In difesa dell’umano: corpo e intelligenza artificiale

ago 2nd, 2023 | Di | Categoria: Cultura e società

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In difesa dell’umano: corpo e intelligenza artificiale

di Luciano De Fiore e Roberto Finelli

 

L’essere umano accede alla rappresentazione attraverso il sentire corporeo ed emozionale, perciò la nostra è una mente incarnata. Contro i tecno-profeti dell’IA che annunziano un futuro liberato dai limiti della materialità del corpo bisogna riaffermare il fondamento biologico-animale della vita umana e la funzione ineliminabile del linguaggio. Conversazione con Roberto Finelli.

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Luciano De Fiore (LDF) – L’intelligenza artificiale generativa sembra basarsi del tutto sul nutrimento che riceve dal web: anche i computer quantici mimano l’intelligenza elaborando quantità insondabili di dati e ricavandone modelli. Così, ChatGPT è in grado di scrivere un saggio di livello passabile su quasi ogni argomento, anche in ambito medico-sanitario, come DALL-E 2 è in grado di produrre immagini alla Picasso avendo analizzato e metabolizzato qualcosa come l’intera storia dell’arte. Più le macchine si allenano, più appaiono intelligenti. Di cosa mancano perché le si possa considerare soggetti a pieno titolo, magari dotati di una psiche e moralmente imputabili?

Roberto Finelli (RF) – La differenza di fondo tra una macchina e un organismo vivente è che la prima è costituita da un assemblaggio di parti, da un insieme di pezzi che vengono collegati tra loro uno dopo l’altro, dopo essere stati concepiti e costruiti come ciascuno a sé stante, mentre un organismo vivente è un corpo profondamente unitario, fin dalla sua nascita. L’organismo umano nasce da una sola cellula, l’ovulo fecondato, che si sviluppa moltiplicandosi e differenziandosi, mantenendo come scopo primario della sua attività la riproduzione e la salvaguardia della sua unità.

Ciò significa che mentre ogni parte di un artefatto, come una macchina è un elemento semplice, che si connette e incastra con altri elementi, nel passaggio appunto dal semplice al complesso, ogni parte e funzione del vivente è di natura invece originariamente complessa in quanto è attraversata e generata fin dall’inizio da una logica unitaria e sintetica.

È proprio tale fine costante, da parte di un organismo vivente, di mantenere e produrre la propria unità di vita – la coerenza e la continuità della propria individualità – a costituire per esso il luogo del “senso” e del “valore”. A formare cioè il punto di vista e la prospettiva da cui guardare e interpretare il mondo, selezionando e traendo da esso ciò che è utile e indispensabile al suo sforzo permanente di mantenersi in vita (conatus sese servandi, avrebbe detto Spinoza) al massimo possibile del suo equilibrio e del suo benessere. Vale a dire che ogni organismo vivente “interpreta” – nel senso che sceglie e seleziona – ogni segnale e ogni modificazione dell’ecosistema in cui vive a partire da un “senso” originario e di fondo che è sinonimo sia di ciò che sente, nel bene o nel male, nella laetitia o nella tristitia (sempre per usare il linguaggio del filosofo sefardita) al proprio interno sia di ciò che intenziona e dà la direzione al proprio futuro.

Ma di qui nasce anche la distinzione profonda (e assai importante per il dibattito di oggi su dispostivi digitali e Intelligenza Artificiale) tra “informazione” e “interpretazione”. L’informazione attiene infatti alla conoscenza che può essere codificata e attraverso tale codifica (nel linguaggio naturale, nella scrittura alfabetica, in stringhe di bit nel linguaggio digitale) resa universalizzabile e accessibile a tutti. Cioè trascritta, depositata e memorizzata in una forma comune a una intera umanità presente, passata e futura. (Si pensi che cosa abbia potuto significare quanto a una maggiore universalizzazione e trasmissione del sapere il passaggio dalla scrittura attraverso un’ampia quantità di ideogrammi e geroglifici, posseduta solo da pochi, alla scrittura alfabetica, composta di soli 20/30 segni e come tale usufruibile e utilizzabile dai molti). L’interpretazione è invece necessariamente individuale e privata, perché rimanda alla prospettiva, unica e irripetibile, della nostra personale storia e del nostro personale programma di vita. Ed è appunto l’interpretazione che riconduce e utilizza l’universale pubblico dell’informazione nel contesto particolare di un determinato organismo vivente.

Potremmo dire, ulteriormente, che qui si fonda la differenza tra “significato” e “senso” del nostro conoscere, perché mentre il significato rimanda all’uso codificato e pubblico dei termini e dei concetti, il senso rimanda all’effetto e alla risonanza che in ultima istanza il discorso concettuale e discorsivo produce nel nostro sentire, ossia nello statuto dell’omeostasi e dell’autoriproduzione del nostro corpo biologico e animale.

 

LDF – Con parole che dovrebbero riuscirti familiari, cosa rende attualmente impossibile a un soggetto macchinico, per quanto intelligente, di “trasumanare” da strumento d’informazione a soggetto interpretante?

RF – L’intelligenza artificiale è per definizione una intelligenza (se vogliamo nominarla così) senza corpo. Trascrive e codifica sia i fonemi dei linguaggi naturali sia i dati e contenuti dell’esperienza sensibile in stringhe di numeri a partire dal codice binario 0/1. Ed è proprio questa trascrizione dell’intera realtà in un codice digitale, senza corpo e dunque senza la tridimensionalità dello spazio, che assicura alla macchine digitali una straodinaria capacità di calcolo, di accumulazione enorme di dati, di velocità gigantesca di trasmissione, facendone strumenti meravigliosi che possono essere utilissimi all’umanità quanto all’approfondimento dei modi e dei campi della ricerca e quanto a una dialogicità intersoggettiva che si avvii sempre di più verso l’unificazione, utopica ma non meno perseguibile, dell’intero genere umano.

Ma dire matematizzazione dell’esperienza umana significa introdurre la dimensione del discreto, del discontinuo (com’è proprio di ogni successione numerica), di misurazione precisa e priva di contraddizione, all’interno di un processo di vita emozionale-psichica caratterizzato invece da una dimensione di continuità, intessuta di ambivalenze affettive, di adombramenti, di incertezze, di memorie del passato e di protensioni verso il futuro. Vale a dire che il codice alfanumerico dei software per tradurre in quantità e in stringhe di numeri il mondo della vita deve compiere un profondo processo di formalizzazione e di astrazione che traduce in artefatti di segni (e in regole di elaborazione e calcolo di questi segni) un mondo che, in quanto composto di organismi biologici, è animato invece dalla complessità delle relazioni tra i molti individui che compongono ogni organismo nel suo interno e, insieme, della complessità delle relazioni che legano quello stesso organismo al contesto ecologico-storico-sociale in cui esso vive.

La dimensione quantitativa del digitale obbliga anche ChatGPT a elaborare e calcolare l’enorme quantità di basi a sua disposizione secondo un criterio che è solo quantitativo-statistico. Associa, in una estensione sempre maggiore, fonemi e sintagmi dei testi scritti che trova dati su un determinato argomento, estraendone giudizi e valutazioni intermedie: secondo appunto una rassegna statistica che non ammette l’intervento interpretativo e sempre ecologicamente collocato dell’organismo vivente umano. Costruisce cioè “mediane”, che possono essere assai utili per il ricercatore, ma che mistificano e deformano profondamente la realtà quando pretendono di costituire una verità autentica ed oggettiva. Quando cioè danno luogo, per esprimerci con un linguaggio filosofico, ad una vera e propria “ontologia del numero”, che pretende, come gli antichi pitagorici, che il numero sia la struttura profonda della realtà e non un codice con cui l’umanità s’è mossa a operare intelligentemente nella realtà.

La sempre più ampia capacità di ChatGPT di autocorreggersi è basata sempre e solo su un accumulo ulteriore di informazioni. Ma, in quanto tale, come artefatto che rimane nell’orizzonte dell’informazione, non potrà mai “trasumanare” e avere l’accesso all’interpretazione.

 

LDF – Come definiresti le caratteristiche di quella kantiana verticalità del senso propria dell’umano, a tuo avviso preclusa alle macchine, capaci oggi di produrre un pensiero che pensa solo in orizzontale?

RF – Oggi si sta diffondendo sempre di più una ideologia secondo la quale l’intera realtà, umana, naturale e fisico-materiale, sarebbe costituita da informazione e che dunque il mondo altro non sarebbe che un massive information process, un processo continuo di trasmissione e di elaborazione di informazioni. In questa visione rientra anche la concezione per la quale il nostro cervello sarebbe riducibile a un computer che appunto vivrebbe di informazioni e del loro calcolo in entrata e in uscita, al pari della concezione più caratterizzante la biologia molecolare e genetica, per la quale lo sviluppo di una individualità vivente, di un fenotipo, sarebbe da ricondurre essenzialmente alle istruzioni biologiche contenute nel suo genoma. Tanto che buona parte degli investimenti mondiali nella ricerca medica e biologica vengono destinate alla invenzione di molecole e farmaci che possano intervenire direttamente sulla composizione genetica.

A chi scrive, questo estremismo informatico sembra che trascuri di fondo la complessità eco-ambientale, naturale e storica, in cui vive un organismo vivente e dunque i condizionamenti e le modificazioni che un fenotipo riceve dal contesto di scambi su cui si basa il suo metabolismo. Ma soprattutto trascuri la complessità peculiare di un essere vivente, come quello umano, e la funzione in essa della nascita e dell’attività della mente. Per chi muove infatti dalla priorità del corpo e delle sue necessità primarie di alimentazione, di carica energetica e di riproduzione, la mente, e la sua collocazione dominante nel cervello, appare nascere in primo luogo come funzione rappresentativa dei bisogni e delle istanze del corpo nel confronto con il mondo esterno, quanto a possibilità di mediazione e di soddisfazione di quella bisognosità primaria.

La mente umana cioè, prima che essere volta all’esterno spinta dalla meraviglia a osservare il cielo e le bellezze del creato (come dice Aristotele), è volta all’interno, come teorizza da più di cent’anni la psicoanalisi e la neurobiologia più accreditata. Vale a dire che il primo e costante oggetto della mente/cervello umano è il corpo, con i suoi bisogni, le sue pulsioni affettive ed emozionali, la sua omeostasi, il suo equilibrio delle sue variegate e molteplici attività fisico-chimiche. La natura di questo rapporto è definibile come l’asse verticale dell’individualità umana, il quale appunto definisce il grado di dialogo o all’opposto di scissione che si dà tra “affetto” e “concetto”, secondo dimensioni d’integrazione fisiologiche o secondo dimensioni di censura e di esclusione fortemente patologiche. Ma questo asse verticale convive e si intreccia con un asse orizzontale, che parimenti è vettore costitutivo e costituzionale dell’umano, perché lega l’individualità in questione al suo mondo ambiente, umano e naturale, dalla cui disponibilità trarre mezzi, relazioni, sapere e scienza, validi a soddisfare, secondo un principio di realtà e non secondo quello univoco dell’immediato piacere, realmente, le bisognosità e le richieste del primo asse.

Dalla compresenza, poliedrica e multiversa, di questi due assi nasce la complessità dell’essere umano e della sua mente. Una mente che per l’intreccio di una relazione con l’Altro-di-sé (come corpo interno) e di una relazione con l’Altro-da-sé (come mondo esterno) – e dei molteplici giochi, fisiologici e patologici, che nascono da tale singolarissimo Bino [vedi nota] – non può essere convertita nella ben diversa dualità dell’alternanza di 0/1 quale codice base dei linguaggi di programmazione.

Dicendo la stessa cosa secondo il linguaggio delle scienze della vita, la mente umana appare cioè come un gioco costante e continuo tra filogenesi ereditaria ed epigenesi generate dalla relazione con l’ambiente. Ma appunto tale continuità del vivente non può essere tradotta nella macchina calcolante a strati discreti, inaugurata dalla genialità di Alan Touring. Va aggiunto, neanche con i livelli ulteriori del deep learning e dei quantum computer. Perché, per quanto le reti neurali possono sovrapporsi e intrecciarsi come nelle macchine del Deep Learning o ammettere un enorme possibilità di variazioni di calcolo, come coi quantum computer, dove il quantabit, diversamente dal bit classico, ammette che nell’unità di tempo 0 possa essere anche 1, si tratta comunque di “macchine a strati discreti”, cioè di processualità “discrete”, scandite in linguaggio numerico, e come tali impossibili a cogliere e a sintetizzare la continuità della vita.

 

LDF – Mi sembra che l’autorevolezza dell’Etica di Spinoza ti guidi nello stabilire il primato del desiderio sulla conoscenza, se mi perdoni l’estrema sintesi. In altri termini, giudichiamo buona una cosa se la desideriamo: la conoscenza segue il desiderio. Il che significa che il conoscere non è mai immediata percezione o registrazione di un mondo esterno già dato, ma interpretazione (costruzione, avrebbe forse detto Freud) di un mondo da farsi. In che senso il valore di verità dell’informazione dipende in ultima istanza dal valore biologico di una soggettività in grado d’interpretare il mondo?

RF – Baruch Spinoza deve essere ricordato come uno dei più grandi pensatori della storia della filosofia, non solo perché ha teorizzato con la sua Etica che i valori di ciò che è bene e di ciò che è male non nascono da definizioni e comandi di una autorità esterna bensì da ciò che intensifica il nostro sentimento e potenza di vita o da ciò che all’opposto lo mortifica e lo deprime. Ma anche per la tesi, del pari importante, che dichiara: “Il corpo umano è composto da moltissimi individui (di diversa natura), ognuno dei quali è assai composito” (Etica, II, prop. XIII, I° postulato). Ossia la tesi che il corpo umano alberga dentro di sé una grande molteplicità di componenti legati tra loro da un complesso di relazioni e di reciproco funzionalità e che l’individualità di ciascuno di noi, l’essere cioè ciascuno incomparabilmente diverso da tutti gli altri, dipende a sua volta dal fatto che ogni individuo è caratterizzato da una cifra generale di proporzione e di armonia, che regola all’interno la relazione e la comunicazione di tutte le componenti: cifra e proporzione che, per la diversità della storia ereditaria e dell’ambiente in cui ogni organismo nasce, è diversa e individualizzante per ognuno.

Da questa singolare dislocazione del concetto di società all’interno del corpo umano Spinoza ricava una concezione di ciò che è benessere e potenza di vita fondata sull’attivazione equilibrata di tutte le componenti di un organismo biologico, senza che un elemento si estremizzi e domini sugli altri, nel rispetto appunto di quella proporzione e misura che individua ciascuno nella propria irripetibile soggettività. Ma che questo possa avvenire rimanda, anche qui in un gioco di intrecci, alla costituzione e alle modalità della società esterna propriamente detta, cioè a forme dell’organizzazione di relazioni sociali che favoriscano e promuovano la verticalità d’ognuno nell’attingere, nel dialogare e nel riconoscere la propria interiorità emozionale e la natura della costituzione biologica più propria. In questa prospettiva “ben-essere” può essere inteso come la capacità di ciascuno di poter coincidere con sé stesso, di sentire il proprio sentire e di accedere, con il grado più basso possibile di autocensura e di autoinganno, alle indicazioni armoniche o disarmoniche del proprio corpo emozionale.

L’essere umano è fatto di un corpo che giunge a presenza e a rappresentazione nella mente attraverso il sentire. Una mente adeguata in questo senso non può che essere una mente incarnata, una mente cioè che conosce il mondo riconoscendo nello stesso momento la motivazione corporeo-emozionale che sta a base di quel conoscere, finanche nelle sue elaborazioni più astratte e universali. Di contro ai tecno-profeti e ai celebratori dell’intelligenza artificiale che annunziano un futuro liberato dai limiti legati alla naturalità e materialità dei nostri corpi e che teorizzano una futura programmabilità dell’essere umano per una sua supposta natura del tutto informazionale, non c’è altro, invece, che riaffermare il fondamento irriducibilmente biologico-animale della nostra vita e di come portarlo a sintesi, salvaguardia e rassicurazione, attraverso il nostro pensiero discorsivo-concettuale. In una mediazione che fa della ragione “angelico-spirituale” di ciascuno di noi, non l’occasione di un dominio sciagurato e catastrofico sulla natura, ma la conferma e lo sviluppo a pienezza di vita del nostro essere parte naturale e materiale dell’intera natura.


Articolo pubblicato sulla rivista “Il punto“, progetto editoriale dell’Ordine dei medici di Torino edito da “Il Pensiero Scientifico Editore”.

Nota
Finelli è per un’antropologia materialistica immanente che fa del corpo il primario (Uno) e della mente il secondario (Bino), proponendo una mente incarnata e un corpo con un elevato grado di individualizzazione e fortemente soggettivizzato: base ultima della fondazione del senso è l’umanità del corpo e la sua composizione biologica ed emozionale.

Roberto Finelli (Roma, 1945) ha insegnato Storia della filosofia nelle università di Bari e Roma. Studioso dell’idealismo tedesco, del pensiero di Marx e della psicoanalisi, vanta una ricca bibliografia oltre alle nuove traduzioni di alcune opere significative di Freud, tra cui L’Io e l’Es, L’uomo Mosé e la religione monoteistica e il Compendio di psicoanalisi. A proposito della rivoluzione digitale, auspica sia accompagnata da una radicalizzazione dell’umanesimo, da una nuova antropologia che, in dialogo con la nuova tecnologia, metta a tema la costituzione di una “mente emozionale e materiale”, capace di stringere insieme valore biologico-affettivo e valore logico-conoscitivo. Sull’argomento, vedi “Filosofia e tecnologia. Una via di uscita dalla mente digitale”, Rosenberg & Sellier, Torino 2022.
 CRS – Centro per la Riforma dello Stato
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