Tra destra e sinistra: Il nazismo “rosso” dei fratelli Strasser

nov 21st, 2020 | Di | Categoria: Documenti storici

TRA DESTRA E SINISTRA: IL NAZISMO “ROSSO” DEI FRATELLI STRASSER

di

Norberto Fragiacomo

 

 

Al pari dell’ormai desueto “socialsciovinista” l’epiteto “rossobruno” viene adoperato con valenza più diffamatoria che descrittiva: non indica specificamente, infatti, il fautore di una relativa eguaglianza di diritti fra i membri della propria comunità nazionale (magari a detrimento degli appartenenti ad altre etnie) bensì, affatto genericamente, chiunque nella realtà odierna si azzardi a criticare la “sinistra” dei buoni sentimenti e delle buone maniere. E’ un marchio d’infamia che risparmia all’accusatore – non sempre in buona fede – l’alea di un cimento dialettico in cui potrebbe anche soccombere: inevitabile il parallelismo con termini oggi di moda come “complottista” e “negazionista”, largamente impiegati per tacitare chi esprime riserve sulle ottime intenzioni dell’élite governante o quanti, pur senza minimizzare la gravità dell’epidemia in corso, dubitano dell’attendibilità di certe cifre e della trasparenza delle decisioni assunte… oltre che dell’imminenza della fine del mondo. La differenza risiede nel fatto che la taccia di complottista o negazionista elargita dall’informazione mainstream procura la disistima generale, quella di rossobruno l’astio di un piccolo universo nostalgico in via di estinzione.

Al di là degli artifici dialettici – e ben prima della loro diffusione come mezzo (poco cavalleresco) di lotta politica – c’è stata tuttavia un’epoca in cui rossobruni autentici sono esistiti sul serio, ed hanno pure contato qualcosa.

Patria del Socialismo c.d. scientifico la Germania lo è stata anche dei suoi avversari più agguerriti ed insidiosi, perché capaci di mimesi. Eugen Dühring e i ben ammanicati “socialisti della cattedra” fecero – chi consapevolmente, chi meno – efficace opera di disinformazione e lo stesso si può dire di Oswald Spengler, il cui “Socialismo Prussiano” è un fumoso, ma raffinato miscuglio di misticismo, velleità espansionistiche e disciplina militaresca che con l’aborrito marxismo non ha nulla in comune: ad attrarre gli operai tedeschi dopo la disfatta della prima guerra mondiale furono però ideologie più rozze e terra terra, che avevano il pregio di poter essere interiorizzate senza bisogno di troppe riflessioni.

Il ferroviere Anton Drexler si proclamava socialista ma, da buon patriota, era irriducibilmente ostile alle potenze dell’Intesa oltre che al capitalismo sfruttatore. Fin qui nulla di eclatante, visto che i socialdemocratici avevano votato in massa, al Reichstag, i crediti di guerra: la particolarità stava nel fatto che Drexler identificava i capitalisti con gli ebrei e riversava il suo odio “di classe” su questi ultimi. Malanimo antico in una veste nuova: siamo di fronte a una caricatura “su base etnica” del marxismo non adatta ai palati fini, ma in grado di suscitare il consenso di gente disperata. Il problema è che, a guerra persa, di partitelli come il DAP ce n’erano parecchi e alle riunioni nell’Hofbräukeller di Monaco partecipava sì e no qualche decina di persone (ironia della sorte sembra un’istantanea delle assemblee delle sinistre “radicali” odierne…). Il programma politico non era granché diverso da quello dei coevi Fasci da combattimento, e tra un boccale e l’altro le discussioni andavano per le lunghe. Caso volle che a una di queste riunioni si presentasse un reduce di guerra dall’animo inquieto (ed inquietante) – anzi, non esattamente il caso perché ad inviarcelo come osservatore era stato l’esercito di cui il caporale Adolf Hitler da Braunau faceva ancora parte. L’impressione non fu esaltante, ma in quel gruppo di operai esasperati il trentenne austriaco, che avrebbe presto rivelato un fiuto politico di prim’ordine, intravide un’occasione per emergere. Divenne assiduo a quegli incontri e iniziò a intervenire, suscitando entusiasmo e ammirazione. Scalò in fretta le gerarchie del partito, che mutò nome in NSDAP (Partito nazionalsocialista degli operai/lavoratori tedeschi). A cambiare non fu soltanto la sigla, ma pure l’impostazione: a Hitler i proletari servivano come massa di manovra, ma gli interlocutori che preferiva erano alti ufficiali e grandi imprenditori. Si legò pertanto al feldmaresciallo Ludendorff insieme al quale mise in scena il fallimentare “Putsch della birreria”, che gli costò meno di un anno di detenzione: a conti fatti un buon affare, poiché acquisì una notevole popolarità fra i nazionalisti e in carcere ebbe tempo e modo di “schiarirsi le idee” e scrivere il Mein Kampf.

Il Partito nazionalsocialista non rimase però privo di guida, perché ad assumere una sorta di reggenza fu un farmacista bavarese che si era battuto eroicamente in guerra. Nato nell’incantevole città di Landshut Gregor Strasser diede una dimensione nazionale a un movimento che fino ad allora non era uscito dai confini della Baviera, segnalandosi per abilità oratoria, talento organizzativo e sincera passione politica: per finanziare il partito non esitò a ipotecare la propria farmacia. Nella sua monumentale “Storia del III Reich” William Shirer gli dedica non poche pagine, e il ritratto che ne fa Joachim Fest tradisce una larvata simpatia del grande storico nei confronti del personaggio: “Uomo di aspetto rude e massiccio, e tuttavia di animo sensibile, che non rifuggiva dalle risse da osteria ma leggeva Omero nella lingua originale e sembrava insomma incarnare in pieno il cliché del sanguigno notabile di provincia bavarese, Strasser era un personaggio tutt’altro che insignificante (…) non poteva certo andar d’accordo con Hitler, freddo, nevrastenico, contorto, e il cui aspetto fisico, allo stesso modo del frenetico demonismo di cui era preda, infastidiva Strasser non meno del suo famigerato, servile entourage (J. FEST, Hitler, pag. 279)”. Aggiunge lo studioso che il concetto di nazionalsocialismo, “ancora affatto indefinito”, si prestava alle più varie interpretazioni e Gregor ne adottò una che l’avrebbe inevitabilmente messo in rotta di collisione col futuro Führer: semplificando all’eccesso possiamo dire che Strasser e suo fratello Otto, abile ideologo e propagandista, anteposero l’aggettivo socialista a nazionale.

 

 

 

Ma cosa si proponeva precisamente la cerchia che, con Hitler in apparenza fuori dai giochi, andava infoltendosi intorno ai due fratelli di Landshut? Senza dubbio un clamoroso cambio di rotta: il periodico Lettere nazionalsocialiste si rivolgeva alle masse proletarie della Germania settentrionale esortandole alla lotta anticapitalista. Joachim Fest (pag. 284) riporta l’opinione di uno “strasseriano” berlinese che invitava a non mostrar “paura di fronte alle parole lavoratore e socialista”, e sulle pagine del quindicinale si poteva leggere “noi siamo socialisti, nemici, avversari giurati dell’attuale sistema economico capitalista con il suo sfruttamento degli economicamente deboli. Noi siamo decisi a distruggere a ogni costo questo sistema”. Tra gli obiettivi del gruppo, da conseguire con metodo rivoluzionario, figuravano la creazione di comuni agricole, l’esproprio delle grandi proprietà terriere e una parziale socializzazione delle imprese piccole, medie e grandi, e più di qualcuno fra i suoi membri guardava con interesse all’esperienza sovietica.

L’estremismo “di sinistra” impersonato dai due Strasser e, fra gli altri, da un giovane intellettuale di nome Joseph Goebbels, il conseguente, paradossale avvicinamento del partito alle posizioni del SPD e del KPD – cioè degli odiati comunisti – facevano infuriare Hitler che, non appena uscito di prigione, si preparò al redde rationem. Il casus belli fu rappresentato dalla disputa sull’esproprio dei beni delle case regnanti, cui Strasser e i suoi erano favorevoli. Nel direttivo convocato a Bamberga (1926), cioè per così dire “in casa”, Adolf Hitler lanciò un attacco durissimo agli strasseriani: parlò per oltre quattro ore di fila, facendo letteralmente a pezzi un programma che, ai suoi occhi, era pura eresia. “Il buon Strasser, l’onesto Strasser” – scriverà subito dopo Goebbels – prende la parola, balbetta… è frastornato, non riesce a difendersi efficacemente da quella gragnuola di improperi e accuse di tradimento, che non si aspettava. Debolezza di carattere, codardia, scarsa fiducia in sé stesso e nelle idee professate? Niente di tutto questo: la foga oratoria dell’uomo di Braunau lo aveva impressionato, disorientato, annichilito. Noi che oggi sorridiamo con vacua sufficienza delle pose e del tono di Mussolini, che invece all’epoca funzionavano benissimo, siamo percorsi da un brivido allorquando (ri)sentiamo le concioni di Hitler: ogni sua parola è un colpo di frusta e possiamo bene immaginarci lo stato d’animo di un leader messo alla berlina, offeso, minacciato da quella voce sinistramente metallica.

A Bamberga il carisma di Adolf Hitler conquistò Goebbels, che prima era stato suo avversario: non Gregor né tantomeno Otto, forse il più “socialista” e radicale dei due. Nel 1928 il maggiore dei due fratelli fu eletto deputato al Reichstag, ma la sua stella era ormai al tramonto: non costituiva più un’alternativa al “capo”, ridotto com’era a un subordinato che si poteva blandire, sconfessare e – all’occorrenza – persino umiliare.

Era sempre più isolato e dovette subire anche l’espulsione di Otto: segno che non c’era più posto – in un NSDAP erettosi a paladino del privilegio e della grande imprenditoria – per velleità socialisteggianti e anticapitaliste.

Dopo una sconfitta elettorale in Turingia si giunse alla resa dei conti: come già a Bamberga Hitler sommerse di contumelie lo sfiduciato oppositore interno, che dando sfogo alla rabbia e alla frustrazione a lungo represse abbandonò la sala per poi indirizzare alla “guida” una lunga e aspra lettera di dimissioni che gettò i vertici del partito nel panico.

Cosa aveva in mente Gregor Strasser, nel frattempo resosi irrintracciabile? Una scissione, una guerriglia sfibrante e letale in un momento di estrema difficoltà (visto che nel settentrione aveva ancora numerosi estimatori ed era pur sempre un parlamentare)? Purtroppo per lui niente di tutto questo: “Il tanto ricercato e temuto Strasser, che per un momento storico sembrò avere nelle proprie mani il destino del movimento, si limitò a trascorrere il pomeriggio in compagnia di un amico, davanti a un bicchiere di birra (J. FEST, pag. 427)”; quindi se ne andò via in treno, da solo.

Non tutti gli uomini sono all’altezza del ruolo che prospetta loro la Storia: non lo fu Gneo Pompeo e non lo fu nemmeno Gregor Strasser, la cui fine politica anticipò di poco quella fisica. La “notte dei lunghi coltelli” se lo portò via assieme ai capi di quelle SA che il borioso fondatore Ernst Röhm immaginava di sostituire come forza combattente all’esercito regolare egemonizzato dai cavalieri prussiani. Anche Röhm – nazista della prima ora al pari di Strasser – detestava i capitalisti ed auspicava una “seconda rivoluzione” che Hitler, oramai determinato ad allearsi con l’élite economica tedesca, non poteva permettersi: la conseguenza fu un cinico e sanguinoso repulisti che cancellò le anomalie. Al proletariato tedesco in camicia bruna il Führer avrebbe in seguito offerto un illusorio benessere – a spese altrui – nell’Europa orientale, ma questa è decisamente un’altra storia.

Ci si può chiedere – e già la domanda scandalizzerà i benpensanti – se i due fratelli Strasser (Otto scappò e riuscì a salvarsi) possano essere considerati dei “socialisti”, per quanto atipici. Hitler li riteneva tali, a chi scrive paiono piuttosto i prototipi di un “rossobrunismo” che, in quanto fenomeno storico, andrebbe studiato con spassionata attenzione anziché maledetto. Può dispiacere, ma un nazismo (e un fascismo) anticapitalista – e perciò “di sinistra” – è realmente esistito.

 

 

 

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