Oltre “destra” e “sinistra” di Andrea Zhok

giu 6th, 2024 | Di | Categoria: Recensioni

Oltre “destra” e “sinistra” di Andrea Zhok

recensione di Alessandro Bartoloni Saint Omer

Lo scorso maggio (2023) è uscito, per la casa editrice Il Cerchio, Oltre “Destra” e “Sinistra”: la questione della natura umana di Andrea Zhok. Il volume, di appena 43 pagine, riproduce con alcuni adattamenti dell’autore il testo utilizzato per una conferenza pubblica tenutasi a Bologna il 27 aprile 2023, e cerca di fare chiarezza su due importanti questioni di filosofia politica: 1) il significato e la validità della distinzione tra “destra” e “sinistra”; 2) i motivi dell’attuale battaglia ideologica condotta – da entrambe le culture politiche – al concetto di “natura umana”. I lettori di Petite Plaisance, sanno quanto questi temi siano cari a molti autori che hanno pubblicato loro testi presso questa editrice e credo che Zhok in queste pagine giunga a conclusioni per molti aspetti in sintonia con le loro. Anche per questa ragione, ho ritenuto questo blog lo spazio più adatto ospitare la recensione. Il prof. Andrea Zhok insegna filosofia morale all’Università Statale di Milano e nella sua ricerca si occupa di tutti principali problemi morali e politici della contemporaneità. Per il lettore interessato ad approfondire il suo pensiero sono consigliati non solo i suoi libri e i suoi articoli, ma anche le numerose registrazioni e conferenze disponibili su You Tube.

Per chi volesse in particolare approfondire la sua filosofia politica e trovare meglio sviluppati e articolati i temi affrontati in questo volume, consiglio soprattutto Critica della ragione liberale; una filosofia della storia corrente.1 Oltre “Destra” e “Sinistra”: la questione della natura umana è un testo breve ma estremamente denso, che ambisce ripercorrere in estrema sintesi il significato di “destra” e “sinistra” – dall’Ottocento fino ai giorni nostri – e la loro attuale incompatibilità con il concetto di “natura umana”. Nell’incipit, Zhok prende subito posizione sulla ormai decennale questione circa l’attuale validità o meno della distinzione politica e giornalistica tra “destra” e “sinistra”. Questa distinzione è definita da Zhok obsoleta e non più in grado di cogliere gli effettivi conflitti culturali e politici in atto nelle società occidentali: «è necessario oggi sgomberare il campo dalla cortina fumogena, generata dalla dicotomia apparente Destra-Sinistra, che impedisce di scorgere il panorama delle sfide politiche contemporanee, velandolo con schematismi astratti e categorie miopi».2 Nei capitoli iniziali, questa tesi viene argomentata attraverso la storia dell’utilizzo di questi termini nella cultura europea degli ultimi due secoli, e si dimostra come “destra” e “sinistra” siano categorie che non possiedono alcuna definizione fissa e originaria, alcuna ortodossia a cui fare riferimento.

Come è noto, questa coppia concettuale comincia ad essere utilizzata durante la Rivoluzione francese per distinguere le componenti più rivoluzionarie (sinistra) da quelle che ancora simpatizzavano con l’Ancien Régime (destra). Da quel momento in poi, nel corso dell’Ottocento, si è continuato ad associare in maniera molto vaga e generica la categoria “destra” a chi aveva tendenze e inclinazioni “al passato” e quindi alla “conservazione” e “sinistra” a chi mostrava inclinazioni all’“avanti” e al “progresso”. Naturalmente, anche la dicotomia concettuale progresso vs conservazione non offre nessuna definizione determinata capace di dare un contenuto valoriale stabile alle due “fazioni”. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento infatti, le dicotomie “destra\sinistra” e “progresso\conservazione” hanno assunto una grande varietà di usi e significati, a cui si è cercato senza successo nella letteratura filosofica e politologica di trovare un denominatore comune in termini di valori morali o visioni antropologiche definite.3 A dimostrazione della loro “flessibilità”, la così detta “sinistra”, ad esempio, a partire dalla fine dell’Ottocento fino alla seconda metà del Novecento, si è perlopiù identificata con le teorie socialiste e socialdemocratiche di ispirazione marxista, qualcosa di molto diverso pertanto sia dai “progressisti” di inizio Ottocento, sia dalla “New Left” liberal-capitalista degli ultimi decenni.4 I capitoli centrali del testo ben sintetizzano tutti questi passaggi storici e quindi l’evolversi del significato delle due categorie fino ai giorni nostri. Il saggio diventa quindi particolarmente illuminante nella parte centrale, quando l’autore ragiona sull’utilizzo strumentale e mistificante delle due categorie nell’attuale dibattito pubblico. Secondo Zhok – in accordo ormai con numerosa letteratura sull’argomento – dalla fine del “Trentennio glorioso” (1945-1975), “destra” e “sinistra” sono state in prevalenza semplici varianti, quasi sempre inconsapevoli, di quel fenomeno ideologico che l’autore chiama il “progressismo liberale”. Il progressismo liberale, in se stesso naturalmente né di sinistra né di destra, sarebbe quel fenomeno ideologico globale che più di ogni altro legittimerebbe sul piano politico-culturale le esigenze dell’attuale modo di riproduzione capitalista. A partire dagli anni Settanta del Novecento, “destra” e “sinistra” hanno infatti cominciato ad abbandonare i propri riferimenti al conservatorismo di matrice cristiano-borghese (“destra”), e alla tradizione socialista (“sinistra”), per diventare entrambe espressione (al di là di qualche necessario mugugno preelettorale) del progressismo liberale. Questo abbandono si spiega con il fatto che entrambe le tradizioni (borghese-cristiana e socialista) rappresentavano due visioni etiche e antropologiche incompatibili con l’esigenza capitalista di mercificazione integrale della natura e dell’esistenza, e con la legittimazione puramente mercatista della vita individuale, comunitaria e dei rapporti tra gli stati. Mercatismo, mercificazione, riduzione dell’uomo a mero atomo consumatore senza alcun legame culturale e identitario: questi tre processi, insiti nella logica capitalista e a cui il progressismo liberale fa da supporto ideologico, erano processi contro cui, se pur in modo diverso, sia la destra cristiano-borghese che la sinistra socialista combattevano. Oggi invece, l’aver “superato” queste battaglie “novecentesche” da parte di intellettuali e partiti politici di entrambi i fronti, e l’aver quindi aderito in toto all’ideologia unica e totalitaria del mercato, viene giudicato dalla retorica dominante come un chiaro esempio di “progresso” e “modernizzazione” delle idee politiche. Secondo questa stessa retorica, dunque, abbandonare tutti i seri progetti politici di emancipazione dell’uomo e di lotta allo sfruttamento del lavoro, nonché l’abbandonare qualsiasi visione dell’identità umana che non riduca l’individuo a mero ammasso di materia dedito alla ricerca egoistica di consumi sempre più esclusivi, sarebbe un chiaro segno di “maturità” della nostra epoca rispetto a quelle del passato, dominate ancora da idee “vecchie”, “illiberali”, “pericolose”. Oggi quando insomma l’“Occidente”, nonostante la sua lunga testardaggine, ha finalmente capito che “there is no alternative”, non resta che sedersi sul divano a lasciarsi bonariamente intrattenere da qualche “contenuto” dell’industria culturale, rassicurati dal fatto che la storia ha provvidenzialmente preso il suo giusto indirizzo, e che, aldilà di qualche piccola necessaria correzione, viviamo sicuramente nel migliore dei mondi possibili. In questa condizione ideale, destinata solamente a migliorare una volta abbandonate tutte le scorie e “residui ideologici” del passato, sarebbe folle mettere ancora in seria discussione gli attuali rapporti di forza e le idee politiche dominanti; tali “estremismi del passato”, infatti, non terrebbero conto della “modernità”, e ci farebbero pertanto immediatamente ricadere nel buio del “fanatismo” e della “barbarie”. Nella parte finale del testo, l’autore analizza le ragioni per le quali l’ideologia del progressismo liberale è incompatibile con qualunque concezione filosofica “forte” di natura umana. L’argomentazione di Zhok procede attraverso tre capitoli, uno dedicato alla gravidanza surrogata, uno dedicato alla fluidità di genere, e l’ultimo dedicato all’attuale forma di femminismo, la così detta “Second wave feminism”. Purtroppo, per ragioni di spazio, posso qui solo richiamare il filo rosso che secondo l’autore lega tutti questi fenomeni. Il progressismo liberale combatte contro l’idea che esista una natura umana (cioè una forma essenziale dell’umano) in quanto questa renderebbe l’uomo non del tutto modificabile e trasformabile dalle esigenze del mercato, non del tutto mercificabile e disponibile. Se il progetto emancipativo marxiano, così come il conservatorismo cristiano-borghese, si radicavano su una differente ma comunque “forte” concezione della natura umana, il progressismo liberale ne è privo, e percepisce anzi tale possibilità come un fattore ostacolante la piena disponibilità degli individui a mutare “forma” in base alle trasformazioni delle forme di produzione di consumo. Per il progressismo liberale, che si rivela anche in questo un ottimo “giustificatore” delle esigenze del capitale, l’uomo non deve avere alcuna natura stabile e riconoscibile, ma deve anzi essere il più possibile “fluido”, pronto cioè ad adeguarsi alle nuove trasformazioni tecnologiche, alle nuove merci, e alle nuove forme culturali che verranno di volta in volta “aggiornate”. È assolutamente necessario che non ci siano pulsioni e inclinazioni “naturali”, ma solo desideri e pulsioni “culturali” (cioè indotti dal mercato attraverso l’industria pubblicitaria e culturale), e perciò modificabili in base alle necessità dell’offerta del momento. Allo stesso modo, l’individuo deve essere “mobile” sul piano territoriale – in quanto qualsiasi appartenenza affettiva e territoriale impedirebbe l’immediato spostamento laddove il mercato lo richiede – e “flessibile”, nel mondo del lavoro, cioè sempre più disposto ad accettare la precarietà e a rinunciare ai “novecenteschi” diritti e tutele sociali. Scrive Zhok: «Va da sé che questa “fluidità” è sul piano biologico esattamente la stessa cosa di ciò che sul piano lavorativo è la “flessibilità”, sul piano territoriale la “mobilità”, sul piano contrattuale la “precarietà”, ecc. Queste non sono analogie casuali, ma espressioni di un medesimo indirizzo di fondo, che impone la costante adattabilità dell’umano alla grande macchina di produzione\consumo».5


Note
1 A. Zhok, Critica della ragione liberale; una filosofia della storia corrente, Meltemi editore, Milano, 2020.
2 Ibidem, p. 3.
3 In Italia il tentativo più celebre rimane quello di Norberto Bobbio, Destra e sinistra; ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, 1994.
4 È pertanto assurdo continuare a parlare di una “falsa destra” o “falsa sinistra” in riferimento a idee o partiti politici attuali, a meno che non si ammetta come premessa la più totale arbitrarietà su cosa sia la “vera destra” e la “vera sinistra”
5 A. Zhok, Critica della ragione liberale; una filosofia della storia corrente, cit., p. 38
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