Pregi, potenzialità e limiti del pensiero di Costanzo Preve
set 16th, 2025 | Di Thomas Munzner | Categoria: Primo Piano
Pregi, potenzialità e limiti del pensiero di Costanzo Preve
Salvatore A. Bravo •
Il presente si connota come un tempo d’asfissia politica, in quanto i rilevi critici e le analiso geo-politiche descrivono con esattezza dialettica le atroci contraddizioni del sistema capitalistico. La pratica della critica, sempre positiva, cade nella trappola del capitalismo. Il capitalismo ha il suo alfabeto emotivo, è un modello di vita e di morte, il sentimento che lo connota e che rinsalda il suo dominio è l’impotenza disperata. La logica padronale diffusa capillarmente insegna in modo consapevole e inconsapevole la sudditanza senza speranza, per cui si può solo sopravvivere mediante la resilienza. Ci si adatta e ci si aliena e in tale movimento l’impotenza si radica nei pensieri, nel linguaggio e nei comportamenti. In tale cornice a capitalismo integrale le antitesi progettuali sono scomparse e al loro posto regna solo la quieta e plumbea palude del capitale nel cui grigiore i sudditi si confondono e fondono fino a pensare che l’alternativa è impossibile, per cui è necessario accettare la sudditanza padronale all’economicismo e alle oligarchie afferenti. Dopo il 1991 con la caduta dell’Unione Sovietica gli orizzonti si sono liquefatti con l’oblio di ogni dialettica e con la scomparsa dei partiti comunisti. La disperazione e l’impotenza sono spesso mascherati da forme di parossismo consumistico e narcisistico che vorrebbero rimuovere il “non senso” che segna l’ordinario scorrere del tempo:
“Il fatto è che oggi, insieme alla prospettiva della rivoluzione nel vecchio (ed unico) senso del termine, è venuta meno anche la vecchia dicotomia Riforme/Rivoluzione, per cui per un secolo e mezzo si è detto che era meglio affidarsi ad una lenta evoluzione positiva senza strappi per ottenere risultati simili senza lo scorrimento del sangue ed i cicli di violenza che ne susseguono. In realtà non si vede oggi neppure quali forze siano seriamente in grado di ipotizzare una riforma di questo modello di capitalismo globalizzato a prevalenza finanziaria. Oggi il fattore soggettivo sembra spento non solo per le rivoluzioni, ma anche per le riforme. I frenetici ed ipocriti summit dei politici, disturbati o meno da incappucciati in passamontagna o da pagliacci dipinti in trampoli e tamburi, pattinano sul ghiaccio sottile delle superfici di realtà interamente dominate dalla speculazione finanziaria e dai suoi riti in inglese (del tipo dello spread — oh, il buon vecchio Spirito Santo!)[1]“.
Costanzo Preve invita a non cadere in una contingenza storica che può sembrare sclerotizzata nel paradigma capitalistico, in quanto la rivoluzione è sempre possibile, ciò che viviamo nel nostro tempo storico non è tutto, ma è una congiuntura storica e di conseguenza non è eterna. Le condizioni per la rivoluzione necessitano di una lenta aggregazione e configurazione politica. Costanzo Preve incentra l’azione sulla denuncia delle contraddizioni del sistema e sull’individuazione dei punti di fragilità del sistema. I modelli alternativi non sono utili alla rivoluzione, poiché non vi sono protocolli politici che possono essere applicati nell’immanenza. I modelli progettuali elaborati si sono mostrati sempre inapplicabili, per cui il filosofo torinese esclude l’elaborazione attenta dell’alternativa:
“E allora? Bisogna forse rassegnarsi? Bisogna accettare la trinità universale della gabbia d’acciaio, del disin canto del mondo e del politeismo dei valori? Bisogna accettare il più odioso dei domini militari travestito da interventismo in difesa della pace e dei diritti umani? Bisogna accettare, che il Politicamente Corretto ci imponga che cosa possiamo dire e che cosa non possiamo neppure pensare? Non può essere questa ovviamente la conclusione. Il pessimismo non è obbligatorio, ed anche l’ottimismo è facoltativo. Non si tratta allora di dare retta alle ideologie diffuse dai pensatori permessi dal potere, in quanto il potere dosa anche la critica concessa a dosi omeopatiche (esemplare il caso di saggisti come Bauman e Zizek). Ciò che passa il mercato editoriale e televisivo è sempre filtrato da vere e proprie “griglie di compatibilità”. Il massimo di coraggio nello svelamento consiste nell’indicare veri e propri casi scandalosi. Ma essi sono migliaia, e come i buchi nelle dighe tappatone uno se ne apre un altro. Le rivoluzioni non si fanno con modelli preapplicabili, e neppure accostandosi o discostandosi da modelli ideali pregressi, come è stato il caso del marxismo, dato che il modello originale di Marx era perfettamente inapplicabile, fondandosi su vere e proprie fanfaluche come l’abolizione dello stato e la capacità di auto-organizza zione rivoluzionaria (e non solo sindacale, quella ovviamente c’è) della classe operaia, salariata e proletaria. Le rivoluzioni richiedono lente precondizioni di aggregazione antropologica, e soprattutto la visibilità non tanto del modello futuro, quanto della debolezza del nemico e della perforabilità delle sue difese. Questa non c’è anco ra, e non si può affrettare artificialmente. Per ora basti affermare che ci può essere, e mandare cordialmente al diavolo chi parla di utopia, terrore ed altre fregnacce di prevenzione e contenimento[2]”.
Non si può non tacere sul limite dell’analisi di Costanzo Preve. Senza un paradigma del cielo che indica la via e il fine verso cui orientarsi e che dà valore e senso alla lotta quest’ultima non può che insabbiarsi in una fugace scarica di rabbia per le ingiustizie subite. La posizione di Costanzo Preve, rischia, malgrado l’inossidabile coerenza e onestà del filosofo, di supportare il sistema. Il capitalismo non teme le critiche ma le progettualità. Ancora oggi, se la libertà di critica non è compromessa, si resta all’interno della critica fine a se stessa e senza alternativa. La motivazione alla lotta si centuplica, solo se la progettualità è presente. Il dominato può decentrarsi, mentre lotta in una realtà nella quale potrà vivere la pienezza ontologica della condizione umana e ciò consente di resistere agli ostacoli e affina la capacità dialettica e critica. L’assenza di progettualità, inoltre è divisoria, in quanto viene a mancare il sostrato che accomuna i rivoluzionari e favorisce l’egemonia culturale dell’utilitarismo, nuova frontiera della marginalità e dell’atomistica della solitudine. Si è utili come lavoratori o consumatori, per cui l’essere umano non è più soggetto ma oggetto del sistema. La critica all’utilitarismo non può bastare. Oggi l’utilitarismo come sistema e modo di pensare fonda un nuovo razzismo che si fa fatica a definire e identificare, ovverossia vi sono persone e popoli utili e altri inutili. Gli inutili possono anche morire ed essere sostituiti:
“Il cuore dell’utilitarismo è l’autofondazione del meccanismo riproduttivo globale del mercato capitalistico su se stesso, togliendo di mezzo le tre fondazioni tradizionali della filosofia politica, l’esistenza di Dio (non importa se cattolica, protestante o ortodossa variamente secolarizzata e già da tempo privata di ogni promessa messianica), il contratto sociale (non importa se nella forma di “destra” di Hobbes, di “centro” di Locke o di “sinistra” di Rousseau, mi scuso con il lettore intelligente per avere usato queste improprie categorie, da lasciare a Bersani, Casini ed Alfano), ed infine il diritto naturale, concetto che rimanda pur sempre alla natura umana comunitaria associata come principio di legittimazione filosofica di ultima istanza. Con l’utilitarismo di Hume e di Smith, curiosa ed a suo modo geniale ed originale mescolanza di empirismo e di scetticismo, il mercato capitalistico si autofonda sulla propensione allo scambio ed alla mercificazione universale. A distanza di più di due secoli, siamo in grado ormai di fare un vero bilancio storico-filosofico serio, che presuppone probabilmente il raggio temporale minimo di duecento anni, possiamo dire che il principio dell’utilità generale si è rovesciato nella sensazione diffusa ed inquietante della inutilità generale. Siamo arrivati ad avere popoli inutili, generazioni inutili, e più in generale alla sensazione che non vale neppure più la pena argomentare, svelare, di mostrare, eccetera, perchè di fronte allo spread ed al “giudizio dei mercati” ogni discorso sensato appare inutile. Già Hegel aveva a suo tempo rilevato che l’ateismo non consisteva nella negazione formale, materiale e “cosale” di Dio, ma nella perdita di interesse verso la verità. Ai suoi tempi, però, questa diagnosi infausta era prematura, perchè l’interesse verso la verità comunitario-sociale (l’unica esistente, il resto essendo certezza, esattezza, veridicità, corrispondenza, eccetera), sia pure deformata dal suo uso ideologico, avrebbe avuto ancora un secolo e mezzo davanti a sé, il secolo e mezzo della civiltà borghese e della sua volonterosa ma inefficace contestazione proletaria. Al tempo di Hegel era impensabile che, appena aperta la televisione per le ultime notizie, la prima frase gridata dal mezzobusto lottizzato fosse “i mercati sono euforici”, oppure “i mercati sono nervosi”. Di fronte a questa quotidiana realtà, alienata ed antropomorfizzata insieme, Kafka appare un sobrio epistemologo popperiano[3]”.
L’ateismo connota il capitalismo, la verità sulla natura umana e la prassi del logos sono sostitituite dal calcolo immediato dell’interesse/piacere immediato, tale logica comporta la normalizzazione dello sfruttamento, il quale diviene il paradigma con cui gestire e vivere le relazioni. Il bene comunitario si decompone sotto il giogo di tale egemonia culturale che in modo totale investe la comunità, pertanto la vita privata non è esente da tale paradigma. Dinanzi al totalitarismo dell’utile con i suoi crimini tre operazioni sono imprescindibili:
- Definire la natura umana
- Valutare l’intero assetto sociale
- Progettare l’alternativa
Costanzo Preve nel suo encomiabile impegno filosofico ha definito la natura umana coniugando Aristotele con Hegel e Marx. Il modello filosofico greco fondato sul logos quale espressione della natura etica e razionale della natura umana gli ha permesso di effettuare un raffronto critico con la realtà capitalistica. Nella Grecia classica l’economia era fondata sulla piccola proprietà e solo in epoca ellenistica la schiavitù diviene prevalente. Anche in questo caso il plesso critico prevale sulla progettualità. La sapiente critica a Luciano Canfora non apre sull’economia nella Grecia classica, non apre alla progettualità:
“Luciano Canfora è un brillante antichista italiano, specialista in “smascheramenti”. Così come ha smascherato in modo convincente il mito del falso papiro di Artemidoro, che solo cretini patentati come i burocrati della regione Piemonte potevano comprare a peso d’(artemid)oro, e come ha smascherato l’eccessiva demonizzazione della figura di Stalin (il baffuto georgiano è stato il solo modo con cui la classe più storicamente incapace della storia universale, quella operaia, salariata e proletaria, ha potuto arrivare al potere, anche solo per due generazioni), nello stesso modo in due libri consecutivi ha “smascherato” il mito della democrazia ateniese. In realtà, si trattò sempre e soltanto della dittatura aristocratica della famiglia degli Alcmeonidi, coperta da tecniche di manipolazione assembleare e da finanziamenti imperialistici. Questa volta, però, lo staliniano barese collaboratore del Corriere della Sera ha smascherato male. Dal momento che la stragrande maggioranza dei reperti trasmessici dall’antichità è composta da critici della democrazia, e questo sia in greco antico che in latino, è facilissimo inanellare opportune citazioni che parlano di tirannia della maggioranza, demagogia dei sicofanti, eccetera. Inoltre, anche i bambini sanno che c’erano gli schiavi e le donne erano discriminate, ma soltanto pochi adulti esperti sanno che il modo di produzione schiavistico nell’antica Atene non era affatto dominante (lo divenne soltanto in età ellenistica), ma ad Atene prevaleva uno specifico modo di produzione di piccoli produttori indipendenti. Ebbene, lo smascheratore non tiene conto del fatto che logos, prima di voler dire linguaggio, ragione e pensiero, voleva dire calcolo (loghìzomai), ed in particolare calcolo sociale comunitario della giusta misura della ripartizione del potere e della distribuzione delle ricchezze[4]”.
Perché allora difendere egualmente la democrazia? Per una sola ragione di fondo, che però è decisiva. Se crediamo nella comunità, infatti, non possiamo, senza cadere in contraddizione, pensare che ciò che è appunto “comune” nella comunità (to koinòn), e cioè le decisioni strategiche nella sua riproduzione, possa essere espropriato alla comunità stessa ed avocato a un gruppo ristretto di “reggitori”. Se infatti la comunità è portatrice in quanto tale di socialità e razionalità, non possiamo, senza cadere in contraddizione, pensare che la socialità e la razionalità stesse possano essere concentrate in gruppi ristretti che semplicemente “prescrivono” al resto della comunità il da farsi[5].
Le sue analisi critiche sul “capitalismo assoluto” sono fonte di lucido ritorno alla realtà storica per i lettori, ma deficitarie nella progettualità. La critica senza la progettualità non può che favorire una stato di malinconica depressione. Senza la progettualità la critica e l’analisi delle fragilità del sistema rischia di ricadere sui dominati i quali non possono che percepirsi come impotenti dinanzi al sistema. Se si è incapaci di proporre l’alternativa la rivoluzione non ha senso. Senza la fatica della progettualità non si mette in atto l’interalità che connota la filosofia, poiché la critica senza la progettualità non risponde alla totalità: critica/definizione natura umana/progettualità. Sta a noi continuare il suo lavoro dello spirito. La progettualità è faticosa, poiché essa esige non solo impegno, ma è confronto dialettico con i modelli plurali di progettualità attraverso i quali giungere ad una sintesi razionale e credibile sostenuta da una adeguata organizzazione. Coloro che intraprendono tale sentiero non potranno che essere oggetto di marginalità e ostracismo. La via della progettualità necessità della “passione durevole” che nel nostro presente è combattuta con ogni mezzo, perché essa è il motore della storia.
[1] Costanzo Preve Luigi Tedeschi, Dialoghi sull’Europa e sul nuovo odine mondiale, Il Prato I Centotalleri, pag. 516
[2] Ibidem pp. 516 517
[3] Ibidem pp. 520 521
[4] Ibidem pp. 504 505
[5] Costanzo Preve, Elogio del comunitarismo, Controcorrente Napoli, 2006 pag. 52
Pregi, potenzialità e limiti del pensiero di Costanzo Preve – l’interferenza

