IL MARX DI SINISTRA ED IL NIETZSCHE DI DESTRA

feb 18th, 2019 | Di | Categoria: Teoria e critica

Costanzo Preve

L’inquadramento storico del periodo Il 1871 vide tra marzo e maggio la nascita, lo sviluppo e la distruzione della Comune di Parigi. Mi permetto di sottolineare con forza il fatto che si tratta di una data epocale non solo della storia, ma delle cultura e della filosofia europea. Ora, detto in estrema sintesi, Marx fu favorevole alla Comune di Parigi, mentre Nietzsche fu ferocemente contrario. Limitarsi a segnalare questo tuttavia non basta. Marx, che allora esercitava una funzione di direzione politico-ideologica nella AIL (Associazione Internazionale dei Lavoratori, o Prima Internazionale), fece alcune penetranti critiche ai comportamenti politico-militari dei Comunardi, ma nell’insieme sostenne che la Comune di Parigi aveva per la prima volta nella storia mostrato in pratica che cosa significasse il potere operaio e proletario, e cioè l’autogoverno politico e l’autogestione economica. Vale la pena di sottolineare questa “approvazione” di Marx alla Comune di Parigi per molte ragioni, di cui qui mi limiterò a sottolinearne due. Primo, l’approvazione di Marx alla Comune di Parigi influenzo moltissimo il marxismo successivo, compreso lo stesso Lenin, che in Stato e Rivoluzione (opera scritta proprio nel 1917, anche se mai applicata) non fece che sviluppare ed aggiornare le note di Marx alla Comune di Parigi e sulla “distruzione” dello stato sostituito da forme decentrate (e di fatto “comunitarie”, se a questo termine si cerca di dare un significato allargato ma sensato), basate appunto sull’autogoverno politico e sulla autogestione economica. Secondo, l’approvazione di Marx alla Comune di Parigi deve far riflettere chi lega Marx al partitismo e allo statalismo comunisti del Novecento, come se appunto dalla sua teoria potessero derivare e potessero legittimamente “dedursi” il partitismo e lo statalismo comunisti novecenteschi, più esattamente il partitocentrismo e lo statocentrismo ricoperti entrambi da una corazzatura ideologica di legittimazione. Nietzsche invece non solo si oppose alla Comune di Parigi, ma fece molto di più. La vide infatti come il terribile segnale del “vulcano” delle orribili plebi democratiche portatrici del vecchio rancore della decadenza e del nuovo risentimento del nichilismo. Nella genesi storica e psicologica del pensiero di Nietzsche la Comune di Parigi gioca un ruolo essenziale. Con questo non intendo delegittimare le letture di “sinistra” di Nietzsche che segnalerò nel prossimo capitolo, perché so perfettamente che le citazioni (comprese le citazioni univoche e rivelatrici) non colgono mai il centro del problema filosofico, ma questo centro può essere colto soltanto da una vera ermeneutica globale. Mi limito ad insistere con il lettore sul fatto che la Comune di Parigi, che per Marx è possibile esempio pratico di autogoverno politico e di autogestione economica, per Nietzsche è il terremoto che deve risvegliare ogni essere pensante (e cioè ogni Creatore, figura preliminare a quella dello Ubermensch Superuomo Oltreuomo), e fargli toccare con mano che l’emergenza di queste plebi schifose e distruttrici di monumenti venerandi è solo il punto finale di una lunga storia che comincia addirittura da Socrate, passa per Paolo di Tarso e culmina in Rousseau (di Marx non c’è traccia, perché la sua esistenza è fuori del raggio visivo di Nietzsche). Il 1871 è comunque una data epocale anche nella storia del movimento operaio e socialista. Con il 1871 declina e tramonta il “popolo”, mentre comincia ad emergere politicamente il “proletariato”, che nella classe operaia politicamente e sindacalmente organizzata trova la sua avanguardia. Nel terzo paragrafo di questo capitolo chiarirò che la formazione del marxismo fra il 1875 ed il 1895 si baserà proprio sulla nuova committenza ideologica operaia e “proletaria” e sull’abbandono della vecchia committenza “popolare”. In questo processo, fortemente influenzato (ed a mio avviso strutturalmente determinato) dalla Grande Depressione del 1873, si va anche verso la formazione della Seconda Internazionale (o Internazionale Socialista) del 1889. Nello stesso periodo abbiamo anche la seconda rivoluzione industriale, le grandi emigrazioni, le crisi agrarie, il colonialismo, lo sviluppo di alcune nuove grandi potenze e l’imperialismo. Fatti nuovi, su cui posso permettermi di non soffermarmi perché molto ben conosciuti. Giunge il 1914, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la rivoluzione russa del 1917, il trattato di Versailles sorgente storica primaria della stessa seconda guerra mondiale, il fascismo italiano, il nazionalsocialismo tedesco, lo stalinismo sovietico il New Deal americano fino alla seconda guerra mondiale e alla successiva guerra fredda. Il lettore mi consenta di non farla lunga su questo periodo storico e di presupporne la conoscenza. In questo breve saggio, infatti, non si tratta di ricostruire storicamente gli eventi novecenteschi, ma solo di collocare in modo sensato le letture e le interpretazioni di Marx e di Nietzsche, e per di più in modo estremamente sintetico. Qui voglio soltanto terminare il paragrafo con la segnalazione di tre note interpretazioni storiografiche del Novecento, che respingerò tutte e tre. Si tratta della interpretazione di Ernest Nolte sulla “guerra civile europea” 1917-1945, di François Furet sul comunismo come “illusione totalitaria”, ed infine di Eric Hobsbwam sulla finzione storica parzialmente positivo del comunismo storico storico novecentesco e sui “trent’anni gloriosi” che vanno dal 1945 al 1975. La presa in esame di queste tre interpretazioni farà capire al lettore come la pensa chi scrive su questi nodi interpretativi della storia del Novecento. Lo storico tedesco Ernest Nolte è diventato famoso sostenendo che i crimini di Hitler sono assolutamente inescusabili ed è dunque impossibile giustificarli con operazioni “storicistiche”, ma che la loro matrice genocida deriva da un precedente storico, cioè dal progetto di genocidio sociale della borghesia come classe sociale che il comunismo russo attuò dopo il 1917. In breve, Nolte non è “negazionista”, ma è “revisionista”. Non nega la portata anche statistica del genocidio ebraico (e non solo), ma revisiona l’interpretazione corrente della originalità storica genocida di Hitler. Si tratta di una tesi urtante per tutte le anime belle, ma indubbiamente inquietante, e che merita dunque di essere presa in considerazione. Personalmente, non la condivido per moltissime ragioni (che nulla hanno a che fare con la “appartenenza politica”, ma solo con la razionalità filosofica e storiografica indipendente), che cercherò qui per brevità di compendiare in tre punti. Primo, se proprio si vuol parlare di genocidi e di campi di concentramento e di lavoro che diventano campi di sterminio, la loro origine storica nell’età moderna (non parlo qui di Assurbanipal o di Gengis Khan) non è del Lenin 1918 o dello Hitler 1933, ma è del colonialismo britannico ed europeo della cosiddetta belle époque, brillantemente preceduta dallo sterminio genocida degli indiani d’America, eccetera. Secondo, il progetto comunista non era quello genocida della classe borghese, ma del suo superamento storico e del suo riassorbimento sociale in una nuova classe universale egualitaria, e se di massacri si vuol parlare bisogna limitarsi alla guerra civile russa 1918- 1921, peraltro iniziata, proclamata ed organizzata dalla borghesia russa stessa (non intendo qui polemizzare ma solo segnalare eventi storici fattualmente noti e ricostruibili). Terzo, e questo è il solo punto veramente rilevante, Nolte parte da un presupposto filosofico fondativo a sua volta non sottoposto ad interrogazione socratica, e cioè che il 1914 fu tragico ma legittimo, mentre il 1917 fu non solo tragico ma anche illegittimo. In buona sostanza, la dichiarazione di guerra fra stati è legittima, mentre la rivoluzione è illegittima. Qui Nolte si ricollega (peraltro consapevolmente) ad una lunga tradizione, che va da Burke a De Maistre, e che caratterizza già pienamente il pensiero della Restaurazione 1815-1830. Lo dica pure, ed abbia pure molti seguaci, ma non pretenda che il suo assunto metafisico (le guerre fra stati sono legittime, anche se comportano milioni di morti, ma le rivoluzioni no) venga accettato a scatola chiusa. Lo storico francese François Furet è diventato famoso sostenendo che l’intero fenomeno storico del comunismo si basa su di una “illusione totalitaria” che ha un decorso petite plaisance 27 con alcune divinità secondarie minori derivate (Mao, Castro, Pol Pot, Milosevic, Saddam, ecc.). La forza di questa ideologia del pensiero unico è tale che persino Alain de Benoist, che stimo ed ammiro come critico implacabile del pensiero unico, fa propria di fatto questa impostazione con la sua teoria della legittimità dell’omologazione fra comunismo e nazismo. Quando una visione del mondo finisce con l’egemonizzare anche i suoi critici più acuti ed intelligenti, ciò significa che è veramente fortissima. Ma a mio avviso non lo è. E non lo è per una ragione di fondo, che cercherò qui di compendiare sinteticamente. Il totalitarismo, se mai è esistito (cosa che pacatamente non credo) e se mai esisterà (cosa improbabile ma non impossibile), non consiste nel semplice antiliberalismo, e cioè nel socialismo novecentesco di tipo sovietico (che fu in effetti una forma di antiliberalismo totale, il che costrinse i suoi “dissidenti” ad adottare il liberalismo come unica ideologia di opposizione espressiva e comprensibile), ma consiste nella effettiva totalizzazione della società e dell’individuo ridotti effettivamente ad un aggregato unidimensionale. La semplice proibizione legale della pubblicazione scritta di opinioni non è totalitarismo, se la maggior parte della popolazione non ha “introiettato” il dominio. Chi scrive ha girato in lungo e in largo i paesi detti “comunisti” negli anni Sessanta, Settanta ed Ottanta, vi ha studiato ed ha conosciuto a fondo decine di persone, e può testimoniare che di “totalitarismo” non c’era neppure l’ombra, perché la percentuale dei “dissenzienti” superava l’80% degli individui concreti, mentre gli “assenzienti” non superavano mai il 20% (scarso). È possibile al massimo parlare di progetto di totalitarismo integralmente fallito per la sua incurabile debolezza di base sociale e la sua grottesca povertà ideologico-prospettica. Il vero “totalitarismo”, semmai, è il pericolo presente di distruzione nazionale e comunitaria perseguito consapevolmente dalla cosiddetta ”globalizzazione”, avallato dal circo mediatico capillare e che cerca una base sociale in quella nuova classe media globale ed in quella plebe post-popolare, post-borghese e post-proletaria su cui ho richiamato l’attenzione nella Introduzione. Lo storico inglese Eric Hobsbawn ha scritto un fortunato bilancio del cosiddetto “secolo breve”, e cioè del Novecento, considerato (a mio avviso del tutto erroneamente) come un “salvataggio” ed una “giustificazione” del comunismo storico novecentesco, che peraltro Hobsbawn considera epocalmente finito e conchiuso, il che fa di lui un non-rifondatore. Hobsbawn è invece a mio avviso un tipico esempio di scivolamento soft dal comunismo alla semplice “sinistra”, fenomeno epocale di rimozione e di riconversione che il Grande Venditore ed il Piccolo Barzellettiere Silvio Berlusconi ha genialmente definito con il termine processuale di PCI-PDS-DS, vera e propria “figura hegeliana” non solo italiana (o meglio di un italianismo esportabile come la moda, la mafia e la pizza). Per Hobsbawn il comunismo in quanto tale sarà anche fallito (e negarlo mi sembra difficile), ma i suoi “effetti collaterali storici” non sono falliti, come la vittoriosa guerra contro il nazismo, l’appoggio diretto al processo di decolonizzazione e la pressione indiretta sul capitalismo occidentale che ha permesso il fiorire del cosiddetto welfare state (i “trent’anni gloriosi” appunto, dal 1945 al 1975 circa). La tesi di Hobsbawn è di buon senso, ed in quanto tale presenta aspetti di razionalità intuitiva. Gli intellettuali sofisticati non possono capirlo, ma qualsiasi pensionato brontolone con la quinta elementare capisce che la semplice esistenza del baraccone burocratico sovietico avrebbe impedito con la sua semplice nuda esistenza le guerre del Kosovo del 1999 e dell’Iraq del 2003 ed anche tutte le probabili guerre che l’impero americano vorrà fare in futuro. Ma il mio disaccordo profondo con Hobsbawn si basa sul fatto che a mio avviso quella di Hobsbawn è una sofisticata strategia di esorcizzazione del vero problema, e cioè quello del fallimento comunitario del comunismo e della sua incapacità di costruire una libera comunità nuova di individui autonomi e solidali. Il problema, rimosso ed esorcizzato, viene oscurato con la consueta rivendicazione antifascista. Su questa base, siamo condannati a muovere i piedi sempre sur place.

La diagnosi filosofica del periodo

Mi sono soffermato nel precedente paragrafo su tre note interpretazioni storiografiche del Novecento (Nolte, Furet, Hobsbawn) perché in questo modo ho già potuto suggerire alcune ipotesi filosofiche. Dietro la storiografia, a mio avviso, ci deve sempre essere un po’ di filosofia per renderla interessante a tutti coloro che non sono storici di professione (i quali a loro volta non sono fra coloro che comprendono meglio la storia, dal momento che la loro maniacale attenzione professionale per l’albero li porta a non vedere neppure la foresta). Posso allora sbrigarmela in modo relativamente veloce sull’oggetto di questo paragrafo. Il punto essenziale della valutazione di questo periodo sta in ciò, che avvenne necessariamente (e quindi non per caso, errore o tradimento) una tale esasperazione ideologica e politica della filosofia (e quindi anche delle interpretazioni di Marx e di Nietzsche) da finire con il sottometterla in modo pressoché integrale alla dicotomia fra Sinistra e Destra. La verità filosofica, ovviamente ammesso che esista ( e chi scrive è un sostenitore della sua esistenza), non è né di destra né di sinistra. Ma le congiunture storiche non sono decise dai filosofi e dai professori di filosofia che come le hegeliane nottole di Minerva arrivano sempre e solo al crepuscolo. Le congiunture storiche sono decise dai movimenti tellurici delle grandi forze politiche e sociali organizzate e non. La filosofia è come le salmerie di Napoleone e di De Gaulle: l’intendence suivra. Nel periodo su cui stiamo riflettendo le grandi forze sociali si polarizzano a sinistra e a destra in modo talmente forte da escludere che si sia trattato di un caso. Ho già cercato di dire qualcosa di simile nella precedente introduzione. In linea di massima la grande borghesia capitalistica, e cioè l’oligarchia finanziaria (industriale e bancaria) non è mai né di sinistra né di destra, ma è sempre e solo “sistemica”, e cioè un fattore di riproduzione strategica dell’intero sistema economico. Sarebbe grottesco affermare che l’autista al volante di un’automobile è di sinistra o di destra a seconda di come gira il volante di qua o di là. A seconda delle curve che incontra a volte lo gira a destra ed a volte lo gira a sinistra. Non lo gira mai all’estrema sinistra o all’estrema destra perché questo equivarrebbe ad uscire fuori strada. Gli “opposti estremismi” sono semplicemente il modo simbolico-topologico di escludere scelte non-sistemiche ed incompatibili con la riproduzione capitalistica. Solo i maniaci idealtipici della classificazione politologica ed ideologica non riescono a capire la natura sistemica del cosiddetto “estremismo di centro”. Mentre le oligarchie finanziarie non sono strutturalmente né di sinistra né di destra, nel periodo di cui ci stiamo occupando le classi operaie e proletarie si sono in generale riconosciute nella Sinistra, mentre le classi piccolo-borghesi e medio-borghesi nella Destra. Questo a mio avviso è durato poco meno di un secolo (1880-1980), e questo scenario è oggi di fatto finito. I tentativi di conservarlo ad ogni costo (da Rossana Rossanda a Norberto Bobbio) sono costretti a prendere la via idealtipica dei Valori Escludenti (Eguaglianza – Diseguaglianza, Progresso – Conservazione, ecc.), ma al momento dell’applicazione pratica concreta di queste tabelle idealtipiche non ce n’è una sola che funziona. Potrei soffermarmi a lungo analiticamente sul come queste tipologie non funzionano, ma l’ho fatto altrove, e non desidero prendere dello spazio su questo punto. Gli “intellettuali organici” della Sinistra (proletaria) e della Destra (piccolo-borghese) vengono comunque al 95% dallo stesso ambiente, e cioè dalla piccola borghesia culturalizzata. Antonio Gramsci e Benito Mussolini sono entrambi figli della piccola borghesia italiana mediamente culturalizzata, sia che vengano da Ghilarza in Sardegna sia che vengano da Predappio in Romagna. Josif Stalin e Adolf Hitler hanno un’infanzia ed un’adolescenza parallela di sradicamento piccolo-borghese. Ho cercato di segnalare insistentemente questo facile “segreto” già nell’introduzione. Da un lato le culture comunitarie precapitalistiche, strette nel doppio vortice dell’economicizzazione del conflitto (Bauman) e della nazionalizzazione delle masse (Mosse), non sono assolutamente in grado di produrre una cultura anticapitalistica strategica, e sono costrette a delegarne i tentativi di costruzione ai ceti piccolo-borghesi acculturati, che sono del tutto inadatti a farlo, in quanto prigionieri dei loro fantasmi di risentimento (proletario) e di paura (piccolo-borghese). Dall’altro lato, come si è detto, la grande oligarchia capitalistica non produce strutturalmente ideologia, ma si limita a gestirne la dinamica una volta che essa è già stata prodotta. In questo modo la politicizzazione e l’ideologizzazione della filosofia, lottizzata fra Sinistra e Destra, giunge a livelli grotteschi e intollerabili. La tesi degli empiriocriticisti di inizio Novecento, per cui la realtà è oggetto di costruzione collettiva, sociale e non di rispecchiamento, viene condannata da Lenin come tesi di “destra”, perché la “sinistra” è vista come la portatrice del realismo gnoseologico e del materialismo ontologico (oltre che dell’ateismo scientifico). Le intelligentissime tesi di Bergson sulla coscienza e sulla temporalità vengono etichettate come di “destra”, perché questo presunto “volontarismo” (!) sarebbe poi stato adottato da Benito Mussolini. La tesi filosofica di Martin Heidegger, per cui esisterebbe una “differenza ontologica”, e per cui vi è una lunga storia dello sviluppo della tradizione metafisica occidentale che si realizza in tecnica planetaria (e cioè in Gestell come impiantoimposizione) è considerata di “destra” perché Heidegger aveva manifestato simpatia per il primo nazismo nel 1933. La tesi di Lukàcs per cui esiste una specifica ontologia dell’essere sociale distinta in modo qualitativo dall’essere naturale (e che si contrappone quindi sia alla sociobiologia sia al materialismo dialettico staliniano), è considerata di “sinistra”, perché Lukács indubbiamente lo era sul piano politico e culturale. Potremmo continuare a lungo con questa allucinante galleria degli orrori, ma non ha molto senso farlo, perché tutto ciò fu evidentemente causato da un quadro storico imprescindibile. Questo quadro storico è stato formato dalla lunga guerra civile simbolica fra piccola borghesia e proletariato, più esattamente fra ceti piccolo-borghesi e ceti proletari. Come ho già scritto nell’introduzione, questa scissione è provocata dalla divisione in due lati opposti (e complementari) del precedente “popolo”. Una parte del popolo va a destra con la piccola borghesia ed una parte del popolo va a sinistra con i ceti proletari (e soprattutto proletarizzati). Entrambi questi “partiti” sono portatori di una incapacità comunitaria reale quasi tragicomica, e devono riempirne l’assenza con una mobilitazione artificiale (sfilate, manifestazioni, ecc.), sicuro sintomo di una incapacità strutturale sottostante. Karl Marx diventa così il capo spirituale della Sinistra, e Friedrich Nietzsche della Destra. Grottesco, ma anche inevitabile. Grottesco, ma anche per fortuna in via di esaurimento storico. La formazione del marxismo storico Due parole su questo fenomeno, la cui dinamica è ormai perfettamente nota e perfettamente ricostruibile storiograficamente. Karl Marx non intraprese mai un lavoro di coerentizzazione e di sistematizzazione del suo pensiero, anche perché aveva il temperamento dello scopritore, 30 petite plaisance non del sistematizzatore, e nessuno può andare contro il proprio temperamento. Il primo “sistema” marxista coerentizzato, cui Marx restò sempre di fatto estraneo (anche per ragioni familiari e di salute, spesso trascurate dagli storici, che credono che i pensatori siano macchine per pensare senza lutti familiari e crolli fisici e psicologici), fu opera fra il 1875 ed il 1895 di due grandi pensatori di lingua tedesca, Friedrich Engels e Karl Kautscky. Si trattò di due persone di alta moralità e di perfetta buona fede, ma queste due virtù soggettive si possono accompagnare (e di fatto si accompagnarono) a quella che Marx chiamò la falsa coscienza necessaria degli agenti storici, che non possiedono mai la trasparenza delle proprie decisioni pratiche e teoriche. Engels e Kautscky lavorarono di fatto sulla base di una committenza sociale esterna a loro, che era quella della classe operaia organizzata tedesca della incipiente seconda rivoluzione industriale e del Reich bismarckiano. Essa voleva un sistema di pensiero armonico che funzionasse da elemento di coesione identitaria, e lo voleva all’altezza dei modelli filosofici ed epistemologici dell’alta borghesia del tempo. Questi modelli erano tutti di tipo positivistico, ed il marxismo non poteva che nascere come sistema di tipo positivistico. In caso contrario il committente avrebbe respinto il prodotto commissionato, così come avviene quando si commissiona qualcosa che poi non ci piace a qualche artigiano o architetto. La classe operaia tedesca della seconda rivoluzione industriale e della grande depressione non era interessata né alla percezione dell’alienazione (che non percepiva più, avendo già metabolizzato l’economicizzazione del conflitto e la nazionalizzazione delle masse) né all’antropologia della libera individualità, in quanto era piuttosto determinata dalla cultura comunitaria di tipo associazionistico e solidaristico (una cultura, sia detto incidentalmente, tutt’altro che da disprezzare). Era certamente interessata alla teoria scientifica di Marx, ma le filtrava attraverso uno schermo evoluzionistico e teleologico, per cui la teoria dei modi di produzione diventava una teoria dei cinque stadi dello sviluppo storico (comunismo primitivo – schiavismo – feudalesimo – capitalismo ed infine socialismo – comunismo), e lo sviluppo delle forze produttive diventava il “fondamento” di ogni sviluppo sociale. In altre parole, il marxismo si costituì come grande narrazione economicistica, e tale è rimasto fino ad oggi, perché ogni tentativo di autoriforma è sempre fallito.

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