La macchina mostruosa

mar 20th, 2010 | Di | Categoria: Cultura e società, Storia

di Federico Stella

i-am-a-fugitive-fromNon vedevo l’ora di tornare a casa per incominciare una nuova vita, essere libero e invece devo continuare a obbedire, sono un ingranaggio di questa macchina più mostruosa di quella militare e voi, tutti voi, mi volete derubare del mio avvenire spingendomi a fare quello che voi ritenete sia bene per me.

Sono queste le parole con cui il reduce di guerra James Allen ammonisce la madre e il fratello maggiore, ansiosi di reintegrarlo immediatamente nella catena produttiva. Allen infatti è un privilegiato perchè al contrario degli altri reduci ha un posto assicurato che lo aspetta in una fabbrica di un amico di famiglia. Allen, tuttavia,  ha il terrore di ciò,  non vuole essere un semplice ingranaggio e continuare a ricevere sempre e solo ordini, egli non vuole lavorare nella fabbrica da lui definita come una “macchina più mostruosa di quella militare”. “Io voglio evadere” urla Allen alla madre e al fratello.

Allen, dopo aver tentato svogliatamente di lavorare in fabbrica, si mette allora a vagabondare in cerca di altri lavori, con nella testa il solo desiderio di realizzare il suo sogno:diventare un costruttore. Le vicende, tuttavia, prendono ben presto un’inaspettata piega. Allen è coinvolto contro la sua volontà in un furto e, arrestato, è condannato a dieci anni di lavori forzati. I sogni e le speranze di Allen crollano nel nulla.

Sono queste le prime scene di un film che definirlo terrificante è poco. Un film che mostra la realtà del primo dopoguerra senza troppi fronzoli, raccontando una storia in cui la speranza e i sogni sono ridotti a vaghi ricordi. Non c’è traccia di buonismo, nessuna speranza nella magnanimità dello stato e delle istituzioni, nessun personaggio che appaia positivo agli occhi dello spettatore. Io sono un evaso, girato nel 1932 da Mervyn LeRoy, già regista del celebre film gangster Piccolo Cesare, può essere considerato come una delle pellicole più atipiche dell’epoca. James Allen è interpretato da Paul Muni, attore protagonista del primo Scarface.

L’atipicità della storia raccontata nel film, ambientata durante gli anni venti, è riscontrabile anche nella rappresentazione che viene data delle carceri; qui lo stato non esiste, nessuno è “buono” e i diritti umani sono solo chiacchere. I prigionieri vivono in catene, sono soggetti a ogni tipo di brutalità e di tortura, non è data loro nessun tipo di assistenza e il cibo è uno schifo. Costretti a lavorare tutto il giorno come delle bestie, al primo sgarro, o presunto tale, i carcerati sono vittime di violenze psichiche e fisiche e, giunti finalmente alla sera, chi “non si è comportato bene” è punito con una serie di cinghiate a schiena nuda. Tutto ciò è rappresentato con una glacialità incredibile in cui nessuna escamotage stilistica o narrativa è utilizzata per far apparire i carcerieri come un minimo umani. Nessuna delle guardie ha una personalità e per lo spettatore sono impossibili da distinguere; sembrano solo automi con l’unica funzione di occuparsi degli escrementi della società.

Chain_GangIl mondo è rappresentato in questo film come una macchina mostruosa. Allen, infatti, si è trovato ad essere prima un ingranaggio della guerra, poi della fabbrica e ora del carcere. Da una gabbia spersonalizzante a un’altra ancora peggio. Sembrano non esserci vie di fuga per la persona la quale si ritrova catapultata da un sistema coercitivo all’altro.

Allen, però, non demorde e organizza un’evasione che riesce. Ora Allen ha di fronte a sè una nuova possibilità e la sfrutta al meglio cambiando identità e riuscendo, nell’arco di pochi anni, a diventare uno stimato ingegnere. Tuttavia, egli è tenuto ostaggio da una donna senza scrupoli che, venuta a conoscenza del suo segreto, lo costringe a sposarla. Anche la fiducia nel prossimo e nell’altro sesso è cancellata. La moglie, donna avida di denaro, di vanagloria e distrutta dal vizio, per impedire ad Allen di divorziare lo denuncia alla polizia. Le porte del carcere si riaprono di nuovo al protagonista del film.

Ripiombato in prigione, questa volta Allen non è più un anonimo ladro e reduce di guerra, adesso egli è un affermato ingegnere, un cittadino esemplare. Approfittando dell’attenzione mediatica sul suo caso, Allen denuncia le condizioni pietose delle carceri dello stato dove era stato prigioniero la prima volta, creando così scandalo nell’opinione pubblica. Essendo ora prigioniero in un altro stato, lo stato sotto accusa gli propone di tornare volontariamente, facendogli la promessa di renderlo un uomo libero dopo soli tre mesi simbolici di prigionia. Allen accetta. Ma sbaglia, perchè in realtà è una menzogna, una trappola per fargli pagare la pubblicità negativa che aveva fatto all’istituzione carceraria.

La realtà rappresentata in questo film è raccapricciante. Ci si trova di fronte un uomo solo, tradito dal prossimo (l’uomo che lo coinvolge nel furto), dalla donna e dallo stato, usato come un ingranaggio al servizio di meccanismi economici a lui totalmente sconosciuti. Prima fa una guerra per interessi altrui, poi lavoro in fabbrica per interessi altrui e poi per coronare questa meravigliosa vita finisce in carcere. Ma questo film non distrugge solo la società e le articolazioni in cui essa è strutturata: il mito dell’uomo che si fa da solo, il self made man americano, crolla anch’esso. Allen dopo aver raggiunto i vertici del successo lavorativo, in meno di un attimo è abbattuto. Tanta fatica per cosa? Da cittadino modello torna a essere il rifiuto della società. Il film demolisce così anche la vana e illusoria via del successo personale e lavorativo fine a se stesso, uno dei miti dell’attuale società in cui viviamo

Resta ora da analizzare il ruolo della famiglia di Allen in questo dramma e se l’aspetto religioso è in qualche modo presente nel film. La madre, che sembrava essere all’inizio del film l’unica figura in grado di comprenderlo, favorendo con grande rammarico la sua decisione di rifiutare il lavoro in fabbrica, alla fine del film non c’è. Si suppone quindi sia morta. Neanche lei ha in nessun modo potuto salvare il figlio dalla triste sorte. Il fratello, un pastore protestante, dal carattere un po’ conservatore, è tutto sommato una brava persona, ma è anch’egli totalmente impotente di fronte al fiume di catastrofi che colpiscono il fratello minore. E’ chiaro quindi che Allen non ha nessuno. Tradito dal prossimo, dalla donna e dallo stato, Allen non può trovare conforto nemmeno nella famiglia e in Dio. Anche Dio, rappresentato dal fratello pastore, sembra impotente di fronte al dramma della sua vita.sjff_01_img0230

Il film, rappresentando un individuo atomizzato senza più nulla cui potersi aggrappare, abbandonato e tradito da tutti, è in qualche modo anche profetico; rappresenta, infatti, un’organizzazione socio-economica che non sa più che farsene della borghesia stessa e dei vecchi legami tradizionali, un’economia gestita da alcune oligarchie avvolte da un velo di adorazione e di timore a cui sono sottoposte anonime masse, composte da altrettanto anonimi individui. Chi non vuole essere un ingranaggio non è più nemmeno in grado di identificare il proprio nemico avendo la sensazione di essere vittima di forze oscure e, come caduto in un fiume in piena, non sa più dove aggrapparsi. Perso l’orientamento, è costretto a vivere nell’ombra, come Allen nella bellissima e allo stesso tempo agghiacciante scena finale.

 

 

 

Tags: , , , ,

Lascia un commento