Xi Jinping “La governance della Cina”

giu 30th, 2026 | Di | Categoria: Politica Internazionale

 

 

 

IL LIBRO DI XI CHE L’OCCIDENTE NON LEGGE
di Arnaud Bertrand, Substack, 25/06/26
Ho controllato: non esiste una sola recensione indipendente e ponderata, nemmeno su Amazon o Goodreads , dell’ultimo volume del libro di Xi Jinping “La governance della Cina”, nonostante sia stato pubblicato esattamente un anno fa da Foreign Languages Press in inglese.
A prescindere dalla propria opinione sulla Cina, bisogna ammettere che è una cosa assurda: il presidente in carica della superpotenza mondiale in ascesa pubblica un libro che spiega esattamente cosa sta facendo e perché, e noi non ci preoccupiamo nemmeno di leggerlo. Se mai c’è stato un fatto che dimostra quanto siamo volutamente ignoranti sulla Cina, è proprio questo.
Tanto più che poi ci mettiamo a sputare i soliti cliché su quanto sia segreto e impenetrabile il sistema cinese: il libro è in vendita su Amazon a 21 dollari, per l’amor del cielo! (più di 90 euro in traduzione italiana, troppo, ndr})
Comunque, questa cosa mi sembrava così sbagliata che ho pensato di rimediare. Ho comprato il libro, l’ho letto attentamente e ho scritto quella che spero considererete una recensione ponderata.
Innanzitutto, si tratta di un libro piuttosto corposo, quasi 700 pagine, che si apre con il resoconto completo di Xi al XX Congresso del Partito – quasi 90 pagine da solo – seguito da 18 sezioni tematiche:
Rinnovamento nazionale attraverso la modernizzazione cinese
Riforma globale più profonda
Apertura di alto livello
Nuove forze produttive di qualità per uno sviluppo di alta qualità
Istruzione, scienza e tecnologia e sviluppo dei talenti
Democrazia popolare integrale
Stato di diritto
La cultura socialista cinese
Sviluppo incentrato sulle persone
L’iniziativa “Bella Cina”
Sicurezza, stabilità e sviluppo
Difesa nazionale e forze armate
Un Paese, due sistemi e riunificazione nazionale
La diplomazia cinese con i grandi paesi
Una comunità con un futuro condiviso per l’umanità
Modernizzazione e prosperità condivisa
Cooperazione nell’ambito della Belt and Road Initiative
La leadership del partito e l’autoriforma
Già solo questi temi e il modo in cui sono strutturati dicono molto sul libro e sul sistema cinese nel suo complesso: tutto parte dal concetto principale – ovvero il Rinnovamento Nazionale attraverso la Modernizzazione Cinese – e si conclude con il Partito e la sua capacità di auto-riformarsi.
La struttura rispecchia un’antica intuizione cinese, 修身齐家治国平天下 (coltivare se stessi, regolare la famiglia, governare lo stato, portare la pace nel mondo): ovvero che la più grande ambizione, in questo caso il rinnovamento nazionale, si basa in ultima analisi sull’autodisciplina.
Il libro non è un’autobiografia né un trattato di scienza politica, bensì una raccolta curata di discorsi che Xi ha pronunciato dal 2022 in poi davanti a pubblici specifici – relazioni al Congresso nazionale, sessioni di studio del Politburo, plenarie del Partito – e un numero significativo di questi discorsi non era mai stato pubblicato prima.
In effetti, questo significa che non è Xi a spiegare la Cina ai lettori stranieri, ma lui che spiega la Cina alla Cina stessa. Il che rende il libro sia più interessante – si ha accesso al linguaggio operativo effettivo del sistema, non a una sua traduzione per un pubblico straniero – sia più impegnativo, perché ci si addentra in un universo concettuale costruito secondo i propri termini, con un proprio vocabolario che non ci siamo mai preoccupati di imparare….
Mi concentrerò… sul filo conduttore appena descritto – la struttura stessa – e in particolare sulla prima e sull’ultima sezione, la destinazione e la disciplina. Insieme, queste sezioni offrono l’essenza della governance cinese: qual è il progetto e perché il Partito ritiene di avere il diritto di realizzarlo – il “perché” e il “come”.
Cominciamo dal perché, ovvero dalla sezione “Ringiovanimento nazionale attraverso la modernizzazione cinese”, che contiene ben 8 discorsi. Tra questi, di gran lunga il più sostanzioso in termini di contenuti – occupando quasi metà della sezione – è il discorso intitolato “Modernizzazione cinese: il nostro cammino verso un grande Paese e il ringiovanimento nazionale”, pronunciato dal Presidente Xi il 7 febbraio 2023 durante una sessione di studio per i membri e i membri supplenti del neoeletto Comitato Centrale del PCC e per alti funzionari a livello provinciale e ministeriale.
Questo discorso è davvero straordinario: il massimo leader cinese che spiega nel dettaglio l’intera teoria dello sviluppo del paese al popolo incaricato di attuarla.
Permettetemi di riportare integralmente l’introduzione del discorso perché la trovo una sintesi perfetta del trauma storico fondamentale che anima l’intero progetto di “Rinnovamento Nazionale”:
«La nazione cinese vanta una civiltà che risale a oltre 5.000 anni fa e che per lungo tempo si è trovata all’avanguardia mondiale. Tuttavia, la politica di isolamento nazionale, iniziata nelle ultime fasi della dinastia Ming (1368-1644), ha fatto sì che la Cina perdesse le opportunità offerte dalla Rivoluzione Industriale e dalla successiva ondata di rivoluzione scientifica e tecnologica. Questo, unito ai conflitti interni e all’impatto della modernizzazione occidentale, ha portato al declino della Cina. La Guerra dell’Oppio del 1840 è stata il punto di svolta per il paese, riducendolo a una società semi-coloniale e semi-feudale e infliggendo terribili sofferenze alla popolazione.
Per alleviare le proprie sofferenze e sfuggire all’oppressione e alla manipolazione subite, il popolo cinese si sollevò in segno di resistenza. Patrioti di nobile animo esplorarono diverse strade per la rinascita nazionale. Alcuni guidarono il Movimento di Auto-rafforzamento, che cercò di “imparare dagli stranieri per superarli”; altri diedero vita al Movimento di Riforma del 1898, sperando di rafforzare il paese attraverso riforme di vasta portata. Il dottor Sun Yat-sen fu a capo della Rivoluzione del 1911, che mirava a modernizzare la Cina creando una repubblica borghese e promuovendo lo sviluppo industriale. In definitiva, nonostante i loro sforzi, ognuno di questi tentativi fallì. La missione di modernizzare la Cina spettò quindi al Partito Comunista Cinese.
Tuttavia, realizzare la modernizzazione all’interno di una società semi-coloniale e semi-feudale si rivelò un’impresa impossibile. Durante la Nuova Rivoluzione Democratica (1919-1949), il nostro Partito unì il popolo e lo guidò in feroci battaglie combattute con incrollabile determinazione. Attraverso la Spedizione del Nord (1926-1927), la Guerra Rivoluzionaria Agraria (1927-1937), la Guerra di Resistenza contro l’Aggressione Giapponese (1931-1945) e la Guerra di Liberazione (1946-1950), riuscimmo ad abbattere le tre montagne dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico, e a fondare la Repubblica Popolare Cinese (RPC) con il popolo come padrone. Questo trionfo assicurò l’indipendenza della nostra nazione e liberò il nostro popolo, creando le condizioni sociali essenziali per la spinta alla modernizzazione della Cina.
Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il nostro Partito ha continuato a guidare il popolo nell’attuazione della rivoluzione socialista, smantellando il sistema feudale che persisteva da millenni e instaurando il socialismo come sistema fondamentale del paese. Questa trasformazione ha rappresentato il cambiamento sociale più completo e profondo della storia cinese e ha gettato le basi politiche e istituzionali per la spinta alla modernizzazione della Cina. In questo periodo, la Cina era così arretrata rispetto a gran parte del resto del mondo che persino beni di prima necessità come cherosene, fiammiferi e chiodi dovevano essere importati da altri paesi.»
Le basi che Xi sta ponendo qui sono assolutamente cruciali e probabilmente sorprendenti per alcuni lettori.
Innanzitutto, spiega che l’“isolamento nazionale” durante la dinastia Ming è il peccato originale, perché “ha fatto sì che la Cina perdesse le opportunità offerte dalla Rivoluzione Industriale e dalla successiva ondata di rivoluzione scientifica e tecnologica”. Questo “ha portato al declino della Cina” e l’Occidente ne ha approfittato per ridurre la Cina “a una società semi-coloniale e semi-feudale, infliggendo terribili sofferenze al popolo”.
Molti credono che la Cina sia guidata da una narrazione vittimistica in cui attribuisce la colpa del secolo di umiliazioni all’Occidente. Questo dimostra chiaramente il contrario: la Cina incolpa se stessa! Il fatto che l’Occidente abbia approfittato della situazione non è altro che una conseguenza di un declino che la Cina stessa ha innescato per prima.
Non si può comprendere il comportamento odierno della Cina se non si comprende questo. La spinta non è quella di vendicare l’umiliazione subita, ma di non essere mai più il Paese che ha permesso che accadesse. Da qui derivano molte delle iniziative più importanti della Cina: lo status quasi sacro di “riforma e apertura”, l’attenzione incessante alla scienza e alla tecnologia, l’insistenza sull’integrazione, e non sul ritiro, dall’economia globale. Tutto ciò riconduce a un’unica lezione: quando abbiamo chiuso la porta, abbiamo perso tutto.
L’autocritica non si ferma all’isolamento. Xi identifica anche il “sistema feudale” cinese, che “è persistito per migliaia di anni”, come un ostacolo fondamentale da smantellare, insieme ai falliti tentativi di modernizzazione precedenti al PCC che, “nonostante i loro migliori sforzi… non hanno avuto successo”.
Ancora una volta, il riflesso è tipicamente cinese: guardare prima dentro di sé. Una civiltà che pone l’auto-coltivazione (修身) come primo passo per governare qualsiasi cosa non avrebbe mai costruito il suo progetto di modernizzazione su un risentimento verso gli stranieri. Sarebbe sempre partita da: cosa abbiamo fatto a noi stessi?
Un altro aspetto importante del discorso è il modo in cui Xi sottolinea che, per “ridurre gli enormi divari in termini di prestazioni economiche e di scienza e tecnologia tra la Cina e le nazioni occidentali sviluppate… il nostro Partito è stato lucido fin dall’inizio: invece di imitare ciecamente i modelli occidentali, come hanno fatto alcuni paesi in via di sviluppo, abbiamo sottolineato l’importanza di tracciare un percorso di modernizzazione specifico, adattato alle realtà cinesi”.
Questo è senza dubbio l’aspetto veramente distintivo del progetto cinese, e quello che l’Occidente fatica ad accettare: la modernizzazione non deve necessariamente significare occidentalizzazione. Xi lo afferma esplicitamente più avanti nel discorso: “La modernizzazione cinese ha sfatato il mito secondo cui modernizzazione è sinonimo di occidentalizzazione”.
Uno dei punti cardine e filosofici dell’intero libro è che la Cina ha trovato una via diversa verso la modernità, radicata nella propria storia e adattata alle proprie condizioni, e che questa non è una deviazione temporanea, bensì un’alternativa permanente. Il presidente Xi continua a sottolineare nel suo discorso – che, lo ricordiamo, è rivolto ai membri del neoeletto Comitato Centrale del PCC – quanto sia importante che lo tengano a mente. Come scrive (enfasi mia): “Per raggiungere la modernizzazione, un Paese non deve solo seguire le leggi generali applicabili; cosa ancora più importante , deve tenere a mente le proprie realtà e le proprie caratteristiche distintive”.
In altre parole, la tentazione di imitare è pericolosa quanto quella di chiudersi in se stessi. Entrambe sono forme di resa – una a modelli stranieri, l’altra alla paura – ed entrambe, in definitiva, impediscono lo sviluppo.
Egli fornisce cinque ragioni a sostegno di questa affermazione, nello specifico contesto cinese.
Innanzitutto, a rischio di affermare l’ovvio, la Cina ha “una popolazione enorme”. Come spiega, oggi “solo poco più di 20 paesi in tutto il mondo, con una popolazione complessiva di circa un miliardo di persone, hanno raggiunto la modernizzazione”. Di conseguenza, ciò significa che la Cina, nel tentativo di modernizzare oltre 1,4 miliardi di persone, opera per definizione senza una tabella di marcia: modernizzare più persone di tutti i paesi attualmente sviluppati messi insieme. Non si può semplicemente adattare un modello altrui a questo scopo.
In secondo luogo, egli sottolinea che uno degli obiettivi chiave della modernizzazione cinese, a differenza della “modernizzazione occidentale”, è la “prosperità comune”. Nelle sue parole: “i maggiori problemi della modernizzazione occidentale sono che è incentrata sul capitale anziché sulle persone e che cerca di massimizzare i profitti del capitale invece di servire gli interessi del popolo”.
Per lui, questo non è solo un fallimento morale, ma anche strutturale. Spiega che la modernizzazione senza prosperità comune “crea un enorme divario tra ricchi e poveri e porta a una forte polarizzazione”, che, a suo dire, è il motivo per cui “alcuni paesi in via di sviluppo che si sono avvicinati alla soglia dei paesi sviluppati” finiscono per “cadere nella trappola del reddito medio e rimanere impantanati in una prolungata stagnazione”.
In terzo luogo, egli sottolinea che la modernizzazione cinese non deve riguardare solo l’”abbondanza materiale”, ma anche l’”arricchimento culturale ed etico”. Come afferma, “una causa importante della difficile situazione in cui versa l’Occidente oggi è la sua incapacità di frenare l’avidità, che è la natura del capitale, e la sua incapacità di risolvere i problemi profondamente radicati del materialismo dilagante e dell’impoverimento spirituale”. Difficile non essere d’accordo su questo punto…
Di conseguenza, scrive che la modernizzazione cinese “deve sviluppare un’ideologia socialista che abbia il potere di mobilitare e ispirare il popolo, promuovere ideali e convinzioni [...] nutrire e promuovere i valori socialisti fondamentali e sviluppare una cultura socialista avanzata”. Concretamente, è per questo che la Cina adotta misure spesso criticate in Occidente, come vietare agli influencer di ostentare la ricchezza sui social media o reprimere la cultura irrazionale dei fan e il culto degli idoli . Non si tratta di atti casuali di “autoritarismo”, bensì dell’espressione politica della posizione filosofica esposta proprio in questo discorso: una società consumata dal materialismo e dal culto delle celebrità non è “moderna”, ma malata.
In quarto luogo, e questo è sempre stato un tema molto importante per Xi Jinping fin dai tempi in cui era un funzionario locale, egli sottolinea che la modernizzazione cinese non può avvenire a scapito dell’”armonia tra l’umanità e la natura” e deve dare “priorità alla conservazione delle risorse e alla protezione dell’ambiente, lasciando che la natura si rigeneri”. Come spiega, questo non è solo un impegno ideologico, ma anche una questione pratica, dato che la Cina ha risorse naturali pro capite particolarmente limitate.
Un aneddoto personale a riguardo. Recentemente, come famiglia, abbiamo partecipato al festival Naadam nella Mongolia Interna (una festa tradizionale mongola). La cerimonia di apertura, organizzata dal governo provinciale, è iniziata con una parata. I tre carri allegorici che aprivano la processione erano, in ordine, quello del Partito Comunista, quello della “civiltà ecologica” e quello dell’esercito. Ho persino girato un video perché l’ho trovato molto eloquente per illustrare quanto l’ecologia sia una priorità importante in Cina al momento.
Infine, ma non meno importante, il quinto punto che Xi sottolinea come elemento distintivo fondamentale è che la modernizzazione cinese si realizzerà attraverso uno sviluppo pacifico, non attraverso i “crimini sanguinari come la guerra, la schiavitù, la colonizzazione e il saccheggio” che, come afferma, hanno caratterizzato la modernizzazione occidentale e di cui la Cina stessa ha “sofferto”. La Cina, dice, “non opprimerà mai altre nazioni né deprederà in alcun modo la ricchezza e le risorse di altri paesi”, ma al contrario “sosterrà sempre la pace, lo sviluppo, la cooperazione e il beneficio condiviso”.
Naturalmente, resta ancora da vedere se la Cina riuscirà a mantenere questa promessa, ma purtroppo non c’è bisogno di un verdetto per quanto riguarda il punto di vista occidentale: la questione è già stata risolta da tempo. Come recita la celebre citazione di Samuel Huntington (tratta da ” Lo scontro delle civiltà “): “L’Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione… ma piuttosto per la sua superiorità nell’applicazione della violenza organizzata. Gli occidentali spesso dimenticano questo fatto; i non occidentali mai.”
Oltre a queste cinque caratteristiche, nello stesso discorso Xi delinea anche sei tensioni fondamentali – definite “questioni principali da affrontare per ulteriori progressi” – che descrivono le contraddizioni permanenti che la modernizzazione cinese deve tenere in equilibrio. A differenza delle cinque caratteristiche che descrivono ciò che la Cina mira a raggiungere , queste sei tensioni descrivono ciò che il governo cinese non risolverà mai , ma che dovrà invece gestire incessantemente.
Non mi addentrerò nel dettaglio di ciascuno di essi, ma la struttura in sé mi affascina moltissimo, poiché si adatta perfettamente alla teoria dello Yin e dello Yang, uno dei concetti fondamentali dell’antica filosofia cinese: l’idea che la realtà sia composta da opposti complementari e che la saggezza non consista nel risolverli, bensì nel gestire la tensione tra di essi.
Le sei tensioni – che vanno da “strategia contro tattica” a “autosufficienza contro apertura” – funzionano esattamente come lo yin e lo yang: nessuna delle due può esistere senza l’altra, nessuna può essere lasciata prevalere e, nel momento in cui una delle due lo fa, il sistema si ammala. La strategia senza tattica è paralisi. La tattica senza strategia è deriva. L’autosufficienza senza apertura è l’errore della dinastia Ming. L’apertura senza autosufficienza è colonizzazione sotto mentite spoglie. L’arte di governare, in questo senso, consiste nel non prendere decisioni intenzionalmente, poiché il danno deriverebbe proprio dal farlo.
Si tratta di una concezione di governo che non trova un vero corrispettivo nel pensiero politico occidentale, dove le tensioni irrisolte sono viste come problemi da risolvere, non come forze da armonizzare. Nella nostra visione del mondo, deve sempre esserci un giusto e uno sbagliato, un bene e un male: raramente immaginiamo che la saggezza possa risiedere nella comprensione che, se distruggiamo lo “sbagliato”, perdiamo simultaneamente la tensione che ha dato significato al “giusto” in primo luogo.
Il che ci riporta alla struttura del libro. Ho detto all’inizio che parte dalla meta – il ringiovanimento nazionale, il “perché” – e si conclude con il Partito e l’autoriforma, il “come”: i requisiti per il sistema che deve tenere in equilibrio queste contraddizioni e, forse ancora più importante, che deve essere in grado di riconoscere quando ci sono degli squilibri.
Questo è l’ultimo tema del libro: “La leadership del Partito e l’autoriforma”: un confronto schietto – in un modo che i lettori stranieri certamente non si aspettano – con la fragilità e le debolezze del Partito stesso. In questa sezione Xi elenca, con metodica precisione, i modi in cui il Partito ha maggiori probabilità di fallire.
È uno dei cliché più assurdi e fuorvianti che abbiamo sulla Cina e sui cinesi: che non siano diretti e che non dicano quello che pensano. Ve lo assicuro: trascorrete una cena con dei suoceri cinesi e quell’illusione svanirà al primo piatto! I cinesi sono tra i popoli più diretti al mondo, e questa sezione del libro ne è la prova.
Leggete questo, ad esempio: “Il nostro Partito governa la Cina da decenni e il Paese ha goduto di un lungo periodo di pace. In assenza di minacce esistenziali e di sfide impegnative in un contesto difficile, alcuni membri e funzionari del Partito iniziano a perdere il loro spirito imprenditoriale, crogiolandosi nel comfort e abbandonandosi ai piaceri. Di conseguenza, potrebbero demoralizzarsi e soccombere alla confusione e persino al panico di fronte alle numerose nuove sfide poste dalla grande lotta.”
Se questo non è un messaggio diretto, non so cosa lo sia: il leader del Partito Comunista Cinese che dice ai suoi stessi funzionari che stanno iniziando a decadere, a demoralizzarsi e a diventare incapaci di svolgere il proprio lavoro.
Questo passaggio in particolare deriva da un concetto importante nella governance cinese: i “Quattro Rischi” – una diagnosi ufficiale e permanente dei quattro modi in cui il Partito ha maggiori probabilità di autodistruggersi. Essi sono: mancanza di slancio, incompetenza, distacco dal popolo, inazione e corruzione. In altre parole, il Partito ha una dottrina ufficiale sulle sue probabili cause di morte e si ricorda costantemente di monitorarne i sintomi.
Un altro passaggio che ho trovato straordinariamente consapevole di sé è tratto dal discorso “Rimanere vigili e determinati nell’affrontare le sfide uniche di un grande partito politico”, pronunciato da Xi nel 2023 alla seconda sessione plenaria della XX Commissione centrale per l’ispezione disciplinare del PCC. Egli scrive che l’obiettivo di una “governance interna piena e rigorosa”, in particolare per proteggersi dai “Quattro rischi”, non è quello di “esercitare un controllo rigido sui membri del Partito, instillare paura e apprensione o intimidire i membri fino a indurli all’inazione”. Sottolinea la necessità di pragmatismo a questo riguardo, codificato in un quadro chiamato le “Tre distinzioni” che separa gli errori onesti – commessi durante la sperimentazione, la riforma o l’operare senza precedenti – dalle violazioni deliberate commesse per tornaconto personale.
In altre parole, il sistema ha diagnosticato che la propria terapia anticorruzione stava producendo un effetto collaterale – la paralisi istituzionale – e ha creato uno strumento per curarla, senza però interrompere la terapia. È lo stesso gioco di equilibrismo yin-yang applicato al Partito stesso: gestire la tensione incessante tra la prevenzione della corruzione e la soppressione dell’iniziativa.
Facendo un passo indietro, questo è probabilmente uno dei contributi più importanti del “Pensiero di Xi Jinping” alla governance cinese. La domanda che ossessiona i leader cinesi non è “come ci confrontiamo con l’Occidente?”. Anzi, sospetto che l’Occidente occupi molto meno spazio nel pensiero di Xi di quanto immaginiamo. Ciò su cui invece riflette a lungo – e questo è evidente dai suoi scritti – è come il Partito possa spezzare il ciclo che ha distrutto ogni dinastia cinese prima di esso. Pone letteralmente la domanda in modo esplicito nel paragrafo introduttivo del discorso del 2024 “Promuovere l’autoriforma del Partito”: “Come può il Partito sfuggire al ciclo storico di ascesa e caduta?”. Pertanto, la domanda che lo ossessiona non è “democrazia contro autoritarismo”, non ragiona affatto in questi termini: è la governance del PCC contro quella delle dinastie Ming, Qing o Tang.
Ancora una volta, torniamo al concetto di auto-coltivazione (修身) e questa è forse una delle differenze più profonde tra la concezione cinese e quella occidentale di governo: noi tendiamo a considerare il nostro passato come qualcosa da cui ci siamo lasciati alle spalle, come una grande massa di oscurità e sensi di colpa che preferiremmo non esaminare troppo da vicino, figuriamoci su cui costruire. La Cina, al contrario, vede il passato come il principale metro di paragone con cui misurare il presente e il fondamento su cui edificarlo. Il compito del Partito – secondo Xi – è quello di essere un’istituzione sufficientemente disciplinata da imparare dal passato e migliorarlo.
Nel libro, egli lo inquadra esplicitamente in questi termini. Afferma che il Partito ha fornito due risposte alla maledizione del ciclo dinastico: una da parte di Mao e l’altra dalla sua stessa leadership: “Sulla base della prima risposta proposta da Mao Zedong, ovvero ‘sottoporre il governo al controllo del popolo’, abbiamo trovato la seconda risposta, ossia promuovere continuamente l’autoriforma del Partito”.
La riforma interna del partito è qualcosa che, a suo dire, rappresenta una “grande impresa” avviata “fin dal XVIII Congresso Nazionale del PCC nel 2012″, quindi è chiaro che fa parte del “Pensiero di Xi Jinping” (Xi ha assunto la carica nel 2012).
È interessante notare, e questo sorprenderà senza dubbio anche i lettori stranieri, che Xi Jinping elenca la supervisione da parte di “altri partiti politici, la magistratura, il pubblico e i media” come parte del sistema di auto-riforma, il tutto all’interno di un’”interazione costruttiva e di reciproco rafforzamento tra la supervisione interna e quella esterna”. Diamo sempre per scontato che il Partito Comunista Cinese aborrisca il controllo esterno, eppure Xi Jinping stesso afferma alla leadership del Partito che non solo è utile, qualcosa che devono “accettare senza esitazione”, ma storicamente decisivo: una componente essenziale di una delle sole due risposte, in millenni di storia cinese, alla domanda che ha fatto cadere ogni dinastia cinese.
Questa, in definitiva, è la risposta di Xi alla questione della legittimità: l’auto-coltivazione stessa. Non l’auto-coltivazione come via per la legittimità, ma l’auto-coltivazione come legittimità. Come un corpo sano non viene ricompensato con la salute: semplicemente è sano.
Ciò solleva forse le domande più inquietanti di tutte per i lettori occidentali. Dov’è la nostra dottrina dell’autoriforma? Dov’è il nostro vocabolario istituzionale per dare un nome alle malattie che Xi identifica: compiacimento, incompetenza, disimpegno dal popolo? Noi teniamo le elezioni. Ma le elezioni sono un meccanismo per scegliere chi governa, non per garantire che il governo sia valido. Che cos’è, in realtà, la legittimità del governo? Forse ha meno a che fare con come un sistema è strutturato e più con il fatto che esso si impegni costantemente a mettere in discussione la propria adeguatezza. Nessun sistema è perfetto, ma forse i migliori sono quelli che istituzionalizzano proprio la consapevolezza di non esserlo.
Questo libro è molte cose, ma soprattutto è l’opera di un sistema che prende sul serio la propria fragilità. Lo si termina chiedendosi se anche noi possiamo dire lo stesso.
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