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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Rodolfo Monacelli</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>PERCHÉ L&#8217;ASTENSIONE È LA GIUSTA SCELTA</title>
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		<pubDate>Wed, 21 May 2014 13:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
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		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Europee]]></category>
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		<description><![CDATA[Attualmente il dibattito politico è incentrato sulle elezioni europee del 25 maggio che vengono viste come un referendum tra “europeisti ed eurocritici”. Naturalmente, proprio per questo motivo, anche il Coordinamento della Sinistra contro l’Euro è chiamato a esporre la propria opinione. Come si è visto, le visioni su questo tema all’interno del Coordinamento sono diverse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/05/Elezioni_astensione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4526" title="Elezioni_astensione" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/05/Elezioni_astensione-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
<p>Attualmente il dibattito politico è incentrato sulle elezioni europee del 25 maggio che vengono viste come un referendum tra “europeisti ed eurocritici”. Naturalmente, proprio per questo motivo, anche il Coordinamento della Sinistra contro l’Euro è chiamato a esporre la propria opinione. Come si è visto, le visioni su questo tema all’interno del Coordinamento sono diverse e diversificate e, per questo, mi accingo ad esporre anche la mia personale valutazione.</p>
<p>Diciamo innanzitutto che una posizione su tale tema per chi voglia “uscire dall’euro da sinistra” è difficile e complessa. Proprio perché, attualmente, non esiste ancora una sinistra contro l’euro che si sia presentata alle elezioni. Qualunque movimento o partito si appoggi, se si decide di appoggiarlo, dunque, non sarà il “nostro” e qualunque posizione rischia di essere strumentalizzata o, peggio, sembrare semplicistica. Prima di esporre la mia opinione su cosa fare alle europee penso sia utile dare il mio giudizio sui partiti/movimenti che, a vario titolo vengono definiti eurocritici o euroscettici, presenti alle Elezioni del 25 maggio.</p>
<p>1) L’Altra Europa con Tsipras: &#8211; Questa ritengo essere l’ennesima riproposizione di una sinistra ormai in disuso, che con indefessa puntualità si presta all’ennesimo fallimento (un fallimento politico e teorico, iniziato con l’appoggio ai governi Prodi e proseguito fino a Rivoluzione Civile). In questo caso, risulta difficile anche definire questa lista &#8211; formata da un’accozzaglia di sigle e di personale politico fallimentare &#8211; come “euroscettica o eurocritica” &#8211; e, per questo, spenderò poche parole per descriverla. Infatti, se ascoltiamo i principali esponenti della Lista Tsipras, in primis Barbara Spinelli, assisteremo a frasi fatte e un programma che sembra scritto dal PUDE (Partito Unico dell’Euro). Un programma che sembra una versione vagamente più sociale di quella del Partito Democratico renziano: “Più Europa”, “L’euro non è il problema”, “In un’epoca globalizzata non possiamo ritornare agli stati nazionali”, eccetera. Cosa abbia questo a che fare con una sinistra alternativa non è dato sapersi. Come non è dato sapersi come questa sinistra non riesca ancora a comprendere come la difesa dello stato nazionale voglia dire permettere la dialettica democratica e la rivendicazione dei diritti dei lavoratori e come, dopo anni di dibattiti e di informazione sul tema della moneta unica, ancora finga di non capire come l’euro non è stato altro che lo strumento per attuare le riforme neoliberiste e, in particolare, la deflazione salariale. Parce sepultis!</p>
<p>2) Movimento Cinque stelle: &#8211; Sul MoVimento spenderò più parole anche perché, com’era ovvio che fosse, è proprio su di esso che esiste un dibattito all’interno del Coordinamento. Le criticità che cercherò di elencare, ovviamente, non hanno nulla a che vedere con la cecità della sinistra italiana che, come al solito, quando si trova di fronte a movimenti nuovi e che non riesce a comprendere, indirizzare o egemonizzare ha il vizio di additarli o etichettarli. Quindi in questo articolo non leggerete baggianate tipo “nuova destra”, “nuovo Fascismo” eccetera. Le sciocchezze potete leggerle altrove. Il problema del MoVimento è, invece, nella sua analisi e, conseguentemente, nelle sue proposte. Un’analisi errata che, proprio quando si affronta il problema europeo, si mostra con tutta la sua evidenza.</p>
<div><a href="http://3.bp.blogspot.com/-dm9jWQIcl4A/U3sbmoSzX5I/AAAAAAAAAVo/PH3d4BbN4-Q/s1600/sond.jpg"><img class="aligncenter" src="http://3.bp.blogspot.com/-dm9jWQIcl4A/U3sbmoSzX5I/AAAAAAAAAVo/PH3d4BbN4-Q/s1600/sond.jpg" alt="" border="0" /></a></div>
<p>Da un analisi sbagliata le soluzioni non possono che essere sbagliate. L’analisi del Movimento Cinque Stelle si basa su un’analisi errata della crisi. Si afferma, infatti, che il problema principale italiano deriverebbe da quello della casta. Un’analisi moralistica che non sfiora neanche lontanamente il problema fondamentale: la permanenza nell’Eurozona e nella gabbia dei trattati europei, cui si lega il problema del debito estero e la crisi da domanda scatenata da una distribuzione sempre più regressiva del reddito. Se, infatti, fosse vero, come dichiarano Grillo e Casaleggio, che eliminando le “spese inutili”, le spese della “casta politica”, tutti i problemi si risolverebbero, allora le soluzioni di austerità non sarebbero così sbagliate e, infatti, in una recente intervista, Casaleggio ha esplicitamente parlato di “riduzione della spesa pubblica”.</p>
<p>E purtroppo non è la prima volta: basti ricordare le dichiarazioni di Beppe Grillo a una televisione tedesca, in cui affermava esplicitamente “Dovremmo avere un piano paragonabile all’Agenda 2010 in Germania. Ciò che ha dato buoni risultati in Germania, lo vogliamo anche noi […]”. I buoni risultati a cui Grillo alludeva erano la deflazione salariale e la flessibilità? Un’inquietante identità di vedute, da questo punto di vista, con Mario Monti, Romano Prodi e Matteo Renzi.</p>
<p>Questa errata analisi della crisi porta, inoltre, anche altre pericolose conseguenze come la valutazione del MoVimento 5 Stelle sul finanziamento pubblico. Nessuno, ovviamente, vuole negare i ladrocini che si sono verificati in Italia da parte della classe politica e dei partiti sistemici. Partire, però, da questa giusta valutazione per arrivare a negare ogni finanziamento alla politica significa impedire ogni possibilità reale di rappresentanza politica nelle istituzioni democratiche. E non tutti potranno avere la visibilità mediatica e il patrimonio di Beppe Grillo o le capacità di marketing di <a href="http://www.casaleggio.it/media/libri/marketing-to-the-social-web-1.php">Gianroberto Casaleggio</a>.</p>
<p>Né destra né sinistra. Beppe Grillo, e con lui il Movimento Cinque Stelle, utilizzando questo slogan (che altro spazio meriterebbe per essere approfondito e criticato) afferma che “le idee non sono di destra e di sinistra, ma giuste o sbagliate”. Negando, sostanzialmente, uno dei principi cardine del marxismo e della sinistra in genere, e cioè che le idee rappresentano interessi confliggenti e contrapposti. Per entrare nel pratico: cosa voteranno un piccolo imprenditore del nord ex leghista e un ex delegato della Fiom sull’articolo 18? Le prime <a href="http://www.articolotre.com/2013/03/la-capogruppo-m5s-lombardi-sempre-piu-destroide-larticolo-18-unaberrazione/149209">dichiarazioni</a> dell’ex capogruppo alla Camera Roberta Lombardi, dopo le strampalate dichiarazioni sul “fascismo buono”, non sono state certo rassicuranti:</p>
<p>“Rintrodurre il testo così com’era è a mio avviso un errore. E questo è il pensiero di una persona che comunque ha il privilegio (di questi tempi lo è) di un contratto a tempo indeterminato. Pensare di poter reintegrare nel posto di lavoro da cui è stato licenziato senza giusta causa o giustificato motivo è secondo me un’aberrazione e crea uno stato di tensione (relazionale, discriminatoria o di natura economica) maggiore tra datore di lavoro e lavoratore stesso di quello che ha dato origine al licenziamento. Meglio a mio avviso prevedere invece un veramente congruo indennizzo a favore del lavoratore ove venisse riconosciuta dal giudice del lavoro l’illegittimità del licenziamento. Qualcosa che gli dia veramente la tranquillità di potersi guardare intorno in cerca di nuove opportunità”.</p>
<p>Forse all’Onorevole e cittadina Lombardi è sfuggito che l’indennizzo non durerebbe per sempre, anche qualora il lavoratore non avesse trovato una nuova occupazione?</p>
<p>Il Referendum sull’euro. Sono proprio questa analisi errate, in buona fede o meno non importa, che ha portato a un programma per le europee molto simile a quello della Lista Tsipras. Un’occasione mancata. Certo, molti mi potrebbero contestare che “Il Movimento cinque stelle propone, però, il referendum sull’euro”. Ma proprio questa proposta è sintomatica di una mancata comprensione della crisi. Non solo e non tanto perché anticostituzionale, l’articolo 75 della Costituzione, perché si potrebbe fare una legge ad hoc come si fece per il referendum del 1989. Ma nel frattempo passerebbero almeno sei mesi e non sarebbero rimasti neanche i conti correnti con la pensione da 500 euro. Ammesso e molto non concesso che vi sia una possibilità, dopo anni di disinformazione criminale da parte dei mezzi di informazione, di poterlo vincere. E perdendo il referendum non sarebbe soltanto una sconfitta politica tra le tante. Sarebbe qualcosa di molto più grave. Sarebbe la legittimazione democratica dell’euro (che oggi, in Italia, non ha). Un suicidio politico ed economico.</p>
<p>3) Lega Nord e Fratelli d’Italia: &#8211; In una situazione politica normale non andrebbero neanche analizzate le posizioni di movimenti politici come questi (uno secessionista, l’altro neofascista), tali e tante sono le differenze e i valori che ci distanziano e ci differenziano. Ma, purtroppo, soprattutto per colpa della sinistra italiana, non viviamo in tempi normali. E, dunque, è evidente che attualmente gli unici movimenti che parlano esplicitamente di “uscita dall’euro” sono proprio Fratelli d’Italia e la Lega Nord (più l’ultima che la prima a dire la verità, anche grazie alla candidatura di Claudio Borghi e Francesca Donato). Questo, naturalmente, non può portare a un voto verso un movimento che ha votato a favore del Trattato di Maastricht, del Trattato di Lisbona, del pareggio di bilancio in Costituzione – ma, va detto, non del Fiscal Compact – e che utilizza in maniera strumentale la lotta contro l’euro (senza dimenticare la loro natura xenofoba e razzista e il loro collaborazionismo con il governo Berlusconi).</p>
<p>Il discorso, non settario né semplificatorio, è un altro: perché gran parte del mondo sovranista voterà Lega Nord? Per la stima per Claudio Borghi e Francesca Donato (che ha anche chi scrive, pur non condividendo la loro scelta)? Certamente. Ma non basta e, certamente, non basta pensare che tutto il mondo sovranista si sia spostato a destra. La questione da analizzare, a mio parere, è più complessa e, dunque, ancora più difficile da affrontare. Ovviamente dovrò essere sintetico e spero mi perdonerete. La scelta di molte persone di sinistra, e che si dicono ancora di sinistra, che <a href="http://vocidallestero.blogspot.it/2014/05/perche-noi-di-sinistra-votiamo-Borghi-e.html">voteranno Lega Nord</a> va oltre la contingenza (e solo la stima personale per quello o quell’altro candidato) delle Europee. Ma dimostra la debolezza politica della sinistra, incapace di proporre un’alternativa all’uscita “liberista” dall’euro. Non è una posizione da prendere con sufficienza o da rifiutare sdegnosamente per questioni ideologiche o di purismo, non lo è perché la nostra società è veramente ammalata e la crisi sempre più incessante e preoccupante. Necessario, piuttosto, è creare un’alternativa che possa veramente contare in un futuro CLN.</p>
<p>Che fare? – La mia posizione, come è ovvio, sarà dunque quella di un’astensione sofferta. Sofferta per l’incapacità della sinistra, ancora una volta, di proporre – anche solo da un punto di vista elettorale -un’alternativa credibile. Certo, la mia astensione alle europee non dipende solo da questo. Va ricordato, infatti, l’assoluta inconsistenza politica del Parlamento Europeo (un Parlamento che non fa le leggi) e la totale antidemocraticità dell’Unione Europea (in cui le leggi le fa la Commissione Europea, non eletta da nessuno). Anche la mia valutazione sul quadro politico successivo a queste elezioni (che sarebbe l’unico motivo per votare a queste elezioni, quello di far perdere il Partito Democratico) è diversa da quella di molti compagni: non ritengo che subirà scossoni di rilievo. Anche con un’ipotetica vittoria del Movimento Cinque Stelle l’unico risultato ottenuto sarebbe quello di far aumentare di numero le proposte propagandistiche e populiste del governo Renzi.</p>
<p>Per concludere: chi lotta contro il sistema eurista voti (o non voti) chi ritiene utile, ma non pensi che questo nell’attuale congiuntura storica cambierà gli attuali sistemi di potere nazionali e internazionali. Per fare questo bisogna iniziare a creare un’alternativa perché, per citare i compagni del Movimento (R)evoluzione, «Tocca a noi cominciare una nuova via, non partendo dalle macerie del passato ma attingendo da nuove risorse. Tocca a noi incentivare le migliori menti per impostare e attuare un nuovo modello di società».</p>
<p style="text-align: right;"><em>Fonte: <a href="http://sinistracontroleuro.blogspot.it/" target="_blank">Coordinamento Nazionale Sinistra contro l&#8217;Euro</a></em></p>
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		<title>Beppe Grillo e il Movimento Cinque Stelle</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 05:01:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità]]></category>
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		<description><![CDATA[Scriviamo quest’articolo in risposta alle analisi fatte dal compagno Piotr Zygulski sul Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Come potrete leggere nell’articolo presente su questo sito se ne da una valenza molto positiva, quasi rivoluzionaria, comunitaria. Chi scrive non è della stessa opinione e cercherà di inquadrare le sue critiche secondo tre punti principali e una conclusione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scriviamo quest’articolo in risposta alle analisi fatte dal compagno <em>Piotr </em><em>Zygulski</em> sul Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo.</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/03/beppe-grillo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3559" title="beppe-grillo" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/03/beppe-grillo.jpg" alt="Movimento Cinque Stelle" width="320" height="240" /></a>Come potrete leggere nell’<a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=3473" target="_blank">articolo presente su questo sito</a> se ne da una valenza molto positiva, quasi rivoluzionaria, comunitaria. Chi scrive non è della stessa opinione e cercherà di inquadrare le sue critiche secondo tre punti principali e una conclusione:</p>
<ol>
<li><strong>Da un analisi sbagliata le soluzioni non possono che essere sbagliate.</strong> L’analisi del Movimento Cinque Stelle, e di <a href="http://www.beppegrillo.it/" target="_blank">Beppe Grillo</a> in particolare, si basa su un’analisi sostanzialmente errata della crisi. Si afferma, infatti, che il problema principale italiano deriverebbe da quello della casta. Un’analisi sostanzialmente moralistica che non sfiora neanche lontanamente il problema fondamentale: la permanenza nell’Eurozona e nella gabbia dei trattati europei, cui si lega il problema del debito estero e non certo del <a href="http://goofynomics.blogspot.it/2012/04/laritmetica-del-debito-pubblico.html" target="_blank">debito pubblico</a>, e la crisi da domanda scatenata da una distribuzione sempre più regressiva del reddito.</li>
<li>Un’analisi, come dicevamo, errata e che porta a conseguenze catastrofiche. Se, infatti, fosse vero, come dichiara Grillo, che eliminando le “<em>spese inutili</em>”, le spese della “<em>casta politica</em>”, tutti i problemi si risolverebbero, allora le soluzioni di austerità del governo Monti non sarebbero errate.</li>
</ol>
<p>“<em>L’austerità montiano-grillina equivale allo zelo del chirurgo che amputa la gamba sana, trascurando la cancrena dei mercati finanziari privati (in Italia ben rappresentata da Mps). Nella follia montiana c’era metodo: raggranellare 40 miliardi di euro da dare a spagnoli e greci perché li restituissero ai loro creditori tedeschi. Il “salvataggio” di Monti ha salvato la Germania, affossando via Imu gli italiani. <strong>Se Grillo parte dalla stessa diagnosi, c’è da temere che arrivi alla stessa terapia</strong></em>” (<a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/grillo-e-leurocrisi-torniamo-allausterita-di-monti/" target="_blank">Grillo e l’eurocrisi: torniamo all’austerità di Monti?</a> – Alberto Bagnai – Il Fatto Quotidiano &#8211; 6 marzo 2013<em>)</em></p>
<p>Non è, perciò, un caso né, come alcuni affermano, un incidente di percorso <a href="http://www.ilpunto.it/politica/item/5523-beppe-grillo-alla-tv-tedesca-vogliamo-una-riforma-alla-schroeder-per-welfare-e-lavoro.html" target="_blank">le dichiarazioni di Beppe Grillo</a> a una televisione tedesca in cui afferma esplicitamente: “<em>Dovremmo avere un piano paragonabile</em><em> </em><em>all&#8217;Agenda 2010 in Germania. Ciò che ha dato buoni risultati in</em><em> </em><em>Germania, lo vogliamo anche noi</em> […]”.</p>
<p>Ricordiamo a tutti che l’Agenda Schroeder che “<em>ha dato buoni risultati in Germania</em>” prevedeva, tra le altre cose, deflazione salariale e flessibilità. Un’inquietante identità di vedute con <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/e-noi-faremo-come-schroeder/#.UVPFJ" target="_blank">Walter Veltoni</a> da questo punto di vista.</p>
<p>Questa errata analisi della crisi porta, inoltre, anche altre pericolose conseguenze. Naturalmente, nessuno nega come la gestione del finanziamento pubblico ai partiti in Italia sia stata, soprattutto in tempo di crisi, errata e ingiusta (tutti abbiamo in mente l’immagine di <a href="http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_settembre_13/fiorito-pdl-ostriche-champagne-fondi-regionali-2111800723828.shtml" target="_blank">Fiorito e delle ostriche</a>). Partire, però, da questa giusta valutazione per arrivare a negare ogni finanziamento alla politica significa arrivare a negare ogni possibilità reale di rappresentanza politica nelle istituzioni democratiche dei dominati. E non tutti potranno avere la visibilità mediatica e il patrimonio di Beppe Grillo o le capacità di <em>marketing</em> di <a href="http://www.casaleggio.it/media/libri/marketing-to-the-social-web-1.php" target="_blank">Gianroberto Casaleggio</a>. Siamo sicuri che vogliamo proprio questo?</p>
<p>2- <strong>Né destra né sinistra. </strong>Chi legge questo sito e la nostra rivista sa benissimo come uno dei principi su cui si basa la nostra attività politica e culturale è basata sul convincimento della fine della dicotomia destra-sinistra perché inadeguata a descrivere con precisione la sostanza di una posizione politica rispetto all&#8217;attuale capitalismo e al sistema di relazioni sociali e culturali dominante. “<em>Lo dice anche Grillo</em>”, perché non siete d’accordo, vi chiederete. Perché anche se le parole sembrano simili, non sempre lo sono anche i concetti. Come è noto noi partiamo dall’assunto, elaborato da <strong>Costanzo Preve</strong>, della fine della dicotomia destra-sinistra, in Occidente, oggi per lo più interne alla visione capitalistica del mondo e alla difesa dell&#8217;esistente, rappresentandone in fin dei conti due varianti culturali, a causa della fine di un ciclo storico e che si collega alla fine della polarizzazione tra borghesia e proletariato. <strong>Beppe Grillo</strong>, e con lui il Movimento Cinque Stelle, dice, invece, cose assolutamente diverse. Beppe Grillo, sostanzialmente, afferma che “<em>le idee non sono di destra e di sinistra, ma sono giuste o sbagliate</em>”. Negando, sostanzialmente, uno dei principi cardine del marxismo e cioè che le idee non sono giuste o sbagliate, ma che rappresentano interessi confliggenti e contrapposti. Per entrare nel pratico: cosa voteranno un piccolo imprenditore del nord ex leghista ed un ex delegato della Fiom sull’articolo 18?</p>
<p>Le prime <a href="http://www.articolotre.com/2013/03/la-capogruppo-m5s-lombardi-sempre-piu-destroide-larticolo-18-unaberrazione/149209" target="_blank">dichiarazioni</a> del Capogruppo alla Camera <strong>Roberta Lombardi</strong>, dopo le strampalate dichiarazioni sul “<em>fascismo buono</em>”, non sono certo rassicuranti:</p>
<p>“<em>Rintrodurre il testo così com’era è a mio avviso un errore. E questo è il pensiero di una persona che comunque ha il privilegio (di questi tempi lo è) di un contratto a tempo indeterminato. Pensare di poter reintegrare nel posto di lavoro da cui è stato licenziato senza giusta causa o giustificato motivo è secondo me un’aberrazione e crea uno stato di tensione (relazionale, discriminatoria o di natura economica) maggiore tra datore di lavoro e lavoratore stesso di quello che ha dato origine al licenziamento. Meglio a mio avviso prevedere invece un veramente congruo indennizzo a favore del lavoratore ove venisse riconosciuta dal giudice del lavoro l’illegittimità del licenziamento. Qualcosa che gli dia veramente la tranquillità di potersi guardare intorno in cerca di nuove opportunità</em>”.</p>
<p>Forse all’On. e cittadina Lombardi sfugge che l’indennizzo non durerebbe per sempre, anche qualora il lavoratore non avesse trovato una nuova occupazione (cosa di questi tempi molto probabile).</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/03/Movimento-Cinque-Stelle.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3561" title="Movimento-Cinque-Stelle" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/03/Movimento-Cinque-Stelle.jpg" alt="Beppe Grillo" width="320" height="240" /></a>3 – <strong>Il Movimento Cinque Stelle come Comunità?</strong> Anche su questo elemento di dissenso bisognerebbe chiarire cosa si intende per <strong>comunità</strong>. Ovviamente, se si intende una “<em>comunità interclassista</em>”, probabilmente il movimento di Beppe Grillo potrebbe essere inteso in questo modo. Ma se, come per chi scrive, si intende la comunità come un insieme di “<strong><em>libere individualità</em></strong>” volte ad eliminare lo sfruttamento, pare difficile associare tale concetto al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Anche la definizione di “<em>libere individualità</em>”, del resto, al di là delle retoriche affermazioni di “<em>uno vale uno</em>”, sembra difficile associarlo a un movimento politico in cui <strong>due persone valgono più di tutti gli altri</strong>. Da questo punto di vista ha ragione <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/politica/2012/12/14/816887-federica-salsi-minacciata-morte-denuncia.shtml" target="_blank">Giovanni Favia</a> quando ha affermato che, più che uno vale uno, tolti Grillo e Casaleggio, nel Movimento Cinque Stelle “<em>uno vale l’altro</em>”.</p>
<p><strong>Conclusioni. </strong>Naturalmente queste analisi critiche sull’articolo di <em>Piotr </em><em>Zygulski </em>non portano a negare le tantissime positività del Movimento Cinque Stelle né, tantomeno, a considerarlo un nemico. Innanzitutto, nel considerare che dopo vent’anni di finto bipolarismo Pd-Pdl, si è inserito nel dibattito parlamentare un altro soggetto, costituito da tantissime persone in buona fede e critici nei confronti dell’attuale sistema politico. Vi sono, poi, da considerare le tantissime battaglie condivisibili nel Movimento Cinque Stelle: la lotta contro la TAV, contro il governo Monti, contro l’austerità. E vi è, infine, da considerare il fatto che, senza la presenza del Movimento Cinque Stelle in Parlamento, oggi staremmo parlando di un governo Bersani-Monti.</p>
<p>Tutte queste cose non vanno mai dimenticate né sottovalutate quando si parla criticamente del Movimento Cinque Stelle, né dimenticare <a href="http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/12/31/giorgio-cremaschi-lista-ingroia-la-legalita-non-basta/" target="_blank">i motivi reali e concreti</a> del motivo per cui l’Italia è l’unico paese europeo in cui la lotta contro l’austerità non ha portato vantaggi alla sinistra radicale. Detto questo, come si sarà compreso dalla lettura di questo articolo, chi scrive non considera il Movimento Cinque Stelle come una soluzione. Piuttosto come un’esigenza sentita ormai da gran parte della popolazione italiana. Ci sarebbero, dunque, una volta che le contraddizioni interne al Movimento Cinque Stelle scoppieranno, le condizioni reali per la costruzione di un movimento politico realmente chiaro nei contenuti anticapitalistici, partecipativo e senza nessun padre fondatore, padrone o padroncino.</p>
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		<title>La crisi dell&#8217;euro e della democrazia</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 16:45:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Loretta Napoleoni]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista all&#8217;economista Loretta Napoleoni Fonte:  http://www.criticaletteraria.org/2013/02/il-salotto-intervista-loretta-napoleoni.html Iniziamo dal titolo del suo ultimo libro &#8220;Democrazia Vendesi&#8221;. La nostra democrazia  è veramente a rischio? E ritiene anche lei che la nomina di Mario Monti a Presidente del Consiglio sia stato, come definito da molti, un &#8220;golpe bianco&#8221;? Un &#8220;golpe bianco&#8221; mi sembra un po&#8217; eccessivo, anche perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Intervista all&#8217;economista Loretta Napoleoni</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Fonte:  <a href="http://www.criticaletteraria.org/2013/02/il-salotto-intervista-loretta-napoleoni.html">http://www.criticaletteraria.org/2013/02/il-salotto-intervista-loretta-napoleoni.html</a></em></p>
<p><strong><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/02/loretta_napoleoni.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3466" title="loretta_napoleoni" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/02/loretta_napoleoni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Iniziamo dal titolo del suo ultimo libro &#8220;Democrazia Vendesi&#8221;. La nostra democrazia  è veramente a rischio? E ritiene anche lei che la nomina di Mario Monti a Presidente del Consiglio sia stato, come definito da molti, un &#8220;golpe bianco&#8221;?</strong></p>
<p>Un &#8220;golpe bianco&#8221; mi sembra un po&#8217; eccessivo, anche perché la decisione è stata presa non soltanto dall&#8217;Italia, ma anche dall&#8217;Europa unita. Non è stato ritenuto giusto andare alle elezioni in un momento di grande incertezza e instabilità del Paese. Certo, per quanto riguarda il cittadino, questa posizione è venuta da Bruxelles. Ne parlo nel libro e parlo anche di come alcuni parlamentari europei abbiano denunciato una situazione di questo tipo. La riduzione della democrazia non è, però, necessariamente legata a questo tipo di comportamento, anche se questo tipo di comportamento ha certamente contribuito a questa erosione della democrazia, ma è piuttosto relazionata al carattere &#8216;eccezionale&#8217; delle politiche che si sono perseguite negli ultimi tre anni. Politiche che hanno portato a decisioni, come per esempio il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_bilancio_europeo" target="_blank">Fiscal Compact</a>, che hanno cambiato la Costituzione senza che questo avvenisse con un dibattito pubblico e attraverso una consultazione con la popolazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L&#8217;economista <a href="http://goofynomics.blogspot.it/" target="_blank">Alberto Bagnai</a> ha definito l&#8217;Euro &#8220;<em>non una moneta, ma un metodo di governo</em>&#8220;. Lei è d&#8217;accordo con questa affermazione? E ritiene che la svendita della nostra democrazia rientri in questa prospettiva?</strong></p>
<p>L&#8217;Euro è una costruzione monetaria che non funziona. Non è vero che è stato creato per assoggettare una parte dell&#8217;Europa e per avvantaggiarne un&#8217;altra. Qui c&#8217;è un difetto di forma, che è un difetto economico e monetario, che ha portato a delle distorsioni. Situazioni del genere, del resto, si sono presentate anche in passato. Non penso, dunque, che l&#8217;Euro sia una forma di governo, assolutamente no. L&#8217;Euro è un sistema monetario che non funziona perché è stato creato senza tener conto dei principi della teoria economica e della teoria monetaria. Gli inglesi lo avevano predetto e, per questo motivo, non sono entrati nell&#8217;Euro. All&#8217;estero, rispetto all&#8217;Italia, sono più di dieci anni,che si dibatte su questi temi, con volumi su volumi sull&#8217;argomento. Improvvisamente, in Italia, alcuni economisti se ne sono accorti.<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/02/democrazia-vendesi.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3467" title="democrazia vendesi" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/02/democrazia-vendesi.jpg" alt="" width="127" height="200" /></a></p>
<p><strong>Dal suo ultimo libro lei afferma che la crisi economica, di cui soffrono gli Stati periferici del Sud, derivi dal debito estero causato dall&#8217;Euro. Tutte le fonti di informazione, e gli stessi esponenti politici, parlano, però, di debito pubblico. Quale rapporto esiste tra debito estero e debito pubblico?</strong></p>
<p><strong></strong>Il debito estero è il debito pubblico che viene finanziato emettendo buoni del Tesoro che sono stati comprati all&#8217;estero. La teoria economica <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Area_valutaria_ottimale" target="_blank">Optimum Currency Area</a> </strong>dice questo: se due economie diverse si uniscono, cioè che una è più forte e l&#8217;altra è più debole, quella più forte diventa automaticamente <strong>creditore netto </strong>di quella più debole. Che cosa significa? Significa che noi ci siamo indebitati con le banche estere che, avendo la stessa moneta, hanno avuto un incentivo a &#8220;colonizzare&#8221; questi mercati della periferia. Mercati in cui, prima dell&#8217;adozione dell&#8217;Euro, non erano molto presenti perché c&#8217;era il pericolo della <strong>svalutazione. </strong>Il debito pubblico, quindi, è stato finanziato indebitandosi all&#8217;estero. Questa situazione è cambiata con la crisi perché si è cercato di far ricomprare il debito pubblico alle banche della periferia. Si sono, perciò, riallineati i flussi finanziari. Oggi, la maggior parte del debito pubblico italiano (più del 60%) è nelle mani delle banche italiane che lo hanno finanziato da quando le banche straniere hanno deciso di non partecipare più alle aste. Perché? Perché avevano paura dell&#8217;implosione dell&#8217;Euro. Il debito estero e il debito pubblico, quindi, coincidono.</p>
<p><strong>Nel suo ultimo libro spiega come, in base ai fondamentali dell&#8217;economia, la crisi dell&#8217;Euro fosse ampiamente prevedibile. Come è possibile, secondo Lei, fare un errore di questo tipo, se di errore si tratta? E ritiene che senza la crisi americana, la crisi dell&#8217;Eurozona si sarebbe comunque verificata?</strong></p>
<p>La crisi dell&#8217;Euro si è verificata perché nessuno ha guardato i fondamentali dell&#8217;economia. Qui c&#8217;è stata una propaganda incredibile. Lo scrivo specificatamente nel libro nella sezione sulla &#8220;<em>Caporetto finanziaria</em>&#8220;: su ciò che è successo in Italia dopo la svalutazione della Lira nel 1992. Mentre gli inglesi hanno detto: &#8220;<em>No, noi non ci entriamo, perché i fondamentali dell&#8217;economia ci dicono che questa sarebbe una pazzia</em>&#8220;, noi abbiamo, invece, svalutato il patrimonio nazionale per entrare nell&#8217;Euro. Ci siamo mossi nel modo completamente opposto perché c&#8217;era una <strong>volontà politica</strong>. L&#8217;Euro è stato usato per motivi politici e questi motivi politici sono stati la transizione tra la I e la II Repubblica. Cosa di cui gli inglesi non ne avevano, invece, bisogno. Anche perché ciò che sapevano gli inglesi era ovvio che fosse conosciuto dai nostri &#8220;grandi professori&#8221;. Per quanto riguarda la crisi americana non c&#8217;entra nulla. La crisi dell&#8217;Eurozona si sarebbe verificata con o senza la <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lehman_Brothers" target="_blank">Lehman Brothers</a>. </strong>Questa è una crisi di fiducia nei confronti dell&#8217;Eurozona e, quindi, è indipendente dalla crisi americana.</p>
<p><strong>Di fronte alla crisi dell&#8217;Eurozona tutte le forze politiche, comprese quelle di sinistra e alternative, propongono come soluzione gli Stati Uniti d&#8217;Europa o il &#8220;Più Europa&#8221;. Ci vuole spiegare cosa, nei fatti, questo vorrebbe dire? E, secondo Lei, è una proposta credibile?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Più Europa non è possibile, lo spiego nell&#8217;ultimo capitolo. Per avere più Europa bisognerebbe avere un&#8217;armonizzazione fiscale. Dovremmo muoverci, cioè, verso un modello statunitense, ma questo vorrebbe dire che dovremmo rinunciare alla nostra sovranità fiscale. Non mi sembra che nessuno voglia questo. Siamo, di nuovo, in una situazione di grandissima propaganda dove vengono dette cose non vere. L<strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eurobond" target="_blank">&#8216;Eurobond</a> </strong>non è possibile. L&#8217;ho spiegato nell&#8217;ultimo capitolo e, del resto, la <em>Merkel</em> lo ha ribadito svariate volte. Che cosa significa Più Europa? La verità è un&#8217;altra. I mercati finanziari hanno ricominciato a comprare il debito pubblico dei Paesi della periferia, che ha un tasso d&#8217;interesse molto elevato e questo sta spingendo gli <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Spread" target="_blank">spread</a></strong> verso il basso. Questa politica di Austerità, quindi, ha funzionato per ridare fiducia al mercato finanziario e noi ci indebiteremo ancora di più. Invece di risolvere il problema del debito, abbiamo creato le condizioni per allungare questo ciclo debitorio. Lo spread è ai minimi storici degli ultimi dieci anni. Perché? Perché noi paghiamo un tasso d&#8217;interesse molto più elevato di quello che il mercato finanziario può raccogliere in qualsiasi altra parte. Abbiamo ricominciato a gonfiare la stessa bolla che gonfiavamo agli inizi degli anni 2000. L&#8217;economia reale, invece, è in ginocchio. Questa è una situazione, da un punto di vista economico, completamente assurda: abbiamo una contrazione di tutti gli indicatori economici, ma i mercati finanziari sono ben disposti a prestarci i soldi per il semplice fatto che sono sicuri che si farà di tutto per evitare il<em>default</em>. Per questo, più Europa è una formula che non ha significato. Un altro discorso è quello di ipotizzare una vera armonizzazione economica. Oggi, invece, abbiamo una contrazione della periferia europea che è il prezzo che si è pagato per tranquillizzare i mercati.  Per quanto riguarda le battaglie che la sinistra dovrebbe intraprendere e che, invece, non fa il discorso è molto semplice: la sinistra e la destra non ci sono più. C&#8217;è, invece, una corsa verso il centro e un atteggiamento di deferenza nei confronti dei colonizzatori da parte di tutte le forze politiche attualmente esistenti. Non c&#8217;è un dibattito in questo Paese: sul tema dell&#8217;Europa e dell&#8217;Euro nessuno dice qualcosa di diverso. Sono tutti schierati dalla stessa parte e la sinistra non ha una visione economica alternativa perché tutte le nazioni della periferia sono dipendenti da quelle del Nord (il Nord ci manda gli aiuti, i crediti). Senza questa dipendenza dovremmo fare una politica vera, una politica alternativa e nessuno lo sa e lo vuole fare. Questo discorso vale per tutta quanta la periferia perché questo è ciò che succede quando i popoli vengono colonizzati.</p>
<p><strong><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/02/euro.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3468" title="euro" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/02/euro.jpg" alt="" width="279" height="181" /></a>Siamo arrivati all&#8217;ultima domanda. La sua proposta è quella di uscire dall&#8217;Euro? E cosa risponde a chi ribatte a questa tesi con l&#8217;affermazione che un&#8217;uscita dall&#8217;Euro porterebbe una forte inflazione e l&#8217;isolamento internazionale del nostro Paese?</strong></p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;inflazione è un&#8217;obiezione senza senso, ma magari avessimo un po&#8217; di inflazione, siamo in deflazione totale. Chi lo dice non conosce la teoria economica, ma questo non mi sorprende. Tutti i maggiori economisti internazionali parlano di uscita dall&#8217;Euro, di un Euro a due velocità e nessuno parla di inflazione. In ogni caso, la paura dell&#8217;inflazione è in relazione solo al fatto di tornare a gestire la propria moneta e quindi la potrebbe stampare indipendentemente dalle decisioni di Bruxelles. Chi dice che la benzina andrà a 7 euro fa, invece, terrorismo economico, non è assolutamente vero: il 75% del costo della benzina deriva dalle accise che noi dobbiamo pagare per poter pagare il debito. Io propongo un Euro a due velocità, rinegoziare il debito, bloccare il meccanismo di indebitamento perpetuo e, a quel punto, abbattere le accise perché questi soldi non servirebbero più. Sul presunto isolamento internazionale risponderei che la Svezia, la Danimarca, l&#8217;Inghilterra non sono nell&#8217;Euro, la Norvegia neanche nell&#8217;Unione Europea. Che problema ci sarebbe, quindi? Uscire dall&#8217;Euro non vorrebbe dire diventare i paria internazionali. Non c&#8217;è dibattito, non c&#8217;è dibattito ad alto livello e, quindi, continuiamo con questa propaganda e in questo terrorismo economico. C&#8217;è un&#8217;ignoranza abissale, la gente non sa nulla perché chi dovrebbe fare informazione, in realtà fa disinformazione in questo Paese.</p>
<p><strong>L&#8217;intervista è terminata. La ringrazio molto per il tempo concessoci e le auguriamo buon lavoro.</strong></p>
<p>Grazie a voi.</p>
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		<title>La “Guerra dell’Europa”: Presentazione alla Bottega del Libro</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 20:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Bottega del libro]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[la guerra dell'Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[sovranità nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovedì 16 Febbraio, alle ore 18, presso la Bottega del libro, si è svolta la presentazione del libro di Monia Benini, “La guerra dell’Europa”. Una presentazione che voleva rappresentare anche la nostra vicinanza al popolo greco, perché il libro di Monia Benini, da questo punto di vista, è importante e fondamentale. Numerosi sono stati, infatti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/01/Benini.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3442" title="Benini" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/01/Benini-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></p>
<p>Giovedì 16 Febbraio, alle ore 18, presso la <a href="http://bottegalibroroma.blogspot.it/">Bottega del libro</a>, si è svolta la presentazione del libro di Monia Benini, “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=I31frCVHBHO">La guerra dell’Europa</a>”.</p>
<p>Una presentazione che voleva rappresentare anche la nostra vicinanza al popolo greco, perché il libro di Monia Benini, da questo punto di vista, è importante e fondamentale.</p>
<p>Numerosi sono stati, infatti, i libri usciti in questo periodo, che descrivono in maniera precisa e rigorosa le cause della crisi dell’Eurozona (in <em>primis </em>quello di <a href="http://www.ibs.it/code/9788897949282/bagnai-alberto/tramonto-dell-euro.html">Alberto Bagnai</a> e quello di <a href="http://www.ibs.it/code/97888951466238/badiale-marino-tringali-fabrizio/trappola-dell-euro-la-crisi.html">Marino Badiale e Fabrizio Tringali</a>).</p>
<p>Il libro di Monia  Benini racconta, però, qualcosa di diverso. Più che esprimere opinioni (che comunque ci sono), dà voce, finalmente, alla Grecia e al suo popolo a cui è stata dichiarata una vera e propria guerra dalla Troika e dal Capitale. Una guerra certamente non convenzionale, ma che ha avuto e sta avendo come conseguenze:</p>
<p>-       il taglio dei salari e degli stipendi</p>
<p>-       aumento della disoccupazione di circa il 20%</p>
<p>-       la confisca dei beni statali</p>
<p>-       bambini denutriti</p>
<p>-       scuole senza libri e senza riscaldamento</p>
<p>-       ospedali senza materiali di prima necessità</p>
<p>-       aumento della criminalità e dei suicidi</p>
<p>Insomma, questi sono i risultati del “sogno europeista” della sinistra italiana tutta, senza nessuna eccezione.</p>
<p>Va a merito del libro di Monia Benini, così come dei testi precedentemente citati, che evita di ripetere i soliti luogocomunismi, recitati come un mantra, da destra come soprattutto a sinistra. Innanzitutto quello sul <strong>debito pubblico</strong>.</p>
<p>In Grecia, così come in Italia, il debito pubblico è un falso problema, anzi, è un non problema. Il fattore scatenante e determinante della crisi greca e italiana, e più in generale di tutti i PIIGS, è l’aumento del <strong>debito estero</strong>, dovuto essenzialmente alla crescita del <strong>debito privato</strong> a causa dell’afflusso di <strong>capitali esteri</strong> (essenzialmente tedeschi).</p>
<p>Un giochino facile facile (e anche molto conveniente) per la Germania: ti presto i soldi, ti compri le mie merci, e così ti indebiti, trasformando il debito privato in debito pubblico.</p>
<p>Un giochino che potrebbe benissimo definirsi imperialistico: un imperialismo non militare, non ancora almeno, ma certamente economico che fa della Germania, per citare Lenin, un vero e proprio <strong>monopolismo capitalistico</strong> all’interno dell’Eurozona.</p>
<p>Ciò che è successo in Grecia, però, non è solo questo, e Monia Benini lo spiega bene nel suo libro. Per la prima volta nella storia, infatti, si è dimostrata l’incompatibilità tra il capitalismo (quello dell’Unione Europea in particolare) e la democrazia, compresa quella parlamentare che una volta si sarebbe definita “borghese”.</p>
<p>Ciò è successo perché, e su questo bisogna essere molto chiari, l’Euro non è un problema economico o monetario, ma soprattutto politico, anzi «<strong>l’Euro è un metodo di governo</strong>» (cit. <a href="http://goofynomics.blogspot.it/">Alberto Bagnai</a>).</p>
<p>Non è un caso, dunque, che, tornando alla Grecia, fu un solo ministro a firmare il primo Piano di salvataggio mentre la legge greca prevede il voto favorevole di almeno 3/5 del Parlamento.</p>
<p>E non è neanche un caso che, in Italia, abbiamo assistito ad un vero e proprio <strong>golpe bianco, </strong>con l’intervento del Presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano </strong>e la nomina a Presidente del Consiglio, senza che nessuno l’avesse votato, dell’uomo dei poteri forti europei (e non solo) <strong>Mario Monti</strong>. Naturalmente con il silenzio, quando non l’assenso in funzione anti-berlusconiana, di gran parte della sinistra italiana.</p>
<p>Numerosi sono, insomma, i paralleli tra il caso italiano e quello greco. Non a caso, direi. Perché, ed è questa una delle tesi di fondo del libro di Monia Benini, la Grecia è stato un vero e proprio esperimento da esportare: vedere, cioè, quanto e come un popolo possa sopportare le misure dell’<em>austerity</em> imposte dalla Troika.</p>
<p>Tra il caso italiano e quello greco esiste, però, una differenza su cui è importante soffermarci. In Grecia, rispetto all’Italia, si sta costruendo un vasto fronte – che va dal Movimento Indipendente dei Cittadini fino al <a href="http://it.kke.gr/">KKE</a> &#8211; che non pone, come obiettivo politico, il “Più Europa” o un’”Altra Europa”, ma la sovranità nazionale. E nessuno, a differenza di ciò che succede in Italia, si sogna di confondere una lotta di questo tipo con il Nazionalismo, nonostante la presenza in Parlamento di un movimento chiaramente neonazista come Alba Dorata.</p>
<p>Questo avviene a causa della <strong>sinistra italiana</strong>, non internazionalista – poiché l’Internazionalismo non si contrappone certo alla sovranità nazionale, ma ne è anzi la sua premessa – ma cosmopolita, e che costituisce il luogo culturale dello sradicamento e il luogo privilegiato, non soltanto di questo europeismo senza Europa, ma dell’americanizzazione forzata del pianeta e dell’attuale globalizzazione capitalistica (per approfondire tale concetto, leggere <a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=3369">questo</a> precedente articolo).</p>
<p>Non illudiamoci, dunque, di poter cambiare questa sinistra, che continuerà a considerare la questione nazionale come una battaglia di retroguardia e continuerà a blaterare di “Più Europa” contribuendo, non soltanto a lasciare il campo libero alla Destra e ai professor Monti di tutto il mondo ma, volontariamente o meno non è importante, sostenendo chi ha fatto della Grecia un campo di battaglia per “La guerra dell’Europa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Anticapitalismo, antimperialismo e questione nazionale</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Nov 2012 20:38:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dibattito Politico]]></category>
		<category><![CDATA[anticapitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Antimperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Balibar]]></category>
		<category><![CDATA[Costanzo Preve]]></category>
		<category><![CDATA[Questione nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Rodolfo Monacelli]]></category>
		<category><![CDATA[Wallenstein]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rodolfo Monacelli La genesi di quest’articolo deve molto al pensiero di Costanzo Preve che ringrazio per gli spunti, le riflessioni, i consigli e la stima. (r.m.) La crisi dell’Eurozona e dell’Euro ha fatto tornare in voga una parola, «sovranità nazionale», dimenticata, se non rifiutata in toto da parte della sinistra italiana. Una prospettiva politica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>di Rodolfo Monacelli</h1>
<p style="text-align: justify;"><em>La genesi di quest’articolo deve molto al pensiero di Costanzo Preve che ringrazio per gli spunti, le riflessioni, i consigli e la stima. (r.m.)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/11/6supr.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3379" style="margin: 5px;" title="6supr" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/11/6supr-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>La crisi dell’Eurozona e dell’Euro ha fatto tornare in voga una parola, «<strong>sovranità nazionale</strong>», dimenticata, se non rifiutata in toto da parte della sinistra italiana. Una prospettiva politica che va ben al di là della questione dell’Euro e della UE e su cui è bene ritornare sopra. A parere di chi scrive, infatti, la «<strong>questione nazionale</strong>» sarà un concetto ineludibile per ogni coerente politica e pratica anticapitalistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo perché, in un mondo sempre più dominato dalle oligarchie finanziarie e sovranazionali, difendere le identità culturali dei popoli, le sovranità politiche e monetarie degli stati sarà l’elemento che oggettivamente si porrà in contrasto con gli interessi del capitalismo internazionale e dei suoi strumenti (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc). Come cercheremo di spiegare in questo articolo, una questione nazionale correttamente intesa non va però confusa in nessun modo con il nazionalismo ma è, anzi, la premessa per un vero e reale <strong>Internazionalismo</strong>, l’asse portante di una corretta politica antimperialistica come punto di raccordo per una reale liberazione sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo in Italia non è stata, però, ancora compresa dalle forze antisistema l’importanza di tale questione ed è, probabilmente, una delle cause dell’immobilismo politico e delle condizioni di sudditanza imperialistica in cui si trova il nostro Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di iniziare a parlare della questione nazionale sarà utile rispondere preventivamente alle obiezioni che ci verranno poste rispetto alle tesi che verranno esposte in questo articolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi contrasta con queste tesi ritiene, infatti, che l’idea di Nazione sia un’invenzione artificiale, il risultato della modernità capitalistica e che oggi, superato quel momento storico, non abbia più nessuna validità. A tali posizioni non vogliamo opporre una discussione sull’origine “<strong>culturale e non statuale</strong>” delle nazioni (che le lotte per l’indipendenza basca, irlandese, scozzese, ecc comunque avallerebbero), ma un principio ben più importante, lasciando però la parola a <strong>Costanzo Preve</strong>:</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>La genesi è sempre ed in ogni caso <strong>particolare</strong>, la validità è <strong>universale</strong>, laddove naturalmente questa universalità sia logicamente costruita come momento di una verità reale. Gesù di Nazareth si mosse in un contesto storico ultraparticolare, oggi completamente tramontato, ma la validità del suo messaggio non è riducibile a questa genesi storica particolare, ma possiede una sua validità veritativa metastorica. Facciamo ancora l’esempio del Liberalismo, della Democrazia e del Socialismo. Storicamente, nella loro forma moderna, queste tre tradizioni hanno avuto una genesi storica particolare, rispettivamente borghese (il Liberalismo), piccolo-borghese (la Democrazia) ed operaia e proletaria (il Socialismo). Ebbene, questa genesi storica particolare in tutti e tre i casi trapassa in <strong>validità universale</strong>, non nella totalità delle loro componenti storiche, ma in quelle che la razionalità logica convalida e conferma. È esattamente questa la realtà dell’<strong>Identità Nazionale</strong>, statuale o etnica che ne sia stata la genesi particolare</em>».[1]</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra tesi (probabilmente politicamente la più seria ed importante) è quella secondo cui l’idea di nazione sarebbe stata lo strumento ideologico per la politica imperialistica degli stati colonialistici dell’800 e del ‘900. Questo è assolutamente vero, ma una lotta per la sovranità e la liberazione nazionale non ha nulla a che vedere con il Nazionalismo che, per la stragrande maggioranza dei popoli del mondo, è stato piuttosto la «<strong>negazione assoluta</strong>» della realtà nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Nazionalismo colonialistico ottocentesco e novecentesco è, infatti, il più grande nemico dell’identità nazionale che «<em>ha come sua prima caratteristica il riconoscimento dell’altro come <strong>DIFFERENTE</strong> e perciò <strong>UGUALE</strong>, che è cosa ben diversa, ed anzi opposta, dal considerarlo <strong>DIVERSO</strong> e perciò <strong>DISEGUALE</strong></em>».[2]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
Questione nazionale, questione sociale e cultura di sinistra</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La questione della sovranità nazionale, come anticipato nell’introduzione a quest’articolo, è stata posta nuovamente in rilievo a causa della crisi dell’Eurozona e dei diktat europei. Nonostante questo, però, salvo rari e sporadici casi, a sinistra la questione della sovranità e dell’indipendenza nazionale non viene ancora considerata come la battaglia fondamentale dei prossimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe sbagliato ritenere questa mancata presa di posizione come un’ingenuità politica o un abbaglio. Tutto ciò deriva, piuttosto, da una questione culturale. Ha ragione, ancora una volta, Costanzo Preve a ritenere la sinistra come «<strong><em>il luogo culturale dello sradicamento</em></strong>», e perciò «<em>il referente culturale privilegiato per l’attuale globalizzazione capitalistica</em>», per l’americanizzazione forzata del pianeta e per l’europeismo senza Europa. È dunque perfettamente normale, per chi abbia come prospettiva politica quella di rafforzare il cosmopolitismo capitalistico (magari credendo in questo modo di fare la rivoluzione!), non comprendere l’importanza della questione nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiezione più forte che viene da sinistra è quella secondo cui la nazione sarebbe una falsa unità interclassista, «<em>un’identità borghese e capitalistica, mascherata e travestita, venduta ai proletari dagli apparati ideologici di stato per trasformare i proletari stessi in carne da macello per le guerre imperialistiche</em>».[3]</p>
<p style="text-align: justify;">Tale posizione è politicamente molto debole (e che nega, del resto, la stessa storia del comunismo storico novecentesco, dall’URSS alla Cina di Mao), ma è ormai senso comune da parte del vasto popolo della sinistra italiana. È doveroso, quindi, rispondere.</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale, come abbiamo anticipato, non è la negazione dell’Internazionalismo, ma ne è il suo presupposto. L’Internazionalismo prevede, infatti, un rapporto «<em>fra nazioni differenti ed uguali</em>» e non certo la negazione dell’identità nazionale, contrariamente a ciò che ritiene il luogocomunismo del ceto semicolto politicamente corretto di sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Liberazione nazionale e liberazione sociale dicevamo. Due elementi non in contrapposizione, ma assolutamente complementari. Senza l’elemento sociale, che prevede il conflitto (esterno ed interno), infatti, le istanze emancipatorie di una lotta per l’indipendenza e la sovranità nazionale rischierebbero di sfociare nella xenofobia, nel razzismo e nel nazionalismo. Così, quello che potrebbe essere uno strumento di liberazione dei popoli dall’oppressione capitalistica e dal mercato mondiale si trasformerebbe in un mezzo utilizzato dai dominanti per integrare la nazione all’interno degli stessi meccanismi di oppressione e discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;">È necessario, quindi, integrare e far interagire tra di essi i due piani (la questione nazionale e la questione sociale). Per far questo è, però, al contempo, importante ridefinire il <strong>concetto di Classe</strong> che, proprio grazie alla questione nazionale, sappia adattarsi al mutamento delle realtà sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione nazionale, per porsi come efficace strumento di liberazione dei popoli oppressi, non può, dunque, essere distinta da quella sociale come, del resto, avevano già compreso, dagli anni ’40 in poi, tutti i movimenti anticolonialistici del Terzo Mondo, e che oggi non ha certo perso validità poiché:</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>I particolarismi di qualsiasi tipo sono considerati incompatibili con la logica del sistema capitalista, o perlomeno in ostacolo al suo funzionamento ottimale. Ne consegue che all’interno di un sistema capitalistico è un imperativo affermare e mettere in atto un’ideologia universalistica</em> [ben diversa dal concetto filosofico di “universalismo” – N.d.r.] <em>come elemento essenziale dell’incessante ricerca di accumulazione del capitale. È per questo che parliamo delle relazioni sociali capitalistiche come di un “solvente universale” che lavora per ridurre tutto ad una forma omogenea di merce la cui unica misura è il denaro</em>».[4]</p>
<p style="text-align: justify;">La tendenza al superamento delle barriere tradizionali è, infatti, alla base del capitalismo (così come, culturalmente, il superamento dei legami comunitari “borghesi”): per questo le rivendicazioni nazionali possono diventare oggi lo strumento più efficace contro le tendenze cosmopolite del capitalismo, ma solo se unite ad una prospettiva di liberazione dallo sfruttamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’alleanza naturale che sarebbe bene che la sinistra, e più in generale le forze antisistema, iniziassero a comprendere. Mentre il capitale e i capitalisti “espatriano”, si mondializzano, nella nazione restano gli sfruttati, i lavoratori, i disoccupati, gli esodati e i cassintegrati, che non hanno più nemmeno la possibilità di essere venduti sul mercato mondiale (perché l’offerta di lavoro è eccedente ovunque) e che difendono il proprio lavoro (nella propria nazione) contro gli effetti del sistema economico mondiale, contro i diktat europei, contro la dittatura del dollaro e dell’Euro.</p>
<p style="text-align: justify;">È evidente che, per tutelare i propri interessi, i lavoratori (intesi in un’accezione la più larga possibile) dovranno dare una caratterizzazione “nazionale” alle loro lotte, al conflitto esistente tra i propri interessi di classe e le tendenze globalizzatrici del capitalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ottenere una vera e sostanziale, e non soltanto formale, liberazione nazionale vuol dire, dunque, anche liberazione degli oppressi da cui quella nazione è composta. Non certamente mettersi in concorrenza con l’imperialismo, dare vita a forme di sub-imperialismo (quello, cioè, che cercano di fare i governi europei) né, tantomeno, mantenere inalterate le differenze di classe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
Quelli che… ma l’Europa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In un articolo sull’importanza della questione nazionale non possiamo esimerci dal parlare di Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente per ottenere una reale liberazione nazionale sarà necessario <em>in primis </em>liberarci dall’imperialismo economico, culturale e militare americano (di cui le basi NATO non sono altro che la loro manifestazione più evidente). Ma questo problema è ormai chiaro persino per la sinistra italiana e ci pare superfluo tornarci sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziamo col dire che qui non parleremo di immaginifiche Europe “sociali” o “dei popoli” (che ovviamente anche l’estensore di quest’articolo condivide teoricamente e che ritiene auspicabili), ma dell’Europa che oggi esiste e delle sue alternative, vere, reali, praticabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Sintetizzando possiamo dire che sono oggi in campo tre idee di Europa. Innanzitutto quella esistente, quella “<strong>euro-atlantica</strong>”, l’<em>Unione Europea</em>, concepita dagli Stati Uniti sin dalla fine della II Guerra Mondiale come area di affermazione egemonica e non soltanto di libero scambio in funzione delle proprie merci (il che non vuol dire, ovviamente, che al suo interno non si possano creare degli scontri inter-imperialistici tra gli Usa e le potenze dominanti europee, la <strong>Germania</strong> innanzitutto, e che ha come vittime sacrificali i cosiddetti <strong>PIIGS</strong>).</p>
<p style="text-align: justify;">Le altre due idee di Europa, che potremmo definire “<strong>eurocentrica</strong>” ed “<strong>euroasiatica</strong>”, avrebbero teoricamente come obiettivo quello di costruire un blocco geopolitico alternativo agli Usa. Tale progetto non è, però, a parere di chi scrive, certo più auspicabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là della reale fattibilità di tale progetto, con gli attuali rapporti di forza interni alla UE, non di antimperialismo si parla, ma semplicemente di <strong>antiamericanismo</strong> (per questo motivo è condiviso da gran parte delle forze di estrema destra). Un progetto non chiaro nei suoi confini, nella sua identità e con una debolezza storica, culturale e politica.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unico risultato di tale progetto sarebbe, infatti, esclusivamente quello che di sostituire alla globalizzazione imperialistica americana una globalizzazione multipolare, divisa per blocchi geopolitici.</p>
<p style="text-align: justify;">Progettare un’Europa solidale e antimperialistica, lo ribadiamo, è giusto ed auspicabile, ma bisognerebbe capire, al di là delle grandi narrazioni, che per fare questo bisognerebbe, prima, pensare a come formare un popolo europeo (con una lingua ed una cultura comune, o almeno dialoganti, e non la sommatoria delle culture nazionali). Ma, soprattutto, pensare a come ottenere prima la sovranità politica dei singoli stati nazionali che ha come presupposto fondamentale l’uscita dall’Unione Europea (rimanerci vuol dire, volenti o nolenti, accettare l’Euro, l’unificazione dei mercati, il Fiscal Compact, il MES, ecc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Il futuro, per chi voglia combattere realmente per una liberazione dalla dittatura capitalistica, sarà quello di prospettare una visione politica che riesca a unire liberazione sociale con quella nazionale. Non certo quella del ritorno della “<em>Dottrina dei grandi spazi</em>”, dei macro-aggregati territoriali che, geopoliticamente e storicamente, è bene ricordarlo, si sono sempre caratterizzati nei termini di espansione territoriale, di egemonia e di dominio aggressivo e militarista.</p>
<p style="text-align: justify;">I nemici di ogni imperialismo non saranno, dunque, certo queste visioni di Europa, ma porre in primo piano nella propria battaglia politica la <strong>questione nazionale</strong>, che presuppone sovranità, indipendenza, autodecisione politica, autogoverno economico e rapporti tra pari con le altre nazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Una battaglia per conquistare la propria sovranità nazionale, come abbiamo cercato di spiegare, non vuol dire combattere battaglie di retroguardia. Sarà, invece, l’idea del “<em>Più Europa</em>” che avrà come conseguenza la perdita degli spazi di dialettica democratica e di alternativa al capitalismo, lasciando così il campo libero, tra le altre cose, ai Professor Monti di tutto il mondo.</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<h5 style="text-align: justify;">[1] C. Preve, “La Questione Nazionale alle soglie del XXI secolo”, pag. 9, Editrice C.R.T., 1998</h5>
<h5 style="text-align: justify;">[2] C. Preve, IBIDEM, pag. 10</h5>
<h5 style="text-align: justify;">[3] C. Preve, IBIDEM, pp. 10-11</h5>
<h5 style="text-align: justify;">[4] E. Balibar, I. Wallenstein, “Le identità ambigue”, Edizioni Associate, pag. 43</h5>
</div>
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		<title>La Palestina sotto attacco. E il mondo tace.</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 23:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rodolfo Monacelli &#160; Mentre il mainstream si occupa incessantemente di una nuova “guerra umanitaria” contro il nuovo popolo barbaro e l’ennesima incarnazione di Adolf Hitler (questa volta la casella uscita è quella di Assad), nell’assordante silenzio di tutti i media la situazione in Palestina è sempre più preoccupante. È notizia di Domenica 12 Febbraio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Rodolfo Monacelli</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/palestijna.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3107" style="margin: 5px;" title="palestina" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2012/02/palestijna.jpg" alt="" width="278" height="181" /></a> Mentre il mainstream si occupa incessantemente di una nuova “guerra umanitaria” contro il nuovo popolo barbaro e l’ennesima incarnazione di Adolf Hitler (questa volta la casella uscita è quella di Assad), nell’assordante silenzio di tutti i media la situazione in Palestina è sempre più preoccupante.</p>
<p>È notizia di Domenica 12 Febbraio che la polizia israeliana avrebbe vietato l’ingresso nella Spianata delle Moschee di Gerusalemme ai non musulmani dopo la pubblicazione su internet di un provocatorio volantino da parte della destra israeliana in cui si invitavano i membri del Likud ad assaltare al-Aqusa, insieme con una delegazione guidata dal leader Moshe Feiglin, per “purificare” la Spianata dalla presenza islamica, auspicando la demolizione della Moschea al-Aqsa e del Duomo della Roccia, consentendo così la riedificazione del biblico Tempio di Gerusalemme:</p>
<p>«Invitiamo tutti a salire sul Monte del Tempio, il tempio di Haram Ash-Sharif, uno dei siti religiosi più importanti della Città Vecchia di Gerusalemme, di dichiarare una leadership adeguata che garantisca il nostro pieno controllo del monte al fine di costruire il tempio sulle rovine di al-Aqsa».</p>
<p>A queste dichiarazioni il responsabile dell’Istituto al-Aqsa for the Waqf and the Heritage ha invitato tutta la nazione islamica ed il mondo arabo ad assumersi ognuno le proprie responsabilità contro l’arroganza israeliana.Feiglin ha negato un suo coinvolgimento nella produzione dei volantini, continuando a rinfocolare il nazionalismo ebraico sostenendo che «le forze di polizia israeliane sono spaventate da ogni ombra di minaccia islamica, dimostrando che il Monte del Tempio non è davvero nelle nostre mani e, dunque, il cuore della nostra nazione non è nelle nostre mani. È importante ripristinare la nostra sovranità sui luoghi santi della nazione ebraica e tutti coloro che saliranno sul Monte riacquisteranno un’altra fetta di sovranità».Una posizione certo non isolata, ed è questo l’aspetto più preoccupante. Il gruppo de “I fedeli del Monte del tempio”, dichiara ad esempio sul suo sito web che il loro obiettivo sarebbe quello di «liberare il Monte del tempio dall’occupazione Arab (islamica), in modo che possa essere consacrato nel nome di Dio». La reazione non si è fatta attendere e, sin dalle prime ore dell’alba, centinaia di fedeli musulmani hanno deciso di presidiare al-Aqsa mentre i nazionalisti israeliani, per ora, hanno rinunciato ad entrare nella Spianata delle Moschee limitandosi a pregare nella sottostante Spianata del Muro del Pianto.Quest’azione non è stata, però l’unica azione antiaraba negli ultimi giorni. Vanno ricordate, infatti, le scritte antiarabe ed antislamiche apparse a Gerusalemme sui muri di una scuola dove studiano insieme bambini israeliani e palestinesi, “Morte agli arabi”. Un’azione operata dagli stessi gruppi, legati al movimento dei coloni israeliani, che da mesi stanno profanando luoghi sacri, islamici ma anche cristiani, in Cisgiordania, Gerusalemme e Galilea, ed edifici pubblici, non solo palestinesi, con slogan razzisti ed incitanti all’odio. Che questa mano sia chiara ed identificabile è molto probabile dal fatto che Arutz 7, la potente radio legata al movimento dei coloni, aveva lanciato nei giorni precedenti un duro attacco alla scuola, colpevole di insegnare ai bambini (ebrei ed arabi, ricordiamolo) la storia della Nakba, iltermine con cui i palestinesi indicano la perdita delle terra e l’esilio per centinaia di migliaia di profughi dopo la proclamazione dello Stato sionista nel 1948.Che la situazione in Palestina sia molto preoccupante lo dimostra anche un fatto, a prima vista superficiale, ma estremamente inquietante. Un gruppo di hacker, sempre in quest’ultimo periodo, sarebbe riuscito ad infiltrarsi e a chiudere due siti d’informazione sulla tragedia palestinese nella Cisgiordania, tra i quali Wafa, l&#8217;agenzia di stampa ufficiale dell&#8217;Autorità Palestinese, e diversi siti web affiliati con il Network Ma&#8217;an, compresa la sua pagina di notizie che registra ogni giorno mezzo milione di visitatori palestinesi, israeliani, europei, americani, asiatici e australiani. Attacchi non casuali, come ha dichiarato il presidente dell’Associazione Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas per il quale la Palestina si troverebbe di fronte ad un attacco da parte degli hacker senza precedenti e che enormi quantità di e-mail verrebbero inviata per disabilitare i server palestinesi. Torniamo alla domanda iniziale: perché sta succedendo questo e perché il mondo non ne parla? Probabilmente spira sempre più forte un vento di guerra. Israele si sta preparando ad un intervento militare in Siria e successivamente in Iran. Deve avere le mani libere. Non deve avere altre preoccupazioni. E dunque ha deciso di risolvere, con vari mezzi, la questione palestinese, attaccando anche l’alleata Anp che ultimamente aveva introdotto delle aperture inaccettabili nei confronti di Hamas. Non era possibile. Non era tollerabile. Dunque l’attacco.</p>
<p>Da parte nostra possiamo soltanto ribadire il sostegno al popolo palestinese e a qualunque organizzazione che si ribelli al decennale razzismo e colonialismo sionista.</p>
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		<title>I 6 stadi dell&#8217;umanitarismo bombardatore</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 03:35:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[guerra imperialista]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rodolfo Monacelli (da Megachip) Abbiamo assistito per mesi all’attacco imperialista nei confronti della Libia e del suo legittimo governo. Non certo una novità, poiché è uno scenario che &#8211; da almeno vent’anni a questa parte &#8211; è l’elemento costitutivo della politica estera degli Stati Uniti e dei paesi della NATO. La novità di questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left">di Rodolfo Monacelli</p>
<p style="text-align: left">(da <a title="I sei stati dell'umanitarismo bombardatore" href="http://www.megachip.info/component/content/article/6705-lumanitarismo-bombardatore.html" target="_blank">Megachip</a>)</p>
<p style="text-align: left">Abbiamo assistito per mesi all’attacco imperialista nei confronti della  Libia e del suo legittimo governo. Non certo una novità, poiché è uno  scenario che &#8211; da almeno vent’anni a questa parte &#8211; è l’elemento  costitutivo della politica estera degli Stati Uniti e dei paesi della  NATO. La novità di questo conflitto è costituita dalla forma  dell&#8217;utilizzazione dei media per la giustificazione del conflitto.  Di  per sé neanche questa sarebbe una novità perché  ha inizio dalla prima  guerra del Golfo di Bush padre contro l’Iraq. È facile obiettare che  l’utilizzazione degli strumenti di comunicazione per la giustificazione o  l’appoggio a un conflitto militare sia una pratica largamente adottata  da quando esistono i media e le guerre.  Qui parliamo però di una cosa  profondamente diversa. Non è generica propaganda di guerra ma un’azione  più sofisticata, un parallelo moralistico di <strong>religione dei diritti umani</strong> e <strong>umanitarismo bombardatore</strong>.</p>
<p style="text-align: left">Non sembri esagerato tutto ciò. È semplicemente quel che in questi vent’anni è avvenuto. Un <strong>sistema mediatico-moralistico</strong> che procede <strong>a sei stadi</strong>, quasi come una caccia al tesoro, che cercheremo brevemente di esporre.</p>
<p style="text-align: left">
<p><span style="color: #333399"><em>1° stadio:</em> <strong>Creazione del caso. </strong></span></p>
<p>Avete mai sentito parlare nel 2011 dello <strong>Yemen</strong>? O dell’<strong>Arabia Saudita</strong>? Nulla o forse poco. Perché lì i diritti umani sono rispettati? Perché esiste un Parlamento? Perché esiste una Costituzione?</p>
<p>No, semplicemente perché <strong>non è stato creato l’evento</strong>. Fateci caso. E fate caso anche al fatto che in tutti questi eventi siano “scoppi improvvisi” di emergenze umanitarie.</p>
<p>Come mai, si potrebbe chiedere ai giornalisti del <em>mainstream</em> (e non solo), non ve ne siete accorti prima?</p>
<p>Come mai improvvisamente fate inchieste su un Paese specifico, sui  suoi problemi, e in maniera quasi magica in contemporanea su tutti i  vostri giornali?</p>
<p><span style="color: #333399"><em>2° stadio:</em> <strong>Appelli per l’emergenza umanitaria.</strong></span><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/veltroni.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2701 alignleft" style="margin: 5px" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/veltroni-150x150.jpg" alt="Walter Veltroni" width="146" height="146" /></a></p>
<p>Creata la notizia e sensibilizzata l’opinione pubblica ecco che  entrano in campo i movimenti “pacifisti” in salsa americana (i Radicali)  o <a href="http://www.unita.it/mondo/l-appello-di-veltroni-br-in-piazza-per-la-libia-1.275509">di sinistra</a> ma che rispondono alla stessa logica.</p>
<p>Prendendo per buone tutte le notizie che ci sono state comunicate, parlano di <strong>“emergenze umanitarie”</strong> e di <strong>“soluzioni politiche”</strong> per casi che, la maggior parte delle volte, non esistono o che sono largamente minoritari.</p>
<p><span style="color: #333399"><em>3° stadio: </em><strong>Creazione delle rivoluzioni colorate. </strong></span><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/rivoluzionicolorate.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2702" style="margin: 5px" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/rivoluzionicolorate-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Ecco che la “soluzione politica” viene avviata, anche se non è certo come speravano (o fingevano di sperare?) i pacifisti <em>de noantri</em>.</p>
<p>Quelle piccole rivolte, quelle minoritarie proteste, quelle normali  rivalse di personaggi esautorati dal governo sono esasperate attraverso  l’intelligence, finanziate e sostenute. E così, una piccola protesta che poteva essere risolta politicamente  diventa una “rivoluzione” (colorata ovviamente) sostenuta da un punto di  vista economico e logistico dall’impero.</p>
<p><span style="color: #333399"><em>4° stadio:</em><strong> Reazione dei governi. </strong></span></p>
<p>All’interno di queste rivolte poi, anche in questo caso  miracolosamente, si aggregano tagliagole e terroristi che iniziano a  praticare atti di sangue con la naturale reazione dei governi.</p>
<p>Le reazioni possono essere brutali e autoritarie o anche di normale  resistenza a un attacco terroristico interno (iniziamo a chiamare le  cose con il loro nome).<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/abdel-hakim_belhadj-al-qaeda.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2703 alignleft" style="margin: 5px" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/abdel-hakim_belhadj-al-qaeda-150x150.jpg" alt="Al Quaeda Libia" width="150" height="150" /></a><span style="color: #000000"> </span></p>
<p><span style="color: #000000"> </span></p>
<p><span style="color: #000000">Tornano in campo i media mainstream e i pacifisti da una parte sola  che denunciano la repressione e richiedono soluzioni politiche per  salvaguardare la difesa delle popolazioni.</span></p>
<p><span style="color: #333399"><br />
</span></p>
<p><span style="color: #333399"><em>5° stadio:</em> <strong>Intervento dell’Onu e della Nato.</strong></span></p>
<p>Ecco che, a questo punto, sotto pressione dell’opinione pubblica  internazionale e, ovviamente (concetti così moralmente edificanti vanno  sempre ripresi e ribaditi), per la difesa del popolo minacciato di  genocidio esce una risoluzione dell’Onu e un conseguente intervento  militare (Onu o Nato la differenza è poca come dimostra il caso della  Serbia o della Libia).</p>
<p>Naturalmente non verrà mai chiamato “guerra” ma <strong>“intervento umanitario”</strong>,  ed è attraverso questa ipocrisia a cui bene si adattano le anime belle  della sinistra occidentale che paesi come l’Italia hanno la possibilità  di partecipare attivamente a queste missioni militari pur avendo  all’interno dei loro riferimenti costituzionali e di diritto  internazionale il “<em>rifiuto della guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali</em>” e l’”<em>Autodeterminazione dei Popoli</em>”.</p>
<p><span style="color: #333399"><em>6° stadio:</em> <strong>Cacciata del dittatore e ristabilimento della democrazia.</strong></span></p>
<p>Ecco che, in finale, vi è un rovesciamento (che oseremmo definire  “dialettico”) dell’operazione iniziale che inizialmente era difendere la  popolazione dalla brutalità del novello Hitler di turno.<a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/saddam-hussein-impiccato.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2704" style="margin: 5px" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/09/saddam-hussein-impiccato-150x150.jpg" alt="Impiccagione di saddam Hussein" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Quale fosse l’obiettivo iniziale tutti se lo sono dimenticati e  nessuno lo ricorda. Il dittatore, dunque, viene ucciso o processato  (grazie a quel vero e proprio strumento giuridico dell’Impero che è il  Tribunale dell’Aja) e viene ristabilita la democrazia con le bombe,  eliminata ogni sovranità economica e politica al Paese aggredito e  inserito il paese “non allineato” all’interno del colonialismo e del  dispositivo dell’impero.</p>
<p>Prima di rivoltarsi contro questa logica rivoltante, frutto d’ipocrisia e  con un’evidente copertura a sinistra, bisogna essere consapevoli di  questo sistema di comunicazione e occorre cercare di smascherarlo,  informare più persone possibili per cercare di ribellarsi.</p>
<p>Prima di tutto questo, è necessario però lottare contro una logica che  può essere assorbita da tutti noi. E questo si può fare innanzitutto  distinguendo gli schieramenti delle forze in campo nel momento in cui  soffia il vento della guerra e si rivelano i nemici, andando fin dove si  spinge il blocco costituito non soltanto dall’Imperialismo. Anzi, forse  la parte più pericolosa è costituita da quello che, per usare un gergo  militare per rimanere nel tema, viene definito “fuoco amico”. Le <strong>anime belle</strong>, insomma, la cui parola d’ordine, per citare Hegel, è quella di “<em>non sporcarsi le mani con i mali del mondo</em>”.  Prima o poi, però, il male arriva e allora le anime belle si  trasformano nelle anime più brutte del mondo, non riconoscendo più le  mani sporche dell’aggressore che si stringono sull’aggredito.</p>
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		<title>Prime riflessioni per una resistenza culturale</title>
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		<pubDate>Sat, 28 May 2011 08:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[cultura d'opposizione]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi media e comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza culturale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Rodolfo Monacelli Ai giorni nostri l’aspetto nuovo è l’appiattirsi dell’antagonismo tra cultura e realtà sociale, tramite la distruzione dei nuclei d’opposizione, di trascendenza, di estraneità contenuti nell’alta cultura, in virtù dei quali essa costituiva un’altra dimensione della realtà. Codesta liquidazione della cultura a due dimensioni non ha luogo mediante la negazione ed il rigetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left">di Rodolfo Monacelli</p>
<blockquote><p><em>Ai giorni nostri l’aspetto nuovo è l’appiattirsi dell’antagonismo tra cultura e realtà sociale, tramite la distruzione dei nuclei d’opposizione, di trascendenza, di estraneità contenuti nell’alta cultura, in virtù dei quali essa costituiva un’altra dimensione della realtà. Codesta liquidazione della cultura a due dimensioni non ha luogo mediante la negazione ed il rigetto dei valori culturali, bensì mediante il loro inserimento in massa nell’ordine stabilito, mediante la loro riproduzione ed esposizione su scala massiccia. </em>(L’uomo a una dimensione – Herbert Marcuse)</p></blockquote>
<p>Un movimento politico che aspiri ad essere un movimento comunista o anche solo rivoluzionario non può non occuparsi di cultura e del</p>
<div id="attachment_2599" class="wp-caption alignright" style="width: 245px"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/05/rivoluzione-culturale.jpg"><img class="size-full wp-image-2599    " style="margin: 7px 5px;border: 1px solid black" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/05/rivoluzione-culturale.jpg" alt="" width="235" height="196" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;Istruitevi, perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza; organizzatevi, perché abbiamo bisogno di tutta la vostra forza.&quot;  (Antonio Gramsci)</p></div>
<p>dibattito culturale. A questo proposito bisogna, innanzitutto, superare una vetusta posizione marxista per il quale la cultura non sarebbe altro che “<em>sovrastruttura</em>” e, dunque, in diretta e deterministica dipendenza dai fattori economici e dai rapporti sociali. Bisogna essere molto chiari su questo punto affermando che questa è stata, e purtroppo è ancora, una posizione di una parte del marxismo derivante da una cattiva interpretazione del pensiero di Marx.</p>
<p>Marx mai disse o scrisse che la sovrastruttura è in maniera automatica alle dipendenze della struttura. Marx afferma qualcosa di profondamente diverso. Marx fa un’analisi <em>storica</em> della società capitalistica e di quelle che l’hanno preceduta e, perciò, afferma che <em>storicamente </em>questo dato si è realizzato. Del resto non soltanto Marx, ma lo stesso Engels, in una lettera del 21 settembre 1890 a Joseph Bloch scrisse:</p>
<blockquote><p>«[…] <em>secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell&#8217;affermazione in modo che il momento economico risulti essere l&#8217; unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura &#8211; le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa &#8211; costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. &#8211; le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma.</em><em> È un&#8217;azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un&#8217;enorme quantità di fatti casuali&#8230;.In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado. Ci facciamo da noi la nostra storia, ma, innanzitutto, a presupposti e condizioni assai precisi. Tra di essi quelli economici sono in fin dei conti decisivi. Ma anche quelli politici, ecc., anzi addirittura la tradizione che vive nelle teste degli uomini ha la sua importanza, anche se non decisiva&#8230;.</em></p></blockquote>
<p>Per Marx ed Engels, la letteratura, l’arte, il diritto (tutti gli elementi sovrastrutturali, insomma) sono una parte del processo storico totale della società, pur non negando ad ogni campo specifico la sua piena autonomia; un’autonomia, però, che esiste soltanto come momento del rapporto storico, dell’evoluzione storica.  Tutto ciò si collega perciò, a pieno titolo, con il materialismo storico contro il materialismo “<em>volgare</em>” (o dialettico). Grazie al materialismo storico, infatti, Engels e soprattutto Marx bene compresero l’essenzialità della cultura e di tutte le componenti strutturali  per un’analisi <em>storica</em> della società capitalistica, analizzandone le loro leggi di sviluppo, i loro diversi indirizzi, la loro ascesa e declino entro il processo di insieme, ecc. Distinguere tra struttura e sovrastruttura, dunque, per Marx ed Engels, non vuol dire affermare che esista tra di esse una conseguenza meccanica e deterministica in base  a cui esista soltanto un rapporto di causa ed effetto. Questo viene evidenziato anche dal fatto che, per il pensiero di Marx,  lo sviluppo della cultura non necessariamente va di pari passo con lo sviluppo della società, non è cioè automatico che una società più progredita di un’altra da un punto di vista sociale lo sia anche da un punto di vista sovrastrutturale. Lasciamo, in questo caso, la parola a Marx che bene spiega questo punto essenziale per comprendere come il determinismo sia uno dei principali nemici contro cui combattere:</p>
<blockquote><p><em>Per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale, con l’ossatura per così dire della sua organizzazione. Per esempio, i greci paragonati con i moderni o anche con Shakespeare. Per certe forme dell’arte, per esempio per l’epica, si riconosce addirittura che esse non possono più prodursi nella forma classica, nella forma che fa epoca, quando fa la sua comparsa la produzione artistica come tale; e che, quindi, nella sfera stessa dell’arte, certe sue importanti manifestazioni sono possibili in uno stadio non sviluppato dell’evoluzione artistica. Se questo è vero per il rapporto dei diversi generi artistici nell’ambito dell’arte stessa, sarà tanto meno sorprendente che ciò accada nel rapporto tra l’intero dominio dell’arte e lo sviluppo generale della società. </em>(K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Roma, Editori Riuniti, pp. 196-197).</p></blockquote>
<p>Questa lunga premessa era necessaria e fondamentale per ribadire un concetto: la sovrastruttura, nel pensiero marxiano, non è un accessorio inutile, ma il fondamento (ovviamente assieme alla struttura anche se, in alcune circostanze storiche, è addirittura più importante). Quello che un movimento comunista, oggi, si deve chiedere è: in quale epoca <em>storica </em>stiamo vivendo? È oggi più importante la struttura o la sovrastruttura? Una prospettiva rivoluzionaria può essere realizzata in campo strutturale o sovrastrutturale? Proprio perché sovrastruttura e struttura non necessariamente coincidono quale è il campo oggi più proficuo per noi? Sembra invece, da parte dei comunisti di ogni colore, che si sia abbandonata ogni velleità di fare “egemonia”. Il campo culturale è ormai lasciato totalmente (anche inconsapevolmente) all’avversario e l’immaginario su cui si formano le coscienze è ormai totalmente vicino all’ideologia americana, imperialista e capitalista. Sembra che i comunisti nostrani, al di là del conflitto capitale-lavoro e delle rivendicazioni sindacaliste, non sappiano andare. Mai come oggi, invece, è proprio quello il piano su cui si deve entrare e su cui la battaglia si fonda. A questo proposito aveva perfettamente ragione <strong>Herbert Marcuse</strong> quando vedeva nelle avanguardie artistiche e culturali un pericolo per una cultura che fosse anche “<em>critica</em>”. Cosa ha fatto, infatti, questa cultura? Ha eliminato la cultura borghese. E cos’era la cultura borghese se non Freud, Dostoevskij, Tolstoj, Picasso, lo stesso Marx? La cultura borghese non era la borghesia, ma proprio l’<strong>alienazione consapevole </strong>di una parte della borghesia che ad essa si ribellava. Insomma<em>, more solite</em>, la cultura di sinistra non ha fatto altro che abbattere tutto ciò che si potesse ribellare al capitalismo travestendolo da “<em>rivolta contro l’autoritarismo culturale</em>”. E oggi cosa abbiamo di fronte? Da una parte la cultura ufficiale, legata a doppia mandata con il potere economico, statale e culturale, e dall’altro una cultura minoritaria, senza nessuna valenza,  e che non ha la minima possibilità di incidere sul reale. I comunisti però, poveri stolti!, ritengono che la cultura ormai non conti nulla e dunque sia inutile occuparsene. Peccato che, in realtà, proprio nel campo culturale si legittimano e si fanno accettare alla maggior parte delle persone le invasioni imperialistiche travestendole da guerre umanitarie, l’eliminazione dei diritti sociali e sindacali, le riforme della scuola e dell’università, il legalismo autoritario travestito in rispetto per le regole (vero Roberto Saviano?) e, più in generale, il dominio del capitalismo e dei dominanti.</p>
<p>Un altro aspetto che riguarda sempre la sovrastruttura e sui cui i comunisti sembrano non voler più dire la loro in maniera sensata è la comunicazione o, meglio, il rapporto con i mezzi di comunicazione. Anche qui, invece di esprimere una propria posizione in rapporto ad un tema fondamentale nella società attuale, i comunisti (o, meglio ciò che resta di loro), preferiscono dividersi tra “<em>integrati</em>” (facendo magari professione di antiberlusconismo militante) e “<em>complottisti</em>”. Lasciamo stare la figura dell’integrato, data la sua miseria storica, umana e culturale e affrontiamo invece i “complottisti”. Secondo i “complottisti” il sistema di comunicazione di massa, essendo destinato ad un consumo  indifferenziato, creerebbe una qualità <em>media</em> per uno spettatore <em>medio</em> omogeneizzando «<em>sotto un comune denominatore la diversità dei contenuti</em>» (<strong>Morin</strong>, 1962). Questo spiegherebbe il rilievo, ogni giorno più crescente, che assumono i fatti di cronaca come conseguenza del rapporto tra standardizzazione ed innovazione, tra sincretismo e la contaminazione tra reale e realistico. Tale sistema si collegherebbe, in maniera automatica e deterministica, al sistema dei consumi, creando un nuovo pubblico interclassista che entrerebbe in comunicazione soltanto grazie alla legge del mercato e le sue dinamiche. Al di là dell’eccessivo determinismo alla base di questo approccio, non ci si pone neanche alcune domande che sono alla base di un’analisi scientifica e razionale dell’esistente (e non di ciò che vorremmo fosse l’esistente). Il fatto, ad esempio, che ogni mezzo di comunicazione ritaglia entro la massa degli insiemi specifici e dei pubblici mutevoli, non si considera che (in rapporto ad una scarsa fiducia nella natura dell’uomo) il messaggio massmediatico (e oggi multimediale) non ha sempre, ed automaticamente, la capacità di sconfiggere le difese (intellettuali, culturali, etiche o morali che siano) di ogni destinatario e che, nella realtà, non esiste un padrone occulto che impone esplicitamente ciò che i media devono dire o non dire. La comunicazione dei mass media, così come tutti gli elementi sovrastrutturali della società, è infatti il prodotto di particolari condizioni storiche e sociali e come tale va trattata.</p>
<p>Le soluzioni in questi campi, così come in altri, ovviamente non vi sono ancora. Un passo avanti sarebbe però cominciare a porsi la questione e iniziare ad elaborare un diverso approccio critico, che superi definitivamente un orientamento dogmatico, deterministico ed economicistico. Il che, tra le altre cose, vorrebbe dire riavvicinarsi a Marx e non allontanarsene.  Questo dovrebbe portare ad affrontare il problema culturale come un elemento fondamentale per sviluppare una teoria che si contrapponga al sistema capitalistico della produzione (una produzione non soltanto materiale ma anche dell’immaginario). Da questo punto di vista &#8211; come ben rilevarono, già negli anni ’50, riprendendo la lezione di Antonio Gramsci, i <strong>Cultural Studies</strong> – la cultura non dovrebbe essere più vista come un patrimonio fisso ed immutabile riservato ad intellettuali prezzolati e da scienziati, ma un insieme delle interrelazioni tra le pratiche sociali e tra i processi socialmente e storicamente situati attraverso cui dare un significato alla realtà. In questo senso l’affermazione di una cultura, e più in generale tutte le forme sovrastrutturali della società contemporanea, va vista come un lungo processo di «<strong>negoziazione e di conflitto</strong>» nel corso del quale le classi dominanti esercitano il potere, ma in cui anche le classi subalterne e i dominati potrebbero avere la possibilità di rifiutare, modificare o rielaborare ciò che viene loro proposto. Bisogna cercare, insomma, di evitare l’integrazione ma anche il complottismo ma analizzare scientificamente il sistema dei <em>media </em>come parte dell’attuale produzione culturale rappresentando, come bene scrisse Raymond Williams, «<em>il flusso dei significati e dei valori di una specifica cultura</em>».</p>
<p>Comprendere questo vuol dire comprendere come il prossimo terreno di scontro tra capitalismo e anticapitalismo, tra imperialismo ed antimperialismo, tra dominati e dominanti, sarà (che lo si voglia o no) quello della cultura e della comunicazione e, in conseguenza di questo, dobbiamo iniziare ad entrare in possesso degli strumenti per combattere questa battaglia.</p>
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		<title>Facebook, Twitter e la militanza politica</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 22:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
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		<description><![CDATA[di Rodolfo Monacelli Prendiamo spunto da un interessante articolo uscito il 4 ottobre 2010 sul &#8220;The New Yorker&#8220;, firmato da Malcom Gladwell, titolato &#8220;Small change&#8220;, e ripubblicato in Italia sull&#8217;ultimo numero del settimanale &#8220;Internazionale&#8220;. Questo articolo tratta specificatamente del rapporto tra i cosiddetti social network, da Facebook a Twitter, in relazione soprattutto alle recenti sollevazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2118" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/02/social-network.jpg"><img class="size-medium wp-image-2118" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/02/social-network-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La rivoluzione ai tempi di Internet</p></div>
<p>di Rodolfo Monacelli</p>
<p>Prendiamo spunto da un interessante articolo uscito il 4 ottobre 2010 sul &#8220;<a href="http://www.newyorker.com/" target="_blank"><em><span style="color: #0000ff;">The New Yorker</span></em></a>&#8220;, firmato da <strong>Malcom Gladwell</strong>, titolato &#8220;<em>Small change</em>&#8220;, e ripubblicato in Italia sull&#8217;ultimo numero del settimanale &#8220;<span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.internazionale.it/" target="_blank"><em><span style="color: #0000ff;">Internazionale</span></em></a></span>&#8220;.</p>
<p>Questo articolo tratta specificatamente del rapporto tra i cosiddetti <em>social network</em>, da <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.facebook.com/" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">Facebook</span></a></span> a <span style="color: #0000ff;"><a href="http://twitter.com/" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">Twitter</span></a></span>, in relazione soprattutto alle recenti sollevazioni in Medio Oriente.</p>
<p>In questo articolo non tratteremo delle rivolte popolari in Egitto o in Tunisia, argomenti che sono stati approfonditi proprio<a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=2100" target="_blank"> <span style="color: #0000ff;">su questo sito</span></a> ma, partendo dallo scritto di Gladwell, cercheremo di aprire un dibattito su cosa siano i <em>social network</em>, quale ruolo positivo positivo o negativo possano avere, cercando di non proporre posizioni deterministe tipiche di una certa <em>intelligentia</em> che vede nella tecnologia la soluzione di tutti i mali della società ma, d&#8217;altra parte, neanche un certo purismo rivoluzionario che non accetta di confrontarsi con la realtà e di rapportarsi con gli strumenti che questa mette a disposizione e che è necessario utilizzare.</p>
<p>L&#8217;articolo di Gladwell è interessante proprio da questo punto di vista, poiché vede i <em>social network</em> come Facebook o Twitter per quello che essi sono: importanti strumenti di comunicazione, ma non unici elementi di aggregazione rivoluzionaria e di militanza politica.</p>
<p>L&#8217;articolo critica, in particolare, proprio quella visione dogmatica che vede i <em>social network</em> come una vera e propria rivoluzione che avrebbe radicamente modificato in maniera irreversibile la militanza politica. Gladwell, invece, contesta l&#8217;importanza ed il ruolo svolto dai <em>social network</em>, ad esempio, nelle rivolte in Moldavia ed in Iran,  al di là del nostro giudizio fortemente negativo di queste rivoluzioni &#8220;colorate&#8221; che sono <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=1262" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">ampiamente documentate</span></a></span> -, citando commenti da personaggi non certo sospettabili di simpatie per l&#8217;Iran  o per il governo moldavo.</p>
<blockquote><p><em>E&#8217; ora di chiarire il ruolo che ha svolto Twitter nelle manifestazioni iraniane [...] In poche parole: non c&#8217;è stata una rivoluzione di Twitter in Iran [...] I giornalisti occidentali che non potevano o non volevano parlare con le persone che affollavano le strade iraniane, si sono limitati a scorrere i post in lingua inglese taggati</em> iranselection<em>, ma nessuno si è chiesto perché le persone che cercavano di coordinare le proteste in Iran avrebbero dovuto scrivere in una lingua diversa dal persiano </em>[Golnaz Esfandiari - Foreign Affairs]</p></blockquote>
<p>Interessanti sono le motivazioni che Gladwell rintraccia in quest&#8217;ideologica adesione alla cosiddetta &#8220;rivoluzione dei <em>social network</em>&#8220;. Secondo l&#8217;autore non vi è soltanto quella che lo storico americano Robert Darnton ha definito una <em>falsa coscienza del passato</em> che ci porterebbe</p>
<blockquote><p><em>[...] a farci credere che la comunicazione non abbia una storia, o che prima della televisione o di internet non sia successo nulla di importante.</em></p></blockquote>
<p>L&#8217;elemento più importante è per Gladwell un cambiamento, che si potrebbe definire ontologico, dell&#8217;impegno politico, che coinciderebbe con l&#8217;abbandono dell&#8217;impegno sociale e dei rischi che la militanza politica comporta, e con essa anche di quei legami forti e &#8220;comunitari&#8221;. Un impegno e dei legami che, contrariamente a quanto affermano i teorici ideologizzati della Rete, i <em>social network</em> non permettono né prevedono.</p>
<p>Questo, attenzione, come abbiamo anticipato all&#8217;inizio del nostro articolo, non vuol dire in nessun modo demonizzare i <em>social network</em> né, tantomeno, sottovalutarli o svilire la loro utilità. Chi scrive, infatti, ritiene i <em>social network</em>, e più in generale il Web 2.0, una scoperta importantissima e fondamentale. Necessario, però, è utilizzarli al meglio e comprenderne la loro funzione. Ebbene, Facebook e Twitter non servono a fare la rivoluzione, ma sono semplicemente dei grandissimi strumenti di comunicazione e di partecipazione, una fonte di idee e di informazioni, di diffusione d&#8217;innovazione e di campagne, un mezzo per riuscire a mettere in contatto persone che non si sarebbero mai incontrate nella vita reale. Strumenti che, dunque, vanno necessariamente utilizzati anche da parte degli anticapitalisti e dei comunisti senza nessun preconcetto, e in maniera più efficiente e meno dilettantesca di quanto non si sia fatto fino ad oggi, ma non bisogna farsi nessun tipo di illusione.</p>
<p>I <em>social network</em>, forse, un giorno potranno contribuire a comunicare efficacemente le nostre idee, ma per realizzare la futura rivoluzione ci vorrà molto altro. Ci vorrà un impianto teorico solido e coerente, ed un movimento unitario, coeso ed organizzato basato su nuove fondamenta teoriche che, nonostante gli ideologi dei nuovi <em>media</em>, sarà molto più difficoltoso e complesso di un post su Facebook.</p>
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		<title>Mario Monicelli, un comunista.</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 08:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rodolfo Monacelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>
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		<category><![CDATA[cultura e politica]]></category>
		<category><![CDATA[cultura popolare]]></category>
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		<description><![CDATA[Lunedì 1° dicembre, alle ore 21, uno dei più grandi registi del cinema italiano, Mario Monicelli, si è suicidato a 95 anni lanciandosi dal reparto di urologia dell&#8217;ospedale San Giovanni di Roma. E&#8217; dovere primario oggi, al di là di ogni considerazione sulla sua fine tragica, rendere onore ad un grande uomo, ad un grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Lunedì 1° dicembre, alle ore 21, uno dei più grandi registi del cinema italiano, Mario Monicelli, si è suicidato a 95 anni lanciandosi dal repar<img class="size-full wp-image-1915 alignright" style="margin: 5px; border: 5px solid black;" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/12/monicelli.jpg" alt="" width="276" height="457" />to di urologia dell&#8217;ospedale San Giovanni di Roma.</p>
<p>E&#8217; dovere primario oggi, al di là di ogni considerazione sulla sua fine tragica, rendere onore ad un grande uomo, ad un grande regista, ad un comunista.</p>
<p>Mario Monicelli, infatti, contrariamente a tanti suoi colleghi, mai ha rinnegato i suoi valori e le sue idee anche quando, come oggi, non gli hanno procurato immediati vantaggi.</p>
<p>Tutta la sua opera cinematografica, del resto, senza mai voler fare un cinema di propaganda (che avrebbe voluto dire fare della cattiva propaganda e del cattivo cinema), ha trattato temi quali l&#8217;amicizia, la solidarietà verso gli ultimi, la lotta contro l&#8217;arroganza del potere contro cui ribellarsi era, ed è, un dovere morale:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">La speranza è una trappola inventata dai padroni. Bisogna avere il coraggio  di ribellarsi e cercare il riscatto  che in Italia non c&#8217;è mai stato.</p>
</blockquote>
<p>Da <em>I ragazzi della via Pal</em>(1934) a<em> La Grande guerra</em>(1959), da <em>Un borghese piccolo piccolo</em>(1977) fino a <em>Parenti serpenti</em>(1993) Monicelli, senza rinunciare volontariamente al successo di pubblico, saprà denunciare tutti i vizi della politica e della società italiana dimostrando, ancora una volta, il potere e la forza della cultura. Una cultura che sia autenticamente popolare, senza sciocchi intellettualismi salottieri ma che non si assoggetti neanche pedissequamente all&#8217;industria culturale alla ricerca del prodotto da vendere, è infatti uno straordinario strumento di lettura ed interpretazione della realtà e dei rapporti sociali.</p>
<p>Salutiamo quindi Mario Monicelli con le sue ultime parole, in occasione di &#8220;Rai per una notte&#8221;, edizione speciale della trasmissione &#8220;Anno zero&#8221; di Michele Santoro (25 marzo 2010), distinguendosi politicamente e moralmente dall&#8217;antiberlusconismo volgare che contrariamente a ciò che andava affermando Monicelli, che sia condivisibile o meno il suo pensiero espresso attraverso interventi pubblici e soprattutto la sua arte, non propone alcuna reale proposta di rivolta all&#8217;attuale sistema capitalistico vigente:</p>
<blockquote><p>Come finisce questo film? Non lo so. Io spero che finisca con quello che in Italia non c&#8217;è mai stato: una bella botta, una bella rivoluzione. C&#8217;è stata in Inghilterra, in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, che è trecent&#8217;anni che è schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. E&#8217; doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora &#8211; che è dove sta andando, ormai da tre generazioni.</p></blockquote>
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