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	<title>Comunismo e Comunità &#187; sollevazione</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>MARX VS LACLAU O MARX PIÙ LACLAU?</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2020 18:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Thomas Munzner</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; MARX VS LACLAU O MARX PIÙ LACLAU? di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti &#160; Melegari e Capoccetti avevano espresso ficcanti considerazioni teoriche sulla situazione sociale e politica italiana —  I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità  — considerate “eretiche” da Alessando Visalli — Delle contraddizioni in seno al popolo: stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<div>
<p><img src="https://www.sollevazione.it/wp-content/uploads/2020/07/sursum-corda-1.jpg" alt="" width="535" height="349" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>MARX VS LACLAU O MARX PIÙ LACLAU?</h2>
<h2></h2>
<h2>di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Melegari e Capoccetti avevano espresso ficcanti considerazioni teoriche sulla situazione sociale e politica italiana —  <a href="https://www.lafionda.org/2020/05/27/i-bottegai-lultimo-argine-spunti-per-una-politica-oltre-purismo-e-subalternita/">I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità</a>  — considerate “eretiche” da Alessando Visalli — <a href="http://tempofertile.blogspot.com/2020/06/delle-contraddizioni-in-seno-al-popolo.html">Delle contraddizioni in seno al popolo: stato e potere</a>. Si è quindi inserito nel confronto Moreno Pasquinelli con due interventi – <a href="https://www.sollevazione.it/2020/06/nuova-direzione-prima-parte-di-moreno-pasquinelli.html">Nuova Direzione (prima parte)</a> — e <a href="https://www.sollevazione.it/2020/06/nuova-direzione-seconda-parte-di-moreno-pasquinelli.html">Nuova Direzione (seconda parte)</a>. Visalli ha quindi risposto alle osservazioni critiche di Pasquinelli –<a href="https://www.sollevazione.it/2020/07/blocco-sociale-egemonia-e-rivoluzione-di-alessandro-visalli.html">Blocco sociale, egemonia e rivoluzione</a> -.</p>
<p>Di seguito la replica di Melegari e Capoccetti.</p>
<p>*  *  *</p>
<p><strong>Il popolo in seno alle contraddizioni. Una risposta ad alcune critiche</strong><br />
<strong>di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti</strong></p>
<p>A partire dalla pubblicazione dell’articolo scritto per la fionda <a href="https://www.lafionda.org/2020/05/27/i-bottegai-lultimo-argine-spunti-per-una-politica-oltre-purismo-e-subalternita/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità</a>, diverse sono state le reazioni e le letture che hanno dato luogo a un <a href="https://www.lafionda.org/category/strategiasocialista/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">proficuo dibattito</a>, che ci auguriamo possa proseguire e continuare ad avvalersi degli importanti spunti analitici mossi da più parti. Due sono i fronti della critica su cui ci concentreremo, non potendo ritenere validi i rilievi secondo i quali indicheremmo nella piccola borghesia una <a href="http://www.linterferenza.info/editoriali/quale-blocco-sociale/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">“nuova classe rivoluzionaria”</a><a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn1">[i]</a>, essendo piuttosto evidente che una tale intenzione non emerge in alcun punto del nostro contributo. Da una parte, abbiamo il fronte costituito da chi ravvisa nella nostra analisi una lettura della fase che non prenderebbe in sufficiente considerazione i rischi insiti nella costruzione di un’alleanza con la piccola e media borghesia, la quale nella futura e imminente gestione della crisi (Recovery fund, Mes, etc.) sarà ancora una volta portata ad ascoltare il “richiamo della foresta” di arricchirsi e distinguersi dai proletari, dal momento che uscire dalla condizione di immiserimento è sempre stata, resta e sarà la sua sola parola d’ordine. Per semplificare e rendere più chiara la nostra esposizione, chiameremo questo fronte il <a href="https://www.lafionda.org/2020/07/07/delle-contraddizioni-in-seno-al-popolo-stato-e-potere/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">“fronte A”</a><a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn2">[ii]</a>. Dall’altra, c’è chi osserva nel nostro punto di vista un certo indeterminismo, insito nell’uso della teoria di Ernesto Laclau, che finirebbe per «gettare nel cesso» il materialismo storico e, che pur nella giusta decisione di puntare sulla piccola e media borghesia per la costruzione di un «blocco storico nazional-popolare», vedrebbe nella nostra rivendicazione della sovranità nazionale contro l’UE, non tanto un secondo momento (la teoria dei due tempi), quanto piuttosto un momento secondario rispetto alla centralità assunta dalla conquista socialista dello stato. Chiameremo questo fronte, il <a href="https://www.sollevazione.it/2020/06/nuova-direzione-prima-parte-di-moreno-pasquinelli.html" rel="noreferrer noopener" target="_blank">“fronte B”</a><a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn3">[iii]</a>.</p>
<p>Prima questione</p>
<p>Partiamo dal primo fronte (il fronte A), nel quale, tra le non poche questioni sollevate, figura la seguente: la tesi da noi espressa nell’articolo sarebbe che la piccola borghesia e i ceti dei lavoratori dipendenti, i proletari, non sarebbero più analiticamente e operativamente distinguibili, o comunque non più identificabili come opposti. Ci sembra che una tale riformulazione, forse proprio perché presuppone a livello strutturale la contrapposizione tra agenti sociali che vuole dimostrare anche nella congiuntura attuale, non colga come nel nostro pezzo non si sostenesse tanto la loro indistinguibilità, quanto lo scompaginamento di entrambi, tanto sul piano economico quanto su quello simbolico, a seguito di quarant’anni di trasformazioni neoliberali<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn4">[iv]</a>. A nostro giudizio, il mescolamento sul piano materiale e antropologico-simbolico del proletariato e della piccola borghesia non dà luogo a un tutto indistinto, quanto piuttosto a una serie di posizioni differenziali di cui occorre tracciare la mappa, uno spettro di figure in cui quelli che Riccardo Bellofiore ha chiamato il «lavoratore traumatizzato», il «risparmiatore maniacale-depressivo» e il «consumatore indebitato» si articolano l’un l’altro in proporzioni variabili<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn5">[v]</a>. Certo, si tratta di individuare differenze anche nella nebulosa dei ceti medi (l’articolo, ad esempio, faceva fugace cenno al problema posto dalle piccole e medie imprese integrate nelle catene del valore nordeuropee) e, politicamente, si tratta di disarticolarne la configurazione attuale, in particolare di spezzare le alleanze con i gruppi effettivamente dominanti (ma per farlo occorre rapportarsi a questa galassia composita, sapendo di dovere fare i conti anche con codici culturali – ad esempio la diffidenza per il pubblico – in parte trasversali a gruppi fortemente differenziati per il solo interesse materiale). Trattandosi sostanzialmente di un intervento di teoria politica, l’articolo effettivamente difettava di analisi sociologica dettagliata dei gruppi sociali evocati, ma non per questo è lecito sostenere che in esso si proponesse di sostituire un soggetto puro con un altro, mentre ciò che si suggeriva era, appunto, di tenere conto di tutti gli intrecci possibili tra le molteplici figure interne tanto al corpo proletario frantumato quanto alle classi medie alle prese con una crisi che non è solo economica ma anche di percezione di sé<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn6">[vi]</a>.</p>
<p>Tuttavia, si dice, nel nostro articolo il lavoro «buono e continuo, se pur povero», viene descritto «sorprendentemente come più sensibile all’imprenditorializzazione». In breve, l’errore che ci viene rimproverato è quello di non considerare come gli operai e i lavoratori salariati siano, sì, toccati dalla soggettivazione imprenditoriale, ma mai quanto la piccola e media borghesia. Riteniamo che una critica di questo tipo muova non tanto dall’analisi del dato concreto, quanto piuttosto da una certa caratterizzazione a priori positiva del lavoro operaio e salariato – apostrofato non a caso come «buono» – perché sfruttato e non finalizzato all’arricchimento. Nella ricostruzione fornita dalla critica i ceti medi sembrano, invece, soggettivamente condannati a muoversi esclusivamente «per riaffermare le gerarchie ed il sistema neoliberale», con la conseguenza che, mentre un’azione pedagogica è consentita – anzi sembra quasi ontologicamente richiesta – per i lavoratori subordinati, per i piccolo-borghesi l’unica strada per un’articolazione scevra da sospetti appare essere la loro negazione oggettiva in quanto gruppo sociale, ovvero la proletarizzazione (processo che, d’altra parte, non ha mai alluso a un dato esclusivamente economico). Tuttavia, come ebbe modo di scrivere Bourdieu, «la classe sociale non si definisce affatto mediante una proprietà (nemmeno quella più determinante, come le dimensioni e la struttura del capitale), né mediante una somma di proprietà […], e neppure mediante serie di proprietà subordinate ad una proprietà fondamentale (la posizione nei rapporti di produzione) in un rapporto di causa ed effetto, di condizionante e condizionato; bensì mediante la struttura dei rapporti tra tutte le proprietà pertinenti, che conferisce a ciascuna di esse, ed agli effetti che questa esercita sulle pratiche, il suo valore peculiare»<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn7">[vii]</a>. A partire da una tale ridefinizione è possibile reimpostare il tema del conflitto sociale, ancorandolo «non solo alle determinazioni oggettive, ma anche a tutti gli scarti differenziali di natura simbolica»<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn8">[viii]</a>. Per evitare che dai modelli utili a spiegare e cambiare la realtà si passi alla celebrazione della presunta realtà di modelli che possono diventare, invece, essi stessi degli ostacoli alle effettive possibilità di cambiamento, ci chiediamo se non sia piuttosto il caso di guardare alla «classe reale», che – come osservava lo stesso Bourdieu – «non è mai altro che la classe realizzata, ossia mobilitata, punto di arrivo della lotta delle classificazioni come lotta propriamente simbolica (e politica)»<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn9">[ix]</a>. In altri termini, non è possibile dedurre dai rapporti di produzione un dato antropologico costante che, per di più, sembra farsi elemento in grado di condizionare le stesse scelte strategiche. D’altra parte, la logica laclausiana che ci è stata imputata e sulla quale torneremo non nega il conflitto, semmai lo conferma: la lotta di classe non è però la “classe in lotta”, bensì la lotta che può portare gli interessi di classe allo scontro. Scontro che non è mai definito e definitivo, non è mai garantito. Il conflitto è sempre presente perché, come vedremo, è un dato ontologico dell’essere sociale. Non è invece ontologicamente garantita la lotta di classe, che deve essere attivata politicamente, deve essere riconosciuta quale strumento di (ri)costruzione del sociale stesso.</p>
<p>Seconda questione</p>
<p>Quanto detto implica di studiare la logica del modo di produzione nel suo intreccio con configurazioni giuridico-istituzionali che sono direttamente o indirettamente funzionali a determinate modalità/volontà di dirigere politicamente il conflitto. Nel nostro articolo abbiamo più volte qualificato, sulla scorta di Poulantzas, lo Stato stesso come un campo della lotta sociale tra classi (e frammenti di classi) <a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn10">[x]</a>. Eppure, per noi piuttosto sorprendentemente, ci è stato rimproverato di fare coincidere potere e Stato, inteso come una macchina di cui si tratterebbe semplicemente di prendere il controllo tramite maggioranze elettorali. In realtà nel nostro articolo le elezioni venivano nominate esclusivamente per parlare del posizionamento di classe del lavoro dipendente come una delle cause dell’ascesa del M5S, argomento che in alcuni commenti è stato utilizzato per rimproverarci di non comprendere che, per così dire, “anche i lavoratori si incazzano” e che noi, invece, avanzavamo proprio per mostrare il rapporto spurio tra collocazione di classe ed espressione politica. Tra l’altro, Visalli cita proprio la composizione sociale trasversale del voto a M5S e Lega come controprova empirica dell’infondatezza della nostra argomentazione, il che a nostro avviso rende invece ancora più urgente interrogarsi con una certa radicalità sul perché il malumore del lavoro dipendente non sia sfociato nell’agognata rivolta sociale né abbia premiato nessuna delle forze anticapitaliste, con più precisa connotazione “di classe”, disponibili sulla scena politica, mentre, al contrario, all’epoca era piuttosto diffusa tra queste ultime la pratica di derivare da alcuni effettivi caratteri “neoliberali” del M5S il suo ruolo di “tappo” od “usurpatore” dell’autentica protesta. Vero è, invece, che riteniamo che lo Stato come campo travalichi i confini dello Stato come “cosa”, ma anche dei rapporti di classe in esso inscritti. Nella misura in cui si riesce a calcare questo terreno (anche senza conquistarlo del tutto), è possibile provare a ridefinirne e orientarne il capitale “simbolico”, a “polarizzare” il campo, acquisendone “legittimazione”, “potenza” e “potere” (in parte anche nei rapporti di produzione, rispetto ai quali, come mostra lo stesso Poulantzas, la funzione statale non è del tutto esterna). Il riferimento alla nazione è, tra le altre cose, questione fondamentale – declinabile secondo diversi orientamenti – sulla quale fare leva per disporre del potere simbolico dello Stato<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn11">[xi]</a>. In ogni caso è un bene non distogliere lo sguardo dalla guerra per la supremazia tra dominanti – che si gioca tanto attraverso il potere statuale quanto nella competizione economica e che può sacrificare a sé la stessa massimizzazione del profitto<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn12">[xii]</a> – e, soprattutto, dai settori di altri gruppi sociali che vengono coinvolti in essa, interrogandosi senza moralismi sulla stabilità e la trasformabilità di queste alleanze. Tanto l’attendismo quanto il purismo economicista contribuiscono, invece, non poco a dare ossigeno, tempo e denaro a quei gruppi, che hanno così vita facile a ricollocarsi in modo da giocare una “lotta di classe” dall’alto, che si continua a perdere, da un lato perché ci è stato tolto il terreno di gioco da sotto i piedi, dall’altro perché non si è disposti a giocare sul terreno rimasto.</p>
<p>Terza questione</p>
<p>Occorre, infine, affrontare una questione più intricata, non a caso condivisa dai fronti opposti A e B, riguardante la differenza ed, eventualmente, la complementarietà tra una lente marxista centrata sui rapporti sociali di produzione e la teoria delle «catene equivalenziali» egemoniche di cui parla Ernesto Laclau. Semplificando una costruzione teorica molto più complessa, possiamo dire con sufficiente sicurezza che per il filosofo argentino, il «discorso», anche se sicuramente ritagliato sull’aspetto linguistico o retorico e con tutte le sovrapposizioni “postmoderne” che tale scelta indubbiamente comporta, non riguarda semplicemente la narrazione o il “comunicazionismo” a tratti attribuitoci, ma è un modo per concettualizzare il rapporto attraverso il quale si danno elementi e relazioni come coappartenenti ad una totalità mai saturata, intimamente scissa, continuamente soggetta a ridefinizione identitaria per via di un’inestinguibile opacità dovuta al conflitto. Il sociale è sempre tutto da fare e riconfigurare (politicamente), e assumerà determinate sembianze piuttosto che altre, a seconda di quali «significanti vuoti» saranno in grado di costruire ed esprimere simbolicamente le catene equivalenziali più forti. L’egemonia, in quanto operazione di riarticolazione interna ad una formazione sociale e discorsiva diventa, allora, costitutiva anche delle classi sociali in quanto soggetti politici. I rapporti di produzione non cessano di esistere, né di essere presi in considerazione (potendo essere, tra le altre cose, posta in gioco del conflitto), ma certo non determinano perimetro e mobilità del campo politico, non più riconducibile a mera rappresentazione di interessi.</p>
<p>A questo punto non è possibile esimersi dal rispondere già qui all’obiezione mossa nel secondo fronte della critica (il fronte B), cioè quella per cui affidarsi al dato congiunturale laclausiano vorrebbe dire semplicemente abbandonare la concezione materialistica della storia. È corretto affermare, invece, che, seguendo Laclau, non si assegna alcun primato al sociale, ma non per questo si approda alla visione altrettanto riduzionista per cui la politica plasma volontaristicamente un sociale ad essa subordinato: bisogna piuttosto intendere come per Laclau la politica sia «ontologia del sociale», costruzione egemonica di alleanze sociali che continuamente le risignifica. Non neghiamo che esistano effettivamente pericoli nella teorizzazione di Laclau<a href="https://www.lafionda.org/2020/07/09/il-popolo-in-seno-alle-contraddizioni-una-risposta-ad-alcune-critiche/#_edn13">[xiii]</a>. Tuttavia, riteniamo che pensare il politico come ontologia del sociale, come l’essere stesso dei rapporti sociali colti sotto l’angolo prospettico della congiuntura (su questo ritorneremo), ci consente non solo di considerarlo come elemento interno all’economico stesso, ma anche di immaginare nuove vie per ripoliticizzare un esistente la cui carica antagonistica e conflittuale è stata neutralizzata da decenni di trasformazioni neoliberiste.  In quest’ottica, infatti, il populismo non è solo un momento – che per molti oggi sarebbe finito, senza essersi, in effetti, mai veramente dato se non in un altrove idealizzato, sia esso latinoamericano o francese – ma anche un campo, che proprio per questo consente di (ri-)attivare momenti populisti, non orientati da alcuna visione progressiva o per stadi, perché coincidenti con le dislocazioni egemoniche e contro-egemoniche di una frontiera interna allo spazio sociale. Frontiera che è bene ribadire non è antagonistica perché condotta da un soggetto naturalmente antagonista, quanto piuttosto perché segna una fratturazione dello spazio rappresentativo e sociale, che in quanto tale è inevitabilmente interessata da spinte egemoniche e contro-egemoniche. Da questo punto di vista, il pensiero del teorico argentino può essere letto certamente in chiave “debolista” e “postmoderna”, ma se analizzata in profondità, la sua teoria non è sic et simpliciter tacciabile di “indeterminismo”: il fatto che non si dia una determinazione fissa del sociale è, infatti, proprio ciò che obbliga a determinarsi per esistere, almeno per esistere politicamente. La congiuntura non è tanto qualcosa di effimero, quanto piuttosto la cifra politica della determinazione. In tal senso – per tornare al confronto dal quale nasceva il nostro articolo sui bottegai  – il rifiuto della “politica dei due tempi” e l’insistenza sulla sincronicità non concernevano la contemporaneità tra liberazione nazionale e fuoriuscita dal capitalismo, in una sorta di flusso rivoluzionario permanente (come pure la critica B ci rimprovera, attribuendoci, tra l’altro, un intero passaggio dell’articolo di Vitali al quale, invece, reagivamo), ma semmai tra lotta per la sovranità nazionale e lotta di classe: non, insomma, un’ora X dell’avvento del Totalmente Altro, ma lo snodo determinato, specifico, anche contraddittorio, fra ritmi diversi, la congiuntura appunto.</p>
<p>Sappiamo, dopo queste precisazioni, di avere prestato il fianco ad un’altra critica, quella di “astrattezza”. Proviamo, allora, a rispondere seccamente alle questioni strettamente politiche che ci sono state poste:</p>
<p>A) No, non trascuriamo per nulla gli effetti di ricompattamento tra classi dominanti e ceti medi (o settori di essi) a seguito di questa o quella misura economica nazionale o europea. La riarticolazione dei fronti e le spinte contro-egemoniche, anche preventive, fanno parte, infatti, della definizione stessa di “frontiera antagonistica”. Semplicemente non deriviamo da uno strumento economico, di cui sono ancora incerti tempi ed impatto reale, le garanzie per confermare una visione dicotomica della società e della storia che ci sembra avere mostrato tutta la sua problematicità. Ne consegue che non crediamo che da queste tendenze “oggettive” derivi la possibilità di rendere politicamente egemoniche istanze socialiste sulla base della gemmazione di una qualsiasi tra le forze che già si dichiarano tali. Tendiamo piuttosto a credere che, allo stato attuale, una forza socialista di qualche portata potrebbe, forse, assumere consistenza sedimentando relazioni, polarizzando e orientando forze all’interno di un campo in sé non socialista;</p>
<p>B) Riteniamo la questione della sovranità nazionale e popolare e, dunque, della rottura con l’impianto UE dirimente, al punto che in questi anni, anche come militanti oltre che come autori di qualche contributo, abbiamo insistito sul nesso tra la questione euro e la pervasività della governance neoliberale europea nel diritto, nella scuola, nella rifunzionalizzazione del pubblico e del sociale. Senza il primo aspetto la critica alla UE si trasforma in reiterata decostruzione, incapace di cogliere il punto di precipitazione economico e politico della questione; senza il secondo, invece, si cade in una versione caricaturale del nemico e della liberazione, non afferrando come nemmeno in questo caso la sola disfunzionalità economica possa sancire il crollo o la destituzione di un “ordine” politico.</p>
<p>La nostra ambizione, insomma, non è quella di sottrarsi alla diagnosi delle contraddizioni in seno al popolo, e soprattutto al compito di risolverle in modo non antagonistico, ma di costruire un popolo in seno alle contraddizioni del presente, poiché al di fuori di esse non si tratterà di un popolo.</p>
<hr />
<p>[i] Cfr. F. Marchi, <a href="http://www.linterferenza.info/editoriali/quale-blocco-sociale/">Quale blocco sociale e con chi?</a></p>
<p>[ii] Cfr. A. Visalli, <a href="https://www.lafionda.org/2020/07/07/delle-contraddizioni-in-seno-al-popolo-stato-e-potere/">Delle contraddizioni in seno al popolo: Stato e potere</a>: (una versione più estesa dell’articolo è presente nel <a href="http://tempofertile.blogspot.com/2020/06/delle-contraddizioni-in-seno-al-popolo.html">blog di Visalli</a>:</p>
<p>[iii] Cfr. M. Pasquinelli, <a href="https://www.sollevazione.it/2020/06/nuova-direzione-prima-parte-di-moreno-pasquinelli.html">Nuova Direzione? (prima parte)</a>; nella seconda parte dell’articolo Pasquinelli si confronta criticamente con il testo di Visalli</p>
<p>[iv] Cfr. F. Capoccetti, <a href="https://www.lafionda.org/2020/04/30/il-virus-che-cera-gia-neoliberalismo-e-pandemia/">Il virus che c’era già. Neoliberalismo e pandemia</a></p>
<p>[v] Cfr. R. Bellofiore, La crisi globale, l’Europa, l’euro, la sinistra, Asterios, Trieste 2012</p>
<p>[vi] Oltre ai testi di Guilluy e Bagnasco citati anche da Visalli, per una storia della mobilitazione politica delle classi medie, cfr. S. Rizas, The End of Middle Class Politics, Cambridge Scholar Publishing, Newcastle 2018</p>
<p>[vii] P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, Bologna 2001, pp. 107-108.</p>
<p>[viii] G. Paolucci, Introduzione a Bourdieu, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 99.</p>
<p>[ix] P. Bourdieu, Ragioni pratiche, il Mulino, Bologna 1995, p. 24.</p>
<p>[x] In altra sede ci siamo anche occupati del rapporto tra logiche governamentali e prisma statuale: cfr. D. Melegari, <a href="https://www.lafionda.org/2020/04/27/foucault-fase-2-pandemia-e-crisi-di-governamentalita/">Foucault, fase 2. Pandemia e crisi di governamentalità</a></p>
<p>[xi] Visalli, con alcune ragioni, giudica non chiara la formula (che rimanda a Marcel Mauss) della nazione come “forma di integrazione sociale”, decidendo prontamente di interpretarla in termini organicistici. Per la verità nell’articolo facevamo accenno alle considerazioni di Poulantzas sulla matrice spaziale e temporale dell’elemento nazionale e sull’impossibilità di leggere l’appartenenza ad esso come mera “specificazione” di un’identità di classe data come ontologicamente e politicamente prioritaria. Contiamo di tornare presto su questi temi in modo più dettagliato. Per il momento, a proposito della dimensione nazionale come spazio di conflitto e, al tempo stesso, luogo di sedimentazioni ad esso irriducibili (e proprio per questo “contendibili”), cfr. D, Melegari, <em><a href="https://www.senso-comune.it/rivista/teoria/lanatra-coniglio-della-nazione-a-sinistra/">L’anatra-coniglio della nazione “a sinistra</a>” </em>:</p>
<p>[xii] Cfr, G. La Grassa, <em>Gli strateghi del capitale: una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin, </em>Manifestolibri, Roma 2005</p>
<p>[xiii] Su alcuni aspetti problematici cfr.  i nostri interventi in M. Baldassari, D. Melegari (a cura di), <em>Populismo e democrazia radicale : in dialogo con Ernesto Laclau</em>, OmbreCorte, Verona 2012</p>
<p><em><strong>Sollevazzione  </strong></em></p>
</div>
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		<title>Il Maghreb brucia?</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 14:01:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Pagliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Piero Pagliani Pur avendo una certa esperienza internazionale (anche in area mediorientale), non posso definirmi un esperto del Maghreb e di cose egiziane. E probabilmente è un bene dato che i sedicenti “esperti”, i riconosciuti “esperti”, a mia conoscenza non sono riusciti a prevedere nemmeno con un giorno d’anticipo che tutta quest’area geografica sarebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Piero Pagliani</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Pur avendo una certa esperienza internazionale (anche in area mediorientale), non posso definirmi un esperto del Maghreb e di cose egiziane.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">E probabilmente è un bene dato che i sedicenti “esperti”, i riconosciuti “esperti”, a mia conoscenza non sono riusciti a prevedere nemmeno con un giorno d’anticipo che tutta quest’area geografica  sarebbe stata sconvolta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Proprio perché non ci sono riusciti e quindi sono poco pericolosi adesso vengono intervistati dovunque per farci dire che la rivolta è scoppiata perché &#8230; è scoppiata. Gli strateghi massmediatici, cioè gli strateghi della distrazione di massa, sanno bene come utilizzare le loro armi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Io non sono un esperto  e quindi confesso immediatamente che per adesso non riesco a capire bene cosa stia succedendo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Ad ogni modo sono visibili almeno due piani in tutti questi eventi. Schematicamente: a) quello popolare e spontaneo e b) quello organizzato, entrambi, a loro volta, ramificati. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Il primo piano è evidente e non sorprende data la ventennale rapina delle risorse egiziane da parte delle istituzioni finanziarie internazionali che in Egitto ha portato tra l’altro alla distruzione di quel che c’era dello stato sociale nasseriano e dato che più di metà della popolazione vive con 2 dollari al giorno. Cioè si sta assistendo alla rivolta delle vittime del </span><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;"><em>Washington Consensus</em></span><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;"> (che in Italia dal 1992 viene portato avanti specialmente per iniziativa del centrosinistra), che per me è una delle strategie statunitensi per gestire la propria crisi sistemica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/02/egitto-rivolta-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2101" style="margin: 5px;" title="egitto-rivolta-2" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/02/egitto-rivolta-2-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Ma concentriamoci sull’Egitto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Per quanto riguarda la seconda dimensione, cioè quella organizzativa, ciò che io non sono in grado di valutare è il grado di incidenza in questa rivolta dei Fratelli Musulmani, delle forze che si richiamano al marxismo o, ancora, di quelle che si richiamano ad un nazionalismo di tipo nasseriano. Cioè di quelle forze che in qualche modo e in qualche misura sarebbero “dalla parte del popolo con 2 dollari al giorno”. Si dice che queste forze ci sono. Ma questo è ovvio. Aspettiamo che qualcuno che conosce veramente le cose ce le faccia capire un po’ meglio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Ciò che si sa invece abbastanza bene è che da tempo gli Stati Uniti danno soldi all’opposizione egiziana tramite USAID e stanno preparando il terreno diplomatico per un ricambio tramite incontri ufficiali con alcuni suoi esponenti. Gli Stati Uniti sono una forza imperiale seria e in quanto tale sono preparati a giocare le loro partite su più tavoli, anche contrapposti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Questo non vuole assolutamente dire che abbiano istigato loro le rivolte in corso. La rivolta nel Maghreb non ha di certo la stessa natura della “rivoluzione verde” iraniana. Al contrario, vuol dire che queste rivolte gli USA le temevano e quindi si sono attrezzati di conseguenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Infatti, per il lato più strettamente organizzativo, che non si può trascurare in fenomeni come questi, purtroppo si stanno ripetendo alcuni schemi già visti e di dubbia natura: le convocazioni tramite Twitter e FB e un grado di capacità di mobilitazione e coordinamento che &#8211; proprio al contrario degli esaltati teorici della panzana della “autoconvocazione dal basso” tramite Internet &#8211; presuppone invece l’esistenza di forze organizzate.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">La stessa grande manifestazione di Martedì scorso lungi dall’essere dimostrazione del grado di propagazione spontanea della rivolta sembrerebbe al contrario mostrare che il piano spontaneo e popolare è forse stato sopravanzato da quello organizzato. E organizzato molto bene. Ma da chi?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">L’esercito ha deciso che non reprimerà la rivolta. Stupendo. Ma chi forma i quadri dell’esercito egiziano? O si crede veramente che un esercito armato e addestrato dagli Stati Uniti, incorporato da cinquanta anni nella struttura del potere egiziano, possa decidere da solo di mettere dei fiori nei propri cannoni, oppure questa è una domanda alla quale occorre dare una risposta se si vuole avere qualche indizio in più riguardo la direzione in cui sta andando quel movimento. Per ora può essere utile un vecchio articolo del 2007 dell’</span><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;"><em>Herald Tribune</em></span><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;"> che a proposito della questione allora sollevata della successione a Mubarak recitava: “</span><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;"><em>Alcuni percepiscono il silenzio dei militari come un segno del fatto che essi siano pronti ad accettare un civile alla presidenza, presumendo che la transizione non distruggerà la stabilità della nazione più popolosa del mondo arabo – nonché alleato strategico degli USA in Medio Oriente</em></span><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">.”</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">In definitiva, come in tutti gli eventi di questo tipo ci sono diverse linee di forza organizzative, ideologiche e politiche, ma per ora non è facile capirne il peso relativo e gli scopi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Sicuramente dietro questi eventi non c’è una forza popolare internazionale organizzata. Un fuoco che in brevissimo tempo si è esteso per mezzo Mediterraneo &#8211; e già si parla di Siria e Giordania come prossimi bersagli &#8211; se fosse “anticapitalistico” tout court, come si illudono molte persone, presupporrebbe un Comintern con una capacità di azione impressionante. Ma il Comintern non c&#8217;è più, nemmeno in una versione ridotta e imbranata. Allora cosa sta succedendo?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Vedremo. Per ora segnalo un articolo di Michael Chossudowsky pubblicato su Globalresearch (http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=22993) che conferma e sviluppa queste considerazioni e, forse un po’ ingenuamente, incita i rivoltosi a non fermarsi al dittatore Mubarak ma a colpire gli interessi di chi sta dietro di lui, cioè quelli statunitensi, dell’FMI e della Banca Mondiale, altrimenti sarà tutto inutile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Michael Chossudowsky è un economista marxista canadese che ha scritto libri interessanti come: “</span><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;"><em>Globalizzazione della povertà e nuovo ordine mondiale</em></span><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">” (Edizioni Gruppo Abele, 2003), sugli effetti devastanti delle politiche di Banca Mondiale e FMI.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Per quanto siano ingenue le modalità del suo appello, tuttavia esso è corretto. Tenuto conto di tutte le differenze che è addirittura inutile elencare, mi ricorda in qualche misura la critica di Engels alla Comune di Parigi: non essersi impossessata della Banca di Francia:</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“<span style="font-family: Palatino Linotype,serif;"><em>I blanquisti erano allora nella maggioranza socialisti soltanto per istinto rivoluzionario proletario; pochi solamente erano arrivati a una maggior chiarezza di principi grazie a Vaillant, che conosceva il socialismo scientifico tedesco. Così si comprende come nel campo economico furono trascurate parecchie cose che secondo la nostra concezione odierna, la Comune avrebbe dovuto fare. Più che mai difficile a comprendersi rimane ad ogni modo il sacro rispetto col quale ci si arrestò con devota soggezione davanti alle porte della Banca di Francia. Questo fu anche un grande errore politico.&#8221;</em></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Infatti senza una direzione politica con una visione a 360 gradi difficilmente si è in grado di individuare i meccanismi fondamentali di riproduzione della società capitalistica o del dominio imperialistico. Ed è per questo che le modalità di organizzazione degli eventi sociali, o per lo meno la modalità che prevale, possono gettare luce su quali saranno i loro obiettivi e  quale sarà il loro precipitato politico.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Ma questa è solo una parte della storia. Anzi, la prima parte. Può essere che per ora la protesta non riesca ad andare più in là della caduta di Mubarak consentendo un avvicendamento al governo di forze moderate e liberiste come l’opposizione di al-Baradei. E’ tuttavia ben difficile credere che ciò potrà porre rimedio ai disastri di una politica trentennale senza dover operare una netta scissione con i mandanti imperialisti di quella politica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">La Fratellanza Musulmana e le forze di sinistra &#8211; che sembrano siano state anch’esse colte di sorpresa &#8211; potrebbero decidere per ora di appoggiare dall’esterno questo avvicendamento per guadagnare spazi di agibilità politica e iniziare un lavoro ai fianchi sostenuto da una pressione popolare che non sembra quindi destinata ad esaurirsi (anche se sono da mettere in conto ovvie battute d’arresto).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Anzi, c’è da rilevare che un’estensione del conflitto ad altre aree subalterne agli Stati Uniti non dovrebbe sorprendere. Gli USA per gestire la propria crisi sistemica hanno organizzato forse la più grande rapina mondiale di ricchezza esistente mai vista nella Storia. Ora, dopo la lezione che l’America Bolivariana ha inflitto loro, cercano di anticipare la reazione dei rapinati. In un’area cruciale come il Mediterraneo sono costretti a farlo, facendo anche buon viso a cattivo gioco (anzi, proprio in casi come questi si vede che l’elezione di Obama è stata una mossa giusta da parte degli strateghi statunitensi).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Palatino Linotype,serif;">Possono quindi vincere i primi round, ne hanno tutta la forza politica e militare. Ma riusciranno a vincere anche quelli successivi se la crisi sistemica, come sembra, dovesse approfondirsi? E se sì, a quale prezzo?</span></p>
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		<title>L&#8217;inondazione del Nilo</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 13:57:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Roman</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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		<category><![CDATA[Mubarak]]></category>
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		<description><![CDATA[Il direttore della rivista on-line “Overleft”, Franco Romanò, ha inviato questa risposta all’articolo di Piero Pagliani, che volentieri pubblichiamo. (La Redazione) di Franco Romanò Pur non essendo nemmeno io un esperto di cose egiziane e del mondo arabo questa insurrezione di cui non tutti i contorni sono chiari, non mi ha colto di sorpresa. Lasciamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Il direttore della rivista on-line </em>“Overleft”,<em> Franco Romanò, ha inviato questa risposta all’<a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=2100" target="_blank">articolo di Piero Pagliani</a>, che volentieri pubblichiamo. (La Redazione)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Franco Romanò</p>
<p style="text-align: justify;">Pur non essendo nemmeno io un esperto di cose egiziane e del mondo arabo questa insurrezione di cui non tutti i contorni sono chiari, non mi ha colto di sorpresa. Lasciamo stare gli esperti cosiddetti che nella maggioranza dei casi rispondono a logiche di pura e semplice propaganda, ma togliamoci anche l&#8217;illusione di poter determinare con esattezza il momento in cui una certa situazione entra in uno stato di rottura degli equilibri. Se posso usare una metafora che prendo in prestito dalla fisica delle particelle: è possibile conoscere lo stato di un sistema e le sue contraddizioni, ma non è possibile dire con esattezza quando queste scoppieranno. Ieri sera hanno intervistato a Radio Popolare di Milano un sindacalista egiziano della Cgil che ha mantenuto contatti con parenti amici e anche militanti politici e lui diceva più o meno questo: che era da tempo che si aspettavano tutti una sollevazione del genere che poteva potenzialmente riguardare tutta l&#8217;area. In sostanza i tempi erano maturi da un po&#8217; ma che poi avvenga proprio ora e non prima o dopo può dipendere anche da fattori contingenti. Cerco allora di fare un&#8217;analisi in base a quello che so e che mi sembra di capire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono, come del resto individui anche tu, cause lontane di carattere economico e sociale. Nel mio saggio che è stato appena pubblicato su “<em>Comunismo e Comunità</em>”, mettevo in evidenza alcuni dati vistosi sulla crisi che noi occidentali continuiamo a definire soltanto finanziaria, ma che per altre aree del mondo ha investito da subito la cosiddetta economia reale. Questo ora succede sempre di più anche da noi e si sarà sempre più grave ma di questo non vorrei scrivere adesso, semmai in altra occasione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/02/cartina_egitto_b.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2097" style="margin: 5px;" title="cartina_egitto_b" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/02/cartina_egitto_b-300x270.jpg" alt="" width="300" height="270" /></a>Torniamo all&#8217;Egitto. Il problema non è solo che molti egiziani vivono con due dollari, ma è che la situazione si è aggravata dopo un periodo di relativi miglioramenti. Non solo la distruzione del welfare nasseriano, ma a partire dal 2000 o poco più l&#8217;aumento vertiginoso di tutte le materie prime alimentari nevralgiche per paesi come l&#8217;Egitto: la farina per esempio. Soltanto questo, nel giro di dieci anni, ha creato un milione in più di egiziani che vivono al di sotto del minimo di sussistenza. Non che prima stessero bene, intendiamoci, ma sono sempre i peggioramenti rispetto a una situazione che era leggermente migliorata, a scatenare un malcontento potenzialmente più forte che non il rimanere in una situazione statica senza alcuna possibilità di conoscerne un&#8217;altra diversa. Probabilmente il caso tunisino è leggermente diverso, ma non troppo. L&#8217;accumularsi di impoverimento costante, venir meno di minime garanzie sociali, corruzione e arricchimento della casta sono gli elementi che hanno spinto strati crescenti di popolazione in una situazione insostenibile; diciamo che questa è la parte che tu definisci spontanea del movimento e che ha una sua parte importante, niente affatto trascurabile secondo me.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo dato e riflessione. I regimi corrotti filo occidentali dell&#8217;area sono tutti in grave crisi e non funziona più la propaganda che mette la sordina al fatto che sono regimi dittatoriali feroci, ma che per carità di patria imperiale vengono fatti passare quasi per democratici. La presidenza Usa ha tentato probabilmente un cambio preventivo, spaventato dalla eventualità di una ribellione che mettesse in discussione la seconda cintura di sicurezza degli interessi imperiali in Medio Oriente (la prima è costituita dallo stato di Israele ed è ovviamente l&#8217;alleanza strategica più forte), ma è ovvio che la seconda cintura è essa stessa assai importante e ha tre pilastri fondamentali: Egitto Siria e Giordania: più complessa la questione Arabia Saudita. Questo cambio preventivo non è visibilmente riuscito, le insurrezioni di questi giorni lo hanno già spazzato via, perché sia che la ribellione rientri a causa di livelli feroci di repressione, sia che continui, comunque la transizione eventuale non sarà affatto morbida e credo che leader come El Baradei rischiano di nascere già morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Terzo dato e riflessione. I Fratelli Musulmani e le forze marxiste sono certamente le più organizzate ma la prudenza dei primi dimostra quanto meno un fatto e cioè che non  sono stati loro a mettere in moto l&#8217;insurrezione, se mai cercano ora in qualche modo di darle uno sbocco politico, ma la loro presa strategica sulle masse arabe è in netto calo e la ragione è molto semplice: il cosiddetto fondamentalismo islamico non ha risolto un solo problema e non è in grado di offrire una alternativa credibile alla disperazione delle masse arabe.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimane il problema dell&#8217;esercito. Neppure io credo che non faccia parte organicamente del sistema di potere egiziano e certamente non è un esercito di capitani portoghesi del &#8217;74, ma gli stati maggiori militari sanno anche, più del governo, che questa crisi non si potrà risolvere con la repressione per quanto feroce perché quei governi hanno perso del tutto la loro credibilità. La scelta di mandare avanti i mazzieri sta a indicare questo: se non basteranno interverrà l&#8217;esercito? Non è detto e bisogna vedere in che modo. Non dobbiamo pensare agli eserciti di questi paesi come a forze armate e basta, spesso sono una specie di superpartito che svolge una funzione istituzionale anche superiore a quella delle istituzioni civili, un po&#8217; come avviene in Turchia. Nel caso dell&#8217;Egitto la loro posizione è molto delicata perché se è tollerabile un periodo di anarchia in Tunisia certamente non lo è in Egitto che confina con un Israele pronta a colpire come sempre fa nei momenti di crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;insieme di questi fattori io li giudico tutti positivamente: il fatto che un altro pezzo della cintura periferica imperiale stia cedendo, è un fatto positivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Come esser vicini a loro se si può? E&#8217; chiaro che occorrerebbe quello che sappiamo benissimo che non c&#8217;è: una sinistra comunista che offra loro una sponda di analisi ma anche di solidarietà attiva da questa parte del Mediterraneo. L&#8217;appello a non fermarsi a Mubarak è ovviamente condivisibile, ma bisognerebbe conoscere meglio la situazione reale di quelle forze di sinistra egiziane anche nasseriane. E&#8217; possibile che un&#8217;alleanza di questo genere possa costituire una alternativa, magari non nell&#8217;immediato ma con un disegno strategico? Credo che dovremmo cercare, chi può farlo, di prendere contatti.</p>
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