IL SUICIDIO IMPERIALE
mar 19th, 2026 | Di Thomas Munzner | Categoria: ContributiIL SUICIDIO IMPERIALE
Uno scenario geopolitico sull’attacco israelo-americano all’Iran
Stefano Pierpaoli
19 marzo 2026
Quando un regime implode
Per comprendere perché il 28 febbraio 2026 Israele ha annunciato l’avvio di un attacco preventivo contro l’Iran, coordinato con gli Stati Uniti, con i primi raid che hanno colpito obiettivi nella capitale iraniana[1], bisogna riavvolgere il nastro di almeno sei settimane.
L’Iran stava già bruciando dall’interno. A partire dalla fine di dicembre 2025, il Paese era stato attraversato da una nuova ondata di proteste, inizialmente innescata dal carovita e dalla rapida svalutazione del rial, che tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 aveva toccato nuovi minimi storici sul mercato parallelo, erodendo il potere d’acquisto e colpendo in modo particolare le fasce urbane e commerciali.[2]
La risposta delle autorità era stata caratterizzata da una repressione estesa, con arresti di massa, uso della forza contro i manifestanti e un blackout delle comunicazioni durato quasi tre settimane. Un regime che spegne internet per tre settimane non sta gestendo una crisi: sta nascondendo la propria paura.
Qui emerge il primo nodo dello scenario. Trump aveva inizialmente minacciato un intervento militare come risposta alla repressione delle proteste. Con il protrarsi delle mobilitazioni, però, la linea della Casa Bianca aveva cambiato approccio: la prospettiva dell’attacco era stata utilizzata come strumento di pressione per spingere Teheran a riaprire il dossier sul programma nucleare e accettare nuovi colloqui. La strategia, dunque, era inizialmente negoziale. L’attacco non era inevitabile ma era una minaccia usata come leva. Ma qualcosa è cambiato nelle ultime settimane di febbraio. Trump ha dichiarato che il motivo per cui ha deciso di lanciare l’attacco all’Iran era “molto semplice”: “non erano disposti a interrompere la loro ricerca nucleare”, “non erano disposti a dire che non avrebbero avuto un’arma nucleare”.[3]
La variabile americana
Qui entra in gioco la dimensione economica, che è la chiave interpretativa più sottovalutata dalla narrativa mainstream.
L’economia americana arrivava al febbraio 2026 già indebolita. Neppure i sostenitori della trumpnomics avevano visto soddisfatte le proprie aspettative: il settore manifatturiero aveva sì visto la produzione tornare a crescere, ma senza che ciò si traducesse in aumento dell’occupazione. Il saldo della bilancia commerciale lato beni era peggiorato, la crescita economica era rallentata, le performance di borsa erano inferiori all’anno precedente, con una significativa svalutazione del dollaro del 15% rispetto all’euro.[4]
Il modello economico di Moody’s basato sull’intelligenza artificiale stimava al 49% la probabilità di recessione negli Stati Uniti entro i prossimi 12 mesi già prima della guerra con l’Iran.[5] Quasi mezzo paese in recessione prima ancora di sparare il primo colpo. Trump, che aveva costruito il suo secondo mandato sulla promessa esplicita di prezzi più bassi e supremazia economica, si trovava su un filo.
Questa fragilità è parte integrante dello scenario, non un dato accessorio. Un presidente sotto pressione economica interna, con i dazi già sconfessati dalla Corte Suprema e la manifattura che non decolla, ha un incentivo potente a spostare l’attenzione su una crisi esterna e a inquadrarla come vittoria. Ecco il paradosso tragico: i dazi si erano ritorti contro l’economia americana; e anche se gli Stati Uniti sono i primi produttori mondiali di petrolio, non sono immuni dall’effetto diretto dell’aumento del prezzo del barile sui prezzi dei carburanti.[6] La guerra apre una contraddizione interna all’amministrazione Trump che nessuna narrazione vittoriosa può coprire completamente.
Il calcolo israeliano
Netanyahu aveva un orizzonte temporale, non un’ideologia. Il primo ministro israeliano aveva dichiarato che l’Iran stava costruendo nuovi siti per armi nucleari che sarebbero stati impossibili da attaccare nel giro di pochi mesi, rendendo urgente l’azione: “Hanno iniziato a costruire nuovi siti, nuovi luoghi, bunker sotterranei, che avrebbero reso immuni i loro programmi di missili balistici e di bombe atomiche.”[7]
Ma c’è un elemento ulteriore nel calcolo israeliano, di natura esplicitamente geopolitica regionale. Nelle settimane precedenti l’attacco, Netanyahu aveva dichiarato: “Penso che questo aprirà la strada a molti trattati di pace con altri Paesi arabi e musulmani. L’Arabia Saudita avrà molto da guadagnare. Tutti questi Paesi sono minacciati dall’Iran, vogliono che il regime cada, anche se non lo dicono pubblicamente.” Questa frase è la mappa dei distinguo arabi che analizzeremo più avanti. Netanyahu stava già costruendo, nella sua testa, la nuova architettura del Medio Oriente post-iraniano.
Dalle dichiarazioni alla carneficina
L’operazione militare è stata denominata da Israele “Il Ruggito del Leone”, mentre il Dipartimento della Difesa USA l’ha ribattezzata “Operazione Furia Epica”. Tra i primi obiettivi figurava la sede della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso nei raid.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere: le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato il lancio dell’operazione “Truth Promise 4”, prendendo di mira Israele e obiettivi statunitensi nell’area del Golfo, con attacchi contro basi USA in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, missili anche su Dubai e la chiusura dello Stretto di Hormuz.
È questa risposta di Teheran che cambia tutto nella mappa regionale.
Il non appoggio arabo
Qui va fatto un lavoro analitico preciso, perché la narrazione semplificata di “paesi arabi che appoggiano l’attacco” non regge a un esame strutturale. La realtà è più sottile e più rivelatrice.
Prima fase (28 febbraio – 1° marzo): silenzio calcolato
L’Arabia Saudita aveva ricordato di non aver concesso l’uso del suo spazio aereo per colpire l’Iran, riservandosi il diritto di “rispondere a un’aggressione”. I paesi del Golfo guardavano, non partecipavano. L’attacco israelo-americano era visto con un mix di soddisfazione segreta — il rivale storico finalmente colpito — e di autentica preoccupazione per l’escalation.
Seconda fase (1-3 marzo): la ritorsione iraniana cambia tutto
La risposta dell’Iran agli attacchi di Stati Uniti e Israele è stata una serie di lanci di missili e droni verso Israele, verso le basi statunitensi, ma anche verso obiettivi civili dei paesi del Golfo: hotel, centri commerciali, aeroporti, porti.
La ritorsione di Teheran ha provocato una reazione di sdegno e protesta in tutti i Paesi del Golfo colpiti. “La vostra guerra non è contro i vostri vicini”, ha dichiarato un alto funzionario degli Emirati Arabi Uniti, aggiungendo che “l’aggressione iraniana contro gli stati del Golfo è stata un errore di calcolo e ha isolato l’Iran in un momento critico”.[8]
Questo è il punto di svolta che trasforma la postura araba da neutralità calcolata a coalizione attiva. Come ha affermato Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center: “In tutta la regione del Golfo è diffusa la convinzione che l’Iran abbia oltrepassato ogni linea rossa con i Paesi del Golfo. Inizialmente li abbiamo difesi e ci siamo opposti alla guerra, ma una volta che hanno cominciato a dirigere gli attacchi contro di noi, sono diventati nemici.”[9]
I distinguo fondamentali
Il quadro non è uniforme. Vanno distinti almeno quattro profili:
Emirati Arabi Uniti e Bahrein — quelli più colpiti, i più esposti, i più inclini a una risposta militare diretta. Gli Emirati stavano valutando di attaccare i siti missilistici iraniani per fermare i lanci contro il loro territorio: un’azione senza precedenti.[10]
Arabia Saudita — posizione più cauta ma egualmente segnata dall’attacco diretto. Tra il 28 febbraio e il 3 marzo, esplosioni erano state segnalate nelle province orientali, vicino ai campi petroliferi di Abqaiq, e droni iraniani avevano colpito l’ambasciata USA a Riad.[11] Riad si era schierata contro la “brutale aggressione iraniana” ma non aveva mai formalizzato una partecipazione militare attiva fino alla formazione della coalizione per Hormuz.
Qatar e Oman — i più ambigui. Il Qatar ospitava basi USA ed era stato colpito dagli iraniani, ma era anche il principale mediatore diplomatico. Oman ed Egitto erano impegnati in uno sforzo diplomatico parallelo per porre fine alla guerra.[12]
Giordania — la più distante dal conflitto diretto, ma coinvolta nelle intercettazioni di droni iraniani nel proprio spazio aereo.
La differenza strutturale tra questi profili è questa: i paesi del Golfo non hanno appoggiato l’attacco americano-israeliano per solidarietà con Israele. Lo hanno fatto — o sono stati trascinati a farlo — perché l’Iran ha compiuto l’errore strategico di colpirli direttamente, trasformandoli da spettatori interessati a parti in causa.
Sono state le stesse fonti del Gulf Research Center a confermarlo: “Gli stati arabi del Golfo non avevano chiesto agli Stati Uniti di entrare in guerra con l’Iran, ma molti ora li stavano esortando a non fermarsi.”[13] Una frase che dice tutto sulle dinamiche reali di questo conflitto.
La trappola di Hormuz
Ma c’è un piano che si è incrinato quasi subito. Lo scenario vincente immaginato da Trump e Netanyahu — campagna rapida, regime che crolla, nuova architettura regionale — si è scontrato con una variabile che nessuno dei due sa come gestire: lo Stretto di Hormuz.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha annunciato un rilascio di emergenza di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — una misura raramente adottata — poiché il conflitto aveva sottratto circa 8 milioni di barili al giorno dall’offerta globale.[14]
Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le previsioni sull’inflazione per il 2026 di 0,8 punti percentuali e tagliato le proiezioni di crescita del PIL. In uno scenario peggiore, la probabilità di recessione americana è stimata al 25%.[15]
Si materializza così la più classica delle trappole geopolitiche: l’azione militare pensata per risolvere una crisi economica interna rischia di aggravarla. Come ha scritto Fortune Italia, Trump si è scontrato frontalmente con qualcosa che la sua intera filosofia operativa non è attrezzata a gestire: “una strozzatura larga 21 miglia all’imbocco del Golfo Persico che non ha alcun CEO da bullizzare, nessun obbligazionista da minacciare e nessun azionista che possa assorbire la perdita.”[16]
La lettura strutturale
Mettendo insieme tutti gli elementi, lo scenario che emerge non è quello di una guerra decisa improvvisamente, né di un’azione puramente reattiva al nucleare iraniano. È qualcosa di più complesso e più antico. Cinque livelli di analisi sovrapposti.
- La “finestra nucleare”. Netanyahu aveva una finestra di opportunità tecnica che si stava chiudendo. I nuovi bunker iraniani avrebbero presto reso l’obiettivo militarmente non raggiungibile. Agire adesso o non agire più.
- La gestione della crisi interna americana. Trump era in una condizione di fragilità economica con i dazi che non funzionavano, il deficit in peggioramento, la manifattura senza occupazione. Una “vittoria” militare rapida in Medio Oriente poteva riscrivere la narrativa interna. Il calcolo era: debolezza economica + guerra breve = consenso. Il problema è che la guerra non è stata breve.
- Il sistema del petrodollaro. Le guerre americane in Medio Oriente non hanno mai riguardato la sicurezza regionale in senso stretto, ma il mantenimento del sistema del petrodollaro — l’obbligo implicito per cui il petrolio mondiale viene scambiato in dollari, garantendo agli Stati Uniti un privilegio monetario straordinario. In questa logica, destabilizzare l’Iran — che da anni vende greggio alla Cina aggirando il sistema del dollaro — non è una scelta dettata dall’ideologia, ma dal calcolo finanziario.[17]
- La risposta araba come conseguenza non pianificata. I paesi arabi del Golfo non erano alleati nell’attacco: erano spettatori. È stata la risposta militare iraniana, con i missili sugli Emirati e sull’Arabia Saudita, a trasformarli in co-belligeranti. In un documento congiunto, Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno affermato “il diritto di autodifesa” per “difendere i nostri cittadini”.[18] Non è una dichiarazione di guerra all’Iran: è una legittimazione difensiva che l’Iran ha regalato loro colpendoli.
- Una drammatica eterogenesi dei fini. Una guerra pensata per consolidare il primato americano nel Golfo, eliminare il programma nucleare iraniano e aprire la strada ad Abraham Accords con l’Arabia Saudita, rischia di produrre esattamente il contrario: Hormuz chiuso, petrolio alle stelle, recessione americana in avvicinamento, e un Iran che anche sconfitto militarmente lascerà un vuoto di potere che nessuno saprà riempire.
Come aveva detto Guterres al Consiglio di Sicurezza nella notte dell’attacco: “Stiamo assistendo a una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. L’azione militare comporta il rischio di innescare una catena di eventi che nessuno può controllare, nella regione più instabile del mondo.”[19]

La stagflazione come destino europeo
L’Europa arrivava al conflitto già con le difese immunitarie abbassate.
L’area euro aveva iniziato il 2026 con segnali di ripresa ciclica e un’inflazione prevista leggermente sotto il 2%, attorno all’1,7%.
L’impennata dei prezzi energetici rischia però di cambiare rapidamente il quadro: una ripresa fragile, costruita su basi precarie, esposta a uno shock esogeno enorme[20].
Il meccanismo della trappola
La stagflazione viene spesso definita una “trappola” perché una volta innescato il meccanismo è molto difficile uscirne. Le opzioni per la BCE non sono risolutive: lo strumento principale per raffreddare i prezzi è l’innalzamento dei tassi di interesse, ma così non si toccherebbe il vero nervo scoperto, che è esogeno. Paradossalmente, alzare i tassi potrebbe frenare la domanda di investimenti, con un ulteriore effetto negativo sulla crescita.[21]
È il dilemma classico della stagflazione — quello stesso che Volcker risolse negli anni ’80 a un costo sociale enorme — ma con una differenza strutturale rispetto ad allora: la vecchia ipotesi secondo cui le banche centrali potevano semplicemente “guardare oltre” un’inflazione trainata dall’energia non è più valida. Se le banche centrali non intervengono, l’inflazione si radica nelle aspettative salariali e nei contratti; se intervengono, strozzano quel minimo di domanda interna che reggeva la crescita.
I numeri dello scenario intermedio
In uno scenario di conflitto che si prolunga tra tre e sei mesi con chiusura parziale di Hormuz, tre-cinque milioni di barili al giorno escono dal mercato, il Brent salirebbe tra 100 e 115 dollari per mesi, l’inflazione UE aggiungerebbe a sé stessa 1,5-3 punti, superando potenzialmente il 4-5% come picco. Il PIL dell’Eurozona si contrarrebbe nella seconda metà del 2026, con una perdita annua di 0,5-1,0%.[22]
Il Commissario europeo Dombrovskis ha riferito ai ministri che l’espansione economica nel 2026 potrebbe risultare inferiore di 0,4 punti percentuali rispetto al ritmo dell’1,4% previsto.[23] Crescita all’1% con inflazione al 4-5%: quella non è più ripresa, è stagnazione con dolore. È la fotografia degli anni ’70, con la tecnologia del 2026.
La vulnerabilità italiana
L’impatto negativo potrebbe essere particolarmente forte in Germania, che quest’anno avrebbe dovuto fungere da motore della crescita europea.[24] Ma se la Germania va in contrazione, l’Italia, strutturalmente agganciata alla domanda tedesca attraverso le filiere manifatturiere del Nord, riceve il doppio colpo: lo shock energetico diretto e il calo della domanda del principale partner commerciale.
A questo si aggiunge il fattore debito. Secondo il Wall Street Journal, quello europeo è uno dei mercati più colpiti dalla crisi energetica: il continente ha opzioni limitate, con i costi di finanziamento in forte crescita e debito pubblico a livello record in alcuni Paesi.[25] Paesi come l’Italia, la Grecia, il Belgio, dove lo spread tra l’inflazione dei costi e la crescita reale diventa rapidamente insostenibile per i bilanci pubblici.
La dimensione nascosta
C’è un elemento che sfugge ai ragionamenti mainstream e che merita di essere nominato esplicitamente. Teheran non ha bisogno di affondare una flotta intera per vincere: le basta rendere i premi assicurativi marittimi insostenibili. Quando il costo del trasporto supera il valore del carico, il blocco navale è ottenuto senza sparare un solo colpo.
Non è la chiusura fisica di Hormuz, che i media misurano in navi bloccate, ma la paralisi assicurativa che colpisce le catene logistiche globali. Il blocco o la restrizione di Hormuz e del Mar Rosso — già compromesso dagli Houthi dal 2023 — costringerà il 12-15% del commercio globale a circumnavigare l’Africa: dieci-quattordici giorni in più di transito, con effetti più marcati su Germania e Italia, economie più esposte al commercio internazionale.[26]
Il cortocircuito politico finale
C’è un livello ulteriore che va oltre l’economia pura. La stagflazione è storicamente la condizione che erode più rapidamente il consenso politico e che alimenta le derive autoritarie e populiste. Non perché i populisti abbiano le risposte — non le hanno — ma perché la stagflazione è la situazione in cui le élite tradizionali dimostrano con la massima evidenza la propria incapacità strutturale.[27]
L’Europa nel 2022 aveva reagito alla crisi energetica post-ucraina con un certo livello di coesione. Quella crisi aveva un nemico chiaro (la Russia), una narrativa condivisa, e i governi potevano presentarsi come difensori di valori. Questa crisi è diversa: è generata da un’azione militare degli alleati americani e israeliani che l’Europa ha esplicitamente criticato e da cui si è dissociata. È difficile costruire una narrazione coesa quando la fonte del danno sono i propri alleati dichiarati.
Il paradosso finale dell’eterogenesi dei fini è questo: una guerra pensata per produrre stabilità e primato rischia di produrre l’esatto contrario — non solo in Medio Oriente, ma nelle democrazie occidentali che avrebbero dovuto beneficiarne. E l’Europa, che non ha deciso niente, potrebbe pagare il conto più salato di tutti.
La storia non produce mai esattamente ciò che i suoi artefici vogliono. Produce invece, con precisione quasi meccanica, le conseguenze che loro stessi non avevano previsto. Il suicidio imperiale è sempre volontario e sempre
- ISPI, “Attacco di Usa e Israele all’Iran: 7 grafici per capire come siamo arrivati fin qui”, 28 febbraio 2026.
- Le proteste erano iniziate a fine dicembre 2025, innescate dal caro vita e dalla svalutazione del rial, con un blackout di comunicazioni durato circa tre settimane.
- Dichiarazione di Trump in conferenza stampa, 1° marzo 2026: “non erano disposti a interrompere la loro ricerca nucleare”.
- 4Il deficit della bilancia commerciale era passato da 1.215,4 a 1.240,9 miliardi in un anno nonostante i dazi; il dollaro aveva perso il 15% rispetto all’euro.
- Moody’s Analytics, “Recessione negli USA sempre più difficile da evitare con la guerra in Iran”, 18 marzo 2026. Il modello AI di Moody’s stimava al 49% la probabilità di recessione USA entro 12 mesi già prima dell’attacco.
- Dati del Financial Times sull’effetto boomerang dei dazi e sull’esposizione americana al prezzo del barile.
- ANSA 3 marzo 2026: dichiarazione di Netanyahu a Fox News nelle settimane precedenti l’attacco, ripresa da fonti israeliane.
- “La ritorsione iraniana nel Golfo spiazza i vicini”, 2 marzo 2026. Dichiarazione di Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino: “L’aggressione iraniana contro gli stati del Golfo è stata un errore di calcolo e ha isolato l’Iran in un momento critico.”
- ANSA, 17 marzo 2026. Dichiarazione di Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center: “Inizialmente li abbiamo difesi e ci siamo opposti alla guerra, ma una volta che hanno cominciato a dirigere gli attacchi contro di noi, sono diventati nemici.”
- 3 marzo 2026: gli Emirati stavano valutando di attaccare i siti missilistici iraniani. “Un’azione senza precedenti”, secondo Axios.
- Il Post, ibidem. Arabia Saudita: esplosioni segnalate vicino ai campi petroliferi di Abqaiq il 2-3 marzo; droni iraniani sull’ambasciata USA a Riad.
- Adnkronos, 14 marzo 2026: Turchia, Oman ed Egitto impegnati in uno sforzo diplomatico parallelo.
- ANSA, 17 marzo 2026, cit. Reuters: “Gli stati arabi del Golfo non avevano chiesto agli Stati Uniti di entrare in guerra con l’Iran, ma molti ora li stavano esortando a non fermarsi.”
- IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), comunicato 11 marzo 2026: rilascio di emergenza di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei 32 Paesi membri, la più ampia operazione nella storia dell’istituzione.
- Goldman Sachs Research, marzo 2026, cit. da Fortune Italia e Euronews: inflazione 2026 rivista al rialzo di 0,8 punti percentuali (al 2,9%), PIL tagliato di 0,3 punti (al 2,2%). In scenario di Brent a 110 dollari per un mese, probabilità di recessione USA al 25%.
- Fortune Italia, “Stretto di Hormuz, ecco perché i metodi di Trump non stanno funzionando”, 17 marzo 2026.
- Michael Hudson, Super Imperialism (nuova ed. 2021) e interventi pubblici 2024-2025. La tesi del petrodollaro come motore delle guerre americane in Medio Oriente è sviluppata anche in Killing the Host (2015). Hudson sostiene che ogni paese che venda petrolio in valuta diversa dal dollaro “diventa un bersaglio”.
- ANSA, 3 marzo 2026, cit. documento congiunto Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti: “il diritto di autodifesa” per “difendere i nostri cittadini”.
- ONU, dichiarazione del Segretario Generale António Guterres al Consiglio di Sicurezza straordinario, 28 febbraio 2026
- MUFG Bank (Henry Cook), “Quanto può salire l’inflazione europea se la guerra con l’Iran continua?”, 11 marzo 2026.
- Paolo Collini (già Rettore Università di Trento), “Iran, tra guerra e crisi energetica. L’Ue rischia la trappola della stagflazione”, 16 marzo 2026.
- “Hormuz, guerra in Iran e rischio di stagflazione in Europa”, marzo 2026. Scenario B (3-6 mesi di conflitto): Brent 100-115 dollari, inflazione UE +1,5-3 punti, PIL Eurozona -0,5-1,0%. Fonti: modelli IMF, BCE, Oxford Economics, IEA, S&P Global.
- Commissione Europea (Dombrovskis), 12 marzo 2026: crescita 2026 stimata inferiore di 0,4 punti rispetto al ritmo dell’1,4% previsto.
- RBC BlueBay (Kaspar Hense), 9 marzo 2026: “l’impatto negativo potrebbe essere particolarmente forte in Germania, che quest’anno avrebbe dovuto fungere da motore della crescita europea”.
- Wall Street Journal, 16 marzo 2026: “Il continente ha opzioni limitate, con i costi di finanziamento in forte crescita e debito pubblico a livello record in alcuni Paesi.”
- ISPI e Oxford Economics: il blocco o la restrizione di Hormuz e del Mar Rosso “costringerà il 12-15% del commercio globale a circumnavigare l’Africa: dieci-quattordici giorni in più di transito, riduzione della capacità di spedizione del 9-15%”. Su Germania e Italia come economie più esposte, ISPI e Oxford Economics.
- Colin Crouch, Post-Democracy (2004): Sull’effetto politico della stagflazione si vedano: Paul Krugman, The Age of Diminished Expectations (1990); Barry Eichengreen, The European Economy since 1945 (2007). Sull’erosione del consenso come meccanismo strutturale

