico israeliano si è formato in seguito all’emigrazione in Palestina di soli ebrei sionisti. Di destra e di «sinistra» certo, ma tutti sionisti, tutti decisi a raggiungere lo stesso obiettivo. C’è stata, è vero, competizione tra le varie tendenze sioniste (quella «socialista», quella fascista, quella religiosa), a volte anche una competizione violenta, ma essa è stata sempre assorbita all’interno dello stesso progetto nazionalista. Nessuna delle tre tendenze è riuscita né ha voluto imporsi sulle altre eliminandole. Esse hanno contribuito in modi diversi e con diverse forze allo stesso obiettivo. Il sistema parlamentare israeliano è fatto per accomodare le diverse facce dell’ideologia sionista. Tenendo bene in mente ciò, diventa facile capire perché in Israele è così semplice giungere alla formazione di coalizioni nazionali che associano cosiddette «colombe» e «falchi», laici e religiosi. Negli ultimi tempi sono stati numerosi i governi di unità nazionale. Se si riflette, al di là dei governi, il progetto sionista è andato avanti senza interruzioni, così pure la colonizzazione, così pure l’espulsione dei palestinesi. Si può capire allora come le definizioni che di solito si danno dei vari gerarchi sionisti, classificati in «colombe» e «falchi», sono del tutto ingannevoli. Il «falco» Begin, ha firmato il trattato di pace con l’Egitto di Camp David; la «colomba» Barak ha massacrato migliaia di palestinesi ed ha sviluppato come nessuno la colonizzazione in Cisgiordania e Gaza; il «falco» Sharon ha continuato a massacrare i palestinesi come nessun altro ma ha smantellato le colonie la cui espansione Barak aveva favorito a Gaza. Il «falco » Sharon e la «colomba» Peres, premio Nobel per la «pace», hanno fondato insieme il partito Kadima, lo stesso partito che ha recentemente decretato la guerra di distruzione in Libano del luglio-agosto 2006. Se si tiene in mente il sistema ideocratico del paese, si può capire anche come mai succeda tutti i giorni in Israele quello che in un paese occidentale sarebbe inimmaginabile. Ci riferiamo al peso dei militari, alcuni dei quali palesi criminali di guerra, nella politica. Generali e Capi di Stato Maggiore hanno da sempre occupato posti di segretari di partito, primi ministri, ministri, presidenti dello Stato. Si può immaginare una cosa del genere in una democrazia occidentale dove nemmeno il Ministro della Difesa proviene dall’esercito? Questo è normale in Israele, il paese più militarizzato del mondo ed anche il paese più ideologizzato del mondo. Israele non è comunque l’unico esempio di regime ideocratico parlamentare. Fino a qualche tempo fa in Sud Africa esisteva un sistema analogo. Anche la Repubblica Sudafricana aveva un sistema parlamentare e regolarmente organizzava elezioni «democratiche». In realtà erano elezioni veramente democratiche solo che gli unici elettori 101 E lo storico disse “Israele nazista”, La Repubblica , 7 maggio 2003.<br />
autorizzati a parteciparvi erano i bianchi mentre la maggioranza di colore ne era esclusa. In Sud Africa, come in Israele non erano autorizzati a partecipare i partiti (anche formati esclusivamente da bianchi) che si proponevano di cancellare lo Stato razzista dalla carta geografica. Come in Sud Africa erano proibiti i partiti con un programma antirazzista, così in Israele sono proibiti i partiti con un programma antisionista. Non per niente il Sud Africa razzista e Israele strinsero un’alleanza ideologico-militare che durò per tutti gli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo, fino alla caduta del regime razzista di Pretoria. Questa piena cooperazione era<br />
“tesa al perfezionamento delle tecnologie per la produzione di piccole e sofisticate bombe all’idrogeno così come alla progettazione di modernissimi missili balistici per il loro trasporto” 102 nonché al rafforzamento delle rispettive economie e del peso politico dei due regimi nell’arena internazionale. Il simile al simile è sempre amico. É giunto però il momento di spiegare la differenza tra un regime ideocratico come Israele, che abbiamo definito di «esportazione» e i regimi ideocratici totalitari del nazismo e del fascismo. Queste due ultime ideocrazie si sono dovute affermare in paesi dove vi erano forti partiti politici totalmente contrari al nazismo e al fascismo. Hanno dovuto quindi sbarazzarsi di questi partiti e conquistare le masse al loro progetto ideologico. Il nazismo ha dovuto sconfiggere i partiti democratico-borghesi, il forte partito comunista tedesco, le forze religiose contrarie. Per fare questo ha dovuto condurre una lotta violentissima fin dalla sua nascita; ha dovuto sciogliere i sindacati; militarizzare le masse e l’economia; mettere il bavaglio alla stampa; cacciare o eliminare gli intellettuali liberali o progressisti; ha dovuto istaurare il suo pensiero unico; ha dovuto perfino costruire campi di concentramento per tutti gli oppositori, soprattutto comunisti e i socialisti, fin dal primo anno della sua ascesa al potere. I primi campi di concentramento e sterminio furono per gli oppositori politici, per i religiosi contrari alla dittatura, per i minorati mentali, per gli omosessuali. Non, come molti credono, per gli ebrei, a meno che essi non appartenessero ad una delle summenzionate categorie. Una lotta più lunga anche se meno violenta (ma sempre violenta) ha dovuto condurre il fascismo per poter fare della propria ideologia l’ideologia della nazione. Nazismo e fascismo hanno liquidato gli oppositori, ne hanno riempito le prigioni e i campi di concentramento, li hanno messi al confino, li hanno costretti all’esilio. Il sionismo, per il semplice fatto di essere nato nella Diaspora ebraica e non in un solo paese nel quale doveva impossessarsi del potere, ha costruito un po’ alla volta in una terra lontana il suo Stato sionista. Lo ha fatto per mezzo di emigrati già convinti dell’ideologia di cui andavano a costruire il potere. Questo ha rappresentato contemporaneamente la forza e la debolezza dei sionisti. La forza, perché appunto essi non hanno incontrato in Palestina nessuna opposizione ebraica, né politica né ideologica. Non hanno dovuto conquistare nessuno, erano già conquistati in partenza dall’ideologia sionista. La debolezza, perché essi erano una minoranza tra gli ebrei della diaspora ed hanno faticato a convincere una parte sufficientemente cospicua per poter proclamare uno Stato in una terra povera e lontana. Immaginiamo per un attimo che i fascisti e i nazisti, con i loro alleati monarchici e nazionalisti, per ragioni storiche particolari fossero stati costretti a fondare i loro Stati ideocratici non in Italia e Germania, ma in colonie africane e in condizioni di debolezza. Avrebbero forse scelto di emigrare sbandierando il progetto di una dittatura sanguinaria e, giunti alla loro destinazione, avrebbero forse istaurato un regime dittatoriale rischiando di spaventare tutti? O non avrebbero forse preferito un sistema più aperto per attirare quanti più sostenitori possibile malgrado differenze tattiche e sfumature politiche? E che bisogno c’era di un sistema dittatoriale se tutti gli emigranti erano perfettamente d’accordo col progetto finale? Il problema vero semmai è un altro. Quello di capire cioè come Israele, conservando un sistema parlamentare (pur se limitato) riesca a mantenere e addirittura a rafforzare l’ideologia fondante dello Stato, il sionismo, malgrado i suoi fondatori siano in gran parte scomparsi e le nuove generazioni vivano in un mondo globalizzato. Il mondo globalizzato non ha messo in crisi le ideologie razziste o ultranazionaliste; in qualche modo, anzi, ha dato loro nuovo vigore. Il sionismo poi è esso stesso un sistema ideologico globalizzato e trova la sua dimensione al di quà e al di là dell’Atlantico come il fenomeno dei neoconservatori sionisti americani prova chiaramente. Più importante (per rispondere alla nostra domanda) ci sembra però il fatto che il sionismo ha connaturato in sé la mentalità vittimistica di quegli ebrei che vedono nell’assimilazionismo un pericolo altrettanto grande per la «razza ebraica», quanto può esserlo l’antisemitismo. Abbiamo già detto con Ben Dor che Israele alimenta “una mentalità vittimistica tra gli ebrei israeliani” e per farlo “deve alimentare le condizioni della violenza” (vedi cap. I). La mentalità vittimistica non serve solo per nascondere ai cittadini israeliani “l’immoralità primordiale” dell’ingiustizia che Israele ha commesso e continua a commettere. Essa serve anche a mantenere vivo il sentimento di paura e angoscia della persecuzione e dello sterminio in tutti i cittadini dello Stato. Una paura esistenziale generalizzata e mantenuta ad arte dalla propaganda e da uno stato di guerra e mobilitazione perenne, permette ai dirigenti sionisti di <em>102 Andrew e Leslie Cockburn, Amicizie pericolose,</em> <em>Roma 1993, Gamberetti Editore, p. 330. </em><br />
inculcare, meglio che con qualsiasi altro mezzo, l’ideologia sionista nei giovani. Altri mezzi per inculcarla sono rappresentati dalle istituzioni scolastiche che diffondono capillarmente la versione della storia ufficiale, gli organi di stampa e i Media cibernetici. É significativo che nelle università israeliane si è dovuto aspettare più di quarant’anni perché uno sparuto gruppo di nuovi storici, con mille cautele, giungesse a mettere in discussione la negazione ufficiale della pulizia etnica del 1948. Molti israeliani capiscono perfettamente che il loro Stato opprime i palestinesi, diversi di loro sanno anche della pulizia etnica che ha permesso a Israele di essere fondato come Stato ebraico. Alcuni addirittura si dolgono (almeno così dicono) della miserabile condizione dei profughi palestinesi in Libano, Giordania, Gaza, ecc.. Ma in loro prevale la paura che il riconoscimento dei diritti dei palestinesi e il ritorno dei profughi porti alla scomparsa degli ebrei o meglio dello Stato-rifugio per tutti gli ebrei del mondo «minacciati» dall’assimilazione o dallo sterminio.</p>
<p><strong>CAPITOLO IV Sionismo e antisemitismo</strong></p>
<p>Abbiamo parlato dell’odio che i sionisti provano per gli ebrei assimilazionisti, a ragione del loro rifiuto di emigrare in Israele. Quest’odio traspare evidente dalla lunga intervista che un personaggio molto vicino a Sharon concesse allo scrittore Amos Oz nel 1982, poco dopo la conclusione dell’avventura militare israeliana in Libano (tutto il brano potrebbe benissimo applicarsi alla più recente «operazione» nel paese dei cedri, effettuata non certo per liberare i due soldati israeliani catturati da Hezbollah, ma per distruggere il Libano e cercare di mettere i libanesi contro la resistenza islamica).<br />
“Se anche lei mi provasse – dice il nostro sionista all’intervistatore &#8211; con matematica precisione che l&#8217;attuale guerra nel Libano è una sporca guerra immorale, non m&#8217;importerebbe. Dirò di più: anche se lei mi provasse che noi non abbiamo raggiunto e non raggiungeremo mai alcuno dei nostri obbiettivi in Libano, e che neppure potremo creare in Libano un regime amico né sconfiggere i siriani e neppure 1&#8242;OLP, nemmeno allora mi importerebbe. Questa guerra valeva comunque la pena di farla. Anche se la Galilea venisse di nuovo bombardata dai katjuscia entro un anno, anche di questo in fondo non m&#8217;importerebbe. Noi cominceremmo un&#8217;altra guerra, uccideremmo e distruggeremmo ancora e ancora finché quelli ne avranno abbastanza. E lo sa lei perché ne vale la pena? Perché sembra che questa guerra ci abbia reso ancora più impopolari presso il cosiddetto mondo civile. Non sentiremo più ripetere le assurdità sulla famosa moralità ebraica, sulla lezione morale dell&#8217;olocausto o sulla immagine di purezza e virtù degli ebrei emersa dalle camere a gas. Facciamola finita. La distruzione di Eyn Hilwe (è un peccato che non abbiamo spazzato via del tutto questo nido di calabroni [ si tratta di un villaggio libanese, n.d.t.] ), il salutare bombardamento di Beirut e quel modesto massacro (si può chiamare massacro l&#8217;uccisione di cinquecento Arabi nei loro campi?) che avremmo dovuto compiere con le nostre delicate mani invece di lasciarlo fare ai falangisti, queste ottime operazioni hanno troncato finalmente tutti quei merdosi discorsi su ‘un popolo eccezionale, faro per tutte le nazioni’. Basta con questo popolo eccezionale, buono, faro di civiltà, sbarazziamocene. Personalmente non desidero affatto essere migliore di Komeini o di Breznev, o di Gheddafi, di Assad o della signora Thatcher e nemmeno di Harry Truman che ammazzò mezzo milione di giapponesi con due belle bombe. Io voglio solo essere più intelligente, più veloce e più efficiente di loro, non più buono o più bello.. secondo lei i cattivi di questo mondo se la passano male? se qualcuno prova a toccarli, quelli gli tagliano le mani e anche le gambe, sono cacciatori che inseguono e acchiappano tutto quello che gli par buono da divorare. E non soffrono di indigestione e il Cielo non li punisce. Io voglio che Israele si associ a questo club cosi, forse, alla fine il mondo comincerà a temermi invece di compatirmi. Forse allora cominceranno a tremare, a temere il mio furore invece che ammirare la mia nobiltà. Grazie a Dio! Lasciateli tremare, lasciate che ci chiamino uno stato aggressivo, lasciate che capiscano che siamo un paese selvaggio, pericoloso per i popoli che ci circondano, non normale, e che potremmo diventare feroci se uccidono uno dei nostri figli, anche uno solo. Lasciate che pensino che potremmo perdere ogni controllo e bruciare tutti i pozzi petroliferi del Medio Oriente. Se, Dio non voglia, succedesse qualcosa a suo figlio, lei parlerebbe come me. Si rendano conto a Washington, a Mosca, a Damasco, in Cina che se uno dei nostri ambasciatori venisse ammazzato o anche un console o uno dei giovanissimi addetti d&#8217;ambasciata, noi potremmo scatenare la terza guerra mondiale solo per questo. (…) Mi lasci dire qual è la cosa più importante, il frutto più dolce della guerra in Libano: è che loro ora, non solo odiano Israele, ma grazie a noi odiano anche quei feinschmecker [palati delicati, n.d.t.] di ebrei di Parigi, Londra, New York, Francoforte, Montreal che se ne stanno nei loro gusci. Alla fine ora odiano anche queste belle anime di yids che dicono di essere diversi da noi di non essere come thugs israeliani, ma ebrei puliti ed educati. Ma non gli servirà a niente, a questi yids cosi per benino, come non è servito all&#8217;ebreo assimilato di Vienna e di Berlino che pregava gli antisemiti di non confonderlo con i vocianti e puzzolenti giudei dell&#8217;est, perché lui si era liberato dai costumi degli sporchi ghetti di Ucraina e Polonia. Lasciamoli gridare che loro condannano Israele, che sono nel giusto, che non vogliono far del male nemmeno a una mosca, che preferiscono essere ammazzati che ammazzare, che si sono assunti il compito di mostrare ai gentili come essere buoni cristiani porgendo sempre l&#8217;altra guancia.. Questo non gli porterà alcun vantaggio. Ora stanno subendo questo odio a causa nostra. E io le confesso che per me questo è un piacere. Questi sono gli stessi yids che hanno convinto i gentili a capitolare di fronte a quei bastardi di vietnamiti, a mollare di fronte a Komeini, a Breznev, a impietosirsi per lo sceicco Yamani a causa della sua difficile infanzia e a fare l&#8217;amore e non la guerra. O magari a non fare né l&#8217;una né l&#8217;altra cosa, piuttosto a scrivere un saggio sull&#8217;amore e sulla guerra. Con tutto questo abbiamo chiuso. L&#8217;ebreo è stato respinto, non solo ha crocefisso Gesù, ma ha crocefisso anche Arafat a Sabra e Chatila, ormai essi sono identificati con noi e questa è una cosa buona, i loro cimiteri vengono dissacrati, le loro sinagoghe incendiate, tutti gli epiteti sono stati rispolverati, vengono espulsi dai club esclusivi, la gente spara contro i loro ristoranti etnici, uccidendo anche i bambini, costringendoli a cancellare tutte le insegne ebraiche, costringendoli ad andarsene o a cambiare professione. Ben presto i loro palazzi verranno coperti da slogan: yids, andate in Palestina e sa che le dico? Loro verranno in Palestina perché non avranno altra scelta! Questo è il vantaggio che abbiamo ricevuto dalla guerra in Libano. Mi dica, non valeva la pena? Presto avremo tempi migliori. Gli Ebrei cominceranno ad arrivare, gli israeliani smetteranno di andar via e coloro che se ne sono già andati torneranno. Quelli di loro che hanno scelto l&#8217;assimilazione capiranno finalmente che non gli serve a niente cercare di essere la coscienza del mondo. La coscienza del mondo si prenda nel culo quello che non gli è entrato nella testa. I Gentili si sono sempre sentiti insofferenti verso gli ebrei e la loro coscienza e ora gli yids hanno una sola via d&#8217;uscita, tornare a casa, 51<br />
tornarci tutti, presto, per installare grosse porte d&#8217;acciaio, per costruire una robusta barriera, per avere mitragliatrici posizionate in ogni angolo della loro barriera e combattere come diavoli contro chiunque osi alzare la voce contro questo paese. E se qualcuno alza la mano contro di noi gli porteremo via metà della sua terra e bruceremo l&#8217;altra metà, incluso il petrolio. Possiamo anche usare le armi nucleari. Andremo avanti finché non ce la faranno più. Ancora oggi sono disposto a offrirmi volontario per fare il lavoro sporco per Israele, per uccidere quanti Arabi è necessario, per deportarli, per espellerli e bruciarli in modo che tutti ci odino, per togliere il tappeto da sotto i piedi degli ebrei della diaspora cosi che essi siano costretti a correre da noi piangendo. Anche se ciò significa vedere saltare per aria una o due sinagoghe qua e la, non m&#8217;importa. E non mi preoccupo se a lavoro finito sarò messo di fronte al tribunale di Norimberga e poi messo in carcere a vita. Impiccatemi se volete come criminale di guerra. Cosi voi potete ripulire la vostra ebraica coscienza ed entrare nel rispettabile club delle nazioni civili, che sono ampie e sane. Ciò che voi tutti non capite è che il lavoro sporco del sionismo non è ancora finito. Siamo ancora lontani dalla fine. É vero, avrebbe potuto essere finito nel 1948, ma voi avete interferito, lo avete fermato. E tutto questo a causa della ebraicità delle vostre anime, a causa della vostra mentalità di diaspora. (…) Perciò sono contento che questa piccola guerra in Libano abbia spaventato gli yids. Si spaventino pure, soffrano, cosi si affretteranno a tornare a casa prima che venga buio del tutto. Per questo, io sarei un antisemita? Bene. Allora non citi me, citi Lilienblum che non è sicuramente antisemita, tanto è vero che una strada di Tel Aviv porta il suo nome. (l’intervistato cita leggendo in un quadernetto che era sul suo tavolo)<br />
Tutto ciò che sta accadendo non è forse un segno che i nostri antenati vollero e noi stessi vogliamo, essere perseguitati, che a noi piace vivere come zingari.. e questo è Lilienblum a dirlo, non io. Mi creda ho studiato la letteratura sionista, posso provare quello che dico. E scriva pure che io sono una disgrazia per l&#8217;umanità. Non me ne importa, anzi. Facciamo un patto: io farò tutto il possibile per espellere gli Arabi da qui. Io farò tutto il possibile per incrementare l&#8217;antisemitismo e lei scriverà poesie e saggi sull&#8217;infelicità degli Arabi e si preparerà ad assorbire gli yids che io costringerò a rifugiarsi in questo paese e ai quali insegnerò ad essere un faro per i Gentili. Cosa ne dice?” 103 L’intervista che abbiamo appena letto è vera al cento per cento, ce lo garantisce lo scrittore Amos Oz, tra l’altro un sionista lui stesso, il quale però si è sempre rifiutato di dire il nome della persona intervistata, perché, per poter raccogliere i suoi propositi, Oz aveva promesso che quel nome non avrebbe mai svelato. Si è a lungo discusso se l’intervistato non fosse in realtà proprio Sharon e si è detto che Oz non abbia voluto svelare il nome per ragioni politiche visto che il personaggio era allora ai vertici della politica israeliana. I propositi sionisti sono stati attribuiti anche a Shlomo Baum, a Motta Gur, personaggi vicinissimi ideologicamente a Sharon o ancora a Raphael Eytan. Il primo era molto vicino a Sharon, non solo ideologicamente visto che negli anni ’50 era stato il suo vice nella famigerata Unità 101, diretta proprio da Sharon, un reparto speciale dell’esercito che si era macchiato di varie stragi a Gaza e in Cisgiordania. Le «operazioni» più note furono quelle del campo profughi di El-Bureij nella striscia di Gaza. L’obiettivo era il colonnello Egiziano Mustapha Hafez che di fatto governava la Striscia. Secondo l’ufficiale delle Nazioni Unite presente a Gaza, Van Bennike, i kommando israeliani lanciarono bombe a mano nelle case dove dormivano dei rifugiati e quelli che cercarono di salvarsi fuggendo furono falciati a raffiche di mitra. Solo due mesi dopo Sharon e Baum attaccarono il villaggio di Qibya, sotto amministrazione Giordana. Morirono circa 70 civili innocenti nelle case abbattute con la dinamite. Il secondo, deve la sua preparazione militare alla Francia, dato che in gioventù seguì i corsi dell’École de guerre e dell’École militaire di Parigi (1959/60) quando la Francia era alleata ad Israele per meglio combattere la resistenza algerina. Nel 1976 e nel 1978 rispettivamente, fu alla testa delle operazioni di Entebbe e sul fiume Litani. Nella prima, la sua unità atterrò all’aeroporto di Entebbe e massacrò centinaia si soldati e civili ugandesi per liberare gli israeliani di un aereo dirottato. La seconda operazione rappresentò la prima invasione del Libano da parte di Israele, effettuata nel tentativo di influenzare la politica libanese in senso anti-palestinese. In quel caso la scusa per l’invasione fu un attentato palestinese vicino a Tel Aviv e l’esercito israeliano si spinse fino al fiume Litani per creare una «fascia di sicurezza». L’operazione portò, anche in quel caso a numerose vittime e all’esodo di molti libanesi sciiti (allora furono 250 000). Dopo questa “operazione” nacque la resistenza sciita libanese che nel corso della seconda invasione israeliana del Libano (1982) darà vita a Hezbollah. Da notare che mentre Motta Gur conduceva i suoi carri armati in Libano, Israele era impegnato nelle “trattative di pace” con l’Egitto a Camp David. Alla fine dell’Operazione Litani, Israele costituì un esercito mercenario di cristiani maroniti che affidò al Maggiore cristiano Haddad, al quale venne affidata una zona al confine con Israele e il compito di tenere a distanza i Palestinesi e la resistenza libanese. In seguito a queste “eroiche” gesta, Motta Gur fu premiato con un seggio alla Knesset nelle fila del partito &#8230; laburista. Ricoprì anche la carica di vice ministro della difesa. Potrebbe però anche essere stato il generale Eytan, l’autore di quei propositi razzisti. Non sarebbe certo una cosa<br />
<em>103 Intervista pubblicata sul quotidiano israeliano Davar, il 17 dicembre 1982. Vedi il sito web: http://www.counterpunch.org/pipermai1/counterpunch-1ist/2001-September/013054.htm1 52</em><br />
<em>nuova per lui visto che, ci dice di lui Israel Shahak:</em><br />
“egli dichiara regolarmente alle sue truppe che «un buon arabo è un arabo morto», afferma che tutti gli arabi devono essere sterminati o espulsi, ha sempre preconizzato le punizioni collettive, e non ha mai dovuto affrontare fino ad ora una sola opposizione di un qualsiasi membro dell’establishment politico, né del Likud, né dei laburisti. Per il generale attuale Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, gli arabi, tutti gli arabi e non solo i palestinesi, formano una categoria umana particolare e a questo titolo meritano un «trattamento» a parte. Questo metodo è comune a Eytan e ai nazisti, somiglia molto ai metodi che si usano abitualmente per ammaestrare gli animali. Questi ultimi non possedendo nessuna «umanità», non posseggono neanche quel valore intrinseco che di solito garantisce ad ogni essere umano, indipendentemente dal sistema nel quale vive, un certo numero di diritti inalienabili”. 104<br />
Raphael Eytan ha un curriculum criminale dei più folti. Basta ricordare che lui e Sharon sono i personaggi militari di più alto rango coinvolti nei massacri di Sabra e Chatila e nella scomparsa di diverse centinaia di palestinesi e libanesi rastrellati a Beirut portati via su camion e svaniti nel nulla. 105 Chi sia la persona intervistata, in realtà, non ha molta importanza. Le cose importanti da dire sono prima di tutto che l’intervista è sicuramente vera, e poi che i contenuti dell’intervista corrispondono ad un modo di pensare che non è fuori dal mondo ma al centro del sionismo, una volta che esso viene sfrondato dalla sua retorica. Quest’ultimo fatto è confermato dallo stesso Oz che successivamente all’intervista affermò di aver ricevuto lettere di numerose persone le quali «si presero il fastidio di scrivere per esprimere la loro totale identificazione con le parole del personaggio» [appendice alla traduzione inglese dell’intervista, apparsa in The Land of Israel, London, 1983, pp. 85-100; traduzione e corsivo miei]. Il personaggio, comunque, ci spiega molto chiaramente che sono i sionisti i primi ad odiare quegli ebrei che si rifiutano di emigrare in Israele e che vogliono integrarsi nel paese d’origine. Egli ci spiega anche come l’antisemitismo sia funzionale, anzi indispensabile al sionismo, perché esso spinge gli ebrei in Palestina. Anzi egli dice che vuole fare «il lavoro sporco» perché si sviluppi l’antisemitismo e questo spaventi gli ebrei assimilazionisti e li spinga in Palestina.<br />
Se i sionisti hanno così tanto bisogno dell’antisemitismo è forse sorprendente che si siano alleati con i peggiori antisemiti della storia? Queste vergognose alleanze le esamineremo nei dettagli nel capitolo successivo. É sorprendente che essi accusino gli ebrei marxisti, internazionalisti o assimilazionisti di essere «palati delicati», «ebrei puliti ed educati» o peggio «ebrei che odiano se stessi»? Il sionista intervistato vuole attizzare l’antisemitismo, vuole far odiare gli ebrei per farli fuggire in Israele, per farli contribuire ad ulteriori pulizie etniche, ulteriori massacri di palestinesi. D’altronde il binomio sionismo-antisemitismo era contenuto nella definizione stessa del nazionalismo ebraico. Fin dall’inizio della sua affermazione, l’approccio sionista alla questione ebraica sembrava calcato sulla teoria antisemita. Come gli antisemiti, i sionisti sostenevano che gli ebrei costituivano una presenza estranea nelle società europee le quali «appartenevano» per diritto naturale alle popolazioni prevalenti. L’antisemitismo era anzi per loro una cosa non del tutto negativa in quanto costituiva l’impulso naturale di una società organica che si sentiva minacciata, quasi «infettata» da una comunità estranea, un corpo alieno. D’altra parte per i sionisti, l’antisemitismo aveva decisamente (ed ha sempre) l’aspetto positivo di operare contro l’assimilazione degli ebrei nel corpo sociale prevalente. L’assimilazione era temuta dagli antisemiti ma era anche quello che temevano i sionisti, cioè che gli ebrei perdessero le loro caratteristiche culturali, religiose e di razza, fondendosi con i popoli. Al contrario, i sionisti lottavano perché gli ebrei conservassero integro tutto il loro patrimonio razziale e culturale. Solo se le società prevalenti rigettavano, con il loro antisemitismo, tutti gli ebrei sarebbe stato possibile ai sionisti convincerli ad emigrare in Palestina e costituire lo Stato per soli ebrei. La famosa frase del filosofo filo-sionista francese Jean Paul Sartre “l’antisemitismo si trova nell’infelice posizione di avere bisogno per sopravvivere dello stesso nemico di cui vuole la distruzione”106 Si potrebbe invertire in “il sionismo si trova nell’infelice posizione di avere bisogno per sopravvivere dello stesso nemico di cui vuole la distruzione” e il suo senso ne ricaverebbe in completezza. Lo scrittore sionista A.B. Yehoshua ha affermato:<br />
“I gentili hanno sempre incoraggiato il sionismo, sperando che li avrebbe aiutati a liberarsi degli ebrei che vivevano tra di loro. Anche oggi, in una maniera perversa, un vero antisemita deve essere un sionista”. 107<br />
Yeoshua, che nei paesi europei viene fatto passare per un progressista, dimentica di completare il concetto, ma non <em>104 Israel Shahak, Nazification, Revue d’études palestiniennes, N° 8 1983, p. 90. 105 Vedi: Amnon Kapeliouk, Sabra e Chatila, inchiesta su u massacro, Pistoia 2002, CRT. 106 Jean Paul Sartre, Anti-Semite and Jew, New York 1975, p. 28. 107 Jewish Chronicle, 22 gennaio 1982</em>. c’è problema lo faremo noi. Basta aggiungere: “i sionisti hanno sempre incoraggiato l’antisemitismo sperando che li avrebbe aiutati a far emigrare gli ebrei in Palestina. Anche oggi, in maniera naturale, un sionista deve essere anche un vero antisemita”, e i conti tornano. La forma peggiore di antisemitismo è stato indubbiamente il nazismo. Che corrisponda a verità pure che per essere un vero sionista bisogna essere almeno un po’ nazista? Una società liberale, democratica e tollerante che avesse incoraggiato l’integrazione e l’assimilazione degli ebrei nel suo grembo avrebbe rappresentato per il sionismo la più grande minaccia. Il sionismo non ha mai cercato di combattere l’antisemitismo (solo gli ebrei assimilazionisti hanno interesse a farlo e lo fanno effettivamente). Esso ha più che altro cercato un modus vivendi (parole di Lenni Brenner) con l’antisemitismo, basato sul reciproco vantaggio. Da qui la collaborazione col nazismo e col fascismo di cui diremo oltre. Da qui le sorprendenti frasi che riportiamo di seguito, con i loro autori, e che possono essere comprese solo se si tiene in debito conto la vera natura del sionismo che noi abbiamo cercato di smascherare.<br />
“Ogni paese può assorbire solo un numero limitato di ebrei, se non vuole avere disturbi nello stomaco. La Germania ha già troppi ebrei.” 108<br />
“Anche noi siamo d&#8217;accordo con l&#8217;anti-semitismo culturale, in quanto che noi crediamo che i tedeschi di fede mosaica siano un fenomeno indesiderabile e demoralizzante”.109<br />
“L&#8217;ebreo è una caricatura di un essere umano normale e naturale, sia fisicamente che spiritualmente. Come individuo nella società si rivolta e butta via le briglie degli obblighi sociali, egli non conosce né ordine, né disciplina”.110<br />
“Noi ebrei, noi i distruttori, rimarremo dei distruttori per sempre. Nulla che voi facciate darà soddisfazione ai nostri bisogni e alle nostre esigenze. Noi distruggeremo sempre perché noi abbiamo bisogno di un mondo tutto nostro, un mondo divino, che non è nella vostra natura di poter costruire &#8230; quelli tra di noi che non riescono a capire questa verità saranno sempre gli alleati delle vostre fazioni ribelli, fin quando non giungerà la disillusione, il destino maledetto che ci sparse in mezzo a voi ci ha assegnato questo sgradito ruolo”.111<br />
“Se noi [sionisti, ndt] non ammettiamo che gli altri abbiano il diritto di essere anti-semiti, allora noi neghiamo a noi stessi il diritto di essere nazionalisti. Se il nostro popolo merita e desidera vivere la propria vita nazionale, è naturale che si senta un corpo alieno costretto a stare nelle nazioni tra le quali vive, un corpo alieno che insiste ad avere una propria distinta identità e che perciò è costretto a ridurre la sfera della propria esistenza. É giusto, quindi, che essi [gli anti-semiti, ndt] lottino contro di noi per la loro integrità nazionale. Invece di costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dagli anti-semiti, i quali vogliono ridurre i nostri diritti, noi dobbiamo costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dai nostri amici che desiderano difendere i nostri diritti”.112<br />
“Ho elaborato una filosofia del Giudaismo affine alla Tendenz spirituale del Fascismo molto prima che quest&#8217;ultimo fosse diventato la regola nella società politica italiana”.113<br />
“Per i sionisti, il nemico è il liberalismo; esso è anche il nemico per il nazismo; ergo, il sionismo dovrebbe avere molta simpatia e comprensione per il nazismo, di cui l&#8217;anti-semitismo è probabilmente un aspetto passeggero”.114<br />
“L&#8217;hitlerismo &#8230; ci ha reso per lo meno un servizio dal momento in cui non ha tracciato una linea di demarcazione tra l&#8217;ebreo religioso e l&#8217;ebreo apostata. Se Hitler avesse fatto eccezione per gli ebrei battezzati [al cristianesimo], avremmo assistito allo spettacolo poco edificante di migliaia di ebrei che correvano a battezzarsi. L&#8217;hitlerismo ha forse salvato l&#8217;ebraismo tedesco, che stava assimilandosi fino all&#8217;annichilimento”.115<br />
“Vi dico che voi siete più potenti del Signor Hitler (&#8230;) noi tutti lo seppelliremo. Ma dovete creare uno Stato ebraico. Sono<br />
108 Chaim Weizmann, presidente dell&#8217;Organizzazione Sionista Mondiale, futuro presidente di Israele, (1912) citato in Lenni Brenner, Op. Cit., cap. 3, 109 Chaim Weizmann, presidente dell&#8217;Organizzazione Sionista Mondiale e futuro presidente di Israele, <em>“The letters and papers of Chaim Chaim Weizmann”, Letters, Vol. 8, p. 81, 1914 110 Our Shomer “Weltanschauung”, articolo scritto nel 1917 e pubblicato nel dicembre 1936 in Hashomer Hatzair, p, 26, organo dell&#8217;Organizzazione Giovanile Sionista «socialista». 111 Maurice Samuel, You Gentiles, p. 155,1924, in Lenni Brenner,. Op Cit. 112 Jacob Klatzkin, (1925), citato in Jacob Agus, The Meaning of Jewish History, in Encyclopedia Judaica, vol II, p. 425. 113 Alfonso Pacifici ideologo del sionismo italiano, intervistato da Guido Bedarida, 1932, in Lenni Brenner, Op. Cit. 114 Harry Sacher, Jewish Review, settembre 1932, p. 104, Londra. 115 Chaim Bialik, Palestine and the Press, New Palestine, 11 dicembre 1933. </em><br />
sionista, io. L&#8217;ho detto già al Dr. Weizmann. Dovete avere un vero Stato ebraico e non il ridicolo Home National che gli inglesi vi hanno offerto. Vi aiuterò a creare uno Stato ebraico. La cosa più importante è che gli ebrei abbiano fiducia nel loro avvenire e non si lascino spaventare da quell&#8217;imbecille di Berlino”.116<br />
“É un fatto innegabile che gli ebrei presi collettivamente sono infermi e neurotici. Quei professionisti ebrei che, colpiti sul vivo, negano sdegnosamente questa verità sono i più grandi nemici della loro razza, perché guidano gli altri ebrei alla ricerca di false soluzioni, o, al massimo, di palliativi”.117<br />
“I membri delle organizzazioni sioniste non devono essere, date le loro attività dirette verso l&#8217;emigrazione in Palestina, trattati con lo stesso rigore che invece è necessario nei confronti dei membri delle organizzazioni ebraico-tedesche (cioè gli assimilazionisti, ndt)”.118<br />
“Il momento non può più essere lontano ormai in cui la Palestina sarà in grado di nuovo di accogliere i suoi figli che aveva perduto da oltre mille anni. I nostri buoni auguri e la nostra benevolenza ufficiale li accompagnino”.119<br />
“Hitler tra qualche anno sarà dimenticato, ma avrà un bellissimo monumento in Palestina. Sapete, la venuta dei nazisti è stato un avvenimento piuttosto benvenuto. Vi erano tanti dei nostri ebrei tedeschi che pendevano tra due sponde; tanti di loro navigavano nella corrente ingannatrice tra la sponda di Scilla dell&#8217;assimilazione e quella di Cariddi di una conoscenza compiaciuta delle cose ebraiche. Migliaia di loro che sembravano completamente perduti per l&#8217;ebraismo furono riportati all&#8217;ovile da Hitler, e per questo io sono personalmente molto riconoscente verso di lui”.120<br />
“Uno Stato costruito sul principio della purezza della nazione e della razza (cioè la Germania nazista, ndt) può solo avere rispetto per quegli ebrei che vedono se stessi allo stesso modo”.121<br />
“Per i sionisti era molto disagevole operare. Era moralmente imbarazzante sembrare essere considerati i figli prediletti del governo nazista, in particolare proprio nel momento in cui esso scioglieva i gruppi giovanili (ebraici) antisionisti, e sembrava preferire per altre vie i sionisti. I nazisti chiedevano un «comportamento più coerentemente sionista»”.122<br />
“Lo stato sionista deve essere fondato con ogni mezzo e appena possibile &#8230; Quando lo stato ebraico sarà stato fondato secondo le attuali proposte contenute nel documento della Commissione Peel, e in linea con le promesse parziali dell&#8217;Inghilterra, allora i confini potranno essere spostati ulteriormente in avanti secondo i nostri desideri”.123<br />
“Per essere un buon sionista uno deve essere in qualche modo un antisemita.” 124<br />
“Forse – afferma Israel Shahak125 – l’esempio più scioccante di questo tipo di comportamento è il piacere con cui alcuni dirigenti sionisti in Germania diedero il benvenuto all’ascesa al potere di Hitler, perché ne condividevano la fede nel primato della ‘razza’ e la sua ostilità verso l’assimilazione degli ebrei tra gli ‘ariani’. Si congratularono con Hitler per il suo trionfo sul comune nemico – le forze del liberalismo. Il dottor Joachim Prinz, un rabbino sionista che successivamente emigrò negli Stati Uniti, dove giunse ad occupare la posizione di Vice-Presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale (e fu anche un ottimo amico di Golda Meir), pubblicò nel 1934 un libro speciale, Wir Juden (noi ebrei), per celebrare la cosiddetta rivoluzione tedesca di Hitler e la disfatta del liberalismo: “Il significato, per la nazione germanica, della rivoluzione tedesca risulterà chiaro alla fine a coloro che l’hanno creata e le hanno dato la sua impronta. Per noi (sionisti, ndt) il suo significato è questo: Le fortune del liberalismo sono finite. L’unica forma di vita politica che ha aiutato gli ebrei ad assimilarsi è scomparsa.” [Dr. Joachim Prinz, Wir Juden, Berlino, 1934, pp. 150-1]. La vittoria del nazismo – commenta Shahak – elimina per gli ebrei le opzioni dell’assimilazione e dei matrimoni misti. «Non ne siamo scontenti» afferma invece il dottor Prinz. Il fatto che gli ebrei siano costretti a identificarsi come ebrei <em>(e 116 Benito Mussolini a Nahum Goldman dell&#8217;Agenzia Ebraica, il 12 novembre 1934, cit in Renzo De Felice, Il fascismo e l’Oriente, Bologna, Il Mulino, 1988, p. 156. 117 Ben Frommer, sionista revisionista, (1935), The Significance of a Jewish State, in Jewish Call, maggio 1935, p. 10 118 Circolare della Gestapo bavarese indirizzata al corpo di polizia bavarese, 23 gennaio, 1935, pubblicata in Kurt Grossman, Zionists and Non-Zionists under Nazi Rule in the 1930&#8242;s, Herzl Yearbook, vol VI, p. 340. 119 Reinhardt Heyndrich, capo dei Servizi Segreti delle SS, The Visible Enemy, articolo pubblicato in Das Schwarze Korps, organo ufficiale delle SS, maggio 1935. 120 Emil Ludwig intervistato da M. Steinglass, Emil Ludwig before the Judge, American Jewish Times, aprile 1936, p. 35 121 Joachim Prinz, (1936), citato in Benyamin Matuvo, The Zionist Wish and the Nazi Deed, Issues, (1966/67), p. 12. 122 Joachim Prinz, Zionism under the Nazi Government, in Young Zionist, Londra, novembre 1937, p. 18. 123 Feivel Polkes ad Adolf Eichmann, citato in Klaus Polkehn, The Secret Contacts: Zionism and Nazi Germany 1933-41, Journal of Palestine Studies (primavera 1976), p. 74. Citato anche in Lenni Brenner, Op. Cit. cap. 8. 124 Chaim Greenberg, The Myth of Jewish Parasitism, Jewish Frontiers, marzo, 1942, p. 20. 125 Israel Shahak, Jewish History, Jewish Religion, The weight of Three Thousand Years, cit. pp.71-72. Le citazioni di Prinz sono all’interno del testo di Shahak. 55</em><br />
<em>non tedeschi, ndt), è per i sionisti «la realizzazione dei nostri desideri»”.</em><br />
Shahak ci guida più avanti nel libro di Prinz, dove questo signore scrive:<br />
“Vogliamo che l’assimilazione sia sostituita con una nuova legge: La dichiarazione di appartenenza alla nazione e alla razza ebraica. Uno Stato costruito sul principio della purezza della nazione e della razza può solo essere onorato e rispettato da un ebreo che si dichiara appartenente alla sua razza. Avendo dichiarato apertamente la sua appartenenza, egli non sarà mai capace di un comportamento sleale verso uno Stato. Uno Stato, d’altra parte, non può volere ebrei diversi da quelli che dichiarano la loro appartenenza alla propria nazione. Non deve desiderare di avere ebrei che si fanno adulatori e strisciano davanti ad esso (gli assimilazionisti, ndt). Uno Stato deve esigere da noi fede e lealtà ai nostri propri interessi. Perché soltanto chi onora la propria razza e il proprio sangue può avere un atteggiamento onorevole verso il volere nazionale di altre nazioni.”<em> [Dr. Joachim Prinz, Wir Juden, Berlino, 1934, pp. 150-1].</em><br />
Si noti il modo subdolo e vergognoso di denigrare gli ebrei assimilazionisti attribuendo loro caratteristiche di slealtà e contemporaneamente di pusillanimità mentre si presentano i sionisti come onesti e coraggiosi almeno quanto i nazisti. Si capovolge la realtà dei fatti e naturalmente si additano gli assimilazionisti come i veri nemici del nazismo, da eliminare.<br />
“L’intero libro – conclude Shahak – è pieno di simili rozze lusinghe per l’ideologia nazista, di espressioni di gioia per la disfatta del liberalismo e in particolare quella delle idee della rivoluzione francese e di grandi speranze che, nell’atmosfera congeniale dell’affermarsi del mito della razza ariana, anche il sionismo e il suo mito della razza ebraica si sarebbe affermato.”<br />
Prinz non era un uomo al margine del movimento, era un intellettuale che operò al centro del sionismo negli anni trenta e successivamente; egli ebbe rapporti e amicizie con i politici (laburisti) che governarono lo stato di Israele. Le sue idee non sono mai state sconfessate per paura che fossero conosciute. Si è preferito nascondere tutto. Come pure si è nascosto un altro sionista poco presentabile (se mai di presentabile ce n’è stato qualcuno), Abba Ahimer, poeta e dottore in filosofia, prima socialista, infine fascista, proprio come Mussolini che egli ammirava. Costui era negli anni trenta il numero due dell’organizzazione dei sionisti revisionisti di Vladimir Jabotinsky il quale era anche lui, come Prinz, figlio legittimo del reazionario Herzl e anche lui come Ahimer ammiratore e addirittura amico di Mussolini. Di Jabotinsky diremo più a lungo dopo. Ebbene Abba Ahimer, secondo Paolo Di Motoli che ha scritto uno studio attento sulla destra sionista,<br />
“considerava l’ebraismo diasporico come una sorta di civilizzazione decadente. Urgeva a suo giudizio una rivoluzione sia politica che culturale simile per radicalità a quella che si era realizzata in Russia nel ’17, a cui egli nei suoi anni giovanili aveva guardato con simpatia militando nell’Ha’poel Ha’tzair, una delle due ali del movimento socialista palestinese, per passare nel 1928 alla destra. La rivoluzione di Ahimer era però una rivoluzione fascista che si doveva distinguere per il culto dell’eroismo, dell’originalità culturale e per la fedeltà al capo, il cui compito era la realizzazione dell’idea nazionale con la forza. La collettività doveva unirsi attorno a una singola idea nazionale per fondare uno stato guerriero pronto ad allargare i propri confini (corsivo nostro, ndt). La democrazia e il liberalismo erano (&#8230;) deboli e pronti a essere spazzati via dalla rivoluzione nazionale. Il fascismo (&#8230;) era l’unica possibilità di salvezza dell’Occidente contro i nuovi barbarici mongoli rappresentati dai militanti comunisti russi. Il deserto aveva temprato nella storia il popolo ebraico che aveva acquisito una superiorità e un radicalismo uniti a un’inflessibile capacità di esercitare la violenza. La missione di questo popolo non era diversa da quella di altri, come pensavano i religiosi, ma simile: la creazione di uno stato che coincideva con una storica redenzione, questo era il sionismo di Ahimer. Egli esortava i giovani a un odio sacro contro tre nemici: gli arabi, i britannici, la sinistra. L’omicidio politico era a suo giudizio un atto positivo, uccidere in nome di obiettivi pubblici era lecito per chi voleva condurre una battaglia coraggiosa contro i nemici. A un’assemblea di studenti ebrei in Palestina dichiarò: «Voi siete delle pappette e non degli studenti, non c’è tra di voi nessuno capace di assassinare come hanno fatto quegli studenti tedeschi che hanno ucciso Ratenau (&#8230;) nascono dei sicari poiché hanno la coscienza di essere volontari e il fatto dell’assassinio sarà considerato come un episodio di eroismo e un’impresa positiva». Il sionismo secondo Ahimer aveva una missione civilizzatrice nei confronti del barbarico Oriente, in cui erano inclusi il comunismo e gli arabi”. 126<br />
Con queste premesse può mai sorprendere che i sionisti, posti di fronte al problema di salvare ebrei in fuga dal nazismo o dalle persecuzioni, abbiano cinicamente scelto di occuparsi solo di quei pochi che accettavano di emigrare in Palestina e abbiano abbandonato alla loro triste sorte gli altri, gli assimilazionisti, o addirittura abbiano respinto i vecchi che pure accettavano il progetto sionista ma appunto perché vecchi rappresentavano, contrariamente ai giovani sionisti, un peso più che un aiuto?<br />
126 Paolo Di Motoli, La destra sionista, Milano, M&amp;B Publishing, 2001, p. 63. 56<br />
“Le speranze dei sei milioni di ebrei europei si fondano sull&#8217;emigrazione. Mi è stato chiesto: «Puoi portare sei milioni di ebrei in Palestina?&#8217; Ho risposto, &#8216;No&#8217; &#8230; Dal profondo della tragedia voglio salvare &#8230; dei giovani [per la Palestina]. I vecchi passeranno. Sopporteranno il loro destino o non lo faranno. Sono polvere, polvere economica e morale in un mondo crudele &#8230; Solo il ramo giovane sopravvivrà. Dovranno accettarlo»”.127<br />
“Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini (ebrei) di Germania portandoli in Inghilterra e solo metà di essi portandoli in Eretz Israel, allora opterei per la seconda alternativa”.128<br />
“Se chiedessero a me «Non si potrebbero usare i fondi del United Jewish Appeal per soccorrere gli ebrei d’Europa?» Io ho già detto NO! e ribadisco il mio NO!” 129<br />
“Una mucca in Palestina vale più di tutti gli ebrei d’Europa.” 130<br />
“Finanche nel 1943, mentre gli ebrei d&#8217;Europa venivano sterminati a milioni, il Congresso americano propose di istituire una commissione per studiare il problema. Il rabbino Stephen Wise, che era il principale portavoce sionista in America, si recò a Washington per testimoniare contro il progetto di legge perché esso avrebbe sviato l&#8217;attenzione (degli ebrei) dalla colonizzazione della Palestina. Si tratta dello stesso rabbino Wise che, nel 1938, in quanto dirigente del Congresso ebraico d&#8217;America, scrisse una lettera nella quale si opponeva a qualsiasi cambiamento della legislazione americana sull&#8217;immigrazione, cambiamento che avrebbe permesso agli ebrei di trovare accoglienza. In quella lettera scriveva: «Può essere d&#8217;interesse per voi sapere che alcune settimane fa i dirigenti delle più importanti organizzazioni ebraiche si sono riuniti in una conferenza &#8230; Vi si è deciso che, in questo momento, nessuna organizzazione ebraica avrebbe sponsorizzato una legge destinata a cambiare in qualsiasi modo la legislazione sull&#8217;immigrazione»”. 131 Abbiamo percorso solo la prima tappa del nostro viaggio nell’inferno del sionismo, quella della vicinanza di idee e ideali tra sionismo e antisemitismo. La prossima sarà quella, ben più orribile, dell’effettiva collaborazione tra questi due mostri. Pur di giungere alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina, il sionismo si è alleato con i peggiori antisemiti e con lo stesso nazismo. É giunto anche a fare la parte concreta dell’antisemita dove l’antisemita non c’era. Si è spesso accusato i governi arabi di aver «cacciato» gli ebrei dai loro paesi come risposta alla fondazione dello Stato israeliano. La verità ce la racconta Akiva Orr, professore di matematica e fisica all’Università Ebraica di Gerusalemme. In un suo libro del 1994, egli scrive:<br />
“Nel 1948 gli ebrei non furono espulsi da paesi come l&#8217;Irak, il Marocco, l&#8217;Algeria, la Tunisia e la Libia, ma furono indotti a partire da emissari provenienti da Israele, i quali ricorsero spesso a trucchi sporchi, come buttare bombe nelle sinagoghe e creare l&#8217;impressione di una persecuzione anti-ebraica, per atterrire gli ebrei e indurli a emigrare in Israele”.132<br />
Come prova inoppugnabile della sua affermazione, lo scrittore, nella stessa pagina del suo libro, porta le copie<br />
“del settimanale israeliano Haolam-Ha-zeh (quelle del 20 aprile e del 1 giugno 1966), nelle quali era stata pubblicata la storia dettagliata, con fotografie, di questi avvenimenti. Alcuni ebrei iracheni, divenuti disabili in seguito alle bombe buttate da agenti israeliani nella Sinagoga Masuda Shemtov di Bagdad, avevano denunciato, in Israele, il governo israeliano per danni. Il governo aveva preferito sistemare la cosa fuori dal tribunale e pagare i danni, ma gli atti legali erano pervenuti alla stampa israeliana ed erano stati pubblicati da alcuni rotocalchi”.<br />
La triste storia degli ebrei iracheni è raccontata anche da David Hirst, il quale spiega che le bombe furono piazzate in più di una sinagoga irachena ad opera di un movimento sionista clandestino in collegamento con Yigal Allon, futuro<br />
127 Chaim Weizmann, futuro primo presidente di Israele, nel discorso al Congresso Sionista del 1937 nel quale riporta le sue risposte davanti alla Commissione Peel, Londra, luglio 1937. Citato in Yahya, p. 55. 128 Ben-Gurion nel suo discorso ad una assemblea di Sionisti Laburisti in Gran Bretagna nel 1938.<br />
129 Izaak Greenbaum – capo del Comitato di Soccorso dell&#8217;Agenzia Ebraica (Jewish Agency Rescue Committee) – rivolto al Consiglio Esecutivo Sionista, il 18 febbraio 1943. 130 Izaak Greenbaum, 18 febbraio 1943, cit. 131 Lenni Brenner, Op. Cit. cap. 24. 132 Akiva Orr, Israel: Politics, Myths and Identity Crises, Londra 1994, Pluto Press, pp. 5-6.<br />
ministro degli esteri israeliano ed ex-capo di un reparto d’assalto delle Palmah. L’operazione segreta in Iraq «fruttò» a Israele l’immigrazione di 125.000 ebrei iracheni.133 Si ricordino di questo, coloro che con troppa leggerezza ripetono pappagallescamente l’infamante accusa di «antisemitismo» rivolta da Israele e dai sionisti a coloro che combattono il sionismo. Sono i sionisti che hanno bisogno dell’antisemitismo. Al punto che quando questa vergognosa forma di razzismo non c’è o è molto debole, come ai giorni nostri, i sionisti fanno di tutto per suscitarlo o per gonfiarne la portata ed il peso in modo da poterlo sbandierare come reale minaccia e quindi favorire l’emigrazione ebraica in Israele. Lo Stato ebraico ricorre a questa tattica ogni volta che in un paese in cui vive una comunità ebraica si verifica un cambiamento politico, una guerra civile o semplicemente dei disordini sociali. Così è stato durante il crollo dell’Unione Sovietica, così è stato nell’occasione della sconfitta del regime di apartheid sudafricano, così è stato durante la guerra civile in Bosnia, così pure è avvenuto durante la carestia in Etiopia, così sta avvenendo oggi in Francia, dove le rivolte nelle banlieues vengono presentate come una minaccia diretta agli ebrei francesi. In realtà sono i nordafricani, gli islamici le vere vittime del razzismo in Francia oggi. Lo testimonia il numero di moschee assaltate e bruciate. La pretesa minaccia dell’«antisemitismo» rientra pure, ovviamente, nella politica sionista tesa a nascondere i crimini dello Stato d’Israele contro i palestinesi, giustificare le sue aggressioni contro i paesi arabi vicini e legittimare lo stesso possesso della bomba atomica, al di fuori di qualsiasi trattato internazionale.<br />
<em>133 David Hirst, Senza Pace, cit. pp. 204-10.</em></p>
<p><em><strong>Segue</strong></em></p>
<p><em><strong>Mauro Manno</strong></em></p>
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		<title>Sinistra e Destra Tradizione, identità, appartenenza, esaurimento, superamento</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Dec 2013 15:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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<table class="MsoNormalTable" style="width: 90.0%; mso-cellspacing: 0cm; mso-yfti-tbllook: 1184; mso-padding-alt: 11.25pt 11.25pt 11.25pt 11.25pt;" width="90%" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr style="mso-yfti-irow: 0; mso-yfti-firstrow: yes; mso-yfti-lastrow: yes;">
<td style="padding: 11.25pt 11.25pt 11.25pt 11.25pt;">
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: center; line-height: normal;" align="center"><span style="color: #ff0000;"><strong><span style="font-size: 18pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';"><br />
Introduzione </span></strong></span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: center; line-height: normal;" align="center">
<hr style="width: 337.5pt;" align="center" size="1" width="450" />
</div>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="color: #ff0000;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman','serif';"><br />
</span><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/Destra-e-Sinistra.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4041" title="Destra-e-Sinistra" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/12/Destra-e-Sinistra-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>Pubblicammo questo articolo sulla Rivista </span><a href="http://it.geocities.com/socialismoeliberazione/prevedxsx.html" target="_blank"><span style="color: #ff0000;"><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Socialismo e Liberazione</span></em></span></a><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">, molti anni fa, ha tutte le caratteristiche degli scritti di Costanzo Preve &#8211; è stimolante, originale, lungo e farà discutere, adatto al momento, dove &#8220;sette&#8221; di estrema sinistra ripropongono la &#8220;vera&#8221; sinistra!</span></span></p>
<p style="text-align: right;"><strong><span style="font-size: 13.5pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">di Costanzo Preve</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><br />
<br style="mso-special-character: line-break;" /> <br style="mso-special-character: line-break;" /> </span></p>
<ol type="1" start="1">
<li class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-list: l0 level1 lfo1; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Si parla molto oggi di superamento della vecchia dicotomia fra sinistra e destra, ma non sempre si portano argomenti convincenti per rendere realmente credibile questo superamento. Chi <strong>sostiene che la dicotomia è ancora valida</strong> fa in genere riferimento al valore dell’<strong>eguaglianza e della solidarietà</strong>, dicendo che la destra non pratica questi valori, mentre la sinistra sostiene i salariati in nome dell’eguaglianza e gli immigrati in nome della solidarietà. </span></li>
</ol>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Chi invece <strong>sostiene che la dicotomia è ormai obsoleta</strong>, e viene mantenuta artificialmente per creare una <strong>contrapposizione fittizia puramente elettorale</strong>, fa riferimento soprattutto al recente allineamento della cosiddetta &#8220;sinistra&#8221; (o almeno della sua parte largamente maggioritaria sul piano elettorale, sindacale ed intellettuale) all’imperialismo americano ed alle sue guerre di dominio geopolitico del mondo (<a href="http://www.iraqlibero.at/"><span style="color: blue;">Irak</span></a> 1991, </span><a href="http://www.kelebekler.com/reska/index.html"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Serbia</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> 1999, Afganistan 2001-2002). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In questo breve testo non vorrei semplicemente ripetere queste polemiche, in cui tutto è già stato detto e ridetto. Preferirei esporre le cose in modo più rigoroso e sistematico, seguendo un filo del discorso maggiormente convincente. </span></p>
<ol type="1" start="2">
<li class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-list: l0 level1 lfo1; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per onestà verso il lettore, dico subito di essere convinto <strong>sostenitore del sostanziale esaurimento di questa dicotomia</strong>, e del fatto dunque che un sostanziale superamento sarebbe ormai possibile ed utile. Una simile affermazione non è però sufficiente, bisogna argomentarla sul piano prima storico e poi teorico e culturale. E’ quello che cercherò di fare. </span></li>
</ol>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Farò prima una brevissima premessa autobiografica per spiegare i due momenti della mia vita in cui ho maturato questa convinzione, un primo momento in modo puramente teorico e culturale ed un secondo momento in modo anche emotivo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dopo questa breve premessa autobiografica prenderò la strada della esposizione storica e teorica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In primo luogo sosterrò perché, a mio avviso, la <strong>dicotomia fra sinistra e destra</strong>, formalmente iniziata con la rivoluzione francese e la collocazione dei parlamentari nel 1791, ha però il suo vero inizio contemporaneo dopo la<strong> Comune di Parigi del 1871</strong> e con la seconda rivoluzione industriale. Da questa data hanno inizio le tappe della vera e propria formazione progressiva delle <strong>identità di sinistra e destra</strong>, identità che strutturano fisiologicamente anche delle appartenenze. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In secondo luogo affronterò il problema centrale di queste brevi note, e cioè se si possano classificare tranquillamente il <strong>fascismo e il </strong></span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/losurdo.htm"><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">nazismo</span></strong></a><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> come fenomeni storicamente di destra, ed il socialismo e il comunismo come fenomeni storici di sinistra</span></strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. Una simile domanda può sembrare ovvia e retorica, ma in realtà non è così. Per quanto riguarda il fascismo ed il nazismo ritengo che nell’essenziale abbia ragione lo storico israeliano <strong>Zeev Sternhell</strong>, e cioè che si tratta di fenomeni la cui natura non è veramente né di destra né di sinistra. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Personalmente, tenderei però a sfumare la tesi di Sternhell, nel senso che mi sembra piuttosto che si sia trattato di fenomeni storici la cui natura profonda è proprio il superamento della dicotomia, ma la cui ideologia (e la falsa coscienza che la accompagna) è invece stata il tentativo di <strong>egemonia e di integrazione di tutte le precedenti tradizioni della destra</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda il <strong>socialismo e il comunismo</strong> ritengo invece che il solo socialismo sia stato a tutti gli effetti un fenomeno di sinistra per così dire storicamente fisiologico, mentre il comunismo ha avuto certamente una matrice storica di sinistra, ma il suo sviluppo ha comportato la creazione di una sinistra talmente anomala da superarne di fatto i vecchi confini. La logica della mia riflessione è quella di applicare anche al comunismo lo stesso ragionamento che Sternhell ha applicato al solo fascismo, ma non però in base alla nota teoria del totalitarismo, che anzi respingerò con alcuni sintetici (ma spero chiari) ragionamenti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In terzo luogo, sulla scorta di una periodizzazione del Novecento sviluppata recentemente da <strong>Massimo Bontempelli</strong>, sosterrò che la dicotomia fra sinistra e destra, che era stata precedentemente reale, comincia ad esaurirsi intorno alla metà degli anni Settanta (almeno in Europa), e questo esaurimento ha un salto qualitativo nel triennio 1989-1991, in cui si dissolve rapidamente il comunismo storico novecentesco come sistema economico, ideologico, politico e geopolitico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Paradossalmente questo fatto viene oscurato dalle corporazione degli intellettuali, dei politici e dei giornalisti, che interpretano la fine del fascismo e del comunismo (Grecia e Portogallo 1974, Spagna 1975, paesi dell’Est europeo 1989, Russia 1991) come la vera restaurazione della dicotomia &#8220;pulita&#8221; fra sinistra e destra dopo la fine dell’equivoco anomalo del fascismo e del comunismo. Definirò quest’idea, senza alcun malanimo, ma anzi con stima verso <strong>Norberto Bobbio</strong> una vera e propria &#8220;<strong>illusione bobbiana</strong>&#8220;. Questa illusione bobbiana rappresenta a mio avviso, sul piano teorico almeno, l’ultima trincea filosofica per il mantenimento di una dicotomia che a mio avviso ha smesso di rappresentare in modo efficace la realtà presente. Nel contesto culturale italiano, si tratta del proseguimento dell’egemonia dell’azionismo, passato dal vecchio azionismo antifascista, al <strong>nuovo azionismo antiberlusconiano</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In quarto luogo, infine, sosterrò che è proprio l’avanzato esaurimento storico della dicotomia a fare da premessa materiale al suo superamento anche filosofico e culturale. Ovviamente, non mi nasconderò riserve ed eccezioni, perché non esiste modo peggiore di difendere una tesi di quello che non riesce neppure a vedere i punti deboli della propria argomentazione. </span></p>
<ol type="1" start="3">
<li class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal; mso-list: l0 level1 lfo1; tab-stops: list 36.0pt;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In questo e nei prossimi due paragrafi svolgerò alcune <strong>considerazioni personali</strong> sulla ragioni che mi hanno progressivamente portato ad abbandonare radicalmente la dicotomia fra sinistra e destra come criterio di orientamento e bussola per gli avvenimenti storici e politici contemporanei. </span></li>
</ol>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Faccio questo non perché creda all’autobiografismo (sono d’accordo con Hegel, che scrisse che tutto ciò che nei miei scritti c’è di personale è falso), ma perché il lettore ha diritto di conoscere non solo il prodotto ma anche il processo di produzione. In questo paragrafo toccherò soltanto cinque punti telegrafici. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; margin-left: 36.0pt; line-height: normal;"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In primo luogo, con la stragrande maggioranza dei cosiddetti intellettuali </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/comunisti.htm"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">comunisti</span></a><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> e </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/marx0.htm"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">marxisti</span></a><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, ho dato per scontato per almeno un ventennio che la sinistra fosse l’unico luogo storico e culturale possibile non solo per la rivoluzione, ma anche per la razionalità e il progresso dell’umanità. Si trattava di un presupposto di autosufficienza che conteneva un aspetto parzialmente narcisistico, evidente oggi nella crociata antiberlusconiana di personaggi che approvano tutte le guerre imperiali americane, ma poi credono che il problema dei problemi sia il cattivo gusto delle televisioni private o il conflitto di interessi. Questo presupposto di autosufficienza mi spingeva ovviamente a condividere il &#8220;<strong>tabù dell’impurità</strong>&#8221; verso chiunque si dichiarasse di destra o di estrema destra. Non mi era chiaro, e non poteva esserlo ai miei coetanei ingannati, che il prolungamento di questa guerra civile simulata serviva soltanto a riprodurre un sistema politico consociativo (ancorché migliore di quello nato dopo il 1992 ad opera del colpo di stato giudiziario di </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevefassino10.htm"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Mani Pulite</span></a><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">). In poche parole, per dirla in termini cartesiani, non ero stato ancora investito né dal dubbio metodico né tantomeno dal dubbio iperbolico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In secondo luogo, ripeto quanto già scritto in molte altre sedi, e cioè che considero gli esiti storici del <strong>Sessantotto un episodio della storia dell’individualismo radicale</strong> contemporaneo (chi ha sostenuto con migliori argomenti questa tesi è stato il francese <strong>Lipovetsky</strong>). Il Sessantotto, almeno in Italia e Francia, si caratterizza per la compresenza di una spinta irresistibile alla <strong>modernizzazione post-borghese dei costumi</strong>, da un lato, e di una falsa coscienza ideologica che mascherava questa modernizzazione post-borghese con l’assunzione di una utopia comunista e libertaria, vissuta peraltro in buona fede in quasi tutti i casi. In quanto tale, il Sessantotto non è dunque la matrice dei partitini rivoluzionari del periodo 1969-1977 e neppure della lotta armata brigatista in Italia. L’ideologia di destra che fa questa equazione è del tutto fuori strada. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In terzo luogo, se si studia l’ideologia italiana dei <strong>micropartitini erroneamente detti estremistici</strong> degli anni 1969-1977 (Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, partitini marxisti-leninisti, eccetera), si deve sapere che il loro riferimento a </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/marx0.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Marx</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> ed a </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevelenin01.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Lenin</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> era del tutto formale, astratto ed infondato. Il marxismo era assunto nella forma dell’<strong>operaismo</strong> italiano, ed il leninismo nella forma del populismo pauperistico. Questo spiega perché vediamo oggi il populista pauperistico Aldo Brandirali nell’area politica di Berlusconi, e l’operaista Adriano Sofri fra gli apologeti del </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/fiammy.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">sionismo</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, delle </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/praxis01.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">guerre americane</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> e dell’</span><a href="http://www.antiimperialista.com/"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">imperialismo</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> più totale. Non si è dunque trattato di un &#8220;<strong>tradimento</strong>&#8220;. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Nessun moralismo serve a capire il fenomeno. Questa gente non ha mai avuto in nessun momento il minimo rapporto con Marx o con Lenin, e si tratta allora di avventure della dialettica del tutto specifiche. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In quarto luogo, se si esamina l’<strong>ideologia della lotta armata</strong> in Italia (sia sul versante Brigate Rosse che in quello Prima Linea) si vede che si tratta semplicemente dell’uso delle armi da fuoco a partire dal precedente demenziale paradigma teorico e politico dell’operaismo e del populismo pauperistico. Marx e Lenin non c’entrano niente. Marx è il teorico del lavoratore collettivo cooperativo associato, e Lenin è il teorico delle larghe alleanze di classe. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Tutto questo era del tutto estraneo agli allucinati pistoleros, che erano mossi da <strong>tre presupposti</strong> del tutto onirici. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Primo, una <strong>concezione paranoica del capitalismo mondiale</strong> come meccanismo unitario e pianificato, il cosiddetto SIM, lo Stato Imperialista delle Multinazionali (e questa concezione unitaria e non concorrenziale resta oggi nell’idea di impero senza imperialismo di Toni Negri). Il capitalismo diventa l’organizzazione Spectre di James Bond. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Secondo, una concezione che definirei di <strong>operaismo mistico</strong>, per cui la classe operaia di fabbrica continua ad essere vista come il gigante buono da svegliare con azioni esemplari, alla faccia delle leniniane alleanze di classe. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Terzo, una concezione che definirei di <strong>antifascismo mitico</strong>, per cui ci si sentiva eredi ed emuli di Pesce, il partigiano dei GAP, e di Kamo, il rapinatore di banche armeno del tempo di Lenin, e si vedeva un fascista in ogni poliziotto democristiano ed in ogni ingegnere FIAT (questo antifascismo mitico permane ancora oggi in chi continua a vedere </span><a href="http://www.kelebekler.com/bossit.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Bossi</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, Berlusconi e Fini dei semplici eredi del fascismo metafisico). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Come si vede questi tre presupposti non hanno nulla a che vedere con il marxismo e con il leninismo. Chi li ignora può ripetere questo luogo comune infondato, ma chi sa chi sono stati e che cosa hanno scritto Marx e Lenin (ed io lo so) non si farà prendere per il naso. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In quinto luogo, devo dire che l’avvento del <strong>gorbaciovismo</strong> nel 1985 mi fece cadere in una comprensibile schizofrenia, che peraltro condivisi con molti intellettuali marxisti del mondo. Da un lato, sulla scorta di analisti marxisti come Paul Sweezy e Charles Bettelheim, ero convinto da tempo che il socialismo reale fosse diretto da una <strong>nuova ed inedita classe sfruttatrice</strong>, formatasi con il consolidamento delle burocrazie dispotiche della fusione tra partito e stato (più esattamente, fra partito comunista e stato socialista), e perciò nessuna riforma potesse partire dall’alto in una direzione di emancipazione socialista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dall’altro, continuavo pascalianamente a sperare nell’autoriforma della burocrazia, e che il baraccone potesse essere salvato all’ultimo momento, perché mi era già chiaro che il crollo geopolitico del baraccone burocratico avrebbe comportato il sorgere da incubo di un impero americano unilaterale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Con questi sentimenti schizofrenici affrontai il fenomeno Gorbaciov, e ci misi molto per capire ciò che avrebbe dovuto essere marxianamente chiaro, e cioè che la classe sfruttatrice dei burocrati di stato, resasi conto di non poter continuare con il vecchio meccanismo statalista e pianificato di sfruttamento, si sarebbe infine riciclata come <strong>nuova borghesia compradora</strong> e speculativa del più solido e collaudato capitalismo occidentale. Il che ovviamente avvenne, insieme con l’affermazione dell’odioso ed ipocrita unilateralismo geopolitico americano. Meno Pascal e più Marx, meno scommessa e più analisi, eccetera, mi avrebbe forse fatto capire meglio le cose. Ma come disse il saggio proverbio, meglio tardi che mai. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Sul piano intellettuale, cominciai a capire che la dicotomia di sinistra e destra era del tutto inservibile per mettere a fuoco i problemi di un eventuale rinnovamento del marxismo nel triennio 1991-1993, quando per l’editore Vangelista di Milano scrissi una serie di libri, fra cui una trilogia dedicata ai rapporti rispettivi del <strong>marxismo con il nichilismo, l’universalismo e l’individualismo</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Mano a mano che approfondivo l’analisi, mi rendevo conto che la dicotomia non era solo inservibile, ma addirittura fuorviante, e dava luogo a ciò che nel Seicento Bacone chiamava &#8220;idola&#8221;, cioè pregiudizi devianti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda il <strong>nichilismo moderno</strong>, la sinistra ne era stata addirittura il luogo privilegiato con la sua evoluzione dal precedente storicismo progressistico al disincanto post-moderno della fine della storia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda l<strong>’universalismo</strong>, la sinistra era stata storicamente il vettore principale del suo scioglimento nei particolarismi non universalistici della classe (operaia) e del partito (socialista e poi comunista). Ma l’universalismo della classe e del partito era stato sempre e solo astratto, aprioristico e formale, mentre nella realtà storica non aveva mai funzionato come tale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Per quanto riguarda <strong>l’individualismo</strong>, infine, la sinistra non aveva ripreso la preziosa indicazione di Marx sulla <strong>libera individualità sociale</strong> (che per Marx avrebbe dovuto essere la base dell’antropologia comunista, dopo la dipendenza personale precapitalistica e l’indipendenza personale borghese), ma era caduta in forme di identità e di appartenenza di tipo organicistico e tribale (il cosiddetto &#8220;<strong>popolo di sinistra</strong>&#8220;). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Insomma, non posso farla lunga per ragioni di spazio. Basti concludere che fu proprio il processo di ripensamento personale a farmi prendere atto del fatto che finché ragionavo in termini di opposizione polare fra sinistra e destra non ne sarei mai venuto fuori. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Sul piano teorico avevo già dunque rotto con la dicotomia fino dai primi anni Novanta. Ma restava ancora un radicamento emotivo di appartenenza, duro a morire come tutti i radicamenti identitari ad origine biografica. La rottura emotiva per me risale al marzo 1999, quando i <strong>bombardieri americani e dei loro servi europei</strong> della </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/vecaII.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">NATO</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> (con la lodevole eccezione della Grecia, patria della filosofia) </span><a href="http://www.kelebekler.com/reska/index.html"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">cominciarono a cospargere di uranio radioattivo la <strong>Jugoslavia</strong></span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Da vecchio conoscitore dei Balcani, sapevo perfettamente che non c’era in corso nessun genocidio e neppure nessuna pulizia etnica (cioè espulsione etnica di massa da un territorio), ma solo una repressione armata di un movimento armato indipendentista (una situazione comune ad almeno cinquanta paesi al mondo).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Sapevo anche che il movimento armato indipendentista albanese UCK perseguiva la pulizia etnica dei serbi, mentre Milosevic non perseguiva quella degli albanesi. Sapevo anche che gli americani erano del tutto indifferenti ai cosiddetti &#8220;motivi umanitari&#8221;, e volevano invece un </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/bas_it.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">insediamento militare geopolitico</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> nei Balcani (l’odierno Camp Bondsteel). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Sapevo anche che i cosiddetti colloqui di Rambouillet erano stati una trappola pianificata dalla Albright. Bene, tutto questa era largamente noto, ed invece vidi la sinistra che appoggiava la guerra americana, <strong>Veltroni</strong> che sfilava in suo appoggio, </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">che inneggiava sulle colonne del giornale-partito &#8220;La Repubblica&#8221;, </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">che prestava il suo nome alla cosiddetta Operazione Arcobaleno, eccetera. In quel momento in me si ruppe qualcosa. Poi lessi che la rivista &#8220;Diorama Letterario&#8221; di <strong>Tarchi</strong> si era invece impegnata contro la guerra con contributi pacati ed equilibrati, ed allora decisi che il &#8220;tabù dell’impurità&#8221; avrebbe dovuto essere rotto proprio per preservare la mia salute mentale e la mia dignità personale di studioso. E l’ho fatto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dopo questi tre paragrafi dedicati ad una ricostruzione necessariamente autobiografica, possiamo finalmente passare alla parte teorica. Inizierò allora sostenendo che la dicotomia contemporanea fra sinistra e destra non inizia a mio avviso nel 1789, come si tende a dire, ma si costituisce veramente solo a partire dal 1871, ed ha una significativa accelerazione solo dopo il caso Dreyfus in Francia, in cui si costituisce per la prima volta il gruppo degli &#8220;<strong>intellettuali di sinistra</strong>&#8221; come gruppo identitario di appartenenza stabile. Certo, questo riguarda solo l’Europa Occidentale, non l’Inghilterra, l’America o la Russia, ma è egualmente interessante. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>A proposito del periodo storico che va dal 1789 al 1871 so bene che molti utilizzano ampiamente la dicotomia tra sinistra e destra per classificare le posizione politiche contrapposte. Tutto questo è legittimo, ma non sono del tutto d’accordo, perché c’è il pericolo di confondere queste categorie con il loro uso attuale, che è diverso e talvolta opposto. Ad esempio <strong>la parola &#8220;patria&#8221; nasce a sinistra</strong>, e ci mette quasi un secolo per transitare a destra (e sta oggi tornando lentamente a sinistra, vedi il caso Chevènement in Francia – proprio per la nuova situazione imperiale americana). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Mazzini e Garibaldi sono indubbiamente più a sinistra di Cavour, ma questo ci dice veramente molto poco sul </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevenazione08.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">nostro risorgimento</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. Alcuni parlano di tre tipi diversi di destra francese (la destra borbonica legittimista e tradizionalista, la destra orleanista speculativa, liberale e faccendiera, ed infine la destra bonapartista, populistica e plebiscitaria). Tutto vero, ma anche tutto inutile per capire il presente. I nordisti erano chiaramente più a sinistra dei sudisti, perché volevano liberare gli schiavi, ma erano poi i portatori del capitalismo più selvaggio, oligarchico, banditesco e piratesco della storia universale. Potrei continuare al lungo, ma questo mi basta per chiarire come <strong>prima del 1871 preferirei non usare questa delicata dicotomia</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Fra il marzo e il maggio 1871 si sviluppò e fu sanguinosamente repressa la Comune di Parigi. Un evento storico reale, ma anche un evento simbolico. Dal punto di vista storico, la Comune chiude una fase, e non ne apre assolutamente un’altra. Si tratta dell’ultima grande rivolta popolare ottocentesca, prima della nascita del socialismo e del movimento operaio organizzato, partitico e sindacale. Ma da un punto di vista simbolico, la Comune è l’occasione di uno schieramento ideale. L’atteggiamento di <strong>Nietzsche</strong> verso la Comune di Parigi mi sembra assolutamente sintomatico, ed è questa fra l’altro la ragione principale per cui, a differenza dei post-moderni alla <strong>Gianni Vattimo</strong>, considero Nietzsche un pensatore fondamentalmente di destra, e non un pensatore dell’Oltreuomo posteriore alla dicotomia sinistra/destra. La Comune di Parigi appare subito non solo come una comune insurrezione urbana popolare, ma come il sintomo di una crisi di civiltà. Ed infatti è proprio così. Il terreno filosofico della dicotomia fra sinistra e destra è proprio quello dell’interpretazione corretta e della diagnosi della crisi di civiltà. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Ogni crisi di civiltà, o quella che si ritiene tale, viene giudicata in base a parametri di classificazione teorica, che a sua volta traggono spesso origine da <strong>reazioni emotive primarie</strong>. La distinzione fra destra e sinistra richiede questi parametri di classificazione. Essi non sono sempre in qualche misura arbitrari. Non esistono parametri storiografici definitivi. Ogni generazione ne riscrive di nuovi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">I parametri oggi più usati in Italia in filosofia politica sono quelli proposti da Norberto Bobbio, ma questo avviene proprio perché viviamo in un’epoca di egemonia liberale e neoliberale, ed i parametri bobbiani sono particolarmente adatti a fondare questa egemonia, perché sono stati programmaticamente costruiti sulla base della separazione netta fra politica ed economia e fra forme e contenuti della decisione politica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">I contenuti economici classisti della decisione politica sono per Norberto Bobbio analoghi al noumeno di </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevekant.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Kant</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">. Essi sono pensabili, ma non conoscibili. Sono una cosa in sé, non una cosa per noi. La uniche forme modellizzabili sono le procedure formali della decisione politica, e questo formalismo politologico è particolarmente affine alla riproduzione capitalistica, che infatti tende a limitare il fattore politico a questo ruolo subalterno e secondario. Occorre dunque prestare una certa attenzione ai parametri di classificazione usati. E dico subito che vi sono due coppie di parametri molto usati, che io però sconsiglio vivamente. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Una prima coppia di parametri da sconsigliare è quella fra <strong>conservazione e progresso</strong>. In generale si classifica automaticamente la destra dalla parte della conservazione e la sinistra dalla parte del progresso. Questo era probabilmente vero alle origini del processo storico della modernità illuministica, ma nel frattempo le cose si sono fortemente ingarbugliate. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Non vi sono dubbi sul fatto che il concetto di progresso è stato una creazione dell’illuminismo (o meglio della sua corrente maggioritaria, perché c’è anche un Rousseau che non vi credeva ed anzi lo avversava), è poi passato al positivismo ottocentesco ed ha poi abbondantemente intriso l’ideologia prima socialista e poi comunista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">E’ anche vero che il moderno conservatorismo ha spesso come matrice storica la critica alla rivoluzione francese prima e dopo il 1815, ma è anche vero che esiste anche una seconda matrice, la tradizione liberale inglese antirivoluzionaria &#8220;whig&#8221; di <strong>Burke</strong> (destinata a rifiorire nella critica anticomunista di Isaiah Berlin e di Hannah Arendt). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In definitiva, mi sembra che il modello non tenga molto. Quando le anomalie e le eccezioni cominciano a diventare troppo numerose, allora è bene che la dicotomia venga prima criticata e poi decisamente abbandonata. A lungo la sinistra ha accusato il capitalismo di conservatorismo, ed ha addirittura etichettato come &#8220;conservatori&#8221; i suoi sostenitori. Questa etichetta è priva di fondamento storico, e si applica soltanto (parzialmente) ai residui nobiliari e alle classi legate alla rendita fondiaria ed in parte finanziaria. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Marx sapeva perfettamente che il <strong>capitalismo è la forza meno conservatrice che esista</strong>, e che fa saltare in aria tutto ciò che sembra solido. Il gruppo sociale più conservatore che esista in Occidente è forse la piccola borghesia urbana di origine operaia ed impiegatizia. In compenso, il progresso è divenuto nel Novecento una parola d’ordine legata all’innovazione tecnologica connessa con il mercato capitalistico e con il suo allargamento, ed i suoi maggiori critici provengono tutti da una matrice politica di sinistra. Ricordo qui solo la rivendicazione della cosiddetta &#8220;antiquatezza&#8221; dell’uomo da parte di Gunther Anders. L’<strong>ecologismo</strong>, e non solo il cosiddetto ecologismo &#8220;fondamentalista&#8221;, è oggi prevalentemente una forza di sinistra (o di centro-sinistra), anche se molti suoi presupposti filosofici furono elaborati nella prima metà del Novecento dalla cosiddetta &#8220;destra&#8221;. In ogni caso, dovunque ci voltiamo, appare del tutto chiaro che la dicotomia conservazione/progresso non è più, ammesso che lo sia mai stata veramente, un utile parametro di classificazione fra la sinistra e la destra. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Una seconda coppia di parametri, generalmente usata per classificare due tipi diversi di sinistra (ma anche di destra), è quella che <strong>separa i riformisti dai rivoluzionari</strong>. Nella polemica politica i riformisti vengono talvolta chiamati moderati, ed i rivoluzionari estremisti. Si tratta di una dicotomia pretestuosa e pigra, che in realtà non funziona assolutamente. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">E’ bene metterne in luce la matrice teorica, che è la concezione storicistica del tempo. Se concepiamo infatti il tempo storico come un &#8220;medium&#8221; omogeneo ed orientato, simile ad una strada lunga e diritta (e così lo concepivano le ingenue ideologie del progresso), gli agenti storici possono essere pensati come automobili che corrono più lente, e dunque più sicure, oppure più veloci, e dunque più efficienti ma anche più insicure. I moderati riformisti sono quelli che vanno piano, mentre i rivoluzionari estremisti sono quelli che vanno forte, e dunque rischiano di andare fuori strada perché non rallentano in curva. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma questa concezione della storia è assurda. Il tempo storico non è per nulla una linea dritta con un prima e un dopo omogenei, e neppure una strada a curve con gli stessi requisiti direzionali stabili. Il tempo storico apre ogni tanto delle &#8220;finestre&#8221; di opportunità, che nessuno potrebbe mai creare arbitrariamente con un puro atto di volontà, e queste sono appunto le rivoluzioni che possono riuscire. In quanto alle cosiddette riforme, il guaio è che molto spesso vengono battezzate &#8220;riforme&#8221; delle incredibili controriforme peggiorative (riforma della scuola, riforma delle pensioni, riforma della sanità, eccetera). Il termine riforma ha perduto oggi qualunque significato connotativo, e viene usato esclusivamente in un contesto di mistificazione ideologica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Nello stesso modo il termine estremista è ormai usato arbitrariamente per connotare qualunque comportamento ostile all’impero americano ed ai suoi alleati, ed è diventato come il termine &#8220;</span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/corbucci.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">terrorista</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">&#8220;. Bin Laden lo è, mentre Bush guarda caso non lo è. Il massacratore Sharon non lo è, mentre il povero Arafat lo è. I coloni razzisti israeliani non lo sono, mentre gli eroici partigiani palestinesi lo sono. Non si tratta di semplice confusione semantica, ma di vera e propria degradazione semantica. La degradazione semantica è un segnale sicuro di corruzione sociale, ed allora l’etimologia deve lasciare spazio alla politica rivoluzionaria. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Messo in guardia il lettore dall’uso di parametri inutili, bisogna però pur sempre utilizzare dei parametri. Devo ammettere che non ne conosco di veramente soddisfacenti. Qualunque parametro venga scelto, anziché distinguere con chiarezza destra e sinistra, taglia diagonalmente sia il campo delle destre che il campo delle sinistre. E’ infatti questa una buona ragione per consigliare l’abbandono della dicotomia, ormai di tipo rigidamente identitario. In modo del tutto provvisorio userò qui solo due coppie classificative. Per quanto concerne la sinistra, distinguerò fra s<strong>inistra dell’immanenza sociale</strong> e <strong>sinistra del trascendimento sociale.</strong> Per quanto riguarda la destra, distinguerò fra <strong>destra capitalistica</strong> e <strong>destra tradizionalistica</strong>. Ma sia chiaro che anche questi parametri sono del tutto insoddisfacenti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Dal 1871 al 1914 si costituisce la sinistra nel senso contemporaneo del termine. Sarà poi la guerra del 1914-1918 a dividerla fra socialisti e comunisti, perché sono sempre e solo le guerre i veri &#8220;momenti della verità&#8221; in cui chiacchiere e traccheggiamenti non sono più possibili, ed allora o si è per o si è contro. Lo stesso atteggiamento verso la rivoluzione russa del 1917 è in un certo senso una derivazione secondaria di un precedente atteggiamento verso la guerra. Chi ha imparato ad odiare veramente il capitalismo è stato poi anche psicologicamente incline ad accettare la rottura del comunismo. Chi invece non aveva consumato psicologicamente questa rottura è rimasto quasi sempre socialista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Gli anni 1871-1914 non sono stati soltanto gli anni del marxismo della Seconda Internazionale (fondata nel 1889, cento anni esatti prima della caduta del muro di Berlino). Sono stati anche gli anni in cui si è costituita la sinistra intellettuale radicale, attraverso le battaglie del caso Dreyfus in Francia, attraverso l’antimilitarismo soprattutto tedesco, ed infine attraverso le prime critiche al colonialismo ed al razzismo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In questo contesto è emerso a mio avviso quel dualismo che intendo connotare con le mie espressioni (forse un po’ improprie) di sinistra dell’immanenza sociale e sinistra del trascendimento sociale. La <strong>sinistra dell’immanenza sociale</strong> si adatta all’integrazione della nuova società capitalistica della seconda rivoluzione industriale, esalta le conquiste salariali e normative che le lotte sindacali effettivamente riescono a conseguire per i lavoratori dei campi e delle officine, ed accompagna gradualmente l’uscita dei lavoratori da quella miseria nera che prima ne scandiva le dure condizioni di vita. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Questa sinistra dell’immanenza sociale adotta una filosofia gradualistica del progresso del tutto fasulla ed inesistente, che però rispecchia con ideologica esattezza la propria natura compromissoria. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La politica estera non gli interessa, se non come sorgente di tasse e di leve militari. I popoli colonizzati gli interessano poco, e così finisce con il condividere i pregiudizi razzisti degli stessi piccoli coloni europei. La cultura le interessa soltanto come divulgazione popolare e come strumento di promozione sociale. <strong>Tutti gli elementi della sua futura subalternità sono già massicciamente presenti</strong>. Questo &#8220;terzo stato&#8221; marcia verso i futuri supermercati e verso futuri stadi di calcio e non se ne accorge nemmeno. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La <strong>sinistra del trascendimento sociale</strong> si rende invece perfettamente conto del fatto che nessuna conquista sotto il capitalismo è irreversibile e garantita. Non si tratta dunque di semplice massimalismo o di semplice populismo. Si tratta invece di un lodevole sforzo per comprendere l’insieme dei rapporti sociali, e di qui nasce quella critica all’imperialismo che a mio avviso è il punto più alto ed il massimo contributo di questa sinistra nel periodo 1871-1914. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Vorrei insistere su questo punto per il fatto che oggi siamo di fronte allo stesso problema di allora, con la differenza (in peggio) che la maggior parte della cosiddetta sinistra istituzionale e parlamentare (</span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/comunisti.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">D’Alema</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, Rutelli, Jospin, Blair, Schroeder, ed in più tutti gli scagnozzi ex-comunisti dell’Est addomesticato) è ormai schierata a fianco del nuovo imperialismo, e con la differenza (in meglio) che questo fatto scandaloso comporta un rimescolamento benefico delle categorie di sinistra e di destra che annuncia un periodo storico del tutto nuovo, duro e faticoso ma anche promettente. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Fra il 1871 e il 1914 si sviluppa l’intreccio fra la destra tradizionalista e la destra capitalistica. La <strong>destra tradizionalista</strong> protesta contro la cosiddetta massificazione democratica in nome di una gerarchia sociale non fondata sul semplice possesso e sulla pura ostentazione del denaro. In modo molto acuto questa destra tradizionalista capisce bene che il denaro di per sé è un principio democratico ed egualitario, cui tutti possono accedere purché accettino le semplici regole dell’accumulazione capitalistica. Il regno del denaro, gli Stati Uniti d’America, sono anche il regno della democrazia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Questa destra tradizionalista sogna gerarchie metafisiche (come </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/evola00.htm" target="_blank"><strong><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Julius Evola</span></strong></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">), oppure lotte contro l’usura nemica dei popoli (come <strong>Ezra Pound</strong>). La destra tradizionalista è anche sempre estremamente attirata dalla religione (l’esempio di Guénon è sintomatico), perché effettivamente solo la religione offre un vero quadro atemporale in cui le gerarchie possano essere messe al riparo dall’attività corrosiva del progresso. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">E tuttavia l’impotenza politica di questa destra tradizionalista è addirittura patetica e pittoresca. Nel campo della destra essa assomiglia moltissimo a ciò che per la sinistra è la scuola di Francoforte di Horkheimer e Adorno. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In entrambi i casi si ha una critica della società programmaticamente non politica perché priva di soggetto, e la denuncia sostituisce così la mobilitazione, diventando una pratica intellettuale fine a sé stessa. La destra capitalistica è invece fin troppo in grado di trovare il suo soggetto storico, e cioè l’unione fra il mandato della grande borghesia e la militanza attiva della piccola borghesia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Il denaro di per sé non è né di destra né di sinistra, in quanto &#8220;non olet&#8221;, non odora, come dice il grande precursore del pensiero borghese Vespasiano. Ma se il denaro è indipendente dalla dicotomia, la mobilitazione in difesa della libera accumulazione di denaro è invece sicuramente di destra. Questa desta è anti-socialista, ed anzi rimprovera la borghesia (l’esempio di Pareto è illuminante) perché non è abbastanza determinata e cattiva. Questa destra capitalistica riesce a conseguire l’egemonia politica sulla sognante destra tradizionalista in nome dell’antisocialismo. Sulla scorta di Nietzsche, il socialismo è appunto interpretato come rivolta plebea mossa dall’invidia e dal risentimento, e questa semplice idea, unita all’</span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/neum.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">antisemitismo</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> come denuncia di complotto dei banchieri ebrei per conquistare il mondo, riesce ad essere straordinariamente egemonica, così come tutte le grandi semplificazioni. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 115%; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La guerra 1914-1918 è il grande spartiacque, dopo il quale emergono i due grandi fratelli nemici del fascismo e del comunismo. Sono contrario a definire questi regimi con l’etichetta di &#8220;totalitari&#8221;, perché non conosco nessun sistema più abile a &#8220;totalizzare&#8221; il consenso passivo del normale capitalismo liberale. L’educazione politica &#8220;totale&#8221; delle masse nel fascismo e nel comunismo fallisce sistematicamente, perché non riesce a stabilizzarsi dopo i primi anni di mobilitazione capillare. E’ forse meglio usare il termine neutrale e descrittivo di regimi &#8220;dispotici&#8221;. Il rapporto che questi regimi instaurano con le vecchie tradizioni di destra e di sinistra precedenti è estremamente problematico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Secondo alcuni studiosi, fra cui è emblematico l’israeliano Zeev Sternhell, i fascismi non sono a rigore né di destra né di sinistra. Essi presentano ovviamente elementi strutturali provenienti da entrambe le tradizioni, ,a poiché li mescolano insieme in modo inestricabile è ugualmente possibile dire che sono una cosa nuova, e meritano un’analisi nuova che non ricorra ai vecchi parametri. Io sono d’accordo nell’essenziale con un’importante specificazione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Mi pare infatti che la matrice culturale del fascismo (ed anche del </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/losurdo.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">nazismo tedesco</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">, che resta il fascismo perfetto ed idealtipico) sia chiaramente di destra (antisocialismo, colonialismo, militarismo, eccetera), ma l’organizzazione politica capillare delle masse proviene dall’esperienza organizzativa dei partito socialdemocratici e comunisti, e non ha dunque nulla a che fare né con la destra tradizionalista né con la destra capitalistica (e dunque individualistica e conservatrice). Nonostante l’uso di miti agresti e campagnoli il nazismo resta un fenomeno urbano, tecnico, futuristico e moderno, e lo stesso fascismo italiano confina lo &#8220;strapaese&#8221; in recinti ben protetti. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Una volta crollati, nel 1943 e nel 1945, il fascismo e il nazismo liberano masse enormi che si dividono in sinistra e destra, ed è questa a mio avviso una chiara indicazione del loro carattere ibrido. E’ comunque interessante, e deve far pensare, che invece i movimenti neofascisti e neonazisti dopo il 1945 si collochino tutti all’estrema destra, e fra il 1945 ed il 1991 si mettano a disposizione del nuovo imperialismo americano in funzione anticomunista. Questo è sicuramente un argomento contro Sternhell. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma non è un argomento decisivo, perché i piccoli movimenti neofascisti dopo il 1945 sono qualcosa di radicalmente diverso dai grandi movimenti fascisti e nazisti fra le due guerre. In Spagna (Franco) ed in Portogallo (Salazar) si ha invece un interessante fusione perfettamente riuscita fra destra tradizionalistica e destra capitalistica, ad opera probabilmente non solo delle tradizioni locali ma anche e soprattutto della mediazione della Chiesa cattolica (che poi in Argentina dopo il 1975 appoggerà la giunta militare responsabile del massacro di trentamila desaparecidos). Il 1936 spagnolo è per me gemello del 1975 argentino, e questo dimostra che i cosiddetti cattolici &#8220;buoni&#8221; possono diventare belve feroci ancor più dei nichilisti paganeggianti tedeschi ed ungheresi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Mentre sono in molti a sostenere che il fascismo è un fenomeno storico al di là della dicotomia sinistra\destra, non conosco nessuno che sostenga seriamente che anche il comunismo è un fenomeno al di là di questa dicotomia. Che il comunismo sia stato un fenomeno di sinistra sembra un’ovvietà assoluta. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma io ci andrei piano. Il comunismo dei Fronti Popolari, e cioè dopo il 1936 ed ancor più dopo il 1945, è indubbiamente un fenomeno di sinistra. Ma il comunismo che diventa stato, e più esattamente stato-partito, finisce con l’assumere anche altre tradizioni. La mummificazione e l’adorazione della mummia di </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevelenin01.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Lenin</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> in URSS non è affatto un fenomeno di sinistra, ma un fenomeno di culto religioso popolare. Il culto della personalità di Kim il Sung in Corea e di Mao Tze-Tung in Cina non è assolutamente di sinistra, ma è di origine confuciana (anche se secondo alcuni maoisti cinesi era piuttosto di origine legista). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La persecuzione degli omosessuali a Cuba non è sicuramente di sinistra, ma è ispirata al machismo sudamericano. Il nazionalismo di Ceausescu in Romania non era assolutamente di sinistra. Potrei continuare a lungo (fino al ripescaggio della tradizione nazionale russa fatto da </span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/prevefassino4.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Stalin</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> dopo il 1929), ma non mi interessa in questa sede polemizzare retrospettivamente contro il comunismo, quanto far notare un’importante elemento storicamente trascurato. Il comunismo, infatti, quando si trasforma da affabulazione utopica in potere politico strutturato, deve necessariamente sorpassare i confini ristretti della sinistra (ed ovviamente anche della destra) per aderire alle tradizioni nazionali e popolari di lunga durata, che se ne infischiano ovviamente della recente dicotomia fra sinistra e destra. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.iisg.nl/%7Elandsberger/"><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Poster cinese</span></em></a><em><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> che incita a seguire l&#8217;esempio di Marx,<br />
padre di un&#8217;unica bambina</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Gli anni fra il 1945 ed il 1975, il trentennio dorato di cui parla Erich Hobsbawm nel suo &#8220;Secolo Breve&#8221;, sono stati anche gli anni d’oro della contrapposizione dicotomica tra sinistra e destra. La polarità ha strutturato in questo trentennio, almeno in Europa, forze politiche, passioni collettive, programmi alternativi, identità ed appartenenze durature. Non è un caso che coloro che si sono formati in questo trentennio sono anche i più restii ad abbandonare questa dicotomia, per il fatto che essa struttura non solo il loro universo simbolico, ma la loro ragione di vita. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In Italia questo trentennio vede attizzare la guerra civile simulata (e non solo) fra fascisti ed antifascisti, guerra civile di cui approfitta il robusto estremismo di centro democristiano. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La permanenza di questa dicotomia ormai ineffettuale e stupefacente, se pensiamo che la modernizzazione innescatasi economicamente dopo il 1958 la svuotava in realtà di ogni vero significato politico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ma questa guerra di posizione era dovuta proprio al blocco del sistema politico, che mascherava la sua staticità e la sua grande stabilità con un’apparenza cinematografica di guerra civile simulata fra camicie rosse e camicie nere. Non parlo qui dei servizi segreti e della stagione degli attentati, in quanto considero quelle bombe come bombe di centro, e non come bombe figlie della dicotomia. Ma certo questa &#8220;guerra dei trent’anni&#8221; sembrerà curiosa ai nostri posteri, come del resto sembra già curiosa ai nostri ricordi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">A metà degli anni Settanta del Novecento cominciano ad esaurirsi storicamente le ragioni che avevano portato un secolo prima alla dicotomia sinistra/destra. Di questo sono ormai certissimo, e condivido le motivazioni di chi lo dice da tempo proveniendo da &#8220;sinistra&#8221; (Gianfranco La Grassa) e da &#8220;destra&#8221; (Marco Tarchi). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Tuttavia, mi rendo conto che questa situazione storica è oscurata da chi si ostina a vedere il ventennio 1970-1990 come un periodo storico in cui ad un primo momento di attacco della cosiddetta &#8220;sinistra&#8221; (1967-1979) è succeduto un vittorioso contrattacco della &#8220;destra&#8221; (1979-1990). Dal momento che questa visione storiografica è diffusa, vale la pena ricordarne le ragioni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Il 1968 è l’anno internazionale della contestazione studentesca, ed appare ovviamente come un anno di sinistra. Dipende ovviamente da come lo si interpreta. Personalmente, in accordo con il francese Lipovetsky, tendo a vedere globalmente il Sessantotto come un episodio cruciale della storia dell’individualismo moderno, in cui una contestazione nichilista ed anarcoide della morale vetero-borghese fu scambiata erroneamente (</span><a href="http://www.kelebekler.com/occ/marx0.htm"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; color: blue; mso-fareast-language: IT;">Marx</span></a><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"> avrebbe detto &#8220;con falsa coscienza necessaria&#8221;) per un attacco utopico complessivo all’intero modo di produzione capitalistico. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Balle. Più serie furono le lotte operaia italiane (ma anche europee) del periodo 1967-1974, che non ebbero però in nessun momento un carattere rivoluzionario antisistemico se non nelle affabulazioni oniriche degli operaisti pazzi. Si trattava di oneste lotte sindacali di tipo socialdemocratico di &#8220;integrazione&#8221; nella normale società dei consumi piccolo-borghese europea. Ancora più serie furono le transizioni di paesi fascisti o semi-fascisti (Grecia 1974, Portogallo 1974, Spagna 1975) verso la normale democrazia pluralistica, il migliore involucro possibile che il capitalismo possa augurarsi. Poi ci furono una serie di vittorie comuniste vere e proprie (Vietnam, Laos e Cambogia 1975, Etiopia 1976, Afganistan 1978, Nicaragua 1979), che portarono ad una sovraesposizione militare dell’URSS in incipiente crisi economica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Infine ci fu il sorgere del fondamentalismo islamico rivoluzionario (Iran 1979) che mi permette di inserire fra le forze storiche anti-sistema. E’ del tutto normale che avvenimenti storici di questo tipo (ed altre che non elenco per ragioni di spazio) possono essere interpretati come episodi di un ciclo politico di &#8220;sinistra&#8221; (ma fra di essi non cito episodi minori ridicoli, come il cosiddetto &#8220;compromesso storico&#8221; italiano). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>A questo ciclo politico di sinistra (che ora appare comunque l’ultimo canto del cigno di una fase storica morente, e non l’alba di una nuova ondata di lotte rivoluzionarie per il comunismo) si sostituì a partire da metà degli anni Settanta una controffensiva politica di destra. Una data per me importante, ed anzi decisiva, è il 1976, in cui in Cina ad un mese dalla morte di Mao Tze-Tung la direzione politica maoista (la cosiddetta &#8220;banda dei quattro&#8221;) fu abbattuta, e la Cina iniziò un riaggiustamento economico in direzione privatistica e capitalistica di importanza strategica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ovviamente, colgo l’occasione per dire che io non ho assolutamente nulla da eccepire, anche perché ciò che qualunque persona bennata può chiedere alla grande Cina non è certo di fare il comunismo per noi che ne siamo pateticamente incapaci (ed era ciò che a quei tempi le chiedevano i maoisti populisti e salmodianti), ma semplicemente di opporsi strategicamente all’impero americano. Per questo tutto mi va bene in questo momento, compreso Attila Re degli Unni. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dal 1975 in America Latina comincia la strategia del massacro sistematico degli oppositori (desaparecidos non solo argentino), ed è questo un capitolo storico che viene quasi sempre solo affrontato in chiave umanitari e giudiziaria, mentre si tratta di una scelta storica di guerra totale da parte degli USA e dei suoi alleati (in primo piano la Chiesa cattolica latinoamericana, connivente e conservatrice). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Dal 1975 in Africa gli USA alleati strategici del Sudafrica dell’apartheid e con il capillare aiuto dei boia israeliani esperti in controguerriglia, inizia una guerra strategica contro i movimenti di liberazione africani (Angola e Mozambico in primo luogo, con l&#8217;a’poggio armato degli assassini dell&#8217;UNITA e della RENAMO). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Poi arrivano ovviamente Reagan e la Thatcher insieme con la rivoluzione neo-liberista, che è però soltanto l’aspetto sovrastrutturale di una più profonda modificazione della produzione capitalistica complessiva, che il termine di post-fordismo connota in modo economicistico e del tutto insufficiente. Si tratta infatti di qualcosa di più radicale e profondo di semplici mutamenti tecnologico di processo e di prodotto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Il crollo, o meglio la dissoluzione implosiva del comunismo storico novecentesco non può essere a mio avviso interpretata come una semplice vittoria della destra contro la sinistra. In Occidente tutto il ceto intellettuale corrotto e stravolto vede con vero giubilo il crollo dell’URSS, senza rendersi conto che il vero problema tragico non è la perdita del potere da parte di burocratici cinici e corrotti (e comunque velocemente riciclati in intermediari economici della finanza mafiosa interna ed esterna), ma lo sprofondamento nella miseria di massa di milioni di sudditi privati di rappresentanza politica e soprattutto il venir meno di un contraltare strategico all’impero americano armato. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Ho fatto notare in un paragrafo precedente che personalmente non considero il comunismo storico novecentesco (nel senso di socialismo reale statualmente garantito) come un fenomeno di sinistra, ma come un dato storico che nasce a sinistra geneticamente, ma appena preso il potere deve allargare la sua base ideologica oltre i confini della sinistra stessa (nazionalismo in URSS, confucianesimo in Cina, bolivarismo a Cuba, eccetera). </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Ritengo che oggi l’avversario principale dei popoli del mondo sia l’impero americano potentemente armato, che non trova purtroppo alcun contrappeso economico, politico, culturale, militare e geopolitico sufficiente. In questo non c’è da parte mia nessun antiamericanismo, anzi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Amo la cultura americana e la lingua inglese, ed in generale non penso che esistano popoli cattivi. Mi ripugna il sionismo, ma mi ripugna anche l’antisemitismo di ogni tipo. Essere contro Hitler non significa essere contro i tedeschi, così come essere contro Pol Pot non significa essere contro il popolo cambogiano. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Non credo assolutamente che la categoria scientifica da cui partire per interpretare lo stato attuale del mondo sia quella di globalizzazione neoliberista, come ritiene Vittorio Agnoletto, ma resti quella di imperialismo, nel significato datole soprattutto nei più recenti scritti di Gianfranco La Grassa. Ma l’attuale sinistra non è più in grado di capire cosa sta accadendo, ed è allora necessario ristrutturare radicalmente il nostro modo di vedere le cose. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Mi avvio alla conclusione. Tuttavia, il lettore ha diritto ad una conclusione chiara ed univoca da parte mia, in cui dica chiaramente perché la dicotomia è obsoleta, e perché siamo giunti all’esaurimento ed al superamento di una tradizione che fissava la contrapposizione di identità e appartenenze rigide. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In estrema sintesi, si tratta di due punti essenziali intorno a cui il resto gira intorno: il problema del comunitarismo moderno come filosofia politica migliore dell’individualismo liberale, e la difesa di uno stato-nazione indipendente concepito in modo nazionalitario e non nazionalista, razzista ed imperialista. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: Symbol; mso-ascii-font-family: Verdana; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">·</span><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;"><span style="mso-spacerun: yes;">  </span>Esaminiamo brevemente questi punti programmatici, che sono appunto al di là della dicotomia tra sinistra e destra. In primo luogo, il comunitarismo moderno è oggi in grado, a mio avviso, di correggere radicalmente l’errore mortale del vecchio comunitarismo ottocentesco e primonovecentesco, e cioè l’organicismo (in altre parole, la &#8220;Gemeinschaft&#8221; contro la &#8220;Gesellschaft&#8221;). Oggi il comunitarismo, correttamente inteso ed elaborato, è in grado di accogliere le buone ragioni del migliore individualismo, e cioè la tolleranza degli stili di vita minoritari, il diritto alla libera espressione artistica, filosofica e religiosa, eccetera. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">Io penso sinceramente che il migliore comunitarismo può accogliere le lezioni filosofiche di Spinoza e di Marx. Il terreno dell’individualismo, invece, è oggi il terreno filosofico comune dell’incontro del nuovo capitalismo globalizzato dei consumi mirati (ed appunto &#8220;individualizzati&#8221; e non più fordisti e serializzati) con la sinistra snob e politicamente corretta. Potrei fare mille esempi tratti dalla quotidianità, ma credo che il concetto sia già chiaro abbastanza. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">In secondo luogo, lo stato nazionale fondato su di una democrazia nazionalitaria (e rimando qui alle analisi svolte da parecchi anni dalla rivista &#8220;Indipendenza&#8221;, cui onoro di collaborare) non ha più nulla a che vedere con i vecchi stati-nazione imperialisti, che Toni Negri continua a scambiare in pittoresca e irritante confusione. Oggi questo Stato-nazione è soprattutto un fattore di resistenza all’impero americano. Per questo Chávez è buono in Venezuela. Chevènement è buono in Francia. La giunta militare della Birmania, sputacchiata da tutti i giornalisti di sinistra è ottima, e forse risparmierà al suo popolo buddista di diventare un bordello per pedofili europei e giapponesi come la vicina Tailandia. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; mso-margin-bottom-alt: auto; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">La Cina è buona, finché resta forte ed indipendente. E potremo continuare, ma il lettore avrà già perfettamente capito. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale di 180°, ed essa purtroppo non verrà presto. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="mso-margin-top-alt: auto; margin-bottom: 12.0pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Verdana','sans-serif'; mso-fareast-font-family: 'Times New Roman'; mso-bidi-font-family: 'Times New Roman'; mso-fareast-language: IT;">So perfettamente che agli occhi di un sinistro politicamente corretto quanto ho scritto non è inglese o tedesco, cioè in parte comprensibile, ma armeno e turco cioè completamente incomprensibile. Non importa. Chi ha buone ragioni deve andare avanti. E noi sappiamo che le nostre ragioni sono ottime.</span></p>
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