EDUCAZIONE SIBERIANA

giu 27th, 2013 | Di | Categoria: Recensioni

EDUCAZIONE SIBERIANA (Gabriele Salvatores, 2013)

di Pino Bertelli

“Guerra ai castelli, pace alle capanne… [occorre fare] la rivoluzione delle cose, poiché [è già] compiuta nelle idee… Ogni volta che una rivoluzione produce uno spostamento di ricchezze, non dovrebbe farlo in favore di individui, ma sempre in favore della comunità”. Pëtr Alekseevič Kropotkin
I. DEGLI ONESTI CRIMINALI
Il cinema italiano, non di rado, ha espresso una genealogia del fanatismo o una decomposizione della realtà da fare invidia anche alle baracconate dell’impero hollywoodiano… tutta una serie di piccoli abatini di questo fare-cinema da deficienti e per deficienti si è accatastato nei percorsi spettacolari del giovanilismo d’accatto o addossato alla stupideria di comici provenienti dalla televisione che poco o niente hanno a che fare con i tempi e i modi della comicità espressa anche nei peggiori film di Totò o di Alberto Sordi (e sono tanti). Qui la critica del costume si trasformava spesso in critica delle certezze (per nulla sociologiche) della vita quotidiana e della politica che le tiene a guinzaglio… i dogma venivano sfatati o derisi e qualche volta anche i gemiti degli esclusi emergevano dal fondo di vessazioni infinite. Nella commedia italiana attuale, come nei film più “seri”, carichi di idee rimasticate (male) e disperse sullo schermo a favore del botteghino soltanto… si respira quel tanfo da festival che predica banalità indecenti, promuove profeti di basso profilo e quando usciamo dal cinema ci accorgiamo che c’è un po’ più male nel mondo.

Il fatto è che il cinema italiano, nel fascio della sua ipocrisia formale, è un formulario di frivolezze sconcertanti ma, come sappiamo, sotto ogni assassinio dell’immaginazione, giace un cadavere resuscitato. Quello del vuoto dei sentimenti autentici che si mescola al vuoto creativo come immagine di nullità che non comprende (né vuole) l’emersione di eccessi e dismisure che si disfano della storia. Questo cinema di castrati della fantasia rivela non il superamento del reale del quale si fa portatore di infime sciocchezze, e nemmeno della sua evidente rovina, bensì dell’acqua benedetta (del consumo) dell’impostura che parla solo in nome di se stessa (dei propri miti cinetelevisivi) e la differenza tra furbizia e stupidità è sempre più flebile. Un cinema che non pratica gli affanni di un’umanità dolente né la liberazione dei nostri allarmi è un casellario di buffoni, santi, eroi che sguazzano nell’apoteosi del vago e si crogiolano nell’ossessione di piacere ad ogni costo… senza sapere mai che solo nello sdegno, nel disprezzo, nel dissidio, ogni forma d’arte ha trovato gli elementi estetici/etici che hanno disvelato primavere di carogne. Il cinema può mentire su tutto e pontificare su ciò che resta della vita piena, tuttavia non avrà mai il potere di impedire la ricchezza della dignità come atto di insubordinazione. Lo spettatore, quando prende coscienza della propria intelligenza, rivendica il diritto di incrinare tutti i fasti della menzogna culturale/politica e mostrare — nell’abbattimento di ogni mito — che l’ingiustizia governa l’universo.

Vedere il cinema oltre il cinema significa costruire situazioni di dissenso che si allargano a dissensi più ampi… i furori dell’immaginario liberato nobilitano gli animi libertari e interrompono il tanfo spettacolare della ragione… a un certo grado di libertà ogni franchezza diventa insolenza contro l’ordine istituito ed eccetto i “quasi adatti”, i folli o i ragazzi che occupano le strade e tirano i sassi ai carri armati, tutti affondano nell’insignificanza e nel servaggio. Si tratta di liquidare i mandarini della politica, della fede, della finanza, dei saperi… per farla finita con tutto l’armamentario dell’autorità del ridicolo e fare dell’utopia il detonatore di ogni ribellione del cuore. “La vita sarebbe intollerabile senza le forze che la negano” (E.M. Cioran). Tutto vero. Nel letamaio del cinema, come nelle cloache della farsa istituzionale e delle chiese monoteiste, l’umanità sopravvive amorosamente tra lebbrosari di glorie e ossari della punizione… i malati di speranza continuano ad aspettare un “buon governo” o un papa non colluso con le dittature di ogni tempo… le forche dell’illusione hanno fatto più genocidi dei campi di sterminio nazisti e comunisti. Ogni santità ha i suoi teatri… i servi hanno la medesima anima dei padroni che eleggono ad ogni tornata elettorale e si rassegnano all’ergastolo o alla ghigliottina della società consumerista.
Qualche volta il cinema riserva piacevoli sorprese. Educazione siberiana di Gabriele Savatores, per quanto non un sia un lavoro di sobillazione dell’ingiustizia statuale, contiene almeno quella salutare, genuina volgarità che restituisce alla realtà l’elementare vivezza dell’esistente. Va detto. Il cinema di Salvatores non ci è mai piaciuto. L’abbiamo sempre trovato abbastanza innocuo, vagamente leggero, saltuariamente brutto… quasi sempre troppo ragionato per non sbadigliare dopo pochi minuti di proiezione… un cinema adatto a tutti i partiti e sposato verso tutte le opinioni… un cinema che ha cercato di rispettare, con abbastanza lucidità, i tragitti sistematici (semantici) del variegato miscuglio tra espressione del comunicare e calcolo economico.

Salvatores sa bene che per avere un posto onorevole nel cinema (come nella vita) bisogna essere commedianti, rispettare il gioco delle parti ed edulcorare i vagiti di bile che fuoriescono alla visione di una qualsiasi dogmatica che tratta della giustizia, della bellezza, del bene collettivo… ha così evitato con cura i formulari della purezza (pietà, carità, comprensione) che hanno eretto i propri comandamenti su secoli di sangue innocente. Del resto, le immagini, le parole, perfino le speranze dei professionisti delle rivoluzioni sono sempre stati legati ai sermoni dell’obbedienza… e chiunque abbia voluto entrare nel regno dei cieli svaligiati dall’edifico/sistema del potere si è piegato alla logica politica/ecclesiale/mercantile della sottomissione. L’impostura degli idolatri della felicità non sta solo nella forca ma anche e soprattutto nell’epoca dell’apparenza, nelle aurore di disastri e nelle violenze che i saprofiti dell’ordine costituito approntano contro l’insieme dell’umanità.
Con Educazione siberiana Salvatores ha operato uno strappo, una deviazione, un’abrasione del cinema domestico… qui non si rilasciano certificati di inesistenza né ipotesi divine estremizzate… gli onesti criminali di Salvatores sono marchiati tanto dalla sete omicida del comunismo sovietico, quanto dalla liturgia dello spettacolo come merce che costruisce i propri consensi nel Pantheon (tempio di tutti gli dèi) del consumo… i buffoni della sinistra o della falsa comunicazione, insieme agli organizzatori della violenza, hanno inventato l’ideologia della felicità (della passività) in eccessi controllati e solo i fuori gioco del disordine, della disperazione o i cavalieri erranti dell’anarchia hanno spezzato i guinzagli della sottomissione e non hanno finito ancora di giocare al grande gioco della libertà. “I comunardi si sono fatti uccidere fino all’ultimo perché anche tu possa acquistare un’apparecchiatura stereofonica Philips ad alta fedeltà” (Raoul Vaneigem) o un iPod bianco-latte. Nel regno del consumo permesso ogni cittadino si crede un re… ma come tutti i paradisi è un regno artificiale che fonda il proprio successo sulla somma delle mediazioni alienate… è sull’accumulazione delle merci, come dei linguaggi prostituiti alla decomposizione della verità, che si fonda l’obbedienza ai padroni dell’immaginario… la società dei ruoli non è che la spartizione del potere dei partiti ed è per questo che i partiti vanno soppressi, per dare vita a uomini e donne che insorgono contro l’origine dell’inumano e nell’antica liberazione delle passioni danno vita a una società di liberi e uguali.
II. DI EDUCAZIONE SIBERIANA
I quattro moschettieri senza patria né re di Educazione siberiana sono ragazzi che vivono oltre il fiume Nistro’, un’oscura regione siberiana (oggi è la Moldavia) dove Stalin aveva fatto confinare bande di criminali… i dissidenti politici il comunismo sovietico — uno dei regimi più feroci mai apparsi sulla terra — li destinava ai gulag. La barbarie del comunismo è pari al genocidio nazista… entrambi hanno costruito le loro ideologie sulla merda e nelle forche della libertà. Stalin e Hitler sono stati dittatori d’occasione, pazzi che hanno convertito popoli interi all’assassinio generalizzato. È vero anche che l’umanità ha adorato soltanto coloro che l’ha umiliata e offesa. E non sarà mai troppo tardi impedire ai profittatori dell’economia/politica di mortificare la dignità degli uomini con la violenza pianificata della finanza nera (celata) e della politica mafiosa. I mostri del totalitarismo non sono mai morti… continuano ad infestare le fogne del parlamento… in attesa che venga data loro la sorte che si meritano.
Il film di Salvatores racconta la vita marginale di una comunità dove gli onesti criminali sono educati contro lo stato, la polizia, i padroni… la filosofia non è proprio quella libertaria che insegna a lottare ogni sorta di autoritarismo e insorgere a fianco degli indifesi, degli oppressi, degli sfruttati… qui i ragazzi obbediscono a ordini, vaneggiamenti, violenze gratuite… impugnano le armi con disinvoltura, rubano, saccheggiano, rispettano rituali e codici d’onore a dire poco singolari, quanto mai inerenti alla seduzione ribellistica che tutto vuole e niente costruisce. L’uomo in rivolta è un’altra cosa. “La rivolta garantisce l’essere (a differenza della rivoluzione)… È il movimento stesso della vita… non è possibile negare la rivolta senza rinunciare a vivere: il suo grido più puro fa sì che ogni volta sorga un nuovo essere” (Albert Camus, diceva). L’uomo in rivolta sa che il bene nasce dal dissidio e il male che affronta è solo un passaggio intermedio verso la felicità comune.
Quando cade il muro di Berlino (1989) l’odore mercantile dell’Ovest ammorba la fantasia dei ragazzi e nel passaggio epocale si alterano anche i loro equilibri precari. In questa terra di nessuno Koljma e Gagarin (più dei loro amici) crescono selvatici come lupi e cementano la loro amicizia in atti delinquenziali. Seguono l’educazione di nonno Kuzja che dà loro i coltelli dell’iniziazione, li istruisce sul valore alchemico di appartenenza a un gruppo e si fanno marchiare con tatuaggi che li promuovono a criminali onesti. Apprendono anche che il bottino delle rapine deve essere spartito tra i membri della comunità. I siberiani — dice nonno Kuzja — non rubano per arricchirsi ma per aiutare le famiglie, i vecchi, i bisognosi o i “voluti da Dio” (i disagiati mentali) della loro microsocietà, come la figlia del dottore del paese, Xenja (protetta ed amata da Koljma). I ragazzi crescono, Koljma finisce in carcere e Gagarin si aggrega a una banda di spacciatori… Koljma sopravvive alla detenzione per l’abilità di fare tatuaggi ai galeotti… Xenja viene violentata e nonno Kuzja trova i soldi per pagare la scarcerazione di Koljma. Si arruola nell’esercito e inizia a dare la caccia al violentatore della ragazza, che è Gagarin. Lo uccide e il film si chiude sulla strada dove Koljma chiede un passaggio per andare in quell’Occidente che aveva sempre sognato.
Educazione siberiana non è certamente un capolavoro… questa parola non si addice al cinema italiano contemporaneo… qui non ci sono autori come Lars von Trier (Melancholia, 2011), Aleksandr Sokurov (Faust, 2011) o Michael Haneke (Amour, 2012)… autentici maestri della non obbedienza al mercato, gente che ha saputo fare del loro cinema il fondamento di una visione estetica/etica della vita. Salvatores saltella da altre parti della creatività filmica e tuttalpiù può aspirare a una decenza del comunicare che non produce né sonni profondi né irrimediabili uscite dalla sala, come nel caso di quasi tutto il cinema italiano.
Il soggetto di Educazione siberiana, come è noto, è tratto dal libro omonimo di Nicolai Lilin, scritto, ci pare, con tutti gli ingredienti giusti per il consenso che ne consegue a un romanzo adolescenziale. Le ospitate di Lilin nei talk show lo hanno fatto conoscere al “grande pubblico” televisivo e qualcuno (Roberto Saviano o Maurizio Costanzo) è andato anche in deliquio… la scrittura “geniale” è un’altra cosa. La sceneggiatura è stata stesa da Stefano Rulli, Sandro Petraglia e Salvatores, e c’è da dire che il tessuto del film è migliore di quello del libro, meno ascetico, più inficcato nella realtà. I giovani attori, Arnas Federavicius (Kolyma), Vilius Tumalavicius (Gagarin), Eleanor Tomlinson (Xenja), Jonas Trukanas (Mel) specialmente, sono accattivanti… ma quando entra in scena John Malkovich (nonno Kuzja), lo schermo s’illumina di autorevolezza attoriale. La fotografia di Italo Petriccione alterna sequenze di notevole fattura ad altre molto lavorate, oscure, quasi da cinema horror (che c’entrano poco con la storia del film). Buono il montaggio altalenante di Massimo Fiocchi, quasi una catenaria d’incastri, anche sorprendenti, che insieme alla musica di Mauro Pagani danno al film una sorta di nobiltà affabulativa. Le inquadrature di Salvatores sono forti, risolute, asciutte (tutte le apparizioni di nonno Kuzja, Gagarin, Xenja), si richiamano al miglior cinema europeo (l’uso intelligente degli ambienti), anche se, qualche volta, sono viziate da un certa ricerca formale non proprio riuscita (la giostra “colorata”). La morte/resurrezione del ragazzo-mite nel fiume è una fine citazione di Moby Dick-La balena bianca (1956) di John Huston, ed è perfino più bella, meno spettacolare, ricercata. Coglie la drammaticità di un tempo, quello della società consumerista, che non va difeso ma aiutato a crollare.

Educazione siberiana è un buon film dove la forza della vita e la trasfigurazione della morale istituita, non solo quella comunista (ci viene da ridere!), riscatta il disagio a vivere di ragazzi cresciuti nella violenza, lasciati alla deriva delle proprie emozioni… c’è dentro una verità esistenziale, una tensione tormentata, inquieta che anela la fine di un malessere ricevuto in sorte dalla nomenclatura sovietica, un regime sprezzante dei diritti umani più elementari… tuttavia Salvatores — dopo la vendetta o la giustizia — di Koljma (la parte meno riuscita del film), che ammazza Gagarin (si fa uccidere con orgoglio, forse), non trova di meglio assegnare al ragazzo l’uscita di scena verso l’Occidente, quasi fosse la terra promessa. La miseria della società dello spettacolo alla quale va incontro è certo meno aberrante di quella che lascia ma non meno violenta, almeno per gli esclusi dal banchetto degli empi. A un certo grado di infelicità ogni sorta di sopravvivenza diventa indecente. L’autoritarismo dei “ricchi” è intollerabile senza le insorgenze che lo negano e destinano ai cannibali delle banche, ai militari, ai capi di stato e ai papi, una corona di sputi. In ogni uomo niente è più importante e genuino della sua rivolta contro i letamai dell’oppressione, fonte di tutto ciò che è radicalmente vivo.
Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 9 volte aprile, 2013.

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7 commenti
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  1. Ai banchieri, i poliziotti e gli usurai, sì. “Rubare a queste persone è permesso” spiega il nonno, anziano padrino Urka, una delle più sfuggenti e autoreferenziali etnie siberiane dedite all’ortodossa osservanza di pratiche mafioso-esoteriche, al nipote appena “iniziato”. Insomma, una tranquilla famiglia di provincia. Provincia “meccanica” verrebbe da dire se soltanto non fosse la lontanissima e spietata madre Russia. Dove ogni tatuaggio racconta un nodo cruciale della vita di un uomo, e il concetto di giusto ha un che di biblico, anzi, salomonico. Ogni offesa merita una vendetta, nulla di più. E niente di meno. Gabriele Salvatores torna sul grande schermo e lo fa reinventandosi con Educazione siberiana. Ancora e ancora. Un altro tema, un’altra storia, un’altra avventura di celluloide. Questo gli va indubbiamente riconosciuto. Un’operazione coraggiosa che trae spunto da un bestseller di grande successo, che in Italia, illo tempore, fece gran parlare di sé. Ovvero l’omonimo libro scritto da Lilin Nicolai: scrittore russo – cioè, siberiano – che in lingua italiana diede vita ad un’opera biografa poi tradotta in oltre venti lingue nel mondo. Ci sono spunti nuovi e diversi nell’adattamento, e qualcosa tuttavia si perde nel passaggio al grande schermo. In peggio. Comunque sia, la pellicola è godibile anzichenò direbbe qualcuno. E John Malkovich (senza tuttavia tralasciare la buona prova di Peter Stormare ) rappresenta una di quelle ragioni. Monumentale e istrionico, in un ruolo se vogliamo marginale (quello del nonno di cui prima) ma, a suo modo, e al tempo stesso, centrale. Per chi, come il Conte di Montecristo, coltiva il sacro fuoco della vendetta. Più o meno.

  2. Come racconta Salvatores questi temi e questi tempi? Cercando di evitare ogni facile identificazione di genere. L’essenzialità ma anche l’economicità di mezzi espressivi che contraddistinguono il cinema di genere e che ogni tanto si ritrova in certe ellissi narrative, sparisce all’improvviso di fronte alla fascinazione che Salvatores sembra avere per la ripresa ad effetto (i quattro amici che si abbracciano inquadrati dall’altro), per l’illuminazione ricercata (la piena del fiume), per l’effetto di rallentamento (troppe colombe troppo bianche). Tutte scelte singolarmente comprensibili ma che finiscono per sembrare gratuite o per lo meno fin troppo sottolineate e che tolgono tensione e coerenza al racconto, spezzando il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Allo stesso modo, il tema del «codice d’onore» non è davvero scavato in tutte le sue possibili contraddizioni (che nel romanzo emergevano grazie al confronto/scontro con la violenza) ma accettato in maniera piuttosto superficiale.

  3. Come racconta Salvatores questi temi e questi tempi? Cercando di evitare ogni facile identificazione di genere. L’essenzialità ma anche l’economicità di mezzi espressivi che contraddistinguono il cinema di genere e che ogni tanto si ritrova in certe ellissi narrative, sparisce all’improvviso di fronte alla fascinazione che Salvatores sembra avere per la ripresa ad effetto (i quattro amici che si abbracciano inquadrati dall’altro), per l’illuminazione ricercata (la piena del fiume), per l’effetto di rallentamento (troppe colombe troppo bianche). Tutte scelte singolarmente comprensibili ma che finiscono per sembrare gratuite o per lo meno fin troppo sottolineate e che tolgono tensione e coerenza al racconto, spezzando il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Allo stesso modo, il tema del «codice d’onore» non è davvero scavato in tutte le sue possibili contraddizioni (che nel romanzo emergevano grazie al confronto/scontro con la violenza) ma accettato in maniera piuttosto superficiale.

  4. In questo senso, Salvatores riesce nell’impresa più ardua: rispettare i pilastri dell’”educazione siberiana” senza perdere né in correttezza filologica né in tensione cinematografica. Il romanzo di partenza viene sì riadattato per aderire alle esigenze della narrazione per immagini, sviluppando una linea drammatica che tende inevitabilmente a staccarsi dal libro per articolarsi in un triplice asse narrativo non cronologico (infanzia, maturità e servizio militare si sovrappongono nel montaggio attento di Massimo Fiocchi), ma riesce anche ad offrire, ed è lo stesso Lilin ad affermarlo, una ricchezza nuova, che trascende la limitatezza delle parole per ampliare lo spettro della rappresentazione delle emozioni.

  5. Vedere il cinema oltre il cinema significa costruire situazioni di dissenso che si allargano a dissensi più ampi… i furori dell’immaginario liberato nobilitano gli animi libertari e interrompono il tanfo spettacolare della ragione… a un certo grado di libertà ogni franchezza diventa insolenza contro l’ordine istituito ed eccetto i “quasi adatti”, i folli o i ragazzi che occupano le strade e tirano i sassi ai carri armati, tutti affondano nell’insignificanza e nel servaggio. Si tratta di liquidare i mandarini della politica, della fede, della finanza, dei saperi… per farla finita con tutto l’armamentario dell’autorità del ridicolo e fare dell’utopia il detonatore di ogni ribellione del cuore. “La vita sarebbe intollerabile senza le forze che la negano” (E.M. Cioran). Tutto vero. Nel letamaio del cinema, come nelle cloache della farsa istituzionale e delle chiese monoteiste, l’umanità sopravvive amorosamente tra lebbrosari di glorie e ossari della punizione… i malati di speranza continuano ad aspettare un “buon governo” o un papa non colluso con le dittature di ogni tempo… le forche dell’illusione hanno fatto più genocidi dei campi di sterminio nazisti e comunisti. Ogni santità ha i suoi teatri… i servi hanno la medesima anima dei padroni che eleggono ad ogni tornata elettorale e si rassegnano all’ergastolo o alla ghigliottina della società consumerista.

  6. Trama del film Educazione siberiana: “L’educazione siberiana” è uno strano tipo di “educazione”. E’ un’educazione criminale, ma con precise e, a volte sorprendentemente condivisibili, regole d’onore. La storia si svolge in una regione del sud della Russia e abbraccia un arco di tempo che va dal 1985 al 1995. In quegli anni avviene uno dei più importanti cambiamenti della nostra storia contemporanea: la caduta del muro di Berlino e la conseguente sparizione dell’Unione Sovietica con tutto quello che questo evento ha poi comportato nei rapporti economici e sociali dell’intero pianeta. Ispirato all’omonimo romanzo di Nicolai Lilin (edito da Einaudi), in cui l’ autore racconta la sua infanzia e la sua adolescenza all’interno di una comunità di “Criminali Onesti” siberiani, così come loro stessi amano definirsi, il film racconta la storia di ragazzi che passano dall’infanzia all’adolescenza, e della comunità in cui sono cresciuti, rappresentando, attraverso un microcosmo molto particolare, una storia universale che, al di là delle implicazioni sociali, acquista un significato metaforico che riguarda tutti noi.

  7. Come racconta Salvatores questi temi e questi tempi? Cercando di evitare ogni facile identificazione di genere. L’essenzialità ma anche l’economicità di mezzi espressivi che contraddistinguono il cinema di genere e che ogni tanto si ritrova in certe ellissi narrative, sparisce all’improvviso di fronte alla fascinazione che Salvatores sembra avere per la ripresa ad effetto (i quattro amici che si abbracciano inquadrati dall’altro), per l’illuminazione ricercata (la piena del fiume), per l’effetto di rallentamento (troppe colombe troppo bianche). Tutte scelte singolarmente comprensibili ma che finiscono per sembrare gratuite o per lo meno fin troppo sottolineate e che tolgono tensione e coerenza al racconto, spezzando il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Allo stesso modo, il tema del «codice d’onore» non è davvero scavato in tutte le sue possibili contraddizioni (che nel romanzo emergevano grazie al confronto/scontro con la violenza) ma accettato in maniera piuttosto superficiale.

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