Riforme o rivoluzione?

gen 19th, 2020 | Di | Categoria: Teoria e critica

 

 

Gennaro Scala

Marx ed Engels furono dei rivoluzionari. La loro formazione politica ebbe luogo in una delle ultime ondate rivoluzionarie innescate nei paesi europei dalla rivoluzione francese, quale fu il movimento rivoluzionario democratico tedesco, in cui entrambi, seppur molto giovani, ebbero un ruolo notevole. Il loro imprinting fu rivoluzionario, soltanto che la spinta rivoluzionaria innescata dalla rivoluzione francese stava scemando in tutti i paesi europei, man mano che prendevano forma gli stati nazionali moderni, sorti su imitazione dei cambiamenti introdotti dalla rivoluzione francese, e cominciava la deviazione nazionalistica che dalla «primavera dei popoli» che avrebbe condotto ai nazionalismi moderni, mentre la «borghesia» perdeva la sua spinta rivoluzionaria, «les capacités de la bourgeoisie s’en vont» disse Marx. I due giovani rivoluzionari furono così alla ricerca di un «soggetto» che potesse sostituire la «borghesia» nell’affrontare i numerosi problemi irrisolti lasciati dal movimento rivoluzionario che aveva attraversato l’Europa. E credettero di averlo trovato nella «classe operaia». Negli anni in cui scrissero il famoso Manifesto nasceva il movimento operaio, di cui protagonista ne fu fu la classe operaia inglese a cui un giovane e precoce Engels aveva già dedicato un egregio studio La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845). I due giovani rivoluzionari, sconfitti nella «rivoluzione democratica» tedesca si rifugiarono in Inghilterra, dove Engels già da tempo lavorava nell’impresa paterna, e dove incontrarono «di persona» la classe operaia inglese protagonista, seppur in ruolo subordinato, della rivoluzione industriale e quindi, supponevano Marx ed Engels, protagonista del movimento comunista. Era il nuovo soggetto della storia dopo che la «borghesia» era diventata reazionaria. Ad essa portarono l’ultima teoria rivoluzionaria, quella più radicale, quella che dal Rousseau critico della «proprietà privata, (« Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio…), attraverso Babeuf e Buonarroti e le organizzazioni cospiratrici eredi della Congiura degli eguali, come la Lega dei giusti a cui avevano aderito i giovani Marx ed Engels, che avevano sviluppato una forma di egualitarismo che esitava nel comunismo. Comunismo che il giovane Marx aveva già cominciato ad elaborare filosoficamente, in varie opere già prima del suo trasferimento in Inghilterra. Tuttavia il cartismo prese presto un indirizzo diverso da quella voluto da Marx e da Engels. Guardato senza gli occhiali dell’ideologia tale movimento era stato principalmente, fin dal nome, non rivoluzionario ma finalizzato ad una rivendicazione di diritti, di voto e di libera associazione sindacale, che dopo il Reform act del 1837 erano sembrati diritti negati, una forma di esclusione di una parte della società che svolgeva un ruolo importante per lo sviluppo della potenza industriale inglese. Dopo una prima fiammata che culminò con gli scioperi e rivolte del 1850 il movimento operaio inglese si avviò verso l’integrazione nel sistema politico inglese. Sia Marx che Engels avevano visto nella classe operaia inglese il nuovo soggetto rivoluzionario, ma in seguito dovettero riconoscere che al momento con essa non c’era «niente da fare» .

In generale gli anni che seguirono al 1850 furono di profondo disappunto verso una classe operaia che si faceva «guidare da leader venduti alla borghesia». Poiché la classe operaia non corrispondeva al suo concetto ideale (per usare una terminologia hegeliana che spiega l’atteggiamento di Marx) svilupparono la teoria che il monopolio mondiale inglese del commercio generava dei superprofitti che consentivano di «corrompere» la classe operaia. Giustamente Preve liquida il concetto di «proletariato borghese» e di «aristocrazia operaia», che Lenin sviluppò dalla valutazione negativa di Marx del movimento operaio inglese come la classica teoria ad hoc formulata, secondo il modello di Fayerabend, quando un paradigma teorico entra in crisi.

Bisogna dunque respingere con forza le due pseudoteorie della cosiddetta «aristocrazia operaia» e del presunto «imborghesimento». La teoria dell’aristocrazia operaia, che sarebbe stata corrotta con dei sovrapprofitti imperialistici dovuti allo scambio ineguale dello sfruttamento coloniale, fu come è noto avanzata da Lenin per spiegare l’integrazione politica e culturale delle socialdemocrazie della II Internazionale. Vera o falsa che sia, questa teoria non è una «integrazione» di Marx, ma è un mutamento radicale di terreno rispetto alla concezione autentica di Marx, che era quella della formazione del lavoratore collettivo cooperativo associato. Esattamente come per la teoria gramsciana dell’egemonia, la teoria leniniana delle aristocrazie operaie delle metropoli imperialistiche ha la scusante di essere stata prodotta in un momento di ricerca e di riflessione su fenomeni inediti. Chi pensa di non sbagliare mai, scagli la prima pietra.(19)

La critica riguarda non meno Marx, ripreso da Lenin. Come la storia ha poi dimostrato la classe operaia non era rivoluzionaria, al massimo aveva mostrato una refrattarietà al sistema nel passaggio da classe contadina a classe operaia, ma dopo questo passaggio essa aveva mostrato di essere molto interna ai processi  capitalistici da cui dipendono i suoi mezzi di sostentamento.                                                                                (19) Costanzo Preve, La crisi culturale della terza età del capitalismo, ebook

Analoghe tendenze all’integrazione nel sistema del movimento operaio si riscontrano in altri paesi europei quali la Germania e Italia che all’epoca non godevano di «superprofitti imperialistici». I primi moderni partiti socialisti, i quali già appartengono ad un mondo diverso rispetto a quello di Marx, sono tutti tendenzialmente «riformisti», una nuova radicalizzazione ci sarà successivamente con la nascita dei primi partiti comunisti, in seguito alla rivoluzione sovietica. Dopo aver consumata la delusione relativa alla classe operaia inglese, Marx si ritirò nella biblioteca del Bristish Museum a scrivere Il Capitale, in cui descrisse dettagliatamente il meccanismo dell’accumulazione capitalistica, che resta il suo contributo imperituro alla conoscenza di un aspetto fondamentale delle società moderne, seppur non vada visto come la descrizione del «capitalismo» (un termine che Marx non usò) in astratto, ma è la descrizione di un modello economico affermatosi primariamente in Inghilterra e poi diffusosi nelle principali nazioni occidentali. Qui formulò una «teoria della rivoluzione» più matura e più plausibile, ma rivelatasi ugualmente errata, rispetto alla «monumentale» riduzione della storia del Manifesto, non la sola classe operaia era il Soggetto della rivoluzione ma il «lavoratore cooperativo associato, dall’ultimo manovale all’ingegnere», che andava formandosi all’interno della fabbrica, cioè la classe operaia vera e propria insieme alle forze mentali della produzione che si appropriano della conoscenza di tutti i processi della produzione, mentre i proprietari diventano dei semplici rentier, estranei al processo produttivo, per cui sarebbe stato agevole espropriarli e appropriandosi della base produttiva ci si sarebbe appropriati del potere della società tutta per poi ricostruirla su nuove basi. Con l’introduzione del suffragio universale e con le leggi sul lavoro del 1870 in Inghilterra si comincia a sperimentare che il movimento operaio poteva non essere una sfida al sistema, anzi la sua integrazione poteva essere un fattore di stabilità e di rafforzamento del sistema(20). Tale modello si diffonde in tutti i principali paesi europei, anche in Germania nonostante la persecuzione di Bismarck, che però introdusse una legislazione «sociale» effettivamente avanzata per quei tempi, anche se allo scopo di togliere terreno sotto i piedi ai socialisti. In Germania nasce il modello del partito operaio moderno, anzi il modello del primo partito moderno vero e proprio che si diffonderà anche ad altre correnti politiche. Fu il periodo delle «corrispondenze di amorosi sensi» tra i leader socialisti e i leader delle classi dominanti, tra i Bismarck e i Lassalle, e in seguito, quando si sviluppò anche in Italia un movimento operaio, tra i Giolitti e i Turati. Le classi lavoratrici nel periodo delle riforme inglesi sperimentarono un miglioramento delle loro condizioni di vita, grazie all’associazionismo sindacale, nonché una forma di partecipazione alla vita politica che prima era stata loro negata. Grazie soprattutto ai movimenti delle classi inferiori volti ad ottenere il diritto di voto e di associazione, cominciava a formarsi il sistema parlamentare moderno, che inizialmente era un sistema oligarchico per censo.

(20) «Con tutto ciò, negli anni fra il 1880 e il 1914 le classi dirigenti scoprirono che la democrazia parlamentare, nonostante i loro timori, si dimostrava perfettamente compatibile con la stabilità economica e politica dei regimi capitalistici. Questa scoperta, come il sistema stesso, era una novità; almeno in Europa. Ed era una delusione per i rivoluzionari. Marx ed Engels avevano sempre considerato la repubblica democratica, schiettamente “borghese”, come l’anticamera del socialismo » — Eric J. Hobsbawm, L’età degli imperi, 1875–1914, Laterza, 2005, pp. 129–130.

Le classi dominanti da parte loro sperimentarono che questo sistema non provocava nessun sconvolgimento interno, ma era molto più stabile, potendosi basare sul consenso formale della maggioranza della popolazione (maschile fin quando non fu introdotto il suffragio universale al genere femminile). Vi fu quindi una forte spinta alla creazione di sindacati e partiti. Si trattava sempre di «lotta di classe», ma si svolgeva in modo diverso e aveva obiettivi diversi da quelli pensati da Marx. Nei partiti e nei sindacati rimase un riferimento ideale ai «padri fondatori», ma questo diventava sempre più un omaggio formale, si conservava idealmente l’obiettivo del «socialismo», della società dell’avvenire, ma nel frattempo ci si adeguava alla «società borghese» e alle opportunità che essa offriva sia di miglioramento delle condizioni di vita per i lavoratori, sia di carriera politica per i funzionari dei nuovi partiti di massa. Man mano che veniva delineandosi lo Stato democratico moderno, basato sul suffragio universale nascevano e si affermavano i partiti moderni, uno dei primi, modello per i successivi, anche non socialisti, fu la socialdemocrazia tedesca. «L’ampliamento delle strutture organizzative dei p. politici comporta che essi si incentrino su un apparato stabile e preordinato (con una differenziazione tra iscritti e simpatizzanti; un potere di direzione nelle mani di una cerchia ristretta di dirigenti politici; l’esistenza di una disciplina di p., che gli iscritti riconoscono e a cui soggiacciono ecc.). Il modello di riferimento per questa trasformazione è stato il Partito socialista democratico di Germania, nato nell’ultimo quarto del XIX secolo e preso a modello prima dagli altri p. socialisti europei, nonché, successivamente, anche da tutte le altre correnti politiche»(21) .    (21) http://www.treccani.it/enciclopedia/partito-politico

Con la nascita dei primi partiti socialisti cominciò a svilupparsi teoricamente il cosiddetto riformismo, di cui uno degli esponenti più seri e dotati fu Bernestein. Non si può negare che la critica di Bernstein fosse in gran parte giustificata (era tra l’altro uno dei teorici della socialdemocrazia tedesca più apprezzati da Engels per la sua serietà), non si era in effetti verificata la polarizzazione prevista da Marx, crescevano i ceti intermedi, la ricchezza e i possidenti erano cresciuti, migliorava complessivamente anche la condizione della classe operaia, il che faceva pensare che non si sarebbe verificato nessun crollo. Bernestein guardava al contesto inglese dove con la riforma elettorale del 1867 era stato concesso il diritto di voto ai lavoratori e alla legislazione inglese di fabbrica del 1870 che consentiva l’associazionismo sindacale. Nei partiti socialdemocratici si cominciava a pensare che si potesse giungere al socialismo per via democratica. Ad incoraggiare le tendenze «democratiche» fu un «vecchio rivoluzionario» come Engels, che nell’Introduzione del 1895 a Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 di Marx, osservava come tutte le vecchie tattiche insurrezionali fossero obsolete con gli eserciti moderni, e che i partiti socialisti prosperavano nella legalità, mentre invece erano i partiti borghesi che erano costretti a violare la legalità da essi stessi stabilita. Tuttavia nell’introduzione Engels non nascondeva che si trattava di una tattica (mentre invece il censore del Vorwärts cercava di attenuare il radicalismo di Engels). Il testo completo è stato pubblicato successivamente nella nuova MEGA (l’edizione completa delle opere di Marx ed Engels), ed in effetti Engels non vi appare come il sostenitore di un «passaggio democratico» al socialismo, anche se vi è un deciso appoggio alla tattica democratica, tuttavia non si capisce nel testo di Engels come da questa tattica si sarebbe passati alla rivoluzione. In ogni caso, il fatto che Engels ammettesse che la prassi democratico-parlamentare potesse ottenere dei risultati rafforzò la linea di coloro che nella socialdemocrazia volevano proseguire per la «via legale».                Inoltre, come osserva Preve, Engels giocò un ruolo importante nella canonizzazione di un marxismo che fu proprio della seconda internazionale: ruolo centrale della classe operaia manuale, mentre per Marx, come ricordavo, il vero soggetto era il «lavoratore cooperativo associato», cioè classe operaia insieme alle    «forze mentali della produzione» (general intellect), leggi della storia che avrebbero portato inevitabilmente al socialismo, mentre l’opera di Marx, un cantiere aperto pieno di contraddizioni e indecisioni dello stesso Marx, sfuggiva a qualsiasi forma di sistematizzazione. Bernestein sosteneva onestamente che bisognasse adeguare la teoria del partito a quella che era la prassi effettiva. Più furbesca invece la posizione del «papa rosso» Kautsky, formalmente non si abbandonava la prospettiva rivoluzionaria, ma per questa ci si rimetteva alle «leggi della storia», i lavoratori non dovevano compiere alcuna azione rivoluzionaria ed adeguarsi alla prassi parlamentare. Il modello del partito operaio socialdemocratico, si affermò in Germania, Kautsky ne fu il principale teorico. Dal «rinnegato Kautsky» come lo apostrofò in seguito al voto sui «crediti di guerra» Lenin prese il concetto del partito formato dai quadri, come esposto in Che fare?, dove riprese quasi alla lettera l’idea di Kautsky secondo cui agli operai la «coscienza deve essere portata dall’esterno dagli intellettuali». Fu grazie ad un tale tipo di partito, formato da quadri e con una linea politica condivisa, formatosi però non nelle aule parlamentari ma nella temperie della repressione zarista, che Lenin riuscì ad imporsi nel caos politico seguito in Russia alla sconfitta in guerra che fece crollare le già traballanti strutture statuali zariste, portando a termine la rivoluzione iniziata nel 1905. Il rischio di tale tipo di partito, sia «rivoluzionario» che «riformista», compatto, formato di quadri che condividono la stessa linea politica è la burocratizzazione. È una critica effettiva che è stata un grande cavallo di battaglia del troskismo, anche se la burocratizzazione non spiega «il crollo del comunismo», questo problema certo ci è stato, Il «partito socialista» del futuro dovrà seguire una diversa strada, bisognerà tenere conto della crisi della forma partito in quanto tale, esso dovrà essere capace di stabilire un rapporto più complesso con i suoi gruppi sociali di riferimento piuttosto che l’accentramento definito «centralismo democratico». I partiti «burocratizzati» hanno perso man mano il legame con i gruppi sociali di riferimento per mirare soprattutto alla propria autoriproduzione. È lo stesso partito politico classico ad essere entrato in crisi oggi con la chiusura del ciclo del socialismo europeo. Si consideri che essi erano nati per rappresentare ceti semi-analfabeti, mentre oggi vi è un diverso livello complessivo di istruzione, anche se spesso contadini e operai avevano un ben più consistente senso della realtà, rispetto ai «ceti istruiti» di oggi.

La crisi della forma partito è oggi assodata, ma la discussione di tale tema ci porterebbe troppo lontano, anche perché nuove forme di organizzazione politica non si possono pensare in astratto, ma nel corso della loro costruzione. In generale i partiti socialdemocratici a cavallo dei due secoli si erano attestati sulla «linea» kautskiana, se tale la si poteva definire, visto che si affidava in toto allo «sviluppo storico» che avrebbe portato automaticamente al «socialismo», una concezione criticatissima da Gramsci perché induceva la passività nelle organizzazioni dei lavoratori, a cui Gramsci volle rispondere con un volontarismo mutuato da Gentile. Pochi studiosi «di sinistra» sono stati disposti ad ammettere che il più grande pensatore del comunismo italiano fosse influenzato da quello che poi diventerà uno dei principali filosofi fascisti, eppure basterebbe leggere Rivoluzione contro il Capitale. Di fatto, Gramsci intese sostituire ad una visione «scientifica» basata sulle «leggi della storia» con cui i partiti socialisti si erano adeguati al regime parlamentare, in base alle teoria secondo cui le «leggi della storia» avrebbero portate da sole al «socialismo», una visione volontaristica, influenzata dal soggettivismo gentiliano, basata sulla soggettività rivoluzionaria che organizza le masse e le portava alla vittoria, visione galvanizzata dalla rivoluzione russa. Da una parte Gramsci leggeva la realtà sua contemporanea con gli occhiali del Capitale i quali mostravano che la Russia non era tra le nazioni capitaliste sviluppate, nelle quali, secondo Marx, solo avrebbe dovuto verificarsi la rivoluzione comunista, dall’altra vedeva che una volontà decisa che creava un partito compatto con un programma preciso poteva superare queste condizioni storiche e conquistare il potere. In sintesi: «Ottimismo della volontà, pessimismo della ragione».                                                La resa dei conti riguardo alle contraddizioni irrisolte del movimento operaio, tanto nella teoria che nella prassi non era lontana: la prima guerra mondiale, in cui nessuna delle forze contendenti in campo era portatrice di un ordine che desse un assetto all’esplosiva situazione europea. La guerra è un male, ma è un male che è stato presente in tutte le società umane. È un male giustificato quando è apportatrice di un ordine, in luogo di un disordine che pur ugualmente porta conflitto, morte e sofferenza. In breve la guerra è la ratio extrema nella soluzione dei conflitti. Ma quale delle potenze in gioco nella I guerra mondiale era apportatrice di un ordine in Europa? La principale contesa era tra la Germania e l’Inghilterra per l’egemonia mondiale, ma era diffusa convinzione che la guerra avrebbe solo portato alla devastazione di tutte le potenze contendenti, come poi avvenne. Il movimento operaio si dimostrò incapace di opporre resistenza a questa guerra. E fu giustissimo «infamare» chi nel movimento socialista si adeguava per meri motivi di carriera politica a questa guerra, che avrebbe portato le masse popolari in trincea, producendo un’enorme e inutile carneficina, che non diede vita ad un nuovo assetto europeo e fu solo il primo atto del crollo della civiltà europea che si concluse con la II guerra mondiale. Purtroppo ad opporsi agli opportunisti nell’ambito del movimento operaio furono gli antimilitaristi, che pensavano di abolire le guerre abolendo gli eserciti. Siccome la guerra la fanno gli eserciti se aboliamo gli eserciti aboliamo la guerra. Semplice no? Strano che nessuno ci avesse mai pensato. Un po’ come abolire il mal di denti abolendo i denti. L’antimilitarismo non poteva essere proprio di un movimento di massa, infatti nel caso di invasione tutte le forze politiche di una nazione devono collaborare a scacciare l’invasione pena l’onta e la squalifica perenne. Mentre invece la Luxemburg era contraria persino all’indipendenza della Polonia, perché avrebbe diffuso tra la classe operaia il nazionalismo. Gli antimilitaristi tedeschi di inizio secolo assomigliavano molto agli odierni politicamente corretti, sembravano fatti apposta per favorire le peggiori forze reazionarie. Mettiamo che in Germania avesse vinto la rivoluzione spartachista, non sarebbe stata immediatamente attaccata dalla Francia e dall’Inghilterra? Che fine avrebbe fatto allora l’antimilitarismo della Luxemburg e di Liebknecht? Entrambe le ali della socialdemocrazia, quella riformista e quella rivoluzionaria che finirono per confliggere negli anni successivi alla guerra, con l’assassinio della Luxemburg e di Liebknecht di cui i mandanti furono i socialdemocratici di Erbert, avevano in comune l’incapacità di pensare la questione nazionale, la tara principale del marxismo che proveniva dallo stesso Marx.

Negli anni successivi alla guerra con la volontà francese e inglese di mettere fuori gioco la Germania si poneva in Germania un’autentica questione nazionale. I socialdemocratici che invece furono alla guida della Repubblica di Weimar apparvero come complici delle forze estere che intendevano annientare la Germania, mentre i settori più radicali del movimento operaio erano «antimilitaristi». L’esempio della Russia rivoluzionaria indusse gravi errori nei comunisti italiani e tedeschi, che erano le due nazioni che maggiormente soffrivano all’interno del sistema di stati europeo. L’errore principale fu quello di ritenere che in queste nazioni si potesse «fare come in Russia» in un contesto molto diverso, sulla base della convinzione che la rivoluzione fosse in ogni caso una necessità storica, qualcosa di inerente allo sviluppo capitalistico. Invece le rivoluzioni in Italia e soprattutto in Germania le fecero quei ceti medi creati dallo sviluppo capitalistico, e furono qualcosa di molto diverso dalla pensata «rivoluzione comunista». Ci furono coloro che all’interno del movimento comunista tedesco cercarono di tradurre l’opposizione alle sanzioni imposte al trattato di Versailles in termini «antimperialisti». Secondo Carlo Formenti «la gara per l’egemonia mondiale non conosce confini e nessun Paese, per industrializzato e “civile” che sia, è al riparo dal rischio di vedersi trasformare in colonia o semicolonia. Questo fu il destino della Germania dopo la Prima guerra mondiale, ridotta di fatto dalle potenze vincitrici a una semicolonia nel cuore stesso dell’Europa. Uno dei massimi dirigenti della Terza Internazionale, Karl Radek, aveva colto con grande lucidità i rischi associati a tale situazione, invitando il Partito Comunista tedesco a farsi carico della battaglia per la difesa dei diritti e degli interessi del popolo tedesco – battaglia che si sarebbe dovuta combattere non solo contro gli imperialismi stranieri, ma anche contro la borghesia tedesca che aveva tradito la propria patria a spese della classe operaia e delle classi medie. L’idea era di unire la Germania in una guerra di liberazione che fosse anche guerra rivoluzionaria – una unificazione che non avrebbe dovuto avvenire, come volevano i nazisti, sul terreno della vendetta e dell’identità razziale, ma sul terreno proletario, guidata da un popolo di lavoratori che combattono per la propria libertà ed emancipazione.»(22)

Stefano G. Azzarà ha svolto un’interessante ricerca storica, Comunisti, fascisti e questione nazionale. Fronte rossobruno o guerra d’egemonia? riguardante vicende e questioni che restano irrisolte, pur essendo trascorso un secolo, e quindi sono state confinate nell’ambito della rimozione storica, che come ogni rimozione continua a condizionare inconsapevolmente il nostro pensiero. Esse riguardano un nodo cruciale della storia del socialismo e del comunismo, nonché della storia europea, relativo a vicende precedenti l’affermazione del nazismo, e su cui sarebbe tuttora necessaria una approfondita riflessione storica, anche e soprattutto da parte di storici professionisti. Purtroppo, dato lo stato comatoso della cultura italiana, il contributo di Azzarà è passato quasi inosservato. Il libro riguarda principalmente la campagna lanciata da Radek nel 1923 a partire dall’uccisione di Leo Schlagter, un militante nazionalista ucciso dai soldati francesi in seguito ad un’azione di sabotaggio. In tale campagna vi era il riconoscimento di una legittima questione nazionale in Germania, in seguito all’intenzione manifestatasi con le sanzioni imposte dal Trattato di Versailles di ridurre la Germania in una condizione semicoloniale.

(22) Carlo Formenti, Il socialismo è morto, viva il socialismo, cit. p.148

Pur ritenendo quello di Azzarà un importante contributo non posso però non rilevare alcune importanti contraddizioni. Non è condivisibile, anzi sbagliata e ingiusta, la netta linea divisoria tracciata tra la politica proposta da Laufenberg e Wolffheim e quella di Radek, quando questa era sostanzialmente la stessa.    I primi devono fare la parte dei cattivoni nazionalbolscevichi, mentre il secondo dell’astuto politico che cercò di togliere il terreno da sotto i piedi al nascente nazionalsocialismo. Scrive Azzarà: «Nel girare al mittente le accuse di connivenza con i fascisti, Radek poteva farsi forte del recente repulisti da lui stesso operato ad Amburgo, nel corso della repressione del nazionalbolscevismo vero e proprio. Proprio quell’episodio, anzi, ci consente di capire come la questione in gioco non fosse affatto quella di un fronte unico trasversale o della ricerca di un ibrido politico, come era stato invece qualche tempo prima nelle intenzioni di Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim, con i quali pure Radek aveva parlato durante la detenzione nel carcere di Moabit a Berlino nel 1919»(23) . Si trattava invece di far finta di cercare un’alleanza per lanciare una «guerra d’egemonia» e fregare i nazionalisti, i quali erano idioti e si sarebbero subito fatti fregare, invece a quanto pare secondo i documenti riportati da Azzarà, Moeller van den Bruck che fu l’interlocutore di principale di Radek denunciò subito le sue intenzioni egemoniche. Azzarà si preoccupa di smentire la «diceria» che Radek si fosse messo a «dialogare con i fascisti» («che diranno i compagni?», è la voce di una sorta di Super-Io collettivo diventato ormai fantasmatico in tutti i sensi della parola).

(23) Stefano G. Azzarà, Comunisti, fascisti e questione nazionale. Fronte rossobruno o guerra d’egemonia?, Mimesis, 2018, p. 53

Quando lanciò la sua campagna il fascismo era ancora in incubazione. Le sanzioni imposte dal Trattato di Versailles avevano creato in Germania una inequivocabile «questione nazionale» e Radek fece benissimo a sollevarla, cercando l’alleanza di tutti coloro che intendevano affrontarla in termini non sciovinistici e revanscistici. L’alleanza tra Germania e Unione Sovietica, avrebbe permesso ad entrambe le nazioni di uscire dall’accerchiamento delle «potenze democratiche» e avrebbe tagliato le gambe al nascente nazionalsocialismo. Senza una risposta credibile da parte dei comunisti, la questione nazionale tedesca avrebbe fornito le polveri al nazionalismo estremo, come già avvertiva Clara Zetkin (secondo la ricostruzione di Azzarà). Quindi l’accusa di aver collaborato con il fascismo è una demenzialità che non andrebbe presa in considerazione. Sarebbe ora di riabilitare la memoria dei poveri Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim, suo principale collaboratore, i quali non furono antesignani dei moderni «rossobruni». Il primo fu un importante leader del movimento operaio tedesco a cavallo della prima guerra mondiale. Prima nella Spd e successivamente nel Kpd, fu oppositore della prima ora della guerra, tra l’altro conosceva Radek perché scrisse con lui un opuscolo contro la partecipazione alla guerra. Fu leader della «rivoluzione di Amburgo», movimento politico sorto negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, che fu per ampiezza il secondo movimento comunista rivoluzionario, dopo quello di Berlino. Laufenberg si ritirò dalla politica nel 1930, Wolffheim, di orgine ebraica, morì in un campo di concentramento.                                           Essi per primi proposero un’alleanza della Germania con la Russia sovietica che permettesse alla prima di alleviare le sanzioni imposte con il trattato di Versailles, un obiettivo in cui sperava di far convergere anche la «borghesia». Comunicarono tale proposta politica a Radek durante la sua prigionia a Berlino nel 1919. Radek a sua volta la riferì a Lenin dopo la sua liberazione e trasferimento in Urss. Riguardo alle vicende tedesche in quel periodo il pericolo si intrecciava alla speranza. Che vincesse la rivoluzione in Germania era considerato cruciale anche per la sorte della rivoluzione sovietica. Lenin riteneva inizialmente la rivoluzione sovietica il preludio ad una «rivoluzione comunista mondiale», il blocco proposto da Laufenberg andava in direzione opposto ad una rivoluzione simil-sovietica in Germania. In Estremismo, malattia infantile del comunismo attaccò le «madornali assurdità del ‘bolscevismo nazionale’ (Laufenberg e altri), che nell’attuale situazione della rivoluzione proletaria internazionale si è spinto fino al blocco con la borghesia tedesca per una guerra contro l’Intesa». La critica di Lenin è stata generalmente considerata nel movimento comunista come prova inconfutabile: la posizione di Laufenberg era sbagliata. Ma questo vuol dire considerare Lenin come un capo infallibile, mentalità propria dei movimenti religiosi, e vuol dire incapacità di imparare dai propri errori. Anche i più grandi soccombono all’illusione storica. Perché Laufenberg e Wolffheim fossero «nazionalbolscevichi» mentre invece Radek invece non lo fosse, non è dato di capire. Né Laufenberg né Radek erano nazionalisti camuffati da bolscevichi, se questo si vuole intendere con il termine «nazionalbolscevico». Si resero semplicemente conto che in Germania vi era una legittima questione nazionale, a cui i comunisti avrebbero dovuto dare una riposta credibile. Perché sarebbero sostanzialmente differente la proposta politica di Laufenberg da quella di Radek? Perché sul primo a differenza del secondo pesa il giudizio di Lenin. In realtà, quello che era cambiato dal 1919 (quando Laufenberg e Wolffheim presentarono il loro programma prima di essere espulsi dal Kpd) era il fatto che ormai diventava chiaro che non vi sarebbe stata nessuna rivoluzione simil-sovietica in Germania e che sarebbe stato meglio mirare ad un’alleanza tra le due nazioni. Radek in un primo momento si adeguò al giudizio di Lenin e si adoperò nell’espulsione di Laufenberg e Wolffheim dal KPD, ma successivamente ne adottò la linea politica con il lancio della campagna sul caso Schlagter nel 1923. Probabilmente, tale linea politica l’aveva interessato sin dall’inizio, ma si era adoperato per la loro espulsione perché questo era il volere di Lenin.

Che il messianesimo rivoluzionario potesse condizionare il punto di vista di Lenin è riconosciuto dallo stesso Azzarà quando critica la sua convinzione che la «vittoria del proletariato è immancabile» e avrebbe «tratto fuori l’umanità dal vicolo cieco in cui l’avevano condotta l’imperialismo e le guerre imperialistiche»(24). Scrive Azzarà «Certamente indispensabile come mito di mobilitazione in anni di sangue e ferro, questo genere di ottimismo assoluto non poteva che portare a gravi errori di prospettiva politica perché rendeva le avanguardie, anche quelle più accorte, sostanzialmente disarmate di fronte alla contingenza e incapaci di cogliere fino in fondo la situazione concreta, e non è un caso che esso si sia via via ridimensionato in Lenin dopo le più gravi esperienze di governo»(25) . Fu un errore la condanna iniziale di Lenin della politica di Laufenberg, adottata successivamente da Radek nel 1923, che pare avesse l’appoggio dei vertici del Comintern, mentre non possiamo sapere quale potesse essere la posizione di Lenin che già agli inizi del 1923 era nella fase terminale della sua malattia che gli impediva di comunicare.

(24) cit. da Azzarà, p. 121                   25 Idem, p. 121

Probabilmente, avrebbe avuto il sostegno dello stesso Lenin. Tuttavia tale linea non fu portata avanti coerentemente e l’intenzione non era quella di stabilire un’alleanza, ma di portare i presunti alleati nel proprio campo, a cui i nazionalisti rispondevano attraverso Moeller van den Bruck con un analogo proposito di portare i comunisti nel campo völkisch. Nel voler differenziare le posizione di Laufenberg da quelle di Radek si manifesta il proposito contradditorio di Azzarà di voler esaminare gli errori del passato, ma restando collocato dalla parte del Bene. I comunisti non furono comunque dalla parte della «ragione storica» diedero il loro «valido contributo» alla tragedia che si concluse con la vittoria del nazismo e la Seconda guerra mondiale. Il lavoro di Azzarà è importante per la comprensione della storia del comunismo e della storia europea riguardo questioni cruciali, ma va letto con spirito critico e «senza rete» avrebbe detto Costanzo Preve, senza la protezione psicologica data dalla convinzione autoconsolatoria di essere stati comunque dalla parte della «ragione storica». Ciò che impedisce ad Azzarà di portare sino in fondo la riflessione sugli errori del passato, è la convinzione che i comunisti fossero in ogni caso dalla parte della «ragione storica», essendo come Losurdo tra coloro che non hanno voluto e non vogliono prendere atto che un processo storico si è concluso e che bisogna intraprendere un «nuovo inizio», visto che ormai la «ragione storica» del comunismo non la condivide ormai quasi più nessuno.                                            Perché si chiede Azzarà(26) i comunisti non riuscirono a stabilire la propria egemonia sulle classi medie? La risposta sta già nella domanda: proprio perché ragionarono nei termini di una propria necessaria egemonia in nome di una fede del comunismo che aveva tratti messianici, essi non cercavano alleati ma adepti da convertire. E non era neanche vera e propria ricerca dell’egemonia perché questa comporta la capacità di stabilire dei patti con un alleato che resta diverso da sé stessi, e non si ha intenzione di sussumere all’interno della propria organizzazione. . L’alleanza tra la Germania, che Francia e Inghilterra volevano mettere in ginocchio, e la Russia sovietica, anch’essa accerchiata dalle «nazioni democratiche», sarebbe stata naturale, per Keynes, «l’intera Europa avrebbe tratto enormi benefici economici dall’istituzione di un rapporto di collaborazione russo-tedesco»(27), ed in effetti ci fu nel primo dopoguerra un avvicinamento da parte della Germania alla Russia, promosso principalmente dal ministro degli Esteri Walther Rathenau che si concretizzò nel Trattato di Rapallo, fortemente avversato da Inghilterra e Francia. Ma l’Europa in fase di disfacimento era abitata dai fanatismi. Sia quanti si opponevano legittimamente alle sanzioni sia i comunisti potevano contare nei confronti delle rispettive pretese egemoniche sul reciproco bisogno che avevano Germania e Unione Sovietica e forse un’autentica alleanza avrebbe contribuito a stemperare i rispettivi fanatismi. Ma il fanatismo prevalse. Walther Rathenau fu assassinato da due membri dei Freikorps.

(26) Idem, p. 119                                                                                                                                                                                                                                                          (27) Giacomo Gabellini, Weltpolitik. La conintuità economica e strategica della Germania, goWare, p. 86. Per una buona ricostruzione dei rapporti tra la Germania e la Russia negli anni successivi alla Prima guerra mondiale vedi il capitolo “La stretta collaborazione russo-tedesca”.

In spregio alla comoda retorica degli «opposti fanatismi», che riguarderebbe solo i comunisti e i nazionalisti, bisogna sottolineare che i primi fanatici furono coloro che pensarono di ridurre in condizioni semicoloniali una nazione come la Germania senza creare le condizioni per una nuova devastante guerra, soltanto dopo vengono i fanatici comunisti i quali erano dalla parte del Bene, del Progresso e della Storia, e i fanatici nazionalisti che ragionavano prevalentemente in termini revanscistici e per i quali la Russia sovietica era comunque il male, peggiore di chi nei fatti aveva messo in ginocchio la Germania. La storia non si fa con i sé, ma chissà, lasciatemi immaginare, se la Germania e l’Urss si fossero alleate, i tedeschi, forse, non sarebbero stati buttati dalla disperazione nelle braccia dei nazisti. L’Unione Sovietica grazie al rapporto con una potenza economica quale la Germania non avrebbe avuto bisogno, per realizzare quello sviluppo economico che gli era indispensabile, delle misure eccezionali della «collettivizzazione forzata» da cui nacque lo stalinismo. La perdita della centralità delle nazioni europee ci sarebbe stata lo stesso, dal momento che nascevano potenze come gli Usa e l’Unione Sovietica, ma forse non ci sarebbe stato il crollo rovinoso della II guerra mondiale. Ma la tragedia storica doveva compiersi. In realtà, la Germania non volle seguire la «via sovietica» negli immediatamente successivi alla guerra, Fu una scelta legittima della popolazione tedesca. La società tedesca era molto diversa da quella sovietica, con una forte presenza dei ceti medi e la politica di Laufenberg cercava di non renderli ostili ai cambiamenti radicali che pur erano necessari in Germania. A ragion veduta la posizione di Heinrich Laufenberg duramente criticata da Lenin era quella giusta. Ancora una volta un tragico errore dei comunisti riguardante la questione nazionale. Alle classi popolari, per l’opposizione alle sanzioni, che per loro significava letteralmente la fame, non restava che rivolgersi ai nazisti. Da qui l’»enigma del consenso» al nazismo che andò ben oltre la classe media, che fu la base sociale del nazismo, se si pensa alla composizione sociale delle Sa (successivamente liquidate dalle SS).

La prima guerra mondiale, in Italia, che non fu certo tra le promotrici del conflitto, divenne l’occasione per il completamento dell’unità italiana, nonché ad un certo punto quando l’Austria stava per invadere l’Italia, la guerra divenne una vera e propria guerra a difesa della patria. Da questo patriottismo sorsero, a guerra conclusa, dei movimenti, tra cui gli «Arditi del popolo», che spesso erano egualitari e tendenzialmente socialisti, ma furono avversati dal pacifismo comunista, soltanto Gramsci seppe avere una posizione diversa ma non fu sufficiente a mutare l’indirizzo generale. Il giusto rifiuto della partecipazione alla prima guerra mondiale (il primo atto del crollo della civiltà europea) si trasformò in un pacifismo e in un anti-nazionalismo astratti, incapaci di differenziare le posizioni e di capire laddove si poneva una schietta questione nazionale, rispetto al nazionalismo aggressivo, astrattezza che non poteva non essere vista come anti-nazionale e quindi contro anche gli interessi delle classi popolari che appartengono ad una determinata nazione. Cito qui da un articolo di Domenico Moro, tra i pochi marxisti ad avere conservato il raziocinio, che invita a esaminare gli errori storici con l’auspicio che ciò possa essere di aiuto a non commettere sempre gli stessi errori.

Contrariamente a quanto si può pensare, la massa gli ex combattenti era inizialmente tutt’altro che favorevole al fascismo, anzi molti ex combattenti saranno il nerbo della resistenza armata contro le squadre fasciste, come i pluridecorati Emilio Lussu e Ferruccio Parri, il quale successivamente sarà uno dei capi della Resistenza. Tuttavia, il partito socialista e poi il partito comunista fallirono nel compito di stabilire un rapporto con questo importantissimo settore della società dell’epoca, corteggiatissimo da Mussolini. Il partito comunista, guidato da Bordiga, rifiutò persino di collaborare con gli arditi del popolo. Una scelta criticata da Gramsci al Congresso di Lione del 1926:Questa tattica [quella di Bordiga relativa agli arditi del popolo] (…) servì d’altra parte a squalificare un movimento di massa che partiva dal basso e che avrebbe potuto invece essere politicamente sfruttato da noi’. Anche per queste ragioni i partiti operai non riuscirono a impedire la saldatura in un unico blocco sociale di piccola borghesia e grande capitale.(28)

Con Lenin il movimento comunista si trasformò in movimento antimperialista, la sua opera più famosa, fu Imperialismo, fase suprema del capitalismo. Di fatto il movimento comunista dopo Lenin fu soprattutto questo un movimento di liberazione nazionale, in Cina, e nei «paesi del terzo mondo», Fidel Castro e Che Guevara gli ultimi più famosi esponenti del comunismo furono principalmente dei patriotiPatria o muerte). Al di fuori dell’Europa, il comunismo si ricongiungeva con il patriottismo, mentre invece in Europa dove pur patriottismo e socialismo erano nati insieme, Rousseau può essere definito padre di entrambi, e ancora in rivoluzionari come Buonarroti sono strettamente congiunti, avevano finito invece per contrapporsi, nella misura in cui il «movimento di liberazione nazionale» si era trasformato in un movimento che contrapponeva una nazione all’altra.

(28) Domenico Moro, Gli ex combattenti della Grande guerra e l’»orrido» sovranismo piccolo-borghese, https://www.marxismo-oggi.it/saggi-econtributi/articoli/297-gli-ex-combattenti-della-grande-guerra-e-lsovranismo-piccolo-borghese-analogie-ed-errori-a-cent-anni-di-distanza

Lenin in effetti viveva in un contesto rivoluzionario, il decadente impero zarista, che si era dimostrato fallimentare già nella guerra di Crimea, in seguito ad essa iniziò una nuova fase di modernizzazione della Russia, con l’abolizione della servitù della gleba, e queste erano volute anche da quei settori delle classi dominanti che volevano un sistema sociale più moderno e vicino a quello europeo. Ma fu una modernizzazione parziale, il sistema zarista mostrò nuovamente la sua inadeguatezza nella guerra con il Giappone, a cui seguì la rivoluzione russa del 1905, infine con la prima guerra mondiale la struttura statuale zarista crollò del tutto e vi fu la rivoluzione portata a termine dai bolscevichi. Per quanto riguarda l’Europa nessuno Stato attraversava la stessa crisi, poiché tutti gli Stati si erano più o meno adeguati alla struttura dello Stato moderno. La Germania, fu un’eccezione, in quanto la crisi rivoluzionaria seguita alla I guerra mondiale fu indotta in modo eccezionale dal tentativo di metterla in ginocchio da parte delle potenze vincitrici della I guerra mondiale, e si trasformò in uno Stato votato principalmente votato alla guerra totale. Nel comunismo vi è stato un vero e proprio mito della «rivoluzione», la quale di per sé può avere conseguenze diverse se non opposte, dipende dalle strutture sociali che poi esso creerà, può essere un’opportunità per le classi popolari se queste sono sufficientemente organizzate ma può essere il contrario. Il nazismo al potere fu a tutti gli effetti una rivoluzione, cambiarono radicalmente i gruppi al potere, quanto l’assetto politico ed economico della Germania. Il regime nazista mentre distruggeva tutte le organizzazioni operaie procedeva ad un miglioramento delle condizioni di vita delle classe operaia, la disoccupazione fu quasi azzerata, anche grazie allo sforzo bellico, ma soprattutto il regime mirava tanto con la repressione che con misure atte alla riduzione della miseria a realizzare quella compattezza necessaria per la guerra totale. Fu l’ultimo micidiale regime sorto dalla deriva nazionalistica delle nazioni europee, esso scatenò una guerra mondiale con cui ebbe termine la cultura e la civiltà europea. Esito di una patologia della civiltà europea di cui fu espressione non la sola Germania. Lenin fu un rivoluzionario tanto nell’ambito della prassi quanto in quello teorico, Come scrive l’inestimabile Preve:

Lenin fu ovviamente un «revisionista» molto più grande di Bernstein e di Kautsky, perché «revisionò», e cioè rinnovò radicalmente, l’originaria teoria di Marx e anche la sua sistemazione fatta da Engels. Tuttavia, questa revisione radicale fatta da Lenin venne presentata nella forma di una «restaurazione» dello spirito rivoluzionario originario nel frattempo perduto e corrotto. Ci si può allora porre la domanda legittima se questo rinnovamento radicale presentato nella forma di una restaurazione sia stato dovuto ad un «vincolo ideologico esterno», perché il movimento marxista del tempo non avrebbe sopportato una revisione radicale presentata per quello che era, e cioè appunto una revisione radicale, oppure sia stato dovuto ad una forma di «falsa coscienza necessaria» di Lenin, per cui quest’ultimo era soggettivamente convinto di stare soltanto restaurando, mentre stava in realtà proponendo una revisione radicale delle tesi di Marx (e anche di Engels). [...] In seconda approssimazione, però, credo che Lenin si ingannasse (in buona fede, e nello stesso tempo in falsa coscienza) sul tipo di riforma cui stava sottoponendo la teoria originale di Marx. In altri termini, stava costruendo una teoria originale, completamente nuova, mentre era convinto di stare solo restaurando la vera teoria marxiana originaria.(29)

Per questo l’esperienza del comunismo storico novecentesco è una fase completamente diversa rispetto a quella marxiana come sostiene Preve in Storia critica del marxismo(30). Cosa c’entra Marx con le lotte anti-coloniali scrive Preve poco più avanti? Anzi come vedremo in realtà Marx fu favorevole all’espansionismo globale inglese. È del tutto giusto quanto scrive Preve, Lenin portando al centro la questione dell’imperialismo operò una trasformazione radicale all’interno del movimento socialista. Si poneva la questione «che fare?» nei paesi occidentali? Finiva ogni questione operaia e il movimento socialista avrebbe dovuto diventare una semplice appendice dei movimenti antimperialisti nei paesi del «terzo mondo», come ha voluto in seguito un certo «terzomondismo»? In un primo tempo lo stesso Lenin credette che la rivoluzione russa fosse il preludio di un sommovimento rivoluzionario, tenendo ferma all’idea marxiana che la rivoluzione comunista potesse essere solo una rivoluzione mondiale, ma ben presto ci si avvide che il «movimento storico» non andava in quella direzione. La rivoluzione teorica leniniana nell’ambito del movimento socialista, che poi divenne egemone in quanto espressione di un partito che aveva realizzato la rivoluzione in una nazione importante quale la Russia, lasciava un buco per quanto riguardava i movimenti operai europei.

(29) Costanzo Preve, A ottant’anni dalla morte di Lenin, http://www.kelebekler.com/occ/prevelenin01.htm (30) Costanzo Preve, Storia critica del marxismo, La città del sole, 2007, p. 165

Continuava a porsi nei paesi «imperialisti» la questione della difesa delle condizioni di vita delle classi non dominanti. Per quanto riguarda le lotte per l’emancipazione coloniali, questo era compito dei popoli soggetti al dominio occidentale. Il «diritto all’esistenza» per quanto riguarda popoli, stati e civiltà non viene regalato da nessuno, ma viene conquistato sul campo, nella lotta che da sempre è intercorsa tra i raggruppamenti umani. Così è stato finora, così sarà nel futuro. Le grandi potenze sorte dopo la «lunga marcia» dell’«emancipazione dal colonialismo» hanno conquistato in tal modo il loro diritto all’esistenza che nessuno oggi può loro negare. È una lotta senza dubbio degna di ammirazione. Può darsi che un domani anche l’Italia debba dimostrare analogo «diritto all’esistenza». Alla luce della verifica storica, la teoria marxiana della trasformazione sociale era errata, infatti le rivoluzioni in Europa e nelle altre nazioni non sono avvenute per la sola lotta di classe interna. Come vedremo più dettagliatamente, il conflitto tra stati, o per meglio dire tra sistemi sociali, è stato determinante, la competizioni tra stati faceva sì che fosse necessario introdurre quelle profonde trasformazioni interne necessarie per vincere la competizione con gli altri stati. Queste trasformazioni dettate dal conflitto riguardavano non solo l’esercito, ma anche la struttura interna. Di questa preminenza del conflitto inter-nazionale Lenin ne prende atto con la teoria della rivoluzione che sarebbe scoppiata negli «anelli deboli» della catena imperialistica, inserendo però la Russia in una catena, che non era quella della nazioni europee-occidentali. L’incompleto e possiamo dire anche inconsapevole cambiamento di paradigma effettuato da Lenin nell’ambito del movimento operaio, ebbe delle conseguenze deleterie perché non ci fu una vera discussione sugli errori della teoria marxiana.   In realtà portando al centro la questione dell’antimperialismo Lenin reinserì nel movimento socialista, la questione nazionale, ma volle presentare questa modifica radicale al paradigma marxiano come pienamente in linea con «l’ortodossia marxiana», quando invece Marx considerò l’espansione globale inglese una forza a suo modo rivoluzionaria, anche se barbarica. E in questo giocò un ruolo notevole la cultura subalterna e para-religiosa dei partiti socialisti del suo tempo, come spesso sottolinea anche Costanzo Preve in cui era piuttosto difficile una libera discussione scientifica. Le connotazioni religiose di tale movimento erano evidenti, i dogmi dei padri fondatori formalmente non potevano essere messe in discussione: Marx, a somiglianza del papa, aveva sempre ragione, ma nella pratica lo si sconfessava. Lenin non fu esente da tale mentalità, difatti operò un netto cambiamento di direzione rispetto a Marx, però lo intese, e probabilmente ne fu convinto, come un cambiamento in linea con «l’ortodossia marxiana». Il mutato indirizzo invece non sfuggì a Rosa Luxemburg, che ingaggiò con Lenin una lunga polemica sull’«autodeterminazione delle nazioni». L’antimilitarismo e pacifismo della Lega spartachista fu un’estremizzazione dell’anti-nazionalismo marxiano, anche se bisogna dire che Marx non fu mai pacifista, tutt’altro, ad es. era un deciso sostenitore della guerra contro la Russia durante la guerra di Crimea, considerandola un «bastione della reazione in Europa». La rivoluzione sovietica, vista con il senno di poi, un secolo dopo, non fu una rivoluzione «proletaria», ma, il primo passo di un sommovimento tellurico epocale che ha portato all’odierna formazione del mondo multipolare. La rivoluzione sovietica non fu dovuta alla «lotta di classe», ma al «fallimento adattivo» della Russia nel confronto con le altre nazioni europee. La classe operaia non era rivoluzionaria, e non aveva capacità intermodali, cioè non aveva al suo interno le capacità di gestire una società diversa. E il principio kautskiano su cui lo stesso Lenin fondò il partito era l’implicito riconoscimento di questo fatto, come osserva Costanzo Preve.                                                           Ma se la classe operaia non era rivoluzionaria, bisognava quindi adeguarsi passivamente ai voleri delle classi dominanti? Era questa la falsa alternativa posta dall’opposizione polare tra riformisti e rivoluzionari. Dunque dopo aver assodato con l’esperienza storica che la «classe operaia» non ha capacità «intermodali» e che inoltre oggi il suo peso nella società è molto ridimensionato, quale potrà essere il «Soggetto della trasformazione»? In realtà, va abbandonata proprio l’idea, anzi il mito di un Soggetto che plasma la storia. Le stesse rivoluzioni sia francese che russa hanno visto protagonisti diversi strati sociali, (il terzo Stato) e «l’alleanza contadini/operai» in realtà molti contadini e pochi operai. Che fare quindi una volta riconosciuto che la classe operaia non aveva né l’intenzione né la capacità per rivoluzionare la società e gestire il passaggio ad una società diversa? Rafforzare la sua alterità nella società e organizzarsi come contropotere. È questa l’alternativa all’opposizione complementare tra riformisti e rivoluzionari.

Questo concetto di contropotere, che svilupperemo sulla base della teoria politica di Machiavelli,lo affronteremo in un capitolo specifico. Come vedremo, costituire una forma di contropotere è stata la prassi effettiva del movimento socialista. Fu grazie al movimento socialista che i sistemi liberali, basati sul censo, si trasformarono da sistemi «monoclasse» a sistemi «pluriclasse» per usare la terminologia del giurista Massimo Severo Giannini, oppure in una terminologia più classica, da un sistema oligarchico a un sistema maggiormente democratico. Nel capitolo dedicato a Machiavelli, vedremo come nei sistemi sociali complessi moderni la democrazia, come intesa dai Greci, non può essere realizzata, ma può realizzarsi solo come «sistema misto», in cui la necessaria direzione complessiva della società che non può essere democratica, deve unirsi a forme di contropotere democratico che ne correggano l’assolutismo.       Soltanto che quella che fu la prassi effettiva dei movimenti operai non ricevette adeguata formulazione teorica, vi fu una divisione tra l’aspirazione alla rivoluzione, impossibile per la sola classe operaia, ed un adeguamento allo status quo che alla fine è risultato distruttivo. Rivoluzionari e riformisti che erano tra loro complementari perché ognuno effettuava la giusta critica dell’altro. Entrambi, riformisti e rivoluzionari, furono incapaci di comprendere il delinearsi di una “questione nazionale” in un passaggio cruciale della storia europea moderna, nella Germania pre-nazista, a parte l’eccezione costituita da Radek, Laufenber, Wolffheim, incapacità derivante dalla filosofia complessiva marxiana, ed è uno dei nodi su cui principalmente si dovrà «lavorare» per la costruzione di un nuovo socialismo.

Il riformismo, pur riconoscendo l’infondatezza della teoria della trasformazione sociale marxiana, non lo sostituì con una teoria alternativa, tantomeno ci fu una riflessione riguardante la questione nazionale, anzi del marxismo è stato conservato il solo cosmopolitismo, che ha trasformato gli eredi odierni della socialdemocrazia nei corifei della globalizzazione. Il socialismo non è uno «stadio» da raggiungere e quindi non si realizza con la rivoluzione, ma può realizzarsi in ogni Stato democratico che consenta la libera associazione delle classi inferiori, che consenta loro di mantenere la propria identità e le proprie organizzazioni in difesa delle proprie condizioni di vita. Le rivoluzioni storicamente invece non sono state causate dalla «lotta di classe» , ma sono radicali riorganizzazioni interne, e quindi comportano anche un radicale mutamento dei rapporti tra le classi sociali dovute in primo luogo al conflitto internazionale. Sono adeguamenti della struttura di uno stato alla lotta con gli altri stati, quando questo adeguamento non avviene vi è la decadenza di tale sistema sociale. Per dirla con la terminologia di Fagan, i cambiamenti più o meno rivoluzionari si verificano quando una organizzazione sociale sperimenta un «fallimento adattivo», ovvero risulta inadeguata ad affrontare il rapporto con le altre nazioni, che ha sempre una certa misura di conflittualità anche se non sempre sfocia nel conflitto aperto. I cambiamenti rivoluzionari, ovvero i cambiamenti dell’intero assetto sociale, possono essere a loro volta di varia natura, possono essere un’opportunità per le classi inferiori quando riescono ad organizzarsi, oppure possono essere anche il contrario, ad es. sia il fascismo che il nazismo che pur furono a tutti gli effetti dei rivolgimenti interni (molto più il nazismo, il fascismo italiano dovette fare maggiori compromessi con il vecchio ordine) demolirono le organizzazioni operaie. È stata diffusa la teoria che fascismo e nazismo fossero principalmente delle organizzazioni nate con il principale scopo di sconfiggere il movimento operaio. In realtà, essi nacquero come regimi votati alla guerra e al conflitto internazionale, al fine del quale soppresserro le contraddizioni interne. Nella sua parte più radicale e rivoluzionaria, quella comunista, questo movimento intendeva essere un movimento che avrebbe rivoluzionato tutto il mondo, allo stesso modo in cui l’espansionismo globale europeo e occidentale ha in effetti, cambiato anzi stravolto, l’intero mondo. Mentre invece nella sua parte «riformista» pur mantenendo un generico riferimento al «socialismo» questo movimento realizzava un passivo adeguamento alla realtà, senza adoperarsi a rafforzare quell’alterità culturale che è essenziale alle classi non dominanti se non vogliono essere travolte. La funzione controculturale, è un fattore centrale del contropotere che devono esercitare le classi inferiori, e quindi anche delle organizzazioni che intendono difenderle, di cui un aspetto particolare è la controinformazione rispetto ai media «mainstream».              Per le classi inferiori l’acquisizione della mentalità individualista (l’individualismo liberale è sempre stata un’ideologia propria delle classi superiori) ha un significato del tutto diverso rispetto alle classi superiori, per le classi inferiori l’individualismo è devastante perché essi proprio per la condizione di subordinati hanno bisogno della solidarietà degli altri membri della classe, mentre le classi superiori hanno dalla loro il controllo del potere economico e coercitivo, e dei media. Senza un certo livello di contropotere, in tutte le accezioni su ricordate, la democrazia svanisce, sebbene si continuino a svolgere elezioni. La storia ha mostrato l’inadeguatezza della teoria marxiana della trasformazione sociale. I partiti e le organizzazioni del movimento operaio di indirizzo marxista, non seppero effettuare quella fisiologica adeguazione della teoria che è prassi normale, e si sono trovati senza una teoria che fondasse la prassi politica, infine si è presentato sulla scena «il convitato di pietra», come lo ho definito Costanzo Preve, il nichilismo che ha trasformato le organizzazioni del movimento operaio in appendici del neo-liberalismo dominante.

Dal libro di Gennaro Scala Per un Nuovo Socialismo      gennaroscala.it

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