La Cina da impero a nazione

feb 2nd, 2015 | Di | Categoria: Politica Internazionale
   

Intervista con Diego Angelo Bertozzi
a cura di Francesco Algisi

 

Diego Angelo Bertozzi (Brescia, 1973) vive a Castegnato (BS). Laureato in Scienze Politiche (indirizzo politico internazionale) ha pubblicato “La Festa dei lavoratori. Il Primo Maggio a Brescia dalle origini alla prima guerra mondiale” (Ediesse, 2009). Ha collaborato con “Storia in Network” e “Il Calendario del Popolo”, occupandosi principalmente di storia cinese e americana. Attualmente prosegue la ricerca sulla storia del Primo Maggio. È autore del volume “La Cina da impero a nazione. Dalle guerre dell’oppio alla morte di Sun Yat-sen (1840-1925)” (Edizioni Simple, 2011), in cui ha ricostruito le tragedie del colonialismo e dell’imperialismo che hanno umiliato la Cina. Su questi temi Bertozzi ci ha rilasciato l’intervista che segue.

Dottor Bertozzi, la dinastia e la classe dirigente della Cina nel XIX secolo mirarono a conservare il proprio potere facendo ampie concessioni alle Potenze straniere. Come si spiega questo fatto?

Le continue sconfitte militari fecero ben presto comprendere alla dinastia Qing che la tradizionale visione “sinocentrica” delle relazioni internazionali in Asia era ormai definitivamente superata e che la propria sopravvivenza in una situazione di aggressione esterna e di ribellione interna (si pensi alla minaccia politica e militare dei ribelli Taiping) era legata alla ricerca di un accordo con le potenze straniere. La volontà della dirigenza imperiale – non sempre fallimentare – fu quella di dividere il fronte nemico, mettendo in competizione e contrasto l’una con l’altra le potenze coloniali, giocando su storiche e consolidate rivalità. Tutto questo causò tuttavia la continua erosione della propria sovranità, una sempre maggiore debolezza contrattuale e una poco lusinghiera tutela affidata a terze potenze interessate a prendersi, a spese di altri, una propria fetta della torta cinese (“Break up of China”). Alla fine un impero debole, per quanto formalmente integro, era una garanzia di successo proprio per gli aggressori.

Che ruolo hanno le umiliazioni subite da parte del colonialismo nell’attenzione rivolta dalla Cina contemporanea alla propria indipendenza?

Nei documenti ufficiali del Partito comunista cinese – come nei discorsi dei suoi leader – il riferimento alla lunga fase di aggressione imperialista e dominio coloniale da parte di un vero e proprio cartello composto dalle maggiori potenze mondiali occupa ancora oggi uno spazio di tutto rispetto. Il Pcc si sente e si presenta da sempre come la forza politica che ha portato a compimento la lunga fase della rivoluzione cinese – dai primi focolai di resistenza nella guerra dell’oppio (1839-1842) passando dai Taiping per arrivare al movimento repubblicano di Sun Yat-sen – che tra i suoi scopi aveva proprio il ristabilimento pieno dell’integrità e della sovranità dell’ex Celeste impero. Il passato recente delle sfere di influenza, dei territori in affitto, dei signori della guerra alleati con diverse potenze e di fatto indipendenti, dell’appalto a potenze straniere di settori della pubblica amministrazione e di sanguinose aggressioni militari non poteva che “marcare” a fondo il movimento comunista cinese. I principi base dell’attuale politica estera e della diplomazia cinese – su tutti gli ancora attuali “Cinque principi della coesistenza pacifica” – possono essere compresi solo in rapporto a questo portato nazionale assai doloroso, così come la strenua difesa da parte di Pechino della propria periferia rappresentata da Tibet, Xianjiang e Hong Kong storicamente frontiere porose che hanno permesso l’opera di disgregazione coloniale dell’impero; così come possono essere comprese la risoluta condanna di ogni interferenza su questioni interne, la decisa contrarietà alla prassi dell’interventismo cosiddetto umanitario, la condanna delle “rivoluzioni colorate” e una prassi consolidata di rifiuto nei confronti di alleanze formali, alle quali si preferisce la convergenza o la partnership su specifici interessi e settori.

Come va intesa la definizione di “ipocolonia” attribuita da Sun Yat-sen alla Cina fra il XIX e il XX secolo

(cfr. pag.37)?

Come ho ricordato prima, dal 1842 al 1949, anno della fondazione della Repubblica popolare, la Cina, sia come impero che come instabile repubblica nazionalista, non ha subito, diversamente da altri Paesi coloniali, il dominio di una sola potenza straniera. Eccezione fatta per il tentativo di dominio tramite occupazione territoriale vera e propria messo in atto dal Giappone negli anni Trenta del secolo scorso, è stata una terra – unica nella storia – sulla quale hanno operato tutti gli imperialismi della storia moderna (un vero e proprio cartello di potenze composto da Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Germania, Giappone e Russia zarista) che hanno sperimentato un vasto campionario di forme di influenza e controllo, rafforzate dalla pratica violenta della “politica delle cannoniere”, vale a dire di mirati interventi militari per confermare obbedienza e sottomissione.

Come giudica la partecipazione italiana alla spedizione internazionale contro la rivolta dei Boxers nel 1901 e la successiva “concessione di Tientsin”?

La giudico non per il risultato ottenuto – assai trascurabile dal punto di vista economico e del prestigio internazionale – ma per quello che è stata e ha rappresentato: un vero e proprio crimine contro l’umanità perpetrato da un cartello che vedeva riunite tutte le principali potenze mondiali ai danni di un popolo ormai ridotto alla semi-schiavitù coloniale. Episodi di autentica barbarie e di sistematica umiliazione che posero la parola fine sulla lunga storia del Celeste impero, ai quali non si sottrasse, sempre in nome della superiore civiltà occidentale, la piccola spedizione italiana, tanto che alcuni militari italiani si espressero senza mezzi termini contro l’inutilità del sangue versato per pura ambizione di dominio.

Lei scrive che il nazionalismo, in Cina, “non poteva che fare breccia nel movimento comunista”

(cfr. pag.38)…

Il Partito comunista rivendica ancora oggi appieno, anche nel corso della politica di apertura al mercato, la sua natura di partito marxista e leninista, ma al contempo, fin dagli inizi della lotta di liberazione nazionale, si è presentato come partito della rinascita nazionale in grado di combattere sui fronti dell’oppressione interna e di quella straniera. Più che nazionalismo ci troviamo di fronte a una chiara connotazione patriottica. Nella storia del movimento comunista e socialista la compenetrazione tra rivoluzione socialista e liberazione nazionale non è certo limitata al caso cinese: si pensi al Vietnam, all’Unione Sovietica impegnata nella lotta contro l’occupazione nazista, come pure al Partito comunista italiano che nella sua battaglia contro il fascismo, in alleanza con forze politiche anche borghesi, si è presentato come legittimo erede dell’epopea risorgimentale in opposizione al nazionalismo bellico e razzista del fascismo. Così si esprime Mao Zedong nel 1938, nel pieno della lotta di liberazione nazionale e della costruzione del socialismo nelle “basi rosse” del Nord-est della Cina: “Può un comunista che è internazionalista al tempo stesso essere un patriota? Noi riteniamo che non solo può, ma deve esserlo. Il contenuto specifico del patriottismo è determinato da condizioni storiche. C’è il patriottismo di Hitler e degli aggressori giapponesi e questo non è il nostro patriottismo. [...] Il caso della Cina è diverso, perché essa è vittima di un’aggressione. I comunisti cinesi devono unire il patriottismo all’internazionalismo. [...] Poiché solo combattendo in difesa della patria possiamo sconfiggere gli aggressori e raggiungere la liberazione nazionale. E solo con la liberazione nazionale sarà possibile per il proletariato e per tutti i lavoratori raggiungere la piena emancipazione”.

Nel 1911 nacque la prima Repubblica cinese. Come interpreta l’inerzia della stessa di fronte alla “penetrazione imperialistica in Cina” (pag.102)?

La repubblica cinese nacque tra il 1911 e il 1912 su basi assai fragili, come frutto di una operazione militare sostanzialmente condotta da élite provinciali ormai insofferenti verso Pechino, e senza una vera e propria base popolare. Una repubblica fragile, subito preda di tentativi di restaurazione imperiale, costretta a chiedere prestiti alle potenze straniere e preda di una progressiva disgregazione interna sfociata nella comparsa dei “signori della guerra”, militari che divengono veri e propri satrapi nelle province sotto il loro controllo. Mentre a Pechino, capitale più sulla carta che nella realtà, il potere è oggetto di lotta tra fazioni legate a questa o a quella potenza straniera. In un quadro siffatto era impossibile organizzare una forte difesa nazionale contro il dominio straniero di larghe fette del Paese. Lo dimostra il cedimento nel 1915 alle Ventuno richieste avanzate dal Giappone che innescano la nascita di un protettorato di fatto.

Come viene vista nella Cina contemporanea la partecipazione cinese – nell’agosto 1917 – alla guerra contro gli Imperi Centrali (cfr. pagg.105-106)?

Le celebrazioni del centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale hanno interessato anche la Cina popolare, ma in modalità e con argomenti diversi da quelli europei. È stata, ed è ancora l’occasione, per portare alla memoria il sacrificio compiuto da tanti cinesi, soprattutto poveri e ridotti in condizione di semischiavitù, nelle trincee e nelle fabbriche di munizioni d’Europa e Russia a sostegno dello sforzo bellico dei Paesi dell’Intesa. Circa 140mila cinesi hanno lavorato in Francia per le truppe alleate in porti, miniere, fattorie e fabbriche di munizioni. Provenienti dalle province orientali e settentrionali venivano caricati su navi – alcune delle quali affondate dai colpi dei nemici – che fermavano a Saigon, Bombay, Porto Said e Marsiglia, oppure viravano a Città del Capo per essere scaricati a Le Havre, mentre altri attraversavano il Pacifico alla volta di Vancouver o del Canale di Panama. Giunti in Canada venivano ammassati in convogli come bestiame e trattati come criminali, bestie da traino della macchina da guerra occidentale, marchiati dal razzismo dei colonizzatori: “vettori di malaria” e “massa indisciplinata”. Gli Alleati dell’Intesa vollero i cinesi come pseudo-schiavi, trasportati sulle ferrovie costruite nelle concessioni strappate all’indebolito e vessato Impero di Mezzo, ma non come soldati di un Paese sovrano. L’ingresso della giovane repubblica nel conflitto aveva lo scopo di farla accogliere su un piede di parità nel consesso internazionale, avviando il pieno recupero della propria sovranità. Ma così non fu: nel 1917 in pieno sforzo bellico era stato concluso un accordo segreto tra Stati Uniti e Giappone che riconosceva proprio a quest’ultimi “speciali interessi” in Cina, mentre dalla Conferenza di pace uscì l’attribuzione sempre al Giappone dei diritti della Germania sconfitta sullo Shandong.

I tradizionali valori confuciani – che oggi vengono “riabilitati” – ostacolarono, secondo lei, la “modernizzazione della Cina”, come riteneva nel 1915 la rivista “Gioventù comunista” (citata a pag.107)?

Senza dubbio e lo dimostrano i tanti tentativi di riforma e modernizzazione che il Celeste impero, governato dalla dinastia Qing, aveva avviato sin dalla seconda metà del XIX secolo. Tentativi portati avanti sostanzialmente dalla classe mandarinale – vera architrave dell’impero – che era custode di un’ideologia ufficiale confuciana ormai sclerotizzata – ma ritenuta superiore alla cultura occidentale – e asservita al potere imperiale. Per un’intera generazione di riformatori sarebbe stato sufficiente appropriarsi della tecnica occidentale – in primis armi e arsenali – senza intaccare il tradizionale patrimonio ideologico, ritenuto fondamentale per la sopravvivenza dell’impero. Avvenne l’esatto contrario come testimoniarono le dolorose sconfitte militari con il Giappone nel 1895 e il “tradimento” compiuto nella Conferenza di pace parigina. La fase rivoluzionaria della storia cinese sarebbe stata avviata da una nuova generazione di intellettuali lontani dal potere, su posizioni certamente iconoclaste, e portatori di posizioni antimperialiste sempre più diffuse tra la società cinese, soprattutto nelle città, e divenute parole d’ordine dei primi vasti movimenti di massa, studenteschi ma anche di lavoratori.

Perché il giovane Mao, “ancora lontano dal marxismo”, nutriva ammirazione per l’Occidente (come si legge a pag.108), cioè per quel mondo che, con il colonialismo, aveva umiliato la Cina?

Il giovane Mao è semplicemente il figlio del suo tempo, che si trova, nella condizione di studente autodidatta e squattrinato, nel pieno sviluppo del movimento di rinnovamento guidato dal gruppo di “Gioventù nuova”. Frequenta giovani rivoluzionari e intellettuali che vogliono farla finita con la vecchia Cina confuciana, che si sono aperti allo studio della filosofia occidentale, che ne condividono le idee di libertà individuale, di libertà politica e di parità tra i sessi. La nuova Cina per rinascere doveva adottare questi principi e dare vita a una vera democrazia. Questo fino al “tradimento” consumato alla fine della prima guerra mondiale – del quale abbiamo appena parlato – e all’entusiasmo portato dal successo della rivoluzione bolscevica con il suo messaggio di liberazione rivolto ai popoli coloniali.

In che cosa consistevano i “privilegi” (cfr. pag.114) che le potenze straniere ottennero in Cina nell’Ottocento?

Come abbiamo prima sottolineato la Cina è stata per un secolo vittima del più ricco campionario di metodi di dominio che l’imperialismo ha saputo produrre: da quelli indiretti fino al tentativo di dominio territoriale diretto e di totale schiavizzazione messo in atto dall’impero giapponese. Fin dalla sconfitta nella prima guerra dell’oppio l’impero cinese ha dovuto sottoscrivere una serie senza fine di “trattati ineguali” che, riconoscendo sempre più diritti extraterritoriali ai cittadini delle potenze straniere, hanno a poco a poco reso la sovranità solo una formalità diplomatica: rinuncia a Hong Kong, tariffe doganali privilegiate, accesso alle acque interne anche a navi da guerra, città come Shanghai governate in parte da amministrazioni straniere con un proprio corpo di polizia e potere di riscossione di tasse anche a danno di cittadini cinesi, controllo straniero sull’amministrazione fiscale imperiale, concessioni territoriali per la costruzione di ferrovie, indipendenza di fatto di territori come il Tibet, perdita della Mongolia e di Taiwan, concessione di intere aree costiere al controllo straniero sotto forma di zone di influenza. Questi sono solo alcuni esempi di un lungo elenco. Veri e propri Stati nello Stato agivano sul territorio imperiale.

Per Sun Yat-sen la rivoluzione cinese doveva avere come obiettivo la “libertà della nazione”, alla quale andava sacrificata la libertà individuale (cfr. pag.120). Di questa visione si trova qualche riflesso nel movimento comunista cinese?

Per Sun Yat-sen il nazionalismo rappresenta l’unica via per far uscire il popolo cinese da una condizione di “sabbia informe”, alla mercé di potenze straniere e signori della guerra locali, per portarlo a quella di realtà compatta e coesa in vista del progetto di rinascita. Per questo motivo la rivoluzione cinese, a differenza di quelle occidentali, non doveva avere, almeno nella sua fase iniziale, come obiettivo la libertà individuale: disordini interni e indipendenza di fatto di intere regioni gli suggerivano che di libertà ce ne fosse già troppa, tanto da aver ridotto il popolo cinese a “sabbia agitata dal vento”. Una riflessione, quella del rivoluzionario, che per essere compresa deve essere inquadrata in una situazione storica caratterizzata dall’azione disgregatrice dell’imperialismo e dall’anarchia interna che impediva ogni serio tentativo di ricostruzione nazionale. Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda possiamo rilevare come ancora oggi la dirigenza cinese, come l’intellettualità a essa collegata, tenda a rimarcare come l’esperienza del socialismo cinese sia altro rispetto alla tradizione liberale e democratica occidentale e come alcuni dei valori di quest’ultima siano, allo stato attuale, potenziali fattori di disgregazione. La corrente cosiddetta del “neoautoritarismo” ritiene ancora indispensabile una lunga fase di traino autoritario dello Stato per condurre il Paese socialista sulla via di una compiuta modernizzazione economica e politica al termine della quale non viene esclusa un’ampia riforma democratica.

Come viene vista la figura di Sun Yat-sen nella Cina contemporanea?

Il Sun Yat-sen ancora oggi oggetto di tributi nella Cina popolare è il rivoluzionario che nei primi anni Venti strinse un’alleanza con la ancora giovane Russia sovietica e con un Partito comunista cinese appena costituito. Il Sun Yat-sen del “fronte unito” tra borghesia nazionale e movimento operaio (e contadino) avviato verso la lotta di liberazione nazionale e la costruzione di una Cina unita, moderna e prospera. Nel 2006, in occasione del 140° anniversario della sua morte, l’allora presidente Hu Jintao presentò il Partito comunista cinese come erede e continuatore di quella lotta. E negli stessi termini si era espresso anche Mao: “Noi abbiamo reso fertile la rivoluzione democratica lasciata incompiuta dal dott. Sun”.

  La visione politica di Sun Yat-sen si fonda sui “tre principi del popolo”: nazionalismo, democrazia e benessere (cfr. pag.119). Alla luce del suo “elitismo”, come intendeva Sun Yat-sen la democrazia?

Per il primo presidente repubblicano della storia cinese la democrazia si configura più come l’approdo di una lunga fase di “apprendimento” cui deve essere accompagnato/sottoposto il popolo cinese, costituito in gran parte da povere e poverissime masse contadine. E questa lunga fase prevede un’iniziale parentesi di dittatura ritenuta propedeutica alla fase costituzionale. Per Sun Yat-sen serve prima di tutto un governo forte, che sappia agire in autonomia, con una sorta di mandato in bianco che gli permetta di condurre la lotta contro l’imperialismo. Il riconoscimento progressivo di diritti politici e libertà al popolo, senza distinzione di classe, non deve inizialmente intaccare l’autonoma capacità d’azione di un governo affidato a specialisti.

Quanto alla questione del “benessere”, sussiste qualche affinità fra Sun Yat-sen e Deng Xiaoping?

Il primo è un leader nazionalista, il secondo il leader di un Paese che tra contraddizioni e ovvie difficoltà è impegnato nella costruzione di un Paese socialista. Il primo considerava la lotta di classe una vera e propria “malattia” che avrebbe impedito l’avvio della rivoluzione e della rinascita cinese, il secondo, reduce dai drammi della rivoluzione culturale, ha inteso che essa dovesse, per un lungo periodo, essere posta in secondo piano in vista della modernizzazione del Paese e della liberazione dalla povertà di larghe fasce della popolazione rurale. Finalità ben diverse quindi. Certamente entrambi ritenevano indispensabile per il successo della rivoluzione cinese una lotta senza quartiere per lo sviluppo economico e contro una povertà di massa. E in questo un ruolo di primo piano per guidare lo sviluppo e distribuirne i proventi doveva essere recitato dallo Stato. E sempre per entrambi le capacità tecnologiche dei Paesi occidentali costituivano una risorsa assai utile.

Sono ravvisabili dei tratti volontaristici nella teoria della rivoluzione di Sun Yat-sen?

C’è in lui una fase iniziale di cospirazione, certamente dai tratti romantici ed eroici, sfociata in ripetuti tentatitivi di colpi di mano militari e insurrezionali risoltisi in brucianti insuccessi. Esito cui non sono estranee la mancanza di fiducia nei confronti delle masse popolari e la sua predilezione per organizzazioni segrete ed elitarie. Visione e metodo d’azione che cambieranno a inizio anni Venti a Canton, grazie all’alleanza con i comunisti cinesi e l’Urss, quando si darà avvio a un processo di mobilitazione popolare a fini rivoluzionari.

28 gennaio 2015

http://www.archiviostorico.info/interviste/6962-la-cina-da-impero-a-nazione-intervista-con-diego-angelo-Bertozzi

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