Invito allo straniamento: I. Costanzo Preve filosofo

mag 31st, 2014 | Di | Categoria: Recensioni
Il libro della settimana: Alessandro Monchietto e Giacomo Pezzano (a cura di), Invito allo straniamento: I. Costanzo Preve filosofo, Editrice Petite Plaisance

 Invito allo straniamento: I. Costanzo Preve filosofo,  Editrice Petite Plaisance, curato da Alessandro Monchietto e Giacomo Pezzano, va oltre l’opera di circostanza. Tra l’altro,  si tratta di un  volume  pensato e scritto per celebrare i  settant’anni di Preve e che purtroppo  è  uscito  pochi  giorni dopo la sua morte.

 

Come  è noto,  la filosofia,  la vera filosofia si nutre di  risvolti esistenziale e  talvolta  tragici.  Si  pensi  alla prigionia e morte di Socrate, al rogo di  Bruno,  alla follia di Nietzsche, all’esecuzione di Gentile.  E  Preve?  Il filosofo torinese, come scrivono Monchietto e Pezzano,  pagherà con «il silenziamento»,  prima la sua presa di distanza  da ogni “ismo”,   soprattutto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso,  poi la conseguente scelta di combattere « sempre come franco tiratore indipendente, seguendo la propria strada – in solitudine e coerenza – con grande determinazione e coraggio personale» (p. 12). Conducendo, ci permettiamo di aggiungere,  un’ esistenza socratica, distinta  -  così lo ricordiamo –  da  una  sobrietà . persino asciuttezza di modi, che gli veniva  naturale. Per inciso, vividissimo, il ritratto di Preve,  tracciato dai curatori: « I lampeggianti occhi castani, il capo canuto, il contrasto tra il suo  fisico e la  profonda intelligenza contribuivano insieme con il brio della sua conversazione, a dare di lui un’impressione indelebile» (p. 13).
Intanto perché  «straniamento»?  Non dal reale, ma necessariamente  dall’apologia del reale come unico  esistente possibile.  Di qui, secondo i curatori, l’inveramento (per usare un termine, anche, delnociano) da parte di Preve, di alcuni pur notevoli pensatori suoi contemporanei: « Troviamo,  rispetto a Virno, un deciso riferimento filosofico ai Greci, riferimento che àncora la sua proposta a un solido orizzonte fondativo e impedisce l’entusiasmo “postmoderno” per il concetto di moltitudine; rispetto a Nancy una profonda consapevolezza delle implicazioni geopolitiche e socio-economiche del superamento dell’organicità in direzione del sovra-nazionalismo; rispetto a Žižek uno straordinario tentativo di rileggere e interpretare l’intera storia del pensiero occidentale, e non solo, tramite il metodo della deduzione genetico-sociale; rispetto ad Esposito l’esigenza  di pensare la comunità “concretamente” riferendosi al ruolo dissolutivo esercitato dalla crematistica e concepire la storia come  processo fondato sulle potenzialità ontologiche dell’essere umano pur in mancanza di un origine e  di un fine precostituiti» (p. 18).
Veniamo, ora,  ai singoli interventi.
Stefano Sissa scorge in Preve il  filosofo politico per eccellenza,  «in quanto per lui la verità filosofica è un  sempre  prodotto non arbitrario però, della vita associata» (p. 31). Inoltre,   Preve  è un  «conservatore comunista, ossia […] un comunista comunitarista. Comunista perché si oppone al capitalismo […], comunitarista [perché] è per la  conservazione dei legami preventivi  del tessuto sociale, per il radicamento anche territoriale […] per i codici  di dignità e onore che il mondo della tradizione custodiva: tutti fattori senza i quali  ogni argine allo tsunami capitalistico diviene impensabile» (p. 38, i corsivi sono nel testo).

Giacomo Pezzano, autore di un eccellente excursus sulle radici classiche della teoresi previana,  sottolinea  « che nella prospettiva di Preve  siamo tutti greci  nel senso  che la natura umana che ci caratterizza è proprio quella che la riflessione antica ha saputo cogliere e definire in maniera mirabile e che –  con  “l’aggiunta” moderno-idealista della storia come teatro dell’acquisizione progressiva da parte dell’intera umanità dall’autoconsapevolezza – rappresenta l’unico vero baluardo, oggi come ieri, per contrastare la crematistica (il capitalismo), denunciando l’alienazione cui sottopone la “vera essenza umana”, che è creatrice e “generica” (Gattungswesen)   rinchiudendola “nella sola dimensione unilaterale della riproduzione capitalistica» (pp. 64-65, i corsivi sono nel testo).

Alessandro Volpe e Piotr Zygulski,  autori di una  densa disamina del concetto previano di verità, ritengono  che   per il  filosofo torinese  « la concretizzazione non può che avvenire storicamente: la verità – la natura umana, l’anima umana – non può essere collocata su un piano sottratto allo scorrere del tempo, altrimenti si presenterebbe  eterna, immutabile  e “rispecchiabile” geometricamente». Cosicché « proprio in merito a questo punto è possibile rintracciare lo spirito intimamente “hegeliano”  della concezione di verità di Preve. Se, infatti, l’intera filosofia  di Hegel  può essere sintetizzata nella nota formula secondo cui il  “ vero è l’intero”  e questo “è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo proprio sviluppo”, essa esprime anche il nodo fondamentale della proposta filosofica intrapresa da Preve: il ritorno a un’idea di totalità anche attraverso “un buon uso dell’Universalismo”, che tenga in considerazione la dialetticità dei rapporti  sociali e dei fattori storici » (p. 78).

Dobbiamo invece a Diego Fusaro una tecnicamente impeccabile  puntualizzazione dell’approccio previano, quale « deduzione sociale delle categorie del pensiero […], espressione mutuata da Alfred Sohn-Rethel» con la  quale Preve « allude al fatto che i pensieri, le idee e, più in generale, il piano del simbolico deve geneticamente essere spiegato a partire dalla strutturazione storica della società anziché  essere dedotto dai cieli  della mera speculazione astratta» (p. 80). Saremmo così  davanti  a  una sorta di geniale  riequilibro tra «genesi e validità» delle idee che, a detta di Fusaro, sembra discendere in Preve da  un  «idealismo comunitario ispirato a Fichte, Hegel e Marx, oltre che  naturalmente alla saggezza greca» (p. 95).

Andrea Bulgarelli si sofferma acutamente  sull’interpretazione previana della contemporaneità  passando in rassegna  alcune questione concettuali sollevate dal filosofo (comunismo storico novecentesco,  capitalismo assoluto, categorie di destra e sinistra, questioni geopolitiche, etica della resistenza e comunismo comunitario, solo per ricordarne alcune). Bulgarelli  preconizza « che  se mai potrà nascere  una cultura  altra   rispetto  a quella attuale, il pensiero di Costanzo Preve vi giocherà un ruolo, e che l’etica della resistenza potrà essere affiancata da un’etica alternativa al dominio della forma merce» (p. 115, il corsivo è nel testo).

Ammirevole lo sforzo  di Giacomo Pezzano rivolto a  condensare in poco più di una trentina di pagine le cinquecento  di  Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammmino Ontologico-sociale della filosofia ( Petite Plaisance 2013), magnum opus di Preve. Tra l’altro Pezzano  trova  spazio e tempo  anche per battagliare con Locke e  dialogare con Hegel. «Possiamo dire senza timore -  osserva nelle conclusioni, citando da M. Mazzeo, Melanconia e rivoluzione (Editori Internazionali Riuniti 2012) –  che il pensiero previano intimamente antiadattivo, spinge proprio “alla ricerca non solo di una descrizione del mondo ma anche del suo cambiamento”, a riconoscere che “ogni cosa è ciò che è, senza però arrendersi all’idea che non possa esser trasformata in un’altra cosa”» (p. 149, i corsivi sono nel testo).

Gli fa eco, Luca Grecchi, nella  Postfazione, dove dopo aver  ripercorso  la storia del suo decennale  rapporto intellettuale e umano con Preve,  giustamente  mostra  di  confidare nel fatto «che il tempo possa essere galantuomo nei confronti di Preve» perché siamo dinanzi a un pensatore, che a differenza di altri filosofi contemporanei dediti al bricolage teoretico,  si è fatto   portatore di un discorso « carico di senso e di valore» (pp. 158-159)..
Ora, alcune riflessioni finali.

In primo luogo, ricordiamo  che a questo volume ne seguirà un altro dedicato alla ricostruzione del rapporto fra  Preve  Marx e il marxismo: aspetto  non secondario, quello marxiano,  quantitativamente importante  in relazione al ruolo  giocato dal  filosofo di Treviri,   visto che fino al 2002, come osserva Grecchi «la quota maggioritaria dell’opera di Preve era stata indirizzata alla interpretazione di Marx» (p. 154).

In secondo luogo,  Invito allo straniamento non forza mai il pensiero filosofico previano,  restituendolo  ai lettori   nella sua  ricchezza e  complessità.   Senza  ignorare  quella tensione, insita nell’opera di Preve, tra le cose come sono e come invece dovrebbero essere,  fattasi nel tempo sempre più stringente.

Perciò non  ci spieghiamo  -  in terzo luogo -  la  sottovalutazione di alcune questioni,  forse  di sottotesto  ma comunque  presenti  nell’opera di Preve (probabilmente, degli anni Duemila).  Pensiamo in particolare  al tema della decadenza e al  problema dell’ordine sociale,  problemi  che  Preve, pur rifiutando la ciclicità del divenire storico e sociale,  in qualche misura avvertiva.  E   che  ritroviamo, seppure fra le righe,  in alcuni libri:  L’ideocrazia imperiale americana (2004), Dove va la destra? Dove va la sinistra? (2004), Filosofia del presente (2004), Del buon uso dell’Universalismo  (2005), Dove va la sinistra  Il paradosso de Benoist (2006),  Hegel antiutilitarista (2007).  Ma su questi aspetti  rinviamo alla nostra Introduzione a Del buon uso dell’Universalismo ( nostro titolo, generosamente accettato da Preve, in una  tiepida serata romana, seduti ai tavoli  all’aperto di una trattoria,  sullo  sfondo protettivo  di Castel Sant’Angelo).

In quarto luogo, la questione dell’utilitarismo: ricorrente  argomento di conversazione nei nostri incontri.  E di divisione. Perché, chi scrive, riteneva e ritiene  troppo appiattita, nonostante il recupero della crematistica  aristotelica in chiave anticapitalista e procomunitarista,  la posizione di  Preve sul  presunto  antiutilitarismo di Marx ( tema sul quale, da buon lettore di Louis Dumont, avevo chiesto provocatoriamente a Preve   un saggio per “Contra”, mai scritto purtroppo e che sicuramente, sospettiamo,  sarebbe ruotato intorno all’idea di  Gattungswesen ). Probabilmente,  una ridefinzione dell’utilitarismo da appendice della anti-crematistica, ricostruita secondo una linea aristotelico-hegeliana-marxiana,  a  mentalità socioculturale trans-storica  (in senso sorokiniano) dalle diverse sfaccettature  (idealistica, passiva, cinica, pseudo-ideazionale)  avrebbe costretto Preve a  una riorganizzazione del suo pensiero, analiticamente basato sull’uso di categorie concettuale storicamente determinate,  e non su categorie  metapolitiche,  nel senso di  costanti storicamente ricorrenti.

Il che apre – in quinto luogo – una questione fondamentale: quella della riduzione di tutto il liberalismo ad appendice dell’utilitarismo e del capitalismo (quindi appendice due volte…).  Scelta  che implica il rischio di ridurre un fenomeno storico, altrettanto complesso come il marxismo, a pura e semplice caricatura.  Certo, comprendiamo benissimo che il discorso previano, metodologicamente,  si muove sul piano del rapporto tra categorie logiche e strutture sociali.  E quindi a un livello teoreticamente molto alto: ontologico-sociale per l’appunto.  Ma riflettiamo  pure sui guasti  provocati da libri come  La Distruzione della ragione di Lukács, testo che mette bene in luce, purtroppo, la grande distanza, rispetto a un sociologo-filosofo della statura di Simmel, che separa il  Lukács giovane da quello maturo (ma questa è un’altra storia… tra l’altro l’influenza di Simmel sul giovane Lukács, in termini di ontologia della dicotomia forma/contenuto era un altro degli argomenti di conversazione, sfociato in una promessa da parte di Preve di approfondimento…). Quindi, riassumendo, perché ignorare, sul piano sociologico il liberalismo politico antieconomicista di autori – solo per fare qualche nome – come Tocqueville, Mosca, Ferrero, Croce Weber, Ortega y Gasset, de Jouvenel, Aron, Berlin,  Schumpeter, Freund?

Infine, in sesto e ultimo luogo,  andrebbe approfondito  - e qui ci ricolleghiamo  alle questioni dell’ordine e della decadenza –  il realismo politico che sembra segnare il pensiero previano.  Certo si tratta di un realismo sempre tragicamente  in tensione con il dover essere dell’idea.   Si pensi però  alla questione della “resistenza” al capitalismo assoluto, di terza generazione, basata su un assioma  realista: il nemico del mio nemico e mio amico. Inoltre,  si consideri anche la sua prudenza verso le forme di democrazia diretta, frutto maturo – crediamo – della consapevolezza, tutta politica,  di Preve  verso l’inevitabilità della stratificazione sociale e istituzionale. Ovviamente, le nostre sono pure e semplici ipotesi di lavoro che provengono da un  umile sociologo digiuno di filosofia e forse troppo  affamato di  classificazioni.

In conclusione, un bel libro, scritto con scienza, amore e passione. Il che, di questi  tempi,   può fare certamente bene alla testa e all’anima dei lettori.

 Fonte: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2014/05/il-libro-della-settimana.html
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