Chi siamo

Il sito e la rivista “Comunismo e Comunità” vogliono essere un laboratorio di idee per chi pensa che la sconfitta del movimento comunista novecentesco e la crisi della teoria che lo accompagnava non significhino necessariamente che l’idea di “comunismo” sia una semplice utopia definitivamente tramontata e che il marxismo, e in special modo il nucleo del pensiero marxiano, sia stato solo un abbaglio teorico.

Di fronte all’innegabile crisi di credibilità e di forza esplicativa ed espressiva del paradigma culturale e concettuale di opposizione al sistema di relazioni sociali domninante,  il nostro laboratorio politico-culturale si propone, dunque, un’elaborazione teorica finalizzata alla costruzione di rinnovati e solidi presupposti per l’attuazione di una prassi anticapitalistica inclusiva e coinvolgente.

La nostra pratica comunicativa farà riferimento oltre che alla rivista Comunismo e Comunità ed all’omonimo sito internet (http://www.comunismoecomunita.org), anche ad eventi culturali ed a dibattiti relativi a presentazioni di libri,  numeri della rivista o altro, e alla discussione aperta di temi politici e filosofici per noi significativi.

Noi riteniamo che l’idea di “comunismo” sia in grado di descrivere un’esigenza che è sempre più sentita e percepita, spesso implicitamente, quanto piùil capitalismo sta occupando tutto lo spazio sociale ed ecologico della Terra. Può sembrare un paradosso, ma la “necessità di comunismo” può essere più urgente proprio ora che sembrano ormai calate le tenebre sui movimenti che ad esso si richiamavano.

Non ci accodiamo ai teorici della “fine della Storia”, agli ideologi degli “scontri di civiltà” o a chi ascrive comunismo e marxismo al secolo buio delle “ideologie totalitarie”. Ma neppure ci accontentiamo delle spiegazioni superficiali e consolatorie della sconfitta del movimento comunista: “burocratizzazione”, “sovrapposizione del Partito alla classe”, “tradimento”, “imborghesimento”, eccetera.

Al contrario, vogliamo applicare alla storia del movimento comunista, alla sua parabola, alle sue glorie (che per noi ci sono state, come ad esempio la Comune di Parigi, la Rivoluzione d’Ottobre e le molteplici esperienze dei movimenti anticoloniali del Novecento, delle quali rivendichiamo la grandezza e la legittimità) e alle sue miserie, la lente critica che ci ha consegnato Marx: la deduzione dei fatti e delle idee dalla struttura sociale che accompagna i vari modi di produzione. E vogliamo applicare questa analisi al marxismo stesso.

Non aderiamo, tuttavia, a una visione meccanicistica della subordinazione storica e logica della “sovrastruttura” alla “struttura”, visione derivante da una arbitraria interpretazione dei testi marxiani e successivamente codificata dal “Materialismo Dialettico” e dal marxismo storicista instauratisi come religione ufficiale di gruppi di potere (una religione che ha fatto danni incalcolabili e che ancora continua a fare danni seri ad ogni idea di “comunismo” e alla concezione marxiana del mondo). >

Non aderiamo a nessuna visione positivistica di “progresso”, ben sapendo che tale concetto, rivestito di tecnicismo e apparente neutralità, è oggi divenuto ideologia di legittimazione capitalistica. Tuttavia non manifestiamo alcuna nostalgia per epoche passate, per civiltà passate, per rapporti sociali superati. Per queste ragioni preferiamo far riferimento al concetto di “emancipazione”.

L’emancipazione è frutto di una lotta che guarda al futuro. E della lotta fanno parte le idee, necessariamente. Per l’elementare motivo che l’uomo, come diceva Marx, è un architetto e non un’ape. L’uomo, cioè, è un animale sociale e politico che è in grado di progettare il proprio lavoro e la propria storia. E il progetto è un’idea. Condizionata, ovviamente, dal contesto sociale, politico ed economico, ma è una idea, non una semplice reazione a un ambiente, e in questa idea convergono oltre che a convinzioni razionali, sogni e valori.

L’idea di comunismo, in Marx, ha un semplice ma profondo fondamento filosofico e scientifico: i processi di accumulazione capitalistici, in quanto processi monetari di accumulazione illimitata, o meglio senza (un) fine, hanno come requisito compiuto la reificazione dei rapporti sociali, ovverosia i rapporti sociali tra uomini sono mediati dai rapporti mercantili tra le cose, mentre i rapporti mercantili tra le cose assumono la parvenza di rapporti sociali ai quali inchinarsi.

Per questo motivo la base sociale ideale del capitalismo è l’individuo atomizzato e normalizzato la cui unica caratteristica differenziale è data dal livello del suo accesso al mondo delle merci.

La società è allora vista come un’appendice del mercato e non il mercato, in quanto scambio del risultato del lavoro di “liberi produttori”, come uno strumento della società. La valorizzazione del capitale è l’unico fine e quindi lasocietà capitalistica non ha nessun fine sociale.

Il comunismo è allora il rovesciamento di questo rovesciamento capitalistico dei rapporti sociali; è l’esigenza di poter ridefinire l’individuo come un unicum la cui unicità è resa possibile ed evidente proprio dal suo rapporto sociale nella comunità, cioè partecipativo, solidale e responsabile. Perché l’individuo è un animale politico, dotato di parola e facoltà di calcolo (logos), ma lo è innanzitutto in quanto “animale sociale”.

Non è un’esigenza astratta. E’ un’esigenza, sentita sulla pelle di miliardi di persone che giorno dopo giorno vedono i propri rapporti personali, di comunità, familiari e spesso la propria possibilità di sopravvivenza individuale e collettiva, investiti da una furia devastatrice economica, politica, militare, culturale e morale.

Se queste sono le caratteristiche del capitalismo, non pensiamo tuttavia che esse si esplichino ovunque con la stessa intensità e con la stessa capacità aggressiva. Il capitalismo trae la propria linfa da una gerarchia di differenziali di sviluppo, sia in senso geografico, sia in senso sociale. Le guerre che dalla caduta del Muro di Berlino in poi hanno caratterizzato l’Europa balcanica e il Vicino Oriente, l’evidente instabilità che scuote l’Asia Centrale, innanzitutto Pakistan e Afghanistan, dimostrano che siamo nella fase conclamata della crisi sistemica del ciclo di accumulazione capitalistica internazionale egemonizzato e coordinato dagli Stati Uniti e che si reggeva sui rapporti di forza usciti dalla II Guerra Mondiale. A sua volta quella guerra aveva risolto la crisi sistemica del precedente ciclo di accumulazione, quello egemonizzato e coordinato dalla Gran Bretagna.

Non è un caso che attentissimi e rigorosi studiosi marxisti come Samir Amin e il compianto Giovanni Arrighi abbiano definito gli anni Novanta del secolo scorso come la riedizione della Belle Époque in condizioni mutate.

E’ un punto sottovalutato da molti anticapitalisti che invece pensano di dover combattere un Moloch unico e ormai sovranazionale, concezione che a noi ricorda troppo da vicino l’ultraimperialismo teorizzato da Kautsky all’inizio del Novecento.

Così come l’ipotesi di Kautsky venne contestata da Lenin e smentita tragicamente dal primo grande macello interimperialistico, noi pensiamo che questa sua riedizione sia stata tragicamente smentita dal succedersi di guerre che ha caratterizzato il mondo a partire proprio dalla caduta dell’Unione Sovietica e dall’approfondirsi della crisi sistemica del ciclo di accumulazione targato USA (le due cose non sono affatto in contraddizione). Guerre che fanno capo a un determinato stato-nazione, gli Stati Uniti d’America, che lungi dall’essere una superpotenza semplicemente al “soldo delle multinazionali”, ha scatenato devastanti conflitti nel tentativo di prevenire l’aumento di potenza di competitori globali, quali innanzitutto la Russia e la Cina, e in subordine di quella dei loro attuali o possibili partner o alleati.

Pensiamo, quindi, che sia compito irrinunciabile ed essenziale riuscire a cogliere gli intrecci politici ed economici tra il piano dei rapporti competitivi intercapitalistici ed interimperialistici e il piano dei rapporti tra classi dominanti e classi subordinate, così come alla sua epoca riuscì a fare Lenin.

Considerare uno solo dei due piani isolatamente non basta. Pensare al solo piano antimperialistico può portare alla semplice rivendicazione di una politica di potenza nazionale che spesso ha assunto gli abiti luridi del nazionalismo, dell’imperialismo, del colonialismo e del razzismo.

E se questo è un pericolo mortale, da evitare ad ogni costo, pensare al solo piano antimperialistico può anche spingere a ignorare quale influenza abbiano i rapporti conflittuali dominanti-dominati nel determinare la forma che i conflitti intercapitalistici possono assumere.

Viceversa, pensare ai soli rapporti dominanti-dominati, può portare a sottovalutare l’utilizzo strumentale che di questi rapporti fanno gli agenti capitalistici in conflitto tra loro e, inoltre, può impedire di capire le trasformazioni che i rapporti sociali subiscono in dipendenza del mutamento dei rapporti di forza internazionali. Infine impedisce di vedere i momenti di maggior opportunità per la lotta anticapitalista.

Rimane infine aperta una questione: perché comunità?

Il riferimento alla comunità è complemento essenziale della nostra proposta, pur restando una questione molto aperta.

Occorre distinguere tre diversi aspetti che questa parola sintetizza.

In primo luogo la comunità esprime la contraddizione filosofica tra una visione del mondo – oggi dominante e pervasiva in occidente – fondata sull’individualismo liberale a base utilitaristica, e una visione comunitaria dei rapporti umani. La comunità, in questo senso, è in opposizione al ruolo marginale, residuale e puramente volontaristico, che essa riveste nelle società capitalistiche occidentali, mentre invece è elemento strutturale dei rapporti tra individui. Il nesso dialettico individuo-comunità ci porta a riconoscere il fatto che la stessa individualità si esprime e realizza soltanto all’interno di una comunità. Non v’è individuo senza comunità, così come non vi è comunità senza individui. Come avevano già affermato Marx ed Engels: “Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale”.

Questo per noi è il fondamento di una teoria e di una prassi politica tesa al superamento del capitalismo. E’ questa la base per un universalismo concreto che riesca a non cadere nei due abissi opposti e complementari del relativismo e dell’universalismo astratto (entrambi alla base della cultura dominante).

A partire da questa idea crediamo sia fallimentare e fuorviante qualunque riproposizione del comunismo che scaturisca da una visione del mondo di tipo riduzionistico: dallo storicismo assoluto allo scientismo anti-umanistico, fino ad arrivare ai riduzionismi intimistici, psicologistici o epistemologici della cultura post-moderna.

Comunità, in secondo luogo, esprime un significato eminentemente politico.

Negli ultimi decenni la tendenza del comunismo occidentale e della cultura di sinistra è stata quella di un ripiegamento verso un individualismo radicale unito ad una parallela blanda ed inefficace azione di rivendicazione economicistica. Il riferimento alla comunità, in questo senso, significa prendere le distanze da ogni proposta politica apparentemente anticapitalistica che affondi però le proprie radici nel nichilismo e nel culto della dissoluzione e che, pertanto, non fa altro che accelerare quei processi sociali disgregativi che il capitalismo di per sé già produce.

Comunità assume infine un terzo valore potenziale (non certo esauriente in sé) in relazione all’annosa e irrisolta questione del soggetto rivoluzionario.

L’ipotesi marxiana dell’estendersi della socializzazione del lavoro e del costituirsi come soggetto alternativo di un “lavoratore collettivo cooperativo associato alle potenze mentali della produzione capitalistica (General Intellect)”, soggetto alternativo all’ipotizzato ritirarsi della borghesia proprietaria dei mezzi di produzione in una posizione di classe di semi-percettori di rendita avulsi dalla produzione di ricchezza, questa ipotesi basilare è stata verificata? Sta ancora in piedi o no?

Non è una domanda da poco, perché la previsione dello sviluppo delle forze produttive che necessariamente avrebbe rotto l’involucro dei rapporti di produzione capitalistici sta tutta lì, a meno di voler degradare Marx a un puro cantore dello sviluppo tecnico delle forze produttive, così come se ne possono trovare a migliaia e a buon mercato nel campo capitalistico.

In realtà noi pensiamo che se una cosa Marx ci ha intimato di non dimenticarci mai, è che dietro ad ogni “tecnicalità” e dietro ad ogni parametro o formula economica ci sta un rapporto sociale.

Noi, allora, riteniamo che quella ipotesi non si sia avverata a causa dell’estrema dinamica del capitalismo dovuta proprio alla sua intrinseca natura di rapporto sociale conflittuale. Ed è per questo che dopo 160 anni dalla nobile esortazione “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, abbiamo il capitalismo ancora sul gobbo (e anche dopo più di 90 anni dalla “fase suprema” ipotizzata da Lenin).

Qualcosa non è andato come previsto. Questo tuttavia non ci spinge a rigettare il nucleo profondo del pensiero di Marx. D’altra parte neppure la fisica di Newton può spiegare i fenomeni quantistici. Eppure Newton era un sommo scienziato. Non c’è nessuna teoria delle scienze naturali in grado di prevedere tutto. Figuriamoci se ci può essere una teoria sociale in grado di prevedere tutto (e a nostro modo di vedere, le teorie sociali e filosofiche che vogliono sostituirsi al pensiero di Marx spiegano molto di meno). Lungi dal respingere il concetto di lotta di classe (di cui rivendichiamo in ogni caso la pienissima legittimità storica e sociale), riteniamo tuttavia fondamentale rivederne la concezione millenaristica e deterministica, arricchendo la riflessione con il riferimento alla comunità.

Sappiamo benissimo che “comunità” è un termine che non condivide la precisione e la strutturalità del concetto di classe. Sappiamo anche che è un termine pericolosamente manipolabile al quale sono state associate qualifiche deteriori da rigettare in toto (lo è ad esempio ogni concetto di comunità gerarchizzata e organicistica, per non parlare della comunità del “sangue e del suolo”).

Ma è anche un concetto che ricorre di continuo nella resistenza concreta al capitalismo: a partire dalle italiane comunità Valsusina e di Sarno, per fare due esempi recenti, alla comunità degli indios Mapuche del Cile e, in India, quelle dei contadini minacciati dalle multinazionali o quelle degli Adivasi il cui ambiente naturale è devastato dall’industria estrattiva; e così via. “Comunità” è inoltre un concetto che riporta a galla il bisogno di relazione umana non mercificata.

In che misura il concetto di “comunità” è allora in grado di incorporare quello di lotta di classe, quello di emancipazione, quello di resistenza ecologica e così via? Sappiamo bene che il capitalismo produce anche una reazione fisiologica del tutto comprensibile, molto forte tra gli strati popolari, di apparente “resistenza comunitaria” dominata però da forze di carattere reazionario, del tutto compatibili con lo stesso ordine capitalistico che crea il disagio che essa vorrebbe combattere. Snobbare, sulla base di una cultura da salotto, le esigenze popolari di riaggregazione comunitaria sarebbe un grave errore, poiché significherebbe, come oggi già avviene, lasciarle in balia di forze pericolose e antipopolari (si veda in Italia il caso emblematico della Lega Nord).

In che misura, dunque, il concetto di “comunità” può essere punto di accumulazione delle contraddizioni che per Marx erano appannaggio del lavoratore collettivo cooperativo; e in che misura è in grado di ampliarle? Ma ancora: in che misura è lecito ampliarle senza sfilacciarsi in un politically correct deleterio, senza perdere quel carattere di alternativa radicale, liberatoria e universale che era insito nel concetto di “lotta di classe”?

Ecco, il laboratorio è aperto: vi invitiamo a entrare, a usare i suoi strumenti e a inventarne di nuovi, basta che ne condividiate lo spirito e gli scopi.