DODICI PROVOCAZIONI PER UN RINNOVAMENTO DEL MARXISMO

apr 24th, 2024 | Di | Categoria: Primo Piano

Interessante intervento di Carlo Formenti

Dodici provocazioni per un rinnovamento del Marxismo

 

CARLO FORMENTI


Premessa. Un bilancio critico e autocritico dopo 20 anni di ricerca di una casa politica

 

A cavallo del cambio di secolo, di fronte all’approfondirsi della crisi globale (il crollo dei titoli tecnologici al Nasdaq preannunciava la catastrofe finanziaria del 2007/2008), al precipitare del reddito e delle condizioni di vita dei lavoratori e all’acuirsi dei conflitti geopolitici, ho avvertito l’urgenza di riprendere la militanza politica attiva, dopo essermi a lungo impegnato esclusivamente nella ricerca teorica. 


Alla fine dei Sessanta, dopo avere militato in alcuni gruppi maoisti e contribuito alla nascita del Gruppo Gramsci, ho intrapreso la carriera sindacale nella federazione unitaria dei meccanici,  interrotta nel 1974. Nella seconda metà dei Settanta, dopo una breve esperienza in Autonomia, mi allontanai  dalla politica attiva, demotivato dal riflusso delle lotte operaie e dall’evoluzione del PCI e dei partitini della sinistra extraparlamentare, i quali, pur seguendo traiettorie diverse, convergevano verso il postmodernismo liberale. Nei decenni seguenti mi sono limitato a svolgere la professione di giornalista, saggista e ricercatore universitario (caporedattore del mensile “Alfabeta”,  autore di diversi libri dagli  Ottanta ai primi del Duemila, infine ricercatore all’Università di Lecce). 


Il primo passo verso la ripresa di un impegno politico diretto è stato un prudente tentativo di avvicinamento a Rifondazione Comunista tramite la mediazione dell’amico Piero Manni, editore leccese nonché consigliere regionale del Partito. Il rapporto si è interrotto nel 2013, dopo il coinvolgimento di Rifondazione nel cartello elettorale Rivoluzione Civile, che proponeva il giudice Ingroia come “front runner”. Nell’occasione spiegai ai compagni (che avevano adombrato una mia possibile candidatura) che consideravo indigesta l’ammucchiata con forze genericamente “progressiste”, incompatibili con il progetto di ricostruire un partito di classe in Italia. 


Qualche anno dopo, ho immaginato che la Rete dei Comunisti (organizzazione di cui apprezzavo il lavoro nel sindacato di base USB e la gestione delle lotte per la casa alla periferia di Roma, e con la quale condividevo l’obiettivo dell’uscita dall’Unione Europea) potesse incarnare un progetto politico alieno alle sirene elettoraliste e impegnato a costruire un’organizzazione rivoluzionaria di classe. Aderii quindi ad Eurostop (associazione fondata dalla Rete). Me ne sono allontanato dopo la scelta di convergere nel cartello di Potere al Popolo in vista delle elezioni politiche del 2018. Mi dissociai per due motivi: il cedimento alle smanie elettoralistiche distraeva energie dall’obiettivo del radicamento nei territori e nei luoghi di lavoro; inoltre la convergenza con soggetti appartenenti all’area delle sinistre post autonome riproponeva la logica delle liste “arcobaleno”, annacquando la lotta per la difesa della sovranità popolare e aprendo la porta a mediazioni opportunistiche con le culture “politicamente corrette”.


In seguito mi ero convinto che la lotta di classe, dopo la disgregazione delle classi subalterne provocata da decenni di offensiva liberista e dal tradimento delle sinistre, avesse assunto la forma spuria dei populismi, con varianti di destra e di sinistra. Da un lato, alcune esperienze latinoamericane prospettavano la possibilità di usare il populismo come fase intermedia verso una nuova forma socialista, dall’altro cresceva il rischio che a fungere da contenitori della rabbia sociale fossero i populismi di destra, capaci di camuffarsi dietro parole d’ordine di sinistra. Di qui la necessità di riappropriarsi di slogan e parole d’ordine “dirottati” dalle destre, e di puntare alla costruzione di un blocco sociale fra lavoratori e classi medie impoverite, tenendo conto del fatto che gli strati popolari nutrivano un crescente risentimento  nei confronti delle sinistre impegnate a difendere esclusivamente interessi, bisogni e diritti di individui e gruppi minoritari per intercettare il consenso dei ceti medio-alti e dei residenti dei centri urbani gentrificati. Così ho contribuito alla fondazione  dell’associazione Nuova Direzione, dalla quale mi sono allontanato un anno più tardi, avendo capito che non esistevano i presupposti per trasformarla in un rinnovato progetto socialista.

Preso atto che l’unico obiettivo praticabile era impegnarsi in un paziente lavoro di ricostruzione della coscienza di classe, mi sono chiesto quali requisiti avrebbe dovuto soddisfare una forza politica capace di affrontare tale impresa. Li ho sintetizzati in cinque punti: 1) considerate le connotazioni negative assunte dalla parola, tale forza politica non dovrebbe dichiararsi di sinistra bensì chiaramente comunista; 2) dovrebbe legittimare tale etichetta, da un lato svolgendo un lavoro teorico di aggiornamento del marxismo, liberandolo dalle incrostazioni dogmatiche, dall’altro mettendo radici nei luoghi di lavoro e di studio e nei territori; 3) dovrebbe prendere le distanze dall’ideologia antistatalista e antipolitica dei movimenti post sessantottini, chiarendo che lo stato non è solo lo strumento delle classi dominanti, ma anche il terreno dello scontro fra gli interessi e le idee di tutte le classi sociali, per cui la conquista del potere resta un obiettivo irrinunciabile per qualsiasi forza che si definisca comunista; 4) dovrebbe opporre al cosmopolitismo borghese, che è la cifra del progressismo di sinistra, l’internazionalismo proletario inteso come rapporto di solidarietà fra proletari e popoli oppressi e sfruttati nella comune lotta contro l’imperialismo, ribadendo che la sovranità popolare non può prescindere dalla sovranità nazionale, visto che nessun popolo privato della propria sovranità può decidere liberamente del suo futuro; 5) di fronte a una situazione che vede gli Stati Uniti e l’Europa impegnati a costruire una “santa alleanza” contro la Cina, la Russia e tutti i Paesi che non accettano i diktat occidentali, dovrebbe assumere una coerente posizione antimperialista, contro la NATO e la UE. 

Tre anni fa, su sollecitazione di alcuni compagni di Milano iscritti al Partito Comunista diretto da Marco Rizzo, presi visione delle tesi del loro precedente congresso e mi parve che contenessero posizioni compatibili, se non sovrapponibili, con i punti appena elencati, per cui ho accettato, vincendo la mia idiosincrasia nei confronti delle competizioni elettorali, di candidarmi alle elezioni municipali di Milano. Ho avuto modo di pentirmene quasi subito, vista la svolta decisa da Rizzo, il quale, pagando il prezzo di una serie di scissioni che hanno falcidiato il numero degli iscritti, ha deciso di dare vita a Democrazia Sovrana e Popolare, formazione in cui convergono, assieme ai resti del suo partito, gruppi ed esponenti dichiaratamente di destra, ancorché provenienti dalla cosiddetta  “destra sociale”. 

L’ultima tappa di questa ardua ricerca di una casa politica è stata un’esperienza che ho seguito con interesse e simpatia, e alla quale ho partecipato attivamente, nata dal tentativo degli amici della rivista Cumpanis di avviare un processo di unificazione fra i vari gruppi di “reduci” e fuorusciti dai diversi partitini della galassia neo comunista; processo che ha portato alla nascita, prima del Centro Studi Domenico Losurdo, del quale sono stato nominato co-presidente, poi del Movimento per la Rinascita  Comunista, che verrà presentato pubblicamente il prossimo 11 maggio a Roma.  

Mi trovo ora a dover spiegare perché non sarò presente in quella occasione. Potrei accampare ragioni di salute (affatto prive di fondamento) ma non è mio costume mascherare il dissenso con simili scuse, quindi preferisco essere chiaro. Il pletorico (più di 200 pagine!) documento preparatorio ha l’ambizione di affrontare praticamente tutti i temi teorico-politici oggi sul tappeto: dal rischio imminente di una nuova guerra mondiale, all’attualità della categoria di imperialismo; dalla crisi della globalizzazione economica, alla costituzione di un fronte mondiale anti imperialista; dal ruolo guida che la Cina e gli altri socialismi del secolo XXI svolgono in questo fronte, all’analisi degli attuali scenari di guerra (Ucraina e Palestina in primis); dal rilancio delle parole d’ordine fuori dall’Europa e fuori dalla NATO, all’analisi del conflitto di classe oggi in Italia; dalla crisi istituzionale del nostro Paese, all’attacco alla Costituzione del 48, ecc. ecc.). Ambizione che mi pare francamente al di là delle attuali capacità di elaborazione teorico politica del movimento che lo ha prodotto. Nel testo ho trovato tracce dei cinque requisiti sopra elencati, ma anche parti connotate da nostalgie e dogmatismi. Ciò non sarebbe motivo sufficiente per sottrarmi, con atto di presunzione e arroganza, al confronto delle idee, se non fosse che trovo inaccettabile la precipitazione con cui si è voluto dare al movimento lo status organizzativo di un vero e proprio partito (tesseramento, una piramide gerarchica che sale dalle cellule di base alle federazioni territoriali, al comitato di coordinamento e alla segreteria nazionali, il tutto condito dall’immancabile evocazione del centralismo democratico, oltre che non giustificato dalla consistenza numerica dell’organizzazione). Una scelta a dire poco prematura che sancisce di fatto la nascita dell’ennesimo mini partito che va ad affiancarsi alle altre formazioni neo comuniste, saltando il lento e faticoso processo intermedio di maturazione, radicamento ed elaborazione teorica che deve precedere una simile decisione. 

Resto disponibile a partecipare al dibattito in tutte le sedi in cui gli amici riterranno opportuno coinvolgermi, a partire dalle iniziative del Centro Studi Domenico Losurdo (se e quando uscirà dal letargo in cui versa da alcuni mesi), anche se non potrò più esserne presidente perché la salute non me lo consente. Come primo contributo, pubblico qui di seguito queste  “Dodici provocazioni per  un rinnovamento del marxismo” che penso aiutino a spiegare meglio le mie divergenze rispetto al progetto del Movimento Rinascita Comunista e più in generale verso l’intera galassia neo comunista italiana (e più in generale occidentale).

 

***

 

IContro il determinismo storico. Non esiste alcuna necessità immanente al processo storico (nessuna presunta “legge) che consenta di affermare che la fine del capitalismo e l’avvento del socialismo sono eventi ineluttabili. Benché lo stesso Marx lo abbia più volte ribadito (vedi la polemica con il traduttore russo del Capitale, il quale gli attribuiva l’intenzione di descrivere le fasi storiche che ogni nazione e ogni civiltà deve attraversare per approdare al modo di produzione capitalista e poi a quello socialista), e benché l’ultimo Lukacs abbia dedicato larga parte della Ontologia dell’essere sociale a spiegare come il processo storico sia imprevedibile e come le cause che hanno fatto sì che abbia imboccato una determinata direzione piuttosto che un’altra siano afferrabili solo post festum, la visione determinista/meccanicista della storia (di cui la formula delle tre fasi – feudalesimo, capitalismo, socialismo – canonizzate dal diamat staliniano è esempio paradigmatico) ha continuato a essere un elemento caratterizzante della cultura socialcomunista. I suoi corollari sono, fra gli altri, i dogmi economicista ed evoluzionista che indicano nella contraddizione “oggettiva” fra forze produttive e rapporti di produzione la causa fondamentale della fine necessaria e inevitabile del modo di produzione capitalista.

 

II. Contro il mito delle forze produttive. Una delle smentite più clamorose della tesi che associa la possibilità della rivoluzione socialista a un elevato livello di sviluppo delle forze produttive ci viene dagli eventi storici dell’ultimo secolo. Tutte le rivoluzioni socialiste riuscite sono avvenute in Paesi “sottosviluppati” o in via di sviluppo, fra Asia e America Latina, laddove i tentativi rivoluzionari in Paesi industrialmente avanzati si sono conclusi con la sconfitta delle classi subalterne. I dirigenti della II Internazionale avevano proclamato l’impossibilità che il tentativo bolscevico nella Russia “arretrata” andasse a buon fine, così come i trotskisti predissero che, in assenza di una rivoluzione vittoriosa in Occidente, la rivoluzione russa non avrebbe potuto durare. L’ironica battuta di Gramsci che scrisse che i bolscevichi avevano fatto una rivoluzione “contro il Capitale di Marx” è la migliore introduzione alla formidabile innovazione teorica introdotta da Lenin. Con la tesi dell’attacco “all’anello debole della catena”, Lenin ha infatti colto una verità fondamentale: a spianare la strada alla rivoluzione proletaria sono – più delle crisi e dei conflitti economici – le crisi politiche (guerre, lotte fra le classi dominanti, impasse istituzionali, ecc.) che indeboliscono la capacità di dominio politico, ideologico e culturale (la capacità egemonica) delle élite, opportunità che possono essere colte solo se esiste un’adeguata leadership rivoluzionaria. Il leninismo coincide quindi con la rivalutazione del peso del fattore soggettivo (l’autonomia del politico) nel processo storico. Di solito si ribatte che solo la presenza di “condizioni oggettive” favorevoli consente il successo, altrimenti ogni tentativo rischia di scadere nel volontarismo, nel soggettivismo, nel putschismo, ecc. Giusto, a condizione che il riferimento alle condizioni oggettive non serva a far rientrare dalla finestra i dogmi economicisti ed evoluzionisti.

 

III. Contro l’esaltazione acritica di scienza e tecnologia. La visione che attribuisce un ruolo strategico allo sviluppo delle forze produttive come fattore  di per sé progressivo ha fatto sì che la cultura marxista abbia ereditato la tendenza positivista all’esaltazione acritica della scienza e della tecnologia. Il movimento socialcomunista non è riuscito a integrare nel proprio patrimonio culturale i contributi filosofici, scientifici ed ideologici che, nel corso dell’ultimo secolo, hanno smontato il mito della “neutralità” della scienza e della tecnologia, dimostrando come i modelli epistemici di queste discipline teoriche e i loro prodotti incorporino i rapporti di forza fra dominanti e dominati incarnando gli interessi, gli obiettivi e i bisogni dei primi a spese dei secondi. Il giudizio positivo che sia Lenin che Gramsci diedero dei metodi tayloristi di organizzazione del lavoro sono un esempio evidente in tal senso. E un esempio ancora più clamoroso sono i deliri di autori come Antonio Negri e André Gorz che hanno esaltato la rivoluzione digitale come un fattore in grado di democratizzare l’economia, le relazioni sociali, il sistema politico e persino l’organizzazione del lavoro, anche dopo che la concentrazione monopolistica nei settori dell’high tech e della New Economy ha inequivocabilmente dimostrato come queste tecnologie e i loro modelli di razionalità contribuiscano potentemente a elevare i tassi di sfruttamento della forza lavoro, a ridurre l’occupazione e a colonizzare (americanizzandolo) l’immaginario delle nuove generazioni. Ovviamente ciò non significa negare a priori l’utilità dei prodotti della scienza e della tecnica. Il nodo cruciale consiste nel superare la visione ingenua secondo cui basterebbe riappropriarsi delle conoscenze scientifiche e tecnologiche incorporate nell’apparato produttivo per far sì che, una volta socializzate, esse si convertano automaticamente in altrettanti strumenti per la costruzione del socialismo.

 

IV. Le rivoluzioni come freno a mano del treno della storia. Se si analizzano senza pregiudizi le motivazioni che hanno consentito di volta in volta alle avanguardie rivoluzionarie di mobilitare le larghe masse popolari contro il potere capitalistico-borghese si scopre che, come scrisse Walter Benjamin descrivendo la rivoluzione come l’atto di “tirare il freno a mano della storia”, si è trattato in larga misura di motivazioni conservative, piuttosto che progressiste. I popoli sono insorti contro la colonizzazione capitalistica di tutti gli aspetti della vita sociale allo scopo di renderli funzionali al processo di valorizzazione, contro la distruzione dei legami tradizionali di tipo sociale, storico, affettivo, culturale. L’idea che il capitalismo svolga una funzione progressiva “liberando” l’individuo dai lacci e laccioli comunitari che ne limitavano l’autonomia e l’iniziativa, benché se ne possano trovare tracce in Marx (soprattutto nel Manifesto), è un’idea sbagliata che incarna l’ideologia e le aspirazioni delle classi medie “riflessive”, piuttosto che i bisogni e gli interessi delle classi lavoratrici. Non si capisce altrimenti perché, come ricordato al punto 2), ad avere successo siano state le rivoluzioni dei Paesi in lotta contro il dominio imperialistico – coloniale e neocoloniale -, dei Paesi metropolitani, rivoluzioni che hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine, classi operaie di recente proletarizzazione (a loro volta di origine contadina), borghesie nazionali che difendevano le radici storico-culturali delle comunità locali contro il tentativo di integrarle nel mercato mondiale. Leader come Lenin, Mao, Ho Chi Min, Castro, ecc. hanno capito e interpretato questi sentimenti popolari, hanno cioè capito che la rivoluzione è conservativa e locale prima che innovativa e cosmopolita. Ciò vuol dire che la rivoluzione è per definizione impossibile nei paesi “avanzati”, “civilizzati” da secoli di dominio capitalistico? No, ma in tali Paesi essa appare più difficile, a meno che non si diano condizioni di gravissima crisi egemonica (politica, culturale, istituzionale) oltre che economica delle élite dominanti, condizioni in cui gli effetti distruttivi dell’economia capitalistica suscitano l’aspirazione di dar vita a un mondo alternativo.

 

V. Contro l’ideologia progressista. Le tesi precedenti convergono nell’affermare che la rivoluzione socialista non è un evento “progressista”. Intanto perché non esiste un’idea di progresso condivisa da tutte le classi sociali, come ha finito per credere il marxismo occidentale. L’idea di progresso si basa sul presupposto (confutato nei punti precedenti) che la storia consista in una serie di fasi evolutive orientate appunto in senso “progressivo”. In particolare, si basa sul presupposto che la rivoluzione socialista rappresenti la continuazione di quella democratico-borghese della quale realizzerebbe compiutamente quei valori e principi che quest’ultima ha confinato nell’ambito dei diritti individuali e civili, senza estenderli all’ambito delle relazioni sociali ed economiche. Posto che Marx fu fiero oppositore dei cosiddetti diritti universali dell’uomo (che definiva come diritti dell’homo oeconomicus, ritagliati sull’individuo proprietario), la ragione fondamentale per cui la rivoluzione socialista non può essere la continuazione di quella borghese consiste nel fatto che la classe capitalistica conquista il potere politico nel momento in cui si è già impadronita del potere economico, mentre la classe proletaria non detiene potere alcuno, per cui la sua rivoluzione deve necessariamente marcare una discontinuità, un momento di rottura radicale del continuum temporale (un “balzo di tigre”, come scrisse Benjamin). Rompere con l’idea illuministico borghese di progresso implica rompere con i concetti borghesi di democrazia e libertà strettamente associati a tale idea. Sulla democrazia tornerò più avanti, quanto all’idea di libertà, il punto di vista marxista sul tema, fondato sulla distinzione fra libertà da (la libertà negativa dell’individuo dai vincoli imposti dalla politica) e libertà di (la libertà positiva di imporre alle “leggi” del mercato i limiti fissati dalla comunità), è stato a lungo la via maestra che ha sbarrato la strada all’opportunismo. Venuta meno questa distinzione, non vi è stato più alcun argine capace di impedire lo slittamento progressivo verso l’ideologia liberale. Slittamento che ha coinciso con la progressiva mutazione della base sociale della sinistra, sia moderata che “radicale”, fino alla situazione attuale che vede la totale coincidenza fra sinistra dei diritti (beninteso “universali” e rigorosamente individuali!) e classi medio-alte dei centri urbani gentrificati. Le sinistre liberal progressiste ignorano sistematicamente i diritti sociali delle classi lavoratrici (che considerano conservatrici e reazionarie per i loro istinti “politicamente scorretti”) e si schierano altrettanto sistematicamente con le nazioni occidentali impegnate a combattere contro i regimi “totalitari” in nome della democrazia e dei diritti universali dell’uomo (l’una e gli altri identificati con i principi, i valori e le procedure del mondo occidentale e quindi tutto meno che universali).

 

VIIl socialismo del secolo XXI oltre l’utopia ottocentesca. Lo straordinario successo delle rivoluzioni cinese e vietnamita, oltre che i più avanzati tentativi rivoluzionari dell’America Latina, mettono in discussione il modello di società socialista formulato da Marx ed Engels negli ultimi decenni del XIX secolo e rimasto sostanzialmente immutato fino al crollo dell’Unione Sovietica. Quel modello prevedeva, fra le altre cose, il superamento in tempi relativamente brevi degli scambi di mercato su base monetaria, la nazionalizzazione integrale di banche e grandi imprese, nonché il progressivo trasferimento della loro gestione alla libera cooperazione fra lavoratori. Di più, la transizione al comunismo veniva immaginata in forme non molto dissimili da quelle ipotizzate da socialisti utopisti e anarchici: estinzione dello stato ed emancipazione totale dei soggetti da qualsiasi forma di alienazione ed estraneazione. E’ evidente che il socialismo in stile cinese è quanto di più lontano da tale modello. Il mercato svolge un ruolo strategico nella relazione fra i vari settori dell’economia, a partire dallo scambio fra città e campagna, e nella distribuzione di beni e redditi fra i cittadini. Tutto ciò avviene tuttavia sotto lo stretto controllo politico da parte dello stato-partito, che non solo non si estingue ma ha svolto, svolge e presumibilmente svolgerà per tempi lunghissimi un ruolo strategico nel rapido e continuo miglioramento dei livelli di vita  dei cittadini (800 milioni di persone strappati alla povertà in tempi brevissimi), che vieta alla borghesia nazionale di tradurre in potere politico la ricchezza accumulata, che proietta sul piano globale la propria capacità egemonica (politica, economica, culturale) assemblando sotto la propria leadership un poderoso fronte antimperialista che ha impedito all’impero a stelle e strisce di estendere il proprio dominio sull’intero pianeta. E’ fondamentale che la teoria marxista cominci a interrogarsi sui limiti della visione classica del socialismo: possiamo immaginare un mondo in cui tutte le contraddizioni spariranno, non saremmo così vicini al concetto di fine della storia, incompatibile con la concezione materialista? Infine no  si tratta di sostituire il modello classico della transizione al socialismo con il modello cinese: la rivoluzione cinese non incorpora un paradigma universale, è un evento unico e irripetibile in cui una storia e una tradizione millenarie assai diverse da quelle occidentali (no feudalesimo, burocrazie imperiali centralizzate, diffusa consapevolezza del bene comune legata alle filosofie confuciana e taoista, ecc.) hanno svolto un ruolo non meno determinante del marxismo -leninismo. Lo stesso dicasi delle forme peculiari che la democrazia ha assunto in Cina, a dimostrazione che la tesi secondo cui ogni Paese che raggiunge un elevato livello di sviluppo economico deve necessariamente imboccare la via della democrazia in stile occidentale è del tutto falsa. La Cina non è un Paese “totalitario”, è un Paese i cui cittadini misurano il grado di democrazia del proprio sistema politico in base alla capacità di promuovere il benessere delle masse e non in base al rispetto di astratte procedure formali. Anche su questo terreno, i comunisti occidentali  sono chiamati a sviluppare una propria specifica concezione di democrazia socialista, senza accettare passivamente la tradizione borghese e senza pensare di ”copiare” quella cinese.

 

VIISovranità nazionale e socialismo. La sinistra condanna la sovranità nazionale in quanto arbitraria, repressiva, autoritaria, “di destra” e ne invoca il superamento da parte di istituzioni sovranazionali, senza rendersi conto che queste ultime incarnano una “sovranità al quadrato” ben più arbitraria, autoritaria e antidemocratica. Contro questa visione occorre ribadire che sovranità nazionale non vuol dire necessariamente nazionalismo, e che distinguere fra interno ed esterno non vuol dire necessariamente xenofobia, bensì volontà di definire lo spazio in cui i cittadini possono liberamente decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita. Il dibattito marxista sulla questione nazionale è stato lungo e articolato fino agli anni Settanta del Novecento, dopodiché la (presunta) fine dell’epoca coloniale ha fatto sì che le sinistre occidentali trasformassero il tema in un tabù politico, accusando chi lo riesumava di essere terzomondista, reazionario e nazionalista. Questa polarizzazione si è inasprita a mano a mano che procedeva il processo di costruzione della Unione Europea, dividendo il campo marxista in tre grandi aree: gli entusiasti del progetto unitario, i favorevoli con riserve, i contrari. Gli appartenenti alle prime due correnti ignorano volutamente quanto disse il guru neoliberista von Hayek allorché affermò che l’unificazione europea sarebbe stata la soluzione ideale per stroncare le velleità dei lavoratori di contrattare salari, redditi e diritti. Ai marxisti che sostengono che gli interessi di classe devono prevalere su quelli della nazionalità, citando il detto del Manifesto che recita gli operai non hanno patria, occorrerebbe ricordare come Lenin replicava a questa posizione: “Avete preso una sola citazione dal Manifesto e pare che vogliate applicarla senza riserve, giungendo fino a negare le guerre nazionali. Tutto lo spirito del marxismo esige che ogni situazione venga esaminata soltanto a) storicamente; b) solo in connessione con le altre; c) soltanto in connessione con l’esperienza concreta della storia. [...] La tesi sulla patria e sulla sua difesa non può essere egualmente applicabile in tutte le condizioni. Nel Manifesto comunista si afferma che gli operai non hanno patria. Giusto. Ma non vi si afferma solo questo. Vi si afferma che nella formazione degli Stati nazionali la funzione del proletariato è alquanto particolare. Se si prende la prima tesi (gli operai non hanno patria) e si dimentica il suo nesso con la seconda (gli operai si costituiscono in classe nazionalmente, ma non come la borghesia), s’incorre in un grave errore”. Nell’attuale situazione storica, in cui il processo di integrazione nello spazio europeo ha espropriato i cittadini di un contesto in cui possano decidere in merito alle scelte che influiscono sulla loro vita, affermare la necessità che i lavoratori si ri-costituiscano in classe sul piano nazionale non è anacronistico né reazionario: è un elemento strategico del progetto di trasformazione socialista.

 

 

VIIICosa ci ha insegnato il populismo. Il populismo non è un’ideologia (non esiste un corpus ideale populista paragonabile a quelli liberale e socialista) ma è la forma che la lotta di classe assume nell’era del capitalismo globalizzato e finanziarizzato in assenza di partiti socialcomunisti all’altezza del compito. Ciò significa che il populismo non è di per sé regressivo, destinato ad assumere connotati “di destra”, ma significa anche che si tratta di movimenti che lanciano una sfida a chi si propone di ricostruire un partito rivoluzionario. A Ernesto Laclau dobbiamo una lucida analisi che, mentre respinge la tesi per cui il populismo sarebbe solo una tecnica di manipolazione delle masse per sovvertire il sistema liberal democratico e rimpiazzarlo con regimi totalitari, riconosce che esso incarna una richiesta di democrazia radicale che il sistema non può soddisfare. Il “momento populista” è frutto di una situazione in cui un determinato sistema non è più in grado di rispondere alle domande che gli arrivano dal corpo sociale. Si instaura così una “catena equivalenziale” fra le domande inevase;  l’accumulo di domande inascoltate e la crescente incapacità del sistema istituzionale di assorbirle fa sì che tra di loro si stabilisca una relazione di equivalenza, radicalizzando il conflitto fra sistema istituzionale e popolo. In tal modo  la società si divide in due campi: “noi e loro” e, a questo punto, si danno le condizioni per unificare i soggetti che avanzano le rivendicazioni tramite il riconoscimento di obiettivi e nemici comuni. Mentre il marxismo associa i conflitti sociali alle contraddizioni immanenti ai rapporti di produzione, questa visione rinvia alla loro unificazione sul piano simbolico in opposizione a un regime oligarchico (élite, casta, ecc.) vissuto come “cattivo”. Questa logica rappresenta una sfida per qualsiasi progetto socialcomunista nella misura in cui le dinamiche di molti movimenti sociali nati negli ultimi decenni sono più simili a queste rispetto a quelle descritte dalla teoria marxista. Si tratta di una sfida che proviene sia da destra che da sinistra, in quanto è difficile distinguere fra movimenti dotati di potenziale emancipativo e rivoluzioni passive, anche perché qui (apparentemente!) non è in gioco l’egemonia di una determinata classe o blocco sociale, bensì la capacità di certe rivendicazioni particolari di incarnare simbolicamente l’intera catena equivalenziale. Queste strategie hanno funzionato nei Paesi latinoamericani dove i populismi di sinistra – grazie a particolari condizioni storico sociali – hanno conquistato il potere fondando nuove formazioni politiche che hanno assorbito al proprio interno le sinistre tradizionali (comunisti compresi). Sono invece fallite in Europa laddove, vedi Podemos in Spagna, si è cercato di “importare” il modello latinoamericano senza condividerne la radicalità antisistemica. Resta il fatto che il populismo, pur con tutti i limiti e i rischi che lo caratterizzano, offre alcuni insegnamenti preziosi a un movimento socialcomunista occidentale sempre meno capace di incidere significativamente nella realtà sociale. In particolare: 1) nei sistemi politici compiutamente post democratici il momento populista ha il merito di rappresentare una rivendicazione di democrazia radicale; 2) la capacità di mobilitazione di massa che i movimenti populisti sono riusciti a esercitare anche in contesti dove ogni velleità antagonista sembrava sopita da tempo, è una chiara dimostrazione del fatto che il popolo non è un’entità preordinata bensì una costruzione politica; 3) il populismo dimostra la necessità di riconoscere l’autonomia della sfera politica (ciò che il marxismo occidentale sembra aver dimenticato dai tempi di Lenin e Gramsci), anche se tale autonomia non è assoluta, né è confinabile nella dimensione puramente simbolico-discorsiva.

 

 

IXCostruire il partito di classe. La prima generazione di movimenti post comunisti, partoriti dalla crisi delle sinistre “alternative” dei Settanta e/o quelli nati dopo il crollo dei socialismi reali e confluiti nel calderone di un’area culturale ampia e variegata (femministe, no global, eco pacifisti, ecc.) condividono il rifiuto nei confronti di ogni organizzazione di tipo verticale. Forma partito e forma stato vengono ripudiate in quanto “politicamente scorrette”. Qualcuno ha definito “paranoia orizzontalista”  l’ossessione che l’organizzazione in quanto tale implichi il suo uso a favore di interessi particolari, che il potere di fare cose si trasformi inevitabilmente in potere sugli altri. Senza sfidare questa diffidenza radicale non è possibile affrontare l’impresa di costruire il partito di classe, formula che preferisco a quella di  ricostruire il partito comunista perché penso che, nell’attuale, concreto contesto storico, costruzione della classe e costruzione del partito debbano andare di pari passo. Parlare di costruire la classe suona bizzarro alle orecchie di chi ragiona a partire dai dogmi che vedono la classe come un’entità che esiste “in sé e per sé”, una “realtà oggettiva” generata dai rapporti di produzione. Ma se è vero che la classe operaia occidentale appare oggi come un’entità fantasmatica, un anacronismo otto-novecentesco, dopo che decenni di guerra di classe dall’alto, ristrutturazioni tecnologiche, delocalizzazioni, “riforme” giuridiche e istituzionali, tradimenti di partiti e sindacati convertiti al neoliberalismo l’hanno trasformata in una nebulosa di atomi individuali espropriati del proprio status professionale e giuridico, ma soprattutto inconsapevoli di appartenere a un’entità sociale che condivide interessi, bisogni e aspettative; se è vero tutto ciò, vuole appunto dire che la classe va costruita; un compito che non spetta alla sociologia accademica, ma a un’organizzazione politica, radicata nei vari spezzoni in cui la classe è stata divisa, capace di svolgere un lavoro di analisi sul campo – un tempo la si chiamava conricerca – e di generalizzazione teorica dei risultati. L’organizzazione in questione allo stato dei fatti non esiste, per cui costruzione della classe e costruzione del partito sono processi intrecciati. Il partito può nascere e crescere solo selezionando i soggetti più coraggiosi e intelligenti generati dai nuclei di resistenza anticapitalista che continuano a esistere, malgrado la situazione di arretramento e sconfitta del proletariato. Un processo che non può venire “dal basso”, come frutto di una aggregazione spontanea delle avanguardie di lotta; ma che non può nemmeno essere calato dall’alto adottando il modello leninista nella sua forma “classica”. Questa fase sarà di lunga durata, né si può pensare di poterla abbreviare volontaristicamente, anche se l’attuale crisi economica, politica e militare a livello mondiale richiederebbe tempi brevi. Nel frattempo ogni velleità di costruzione di un blocco sociale rivoluzionario è prematura e controproducente. E’ vero che le rivoluzioni asiatiche e latinoamericane hanno costruito ampi fronti di classe anti imperialisti e anticapitalisti, ma si tratta di processi caratterizzati da composizioni di classe, storie e tradizioni radicalmente diverse dalle nostre. Qui non esistono larghe masse contadine, né una piccola e media borghesia realmente “progressiva”, dato che un buon 30/40% della popolazione è parte integrante del blocco sociale egemonizzato dalle élite neoliberali. Perciò per noi costruire il blocco sociale vorrà dire lavorare per un lungo periodo per rinsaldare gli spezzoni in cui le classi lavoratrici sono state separate, mentre solo in una fase successiva si potrà ragionare su eventuali alleanze.

 

XLo stato delle forze soggettive. Ciò che più colpisce, analizzando la storia dei partitini neo comunisti nati dalla dissoluzione del PCI, è la loro scarsa, per non dir nulla, capacità di capire come il più grande partito comunista occidentale abbia potuto trasformarsi, in tempi relativamente brevi, in un partito neoliberale. L’analisi è rimpiazzata dai sentimenti di rabbia, delusione, risentimento, e dalle accuse di “tradimento” ai gruppi dirigenti. Ma da dove vengono quei gruppi dirigenti? L’incapacità di rispondere a tale interrogativo è certificata dal fatto che non è raro ascoltare panegirici di Enrico Berlinguer, il leader che ha officiato il compromesso storico con la DC e che, dopo avere proclamato l’esaurimento della “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre, ha dichiarato di sentirsi al sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO; l’uomo che, prima di presentarsi ai cancelli della Fiat nel 1980, quando la battaglia era ormai persa, aveva benedetto la svolta opportunista della CGIL di Lama. Se non si riesce a fare i conti con il fondatore dell’eurocomunismo, figurarsi se ci si possono aspettare riflessioni critiche sulla eredità teorico politica del “migliore”. Eppure l’interpretazione togliattiana del concetto gramsciano di “nazional popolare” ha inciso non poco sugli sviluppi successivi: la base si era illusa che la tesi della “lunga marcia attraverso le istituzioni” fosse un diversivo tattico, senza capire che si trattava di una visione che sovvertiva l’analisi marxista del rapporto fra riforme e rivoluzione, secondo cui la vera alternativa non è fra riforme e rivoluzione, ma fra riforme come mezzo per preparare la rivoluzione e riforme come fine a sé stesse. Il nodo non è l’alternativa fra rivoluzione violenta e conquista del potere per via pacifica bensì: si va al potere per governare il sistema, oppure perché si tratta del primo passo verso un cambiamento sistemico? La via di Togliatti prevedeva di realizzare una convivenza (quella che Berlinguer avrebbe tradotto con la formula del Compromesso storico) con partiti borghesi che mai avrebbero consentito di avviare un cambio di sistema: quel riformismo, che non metteva in discussione la natura, le funzioni e gli obiettivi di questo Stato, e si limitava a rivendicare l’applicazione dei principi della Costituzione del 48, era votato al compromesso con il nemico di classe. Il connubio di elettoralismo ed opportunismo è l’eredità che il PCI ha trasferito a Rifondazione e a tutti gli altri “cespugli” neo comunisti: a mano a mano che questi perdevano voti ed iscritti, cresceva lo spasmodico impegno per conquistare uno straccio di deputato, senatore, consigliere regionale o municipale, le scarse risorse organizzative ed economiche venivano investite per realizzare a qualsiasi costo tale obiettivo, piuttosto che per ricostruire il partito di classe. Questa ossessione, alimentata dalle piccole ambizioni di un personale politico di qualità decrescente, ha provocato la frammentazione e la competizione fra “marchi” concorrenti, fino all’esito grottesco delle pletore di simboli con la falce e il martello che decorano i cartelloni e le schede elettorali. Inutile aggiungere che queste formazioni, salvo rarissime eccezioni, non hanno mai abbozzato una seria riflessione sul rinnovamento teorico del marxismo, sulle ragioni del crollo sovietico e del successo cinese, sulla crisi del sistema capitalistico globale, né tantomeno sulle trasformazioni socioculturali subite dalle classi lavoratrici. Quanto alle sinistre antagoniste degli anni Settanta:  dopo avere combattuta la svolta eurocomunista in nome di una ideologia “marxista leninista” che Lenin avrebbe catalogato come estremismo infantile, e dopo essere state asfaltate dalla controffensiva capitalista, si sono “sciolte” nei movimenti postmoderni dei decenni successivi, convertendosi a loro volta al liberalismo, sia pure in versione progressista. La loro confluenza con i reduci del PCI dopo il “suicidio” della Bolognina ha creato i presupposti dell’esperimento bertinottiano, un calderone in cui si sono mescolati i peggiori difetti del vecchio PCI (elettoralismo e tatticismo opportunistico) con i peggiori difetti del movimentismo (estremismo parolaio, individualismo, democraticismo piccolo borghese). Sono stati i populismi di sinistra a occupare lo spazio politico ed elettorale liberato dalla trasformazione delle sinistre tradizionali in partiti neoliberali, sia fungendo da collettori delle velleità “sovversive” di strati piccolo borghesi vecchi e nuovi, penalizzati dalla crisi ed entrati in stato di ebollizione fin dai tempi di Tangentopoli, sia agendo da megafono della rabbia delle classi lavoratrici. Da quando questa falsa alternativa ha perso energia propulsiva, la galassia dei partitini neo comunisti accarezza l’illusione di poterne ereditare l’effimero consenso elettorale: si punta a intercettarne la base elettorale e a usarla come “scorciatoia” per bypassare il faticoso lavoro quotidiano necessario per organizzare le avanguardie presenti nei vari fronti di lotta, formarle come quadri politici, riunificare i frammenti del movimento comunista, elaborare un programma credibile e forgiare gli strumenti organizzativi necessari ad attuarlo. Riemergono i vecchi vizzi – opportunismo, codismo, elettoralismo, demagogia – aggravati dall’urgenza di rispondere alle sfide imposte dalla crisi economica e politica mondiali. Gli uni si accodano al movimento No Vax, senza distinguere la sacrosanta rabbia popolare che lo ispira dai deliri complottisti e pseudoscientifici di taluni suoi esponenti; altri strizzano l’occhio ai movimenti sovranisti di destra, progettando improbabili intese elettorali con ambigui interlocutori; altri ancora, e sono i casi migliori, si spendono per riunificare i resti della diaspora comunista ed evitano di inseguire chimere elettorali, ma scontano gravi limiti teorici e ideologici, coltivando una visione eccessivamente ottimista delle prospettive dischiuse dai successi del movimento antimperialista mondiale (che nulla può fare per rimediare agli sconquassi di casa nostra). In tutte le varianti l’età media dei quadri è elevata, per cui alimenta nostalgie del passato e spirito di testimonianza, il che emerge sia dal linguaggio – anacronistico, retorico e poco comprensibile dalle masse dei lavoratori e dei giovani – sia dalla riproposizione di modelli organizzativi obsoleti, conditi dal richiamo rituale ai principi del centralismo democratico.

 

XILo stato della classe. L’ortodossia marxista postula l’esistenza di un’unica classe sociale, la classe operaia, realmente rivoluzionaria, un Soggetto della Storia “naturalmente” destinato a rovesciare il modo di produzione capitalistico. Nel corso del tempo questo dogma è stato più volte messo in discussione, affidando per esempio il ruolo di guidare la lotta anticapitalista ai lavoratori della conoscenza, al proletariato giovanile, alle “moltitudini”, alle donne, ecc. Il tutto senza che sia venuta meno la logica “essenzialista” che postula l’esistenza di un Soggetto “naturalmente” rivoluzionario. E’ ora di superare questa logica, rimpiazzandola con l’’idea di costruire una rete di gruppi sociali e comunità integrabili in un progetto unitario di cambiamento rivoluzionario. Si tratta di individuare le nuove contraddizioni in grado di integrare la classica opposizione bipolare padroni/operai, con l’obiettivo di tracciare un perimetro che definisca il materiale sociale, culturale e antropologico mobilitabile contro il capitalismo. Il primo parametro riguarda il reddito.  La controrivoluzione liberista ha scavato un solco profondo fra una infima minoranza di super ricchi e una larga maggioranza di poveri e poverissimi: working poor, disoccupati e semi occupati, lavoratori precari (sia dipendenti che “autonomi”), piccoli e medi imprenditori, professionisti in via di proletarizzazione, indebitati, ecc. La povertà non però un criterio sufficiente: occorre distinguere fra chi vive esclusivamente del proprio salario e chi gode di altre fonti di reddito (il lavoro “autonomo” non è un criterio significativo, vista l’elevata quota di lavoro fintamente autonomo). Il secondo parametro è la disponibilità (e l’entità) di eventuali rendite. Negli Stati Uniti e in Europa esiste una quota fra il 30% e il 40% di cittadini che godono di redditi sufficienti (affitti, titoli ecc.) a garantire un livello di vita superiore a quello che potrebbero permettersi con la sola attività lavorativa. Questa classe media detiene un terzo del patrimonio nazionale nei vari Paesi occidentali, ed è di fatto alleata con le élite dei super ricchi, sia perché ne condivide in parte gli interessi, sia perché incarna una promessa di mobilità sociale agli occhi degli strati inferiori. Il terzo parametro è il livello di coinvolgimento nelle funzioni di comando e controllo di altri lavoratori. I post operaisti sostengono che la rivoluzione digitale ha creato uno strato di “lavoratori della conoscenza” dotati di una elevata autonomia nei confronti del comando capitalistico, potenzialmente in grado di assumere il controllo diretto sulla produzione. In realtà la stragrande maggioranza di questi lavoratori sono semplici “operai”, espropriati della capacità di comprendere il processo produttivo totale in cui operano come ingranaggi individuali; viceversa i quadri inseriti nelle grandi imprese della New Economy sono funzionari del capitale che hanno il compito di sviluppare modelli e procedure di governo, controllo e comando sugli altri dipendenti, sulle reti di forza lavoro fintamente autonoma, sui consumatori e più in generale sull’insieme dei rapporti sociali, per cui appartengono a tutti gli effetti alla élite neo borghese. Il quarto parametro è la collocazione territoriale. Il conflitto centri/periferie è scalabile a diversi livelli:  nazioni metropolitane versus nazioni periferiche; regioni ricche, densamente abitate e iper connesse versus regioni povere, scarsamente abitate e isolate, città versus campagna, ecc. Posizione geografica e alti livelli di mobilità fisica e virtuale offrono vantaggi competitivi mentre chi è catturato in aree periferiche a bassa mobilità e minore densità di valore ha scarse possibilità di contrattare il prezzo della propria forza lavoro. La differenza fra chi può “stabilire il proprio prezzo”, perché posizionato al centro, e chi lo subisce perché ingabbiato in un’area periferica, è un elemento strategico del conflitto di classe. Anche il conflitto fra nazioni del centro e nazioni periferiche è a tutti gli effetti una forma di conflitto di classe: l’interesse delle classi subalterne dei centri non coincide necessariamente con quello delle classi subalterne delle periferie, il che vale anche per i processi di colonizzazione interna come quello del Meridione d’Italia da parte delle regioni del Nord. Il capitale globale e finanziarizzato – fatto di flussi accelerati di merci, servizi, capitali e persone che ignorano i confini  – opprime e sfrutta i territori in cui vive la grande maggioranza di quelli che non godono delle chance di mobilità fisica e sociale riservate alle élite. Le metropoli generano i due terzi del Pil e la loro spina dorsale non è più costituita da strati sociali tradizionali, bensì da una neo borghesia emergente. Tutte le chance si concentrano in questi spazi in ragione del loro superiore tasso di integrazione nell’economia mondiale. La cultura di questa neoborghesia metropolitana, fondata sui miti del movimento e del progresso, esalta i diritti dell’uomo (ma non i diritti sociali), pratica un multiculturalismo e un antirazzismo venati di ipocrisia e trova espressione politica nelle sinistre liberal progressiste. Il quinto parametro è antropologico. Il processo di frammentazione sociale  colpisce l’intero corpo sociale, facendolo esplodere in una nuvola di atomi individuali, isolati e incapaci di sviluppare relazioni solidali e comunitarie. Il proliferare di identità sostitutive è una conseguenza di tale fenomeno: anomia e solitudine si combattono inventando nuove “tribù”, nel tentativo di auto situarsi in una cornice simbolica condivisa. La mentalità liberal progressista esalta queste pratiche come un processo di “emancipazione” dell’individuo dai legami sociali tradizionali. Si tratta di pura illusione, soprattutto nel caso dei soggetti schiacciati verso il basso della piramide sociale. Per costoro le alternative che consentono di ottenere un surrogato di riconoscimento e autostima sono precarie, irrisorie, posticce, instabili. Il basso profilo culturale e valoriale, e la mancanza di aspettative sul futuro che caratterizza la maggior parte delle persone si proietta anche sui loro investimenti politici: non è un caso se i nuovi movimenti hanno dismesso ogni velleità di cambio sistemico e ambiscono solo a condizionare il potere per “limitare i danni”, dando per scontato che le logiche socioeconomiche di base siamo immodificabili. Infine il linguaggio politicamente corretto che permea di sé il discorso politico, le istituzioni formative, l’industria culturale e la comunicazione mediatica (giornali, tv, cinema, pubblicità, ecc.) lavora a pieno ritmo per neutralizzare o deviare su falsi bersagli il tasso di aggressività generato dalle condizioni di frustrazione in cui le masse sono costrette a vivere.

 

XIIRipensare la forma partito? Se i residui del movimento comunista e le classi subalterne in Occidente versano nello stato disastroso appena descritto, ha senso riproporre il modello “classico” del partito leninista? L’esperimento bertinottiano di “scioglimento” del partito nel movimento ha prodotto gli esiti catastrofici che tutti conosciamo, generando una reazione simmetrica alla paranoia “orizzontalista” descritta in precedenza, ha generato, cioè, una paranoia “verticalista”. Contro i deliri moltitudinari si è rivendicata la necessità di rimettere le classi e lo stato al centro dell’analisi. Giusto ma ciò non implica ripetere per inerzia linee politiche e forme organizzative che non rispondono più alla concretezza del momento storico. Possiamo e dobbiamo chiederci se il modello  leninista di partito può essere ripensato. Ragionando sui processi rivoluzionari dell’America Latina, chi scrive ha tentato di immaginare come potrebbe funzionare un’organizzazione di avanguardia capace di egemonizzare, indirizzandola verso obiettivi compatibili con una mutazione sistemica radicale, la base dei movimenti populisti. L’evoluzione della situazione internazionale, caratterizzata dalla pandemia del Covid, dal precipitare della crisi economica e dall’inizio di una “Terza guerra mondiale a pezzi”; per tacere del caos in cui è sprofondato il nostro sistema politico, ha reso problematico tale scenario. Il “partito connettivo” che le rivoluzioni bolivariane hanno montato assemblando una pluralità di soggetti e movimenti sociali, politici e culturali è frutto di condizioni irripetibili: si tratta di rivoluzioni anti liberiste, antimperialiste, di emancipazione nazionale e razziale, realizzate in contesti che hanno promosso la convergenza di interessi fra masse contadine di etnia india, classe operaia, sottoproletariato urbano, piccola e media borghesia progressiva su obiettivi radicali di riforma costituzionale, redistribuzione della ricchezza e cambiamento di matrice produttiva; a guidarle sono stati leader rivoluzionari di grande capacità politica come Chávez; Morales e Linera, temprati da dure esperienze di lotta, i quali hanno saputo innovare la teoria socialista e mobilitare avanguardie politiche esperte e affidabili; inoltre il processo rivoluzionario ha potuto usufruire di strutture di democrazia diretta e partecipativa sorte nel corso di lotte precedenti, mentre i partiti comunisti locali sono stati integrati nel PSUV venezuelano e nel MAS boliviano. Podemos ha tentato di “copiare” quel tipo di forma partito, ma le condizioni socioeconomiche, politiche e culturali di un Paese industrialmente avanzato e integrato nella Comunità Europea come la Spagna – assai diverse da quelle del subcontinente latinoamericano – hanno impietosamente bocciato l’esperimento. Un fallimento dovuto anche dal tentativo di ritagliare una veste postmoderna per il modello latinoamericano: Podemos ha puntato a “costruire un popolo” senza lavorare all’unificazione delle classi lavoratrici e alla costruzione di una organizzazione radicata nel sociale; ha tentato di egemonizzare i movimenti di massa attraverso l’uso dei nuovi media digitali e non ha educato politicamente le avanguardie; ha cercato di ottenere in tempi brevi una maggioranza elettorale per conquistare il governo senza capire che la guida del governo, in assenza di un progetto di mutamento sistemico, sarebbe stata effimera e non avrebbe consentito di modificare i rapporti di forza fra le classi. Concludo rilanciando la domanda: i fallimenti del PRC bertinottiano e di Podemos giustificano l’adozione di un modello classicamente leninista? E’ un interrogativo cui si potrà rispondere solo se e quando il processo parallelo di ricostruzione del partito e della classe avrà compito qualche concreto passo in avanti. Nel frattempo andrebbero evitate sia le auto celebrazioni nostalgiche sia l’illusione che i successi della Cina e degli altri Paesi del Sud del mondo possano risolvere i nostri problemi.

 

Post scriptum. Per approfondimenti e riferimenti bibliografici rinvio ai seguenti articoli sul mio blog:

 

https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html

 

https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille_26.html

 

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