POPULISMI SENZA POPOLO, POPOLI SENZA SOCIALISMO

lug 26th, 2019 | Di | Categoria: Dibattito Politico

POPULISMI SENZA POPOLO, 
POPOLI SENZA SOCIALISMO

 

di Mauro Pasquinelli

 

 I socialisti rivoluzionari, dalla Prima alla Quarta Internazionale, da Rosa Luxemburg a Guevara, da Mao a Castro, pur nelle differenti sfumature e sintesi progettuali, hanno sempre  tenuto a distinguersi in un oltre confine, in un terzo campo, oltre il finto dualismo novecentesco destra – sinistra.  

 Ai tempi di Marx l’opposizione destra-sinistra non esisteva ma si presentava nelle vesti di alternativa tra Monarchia o Repubblica democratico-borghese.  Non diverso era ai tempi di Lenin, dove destra significava fascismo, bonapartismo, reazione, militarismo e sinistra socialdemocrazia, democrazia, riformismo, pacifismo.  Mai, tuttavia, abbiamo visto dirigenti o teorici del socialismo, tranne quelli di matrice riformista, posizionarsi nel secondo campo delle opzioni della classe dominante. Dal terzo campo rivoluzionario, si poteva al massimo fornire un appoggio tattico al secondo campo per porre un argine o battere l’ipotesi del primo, quella più autoritaria.

 Al dualismo storico destra sinistra nel campo delle opzioni borghesi, che data dall’affare Dreyfus (1894) oggi si aggiunge, o forse si sostituisce, quello tra popolo ed élite, per la precisione tra populismo e globalismo, sovranismo e cosmopolitismo.

 Cercherò di dimostrare perché il populismo non è un alternativa vera al cosmopolitismo, come la sinistra non lo è mai stata alla destra.

 Queste riflessioni vogliono essere un invito alla discussione sul tema del populismo all’interno dellasinistra patriottica, per una ridefinizione del suo posizionamento tattico e strategico, che tutt’ora, ahimè, staziona all’interno del secondo campo populista, presidiato in Occidente da forze politiche per lo più xenofobe e rozzo-brune.

 Lancio subito una provocazione concettuale che sarà più chiara dopo aver letto questo breve saggio, e che a me serve per renderlo più appetitoso: il populismo agisce in nome del popolo. Il socialista agisce per il popolo e con il popolo. Questione di preposizioni? No questioni di sostanza e lo vedremo alla fine.

 “L’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi” scriveva Marx in esergo al proclama di fondazione della Prima internazionale. Ed aveva ragione: il socialismo è la prima forma sociale, nella storia dell’umanità che per essere realizzata richiede il protagonismo e la partecipazione attiva e permanente della comunità degli uomini. Altrimenti non sarà mai.  Non l’autonomia del politico di un nuovo principe machiavellico populista con scienza incarnata e gregari a suo seguito, che agisce in nome delle masse e ad esse porta la coscienza dall’esterno, ma il movimento reale degli oppressi che si eleva al livello del sublime e dei suoi compiti storici, e che abolisce lo stato di cose esistenti. Questa è l’unica strada che potrà condurci fuori dal capitalismo. Questo il pertugio strettissimo da attraversare per uscire dalla caverna degli spettri di platoniana memoria. L’alternativa è il giro infinito del criceto, è la fatica di Sisifo condannato dagli Dei per tutta la vita a percorrere gli stessi tragitti, gli stessi tragici errori, con il gran peso della roccia sulle spalle.

E quindi:

 Se noi non potessimo già scorgere nascoste in questa società — così com’è — le condizioni materiali di produzione e di relazioni fra gli uomini, corrispondenti ad una società senza classi, ogni sforzo per farla saltare sarebbe donchisciottesco” (Karl Marx, Grundrisse).

 

 

DESTRA-SINISTRA, MORTE DEL SOCIALE E DEL POLITICO

 

 Ha ragioni da vendere Jean Claude Michea: la sinistra ha perso ed è stata definitivamente ripudiata dal popolo perché nel Novecento ha aderito al mito ideologico del “progresso”, in nuce nella filosofia dei lumi, sbocciato in modo compiuto nel pensiero liberale e penetrato, come un bacillo, nello stesso pensiero marxista.  Ma attenzione: sappiamo che Marx fu il primo a non dichiararsi marxista! Marxismo è il Marx edulcorato dagli epigoni!

 Dalla primigenia condanna del luddismo fino all’odierna esaltazione del cosmopolitismo, il mito del progresso, si impone come vera furia storica del dileguare, come rullo compressore di impareggiabile potenza. Esso implica il rifiuto di ogni passatismo, di ogni identitarismo basato sulle tradizioni, di ogni nostalgia di confini nazionali e di limiti dello sviluppo. Tutto può essere messo in discussione, persino Dio, ma non le libere forze del mercato che irrompono nella storia e spianano la strada al futuro, lasciando sulla strada il vecchio, visto sempre come rifiuto della storia come detrito del passato!

 La sinistra, ancor più della destra, ha aderito a questo mito, a questa metafisica dell’illimitato. Così oggi ci ritroviamo in quasi tutto l’occidente con una sinistra che è passata quasi interamente nella destra ed una destra stravincente che può pure permettersi di inalberare valori della sinistra, in un vorticoso scambio dei ruoli.

 Non deve depistare il fatto che la “sinistra” abbia issato il migrante al posto del proletario o del contadino, sulla propria bandiera. Per colmo dell’ironia il migrante da loro glorificato non è la figura dell’ultimo che si riscatta, ma l’archetipo del mendicante pronto a morire per inseguire la false promesse del nostro “progresso”, per accaparrarsi le briciole che cadono a terra dalla opulenta tavola del consumismo occidentale. Nel migrante loro ravvisano il servo senza vincoli, sans phrase, disposto, ancor più del proletario, a farsi sfruttare e sottomettere. Vedono in lui la forza muscolare, la vitalità, la potenza fisica che l’annichilito operaio occidentale, bianco e pigro, cresciuto a brioche e digitale, sta inesorabilmente smarrendo.

  Nel migrante destra e sinistra scorgono oramai la plebe che rischia tutto per trasfigurarsi nell’altra figura simbolica del “progresso” occidentale, la figura del consumatore totale, il nulla cosmico umanoide elevato a metafora del vivere neoliberale. Migrante totale-consumatore totale ecco il binomio della morte del sociale, della barbarie e dello sradicamento in cui la civiltà occidentale sta collassando.

 In un lungo secolare percorso, partendo da posizioni che all’inizio sembravano antitetiche, destra e sinistra si sono incontrate al centro e questo centro geometrico si chiama liberalismo politico ed economico. La sinistra che si era affermata nella difesa dei diritti dei lavoratori e nel superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo ha completamente reciso le proprie radici, ha obliato i diritti sociali per abbracciare il liberalismo dei diritti civili individuali e di minoranza. La destra che era storicamente ancorata alle tradizioni, ai valori di identità nazionale, di patria, ordine e famiglia, abbracciando il liberalismo economico che annienta quei valori, non poteva che snaturarsi e rendersi indistinguibile dalla sinistra.

  L’epilogo di questo processo storico che fa del liberalismo l’anima, il primum movens dell’economico e del politico, è la morte del sociale. E’ una società polverizzata, liquida, in cui gli individui non hanno più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati, strategie di potere, tecniche di arrangiamento e sopravvivenza. Con il trionfo del liberalismo muore la comunità.  In epigrafe a questo approdo possiamo porre le parole della Thatcher: “la società non esiste più esistono solo gli individui”.

 Ma non muore solo il sociale, muore anche il politico! L’anti-politica non è nel populismo, che invece tenta in extremis di riesumarla e riattivarla, ma nell’approdo finale di destra e sinistra che lascia alla mano invisibile del mercato, agli incappucciati dello spread, il potere effettivo di decisione sulla vita e il futuro dei popoli.  

 La forma capitale liquida e cosmopolita aborre i politici, rifugge la politica alla vecchia maniera come scelta tra alternative di civiltà, tra ipotesi di senso. Essa richiede solo esperti di gestione dei flussi globali delle merci, tecnici del calcolo e dell’efficienza del dominio. Si realizza il sogno di Saint Simon e di Marx, ma nella forma di un incubo tecnocratico: la fine della politica trasformata in amministrazione delle cose, non in seguito all’abolizione delle classi, al passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, ma nella forma di una gestione tecnocratica, di una sussunzione reale della sociale al capitale scientificamente e razionalmente pianificata.

 Benvenuti nel regno della post-politica, della post-democrazia dove il ruolo affidato agli elettori è solo quello di approvare politiche “razionali” elaborate da tecnocrazie, per meglio assoggettarli alle catene dello sfruttamento e dell’estorsione di valore.

 Fortunatamente però l’istinto sociale dell’homo sapiens è stato compresso ma non sradicato! La lotta di classe è stata vinta dai dominanti ma non abolita. E le classi povere e pericolose cercano altri canali su cui esprimere e riversare la propria rabbia, il proprio dissenso. Il populismo è la prima zattera scalcagnata che i popoli hanno trovato dopo il naufragio di destra e sinistra, dopo la morte del sociale. Zattera concessa loro dalle stesse classi dominanti in crisi storica di egemonia!  

Sarà essa sufficiente a portare i popoli ad un approdo comunitario di giustizia, uguaglianza e di libertà Penso di no!  Ma lo vedremo meglio alla prossima puntata.



 

CRISI DELLA FORMA-CAPITALE E POPULISMO


La globalizzazione iper-capitalista neoliberale, rafforzando i poteri delle grandi corporazioni economiche, centralizzando le decisioni di politica economica internazionale in mano a pochi grandi potentati oligopolistici, ha finito per sequestrare sovranità ai singoli stati nazionali, relegando la democrazia rappresentativa a una truffa elettorale per decidere quale tecnico migliore possa assoggettare il popolo ai dictat delle oligarchie!

In questo nuovo scenario storico, dove sinistre e destre storiche sono trasmutate in tecniche della forma cosmopolita del capitale, la rabbia dei popoli ha trovato sfogo in formazioni politiche populiste che hanno avuto gioco facile a rivendicare ciò che è stato svuotato di senso e di valore dai mercati finanziari: sovranità popolare, stato sociale, difesa di confini, delle culture e delle tradizioni nazionali.

Sovranità non è un concetto fascista, come pensa la “sinistra liberal”, ma un principio basilare di tutte le costituzioni democratiche, diventate oggi il principale ostacolo da abbattere per completare la realizzazione del capitalismo assoluto.

Il capitalismo sta attraversando una crisi epocale che si manifesta nella riduzione del saggio medio di profitto mondiale, determinata sia dall’introduzione di nuove tecnologie digitali, che eliminando lavoro vivo sopprimono la fonte primaria del plusvalore (legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto) sia dall’emergere di nuove potenze mondiali del sud del mondo, che fanno del basso costo del lavoro la loro arma vincente per la conquista dei mercati mondiali. Il capitalismo occidentale langue schiacciato in questa micidiale tenaglia.

Per ironia della storia esso viene sopraffatto dalle stesse potenze ex coloniali e dalla vorticosa crescita della produttività che, come un apprendista stregone, ha evocato e non riesce più a controllare.

La Cina e l’Asia ex-coloniale rappresentano la sua nemesi storica. Il lavoro morto dell’intelligenza artificiale che sostituisce il lavoro vivente dell’uomo è l’acceleratore della crisi!

La bomba demografica e il lento esaurimento delle risorse naturali saccheggiate a ritmo crescente negli ultimi due secoli, chiudono il cerchio.

Risorse che calano e degradano, bocche fameliche dei nuovi “barbari” che crescono e bussano alle porte dell’occidente, segnano l’inizio della fine della “civiltà” occidentale, come segnarono la fine dei vecchi imperi! Natura, ex colonie e lavoro vivo presentano il conto storico che il capitale imperialista non potrà pagare!

La finanziarizzazione, la distruzione dello stato sociale e delle costituzioni nazionali è la risposta a questa crisi di valorizzazione.

Se fosse sufficiente stampare moneta e rilanciare i consumi interni secondo la ricetta neokeynesiana, vagheggiata dalla MMT di Mosler, l’élite globalista lo avrebbe già fatto, perché è nel suo interesse razionale non suicidarsi, incrementare i profitti e non perdere consenso sociale. Ma Marx ci aveva avvisato: la crisi non è da sottoconsumo! E’ crisi di sovrapproduzione e sotto-valorizzazione del capitale. Il turbocapitalismo impone l’austerity, delocalizza le produzioni nel sud del mondo e lascia le popolazioni occidentali impoverire perché è stretto nella morsa delle sue contraddizioni e non ha altra scelta per riprodursi come potenza famelica a caccia di denaro.

La forma capitale è entrata in un conflitto storico insanabile con i bisogni delle popolazioni. Da ciò deriva la colossale crisi di legittimazione delle élite europee ed occidentali che hanno governato la globalizzazione negli ultimi decenni.

I populisti tentano di porre un argine alla crisi innalzando il vessillo di vecchie ricette keynesiane, del protezionismo, del ritorno alla sovranità nazionale, dell’interclassismo, etc. Ritengo sia un passaggio obbligato per mantenere il consenso delle popolazioni al sistema dominante, un tentativo disperato per allungare la vita del malato sistemico terminale.

Spostare la crisi da un paese all’altro, coprire la falla con delle toppe, è un palliativo, non è la soluzione alla crisi sistemica del capitale, che, forse per la prima volta nella storia, è crisi universale, crisi di egemonia, crisi produttiva, crisi ecologica, crisi culturale, crisi di valori, crisi di civiltà e di senso!

Per questo ritengo che la zattera del populismo, su cui molti della vecchia sinistra sono saliti non ci porterà a nessuna soluzione vera delle contraddizioni ma solo a ritardare la resa dei conti finale, che storicamente si è sempre sostanziata in guerre imperialiste e guerre civili. Quando la torta si restringe e gli agenti che se la disputano aumentano, i conflitti si acuiscono e inevitabilmente tendono a conflagrare in conflitti armati.

Occorre passare velocemente ad una nuova zattera, ricostituire un terzo campo, come è nel DNA della sinistra anti-sistemica. Il cancro del capitalismo non può essere curato con lassativi populisti, che come nel caso di Trump, negazionista del Global Worming, paladino del ritorno al carbone, all’amianto e al nucleare, rischiano di essere una toppa peggiore del buco. Il cancro va sradicato alla radice. Saremo per lungo tempo in minoranza? Non ha importanza! In minoranza ci sono stato Cristo, Marx, Engels. Ci possiamo stare anche noi! Ma è importante dire la verità senza edulcorarla perché la verità è sempre rivoluzionaria, mentre le fanfaluche possono solo servire a lenire le sofferenze o ad alimentare false credenze ed illusioni. Riseminare una teoria e di una prassi che potrà essere raccolta dalle generazioni future…Questo è il nostro compito. Ma se nessuno le raccoglierà, pazienza! Lanceremo i nostri file nell’oscurità dell’universo. Forse qualche vita extraterrestre li raccoglierà dopo l’estinzione del genere umano, che è l’unico dato certo! 

 

POPULISMI SENZA POPOLO 

PER UNA CRITICA MARXISTA DEL POPULISMO 

 


Crisi colossale di legittimazione delle classi dirigenti mondialiste, sfaldamento del blocco storico che le univa alle borghesie nazionali (uscite perdenti dal confronto mondiale) e ai ceti medi abbandonati ed in via di pauperizzazione. Ecco il quadro socio-politico, la miscela che ha dato vita alla ribellione populista in occidente e che ha trovato espressione in Trump, Le Pen, Salvini, Movimento 5s, Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, Farage in Inghilterra etc.

Se all’inizio la rabbia popolare aveva trovato una sponda in formazioni populiste di sinistra (Tsipras in Grecia, Iglesias in Spagna, 5s in Italia, Melenchon in Francia, Corbyn in Inghilterra), nel giro di poco tempo si è riversata in formazioni populiste di destra. Oggi il populismo occidentale è quasi completamente egemonizzato dalla sua variante destra.

Il caso italiano rappresenta una vera anomalia nel panorama mondiale perché è l’unico laboratorio in cui populismo di destra e di sinistra si sono incontrati stringendo una alleanza di governo. Nella formula però di un contratto sempre più fragile e favorevole alla Lega, che in un anno ha calamitato ben 4 milioni di voti dal suo diretto alleato.

Cerchiamo di capire la natura di questo populismo, i suoi punti di forza e di debolezza, i suoi cavalli di battaglia. Al di là di un anti-europeismo di facciata e di uno spirito anti-establishment solo urlato e battipugnista, la proposta politica si sostanzia in una formula di compromesso sempre instabile e mai raggiunto con l’élite, di stop and go delle accuse, di negoziazioni estenuanti e differite sullo zero virgola del deficit, di trattative al ribasso sulle massime cariche della governance europea. L’unico terreno su cui il populismo europeo e italiota sembra mantenere fermezza e rigidità è quello della lotta all’immigrazione, scenograficamente combattuta a suon di porti chiusi e fili spinati alzati.

La variante destra del populismo, di cui il salvinismo è massima esemplificazione, si sostanzia in neoliberalismo in economia (flat tax) , stato debole nei confronti del mercato e stato forte nei confronti della società civile (decreto sicurezza) e degli immigrati. In politica estera totale soggezione all’imperialismo americano, condanna dei populismi bolivariani, difesa del bolsonarismo e del sionismo etc.

Se prescindiamo dal movimento 5s stelle, la cui natura risulta sempre più qualunquista e gate-keeper del consenso, per evitare rivolte alla francese (stesso dicasi per Tsipras in Grecia), e proviamo a sollevare lo sguardo sul lungo periodo dei processi storici mondiali, la variante di destra del populismo si distingue da quella di sinistra, peronista e bolivariana, per alcuni tratti essenziali. Innanzitutto per la forma di attuazione: la prima fondata solo sulla cattura mediatica del consenso di una opinione pubblica polverizzata e priva di forti legami comunitari, la seconda radicata su movimenti di lotta antimperialisti e su vigorose reti di solidarietà popolare. In Venezuela, per quanto gli Usa abbiano provato con tre colpi di stato a spazzare via lo chavismo, esso ancora resiste. E’ vivo e vegeto perché congiunto ad un blocco sociale nazionalpopolare di grande forze e vigore, al cui confronto quello dei 5s in Italia è polvere di umanità, fluttuante negli eterei spazi.

Sicché mettere nello stesso sacco il populismo occidentale e quello di latino americano è una operazione scorretta sia sul piano formale che sostanziale.

La linea di faglia tra i due tipi di populismo, al di là della retorica anti élitaria e anti establishment, passa nell’essere i primi espressione di nazioni colonialiste o sub-colonialiste e i secondi di nazioni colonizzate. Nel poliverso mondiale dei populismi sarebbe più giusto posizionare quello grillino tra i populismi di centro, quello leghista tra i populismi di destra e quelli latino americano tra i populismi di sinistra.

Il populismo di sinistra è aperto alla solidarietà con i popoli, ha un carattere formalmente antimperialista, ricerca alleanze con gli stati oppressi dall’occidente. Si radica su sollevazioni vere, su strutture di contropotere popolare che forgiano identità sociali e comunità di appartenenza. Il caso boliviano da questo punto di vista è paradigmatico: Il populismo di Morales si è affermato su una grande battaglia in difesa dell’acqua pubblica e dei beni comuni, in opposizione alle multinazionali e alle privatizzazioni imposte dal FMI.

Il populismo di centro-destra occidentale cresce invece nel silenzio delle urne, ha come platea di riferimento più una opinione pubblica incazzata che un popolo in lotta, è il frutto della rabbia di folle solitarie che hanno perso privilegi durante la crisi e sono disposte a pensare che questa perdita è dovuta a chi sta peggio di loro. La condizione diffusa di sradicamento sociale, di disorientamento e di risentimento verso tutto e tutti è uno dei fattori chiave del populismo nostrano, difficilmente riconducibile ad una sola logica ideologica, e fortemente instabile sotto il profilo dell’appartenenza identitaria, con flussi di consenso che si muovono dall’una all’altra delle formazioni populiste in base agli umori del momento e alle capacità attrattive del capo-salvatore di turno. 

Dobbiamo chiederci: se così profonde sono le differenze tra populismi di destra e di sinistra perché allora insistiamo a unificarli sotto lo stesso nome? Perché hanno in comune dei limiti di fondo che ora proverò ad elencare:

1) La forma politica della rappresentanza costruita sul binomio massa – leader, senza salde intermediazioni e corpi intermedi (questi ultimi presenti invece nei tradizionali partiti di massa, PCI in primis, di epoca fordista, con solidi ancoraggi nei sindacati, nelle cooperative etc). L’autorappresentazione collettiva in un leader popolare, amato e visto dal popolo come il vero salvatore, il grande risolutore di tutti i problemi. Attenzione però, come spiega Marco Tarchi

“Il leader populista non va assimilato al capo carismatico (come nel fascismo dove il leader si libra in una eterea distanza dalle masse ndr). Deve si presentare qualità non comuni, ma non deve mai incorrere nell’errore di mostrarsi fatto di un’altra pasta rispetto all’uomo comune al quale si rivolge. La prima delle sue abilità consiste proprio nel non cancellare mai quei tratti, come il linguaggio o la gestualità che ne connotano la somiglianza con il pubblico dei suoi seguaci”

2) La tendenza a vedere la causa di tutti i problemi non nel sistema in se’ ma in un intruso che viene dall’esterno, che può essere l’incappucciato della finanza, l’euro, il politico corrotto, l’immigrato, l’ebreo, il terrorista, la multinazionale, da cui il leader ci deve difendere etc. Ma da marxisti sappiamo che l’usura, l’immigrazione, la finanziarizzazione, la corruzione, non appartengono alla sfera delle patologie ma a quella della fisiologia del sistema capitalistico. Non si può estirpare il frutto lasciando in vita la malapianta.

3) Altro tratto distintivo che accomuna tutti i populismi è l’illusione, tanto più evidente in periodo di crisi, di mettere d’accordo e accontentare tutte le classi senza intaccare le basi strutturali dei rapporti di produzione.

4) Il plebiscitarismo, il giustizialismo parolaio e l’appello diretto al popolo da parte del leader “carismatico” che si sostanzia in un rafforzamento del potere esecutivo a spese di quello legislativo, nella predilezione di forme presidenzialiste e golliste di governo. Tutto ciò nel solco di una generale tendenza della forma capitale post-moderna a blindare la democrazia rappresentativa per farne una vera e propria democratura.

5) Parafrasando Carl Schmith, il populismo, forse con l’unica eccezione dello Chavismo, non conosce mai un vero stato di eccezione e non è mai sovrano in esso. Pertanto non conosce la dialettica politica come antagonismo tra amico e nemico ma solo tra competitor, al massimo tra avversari che si legittimano nel teatrino della democrazia rappresentativa. Lo vediamo in questi giorni. I 5s votano Sassoli del PD come presidente del parlamento europeo e forse si preparano a candidare un Piddino come prossimo presidente della Repubblica. Un nemico non si vota mai. Un avversario sì.

6) Il populista sia di destra che di sinistra tende a semplificare il quadro politico in una logica binaria popolo-élite, dimenticando che questa divisione c’è sempre stata nella storia dell’umanità e che essa è solo l’apparenza dietro cui si nasconde la forma-capitale, differente dalla forma feudale e schiavistica. L’élite’ oligarchica oggi è una élite globale, dal volto coperto, ha un potere di corruzione e dissuasione dei popoli e delle classi dirigenti nazionali, e soprattutto ramificazioni, addentellati, casematte (per dirla con Gramsci) a difesa delle sue fortezze, che i despoti del passato potevano solo sognare. Il populista fa della opposizione binaria popolo élite un feticcio che maschera i rapporti reali. L’élite non è una super class al di sopra della borghesia, come pensa Fusaro e Laclau, ma è la frazione dominante, più ricca e potente di essa. Il popolo, solo nominato, è un velo interclassista per nascondere i fili che legano i produttori alla forma capitale. Bisogna ricondurre il binomio popolo élite alla sua radice capitale-lavoro o capitale-non-lavoro. Facendo luce sui settori intermedi che vanno dall’aristocrazia del lavoro ai ceti medi benestanti, che nominarli come popolo, nonostante abbia efficacia propagandistica, significa coprirli sotto un manto che annulla le differenze, opacizza il reale (è la notte i cui i gatti sono tutti neri). Come la negriana categoria di moltitudine!

7) Il populista sia di destra che di sinistra dimentica con troppa facilità che la conquista della maggioranza parlamentare e del governo non è il deus ex machina, non è la dimensione risolutiva del politico, perché non è ancora la conquista dello Stato. Il quale è costituito da almeno altri 5 poteri (potere giudiziario, potere legislativo, esercito e forze armate, mass media, monopolio privato dei grandi mezzi di produzione) e di altrettante casematte (banca centrale, scuola, editoria, sindacati, cooperative, banche private etc). Lo stato è costituito di roccaforti, non è un campo di gioco, una sede agonistica, limitata al parlamento, come pensa Laclau e Mouffe, dove le forze egemoniche si disputano la vittoria, spostando in avanti o indietro le frontiere dello scontro. La conquista della maggioranza parlamentare se non prelude all’occupazione popolare degli altri poteri rimane un bluff, che lascia in essere solo l’apparenza e la finzione del cambiamento.

8) Il populista di destra e di sinistra effettua una riduzione di complessità del reale che spesso fa sparire il reale lasciando solo la sua ombra, la sua caricatura complottistica. Ne abbiamo un esempio sul tema dell’immigrazione, in riferimento al quale, come dimostra il governo giallo verde, si instaura una convergenza quasi totale tra populismi. In sostanza, le migrazioni dei popoli, che sono un dato permanente del capitalismo sin dalla sua nascita (si pensi alle enclosures e alle prime migrazioni dalle campagne alle città, o alle ultime migrazioni interne di 300 milioni di contadini cinesi verso le grandi metropoli) ed oggi ancor più devastante a causa dei crescenti squilibri economici, ambientali e demografici, vengono fatta passare allegramente come un complotto sorosiano delle élite cosmopolite per sostituire i popoli e abbassare i salari (dottrina Kalergi). Cancellando con un colpo di spugna tutta la complessa dinamica interna della forma capitale. Per Marx l’esercito industriale di riserva si costituiva per effetto delle leggi di movimento del capitale, e non come decisione politica di qualche massoneria segreta.

9) Il populista di destra e di sinistra dimentica che c’è un altro tipo di populismo, un populismo liberale (in Italia, Berlusconi e Renzi, in Francia Macron) creato ad hoc dall’élite sfornando, all’occorrenza, leader di plastica costruiti in laboratorio, virtuali salvatori della patria, che personalizzano all’eccesso il quadro politico, facendo credere al popolino che la chiave per la risoluzione di tutti i problemi passa dalle loro uniche mani. Ma se tutti sono populisti nessuno è più populista e il populismo rischia così di diventare un vuoto simulacro. Come nelle parole del Gattopardo di Tommaso di Lampedusa, che ritrae il vizio storico delle classi dirigenti occidentali: cambiare tutto per non cambiare nulla. Destra, sinistra centro si convertono cosi in populismo di destra, populismo di sinistra populismo di centro, con l’aggravante di avere sempre meno proporzionale e più maggioritario, meno democrazia rappresentativa e più democrazia rappresentata, personalizzata.

10) Il populista vezzeggia e corteggia il popolo, gli liscia il pelo, per poi tradirlo una volta giunto al governo. Scagiona sempre il popolo da ogni responsabilità e se poi accade che esso gli volta le spalle rivotando gli uomini di plastica dell’élite (come è accaduto in Grecia questi giorni… con la sconfitta di Tsipras e la vittoria di Nuova Democrazia) i cittadini sono sempre perdonati, perché spinti dalla disperazione si aggrappano a qualsiasi speranza. Peccato che in Grecia invece di aggrapparsi al male minore dei comunisti o di Varoufakis si siano aggrappati al male peggiore degli uomini del memorandum, pochi anni prima sonoramente bocciato. Ragione o delirio del popolo?

11) Il populista di destra e di sinistra ragiona sempre in una ottica binaria e dualistica. Abbiamo la dimostrazione di come egli faccia parte di una cultura “normale”, insufficiente a comprendere il pensiero dialettico, la complessità del reale, la sottigliezza e la profondità di talune argomentazioni. Mai accetta un pluralismo di posizioni e punti di vista, fuori dal bianco e dal nero dominanti. Se gli dici che sei contro Putin ti dirà che sei a favore di Trump o della Merkel. Se condanni i crimini di Assad ti dirà che sei un sionista. Se accetti la teoria del Global worming sei un venduto al pensiero unico dominante. Se riconosci i diritti democratici dei gay e delle minoranze sei un LGTB e quindi un europeista sorosiano. Se gli dici che sei all’opposizione di questo governo ti dirà che sei alleato dell’élite. Non concepisce un terzo campo anticapitalistico e qualora lo concepisse direbbe sempre che è prodotto di visionarietà ed utopismo. Meglio tenersi questo Stato per farne al massimo uno Stato etico in senso hegeliano e gentiliano (Fusaro). Il campo da gioco dove si sfidano le forze egemoniche può essere occupato solo da due forze, in una ottica che ricorda il bipolarismo all’americana.

12) Il populista di destra e di sinistra ricorre spesso ad una fraseologia anticapitalista per conquistare il consenso delle masse, ma una volta al governo l’abbandona, e finisce sempre per rimanere nel quadro delle compatibilità capitalistiche, senza mai radicalizzare lo scontro, senza mai chiamare il popolo a manifestare e sollevarsi contro l’infiltrato esterno, che all’inizio indicava come responsabile della crisi. Una volta al governo il populista relega il popolo nella posizione di spettatore passivo che può solo affidarsi al piano di salvezza del leader. Guai disturbare il grande timoniere e se qualcuno ci prova incorre nelle maglie del “decreto sicurezza” che inasprisce le pene per chiunque chiami alla sollevazione o a semplici blocchi stradali.

13) Il populista non avendo armi per combattere l’oligarchia, che non sia la impotente fraseologia anti-elitaria, si rivolge in basso per costruire il nemico e aizzargli contro la frustrazione del popolo. Alza la voce e mostra i muscoli contro gli ultimi, gli immigrati in balia delle onde, i piccoli criminali, i piccoli spacciatori etichettati come vermi, i piccoli mafiosi a cui si distrugge la casa salendo su una ruspa, in diretta streaming. Da notare che sul terreno della lotta all’immigrazione e alla piccola delinquenza, il popolo sceglie sempre l’originale (il populista di destra) e non la brutta copia (il populista di centro-sinistra). Così accade che Salvini asfalta Di Maio nei consensi e costui, per non perderne ancora, si atteggia a numero due della Lega, senza capire che più insegue Salvini sul suo terreno più ne esce con le ossa rotte!

14) Il populista di destra e di centro-sinistra blocca i porti quando sono insidiati da battelli pieni di immigrati, guai a bloccarli quando in quei porti sopraggiungono navi costipate di armi della Nato, o da quei porti partono cargo pieni di bombe, indirizzati alla monarchia saudita per annientare il popolo yemenita (100.000 civili uccisi in pochi anni nell’indifferenza del main stream). Mission impossible bloccare a Gioia Tauro le navi che riversano cocaina colombiana nei mercati europei! 

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