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	<title>Comunismo e Comunità &#187; Immigrazione</title>
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	<description>Noi non siamo dei comunisti che vogliono abolire la libertà personale. In nessuna società la libertà personale può essere più grande che in quella fondata sulla comunità.</description>
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		<title>L’Impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2016 10:45:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Incontro-dibattito sul libro L’Impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale, Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2015) presso La casa in Movimento, Cologno Monzese (MI), 14 febbraio 2016 &#160; Renato Curcio L’Impero virtuale, nonostante il titolo, non è un lavoro su internet; internet è solo lo sfondo, è un territorio che oggi fa parte dello spazio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2016/04/35.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5301" title="$_35" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2016/04/35.jpg" alt="" width="266" height="300" /></a>Incontro-dibattito sul libro <strong>L’Impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</strong>, Renato Curcio (Sensibili alle foglie, 2015) presso La casa in Movimento, Cologno Monzese (MI), 14 febbraio 2016</h5>
<p>&nbsp;</p>
<p>Renato Curcio</p>
<p><em>L’Impero virtuale, </em>nonostante il titolo, non è un lavoro su internet; internet è solo lo sfondo, è un territorio che oggi fa parte dello spazio in cui viviamo e quindi in qualche modo, parlando di questo libro, lo attraverseremo. Non è neanche un sermone contro le tecnologie, che esistono fin da quando un uomo ha preso in mano una clava, ossia uno strumento, e che quindi accompagnano l’intera storia dell’umanità. Non si tratta dunque di essere né pro né contro, ma di mantenere vivo un pensiero critico – che in quest’epoca fa un po’ difetto – anche sugli strumenti, soprattutto quelli che non sono né secondari né trascurabili per il fatto che investono la nostra vita, sia lavorativa che relazionale. Intendo la nostra vita di specie, cioè una vita che è trasversale e ci mette sullo stesso piano di un cittadino cinese, spagnolo, del Sudafrica ecc. È una riflessione necessaria perché queste nuove tecnologie, a differenza di quelle precedenti della società industriale, si implementano a una velocità straordinaria, per cui abbiamo di fronte a noi un percorso di trasformazione sociale che va talmente veloce che la nostra capacità di coglierne il senso dello sviluppo, il significato e le implicazioni, come singoli cittadini e anche ricercatori e soprattutto come lavoratori che vivono in vario modo questi territori, è disorientata. Un disorientamento che assume due facce: quella dell’accettazione, spesso acritica, di queste tecnologie, come se fossero ormai una normalità; oppure un’accettazione molto dolorosa, perché chi deve fare i conti con un bracciale che monitorizza la sua vita lavorativa per ogni secondo di spazio e di tempo, ha certamente una relazione diversa con questi dispositivi rispetto a una persona che li utilizza in maniera acritica o superficiale.</p>
<p>In questo libro è importante il sottotitolo: <em>Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale</em>. La proposta di ragionamento è infatti sulle tecniche e sulle modalità di colonizzazione dell’immaginario, indubbiamente la materia prima più preziosa che esista sul pianeta, perché se perdiamo la capacità di immaginare in modo autonomo prospettive che ci facciano bene, è certo che può esserci chi è interessato a immaginare per noi delle prospettive che, al contrario, tanto bene non ci fanno.</p>
<p>Siamo abituati a pensare la colonizzazione per ciò che la storia ci consegna, una storia atroce di prepotenze e di atti di forza, di guerre, di tentativi di subordinazione di altri Paesi, ma cosa significava e cosa significa in termini di pensiero critico? Per prima cosa vuol dire immaginare un ordine diverso di un certo territorio, e poi imporlo ai propri fini. Per esempio, vedo una bella prateria, immagino di trasformarla in un allevamento intensivo di mucche, ed ecco che mi approprio con la forza di quel territorio e trasformo il suo ordine in un ordine produttivo per me, al di là della storia, della cultura, di tutto ciò che quel territorio costituisce storicamente e culturalmente. La storia del colonialismo è quindi la storia dell’imposizione a dei territori di un ordine immaginario a fini produttivi.</p>
<p>È una storia violenta, realizzata in nome di una ideologia e di grandi miti, per esempio in nome della superiorità dell’Occidente che va a portare la sua cultura in altri territori. L’Italia conosce molto bene la pochezza di questo ragionamento, dalla seconda metà dell’Ottocento a tutto il periodo fascista siamo andati in Africa a portare la cultura imperiale, colonizzazioni che si sono tradotte in uso di gas tossici, iprite, arsenico… Questo ha significato anche costruire grandi fabbriche, la Montecatini è nata sulla produzione di queste sostanze che nel 1922 erano già state messe fuori legge, ma che noi abbiamo usato negli anni ‘40 soprattutto, prima in tutto il Corno d’Africa e poi nel periodo tra il ‘42 e il ‘43 nell’area più a nord.</p>
<p>Colonizzazione quindi storicamente è significato questo, ma il colonizzatore non ambisce solo ad appropriarsi delle risorse del territorio, vuole anche cambiare il modo di pensare delle popolazioni, far digerire l’idea che è un bene essere colonizzati. Questa seconda operazione culturale è quella che va sotto il nome di immaginario, ed è chiaro che è importante perché da ciò dipende una condiscendenza, un’assenza di resistenza, un’accettazione di un fatale destino; è importante che le persone accettino la schiavitù senza bisogno di mettere loro una palla al piede, perché in questo modo la partita è vinta. Il colonialismo del Novecento questa partita l’ha persa, la disfatta è sotto i nostri occhi, i Paesi colonizzatori sono ancora lì con armi di ogni tipo a cercare di averla vinta nei territori che ritengono strategici per motivi militari o economici.</p>
<p>Ma la novità che mi interessa mettere in evidenza è che questo discorso, ancora valido per alcuni aspetti, sta per essere superato da un’intuizione piuttosto geniale. Sono una decina d’anni che il modo di produzione capitalistico, attraverso una serie di passaggi che sono stati la finanziarizzazione e poi più recentemente l’entrata in campo di nuove tecnologie digitali, ha intuito che si poteva catturare l’immaginario senza fare delle guerre e senza dichiararlo, ma seminando per il mondo una serie di dispositivi tecnologici gestibili individualmente, ossia non solo sul piano lavorativo; dispositivi che avessero in sé la capacità e la potenzialità di imporre a chi li utilizzava un ordine del discorso non legato alla parola, non legato quindi a tutta quella straordinaria fatica che è stata fatta nei secoli passati per imporre un ordine del discorso e del pensiero alle popolazioni colonizzate.</p>
<p>Detto in altre parole: se io produco un oggetto che per qualche ragione diventa attraente, riesco a trasformarlo in un oggetto del desiderio e di consumo, che consente a chi lo possiede di fare una serie di operazioni e anche di divertirsi, nonché di fare cose utili, allora posso pensare di costruire degli oggetti che funzionano a due livelli: l’uso pratico e le sue potenzialità utilizzative, e un ordine del discorso che è necessario per farlo funzionare. Per usare uno smartphone dobbiamo entrare nella sintassi di quello strumento: ha tasti, schermi, applicazioni, modalità di connessione ecc., e nella misura in cui entriamo in questo ordine di utilizzo entriamo in una sintassi di pensiero. Una modalità che porta con sé un mito potente e un’ideologia: questa è una tecnologia rivoluzionaria, che sta cambiando il modo di comunicare delle persone, che produce più libertà per tutti, afferma il mito; ma è anche un passaggio nella storia del modo di produzione capitalistico, che in tal modo si allontana dalla brutta immagine che di sé ha lasciato nei secoli precedenti e conquista un territorio di gradimento. La colonizzazione dell’immaginario è questa operazione.</p>
<p>La conduce un gruppo ristretto di grandi imprese che soltanto dieci anni fa non esistevano, e questo è un primo dato molto interessante. Google, per esempio, è del 2005, Facebook del 2004 ma dentro l’università, quando ha cominciato a diventare impresa era già il 2007. Quindi abbiamo due imprese che forniscono delle piattaforme straordinariamente curiose perché sono gratuite, e dunque siamo indotti a usare uno strumento che può essere utile per tantissime operazioni. Chiaramente la domanda diventa: come hanno fatto queste due aziende, in così pochi anni, a diventare due delle società con il più alto fatturato del mondo? E come hanno fatto a diventare le due imprese che hanno anche il più alto livello di profitto all’interno del fatturato? E ancora, come hanno fatto queste due imprese, che occupano pochissima gente, a essere due delle aziende con il più alto fatturato al mondo? Perché se guardo l’azienda che detiene il primato del fatturato, ossia la Walmart, la più grande impresa di distribuzione, ho davanti una società che ha una gigantesca struttura e che porta al suo attivo 1,3 milioni di lavoratori direttamente e un altro paio di milioni indirettamente; quindi un’azienda che fa il più alto fatturato del mondo attraverso il lavoro di circa 3 milioni di persone. Dunque come fa Facebook a fare il suo altissimo fatturato con appena 25.000 lavoratori? Come fa Google, che ne ha 50.000 ma nell’intero gruppo, quindi circa 200 aziende?</p>
<p>Sono domande che ci dobbiamo porre perché noi utilizziamo gli strumenti che queste due aziende forniscono tutto il giorno, nel lavoro e nella vita privata, e la risposta è molto importante perché ci porta a guardare come sta cambiando la nostra vita sociale.</p>
<p>Una prima risposta è molto tecnica e nello stesso tempo molto chiara: quando facciamo una ricerca in Google noi produciamo un documento, e Google a sua volta produce un secondo documento sul nostro, che dice: alle ore 20.45 di mercoledì 7 gennaio 2015 dal computer <em>xyz </em>è stato prodotto il documento in questione; dopodiché lo registra in un server. Visto che il popolo degli utilizzatori è molto vasto, in un giorno, un mese, un anno, all’interno di Google si producono miliardi di documenti. Cosa potrà mai fare un’azienda che si ritrova con miliardi di dati? Mappe concettuali dei desideri e delle necessità delle persone di questo pianeta. Può estrarre, per esempio, tutti i dati di coloro che chiedono dei farmaci contro il mal di stomaco, e per farlo ha bisogno semplicemente di un bravo matematico che introduca uno strumento tecnico, che si chiama algoritmo, capace di estrarre dei dati. Qualsiasi tipo di dato, che va a formare dei profili della tendenza di consumo: gusti musicali, sessuali, della moda ecc. Chiaramente, con in mano questi profili Google può andare da chi produce farmaci, musica, vestiti, libri, qualsiasi cosa… e venderglieli. Al contrario di quello che facciamo noi, che regaliamo la nostra domanda/ricerca a Google. E altrettanto chiaramente si possono estrarre anche dei profili molto più sottili, che non solo registrano la tendenza già data ma predittivi; si possono poi costruire delle sofisticate architetture che consentono di estrarre dati che possono interessare Stati e servizi di sicurezza, non solo aziende. Ecco quindi che abbiamo un mercato del nostro lavoro.</p>
<p>Guardiamo bene questo lavoro gratuito, perché ci siamo tanto scandalizzati, e giustamente, per il lavoro gratuito di Expo, soprattutto perché quella di far lavorare gratuitamente le persone è una tendenza, ma qui siamo di fronte a un gruppo di imprese che fa lavorare gratuitamente circa tre miliardi di persone <em>senza imporlo</em>, e con quel lavoro gratuito fa montagne di denaro. Se ne appropria, che in termini di analisi sociale vuol dire quello che Marx chiamava estrazione di plusvalore assoluto, cioè estraggo denaro e non ho un costo del lavoro. È esattamente, da un punto di vista tecnico, l’equivalente dello schiavismo, dei campi di concentramento, nei quali si faceva lavorare alla Volkswagen, alla Thyssen, gente rastrellata da tutta Europa. Noi stiamo assistendo al fatto che un gruppo di imprese rastrella lavoro gratuito e plusvalore assoluto in giro per il mondo, ed è per questa ragione che in pochissimi anni e con pochissimi lavoratori pagati queste aziende realizzano profitti da capogiro.</p>
<p>Profitti che ci devono interessare non tanto perché loro diventano ricchissimi e noi ci guadagniamo la vita a fatica, e non è certamente una bella cosa vedere dei processi sociali di questo genere, ma soprattutto perché queste imprese stanno investendo i capitali così rastrellati nella ricerca delle alte tecnologie, vale a dire nella ricerca di quegli strumenti che potranno consolidare sempre più il loro dominio. Questi investimenti sulla robotica, sull’intelligenza artificiale, sui territori che oggi sono a fondamento di tutte le più grosse imprese economiche, stanno portando via la ricerca al mondo sociale, e sono ormai in mano a pochissimi gruppi: Amazon, Google, Facebook, Microsoft, Apple. Da qui l’idea di guardare queste imprese non tanto come società singole ma come un’oligarchia, perché questo sono: un’oligarchia che si implica e si tiene. Facebook può esistere solamente perché ci sono Apple e Microsoft, perché è chiaro che la prima produce una piattaforma ma solo perché le altre due producono lo strumento per entrare in relazione con quella piattaforma. Quindi queste imprese si tengono a vicenda, e diventano così sempre più potenti, proprio come hanno fatto le oligarchie nel passato.</p>
<p>C’è una differenza, però: per la prima volta siamo di fronte a un’oligarchia che non è di area, cioè non è italiana, tedesca, francese ecc.; è americana, sicuramente, per la stragrande maggioranza del suo capitale – ma non solo, è anche un po’ araba e cinese – però indipendentemente da questo è un’oligarchia che ragiona in termini di mondo. Ad Amazon interessa nulla vendere i suoi prodotti in Spagna piuttosto che in Grecia, interessa vendere in tutte le parti del mondo. Gli interessa insomma creare un sistema dentro il quale le persone diventano insieme utilizzatori dei servizi e riproduttori del sistema, e questo ci mette di fronte a un movimento che, dal punto di vista della logica dello sviluppo, possiamo chiamare ricorsivo. Ossia: io produco un documento, e quel documento si ritorce contro di me come minore livello della mia libertà. È il principio delle manette americane: se muovi i polsi, le manette si stringono di più. Ecco allora che il problema diventa serio, perché non è un problema di tecnologie ma di <em>quali </em>tecnologie, e queste fanno male ai polsi, alla mia libertà.</p>
<p>Richelieu diceva <em>“datemi una parola e vi impicco un uomo”</em>; figuriamoci se diamo tutto il nostro archivio di parole, quante impiccagioni ci aspettano sull’uscio. Questo è il punto. Il controllo, gli algoritmi, le interazioni con i siti per acquistare o scaricare applicazioni, programmi ecc. sono gestiti da computer, non più da essere umani; sono macchine quelle che incamerano i documenti, e questo ci deve preoccupare anche perché nel momento in cui, per esempio, un giorno decido di tirare il collo alla gallina del mio vicino perché fa un chiasso infernale e divento un criminale, l’algoritmo andrà a vedere tutto quello che ho fatto fino a quel momento e scoprirà che, caso mai, quindici anni fa ho scritto dei versi contro le galline… e allora ecco la prova!, c’è una costanza nel tempo! Ciò che voglio dire è che queste tecnologie non solo non sono ingenue, ma essendo ricorsive ci mettono in un doppio stato di soggezione: non ci si può sottrarre e nello stesso tempo se si usano si moltiplicano i loro effetti negativi.</p>
<p>Ci sono altri due aspetti particolarmente importanti su cui riflettere: la sorveglianza panottica della società e la produttività nel mondo del lavoro.</p>
<p>Nel Novecento ci siamo abituati a osservare il controllo sociale perché è stato un secolo di conflitti. Chiunque fosse in lotta con il mondo aveva di fronte a sé una parte politica, i carabinieri, la polizia, e se aveva in mente qualche pratica poco legale, come l’at-tacchinaggio notturno, per esempio, doveva stare attento, e se veniva preso si trovava segnato quello che aveva fatto su un cartellino; molte persone, quando poi sono andate a lavorare dopo un po’ di militanza giovanile, si sono sentite ripetere quel che era stato scritto su quel cartellino. Questo per dire che esisteva una memoria, ma il controllo era effettuato su chi si muoveva: il normale pensionato che viveva la sua vita tranquillo aveva nulla da temere, nel senso che nessun organo di polizia si interessava particolarmente a lui perché sarebbe stato uno spreco inutile di tempo.</p>
<p>Oggi questo sistema di controllo non c’è più. Proprio perché queste tecnologie lo consentono, il controllo è cambiato, ha rovesciato il suo paradigma: non ha più bisogno di controllare chi si muove, nella sua logica non ha più senso, perché chi si muove un giorno fa un attacchinaggio e un altro giorno no; ciò di cui ha bisogno è poter controllare chi si muove nel giorno e nel momento in cui vuole controllarlo, e in quel momento poter avere tutto di lui. E siccome è possibile farlo, controlla preventivamente tutti.</p>
<p>Siamo quindi di fronte a una società in cui ognuno di noi è soggetto a un controllo, non perché abbia fatto qualcosa ma semplicemente perché esiste, e quindi è un potenziale criminale. Quando prendiamo la metropolitana siamo ripresi dalle telecamere, non stiamo facendo niente di male eppure veniamo filmati, perché si suppone che un giorno qualcuno possa mettere un ordigno da qualche parte, e in quel caso la polizia potrà ripescare tutte le informazioni catturate intorno a quell’evento: le mail spedite in quei giorni, i documenti prodotti, i filmati realizzati dalle varie telecamere. Avrà una massa di documenti che, unita a banche dati molto precise, potrà consentire delle comparazioni tra i volti noti e i volti catturati. Faccio l’esempio delle banche dati delle immagini perché piattaforme come Instagram, Facebook, che invitano i loro utilizzatori a mettere sempre più foto <em>taggate</em>, ossia che abbiano il riferimento al nome della persona, consentono di costruire banche dati di volti, e oggi il controllo visivo delle facce è in grado di compararle e leggere.</p>
<p>Siamo quindi passati da un controllo a posteriori e mirato, a un controllo a priori che potrà essere mirato qualora fosse necessario, perché il materiale per farlo esiste.</p>
<p>Questo ci mette già di fronte all’idea di una società della sudditanza, perché una popolazione soggetta a un controllo di polizia a priori è una popolazione in stato di sudditanza. Il suddito è colui che non decide le pratiche di potere che si sviluppano su di lui, le subisce e nient’altro, in nome di un’ideologia che è quella della sicurezza. Ed è francamente un’<em>idea </em>di sicurezza, che comporta il fatto che volontariamente e passivamente noi ci assoggettiamo a questo tipo di pratiche.</p>
<p>Anche nel mondo del lavoro è mutato il sistema di controllo a distanza dei lavoratori. Nella società industriale, fino a qualche anno fa e ancora tutt’oggi in moltissime aziende, il controllo passava attraverso dei controllori umani – il capo squadra, il capo reparto, il capo officina ecc. – quella che i sociologi chiamavano la catena del potere e che è stata studiata a lungo. L’ultimo anello controllava che il lavoratore svolgesse delle prestazioni utili per l’impresa, per esempio controllava il tempo impiegato per una certa operazione, e per farlo utilizzava un altro umano, il cronometrista, una figura che si metteva alle spalle del lavoratore e prendeva il tempo. Poi diceva: stai andando troppo piano, perché tizio per fare la stessa operazione ci mette tot secondi in meno. A quel punto si apriva una contrattazione – ma tizio è tre volte più grande di me… – c’era dunque un dialogo tra umani, che a volte era un conflitto, a volte una lotta, a volte uno sciopero. Questa è la storia del movimento dei lavoratori lungo tutto il Novecento, una lotta di contrattazione della propria sopravvivenza nel mondo del lavoro, per far sì che lo sfruttamento non diventasse estremo e consentisse di rifiatare; spesso si perdeva, talvolta si riusciva a guadagnare qualche frammento di secondo, ed ecco che si respirava un po’.</p>
<p>Questo paradigma oggi è sparito. La logica dell’intero apparato produttivo, essendosi digitalizzata, ora funziona intorno a un altro paradigma, quello della concorrenza internazionale, che consente di fare studi di settore. Quanto tempo impiegano alla Volkswagen a fare l’operazione di verniciatura di una scocca, per esempio? 42 secondi. Quanto ci mettono in Giappone? 36 secondi. Quanto ci mette questo stabilimento? Un minuto. Quindi, in nome della competizione internazionale, fuori dalla quale non c’è mercato, l’azienda chiude, l’impresa stabilisce un tempo di produzione che è un tempo a priori rispetto al lavoratore, è un tempo ‘atteso’, così viene definito. Per cui l’azienda firma un contratto di lavoro, di quelli che si fanno oggi, ossia non di categoria ma singolo, in cui dice al lavoratore: vuoi venire a lavorare qui? Va bene, firmi un contratto per fare quella operazione in 32 secondi, perché il tempo atteso è questo.</p>
<p>E c’è anche un altro aspetto: il tempo atteso è controllato da un computer, perché sono i computer che fanno girare le linee di produzione, i sistemi di lavoro, a quella velocità.</p>
<p>Prendiamo per esempio Amazon. Noi apprezziamo il fatto che se andiamo sul suo sito a cercare un libro che non troviamo ormai da nessuna parte, perché magari è fuori produzione, lì lo troviamo, è anche scontato e in due giorni arriva a casa; perfetto. Pago con la mia carta di credito, entro quindi nel sistema, il libro arriva e io sono soddisfatto. Ma qual è l’implicazione? Che per farmi avere il libro in quel modo Amazon utilizza 15.000 robot nei suoi magazzini, vale a dire fa funzionare la velocità con cui elabora il mio ordine in un tempo preciso, per esempio due minuti, di cui un minuto e 40 secondi sono per il robot, che andrà a prendere il libro in qualche scaffale, e il tempo rimanente è riservato all’imbustatore, che non può quindi che lavorare a quella velocità. E allora Amazon, che ha stabilito il tempo atteso a priori, fa parcheggiare le ambulanze fuori dai suoi magazzini di logistica, e il lavoratore che crolla viene immediatamente tolto dalla linea, sostituito con un altro, messo sull’ambulanza e portato via – è uscito su Le Monde diplomatique, sul Times, sul Guardian, sui più grandi giornali internazionali, un lavoro di ricerca davvero ben fatto sul rapporto tra la salute di questi lavoratori e la velocità a cui devono lavorare, che produce capogiri, svenimenti ecc. Noi siamo felici di ricevere il libro in tre giorni, ma molte persone vengono stritolate da questo dispositivo totalmente automatizzato, gestito da un sistema di computer, e che noi mettiamo in movimento quando chiediamo un libro ad Amazon; perché siamo noi che lo mettiamo in movimento. Amazon, come la Walmart, dice ai suoi lavoratori che se è diventata in pochissimi anni la più grande azienda di commercializzazione è perché fornisce dei servizi rapidi, efficaci, efficienti, e quindi se le persone la premiano andando sul suo sito a comprare, vuol dire che ha ragione: la legittimazione della sua operatività viene dai suoi utilizzatori.</p>
<p>È un discorso su cui dovremmo interrogarci molto, e che pone una questione di fondo. È un po’ scabrosa, perché ci chiama in ballo: stiamo parlando di un’oligarchia di imprese, di una nuova fase del modo di produzione capitalistico, ma stiamo parlando di noi. Questo insieme di dispositivi funziona alla sola e unica condizione che ciascuno di noi lo faccia funzionare. Nessuno lo impone, è un dato di fatto della storia dentro la quale siamo capitati, e a un certo punto, svegliandoci, ci troviamo a interrogarci, visto che non possiamo più fare a meno di questo tipo di strumenti per milioni di ragioni, su quale sia il nesso tra lo sviluppo del capitalismo digitale e la nostra responsabilità singola di utilizzatori dei suoi sistemi. È una domanda inquietante perché al fondo pone la questione della responsabilità etica, una questione con cui è sempre stato difficile fare i conti, ma che nel Novecento veniva affrontata all’interno di grandi sguardi, della ragione storica del raggruppamento in cui ognuno si trovava e nella quale univa la sua azione politica e la sua responsabilità individuale, che si collocava quindi nel quadro di una militanza. Oggi siamo in una società di solitudini, dove certo esistono ancora gruppi, anarchici, comunisti o rivoluzionari di qualche genere, ma la stragrande maggioranza dei cittadini è dentro un’estrema confusione nelle sue prospettive, nelle sue pratiche, nei ricatti che subisce, nella lentezza della sua capacità di accedere a una consapevolezza dei dispositivi dentro i quali gira, che ci fanno intravedere una condizione penosa di forti solitudini che ognuno deve in qualche modo masticare e addomesticare; e ovviamente, in queste solitudini, nessuno di noi può pensare di sfidare il mondo, sarebbe non solo temerario ma anche stupido, pensare di rispondere a tutto questo alzando una bandiera personale… prendo il telefonino lo schiaccio contro una ruspa e vado a vivere nel bosco. Possiamo anche fare scelte di sottrazione, ma il mondo del lavoro, della cittadinanza, della scuola, non può affrontare un passaggio così violento rispetto alla sociabilità delle persone, sottraendosi. Occorre affrontarlo. E il primo passo per farlo è la ripresa di due elementari considerazioni.</p>
<p>Primo: questo territorio di cui stiamo parlando si chiama modo di produzione capitalistico, vale a dire un modo di produzione all’interno del quale alcuni, per realizzare dei profitti, sfruttano tutti gli altri. Questo è un punto fermo che non può essere cancellato dall’ideologia della rete, che dice che siamo nel regno della libertà, che adesso ognuno può fare qualcosa di più; no, siamo all’interno di una situazione in cui un’oligarchia capitalistica sta pensando di estendere lo sfruttamento in una nuova forma, e con una capacità di forte colonizzazione dell’immaginario su tutto il pianeta. Quindi una situazione infinitamente più pericolosa di ieri.</p>
<p>Secondo: dobbiamo prendere assolutamente contezza della nostra lentezza. Noi siamo in ritardo, siamo lenti nel leggere le operazioni di potere che si realizzano attraverso il nostro corpo. È facile citare Foucault e la microfisica del potere – che significa: guarda il modo in cui il potere ti attraversa, e il modo in cui operi e agisci con le tue azioni – ma è proprio questo. Concludo quindi con un’immagine di Foucault, che ci racconta la nostra condizione ma solo a metà, proprio perché il tempo è andato così veloce che anche questa grande immagine della microfisica del potere, quella del panottico, non regge più.</p>
<p>Il panottico era un’idea portata avanti alla fine del Settecento da Bentham, un giurista inglese che in realtà aveva rubato l’idea al fratello, un industriale che lavorava per la Russia e aveva messo in piedi un grande campo di lavoro, di tipo schiavistico, per l’estrazione di sostanze all’interno di un’area. Questo industriale aveva bisogno di esercitare un controllo estremamente forte sui lavoratori, per cui si era inventato un interessante dispositivo: una torretta molto alta al centro del campo, dall’interno della quale qualcuno osservava i lavoratori. Ma l’intuizione brillante era che questo qualcuno non doveva essere visibile ai lavoratori, che dovevano sapere che c’era ma non vederlo, perché altrimenti sarebbe dovuto essere una presenza costante all’interno della torretta, e anche con mille occhi. Quindi Bentham aveva immaginato un situazione coperta, in cui i lavoratori sapevano di essere controllati ma non potevano vedere se il controllore li stava effettivamente guardando. È un sistema che è filtrato anche nella nostra società, per esempio il carcere di San Vittore è costruito sull’idea panottica. L’intuizione di Bentham è chiara: siccome tu sai di essere controllato, ti comporterai esattamente come io voglio che tu ti comporti, altrimenti sei uno stupido. Quindi, di fatto, non serve nemmeno che io ti controlli, perché tu farai comunque quello che voglio, perché pensi di essere controllato. Questo era il panottico e oggi, molto spesso e a sproposito, si dice che internet è un panottico grande come il mondo. Non è vero. Internet è il rovesciamento dell’idea panottica, ed è molto più grave.</p>
<p>La rete parte dall’idea che tu non sei sorvegliato. Nei protocolli di Facebook trovate scritto che il principio fondamentale della piattaforma è la trasparenza, dunque se tu ti nascondi, se non metti tutti i tuoi dati, gli amori, cosa hai mangiato per colazione la mattina, sei un tipo sospetto: se non hai niente da nascondere butta tutto ciò che sei in Facebook, socializza e il mondo della sociabilità ti aprirà infinite porte. Da queste strutture parte quindi una proposta anti-panottica: chiedi e ti sarà dato, ti dice Google, butta le tue fotografie su Instagram, metti i tuoi post in Twitter e Facebook e ti saranno restituiti come <em>like. </em>E allora ecco che questa operazione diventa insidiosa, perché se le persone si convincono di non essere controllate non solo diventano i primi fornitori di quei documenti che producono tutta la ricchezza che abbiamo visto, ma anche coloro che producono tutte le informazioni che porteranno al loro controllo biopolitico, vale a dire il controllo della loro salute, delle relazioni, dei gusti ecc. È il sogno del capitalismo, trasformare il mondo in un sistema di merci, in cui non c’è solamente la merce che si compra e si vende ma anche quella che si autoproduce. È il punto estremo di un percorso che possiamo considerare piuttosto rischioso.</p>
<p>Fonte: http://www.rivistapaginauno.it/paginauno-numero47.php</p>
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		<title>Allarmi son fascisti</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 11:35:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fabrizio Marchi  &#160; Si definiscono “antimondialisti”, anticapitalisti e antimperialisti ma sono solo fascisti, vecchi o nuovi, del secondo o del terzo millennio, in camicia nera o in camicia verde. I concetti che sostengono e i metodi che utilizzano sono più o meno sempre gli stessi. Dicono di lottare per la difesa delle identità culturali contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ansa.it/webimages/img_640/2015/7/17/98710665d52852bbafe560d5eeda5521.jpg" alt="" /></p>
<h2><em><strong><a title="Post di Fabrizio Marchi" href="http://www.linterferenza.info/author/fabriziomarchi/" rel="author">Fabrizio Marchi</a> </strong></em></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si definiscono “antimondialisti”, anticapitalisti e antimperialisti ma sono solo fascisti, vecchi o nuovi, del secondo o del terzo millennio, in camicia nera o in camicia verde. I concetti che sostengono e i metodi che utilizzano sono più o meno sempre gli stessi.<br />
Dicono di lottare per la difesa delle identità culturali contro i processi di omologazione imposti dalla globalizzazione capitalista (lo chiamano “differenzialismo”), ma è solo un escamotage per coprire il loro razzismo ideologico e pratico (il razzismo “biologico” è ormai impresentabile e improponibile, anche per loro…). Confondono e sovrappongono, a volte per malafede (i leader e i gruppi dirigenti) e spesso per ignoranza (la base e la manovalanza) il concetto di omogeneizzazione (che è un processo effettivamente posto in essere dal sistema capitalistico assoluto che vuole ridurre il pianeta ad un gigantesco Mac Donald) con quello di eguaglianza (che nulla ha a che vedere con il primo) nei confronti del quale sono profondamente, visceralmente e violentemente ostili (altrimenti non sarebbero quello che sono, cioè fascisti…).<br />
Sostengono che il loro nemico non sarebbero gli immigrati ma il sistema (capitalista) che produce l’immigrazione, ma poi, all’atto pratico (che è quello che conta), il loro presunto anticapitalismo si traduce nell’aggressione sistematica e violenta nei confronti degli extracomunitari, come è successo ieri in quel quartiere residenziale a nord di Roma dove solo la presenza della polizia ha impedito che alcuni migranti fossero linciati, o come è successo qualche giorno fa nel Trevigiano, anche se in quel caso indossavano la casacca verde.<br />
Il loro livore e la loro rabbia si scarica sempre sugli ultimi, sulle prime vittime di quel sistema che a parole dicono di voler combattere. Ma sono solo menzogne. Avete forse mai visto dei fascisti assaltare con la stessa veemenza con cui aggrediscono un gruppo di immigrati la sede di una banca, di una multinazionale, di una base militare degli USA o della NATO oppure contestare con altrettanta virulenza questo o quel vertice dei potenti della Terra oppure ancora, che so, un ritrovo di “vip” in qualche località esclusiva per soli ultraricchi? Per quanto mi riguarda, mai. Sempre in prima fila, invece, quando si tratta di prendere a sprangate un immigrato.<br />
Non perché serva a qualcosa prendere a sassate la filiale di una banca o di una multinazionale, sia chiaro, anzi, il più delle volte si tratta di atti politicamente sciocchi e controproducenti. Però, dal momento che quegli stessi atti, per quanto infantili, hanno un valore simbolico (e per questa ragione vengono posti in essere), allora vale anche e soprattutto per le “bravate” dei “fascisti del terzo millennio”, come amano definirsi. E se tanto mi da tanto, se me lo permettete, tra assaltare la filiale di una multinazionale o contestare anche in modo violento un vertice del G8 o l’inaugurazione di una “kermesse di regime” come l’Expo da una parte, e aggredire un gruppo di immigrati dall’altra, c’è una bella differenza. E chi non riesce a vederla e mette tutto e tutti nello stesso calderone, vuol dire che è ottuso oppure in malafede.<br />
Purtroppo queste organizzazioni neofasciste (vale per la Lega Nord come per Casa Pound o simili, comunque oggi alleati) hanno buon gioco nel fare ciò che fanno. Speculano, come sempre hanno fatto, sull’insicurezza di tanta gente che vive una condizione di sofferenza e di forte disagio sociale e che, priva di una coscienza politica e di classe, individua negli immigrati, cioè in quelli che se la passano ancora peggio di loro, la causa o una delle cause principali della loro condizione. Ma anche sull’egoismo di quei settori della piccola e della media borghesia, impauriti anch’essi e in parte impoveriti dalla crisi economica, che credono di difendersi chiudendosi, non solo metaforicamente, nei loro fortilizi. Quanto accaduto in questi giorni a Roma e nel Trevigiano è emblematico in tal senso. Ciò che ha animato la “rivolta” non è stato in questi casi solo l’ostilità nei confronti degli “stranieri” ma il timore, molto più prosaico, che le loro case potessero deprezzarsi, perdere di valore a causa della presenza di questi ultimi che, in quanto tale, è considerata come fonte e causa di degrado.<br />
Questo non vuole essere un giudizio moralistico e men che meno un atteggiamento ideologico e supponente nei confronti di chi, in molti casi anche faticosamente e a prezzo di grandi sacrifici, si è messo un tetto sotto la testa e ha costruito per se e per la propria famiglia una vita decente, ma solo il tentativo di abbozzare un’analisi lucida (che non vuol dire giustificare…), sia pur estremamente sintetica, sulle cause che sono a monte dell’ ostilità nei confronti dei migranti.<br />
Il caso di Casale San Nicola è simile (nell’ostilità) ma allo stesso tempo in larga parte diverso (nella sostanza) da quello di Tor Sapienza dove, non molto tempo fa, scoppiò una rivolta contro il centro che ospitava gli immigrati. Tor Sapienza è una borgata, un quartiere periferico da sempre disagiato e degradato, che una volta avremmo definito “proletario” (oggi il termine è desueto ma la sostanza è la stessa…), dove gli autoctoni e gli stranieri si trovano a condividere lo stesso degrado sociale, la stessa assenza di servizi e di strutture, la stessa mancanza di lavoro e di prospettive e la stessa condizione di miseria esistenziale, oltre che materiale. E’ in questo contesto che cresce e si sviluppa una sorta di competizione che finisce per sfociare nell’ ostilità e nel risentimento, anche e soprattutto in questo caso, da parte dei primi nei confronti dei secondi: la famosa “guerra fra poveri” alimentata ad arte dai padroni del vapore (divide et impera) e da quelle forze neofasciste che su di essa proliferano.<br />
Casale San Nicola è invece un quartiere residenziale, abitato per lo più da una neo piccola e media borghesia di commercianti e piccolissimi imprenditori, per lo più culturalmente sprovveduti, in molti casi di origine popolare, che difendono il loro “status” di “neo borghesi” (termine anche questo improprio ma ci capiamo anche in questo caso) e il “loro” territorio che rischia di essere “invaso” dagli stranieri. I quali, è bene ricordarlo, sono poveri, anzi poverissimi, e questa è la loro “colpa”. Perché se invece di essere poveri fossero benestanti e abitassero nella villetta accanto alla loro o addirittura in una villa, qualora fossero ricchi, il problema non si porrebbe e le “rivolte” non scoppierebbero. Tutt’al più ci sarebbe una sorta di rancore, di invidia più o meno manifesta nei confronti di quello straniero “che ha fatto i soldi”.<br />
Quindi, come vediamo, il problema non è dato tanto dalla questione etnica quanto da quella sociale. E’poi ovvio che quando questi due aspetti si sovrappongono si crea una miscela esplosiva.<br />
Ed è sempre facendo leva su questi “sentimenti” che la destra neofascista e leghista riesce a costruire un blocco sociale interclassista (e ad esercitare anche egemonia politica e culturale), il cui collante è appunto l’ostilità nei confronti degli stranieri e di un non meglio identificato “sistema” (nulla a che vedere con una critica strutturale del dominio capitalistico che non ha nessuna intenzione di mettere realmente in discussione se non in determinati aspetti “culturali”) che provocherebbe questa situazione (e in effetti è così, solo che sono sia la diagnosi che la “cura” ad essere completamente sballate…). In questo blocco sociale interclassista è solo apparentemente assente la borghesia più ricca e altolocata per un motivo molto semplice: i ricchi e i potenti non vivranno mai le contraddizioni create dal loro stesso sistema per la semplicissima ragione che ne godono solo i vantaggi e i privilegi. Del resto, per fare solo un esempio, nessun centro di accoglienza per migranti verrà mai collocato in una quartiere di ricchi. Il rapporto che questi ultimi hanno con gli immigrati è solo quello che hanno con i nuovi “servi”, cioè con i camerieri e le cameriere, i badanti e la badanti, le baby sitter e i dog sitter che prestano servizio nelle loro case. Questa alta borghesia (diciamo classe sociale ultracapitalistica), data la sua condizione, può permettersi anche di assumere rispetto a questo ordine di problemi, un atteggiamento liberale e “politicamente corretto”, ed in effetti è proprio quello che il più delle volte assume, fingendo di scandalizzarsi per i comportamenti intolleranti, rancorosi e violenti di quei settori popolari e di piccola e media borghesia di cui sopra. Ma è proprio qui che continua il depistaggio ideologico da parte della destra neofascista e neoreazionaria la quale si guarda bene, ovviamente, dall’organizzare la rabbia dei ceti popolari verso i veri responsabili della loro condizione di oppressione e disagio sociale (altrimenti sarebbe un’altra cosa…), per dirottarla contro quelli che vivono una condizione ancora peggiore. Ecco che in questo modo si chiude il cerchio. Nella migliore scuola fascista, si acchiappano due, anzi, tanti piccioni con una fava: si alimenta ad arte una guerra fra poveri, si depistano ideologicamente le masse, si crea una gigantesca falsa coscienza e ultimo, ma niente affatto per ultimo, si disinnesca il conflitto di classe.<br />
Coloro che, specie negli ultimi anni (fra cui anche autorevoli pensatori), hanno sostenuto che il fascismo fosse un fenomeno ormai storicamente superato, hanno commesso un grave errore interpretativo. Certo, se per fascismo intendiamo solo ed esclusivamente quello che si è determinato nel ventennio italiano dal 1922 al 1943, allora hanno “tecnicamente” ragione, perché quello è un evento che in quelle date forme e modalità appartiene appunto alla storia e non è ripetibile. Ma noi sappiamo che tutto si trasforma, con il trasformarsi della realtà storica. Questo vale naturalmente anche per il fascismo che si manifesta in forme e modalità sia pure in parte nuove, come è normale che sia, date le differenti circostanze e contesti storici. E non c’è alcun dubbio sul fatto che gli atteggiamenti di ostilità, di razzismo, di intolleranza diffusa e di odio nei confronti degli immigrati affondino le loro radici nella cultura e nell’ideologia fascista e nelle sue propaggini.<br />
E’ doveroso sottolineare che questa sorta di fascismo diffuso (la logica degli “sparuti gruppi di provocatori e violenti “ non regge più, bisogna affrontare il toro per le corna e non raccontarsi balle…) prolifera anche e soprattutto a causa dell’assenza sempre più drammatica di una forza politica in grado di sviluppare una moderna ma forte critica di classe e anticapitalistica.</p>
<p>http://www.linterferenza.info/editoriali/allarmi-son-fascisti/</p>
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		<title>Albe dorate, albe tragiche e altri albori</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2014 23:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eugenio Orso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;   Eugenio Orso   Premessa I liberaldemocratici tutti, i sinceri democratici politicamente corretti, i progressisti e i riformisti, le sinistre ormai quasi completamente asservite a neocapitalismo, finanza internazionalizzata ed Eurotower, da tempo agitano lo spettro di un rigurgito nazifascista in Europa, spingendosi con piglio propagandistico ben oltre il pericolo della diffusione di un semplice [...]]]></description>
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<h1 class="entry-title">  <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/simboloalbadorata.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4127" title="simboloalbadorata" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/simboloalbadorata-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></h1>
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<h1 class="entry-title">Eugenio Orso</h1>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em>Premessa</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I liberaldemocratici tutti, i sinceri democratici politicamente corretti, i progressisti e i riformisti, le sinistre ormai quasi completamente asservite a neocapitalismo, finanza internazionalizzata ed Eurotower, da tempo agitano lo spettro di un rigurgito nazifascista in Europa, spingendosi con piglio propagandistico ben oltre il pericolo della diffusione di un semplice ”euroscetticismo” e lo spauracchio populista che minaccia, in situazioni di de-emancipazione e d’impoverimento di massa, questa splendida democrazia dell’euro, del mercato, della finanza sovrana e dello strangolamento sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pericolo più insidioso che si sbandiera in Europa, in questa tragica alba d’inizio millennio, è quello del moltiplicarsi e del prevalere delle “albe dorate”. Dopo la Grecia tocca all’Ungheria, con qualche presenza anche in Italia. Un fenomeno raccontato esclusivamente come rigurgito del nazismo, in piena eurozona e nell’unione non monetaria, minacciando, per spaventare le masse, ritorni al demonizzato novecento delle dittature, delle guerre e degli orrori. Si manipola il passato, ci si nasconde dietro riscritture storiche artefatte, si agitano mediaticamente e opportunisticamente gli spettri dell’antisemitismo, dell’omofobia, della violazione dei (falsi) diritti liberaldemocratici e neocapitalistici, per esorcizzare il pericolo di “derive” di massa nel vecchio continente, sotto i morsi della crisi strutturale perenne. Il messaggio è chiaro. T.I.N.A. e Alternativlos, ossia senza alternative praticabili allo status quo ultraliberista, come dissero rispettivamente Thatcher e Merkel, perché l’insorgente pericolo neonazista – quanto e più di quello sovranista, nazionalista e populista – deve essere scongiurato. Soprattutto non c’è alcuna alternativa possibile agli “stati uniti d’Europa”, all’euro, ai mercati, al dominio sopranazionale della global class e alle dinamiche finanziarie. La sinistra neoliberista ha abbandonato definitivamente il terreno della lotta per la giustizia sociale e del confronto di classe, abiurando comunismo, socialismo, laburismo e persino la socialdemocrazia meno spinta. Oggi è in prima fila nel gridare “al lupo, al lupo”, a starnazzare per l’affacciarsi della minaccia neonazista nell’Europa sottomessa all’euro e al mercato sovrano, mentre le condizioni di vita delle masse precipitano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono, ovviamente, più “pacati euroscettici” che in alcun modo si possono definire neonazisti, al più nazionalisti e sovranisti, come ad esempio il Partito indipendentista del Regno Unito di Nigel Farage (United Kingdom Indipendence Party) e il Partito del popolo danese di Pia Kjærsgaard (Dansk Folkeparti). E c’è il temuto Fronte Nazionale di Marine Le Pen (Front National, nato nel lontano 1972 da Ordre Nouveau e ispirato dal vecchio MSI italiano), ben strutturato e organizzato in un paese come la Francia, fondamentale per la tenuta di quel doppio maligno dell’Europa che è l’unione. In relazione al Front National, data la crucialità della Francia nello “scacchiere” europeo e l’importanza che conserva a livello internazionale, sarebbe opportuno fare un discorso mirato, in separata sede. Tanto più che stiamo parlando di una potenza nucleare. Ma la diffusione delle “albe dorate”, per quanto limitata in termini di consensi e di paesi interessati, porge ottimamente il destro e consente di suonare le grancasse della propaganda europoide, neoliberale e neocapitalistica. Soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovo dell’ europarlamento di Bruxelles e Strasburgo, che si terranno nel 2014. Le elezioni europidi sono principalmente un rito elettoralistico, in buona parte una simulazione di partecipazione popolare all’interno dell’eurolager e fumo negli occhi per i popoli detenuti. Il parlamento che ne scaturisce non decide strategicamente i destini del vecchio continente, non essendo la commissione, la bce, gli opachi potentati finanziari internazionali e i centri di potere tedeschi. Questa volta, però, le elezioni europee potranno avere una certa importanza come “termometro” della febbre anti-europoide e anti-unionista a livello popolare. Se le forze sovraniste, nazionaliste e populiste conseguiranno risultati clamorosi – in particolare in un paese fondamentale per la persistenza unionista come la Francia – Lor Signori non potranno più sentirsi tanto al sicuro e dovranno correre ai ripari, per evitare che il loro impianto di potere collassi. Lo faranno seguendo una delle due seguenti strade: 1) Scatenando criminalizzazioni delle “forze ribelli” e repressioni all’interno dei singoli paesi, servendosi dell’ampio spettro di collaborazionisti locali su cui possono contare (politici, giornalisti, accademici, burocrati, giudici, polizie e gendarmerie mercenarie). Questa è la soluzione che mi pare più probabile. 2) Modificando nella sostanza le politiche imposte agli stati succubi e applicate dai collaborazionisti politici. Soluzione che mi pare molto meno probabile, perché il modo storico di produzione che globalizza il mercato, trasforma l’uomo e i rapporti sociali e crea valore finanziario non può che funzionare così. Il nuovo capitalismo del terzo millennio non è emendabile, come lo era il capitalismo del secolo scorso, che ha conosciuto una riforma della portata di quella keynesiana. In tali contesti, e con tali prospettive future, si deve inquadrare il fenomeno “Alba Dorata” e lo spauracchio neonazista agitato dai pubblicisti del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo di fare un po’ di chiarezza in proposito, andando oltre i luoghi comuni della propaganda sistemica e gli allarmi diffusi da giornalisti, politici e intellettuali ascari, in molti casi, se non in tutti, democraticissimi euroservi “di sinistra” senza etica e senza vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/metaxas.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4129" title="metaxas" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/metaxas-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><strong><em>Chrysí</em><em>̱</em><em> Av</em><em>̱</em><em>g</em><em>í</em><em>̱ (Aurora Dorata): nazionalismo e metaxismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Alba dorata originaria – Chrysí̱ Av̱gí̱ – è greca che più greca non si può ed esiste in vita non da una manciata d’anni, ma come partito dal 1993, cioè da un ventennio. Anzi, la rivista Chrysí̱ Av̱gí̱ è comparsa nei primi ottanta e il movimento è nato nel 1985, per opera del fondatore Nikólaos Michaloliákos, un ex delle forze speciali dell’esercito greco, attivo in politica fin da giovane. Il suo simbolo è il Meandro, cioè la greca, di color nero in campo rosso, che secondo alcuni assomiglia pericolosamente alla svastica. Echi nazionalisti, sovranisti e metaxisti caratterizzano questa formazione politica. E’ bene, volendo analizzare correttamente il fenomeno delle “albe dorate”, fare riferimento all’originale – il partito greco di  Michaloliákos e Christos Pappas – e considerare due aspetti rilevanti che lo connotano, oltre al supposto neonazismo, peraltro contestato da Alba dorata: il <em>nazionalismo greco</em>, indissolubilmente legato alla storia di quella nazione nel novecento e nell’ottocento, e il <em>metaxismo</em>, che non ha riscontro alcuno in altri paesi europei (né in Ungheria né in Italia). Partiamo dal secondo aspetto, per poi trattare il primo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong><em>metaxismo</em></strong>, sbrigativamente liquidato come “fascismo greco”, fa riferimento alla figura storica di Ioannis Metaxas, generale e uomo politico della Grecia nella prima metà del novecento. Classe 1871, nato nella mitica Itaca di Ulisse, Metaxas ha combattuto contro il tradizionale nemico turco e partecipato con alto grado alle guerre balcaniche del 1912-1913. Contrario all’entrata in guerra nel primo conflitto mondiale, fiero oppositore di Venizelos, fedele al re Costantino I (di origini germaniche) che fu deposto dallo stesso Venizelos nel 1917, il generale Metaxas arrivò al potere grazie a Giorgio di Grecia, figlio di Costantino I, che nel 1935 si riprese il trono. Il suo governo, definito dittatoriale e fascista dai più, promosse misure a vantaggio dei lavoratori e del popolo, come la giornata lavorativa di otto ore e l’istituzione di forme di stato (e assistenzialismo) sociale, per acquisire il favore popolare e contrastare la crescente influenza comunista sulle masse. Una politica filo-popolare, non ostile al mondo del lavoro, e un atteggiamento filo-albionico in politica estera caratterizzarono il governo sicuramente autoritario di Metaxas. Questo personaggio, che non voleva la partecipazione greca al secondo conflitto mondiale, seppe respingere la dissennata invasione italiana della Grecia della fine dell’ottobre 1940, costringendo le truppe italiane a ripiegare in Albania. Criticato, ma anche amato dal popolo per la sua dedizione alla patria e le sue politiche socialmente equilibrate, il generale Metaxas morì alla fine di gennaio del 1941, con la seconda guerra mondiale in pieno corso. Un uomo di governo accusato di essere un dittatore, che aveva preso il potere in una situazione interna difficile, e non avendo molte alternative nel 1936 ha sospeso il parlamento e abrogato norme costituzionali. Un generale accusato di filo-fascismo che ha efficacemente difeso il suo paese dall’invasore italiano e fascista. Di lui possiamo dire, pur non essendo specialisti in storia della Grecia moderna, che fu contrario alla partecipazione ai due conflitti mondiali novecenteschi, che fu fedele al suo paese (e al re), che applicò politiche economiche e sociali favorevoli ai lavoratori, ai contadini, al popolo, alle classi dominate. Un duro militare, un ottimo comandante in grado di respingere l’attacco di Mussolini, sicuramente autoritario, ma non certo un mostro, un massacratore sociale ed effettivo, o un traditore del suo paese al servizio dei poteri esterni come lo sono stati, in questi anni, George Papandreou (l’”americano” da parte di madre, terza generazione di una celebre dinastia politica, dimissionato come Berlusconi), Lucas Papademos (il non eletto, ex vice presidente bce voluto dalla troika, simile al Monti commissario europide) e l’ultimo in ordine di apparizione, Antonis Samaras (il gestore del disastro finale, quello delle “larghe intese” con i resti del Pasok e con il Dimar moderatamente sinistrorso, uno che per noi italiani può corrispondere benissimo a Enrico Letta). Persino scontato il fatto che si possano apprezzare le politiche economiche e sociali di Metaxas – soprattutto in rapporto a quelle imposte alla Grecia di oggi dal fmi e dall’unione europoide, con la complicità dei collaborazionisti locali – e il suo secco no, Okhi, all’ultimatum di Mussolini del 1940.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio un’ora di libertà che un quarantennio di schiavitù e prigionia. I versi di Rigas Velenstinlis ben riassumono la lotta per l’indipendenza dal giogo ottomano e lo spirito del <strong><em>nazionalismo greco</em></strong>. Una lotta iniziata nel diciottesimo secolo, con la rivolta della Morea, e conclusasi formalmente il secolo successivo, nel 1832. Il patriottismo e il nazionalismo greci si sono diffusi, a partire dal mille e settecento secolo dei lumi e di grandi cambiamenti culturali, fra i fuoriusciti e gli esuli in Europa, gettando le basi per la lotta contro l’oppressore ottomano, al potere fin dal 1453, e per un vero e proprio “risorgimento greco”. A questo proposito, si ricorda il ruolo e il peso di una società segreta come la Filikí Etería, costituita a Odessa nel 1814, dal 1820 guidata da un protagonista della riscossa patriottica greca come <a title="Alessandro Ypsilánti" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Ypsil%C3%A1nti"><span style="color: #000000;">Alessandro Ypsilánti</span></a>. Questa società di amici, che adottò come simbolo un anello, fu preceduta da una società di mutuo soccorso costituita a Parigi. Fra i fondatori di Filikí Etería, si ricordano Athanásios Tsákalov ed Emmanuel Xánthos, che si impegnarono per l’indipendenza e la solidarietà fra i greci. In questo fiorire di associazioni patriottiche e culturali – la citata Filikí Etería non fu certo l’unica e la sola – ci fu anche lo “zampino” della massoneria, ma è proprio dagli ambienti degli esuli e degli emigrati nel resto d’Europa, che è arrivata una spinta decisiva per la guerra d’indipendenza contro l’impero ottomano. Altrettanto importanti furono le influenze esterne, come quella della Rivoluzione francese. La guerra d’indipendenza vera e propria iniziò nel 1821, dalla Patrasso dell’arcivescovo ortodosso Germanos all’Epiro, per opera di Alì Pascià. I turchi riuscirono a venire a capo della situazione con le armi, e molta impressione fece, nel resto d’Europa, il massacro della popolazione a Chio, nel 1822., tanto che giunsero volontari, più o meno illustri, a combattere dalla parte dei greci, come il poeta Lord Byron dall’Inghilterra e l’italiano Santorre di Santarosa. La causa greca ebbe molto sostegno all’estero e suscitò simpatia all’interno delle potenze europee di allora, e furono proprio la Russia, la Francia e la Gran Bretagna a risolvere – avendo, però, sempre presenti i loro interessi geostrategici di potenze imperiali – sconfiggendo la flotta ottomana a Navarino e occupando l’insanguinata Morea. In seguito, ci furono il trattato di Adrianopoli del 1829, che poneva la Grecia sotto il protettorato delle potenze vincitrici, e l’indipendenza successivamente sancita a Londra nel 1830. L’indipendenza non riguardò tutta la Grecia, perché alcune parti europee rimasero in mani ottomane, e sicuramente non i greci stanziati in Asia minore, ma si costituì con grande tributo di sangue un vero e proprio stato greco, che esiste ancor oggi. Le potenze vincitrici in qualche modo imposero ai greci la monarchia e affidarono il trono a un tedesco, nel 1832, Ottone, principe ereditario di Baviera. E’ chiaro che secoli di dominazione ottomana, sanguinosa e umiliante, nonché una lunga guerra per l’indipendenza, con grande tributo di sangue da parte della popolazione, restano nella “memoria storica” di un intero popolo – non solo delle sue “classi dirigenti” – continuando a influenzarlo nei decenni. Così è nel caso dell’”epopea” del popolo greco, alle origini della Grecia moderna. Lo spirito nazionale – troppo spesso confuso con un becero e interessato nazionalismo o con una vera e propria ideologia nazionalista – non è un fatto negativo, tanto più che lo spirito nazionale, nel novecento, animò non soltanto le destre, ma anche i comunisti greci, nelle loro lotte per il socialismo contro regimi oppressivi e contro gli assetti capitalistici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chrysí</em><em>̱</em><em> Av</em><em>̱</em><em>g</em><em>í</em><em>̱ (Aurora Dorata): razzismo, omofobia, antisemitismo e neonazismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il breve résumée storico che precede, articolato su due punti, lascia intendere che se veramente fossero soltanto il metaxismo e il nazionalismo greco a ispirare la politica e i comportamenti di Alba Dorata, non si potrebbe in alcun modo parlare di neonazismo, nonché di razzismo (biologico), omofobia e antisemitismo. Nella realtà, la Lega Popolare–Alba Dorata di Michaloliákos, attiva come movimento fin dagli anni ottanta e come partito dai novanta, presenta lineamenti e comportamenti ambigui, tali da porgere il destro ai pubblicisti della liberaldemocrazia, del libero mercato e dell’”Europa” monetaria e finanziaria che demonizzano chiunque osi porsi con un piede (o con tutti e due) fuori dal sistema. <em>L’ostilità nei confronti degli immigrati</em> di qualsiasi provenienza è valsa l’accusa di razzismo, <em>il duro comportamento nei confronti degli omosessuali</em> vale l’accusa di omofobia, <em>l’ostilità nei confronti degli ebrei</em> suscita l’accusa infamante di antisemitismo, <em>i riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo delle origini</em> alimentano i sospetti di neonazismo. Sono tutte cose vere, che poco hanno a che vedere con lo spirito nazionale greco e il metaxismo, ma che si possono convenientemente spiegare all’interno delle logiche manipolative e di dominio neocapitalistiche, nonché alla luce della costruzione unionista europoide, nella gabbia dell’eurozona.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’ostilità nei confronti degli immigrati</em></strong> non riguarda soltanto formazioni come Alba Dorata, non è limitata a quella che si definisce “estrema destra”, spesso aggiungendo xenofoba, ma è più in generale un riflesso del neocapitalismo, che fomenta la competizione, o vere e proprie guerre fra poveri (cioè fra neoplebi) per dominare incontrastato. Del resto, quella che possiamo chiamare a pieno titolo “società aperta di mercato” richiede la distruzione degli aspetti culturali tradizionali e specifici, una fraintesa multietnicità e soprattutto flussi di nuova manodopera a costo sempre più basso. Consideriamo, ad esempio, il caso danese, paese ancora ricco, non in situazioni di crisi (e subalternità all’unione europoide e alla bce) come l’Europa mediterranea. Anche in Danimarca, a causa delle dinamiche neocapitalistiche e globaliste, la questione dell’immigrazione è da anni molto sentita, creando allarme fra gli autoctoni. Il DF, Partito del popolo danese che ha fatto della lotta all’immigrazione la sua bandiera politica, appoggiando dall’esterno esecutivi di coalizione fra liberali e conservatori (esempio non italico di “larghe intese”), è riuscito a far passare misure restrittive a riguardo dell’immigrazione e degli immigrati. Il successo del DF (Dansk Folkeparti) è in buona parte ascrivibile alla lotta contro l’immigrazione e all’attenzione per l’identità culturale del popolo danese, ma non solo, perché questo partito, oltre che islamofobo, è “euroscettico”, favorevole al mantenimento dello stato sociale e … filo-israeliano. La fobia nei confronti degli immigrati non è prerogativa di formazioni violente e più o meno esplicitamente neonaziste, ma riguarda, oltre al citato DF danese, anche la Lega Nord in Italia, per anni partito di governo del tutto interno al sistema, con tanto di ministri e sottosegretari. Si tratta di una reazione generale dei popoli europei – per quanto scomposta, a volte violenta e ingiusta nei confronti degli immigrati – contro l’imposizione di una fraintesa multietnicità e della società aperta che fa il paio con il neocapitalismo finanziarizzato. E nello stesso tempo si connota sempre più spesso come una guerra fra poveri, messi in competizione da un modo storico di produzione – il nuovo capitalismo finanziarizzato – che ri-plebeizza le popolazioni europee attraverso lo strumento di dominazione unionista dell’euro e sfrutta forza-lavoro di altra provenienza, con poche pretese e a basso costo, suscitando e alimentando i flussi migratori, non di rado gestiti da organizzazioni schiaviste e criminali. Da un lato, ci si procura forza lavoro che non chiede particolari tutele, disposta a lavorare in condizioni inaccettabili per gli autoctoni, dall’altro si agisce sul potere d’acquisto e sulle paghe nominali degli europei, riducendole. E’ chiaro che la situazione può diventare esplosiva in presenza di tassi di disoccupazione alti o altissimi. Le paghe, in Grecia, si sono dimezzate dall’inizio della crisi suscitata dalla troika, dai mercati finanziari e dalla germania (volutamente in minuscolo), e il potere d’acquisto di salari e stipendi è in discesa, da anni, anche in Italia, mentre la disoccupazione è oltre il 25% in Spagna, dove le paghe si sono notevolmente abbassate, nonostante le menzogne dell’euroservo politico locale Mariano Rajoy e la finta ripresa. Persino in Germania c’è stata perdita di potere d’acquisto e riduzione delle paghe con i mini-job. L’ostilità nei confronti degli immigrati e il razzismo non sono prerogative di Alba Dorata e di formazioni simili nel resto d’Europa, ma sono altrettanti effetti della dominazione finanziaria e neocapitalistica, dentro e fuori dell’eurozona. Anche a questo servono la costruzione unionista europoide e l’euro. E’ certo, però, che devastare le misere bancarelle degli immigrati nei pressi del sagrato di una chiesa (per commercio illegale!), come hanno fatto esponenti di Alba Dorata nel 2012, non è un’azione coraggiosa, non ha niente a che vedere con una difesa efficace dei diritti del popolo greco e della sovranità nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il duro comportamento nei confronti degli omosessuali</em></strong> non è prerogativa di Alba Dorata e dei presunti neonazisti. Ci sono governi che si oppongo esplicitamente ai cosiddetti “diritti delle minoranze”, sponsorizzati al nuovo capitalismo e dal suo doppio politico, cioè la democrazia liberale di matrice anglo-americana. Pensiamo al governo russo e a Putin, che tentano un’estrema difesa delle specificità culturali dei russi e della famiglia tradizionale. Persino in Francia c’è stata una robusta e diffusa protesta popolare contro l’introduzione delle nozze gay da parte del governo socialista ed euroservo dello screditatissimo Hollande. Per dovere di chiarezza, preciso che personalmente non nutro sentimenti di netta ostilità nei confronti dei “sessualmente diversi”, ma non posso nascondere un po’ di insopprimibile fastidio “omofobico”. Tuttavia, non me la sento di condannare senza appello il governo russo e Putin, o i manifestanti francesi contrari a questo “diritto della minoranza”, poiché, secondo le mie personali chiavi di lettura della realtà sociale e politica, la questione omosessuale è sfruttata propagandisticamente dai pubblicisti del capitalismo finanziarizzato e della democrazia liberale per conseguire, a danno dei popoli e delle classi dominate, due risultati rilevanti. La distrazione di massa dai problemi economici che attanagliano tutti, eterosessuali e omosessuali, e la progressiva distruzione della famiglia tradizionale, che costituisce un ostacolo per una società completamente “aperta al mercato”, individualizzata all’estremo e immemore delle tradizioni. Il modello di “società aperta di mercato”, che si sposa con il modo di produzione sociale neocapitalistico, per affermarsi richiede la dissoluzione dei precedenti vincoli di classe, di comunità e anche il ridimensionamento del ruolo della famiglia costituita da un uomo, una donna e dai figli. Infatti, la famiglia è l’unità essenziale delle società umane, ma rappresenta un ostacolo sulla via della piena individualizzazione neocapitalistica e neoliberale dell’uomo. La grottesca caricatura di famiglia proposta dai “difensori dei diritti delle minoranze”, con riferimento ai cosiddetti matrimoni gay e alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali, contribuisce quantomeno a ridimensionare il ruolo della famiglia tradizionale, a beneficio della trasformazione della struttura sociale nel senso voluto dalle élite finanziarie dominanti. Ciò vale in linea di massima sia in Europa, dall’eurozona alla Federazione Russa, sia altrove nel mondo. Le associazioni di gay e lesbiche, inoltre, apparentemente favorite dall’imposizione di norme che esaltano i diritti delle minoranze a scapito della maggioranza, non di rado “ci marciano”, rivelando una certa dose di cinismo e di opportunismo. E trasformando i cosiddetti gay pride in manifestazioni pagliaccesche, carnevalesche quando non oscene, e persino provocatorie. E’ chiaro che in una situazione sociale tesa, di generale immiserimento e de-emancipazione di massa, che tende pericolosamente a precipitare da un momento all’altro, gli omosessuali – quanto gli immigrati – possono diventare l’obbiettivo di vigorose reazioni di segno contrario, come quella rappresentata da Alba Dorata. E questo indipendentemente dalla maggior o minor crudezza delle azioni “omofobiche”, anche nel caso in cui la cosiddetta omofobia si limita alla distribuzione di volantini contro il gay pride, come ha fatto la formazione politica greca in occasione del gay pride di Atene del 2005. Per quanto mi riguarda, è proprio la strumentalizzazione della questione omosessuale, operata dai pubblicisti del mercato, dai diffusori del “politicamente corretto” e dai servitori politici del nuovo capitalismo, a generare in qualche misura reazioni, anche violente, di segno contrario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’ostilità nei confronti degli ebrei</em></strong>, non sempre limitata a una critica al movimento sionista e alle politiche dei governi israeliani in Palestina, è storia vecchia. Spesso è un’eco del passato, perché in vaste aree d’Europa la presenza ebraica è ormai del tutto marginale e, quindi, si tratta di un antisemitismo senza ebrei. Ancor oggi, nella difesa dell’integrità territoriale, culturale e nazionale – argomento al quale sono molto sensibili i gruppi detti di destra o di estrema destra – si individuano come nemici principali le “lobby sioniste” e “l’onnipotenza ebraica”. Ciò accade anche in Grecia, naturalmente, e la questione investe, oltre che formazioni politiche come Alba Dorata, addirittura alcuni membri del clero ortodosso, che dal pulpito attaccano ebrei e sionismo. Tuttavia c’è da credere che nel caso di Alba Dorata l’antisemitismo e il negazionismo siano marginali e strumentali, utili, in campagna elettorale, a far parlare del partito, dentro e fuori il paese, e ad attrarre qualche voto in più. Per quanto mi riguarda, l’olocausto ebraico per mano dei nazisti tedeschi (e dei tedeschi in generale, complici come popolo) è diventato una vera e propria “religione olocaustica” – esattamente come ha scritto Costanzo Preve in Elementi di Politicamente Corretto – usato strumentalmente per eternare i sensi di colpa e la subalternità europea nei confronti dell’oltre oceano, e destinato, in quanto religione, addirittura a sostituire il cristianesimo e lo stesso ebraismo. Antisemita diventa, perciò, anche chi si permette semplicemente di criticare le politiche adottate dai governi d’Israele nei confronti dei palestinesi, o le azioni e gli scopi del movimento sionista, senza che gli passi neppure per la mente di inneggiare all’espulsione o allo sterminio degli ebrei in quanto tali, o di negare la veridicità storica dell’olocausto. Una corrente antisemita, in Grecia, si sviluppò fra le due guerre mondiali, sia pur in forme meno violente ed estreme rispetto a ciò che accadde in Germania, in Ungheria e in Romania. Persino a Salonicco – che per molto tempo, dal mille e cinquecento ai primi del novecento, fu città europea sotto dominazione ottomana a maggioranza ebraico-sefardita e poi, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, al 40% – non vi furono gli eccessi antisemiti che funestarono l’Europa centrale (pogrom del 1931 con incendio di un quartiere ebraico a parte). Tanto più che l’ascesa al potere di Metaxas, nel ’36, interruppe le violenze antisemite. Alcuni ebrei greci e di Salonicco, scampati ai campi di sterminio tedesco-nazisti, combatterono con i partigiani comunisti dell’Elas e poi parteciparono alla guerra civile greca (1946-1949) dalla parte dei comunisti, mentre altri combatterono nella guerra civile fra le file dei governativi. In conclusione, l’antisemitismo non è propriamente greco. In Grecia ha rappresentato un fenomeno meno vistoso e meno drammatico rispetto ad altri paesi europei, e lo sterminio degli ebrei greci nei primi anni quaranta è notoriamente opera dei tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/images.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4130" title="images" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2014/01/images.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a><strong><em>I riferimenti, più o meno espliciti, a Hitler e al nazionalsocialismo</em></strong>, secondo alcuni, sono riflessi dallo stesso simbolo del partito, un pezzo di antico Meandro greco, scelto opportunamente, a imitazione della svastica, e rappresentato in campo rosso. L’uso della croce celtica, che ha connotato nel dopoguerra vari movimenti di estrema destra in Europa è anche cosa vera. A questo si aggiungono le cose scritte sulla rivista alle origini del movimento (e poi del partito) Chrysí̱ Av̱gí̱ e le dichiarazioni recenti e passate di esponenti della formazione, a partire dal “socio” fondatore Nikólaos Michaloliákos. A ciò si aggiungono, inoltre, l’atteggiamento negazionista in relazione all’olocausto ebraico e la difesa dei collaborazionisti greci, al servizio dell’asse nella seconda guerra mondiale, gli Euzoni di Ioannis Rallis. In un’intervista alla rivista geopolitica Limes del dicembre dello scorso anno, il giornalista greco Dimitri Deliolanes, che ha scritto addirittura un libro sulla presunta minaccia della “Grecia nazista” nei confronti dell’Europa, sostiene che Alba Dorata è il partito dei seguaci di Hitler, parla di adesione totale al nazismo, poiché <em>“non c’è aspetto che venga tralasciato: l’antisemitismo, le teorie razziali, l’elemento esoterico riportato addirittura nel nome, che richiama Golden Down</em>.” Sostiene Deliolanes, in tal caso giustamente, che il nazionalismo greco non ha nulla a che vedere con la teoria del sangue e della razza alla quale sembra aver aderito Alba Dorata, prevalendo gli aspetti culturali. Delionanes, nonostante l’evidente sopravvalutazione del fenomeno Alba Dorata, giunta finora ad un picco nazionale di appena il 7% dei voti, risponde in modo abbastanza sensato all’intervistatore, quando afferma quanto segue: <em>“</em><em>L’Ue ha applicato in Grecia </em><span style="color: #000000;"><a href="http://temi.repubblica.it/limes/contro-larroganza-della-germania/38345" target="_blank"><span style="color: #000000;">una politica fallimentare</span></a></span><em>, mentre la classe dirigente nazionale pur di nascondere le proprie responsabilità nella crisi non ha fatto altro che accettare passivamente le ricette di Bruxelles. Il risultato è stato che agli occhi dell’opinione pubblica greca sia l’Unione Europea sia la classe politica nazionale sono apparsi totalmente delegittimati e le istanze di critica della democrazia provenienti da formazioni di estrema destra come Alba Dorata [Ad] hanno guadagnato consensi.”</em> Non dice, però, che trattandosi dell’insorgenza di una questione sociale gravissima, addirittura epocale, si può addirittura apprezzare uno come Hitler (al quale Michaloliákos fa l’occhiolino) per le sue politiche economiche e sociali, a fronte di politiche euroglobaliste e finanziarie di rapina, particolarmente distruttive per i paesi e i popoli soggetti. Politiche dei poteri esterni supportate e applicate da classi dirigenti collaborazioniste della troika, in condizioni di cessione integrale della sovranità dello stato. A dire il vero, secondo alcuni è stato proprio un folle e sanguinario dittatore come Adolf Hitler il più grande keynesiano della storia. Con altre parole, uno che ha concretamente applicato nel suo paese, sia pur per la sola “razza ariana” e nell’imminenza di una guerra di conquista dell’Europa, misure economiche rivolte a massimizzare l’occupazione, gli investimenti e a espandere la domanda aggregata, con l’intervento di uno stato sovrano in grado di imbrigliare il mercato. Questo è il punto. Per chi è soggetto alla strage sociale neoliberista ed europoide, per chi concretamente rischia fame, disperazione e morte, data la situazione di emergenza in cui si trova, anche un neonazismo dalle forti connotazioni sociali, stataliste e dirigiste – che promette di assicurare pane, stabilità nel lavoro e reddito – può essere migliore di questo capitalismo, democratico, politicamente corretto, (euro)globale, inevitabilmente e volutamente stragista, per le sue dinamiche finanziario-elitiste di sfruttamento integrale. L’unione europoide promette soltanto riduzione forzata del debito, stabilità insensata dei conti pubblici, difesa strenua della moneta unica in mani private e delle entità bancarie, altrettanto private. Sovranità nazionale politica e monetaria, diritto al lavoro e attenzione per la socialità sono antitetici rispetto al “progetto europeo” in atto, di matrice squisitamente neocapitalistica e neoliberale. Un progetto pensato, elaborato e applicato contro i popoli europei, che ha avuto come primo banco di prova e come prima cavia proprio la Grecia. Nessuno stupore, quindi, in una situazione emergenziale come quella greca – creata dalla dominazione neocapitalistica e dall’unionismo europide, che è una sua struttura sopranazionale di potere – se nelle elezioni politiche del giugno 2012 Chrysí̱ Av̱gí̱ è arrivata a un (comunque modesto) 7% dei voti, con 18 seggi in parlamento. Nonostante i forti sospetti di neonazismo e i media avversi. Quando ti mettono le tasse sulla casa nella bolletta dell’energia elettrica, così se non le paghi, perché non hai più reddito sufficiente, ti tagliano anche la luce, com’è accaduto in Grecia, capisci che è l’impianto europide e neoliberista di potere, supportato dai collaborazionisti locali (pasok, nuova democrazia, persino l’ inutilissima syriza che trattiene la vera protesta), il tuo vero nemico, la vera minaccia per la tua stessa sopravvivenza. Parimenti, quando sei costretto a portare cibo e medicinali a un parente ricoverato, per la sottrazione di risorse alla sanità pubblica, cominci a riflettere seriamente e, messo con le spalle al muro, puoi giungere a quelle conclusioni. Persino un dissennato tentativo di riedizione del nazismo, montando la disperazione sociale, può rappresentare un’alternativa migliore, una via di fuga praticabile. Se il nazismo, quello originale e tedesco, ha significato storicamente violenza e guerra, il neocapitalismo finanziario, democratico, liberale e da noi europide, significa, già oggi, ma soprattutto in prospettiva futura, ancor più violenza e ancor più guerra, sociale e tradizionale. Un male in prospettiva peggiore del vecchio “male assoluto” europeo, incarnato dal nazismo storicamente esistito. In conclusione, mi sento di fare una semplice considerazione sul neonazismo, che non vale esclusivamente in Grecia, ma per tutta l’Europa sotto il giogo unionista. Si tratta principalmente di un effetto della situazione sociale e politica innescata nell’eurozona dai trattati, delle prassi mercatiste antipopolari e della moneta unionista. Più precipita la situazione e più il fenomeno neonazista trova terreno fertile. Il rigetto, da parte delle popolazioni vessate, del “progetto europeo”, del capitalismo rigorista finanziario, che sfrutta il ricatto del debito e della moneta, ed anche della stessa democrazia liberale, ancella politica neocapitalista (meglio sarebbe scrivere prostituta), può assumere forme discutibili in assenza di vere alternative politiche, integrali, chiare e strutturate. Ma nella sostanza il rigetto della falsa Europa unionista e della sua democrazia, qualunque direzione si segua, è perfettamente spiegabile, condivisibile e addirittura “fisiologico”. Astraendo dalla disgustosa propaganda sistemica, europoide e neoliberale, che lo strumentalizza per i suoi scopi, osserviamo che il neonazismo è parte del nuovo male assoluto neocapitalistico e non può rappresentare una vera cura, ma semplicemente un effetto del grande male dell’epoca. Ciò che vale per Chrysí̱ Av̱gí̱ accusata di neonazismo vale, più in generale, per le tutte le “albe dorate” e i partiti o i movimenti con caratteristiche simili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Albe dorate e altri albori nell’alba tragica europea</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’allarme intorno al ricomparire di partiti e movimenti che si ispirano al nazismo mobilita tutte le forze “politicamente corrette” e più o meno esplicitamente europoidi. Benché formazioni politiche con questa ispirazione esistono da decenni, oggi, in situazioni di crescente tensione sociale e di possibile rivolta all’interno dei paesi oppressi, danno particolarmente fastidio “al manovratore” sopranazionale. Il motivo è semplice da comprendere e poco ha a che vedere con fantomatici principi democratici e di libertà, sbandierati propagandisticamente. Latitando forze cosiddette di sinistra che tentano una difesa degli interessi delle classi dominate contro la tirannia unionista – tutte “comprate” e ascare, quando non neutralizzate o estinte – sovranisti, nazionalisti, “euroscettici”, populisti e persino i cosiddetti neonazisti possono sperare di raccogliere a piene mani il consenso popolare, dando voce al disagio profondo nella società, colmando il deficit di rappresentanza politica  e aumentando la loro forza e la loro influenza. L’avvio di una fase che io definisco protorivoluzionaria (per distinguerla dalla vera Rivoluzione) potrebbe essere vicino, nel vecchio continente. Piuttosto che morire di euro, mercati globalizzati e debito pubblico (e di democrazia, prostituta neocapitalistica) i popoli potrebbero decidere di “lavorare con la legna che c’è in cantiere”, appoggiando queste forze politiche emergenti. Fra queste, non andando troppo per il sottile, anche le “albe dorate”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo l’attivista e libertario Yorgo Mitralias, Alba Dorata (da lui definita “peste nera”) non è solo un fenomeno greco, perché <em>“L’esplosione della destra neofascista in Grecia, somiglia a quelle degli anni Trenta, durante una crisi economica e sociale simile a quella attuale.”</em> C’è ovviamente una parte di verità in queste parole e come specifica lo stesso Mitralias la crisi e le tragedie sociali che la accompagnano non sono specificamente greche. Quelli “di sinistra”, però, demonizzano e creano il mostro lasciando volutamente in ombra i due punti essenziali della questione: 1) Il fenomeno in questione è un effetto, politico e sociale, di questo capitalismo globalizzato, che fra i suoi strumenti di dominio e di esproprio di diritti e risorse annovera le “istituzioni europee” unioniste, la bce, la commissione e la moneta unica. Si tende, ipocritamente, a scambiare la causa con l’effetto, oppure a far apparire il fenomeno in questione originario, o comunque peggiore del male che l’ha generato (cioè il neocapitalismo finanziarizzato). 2) Le gravi responsabilità e le colpe della sinistra europea, totalmente subalterna al neocapitalismo, fagocitata negli impianti di dominio e potere della democrazia liberale e collaborazionista delle eurocrazie che hanno creato l’eurolager. Disposta a sostenere governi di tecnocrati non eletti che applicano i programmi della bce, della commissione e del fmi (Papademos e Monti). Ciò vale per il ridimensionato pasok greco come per il vergognoso pd italiano. Si scrive, per esorcizzare Alba Dorata e forse per mondarsi l’anima, un Manifesto Antifascista Europeo e si manifestano intenzioni “movimentiste” per combattere il piccolo mostro neonazista, prima ancora delle eurocrazie assassine che ci tengono in pugno. C’è la paura, nei “sinistri” che fanno da ruota di scorta al progetto europoide contribuendo alle sofferenze sociali, di essere addirittura “scavalcati a sinistra”, in termini di credibilità e consensi, da forze che interpretano, seppur in modo insufficiente, parziale e talora distorto, i reali bisogni dei popoli europei. Non obbedendo, come fanno i “sinistri” più o meno scopertamente, alla voce del padrone europoide e globalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per demonizzare, screditare ed esorcizzare le predette forze, agitando gli spettri del fascismo e del nazismo novecenteschi, si scrivono libri “di analisi” come il recente Estrema destra del “sinistro” Guido Caldiron, a colloquio sul tema con Giacomo Russo Spena per la rivista italiana radical-chic e politicamente corretta (anche online) MicroMega. Rispondendo a Russo Spena, in merito ai contenuti del suo libro presentato come attenta mappatura dei nuovi fascisti in occidente, Caldiron afferma quanto segue: <em>“Nel corso dell’ultimo decennio – data simbolo di partenza è l’11 settembre – si è assistito allo sviluppo di potenti movimenti populisti di destra che prendendo completamente le distanze dal repertorio neofascista o neonazista hanno saputo costruire un vocabolario politico dell’intolleranza e del pregiudizio che è stato accettato dalla società: il nuovo razzismo, che si traveste da difesa della democrazia dalla “minaccia” islamica, da protezione del welfare per gli autoctoni contro “i costi” dell’immigrazione o, come si è visto di recente in Francia, da baluardo della famiglia tradizionale contro i diritti di gay e lesbiche, ha imposto così nei fatti una vera e propria normalizzazione di idee che in realtà si basano sull’odio e il disprezzo dell’”altro”. All’ombra di questo fenomeno di massa, rispuntano poi anche i gruppi apertamente neofascisti o neonazisti.”</em> La protezione del welfare e la difesa della famiglia tradizionale si baserebbero, inevitabilmente, sull’odio e sul disprezzo dell’”altro”. Non costituirebbero in primo luogo emergenze sentite dalle popolazioni e suscitate dal neocapitalismo delle eurocrazie. Secondo Caldiron, chi difende lo stato sociale (e l’equità sociale), nonché le identità culturali e la famiglia o è un tristo “populista di destra”, oppure fa parte di gruppi apertamente neofascisti o neonazisti. Le accuse a questi partiti e movimenti (nelle varie realtà nazionali abbastanza eterogenei) nascondono abilmente l’avallo a politiche neoliberiste – come quelle europoidi – che vanno oggettivamente contro lo stato sociale, le tradizioni dei popoli e la famiglia. Infatti, le sinistre presenti nei parlamenti liberaldemocratici d’Europa si guardano bene dal difendere strenuamente il welfare, con moti di piazza, se necessario, e di contraddire apertamente la cosiddetta troika. In Italia il pd, che ha in mano il governo e le istituzioni per conto dei poteri esterni, si erge da tempo a “diga” contro il populismo (leggasi contro i concreti interessi popolari), si presenta come difensore della democrazia e lavora propagandisticamente per i “diritti delle minoranze”, da contrapporre subdolamente a quelli della maggioranza che si sostanziano in pane e lavoro. Lo stesso fa il truffaldino e “sinistro” sel, ricompensato dopo le ultime elezioni per il rinnovo del parlamento con la presidenza della camera. La linea politica è sempre quella, unica e senza alternative. Dettata dallo stesso padrone sopranazionale che semina disoccupazione, deindustrializzazione e miseria nel paese. Il “progetto europeo”, davanti al quale le sinistre oggettivamente si prostrano, prevede la trasformazione delle società in “società aperta di mercato”, con tutte le implicazioni culturali, sociali ed economiche del caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla questione della diffusione delle “albe dorate” in Europa, si può citare ancora una volta l’”attivista” Yorgo Mitralias, che ha scritto: <em>“Non soltanto Alba Dorata viene emulata in particolar modo in Europa Centrale e dell’Est (Ungheria, Romania, Bulgaria, Serbia, Russia…), ma si assiste anche alla banalizzazione galoppante del razzismo più violento, dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’odio pogromista contro gli immigrati, i diversi.”</em> Nonostante questo, notiamo che mentre la crisi strutturale neocapitalistica, che si accanisce sull’Europa, continua a mietere vittime, a falciare posti di lavoro, a ridurre i redditi popolari, la diffusione del modello Alba Dorata sembra ancora piuttosto modesta. Nell’Ungheria di Viktor Orban e della Fidesz che rifiuta la troika e la superiorità della germania, fuori dall’eurozona, ma dentro l’unione, da una costola dello Jobbik alla fine del 2013 è nata Magyar Hajnal, formazione politica che ha qualche similitudine con quella greca, ma senza legami diretti con i greci. Il capo è un ex dello Jobbik, tale Andras Kisgergely, che contesta con forza il moderatismo del partito che l’ha espulso. Il programma della nuova formazione ungherese è decisamente nazionalista, anti-zingaro (gli zingari sono piuttosto numerosi da quelle parti), anti-unionista e volto a chiedere la revisione del trattato di Trianon, che dopo la prima guerra mondiale tolse molti territori alla sconfitta Ungheria. A dimostrazione che non si può parlare di un “blocco nero” coeso, i rapporti fra lo Jobbik e il nuovo raggruppamento Magyar Hajnal sembrano piuttosto tesi, tanto che per lo Jobbik questo partito è guidato da “persone disturbate”. Le fortune di Magyar Hajnal, in termini di consensi fra gli ungheresi, sono ancora tutte da verificare. Anche da noi c’è Alba Dorata Italia, pur minuscola. Anzi, sembra che ce ne sia più di una, perché esiste Alba Dorata Europa, che ha nel suo programma la sanità pubblica gratuita per tutti gli italiani e pensioni non inferiori ai mille euro mensili, accanto all’eliminazione servizio pubblico negli stadi(!) e all’inviolabilità delle cosiddette forze dell’ordine(!!). Poca cosa, in effetti, tanto che Alba Dorata Italia ai primi di gennaio, nella persona del segretario nazionale Bruno Berardi ha dichiarato di voler sciogliersi ed entrare in Fiamma Tricolore, in vita da un ventennio quale tentativo (fallito) di “rifondazione” del vecchio MSI. Come si nota, non è molto, anche se la propaganda filo-europoide e filo-globalista ci ricama sopra. Un buon pretesto e un ottimo spauracchio, quello del neonazismo, per oscurare ancor di più la questione sociale e le responsabilità politiche che ne stanno alla base.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Eugenio Orso, saggio scritto fra il 10 e il 19 gennaio 2014</em></strong></p>
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		<title>IL CAPITALE, L&#8217;IMMIGRAZIONE E IL SUICIDIO A SINISTRA</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Oct 2013 16:02:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Neri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Emiliano Brancaccio Fonte: emilianobrancaccio.it 11 ottobre. Contestare il reato di immigrazione clandestina senza aprire una contesa più generale per il controllo dei movimenti di capitale e per un’alternativa di politica economica, costituisce un suicidio politico. Spunti di riflessione per una “sinistra” allo sbando, da tempo incapace di dare coerenza logica alle fondamentali battaglie contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 class="post-title entry-title" style="text-align: right;"> di Emiliano Brancaccio</h3>
<p style="text-align: right;">Fonte: <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2013/10/10/liberare-i-migranti-senza-arrestare-i-capitali-un-suicidio-politico/" target="_blank">emilianobrancaccio.it</a></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"></div>
<p><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><em><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/10/immigrazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3914" title="immigrazione" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2013/10/immigrazione-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>11 ottobre.</em> Contestare il reato di immigrazione clandestina senza aprire una contesa più generale per il controllo dei movimenti di capitale e per un’alternativa di politica economica, costituisce un suicidio politico. Spunti di riflessione per una “sinistra” allo sbando, da tempo incapace di dare coerenza logica alle fondamentali battaglie contro l’avanzata dei movimenti xenofobi e razzisti.</span></span></p>
<p>Pubblicato sul <em>Financial Times</em> il 23 settembre scorso, il <a href="http://www.theeconomistswarning.com/">“monito degli economisti”</a> denuncia la mancata volontà delle classi dirigenti europee di concepire una svolta negli indirizzi di politica economica, e individua in tale mancanza una causa delle “ondate di irrazionalismo che stanno investendo l’Europa” e dei relativi “sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo”. La recente tragedia di Lampedusa costituisce un esempio terrificante delle conseguenze di questa palese ignavia politica. Il riferimento non è solo al raccapricciante tentativo del Presidente della Commissione europea Barroso di mettere un velo su questa vicenda ricorrendo a una elemosina. Il problema sta pure nel modo in cui le forze di sinistra si sono lanciate in una battaglia per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina previsto dalla legge Bossi-Fini.</p>
<p>Naturalmente, nessuno qui nega che sia giusto cercare di intercettare il moto di sdegno che ha attraversato il paese, di fronte alla notizia che i superstiti del disastro di Lampedusa subiranno anche la beffa di essere imputati per il reato di clandestinità. Ma bisogna rendersi conto che oggi più che mai la politica non può esser fatta solo di sdegno o di mani passate sulla coscienza. Soprattutto in tempo di crisi, la politica è alimentata in primo luogo dalla volontà dei singoli e dei gruppi di difendere i propri interessi, di dar voce alle proprie istanze. Le forze di sinistra dovrebbero ricordare che siamo nel mezzo di una catastrofe occupazionale che dall’inizio della crisi ha visto crescere i disoccupati di 7 milioni di unità in Europa e di un milione e mezzo soltanto in Italia. Per le forze politiche avverse agli immigrati si tratta di una manna, di un terreno elettorale fertilissimo. Se non si vuole che la lotta contro il reato di immigrazione clandestina si trasformi in un boomerang dal punto di vista dei consensi, occorre allora collocare quella lotta in una più generale analisi della crisi e in uno sforzo di individuazione delle risposte politiche realmente in grado di fronteggiarla.</p>
<p>A questo scopo, bisognerebbe iniziare a fare i conti con il nuovo “liberismo pragmatico” di questi ultimi tempi, che da un lato difende a spada tratta la deregolamentazione finanziaria e la relativa, completa libertà di movimento internazionale dei capitali, e dall’altro lato asseconda aperture alternate a repressioni sul versante delle migrazioni di lavoratori. Il problema è che fino a quando i capitali potranno liberamente spostarsi da un luogo all’altro del mondo, la quota del prodotto sociale attribuita ai profitti e alle rendite resterà indipendente e quindi prioritaria rispetto alla quota destinata al lavoro. Prima che arrivino a intaccare seriamente i profitti, le eventuali pressioni salariali e fiscali verrebbero infatti inibite dalla minaccia di una fuga dei capitali all’estero. Per i lavoratori residenti, dunque, sotto queste condizioni non ci saranno molte possibilità di influire sulla distribuzione del prodotto sociale. Essi saranno costretti a ripartire con gli immigrati una parte residuale della produzione. Questa ripartizione del residuo evidentemente rischia di scatenare la più classica guerra tra poveri, specialmente in una fase in cui la produzione cade o ristagna. Scopo dei reati di clandestinità e dei controlli repressivi alle frontiere può allora consistere nel tenere questa guerra a un livello di bassa intensità. Queste misure assumono cioè il ruolo di “cuscinetto” tra nativi e stranieri, che può essere sgonfiato o meno a seconda delle circostanze, e che permette di gestire lo scontro tra lavoratori interni ed esterni secondo i fini prioritari della riproduzione del capitale.</p>
<p>Qualcuno avrà forse notato che nel ragionamento suddetto non vi è spazio per alcuni tipici luoghi comuni della politica corrente, come quelli secondo cui «l’immigrazione è indispensabile alla nostra economia» oppure «gli immigrati, in quanto giovani, sono gli unici in grado di evitare il collasso del nostro sistema previdenziale». Queste affermazioni trovano il loro appiglio nei teoremi della economia neoclassica dominante, dai quali scaturisce il fantasioso convincimento secondo il quale la disoccupazione non esiste, e quindi l’immigrato contribuisce automaticamente alla crescita del prodotto sociale. Per quanto costituisca tuttora uno degli alibi preferiti da parte dei <em>policymakers </em>europei, questa tesi è priva di fondamento, è smentita dai dati empirici e dai fatti storici. Né vale la tesi della teoria <em>mainstream</em> più recente, secondo cui i mercati del lavoro sarebbero segmentati, per cui il lavoro svolto dagli immigrati sarebbe complementare e non si sostituirebbe mai a quello dei nativi. La verità è che in condizioni di libera circolazione dei capitali – e di relativo smantellamento della produzione pubblica – non è certo la volontà dei singoli ma è il meccanismo di riproduzione capitalistica, con la sua instabilità e le sue crisi, che decide della distribuzione, della composizione e del livello della produzione e dell’occupazione. In un simile contesto l’immigrato non costituisce di per sé un fattore di crescita della ricchezza. Piuttosto, è la dinamica capitalistica a determinare il suo destino, ossia il suo impiego in aggiunta oppure in sostituzione – e quindi in competizione – con i lavoratori nativi. Bisognerebbe insomma guardare in faccia la realtà, e abbandonare sia gli alibi della teoria dominante sia le fantasiose rappresentazioni del conflitto suggerite dagli ultimi epigoni del <em>negrismo</em>. Il migrante, infatti, non rappresenta necessariamente né una “forza produttiva” né una “forza complementare” né tantomeno una “forza sovversiva”, ma può al contrario rivelarsi, suo malgrado, uno strumento di repressione delle rivendicazioni sociali.</p>
<p>Alla luce di quanto detto, dovrebbe esser chiara un’esigenza: alle giuste mobilitazioni contro il reato di immigrazione clandestina bisognerebbe affiancare, in primo luogo, il rilancio delle proposte finalizzate al controllo politico dei movimenti di capitale. Dove per controllo dovrebbe intendersi il ridimensionamento dei mercati finanziari e il riassorbimento, nell’ambito della dialettica politica, della questione cruciale del riequilibrio dei conti esteri. Il ripristino di una rete di controlli sui capitali è una delle condizioni necessarie per impedire che lo scontro distributivo e occupazionale continui ad esprimersi solo tra i lavoratori, in particolare tra nativi e migranti. Potremmo affermare, insomma, che se l’intenzione fosse davvero quella di “liberare” i migranti allora bisognerebbe iniziare ad “arrestare” i capitali, ad imbrigliarli cioè in un sistema di controlli simile a quello che sussisteva fino agli anni ’70 del secolo scorso [1]. Se non sussisteranno le condizioni per collocare la partita per una più civile legislazione sull’immigrazione in una contesa più generale sulla politica economica, la predizione del “monito degli economisti” sarà confermata: una sempre più vasta prateria di consensi verrà lasciata all’onda nera dei movimenti xenofobi.<br />
<span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="color: #073763;"><span style="font-family: 'Trebuchet MS',sans-serif;"><br />
NOTE</span></span></span></span></span></p>
<p><span style="color: #444444;"><span style="font-family: Georgia,'Times New Roman',serif;"><span style="font-size: x-small;"><span style="color: #073763;"><span style="font-family: 'Trebuchet MS',sans-serif;">[1] Per approfondimenti, si rinvia al capitolo “Contro il liberoscambismo di sinistra”, in Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, <a href="http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/04/lausterita-e-di-destra-2/">“L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa”</a>, Il Saggiatore, Milano 2012.</span></span></span></span></span></p>
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		<title>Jus soli contro jus sanguinis: strumentalità, demagogia, ipocrisia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 10:39:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contributi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Catalano]]></category>
		<category><![CDATA[demagogia]]></category>
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		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati straniera, poiché negarla, è un’autentica follia, un’assurdità”. Dopo aver sponsorizzato l’operazione del governo “tecnico” Monti insediato dalla BCE e dai “mercati”, Giorgio Napolitano indica questa priorità subito raccolta dal senatore Pd Ignazio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">di </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>Antonio Catalano</em></span></div>
<div></div>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em><br />
</em></span></div>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><strong> </strong></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/immigrati.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2928" style="margin: 5px;" title="immigrati" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/11/immigrati-263x300.jpg" alt="" width="237" height="270" /></a></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"> “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati straniera, poiché negarla, è un’autentica follia, un’assurdità”. Dopo aver sponsorizzato l’operazione del governo “tecnico” Monti insediato dalla BCE e dai “mercati”, Giorgio Napolitano indica questa priorità subito raccolta dal senatore Pd Ignazio Marino che deposita un disegno di legge firmato da 113 senatori per modificare la legge del 1992 e concedere la cittadinanza a ogni nato in Italia. E così l’attualità è stornata su questa questione mentre la banca europea, che ha imposto all’Italia le sue condizioni, passa all’incasso col nuovo governo che si accinge a smantellare definitivamente i diritti sociali conquistati da decenni di lotta dai lavoratori.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>Jus soli</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"> o </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>Jus sanguinis</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">?</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Evidente che lo </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>jus soli </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">è il sistema più giusto in quanto</span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"> </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">permette la trasmissione della cittadinanza alla nascita secondo il criterio del luogo di nascita, chi nasce sul territorio nazionale è cittadino. In Italia vige il sistema in forma accentuata di </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>jus sanguinis</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">, che utilizza invece come criterio la pura e semplice appartenenza genealogica per cui è cittadino di un certo paese chi discende da cittadini di quel paese. Mia intenzione non è, qui, discutere della indubbia superiorità del sistema dello </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>jus soli</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">, ma mettere in evidenza come proprio i paladini di questo sistema siano i primi della classe nel sostenere l’ordine imperialistico (Usa capobastone) basato per definizione sulla negazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Questi ruffiani dove sono quando si dovrebbe difendere il diritto di cittadinanza di popoli aggrediti sol perché non adeguatamente allineati e resistenti all’ordine imperiale? Sono in prima fila a spiegare e convincere che si tratta di necessari interventi tesi a liquidare i cattivi di turno che impediscono il normale scorrimento della democrazia. Democrazia intesa non come il potere del popolo ma come involucro ideale per imporre sistemi istituzionali (e di costume) più idonei a garantire la dominazione imperiale. Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, nel mirino la Siria, ma solo per limitarci. La Libia ancora gronda sangue, e di questo sangue sono macchiati i buoni che oggi balzano in prima fila a sostenere il diritto dei bambini figli degli immigrati a diventare cittadini italiani.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">I paesi esportatori di democrazia a suon di bombe, che amano definire “canaglia” quei paesi che non vogliono negare la propria sovranità, che praticano con piglio wasp suprematista lo </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>ius primae noctis </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">verso i popoli considerati meno che niente, si pregiano di presentarsi come i paladini dei diritti cianciando di “quote rosa”, “quote per extracomunitari”, “diritti alla cittadinanza”. Un impasto nauseabondo di antirazzismo alla benetton, multiculturalismo occidentalocentrico, formalismo ipocrita… stiamo facendo l’identikit del politicamente corretto, ideologia che ha la sua fucina nella produzione cinematografica hollywoodiana, ideologia veicolata dai ceti medi incolti del mondo occidentale con sensibilità alla mulinobianco.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Il capitalismo globalizzato di marca americana, per ottimizzare la veicolazione del proprio modello, </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>l’american way of life</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">, tende a creare condizioni di forte omogeneità comportamentale e la trasformazione “liquida” delle società. Istituti regole e comportamenti che si pongono di traverso a questo processo di omogeneizzazione vanno superati, e qui interviene l’ideologia del politicamente corretto che pone formalisticamente la questione dei diritti, assumendo quelle fisionomie tipiche della cinematografia hollywoodiana. In questo senso l’attribuzione di cittadinanza da “suolo” diventa secondo questa ideologia la condizione migliore di una integrazione nei meccanismi di funzionamento di una società “globalizzata”. Per questo l’ideologia del politicamente corretto riesce così bene a conciliare l’uguaglianza formalistica del siamo tutti uguali senza distinzioni di sesso religione e razza con l’intervento “umanitario” a suon di bombardamenti in quei paesi che esprimono resistenze ad accettare le condizioni poste dall’impero.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Mi sono sempre battuto per il diritto degli immigrati ad affermare pienamente e in totale autonomia la propria dignità, perché non diventassero strumento del capitale per l’affermazione di logiche di divisione sociale. E continuo a farlo. Mi sono sempre battuto perché agli immigrati fosse riconosciuto il diritto fondamentale del permesso di soggiorno così come di altri (a partire da quello di culto), all’interno di una battaglia comune con i lavoratori italiani con i quali stringere un patto di solidarietà contro la logica del </span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"><em>divide et impera</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">. Ben sapendo che ciò non passa per il cambiamento di titolazione di scuole pubbliche o menu “etnici” ma per processi (seri, e rispettosi di identità) di integrazione nel tessuto sociale ospitante.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Non mi sembra che i sostenitori di questo disegno di legge siano tra quelli che si siano spesi contro le leggi discriminatorie in materia di immigrazione di questo ultimo ventennio espresse sia da governi di centrosinistra che da governi di centrodestra. Non è lo stesso Giorgio Napolitano colui che per primo e con più forza la scorsa primavera ha sostenuto la necessità del proditorio intervento militare contro la Libia?</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;">E allora, di che stiamo parlando? Sì allo </span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;"><em>jus soli </em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;">contro lo</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;"><em> jus sanguinis</em></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;"> ma fuori della logica che l’immigrato diventi merce di scambio di questa democrazia imperialista propensa a porre formalisticamente la questione dei diritti, così contribuendo a rafforzare sentimenti di diffidenza se non addirittura ostilità verso gli immigrati nel grosso del corpo sociale popolare.</span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;">Assistiamo, quindi, da un lato, al tentativo di stornare l’attenzione dalle inquietanti (dal punto di vista delle classi popolari) intenzione del governo dei “tecnici”, dall’altro al tentativo di neutralizzare una contraddizione a fini di consenso sociale.</span></div>
<div></div>
<div><span style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: small;">28 novembre 2011</span></div>
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		<title>Nord Africa, Europa e immigrazione</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 19:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Roman</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica interna]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
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		<description><![CDATA[di Franco Romanò (Dal CORRIERE DELLA SERA  del 3 aprile) “ La Tunisia ha fatto fronte all’afflusso di oltre 150 mila profughi in arrivo dalla Libia, accolti malgrado la difficile situazione del Paese”. Sottinteso: perché non può farlo anche l’Italia?” Già, una domanda bruciante che merita di essere presa sul serio  dopo più di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/immigrazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2462" title="immigrazione" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2011/04/immigrazione-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di Franco Romanò</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">(Dal CORRIERE DELLA SERA  del 3 aprile)</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>“ La Tunisia ha fatto fronte all’afflusso di oltre 150 mila profughi in arrivo dalla Libia, accolti malgrado la difficile situazione del Paese”. Sottinteso: perché non può farlo anche l’Italia?”</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Già, una domanda bruciante che merita di essere presa sul serio  dopo più di una settimana di guerra libica che sta provocando una serie di effetti a catena ( ma qualcuno ci aveva pensato davvero prima di scatenare il contro-inferno che reagisce all’inferno gheddafiano?). E’ così difficile riconoscere negli sbarchi a Lampedusa  l’inizio di una onda lunga che non può essere fermata con respingimenti speciali. Altro che fora di ball..</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Stanno per saltare le distinzioni semplici tra profughi, rifugiati e clandestini e tutti gli strumenti tipo CIE si rivelano ancor più drammaticamente inadeguati di un tempo, come si fa a essere così stupidi da pensare a tendopoli e accampamenti? </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Idealismo? Estremismo? Ma perché non prendere in serissima considerazione DA SUBITO  strutture come le caserme vuote, le chiese, i centri di accoglienza, perfino gli stadi e i musei al limite? Non è una boutade o una provocazione, 100 caserme. 100 parrocchie, 100  Comuni, tanto più che – come insegna la stessa Toscana di questi ultimi giorni come sia possibile distribuire il contingente degli stranieri in piccoli gruppi anziché allestire tendopoli o concentrare tutti in un unico luogo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il testo dice cose ovvie e di buon senso e l’11 aprile scorso, un altro articolo di Giulio Sapelli ritorna molto lucidamente sull’argomento. Nel mezzo fra questi due articoli, si collocano le riflessioni di Tarek Alì, di Essam Hamalawi e di Rossana Rossanda sul Manifesto, l’intervista a Noam Chomsky sullo stesso quotidiano e il 12 aprile un altro intervento di Mazzadra sui rapporti fra Italia ed Europa. Ci sono stati altri interventi successivi a quelli che ho citato, ma penso che siano sufficienti questi per avviare un ragionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Partiamo dal Governo tunisino. Esso in una prima fase, ha messo il dito nella piaga in un duplice senso: prima smentendo Frattini sul fatto che esistesse un accordo fra Italia e Tunisia e costringendo il suddetto ad ammettere che in effetti si trattava di un accordo verbale (deliziosa frase che dovrebbe da sola causarne l’immediata rimozione). Che un accordo poi si sia raggiunto, fra Italia, Francia e Tunisia (e che razza di accordo!), non fa venir meno la figuraccia e anche l’arroganza di averlo millantato quando non c’era, forse sperando nell’acquiescenza tunisina, che invece non ha abbozzato.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda ragione, però, è quella sostanziale: come può un paese ricco come l’Italia, che è pur sempre la settima potenza industriale (basta con il vittimismo), lamentarsi per l’arrivo di alcune migliaia di profughi, molti di quali poi se ne vogliono andare altrove?</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta a questa domanda è assai complessa perché chiama in causa l’Europa, non nel senso dei piagnucolii anti europei di Maroni ma nel senso che l’Europa, una volta di più, ha rivelato e fin dall’inizio, tutta la sua impotenza e inesistenza, raggiungendo un punto assai prossimo al non ritorno; parlo solo da un punto di vista politico, perché sullo sfondo ci sono poi tutte le questioni che riguardano la tenuta dell’euro, l’elezione del futuro governatore della BCE e tutta un’altra serie di scadenze economiche sia a livello europeo, sia statunitense che rischiano di dare ulteriori picconate al disastrato edificio dall’Unione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Partiamo dal piccolo per arrivare al grande. Il primo errore che compie tutto, o quasi,  lo schieramento politico italiano parlamentare, e in parte anche non, è l’insistenza sulla parola ‘emergenza’.</p>
<p>Alle argomentazioni razziste della Lega, e a Berlusconi che parla di tsunami umano, si sarebbe almeno dovuto rispondere che in Italia ogni anno entrano per vie legali molte migliaia di migranti in più dei 27.000 su cui si sta facendo questa pressione mediatica per pure questioni propagandistiche. In secondo luogo si potrebbe dire che tali migranti vengono per essere assunti molto spesso nelle “fabbrichette” degli imprenditori del Nord, oppure nelle campagne mantovane (molti indiani di religione sik, per esempio), molti di quali leghisti, che se ne servono per tenere bassi i salari  precario il lavoro, oppure degli agrari del Sud che li fanno lavorare in condizioni schiaviste nelle campagne calabresi e pugliesi. Questi argomenti non vengono usati per una ragione molto semplice: che il cretinismo elettorale della sinistra è arrivato a tal punto che tutto ciò che esiste al di fuori del mercato del voto, non conta nulla, salvo poi emettere peana buonisti sugli immigrati che sono esseri umani, che vanno accolti ecc. ecc. ecc. . Tutto questo impedisce a questo ceto politico persino di allargare le contraddizioni dell’avversario. In questo momento la Lega Nord è in difficoltà con il suo elettorato perché, come tutti coloro che seminano vento, sta raccogliendo tempesta, nel senso che a un elettorato così persino i permessi temporanei di soggiorno sembrano troppo: quello che la Lega chiede e che fra un po’ farà di suo, sarà di sparare direttamente sugli immigrati!</p>
<p>Il primo modo di accoglierli, da parte di una forza di sinistra (tanto più se addirittura pretende di essere comunista), sarebbe quello di aiutarli a respingere le condizioni che sono costretti a subire, facendo così emergere il peso reale del loro contributo al PIL, sommerso come quello del lavoro domestico e di cura (spesso nel caso dei migranti le due cose sono connesse); questo significa avviare un ciclo di lotte sociali e non di manifestazioni shopping del sabato pomeriggio, o di chiamate alla piazza sulla scorta delle azioni della magistratura; ma anche creare forme di solidarietà e di comunità che fanno parte della storia e della tradizione del movimento operaio.</p>
<p>LEGA, ITALIA, EUROPA.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>La risposta dell’Europa alle richieste italiane è ovvia e dovuta, visto che i nostri ministri non conoscono nemmeno le leggi e i regolamenti, oppure che fingono di ignorarli perché agiscono solo per ragioni di propaganda. Il governo italiano ha sbagliato tutto o ha voluto sbagliare tutto (tornerò su questo) e non poteva che avere questa risposta: la Germania accolse 250.000 profughi fra polacchi ed ex Jugoslavi, dopo la caduta del muro di Berlino, senza chiedere nulla a nessuno, la Francia è la nazione con il più altro numero di cittadini di religione islamica in Europa: ha molti problemi ma non fa piagnistei, magari reprime e non va bene, ma i piagnistei sono anche peggio.</p>
<p>Tutta la politica italiana su immigrazione, federalismo fiscale e altro, è ostaggio della Lega nord e del suo anti europeismo ideologico e sostanzialmente inconcludente sul piano effettivo, ma pericoloso perché sollecita sempre più l’attitudine sovversiva dei ceti più retrivi della società settentrionale, con pericolose ricadute anche sulla tenuta unitaria del paese. Ora Maroni cerca di fare marcia indietro accreditando la fine dell’emergenza, ma questo non fa che sottolineare una seconda volta, l’errore di analisi che sottostà all’uso di tale termine. La bassezza di questa politica che cerca di nascondere i problemi veri dell’unità europea, rispetto allo scenario nordafricano e oltre, non incontra nessuna vera proposta e risposta alternativa se non prese posizioni del tutto formali.</p>
<p>Giulio Sapelli, questi temi li affronta con grande lucidità analitica nell’articolo dell’11 aprile scorso. Scrive infatti:</p>
<p>“…è l’intera idea di Europa che si infrange sui flutti del Mediterraneo,…incagliata nell’incapacità culturale e quindi economica di consentire la circolazione delle persone… Ho già ricordato sul Corriere che il dramma libico altro non è che la punta di un processo che si dipana a partire dal cuore stesso dell’Africa sub sahariana, come dimostra lo stesso intervento francese e inglese in Libia, che ha come fine il controllo delle risorse della Costa d’Avorio, del Gabon e della Nigeria e poi inevitabilmente dell’ex Congo Belga. Il disegno neo imperiale francese e inglese ha di mira la difesa degli interessi occidentali a fronte del tentativo di dominio cinese dell’Africa, secondo una strategia che è diversa da quella europea. In cambio delle risorse naturali che estrae, l’Impero di Mezzo lascia infrastrutture di ogni genere… a differenza del modello francese che spartisce con i capi tribali locali le risorse. …Ma tutto ciò provoca immensi spostamenti di forza lavoro e crea un esercito industriale di riserva… Nel bel mezzo della guerra le navi cinesi incrociano nel mediterraneo per evacuare 36.000 cinesi che lavorano in Libia…  lo hanno fatto in una settimana… oggi sono i tunisini a ospitare 125.000 libici, ivi rifugiatisi per sfuggire alla guerra…. Credere che tutto questo immenso processo possa essere ostacolato, compresso, deviato solo sulla base di …interessi nazionali è illusorio….. Solo un patto fra Europa e Africa …potrà lentamente creare un ordine… Un compito difficile e immenso…. Se non faremo così la democrazia diventerà incompatibile con lo sviluppo sociale ed economico e lo spettro della dittatura si affaccerà anche in Europa…. Nessuno è un’isola: la campana suona per tutti.”</p>
<h1 style="text-align: justify;"><em> </em></h1>
<p>Sapelli non avrebbe potuto scrivere meglio; la cosa interessante da notare è che questo articolo è comparso sul Corriere della Sera. Le sue argomentazioni toccano due diversi problemi. Il secondo, riguardante l’immigrazione è il più importante e per questo lo lascio per ultimo: prima alcune note sulle sue osservazioni di geopolitica, che sono molto consonanti con quelle di Noam Chomsky rilasciate al Manifesto. Riporto poche cose perché il titolo stesso è più che sufficiente: il filosofo e linguista statunitense parla di “intervento neo imperiale” e afferma in un passaggio che il “controllo delle risorse petrolifere dell’area rimane il primo obiettivo delle potenze occidentali.” Sono espressioni analoghe a quelle di Sapelli. La differenza è che Chomsky, puntigliosamente indica tutte le violazioni della risoluzione Onu 1973, da parte della triplice alleanza.</p>
<p>Un’ultima notazione che riguarda una toccante intervista di ieri 14 aprile a Radio Popolare da parte di un eritreo scampato all’annegamento con altri diciannove fortunati compagni: sul barcone affondato erano in 72. A un certo punto l’intervistatore chiede come mai nessuno li abbia visti, dato che la deriva del barcone rimasto senza benzina è durata parecchi ore. Cito a memoria la risposta dell’eritreo: certo che ci hanno visto, molte navi, navi militari, erano navi della Nato, ma hanno fatto finta di non vederci. Ma toh, guarda! Ma la Nato non è lì per proteggere la popolazione civile?</p>
<p>Tutti sembrano capire molto bene cosa stia accadendo in Libia e non solo: tranne Rossanda Rossanda, Pietro Ingrao e altri.</p>
<p>L’argomentazione forte e inoppugnabile di Sapelli è tuttavia un’altra: che i flussi migratori non sono affatto un’emergenza, ma il connotato di un’epoca che è iniziata ventitre anni fa con la caduta del muro di Berlino e che ci accompagnerà per un lungo periodo. Gli immensi spostamenti di mano d’opera e la creazione incessante di eserciti di riserva saranno nei prossimi anni uno degli effetti congiunti di rivolte popolari più o meno radicate e più o meno spontanee a seconda dei casi e delle risposte prevedibilmente di guerra che aumenteranno a loro volta il numero di profughi. Tali flussi sono inarrestabili, non lo saranno neppure con le cannonate perché chi si muove non ha nulla da perdere, ha l’energia della sopravvivenza e la forza dei popoli giovani.</p>
<p>Rispetto a questo dato, la politica europea è semplicemente inesistente, le differenze fra un paese e l’altro sono di tono ma non di sostanza, tutte fondate sul piccolo cabotaggio il corto respiro.</p>
<p>Quello che propone Sapelli, pur nella sua genericità, è ciò che ci vorrebbe, ma ovviamente Sapelli non porta il discorso fino alle conseguenze necessarie. Perché esista un patto fra Europa e continente africano, bisognerebbe prima di tutto che l’Europa non fosse quello che invece è: un’unione monetaria e basta e per di più sempre più a rischio.</p>
<p>L’Europa è veramente a un bivio e ci sono molti segnali di scollamento. La stessa politica neo imperiale franco-inglese  il parallelo disimpegno della Germania un po’ su tutti i fronti, potrebbero essere segnali di distacco, una politica delle mani libere che prelude a cambiamenti radicali: a questo punto è l’economia a entrare in gioco e su questo non occorrerà attendere molto per capire alcune intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Franco Romanò.</p>
<p style="text-align: justify;">Ps. Anche se non in tema con quanto detto in precedenza, non posso fare a meno di commentare le pirotecniche dichiarazioni del tristissimo (da sempre) ed esimio professor Alberto Asor Rosa, che invita il Presidente della Repubblica &#8211; chi altri se non lui &#8211; a intraprendere un’iniziativa istituzionale forte per salvare la democrazia e la costituzione, in accordo nientemeno che con l’arma dei carabinieri. Certo che ad Asor Rosa va riconosciuto un merito: credo che sia la prima volta che una richiesta di colpo di stato venga formulata come petizione via stampa, così come se si trattasse di una proposta qualunque. Il suo ragionamento, però, è ancora più sottile e stupefacente: dal momento che non si riesce a cacciare Berlusconi dal basso perché non provarci dall’alto? Accidenti, ma è l’uovo di Colombo, come è potuto accadere che nessuno ci abbia pensato prima! Di certo Asor Rosa non può essere accusato di mancare di <em>esprit de gèometrie</em>!</p>
<p style="text-align: justify;">In questa brutta e tragicomica deriva di una intellighentia di sinistra senza testa, prima che senza idee, è ancor più avvilente che tutto questo sia comparso sul Manifesto e ancora più grottesche sono le prese di distanza del direttore di Repubblica, giornale che ha probabilmente sponsorizzato cautamente la trovata, anche per saggiare il terreno senza comparire direttamente. Un solo dubbio: nipotini di Stalin o dei fratelli De Rege?</p>
<h1><em> </em></h1>
<p><em> </em></p>
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		<title>Miguel, lettera di un &#8220;irregolare&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 14:02:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Onori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Onori Miguel arrivò a Roma dal Perù 20 anni fa e auspicava di realizzare i suoi grandi sogni in Europa.  Dopo aver sudato, prodotto e seminato per 20 anni in Italia,  il 30 settembre 2009 è stato espulso. L&#8217;ultima triste avventira di Miguel, prima della sua espulsione è stato il Cie di Ponte Galeria (Roma). E’ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Andrea Onori</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/07/miguel.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1459" style="margin: 5px;" title="miguel" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/07/miguel-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Miguel arrivò a Roma dal Perù 20 anni fa e auspicava di realizzare i suoi grandi sogni in Europa.  Dopo aver sudato, prodotto e seminato per 20 anni in Italia,  il 30 settembre 2009 è stato espulso. L&#8217;ultima triste avventira di Miguel, prima della sua espulsione è stato il Cie di Ponte Galeria (Roma). E’ un illegale, un diverso e questo può bastare per sbattere in una cella un essere umano. Afflitto dalla disperazione, ingoia due pile e della candeggina. Non riesce a sopportare di sottovivere in una cella, senza aver commesso nessun reato.  Compie un atto estremo e spera che qualcuno si accorga di lui, della sua storia, delle sue aspirazioni spezzate. Dopo quella vicenda Miguel verrà espulso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono riuscito a raggiungerlo telefonicamente e tramite mail in Perù. Miguel sta bene, ha ritrovato il sorriso che gli avevano tolto in Europa. Vorrei condividere con voi una delle mail che mi ha mandato qualche tempo fa:<br />
Ciao Andrea carissimo amico mio,<br />
te chiedo de scusarmi per il ritardo dopo che ho fatto questa spedisione ho capito que era tutto semplice. Bene campeon il palone stato sempre tutto too percio date da fare. io voglio che tu sappia che io ho voluto rimanere in Italia per due ragione: guarda bene mi sono illuso in questi ideali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ unione europea trovano realizzazione i nostri comune ideali; per noi al centro vi e l’uomo. La sua dignità è inviolabile. I suoi diritti sono inalienabili. Donne e uomini hanno gli stessi diritti. Noi abbiamo come obiettivo la pace e la liberta, la democrazia e lo stato di diritto, il rispetto reciproco e la responsabilita, il benessere e la securezza, la toleranza e la participazione, la giustizia e la solidarieta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unione europea si basa sull”uguaglianza e le relazioni solidali. Noi conserviamo nell’ unione europea autonomia e molteplice tradizioni dei paise membri. Le frontiere aperte e la vivace varietà di lingue,culture e regioni ci arricchiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi domando si questo non e sultanto che un utopia nel confronto della Europa. E’ una grande mensogna nel confronto de tutto l’mondo voglio sentire il tuo parere campeon. seguendo un grande intelettualle americano economista e scritore sr. jeremy refkim, scrive un libro titolato il sogno europeo sta lentamente eclisando il soño americano anche questo non e sultanto che pura utopia prima che l’ Italia con berlusconi e la destra europea iniziazeno a fare pulizia etnica molto prima ho comprado queste libro con multa passione ogni notte lo legeva con una grande giogia.</p>
<p style="text-align: justify;">direi che il vostro tessuto democratico e molto deteriorato in pericolo de scomparire ,adiretura non vi acorgete ho fate finta de no capire che la mafia e patrone del esercito cosa molto triste quasi 20 anni della mia vita ad una nazione che no se lo a meritato. In questo Dio no c’entra propio e il potere della mafia che sta deteriorando le vostre consiecia e il vostro tesuto sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">No e tempo per l’Italia de star a gurdare Maria de Filipi, Mis Itlalia, la isola dei famosi ho quella stronzada del grande fratello. Avete un grande bisogno urgente di observare como i vostri valori scompagiono. I vostri giovani non apprezzano questo e si trascura di far capire a la nazione la vera realta. La vera emrgenzia en italia no sono gli immigrante bensi lo sono le tre potente organizasione criminale cioe mafia,camorra, ndrangheta. Sono loro che hanno sostrato il controllo allo stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il capo spiatorio del governo sono gli immigrati. Andrea campeon ti voglio dire che 20 anni fa quando io sono arrivati in Italia no cerano gli albanese, no cerano i romeni, no cerano gli africani pero 20 anni fa no sull tanto veniva mutilato da voi la giustizi e il dirito bensi uciso con 500kili de tritolo signica che per honesta cera ia qualcosa di marcio e come no sono gli imigrante ad aver marcito oggi questa societa.</p>
<p style="text-align: justify;">io si posso voglio documentarte con lichidazien de lavoro che son svolto en familia molto ricca que no me hanno pagado un solo contributo al INPS. cue triste!!! Pensa a volta no sco de casa por evitare de che qualcun amico me chieda di ofrirle qualcosa. Senti campeon non sultanto un articulo bensi volendo un libro si potrebbe scrivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Andrea spero di no anogiarte. Sono stato piantonato quando ero in ospedale per 15 giorni della guardia de finanza un de loro voleva calpestare i miei dirito di malato il suo colega li a detto di no provare a farlo perche io era una persona que sapeva vita e miracolo del Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene Andrea io te aspeto arrivederci te saluto affetuosamente comppresso i tuoi cari</p>
<p style="text-align: justify;">Miguel Angel</p>
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		<title>Numero 4 (marzo-aprile 2010)</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 15:48:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il numero 4 di Comunismo e Comunità è finalmente uscito. Stavolta, però, lo troverete solo qui, nell&#8217;edizione online, con i vari articoli scaricabili direttamente in formato pdf. Abbiamo tentato di stampare questo nuovo numero, ma non ci siamo riusciti, sia per problemi d&#8217;ordine tecnico, sia per problemi d&#8217;ordine economico. La realizzazione di questo sito internet [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il numero 4 di Comunismo e Comunità è finalmente uscito. Stavolta, però, lo troverete solo qui, nell&#8217;edizione online, con i vari articoli scaricabili direttamente in formato pdf.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo tentato di stampare questo nuovo numero, ma non ci siamo riusciti, sia per problemi d&#8217;ordine tecnico, sia per problemi d&#8217;ordine economico. La realizzazione di questo sito internet ci ha portato via tempo e denaro, non dandoci modo di rispettare la tempistica dell&#8217;uscita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci scusiamo con i compagni ed i lettori abbonati, che non riceveranno questo numero in formato cartaceo, ma riteniamo giusto pubblicare il nostro lavoro online, perché aspettare ulteriore tempo rischierebbe di far sembrare &#8220;vecchi&#8221; articoli che, comunque, hanno carattere generale, ma che sono stati scritti in determinati momenti e situazioni precise.</p>
<p style="text-align: justify;">Di seguito, trovate l&#8217;indice della rivista in ordine alfabetico, con i rispettivi link degli articoli. Buona lettura!</p>
<p style="text-align: justify;">La Redazione</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?page_id=21" target="_blank">Editoriale, Chi siamo</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=853" target="_blank">Serena Billeri, La relazione (educativa): acquisizione di identità nell’alterità</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=836" target="_blank">Antonio Catalano, Rosarno, tra rivolta e lotta di classe. Quando la lotta dei lavoratori immigrati riguarda tutti i lavoratori</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=840" target="_blank">Rodolfo Monacelli, Coscienza felice e coscienza infelice nel pensiero di Herbert Marcuse</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=903" target="_blank">Stefano Moracchi, Il concetto di comunità in Marx</a><span id="sample-permalink"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=897" target="_blank"><span>Maurizio Neri, </span>Comunismo, Comunità, Classe</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=863 " target="_blank">Eugenio Orso, L’alienazione umana da Rousseau a Marx</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=850" target="_blank">Piero Pagliani, Impero, imperialismo, stati-nazione e classi</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=845" target="_blank">Costanzo Preve, L’Uno che si nasconde dietro i Molti</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/?p=858" target="_blank">Federico Stella, Alî Shari’ati. L’Islam come ideologia</a></p>
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		<title>Lega e appartenenza</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 21:30:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Redazione In seguito al risultato elettorale si è parlato molto di Lega e del suo successo politico (anche se pure lei ha visto calare i suoi voti). Da più parti si evidenzia il suo carattere di insediamento nel “territorio” (parolina magica), la sua internità ai problemi della popolazione, la sua capacità di essere presente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/mappa1024.jpg"><img class="size-medium wp-image-870  alignleft" style="margin: 5px;" title="mappa1024" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/mappa1024-300x205.jpg" alt="mappa1024" width="218" height="148" /></a>di Redazione</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito al risultato elettorale si è parlato molto di Lega e del suo successo politico (anche se pure lei ha visto calare i suoi voti). Da più parti si evidenzia il suo carattere di insediamento nel “territorio” (parolina magica), la sua internità ai problemi della popolazione, la sua capacità di essere presente nella risoluzione di vertenze locali in merito a servizi, lavoro, sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/Lega-redazionale.pdf" target="_blank">Continua qui</a></p>
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		<title>Rosarno, tra rivolta e lotta di classe. Quando la lotta dei lavoratori immigrati riguarda tutti i lavoratori</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 21:25:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Catalano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Antonio Catalano I fatti di Rosarno ci spingono a riflettere – oltre che, naturalmente, sulla questione immigrazione – sulla decisiva questione dei rapporti di classe nel nostro paese tra le diverse componenti del proletariato. Non possiamo pensare al proletariato in modo mitico come se fosse per assegnazione divina destinato a compiere la missione salvifica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Antonio Catalano</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/immagine-2-48d92b0c27d86.png"><img class="alignright size-medium wp-image-838" style="margin: 5px;" title="immagine-2-48d92b0c27d86" src="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/immagine-2-48d92b0c27d86-300x231.png" alt="immagine-2-48d92b0c27d86" width="300" height="231" /></a>I fatti di Rosarno ci spingono a riflettere – oltre che, naturalmente, sulla questione immigrazione – sulla decisiva questione dei rapporti di classe nel nostro paese tra le diverse componenti del proletariato. Non possiamo pensare al proletariato in modo mitico come se fosse per assegnazione divina destinato a compiere la missione salvifica della liberazione umana dal giogo dello sfruttamento e dell’oppressione. Il proletariato, da intendere come insieme dei soggetti sociali dominati nella società del modo di produzione capitalistico, è nel presente senza riferimenti comuni, è privo di una politica e di un’ideologia capaci di orientare il proprio agire sociale in direzione di processi emancipativi e di liberazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Continua qui: <a href="http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/04/Rosarno-tra-rivolta-e-lotta-di-classe.pdf">Rosarno, tra rivolta e lotta di classe</a></p>
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