Hic sunt leones

lug 7th, 2022 | Di | Categoria: Politica Internazionale

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Hic sunt leones

di Piero Pagliani

 

 

1. Un buon modo per smettere di sognare e cercare di vedere la realtà così com’è, è analizzare il ragionamento dell’avversario. Posto quindi che per decreto ministeriale è nostro avversario tutto ciò che non è “Occidente”, qualsiasi cosa ciò voglia dire, o non si assoggetta all’Occidente, riporto brevi estratti di due analisi, una dal campo russo e l’altra da quello cinese [1].

Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, al Forum Economico di San Pietroburgo, il 17 giungo u. s.:

Gli Stati Uniti, dopo aver dichiarato la vittoria nella Guerra Fredda, si sono anche dichiarati messaggeri di Dio sulla terra, privi di obblighi, ma solo portatori di interessi che hanno dichiarato sacri. Non sembrano aver notato che sul pianeta si sono formati nuovi potenti e sempre più assertivi centri. Ognuno di essi sviluppa il proprio sistema politico e le istituzioni pubbliche secondo il proprio modello di crescita economica e, naturalmente, ha il diritto di proteggerli e di assicurare la sovranità nazionale… . I cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo sono basilari, cruciali e inesorabili. Ed è un errore credere che in un momento di cambiamenti così turbolenti si possa semplicemente tener duro o aspettare che passi finché tutto si rimette in riga e ritorna come prima. Perché non sarà così!

E ora la “Strategia dei tre cerchi” nelle parole di Cheng Yawen, dell’Istituto per le Relazioni Internazionali e Affari Pubblici dell’Università di Studi Internazionali di Shanghai:

Cento anni fa, i vertici del Partito Comunista Cinese proponevano la via rivoluzionaria “accerchiare le città partendo dalle campagne”. In questo momento di “cambiamenti senza precedenti”, la Cina e i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di interrompere l’ordine centro-periferia della contemporaneità e l’azione dei Paesi occidentali di prevenzione e repressione dei Paesi non occidentali, nonché di migliorare la solidarietà e la cooperazione nelle aree “rurali” globali.

L’emergere di un nuovo sistema globale e l’approfondimento della cooperazione Sud-Sud creeranno buone condizioni affinché la Cina entri a pieno titolo nell’economia e nella politica mondiali e mobiliti risorse globali per costruire un sistema internazionale a “tre anelli”, per risolvere le pressioni internazionali e sfondare [l'accerchiamento]… . [Il primo cerchio] è costituito dalle nazioni adiacenti alla Cina nell’Asia Orientale, nell’Asia Centrale e nel Medio Oriente; il secondo anello è il vasto numero di nazioni in via di sviluppo in Asia, Africa e America Latina; infine il terzo cerchio si estende fino alle tradizionali nazioni industrializzate, in primo luogo l’Europa e gli Stati Uniti.

Queste sono descrizioni realistiche delle tensioni generate dal caos sistemico attuale, inteso come situazione di trapasso da un ordine mondiale a (eventualmente) uno differente.

Questi momenti si sono succeduti diverse volte nei secoli passati, non sono in sé una novità. Ma siamo in presenza di importanti variazioni. Fino ad oggi essi coinvolgevano l’economia-mondo occidentale e il cambio di potenza egemone, esito finora inesorabile di ogni crisi sistemica, avveniva sempre all’interno dell’Occidente, mentre ora, e questa è la prima variazione, hanno voce in capitolo enormi potenze non occidentali dato che, e questa è una seconda variazione, mai come in questo caso l’economia-mondo investita dal cambiamento aveva raggiunto una dimensione così globale. Una terza notevole novità è che i due maggiori sfidanti dell’ordine monopolare statunitense non puntano a una sua sostituzione, bensì all’instaurazione di un mondo multipolare. Così almeno nelle loro dichiarazioni e così almeno come primo sbocco della crisi sistemica in corso [2].

 

2. Ragionando sulla guerra in Ucraina mi sono però più volte chiesto se sia veramente possibile un mondo multipolare governato dalla logica dell’accumulazione e, parallelamente, mi chiedevo se lo scontro attuale tra USA e Federazione Russa avrebbe costretto Mosca a rivedere la propria politica economica che dall’implosione dell’URSS ad oggi era stata segnata dall’inseguimento del sogno neoliberista occidentale, anche dopo la fine, operata da Putin, della svendita della Russia agli interessi occidentali.

Una risposta corretta alle due domande è decisiva per iniziare ad orientarsi sul “che fare” durante il convulso periodo di transizione globale che ci aspetta. Perché dietro al dilemma che sembra più occupare la mente dei commentatori, “Chi vince e chi perde” c’è la questione più profonda: “Quale sistema vincerà e quale sistema perderà” e quella forse più profonda ancora: “Qual è la Weltanschauung, la visione del mondo, che si imporrà e qual è la Weltanschauung che si ritirerà”. E’ in questi due ultimi dilemmi – e non certo in un’inesistente fragilità militare della Russia – che si intravede una possibile importante debolezza degli sfidanti dell’ordine monocentrico occidentale: questo, almeno per ora, è un sistema (economico, politico e culturale) ben definito, benché gli interessi non siano omogenei, e ha una Weltanschauung altrettanto definita e condivisa. Due cose che mancano, quasi per definizione, ai sostenitori dell’ordine multipolare. Putin lo sa quando afferma che «ognuno di essi sviluppa il proprio sistema politico, eccetera eccetera». Questo è “buon senso diplomatico”. Ma il suo riferimento successivo a differenti “modelli” di crescita economica può nascondere un bias analitico. Perché non esistono “modelli di sviluppo” differenti, ma solo rapporti sociali differenti. Quindi siamo di fronte a due problemi: il primo – che riguarda le probabilità di successo della sfida multipolare – è la disomogeneità politico-sociale-culturale dello schieramento (o del possibile schieramento) multipolarista, il secondo – che riguarda la possibilità di tenuta di un mondo multipolare – deriva dal fatto che il “modello” basato sull’accumulazione senza fine si fonda su un rapporto sociale (di classe) particolare che fa sì che, paradossalmente, questo “modello” non abbia un fine sociale. L’accumulazione è senza fine e senza un fine, se non il Potere. E ciò, come vedremo nel seguito, genera costantemente crisi e richiede politiche di espansione di potenza (attenzione: non è detto che siano quelle classiche dell’imperialismo occidentale e non mi sto riferendo qui alla cosiddetta “operazione militare speciale” russa in Ucraina, che è strumentale e non rientra in questo discorso che invece riguarda il “dopo”).

Quanto sopra esposto illustra sia la natura del progetto multipolarista – e la sua attrattiva per moltissimi Paesi – ma anche una debolezza che fa sì che nulla sia ancora scontato, nonostante Putin abbia ragione a sostenere, sempre a San Pietroburgo, che «[i] nostri colleghi [occidentali] non solo negano la realtà. Ma addirittura stanno tentando di invertire il corso della storia». La logica e la storia indicano effettivamente che il predominio occidentale è obsoleto e insostenibile (in ogni accezione e declinazione di questo termine). E, lo dico qui una volta per tutte, lo scontro Est-Ovest è dovuto all’indisponibilità dell’Occidente, per paura, incapacità, per smisurati orgoglio ed egoismo, a smettere di esercitare questo predominio. Tuttavia la logica e la storia non garantiscono che ci possa essere un ordine mondiale differente. Si potrebbe andare incontro a un disordine sistemico prolungato.

Quanto sopra detto si raccorda alle nostre due domande iniziali.

Per capire il perché della prima bisogna far riferimento alla differenza, posta da Karl Polanyi, tra “società di mercato” e “società con mercato” o, analogamente, alla differenza, descritta da Fernand Braudel, tra l’economia materiale (che pertiene alla società in senso proprio) e l’economia capitalistica (che pertiene a particolari élite) che sottomette la prima. Un tipo di società che si basa sulla riproduzione, inter-statale e intra-statale, di ciò che ho cercato di inquadrare col concetto di “differenziali di sviluppo” (economici, politici, militari, finanziari) [3]. Concetto che collego all’osservazione di Hannah Arendt riguardo al rapporto indissolubile tra accumulazione infinita di ricchezza e accumulazione infinita di potere. Un potere che serve, appunto, a creare/mantenere i necessari differenziali.

Per capire la seconda domanda occorre invece rivolgersi al percorso storico che ha condotto l’Occidente a questo punto traumatico di svolta.

 

3. Se, come direbbe Pierluigi Fagan, ci si ferma all’istantanea “aggredito-aggressore” del 24 febbraio scorso, come è obbligatorio fare per non essere ostracizzati o, a quanto sembra, essere addirittura “attenzionati” dai servizi segreti, è come vedere un film entrando a metà proiezione: è impossibile capire la trama. Non solo perché non si vede tutta la lunga preparazione e ricerca di questo scontro da parte degli Stati Uniti e della Nato sulla pelle degli Ucraini, ma perché non vedendo il primo tempo del film non si capisce la portata e la logica storica di ciò che sta avvenendo. Una logica che consiglia di astenersi da giudizi morali. Questi sono infatti applicabili solo ai meccanismi locali. Ma questo scontro avviene su tre livelli, ha tre aspetti.

L’aspetto locale della crisi ucraina è, a grandi linee, la prevenzione da parte russa della sanguinosa pulizia etnica che i nazionalisti e i neonazisti ucraini erano apertamente intenzionati a compiere e stavano lentamente ma metodicamente compiendo da otto anni [4]. Lo scontro, attualmente, si presenta infatti come un conflitto regionale limitato all’Ucraina sud-orientale (il Donbass in senso lato).

L’aspetto intermedio (strumentale) è l’utilizzo da parte di USA e Nato dell’Ucraina come testa d’ariete per indebolire e se possibile balcanizzare la Federazione Russa.

L’aspetto generale è che la guerra in Ucraina è parte dell’ampio scontro epocale tra Est collettivo (che comprende anche il Sud collettivo) e Ovest collettivo.

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Nel complicato sistema di equazioni per risolvere questo scontro, una variabile fondamentale è la Cina, e il suo sistema socialista ibrido. Per rispondere ad entrambe le precedenti domande è quindi necessario capire se e come la visione politica e sociale, e quindi economica, cinese influenzerà il resto dell’Est collettivo, che comprende l’India, le future potenze economiche di Indonesia, Messico, Turchia, Iran e Brasile e le altre potenze emergenti che in diverse combinazioni daranno vita ai nuovi G5, G7, G8 e G20, dove la presenza o meno delle potenze occidentali dipenderà da criteri geopolitici e non solo dalla loro, decrescente, rilevanza economica (secondo alcune proiezioni nel 2050 l’Italia, sarà solo la 20a economia mondiale).

E’ importante conoscere i trend economici, perché sono scenari su cui le Potenze ragionano. Proprio per questo, però, le proiezioni economiche devono essere prese cum grano salis. Infatti tengono principalmente conto delle variazioni nella posizione dei Paesi nella gerarchia economica, ma non della loro posizione nella gerarchia di potere politico e militare e della interazione tra le due gerarchie. Non lo fanno perché la combinazione di queste due dinamiche non è descrivibile con formule matematiche (cioè con la strumentazione classica delle proiezioni economiche), dato che dipendono da decisioni politiche che alterano ex-post le proiezioni stesse che sono frutto di un ragionamento ex-ante: se queste sono le proiezioni ceteris paribus, allora io, Potenza XYZ, devo intervenire politicamente e/o militarmente in questa o quella direzione per poter cambiare le carte in tavola a mio favore.

E’ il tipo di ragionamento seguito a Washington e da cui è scaturita la strategia di contenimento della Cina che ha come prerequisito quella di indebolimento della Russia. Un ragionamento imperialisticamente corretto e quindi adattivamente catastrofico. E’ imperialisticamente corretto perché, come si diceva, esistono anche gli effetti di retrazione delle dinamiche economiche. Se, sempre a carte ferme, nel 2030 la Cina sorpasserà gli USA come prima potenza economica, non si tratterà solo di un aggiornamento degli annuari statistici, ma di una rivoluzione copernicana negli equilibri geopolitici mondiali, in quanto si affaccerà sulla scena una Potenza con una forza di attrazione egemonica colossale.

Quindi, non solo il conflitto nel Donbass è una spia, o un atto, di un conflitto più ampio, ma se anche questa guerra fosse stata evitata, io sono convinto che a un confronto militare tra Usa e Russia, che di fatto oggi è una sorta di protezione militare esterna della Cina, si sarebbe comunque arrivati, in Ucraina o da un’altra parte, come sono sempre stato convinto che il Cremlino era consapevole che accettare la sfida (e non poteva più evitarla) avrebbe dato inizio a una fase della transizione a un mondo multipolare nuova e drammatica perché passi indietro a quel punto sarebbero stati impossibili, perché avrebbero significato non un ritorno allo stato precedente, ma l’inizio della destrutturazione della Russia come stato sovrano. E le parole di Putin al Forum Economico di San Pietroburgo lo confermano appieno. E’ questa convinzione che obbliga, da un certo livello di analisi in su, ad astenersi da giudizi morali per permettere di concentrarsi senza vincoli ideologici sul quadro più generale (posizione scomoda perché per avere audience occorre dire per chi si fa il tifo, mentre non occorrono sforzi di analisi).

Ovviamente ci sono molte ragioni che facevano dell’Ucraina la “location” perfetta dello scontro. Ragioni storiche e una specifica ragione geografica: l’Ucraina è un enorme spartiacque tra l’Europa Occidentale e il resto dell’Eurasia. In altri termini è un’arma eccezionale per minare la forza di aggregazione e attrazione della “competitor landmass” degli Usa.

 

4. Le proiezioni economiche non tengono in conto anche di un’altra variabile, decisiva, che possiamo indicare col nome di Natura. Ovvero le risorse, la loro quantità, la loro disponibilità, la loro collocazione (cosa che si intreccia con la geopolitica), e infine la loro utilizzabilità in relazione agli equilibri ecologici planetari.

Se si guardano i cicli sistemici, la cui sequenza ripropongo qui sotto ancora una volta per comodità del lettore (ricordando che “EM” significa “espansione materiale”, cioè sviluppo, “EF” significa “espansione finanziaria”, cioè crisi dello sviluppo, e le varie “s” indicano le “crisi spia”) si noteranno due cose: A) ogni successiva potenza egemone è più “grande” (come nazione o come impero commerciale o territoriale) di quella precedente, B) i cicli di sviluppo si accorciano e quelli di crisi si allungano.

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Ho ragionato a lungo su questa osservazione e credo che la spiegazione più plausibile sia questa: ogni ciclo di sviluppo che si succede deve mobilitare una massa maggiore di risorse rispetto a quello precedente, che viene bruciata in un lasso di tempo inversamente proporzionale alla massa stessa.

Dato che, seguendo Jason Moore, si può dire che la Natura viene “creata” dai processi economico-sociali e che siamo di fronte alla fine della “Natura a buon mercato”, è necessario indagare come saranno ripartiti gli effetti di tale fine e se un nuovo ciclo di espansione sarà effettivamente possibile. Senza tener conto di ciò ogni proiezione rischia di essere un esercizio vuoto. E per tenerne conto occorre indagare in quali proporzioni e in quali combinazioni la fisica, la chimica e il caos sistemico stanno esaurendo la “Natura a buon mercato” e se questo esaurimento è assoluto o è relativo a specifiche politiche. A meno che si parli di catastrofi improvvise e istantanee, come potrebbe essere un grosso meteorite che si abbatte sul pianeta, le crisi ecologiche si svolgono in un lasso di tempo sufficientemente lungo perché la loro parte fisico-chimica interagisca con le decisioni umane, vuoi nel loro sviluppo, vuoi nel loro acutizzarsi, vuoi nel loro sfruttamento.

Per parlare di un settore particolare, il controllo della sicurezza alimentare è una gara aperta in cui gli USA, le sue grandi industrie agroalimentari, chimico-farmaceutiche e biotecnologiche, e le sue corporation finanziarie, vere e proprie Compagnie delle Indie dotate di privilegi, sono in pole position e hanno da molto tempo iniziato a ricattare chiunque rientri nel loro raggio d’azione, creando scarsità nell’approvvigionamento di cibo e di fertilizzanti che unita alla crisi dell’approvvigionamento di energia e all’aumento dei tassi di interesse occidentali porterà a un controllo-per-fame, innanzitutto del Sud globale, e a una diminuzione degli standard di vita europei che qualcuno stima del 20%, mentre i politici occidentali e i loro “esperti” cercano di scaricare tutte le colpe sulla Russia e la guerra in Ucraina, facendo finta che le sanzioni anti-russe (che sarebbero scattate anche senza invasione) non c’entrino nulla o che siano delle “conseguenze naturali” della guerra. Ma non sembra che il Sud abbia intenzione né di cadere nella trappola né di bersi la narrazione occidentale. Anzi le azioni occidentali potrebbero far emergere la Russia come un garante della sicurezza alimentare di moltissimi Paesi [5].

 

5. E veniamo al percorso storico del ciclo egemonico statunitense che ha portato al punto di svolta attuale. Comprenderlo permette di iniziare a impostare la risposta alla nostra seconda domanda.

Fate attenzione al punto “s4” (che significa “quarta crisi spia”), a destra del diagramma precedente. E’ il giorno di Ferragosto del 1971, quando il presidente statunitense Richard Nixon decretò l’inconvertibilità del dollaro in oro. La convertibilità era uno dei pilastri dell’architettura degli accordi di Bretton Woods che nel 1944 avevano progettato lo scenario economico-politico per il futuro dopoguerra. Il “Nixon shock” era quindi la spia che tale scenario era entrato in crisi. E in effetti era entrata in crisi la straordinaria stagione di espansione materiale (detta da noi “boom economico” e altrove “ventennio d’oro del capitalismo”) che aveva segnato i primissimi decenni dopo la chiusura della II Guerra Mondiale, espansione basata su quella che viene chiamata “economia reale”, cioè il commercio e l’industria.

La vittoria angloamericana e sovietica nella II Guerra Mondiale aveva risolto, per quanto riguarda l’Occidente, la precedente crisi sistemica (quella dell’Impero Britannico), durata decenni, iniziata con la Lunga Depressione (1873-1895) nascosta (o, possiamo dire, “para-risolta”) inizialmente dall’espansione finanziaria di quella Belle Époque edoardiana iniziata con la guerra franco-prussiana (prima alterazione dell’equilibrio di potere in Europa su cui si basava l’egemonia britannica nel Vecchio Continente – Marx capì che era il preludio di una futura guerra tra Germania e Russia) e finita col fatidico 1914.

La finanziarizzazione della Belle Époque edoardiana non era filata liscia. Infatti nel 1907 si assistette al Bankers’ Panic (o Knickerbocker Crisis), una crisi che da Wall Street si propagò ad altri Paesi in forte sviluppo, come Giappone, Germania e Italia. Come già sapeva Marx, le grandi crisi iniziano sempre sul piano finanziario e quindi non è una sorpresa che esse colpiscano più duro proprio dove le attività finanziarie (come in questo caso l’euforia borsistica) sono più sviluppate. In seguito ci fu la Grande Depressione iniziata con la Crisi del ’29. Anch’essa si originò negli USA. Si può affermare che sia la crisi del 1907 sia quella del ’29 erano due “crisi di crescita”. Segnalavano da un lato la grande capacità degli Stati Uniti di attrarre capitali, e dall’altro il perdurante disordine mondiale (con conseguenti ostacoli agli investimenti produttivi, interruzioni nei pagamenti internazionali, inflazione e fluttuazioni valutarie, eccetera) dovuto all’indebolimento dell’egemonia mondiale britannica (a causa principalmente di USA e Germania). Disordine a cui mise fine la II Guerra Mondiale.

Similmente la Belle Époque reaganiano-clintoniana-thatcheriana ha visto la “Crisi delle dot-com” (cioè lo scoppio della bolla speculativa della “economia digitale” o “New Economy”), che fece perno attorno all’attentato alle Torri Gemelle (nel 2002 l’indice dei titoli tecnologici NASDAQ-100 aveva perso il 78% rispetto al suo picco nel 2000 e 5 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato erano stati bruciati) e, solo sette anni dopo, la “Crisi dei subprime”, nuovamente e ovviamente esplosa nel centro del sistema occidentale, cioè gli USA (crack della Lehman Brothers del 2008) e poi propagatasi alla sua periferia.

 

6. Per capire queste crisi e le crisi finanziarie che avverranno nel prossimo futuro, ritorniamo al Nixon shock del 1971. In sé l’affrancamento del Dollaro, moneta degli scambi internazionali, dall’oro, voleva dire una cosa: il commercio internazionale aveva raggiunto dopo la Ricostruzione una dimensione tale che la sua moneta di scambio, il Dollaro, non poteva più essere garantita dalle riserve di Fort Knox (“saccheggiate” dai Paesi in surplus, come Francia e Germania). Ma parallelamente era cresciuto un altro problema: proprio quel prodigioso periodo di sviluppo materiale ventennale aveva generato masse crescenti di capitali che non potevano più essere reinvestite nello sviluppo materiale stesso, pena la loro svalorizzazione (a causa di un tasso di profitto “insufficiente”, o della mancanza stessa di sufficienti occasioni di investimento).

I due aspetti interagirono. Il Nixon shock generò un periodo di instabilità valutaria e i capitali sovraccumulati si riversarono in operazioni sui cambi, dapprima per proteggere gli investimenti delle multinazionali lungo le loro filiere internazionali, poi a puro scopo speculativo. Le economie occidentali stavano traslando dall’accumulazione materiale a quella finanziaria. In termini iper-semplici, se nei periodi di accumulazione materiale gli interessi sono quota parte dei profitti, in quelli di accumulazione finanziarizzata essi sono indipendenti: l’economia finanziaria di scollega a ritmi crescenti dall’economia reale. Diventa un “elefante che vola”, per usare la metafora escogitata da Thomas Friedman per descrivere la “Bolla dell’11 Settembre” [6]. E’ cosi che, secondo la Banca di Basilea, i soli titoli derivati riescono ad ammontare oggi a circa il 1.500% dell’intero PIL mondiale, cioè valgono 15 Terre. Cioè materialmente non valgono nulla, se non la possibilità di esercitare Potere e tramite esso mobilitare risorse reali con capitali fittizi.

Ma, per l’appunto, c’è bisogno di Potere, o meglio del Potere del Territorio, perché la logica economica, cioè il Potere del Denaro, evidentemente non basta, porterebbe solo a un collasso: «La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile … chiamato Esercito, Aviazione, Marina e Corpo dei Marines degli Stati Uniti» scriveva sempre Thomas Friedman, nel 1999, nel suo “Manifesto per il mondo veloce”.

Il Nixon shock rese visibile, a chi voleva vederlo, il pugno invisibile.

Ma inizialmente fece emergere anche i latenti contrasti tra Potere del Territorio e Potere del Denaro. Per Washington il disaccoppiamento tra Dollaro e oro doveva servire a rilanciare l’economia reale. Ne seguì un lungo periodo di tassi bassi. Ma la mancanza di occasioni profittevoli d’investimento tramutarono il “keynesismo nixoniano” in una stag-flazione (inflazione con stagnazione). I mercati finanziari premevano invece per un rialzo dei tassi d’interesse. Lo scontro tra i due Poteri durò poco meno di un decennio, fino alla tregua siglata col Volker shock quando i tassi di interesse federali (federal funds rate) passarono dall’11,2% del 1979 (esattamente l’inflazione media di quell’anno che in dicembre aveva raggiunto il 13,29%) al 20% del 1981 facendo salire il prime rate al 21,5%. Ne seguì un vertiginoso aumento della disoccupazione e il dramma del debito dei Paesi in via di sviluppo.

Siglato il nuovo patto d’alleanza tra Potere del Denaro e Potere del Territorio, la Reaganomics segnò il percorso che i processi di accumulazione occidentali dovevano seguire o ai quali dovevano per forza adeguarsi. Essi erano caratterizzati dall’accumulazione di capitali fittizi, dal primato della finanza (dominata da Wall Street e City di Londra), dalla deindustrializzazione e terziarizzazione e quaternizzazione dei tradizionali centri capitalistici, mentre la produzione reale veniva demandata alle economie “emergenti”, che essendo al di fuori del circuito capitalistico principale, il Centro in crisi, potevano creare sufficienti profitti, profitti intercettati dal Centro tramite delocalizzazioni, investimenti o prestiti di capitale mobile, dinamiche che andarono sotto il nome di “globalizzazione”.

 

7. Tutto questo esigeva che il Centro mantenesse una posizione egemonica globale.

Ritorniamo nuovamente al Nixon shock. E’ stato detto che dopo di esso il Dollaro mantenne la sua posizione di moneta internazionale perché il disaccoppiamento con l’oro fu sostituito con l’accoppiamento con le materie prime, in particolare il petrolio (così che è anche usato impropriamente il termine “Petrodollaro”).

Ma qui siamo in presenza di un circolo vizioso: una moneta virtualmente priva di valore lo ottiene perché si può comprare petrolio solo con essa, ed è proprio per il valore così acquisito, che essa viene usata per comprare il petrolio. Dal circolo vizioso si esce se si cambia la prima frase in “perché è obbligatorio compare petrolio solo con essa”. Chiaramente il Nixon shock non fece precipitare nel baratro l’economia statunitense che per lungo tempo ha ancora avuto la leadership nell’innovazione di prodotto (legata all’innovazione tecnologica militare). E ovviamente l’accettazione del Dollaro è stata legata anche a questa preminenza. Tuttavia gli Stati Uniti sono anche il Paese più indebitato del mondo, vive di deficit delle partite correnti e il debito federale ha raggiunto cifre fantasmagoriche.

Il capolavoro statunitense è stato utilizzare la loro superiorità tecnologica, militare e politica per trasformare quei deficit in una trappola per gli altri Paesi.

Un Paese X non potendo redimere in oro il proprio surplus commerciale in dollari aveva una sola alternativa per non vederselo trasformare in carta straccia: investirlo in titoli del Tesoro statunitensi. Dal Dollar-gold-exchange standard si era passati al Treasury bill standard.

Se l’Inghilterra a suo tempo dominava perché era contemporaneamente l’entrepôt e il bancomat mondiale in positivo (cioè sfruttando la potenza commerciale dell’impero e la saldezza della Sterlina), gli USA dopo il Nixon shock lo diventarono in negativo, sfruttando la loro dipendenza dalle importazioni (e quindi la dipendenza degli esportatori da loro) e la debolezza intrinseca del Dollaro:

Così tenni la mia conferenza sull’industria petrolifera e su come l’America stava sfruttando il mondo e su come essere rimasti senza oro significava che c’era solo una cosa che le altre nazioni potevano fare col loro surplus commerciale. Quei dollari venivano sbattuti fuori per via del deficit della bilancia dei pagamenti a causa delle spese militari. Le banche centrali straniere a quel punto potevano solo comprare i buoni del Tesoro USA. Così i militari spendevano all’estero i dollari, pompavano dollari nelle economie europee e asiatiche, che poi imprestavano i soldi al governo degli Stati Uniti comprando i suoi buoni del Tesoro per finanziare la guerra e il loro stesso accerchiamento militare.

Dopo che avevo detto questo a un meeting a Wall Street, Herman Kahn [un teorico militare] disse: “Tutto questo è geniale. Abbiamo bagnato il naso agli imperialisti britannici. E’ una grande notizia. Lascia l’università e io ti triplicherò il salario se vieni a lavorare per me”. [7]

Se finanziarizzazione e globalizzazione (non limitata alle spese militari ma estesa all’acquisto di industrie, merci e servizi all’estero tramite il Dollaro fiat) si sostenevano a vicenda, la finanziarizzazione e l’egemonia politica statunitense erano spalleggiate dal Treasury bill standard. Ora la necessità degli Stati Uniti di contrastare l’Eurasia, in quanto polo di attrazione egemonizzato da Russia e Cina, sta interrompendo il circuito finanziarizzazione-globalizzazione. Non solo esso porta rendimenti decrescenti ma addirittura genera effetti nettamente negativi per il predominio occidentale.

Essendo la finanziarizzazione puntellata dalla globalizzazione, un atterraggio, morbido o catastrofico, della “sopraelevazione” finanziaria, cioè un processo di de-finanziarizzazione, è obbligatorio, benché estremamente traumatico perché investe le basi su cui da 40 anni si reggono la società statunitense, il suo dominio globale e le élite clienti che controllano i Paesi vassalli e ne hanno indirizzato lo “stile di vita”, dalla ripartizione degli interessi e della ricchezza alla mentalità. Una guerra è un’ottima occasione per, diciamo così, “bruciare i libri contabili”. O più precisamente, per alterarli mentre si cerca di diluire i tempi della de-finanziarizzazione, a cui comunque si opporranno sicuramente, con tutte le loro forze, grandi centri di potere. Detto in altro modo, gli Stati Uniti devono contrastare i competitor globali, in primis la Russia, competitor politico e militare, e la Cina, competitor economico e politico (non esiste una competizione puramente militare o puramente economica). Ma per far ciò devono necessariamente segare il ramo su cui siede la finanziarizzazione e, quindi, su cui si regge la società così come si è configurata in questi 40 anni di finanziarizzazione-globalizzazione.

Ciò porta alla necessità per ogni attore occidentale di scaricare sugli altri le enormi contraddizioni che saranno generate, dall’inflazione alla stagnazione, dai fallimenti alla disoccupazione, dalla povertà al deprezzamento della moneta, alla crescita del debito pubblico e del servizio del debito.

E queste contraddizioni verranno scaricate secondo le gerarchie di potere relativo. E uno stato di guerra è un’ottima opportunità per farlo o per scalare quelle gerarchie (come in Europa sta facendo ad esempio la Polonia in un modo, la Turchia in un altro e l’Ungheria in uno del tutto diverso).

Ecco dunque la guerra nella guerra, ovvero quella che gli USA e l’Anglosfera stanno conducendo contro la UE (ormai solo continentale) e specialmente le sue nazioni più forti industrialmente, ma più deboli politicamente: l’Italia e la Germania, le quali essendo ufficialmente “Potenze sconfitte” (fine pena mai) ed avendo entrambe attualmente governi totalmente proni ai voleri di Washington, non riescono nemmeno ad opporre quei sussulti di indipendenza che ogni tanto la Francia fa mostra di avere.

Infatti il cosiddetto “Occidente” è diviso tra una parte dominante, l’Anglosfera (con la Francia che vorrebbe-e-non-vorrebbe entrare nel club e da qui la sua ambiguità) e una parte subordinata, nella quale spicca l’Europa (la Germania e l’Italia non possono entrare nel club per definizione e c’è un altro importante e ambizioso attore che è in una situazione simile: la Turchia).

 

8. Tutte queste dinamiche si giocano attorno a un parametro decisivo: il fattore “tempo”. La mossa militare del Cremlino sarebbe suicida se l’Eurasia, come centro alternativo di potere, non avesse raggiunto una sufficiente massa in termini militari, economici, finanziari e diplomatici da generare un ampio campo gravitazionale. Lo stato degli armamenti russi (si pensi solo ai missili ipersonici), la risposta economica alle ormai 10.000 sanzioni (il Rublo ai massimi sul Dollaro degli ultimi tre anni e degli ultimi sette anni per quanto riguarda l’Euro, l’attivo commerciale triplicato rispetto a quello dell’anno scorso, un atteso default che non si fa vedere), la riottosità della stragrande maggioranza del mondo ad attuare le sanzioni e a rifornire di armi l’Ucraina, persino da parte di storici alleati occidentali come Israele e l’Arabia Saudita, la posizione economica predominante della Cina e molto altro, fanno pensare che sì, questa massa è stata raggiunta. O più precisamente sta per, o può, essere raggiunta, perché nel vero caos sistemico (ovvero la deglobalizzazione dispiegata) si deve ancora entrare (manca poco) e la situazione sarà fluida finché non si incomincerà ad uscirne.

Mentre a Davos l’Occidente collettivo celebrava una vittoria che non si vede all’orizzonte, sotto lo sguardo più che perplesso del vecchio Kissinger, falco realista che fa la guerra in modo feroce ma capisce quando è ora di far la pace, che diceva le stesse cose dette da Chomsky – cosa inaudita (e segnale quasi perfetto che ci troviamo immersi in una crisi colossale anche ideale) – a Bishkek, nel Kyrgyzstan si teneva il primo Forum Economico Eurasiatico, dove si sono gettate le fondamenta di un’organizzazione dello spazio economico mondiale alternativa a quella occidentale: un Fondo Monetario alternativo, una Banca Mondiale alternativa e così via. Un’organizzazione che è alternativa innanzitutto perché è al di fuori del controllo politico anglosassone e quindi del controllo economico-finanziario di Wall Street, del Tesoro statunitense e della City di Londra [8].

Questa infatti è una crisi sistemica. E ciò in primo luogo vuol dire che non è limitata a una regione definita del mondo e in secondo luogo che investe tutti i piani su cui si gioca l’egemonia mondiale: il controllo militare (che non vuol dire solo monopolio della violenza, ma anche delle tecnologie generate dalle spese militari), il controllo economico e finanziario, quello dell’accesso alle risorse naturali (e qui oltre alle fonti energetiche per i macchinari io aggiungerei senza indugio le fonti energetiche della vita: acqua e calorie). Infine il monopolio sulla comunicazione di massa. A fronte di ciò, che forza ha il progetto alternativo eurasiatico? Come mai gli Usa hanno accelerato i tempi di precipitazione della crisi ucraina? Quali calcoli strategici complessivi hanno fatto? Quando cercheranno di colpire il bersaglio principale, cioè la Cina? Perché è evidente che stanno lavorando a una qualche forma di scontro militare col Regno di Mezzo.

Un ostacolo a questo sviluppo può però derivare da un allargamento (Transnistria?) e/o allungamento del conflitto in Ucraina o dall’innalzamento del suo livello. Ostacoli di questo tipo vogliono dire dover allungare i tempi dei piani statunitensi e il tempo è una variabile cruciale, perché ciò che è possibile oggi (militarmente, tecnologicamente, economicamente, politicamente, diplomaticamente) potrebbe non esserlo tra pochi mesi (sarà per questo che Mosca ha dichiarato di non aver fretta nel Donbass?). L’Ucraina può diventare una spada a doppio taglio, per gli Usa, la Nato e l’Anglosfera se permette alla Cina di prepararsi adeguatamente allo scontro, allunga i tempi di riorganizzazione dell’Occidente collettivo 2.0 e aumenta la probabilità di defezioni, non tanto in Europa, sufficientemente subordinata anche culturalmente, ma in altri continenti, e infine può forzare i Paesi occidentali ad accelerare passaggi, come la definanziarizzazione, senza esserne ancora preparati [9].

Il tempo misura anche la distanza tra ordine e disordine. Le sanzioni USA-Nato-UE stanno perturbando in modo crescente e sempre più grave le catene internazionali del valore, le supply chain internazionali, i sistemi di pagamento e i mezzi di pagamento. Nulla di più ovvio che se appena valutano di essere fuori dal mirino delle minacce statunitensi, Paesi e imprese cerchino di uscire da questo disordine per andare dove l’ordine viene garantito o per lo meno non si crea disordine. E dove sono garantiti basilari principi di pariteticità e un gioco win-win (“conquistare lentamente la fiducia” dicono i Cinesi). Gli Usa sembrano così essere sotto impasse: se la Nato non interviene più pesantemente, l’Occidente in Ucraina subirà una disfatta con gravi ripercussioni politiche interne e internazionali. Se interviene direttamente o permette a Kiev di lanciare attacchi missilistici sulla Russia, l’escalation verso un conflitto strategico diventa una possibilità reale, col rischio di dover in poco tempo scegliere tra mutua distruzione o accordo (ammesso che la Nato arrivi integra a un confronto strategico con la Russia). Se invece la Nato interviene più pesantemente dall’esterno senza un’escalation strategica, allargando eventualmente il conflitto, l’Ucraina rischia di diventare per l’Occidente un impegno troppo gravoso per risorse e tempo.

 

9. Il processo di de-finanziarizzazione non può non accompagnarsi a uno speculare processo di re-industrializzazione. E non è possibile una re-industrializzazione senza una de-finanziarizzazione (dato che, per fare un solo esempio, attualmente il 90% delle entrate delle società statunitensi non è reinvestito in fattori produttivi ma è utilizzato per il riacquisto delle azioni e per pagare i dividendi al fine di sostenere il valore in Borsa delle società).

Entrambi i processi non sono assoluti ma devono essere messi in relazione all’ampiezza e alla qualità della nuova sfera d’influenza frutto di una riglobalizzazione parziale (o, come viene chiamata, “globalizzazione 2.0”) che gli USA stanno organizzando. I movimenti diplomatici statunitensi in questo periodo sono frenetici in ogni quadrante del mondo.

Quindi le domande in sospeso ora sono queste:

1. Gli USA riusciranno a ricreare un’adeguata sfera d’influenza che contrasti la riorganizzazione dell’Est e del Sud del mondo attorno all’asse Russia-Cina? E quali mezzi utilizzerà, oltre quelli militari e della diplomazia del ricatto?

2. Oppure il passaggio tra destrutturazione della sfera di influenza americana e sua ristrutturazione, sarà ostacolato da incursioni “eurasiatiche” che sfruttando la destrutturazione impediranno la ristrutturazione? Per essere più precisi, la crisi serissima che colpirà l’Europa a partire dal prossimo autunno, potrebbe allontanare dalla sfera occidentale un gran numero di Paesi che cercheranno altrove partner commerciali e politici e la stessa UE vedrà acuire le proprie contraddizioni interne [10].

3. Quale sarà la natura politica, economica e sociale dell’asse eurasiatico? Che tipi di rapporti sociali nasceranno in Cina e in Russia dal loro scontro con l’Occidente?

4. I rapporti sociali (e quindi economici e politici) che prevarranno saranno in grado di: a) garantire la stabilità di un mondo multipolare, b) essere attraenti (egemonici) per la gran parte del mondo, c) garantire gli equilibri ecologici planetari o per lo meno frenarne il degrado?

Riguardo alle prime due domande, io oggi non sono in grado di fare una previsione sensata, anche perché non conosco né i piani militari di Mosca né i piani militari e di pressione economica di Washington, mentre l’unica cosa evidente è il tipo di scontro che si sta consumando. Posso solo ricordare quanto ho detto nei primi due paragrafi.

Riguardo le ultime due domande, l’indirizzo di Vladimir Putin al Forum economico di San Pietroburgo, che consiglio di leggere integralmente, fornisce indizi contrastanti. Da una parte pone l’accento sulla deregolamentazione (e persino sulla depenalizzazione della maggior parte dei reati economici) e sull’impresa privata come base dell’economia. Dall’altra sembra asserire l’importanza dell’economia mista, dell’intervento statale, oltre che dello sviluppo del welfare state. E’ come se la Russia fosse di fronte a un bivio o come se Putin e i dirigenti russi avessero capito la lezione della Storia solo a metà (o siano costretti a disconoscerne una metà a causa degli interessi che rappresentano).

Ancora una volta, nel suo discorso a San Pietroburgo il presidente della Federazione Russa ha descritto con concisa precisione l’alternativa che si intravede nel caos sistemico: «Sotto la nuvola dell’inflazione, molti paesi in via di sviluppo si pongono una giusta domanda: perché scambiare beni con dollari ed euro che stanno perdendo valore proprio davanti ai nostri occhi? La conclusione si suggerisce da sola: l’economia delle entità mitiche viene inevitabilmente sostituita dall’economia dei valori e dei beni reali» (enfasi mia).

Ma le entità mitiche e i valori e i beni reali non possono essere disgiunti se si rimane sottoposti alla logica dell’accumulazione senza (un) fine. Perché, come si è visto, la finanziarizzazione col suo sostegno imperialista e colonialista non è il risultato di una presa di potere da parte dei capitalisti rentier, ma è il prodotto del superamento dei limiti dei processi di espansione materiale nel modo più “naturale” suggerito dalla logica dell’accumulazione infinita e senza un fine. L’accumulazione materiale si basa su contraddizioni reali e genera contraddizioni sempre maggiori che infine la frenano. La finanziarizzazione cerca di superare questi limiti facendo volare gli elefanti. Finché crollano a terra, perché la soluzione è “naturale” nell’ottica dei rapporti sociali capitalistici (suggerisco di rileggere il III volume del Capitale che ha ancora molto da dire) ma in realtà è del tutto innaturale, oltre che contro-sociale. L’accumulazione “reale” e l’accumulazione “fittizia” sono quindi due aspetti, due stadi, della stessa logica, benché siano così diversi da dar vita a epoche sociali molto differenti, come la società fordista-taylorista col suo controprogetto comunista, e la società liquida postmoderna occidentale priva per ora di controprogetti visibili per aver metabolizzato tutti quelli della fase precedente (chi aveva come habitus il comunismo ora ha come habitus il politicamente corretto).

 

Breve appendice metodologica

Nella precedente descrizione della crisi sistemica, che è l’unica che spiega ciò che sta avvenendo, convergono i grandi affreschi storici di Fernand Braudel, il loro incontro col marxismo tramite la World System Analysis di Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein e Samir Amin e le analisi multidisciplinari di Karl Polanyi e di altri grandi “anti-specialisti” (così li chiamo).

Ora, non so perché ma sono stato accusato (da persone con la mentalità formata dalla sinistra selbstgerecht – copyright Sahra Wagenknecht [11]) di ragionare in modo ideologico proprio perché seguo la teoria del “sistema mondo” che di questi cicli e di queste crisi si occupa. Eppure se c’è un modo di pensare totalmente privo di ideologia (e impressionantemente, e dannatamente, predittivo per giunta) è proprio questo, dove si parla di potenze contrapposte, non di “buoni” o “cattivi”. A meno che, sotto sotto, si pensi che ci sia una potenza cattiva e una, che guarda caso è quella con cui abbiamo più familiarità anche se a volte ci sta un po’ sull’anima, che invece è passabilmente “buona”. O, come si dice con molta facilità, è “meno peggio”. In altri termini, sospetto che si accusi di “ideologismo” chi non accetta la tesi, squisitamente ideologica, che gli Usa e il loro sistema di dominio siano “meno peggio”.

D’altronde il fallimento delle sanzioni come pressione per creare disordini popolari finalizzati a un regime change a Mosca (come gli USA fecero per facilitare il golpe di Pinochet), è frutto di questa hubris occidentale associata a un’ignoranza dell’avversario al limite del disprezzo razzista. Prima ancora che un fallimento tecnico-politico è un fallimento culturale.

Come scrivevo all’inizio di un articolo del 2015 intitolato “La guerra è la sola igiene del mondo?”, giudizi “morali” specifici (quelli generali devono essere sempre nella testa di un analista) sono inapplicabili in contesti simili, dove hanno senso ben altre categorie:

«[...] per l’analisi del comportamento di entità statali e dei conflitti in corso tra loro non è né lecito né produttivo suddividere il mondo tra Buoni e Cattivi. Gli scontri geopolitici avvengono tra sistemi costituiti di potere che agiscono guidati dal criterio dell’interesse e dell’opportunità e quindi attraverso tali criteri devono essere interpretati e analizzati». [12]

Quindi, la colpa o difetto che mi si imputa non è aver affermato che Putin è “il meno peggio”, bensì il non voler ammettere che lo siano gli Usa e l’Occidente collettivo. Perché negarlo mette in crisi tutto il sistema “semantico” di riferimento di vari strati sociali occidentali, specialmente della borghesia della mia generazione, che in tempi remoti era, lei sì, ideologicamente antiamericana ma che ora è sgomenta per ciò che sta succedendo e implicitamente timorosa che certezze economiche e sociali acquisite siano messe in discussione, timore che certo non aiuta una tradizionale incapacità di ragionare in termini “materialistico-politici” invece che in termini di (sovente vaghi e a volte artificialmente costruiti) ideali ai quali metodicamente si tolgono le gambe per camminare (perché le gambe sono fatte di materia e non di sogni, sospiri e sguardi nostalgici).

E’ uno dei principali difetti della mia generazione “sessantottina”, che ha poi formato e cooptato la classe dirigente più giovane. Una vera e propria dissonanza cognitiva che si sta acutizzando con lo spaesamento terrorizzante generato dalla prospettiva o addirittura sensazione che i destini del mondo stanno sfuggendo all’Occidente, cioè si stanno spostando in aree del pianeta di cui non conosciamo nulla, se non luoghi comuni e sentito-dire, a volte del tutto fantastici e spesso frutto degli inganni della nostra propaganda.

Il nuovo senso del mondo si sta muovendo verso aree dove sulla nostra mappa campeggia la scritta “Hic sunt leones”.


Note
[1] Il discorso di Putin si trova alla pagina http://en.kremlin.ru/events/president/news/68669 .L’articolo di Cheng Yawen si può trovare su Monthly Review Online https://mronline.org/2022/06/14/building-the-new-three-rings/. La traduzione in Inglese recita: “encircling the city in the countryside”. Io ho mantenuto la traduzione classica in italiano della famosa “Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito” del 20 aprile 1945.
[2] Uso il termine “sistemico” (“crisi sistemica”, “caos sistemico”) nell’accezione specifica della Scuola del Sistema-Mondo e in particolare delle analisi di Giovanni Arrighi, Jason Moore e David Harvey. Quindi in questo scritto tale termine può avere un significato anche molto diverso da quello inteso da altri autori.
[3] Piero Pagliani, “La logica della crisi sistemica”. In “Dopo il neoliberalismo. Indagine collettiva sul futuro”, a cura di Carlo Formenti, Meltemi, 2021. E’ chiaro che sullo sfondo rimane il concetto leniniano di “sviluppo ineguale” (che ho articolato con quello di “accumulazione differenziale” di Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan – si veda qui l’archivio dei loro scritti: https://bnarchives.yorku.ca/). Invece che ignorare con sufficienza questo concetto, qualcuno dovrebbe chiedersi come mai a 100 anni e passa da Lenin lo sviluppo persista a essere ineguale.
[4] Così il leader del partito neonazista “Svoboda”, Oleh Tyahnybok, referente nel colpo di stato del 2014 di Victoria Nuland, plenipotenziaria di Obama in Europa, dell’allora vicepresidente Joe Biden, e del senatore McCain, coi quali lo potete vedere sul web in più che amichevoli atteggiamenti in diverse photo-opportunity: «Per creare una vera Ucraina, per liquidare fisicamente e rapidamente tutta l’intellighenzia russofona … bisogna fucilarli senza indagini e senza processi … . Tutti i membri dei partiti e delle organizzazioni anti-ucraine, non solo i pro-russi, ma anche pro-Romania, pro-Ungheria e pro-Tatari devono essere fucilati. La biomassa amorfa di stomaci viventi che parla russo è un gregge che va ridotto di 5-6 milioni di individui». E così Yulia Tymoshenko della quale campeggiava un’immagine sui municipi italiani perché dovevamo disperarci che stesse in galera per corruzione e abuso di potere: «Quegli 8 milioni di russi rimasti in Ucraina dobbiamo ucciderli tutti, con le armi atomiche». E così Petro Poroshenko, il primo presidente post-Maidan: «Noi avremo un lavoro e loro non lo avranno. Noi avremo le pensioni e loro no … I nostri bambini andranno a scuola e all’asilo mentre i loro figli dovranno nascondersi nelle cantine, perché loro non sanno fare niente. Ecco come vinceremo questa guerra [nel Donbass]».
«La Triade [Stati Uniti, Europa, Giappone] hanno organizzato a Kiev ciò che dovrebbe essere chiamato “golpe Euro/Nazi”. Per raggiungere i suoi obiettivi (separare due nazioni storicamente gemelle), aveva bisogno del supporto dei nazisti locali. La retorica dei media Occidentali, che affermano che le politiche della Triade hanno come scopo la promozione della democrazia, è semplicemente una menzogna. Da nessuna parte la Triade ha promosso la democrazia. Al contrario, queste politiche hanno sistematicamente sostenuto le forze locali più antidemocratiche (in alcuni casi “fasciste”)»
Samir Amin, “Russia and the Ukraine crisis: The Eurasian Project in conflict with the triad imperialist policies”. Monthly Review Online, 2014.
[5] Secondo Michael Hudson «la Russia rappresenta il 40% mondiale del commercio di cereali e il 25% del mercato mondiale dei fertilizzanti (45% se si include la Bielorussia). Qualsiasi scenario avrebbe incluso il calcolo che se un volume così grande di grano e fertilizzanti fosse stato ritirato dal mercato, i prezzi sarebbero saliti alle stelle, proprio come è successo per petrolio e gas. A ciò si aggiunge la perturbazione della bilancia dei pagamenti dei Paesi che devono importare queste merci, il prezzo in aumento per l’acquisto di dollari per pagare i loro obbligazionisti esteri e le banche per i debiti in scadenza. L’inasprimento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve ha causato un premio in aumento per il Dollaro USA rispetto a Euro, Sterlina e valute del Sud del mondo. È inconcepibile che le conseguenze di ciò sui Paesi al di fuori dell’Europa e degli Stati Uniti non siano state prese in considerazione, perché l’economia globale è un sistema interconnesso.»
Hudson riporta anche il fatto che Macky Sall, presidente del Senegal e dell’Unione Africana, si è recato a Mosca per pianificare il modo di evitare l’interruzione del commercio africano di petrolio e cibo, rifiutandosi di diventare pedina delle sanzioni (“Is US/NATO (with WEF Help) Pushing for a Global South Famine?”: https://michael-hudson.com/2022/06/is-us-nato-with-wef-help-pushing-for-a-global-south-famine/)
In realtà non esiste un embargo sul grano russo, bensì grandi difficoltà ad importarlo, almeno in Europa, a causa delle sanzioni sullo shipping da e per la Russia e il minamento ucraino dei porti sul Mar Nero. Esiste invece un parziale embargo sui fertilizzanti sia russi che bielorussi.
Di Jason Moore consiglio, ancora una volta, “The End of Cheap Nature. Or How I Learned to Stop Worrying about “The” Environment and Love the Crisis of Capitalism”:
https://jasonwmoore.com/wp-content/uploads/2017/08/Moore-The-end-of-cheap-nature-2014.pdf
La Natura-non-a-buon-mercato in Occidente sarà appannaggio di pochissimi potentati finanziari. Si pensi a Blackrock e Vanguard che, oltre che Pfizer, controllano giganti come Nestlé, PepsiCo, General Mills, Kellogg’s, Associated British Foods, Mondel’z, Mars, Danone, Unilever e Coca-Cola, AppHarvest (un’azienda agricola con sede nel Kentucky che vanta una delle serre più grandi del mondo: 2,76 milioni di metri quadrati), Hydrofarm Holdings, eccetera, oltre controllare mezzi di trasporto per prodotti e fertilizzanti (Union Pacific).
Su questo argomento si vedano ad esempio gli studi di Mary Hendrickson (Università del Missouri) e:
- iPES Food: “Too Big to Feed. Exploring the impacts of mega-mergers, consolidation and concentration of power in the agri-food sector”: https://www.ipes-food.org/_img/upload/files/Concentration_FullReport.pdf.
- Adrienne Buller “With $10 Trillion in Assets, BlackRock Has Set a New Benchmark for Corporate Power”: https://jacobin.com/2022/03/index-funds-blackrock-vanguard-stocks-ownership-democracy-concentration
Per avere un quadro più ampio suggerisco anche lo studio “Digitalization and the third food regime” di Louisa Prause, Sarah Hackfort e Margit Lindgren del Dipartimento di Politica dell’Agricoltura e del Cibo, della Humboldt-Universität di Berlino: https://link.springer.com/article/10.1007/s10460-020-10161-2
[6] Thomas Friedman. “The 9/11 Bubble”. The New York Times, 2 dicembre 2004.
[7] “Michael Hudson: Vita e Pensiero. Un’Autobiografia. Alle origini della crisi attuale”, a cura di Piero Pagliani. https://it.scribd.com/document/389764645/Michael-Hudson-Vita-e-Pensiero
[8] «It was clear at this year’s gathering of business and political elites in Davos that the longstanding vision of a world without borders is no longer credible», Joseph Stiglitz, “Getting Deglobalization Right”, https://www.project-syndicate.org/commentary/deglobalization-and-its-discontents-by-joseph-e-stiglitz-2022-05
Nel febbraio del 2013 pubblicai online (tramite il sito “Megachip”) due volumi intitolati “Al cuore della Terra e ritorno” (Parte Prima: http://www.scribd.com/doc/184765579/Al-Cuore-Della-Terra-e-Ritorno-Uno, Parte Seconda: http://www.scribd.com/doc/184766479/Al-Cuore-Della-Terra-e-Ritorno-Due). Il secondo volume era intitolato “La crisi che verrà. Definanziarizzazione e deglobalizzazione”. Sono contento che quasi dieci anni dopo un premio Nobel per l’Economia confermi le mie previsioni. Il fatto che, diciamo così, io ci sia arrivato dieci anni prima di Stiglitz dipende da una circostanza precisa: lui è un super tecnico accademico e io no, non sono né un tecnico né un accademico. In quanto tale ero più libero di lui di arrischiare paradossi invece che essere costretto a ripetere pregiudizi. In realtà ho anche maestri migliori, come Giovanni Arrighi, accademico anche lui, ma di altro stampo, che dove si stava andando a parare lo aveva capito agli inizi degli anni Novanta, cioè venti anni prima dei miei due volumi, che senza Arrighi sarebbero infatti stati impossibili. Che i due movimenti di definanziarizzazione e deglobalizzazione potessero essere accelerati da un conflitto armato di vasta portata era tra le mie ipotesi, anche se dieci anni fa speravo ancora che fosse evitato. Ma già due anni dopo lo ritenevo quasi inevitabile nell’articolo citato nella nota [11]. Ricordo che attorno a Russia e Cina ruota una miriade di organizzazioni e istituzioni internazionali come il BRICS (e il BRICS+), la SCO (Shanghai Cooperation Organization), la NDB (New Development Bank), la RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership – il più esteso accordo di libero scambio del pianeta) che sono in collegamento con iniziative regionali come il BIMSTEC (The Bay of Bengal Initiative for Multi-Sectoral Technical and Economic Cooperation), l’ASEAN-China free trade agreement, il Mercosur e molti altri.
[9] Il CEO di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, ha dichiarato che «he is preparing the biggest U.S. bank for an economic hurricane on the horizon and advised investors to do the same». https://www.cnbc.com/2022/06/01/jamie-dimon-says-brace-yourself-for-an-economic-hurricane-caused-by-the-fed-and-ukraine-war.html
[10] Basta vedere le mosse della BCE lagardiana per capire il disastro economico-sociale che le élite finanziarie globali ed europee stanno preparando per i Paesi dell’Unione Europea. Il connubio tra alti tassi di interesse, asservimento dei sindacati, repressione (che ci sarà), disoccupazione, rilancio in grande stile del tema del debito pubblico e dell’austerità, metterà definitivamente una pietra tombale sui diritti garantiti dai Principi fondamentali e dalla Parte prima della nostra Costituzione, al welfare e ai servizi pubblici, a partire proprio dalla Sanità universalista. I partiti della sinistra liberale saranno i guardiani di questo degrado, mentre quelli di destra guadagneranno consensi predicando, ma non praticando, qualche forma di opposizione. Vladimir Putin anche in questo caso non sbaglia la descrizione dell’Europa nel suo discorso al Forum di San Pietroburgo: «Tale disconnessione dalla realtà e dalle richieste della società porteranno inevitabilmente a un’impennata del populismo e dei movimenti estremisti e radicali». [11] Sahra Wagenknecht, “Contro la sinistra neoliberale” (Fazi Editore, 2022).
[12] Piotr, La guerra è la sola igiene del mondo? Prospettive 2015: https://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/256-estero/53614-la-guerra-e-la-sola-igiene-del-mondo-prospettive-2015.html
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