La guerra fra poveri

nov 15th, 2014 | Di | Categoria: Contributi

 

di Fabrizio Marchi

Ho letto questo interessante articolo del nostro amico e collaboratore, Riccardo Achilli.

Dico subito che mentre sono in totale sintonia con l’analisi da lui sviluppata, che costituisce il cuore della sua riflessione, sono invece decisamente in disaccordo con le sue conclusioni che mi sembrano una virata un po’ troppo politicamente corretta e in contraddizione rispetto ai contenuti espressi nell’articolo.

Intanto Marino non è una “brava persona”, lo è molto probabilmente dal punto di vista umano e personale, sia chiaro, ma non lo è sotto l’aspetto politico, che è quello che conta e che ci interessa nella fattispecie.

Marino rappresenta la continuazione di quelle giunte dell’”arredo urbano”, cioè del “nulla”, come uso definirle, di “centrosinistra” (niente a che vedere, ovviamente, con le giunte di sinistra guidate da Petroselli, Vetere e Argan) che hanno continuato e consolidato quelle politiche di occupazione del suolo e del verde pubblico che ha portato alla cementificazione selvaggia (che a Roma è un fenomeno che dura ininterrottamente dal dopoguerra e che ha conosciuto uno stop solo durante le amministrazioni di sinistra negli anni ‘70) e alla proliferazione dei mega centri commerciali, a scapito, come lo stesso Riccardo ricordava,  del welfare, dei servizi sociali, , dei trasporti, delle infrastrutture, dell’edilizia pubblica e popolare, della riqualificazione delle periferie. Aggiungo che le vecchie giunte democristiane e pentapartitiche (ricordo quello che andava sotto il nome di patto Dell’Unto-Sbardella, per la spartizione della città, durato circa un decennio) era roba da “pasta e facioli”, come si dice a Roma,  rispetto alla sistematicità e alla “scientificità” con cui quelle politiche di occupazione e spartizione della cosa pubblica sono state perpetrate durante la seconda fase delle giunte di centrosinistra, quelle a guida Rutelli e Veltroni (si scrive Rutelli ma si deve leggere Bettini, cioè il vero uomo forte, il deus ex machina del serpentone metamorfico in salsa romana PCI-PDS-DS-PD, “ di fatto il proprietario” di quel partito per un ventennio almeno e forse più).

La candidatura di Marino è stata concepita dagli stessi in perfetto stile “maquillage”, o “make up”, come si suol dire, né più e né meno di come fu concepita (dagli stessi uomini e gruppi politici) quella di Rutelli. Per la serie, ci mettiamo una faccia “nuova” e “pulita” e poi a tirare le fila sono sempre i soliti noti. E chi sono i soliti noti? Le nomenclature dei partiti politici da sempre  (con la doverosa eccezione di quelle giunte di centrosinistra di cui sopra, le uniche a marcare una discontinuità, le cui politiche urbanistiche venivano concepite e seguite da personaggi del calibro di Antonio Cederna, padre spirituale e politico del Parco dell’Appia Antica) in accordo con i sempiterni “palazzinari” romani, proprietari delle banche e di tutta o quasi la stampa e i media capitolini.

Le giunte Rutelli e Veltroni (e ora Marino, e prima di lui Alemanno) non hanno fatto altro che proseguire e irrobustire quel patto. Marino è un incompetente, ma non ha l’anello al naso. Queste cose lui le sa, e ha scelto consapevolmente di stare al gioco, perché fare il sindaco di una città come Roma non fa schifo a nessuno, neanche a lui.

Ciò detto, mi sembra ancor più contraddittorio, dopo un’analisi così lucida su quella “guerra fra poveri” alimentata ad arte dai padroni del vapore e così lucidamente da lui stesso focalizzata, concludere con una sorta di invocazione ad una soluzione “securitaria” seppur a sfondo politicamente corretto, del tutto speculare, a parti invertite, alle soluzioni “securitarie” della destra.

La verità, amarissima, è che quei “borgatari”, quel “popolo” di Tor Sapienza, protagonista di una “ribellione reazionaria”, non è neanche in grado di distinguere tra un immigrato e un rifugiato politico, oppure tra un rom e un extracomunitario, tanto è abbrutito, tenuto in condizioni di degrado sociale, ambientale e culturale che si sono aggravate pesantemente negli ultimi vent’anni. Un popolo che a causa delle suddette condizioni di abbrutimento culturale e sociale in cui si trova, non è neanche in grado di individuare la vera controparte, i veri responsabili della sua condizione. Per queste ragioni, privo di qualsiasi riferimento  culturale, ideale e politico (con l’eccezione della vecchia e soprattutto nuova destra che guarda caso, dalle lande padane sta cominciando ad attraversare il Rubicone e a sbarcare al centro sud), si ribella a casaccio, e se la prende con tutti quelli che gli capitano a tiro, a cominciare naturalmente da quelli con cui convive e condivide la stessa condizione, cioè gli immigrati e i rom i quali, loro malgrado, vanno ad aggiungere, da un certo punto di vista e calandoci nel contesto,  disagio al disagio.

“Perché tutta questa gente non la mandate ai Parioli o a Villa Glori o al quartiere Coppetè? Perché ce la dobbiamo tenere sempre e soltanto noi nei nostri quartieri già disastrati, dove sporcano, rubano, si ubriacano ecc.(che sia vero o non vero è del tutto ininfluente, ovviamente, ai fini di ciò che vogliamo significare, al di là del fatto che tutti sporcano, si ubriacano o agiscono n modo violento, come ben sappiamo, immigrati e autoctoni…)? Proprio noi che già abbiamo tanti problemi di nostro dobbiamo sopportare il peso di questa situazione?”.

Questo più o meno il “lamento” che sale da quella gente e che prende corpo fino a esplodere in modo violento e con cadenza sempre più frequente. Naturalmente in questa situazione già di per sé esplosiva vengono diffuse ad arte varie leggende metropolitane, alimentate da una certa destra, in base alle quali gli immigrati sarebbero addirittura privilegiati dalle amministrazioni locali e dallo stato relativamente all’accesso ai servizi, all’assegnazione di case popolari, posti negli asili nido ecc.  Menzogne, ovviamente, che però contribuiscono a gettare benzina sul fuoco.

E’ evidente che questa gente  non è in grado di capire, perché gliene mancano gli strumenti, che l’immigrazione massiccia e la presenza nei “loro” territori degli stranieri è il risultato del processo di globalizzazione capitalistica, cioè del domino capitalistico su scala planetaria, che crea una massa di lavoratori ultraprecarizzati, migranti, sradicati dalle loro terre, che vanno ad ingigantire quello che una volta veniva chiamato “esercito industriale di riserva”, cioè la massa dei disoccupati che venivano utilizzati come strumento di ricatto nei confronti dei lavorator occupati. Per la serie:”Lavoratore occupato, o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra, dal momento che se non ti stanno bene le condizioni di lavoro che ti propongo e di fatto ti impongo, ne trovo altri quattrocento d disperati disposti a prendere il tuo posto”.

Oggi la vecchia dicotomia occupati-disoccupati è stata sostituita con quella occupati (sempre più precarizzati) e immigrati, cioè gente disperata, disposta a lavorare in qualsiasi condizione e a qualsiasi salario, pur di sopravvivere. La storia è sempre la stessa, muta la composizione di classe,  le condizioni sociali, ma la sostanza è sempre quella: divide et impera. E in tanti ci cascano, e più sono culturalmente e politicamente fragili, privi di coscienza sociale e politica, e più ci cascano. E naturalmente tutto ciò è manna dal cielo per la destra, che da sempre sguazza e trae alimento dalle “contraddizioni in seno al popolo”, naturalmente approfittando dell’inesistenza di una sinistra degna di questo nome che, se esistesse, saprebbe come governare tali contraddizioni. Perché saprebbe parlare al “suo” popolo (oggi colpevolmente abbandonato e consegnato alla destra), e sarebbe in grado di spiegargli cosa sta accadendo, quali sono i veri responsabili della sua condizione, ma sarebbe capace di parlare al contempo anche agli immigrati, spiegando a tutti che la soluzione non è appunto la guerra fra poveri autoctoni e poveri extracomunitari ma una grande alleanza di tutti ceti sociali popolari e subordinati che possa portare ad un programma politico e ad una politica economica in grado di contenere lo strapotere del grande capitale trans e multinazionale che governa il mondo, schiaccia popoli e culture e li mette artificiosamente gli uni contro gli altri.

In questa situazione, le forze politiche della cosiddetta “sinistra”, “liberal” o “radical” (chic), che hanno sposato a tutto tondo  le ragioni del neoliberismo e ne rappresentano la falsa coscienza, invocano i diritti e si scandalizzano per quanto sta accadendo.

Ipocriti e falsi, non c’è altro modo per definirli. Portano sulle loro spalle la responsabilità di aver dissipato un patrimonio, quello della vecchia Sinistra storica, con tutte le sue contraddizioni e i suoi (grandi) limiti, figlia del Movimento Operaio. Quella Sinistra che sarebbe stata capace, come è stata capace a suo tempo, di fornire al suo popolo gli strumenti cognitivi e culturali per comprendere le contraddizioni della società capitalistica.

Non ricordo di aver visto manifestazioni di operai milanesi, torinesi o genovesi contro gli immigrati meridionali che durante gli anni ’50,  ’60 e ’70 “invasero” i grandi centri industriali delle metropoli del nord. Eppure i problemi che quella immigrazione massiccia determinò erano esattamente gli stessi che viviamo oggi con gli immigrati extracomunitari. La differenza è solo data dal fatto che il sistema capitalistico, quaranta o cinquanta anni fa non era espanso come oggi.

L’appello ai diritti, alla tolleranza, all’antirazzismo, di per se sacrosanto da un punto di vista concettuale e generale,  da parte di questo ceto politico-mediatico, suona dunque ipocrita e puzza di politicamente corretto lontano un miglio.

Questa “sinistra” è speculare e funzionale alla destra, quella vera e senza virgolette, oggi incarnata dalla “nuova destra” che si sta coagulando intorno alla “nuova” Lega Nord di Matteo Salvini, una formazione di ispirazione fondamentalmente neofascista (anche se non dichiaratamente) che ha saputo però rinnovarsi, anche ideologicamente, e che sa parlare al “suo” popolo, una gran parte del quale, è opportuno ricordarlo, in condizioni diverse, sarebbe parte del popolo della Sinistra, a tutto tondo.

Combattere la destra oggi significa svelare la menzogna di cui è portatrice, il ruolo e la funzione effettiva che svolge coperta dietro ad un apparente e finto anticapitalismo e antimondialismo. Balle, che servono a gettare nero seppia in faccia a tanta gente che, giustamente, non ne può più di una “sinistra” altrettanto ipocrita e altrettanto funzionale, sia pur in modo diverso, agli interessi del grande capitale che governa il mondo e ovviamente anche il nostro paese.

Fonte: L’Interferenza 

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