La Costituzione tradita

apr 25th, 2020 | Di | Categoria: Interviste

 

Luigi Tedeschi intervista Giancarlo Paciello

La Costituzione tradita

1. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Così recita l’art. 1 della costituzione italiana. Tuttavia la svolta liberista di stampo anglosassone imposta alla struttura economico – sociale del paese sembra smentire questo principio fondativo. Anzi, tutte le norme costituzionali che affermano i principi di dignità e tutela del lavoro sembrano aver subito una abrogazione materiale. Il principio lavorista viene spesso contestato come un vecchio residuo ideologico, si vuole infatti sostituire il fondamento del lavoro con quello della libertà.

Potrebbe secondo me essere una cosa positiva, perché libertà è libertà dal bisogno. Servirebbe una visione più vasta della libertà umana. Ma di fatto non si vuole tener conto che la dignità umana si basa sul lavoro. Bergoglio usa questa espressione poetica: “Il lavoro unge di dignità l’uomo”. Questa è una formulazione recente della Chiesa. Pio XII in particolare in un suo discorso bollava “la smodata bramosia di piaceri” degli operai italiani che chiedevano aumenti salariali. Io insisto a riferirmi al dettato cattolico perché è quello che domina l’immaginario collettivo dell’Italia. Il Papa è sempre un valore assoluto riconosciuto da tutti. E’ il caso di rifarsi a persone al di sopra di ogni sospetto. Il quadro che tu descrivi è in realtà l’obiettivo che il neoliberismo dominante ha intenzione di colpire. Perché il soggetto si caratterizza come soggetto di consumo e quindi la dialettica sociale non è più quella di capitale e lavoro.

2. Alcuni giuristi ed intellettuali italiani sono contrari ad ogni progetto di riforma della costituzione sostenendo che la nostra sia “la più bella costituzione del mondo”. Altri ribattono che non si comprende come dalla più bella costituzione del mondo sia scaturita la classe dirigente peggiore del mondo. Cosa ne pensi in proposito?

L’aspetto che caratterizza la nostra costituzione è ancora quello delle potenzialità in essa contenute. Chi come Rodotà sostiene che la nostra sia “la più bella costituzione del mondo”, in realtà afferma che le potenzialità contenute in essa sono molte e qualificanti rispetto al lavoro e la dignità del cittadino e avrebbero richiesto l’impegno di una classe politica che traducesse in atto dette potenzialità. La classe politica, viceversa, ha ignorato totalmente i principi programmatici proposti dalla costituzione, e si é misurata solo sul terreno del potere e del governo. In particolare con la guerra fredda, la classe politica si é concentrata sulla contrapposizione tra la DC (USA) – PCI (URSS). Ed è stato così più facile che le apparenti contrapposizioni abbiano permesso vari livelli di compromissione. In una parola il consociativismo. In cui l’opposizione formale tra loro era netta, ma di fatto tutto avveniva senza una reale contrapposizione. Ciò che avvenne negli anni ‘60/’70, fu una grande anticipazione di ciò che poi, in clima di globalizzazione, diventeranno le larghe intese, che hanno una particolare ignobiltà rispetto alla prima repubblica. Tale “collaborazione” rafforzava però anche il proletariato, che faceva riferimento al PCI, e dava dignità alla vita complessiva dei militanti. Altrettanto accadeva per l’elettorato cattolico, che si batteva in difesa del paese contro il comunismo. Quindi l’ipocrisia non poteva andare oltre certi limiti. Il governo delle larghe intese, con l’abbandono totale delle contrapposizioni ideologiche, porta alla scomparsa della politica considerata quale interesse generale e la riconduce all’affarismo puro e semplice. Viviamo di fatto, da prima ancora della dissoluzione del comunismo storico novecentesco (che era già politicamente morto, quando si è anche amministrativamente dissolto), in un secolo postpolitico. La società, cioè, non rappresenta più a se stessa la propria dinamica globale attraverso la politica, e non è più oggetto di progetti di trasformazione a partire da ideologie politiche. Ciò non significa affatto che siano finite le ideologie. Significa, invece, che le ideologie correnti non hanno più carattere politico, e non costituiscono più progetti di configurazione complessiva della società, i cui mutamenti avvengono in maniera sempre più incontrollabile ed opaca. L’ideologia più diffusa e consolidata del nuovo secolo in cui siamo entrati è anche quella più inconsapevole della sua natura ideologica, e più umanamente meschina. Si tratta dell’ideologia del mercato come ultimo ed indiscutibile principio regolatore delle relazioni sociali, e del successo mercantile come motivazione primaria dell’agire collettivo e individuale. L’ideologia del mercato non è l’unica presente nelle costellazioni ideologiche del nostro tempo, nelle quali essa s’intreccia invece con altre più nobili ideologie postpolitiche, come l’ecologismo, il femminismo, i fondamentalismi religiosi, i nazionalismi tribali. Ma poiché tali ideologie riducono l’intero sociale alle dicotomie proprie delle parzialità su cui si fondano, e sono quindi inadatte a far percorrere vie di ricomposizione su nuove basi della società, nelle loro applicazioni pratiche si lasciano limitare e condizionare dall’ideologia del mercato, che finisce per rappresentare lo sfondo inconsapevole delle loro espressioni concrete. L’estinzione della sfera politica nel nuovo secolo che stiamo vivendo potrebbe sembrare contraddetta dall’importanza, addirittura crescente, di apparati e funzioni statuali e interstatuali nelle strategie economiche dei grandi gruppi capitalistici. Se l’agire di tali apparati e di tali funzioni viene fatto rientrare nella sfera politica, partendo dalle loro definizioni, allora la sfera politica è rimasta di primaria importanza per l’economia capitalistica, e addirittura sono diventate politiche le scelte stesse dell’impresa. Ma la sfera politica si qualifica come dimensione di scelte entro la quale si confrontano idee diverse sulla direzione complessiva della vita associata, con attori che si muovono su un piano distinto da quello economico. Soltanto avendo in mente questa nozione di politica, individuata nel Settecento da teorici come Rousseau e Sieyès, si può riconoscere il processo di estinzione della politica, e di depoliticizzazione degli Stati, iniziato a partire dalla metà degli anni Settanta, dopo il secolo della politica che è stato il secolo brevissimo (1914-1975). Oggi infatti, i poteri che continuiamo a chiamare politici sono in realtà poteri amministrativi, di pura gestione delle condizioni economiche e degli effetti sociali di un meccanismo di accumulazione capitalistica che determina automaticamente e immediatamente l’evoluzione della vita collettiva. Se le lotte di potere che per inerzia di linguaggio continuiamo a chiamare politiche sono oggi così meschine, e condotte da attori così privi di qualunque grandezza, è perché il potere che ne costituisce la posta non influisce più sulla direzione di sviluppo della società, e perché coloro che se lo contendono non mettono in campo idee realmente politiche, e non sono propriamente politici, ma amministratori dell’economia capitalistica. Di fatto, lo spazio “deputato” per poter far vivere l’interesse generale, e cioè la politica, in questo nuovo ciclo storico è scomparso. Non formalmente, perché, come sempre avviene nelle cose umane, un po’ per inerzia e un po’, soprattutto direi, per interesse di chi si serve dell’ideologia per spacciare lucciole per lanterne, la politica continua a trascinarsi da morta, avendo totalmente cambiato significato, dal momento che ha assunto il ruolo di semplice amministrazione, o peggio ancora di gestione privata degli interessi pubblici. E dunque, è passata da strumento per la gestione del “conflitto tra interessi sociali” a strumento per “l’accaparramento particolare” per tradursi definitivamente nello strumento per dominare “il regno della collusione e della corruzione” ! E continua anche oggi ad avere parvenze da viva per molte, troppe persone. E si determinano così le condizioni per la criminalizzazione dello spazio sociale. Potere e affari, collusione e corruzione si legano talmente da trasformare la criminalità in una componente strutturale, e non soltanto in un aspetto illegale sempre presente anche in passato. Emblematica a questo proposito è la trattativa Stato-mafia.E “Mafia capitale” !

3. Nella nostra costituzione la sovranità appartiene al popolo. Ma tale sovranità non è stata gravemente compromessa e limitata dalla adesione italiana alla UE e all’euro, oltre che dallo strapotere dei partiti, che con leggi elettorali – truffa impongono candidati e maggioranze che prescindono dalla volontà popolare espressa nelle urne? Le nostre elezioni non somigliano sempre di più a plebisciti propri di un regime dittatoriale? Cosa rimane della rappresentanza popolare nelle istituzioni politiche italiane?

Le domande sono tante. Cercherò di dipanare il groviglio, “u gliommere” avrebbe detto Gadda. La prima cosa da dire è che è vero che la sovranità appartiene al popolo, ma al di sopra della sovranità popolare c’è la legge. Noi non siamo una qualsiasi democrazia, siano una democrazia costituzionale. E’ l’aspetto più qualificante questo, perché denuncia nel modo più chiaro un’idea corrente, ma profondamente sbagliata. E cioè che il popolo eleggendo qualcuno lo renda padrone di tutto. Questa idea è sbagliata perché si potrebbe affermare che la maggioranza determina la morte della minoranza e del dissenso. Non viene riconosciuta l’articolazione della costituzione in tre parti e si finisce con l’assegnare ad una sola parte, al potere esecutivo un potere abnorme, che finirebbe con lo stravolgere tutti i diritti. Ad esempio, la legge elettorale – truffa attuale, o meglio quella con cui si è votato nel 2013, prevede che la coalizione vincente anche per un solo voto, si appropri di 340 dei deputati del parlamento. Una maggioranza assoluta, affidata a 4 o 5 segretari di partito che scelgono i nomi dei candidati. Non ci sono più deputati eletti, ma nominati. Con tale legge è stato eletto l’attuale parlamento, anche se a dicembre 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale detta “Porcellum”, proprio perché non permetteva all’elettore di scegliere il proprio candidato ma soprattutto favoriva in modo abnorme l’assegnazione del numero dei seggi alle varie coalizioni presenti. Valutiamola quantitativamente questa abnormità. Alle ultime elezioni politiche il PD di Bersani ha ottenuto meno voti del M5S di Grillo. Tuttavia, siccome la coalizione di centro – sinistra ha ottenuto la maggioranza relativa, il PD ha 340 seggi, mentre il M5S ne ha circa 160. E così il voto di chi ha votato M5S vale meno della metà dei voti di chi ha votato PD ! Ma con la legge elettorale approvata nei giorni scorsi, le cose stanno ancora peggio. Forse qualche deputato verrà eletto e non nominato, ma il partito, non più la coalizione che dovesse superare il 40% avrebbe il 55% dei deputati. Se si tiene conto che l’astensione dal voto è tra il 30 e il 40 per cento dell’elettorato, il 40% conseguito da un partito vale tra il 24 e il 28 per cento del corpo elettorale nel suo insieme. Un quarto del corpo elettorale avrebbe diritto al 55% dei seggi. Ma ancora peggio si presentano le cose, se nessun partito raggiunge il 40%. Infatti, dopo quindici giorni, i cittadini vengono chiamati di nuovo a votare. Per chi potranno votare ? Per uno dei due partiti arrivati in testa alle elezioni di quindici giorni prima. Ci sarà come si dice il ballottaggio. Basterà questa volta un solo voto in più, perché il partito vincente si aggiudichi sempre il 55% dei seggi in parlamento. E quindi una minoranza compresa tra il 20 e il 25 per cento, ma che potrebbe essere anche inferiore al 20% (ai ballottaggi i cittadini che vanno a votare sono generalmente in numero inferiore al turno iniziale) sarà padrona di tutto, non essendoci più un Senato degno di questo nome ! Per quanto riguarda il riferimento al plebiscito, molto dipende di per sé, dal sistema maggioritario, ma la legge elettorale del 2005 (Porcellum), esasperava oltre ogni limite i rischi del plebiscito. La rappresentanza popolare: se il parlamentare deve la nomina al segretario del suo partito, la sua interessata fedeltà è rivolta al segretario, non certo all’elettore che soltanto indirettamente ha permesso la sua elezione. Non c’è quindi nessuna rappresentanza popolare. Ora, con l’Italicum, (sbrigatevi a cambiare nome alla rivista !) le cose, se possibile, sono ancora peggiori. Secondo me la nuova legge elettorale è incostituzionale, ma se la Corte Costituzionale ha bisogno di altri otto anni per accorgersene (tanti sono gli anni passati dalla nascita del Porcellum alla sentenza della Corte), Renzi avrà avuto modo di friggerci tutti, da buon servitore del capitale finanziario internazionale.

4. Secondo me la nostra costituzione non è tanto da riformare, quanto da attuare. Non si è data infatti dal 1948 che parziale attuazione a molti precetti costituzionali in materia economica e sociale. La costituzione è nata da un compromesso tra liberali, cattolici e comunisti. Tale compromesso oggi è venuto meno con la fine delle ideologie novecentesche, ma non ha negativamente inciso sulla sua attuazione? Quale la tua idea a tal riguardo?

E’ probabile che finisca con non rispondere a tono, ma vorrei approfittare per chiarire meglio possibile, al meglio delle mie conoscenze intendo dire, l’importanza della nostra Costituzione. Il compromesso cui accenni nella domanda, secondo me, è venuto meno, fin dai primi anni ’50 del secolo scorso, con i partiti che hanno occupato tutto lo spazio della democrazia, infischiandosene altamente della Costituzione. Ora poi … Ricorderete che nel rispondere alla prima domanda ho fatto riferimento ad un’idea semplice, ma che ho sottolineato essere del tutto sbagliata, e cioè che la sola fonte di legittimazione del potere politico sia il consenso popolare e quindi che proprio questo consenso legittimi ogni abuso e delegittimi critiche e controlli. Ebbene, penso che sia importante, chiarire perché quest’idea sia sbagliata e anche perché sia stato così semplice che prendesse così facilmente piede. C’è stato un tempo in cui sia per i giuristi e sia (a maggior ragione) per il senso comune, non esisteva l’idea di una legge sopraordinata alla legge, capace cioè di vincolare i contenuti dell’attività legislativa. Infatti, nel paradigma dello Stato liberale, la legge, qualunque ne fosse il contenuto, era la fonte suprema e illimitata del diritto. Di qui all’idea precedentemente accennata il passo è brevissimo, perché siamo vicinissimi alla nozione di democrazia come potere del popolo di assumere, direttamente o tramite rappresentanti, le decisioni pubbliche. Questa nozione può essere chiamata formale in quanto individua il chi (il popolo o i suoi rappresentanti) e il come (il suffragio universale e la regola della maggioranza) è responsabile delle decisioni, ma tutto questo indipendentemente dai contenuti ovvero da che cosa viene deciso. Ora, per tutti gli amanti della Costituzione, una tale democrazia costituisce sicuramente una condizione necessaria ma nient’affatto sufficiente perché si possa parlare realmente di democrazia o meglio ancora di democrazia costituzionale. Cominciamo col dire che se la definizione del paragrafo precedente è in grado di rappresentare la dimensione politica o formale della democrazia essa non sa spiegare le attuali democrazie costituzionali, che sono tutte caratterizzate dal fatto che in esse la legittimazione popolare non è sufficiente a legittimare qualunque decisione. Occorre infatti avere chiaro in mente che il costituzionalismo ha modificato radicalmente il paradigma giuridico, dal momento che anche il potere legislativo e del governo sono giuridicamente limitati e vincolati non più soltanto alle forme ma anche ai contenuti del loro esercizio. E non si tratta certamente di poca cosa ! Vediamo allora di precisare questi limiti e questi vincoli imposti dai diritti costituzionalmente stabiliti. Innanzitutto cominciamo col dire quali sono questi diritti. Si tratta sostanzialmente dei diritti di libertà (di parola, di stampa, di associazione e di riunione), e dei diritti sociali (diritto alla salute, all’istruzione, etc.) I primi vietano, giudicandole non valide, le decisioni prese in contrasto con essi, mentre i secondi impongono come dovute le decisioni dirette a soddisfarli. Si capisce subito la responsabilità di una classe politica per far sì che le leggi ottemperino il dettato della Costituzione. Se ne deduce chiaramente che la nozione formale o politica della democrazia (la virtuale onnipotenza della maggioranza) non comprende le democrazie costituzionali. I diritti cui abbiamo accennato più sopra definiscono di fatto la democrazia costituzionale, rendendola sostanziale dal momento che fanno riferimento al che cosa (la sostanza) le costituzioni vietano o obbligano che si possa o si debba decidere. Se da una parte l’esercizio consapevole dei diritti politici presuppone sempre la garanzia di detti diritti, dall’altra l’assenza di qualunque limite sostanziale ai contenuti delle legittime decisioni mette in discussione la democrazia che può essere cancellata con le sue stesse regole formali e può dunque accadere che, con metodi democratici, la democrazia venga affidata a un capo che la sopprima. Del resto sia il fascismo che il nazismo sono andati al potere democraticamente ! Ecco quanto è fuorviante (e sbagliato) pensare le libere elezioni come la sostanza della democrazia ! padri costituenti, forti dell’esperienza del fascismo si adoprarono per dar vita ad una Costituzione che rappresentasse una norma suprema alle quali tutte le altre fossero rigidamente subordinate. In un tale quadro, la legalità cambia natura dal momento che non è più soltanto condizionante e disciplinante ma diventa a sua volta condizionata e disciplinata. Da semplice prodotto del legislatore passa ad essere anche limite e vincolo per il legislatore ! Con quali conseguenze pratiche ? Di fatto il diritto non si limita a regolare le forme di produzione del diritto mediante norme procedurali sulla formazione delle leggi, ma ne vincola altresì i contenuti mediante norme sostanziali sulla produzione, quali sono in particolare quelle che enunciano diritti fondamentali. La violazione dei vincoli al rispetto e all’attuazione di tali diritti genera antinomie, consistenti nell’indebita presenza di norme sostanzialmente invalide perché con essi in contrasto, oppure lacune, consistenti nell’assenza parimenti indebita, delle norme che ne stabiliscono le necessarie garanzie. In definitiva, perché oggi una legge sia valida è necessario non solo che le sue forme, cioè i procedimenti di formazione degli atti legislativi, siano conformi, ma anche che la sua sostanza, cioè i suoi significati o contenuti, siano coerenti con le norme costituzionali che ne disciplinano la produzione. Quello che ho chiamato cambiamento di natura della legalità (che non è più soltanto condizionante e disciplinante ma a sua volta condizionata e disciplinata), provoca di conseguenza anche la trasformazione delle condizioni della democrazia, che non sono più soltanto formali ma anche sostanziali. Cambia sostanzialmente il rapporto tra politica e diritto. Ad una situazione in cui la politica si serviva del diritto, ne segue una ben diversa: ora è la politica che diventa strumento di attuazione del diritto. Le due dimensioni della democrazia, quella formale e quella sostanziale risultano così strettamente legate ad altrettante classi di diritti fondamentali. I diritti formali di autonomia e cioè i diritti politici nella sfera pubblica della politica e i diritti civili nella sfera privata del mercato che assicurano la forma democratica delle decisioni, e i diritti sostanziali, e cioè i diritti di libertà e i diritti sociali, che proprio di queste decisioni garantiscono la sostanza democratica. Il modello normativo della democrazia costituzionale risulta configurato in più dimensioni corrispondenti ad altrettante classi di diritti fondamentali: – democrazia politica assicurata dalle garanzie dei diritti politici – democrazia civile assicurata dalle garanzie dei diritti civili – democrazia liberale assicurata dalle garanzie dei diritti di libertà – democrazia sociale assicurata dalle garanzie dei diritti sociali Queste ultime due classi sono note come liberaldemocrazia e socialdemocrazia. Con la duplicazione delle regole sul potere, la costituzionalizzazione rigida dei diritti fondamentali ne ha vincolato l’esercizio non solo alle norme sul “chi” è legittimato a decidere (democrazia come governo del popolo) ma anche alle regole per le scelte relative al “che cosa” decidere (democrazia come governo per il popolo). Definito il paradigma della democrazia costituzionale, e qui provo a rientrare in tema,va detto che trattandosi di un modello normativo, questo sia contrassegnato, da un grado di ineffettività e dunque di illegittimità, che se per un verso è del tutto fisiologico, allo stesso tempo investe la scienza giuridica di un ruolo critico delle antinomie e delle lacune e di un ruolo progettuale per superarle o almeno per ridurle. Negli ultimi venti anni in Italia si è andati ben oltre il “fisiologico”, con il Corpus iuris ad personam, finalizzato a sottrarre il presidente del Consiglio ai processi penali nei quali era coinvolto, ma anche con la precarizzazione del lavoro (che ha coinvolto milioni di persone !) e con l’attacco diretto alla Costituzione, nelle proposte di sopprimere l’incipit: “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” e il principio, stabilito nell’articolo 41, in cui si dice che “l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” ! Pensate un po’ alle bestialità di Monti premier circa i diritti di Marchionne, del resto non contestati da nessuno ! A mio parere, attacchi così violenti la Costituzione ne aveva già subiti anche prima dell’avvento di Berlusconi. L’aspetto più grave, consiste però nello sviluppo di un processo (la decostituzionalizzazione) che porta alla distruzione, dall’alto e dal basso, della rappresentanza politica. E con Renzi, siamo proprio alla frutta ! E qui chiudo, dichiarando, apertis verbis, di dovere al prof. Luigi Ferrajoli, la sostanza dell’elaborazione, tratta da “Poteri selvaggi”.

Italicum 

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